RESS
Giugno
Mensile di approfondimento Direzione Editoriale: Michele Spena
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redazione: Viale della Regione, 6 Caltanissetta
S. Mingoia
Alloggi popolari a Caltanissetta, un dilemma
- Stampa: STS S.p.A. Zona industriale Vª Strada, Catania - Reg. Tribunale di Caltanissetta n° 224 del 24/02/2011
Il primo cittadino: “Sono aperto al confronto” di C. Costanzo alle pagine 24 e 25
a pagina 3
Politica e Società
Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 conv. N. 46 art. 1 comma 1. Sud /CL
SAN CATALDO
Rosario Crocetta annuncia la sua candidatura di S. Nigrelli
Anno II Num. 14
- Tel/Fax: 0934 594864
GOVERNO DELLA REGIONE
ISSN: 2039/7070
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L’intervista
PEPPE AYALA Nisseno Doc
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a grana degli alloggi popolari è semplicemente rinviata. Una guerra tra poveri annunciata che potrebbe avere esito socialmente devastante sia per gli aspiranti assegnatari di alloggi, sia per quelli che occupano abusivamente gli alloggi e sia ancora per quelli aspiranti assegnatari che da poco meno di un decennio sono in graduatoria per conseguire il diritto ad una casa. segue a pagina 2
Storia & Cultura G. Tona
“La mia giovinezza a Caltanissetta, l’ingresso in magistratura, l’amicizia con Giovanni e Paolo”
Ciaculli 1963, sette uomini “vittime del dovere” a pagina 8 e 9
L’analisi dell’esponente del Pid da Roma a Palermo
Solidarietà L. Spitali
Padre Sorce abbraccia i bimbi della Tanzania
Maira: “Punto ad un ritorno all’Ars” «Il centrodestra può ancora vincere in Sicilia ma a patto che si ricompatti su un candidato». E’ tarda sera, e Rudy Maira ci accoglie nel suo studio, che si trova in via Sardegna. Scherza, è sorridente, e ci fa accomodare nella sua stanza. E per un’ora risponde alle nostre domande sull’attuale situazione politica nazionale e regionale. «Alle prossime regionali vincerà chi sta fermo perché è più credibile». Sarà.
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i dice che il sorriso di un bambino unisca lingue e culture diverse. Sfortunatamente, però, nel mondo sono troppi i bambini ai quali la vita ha strappato via il sorriso, assieme ai loro genitori venuti a mancare per colpa di un male insidioso e devastante come l’Aids.
di P. Falci
segue a pagina 26
a pagina 4
Festival della comunicazione
Tutti coinvolti nel festival, assenti gli esponenti della “classe dirigente” Caltanissetta è stata protagonista, quasi “a sua insaputa”, di un grande evento nazionale. Per la prima volta dopo decenni ha avuto la possibilità di proporsi non come l’ultima di di F. Falci
tutte le classifiche, ma come la prima del coraggio e della fatica della speranza, intorno al grande tema della contemporaneità: la comunicazione. segue alle pagine 6 e 7
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Viabilità D. Polizzi
La rotatoria della discordia
Lo scorso mese di Maggio ha fatto tanto discutere la realizzazione della rotatoria in Piazza Giovanni XIII, nota anche come il “pipitone”. Abbiamo incontrato l’ingegnere Giorgio Salamanca che ha difeso la progettualità dell’opera rammaricandosi per certi attacchi “gratuiti ed esagerati”. a pagina 16
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Fatti & città PIANETA CASA. Due bandi discordanti accendono le tensioni fra gli assegnatari
Alloggi popolari, ...quanti pretendenti di Salvatore Mingoia ...Segue dalla prima
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na guerra che rischia di svolgersi su tre fronti. Andiamo per ordine. Un paio di giorni addietro è stata pubblicata all’Albo Pretorio di Palazzo del Carmine la graduatoria degli aspiranti ad un alloggio relativamente al bando emanato nel 2010. Precedentemente era stato pubblicato un analogo bando nel 2005. Gli alloggi sono quelli già ultimati al Villaggio Santa Barbara; si tratta complessivamente di una trentina di alloggi. Altrettanti ne saranno realizzati nei prossimi mesi. In entrambe le graduatorie sono presenti oltre un migliaio di famiglie che aspirano ad avere una casa. Detto per inciso gli aspiranti assegnatari che figurano nel bando emanato poco meno di un decennio
addietro hanno dato mandato ad un legale allo scopo di tutelarsi da una eventuale assegnazione impropria a favore degli se- gnatori dell’ultimo bando. Gli aspiranti ad u n a
casa ormai in città sono un esercito in continua crescita. Ci sono famiglie sfrattate, quelli che non possono permettersi di pagare il canone mensile, quelli che sono stati costretti a lasciare la casa perché dichiarata inagibile L’accentuarsi negli ultimi anni della crisi economica ha messo in ginocchio intere famiglie che per sopravvivere, dopo aver perso il lavoro, hanno venduto le proprie case, normalmente site nel centro storico, svuotandolo. Questo fenomeno ha dato vita ad un vero e proprio assalto a quelle case popolari che, per un motivo o l’altro, non sono abitate stabilmente dai loro affidatari. A volte basta una vacanza, una convalescenza in ospedale protratta a lungo, per ritrovarsi senza mobili e senza casa. Il meccanismo è ormai collaudato. Chi occupa l’appartamento abusivamente va ad autodenunciarsi e formalizza quindi la sua presenza e nonostante sia un abusivo (e la stranezza consiste proprio in questo)
gli vengono fornite regolarmente le utenze: luce, gas e acqua. Oltre un centinaio gli alloggi abusivamente occupati. Secondo la stima dell’ufficio case popolari e dei Vigili Urbani gli appartamenti occupati abusiva-
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La problematica delle assegnazioni è resa ancor più ardua dai residenti abusivi
mente sono oltre cento cinquanta che matematicamente equivale allo stesso numero di famiglie rimaste fuori dalla porta di quello che doveva essere il proprio alloggio; il sogno mai realizzato, anzi infranto da una altra famiglia di disperati. Qualche mese addietro da Palazzo del Carmine era partita la crociata contro gli abusivi con tanto di ultimatum che intimava agli occupanti di lasciare gli appartamenti occupati senza alcun titolo. Evidentemente nessuno si è preoccupato più di tanto a dare seguito all’ultimatum del sindaco a cui avrebbe dovuto fare seguito l’azione d sgombero forzato
che avrebbe certamente innescato una vera e propria guerra sociale con notevoli ripercussioni di ordine pubblico. Proprio questo rischio ha consigliato maggiore prudenza ed ha indotto il sindaco Michele Campisi e l’assessore alle Politiche sociali Giuseppe Firrone a chiedere una convocazione in Prefettura del comitato di pubblica sicurezza. Parola d’ordine: massima prudenza. Lo stesso assessore alle Politiche Sociali Giuseppe Firrone, che detiene anche la delega al settore alloggi popolari, per evitare disordini, prima dell’incontro in prefettura aveva emanato una direttiva che prevede di sospendere ogni iniziativa in tal senso “ in attesa di valutare le azioni da intraprendere unitamente ai componenti il comitato di pubblica sicurezza, ritenuto – scriveva Firrone - che l’assegnazione degli alloggi occupati, potrebbe creare una situazione di conflittualità derivante dallo sgombero degli alloggi occupati abusivamente, con probabile turbativa dell’ordine pubblico”. Adesso, anzi proprio qualche giorno addietro, sono tornati alla carica i legittimi assegnatari a cui le famiglie abusive hanno sottratto la casa sotto il naso e minacciano rappresaglie. Meglio di ogni altro vale il brano di Don Joe e Shalbo: “sono tutti contro tutti, nessuno contro nessuno; la guerra dei poveri per il numero uno; e la metà di questa gente io non so neanche chi è; forse io non piaccio a loro ma nemmeno loro a me; sono tutti contro tutti, nessuno contro nessuno e ogni fottuto giorno mi stanno attaccati al culo e la metà di questa gente io non so neanche chi è; forse io non piaccio a loro ma nemmeno loro a me”.
Direzione Editoriale Michele Spena
Direttore responsabile Salvatore Mingoia
Collaborazioni:
Ivana Baiunco Osvaldo Barba Marco Benanti Claudio Costanzo Etico Fiorella Falci Giuseppe Falci Salvatore Falzone Gaia Geraci Leda Ingrassia Cecilia Miraglia Sergio Nigrelli Donatello Polizzi Laura Spitali Gianbattista Tona
'LVHJQR JUD¿FR Michele Spena
Redazione Viale della Regione, 6 Caltanissetta redazione@ilfattonisseno.it Tel/Fax: 0934 - 594864 info pubblicità: 389/7876789
il Fatto
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Fatti & Regione SOGNANDO PALERMO. L’ex sindaco gelese annuncia la sua corsa alla presidenza della regione
Rosario Crocetta
“Io candidato del web”
di Sergio Nigrelli
Parlamentare europeo, l’esponente del Pd da Strasburgo lancia la sua candidatura. “C’è bisogno di un progetto di trasformazione dell’Isola”.
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rima di ogni altro ha formalizzato la sua candidatura alla Presidenza della Regione siciliana dopo l’annunciato addio di Raffaele Lombardo. Spinto dagli amici del web,dagli innumerevoli attestati di stima ricevuti, dalla sua voglia di fare, di esserci e di concretizzare un progetto che, intanto, sia innovativo e che, poi, abbia, come presupposto essenziale, quello di rivoltare burocrazia e modo di far politica come un calzino. Rosario Crocetta, uomo Pd ma soprattutto uomo che ama definirsi “libero” e che é sempre stato una variabile indipendente, a Gela, é stato sindaco per due mandati consecutivi (il secondo ottenuto con voti plebiscitari) . Poi, tre anni fa, l’approdo all’Europarlamento di Strasburgo sempre catapultato da una valanga di consensi. Allora Crocetta, Lombardo é realmente arrivato al capolinea o il suo modo di fare politica continuerà continuerà oltre lui? “Oggi il problema lo chiamiamo Lombardo con i suoi annessi giudiziari ma la verità é che, con lui, é tutto un sistama di fare politica che é imploso. Tutto sempre ancorato alle vecchie famiglie siciliane che hanno continuato a fare soldi per loro, alle lobbies legate agli uomini in doppiopetto dell’alta burocrazia che non hanno mai disdegnato approcci pericolosi con mafiosi o uomini contigui alle cosche. Posto
oggi, anche se ci fosse stato un altro al posto di Lombardo questo sistema sarebbe scoppiato fra le mani di chiunque. E, poi, parliamoci chiaro, da Cuffaro (e anche prima di lui) a Lombardo nei meccanismi che hanno guidato le cose e gli atteggiamenti nella politica non sono mutate”. Quindi? “A questo punto ritengo si debba parlare di un progetto democratico di grande trasformazione dell’isola. Occorre che il popolo siciliano se ne renda conto e credo che a tantissimi livelli ci se ne stia rendendo conto. Soprattutto ai livelli medio bassi che sono quelli che maggiormente risentono della crisi economica attuale. Quelli che oggi sono
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Da Cuffaro a Lombardo i meccanismi politici siciliani non sono mutati
fuori da ogni circuito e che stentano in tutto perché, nonostante professionalità, studi e buona volontà, non fanno parte di famiglie e di lobbies. E’ brutto stare fuori da tutto e vedere pochi che, invece, continuano a godersi lo spettacolo come se nulla fosse”. La Regione Sicilia costa troppo, tanto. “Costano assai i politici e tantissimo la burocrazia. Un passo indietro non lo si é fatto. Il Parlamento europeo ha dato una grande sforbiciata ai costi. In
Sicilia se ne é parlato. Nessun gesto concreto in contropoartita che potesse manifestare un segnale per la gente, per i cittadini, per i contribuenti”. Però ci sono degli appuntamenti nei quali il Pd aveva creduto e che sono stati mancati dall’attuale Governatore. “Io, per esempio, vedo che, nonostante un referendum abbia deciso che la gestione delle acque dovesse essere pubblica, qui in Sicilia continua ad essere in mano ai privati che, nonostante le risorse ci siano, continuano a fornire il servizio a giorni alterni. Nel migliore dei casi”. E poi? “Poi ho dovuto prendere atto di una non politica per quanto riguarda la gestione ei rifiuti. Da Cuffaro a oggi e sembra cambiato qualcosa nell’impatto che la gente ha coi propri rifiuti? Forse é andata peggio? Si é preferito non decidere nulla anche se credo che tanti Comuni avrebbero avuto la possibilità
partito. Dopo che il caso giudiziario del Governatore é venuto fuori ho preso subito le distanze con dichiarazioni ufficiali e non ho mai, da più di un anno preso parte a direzioni che sostenessero Lombardo e la politica del mio partito”. Gianfranco Micciché ritiene debba darsi spazio al merito nell’immediato futuro. “Ha ragione. Ma oltre al merito, che può essere di tanti, credo che vada-
cidere con una ipotesi di accordo fra Pd e l’Udc di Casini che vedrebbe il parlamentare centrista D’Alia candidato prescelto. “Fermo restando che mi sento un dirigente del Pd, tengo a precisare che determinate scelte non possano essere elaborate a Roma in summit fra quattro o cinque persone.Il futuro di una comunità non si può scegliere a un tavolo avulso da ogni problematica. No”. E’, quindi, venuto meno anche il suo asse privilegiato con l’onorevole Beppe Lumia? “Tengo a precisare che nessuno può mettere in dubbio l’impegno politico e, soprattutto quello antimafia di una persona come Beppe Lumia. Ai tempi in cui ero sindaco di Gela lui ha messo la sua vita a disposizione della mia in momenti di altissima tensione. Chi é galantuomo queste cose non le può certo dimenticare. Politicamente a Lumia rimprovero una esasperata ricerca del centro politico. Oggi, invece, credo che occorra ascoltare
no appaiate due altre qualità come onestà e correttezza che in Sicilia non sono mai stete valorizzate ma che, certamente, a tutti i livelli non mancano. Valorizziamole”. Quella che tanti chiamano la sua autocandidatura, va a coin-
quello che la gente ci chiede. Io ho deciso di andare verso questa direzione”. La sua campagna elettorale é cominciata da Vittoria, in provincia di Ragusa. Come mai? “Intanto perché il sindaco di quella città, Giuseppe Nicosia, é stato fra i primi ad esprimermi la propra solidarietà assieme al capogruppo del Pd alla provincia di Siracusa Carmelo Spataro. Poi, perché a Vittoria le sinistre hanno sempre vinto e, infine, forse per un fatto un pò scaramantico: Vittoria città come vittoria finale... e spero di trovare tanti e tanti amici lungo questo percorso che é appena iniziato”.
di risolvere taluni aspetti in maniera molto più pronta e decorosa”. Però, lei, in una prima fase aveva sostenuto l’appoggio del suo partito a Lombardo. “Solo all’inizio e per disciplina di
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A Lumia rimprovero una esasperata ricerca del centro politico
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Fatti & interviste L’INTERVISTA. L’analisi sulla situazione politica attuale del parlamentare regionale del Pid, tra giudizi e previsioni
Rudy preferisce Palermo alle avances di Roma Maira delinea il suo futuro: “Punto alla rielezione all’Ars, ma se non dovessi essere eletto sono pronto a dedicarmi ai miei nipoti”
di Giuseppe Falci
...Segue dalla prima
Onorevole Maira, iniziamo dalle amministrative di qualche settimana fa: l’exploit di Beppe Grillo, il flop del Pdl e del centrodestra, la vittoria di Leoluca Orlando a Palermo. Cosa sta succedendo in Italia? Allora, cominciamo con il crollo del Pdl a livello nazionale: io ritengo che il Pdl cade perché Berlusconi non ha attuato alcuna riforma quando aveva numeri di maggioranza incredibili. Poi perché, quando i problemi economici e finanziari hanno avuto la prevalenza del dibattito sociopolitico nazionale, lui non ha avuto il coraggio di sbarazzarsi della Lega, che è stata un peso per
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capace, però il successo elettorale è un fatto emotivo nel rapporto particolarissimo che Orlando ha con la città di Palermo. Al netto del risultato di Orlando, che sarà di certo drogato dal rapporto dello stesso con il capoluogo, perché il Pdl fallisce nell’isola?
nell’ottobre prossimo. E’ già iniziato il toto-candidature. Il centrodestra siciliano rischia la disfatta anche questa volta? Si perderà alla regione siciliana se non la smettono una serie di personaggi di puntare non alla presidenza della Regione ma ad essere candidati. Perché quando
Crollo del Pdl? Tutta colpa degli errori di Berlusconi e della Lega
una visione antistorica dell’Italia: la Padania non funziona, noi parliamo degli Stati Uniti d’Europa, e i leghisti parlano ancora della Padania? E poi Berlusconi avrebbe dovuto sbarazzarsi di Tremonti. Cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi? Berlusconi avrebbe dovuto far cadere il governo, dimettersi, e andare alle urne senza il ricatto della Lega, liberandosi di Tremonti con il quale per due anni è stato in contrasto. Avrà contributo anche il bunga-bunga ma resta un aspetto minimale nel giudizio delle persone. Torniamo alle amministrative, e al risultato di Leoluca Orlando. Cosa è successo a Palermo? Le elezioni di Palermo sono molto condizionate dal successo di Orlando. Solo che Orlando non lo possiamo considerare un parametro stabile di riferimento della politica siciliana. Perché Orlando ha un rapporto con la città di Palermo, che è un rapporto umorale, è un rapporto sentimentale, è un rapporto di sensazioni, in un certo senso un rapporto irrazionale. Perché Orlando sarà stato un grande sindaco perché ha rilanciato l’immagine di Palermo, ma secondo me non è stato un buon amministratore. Adesso è chiamato a risolvere i guai che lui stesso ha creato quando era sindaco. La Gesip? Gli Lsu? Tutte queste cose sono imputabili ad Orlando. Certamente è un uomo
C’è una giustificazione dal mio punto di vista. Faccio l’esempio di Palermo, che è sostanzialmente equivalente a quello di Agrigento. In un elettorato profondamente emozionato dalla presenza di Orlando, tu hai per quindici giorni un candidato, già discusso per le sue uscite fanciullesche (Maira si riferisce a Massimo Costa, prima candidato del Terzo Polo, poi di Pdl-grandeSud-Udc). Poi improvvisamente te lo ritrovi il candidato del Pdl. Ad Agrigento, il candidato sindaco di Angelino Alfano, prima era stato individuato dal Pd, poi diventa il candidato del Pdl. La gente queste cose le percepisce. Sarà per i social network, sarà per i giornali, sarà perché ormai si parla di politica ovunque. La gente ha una sua capacità di valutazione. E i segnali che sono stati inviati con le scelte di Palermo, ma anche con quelle di Agrigento e di altre città che andavano al voto, non sono scelte positive e rassicuranti. Stando alle dichiarazioni di Raffaele Lombardo, “mi dimetterò il 28 luglio”, si tornerà alle urne
tutti questi nomi che leggiamo si autocandidano non si rendono conto che queste sono candidature non vincenti. Il centrodestra può ancora vincere in Sicilia a condizione che si ricompatti su un candidato. Devi avere un
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Mi ricandido anche se c’è il rischio di non superare lo sbarramento
candidato, il migliore possibile, e l’unità del centrodestra. Se i candidati sono uno, due, tre, quattro, cinque, si perde. Lei quando pensa al centrodestra siciliano si riferisce all’asse Pdl-Pid, o sarebbe favorevole ad allargare il centrodestra a Fli, Udc ed Mpa? Io partirei dai “moderati” che hanno fatto opposizione a Lombardo, ovvero Pdl, Pid e Grande Sud. Bisogna partire da questo dato. Invece l’Udc si gioca una partita che è tutta da
verificare perché il buon D’Alia può ipotizzare qualunque cosa ma alla fine sarà condizionato dalle scelte nazionali di Casini. Passiamo a lei. Si ricandiderà alle prossime regionali? Penso di sì. Anche perché parto dal presupposto, potrò pure sbagliare, io ho lavorato più di tanti
altri. Certo c’è il rischio di non superare lo sbarramento. Ma se non dovesse essere eletto
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Non intendo tornare a Montecitorio, e non sogno il Senato
a Palazzo D’Orleans, vorrebbe ritornare a Montecitorio, o provare l’ebbrezza di varcare l’ingresso di Palazzo Madama? Tutti vorrebbero che io andassi a Roma, o alla Camera o al Senato. Io invece dico di “no”, e lo dico convinto. Ad una certa età se tu vuoi essere produttivo non puoi esserlo a Roma, dove c’è un lavoro massacrante. Io l’ho fatto il deputato nazionale e a Roma si lavora veramente. Poi a Palermo c’è la comodità di partire la mattina e tornare la sera a Caltanissetta. Poi a Palermo l’agone politico è più piccolo, non diviene difficile emergere. Infine onorevole Maira faccia un augurio per la città di Caltanissetta. Spero tanto che gli elettori scelgano persone preparate al di là dell’età e del colore politico. (Raimondo Maira, classe ’46, democristiano fin dalla nascita. E’ stato per la prima volta eletto come consigliere comunale a soli 26 anni. A 31 anni ha fatto il sindaco, è stato anche deputato nazionale, e per ben tre volte deputato regionale. A fine intervista ci guarda negli occhi, e ci confida:«Quando non sarò più eletto, mi dedicherò allo studio, e, sopratutto, ai miei due nipoti. Ogni volta che li guardo mi emoziono»).
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L’ evento in città
di Fiorella Falci
Dal 14 al 27 maggio, Caltanissetta è diventata capitale della comunicazione sociale in Italia. Grande partecipazione di ogni ceto. assente purtroppo la classe dirigente
Festival della Comunicazione l’evento snobbato dai politici ...Segue dalla prima
Successo per la manifestazione nazionale organizzata dai Paolini in collaborazione con la Diocesi.
E’
stato l’evento dei grandi numeri, Il Festival nazionale della Comunicazione che si è svolto a Caltanissetta per tre settimane, su iniziativa della Diocesi, delle Paoline e dei Paolini, per la prima volta in Sicilia e per la prima volta per più di dieci giorni: 15 concerti, 8 incontri con gli autori, 3 mostre di arti figurative, 15 giornate di studio e forum tematici, 15 musical e performances teatrali, stages, laboratori ed esperienze di contemplazione, e le due messe solenni in Cattedrale trasmesse in diretta da RAI 1 e Rete 4. Caltanissetta è riuscita ad offrire di sé un’immagine positiva, dinamica, fattiva, anche come luogo di riflessione, grande bacino di
una domanda di spiritualità che include una domanda più quotidiana di senso, di prospettiva, di orientamento esistenziale. Ogni Comune della Diocesi ha ospitato almeno un evento, e Caltanissetta ha vissuto un’esperienza di conoscenza e di riflessione di grande qualità, con relatori di rilievo nazionale, che hanno affrontato tutte le tematiche che interessano il nostro territorio con analisi, proposte e competenze preziose, concretezza ed insieme, finalmente, capacità di “visione” del contesto e della prospettiva in cui i nostri problemi sono vissuti. “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione” è stato il filo conduttore del Festival, dal messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: binomio fondativo di una comunicazione che sappia essere presenza di pensiero e autenticità di relazioni, capacità di costruire legami sociali, profondità di lettura della società ed efficacia nella costruzione di risposte comunitarie ai
Aperto tutti i giorni dalle 9,30 alle 18,30
Contattaci per conoscere le nostre offerte speciali Convenzioni per famiglie ed enti Info: 0934 582085 329 0174550 wind
problemi, superando la sterilità degli individualismi e delle visioni unilaterali, legate alla difesa di interessi particolari e lontane dal bene comune. L’economia e il lavoro, (dalla cooperazione produttiva al microcredito), la legalità come capacità di parlare dell’indicibile in terra di omertà, l’informazione
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Il loro silenzio assordante ha certificato un’assenza quotidiana e storica
come comunicazione della verità e presupposto di una vera democrazia, le parole della politica restituite di senso a partire dall’esperienza di Moro e Dossetti, la salute come diritto partecipato e le nuove dipendenze virtuali, l’amore come epicentro positivo del sistema delle relazioni umane : questioni pesanti
come macigni, emergenze quotidiane reali, tanto vere da rimanere spesso “invisibili” nel circo mediatico della comunicazione virtuale, più portato ad enfatizzare l’effimero, a spettacolarizzare il particolare ininfluente, per evitare la responsabilità di una lettura critica della società e dei suoi problemi. Grande presenza dei laici, (minore quella dei chierici), a tutti gli eventi del Festival, a partire dal Forum Interreligioso che ha sviluppato il dialogo intorno al nodo che silenzio e Parola rappresentano per tutte le religioni monoteiste. Di grande rilievo anche gli spettacoli, con centinaia di giovani di tutti i Comuni del nostro territorio, protagonisti di una grande kermesse di musical, sacre rappresentazioni, recital, in collaborazione con grandi nomi dello spettacolo religioso (Claudia Kohl, Carlo Tedeschi, Rino Farruggio): una generazione di ragazzi capaci di esprimersi, di uscire dall’emarginazione del silenzio con i linguaggi del corpo,
della musica, della danza, con professionalità, con entusiasmo, capaci di rompere gli stereotipi della “periferia” in cui viviamo per misurarsi ad alto livello. Ma Caltanissetta è anche la città degli ossimori, delle contraddizioni: presente e attenta, incuriosita, tanta gente comune, lavoratori, intellettuali, professionisti, quanto clamorosamente assenti le istituzioni politiche e civili del territorio, (se non per sporadiche comparsate di convenevoli). A dialogare con gli economisti, con i banchieri del credito cooperativo, con i magistrati, con i docenti universitari, non c’erano gli esponenti della “classe dirigente” del territorio, né tantomeno le loro proposte o le loro idee: “gli ultimi di tutte le classifiche” probabilmente sono proprio loro, e il loro silenzio assordante è stato solo la certificazione di un’assenza, l’omissione recidiva di una responsabilità quotidiana e storica. Anche questa constatazione però può generare una positività, a cominciare dall’invertire la tendenza, tipicamente nissena, all’ autoflagellazione e al pessimismo autoassolutorio, e segnare un primo passo in avanti di un percorso di rigenerazione: dopo tanti anni di afasia, un pensiero “forte”, la cultura cattolica italiana, ha proposto alla nostra riflessione un ventaglio di temi e di piste di elaborazione e di
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MEDIA. Le grandi firme a confronto
Comunicare la verità
Foto di Lillo Miccichè
“VOCE AI SILENZI”: Claudia Koll insieme agli artisti nisseni, in una Cattedrale gremita e attenta, in “Voce ai silenzi”, ha dato la parola ai personaggi che nei Vangeli non parlano, secondo il testo di mons. Russotto e di Enza e Michele Albano, sceneggiato come dramma sacro, evento clou del Festival “Silenzio e Parola”.
approfondimento rispetto alle domande fondamentali che la nostra società esprime, (spesso senza avere neppure la capacità di esplicitarle), nel tormento di una crisi economica e morale che deve a tutti i costi trasformarsi in una opportunità di cambiamento positivo. E tutto questo è stato offerto a noi qui, oggi, dalla nostra Chiesa locale, con serietà e coraggio dell’innovazione, in questa periferia dell’Occidente, non a Milano o nel Nord-Est. Questa elaborazione, con tutta l’apertura della sua problematicità, è ora a disposizione di tutti coloro che vorranno lavorare a costruire, qui e oggi, un percorso di riscatto, una prospettiva concreta per il presente e per il futuro. E come l’albero si riconosce dal frutto, dalla capacità di passare dal rumore della chiacchera al
silenzio del pensiero e alla parola della costruzione solidale si potrà riconoscere, se ci sarà, la classe dirigente di una comunità che ha diritto di vivere e di crescere, ma deve volerlo con tutte le sue energie e sapersi misurare in prima persona. Non ci sono altri metodi per selezionare la classe dirigente di una comunità, non ci sono altri luoghi se non una società da saper trasformare giorno dopo giorno, per interpretare autenticamente la rappresentanza democratica e non per mimare una qualche rappresentazione del potere; non ci sono altre dimensioni “civiche” per dare senso alla cittadinanza e costruire il consenso, se non il coraggio di innescare dinamiche di trasformazione, condivise ma anche conflittuali, perché chi vuole cambiare davvero le cose non può pensare di accontentare tutti, né può presumere di fare a meno, sprezzantemente, della storia.
Informare: voce del verbo partecipare, una buona informazione alimenta la democrazia. Questo il senso dei due Forum che il Festival ha dedicato alla Comunicazione, attraverso tutti i media, dalla carta stampata al web. Grandi firme dell’informazione (Pepi, Morgante, Valle,Zavattaro) e docenti universitari (Petrosino, Di Caro), si sono confrontati in due giornate, focalizzando le contraddizioni di un sistema mediatico che sembra invadere la vita quotidiana con valanghe di notizie ma in cui non ci sono ancora regole adeguate alla responsabilità di chi, raccontando la realtà, esercita un servizio essenziale alla libertà di tutti. Onestà e umiltà, competenza
la verità e non il potere di turno, come ha sottolineato ancheMons. Russotto nelle sue conclusioni. Chiedersi, di fronte ad ogni notizia, cosa aggiunge al sale della democrazia e alla qualità della vita, può essere alla base di una “teoria del silenzio” che oggi manca al mondo mediatico, che non sempre seleziona le notizie valutandone anche gli “effetti collaterali” sulla dignità delle persone coinvolte. Il silenzio serve molto alla verità dell’informazione: è lo spazio del discernimento, per pensare e interpretare la realtà che si racconta, aiutare a capire e non omologarsi al punto di vista dominante, o al predominio dei “dispositivi” telematici, strumenti più forti dei loro contenuti, che
e scrupolo nel verificare ogni notizia e nel correggere ogni errore sono i riferimenti essenziali per una etica professionale che sappia servire
“dispongono” l’ordine e le forme dei “contatti”, dimenticando che l’uomo non è una superficie ma è sempre una profondità. F.F.
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Storia & Cultura
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Fatti contro la mafia
per non dimenticare
La strage di Ciaculli del 1963: 7 uomini dello Stato “vittime del dovere”
Quella mafia che uccideva con le bombe, quando in tanti pensavano che non esistesse Il Maresciallo Calogero Vaccaro
di Giovanbattista Tona
a caserma di Roccella era immersa in una borgata popolosa e periferica di Palermo, dove negli anni “60 abitavano agricoltori e piccoli commercianti di frutta e verdura; dalle finestre si vedevano gli estesi terreni gestiti dai Greco, la famiglia di Michele, detto il “Papa”. Il Comandante di quella piccola stazione era il maresciallo Calogero Vaccaro, 25 anni di servizio, 4 di prigionia in guerra, una carriera che da Naro, il suo paese natale, lo aveva portato in luoghi dove si stava tranquilli; ma nel 1955, dopo una bella esperienza a Livorno, era prevalsa in lui la voglia di tornare in Sicilia. C’era un posto di Maresciallo scrivano alla Tenenza di Misilmeri, paese complicato per farci il Carabiniere; in quel periodo al comando della vicina Compagnia di Corleone era arrivato un Capitano di nome Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si era messo in testa di riaffermare la presenza dello Stato, laddove comandavano i “don” che non si chiamavano ancora “boss”. Il maresciallo Vaccaro, d’accordo con sua moglie Calogera Alaimo, si trasferì a Misilmeri e
dopo sei anni ottenne la promozione a maresciallo capo; gli toccava una stazione e i suoi superiori gli affidarono quella di Roccella. Poteva sembrare facile la vita del Comandante in quella borgata dove tutti lo salutavano ossequiosi e volevano offrirgli il caffè, ma il maresciallo Vaccaro sapeva cosa davvero si muoveva attorno a lui. Amorevole ma austero, redarguiva il figlio Ignazio, che, con la baldanza dei suoi 11 anni, andava in giro in bicicletta e poteva trovarsi in situazioni non adatte al figlio di un carabiniere. Succedeva di tutto a Roccella; arrivavano mezzi rubati, avvenivano incontri strani, piccola e grande delinquenza incrociava discretamente le sue vie nelle trazzere e nei giardini che circondavano il quartiere per discutere, fare affari, minacciare o intimidire.
Quando Ignazio girava e si imbatteva in situazioni che confermavano i timori del padre, se la dava a gambe, un po’ per paura di quello che aveva visto, un po’ per paura dei rimproveri del genitore; e, tornato in caserma, si rifugiava nella compren-
sione complice di qualche giovane carabiniere al quale raccontava tutto, ricevendone la promessa che nulla sarebbe stato detto al Comandante; il carabiniere poi andava dal maresciallo e riferiva di avere appreso da un confidente, che preferiva restare anonimo, alcuni fatti delittuosi meritevoli di approfondimento. Nel 1963 la mafia per molti non esisteva, ma gli omicidi c’erano e c’erano le autobombe; noi commemoriamo sempre le stragi del 1992 e di quelle del 1993, ma trent’anni prima ce ne sono state altre. Gli equilibri della mafia erano pericolosamente precari e si stava scatenando una feroce guerra per il controllo dei nuovi affari nel settore della droga e in quello dell’edilizia. Si preannunciava l’arrivo di un flusso incredibile di denaro e, per decidere chi dovesse gestirlo e
come, si imbottivano di esplosivo le Giuliette. Il 26 aprile ne fecero esplodere una a Cinisi per uccidere il capomafia Cesare Manzella, lo zio di quel Peppino Impastato che da allora cominciò un’esemplare ribellione contro le famiglie mafiose e che finì anche lui dilaniato con un esplosione l’8 maggio del 1978.
Alla fine di giugno del 1963 ne avevano fatto esplodere un’altra a Villabate provocando un morto e due feriti. La mattina del 30 giugno del 1963, nella zona di Ciaculli, vicino Gibilrossa, alcuni contadini notarono una Giulietta ferma lungo la strada di campagna che separava un cancello da una villa nella disponibilità dei Greco. Avvisarono i Carabinieri; quella zona era di competenza della stazione di Roccella e fu chiamato il Comandante. Il Maresciallo Vaccaro si recò subito sul posto. Gli aguzzini dovevano portare la macchina forse fin davanti la villa dove era in programma un incontro riservato tra persone vicine ai Greco; forse qualcosa non andò per il verso giusto e dovettero abbandonarla lì. Nell’abitacolo lasciarono una bombola di gas che sembrava funzionale all’innesco; in realtà all’interno, non visibile, c’era un ben più le-
tale esplosivo. Vaccaro portò con sé i suoi due giovani appuntati, Eugenio Altomare, di Cosenza, e Marino Fardelli, di Cassino; lo raggiunse anche il maresciallo Silvio Corrao. Avvisò i superiori e arrivò sul posto il Tenente Mario Malausa. Il maresciallo dell’Esercito Pasquale Nuccio, artificiere, era in licenza e stava facendo il bagno nelle vicine spiagge palermitane; il suo Comando lo fece rientrare di corsa, dicendogli che i Carabinieri avevano trovato un’autobomba a Ciaculli e bisognava intervenire. Nuccio si fece accompagnare dal soldato Giorgio Ciacci. Questi sette servitori dello Stato sarebbero stati uniti per sempre dal più alto dei sacrifici. Erano le 15,00 e il piccolo Ignazio Vaccaro stava dormendo nell’alloggio di servizio del padre; un boato lo svegliò. Balzò dal letto e, con la madre e due carabinieri, raggiunse la zona di Gibilrossa, dove sapevano che il padre stava controllando una Giulietta; nel frattempo
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Nella pagina accanto (in basso) una foto che ritrae Il maresciallo Vaccaro con la moglie Calogera Alaimo ed uno dei figli in occasione del compleanno. A fianco alcuni articoli di giornale e la prima pagina della “Domenica del Corriere” del 7 luglio 1963.
più diritto a restarvi. Prepararono il trasloco, mentre sotto la finestra della cucina venivano riposti i pezzi della Giulietta esplosa, che per quei pochi ma interminabili giorni restarono sotto i loro occhi. Tornarono a Naro per avvalersi della solidarietà dei parenti. Alla signora Calogera toccò la pensione del marito, pari a 270.000 lire, un encomio solenne in cui, non esistendo ancora la mafia, il maresciallo e gli altri servitori dello Stato venivano de-
il fratellino più piccolo, Alfonso, rimase ad attendere. L’e s p l o s i on e era avvenuta a circa 1 km dalla caserma e aveva avuto un raggio di 200 metri. Arrivarono davanti al cancello dal quale si dipartiva la trazzera e il piccolo Ignazio vide lo sfacelo. Fu un attimo: qualcuno si avvicinò, gli tappò gli occhi con la mano e lo allontanò. Ma Ignazio riuscì a divincolarsi e, salito su un muretto, riuscì a vedere la scena: un corpo crivellato che sembrava quello dell’appuntato Fardelli, alcuni carabinieri che raccoglievano dei brandelli umani e li mettevano in un secchio, il padre che doveva essere lì ma che lui non
riusciva a vedere. In quei momenti di confusione sentì qualcuno sdegnato dire: “andate a prendere quei mafiosi”. E sentì qualcuno rispondere: “qui non ce n’è mafiosi”. Dopo qualche giorno doveva essere nominato il nuovo Comandante di La copia del vecchio encomio solenne del 31 ottobre 1963 che recitava: “cadeva vittima del dovere”
Roccella; la vedova del maresciallo Vaccaro e i figli dovevano lasciare l’alloggio, non avevano
finiti “vittima del dovere”, e una somma di denaro che in loro sostegno fu raccolta per iniziativa dei giornalisti delle testate di Palermo. Soffrendo ma lottando Calogera Alaimo Vaccaro allevò i suoi figli e li sostenne negli studi. Ignazio partecipava ai concorsi e, per farlo accedere ad una categoria riservata, lo qualificavano “orfano di guerra”; in effetti suo padre era stato ucciso per via di una guerra di mafia, ma guerra si poteva dire, mafia invece no. Dopo anni di silenzio, nel 1995, la signora Calogera fu invitata a Roma alla festa dell’Arma dei Carabinieri e andò. Fu accolta con tutti gli onori e i più alti ufficiali le chiesero come le andavano le cose. Lei, che non aveva mai chiesto ma che non era disposta a dare risposte compiacenti, disse che andava male, che aveva sofferto molto e che era rimasta da sola a sostenere il peso della famiglia con una pensione che dopo 30 anni era diventata di 370.000 lire. Dinanzi alla dignitosa protesta di
quella donna coraggiosa nessuno seppe profferire parola; le fu messo subito a disposizione un ufficiale per ricostruire tutta la vicenda, finchè non si accorsero che il maresciallo Vaccaro era vittima di mafia e i suoi familiari avevano diritto a ben altri riconoscimenti e sostegni. Il 30 giugno di quest’anno, a 49 anni dalla strage di Ciaculli, il maresciallo Vaccaro e gli altri sette servitori dello Stato, morti insieme a lui, riceveranno a Palermo dal Presidente della Repubblica Napolitano la Medaglia d’oro al merito civile per l’eccezionale impegno e l’esemplare iniziativa, assunta “nonostante il clima di forte tensione per il rischio di possibili attentati mafiosi”.
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L’intervista di Donatello Polizzi
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PEPPE AYALA. Il racconto appassionato di una vita
Dalle “passiate” in Città al maxi-processo. Storia, mafia e ricordi
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iero di essere nisseno e da sempre coerente nel rivendicare i suoi natali a Caltanissetta. Aver fatto parte di un segmento della storia giudiziaria italiana che ha rappresentato una svolta nodale per lo sviluppo dello stato tricolore e della sua coscienza civile. Raccontiamo, anzi proviamo a raccontare, il vissuto di Giuseppe Ayala. Un aneddoto che rappresenta una nitida istantanea. “Ero sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia durante il governo Prodi 1 e mi diedi la regola che il rappresentante del governo doveva partecipare a tutte le sedute del senato – narra il giudice – per il mattino nessun problema ma ripresentarsi lucidi ed efficienti alle 15:00 era arduo. Io appena s’interrompevano i lavori alle 13:00, mi precipitavo a casa; pranzo veloce, bicchiere di vino e riposino. Puntuale e carico mi ripresentavo nel pomeriggio. I colleghi si recavano al ristorante, pranzavano in maniera luculliana e poi passeggiavano sino all’ora della seduta. Un giorno un collega leghista mi chiese come facessi, ad essere sempre puntuale e vigile”. Il narratore, esemplare nell’utilizzo della parola, si ferma, sorride, attende con sapienza che la nostra curiosità raggiunga livelli ragguardevoli e poi conclude: “Collega io sono nato a Caltanissetta e noi lì siamo tutti così, mi dispiace per te che sei di Varese!”. Adesso riavvolgiamo il nastro e ripartiamo dall’inizio. Ricordi preziosi, in bianco nero,
conservati gelosamente nella memoria del nostro prestigioso interlocutore: ”Io sono nato a Caltanissetta e vi ho vissuto sino al conseguimento della maturità presso il liceo classico Ruggero Settimo, ossia il 1963. Ci tengo a sottolinearlo. Vivo a Roma da anni e tutti lì sono convinti che io sia palermitano; ogni volta devo puntualizzare e ribadire la mia nissenità”. “La mia era una vita normale, fatta di grandi passiate al collegio. Praticavo molto sport; fui campione provinciale per due anni di seguito seppur in
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Noi del pool non piegammo mai la schiena. Sulla paura potrei scrivere un libro
due categorie diverse. Indimenticabili le sfide con il liceo Eschilo di Agrigento. La scuola era un’autentica palestra di vita. Ricordo il professore d’italiano (in seguito senatore del partito socialista) Arnone che concedeva a noi alunni straordinarie occasioni di confronto dialettico e di apertura già molto prima dei mitici anni ’68”. Fluiscono i ricordi, si ricompongono i frammenti dell’adolescenza che segnano inevitabilmente ed indelebilmente la vita di ogni uomo. “Ripenso alla professoressa di latino e greco, Maria Picardo. Non sono mai riusci-
to a darle del lei, neanche quando novantenne si trasferì a Roma dai figli – riemerge il sorriso ironico – è stata l’unica donna al mondo che mi ha fatto provare terrore”. Arriva, il momento degli amici: “Mio cugino Pietro Ayala, per me come un fratello; il povero Renato Longo, gioielliere, scomparso quattro anni fa; Pietro Di Benedetto che persi di vista e che poi ad una cena a Roma non si presentò perché ruppe l’auto. Gabriella Alessi e poi di San Cataldo, Livrizzi e Maiorana che non vedo dai tempi del liceo. Il prossimo anno per il cinquantesimo della maturità, vorremmo organizzare una riunione”. Finisce il liceo ed arriva il trasferimento a Palermo per l’università. Ayala precisa “Inizialmente si trattò di un problema di dimensioni, lì tutto era più grande. Passai dalla comitiva della mia città, in cui frequentavo abitualmente gli stessi amici, ad una realtà molto più mutevole, dotata di ricambi, che incoraggiava la mia indubbia natura di animale sociale”. Gli anni trascorrono veloci e s’iniziano a delineare le scelte professionali: “Mi sono laureato con il massimo dei voti e Girolamo Bellavista, ordinario di procedura penale e principe del foro, mi chiese di entrare nel suo studio. Ero emozionato e fiero, accettai con entusiasmo. Più frequentavo il palazzo di giustizia, più mi piacevano i magistrati. Nel frattempo mi sposo e divento padre a 26
anni”. La domanda sorge spontanea, sull’approdo in magistratura: “Presentai la domanda, dopo essermi consultato con la mia metà. A maggio, in gita a Roma con la famiglia ed i due figli, la mattina io uscivo per affrontare i tre scritti, li superai con il minimo dei voti. Non volevo farmi fregare agli orali; per tre mesi studiai senza sosta e m’imposi con dieci in tutte le materie”. A quel punto il racconto svela degli incroci casuali ma che sembrano già contenere gli auspici di un futuro predeterminato. L’uditorato lo svolsi a Palermo con Rocco Chinnici. Al momento di scegliere la sede mi consultai con Gaetano Costa, riferimento della mia adolescenza, poiché frequentavo abitualmente la sua casa perché il figlio Michele era stato mio compagno di classe. Mi consigliò la pretura di Mussomeli”. Continuano gli eventi determinati dal destino che tracciano un sentiero quasi preferenziale: “Una mattina a Palermo incontrai Gaetano Costa che nel 1978 era stato nominato procuratore e che mi esortò a presentare la domanda per essere trasferito nel capoluogo regionale. Io obiettai s u l l ’a n zianità ma lui insistette”. Gaetano Costa, nisseno, fu barbaramente
Da giovane ero un appassionato di attletica. Sono stato due volte campione provinciale
assassinato il 6 agosto del 1980; il trasferimento di Ayala a Palermo fu deliberato dal Csm il primo aprile del 1981. Il 3 settembre del 1982 è trucidato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da quella data cambiano molte cose. Giuseppe Ayala, pubblico ministero, viene scelto dal giudice istruttore Giovanni Falcone. Siamo in piena istruzione del maxiprocesso: “Io facevo il Pm ma i giudici istruttori avevano bisogno di qualcuno di fiducia che sostenesse al meglio, durante il processo, il loro lavoro. Eravamo entrati in quest’avventura senza rendercene conto. Le scoperte effettuate sulla mafia ed i suoi elementi, furono affascinanti e ci ripagavano di ogni sacrificio”. Il clima diventa pesante e denso di pericoli. Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici (padre del pool antimafia) viene dilaniato dall’esplosione di una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico. Il maxi processo ebbe inizio il 10 febbraio 1986 e terminò il 16 dicembre 1987: dei 475 imputati - presenti e non - 360 vennero condannati, comminati 2665 anni di carcere e 19 ergastoli. La sentenza conteneva tutto ciò che c’è da sapere sulla mafia. Ayala ricorda: ”Eravamo un gruppo che si consolidò ulteriormente con l’amicizia. Con Giovanni e Paolo nacque un legame solidissimo. Nessuno ha mai piegato la schiena e sulla paura ci potrei scrivere un bell’articolo. Oggi rimangono una grande eredità professionale e la conseguente coscienza civile creata dalla consapevolezza di aver portato alla luce la mafia ed i suoi capi”.
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Fatti & istituzioni Lotta alla criminalità. Tra il 2006 e il 2010 sequestrati e confiscati beni per 302 miliardi
Il “Modello Caltanissetta” è metodologia investigativa Redazione
Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza hanno cambiato la prospettiva della strage di via D’Amelio. Rivisitati 13 anni d’indagini e di processi. Oggi nuovi indagati e nuovi presunti colpevoli Un acronimo che conferisce sicurezza ai cittadini e preoccupazione alla criminalità organizzata. La Dia (Direzione Investigativa Antimafia), istituita nell’ambito del Dipartimento della Pubblica Sicurezza con la legge 30 dicembre 1991, n. 410, rappresenta l’eccellenza dell’intelligence investigativa nazionale. Un lavoro oscuro, meticoloso, professionale che ha consentito di portare alla luce associazioni delittuose ed attività illecite che hanno intaccato il tessuto civile e sano della nostra società. La Dia di Caltanissetta è guidata dal colonnello Domenico Scillia coadiuvato da altri ufficiali e funzionari: il Tenente Colonnello della Guardia di Finanza Emanuele Licari, il Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato Ferdinando Buceti, il Tenente Colonnello dei Carabinieri Letterio Romeo, il Tenente Colonnello dei Carabinieri Francesco Papa. Numerose per quantità e qualità le indagini svolte da questo ente e da questi uomini. Sull’attività del centro operativo nisseno abbiamo ascoltato il colonnello Domenico Scillia Il Direttore nazionale della Dia ha parlato di “modello Caltanissetta”. Ci vuole spiegare in cosa consiste? <<Prima di entrare nel merito del-
la sua domanda, occorre evidenziare che, con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, cambia completamente la prospettiva della strage di Via D’Amelio e di altri avvenimenti accaduti di quel periodo storico. Egli, infatti, ha fornito una versione totalmente diversa di un importante segmento esecutivo della strage, del tutto incompatibile con le precedenti acquisizioni processuali. Tutto ciò, quindi, ha determinato la necessità, per la Procura e la DIA di Caltanissetta, di rivisitare tredici anni di indagini e di processi, nonché di ricercare nuovi elementi di prova e individuare eventuali nuove responsabilità. La Direzione Investigativa Antimafia, quindi, ha costituito, nella sede di Caltanissetta, un nucleo investigativo interforze di altissimo livello professionale che, sotto il costante coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia, si occupasse esclusivamente delle indagini sulle stragi. La metodologia di indagine seguita dal gruppo - e da qui discende, con eccessiva benevolenza, la definizione di “modello Caltanissetta” - è stata quella di affiancare costantemente i magistrati e di corrispondere rapidamente e compiutamente a tutte le deleghe dagli stessi conferite allo scopo di colmare quei vuoti di conoscenza che la vicenda in esame aveva fatto emergere. Si è proceduto al compimento di una moltitudine di atti di indagine; in particolare si è proceduto al riesame integrale dell’ingentissima documentazione riguardante le indagini inerenti la strage di via D’Amelio, comprese le
sentenze relative a tutti i gradi dei processi sulle strage. Come si è dipanata l’attività di indagine? <<Abbiamo proceduto a numerosi interrogatori di collaboratori
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La criminalità nella nostra provincia è caratterizzata dalla presenza di Cosa Nostra
di giustizia e di tutti quei soggetti che ritenevamo potessero offrire un contributo all’indagine. A tutto questo si sono affiancate le attività di investigazione scientifica sulla Fiat 126 adoperata come autobomba e sul suo impianto frenante, l’analisi di tutti i filmati relativi ai momenti successivi al compimento della strage per meglio ricostruire le dinamiche dell’attentato, le intercettazioni telefoniche ed ambientali che sono state oltre. Insomma, sono state messe in campo tutte le metodologie di indagine che l’ordinamento italiano mette a disposizione dell’autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine>>. Quali sono gli elementi di novita’ che introduce la nuova indagine sulla strage di via D’amelio? <<Innanzitutto possiamo dire che grazie alle dichiarazioni di Spatuzza, sono stati acquisiti importanti elementi a carico di quattro soggetti che erano finora sfuggiti alle indagini, di cui tre ritenuti corresponsabili
della strage ed un quarto del reato di calunnia. Oggi abbiamo nuovi indagati, quindi nuovi presunti colpevoli, ma ci sono anche le persone scarcerate alcuni mesi fa dopo essere state condannate in via definitiva. Dalle dichiarazioni di Spatuzza emerge inoltre la presenza di una persona esterna a Cosa Nostra, non ancora identificata, nel garage in cui venne preparata la Fiat 126 utilizzata dai killer per l’attentato dinamitardo>>. Si conosceranno mai i mandanti delle stragi? <<L’impegno della Procura e della Dia di Caltanissetta nello svolgimento delle investigazioni è stato notevolissimo e non ha conosciuto soste; lo spirito della Magistratura e della Dia di Caltanissetta è quello di cercare di aggiungere sempre nuovi elementi per arrivare all’accertamento pieno della verità. E’ un dovere assoluto che dobbiamo avere per onorare le vittime di quelle stragi>>. Colonnello, qual è la situazione della criminalità mafiosa nella nostra provincia? <<La situazione della criminalità della provincia risulta caratterizzata dalla prevalente presenza di Cosa Nostra, alla quale sono riconducibili la gran parte degli eventi di chiara matrice mafiosa, strumentali al rafforzamento delle gerarchie e del predominio sul territorio dell’organizzazione stessa, in particolare nei territori di Caltanissetta, Gela, Riesi, San Cataldo, Mazzarino e Niscemi. La Stidda invece, continua a conservare una certa capacità organizzativa nei territori di Gela,
Il comandante della Dia nissena Domenico Scillia
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Negli ultimi anni a San Cataldo, sono avvenuti eventi delittuosi gravi. Un gruppo criminale, composto da giovani pregiudicati, vorrebbe acquisire il controllo del territorio eliminando i vecchi capi
Gaspare Spatuzza
Mazzarino e Niscemi, consolidando sempre più gli accordi con le famiglie di Cosa Nostra per la spartizione dei guadagni provenienti da estorsioni, traffico di stupefacenti, usura e controllo degli appalti. Su questo sfondo, i clan gelesi, che hanno definitivamente superato la crisi derivante dalla morte del loro leader storico Daniele Emmanuello, si dimostrano ancora attivi e presenti sull’intero territorio. Le strategie delle organizzazioni criminali della provincia appaiono ancora tese a non provocare un eccessivo interesse da parte degli organi investi-
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La Stidda conserva una certa operatività a Gela, Niscemi e Mazzarino
gativi e, allo stesso tempo, appaiono improntate alle consuete condotte di ricerca di illeciti guadagni ed al loro successivo reimpiego in canali legali attraverso prestanome. Il dato sembra confermato dalla quasi totale assenza di eventi delittuosi eclatanti, a fronte della costante presenza di atti estorsivi e di reati connessi quali incendi e danneggiamenti>>. Quali sono i fenomeni più preoccupanti? <<Da un lato, come detto, c’è Cosa Nostra gelese che continua a fare sentire la sua pressione
sugli imprenditori e sugli operatori economici gelesi, ricorrendo all’ormai consolidato e sistematico accordo di non belligeranza con l’opposta fazione stiddara per il controllo e la suddivisione dei proventi derivanti dalle attività illecite. Negli ultimi anni si sono registrati eventi delittuosi di una certa gravità a San Cataldo, comune che ha sempre avuto una certa “importanza mafiosa”, come l’omicidio del boss sancataldese Salvatore Calì alla fine di dicembre del 2008 e del tentato omicidio del nipote Stefano Mosca. Questi due gravissimi episodi delittuosi hanno segnato una ripresa delle ostilità ad opera di un gruppo criminale, composto per lo più da giovani pregiudicati, che aveva lo scopo di acquisire il controllo delle attività delittuose eliminando i vecchi capi>>. Può darci qualche “numero” che sintetizzi la vostra attività? <<Tra il 2006 e il 2010 il Centro operativo di Caltanissetta ha operato nel settore delle indagini patrimoniali e delle indagini giudiziarie, con l’aggressione ai patrimoni illeciti di esponenti di spicco delle organizzazioni criminali “Stidda” e “Cosa Nostra” che operano nelle province di Caltanissetta ed Enna. Nel settore delle indagini patrimoniali, nel periodo preso in considerazione, il valore complessivo del patrimonio mobiliare ed immobiliare sottoposto a sequestro o confisca ammonta a 302 miliardi di euro. Cifra che comprende le confische non ancora definitive - il cui valore ammonta a 286 milioni di euro - le confische definitive per un valore di 9.400.000,00 euro ed i sequestri per un importo di 5.600.000,00 euro. Nello stesso periodo sono state denunciate a piede libero 183 persone per reati di mafia e ne sono state arrestate 23 sono state tratte in arresto, sono stati effettuati accertamenti in merito a 15 operazioni sospette di riciclaggio. Sono inoltre state monitorate 59 ditte interessate alla partecipazione degli appalti pubblici e sono state controllate 131 cave per la produzione di inerti>>.
Il direttore nazionale della Dia Alfonso D’Alfonso
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ORIGINI. Fu istituita con la legge del 30 dicembre 1991 n° 410
Organismo d’indagine interforze, contro la criminalità organizzata La Divisione investigativa antimafia (Dia) è un organismo investigativo con competenza monofunzionale, composta da personale specializzato a provenienza interforze, con il compito esclusivo di assicurare lo svolgimento, in forma coordinata, delle attività di investigazione preventiva attinenti alla criminalità organizzata, nonché di effe ttu are i nd ag i n i di Polizia Giudiziaria relative esclusivamente a delitti di associazione mafiosa o comunque ricollegabili all’associazione medesima.
La Dia è stata dunque concepita come un organismo completamente nuovo, posto alle dipendenze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, nell’ambito del Ministero dell’Interno, destinato a unificare, a livello centrale, l’azione delle Forze di Polizia nello specifico settore antimafia, quale sintesi originale di esperienze diverse. Ciò anche in virtù della sua composizione interforze, avvalendosi di personale della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza, nonché, per la gestione amministrativa e tecnico-logistica della Struttura, di personale appartenente all’Amministrazione Civile dell’Interno. Al vertice della Dia è preposto un direttore, nominato con decreto del Ministro dell’In-
terno, scelto a rotazione tra i dirigenti della Polizia di stato (con qualifica non inferiore a dirigente superiore) e gli ufficiali Generali dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, che abbiano maturato specifica esperienza nel settore della lotta alla criminalità organizzata. Per l’esercizio delle sue funzioni, lo stesso si avvale della collaborazione di due vicedirettori - ad uno dei quali è anche affidata la funzione vicaria - che hanno il compito di sovrintendere rispettivamente alle attività operative ed a quelle amministrative. La Dia si avvale anche di un’articolazione periferica, strutturata su 12 Centri operativi e 7 sezioni distaccate che, attraverso una ripartizione definita, hanno competenza sull’intero territorio Nazionale.
Le nuove verità su via D’Amelio sono state esternate nella conferenza stampa tenutasi presso la procura di Caltanissetta l’8 marzo di quest’anno, alla presenza del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e del direttore nazionale della Dia Alfonso D’Alfonso . Nella foto da sinistra Piero Grasso, Sergio Lari e Domenico Scillia.
Gli obiettivi strategici della DIA La legge attribuisce al Direttore della D.I.A., sottolineandone il carattere di peculiarità nel contrasto al crimine organizzato, i poteri di richiedere al tribunale territorialmente componente l’applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali nei confronti di indagati di mafiosità. Tra l’altro, sempre il Direttore della D.I.A., può disporre indagini patrimoniali e proporre il sequestro dei beni dei mafiosi. Inoltre, sono da segnalare una serie di poteri che rendono la Struttura estremamente dinamica, in grado di contrapporsi efficacemente ad una criminalità organizzata in continua evoluzione e dai connotati sempre più fluidi e transnazionali.
Tra questi: il potere di accesso presso banche, istituti di credito e di intermediazione finanziaria; la possibilità di effettuare operazioni simulate per indagini su gravi delitti; la facoltà di richiedere autorizzazioni per intercettazioni telefoniche ed ambientali a carattere preventivo. Con la D.I.A. si è dato corso ad un nuovo “modello” di struttura deputata alla lotta al crimine organizzato. Essa, infatti, è in grado di interagire tra territorio fisico e funzionale, contrapponendosi così, strategicamente, non solo all’azione predatoria della mafia, ma anche al tentativo di quest’ultima di insinuarsi nel tessuto legale della società e dell’economia.
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“Caltanissetta mia città adottiva” lo dice il maggiore Orfanello di Gaia Geraci “Il mio vuole essere un saluto ad una città che amo e apprezzo perché mi infastidisce quanto si parla male di Caltanissetta e mi dispiace quando a farlo sono i nisseni stessi”, inizia così la nostra intervista al Maggiore Ettore Orfanello che ha diretto il Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Caltanissetta e il GICO (Gruppo investigativo criminalità organizzata) e che lascia, dopo 7 anni, la sede nissena per un nuovo incarico alla Dia di Catania. Ci accoglie nel suo ufficio circondato da pacchi, in vista del trasferimento, e non nasconde che: “Fare questi pacchi per me è qualcosa di estremamente triste”. Originario di Palermo, dove per anni ha svolto il suo lavoro presso il porto cittadino, ci racconta la sua esperienza nel capoluogo nisseno non solo come servitore dello Stato, ma soprattutto come uomo che ha saputo apprezzare ed amare tutto ciò che di buono una cittadina, come la nostra, sa offrire e regalare ad occhi estranei. Lei ha guidato il Comando del nucleo tributario della Gdf nissena per 7 anni con un’azione incessante di contrasto all’illegalità che si è conclusa con una serie di importanti operazioni. Quali sono i risultati più importanti che pensa di aver raggiunto sul territorio nisseno? Caltanissetta è stata un’esperienza professionale esaltante. In questi 7 anni di comando abbiamo portato a termine operazioni importanti. Dal 2005, anno del mio insediamento, ad oggi, questa è una cittadina diversa. Prima era una città in cui parte della classe amministrativa e imprenditoriale era coinvolta in una serie di attività malavitose. Uno dei risultati più importanti è l’operazione “Doppio Colpo” che ha portato al sequestro della Calcestruzzi Spa, il sequestro preventivo più imponente mai realizzato dal 1982. E poi altre ope-
razioni come la già citata “Doppio Colpo”, “Doppio Colpo 2”, “Free Car”, “Triskelion”, “Terra Bruciata”, “Cane Sciolto”. Sono tutti interventi di polizia giudiziaria complessi che si basano su anni di indagine, di intercettazioni telefoniche e che interessano settori importanti, come quello delle estorsioni. Abbiamo arrestato in 7 anni più di 120 persone. Tutto questo grazie alla collaborazione di circa 40 uomini, che ho avuto l’onore di comandare e, soprattutto, grazie ad un’autorità giudiziaria che ci ha stimolati nella maniera adeguata. Caltanissetta sotto l’aspetto giudiziario è un luogo di grande importanza, lo denotano le inchieste che sono state svolte e il tipo di incarichi della procura. Una procura guidata da un uomo, il Dott. Lari, che ha un’esperienza nell’antimafia di
altissimo profilo. A Caltanissetta sono gestite vicende come le stragi che la rendono l’autorità giudiziaria numero uno in Italia , le stragi sono una delle pagine più tragiche della storia di questa Repubblica. Quando si parla di forze armate, la televisione e i film ci hanno abituati a scene d’azione spettacolari, cariche di suspense. Pura
finzione o riproduzione della realtà? Ho condotto operazioni che hanno avuto una scorrevolezza serena. Ricordo che l’arresto dei fratelli Generoso, della Generoso Srl, è stata una delle operazioni più stimolan-
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Io sono palermitano ma da Caltanissetta non me ne andrei mai, è una città che amo
ti perché, mentre piantonavamo l’ingresso di un autosalone, ascoltavamo queste persone che cercavano di far sparire dei documenti importanti e compromettenti, li
sentivamo con i telefoni e quindi, queste scariche di adrenalina nel tentare di bloccarli. Non riuscivamo neanche a comunicare tra di noi poiché in quella zona le nostre frequenze radio erano disturbate. Alla fine li abbiamo arrestati con un’operazione immediata. Sono state certamente tante le attività che l’hanno vista costan-
temente al lavoro per questa città, ma oltre l’aspetto lavorativo cosa le rimarrà della sua permanenza a Caltanissetta? Io sono palermitano, ma da Caltanissetta non me andrei mai. Mi amareggia leggere sul Sole 24 Ore che questa città sia posizionata in fondo alle classifiche di vivibilità; perché allora mi chiedo come poi realmente si viva in altre città. Oltretutto mi dispiace sentire parlare male molti nisseni della loro città. Queste persone, con tutto il rispetto, le farei vivere a Palermo o a Roma dove si mette la prima marcia nel traffico cittadino e si toglie dopo 20 km, dove c’è la polizia che fa servizio di ordine pubblico all’ufficio di collocamento o all’ospedale. La serenità di Caltanissetta viene scambiata per apatia, non ci si rende conto di quello che sia ha. . Un ambiente piacevole anche nell’approccio visivo che regala molti angoli verdi ben curati. Anche sotto il profilo economico mantiene delle punte notevoli. Ad esempio, con 10 euro ci si può permettere di andare a mangiare una pizza, quando in altre città ci vuole esattamente il doppio, questo già rende la qualità della vita migliore, un po’ più accessibile. Unica critica va fatta alla mancanza di strutture e locali adeguati dove i ragazzi possano divertirsi. È normale che poi i giovani arrivino ad odiare la loro città perché non hanno cosa fare. Questo può divenire causa di distrazioni diverse, non sane. Ha espresso il suo dispiacere nel sentire i nisseni parlare male del luogo in cui vivono. Ma che idea si è fatto sul cittadino nisseno?
Penso che il nisseno sia più mite del l’app artenente alla grande città. Mi colpisce molto che nei 7 in cui sono stato qui non ho mai assistito per strada ad un lite tra due persone. Nel mio lavoro ci sta di conoscere tutto e il contrario di tutto e, di conseguenza, ho conosciuto anche chi meritava le manette. Mi sono reso conto che a Caltanissetta tante persone mi hanno frequentato per quello che sono e non per quello che rappresento, e questa è una cosa che va a merito delle persone che mi si sono avvicinate in maniera disinteressata. Per concludere le poniamo una domanda tipica marzulliana: secondo lei si lavora per vivere o si vive per lavorare? Sicuramente vivere per lavorare. La grande passione della mia vita è stato il mio lavoro e, perché no, anche la Juventus. Sa quante volte, amichevolmente, approfittando del mio grado ho infierito sui miei collaboratori interisti? Faccio parte di quella rarissima categoria di persone che si alzano la mattina e sono felici di quello che fanno. Ho sempre lavorato con passione ed impegno a costo anche di sacrificare la mia vita privata. Il mio lavoro è stato l’aspetto più importante della mia vita insieme alla mie figlie e alla mia compagna. Penso di aver dedicato molto al lavoro forse più di quanto avrei dovuto.
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DESIGN E ROTATORIE. La sicurezza stradale in città assume forme inusuali
Salamanca, il papà del trullo: “Si ai fotomontaggi divertenti, no alle critiche gratuite” di Donatello Polizzi
La vicenda relativa all’opera di Piazza Giovanni XXIII, ha scatenato un’intensa polemica cittadina. Alla ribalta presunti... esperti di rotatorie !
L
a rotatoria della discordia. L’oggetto misterioso collocato in piazza Giovanni XXIII ha scatenato una polemica, ricca di humour e cospicui fotomontaggi, cittadina di proporzioni inimmaginabili. Abbiamo voluto parlare del “pipitone” e delle rotatorie in generale che, secondo leggende metropolitane, avrebbero terreno fertile nella nostra città, con l’ingegner Giorgio Salamanca padre putativo del trullo e di molte delle opere che regolano la sicurezza nei nostri incroci. “Intanto mi preme rilevare che le rotatorie non le ho inventate io! Ve lo garantisco – esordisce simpaticamente Salamanca – sono lieto della fama assunta dall’opera collocata all’incrocio di viale Trieste anche grazie agli straordinari fotomontaggi che hanno inondato facebook. Mi hanno, però, infastidito notevolmente e questo lo voglio sottolineare, le accuse alla mia professionalità e le infondate ipotesi in merito alla presunta mancanza del rispetto dei criteri si sicurezza. Queste sono affermazioni false e non corrispondenti al vero”. Ab origine, la rotatoria “incriminata” era stata ritenuta assoluta-
mente conforme alle norme dall’ordinanza della polizia municipale n°94 del 9 maggio del 2012; successivamente fu transennata per ordine del nuovo comandante dei vigili urbani Vincenzo Nucera, nel giorno del suo insediamento in città (18 maggio). In realtà ciò avvenne giacché l’ingegner Salamanca non poté essere contattato perché fuori sede. Anche la successiva costruzione del piccolo cordolo a girare, è stata decisa nel corso di una conferenza di servizi per ragioni di opportunità e per evitare ulteriori, sterili polemiche. Il nostro interlocutore, si dimostra un vero amante delle rotatorie e di tutta la storia ad essa attinente; le prime notizie risalgono ai tempi dei romani: mitica, la rotatoria costruita
d i fronte alle terme di Diocleziano. La nascita delle rotatorie si colloca idealmente in Francia, all’epoca di Luigi XIV noto come Re Sole. In quel periodo il reggente era solito concedere con grande facilità titoli nobiliari agli amici che fre-
quentavano Versailles (circa ventimila persone). Il problema nasceva agli incroci per le carroz-
“
Il pipitone forse è brutto ma certamente conforme alle norme sulla sicurezza
Nella pagina di sinistra, la prima versione della Sopra, uno dei tanti fotomontaggi che i nissen
ze: il diritto di precedenza era sancito dall’importanza del titolo ma s’innescavano sovente dei conflitti feroci fra nobilitati dal re e nobili di famiglia. Spesso le discussio-
ni degeneravano in duelli; per risolvere il problema furono edificate le rotatorie. Salamanca, con dovizia, ci illustra le statistiche concernenti i vantaggi derivanti da queste costruzioni che ornano le nostre strade. Maggiore sicurezza che si traduce in riduzione dei punti di conflitto da trentadue ad otto, dell’incidentalità di oltre il 50%,
ed ha inaugurato oltre 250 nuove rotatorie in meno di dieci anni”. I dati sopra elencati hanno, anche, una rilevanza economica enorme: un decesso per incidente stradale costa alla collettività circa 256mila euro, con la riduzione delle morti di oltre la metà è facile quantificare quale risparmio realizzi lo stato. Salamanca dei tempi di attesa (ad esempio rispetto ai semafori) del 70%, dell’inquinamento acustico ed atmosferico. Inoltre le nuove rotatorie (modello pipitone che prendono spunto dagli studi e dalle idee di Giulio Maternini, uno dei maggiori esperti europei di rotatorie) costruite in tal modo per lasciare libera la visuale ad altezza di auto, riducono del 40% le collisioni fra veicoli, dell’80% i danni alle persone e del 90% gli incidenti gravi e mortali. Salamanca afferma: “Nessun dubbio sull’utilità e l’economicità delle rotatorie. Voglio ad esempio raccontare che La Provincia di Treviso ha investito 500 milioni di euro nel “Progetto Rotatorie”
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I dati sono esemplificativi: incidentalità -50%, tempi di attesa -70% danni a persone-80% mortalità -90% L’ingegnere: “felice di progettarle”
VINCENZO NUCERA. La divisa verrà indossata da tutti gli agenti, un chiaro segno distintivo
Servizi notturni e tanto entusiasmo. La ricetta del neo comandante dei vigili Gli automobilisti nisseni sono mediamente disciplinati. Note dolenti: in pochi utilizzano il casco in tanti il telefonino mentre guidano l’auto. Servizi di pattugliamento e controllo in piazza Garibaldi
a rotatoria. In alto la foto nella versione attuale. ni hanno pubblicato su facebook
conclude: “Nonostante facebook, le critiche talune ironiche e divertenti, altre di presunti colleghi forse un po’ gratuite, sapere che con una rotatoria da me realizzata si può riuscire a salvare anche una sola vita, mi ripaga di ogni cosa. Sono felice di svolgere questo lavoro e lo porto avanti con entusiasmo”.
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“Aiutatemi a far rivivere questa città ed a farla diventare un gioiello. I nisseni di buona volontà sono tanti ed aspettiamo anche i vostri suggerimenti”. Vincenzo Nucera, nuovo comandante della polizia municipale di Caltanissetta insediatosi il 18 maggio, ci accoglie nel suo ufficio con questo propositivo ed ottimistico slogan. Sorridente, determinato, vulcanico, mostra un entusiasmo contagioso: “Sono un formalista, quando si espleta una funzione che prevede l’uso dell’uniforme, quest’ultima deve essere sempre indossata. Ho voluto innanzitutto che fosse completata la fornitura del vestiario in dotazione al corpo. Da lunedì (18 giugno) la nostra divisa dovrà rappresentare un punto di riferimento per i nostri cittadini. Ho reputato opportuno tirare fuori dall’armadio le radio, non più usate da circa cinque anni; è stato pagato il canone per il ponte radio che è stato riparato e ripristinato, inoltre stiamo per acquistare le batterie ed i microfoni da spalla. Qualcuno ha obiettato l’esistenza dei telefonini ma ovviamente com’è facile intuire non è la stessa cosa in termini di rapidità ed operatività”. Durante l’intervista non si ferma mai un momento; do-
cumenti da firmare, indicazioni da impartire, immancabili i Ray-Ban color tabacco. Notiamo una certa somiglianza con il mitico Frank Poncharello, interpretato dall’attore Erik Estrada, protagonista della serie di telefilm Chips che raccontava le avventure di due agenti in motocicletta della California Highway Patrol. Il comandante vanta un patrimonio ed un’esperienza professionale davvero notevole. Ha svolto il servizio di leva come ufficiale dei carabinieri al Dodicesimo Battaglione, allorquando la Legione Palermo era comandata dal colonnello Dalla Chiesa. Nel 1976 vinse il concorso (per titoli ed esami) come vicecomandante
“
Appello ai cittadini: “aiutateci ad aiutarvi. Utili anche i vostri suggerimenti”
della polizia municipale di Agrigento; mansione che ha ricoperto sino al 1994. Poi è diventato il comandante del corpo, rimanendo in servizio sino al 2006. “Iniziamo con lo sfatare il mito dell’automobilista nisseno come indisciplinato – dichiara Nucera - io vivo in questa città da circa tre anni e posso testimoniare che gli automobilisti locali sono più attenti che in altre città. Anche il traffico può essere considerato percentualmente scorrevole con le normali problematiche che si trovano anche in altri luoghi”. Due problemi sono però evidenti agli occhi del comandante: “ Ho notato invece,
con grande preoccupazione, la scarsa percentuale di utenti delle due ruote che indossano il casco e poi altrettanto rilevante e cospicua appare il numero di coloro i quali utilizzano il telefonino, mentre guidano, senza avvalersi dell’auricolare o del vivavoce”. Non mancano i problemi a forte connotazione nissena: la situazione di piazza Garibaldi che di notte si trasforma in un parcheggio e la chiusura del centro storico per i lavori inerenti alla “Grande Piazza”. Il numero uno dei caschi bianchi ha la risposta pronta: “ Ho già firmato ed inviato all’amministrazione un progetto per i servizi notturni che contemperiamo con il sottonumero dei nostri agenti. Sia chiaro, non è una scusa. Il servizio sarà espletato oltre i normali orari, ossia anche oltre mezzanotte per attenzionare la movida notturna nissena che esiste. Tentare di risolvere il problema inerente, l’invasione di auto in piazza Garibaldi – incalza il comandante – Vogliamo anche intensificare i controlli per prevenire gli incidenti del weekend spesso causati dall’alcool e dagli stupefacenti”. Sul centro sto-
rico, l’opinione è netta e delineata: “Ho fatto un giro a piedi per la stada a’foglia. Bellissimo, spettacolare, mi è apparso un po’ abbandonato a se stesso. Le viuzze laterali traboccanti di auto, pochi negozi. Credo che vada rivalutato ma un passaggio determinante anzi fondamentale è l’incremento dei parcheggi”. Automobilisti nisseni indisciplinati attenzione, Vincenzo Nucera è …On the road. D. P.
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Viale della Regione Fatti in Redazione
di Marco Benanti
CURIOSITA’. Un aereo progettato dal geniale nisseno giace dimenticato
Il G.91 di Peppe Gabrielli, sedotto ed abbandonato C
i sono storie che dalla Caltanissetta di oggi, intorpidita ed in cerca di identità, quasi non ti aspetti ed invece toh che per caso mi imbatto in un altro bel primato della cittadina nissena. La nostra città ha dato infatti i natali ad uno dei più importanti progettisti
“
1937 e via via tanti altri. Morale Gabrielli realizzò i più veloci e potenti caccia italiani della Seconda guerra mondiale, sicuramente all’altezza, se non superiori, ai più quotati e famosi caccia alleati del periodo, divenen-
Perché non ricordare questa figura tanto importante? E qui viene il bello. Succede che degli esperti di modellismo, ovvero il Gruppo Modellisti Nisseni, affascinati dalla figura di Gabrielli, e già organizzatori di una importante mostra sul centenario di Gabrielli con tanto
Dopo nove anni la città corre il rischio che l’Aereonautica si riprenda il velivolo
aeronautici dell’aviazione mondiale. Proprio così, non tutti (purtroppo) sanno che ad aver progettato velivoli utilizzati per oltre 30 anni a formare piloti di tutto il mondo è proprio un progettista nato a Caltanissetta. Lui è Giuseppe Gabrielli, classe 1903, figlio di ferroviere, brillante studente che inizia a formarsi subito nell’ambito dell’ingegneria aerospaziale, si laurea al Politecnico di Torino, dove insegnerà e dove attualmente esiste un area dedicata alla sua figura ed ai suoi progetti. Lavora dapprima alla Piaggio e poi viene chiamato in Fiat, dove l’avvocato Agnelli valorizza il suo talento assumendolo nel 1931 e dandogli spazio di sviluppare le sue doti di grande ingegnere. Il primo progetto fu Fiat G.2 nel 1932, seguono il più veloce velivolo bimotore da trasporto passeggeri dell’epoca nel
gettista nisseno dall’Aeronautica Militare. Scoprono che diversi G.91 T sono fermi e tagliati per essere inoffensivi, in un hangar nei pressi dell’aeroporto militare di Amendola a Foggia, e così scrivono allo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana e quindi al Ministero della Difesa per averne uno a Caltanissetta. La risposta è positiva, l’aereo di Gabrielli può essere consegnato a Caltanissetta le cui Amministrazioni comunali e provinciali si impegnano ad esporlo in un punto importante della città per ricordare l’estro dell’illustre concittadino. Il problema è il trasporto di questo aereo. Detto fatto, l’associazione, presieduta da Giuseppe Firrone coinvolge l’imprenditore
In alto Giuseppe Firrone, presidente del “Gruppo Modellisti Nisseni”. Sopra la foto che ritrae il G.91. Accanto il rendering della rotatoria prevista tra le vie Averna e Mattarella
do il protagonista della ripresa e del rilancio dell’attività aeronautica italiana, allora praticamente inesistente. Il suo capolavoro è il Fiat G.91 che verso la fine degli anni cinquanta, divenne il caccia leggero della Nato. Una storia affascinante quella di Gabrielli, che però ai giorni nostri ci porta nuovamente con i piedi per terra (in tutti i sensi!) se la contestualizziamo alla cittadina che vanta anche il primato di perdere tante occasioni per ritrovare se stessa ed i suoi concittadini illustri.
di Foto dell’epoca e pezzi arrivati dal Politecnico di Torino esposti alla cripta della Cattedrale nel 2003, coinvolgono privati ed amministrazioni locali, sottoponendo la loro idea: portare a Caltanissetta uno dei velivoli dismessi del pro-
Salvatore Lo Cascio, che sposa la causa, ed il 30 Ottobre del 2003 presta uno dei suoi tir per trasportare il velivolo dalla base del 32° stormo di Amendola sino a Caltanissetta. La provincia promette dei soldi, il comune pure, poche migliaia di euro
Giuseppe Gabrielli
che serviranno a pagarne il restauro, mentre anche il piedistallo per l’allocazione ad esempio in una rotatoria sarebbe stato offerto da uno sponsor. Oggi, purtroppo, dopo 9 anni l’aereo G.91 T M.M.54395 è ancora in un terreno privato nelle vicinanze del capoluogo, dove è stato restaurato da un volenteroso tecnico nisseno (che aspetta ancora di essere pagato). Oltre il danno anche la beffa: se l’aereo non sarà collocato in città dall’Amministrazione Comunale che ne ha pure inoltrato richiesta di affidamento, tornerà nuovamente allo Stato Maggiore che ha già dato un ultimatum in scadenza in questi giorni. Insomma dopo quasi nove anni rischiamo di perdere...l’aereo. Dopo vari solleciti al sindaco Michele Campisi, pare sia arrivato l’impegno del Comune, con l’avallo dell’Ufficio Tecnico diretto dall’ingegnere Giorgio Salamanca: esporre l’aereo subsonico nella nuova rotatoria che nascerà tra la via Salvatore Averna e la via Pier Santi Mattarella. Il nodo al fazzoletto a questo punto è fatto!
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TRIBUNALE DI CALTANISSETTA SEZIONE CIVILE
PROCEDIMENTO ESECUTIVO IMMOBILIARE ISCRITTO AL N. 242/08 R.G.
VENDITA CON RIBASSO
di Salvatore Falzone
“Pinsera”
di un sancataldese doc S
e non avete abbastanza pensieri per la testa, leggete Pinsera, un libricino di poesie dialettali composte da Alessandro Giuliana, classe 1984, sancataldese (doc). Ma leggetelo anche se di pensieri ne avete anche troppi. L’autore di questa silloge, vincitrice del Premio “Martoglio” 2011, sostiene che, comunque, i pensieri tengono in vita. Non lo dice chiaramente, ma lo lascia intuire
Alessandro Giuliana
tra una rima e l’altra: sono vita, i pensieri, anche se non fanno dormire. Ma ciò che ruba il sonno al giovane poeta (figlio d’arte: è dal padre, Bernardino, che ha ereditato l’amore per i versi) è il pensiero di sé e anche quello degli altri. Il pensiero dell’assoluto e del limite umano. Un pensiero difficile, davvero non scontato, quasi mai conforme allo spirito dominante della società attuale. Ve ne accorgerete da soli: i pensieri di questo giovane saggio e scapigliato lo allontanano dal modo comune di pensare e tuttavia non lo catapultano in un contesto astratto, impalpabile o fantastico. Non lo trasportano su un altro
pianeta. Lo sbalzano verso l’alto e poi lo fanno ripiombare sulla terra. Su questo pezzo di terra, al centro della Sicilia, nell’anno di grazia 2011-2012, con una forza diversa e nuova. A proposito: la sua è una poesia trasfigurante (scusate l’aggettivo un po’ trombonesco) ma attaccatissima a un luogo ben preciso, a un buco di mondo che si chiama San Cataldo ed è in provincia di Caltanissetta, delimitato dal monte Babbaurra da un lato e dall’abbeveratoio del Pozzillo dall’altro: e questi luoghi, infatti, chiamati per nome, entrano nelle sue poesie e diventano poesia, rimanendo tali e perciò materialmente e geograficamente limitati ma al contempo dilatati e trasformati (leggete per esempio “A chitarra ncantata”, favola terrena e mistica sull’amore ambientata in un paese fatato ma, stavolta, volutamente non localizzato nel tempo e nello spazio). La poesia come forma e sostanza di una visione del mondo. Una visione complessa in cui non c’è il bene da una parte e il male dall’altra; non ci sono i buoni e cattivi, il giorno e la notte, il sole e la luna. Ma c’è l’uomo. E per quest’uomo, per la sua vita, per la sua grandezza che può avvicinarlo al divino e per la sua piccolezza che può farlo morire per sempre, questo nuovo poeta dell’entroterra ha un amore grande. Ed è un amore che sembra ricordare quello del Dio che pensa, del Dio i cui pensieri non sono i pensieri dell’uomo… Non vi sfuggirà la denuncia sociale che spunta qua e là tra i vari componimenti: “L’ecunumia jè n jiinocchiu e cu cumanna strizza l’occhiu” (Tantu c’è cu paga). Oppure: “Laureati, li surfarara di lu dumila, ccu li cardareddi n manu arricuglinu punteggi nni li pirreri di lu Statu…”. E così pure la ribellione contro il potere, qualunque tipo di potere, politico, economico, religioso: “Nun mi fidu di li prepotenti pirchì jocanu ccu lu cori di la genti…Nun mi fidu di lu Statu e la pulitica c’ammiscanu lu jovi ccu la minica, Nun mi fidu du
certuni sacirdoti ca scancianu u Signuri ccu li voti”. Ma soprattutto troverete vecchie cose di cui, ormai, rimangono poche tracce anche nella piccola umanità di provincia: rigore morale, etica, pulizia, schiettezza, onestà, sensibilità, umiltà, coraggio, istinto di giustizia che non è ideologia e non ha colore e non può e non deve essere etichettato. “Su li tri e fori la notti ca cancia li cosi e adduma i pinsera…”. Di nuovi i pensieri. Maledetti pensieri, benedetti pensieri. Che affollano la mente e rendono inquieti. I pensieri sono pesanti. Se le parole sono pietre, per dirla con Carlo Levi, allora i pensieri sono macigni. Chi non ne ha, se li procuri. Chi ne ha troppi, faccia lo stesso. E’ questione di vita (o di morte).
Bernardino Giuliana
Il Dott. Angelo Pio Cammalleri, professionista delegato alle operazioni di vendita dall’ill.mo Sig. Giudice dell’esecuzione con ordinanza del 16 febbraio 2011, depositato in cancelleria il 14 marzo 2011, rende noto che in data 23 LUGLIO 2012 alle ore 10.00 presso lo studio del Dott. Angelo Pio Cammalleri, in Caltanissetta, via Filippo Paladini, 222, procederà alla vendita senza incanto con ribasso, una prima volta, della piena proprietà del seguente immobile: Lotto Unico: Locale a pieno seminterrato sito in Serradifalco (CL), via Kennedy 5, p. 4°, identificata presso l’Agenzia del territorio, nuovo catasto edilizio urbano, al comune di Serradifalco al foglio 15, particella 2742, sub 16, è classificato come Categoria A/3 (abitazione di tipo economico), vani 7, mq 155 ca sup. lorda. L’immobile, ad oggi occupato, dal custode dello stessa dall’ordinanza del 16 febbraio 2011, viene venduto allo stato di fatto e di diritto in cui si trova. La posizione urbanistica di detto immobile, eccettuati i lavori di manutenzione straordinaria effettuati successivamente, può considerarsi regolare, in quanto avvenuta in conformità con i progetti autorizzati con la concessione edilizia di cui prima. Per la completa regolarizzazione urbanistica dell’immobile si dovrà prevedere una spesa per il raggiungimento della sua completa regolarità urbanistica. Ciò comporterà dei costi che saranno detratti dalla valutazione dell’immobile. Il resto del suddetto immobile risulta essere conforme alla vigente normativa urbanistica. Prezzo base € 77.000,00 CON RIBASSO DI ¼: € 57.750,00 A) Le offerte di acquisto dovranno essere presentate in busta chiusa indirizzata al professionista delegato, Dott. Angelo Pio Cammalleri, entro le ore 12:00 del giorno precedente la data per l’esame delle offerte, e consegnate al medesimo: all’esterno della busta, saranno annotati dal professionista, il nome, previa identificazione, di chi provvede materialmente al deposito, quello del professionista delegato e la data fissata per l’esame dell’offerta. B) L’offerta dovrà essere accompagnata da un assegno circolare non trasferibile intestato a “Dott. Angelo Pio Cammalleri Proc.es.imm. N. 242/08” pari al 10% del prezzo offerto a titolo di cauzione. Detto assegno dovrà essere inserito nella busta contenente la relativa offerta d’acquisto. C) Le buste contenenti l’offerta di acquisto relativa al lotto posto in vendita saranno aperte alla presenza degli offerenti, avanti al professionista delegato, presso lo studio del professionista sito a Caltanissetta in Via Filippo Paladini, 222, piano secondo. D) In presenza di più offerte si procederà a gara tra gli offerenti, nel rispetto del rilancio minimo di €uro 2.900,00 sulla base dell’offerta più alta. E) L’assegnatario, nel termine di giorni 30 dall’assegnazione o entro il diverso termine eventualmente indicato, dovrà effettuare il versamento del saldo prezzo, oltre oneri, diritti e spese di vendita, detratto l’importo della cauzione effettivamente versata, assegno circolare non trasferibile intestato a “Dott. Angelo Pio Cammalleri Proc.es.imm. N. 242/08” VENDITA CON INCANTO A) Il Professionista delegato comunica altresì che, nel caso in cui la vendita senza incanto non abbia luogo per qualsiasi ragione, procederà alla vendita con incanto del medesimo bene, presso gli stessi luoghi, in data 30.07.2012 alle ore 10:30, al prezzo base sopra indicato per i rispettivi lotti con scatti obbligatori minimi in aumento di € 2.900,00. B) Le istanze di partecipazione alla vendita con incanto, in bollo e di contenuto analogo a quello indicato sopra per le offerte di partecipazione alla vendita senza incanto, dovranno essere presso depositate lo studio del Dott. Angelo Pio Cammalleri, sito a Caltanissetta, in via Filippo Paladini, 222 entro le ore 12:00 del giorno precedente la vendita e dovranno essere accompagnate da un assegno circolare non trasferibile intestato a “Dott. Angelo Pio Cammalleri Proc.es.imm. N. 242/08” pari al 10% a titolo di cauzione del prezzo base del lotto per il quale si intende concorrere. J) L’aggiudicatario, nel termine di giorni 30 dall’aggiudicazione, dovrà effettuare il versamento del saldo prezzo, oltre oneri, diritti e spese di vendita, detratto l’importo della cauzione effettivamente versata, tramite assegno circolare non trasferibile intestato a “Dott. Angelo Pio Cammalleri Proc. es.imm. N. 242/08” K) La visione dell’ordinanza di vendita e della espletata relazione di stima degli immobili pignorati potrà aversi consultando il sito internet www.astegiudiziarie.it. L) Maggiori chiarimenti e la visione della documentazione ipocatastale potranno essere richiesti presso lo studio del Dott. Angelo Pio Cammalleri, sito a Caltanissetta, in via Filippo Paladini, 222, previo appuntamento telefonico, chiamando il 339-3767753. Presso la stessa sede sono eseguite dal professionista delegato tutte le attività che, a norma degli artt. 571 e ss. c.p.c., devono essere compiute in Cancelleria o davanti al Giudice dell’esecuzione, o dal Cancelliere o dal Giudice dell’Esecuzione. Caltanissetta lì 17.05.2012 Dott. Angelo Pio Cammalleri
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Ornamenti
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di Ivana Baiunco
Piazza Garibaldi posteggio “celestiale”
E
come se una mattina i fiorentini si svegliassero con un parcheggio giusto accanto al battistero del duomo. O come se,nella piazza di San Pietro si potesse posteggiare per chi arriva in ritardo all’ ”Angelus”. Inseguendo un sogno il nisseno imperterrito ha fatto in modo che divenisse realtà d’altronde a Caltanissetta è possibile tutto ed il contrario di tutto. Infatti è probabilmente l’unica città nella quale si posteggia abusivamente tra due chiese al centro di una piazza con tanto di fontana. C’è di più,ormai lo si fa a tutte le ore del giorno e della notte senza colpo ferire previo l’arrivo di qualche vigile urbano che rimane a guardia della sacralità e incolumità della piazza stessa. Certo è che, se parcheggiare vicino a due chiese vuol essere un modo per arrivare prima alle sfere celesti, è anche vero che, se c’è un evento di qualunque tipo in cattedrale, in assenza di vigili allora la piazza si riempie di autovetture lasciate li, nei modi più disparati una sorta di gioco di scacchi meccanico, più vicini al cielo più lontani dal senso civico? Ovvio questo vale anche per chi, stanco di una giornata di lavoro per “fare l’aperitivo” quelli “chic” lo chiamano così,cenare in un locale del centro storico, si deve posteggiare sin davanti alla porta del locale.Anche chi scrive non si esime dall’infrangere a volte le regole “Mea Culpa”, confesso,però sulla piazza no, questo no! Se la conside-
razione alla fine lascia il tempo che trova, lo ha denunciato la stampa, lo abbiamo detto in tutte le lingue, pure un pesce d’aprile ha giocato sul senso di inciviltà dei nostri cari concittadini,è più raccapricciante il
sue regole con le sue esigenze, diventerà un grande parcheggio? Allora quale potrebbe essere una soluzione? Si dice, sta a chi amministra trovarle, però un piccolo suggerimento ci permettiamo di darlo. Una
ti un occhio anche sulla piazza e magari dal momento che i cittadini senza sanzione non rispettando le regole, vedere portare via propria macchina in piena notte,chissà se potrà essere più utile. O ancora meglio ripristinare i vecchi dissuasori di sosta i cosidetti “panettoni” che tanto non sono piaciuti ai cittadini ed agli esercenti ovviamente per ragioni diverse, quanto si sono rivelati utili. Spodestati dalle loro precarie collocazioni, defini- tivamente dopo una “Settimana Santa” erano diventati strumenti
fatto che non si sia ancora trovato rimedio, si certo, i vigili di guardia, che di fatti essendo talmente tanti si possono permettere di stare intere mattine a fare la guardia ad una piazza, assurdo, semplicemente assurdo, ma è ancora più assurdo che , ciò che non si fa di giorno perché c’è il deterrente, lo si fa ed in “pompa magna” di notte. Cosa accadrà quando la piazza diventerà la “Grande Piazza”? Senza marciapiedi, senza a quanto pare dissuasori di sosta, sarà come lasciare libera una mandria di cavalli su di una prateria tutti al galoppo ciascuno con le
conferenza dei servizi con le forze dell’ordine e l’amministrazione,così che,chi controlla il territorio but-
di gioco per chi bivacca notoriamente in piazza “Garibaldi” ma se fermati più saldamente al terreno po-
trebbero diventare ostacolo per il posteggi dell’ulti- ma ora. Si è perso il romanticismo della passeggiata all’aperto mano nella mano , un tempo,tanto tempo addietro c i peripatetici camminavano e dissertavano di filosofia, adesso si fa la gimkana tra le autovetture.Eppure il centro storico di Caltanissetta è uno degli esempi di barocco più significativo della Sicilia. Se per ammirare i dipinti del “Borremans” bisogna prima assistere allo scempio del parcheggio selvaggio già la poesia si è persa prima di cominciare. Perimetrare la piazza e pedonalizzarla sarebbe l’unica soluzione.Il sindaco invoca l’arrivo delle telecamere, ne saranno istallate un numero consistente in città,troppo semplice citare Orwell ed il “Grande Fratello” e però il primo cittadino questa la trova una soluzione possibile. Ma tra tutti i suggerimenti il più stravagante è quello dell’ultim’ora, letto mentre sto scrivendo: trasformar piazza Garibaldi solo per i nove mesi di lavori in centro storico in un parcheggio a pagamento, sosta di un ora per dare respiro alle attività commerciali. Qui una notadi perplessità ci sta tutta, l’esempio del battistero del duomo di Firenze e di piazza San Pietro calzano a pennello. Come diceva Gramsci “L’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione” dinnanzi a tutto ciò.
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Mario, Giuseppe e Michele e i loro mestieri
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di Leda Ingrassia
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n piccolo viaggio nel passato, in quello delle arti e dei mestieri in voga un tempo. Ecco quello che vogliono essere queste poche righe. Un’occasione per conoscere personaggi depositari di un sapere che con un’espressione abbastanza ricorrente potremmo definire “in via d’estinzione”. Si tratta di Mario Viz-
sferisce la sua bottega nei locali di via Barone di Figlia dove tuttora esercita la professione e dove lavora insieme alla moglie Maddalena. Quando sono andata ad intervistarli li ho trovati a pieno ritmo: squadrette, metro, stoffa, forbici, filo e carta modello sul bancone che il signor Mario stava usando per tagliare una giacca da
confezioni industriali, è andato fuori moda. “Prima la richiesta era davvero tanta e si poteva portare avanti la famiglia con i soldi guadagnati, ma da un po’ di anni la domanda di capi artigianali è pressoché scomparsa e si lavora con le piccole riparazioni o con qualche amatore che, magari in occasione di eventi per lui impor-
Il sarto Mario Vizzini mentre lavora nella sua sartoria. Sotto i fratelli Giuseppe e Michele Romano
zini, Giuseppe e Michele Romano: molti magari li conosceranno, altri no. Il primo è il sarto “storico” di Caltanissetta, forse l’unico, tra i più anziani, che ancora lavora in questo settore. Non il sarto a cui siamo abituati noi contemporanei e a cui, all’interno di boutiques che non hanno nulla a che vedere con le antiche botteghe, ci rivolgiamo qualche volta per accorciare o stringere un pantalone, ma quello che crea dalle sue mani un vestito di sana pianta. I fratelli Romano sono invece due “allustrini”, ovvero lustra scarpe, rimasti forse gli unici non solo nel Nisseno ma anche altrove: si occupano di tingere e lucidare le calzature. Storie, racconti di vita e di lavoro che nel corso delle interviste sono venute fuori come cartoline in bianco e nero di una Caltanissetta antica. Il signor Mario, settantenne, taglia e cuce da quando aveva undici anni ed è lo stilista” del capitano Gioacchino Ricotta. “Alcuni anni fa per lui ho realizzato il vestito di alfiere maggiore e quest’anno gli ho cucito il frac del capitano. Ho cominciato a fare il sarto giovanissimo all’interno di una bottega: nel ’60 poi con mio fratello aprimmo un negozio in via Dante Alighieri e nel ’66 andai a Milano per qualche mese per frequentare la scuola di taglio Ruggeri. Tornato a Caltanissetta continuai a lavorare con mio fratello fino al 1969 quando invece decisi di aprire una sartoria a casa mia, in via Gigino Gattuso”. Negli anni successivi però Mario tra-
uomo. “Sono un tipo molto pignolo e mi capita di scucire e rifare da capo qualcosa che magari non mi convince al cento per cento: il fatto è che or-
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Giuseppe: “appena compio 70 anni di attività chiudo tutto e basta”
mai l’età e la vista non mi favoriscono e anzi cominciano a pesare. Sono in pensione ma continuo a dedicarmi a questa attività per passione e passa tempo”. Con grande orgoglio, poi, il signor Mario mi mostra le due macchine che usa per cucire e che ripara lui stesso: risalgono al 1957 e funzionano tuttora alla perfezione. Un mestiere, quello della realizzazione sartoriale di abiti, che ormai, già a partire dagli anni ’60 con l’avvento delle
tanti, commissiona un vestito con particolari caratteristiche. I giovani sono distanti da questo mondo ed è anche difficile farli avvicinare. Mi ricordo quando da giovane alle prime armi il sarto per il quale lavoravo mi pagava 200 lire a settimana, senza versare contributi ovviamente, e addirittura una volta siccome andai a comprargli le sigarette e mi diedero il resto sbagliato, decise di non
pagarmi. Anche i miei figli hanno deciso di prendere una strada diversa dalla mia: mi dispiace ma mi rendo conto che il gioco non vale più la candela”. Fatto il vestito poi non si
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Vizzini: “la domanda di capi artigianali è pressochè scomparsa
può non pensare ad un bel paio di scarpe pulite e lucide. Di questo si occupano i fratelli Romano che ogni giorno mettono in mostra la loro arte in corso Umberto dove si sono riservati da tempo due tratti diversi di marciapiede: Giuseppe, 82 anni esercita da 69 questa professione, ed è quello che sta nella parte vicina la chiesa del Collegio; mentre Michele, 76 anni che è nel settore da 55, si è sistemato accanto alla Cattedrale. Nonostante non siano all’interno di una bottega ai due allustrini non manca davvero nulla: poltrona per il cliente, sediolina e banchetto per loro, cassettiera piena di prodotti e attrezzi del mestiere e tanto di ombrellone per ripararsi da sole o intemperie. Giuseppe ci racconta che è un mestiere che si sono tramandati in famiglia nel corso delle generazioni e di cui ormai sono gli unici eredi. “Prima a fare questo lavoro oltre alla mia famiglia c’erano i Zappia con quasi ventuno allustrini tra i figli e i nipoti. Ai lustra scarpe un tempo, circa 60 anni fa, era riservato uno spazio in piazza dove, soprattutto il sabato e la domenica, si radunavamo un gran numero di zolfatari e di contadini, ma anche tanta altra gente comune o nobile che veniva a farsi lucidare le scarpe rovinate magari dal lavoro o proprio per il piacere di averle perfette. Col tempo poi le richieste si sono ridotte del 90%. Allora alle scarpe ci si teneva di più, era come se impreziosivano la persona e il vestito che indossava: adesso, anche per via dei materiali scadenti usati nelle scarpe moderne, oltre che per una questione culturale, non ci si bada più di tanto”. Nei pochi minuti in cui chiac-
chieriamo ho la possibilità di vedere il signor Giuseppe a lavoro perché si avvicinano due uomini per farsi lucidare le scarpe e nel frattempo lui mi svela alcuni segreti del mestiere, frutto di un’antica saggezza. “Per tingere un paio di scarpe, dopo aver applicato il prodotto adeguato, è necessario attendere all’incirca 24 ore affinchè queste si asciughino per bene. Mentre per la lucidatura, dopo aver pulito accuratamente le scarpe, si mette la cera sulla calzatura e poi ci si passa sopra più volte un panno di cotone o una spazzola”. A tal proposito il signor Giuseppe me ne mostra una fatta con la coda di cavallo e realizzata da lui 55 anni fa. Ricordando il passato, l’allustrino mi racconta anche di qualche aneddoto. “C’era un cavaliere molto in vista tanti anni fa e abbastanza stravagante che veniva per farsi tingere le scarpe di due colori diversi nella punta e nelle altre parti. A quei tempi poi c’era l’usanza di farsi lucidare anche le scarpe per andare a ballare, quelle in cui si faceva applicare il ferruzzo nel tacco e nella punta”. Sul destino del suo mestiere però il signor Giuseppe si mostra abbastanza rassegnato. “Appena compio 70 anni di attività chiudo tutto e basta. Mi dispiace ma capisco pure che con questo lavoro ormai non si può più mantenere una famiglia. Più volte ho detto a qualche giovanotto “ti regalo tutto e ti continui questa attività”: ma non ne ha voluto sapere”. Dopo un po’ che parliamo però si è fatta l’ora di pranzo e assisto alla chiusura dell’attività: il lustra scarpe mette via gli attrezzi del mestiere che ha prima pulito, prende “l’arredamento” del suo angolo di marciapiede e lo va a conservare in una traversina più giù del centro storico dove nessuno g lielo tocca.
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Fatti & San Cataldo
Francesco Raimondi: “insieme ce la facciamo” S
iamo andati a trovarlo nel suo nuovo ufficio, a Palazzo delle Spighe. Dietro la scrivania del sindaco vi è ora Francesco Raimondi, neoeletto primo cittadino di San Cataldo. Dottore commercialista di 62 anni, Raimondi ha vinto le elezioni amministrative a capo della coalizione formata dal “Polo Civico” alleatosi con il centrosinistra. Lo scorso 21 maggio è’ stato eletto sindaco al terzo “tentativo”: dopo le “non vittorie” (l’espressione è sua) con minimo scarto del 1993 e del ’97, questa volta, al ballottaggio, Raimondi ha primeggiato con 6.787 voti contro i 5.506 del rivale politico Giuseppe Scarantino. Sposato con Rosalia Graci, è padre di due figli, Giulia e Matteo. Gli abbiamo posto alcune domande per conoscerlo da vicino riguardo la sua vita personale e professionale. Iniziando dal principio. Sindaco, che bambino era Francesco Raimondi? “Un bambino che frequentava sempre l’oratorio salesiano, che amava stare assieme ai suoi coetanei e che quando vedeva un compagno in difficoltà cercava di stargli vicino, invogliandolo a continuare a giocare. In famiglia, mi piaceva stare con i parenti: non sono riuscito a conoscere la mia nonna materna, mentre il nonno è morto quando ero ancora molto piccolo. I miei nonni paterni, invece, sono stati per me come dei secondi genitori. Io, mio padre Gaetano ed i miei due fratelli più piccoli, Calogero e Giuseppe, siamo andati a vive-
di Claudio Costanzo re da loro dopo la morte di mia madre Teresa”. Ci descriva la quotidianità. Quando inizia la sua giornata e quali impegni ha? “La sveglia è alle 6.30-7. Faccio colazione con mia moglie e seguo tutti i telegiornali mattutini dei diversi canali, poi alle 8.30 iniziano gli impegni lavorativi. Certo, con la campagna elettorale e dopo l’insediamento da sindaco, al mio studio di commercialista praticamente non riescono più a vedermi. Di questo ora se ne occupa mia moglie. Non vedo il lavoro come una mera risorsa per vivere, ma anche un’opportunità per esprimere le proprie capacità professionali e rendersi utile agli altri. E adesso si lavora sino a tarda sera”.
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Bisogna individuare le giuste leve per rilanciare le attività economiche
Ed eccoci ora al tema politico. Prima di tutto, cos’è per lei la “politica”? “E’ un modo per mettersi al servizio degli altri, badando alla concretezza nell’affrontare i problemi. Prevalentemente io sono per la costituzione di rapporti di carattere sociale”. Il giorno del suo insediamento al Comune, indossando la fascia tricolore, disse di sentire il peso delle responsabilità.
“E’ tanta l’attesa della città, considerato il momento difficile che stiamo vivendo. Bisogna affrontare diversi problemi sociali, quali la disgregazione che purtroppo è stata evidente a causa di una politica di scontro, e non di confronto, sulle cose da fare. Per questo, il mio è un impegno di pacificazione. A livello economico, vi è una crisi di carattere globale, che si ripercuote in ambito locale, considerato che la nostra è un’economia molto fragile. Bisogna individuare le giuste leve per rilanciare le attività economiche e sociali. Siamo in una fase di studio e riflessione riguardo gli interventi amministrativi, che dovranno tendere a migliorare la situazione, rendendo più snello, efficiente ed efficace l’apparato burocratico. Per questo, ho scelto per la formazione della Giunta municipale personalità che si contraddistinguono per le qualità umane e per le capacità professionali. Dal punto di vista politico, vi è apertura al confronto con tutte le forze che vogliono collaborare nell’esclusivo interesse della città senza secondi fini. Guardiamo anche a tutte quelle realtà sociali, prev a lentemente a l l e parrocchie, poi alle categorie
professionali, commerciali. In tutto questo, dovrà essere seguita costantemente la formazione di quella fascia di cittadini che viene trascurata, ossia i giovani dall’età dell’infanzia a quella dell’adolescenza, per una formazione educativa e civica che possa contribuire a rendere forte l’uomo di domani.”. Il suo impegno è quinquennale, o guarda anche più avanti? “E’ un impegno a medio e lungo termine, che va oltre i cinque anni di sindacatura”. Qual è la sua impressione dopo questi primi giorni da sindaco? “Ho avuto conferma di una situazione economica molto precaria, incontrando diversi cittadini che sono alla ricerca di lavoro.
Per questo, dico che bisogna individuare gli strumenti necessari per un consolidamento delle imprese già esistenti e per far crescere l’occupazione. Ho notato, poi, alcune situazioni, ad esempio quella dell’Ato Ambiente Cl1. Vi è molta incertezza sullo scioglimento della società e sulla nascita del nuovo consorzio, ma da parte mia c’è l’impegno affinché questa nuova realtà cresca”. Siamo alle conclusioni. Che futuro vede per la città di San Cataldo? “Sono fortemente ottimista, poiché nella mia vita, prima o dopo, sono sempre riuscito a realizzare ciò che mi sono prefissato. Sono convinto che questo impegno mi aiuterà a raggiungere gli obiettivi che ho per questa città e farò di tutto per realizzarli il prima possibile. Fare il sindaco significa essere padre ed amico di una comunità e deve trovare una buona parola per i momenti di sconforto, che sono sempre più numerosi. San Cataldo ha però delle grandi tradizioni, ha avuto uomini illustri e, ancora oggi, ha persone all’altezza della situazione, sia a livello politico che del mondo della chiesa. Insieme ce la dobbiamo fare. Insieme ce la facciamo”.
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San Cataldo
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Il paradosso di Salvatore “si vince anche perdendo” A
bituato ad essere lui a condurre il “gioco”, a far le domande ed a ricevere le risposte, questa volta ce lo ritroviamo dall’altra parte della “barricata”. Lui è Salvatore Falzone, il direttore del periodico di informazione “Il Sacco”, che ha accettato di rispondere agli interrogativi posti da Il Fatto Nisseno riguardanti l’esito delle ultime elezioni amministrative di San Cataldo. Ventotto anni, avvocato, pubblicista, dalla sua penna è nato un giornale che, a partire dalla sua fondazione nel 2008, è stato al centro di grandi discussioni, creando moti d’opinione in città dai contenuti controversi. Designato assessore dal candidato del “Polo di Centro”, Giuseppe Scarantino, il direttore de “Il Sacco” analizza le elezioni dal suo punto di vista. Come, quando e perché è nato il vostro progetto politico? “Dopo quattro anni di appassionate battaglie condotte a colpi di penna, bisognava passare dalle parole ai fatti. Avevamo raggiunto il duplice obiettivo di frantumare il silenzio controllato che regnava a San Cataldo e di permettere ai cittadini di riappropriarsi della loro coscienza critica. Così l’anno scorso abbiamo fondato l’associazione Il Sacco in movimento. Dopo la denuncia, abbiamo intercettato una nuova urgenza: quella dell’impegno per una nuova convivenza”. Avete detto più volte che la vostra è stata una operazione politica originale. Perché?
Redazione “Perché siamo riusciti a creare un’articolata alleanza cittadina, composta anche da partiti, ma rispettosa del ruolo primario dei movimenti civici. Questo delicato equilibrio l’abbiamo mantenuto fino all’ultimo, a differenza di altri movimenti che parlavano di politica dal basso e che alla fine hanno ceduto il passo alle stesse logiche di partito che avevano criticato a parole”. Cosa rispondi a chi rimprovera di aver trasformato il giornale in organo politico? “Che c’è ipocrisia in questo rimprovero. Al di là del fatto che l’imparzialità dei mezzi di comunicazione è solo una favola, il nostro giornale è stato fin da subito
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Spesso la politica è sporca ma è possibile fare della buona politica
e dichiaratamente di parte. Nel senso che ha interpretato i fatti a partire da una prospettiva critica. E poi la storia d’Italia, dal Risorgimento a tutto il Novecento, è piena di giornali di opinione che hanno avuto esiti politici. Ciò che conta è il coraggio delle idee. Ma forse nel rimprovero pesa anche un equivoco di fondo”. Quale? “La scelta di trasformare un impegno civile in responsabilità politica viene percepita come
qualcosa di negativo. Spesso la politica è sporca. Ma è possibile fare una buona politica. Anche a perdere. Siamo orgogliosi di avere raccolto le migliori intelligenze coinvolgendo tutte le fasce sociali. E rivendichiamo la candidatura di Scarantino, un galantuomo. Non gli ho sentito fare una promessa”. Perché si vociferava che “dietro” di voi vi fossero altri interessi politici ed economici? “Perché la calunnia è una prassi diffusa in campagna elettorale. E perché l’idea che un gruppo di giovani fossero i veri registi di un’operazione politica dirompente e capace di spezzare equilibri tradizionali non poteva essere accettata dai professionisti della politica”. Perché hai scelto di non candidarti in prima persona? “Motivi personali”. Cosa ha influito sulla sconfitta al ballottaggio? “La nostra scelta di non fare apparentamenti”. Col senno dei poi rifareste la scelta di non apparentarvi? “Sì. Non siamo per vincere a tutti i costi. Anche perdere, a volte, può significare vincere”. Cosa pensi del risultato del primo turno? “Che rappresenta la vera fotografia della realtà, quella più naturale e non alterata dagli apparentamenti. Il Sacco ha preso 1500 voti e ha vinto due volte: spazzando in un colpo solo Pdl e Pd, i grandi sconfitti della partita. Per il Pdl è stata una catastrofe: un solo consigliere e un candidato
sindaco che, nonostante le urla, è arrivato quarto con due deputati e una segreteria alle spalle”. Il Pd, invece, è stato buttato fuori dalla porta, anche se poi è rientrato dalla finestra. Gli elettori hanno bocciato sonoramente la proposta Scarciotta. Il quale ha preso un granchio che gli è costato caro”. Cioè? “Convinto di arrivare al ballottaggio, ha attaccato noi invece che l’amministrazione uscente. Ha perso l’occasione di essere percepito come alternativa. Ma c’è di più: il Pd, dopo la disfatta, tra la coerenza e le poltrone ha scelto le poltrone”. Cosa pensi della prima seduta del consiglio comunale? “C’è una sola opposizione, la nostra. Come si spiega che il Pdl ha votato insieme al Pd? E come si spiega che Rifondazione Comunista ha votato un presidente finora legato a Rudi Maira? Forse si spiega con quella stessa logica che li ha portati a festeggiare tutti insieme la vittoria di Raimondi. Quella seduta è stata la prova del nove di convergenze anomale. Sa-
rebbe stato un bel segnale cedere la presidenza all’opposizione. Invece ha prevalso la cara vecchia politica. Mi sa che ancora una volta dobbiamo dare ragione a Tomasi di Lampedusa. Maledetto Gattopardo…”.
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SOLIDARIETA’. L’iniziativa dell’associazione di don Sorce nel continente africano
Tanzania
i bambini sieropositivi amati da “Casa Famiglia Rosetta” di Laura Spitali ...Segue dalla prima
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ambini rimasti soli senza la possibilità di poter crescere sotto l’affetto e la guida dei propri genitori, e dei quali rimane loro la peggiore delle eredità: la sieropositività all’HIV. Fra le tante nazioni dell’Africa colpite da questa ingiusta sorte vi è anche la Tanzania, che dal 2005 è entrata a far parte della rete di solidarietà dell’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”, fondata e presieduta a Caltanissetta da Don Vincenzo Sorce, che fin dagli anni ottanta si occupa di accogliere, assistere e riabilitare persone con dipendenza da alcool e droghe, gioco d’azzardo, di-
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Abbiamo sentito la necessità di creare un centro di cure e riabilitazione in Africa
sagi familiari e affette da AIDS. Tanti i progetti che nel corso degli anni l’Associazione “Casa Famiglia Rosetta” ha sviluppato in giro per il mondo, tutti meritevoli d’interesse, ma quello in Tanzania è quello su cui abbiamo voluto puntare l’attenzione, dopo aver saputo che nel corso del 1° “Autoslalom Città di Serradifalco”, svoltosi il 9 e 10 giugno scorsi, sono stati raccolti dei fondi da destinare all’acquisto di un pulmino a servizio dei bambini ospiti nella casa d’accoglienza di Tanga. Per saperne di più sul progetto in Tanzania abbiamo incontrato Don Vincenzo Sorce, che ci ha raccontato come e perché ha deciso d’intraprendere questa nuova avventura di solidarietà. “Il rapporto della nostra associazione con l’Africa ebbe inizio diversi anni fa con un progetto in Libia rivolto ai bambini affetti da disabilità e malformazioni, spesso dovute al fatto che fossero figli di genitori consanguinei. Per cinque anni abbiamo lavorato lì, facendo anche dei corsi di formazione per operatori del luogo. Ma purtroppo non siamo riusciti a costruire una comunità a causa d’impedimenti posti dall’ex regime di Gheddafi. Dopo aver fatto in Africa un Forum per le nazioni Subsahariane in collaborazione con l’Onu, che ha portato ‘Casa Famiglia Rosetta’ a realizzare attività formative per il trattamento e la riabilitazione nel settore delle tossicodipendenze e HIV/AIDS in Nigeria, Mozam-
bico e Costa d’Avorio, abbiamo sentito la necessità di creare un punto stabile di cure e di riabilitazione nel continente africano”. Perché avete scelto proprio la Tanzania? “Innanzitutto perché è uno dei pochi Paesi africani in cui non vi sono guerre civili, ed è quindi possibile operare con maggiore serenità e proficuità. Inoltre, è stato anche grazie alla lettura di quanto svolto per questo Paese dall’ex presidente Julius Nyerere, cattolico devoto e uomo dalla riconosciuta integrità, per il quale è in corso il processo di beatificazione. Il bello della Tanzania è che la gente convive pacificamente pur professando diverse religioni: lì la maggioranza è musulmana, anche se vi è una consistente parte di cattolici, ma anche di anglicani e laterani”. Quindi, un buon esempio d’integrazione e di convivenza civile al quale anche noi occidentali dovremmo ispirarci. Ma tornando al progetto di solidarietà di ‘Casa Famiglia Rosetta’, in che cosa consiste e come è strutturato? “Abbiamo creato nella città di Tanga alcuni servizi destinati all’accoglienza di bambini e ragazzi orfani sieropositivi e affetti da HIV, affinché possano essere non soltanto curati ma anche accompagnati in un nuovo progetto di vita. Questi bambini vivono in una casa accogliente
intitolata Casa delle Speranze ‘Mons. Cataldo Naro’, nella quale vengono assistiti nei loro bisogni materiali quotidiani, e seguiti sotto il profilo sanitario, terapeutico, di controllo e cura della malattia. Inoltre, abbiamo realizzato un altro importante progetto: il Centro di Riabilitazione ‘Casa Gabriele’, dove i bambini disabili vengono accolti, curati da specialisti ed accompagnati verso la riconquista della propria autonomia. Infine, stiamo promuovendo un progetto per il microcredito, formando degli operatori che gireranno nei villaggi stimolando l’attività produttiva e la dignità delle persone a cui verrà data una possibilità di crescita. Ma la cosa più importante è riuscire a fare un’opera culturale e formativa affinché la gente riesca a prevenire e fermare la diffusione dell’HIV”. Don Vincenzo Sorce tornerà ad agosto nella comunità di Tanga, ed è determinato ad arrivare lì con i fondi necessari per l’acquisto del pulmino che servirà ad accompagnare i bambini a scuola. Tutti noi possiamo contribuire a questo acquisto e far risplendere il sorriso sul volto dei bambini di Tanga, facendo una donazione all’
“Associazione Casa Famiglia Rosetta Onlus – C/da Bagno, 93100 Caltanissetta” tramite bonifico bancario (IBAN:IT40B 0200816710000300649044, Banco di Sicilia-Unicredit Group, Fil. Kennedy – Via Kennedy, 29 – 93100 Caltanissetta), oppure attraverso un versamento su conto corrente postale (n. 18732917).
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Fatti & salute SANT’ELIA. L’impegno del Dr. Scaffidi nella conduzione dell’Unità Operativa
Endocrinochirurgia, un fiore all’occhiello
La tiroide è una ghiandola endocrina posta nella parte anteriore del collo, ha due lobi collegati da un sottile istmo. La ghiandola tiroide produce la tiroxina (T4) e la triiodiotironina (T3) ed attraverso la increzione di tali ormoni essa regola il metabolismo del nostro corpo e le sue funzioni, tra le quali lo sviluppo del sistema nervoso centrale, la funzionalità cardiaca e circolatoria, l’ accrescimento corporeo e numerose altre funzioni metaboliche.
di Osvaldo Barba
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e qualcuno a bruciapelo, ci facesse una domanda del tipo: “……che relazione c’è tra il ritardo mentale nei bambini e una disfunzione ormonale” , a cosa penseremmo di primo acchito? Oppure ancora se qualcuno ci dicesse di essere affetti dalla “malattia insospettabile” a quale male (più o meno curabile) saremmo indotti a pensare? La risposta a tutto ciò è riassumibile in una sola parola: tiroide. Milioni di italiani sono colpiti da malattie della tiroide ma solo 1 su 5 le conosce. Il
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L’unità nasce dall’esigenza di ridurre la mobilità sanitaria passiva
dato emerge dall’indagine DOXA condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana di età superiore a 15 anni e promossa da IBSA Farmaceutici. Ed è proprio per tale motivo che il 04/08/2008, in quel di Caltanissetta, all’interno dell’ospedale “S.Elia” è nato l’ambulatorio di Endocrinochirurgia, diretto dal dott. Francesco Salvatore Scaffidi Abbate che, da poco più di due mesi, è diventato anche Unità Operativa Semplice. Oggi l’ambulatorio di Endocrinochirurgia rappresenta davvero un fiore all’occhiello di quella che è la sanità nissena. Con le sue 2500 prestazioni l’anno la “neonata” Unità Operativa Semplice si occupa di chirurgia della patologia tiroidea, paratiroidea, delle ghiandole sottomandibolari e delle patologie disontogenetiche del
collo. L’ambulatorio, situato proprio all’ingresso del “S.Elia”, si occupa di prime visite, di preparazione per intervento chirurgico oltre che naturalmente delle medicazioni conseguenti all’intervento. Si effettuano ecotomografie tiroidee ed ago-aspirato. L’Unità Operativa semplice di Endocrinochirurgia quindi, nasce dalla consapevolezza e soprattutto dall’esigenza di ridurre la mobilità sanitaria passiva, ossia la migrazione extraregionale della popolazione nissena verso “mete” ospedaliere di conclamata nomina. Il risultato è senza dubbio positivo e mette in evidenza il rinnovato impegno che si sta profondendo da parte dell’intera sanità regionale per il contenimento e la riduzione del fenomenoche continua a penalizzare in misura non più soste-
Abbate che, di comune accordo con la dirigenza medica di presidio del “S.Elia”, in primis della dott.ssa Lucilla Grimaldi e con il beneplacet della Direzione Generale, ha reso questo risultato ancor più lusinghiero alla luce dei continui incrementi registrati dalla sua Unità Operativa Semplice rispetto ad altre strutture similari, nello stessoperiodo in tutto il terri-
prevenzione dell’endemia gozzigena specie alla luce di numerose aree caratterizzate dalla presenza di grave carenze iodica, come ad esempio nel Vallone, o ancora dell’aumento abnorme di patologie neoplastiche della tiroide nei territori limitrofi a Gela. Una ulteriore nota di merito va attribuita alle intenzioni del dott. Scaffidi di attuare uno screening ol-
“S.Elia” e le Università di Palermo e Messina per una cooperazione su tesi di laurea sulla patologia tiroidea ed indice di percentuale neoplastico sul gozzo endemico da effettuare con il responsabile correlatore delle tesi stesse. Tuttavia, per le dimensioni del fenomeno che interessala nostra provincia in misura proporzionalmente maggiore rispetto a tutte le altre, oc-
A sinistra il Dottor Francesco Salvatore Scaffidi Abbate con l’infermiere Renato Candura
nibile le risorse finanziarie dell’intero compartosanitario. Di tutto ciò, va dato ampio merito alla lungimiranza del dott.Francesco Salvatore Scaffidi
torio regionale. Naturalmente, oltre alla diagnosi e cura delle patologie tiroidee, l’Unità Operativa semplice di Endocrinochirurgia si occupa di
tre che su tutta la popolazione anche e soprattutto con i bambini in età pediatrica. C’è già in cantiere una collaborazione con le scuole per delle campagne di informazione e sensibilizzazione sul problema della tiroide. E’ databile a poco tempo fa la collaborazione nata tra l’Unità Operativa semplice di Endocrinochirurgia del
correprofondere il massimo sforzo affinché i risultati di contenimento siano più consistenti.Il miglioramento della qualità dei servizi offerti rappresenta senza dubbio la risposta piùadeguata per poter soddisfare i bisogni di salute dei cittadini che attualmente si rivolgeranno, come nel passato, astrutture fuori regione.
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Comunicazione istituzionale del Comune di Caltanissetta
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COMUNE DI CALTANISSETTA PROGRAMMA DI RIQUALIFICAZIONE DEL CENTRO STORICO LA RIPAVIMENTAZIONE DI CORSO UMBERTO I Cari concittadini ed ospiti della città l’Amministrazione comunale ha avviato un percorso di riqualificazione del centro storico, da lungo tempo auspicato, ma che da questo
cogliere 200 posti auto. Dal 5 giugno sono stati avviati i lavori di ripavimentazione di corso Umberto, nel tratto compreso tra la piazza Garibaldi e via Auristuto, finanzia-
città nei prossimi mesi. Me ne scuso anticipatamente e mi dichiaro sin d’ora pronto ad accogliere ogni suggerimento, ritenendo comunque accettabile il disagio da scontare di
momento comincia a tradursi in testimonianza concreta e materiale. La “posa” della prima pietra per l’ampliamento del parcheggio di via Medaglie d’oro (avvenuta lunedì 14 maggio) ha segnato simbolicamente e concretamente l’avvio dell’ambizioso programma di riqualificazione che verrà attuato con fondi provenienti da risorse regionali, nazionali e comunitarie, senza alcun aggravio per le casse del nostro ente. Il parcheggio-silos di via Medaglie d’oro (finanziato nel contesto dei “Pisu” per un importo di 1.500.000 euro) da qui ad un anno potrà ac-
ti per 1.210.000 euro dal Ministero delle Infrastrutture. L’impresa che eseguirà i lavori e tutti gli uci comunali faranno il possibile affinché l’esecuzione dell’opera possa essere ultimata entro dicembre 2012 (in un tempo ridotto, quindi, rispetto alla previsione di un anno) per cui il mio auspicio è che già dall’inizio del 2013 i nisseni potranno disporre del “salotto” della città con zone pedonali più ampie e con una percorrenza veicolare più ordinata. Mi rendo conto che questi lavori finiranno per creare disagi ai cittadini e a quanti verranno nella nostra
fronte all’ormai indifferibile necessità del cambio di passo. Per questo motivo sono state sintetizzate in questo “pieghevole” le principali informazioni sulle misure adottate per garantire nei mesi in cui il centro storico si trasformerà in “cantiere” la mobilità delle auto, dei mezzi pubblici e dei pedoni, prevedendo altresì, assieme alle Autorità competenti, come presidiare la zona interessata ai lavori e come inoltrarsi in essa in caso di emergenza. Il percorso di riqualificazione continuerà con il progetto della musealizzazione dell’ex rifugio antiaereo
di via Matteotti (importo lavori di 2.103.409 euro) e con la ripavimentazione del tratto di corso Vittorio Emanuele che va da via XX Settembre a piazza Garibaldi (804.000 euro). Altri progetti in itinere riguardano la ripavimentazione di un altro tratto di corso Umberto (dalla chiesa del Collegio alla zona Santa Lucia), e soprattutto la bonifica di un intero isolato del quartiere Provvidenza (fondi ex Gescal del Programma di Riqualificazione Urbana per 3.138.000 euro) e la realizzazione d’intesa con l’Iacp di nove alloggi
sociali in via Cesare Abba (investimento di 2.300.000 euro). I nisseni hanno quindi più di un motivo per sperare nel reale “recupero” del centro storico in tempi ragionevoli, primo passo di un rilancio che avrà effetto sull’intera città, fino a raggiungere le aree periferiche. Ringrazio sin d’ora le Istituzioni, gli Uci comunali le Associazioni di categoria ed i cittadini per l’impegno che hanno profuso e profonderanno per l’attuazione del programma. Michele Campisi sindaco di Caltanissetta
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CANTINE NISSENE. Gianfranco Lombardo racconta l’azienda di famiglia tra passato, investimenti e ricerca di successo
LOMBARDO nel cuore della Sicilia di Cecilia Miraglia
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ianfranco mi dà appuntamento a Roccella, in un punto tra San Cataldo e Serradifalco. Dopo i dovuti convenevoli mi dice :”Sali in macchina ti porto a Vassallaggi”. Sono venuta a visitare la sua azienda,penso io, mica un sito archeologico sconsideratamente abbandonato e lasciato al totale declino. Ma quello che non avevo mai visto e che invito vivamente tutti i lettori a vedere è la strepitosa visuale che si gode da un cocuzzolo esattamente sopra il sito:lo sguardo spazia fino ad Enna, Calascibetta, Sutera, Mussomeli, Monte Cammarata, addirittura l’Etna e poi Rocca Busambra dal lato opposto. Mentre ammiro il paesaggio incantevole che abbraccia tutto il cuore della Sicilia, Gianfranco mi racconta dei tanti feudi sparsi in tutta la zona, dei piccoli proprietari terrieri,della nascita e caduta delle cantine sociali, delle difficoltà che l’agricoltura, la zootecnia, l’ortofrutta hanno dovuto affrontare negli anni per essere competitive sul mercato globale, e con dispiacere mi fa notare che queste attività sono destinate a scomparire in breve tempo. La loro azienda è posizionata in vari luoghi, un po’ frammentata per raccogliere il meglio dei terreni della zona,quelli più vocati all’uva da vino,anche se
alcuni sono divisi con l’uva da tavola. Lui continua appassionatamente a narrarmi di storie antiche. Il padre, oggi ottantenne, intorno agli anni ‘50/60, con i suoi fratelli decise di fare un passo importante e di investire nell’acquisto di macchinari che per quel tempo erano notevolmente all’avanguardia(camion,tratt ori,mietitrebbi) e di utilizzarli per fare raccolte nei campi per conto terzi. Nei seguenti anni ’70 iniziano
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lavorative fuori dalla Sicilia, spinge la famiglia a dare un tocco di qualità all’azienda. “Il problema della Sicilia non è che ci sono troppe cantine” mi dice “ma che ci sono troppe cantine che non hanno un progetto aziendale”. Ma lui ha le idee chiare e ha chiaro il progetto che la sua famiglia deve sostenere: la valorizzazione del territorio. Anche l’enologo
Cabernet ,perché non parlano lingua siciliana e rischierei di creare confusione nei consumatori”. Nel 2001,nel frattempo,al Vinitaly un Nero d’Avola proveniente dalle loro vigne si aggiudica la Gran Medaglia d’Oro,ma era prodotto da una azienda che aveva usufruito delle loro uve. Insomma non aveva la loro firma completa. Grazie a que-
In Sicilia ci sono troppe cantine che non hanno un progetto aziendale
ad acquistare anche appezzamenti di terreni per coltivare uve da vino da vendere direttamente al consumatore, così verso la fine degli anni ’80 decidono di piantare solo Nero d’Avola e agli inizi degli anni ’90 i fratelli Lombardo si ritrovano possidenti di circa 55 ettari suddivisi tra uve da vino e uve da tavola. Ma è qui che il passo si fa lungo e intraprendente. Gianfranco, che nel frattempo si era specializzato in enologia e aveva fatto esperienze
Gianfranco Lombardo
Tonino Guzzo, che lo ha accompagnato in queste scoperte, ha sostenuto le eccezionali potenzialità di queste zone di cui stiamo parlando, particolarmente vocate alla coltivazione di Nero d’Avola e di Catarratto. “Non mi va di coltivare vitigni alloctoni, come lo Chardonnay o il
sto riconoscimento Gianfranco convince i familiari a “metterci la faccia” perché ne hanno tutte le capacità, e mentre gli zii continuano su una strada oramai troppo battuta, nasce la “Lombardo Vini” nel
2006, che in pochissimi anni scala la vetta del rapporto qualità-prezzo e si ritrova presente alle maggiori manifestazioni nazionali, e anche sul mercato internazionale. Mi porta a visitare le vigne di catarratto e mi racconta di quelli che sono i suoi sogni ,di come ce la stanno mettendo tutta per diventare una azienda leader,dei sacrifici che deve affrontare giorno per giorno, di quella parte di mentalità siciliana un po’ restìa ad aprirsi al resto del mondo e mentre parla accarezza dolcemente un grappolo d’uva ancora in fase di fioritura (è il momento dell’allegagione),come a volerlo rassicurare della sua presenza. Mi accompagna alla macchina,ci salutiamo e mentre si a l l ont ana , l o immagino simpaticamente con indosso un vecchio paio di calzari, il panciotto scuro e la coppola in testa. ”Io e i miei collaboratori ci siamo vestiti così al nostro stand dello scorso Vinitaly!”. Bravi,ricordiamo al resto d’Italia che non facciamo male a riscoprirci siciliani.
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Giugno
I Fatti di Etico
Gli “aristotelici” moderni non controllano se stessi Uno dei primi studiosi del pensiero politico fu il filosofo greco Aristotele, il quale, sostenendo la natura essenzialmente politica dell’uomo, affermava che questi, inevitabilmente, fosse destinato a vivere una vita politica, solidale con gli altri esseri umani; se così non fosse, sosteneva Aristotele, l’uomo stesso si troverebbe a essere o una belva, fuori dal consorzio umano, o un dio che nella sua onnipotenza non
un crescendo vile ed egoistico. Ma se tutti prendessero come elemento determinante del loro comportamento l’interesse egoistico individuale allora inevitabilmente andremo incontro ad uno stato di natura dove l’unica legge che conta è quella della giungla, dell’homo homini lupus, dove ognuno cerca di sopraffare l’altro. Ma cosa c’entra tutta questa disquisizione storica con Caltanissetta?
La “Scuola di Atene” - Raffaello (1509/1511)
ha bisogno degli altri. La politica è ineliminabile dalla vita dell’uomo: come Aristotele diceva che chi afferma l’inutilità della filosofia la può sostenere solo argomentando filosoficamente così si potrebbe dire che colui che proclama la sua contrarietà alla politica, fa necessariamente politica. Così come in epoca greca quando appaiono i sofisti, oggi, nell’attuale
Fino a prova contraria siamo e viviamo in questa Repubblica, votiamo in Italia e sarebbe perlomeno autolesionistico considerarci fuori da questo contesto. Lo hanno fatto la maggior parte dei nostri politici da noi eletti? Loro non avevano potere contrattuale anche per questa forma di strisciante inferiorità? Ebbene di queste riflessioni ce se ne rammenti all’atto del voto così come ci si guardi bene di quelli che
contesto storico, appaiono i grillini che ora, come allora i sofisti, sono effetto e non causa della crisi politica. Ma i sofisti, contestatori di ogni credenza e tradizione non accettano più verità precostituite così come i grillini e i contestatori di oggi, nel campo finanziario e perfino in quello istituzionale e costituzionale. Ma allora come ora su un punto siamo tutti d’accordo: l’uomo ha bisogno di un criterio di giustizia, di un principio per il suo comportamento politico e morale. La classe politica attuale quindi, avendo perso il controllo di se stessa, proiettata solo a garantirsi ancora spazio e potere, non si vergogna nemmeno di consegnare il Paese ai burocrati e ai professori, abbracciando inconsciamente le teorie dell’”uomo qualunque” in
professano l’antipolitica per diventare essi stessi dei politici (proprio come diceva Aristotele). Tuttavia se l’antipolitica può significare l’esercizio di colui che contesta il modo di fare politica del presente e auspica un nuovo modo di esercitare la politica, quindi, non un rifiuto per il rifiuto, ma un opporsi per costruire una politica più vera ed alta allora ben venga l’antipolitica. Ma il vedere proliferare un’infinità di associazioni, comitati, officine, laboratori, osservatori e quant’altro con espresso rifiuto del termine politica mi mette in guardia se non addirittura mi preoccupa. Vuoi vedere che questi scimiottando i grillini o avanzando velleitarie richieste di quartiere pensando di fare antipolitica ricalcano pedissequamente l’attuale cattiva politica?
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