Testualmente. Indagini sul testo Pagine aperte Rifletto e scrivo Dietro le parole
miriam cividalli le sagome fuggenti dei gelsi
Il memoir di Miriam Cividalli Le sagome fuggenti dei gelsi. Una bambina ebrea, le leggi razziali, la memoria, affida ai ricordi di bambina il racconto dei tragici eventi che hanno investito la sua famiglia di origine ebrea in seguito alle leggi razziali promulgate dal Fascismo nel 1938. Questo diario intimo ripercorre gli anni dell’offesa della persecuzione, rievoca i momenti della paura di essere scoperti e denunciati e l’angoscia di una fuga verso la salvezza in una terra che accoglie ma che provoca al contempo il disagio di sentirsi stranieri. Il dolore per la perdita definitiva dei famigliari e la vita che alla fine riprende inevitabilmente il suo corso naturale sono ritagli di una microstoria che incrocia i grandi eventi e ne rimane trafitta. Il testamento dell’autrice impone a tutti il valore della memoria e la necessità di raccontare perché il virus del razzismo è sempre presente e avvelena l’aria, soprattutto nei momenti di crisi di valori e di turbolenze economiche e sociali.
Miriam Cividalli
Le sagome fuggenti dei gelsi U n a b a m b i n a e b r e a , l e l e g g i ra z z i a l i , l a m e m o r i a
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Cosmo Iannone Editore
Miriam Cividalli
le sagome fuggenti dei gelsi Una bambina ebrea, le leggi razziali, la memoria
a cu ra di Lu cio Cass o n e
Cosmo Iannone Editore
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Cronache libere Scheda p. 89
Ho ritrovato, in fondo ad un cassetto, un mio vecchio quaderno, uno di quelli neri con la copertina un po’ lucida. Sul frontespizio avevo scritto: Miriam Cividalli, Cronache libere. Avevo allora poco più di dodici anni ed ero stata promossa in terza media. Quei temi erano i miei compiti per le vacanze. Era l’estate del 1943 e io la passavo in campagna, in Toscana. Mentre li rileggo mi sembra di rivivere quei lontani momenti e mi stupisco: parlo di una vita famigliare ancora serena. Ep pure c’era la guerra, ricordo benissimo bombardamenti nelle vicinanze e avvenimenti politici gravi. Di tutto questo nelle mie cronache non trovo traccia. Descrivo la mietitura come si svolgeva allora, con le donne, con la pezzuola in capo, issate sulla trebbiatrice, intente a scio gliere i covoni, e gli uomini con i forconi. E nell’aia in fermento il pagliaio prendeva quella caratteristica forma conica in uso nella campagna toscana di allora. Scrivo della vecchia villa, della fat toria, dei carri agricoli trainati dalle vacche su cui spesso noi ragazzi ci arrampicavamo. Oggi mi chiedo perché in quel quaderno non raccontassi l’im pressione provata quando vedemmo sulle colline intorno accen dersi tanti falò e venimmo a sapere che era caduto il fascismo; perché non parlassi delle speranze nate allora, ben presto deluse, che la guerra finisse e finissero per noi ebrei, cittadini italiani le discriminazioni instaurate con le leggi razziali nel 1938. Forse, mi dico oggi, sapevo che allora gli adulti considera
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vano non adatti a noi certi argomenti, forse io stessa temevo di parlarne, non capivo bene come farlo. Nei mesi successivi, dopo l’invasione tedesca e l’inizio della persecuzione, non scrissi mai un diario. Allora lo feci di propo sito, perché temevo che sarebbe potuto diventare un elemento di pericolo se fosse caduto nelle mani “sbagliate”. Tanti anni sono passati, ma nel profondo è rimasta una ferita o forse qualcosa di simile a una cicatrice che continua a dolere ogni volta che la sfioro. Quei temi io non potei consegnarli: non potei frequentare la terza media. Passarono quasi due anni prima che potessi di nuovo tornare a scuola. Ho rimesso insieme questi miei vecchi ricordi e li dedico ai ragazzi che oggi frequentano quella classe.
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1. A scuola Scheda p. 91
Perché no? Perché io no? Proprio non lo capivo. Quella mattina la maestra ci aveva parlato a lungo della divisa che avremmo dovuto indossare. Ne aveva descritto tutti i particolari: la gonna nera a pieghe, la ca micetta bianca e la fascia con la emme metallica, l’iniziale del nome di Mussolini, il Duce! Saremmo state tutte in fila, tutte in divisa, per una cerimonia importante. Io sapevo, naturalmente, che la maestra aveva sempre ragione. Ero l’alunna più piccola, ero entrata direttamente in seconda avendo studiato privatamente per l’esame di prima. Mi sen tivo ormai parte della classe, anche se tra noi, alunne di una sezione femminile numerosa, non c’erano molti rapporti. Nei pochi minuti della ricreazione venivamo scortate al bagno e poi potevamo tirare fuori la merendina dalla cartella. Non ricordo momenti di gioco. Quel giorno, all’uscita da scuola, ero corsa eccitata e felice incontro al babbo che mi aspettava fuori. Ma lui, scuro in volto, subito aveva detto di no, che la divisa non me l’avrebbero comprata. Ero scoppiata a piangere. Ma per ché no? Mi misi a singhiozzare disperatamente. Tutte, anche le bambine povere, avrebbero di sicuro indossato la divisa e noi non eravamo poveri. Cercando di farmi capire le ragioni del suo rifiuto, mio padre mi disse: — Insomma, se uno avesse dato uno schiaffo a tuo padre, tu,
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il giorno dopo, andresti a pranzo da lui? Non capivo e continuavo a singhiozzare. Se il babbo fosse stato più esplicito e mi avesse detto: «Il signore per cui si farà questa festa è una persona malvagia, che vuole fare del male a tutti gli ebrei come noi», avrei accettato il suo verdetto. Ma il motto dei miei genitori era tenere le figlie all’oscuro, per tentare di salvaguardarle. Ma io non mi rassegnavo. Alla fine si arresero e la mamma mi condusse a comprare l’agognata divisa. Seppi solo molto tempo dopo che i miei genitori, vedendo la mia disperazione, erano andati a chiedere consiglio alla maestra ed erano stati da lei rassicurati: non saremmo assolutamente state accompagnate ad applaudire Hitler di passaggio a Firenze insieme a Mussolini (maggio 1938), ma avremmo semplicemente partecipato, in ambiente scolastico, a una cerimonia fascista celebrativa. E venne il giorno tanto atteso. Mi recai a scuola tutta trepi dante. Regnava nell’edificio una certa confusione e in aula, fra le bimbe, si sentiva un insolito, fervido bisbigliare. Anche le inse gnanti sembravano condividere la nostra eccitazione. Quando iniziarono a passare nel corridoio le prime classi che si recavano in cortile, la mia maestra mi chiamò, mi prese per mano e, senza dirmi nulla, mi condusse fuori. Scambiò poche parole con una sua collega a cui mi affidò. Smarrita, mi ritrovai in fondo ad una fila di bambine scono sciute e dovetti stare in piedi, sola, sull’attenti, dietro a tutte le altre, proprio a ridosso del muro della scuola. Davanti si schie rarono tutte le classi. Io vedevo solo la schiena delle alunne alli neate davanti a me e non sentivo nulla. E di nuovo mi chiesi: perché? Cosa avevo fatto di male? Mi pareva che fosse passato tanto tempo quando alla fine ri
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entrammo e fui riconsegnata alla mia maestra. La mia classe era già lì. Le mie compagne mi guardarono di sottecchi, sussur rando tra di loro. Non raccontai a casa quello che era successo, mi vergognavo troppo. Per la prima volta mi ero sentita “quella diversa”: capivo con fusamente che mio padre aveva avuto ragione. Una fotografia mi ritrae vestita da figlia della lupa.
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8. Non posso non sapere Scheda p. 104
Lo zio Renzo restò in campo di concentramento fino all’ottobre del 1941 a Urbisaglia, luogo molto distante da Ferrara. Mia cu gina Dori si ricorda del viaggio lunghissimo intrapreso quando ebbero il permesso di andare a far visita a suo padre In seguito fu mandato dai fascisti a Bologna e internato in una casa di cura per malati di mente! Non era un ambiente piacevole, ma almeno era più vicino a casa. Una volta durante quell’inverno avemmo il permesso di an dare a Bologna a trovarlo e ci recammo, tutti quanti insieme, a mangiare al “Pappagallo”, un ristorante famoso dove lo zio era conosciuto. Nonostante fossero tempi di restrizioni ci portarono lo stesso le lasagne, molto buone. Ci distribuirono anche delle bustine di formaggio grattugiato e noi le mettemmo in tasca, per gustarle in seguito. Poi il babbo ebbe la grande idea di condurci al circo. Non ci eravamo mai stati e ci parve meraviglioso, ma mio padre disse che prima della guerra era stato molto, ma molto più bello. Verso sera, mentre aspettavamo nell’atrio della stazione ci si avvicinò una bambina più o meno della nostra età, magra e male in arnese. Un po’ lontano sostava un uomo che suonava una fisarmonica. La bambina reggeva una gabbia con un uccellino e, in cam bio di un’elemosina, offriva dei foglietti colorati con la “buona fortuna”. Il babbo le dette una monetina, ma non volle prendere il foglio.
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Tirai fuori la mia bustina di formaggio e la porsi alla piccola zingara: in un istante essa l’afferrò, ne strappò un lembo, buttò indietro la testa e se ne versò il contenuto nella bocca spalan cata! Anche la Dori e la Carla le dettero allora le loro bustine. La bambina cominciò una specie di danza di ringraziamento frenetica e avrebbe voluto darci tanti foglietti, ma la nonna Isa non glielo permise. La piccola mendicante continuò a saltellarci accanto fino a che non venne per noi il momento di entrare in stazione: un cancello impediva allora l’accesso a chi non era munito di biglietto. Continuammo a scambiarci sorrisi e cenni di saluto finché non ci perdemmo di vista. A mezza voce la
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mamma disse qualcosa a proposito del “non voler sentir parlare dei bambini poveri”. Mi resi conto che voleva farmi riflettere. In treno, con la fronte appoggiata al finestrino, guardavo nell’oscu rità crescente le sagome fuggenti dei gelsi: la gioia di quella gior nata era sparita. Il nonno Giacomo stava male, passava le sue giornate in poltrona. Lo vedevamo poco ma dovunque ci trovassimo nella grande casa dello zio o anche in giardino, ci raggiungeva ogni tanto il suo grido stentoreo: — A son stuf! Morì nel dicembre del 1941 e allo zio fu consentito venire da Bologna per assistere al funerale. Noi bambini quel giorno fummo mandati altrove dai nostri genitori. Poco dopo, nella primavera del 1942, senza motivo apparente, lo zio Renzo fu li berato e poté tornare a Ferrara. Dai Bonfiglioli capitavano allora spesso visitatori, vi erano riunioni di amici e conoscenti e credo vi partecipassero tutti gli esponenti dell’antifascismo ferrarese. Qualche volta noi bambine eravamo ammesse nelle sale, dove era sottinteso che dovessimo comportarci educatamente e non interloquire se non interro gate. Ricordo che la mamma una volta mi presentò a Monsignor Ferrari, uomo di fiducia della curia e amico di famiglia. — Come si chiama? — Miriam. — Il nome della Madonna! Dati i tempi, il prelato dimostrava sicuramente coraggio fre quentando la casa di un noto antifascista, per di più ebreo. Una sera capitai vicino a un gruppo di persone. La conver sazione era vivace ed io ascoltavo, affascinata, soprattutto l’av vocato Teglio, in piedi lì accanto: era uno splendido parlatore, giovane, bello e intelligente.
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Era il marito di Anita, un’amica della mia mamma. Erano ebrei e non avevano figli. Nell’estate del 1944 (noi eravamo or mai lontani) ci giunse la notizia che Ugo Teglio era stato prele vato dal carcere e fucilato insieme ad altri antifascisti ed ebrei il 15 novembre del 1943 davanti al Castello Estense,4 per vendicare l’uccisione di un fascista. Anita, in tempo di persecuzione, era andata in questura a chiedere la restituzione dell’anello, dell’orologio e del portafo glio di suo marito. — Ha avuto un bel coraggio! — commentò il babbo. All’inizio del 1943 avevo cominciato ad andare a lezione da un’anziana signorina che era stata insegnante di mia madre. Fui fermata una volta per la strada da un ometto di mezza età, dall’aspetto bonario. — Dove vai, bambina? — A lezione di inglese. — risposi incautamente. — Di inglese? Non di tedesco? Capii allora che dovevo stare molto attenta a quello che avrei detto. — No, no: il tedesco è troppo difficile! Disse qualcosa a proposito della bellezza della lingua tedesca e poi cominciò a farmi domande sulla mia famiglia, su chi ve niva in casa, sullo zio e di cosa si discorreva… Ero stata abituata a rispondere sempre con rispetto agli adulti e cercavo di tergi versare. Dopo un po’ esclamai: — Scusi, devo scappare, sto facendo tardi a lezione!
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In memoria dell’eccidio è posta lì una lapide.
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Schede didattiche
Il testo è corredato da un apparato didattico composto dalle seguenti sezioni: • Testualmente. Indagini sul testo: propone esercizi di comprensione dell’intreccio narrativo.
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Pagine aperte: approfondimento sui personaggi, i luoghi, gli eventi storici anche attraverso l’utilizzo di documenti di rilievo storiografico.
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Rifletto e scrivo: esercizi di scrittura per riflettere sulle tematiche emerse dalle pagine del racconto.
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Dietro le parole: ricerca lessicale ragionata.
CAPITOLI 10–11
Tutti i nodi vengono al pettine: l’Italia in guerra subisce gravi sconfitte e ciò contribuisce alla caduta del Fascismo sancita con la drammatica seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943. La speranza degli italiani è spazzata via in breve tempo: dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, inizia la guerra civile tra i sostenitori di Mussolini e gli antifascisti. Per la famiglia di Miriam è un periodo di grande travaglio fatto di spostamenti, fughe, amici e parenti che scompaiono e il cui destino, in alcuni casi, si saprà solo a guerra terminata.
TESTUALMENTE. INDAGINI SUL TESTO Capitolo 10 Subito dopo l’8 di settembre 1943, in Italia cominciano a farsi sentire i primi effetti del mutamento del fronte militaQuali sono i segnali?
re.
Il papà di Miriam avverte il grave pericolo che incombe sulla propria famiglia e per questo scrive una lettera indirizzata ai genitori. Che cosa comunica di così importante?
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Nonostante tutto, il papà di Miriam ritiene che sia più sicuro rimanere in Italia. Su che cosa basa tale convinzione?
Capitolo 11 Inizia la fase della fuga e della dispersione. Dove si rifugiano in un primo momento?
Che cosa fa capire al papà di Miriam che non è possibile rimanere senza correre il rischio di essere arrestati e deportati?
In quale stato europeo pensano di rifugiarsi e perché questa scelta?
PAGINE APERTE Come identificare gli ebrei Nelle pagine che hai appena letto, si racconta che il padre di Miriam è colto da una grande paura perché un giorno un signore lo chiama da lontano mentre cammina per strada. Certamente quell’uomo non ha cattive intenzioni nei suoi confronti ma la cosa è ugualmente pericolosa perché è proprio attraverso il nome che un ebreo
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poteva essere identificato. Le modalità di identificazione erano molteplici. Innanzitutto i tedeschi apponevano sul documento di identità la lettera “J” che sta per “Jude”, ebreo. La stella di Davide sul petto o sul braccio erano un segno inequivocabile di appartenenza. Tuttavia non sempre era possibile avere simboli così evidenti, anche perché i documenti potevano essere falsificati. Allora, un altro modo per “scovarli” era quello di controllare gli elenchi delle parrocchie: i non battezzati erano quasi sicuramente ebrei. Anche il controllo attraverso ispezione intima poteva verificare se le persone sospette erano circoncise oppure no. Infine, non mancavano le spie appartenenti alla polizia segreta che si serviva, oltre che dei propri agenti, anche di persone comuni, amici o vicini di casa che per ragioni diverse fornivano notizie all’OVRA. A un certo punto gli ebrei dovettero muoversi con molta circospezione perché le spie potevano nascondersi ovunque. Un clima di sospetto e di tensione alimentò la paura e questa consigliò a molti la fuga dall’Italia. Chi non poteva permetterselo, perché l’espatrio aveva un costo elevato, tentava in tutti i modi di nascondersi in località dove nessuno potesse riconoscerlo.
RIFLETTO E SCRIVO Vivere nella paura è una condizione terribile. Il timore che qualcuno possa farti del male ti porta a diffidare di chiunque. La conseguenza è l’isolamento, la morte delle relazioni interpersonali, la nascita di un sentimento di profonda solitudine. Miriam riesce a superare momenti di grande difficoltà perché conserva un sistema di relazioni calde all’interno della famiglia. Hai mai provato paura? Come l’hai affrontata? Quale ruolo ha avuto la famiglia/gli amici nel superarla? Esponi il tuo punto di vista.
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DIETRO LE PAROLE Confisca
OVRA. Si tratta di un acronimo che sta per
Campo di concentramento [lager]
CAPITOLI 20–21
Il soggiorno in Svizzera come profughi italiani continua tra alterne vicende. Miriam è iscritta a una scuola di Bex, cantone di Vaud, chiamata “La Pelouse”, ma nel frattempo si ammala ed è costretta a un ricovero ospedaliero durato tre mesi. Finalmente nel maggio del 1945 arriva la notizia della fine della guerra. Il ritorno a Milano sventrata dai bombardamenti e la partenza per la campagna toscana concludono questa terribile esperienza.
TESTUALMENTE. INDAGINI SUL TESTO Capitolo 20 Perché la mamma di Miriam vuole iscriverla alla scuola “La Pelouse”?
Che cosa rende difficile la vita di Miriam a “La Pelouse”?
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La direttrice Mademoiselle Hemmerlin ha l’abitudine di leggere agli studenti, prima delle lezioni vere e proprie, brani tratti da un grande romanzo. Quale?
Purtroppo si riaffaccia la malattia. Che cosa succede di brutto a Miriam nel periodo della “Pelouse”?
Capitolo 21 Ricorre il compleanno di Miriam e il papà le fa un regalo di cui lei è molto contenta. Qual è il commento del padre? Sottolinea nel testo e riporta negli spazi vuoti.
A maggio la grande notizia. Quale?
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Una volta giunti a Milano, quale aspetto della città colpisce Miriam?
A riportarli in Toscana è il Dani che si presenta con una macchina. Quale?
PAGINE APERTE Nel racconto si dice che Miriam è iscritta all’école nouvelle “La Pelouse” di Bex. Il termine francese “école nouvelle” sta per scuola nuova o scuola attiva. Si tratta di un indirizzo pedagogico di inizio ‘900 che rinnova i principi e la metodologia dell’insegnamento, coinvolgendo l’intera organizzazione scolastica. La scuola attiva si propone di valorizzare la libertà e la spontaneità degli alunni attraverso la costruzione di una relazione docente-discente non più direttiva e unilaterale ma orientata alla libera espressione delle energie e della creatività dei ragazzi. Quindi non più lezioni lunghe e verbose che hanno come centro l’insegnante, ma gruppi di lavoro e di ricerca nei quali la scelta dei documenti, l’organizzazione e lo studio sono fortemente centrati sugli interessi autentici degli allievi. Tra i principali sostenitori della scuola attiva in Italia troviamo, tra gli altri, Maria Montessori e Rosa e Carolina Agazzi. A tale pedagogia si ispirano anche i tanti “Villaggio del fanciullo” sorti in varie parti d’Italia.
RIFLETTO E SCRIVO Secondo te è più interessante e istruttiva una scuola che parta dagli interessi degli studenti? Nella tua scuola si dà sufficiente spazio alla creatività e alla libera espressione
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degli allievi? In che modo? Che cosa si potrebbe fare per valorizzare le energie e la spontaneitĂ degli alunni? Scrivi le tue riflessioni.
DIETRO LE PAROLE Botro
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Appendice fotografica
1941. Miriam e la sua famiglia
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Documento di notifica dell’espulsione del padre di Miriam dal “Circolo Ufficiali”
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La famiglia Cividalli nel 1939
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Testualmente. Indagini sul testo Pagine aperte Rifletto e scrivo Dietro le parole
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Il memoir di Miriam Cividalli Le sagome fuggenti dei gelsi. Una bambina ebrea, le leggi razziali, la memoria, affida ai ricordi di bambina il racconto dei tragici eventi che hanno investito la sua famiglia di origine ebrea in seguito alle leggi razziali promulgate dal Fascismo nel 1938. Questo diario intimo ripercorre gli anni dell’offesa della persecuzione, rievoca i momenti della paura di essere scoperti e denunciati e l’angoscia di una fuga verso la salvezza in una terra che accoglie ma che provoca al contempo il disagio di sentirsi stranieri. Il dolore per la perdita definitiva dei famigliari e la vita che alla fine riprende inevitabilmente il suo corso naturale sono ritagli di una microstoria che incrocia i grandi eventi e ne rimane trafitta. Il testamento dell’autrice impone a tutti il valore della memoria e la necessità di raccontare perché il virus del razzismo è sempre presente e avvelena l’aria, soprattutto nei momenti di crisi di valori e di turbolenze economiche e sociali.
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