Bagheria- Il mondo di lisetta

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Questo insieme di racconti non è e non pretende di essere un'opera letteraria. Sono i ricordi un po' romanzati di una donna che, da bambina, è vissuta in quella realtà che descrive. Mi scuso se inavvertitamente ho ferito la sensibilità di qualcuno, ma assicuro che non era assolutamente nelle mie intenzioni. Ho voluto semplicemente descrivere un mondo che è così vicino ma sembra anni luce distante dal mondo attuale.

L'autrice


Breve introduzione Un anziano crede di avere una sua visione degli uomini e da quella difficilmente si discosta. Personalmente pensavo che, nel tempo, l'animo delle persone fosse rimasto sempre lo stesso, anzi, con il progresso sempre più diffuso fosse peggiorato. I bambini di questo periodo, privati di molte libertà che avevano nei secoli passati, avessero perduto la freschezza della fantasia. Mi sono dovuto ricredere leggendo questi racconti scritti da una donna matura che, pur tra mille tribolazioni, ha conservato la gioia di vivere e la purezza della fanciullezza. Questa donna, mia moglie, ha saputo cogliere l'incanto della natura e le sue meraviglie; la bontà nascosta delle persone apparentemente scorbutiche ma che hanno un animo gentile e premuroso. Il lettore, nello scorrere dei racconti, può cogliere la freschezza e le meraviglie della fanciullezza; tutto ciò ci convince che l’humanitas e lo humor albergano sempre nel cuore degli uomini, anche in quelli che non sono “onesti”. La speranza è che l'umanità faccia passi avanti in maniera notevole e che la bestia, che è in tutti noi, sia cacciata e relegata in un cantuccio, per nuocere il meno possibile. Enzo Testa


BASTIANO Bastiano1 era un uomo di statura media dalle spalle larghe e le braccia piene di tatuaggi; aveva un carattere molto allegro e fisicamente era talmente attraente da essere soprannominato “l'attore” . Il suo “lavoro” consisteva nell’essere un ladro professionista; un giorno una nobildonna dell’alta società s’innamorò di lui e lo invitò a cambiare stile di vita a causa del quale non era ben visto dalla sua famiglia. Ma l’uomo, che in cuor suo si sentiva onesto e laborioso,

rispose che non l’avrebbe fatto: il

fidanzamento saltò e, sebbene fosse noto per l’indole irascibile, non diede in escandescenze, soffrendo invece molto per il rifiuto subito. Infatti, per un periodo raccontò le sue pene d’amore a qualche conoscente mostrandosi molto dispiaciuto; tuttavia si consolò

ripetendosi che

“bisogna dimenticare

perché ogni giorno va vissuto allegramente”. Tempo dopo sposò una donna appartenente a una nota famiglia palermitana che dirigeva una “scuola per ladri”. Gli sposi ebbero tre figlie e Sarina, la maggiore, era una bella ragazza che ben presto divenne una ladra provetta. Bastiano partiva sempre “per affari” insieme a lei e alla moglie noleggiando un camion guidato da un autista molto abile. 1

Sebastiano


L’uomo era molto esperto nella sua “professione”: riusciva persino a ingoiare grossi brillanti rubati che, defecando, recuperava! La moglie e la figlia erano invece specializzate nel rubare bracciali, collane d'oro e anelli pregiati. D'inverno la ragazza prediligeva predare pellicce con i relativi manicotti e stole di visone; inoltre tornava dai frequenti viaggi con la madre con valigie piene di corredi. Bastiano soleva raccontare in giro che per Sarina aveva investito tanti soldi facendole frequentare una scuola speciale a Palermo dove insegnavano a parlare bene la lingua italiana e a indossare abiti molto chic per sembrare una donna dell’alta società e così poter rubare con più facilità non destando sospetto. Inoltre lì era istruita a eseguire una “ginnastica particolare” ma il padre non disse mai cosa intendesse … sicuramente imparava a usare le mani con destrezza! Ringraziando la Provvidenza raccontava che recuperò molto in fretta i soldi spesi per la ragazza poiché questa aveva imparato a lavorare con abilità: di ciò era molto fiero. Quando la famiglia si assentava, la mancanza era sentita da tutto il vicinato perché la via dove abitavano rimaneva insolitamente

silenziosa. Infatti, a causa del suo carattere

focoso, Bastiano lanciava oggetti dal balcone quando qualcosa non andava per il verso giusto: piatti, posate, sedie e


talvolta anche un tavolo! Quando litigava con la moglie (il ché avveniva molto spesso), la inseguiva con un coltello mentre la donna scappava molto celermente cercando rifugio nelle case dei vicini. L'uomo si vantava

di essere una persona molto educata:

baciava sempre la mano alle donne che aiutavano la moglie a sfuggire alla sua ira. Si scusava e diceva loro che avrebbe punito la consorte la prossima volta in cui si sarebbe comportata male! Quando marito e moglie erano in casa, c'era un continuo via vai di “professionisti” molto noti che non avevano nulla da invidiare ai ricettatori più conosciuti. Nelle prime ore del mattino andavano a rifornirsi di pietre preziose, pellicce, oro, argento e tutto ciò che potessero loro offrire. Un giorno Bastiano esultante chiamò i vicini per mostrare l'automobile appena acquistata:

era un modello nero

“millecento”della Fiat. Quello fu per lui un giorno di festa: mise dischi di musica al massimo del volume

e tutta la

famiglia iniziò a cantare a squarciagola. Ben presto l’atmosfera dell’intera via divenne molto allegra e chiassosa. Il nostro “eroe” offrì spumante a tutti i presenti esclamando di avere comprato l’auto grazie al suo sudore, alla fatica e al duro lavoro. Disse inoltre che la domenica successiva l'avrebbe fatta benedire da un prete. L'uomo era molto esibizionista e andava


in giro con l'auto per le vie del paese. Un giorno decise di recarsi ad Aspra: la strada era scorrevole e diritta, ma a causa della sua guida spericolata accelerando perse il controllo e andò a finire sugli scogli del mare. L'auto si capovolse fracassandosi completamente; alcuni soccorritori lo estrassero moribondo dalle lamiere contorte mentre

sopraggiunse

un’autoambulanza

che lo portò

velocemente all'ospedale. Non appena la notizia giunse a casa si sentirono urla. La moglie chiamò Gelsomina, sorella di Bastiano, pregandola di badare da quel momento in poi al marito e alle due figlie più piccole poiché da allora avrebbero corso il rischio di rimanere senza soldi. Era quindi necessario che lei e la figlia partissero immediatamente per lavorare. Gelsomina, molto adirata, esclamò: “Bastianuzzu, fratello mio, queste zoccole2 ti abbandonano ma io non lo farò mai”! Trascorse

più di una settimana prima che il ferito si

risvegliasse dal coma nel quale era caduto; da allora e per molto tempo la donna curò con amore “u so’ fratuzzu 3”. Intanto la moglie del degente e la figlia, partendo con un camion, iniziarono i loro “viaggi d’affari” che si protraevano per parecchi giorni. Al loro ritorno gli affezionati clienti si 2 3

Poco di buono suo fratello


presentavano all'alba; c'erano sempre i soliti professionisti che talvolta accompagnavano le mogli per scegliere abiti e pellicce pregiate. Trascorsero parecchi mesi e finalmente Bastiano si riprese; il suo primo pensiero fu di andare in chiesa dove, come pegno per la grazia ricevuta, donò alla Madonna del Carmelo molti gioielli essendo commosso e grato di essere stato miracolato. Da allora riprese la sua solita vita ben lieto di ricominciare la sua “professione” che gli permetteva di sfamare le figlie più piccole. Una mattina la porta del balcone era aperta e sulla strada c'erano sedie, piatti rotti e vestiario. Bastiano con la sua famiglia era andato via ma non si seppe mai dove…


GELSOMINA “LA PASIONARIA” Saliva per la via Angiò con un’andatura singolare, indossando una

camicetta

sbottonata

che

lasciava

intravedere

maliziosamente i seni prorompenti e debordanti. La sua andatura era tale che il suo corpo sinuoso sembrava danzasse; sul suo bel viso, incorniciato da una treccia di capelli rossi naturali, spiccava un sorriso compiaciuto dei tanti fischi e complimenti che le erano rivolti. In particolare vi era un uomo che, al suo passaggio, sospirava con voce roca e ansimante: “Gelsomina sei bunazza, prendimi fra le tue braccia”! Abitava vicino la chiesa ed era madre di due bambini; di mattina era costretta ad affidarli a una vicina di casa poiché svolgeva l’attività di lavoratrice “particolare” a Palermo o nei dintorni di Bagheria. La sera, tornando a casa, sosteneva di essere molto stanca a causa del lavoro spossante. Il suo ritorno era atteso da alcuni uomini del quartiere che le rivolgevano dei complimenti abbastanza salaci. Un giorno il fratello Bastiano ascoltandoli si avvicinò loro avvisandoli che li capiva benissimo… La “pasionaria” era molto rispettosa dei vicini ma se qualcuno


osava ingiuriarla iniziava a

urlare per ore, improvvisando

sceneggiate e usando un turpiloquio tale da fare otturare le orecchie. Sostenendo inoltre di essere una donna “sciacquata4” alzava il suo vestito per mostrare le cosce abbastanza tornite e le mutande rosse; asseriva di cucirle personalmente prediligendo il colore rosso contro il malocchio e l’invidia. Un giorno dal fratello

si presentò un uomo che gli andò

incontro abbracciandolo: era Cicciuzzu 5, il marito di Gelsomina appena uscito dal carcere dopo tanti anni. I due, lieti di rivedersi, andarono insieme dalla donna. Questa accolse il suo Cicciuzzu a braccia aperte e felicissima iniziò a raccontargli dei due bambini concepiti durante la sua assenza e di avere acquistato casa. Ma non appena ebbe sentito ciò, il marito andò via insultando pesantemente la donna. Bastiano s’infuriò trovando inconcepibile e villana la reazione del cognato. Pur essendo molto amareggiato e nervoso, andò via mormorando che comunque non era il caso di intromettersi tra marito e moglie. Giunto a casa iniziò a urlare per la collera lanciando dal balcone qualche bicchiere, una tovaglia, alcuni piatti e delle 4 5

Pulita, nel senso di perbene Francesco


posate. Gelsomina trascorse la notte successiva tra pianti e lamenti invocando il nome di Cicciuzzu. Appena fu giorno, cercò il conforto di alcune donne anziane, alle quali piangendo disse: ”Abbracciatemi pure, consolatemi, sono sola. Mio marito è un ingrato, dopo tutto quello che ho fatto non mi vuole più. Pensate che con lui non potevo avere figli; ora che glieli ho fatti trovare e con il mio lavoro ho anche acquistato una casa non solo mi ha ingiuriato, ma è anche scappato”! Gridando ripeteva: “Cicciuzzu, ciatu miu, rispiru miu6, dopo che sei finito in carcere per disgrazia ti ho aspettato per quasi quindici anni e questa è la ricompensa che mi riservi”! Una delle donne accorse lì propose di chiamare il nuovo parroco per consolare Gelsomina, anche se era titubante perché essendosi da poco stabilitosi nessuno, sapeva che tipo fosse. Comunque, appena celebrata la messa delle otto, la donna bussò alla sacrestia e parlò al prete della donna chiedendogli se fosse stato disponibile a incontrarla. E così fu: i due s’incontrarono e si parlarono per quasi mezza giornata. Nessuno seppe mai cosa si dissero. La via Angiò era sempre transitata dai monaci di S.Antonio che si recavano a 6

Fiato mio, respiro mio


piedi verso il loro convento. Un giorno alcuni di essi andarono a casa di Gelsomina: padre Benardino, padre Antonio e padre Benedetto. Quest'ultimo era un tipo molto austero: portava l'incensiere e spandendo acqua benedetta recitava preghiere mentre parlava a bassa voce con Gelsomina. Da quel momento questi incontri divennero più frequenti e si svolgevano dei colloqui durante i quali

nessuno osava

disturbare. Dopo alcuni mesi la donna iniziò a tranquillizzarsi e a frequentare la chiesa assiduamente avendo cura di recitare il Santo rosario con devozione. Fece battezzare i bambini sebbene fossero

un po' grandicelli e

processioni tenendo il capo chino e

partecipava alle

cantando

in maniera

molto devota. Sebbene dalla sua aria triste e dismessa trapelasse un grande dolore, il suo cambiamento meravigliò tutti. Durante quel periodo iniziò a lavorare come domestica presso alcune signore; nel pomeriggio inoltre cuciva e divenne molto brava nel rattoppare camicie, giacche e pantaloni. Trascorse un po’ di tempo e la bellezza di Gelsomina, avvolta da un velo di malinconia, cresceva parimenti alla sua tristezza. Un giorno fu invitata al convento dai monaci i quali la convinsero a recarvisi adducendo la scusa di una “riunione


speciale”. Era Domenica e la donna vi

andò assieme

ai

bambini; il padre guardiano, che si trovava nella parte posteriore dell’altare, invitò i fanciulli ad accomodarsi in un'altra stanza. Dopo

un breve discorso del frate Gelsomina cominciò a

piangere di gioia ed esclamò: “Dio mio, Dio mio!” Fratello Salvatore

giunse, infatti,

accompagnato da Cicciuzzu, il quale emozionato e trepidante fu abbracciato forte dalla moglie che gli sussurrò: ”ciatu miu, ciatu miu”! L’uomo abbracciò i bambini mentre il padre cappellano benedicendoli

e inginocchiandosi iniziò a recitare

il

“Magnificat”, cantando insieme con loro le lodi per il Signore. La famiglia riunita tornò quindi a casa e Bastiano partecipò alla gioia della sorella portando un vassoio di dolci acquistati al bar “Aurora” . Stappò inoltre molte bottiglie di spumante e festeggiò con i vicini e il parroco. ”Da domani - disse Cicciuzzu rivolgendosi alla consorte - non andrai più a lavorare, farai la vera signora di casa ed io provvederò a tutto: sarai la mia dolce mogliettina”. Lui svolgeva, infatti, un lavoro molto redditizio: ogni giorno si recava a Palermo portando con sé un paio di stampelle e,


cambiando quartiere di volta in volta, chiedeva l'elemosina! Vissero felici e contenti senza che mai nessuno li disturbasse; negli occhi azzurri di Gelsomina si leggeva la felicitĂ e dal suo modo di fare traspariva tanta bontĂ , dolcezza e mitezza d'animo. Visse a lungo, sopravvisse al marito e quando morĂŹ ai suoi funerali parteciparono molte persone.


La conversione di Gelsomina di Angela Vitale , Giò Testa


I GEMELLI Il mio quartiere era popolato da numerosi abitanti, aveva delle strade molto piccole e i tetti delle casette erano coperti da tegole che non riparavano dai rigori dell’inverno e dal caldo afoso estivo. Il mattino di buon'ora passavano due gemelli un po' tonti ma laboriosi, Nicola e Gregorio. Vendevano blocchi di ghiaccio e la gente comprava e rispettava i due. Avevano un carretto trainato da un cavallo che Nicola guidava

con

destrezza mentre Gregorio comprava i blocchi di ghiaccio da rivendere. Le mattinate estive erano piuttosto silenziose. Bagheria, infatti, è un paese in cui l'agricoltura rappresentava l'attività principale; i contadini all'alba si recavano a lavorare e ritornavano a casa non prima che tramontasse il sole per sfuggire alla calura opprimente del pomeriggio. Una delle tante mattine d'agosto, quando la maggior parte della gente ancora dormiva, si sentirono delle grida e il nitrito di un cavallo. Era Gregorio che invece di tirare le redini a sinistra per immettersi in via Angiò andò diritto ed entrò con tutto il cavallo e il carretto in una casa abitata da due vecchietti litigiosi. Questi gridarono e insultarono i due gemelli. Nicola gridò a Gregorio che era un cretino e che il cervello non gli funzionava. Per aiutare i ragazzi accorsero le donne del vicinato e nella casa


sentivano strani rumori; i gemelli andarono via.

VECCHIETTI E GALLINE Nella mia zona quasi tutte le famiglie tenevano una gabbia con polli davanti alle minuscole abitazioni, ma da un po' di tempo molti di questi animali sparivano. Erano sospettati di questi furti i vecchietti nella cui abitazione era andato a finire il cavallo con il carretto di Nicola 7. Fu proprio in quell’occasione che a zà Betta8 , insospettita dai rumori, guardò sotto il letto e vide delle piume di gallina; poi si avvicinò a una grande pentola e sollevando il coperchio ne trovò una ancora viva. La donna cominciò a gridare e inveire contro i vecchi perché finalmente aveva scoperto chi era il ladro. I vecchi impugnarono dei bastoni e cacciarono via tutti i presenti. Se ne stettero chiusi quasi un'intera giornata, poi qualcuno avvisò i figli che li condussero via in brevissimo tempo.

7 8

Uno dei gemelli del precedente racconto zia Elisabetta


LE SERATE ESTIVE In estate nel quartiere, per il gran caldo, era quasi impossibile dormire e le serate sembravano interminabili. Tutti stavano seduti davanti all’uscio e chiacchierando illudevano di rinfrescarsi. Nelle serate afose i vicini solevano sedersi nel magazzino freschissimo della nonna dove si trovavano diverse botti piene di vino. U zù Vicienzu era un tipo allegro, raccontava degli aneddoti che l'uditorio gradiva con sonore risate. Fra una chiacchiera e l'altra le donne e gli uomini bevevano qualche bicchiere di vino; soltanto a zà Minica9 non beveva a causa della pressione del sangue alta e, accaldata, stava seduta in mezzo alla strada ’na canaletta10, dove

si ventilava con u

muscaluoru11. U zù Santu, uomo onesto e gran lavoratore, dirigeva una squadra di potatori ed era quindi costretto ad alzarsi all'alba. Ingiungendo ai familiari di fare silenzio, disponeva un materasso fuori dall'uscio e vi si distendeva indossando mutandoni lunghi e bianchi mentre invocava: “Gina Lollobrigida, Sofia Loren, venite presto in mio aiuto: fatemi dormire!” 9

Zia Domenica

10 la gronda di scolo delle acque 11 il soffietto che si usava in cucina per ravvivare il fuoco.


Il sonno tardava ad

arrivare e lui, impaziente, ogni tanto

esclamava: “Sofia Loren non mi abbracciare, sento troppo caldo!” L'uomo inoltre era molto bravo a imitare il verso degli animali; là vicino abitava una famiglia un po' tonta e durante la notte il potatore sornione, imitando il gallo, cantava tre volte. La mamma di quella famiglia gridava ai ragazzi:”Alzatevi pelandroni! E' già l'ora di andare a lavorare” ! e il “gallo” continuava a cantare ancora per un po'. Il mattacchione, tutto contento, si rigirava sul materasso e sorridendo continuava a riposare.


UNA CALDA SERATA MOVIMENTATA La via dove abitavo era stretta come tutte le altre del paese; di sera era consuetudine aprire i magazzini pieni di frumento e botti di vino per arieggiare affinché gli animali chiusi lì dentro ne traessero beneficio. Nel bel mezzo di una serata, mentre le persone erano appisolate, u zù12 Vincenzo gridò che c'era un topo più grosso di un coniglio che correva per la via. Tutti si misero a cercarlo: chi con una scopa, chi con un bastone, ma del ratto nemmeno l'ombra. U zù Vicenzu

allora pensò che

fosse entrato nel magazzino di mio nonno perché c'erano frumento, paglia e tanti ortaggi. Tutti erano indaffarati a cercarlo in ogni angolo, anche nella stalla del mio asinello Giusto. A un tratto si sentì la voce disperata di mio nonno che invocava aiuto: si pensò a uno scherzo ma il nonno continuava a gridare. U zù Vicienzu si fece avanti e vide che il nonno toccava freneticamente la parte bassa dei pantaloni. Subito Vincenzo ingiunse alle donne di non guardare e, stringendo forte con la mano una parte dei pantaloni, uccise il topo, e abbassando completamente i mutandoni del poveretto si accorse che i genitali e la gamba erano lesi. Immediatamente lo portarono al pronto soccorso; lì, intuendo la gravità del caso, 12

lo zio


disinfettarono accuratamente le ferite e gli somministrarono parecchie medicine. Da quel giorno nella via dove abitavo e in tutto il quartiere si misero delle gabbie per intrappolare i topi con mollica e formaggio pieni di veleno, ma questi, anzichĂŠ restavano rinsecchiti insieme ai gatti e qualche gallina.

morire,


LA CAMPAGNA E IL NONNO Nei pomeriggi estivi mi piaceva andare in campagna con il nonno. La meta era sempre Bellacera, una contrada piena di vigneti e alberi da frutta. Il viaggio durava molto perché l'asino Giusto camminava molto lentamente, ma in compenso mi divertivo ad ammirare i paesaggi campestri. Sembravano dei grandi tappeti, ognuno di colore diverso; lungo il tragitto s’incontravano contadini appiedati e il nonno, prima che questi lo chiedessero, li invitava a salire sul carretto. Quando giungevamo in campagna, il nonno legava l'asino a un palo per poi immettersi nel terreno di sua proprietà. Giusto voleva camminare sempre diritto perché un po' più distante c'era una mula legata e l'asino sentendo il suo odore diventava irrequieto. Nonno faticava a farlo camminare ma non gli diede mai una frustata. Una volta giunti sul posto mi sdraiavo sotto l'albero di albicocche per un po', poi cominciavo a gironzolare e raccogliere frutta. Mi piacevano i cocomeri rossi ed io, un po' impacciata, li rompevo con una grossa pietra. Frattanto l'asino, guidato dal nonno, pestava le fave per togliere le bucce secche. Quando la bestia si stancava, il nonno gli dava da bere e lo faceva riposare e, calzando scarponi pesanti, batteva le fave sostituendo l'asino. Ogni pomeriggio passava di lì un monaco di S.Antonio per la


questua13 . Nonno gli dava quello che poteva: cocomeri, uva, cetrioli, fichi e

fave secche. Il monaco benedicendo e

ringraziando ricordava di andare a messa la Domenica. Al ritorno dalla campagna il carretto era carico di ogni ben di Dio. Poiché a quei tempi vi era molto rispetto tra i vicini di casa ci si scambiava i doni della terra. La mia nonnina in un secchio pulito metteva fichi, un po' d'uva e qualche cocomero perché ogni mattina passava un cieco chiamato u zù Antoniu l'uorbu 14. Questi viveva suonando la chitarra e cantando lodi ai Santi. Ogni mattina nonnina appendeva fuori sul muro un quadro che raffigurava Santi e dopo avere spazzato bene il pezzo di strada antistante alla casa dove ogni tanto passava di lì un povero uomo insieme a tanti bambini. Dopo avere innalzato canti di gloria, la nonna gli dava un secchio pieno e qualche lira. Tutto il quartiere rispettava i poveri e faceva carità senza clamore.

13 Usanza di chiedere l’elemosina di beni di consumo. 14 Zio Antonio il cieco


Lisetta e il nonno di Angela Vitale, Giò Testa


IL TEMPORALE Quando il tempo si faceva scuro e cominciava a piovere le donne ritiravano le gabbie con le galline mentre il rumore dei carretti che ritornavano dalla campagna faceva presagire l'arrivo di un temporale. I contadini incitavano gli animali ad andare più veloci poiché temevano che qualche saetta li fulminasse. Mia madre si affacciava

sull'uscio a guardare il

cielo e se volavano corvi tremava poiché preannunciavano l’arrivo di tanta pioggia. Avendo molta paura chiamava per conforto le vicine di casa e queste venivano subito. Donna Annicchia15 portava con sé

una pietra speciale presa in

prossimità del Santuario di Santa Rosalia sul monte Pellegrino a Palermo, asserendo che avesse il potere di allontanare i tuoni. Venivano pure a

zà Minica

e a zà Betta 16

e si

rintanavano nell'alcova, una stanza che era adibita per dormire divisa dal resto della casa da un arco e una tenda. Io rimanevo nel magazzino con la mia nonnina tenendo il portone aperto e ascoltando le comari: nel frattempo

ci

sbellicavamo dalle risate. Donna Annicchia era molto brava nel recitare il rosario in dialetto e conosceva anche alcune litanie “speciali”; fuori di casa si udiva questo coro d’invocazioni e preghiere. Ogni tanto la mamma ci invitava 15 Anna 16 Zia Domenica e zia Elisabetta


categoricamente a chiudere il portone, ma né io né la nonnina lo facevamo. Di tanto in tanto mi affacciavo sull'uscio di casa, guardavo u zù Santu che con il capo mi faceva cenno di no. C'era un segreto fra me e lui: sapevamo, infatti, che le donne aspettavano il canto del gallo; secondo loro, se questo avesse cantato tre volte il temporale sarebbe durato, se invece quattro ne annunciava la fine. Imperterrita rimanevo sulla soglia e u zù Santu, abile a imitare il gallo, faceva il verso tre volte. Le preghiere intanto s’intensificavano e dopo un po' u zù Santu ne imitava il verso per quattro volte. Le comari ringraziavano Santa Rosalia e tutti gli altri Santi invocati. La mamma si rasserenava e donna Annicchia, tornando a casa sua, chiamava il marito: “Santu, Santu”!

Lui fingeva di dormire e non rispondeva.

L’anziana allora lo scuoteva e “svegliandolo” gli diceva: “ Santu, per fortuna dormivi e non hai sentito niente. C'è stato un grandissimo temporale, abbiamo pregato intensamente, è caduta tanta pioggia e i tuoni facevano spaventare. Durante il temporale abbiamo pregato affinché il gallo cantasse in modo pari e così annunciasse la fine della tempesta”! U zù Santu, serafico, le diceva che durante il brutto tempo cadeva in un sonno profondo e non si accorgeva neanche del temporale.


UNA CALDA GIORNATA D’ AGOSTO In un’afosa giornata di Agosto nonno mise un ombrellone sul carretto e ci avviammo verso Bellacera17. Non appena arrivati, andai verso un albero di mele sotto il quale c'era un grande pagliaio dove mi distesi per cercare di rinfrescarmi. Nonno, tenendo la camicia un po' aperta, si mise un fazzoletto in testa e restando in mutandoni che gli arrivavano alla caviglia, cominciò a spargere sull'uva polvere azzurra affinché i raggi del sole non bruciassero gli acini. In mezzo al vigneto c'era uno spaventapasseri ma gli uccelli non ne avevano alcun timore continuando

a beccare tranquillamente gli acini.

Mentre

nonno lavorava nel silenzio, si sentì qualcuno chiedere aiuto: era un vicino che raccogliendo i fichi ne prese una e la mangiò con un solo boccone. Purtroppo questa era circondata da api e il poverino si contorceva per il dolore causato dalle loro punture. Accorse ad aiutarlo il nonno e un altro vicino, ma il malcapitato correva tenendosi la bocca. Gli misero la lama di un coltello in bocca ma non fece alcun effetto. Nonno decise allora di indossare immediatamente i pantaloni e di accompagnarlo al paese per essere curato. Ma sull'alberello dove li aveva appesi i pantaloni erano scomparsi: li cercò ma invano perché erano stati rubati . 17 Località di campagna vicino a Bagheria


Un po' agitato lo disse all'altro vicino che gentilmente si premurò non solo di accompagnare il malcapitato ma di ritornare e portargliene un altro paio. Nonno, molto arrabbiato per quello che

era accaduto, per

sfogarsi un po’ iniziò a cantare ed io a girare per la campagna a raccogliere fichi stando ben attenta alle api. Frattanto calava la sera e la luna con il suo chiarore illuminava

tutta la

campagna. L'acqua del ruscello sembrava argentea e nella mia immaginazione le canne, accarezzate da un leggero vento, si muovevano leggermente per non disturbare il sonno delle piante. Tutto l'aspetto del creato cambiò:

le piante

risplendevano, gli acini, spruzzati dalla polvere azzurra, con i raggi della luna sembravano dei lapislazzuli; i grilli cantavano e le lucciole, nella mia fantasia, controllavano che le piantine riuscissero a dormire. Era sera tardi quando ci avviammo per ritornare a casa. Sapendo che avevo paura del buio il nonno mi consigliò di contare le stelle mentre lui cantava canzoni allegre. A un tratto smise di cantare e mi disse: “Lisetta, sono stato fortunato che il ladro mi abbia rubato soltanto i pantaloni: pensa un po' come avrei fatto sotto i raggi del sole se fosse venuto a rubarmi le mutande che indosso” ! Intanto l'asinello procedeva con la sua andatura lenta e finalmente sorridendo arrivammo a casa.


LA VENDEMMIA A settembre in tutto il paese si respirava odore di mosto. Era tempo di vendemmia e ciò significava che l'autunno imminente con le sue piogge e temporali permetteva di andare di meno in campagna. Vendemmiare era una festa, si riempivano cestoni d'uva e si portavano al frantoio. Osservavo le viti spoglie e pensavo che fossero state private dei loro figli. Per sfuggire alla malinconia raccoglievo tanta verdura che era cresciuta con le piogge di agosto. Quando tornavo a casa la regalavo ai vicini che mi accarezzavano sorridendo. L'odore del mosto nelle strade si faceva sempre più intenso e si tenevano aperti i magazzini, dove c'erano le botti per prendere aria. I contadini scommettevano fra loro sulla qualità del vino. Nelle strade l’odore del mosto era accompagnato dall’arrivo di mosche, zanzare e altri insetti. Un giorno la mia nonnina andò in un negozio portando con sé con una bottiglia per comprare il DDT 18 per uccidere tutti gli insetti. Le diedero una novità: una bomboletta spray. La vecchietta non sapeva come usarla e si rivolse alla zà Minica per essere aiutata a farla funzionare, ma era la prima volta che entrambe la vedevano. Essendo 18 Un potente insetticida usato per parecchi decenni prima di essere tolto dal commercio perché molto dannoso per la salute.


analfabete non capivano dove pressare per adoperare la bomboletta e la misero davanti ai loro occhi; pressarono e lo spray uscì copiosamente annebbiando la loro vista. Uscirono da casa tentoni

invocando l'aiuto dei vicini che accorsero

subito chiamando un medico per curarle. Le due vecchiette bendate, con gli occhi medicati, maledicevano la bomboletta che aveva causato loro tanta apprensione temendo di perdere la vista. Durante la convalescenza, con gli occhi bendati, la nonnina ritornando a quanto successo chiese a Minica: ” Ma tu l’avevi mai visto stu’ ca........che ho comprato?!”


IL PRETE Il giovane parroco del Carmelo era sempre molto allegro e disponibile con tutti. Aveva molto cura dei bambini

e la

domenica pomeriggio li intratteneva leggendo loro un po' di catechismo e conducendoli poi in sacrestia dove proiettava filmini

con la cinepresa. Il sacerdote

sapeva realizzare

bambinelli di cera che regalava in prossimitĂ delle feste natalizie. Era bello il mese di dicembre nel mio quartiere; di sera i tamburinai con la tamburiata19

annunciavano l’inizio

della novena per l'Immacolata Concezione. I vecchi erano i primi ad andare e, mentre i maschi portavano sulle spalle enormi scialli a quadri, le vecchine

indossavano bellissimi

scialli di lana portando sul capo enormi fazzoletti. In chiesa fra bimbi, ragazze in etĂ da marito e giovanotti si respirava aria di festa. Prima che si celebrasse la messa, la perpetua e altri addetti vendevano biglietti perchĂŠ, alla fine, veniva sorteggiato un bambinello di cera dentro un cestino dorato, opera del parroco. Questi, avendo un po' di tempo, invitava i bambini ad andare in chiesa e per attirarli faceva loro suonare a turno le campane. I ragazzi aiutavano le femminucce ad aggrapparsi alle corde; 19 suono incessante che i tamburinai producevano battendo le bacchette di legno sui tamburini.


loro vi si dondolavano su e le campane suonavano a festa. Talvolta, mentre si pregava, li invitava a suonare le campane con un ritmo lento e triste dicendo che era in arrivo un”cliente morto”. Sulla terrazza della canonica il parroco aveva tante gabbie con tanti uccellini variopinti e bellissimi. Uno di questi era il suo prediletto e lo teneva in una gabbia a parte: era il regalo di

un missionario venuto dall'oriente. Non era ben

chiaro quale fosse la sua specie: il suo colore era bianco con striature gialle e cantava in modo celestiale. Il parroco raccomandò alla perpetua di dare da mangiare a tutti i piccoli volatili e di avere cura particolare di questo, cui non dovevano mancare foglie di lattuga e bucce di uova. Ma la donna non vedeva tanto bene e un giorno distrattamente lasciò aperte tutte le gabbie permettendo quindi che l’uccellino volasse via. Amareggiata per ciò che aveva appena compiuto, iniziò a urlare dalla terrazza: ”E' volato via l'uccello del prete! E' volato via l'uccello del prete!” Essendo la perpetua una signorina anziana e vedendola sconvolta, tutte le comari si affacciarono e ci fu un vocio diffuso. Tutte gridarono scandalizzate osservando il prete. Egli frenò le malelingue e facendo gesti eloquenti disse di essere ben coperto. Questi era dispiaciuto e guardando in alto vide che oltre l'uccellino pregiato erano volati via tutti gli altri.


Il volatile si librava in aria

dispettoso sopra il capo del

sacerdote che disperatamente cercava di afferrarlo, ma invano; ben presto scomparve insieme a tutti gli altri. Ritornato in sacrestia, il prelato disse che se fosse rimasto l'uccellino bianco non sarebbe stato di umore nero. La perpetua iniziò a piangere per l'accaduto ma lui la consolò spiegandole che non doveva legarsi molto alle cose di quaggiù ma a quelle di lassù. La donna smise di piangere ma guardando il parroco desolato e inquieto ricominciò dopo non molto. Il prete era molto rammaricato perché le piume bianche striate di giallo dell’uccellino, oltre ad essere di una specie rara, gli ricordavano la bandiera dello stato “Città del Vaticano”.


I VENDITORI AMBULANTI In paese non erano necessari

la sveglia né il suono delle

campane vicine: la gente, infatti, si svegliava con le voci squillanti dei venditori ambulanti. Venivano a piedi dai paesi vicini e vendevano cicoria, fave cotte e altri ortaggi. Il nitrito di un cavallo annunciava l'ortolano venuto da Brancaccio20 che si fermava sempre nello stesso posto di via Angiò per decantare la qualità dei suoi ortaggi con una cantilena particolare. I venditori proponevano di tutto, anche piante ornamentali. Uno di essi portava con sé una valigetta tenendola aperta ed era chiamato il “dentone” a causa di un suo dente molto grosso e sporgente. Vendeva almanacchi, bottoni, elastici e

pettini,

esponendo i quali esclamava : “Ho diversi tipi di pettini, anche quelli per i pidocchi!” Ma nessuno gli si avvicinava e lui a voce alta urlava: “Non vi accalcate, pian piano accontento tutti!” Intanto il progresso avanzava e un giorno arrivò una motoape che si fermava a ogni angolo di strada; per attirare l'attenzione, il venditore sbatteva due coperchi facendo un rumore assordante. Tutte le massaie accorrevano trovando tanti begli oggetti quali ad esempio la caffettiera per il caffè espresso o la teiera. Ma ciò che più stupì loro furono gli oggetti di plastica. Un giorno la mia 20 Quartiere di Palermo


nonnina comprò due bacinelle e una brocca per l'acqua: in omaggio le diedero due rose di plastica. “Lisetta - mi disse - sia benvenuto il progresso: con poche lire ho comprato tante cose”! Il giorno dopo riempì una bacinella con acqua e la mise sul fuoco; a un tratto si sprigionò un odore nauseabondo, la bacinella si rimpicciolì e l'acqua fuoriuscita spense il fuoco. La nonna gridando chiedeva aiuto mentre la casa si riempiva di un odore nauseante. La povera vecchietta non credeva ai suoi occhi e non capì perché fosse successo tutto ciò. Rammaricata, pensò ai soldi che aveva speso e buttato via.


L'INVERNO Dopo essere andato via settembre con i suoi abbondanti temporali arrivava ottobre piovigginoso e un po’ freddo. Al calare della sera si sentiva un rumore di ruote di carretti e campanelli di

biciclette:

erano

tutti

i

lavoratori che

rincasavano. In silenzio u zĂš Ciccu21 tornava a piedi dalla contrada Specchiale portando sulle spalle un fascio di legna che serviva per accendere il fuoco e cucinare la pasta. Le campane annunciavano l'Ave Maria e tutti, prima di chiudere le porte, si scambiavano il saluto della buona notte. I fumaioli delle cucine entravano in funzione e si prendevano i carboni ardenti mettendoli nei bracieri per combattere il freddo nelle lunghe serate. Prima di cenare ci si faceva il segno della croce e il capo famiglia, tracciando una croce nella pagnotta scura fatta di frumento genuino, la divideva con i commensali. Le donne dopo cena si dedicavano al cucito o a lavorare a maglia. Io e la mia nonnina giocavamo sempre con le carte; in palio c'erano caramelle e quando vinceva lei, le prendeva tutte. Io sorridevo perchĂŠ mi sembrava tornasse a essere una bambina. Ogni tanto mi accarezzava dicendomi che l'inverno era la sua stagione preferita perchĂŠ

di pomeriggio, al mio ritorno da

scuola, poteva trascorrere tante ore in mia compagnia. La 21 lo zio Francesco


Domenica andavamo in chiesa e poi restavamo in piazza doveva arrivava un omino che pedalava su un filo disteso nel vuoto con una piccola bicicletta. Tutti applaudivano e qualcuno con un vassoio chiedeva: soldi per favore! La piazza della chiesa Madre era gremita e anche i marciapiedi davanti al bar “Aurora”. In quella zona si svolgevano tutti gli affari: chi vendeva limoni ai commercianti, chi procurava gli operai per andare a lavorare in campagna; vi erano pure studenti disponibili a trasportare i limoni con i panieri. Per lavorare ciascuno si arrangiava come poteva: qualcuno

vendeva

bomboloni, altri caramelle per la tosse. Non mancava mai l'omino che con una manovella preparava lo zucchero filato, anche colorato, di cui la mia nonnina era molto ghiotta. La gente guardandola mangiare sorrideva allibita, ma

lei

noncurante ne chiedeva ancora. Talora qualcuno sbottava in una fragorosa risata e lei, con lo zucchero filato appiccicato sulle guance, diceva: “Ognuno è libero di fare ciò che vuole”!


DONNA TRESA E COLA Tresa e Cola22 si volevano tanto bene. Cola era un onesto contadino ma sembrava essere perseguitato dalla malasorte. Un inverno si ammalò di una brutta forma di bronchite e per poco non ci rimise la pelle. Tresa andò a pregare ogni giorno in chiesa per lui; avendo paura di perderlo lo fece ricoverare in ospedale e fra pianti e lacrime invocava l’aiuto di Santa Teresa del Bambin

Gesù.

Le promise che se Cola fosse

guarito avrebbe fatto una lauta offerta. A poco a poco Cola si riprese e Tresa si sdebitò con la sua Santa protettrice. Con il calesse, che era di sua proprietà esclusiva, i due iniziarono a fare delle lunghe passeggiate lungo la litoranea di Aspra. Ma dopo poco tempo Cola si ammalò nuovamente di bronchite. Tresa tornò a pregare la sua Santa protettrice e dolendosi esclamava: “ Santa Teresa, i soldi ve li ho dati ma la salute di Cola non è venuta più” ! Passò del tempo, Cola

guarì nuovamente e cominciò a

lavorare in campagna a Bellacera. Aveva cura del vigneto e faceva essiccare al sole i fichi che raccoglieva. Trovandomi spesso a Bellacera sentivo frequentemente delle 22 Teresa e Nicola


urla in lontananza; nell’udirle il mio asino cominciava a ragliare fortissimo. Incuriosita, un giorno mi avvicinai e trovai donna Tresa che inseguiva Cola con un lungo e grosso ferro in mano. Lo sventurato correva molto svelto fra i vigneti e non appena

vide il primo pagliaio23 vi si nascose. La consorte

infuriata gridava: “Se ti trovo morirai annegato nel pozzo! E' meglio se non rispondi e non ti fai vedere! Ti consiglio di restare dove sei”! Cola, infatti, non rispondeva: quando litigavano Tresa usava la frusta e le spalle e le braccia del poveretto erano sempre piene di ferite... Trascorso un po’ di tempo, la donna salì sul calesse e, dopo avere caricato alcune ceste piene di frutta e ciò che poteva servirle

per una settimana, fece galoppare il cavallo con

destrezza andandosene via. Ma poco dopo ritornò urlando : “ Cola non venire a casa, un cretino come te non lo voglio! Non vale la pena di farmi il sangue amaro”! Accese la lucerna sotto il calesse e si avviò verso casa. Nel paese la storia di questi due innamorati era conosciuta; Cola le buscava sempre ma Tresa diceva che era l'unico amore della sua vita: lo chiamava infatti “curuzzu miu24 ”! E… vissero felici e contenti?1 23 capanna fatta con paglia 24 cuoricino mio


MUMMINA LA FATTUCCHIERA Abitava in via Angiò e il suo balcone era pieno di corna di bue, ferri di cavallo e nastri rossi. Quando passava qualcuno che le stava antipatico, emetteva degli erutti schifosi e colpiva la testa del malcapitato lanciando sale e alcuni lumini. Di fronte alla sua casa abitava una famiglia i cui membri erano alquanto irascibili. Una mattina, trovando il loro gradino dell'uscio pieno di oggetti da lei lanciati, si riunirono in tre e forzando la porta della fattucchiera cominciarono a pestarla di santa ragione. Con le corna che lei teneva appese davanti alla porta, la ferirono in testa e rientrarono a casa lasciandola svenuta. Peppe25, il marito della fattucchiera, avendo molta paura non inveì e cercando di chiudere la porta rotta a metà, si chiuse in casa. Dopo pochi giorni dell'accaduto Mummina26 si riprese, continuò imperterrita con il suo brutto modo di fare ma lasciò in pace la famiglia dirimpettaia. 25 Giuseppe 26 Girolama


Da quelle parti passavano sempre i monaci di S.Antonio e i bambini correvano a fermarli; i monaci facevano baciare loro il Crocefisso, regalando talvolta qualche immaginetta sacra. La fattucchiera osservava tutto e con le mani faceva le corna. Queste scene tra i monaci e i bambini si ripetevano spesso. Un giorno la donna incattivita gettò il contenuto di un catino, pieno di liquami puzzolenti, sopra un monaco bagnando anche i bambini. Il monaco era padre Benedetto che, mantenendo la calma, sperava che il liquido fosse acqua ma dall'odore nauseante capì che non era così. S’inchinò, fece inginocchiare i bambini, pregarono e implorarono la misericordia di Dio per quella donna. Il monaco finite le preghiere si diresse verso il convento.


L'ASINO GIUSTO Il nonno

ritornava

abitualmente dalla campagna al calar della sera ma da alcuni giorni rientrava molto prima.

La

bisnonna,

sua

madre, insospettita gli chiese il perché e lui le rispose che Foto originale dell'asino Giusto era a causa di alcune riunioni

in chiesa che lo tenevano impegnato fino a tardi. Un giorno l'asino Giusto si sdraiò per terra nella stalla e la nonnina si accorse che tremava; gli preparò una pentola di acqua calda, dove bicarbonato.

mise alcune

Accarezzandogli

le

foglie di alloro e tanto orecchie

iniziò

a

massaggiargli la pancia. A poco a poco, tenendogli il muso, riuscì a fargli ingoiare un po’ di acqua tiepida. L'asino smise di tremare ma non riusciva a sollevarsi da terra. “E' una grande indigestione, avrà mangiato broccoletti e cavolfiori”- si disperò la vecchina. Quando il nonno tornò, rimproverò la madre poiché negli ultimi tempi all’asinello dava da mangiare di tutto. Intanto io e lei continuavamo ad accarezzare la pancia a


Giusto che all'improvviso si alzò e cominciò a ragliare. Il nonno, accarezzandomi i capelli, disse che io e la nonna amavamo troppo quell’animale. Continuò dicendo che il progresso era arrivato velocemente, gli asinelli e gli altri animali usati per il trasporto erano stati sostituiti da motociclette, lambrette, motoapi e altri mezzi meccanici e che quindi

ci saremmo dovuti

abituare all'idea che alla fine

avremmo dovuto vendere l'asinello per adeguarci ai nuovi tempi. Passò del tempo e un mattino il nonno disse che si sarebbe recato nel vicino paese di Misilmeri per la fiera degli asinelli, restando quindi fuori di casa per l’intera giornata. Al suo ritorno si presentò a bordo di una motocicletta: sulla testa aveva un cappello bianco di paglia, portava grandi occhiali scuri e un borsello a tracolla. Indossava inoltre una camicia a quadri dai colori sgargianti. Noi non lo riconoscemmo e lui sorridendo si tolse gli occhiali e spinse la motocicletta verso il magazzino. La nonnina gridò e nel guardarlo gli chiese se fosse impazzito; gli domandò inoltre dove avesse lasciato la coppola27 e lui rispose che non si usava più, “era cosa d'altri tempi”. Quando poi chiese notizie dell'asino e del carretto, il nonno le rispose che aveva venduto tutto facendo un ottimo affare: la vecchina iniziò a urlare ed io a piangere. 27 Copricapo tipico siciliano


“Ci dobbiamo adeguare all'era moderna” disse il nonno, e stappando una bottiglia di Coca Cola ci invitò a brindare con lui. La nonnina si rifiutò dicendo che non avrebbe mai bevuto di quei miscugli; poi, osservando le tasche della camicia del figlio, si accorse che erano piene di caramelle e gomme da masticare. Desolata esclamò : “Che dispiacere! Che dispiacere! Il nonno è impazzito” ! mentre lui placidamente la ascoltava sorseggiando la bibita. Alquanto adirata poi si rivolse a me dicendomi : “Cara Lisetta, dopo cena ti preparerò una camomilla ed io affogherò il mio dispiacere in mezza caraffa di vino”. Trascorse un po' di tempo e un giorno, tornando da scuola, scorsi un carretto trainato da un asinello che saliva per la via Angiò. Lo raggiunsi di corsa iniziando a urlare: “Giusto! Giusto”!

Era proprio il mio asinello assieme al nuovo

proprietario che si fermò a guardarmi sorridente. Mi feci avanti e ripetendo il nome di Giusto lo accarezzai: ricordo ancora dopo tanti anni i suoi occhi tristi. La povera bestia iniziò a ragliare in un modo molto strano ed io scoppiai a piangere. L’uomo mi raccontò che lo trattava bene e che era un asino molto calmo; inoltre adesso viveva in montagna ed era libero di mangiare tutta l'erba e il fieno che voleva. Mi disse di stare allegra e che quando avessi avuto voglia di vedere il “mio” asinello sarebbe bastato chiederlo al nonno che


avrebbe saputo indicarmi dove trovarlo. Non dissi piĂš niente; accarezzai Giusto che riprese a ragliare e lentamente tornai mesta a casa. Il progresso era arrivato portando via con sĂŠ un pezzettino del mio cuore: Giusto, un amore di asinello.


LIBERO SARINO! Sarino28 era sposato con una donna piacente e molto aggraziata. I due erano davvero affiatati, si amavano ed erano l'invidia del vicinato. Un giorno però lei si ammalò in modo talmente grave che morì pochi mesi dopo. Durante la malattia Sarino le stette accanto notte e giorno curandola con devozione e stando attento alle medicine da darle. La dipartita della sua amata fu durissima e spesso lo si sentiva urlare con strazio : “Ora è libero Sarino, ora è libero Sarino! Sono solo e disperato!” Il pianto e le sue grida interrompevano il sonno dei vicini nel silenzio della notte. Quando andava a lavorare in campagna piangeva pronunciando sempre il nome della moglie defunta. Una contadina che andava a falciare l'erba per le mucche, nel sentirlo piangere, lo osservava silenziosamente. Un giorno gli si avvicinò dicendo che le straziava il cuore vederlo in queste condizioni e gli consigliò di cambiare il modo di vivere poiché era molto giovane per lasciarsi andare in quel modo. Sarino guardandola arrossì: lei, molto intraprendente, disse che la sera stessa sarebbe andata a vivere con lui. Da allora, di notte non si sentirono più pianti e lamentele: vi 28 Rosario


era un silenzio assoluto. Dopo alcuni giorni da questo episodio Sarino uscì da casa con gli occhi brillanti per la gioia: i conoscenti iniziarono a fargli gli

auguri dicendo che quella che stava prendendo era la

migliore medicina per guarire. La donna che andò a vivere con lui gli sussurrò accarezzandolo: “Sono venuta a vivere con te per ridarti la vita!”


MICCIONE E NOFRIU “LO SQUARTATORE” Miccione29 era un lavoratore che nel vicino paese di Aspra cavava la pietra30 da una miniera a cielo aperto che in dialetto siculo era chiamata “pirriera”. La sera ritornava a casa molto stanco per il duro lavoro e stordito dal troppo vino bevuto. La moglie gli faceva trovare la cena pronta, ma essendo cavilloso e manesco non esitava a darle ceffoni molto pesanti per un nonnulla. La poverina piangeva silenziosamente e qualche volta si lamentava per il troppo dolore. Di questi episodi furono informati i due fratelli della donna che una notte bussarono alla porta di Miccione. Era estate, l'uomo scese in mutande e aprì subito. “E' una bella sorpresa!” - esclamò. I due fratelli, che erano latitanti a causa di problemi con la giustizia, in men che non si dica trascinarono Miccione per terra e, spogliandolo

pure delle mutande, cominciarono a

pestarlo di santa ragione. Il malcapitato, vergognandosi di essere nudo, si coprì con le mani. Avrebbe voluto lamentarsi

ma era impossibilitato

poiché i due gli avevano tappato la bocca con una fascia. Cominciò allora a correre completamente nudo per la strada 29 Melchiorre 30serviva per la costruzione delle case


ma inciampò più di una volta. Prima di andarsene i cognati gli gridarono che se per l'avvenire avesse tolto un solo capello alla moglie lo avrebbero ucciso. Qualcosa di analogo successe a Nofriu31 ”lo squartatore”che era un tipo litigioso e picchiava sempre la moglie. La suocera sapeva tutto e una mattina all'alba andò a origliare dietro la porta di casa della figlia. Udendola piangere aprì con le chiavi di riserva che teneva in tasca. Sotto lo scialle teneva una roncola e chiese che cosa stesse succedendo. Il genero la cacciò via ma la donna tirò fuori la roncola e lo ferì a un braccio; lui sanguinante e temendo di essere ucciso, fuggì, non facendosi vedere mai più.

31 Onofrio


LA TELEVISIONE La Domenica pomeriggio era normale per quasi tutte le donne e le ragazze in età da marito passeggiare nel corso Umberto detto “u' stratuneddu”. Io e la nonnina andavamo a spasso indossando gli abiti della festa: lei portava sulle spalle uno scialle elegante ed io indossavo

il

cappotto

nuovo;

mettendoci

a

braccetto

guardavamo i negozi e la gente passare. Vicino ai pilastri, che un tempo avevano sostenuto un grande cancello da cui i nobili della zona s’immettevano nelle loro principesche dimore, c'era un negozio di proprietà

del signor Pampinella, un

commerciante di elettrodomestici. Un giorno vedemmo lì davanti tantissima gente accalcata a osservare quella che per i tempi era una novità assoluta: la televisione. A poco a poco riuscimmo ad avvicinarci. La nonnina era sbalordita e allibita mormorò: “Ci sarà qualcuno là dietro che farà muovere i pupi”! Chiese al proprietario del negozio il permesso di guardare dietro “lo scatolone”. Incredula costatò che nessuno faceva muovere le immagini. Chiese come si chiamasse quella scatola magica e udendo il nome “televisione” sussultò. Ritornate a casa raccontò ciò che aveva visto a sua comare


Minica32 che ascoltava incredula. La nonnina disse che aveva preso un grande spavento e quella sera non si sarebbe addormentata nemmeno se avesse bevuto un'intera caraffa di vino.

32Domenica


IL MESE DI DICEMBRE Nel mese di dicembre il mio paese era molto movimentato. Durante il periodo della novena dell'Immacolata la sera si vedeva per strada molta gente recarsi in chiesa. Alla vigilia delle feste aleggiava nell'aria il profumo degli sfincioni33. In tutto il paese iniziavano i preparativi per ideare i presepi e i preti bandivano le gare per premiare i piĂš belli che poi benedicevano in chiesa durante la novena. La maggior parte di questi era adornato con rami di pioppo. La mamma amava creare il presepio e aveva molta maestria. Un anno vinse il secondo premio; fu superata da un signore che, con tanti accorgimenti elettronici, riuscĂŹ a far scorrere l'acqua in un fiumiciattolo sotto un piccolo ponte

mentre

le statuine

giravano. Era la prima volta che a Bagheria si vedeva un presepe animato. Alcune persone solevano

invitare

gli zampognari o chi

suonava la chitarra a esibirsi davanti al presepe. Mia madre, per la novena, invitava i signori

Castorina e Serafino La

Camera: il primo suonava la fisarmonica, il secondo lo zufolo, e 33 Una specie di pizza molto lievitata con pangrattato e cipolla tipica di Palermo


durante i ritornelli della novena batteva due ossa con un ritmo incredibile. Quando questi signori suonavano, venivano le vicine mentre la mia nonnina ballava la tarantella e tutti battevano le mani. La sera della Santa Vigilia di Natale mangiavamo lo sfincione, la salsiccia e i cardi. Prima della messa di mezzanotte a zà Minica e a zà Saridda34 accendevano il fuoco e mettevano l'incenso in recipienti di alluminio. Le vecchiette spiegavano che facevano tutto ciò perché il fuoco rappresenta la luce di Dio che splende su tutto il creato. Don Totò35 , uomo robusto e molto simpatico, passava spesso per la mia strada per vendere (illegalmente!) salsiccia e trinche di maiale. Era sempre allegro e diceva

che alla messa di

mezzanotte non poteva andare in quanto, dopo avere mangiato abbondantemente e bevuto un “po’” di vino, non se la sentiva proprio di andare a dormire sui banchi della chiesa. Aggiungeva che, sicuramente, avrebbe russato e se gli fosse scappato qualche erutto avrebbe fatto la figura di un porcello! Il mattino di Natale era il primo a entrare in chiesa e regalava un bottiglione di vino al prete. Dopo la messa don Totò, appena uscito dalla chiesa, facendosi portare una sedia 34 zia Domenica e zia Sara 35 Don Salvatore


dalla sua amata Nina36 si sedeva all’angolo della via Di Salvo Diceva che quello era il posto giusto per fare gli auguri a quelli che andavano e ritornavano dalla chiesa. L'idea, così gentile, fu imitata da altri;

tutto ciò riscaldava i cuori e

commuoveva per il senso di fraterna religiosità che emanava da queste persone. Durante l'attesa del Capodanno le famiglie di sera si riunivano e di solito giocavano a carte o a tombola. In palio c'erano, comunemente, castagne secche o caramelle. La notte di S. Silvestro era particolarmente allegra; per le strade passava la banda musicale, la gente brindava con i musicanti e qualcuno cantava allegramente. Allo scoccare della mezzanotte si sentivano sbattere le porte. Erano le ragazze in età da marito che esclamavano: “Na porta chiusa , ‘na porta aperta: annu novu, vita nova! Un maritu m' ati a purtari! 37” Un giorno di Capodanno don Totò, andando di prima mattina in chiesa con una bottiglia di vino, si avvicinò al prete per fargli gli auguri. Si prestò a suonare le campane poiché di mattina i bambini solitamente addetti a questo compito stavano dormendo. Il prete avvicinandosi al campanile disse che le corde erano 36 Antonia 37 Una porta chiusa e una porta aperta: anno nuovo, vita nuova! Un marito mi devi portare!


legate e che era sufficiente

pressare un bottone per farle

suonare. Don Totò allibito disse: ”Parrino38 è vero: anno nuovo, vita nuova”!

38 Prete


Infine un racconto dedicato ai ragazzi di ieri, di oggi e di domani. E' un po' lungo, spero di non tediarvi troppo.


IL MONDO DI LISETTA, FANTASTICO MA NON TROPPO. NINO E GLI ALTRI AMICI Nelle belle giornate di sole Lisetta soleva andare a trovare il nonno che lavorava nella campagna vicino al paese. La strada da percorrere era semplice: bastava andare diritto e prima della linea ferroviaria s’imboccava la strada a sinistra e a pochi passi c'era il nonno, la campagna e le campanule blu che pendevano dal reticolato. Il nonno era felice quando lei arrivava poiché la vedeva sempre allegra, specialmente quando giocava da sola. Si sedeva sull'erba vicino i carciofini, li osservava, in modo particolare quello in cima al cespuglio dove c'era il carciofo molto più grosso che lei pensava fosse la madre dei carciofini, com'è in realtà. Il cespuglio dei carciofini era invaso da coccinelle che non li lasciavano in pace. Lisetta diceva che questi erano i postini, e nella sua immaginazione le carciofine innamorate aspettavano le lettere d'amore dai fidanzati. Le lettere non arrivavano mai e loro, di giorno in giorno, rinsecchivano. In cima al cespuglio c'era mamma carciofa e un ragno, pensava la bimba, generosamente tesseva la rete in abbondanza per preparare il corredo delle carciofine che erano numerose. A tutte arrivavano lettere d'amore: chi scriveva dal fronte bellico, chi da paesi lontani, ma le carciofine restavano mute e silenziose. Mamma carciofa ogni tanto si adirava e


quando si posava sopra di loro qualche passero, lei gli gridava: ”Sono signorine stagionate, non le vuole proprio nessuno”! Il passero si posava sulle carciofine e, per consolarle, cantava per un po' e saltellava sopra di loro come per accarezzarle. Lisetta un giorno andò a trovarle e le vide afflosciate sotto il sole cocente, proprio rinsecchite; presi ciuffi di agrodolce e fiori di borragine li posò su di loro. Raccontò tutto il suo dolore al nonno il quale la baciò e, accarezzandola, le sorrideva con i suoi occhi azzurri. “Da sola non vengo più” si disse ”ho bisogno di amici. Anzi: domani verrò con Nino e il mio cane e andremo da donna Concetta a ziccusa39”. Donna Concetta era una contadina laboriosa, aveva una grande fattoria ed era molto ricca. Nessuno la avvicinava poiché era scorbutica e aveva paura che le rubassero le galline o qualche cappone; la vecchina vendeva di tutto ma da

dietro il cancello, perché non voleva che

nessuno entrasse nella sua terra. Lisetta venne il giorno dopo con il suo amico Nino, un uomo un po' ritardato, e il suo cane Nerone. Alla vista di quei tre donna Concetta andò loro incontro, aprì il cancello, li fece entrare e, velocemente, legò il cane per paura che mangiasse le galline. 39avara


Nino aveva paura e tremava. “Mi tirano le pietre, i limoni” diceva. Lisetta lo rassicurava: “La signora e così buona! Non hai nulla da temere. La vecchietta per incoraggiarlo si avvicinò e fece una carezza a entrambi; guardando la bimba la abbracciò e volle sapere il motivo per cui fosse triste. Piangendo raccontò la storia delle amichette stagionate, della loro madre che le rimproverava per non avere trovato marito e continuò a commuoversi coinvolgendo anche Nino. “Il vero motivo”disse il vecchietta- “è che il tuo papà è molto ammalato e ogni cosa spiacevole ti fa piangere. Beviamo il latte della mia capretta e i tristi pensieri passeranno”. Il latte appena munto era caldo, schiumoso. Nino aveva paura di morire avvelenato ma incoraggiato lo bevve e iniziò a sorridere. Quando il terzetto stava per andare via, la vecchietta raccomandava loro di tornare a trovarla perché senza la loro compagnia si sentiva tanto sola e, baciandoli, li invitava a tornare nuovamente. Dava loro un cestino pieno di uova di tacchino e dicendo “Dio vi benedica” li salutava con un cenno della mano.


Continua...


Lisetta e Nerone di Angela Vitale, Giò Testa


Intermezzo In

un

giorno

dei

primi

di

agosto

2011,

grazie

all'interessamento dell'amministrazione comunale e alla gentilezza e disponibilità dei proprietari, si è potuto accedere al parco di Villa Valguarnera. L'accesso era vietato da tempo immemorabile;

personalmente ho assistito a un concerto,

nell'atrio antistante alla Villa, nel 1960; in quell’occasione ho conosciuto Lisetta. Nella montagnola sovrastante la Villa, qualche anno prima, con un amico abbiamo inciso i nostri nomi su una pietra, giurandoci eterna amicizia che dura ancora, sebbene un po' appannata dalla poca frequentazione. Ma ho accennato a Villa Valguarnera perché Lisetta, in quel luogo incantato, ha vissuto una sua personalissima favola. Questa Villa, sconosciuta dai più giovani, e il suo parco, nonostante l'incuria, il trascorrere del tempo e lo scempio compiuto all'interno e all'esterno, è un luogo da fiaba. Ho visto molte persone affascinate da tanta


bellezza; ho paragonato Villa Valguarnera a una bellissima vecchia signora, che sebbene gli anni e gli acciacchi, conserva un fascino e una bellezza che desta piacere e meraviglia. Finisco qui, vi lascio a Lisetta.

Enzo Testa


Lisetta andava spesso a trovare donna Innocenza , la portinaia di Villa Valguarnera. Alla bambina piaceva andare là perché c'era tanta pace; andava sempre con l’amico Nino e il cane Nerone. La donna era contenta alla vista di quei tre, le portavano allegria. A Nino regalava confetti che regolarmente rifiutava giacché non riusciva a inghiottire. La vecchietta, oltre a svolgere questo mestiere, cuciva camicie per uomini ed era una donna sempre con i nervi a fior di pelle. Diceva che, nel cuore della notte, era costretta ad alzarsi per aprire il cancello della Villa poiché la principessa rincasava tardi. “E' dura la vita - diceva donna Innocenza- specialmente servire la gente ricca e anche lavorare alla mia età; quando la notte apro il cancello, la principessa nemmeno saluta, le faccio antipatia ma è un sentimento reciproco. E' sempre piena di pellicce, sfoggia cappelli di tutti i tipi e non appena apro lei, sgommando, corre via con l'automobile”. Lisetta era incantata dal lungo viale pieno di alberi e di sedili. Nino, sempre con la coppola sulla testa, era solito distendersi al fresco su un sedile mentre Nerone gli stava accanto. Un giorno, all'imbrunire, i tre

andarono a trovare donna

Innocenza: lei li accolse amorevolmente. Lisetta portò fichi appena colti e ringraziò per l'ospitalità che dava loro. In quel


luogo Nino poteva stare tranquillo perché nessuno gli lanciava pietre o lo insultava come purtroppo spesso accadeva. Lisetta in quel luogo era felice per tutto il verde che adornava il viale. Gli alberi frondosi avevano un effetto balsamico sul cuore della bimba e dimenticava la tristezza che lasciava a casa. Mentre era assorta ad ammirarli, gli uccelli si ritiravano in mezzo ai rami regalando canti celestiali. Un giorno il suono forte di un clacson la riportò alla realtà: era la principessa ferma con l'auto sulla soglia del cancello che non poteva proseguire. Donna Innocenza gridando: ”aiuto!” chiamò Ciccio40 che era un ragazzone alto e robusto e gli chiese se, per favore, desse uno spintone all'automobile. Ciccio fece ripartire con uno spintone l'auto e la principessa, dopo avere ringraziato, salutò tutti allegramente. Un giorno, mentre i due amici erano seduti vicino al cancello, si avvicinò un uomo e disse che la principessa desiderava parlare con loro. Donna Innocenza acconsentì, conosceva molto bene Saverio (uomo di fiducia della principessa) e quindi si poteva fidare. Nerone era sempre con loro, caso mai vi fossero delinquenti nelle vicinanze; il cane, molto robusto, li avrebbe difesi. 40Francesco


Passarono sotto il porticato; Lisetta aveva tanta paura, era quasi buio e salendo, sulla sinistra, c'erano una minuscola cappella con l'immagine del S.S. Crocefisso e una lampada accesa. La bimba conosceva quel posto, andava lì spesso a pregare con donna Peppina41 e sapeva recitare il rosario in dialetto. Salendo ancora c'erano sedili con bellissime statue e vasi pieni di fiori; a Lisetta sembrava di sognare. Il vecchio Saverio disse che quello per lei era un giorno molto fortunato poiché non tutti potevano entrare nel palazzo. Non appena giunti nell'atrio grandissimo, pensò che stesse sognando e osservò Nino che, per il sole cocente, si tolse la coppola mettendo in risalto tutte le ferite. Saverio li fece salire per una delle due scalinate della Villa e, appena in cima, suonò una campana e un inserviente venne ad aprire la porta facendoli accomodare. La piccola ebbe paura di camminare sui tappeti temendo di sporcarli ma l'inserviente li incoraggiò dicendo che erano attesi nel salotto degli ospiti. Poi, aprendo due porte di colore avorio, si ritrovarono in un grande salone pieno di divani dorati, tavolini intarsiati e quadri; alla bimba qualche dipinto incuteva paura. Appena arrivati, la nobildonna li salutò affettuosamente e, capendo che Lisetta era un po' stordita e disorientata, li accarezzò dicendo a 41Giuseppina

Nino di sedersi dove gli fosse più


comodo. “Sapete – disse - mi capita spesso di vedervi da queste parti, specialmente all'ingresso, e mi siete molto simpatici”. La piccola si presentò dicendo che Nino era un amico che aveva conosciuto da donna Peppina; camminavano sempre con il cane Nerone perché i ragazzacci lo prendevano in giro e gli tiravano pietre. La principessa gli si avvicinò e, guardando la testa del povero uomo, gli occhi si riempirono di lacrime. Una cameriera entrò con un vassoio luccicante, pieno di biscotti, dolcini e caramelle. Nino però aveva difficoltà a mangiare, sbavava un po'. La principessa capì la situazione al volo e agitò un campanellino; arrivò la cameriera e le disse di mettergli una bavetta. Il giovane mangiò un po' di tutto e sorridendo balbettava: “dadà, dadà”. Da dietro le finestre proveniva un forte cinguettio di uccelli e l'odore dei pini invadeva tutto il salone. “E' proprio bello abitare qui, essere ricca come lei - disse la bimba alla signora- qui si vive bene. Ci sono gli alberi, i fiori per compagnia e tutte queste meraviglie fanno sognare. Da grande, se divento bella come lei, vorrei sposare un re e, senza offendere nessuno, magari un principe”. Si rammaricava di non potere piacere a nessuno per il viso pieno di lentiggini e, a causa della sua pelle molto chiara, di


essere

costretta a camminare all'ombra per non scottarsi.

Raccontò di essere andata dal dottore per risolvere il dramma delle lentiggini e questi le consigliò di fare bagni di luna. “Comunque – disse- se mi sposo con un re o con un principe, Nino sarà sempre con me. La servitù gli farà l'inchino, gli fabbricherò un letto d'oro e nessuno gli farà più male. La principessa ascoltava divertita e commossa le disse: ”Vedi, tutti gli oggetti che sono in questo palazzo sono belli, di valore, ma la ricchezza più importante è quella del cuore, che deve essere ricco di bontà e di amore. Se non si è buoni dentro, tutto è superfluo e gli oggetti di valore diventano effimeri. Tu sei ricca dentro e se seguirai i tuoi sentimenti, la vita per te sarà bella, favolosa, spettacolare” - concluse la nobildonna. Fece bere loro acqua molto fresca e in un sacchetto di carta mise caramelle e

biscotti. Congedandosi da loro, infine, li

abbracciò. Al ritorno Saverio li accompagnò e lungo la strada Lisetta iniziò a canticchiare mentre Nerone scodinzolava. Ogni tanto la bambina

si fermava dicendo

che

bisognava respirare

profondamente per sentire l'odore della zagara che il venticello trasportava. Il viale era pieno di farfalle, la bimba pensava che le girassero attorno per farle festa. Il canto degli uccelli era soave, ogni tanto si udiva qualche suono particolare e, per la


gioia, la bimba cominciò a danzare. “Certamente - si diceva - il Paradiso deve essere proprio così: pieno di profumi, alberi e dolci melodie che inebriano gli animi”. Ogni tanto dai pini cadeva qualche pigna. Lisetta ne prese una per portarsela e disse: ”Gli alberi sono generosi: danno ombra, profumi, fanno tanta compagnia e a me danno una pigna per ricordo”. Quando arrivarono all'ingresso, era troppo tardi per raccontare a donna Innocenza l'accaduto e, felice, la bimba le mandò un bacio con la mano e con Nino e Nerone si avviarono verso la casa di donna Peppina, colei che si prendeva cura di Nino. Questa, quando li vide, disse che doveva fare la doccia a Nino e poi farlo riposare; baciando la bimba

le raccomandò di

andare subito a casa. Di tanto in tanto Lisetta con Nino e Nerone faceva delle lunghe passeggiate; la loro meta preferita era quella di andare da donna Concetta a ziccusa42. La bimba era contenta; Nino, camminando, portava sempre la coppola mentre Nerone gli stava accanto. Alcune volte bisognava aspettare donna Concetta che andava nelle vicinanze a vendere le uova o qualche coniglio. La 42tirchia


vecchietta coglieva l'occasione per comprare un po' di vino ma i commercianti la conoscevano molto bene e al momento di pagare diceva che di soldi non se ne trovava addosso. Quando ritornava, li salutava frettolosamente: apriva il cancello, entrava nel cortile e contava a una a una le galline, i conigli, i tacchini e controllava tutto poichĂŠ temeva di essere stata derubata. Dopo avere finito la conta, li faceva entrare dal cancello, legava Nerone e poi cominciava a parlare con loro. Li riempiva di complimenti e si preoccupava per Lisetta che era troppo rossa per il sole che aveva preso. Avvicinava la capretta e mungeva, poi dava il latte ai due amici che bevevano volentieri. Inoltre offriva loro tanta frutta fresca, appoggiando tutto su un tavolo di pietra. Loro erano contenti perchĂŠ, nel silenzio della campagna, si sentiva il rumore del treno che passava nelle vicinanze. Gli uccellini, indisturbati, si posavano a beccare la frutta appena colta e la vecchina diceva di continuare a mangiare perchĂŠ erano esseri innocui. Dopo un po' Nino si saziava, sdraiandosi per terra sotto il pergolato di uva e iniziando a dormire. La bimba voleva essere di aiuto a donna Concetta e le propose di aiutarla a imboccare il tacchino, dandogli il granoturco. “E' una buona idea quella tua- disse il vecchietta- perchĂŠ io


impiego tanto tempo”. La signora teneva il becco del tacchino aperto e Lisetta, prendendo i chicchi di granoturco,

li faceva scendere

lentamente nella gola del tacchino. Quando capiva che il piccolo animale era sazio e non voleva più niente, lo mandava fra le altre bestie e lui, come per ringraziare, faceva la ruota. La vecchietta, all'improvviso, passandosi la mano sulla fronte, disse di essersi dimenticata di darle una caciotta che le mandava don Pietro, un uomo dalle guance rosse e con due baffetti e un viso molto simpatico. Don Pietro, vicino di casa della vecchina, aveva una stalla enorme con delle mucche. Prima che il sole fosse troppo cocente, la vecchia signora consigliò ai due di andare, ma non dimenticò di dare il cestino con le uova e annodò un fazzoletto di seta sul capo della bimba per ripararsi dai raggi infuocati del sole. Mise la caciotta in un paniere, un po' di frutta e le uova, diede loro un bacio e dicendo: “Dio vi benedica” li salutò nuovamente e i tre si avviarono per la via. Lungo la strada Lisetta cantava, ma non appena cominciò a fischiettare, si affacciò alla finestra la signora Nina e la invitò ad ammirare il suo roseto. Vicino al roseto c'erano le calle, sembrava profumassero di rose. La bambina presentò Nino e


quando andarono via la signora regalò loro fichi appena colti. La strada da percorrere era un po' lunga e il Corso Butera era (è) tutto in salita. A un tratto la bimba vide un’enorme villa che la gente chiamava Palazzo “Inguaiato” e pensò che chi vi abitasse dovesse avere molti guai. Nell'androne c'era una targa con la dicitura “Palazzo Inguaggiato”. La piccola sorrise e pensò che essere analfabeti fosse una grande disgrazia e si ripromise che, non appena fosse diventata più grande, avrebbe insegnato a Nino a leggere e scrivere per non commettere errori. Il giovane, vedendola ridere, sorrise anche lui e Nerone scodinzolò. Il corso Butera era percorso da piccole carrozze

che

trasportavano le persone provenienti dalla stazione ferroviaria e se ne serviva per andare in piazza. Passavano carretti trainati da cavalli o da asinelli; talvolta erano pieni di limoni o di sacchi di farina. Percorrere il corso in salita, con il caldo, era un po' faticoso e i due, in mancanza di panchine, per riposarsi un po' si sedettero sui gradini antistanti a un portoncino mentre Nerone si sdraiò per terra. Dopo essersi riposati, la bimba li invitò a proseguire dicendo loro che non appena giunti in piazza Madrice, dove c'era una grande fontana, si sarebbero bagnati i capelli e avrebbero


spruzzato acqua su Nerone per rinfrescarlo dalla calura rovente. Mentre camminavano, il cane cominciò ad abbaiare e una pioggia di limoni e pietre, tirate con violenza da piccoli delinquenti e seguite da insulti, colpì Nino che in un attimo diventò una massa di sangue. Il cane cominciò ad abbaiare mentre Lisetta chiedeva aiuto. Forse per il troppo caldo cominciò a piovigginare e

Lisetta pensò che le nuvole,

dispiaciute per l’accaduto, avessero iniziato a piangere. Subito si accostò una motoape molto grande piena di mercanzia e un uomo molto robusto con un bastone di ferro cominciò a inseguire i ragazzacci che, in un baleno, si dileguarono. L'uomo si presentò, disse di chiamarsi Totò43 , e prendendo un lenzuolo da una scatola avvolse la testa e il corpo di Nino. Li fece poi salire, aiutandoli, sulla parte posteriore della motoape mentre Nerone si accovacciò su degli stracci. L'uomo disse loro che se durante il tragitto avessero avuto bisogno di qualcosa lui si sarebbe fermato per aiutarli. La bimba lo ringraziò dandogli del lei, ma lui si schernì dicendo che voleva essere chiamato solo Totò. Mentre la motoape saliva barcollando per il troppo carico qualcuno gridò: “ehi Nino, hai fatto la guerra”? Totò dal finestrino uscì un braccio e con la mano fece le corna e disse: “Cornuti e disonesti”! Al pronto soccorso trovarono donna 43Salvatore


Peppina che piangeva: si occupava di Nino come fosse suo figlio, gli voleva un gran bene e faceva tutto gratuitamente. I dottori e gli infermieri impiegarono molto tempo per medicarlo, gli ingessarono un braccio e, con un'ambulanza, lo accompagnarono a casa di donna Peppina. Nino dovette stare a letto molto tempo, durante la sua infermità andava a trovarlo Totò che gli portava sempre qualche dolcetto mentre donna Peppina lo imboccava con tanta cura. Le visite di Lisetta erano frequenti: andava con la sua nonnina che accarezzava l'infermo dolcemente sulla fronte e cessava per un po' di lamentarsi. ”Coraggio- lo esortava la nonnina - non appena sarai guarito, verrai a casa mia, giocheremo insieme a carte e ci divertiremo”. Nino gemendo sorrideva.

Era già autunno quando si riprese, ma da allora non uscì più da solo, era sempre accompagnato da donna Peppina. La signora abitava in via Russo Bonavia, una stradina parallela al corso Umberto vicino a Villa Trabia e a pochi passi da Villa Valguarnera. Di tanto in tanto lo portava fuori prendere un po' d'aria e Lisetta

per fargli

andava con loro molto

volentieri. Un giorno si avviarono verso Villa Palagonia chiamata “villa


dei mostri”. Nino, alla vista di quei maestosi e mostruosi pupi, gridò. Lisetta, anche lei impressionata, si vergognò a gridare ma tremava. “Non dovete avere paura- disse la vecchietta - ho qui le chiavi della chiesetta, metto i fiori freschi e poi andiamo via”. La bambina si guardava intorno e vide un sedile sopra il quale c'era un omino fatto di tufo che dormiva. Pensò che il principe ideatore della villa lo volesse immortalare così perché si ubriacava. La vecchietta, osservando la bambina impallidita dalla paura, disse che il principe era un po' strano e per fare dispetti alla moglie volle collocare tanti mostri sopra le mura che racchiudevano la villa. La bimba impaurita osservò i mostri e vide che accanto a questi crescevano i fichi d'india che il sole di ottobre faceva maturare e alcuni erano rossi. L'autunno in Sicilia somiglia un po' alla primavera: vi sono giornate calde, piene di sole e le foglie si colorano. Alcune diventano gialle e un po' marrone e, quando soffia lieve il vento, per terra si formano tappeti variopinti. Lisetta ammirava la scalinata che portava al salone degli specchi, ma si rifiutò di entrarvi poiché temeva di vedere altre statue di esseri deformi. Donna Peppina, notato il pallore dei giovani, li invitò ad andare via e a tenersi su dicendo loro che erano stati invitati per il pomeriggio del giorno dopo dalla principessa di Trabia che aveva organizzato una piccola festa.


Un giardiniere era andato dalla vecchietta per riferirlo ai suoi piccoli amici. Alla festa avrebbero partecipato alcuni nipotini della nobildonna. La festa si svolse sotto gli alberi della pineta, furono trattati in maniera molto gentile, anche donna Peppina, che per l'occasione indossò l'abito migliore e uno scialle nero di seta. Volgendo la festa al termine, la signora li fece salire per una scalinata bellissima che immetteva in un salone. Parlando sottovoce chiese a donna Peppina se avesse bisogno di aiuto economico per accudire Nino, ma questa, ringraziandola, rifiutò dicendo che aveva bisogno

soltanto della Divina

Provvidenza e dal lato economico stava bene. La nobildonna accarezzò tutti e si accomiatarono. Lisetta e la sua nonnina, nel tardo pomeriggio, andavano a trovare Nino portandogli le sfingi zuccherate che erano morbide e che poteva inghiottire pian piano. Alle volte trascorrevano la serata giocando a carte con la nonnina di Lisetta e loro facevano in modo che vincesse sempre Nino prendendo tutte le caramelle in palio. Ogni

tanto donna

Peppina li invitava ad andare a recitare il rosario, tutto in


dialetto, nella minuscola cappella del S.S. Crocefisso che si trovava sotto il porticato di Villa Valguarnera. Con loro veniva anche Nino e mentre recitavano preghiere, suppliche e giaculatorie in dialetto, il giovane si sdraiava su un sedile e aspettava di ritornare a casa. Era una calda domenica di ottobre quando Totò propose ai due amici di fare un giro per il paese a bordo della motoape. La bimba fu contenta, esultava, e con Nino e Nerone si sedettero nella parte posteriore della motoape su alcuni cuscini lì disposti. Totò mostrò loro la parte alta di Bagheria; a un tratto si fermò indicando Villa Spedalotto(n'Arizzu). I proprietari tenevano sempre chiuso il cancello dell'ingresso e non era possibile visitarla. Proseguendo per via degli Oleandri, poterono ammirare Villa Rosa dall'esterno. La bimba era entusiasta di tanta bellezza, ma anche in questa Villa non si poteva accedere

e lei

cominciò a sognare

da dietro il

cancello. Totò disse che loro erano molto importanti per lui e voleva fare conoscere molti luoghi di Bagheria. Proseguì verso la chiesa delle Anime Sante dove, nei tempi andati, nella parte posteriore c'era il cimitero e, quando vi fu il colera, vi seppellivano i


defunti;

prima

era

chiamata

Chiesa

del

Miserere

e,

ingrandendosi il paese, per la legge napoleonica il cimitero fu tolto. Il signor Pittalà, uomo facoltoso e sindaco di Bagheria, fece ricostruire la chiesa rendendola la più bella della cittadina. Tuttora vi sono molti intarsi, statue e dipinti murali di pregevole fattura. A un tratto la piccola cominciò a piangere avendo saputo di tutti quei morti causati dalla pestilenza; Nino la guardava rattristato. Totò disse: “Che sciocco sono stato! Ai bimbi discorsi pesanti non se ne fanno. Bando alla tristezza, vi accompagno in un luogo che non avete mai visto”. Passando dalla piazza principale s’immisero nel corso Butera e da lì, superata la strada ferrata, proseguirono per una via diritta: Corso Baldassare Scaduto, che era pieno di alberi ombrosi. La bimba cominciò a sentire l'odore del mare, capì che erano avviati verso Aspra e i suoi occhi s’illuminarono per la gioia. Gli alberi ai lati della strada erano curati e potati in un modo che, a una certa altezza, formassero una galleria verde che dava tanta ombra. Proseguirono il viaggio verso Aspra ridendo e cantando per la felicità. Nino non appena vide il mare cominciò a gridare: aveva una grande paura e si avvicinò a Totò per farsi proteggere. Lui gli prese la mano per rassicurarlo e insieme si avviarono verso la piazzetta, dove erano tenute in


secco molte barche, nel caso fosse arrivato un temporale o qualche mareggiata. I raggi del sole risplendevano impietosi sul mare e alcuni ragazzi si tuffavano facendo capriole. Anche il cane fece il bagno, poi si rotolò sul bagnasciuga facendosi cullare dalla risacca. Totò diceva che Aspra era la “perla”di Bagheria e nessun mare era migliore di quello. Tutti amavano il proprio paese, ma avere quella borgata marina era come possedere un grande tesoro. Durante la naia44 sulle alte montagne aveva nostalgia del mare di Aspra. Il profumo delle acque cristalline era inebriante e Lisetta si sedette su una barca, fantasticando di remare e di arrivare nel golfo di Palermo dove erano ormeggiate navi pensando che, una volta giunta al porto, potesse salire su una nave e visitarla. Più tardi Totò invitò i tre amici a salire sulla motoape. Si avvicinava l'ora di pranzo e comunicò che, arrivati a casa di donna Peppina, doveva fare una sorpresa. Soddisfatti della bella gita, salirono

per il paese. Il cane

scodinzolava, Lisetta cantava e Nino le faceva eco con il suo “dà dà dà”. Giunti a casa di donna Peppina, Totò si sedette vicino al tavolo e, parlando a voce bassa, fece la proposta di prendere Nino come aiutante. Non doveva far niente di particolare, soltanto stare seduto nella parte posteriore della 44ferma militare obbligatoria


motoape e bandire la merce che l'uomo vendeva; proponeva di tutto, vestiti per donna, per bambini, maglioncini di lana. Donna Peppina acconsentì e per alcuni giorni fece provare a Nino come bandire la merce: lui lo faceva a modo suo. Una settimana dopo il giovane si mise al lavoro, il venditore passava per le vie del paese e l'aiutante avrebbe dovuto bandire così: ”Abbiamo vestiti per grandi e bambini”. Nino, invece, bandiva in questo modo: “Vinniemu picciriddi ri lana45”. motoape

Le massaie sorridevano nel sentirlo e quando la si

fermava

per

vendere

la

mercanzia,

si

complimentavano con il giovane facendogli qualche carezza. A poco a poco tutti sorridevano nel sentire Nino che bandiva la merce e lui era molto fiero di questo lavoro. Cominciarono a rispettarlo e, in particolar modo nel quartiere del Carmelo, dove l'uomo-bambino abitava, le persone erano contente che avesse trovato, grazie ad alcune persone con un grande cuore, un po' di serenità. Questo racconto è dedicato non solo alla memoria di Nino ma a tutte le persone disabili che hanno bisogno di essere capite, aiutate e soprattutto di tanto affetto.

45vendiamo bambini di lana


Termino offrendovi una poesia che ho composto in un periodo triste della mia vita. Vi esorto ad accettare sempre la vita così come si presenta; in ogni caso dobbiamo viverla al meglio delle nostre possibilità. Vi ringrazio. “La vita non è che la continua meraviglia di esistere” Tagore IL GABBIANO ED IO Sola sola, sul solito scoglio; osservo il tuo lacrimare, ed io, piano mi libro verso il mare, guizzo nell'aria, non senti che ti osservo? Tu piangi ed io non so cosa fare! Ti vengo vicino, poi guizzo. Non gradisci la mia compagnia? Non senti lo sciabordio delle onde? Tu guardi nel vuoto e stringi lo scoglio, non è così che io ti voglio! Se sono triste mi rallegrano il sole, il cielo,il mare, di notte la luna mi fa sognare. Sorridi, non andar via, anche se senti un canto un po' strano, piango, è un pianto quasi umano. Io piango per te e sono solo un gabbiano. Lisetta Bonura


SOMMARIO

..................................... pag. 2

 Breve introduzione  Bastiano

..................................... pag.

 Gelsomina “la pasionaria”

..................................... pag.

..................................... pag.

I gemelli , Vecchietti e galline

 

..................................... pag.

Le serate estive Una

calda

serata

movimentata

..................................... pag.

La campagna e il nonno

..................................... pag.

Il temporale

..................................... pag.

Una calda giornata di

..................................... pag.

Agosto 

La vendemmia

..................................... pag.

Il prete

..................................... pag.

I venditori ambulanti

..................................... pag.

L’inverno

..................................... pag.

Donna Tresa e Cola

..................................... pag.

Mummina la fattucchiera

..................................... pag.

L’asino Giusto

..................................... pag.

Libero Sarino!

..................................... pag.

 

Miccione e Nofriu “lo squartatore”

..................................... pag.

La televisione

..................................... pag.


Il mese di Dicembre

..................................... pag.

Il mondo di Lisetta. Nino

..................................... pag.

e gli altri amici 

Il gabbiano ed io

..................................... pag. ..................................... pag


“Bagheria- Il mondo di Lisetta” di Lisetta Bonura (2012) Illustrazioni a cura di Angela Vitale, Giò Testa In copertina: rappresentazione di Villa Valguarnera

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