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Arnaldo, il monumento della discordia
Monumentale pubblicazione di Costanzo Gatta di Luca Quaresmini Brescia - Le due maggiori annate di riferimento non possono che essere il 1155 ed il 1882. La prima è relativa all’impiccagione ed al rogo di condanna che, a Roma, avevano posto fine alla sua parabola esistenziale, la seconda riguarda invece l’inaugurazione a Brescia del complesso monumentale che, nella sua stessa città natale, era giunto a conclamata conclusione dopo oltre un ventennio di controversa fase di ideazione, progettazione e realizzazione. Ambedue gli estremi temporali sono inerenti ad Arnaldo da Brescia. Entrambi convivono nelle quattrocentottanta pagine suddivise nei quarantotto capitoli dell’altrettanto monumentale libro dal titolo “Arnaldo – Il monumento della discordia”, scritto da Costanzo Gatta. Realizzato da “La Compagnia della Stampa”, per conto delle “Edizioni Arnaldo da Brescia”, il libro si pone a pietra miliare in merito ad una ricerca che sviluppa interessanti informazioni circa il manufatto commemorativo e la figura alla quale fedelmente si ispira, attraverso un medesimo ed approfondito copione argomentativo basato sulla possibile biografia di Arnaldo da Brescia e sui documenti direttamente espressi dalle cronache del tempo nelle quali prendeva via via forma l’iniziativa di ricordarne la testimonianza con quel monumento che tuttora si erge nel bel mezzo dell’omonimo piazzale cittadino, dove, nell’alto, la statua pare faccia giochi di prestigio con i piccioni, ed, in basso, usi invece prestarsi ad implicito spartitraffico, assediato da indifferenti mezzi di locomozione e da passanti preoccupati di sgombrare dal posto quanto prima, per non trovarsi sulla linea di collisione con gli eventuali rischi di una loro sguarnita esposizione. Arnaldo da Brescia, di cui poco si conosce ed approssimativamente su di lui si ricostruisce nella sostanza quanto sembra che sia valso a perpetuarne la memoria, ha avuto in sorte l’essere personaggio scomodo tanto in vita quanto dopo morto, anche ed oltre i sette secoli di distanza dalla sua esecuzione sommaria. Nonostante l’ambito in cui è ricordato e l’abito, appunto, in cui anche il monumento bresciano lo pone ad essere pubblicamente raffigurato, sembra che in vita non sia stato neanche un religioso, ma che, con tutta la sua religione, abbia semmai conseguito solo i primi due ordini minori, formativi ed iniziatici, per quella vita consacrata che quindi, compiutamente, non gli apparteneva in quanto non posseduta da un preciso mandato d’appartenenza alla vita apostolica nella Chiesa. Quindi un “canonico”, secondo un largo uso del termine, ma senza, come pare, che abbia mai pronunciato i voti ecclesiastici. Nonostante questo la sua figura giganteggia nella storia per quel carisma personale che più che farne un eretico, avverso ad alcune verità di fede, o uno scismatico contrario all’unità con la comunità dei credenti facenti capo al papa, semplicemente ribadiva alcune ferme proposizioni di assunzioni di responsabilità nell’ambito di un auspicato cammino di rinnovamento della Chiesa del tempo lontano in cui ha vissuto. In sintesi, la sua opera è stata maggiormente intercettata dalla politica più che dall’apparato dogmatico religioso del deposito della fede, quasi che la sua uscita di scena, assestandosi, fosse più funzionale a sostegno del potere costituito nel profilo di quell’equilibrismo attraverso cui l’ordine dominante perpetua se stesso, piuttosto che a danno dei pronunciamenti del papa che pure contro di lui non sono mancati, addirittura in sede di Concilio Lateranense II. In pratica, per fare piacere al papa inglese Adriano IV, l’imperatore germanico Federico Barbarossa fa catturare ed affida Arnaldo al prefetto di Roma perché fosse condannato e con lui essere punite quelle asserzioni secondo le quali la Chiesa non dovesse detenere diritti di proprietà, i sacramenti conferiti da ministri indegni non fossero validi, e che la povertà avesse dovuto accompagnarsi al lavoro limitato al minimo necessario per vivere e con queste idee colpire insieme chi le affermava, scarnamente descritto da alcuni contemporanei, come anticamente si esprimeva un non meglio identificato anonimo bergamasco: “un uomo fin troppo austero che vive frugalmente, parco
nel vitto, fecondo e tenace e fiducioso di sé benché troppo loquace e più del necessario erudito, ma tuttavia uomo di vasta dottrina”. Costanzo Gatta, nella sua dotta pubblicazione, accompagna le note di una diffusa biografia del personaggio con una sua interpretazione, posta a lettura della proposta complessiva dell’interessante trattazione: “Capisco bene che il
clima dei giorni d’oggi non può essere benigno a un eretico ribelle – in apparenza – come Arnaldo, ma il suo processo sommario, dopo otto secoli, andrebbe riveduto e rifatto. Sono notissimi – ma a quanti? i capi d’accusa: aver seguito il razionalismo teologico di Abelardo; avere censurato le ricchezze ecclesiastiche in nome dell’ideale della povertà evangelica; aver aiutato la Repubblica romana che voleva essere indipendente dalla autorità politica del Papa. Orribili peccati, certo agli occhi di un conformista fanatico del secolo XII. Vediamo, però quel che accadde nei secoli seguenti. La
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teologia accetta e invoca sempre più con l’ausilio della ragione filosofica, tant’è vero che nei tempi moderni il puro fideismo o irrazionalismo sono considerati erronei o sospetti dalla dottrina ortodossa della Chiesa. Nel secolo XIII l’idea della povertà evangelica ispirò e suscitò il movimento francescano che fu poi approvato e protetto dai Papi. Dal tempo di Dante al secolo XIX molti grandi cattolici condannarono, con ottime ragioni, il potere temporale dei Papi, i quali, alla fine, si sono contentati di un dominio poco più che simbolico”. La volontà di dedicare un monumento di rilievo ad Arnaldo ha avuto determinante pertinacia in particolare modo in un liberale di spicco, all’epoca in qualità di guardasigilli del governo della allora da poco costituita Italia Unita, nella persona del bresciano Giuseppe Zanardelli, anch’egli in sorte di essere poi monumentato nella città di origine e di sentimento d’appartenenza. Una volontà formatasi nella formulazione di un allineamento di opinioni dominanti, infisse nelle costellazioni di pensiero durante quel tempo in cui si partorirà l’opera, come spiega Maurizio Bernardelli Curuz nella sua introduzione al tomo, pure ricco di riproduzioni fotografiche e di immagini dell’epoca: “Per ventidue anni zanardelliani
da una parte e cattolici dall’altra, si fronteggiarono perché questo monumento fosse o non fosse innalzato: l’incenso di Dio contro lo zolfo del diavolo, la bestemmia contro la giaculatoria, progressisti contro conservatori, il prete contro il laico”. Esempio, oltre al contrario voto istituzionale, in sede della pubblica rappresentanza provinciale, anche la defezione di numerosi nobili cittadini che, invece di collaborare ai fasti inaugurali, nella migliore delle ipotesi avevano accampato scuse per non fornire quei mezzi che gli organizzatori, in termini di cavalli e di carrozze, avevano dovuto andare a cercare altrove per la logistica di una manifestazione che abbisognava del trasporto di molte persone per il quale si era ricorso alla Società Omnibus di Milano, mentre dal territorio, c’era anche chi, ad esempio, come il parroco dell’attuale Prevalle, allora Goglione, invitava i fedeli a disertare tale evento in quanto “nel giorno dell’inaugurazione
trecento giganti smisurati con spade di fuoco abbatteranno il monumento e stermineranno tutta la gente che verrà ad assistere allo scoprimento della statua”. Nonostante questo aspetto di avvilente divisione nella società, malgrado il caldo torrido del giorno prescelto per l’inaugurazione compiutasi il 14 agosto 1882, quattromila persone sembra abbiano concorso all’imponente riuscita dell’avvenimento di cui il libro “Arnaldo – Il monumento della discordia” non manca di fornire, oltre agli antefatti, anche la cronaca che ha sintetizzato il resoconto offerto puntualmente dalla stampa di quel periodo come, fra le altre notizie evocate, quelle esplicative delle realtà d’aggregazione convenute, sia marcatamente anticlericali, come il circolo di Genova, partecipante con tanto di bandiera effigiante Satana, che quelle umaniste e massoniche di stampo progressista delle quali il giornale bresciano “Il Cittadino” ne ha irriso un poco gli elementi della loro paradossalmente collimante adesione, con formule e ritualità espressive di simbologie vagamente raffrontabili al retaggio liturgico cristiano: “I framassoni che sogliono guardare con occhio di sprezzo i riti di nostra Santa religione erano lì pieni di gravità con fasce, stole e segni cabalistici”. Funzionalmente al tema, Costanzo Gatta offre spazio nel suo libro anche all’esperienza massonica locale, per altro perdurante, dedicata ad Arnaldo, nell’aver essa, in una sua parte, attinto ispirazione anche per la propria peculiare denominazione dal nome di questo ribelle bresciano, esponente di scampoli di pensieri moralizzatori, sparsi nel Medioevo refrattario ed espiante quella stessa realtà dalla quale non poteva fare a meno di porsi distante. Questi e numerosi altri aspetti sono documentati nel libro attorno a quel monumento, realizzato da uno scultore varesino, per la bruna statua, e da Antonio Tagliaferri, per la marmorea soluzione neogotica del basamento, su cui poggia l’opera scultorea “in bronzo, alta 4,30 metri, pesa 35 quintali, modellata da Odoardo Tabacchi, pagata 75milalire e fusa, nelle proporzioni richieste da Alessandro Nelli di Roma”. Misure che sembrano pure ritagliarsi dall’aulica descrizione della posa monumentale realizzata e colta nella narrativa decantata nella stilistica tardo ottocentesca, pure documentata nel libro “pel concetto plastico, in difetto di ogni
documento positivo, non era lecito all’arte che vedervi il ministro del Vangelo, ispirato nello sguardo e non l’energumento nel gesto; l’anacoreta nei lineamenti del viso, non nella posa stanco e abusato della vita, ancor meno il fraticello astretto all’abnegazione ed all’abbruttimento della ragione; in una parola, la mente doveva leggersi in lui, la mente affaticata dalle lotte del pensiero, ma l’animo virile, incrollabile nel suo indirizzo fatale”. A Brescia, nei tempi largamente postumi all’inaugurazione del monumento pare che un’azione di pacificazione, sia della figura storica del personaggio che delle ripercussioni di pensiero nelle locali fazioni sociali, sia
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avvenuta pure per il tramite di quella fioritura di iniziative che, per quanto di natura diversa, hanno fatto coincidere il nome di Arnaldo all’omonima benefica associazione culturale e, fra le altre più disparate realtà, addirittura esplicitate in certi dolci tipici ed in un vino locale, anche in una galleria d’arte ed in un’agenzia di viaggi, come a poter mettere tutti d’accordo, nella pluralità di un’ampia differenziazione, attorno ad un’ispirazione di ricerca costruttiva che porta e conduce ad avere da essa appagante rivelazione.
Data di pubblicazione: 03/07/2012 - ore 02:00 Questa notizia è pubblicata su www.popolis.it
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