il Fatto Nisseno - Ottobre 2016

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ISSN: 2039/7070

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Ottobre 2016

Mensile di approfondimento

Anno VI Num. 47

Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 conv. N. 46 art. 1 comma 1. Sud /CL

Direzione Editoriale: Michele Spena - redazione: Viale della Regione, 6 Caltanissetta - Tel: 0934 594864 / Fax: 0934 1935990 - Stampa: STS S.p.A. Zona industriale Vª Strada, Catania - Reg. Tribunale di Caltanissetta n° 224 del 24/02/2011

Le retate del regime fascista nella Sicilia interna e i ricordi di chi le ha vissute

Giuseppe Tumminelli:

“L’amore per un mestiere, l’onore del capitanato” Abbiamo incontrato in redazione Il neo eletto Capiitano della Real Maestranza. Una chiacchierata semplice ma densa di passione. Il 53enne maestro si è raccontato a viso aperto non nascondendo forti emozioni

di M. Sardo

a pagina 20

Fatti contro la mafia

Storia e Cultura

REAL MAESTRANZA

La casa editice Sciascia compie 70 anni di F. Falci

a pagina 6

di G. Tona

a pagina 8

Monica

CONTRAFATTO Da una medaglia al valore, al bronzo di Rio 2016 Mai un passo indietro, un bersagliere va sempre di corsa

di D. Polizzi

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Ornamenti di Ivana Baiunco

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ancano a volte le parole, perché non resta più nulla da dire quando, inermi, immobili attoniti si assiste a scene che neanche il migliore, il più fantasioso degli scrittori arriverebbe a scrivere. Quando la fantasia supera la realtà. Tredici anni di consigli comunali alle spalle non sono pochi, ma quest’ultimo ha superato ogni immaginazione. Certo non bisogna generalizzare però credo che quello che sto per scrivere potrà servire a tutti. Per primi a noi commentatori della politica, che di questo facciamo una professione e non passatempo della domenica. Mai come adesso mi rendo conto

chi non rispettata le istituzioni ed i suoi luoghi non legittima nessuno di rango superiore o inferiore nella gerarchia delle cariche politiche a perpetrare l’errore, quindi se lo fanno gli onorevoli, i deputati, non sono legittimati i consiglieri comunali a comportarsi nel- l o stesso modo offensivo ed irrispettoso. Un tempo la tensione era alta, lo scontro politico era aspro ma si disquisiva sui temi, se è vero come è vero, che nell’era della rottamazione il passato va cancellato te-

Direzione Editoriale

Onore alla bandiera che è stato superato il limite e si è perso completamente il rispetto delle istituzioni. L’aula consiliare è diventata una “Res nullius in bonis”, una cosa nelle mani di nessuno e nessuno prova a salvarla. Il dibattito politico langue ed allora si sposta l’attenzione su diatribe dialettiche che non sono degne neanche del marciapiede dinnanzi ad un qualsiasi bar. Allora meglio scoprirci subito, mi riferisco ad un fatto purtroppo realmente accaduto che mi ha dato spunto per una serie di riflessioni, che ho tenuto sopite per un pò di tempo ma adesso è arrivato il momento di esternarle. Un consigliere da della capra, anzi del caprone ad un altro come niente fosse, come se quegli scranni fossero le mura di una qualunque bettola di quart’ordine. E nessuno dica che in parlamento succede di peggio, perchè dall’alto al basso

niamoci almeno ciò che di buono ha costruito e mantenuto, il rispetto delle istituzioni. Ma cosa sono le istituzioni? Sono le persone, si certo, ma sono anche i luoghi, i simboli. Ogni singolo scranno, ogni poltrona, ogni banco dell’aula consiliare racconta una storia, la storia democratica di questa città, racconta la vita di tutti coloro i quali secondo le regole della rappresentanza ciascuno a suo modo hanno provato, hanno cercato di migliorare le prospettive di vita dei nisseni. Racconta la storia di chi è stato scelto, una domenica mattina, scrivendo un nome ed un cognome secondo la forma più alta della democrazia, la rappresentanza. Quando si accende la luce rossa del microfono posizionato sui banchi prima di intervenire, non si è più se stessi, il proprio volto, si diventa il volto, il cuore e le speranze di tut-

ti quelli che hanno creduto in una persona, in un progetto ed ogni volta che si contravviene a questo mandato si tradiscono tutte quelle persone, tutte assieme nel tempo di un respiro, nell’istante in cui si pronuncia una parola di offesa nei confronti di chi sta li seduto nella stessa ugual maniera. Quando si celebra il consiglio comunale fuori dal balcone principale del comune sventola la bandiera italiana il nostro tricolore, che viene ritirato appena il presidente dichiara chiusa la seduta. Quel gesto non è un retorico orpello formale ma è il senso chiaro netto della presenza delle istituzioni, dello stato. I 30 che sono seduti in consiglio hanno la responsabilità di dare onore alla bandiera che viene esposta al loro arrivo. Dietro quei tre colori ci sta il rosso del sangue di uomini e donne che hanno combattuto affinché

Michele Spena

Direttore responsabile Marco Benanti

Collaborazioni:

oggi altri uomini e donne potessero godere dei benefici della libertà. Una libertà data per scontata, oramai quasi sbeffeggiata, nei modi e nei verbi. Un tempo sui banchi di scuola si insegnava l’educazione civica e le maestre spiegavano che il tricolore riassume nel significato intrinseco i diritti naturali dell’uomo, le aspirazioni di tutte le genti, le aspirazioni di chi crede nella propria nazione costruita con sacrifici di patrioti, nel più alto interesse di dignità, democrazia e prosperità . Chiarito questo punto sarebbe semplice poi essere rispettati dagli altri. Da un pò di tempo a questa parte i nisseni hanno perso la fisionomia di popolo e son diventati gente. L’eccessiva drammatizzazione di ogni cosa ed allo stesso tempo la superficialità dall’analisi del contesto in cui i fatti avvengono, il giudizio gratuito fine a se stesso, ed anche per loro la totale mancanza di rispetto delle istituzioni diventano un mix micidiale di deviazione dai temi, dalle prospettive e dalle idee. Il mio professore di psicologia dell’ università diceva che il ruolo, qualsiasi esso sia bisogna saperselo giocare. Una volta che si è capito qual’ è .

Francesco Anselmo Ivana Baiunco Marcello Curatolo Cinzia Daidone Etico Fiorella Falci Filippo Falcone Roberta Fuschi Annalisa Giunta Franco Infurna Lello Lombardo Valerio Martines Andrea Milazzo Salvatore Mingoia Fabiola Palmigiano Donatello Polizzi Rosario Amivo Roxas Alberto Sardo Marcella Sardo Giuseppe Taibi Giovanbattista Tona

Disegno grafico e Impaginazione Antonio Talluto

Distribuzione

Giuseppe Cucuzza

Redazione Viale della Regione, 6 Caltanissetta redazione@ilfattonisseno.it Tel: 0934 - 594864 Fax: 0934 1935990 pubblicità: 389/7876789 commerciale@ilfattonisseno.it


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Riflessioni di Andrea Milazzo

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a prossima consultazione referendaria del 4 dicembre 2016, rappresenta uno degli appuntamenti strutturalmente più rilevanti, tra quanti se ne sono avvicendati, dal dopoguerra, nella vita del nostro Paese. Giova ricordare che si tratta di un referendum per la modifica dell’architettura costituzionale di tipo confermativo, della legge approvata in quarta lettura il 12 aprile scorso alla Camera dei Deputati, con 361 voti a favore, 7 contrari e 2 astenuti. L’otto agosto scorso la Suprema Corte di Cassazione ha ammesso i quesiti sulla riforma della Carta Costituzionale, e nei sessanta giorni succes-

mento qualitativo del sistema politico italiano, ad avviso degli stessi, paralizzato da un processo per la formazione dei provvedimenti legislativi insidioso e farraginoso, che andrebbe a discapito della durata dei governi, conseguendone instabilità politico amministrativa L’Italia ha visto susseguirsi 63 governi in 70 anni. I punti salienti del Si sono l’addio al bicameralismo, ed al conseguente processo di rinvio delle leggi tra una Camera e l’altra, la possibilità di votare la fiducia al Governo dalla sola Camera dei Deputati, la diminuzione del numero complessivo dei Parlamentari e

vigente, diverrebbe confusionario e fonte di possibili conflitti di competenza tra Stato e Regioni e tra Camera e nuovo Senato, complicando così il processo di formazione delle leggi. Agli amministratori locali e regionali eletti alla carica di Senatori, verrebbe estesa l’immunità parlamentare, e tutto ciò con una solo modesta diminuzione dei costi della politica di solo il 20% anziché del dimezzamento promesso. L’aumento del numero di firme da 50.000 a 150.000 per proporre una legge di iniziativa popolare, non viene percepita come un’operazione di selezione atta a filtrare le proposte più significanti, ma

Referendum

politico) all’esito del Referendum, con il risultato di consentire agli avversari (esterni ed interni), di spostare la questione facendo percepire il Si alla consultazione come il Si al Governo ed il No come sfiducia all’attuale compagine. Da opportunità di cambiamento a teatro per il regolamento dei conti, quindi, secondo una storia italiana già raccontata del paradosso dei paradossi; il referendum verrebbe ucciso utilizzando la stessa arma che esso stesso ambisce a combattere. Il desiderio di sopravvivenza della coalizione ha, per fortuna, aggiustato il tiro, separando le questioni. Si o No al

finanziamenti del Patto per il Sud e per le periferie a pioggia. Che importa se non vi sono progetti e forse neanche i soldi. Anche il terremoto di Amatrice sembra ormai un problema risolto. Fiore all’occhiello l’esperienza alla Casa Bianca, dove persino il Presidente degli Stati Uniti offre sostegno al Si. Detti fatti ed argomenti, di indubbia importanza, nell’elegia del contraddittorio politico, allontanano l’attenzione sul vero tema che interessa ai cittadini: comprendere se avvertono o meno l’esigenza di cambiare il nostro Paese, e soprattutto se possono, o meno contare su una prospettiva di farlo con for-

Opportunità? O elegia del contraddittorio politico?

sivi il Governo ha provveduto a fissare la data del voto. Non è necessario il raggiungimento del quorum del 50% dei votanti affinché il risultato sia valido. Se vincerà il Si, la legge diventerà definitivamente efficace, se vincerà il No rimarrà vigente la attuale normativa. Il quesito riportato sulla scheda sarà: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n° 88 del 15 aprile 2016”. I sostenitori del Si, considerano la riforma battezzata “Boschi Renzi”, un notevole passo avanti nel migliora-

l’abolizione del Consiglio Nazionale Economia e Lavoro con conseguente diminuzione dei costi della politica. Il Senato, composto da amministratori locali e consiglieri regionali, fungerà da organo di conciliazione tra i poteri del governo centrale e le esigenze delle comunità locali, con l’auspicio di contrarre i casi di contenzioso tra Stato e Regioni dinnanzi la Corte Costituzionale. E’ altresì prevista la modifica del quorum referendario, con il raggiungimento del livello minimo di 150.000 firme, rispetto alle attuali 50.000 per proporre leggi di iniziativa costituzionale. Le ragioni del No si fondano nella paventata diminuzione delle garanzie costituzionali, ad opera di un Parlamento non adeguatamente legittimato, in quanto eletto con la legge del Porcellum, dichiarata incostituzionale. Il bicameralismo paritario, attualmente

come una limitazione della partecipazione diretta dei cittadini. Si percepisce, inoltre, come una mortificazione delle libertà politiche, la contestuale entrata in vigore del sistema elettorale dell’Italicum, con conseguente interdizione dell’accesso in Parlamento delle piccole formazioni, che avrebbe l’effetto di accentrare i poteri in grandi partiti e leader. Le relative campagne si sono avviate, ed ormai si è dato fuoco alle polveri, con il risultato che il fumo della battaglia rischia di offuscare la chiarezza della visione che è dovuta ai cittadini elettori. In un primo momento, in cui il Presidente del Consiglio traguardava il futuro dall’alto della sua posizione politica, ha commesso l’evidente errore di correlare il destino del proprio governo (e forse anche il proprio avvenire

Fuoco alle polveri: il fumo della battaglia rischia di offuscare la chiarezza della visione che è dovuta ai cittadini elettori Referendum il governo arriverà a fine legislatura, e il premier apre anche a modifiche alla legge elettorale. Vincere, tuttavia, piace a tutti e la tentazione di personalizzare è sempre, dietro l’angolo. E’, pertanto, ritornata in auge la vecchia “storia” del ponte sullo Stretto di Messina, la quattordicesima per le pensioni e la possibilità di andarci prima, i

me di democrazia diretta. L’architettura costituzionale elaborata dai fondatori della nostra Repubblica è uno strumento perfetto nelle mani di una classe dirigente perfetta. Riteniamo che la odierna qualità della classe politica sia la medesima alla quale hanno pensato i Costituzionalisti nel dopoguerra?


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I Fatti di Etico

Cos’è la libertà? V

i siete mai chiesti cos’è la libertà? Chiedetevelo ora e datevi una risposta immediata: state constatando che non è semplice definire la libertà. In verità la libertà non si può spiegare. La si può sentire come l’aria, respirarla, goderla e rimpiangerla quando non c’è . Ma allo stesso tempo la libertà non da certezze, lascia dubbi, fa fare errori e ha molti limiti e molto spesso non ce la si gode. Si potrebbe dire che libertà è anche la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di dire no a una qualsiasi forma di autorità sia essa filosofica, religiosa o politica. Ma è anche certo che libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Se un cittadino avesse il diritto di fare ciò che è proibito, non sarebbe libertà, perché chiunque altro vorrebbe avere lo stesso diritto. Si passerebbe dalla libertà al libertinaggio, anzi all’anarchia. La nostra società oggi spinge forte sull’acceleratore della libertà sfiorando, superando, calpestando le regole alimentando, più che virtù, vizi e, più che rispetto, prevaricazioni. I danni e le storture che sta producendo l’eccessiva libertà hanno superato i pregi e i vantaggi. Siamo giunti a un punto in cui la libertà incide pesantemente sul tessuto sociale, avvelena i rapporti umani e incattivisce l’umanità. Forse è giunto il tempo di riflettere profondamente sul concetto di liber-

tà, perfino di rimettere in discussione la libertà, o meglio gli ambiti della libertà e i vincoli dentro i quali agire. Sia chiaro: qui non è in discussione la libertà di pensiero, d’azione e d’impresa. Ma quella libertà comportamentale che sta compromettendo la vita intima e familiare, pubblica e privata, quella che va ben oltre le leggi, ben oltre il buonsenso, ben oltre l’educazione. La libertà, si usa dire, finisce dove comincia quella dell’altro. Ma questa definizione cova in se l’egoismo, l’egocentrismo e il narcisismo. In pratica: chiunque ostacoli la mia libertà lo abbatto, come mostrano troppi casi di cronaca e di delitti familiari; fosse anche mio figlio, impedisce la mia libertà, dunque lo sopprimo. Troppo spesso purtroppo abbiamo visto si arriva anche a questi estremi. La libertà assoluta, quella che sborda nell’anarchia e nel nichilismo, non tollera neanche le leggi che pure nascono a garanzia della libertà. Ma se la libertà è sciolta da tutto e viene prima di tutto, nulla può arrestarla, se non la forza, che diventa infatti la soluzione sempre più praticata per affermare la propria libertà contro quella altrui o per arrestare gli effetti di alcune libertà invasive o aggressive. Quindi non più la forza per sopprimere la libertà ma semmai il paradosso di imporre con la forza la mia libertà. Ma sia chiaro soprattutto un concetto: nessuno si sogni di vincolare la libertà di opinione, perché nessuno ha

libertà di decidere cosa posso o non posso dire. Nel rispetto reciproco e nell’ambito della buona educazione. La libertà è come la vita, nessuno può avere il potere, l’arbitrio di sopprimerla o di violarla. La libertà non è assoluta e di conseguenza nessuno

tente da decidere della libertà o della vita degli altri neanche sotto la spinta di un impulso di …libertà! La libertà è bella ma non deve illuderci, non deve farci sentire onnipotenti, altrimenti il rischio è quello che ci porti alla rovina. Non possiamo

Mettiamo in discussione il concetto di libertà riconducendolo nell’ambito delle regole e non solo quelle scritte; le regole del bene, dei valori, dell’educazione, della famiglia, della fede , anzi delle fedi, del quieto vivere di una società civile. Soltanto così

ha il diritto assoluto sulla mia vita e sulla mia morte. Nessuno può rendersi così onnipo-

pensare di essere e vivere senza regole, dipendenti delle nostre voglie, del nostro istinto, delle nostre bramosie.

potremmo riappropriarci della nostra libertà che non è un fine o una meta ma il percorso della nostra vita.


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Storia & Cultura

70 anni della casa editrice Sciascia

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on era soltanto lo zolfo la ricchezza di Caltanissetta nel secolo passato; anche la cultura aveva il suo sottosuolo, da cui estrarre una sostanza ancora più preziosa: la propria identità. Era “l’antro” del commendatore Sciascia, una stanza foderata di libri, un paio di metri sotto il piano della libreria di corso Umberto, qualche gradino scosceso per raggiungere uno dei luoghi più importanti della produzione culturale italiana: la sala operativa della casa editrice fondata 70 anni fa a Caltanissetta, nell’hannus mirabilis della nascita della Repubblica e della democrazia, l’inizio della ricostruzione del Paese. Salvatore Sciascia (1919/1986) aveva solo 27 anni quando decide di aprire la sua libreria-editrice nella città dello zolfo, dopo gli anni della guerra (per lui servizio militare sin dal 1939). Veniva da Sommatino, da una famiglia-vivaio di editori, giornalisti, intellettuali: Filippo Ciuni, lo zio, titolare della libreria-editrice a Palermo dove Tomasi di Lampedusa passava tanti dei suoi pomeriggi di riflessione, promotore di

grati partivano dal cuore della Sicilia per l’Europa in quegli anni difficili ma ricchi di grandi speranze; anche tanti libri, libri originali e di qualità, frutto del “lavoro del pensare”, che in quel giovane vulcanico avevano trovato uno scopritore dal fiuto eccezionale e dalla capacità di leggere la realtà e di individuarne le tendenze e le prospettive assolutamente profetica. I primi testi sono di editoria scolastica, nel decennio 1947/57: testi di didattica e di pedagogia per le scuole popolari, con le quali l’Italia dell’analfabetismo voleva uscire dall’angolo del sottosviluppo e lanciava una scommessa sulla scolarizzazione di massa che voleva arrivare anche nelle campagne, nei quartieri operai delle città, sostituendo i vecchi “libri di Stato” della dittatura fascista con testi nuovi e adeguati alla nuova visione democratica che il Paese aveva scelto. Sui temi della scuola l’impegno si sarebbe poi riconvertito con le riviste specializzate: “Itinerario della cultura e della scuola siciliana” con cui lanciava una battaglia culturale per diffonde-

del PCI, Giuseppe Alessi, avvocato cattolico e antifascista che sarebbe diventato il primo Presidente della Regione, Pompeo Colajanni, il mitico comandante partigiano “Barbato” poi deputato comunista, Alfonso Campanile, raffinato poeta e intellettuale, il giudice Gaetano Costa, riservatissimo e lontano da ogni mondanità, che teorizzava come un magistrato in Sicilia dovesse “passeggiare da solo”. Ritroveremo alcune di queste personalità alla direzione di collane editoriali fortunatissime: nel 1949 il preside Monaco dirige “Lo smeraldo”, da un’idea di Leonardo Sciascia che vi pubblicherà “Pirandello e il pirandellismo” nel 1953 vincendo il premio Pirandello, e “Il fiore della poesia romanesca” con prefazione di Pier Paolo Pasolini (in quegli anni agli esordi) che scatenò una polemica vivacissima con i critici più paludati sul valore letterario del dialetto, proprio negli anni in cui partiva “l’omologazione” linguistica e antropologica nell’Italia del consumismo

L’areopago della

sie edita in Italia. Il secondo numero ospiterà “La selva” di Cesare Pavese.

“Piccola Atene” di Fiorella Falci

una rete di iniziative e relazioni culturali tra la Sicilia e il mondo della cultura italiana sin dagli anni ’30. E poi Luigi Russo, maestro della critica letteraria nazionale, altro zio in linea materna, con cui rimase sempre strettamente legato anche con un ricco epistolario. Un altro cugino di Sciascia, Vito Cavallotto, avrebbe fondato anche lui librerie e casa editrice a Caltanissetta e poi a Catania. I libri che Salvatore Sciascia cominciò a pubblicare sin dal dopoguerra hanno rappresentato un legame importante tra questo territorio “periferico” con l’Italia e l’Europa della ricostruzione. Non solo pani di zolfo e lavoratori emi-

re in Sicilia l’istruzione professionale (1950-54) su cui scriveva di didattica Leonardo Sciascia, insegnante in quegli anni a Caltanissetta, prossimo a pubblicare con Laterza proprio il suo diario di maestro, “Le parrocchie di Regalpetra”. Con Sciascia si ritrovavano a confrontarsi in un angolo della libreria, due poltrone e qualche sedia intorno a un tavolino, personalità dei più diversi orientamenti politici e culturali, con quello stile di apertura al dialogo trasversale che è stato la sua cifra relazionale costante: Luigi Monaco, il preside del Liceo Classico, Giuseppe Granata, già professore di Sciascia e poi senatore

su cui Pasolini tanto avrebbe scritto successivamente. In quello stesso anno 1949 nasce “Galleria”, rivistarassegna bimestrale diretta da Calogero Natale (magistrato-giornalista) e poi da Leonardo Sciascia, con monografie curatissime di letteratura e arti figurative, e, dal 1954, i “Quaderni di Galleria” sempre diretti da Sciascia, che inizia le sue pubblicazioni (130 titoli fino ad oggi) con “Dal Diario” di Pasolini, la sua prima raccolta di poe-

A sinistra Salvatore Sciascia alla Casa Bianca dal Presidente John F. Kennedy (Washington 1961)) Sopra, l’editore dinanzi l’ingresso della libreria con il Procuratore della Repubblica Gaetano Costa Nella pagina accanto, Pierpaolo Pasolini e Leonardo Sciascia

Seguiranno “Quaderni” con testi di Roversi, Caproni, Bevilacqua, Fortini, Biagio Marin, Guttuso, Maria Attanasio, Campanile, Vilardo. Il fiuto editoriale di Salvatore Sciascia lo rende un talent-scout eccezionale. Pubblica nel 1961 le poesie dello spagnolo Vicente Alexander che avrebbe vinto il Nobel sedici anni dopo. Alla vigilia delle elezioni americane del 1960 pubblica la biografia del candidato democratico Kennedy scritta da un giornalista italo-americano e qualche mese dopo vola alla Casa Bianca invitato dal 35° Presidente, eletto.


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Letture

Sotto un implacabile cielo

La coscienza delle penultime generazioni siciliane raccontate da Filippo Falcone

Nel 1956 pubblica “Questa mafia” di Renato Candida, comandante dei Carabinieri di Agrigento. In anni in cui della mafia in Sicilia le istituzioni negavano ufficialmente l’esistenza, rompe il tabù del silenzio editoriale e apre la breccia a tutta la pubblicistica sull’argomento con un’analisi di grande interesse sulla trasformazione della mafia dal latifondo all’imprenditoria. L’ultimo volume pubblicato da Rosso di San Secondo, il drammaturgo nisseno entrato nella storia della letteratura e del teatro europeo del ‘900, esce per la casa editrice Sciascia: “Banda municipale”, una raccolta di novelle dedicate dall’autore “A Caltanissetta mia città natale”. Era un’operazione di prospettiva, per rilanciare all’attenzione della critica e dei lettori un autore “anomalo”, divergente, su cui sembrava essere sceso il silenzio dopo la lunga ombra di Pirandello che ne aveva per anni appannato la stella. Il catalogo della casa editrice, che dal 1956 apre una sede a Roma e da allora indicherà Caltanissetta-Roma come luogo di produzione, si arricchisce di titoli e di autori di assoluto prestigio e tematizza nei settori della storia lo-

cale, dell’economia e della sociologia una riflessione inedita sul territorio siciliano e le sue dinamiche contemporanee, coinvolgendo le forze più vive del mondo universitario con studi che hanno aperto nuovi percorsi alla ricerca storiografica. Il primo studio contemporaneo sulla storia nissena, “Caltanissetta feudale” del prof. Alfredo Livecchi, esce da Sciascia nel 1975, e fa scoprire ai nisseni di avere avuto una storia. Perché Salvatore Sciascia, oltre che promotore di cultura, aveva una visione imprenditoriale integrata del prodotto editoriale, ed è stato uomo delle istituzioni economiche: Presidente della Camera di Commercio e Con-

sigliere di Unioncamere, Presidente dell’Associazione dei Commercianti e componente del Consiglio ministeriale per i Beni Culturali e del Libro e del direttivo dell’Associazione Editori Italiani e Consigliere presso la Banca d’Italia. Il coraggio, la fantasia e l’intuizione di questo editore della provincia più lontana hanno molto contribuito a sprovincializzare la cultura italiana, pubblicando testi e studi sulla letteratura americana, spagnola, francese, insieme ai primi studi critici importanti sugli autori siciliani (Brancati, Savarese, Lanza) illustrati dai più importanti pittori contemporanei, che andava a presentare a Roma, per dare il massimo della rilevanza nazionale, sin dagli anni ’50, portando sotto i riflettori dell’Italia che decollava verso il “miracolo economico” le radici lontane di quell’intreccio tra cultura e società che stava sostenendo la ricostruzione civile e democratica, prima ancora che economica, del Paese. Quando, negli anni del dopoguerra, era andato a conoscere Benedetto Croce, il monumento vivente della cultura italiana del secolo passato, il grande

filosofo alla fine dell’incontro lo aveva salutato dicendo: “Sciascia, voi siete ‘nu guaglione intelligente”, e di questo giudizio il “Commendatore” (lo chiamavano tutti così) era sempre andato molto fiero, e lo raccontava spesso, con un lampo giovanile nello sguardo, che lo ha accompagnato, insieme al suo coraggio, per tutta la vita. Oggi Giuseppe Sciascia, figlio del fondatore, dirige la casa editrice con grande tenacia ed equilibrio, presidiando uno spazio culturale difficile in tempi di crisi, con una eredità di qualità da sviluppare e la mission di mantenere ampio lo sguardo sul contesto di riferimento di cui continuare ad essere una espressione autorevole.

E’ l’autobiografia di una coscienza l’ultima esperienza narrativa di Filippo Falcone: “Sotto un implacabile cielo”, quarto titolo della collana “L’immagine rovesciata” che Sergio Mangiavillano dirige per le Edizioni Lussografica. E’ la coscienza della penultime generazioni siciliane quella che Falcone racconta nel suo “memoriale della ragione” che non a caso è introdotto da una citazione de “La Sicilia come metafora” di Leonardo Sciascia sulla storia siciliana come storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Di sconfitte “o, più dimessamente, di delusioni”. Contrastate con uno scetticismo “salutare” e con il pessimismo come antidoto. Ma non è la nostalgia o il languore per una passione spenta la cifra interpretativa della narrazione di

paesi vicini che nella notte brillavano come le lucciole di Pasolini. Una natura che aveva offerto alla persone e alla terra percorsi nuovi di senso e che nel presente esprime invece il disagio dello smarrimento dell’antica antropizzazione, segnando le distanze rispetto al vuoto del presente. Un vuoto da cui l’autore si lascia interrogare senza sconti, senza cercare consolazione né alibi. Capace di ascoltare il rumore silenzioso di quel “girare perennemente a vuoto”, senza storia, dell’oggi, dopo che, per decenni, “la dissennatezza della politica via via aveva inesorabilmente inghiottito tutto quello che era rimasto del

sinnescano la fantasia, il senso del futuro, del progetto, dell’indispensabilità dell’impegno, dell’identità. Un rapporto fecondo con le generazioni precedenti, i genitori della coscienza, Falcone lo aveva invece vissuto con intensità negli anni della sua esperienza politica, quando “molti avevamo creduto nella bellezza della politica (…) con la po-

Falcone, che pure fa i conti con spietata lucidità con i fallimenti della sua generazione. La speranza, faticosa, dolorosa, ma determinata a combattere, è il contraltare della memoria consapevole della fine irreversibile di una civiltà, di un ordine simbolico, di un’antropologia, quella della Sicilia della terra e dello zolfo che nel secondo dopoguerra si era affacciata alla ribalta della storia con una nuova dignità democratica, con una consapevolezza matura dei propri diritti e delle proprie speranze di riscatto. Il contesto ricostruito dalla narrazione, pregevole nella sua ricostruzione empatica di una psicologia collettiva, è quello di un paese della Sicilia centrale, Sommatino, uno dei cuori pulsanti della stagione delle lotte di massa della metà del ‘900, fucina di antifascisti e di esperienze esemplari di inclusione democratica del movimento operaio e contadino nelle istituzioni. Un paese circondato e immerso in una natura dalla quale la comunità umana non viveva separata, ma capace di costruire un paesaggio unico, materiale e spirituale, con i

suo passato”. La memoria degli odori, dei sapori, dei suoni legati alle diverse sta-

esia nel cuore e un sogno da inseguire”. Generazioni rocciose, quelle dei “vecchi compagni”, che avevano sfidato la dittatura e poi la mafia ed erano stati testimoni viventi del coraggio di non arrendersi alla violenza. Ma anche quel patrimonio ideale, quella cultura della politica come comunità autenticamente democratica, era stata dissolta, “era diventato inafferrabile; tutto perso, come lacrime nella pioggia”. E persino l’antico orologio della piazza del paese si era fermato, “quasi che neanche il tempo volesse più scorrere”. Il tempo che rimane, per questa generazione, è più prezioso, anche se fortissima è la tentazione di rifugiarsi negli studi, nei libri, “una sorta di patria invisibile, un posto dove stare al sicuro”. Ma uscire da quella patria è molto rischioso perché, come conclude Falcone, “la vera battaglia da combattere sarebbe stata, ora, quella contro chi eravamo diventati”. Perché oggi, anche senza bandiere e senza musica, “quello che stava sotto, sotto quelle ceneri, non poteva essere un “discorso chiuso”.” (Fiorella Falci)

gioni della vita, nel paese, è ricollocata nel presente con la violenza delle contraddizioni che rende esplicite, in questa stagione in cui il “rogo della memoria” cancella inesorabilmente strade e radici, nel “quotidiano e rabbioso trionfo del nulla”, in cui i bambini non fanno in tempo a sognare i propri desideri perché sommersi dal consumismo con cui gli adulti ne di-


Fatti contro la mafia

per non dimenticare

Il prefetto Mori e la morte della mafia

A lu milli novicintu lu vintottu a li setti di innaru fu lu fattu. Durmivanu tutti comu gigli all’ortu, ‘ntre ‘na nuttata l’arrestu fu fattu. L’arrestu principià di Mussumeli, fu terminatu ‘ntra du’ uri, cu dici figghiu, cu dici muglieri, cu dici sa cu fu ‘stu tradituri.

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Storia & Cultura

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n contadino di Milena recitò questa filastrocca a Cataldo Naro che nel luglio del 1985 lo andò ad intervistare nel corso delle ricerche storiche che egli stava svolgendo per ricostruire le vicende della Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre mondiali. Il poemetto popolare ricordava una delle retate che il prefetto Mori eseguì su direttiva del Governo fascista, dopo che con un decreto del 15 luglio del 1926, denominato “provvedimenti per la sicurezza pubblica nella provincie siciliane”, gli erano stati conferiti illimitati poteri per sconfiggere la mafia. Al comando dei carabinieri di Mussomeli facevano capo tutti i paesi delle vicinanze. E le squadre del Prefetto Mori ritenevano di avere scoperto una vasta associazione, della quale facevano parte 535 persone, tra Casteltermini, Acquaviva, Mussomeli, Sutera, Campofranco e appunto Milena. Come cantava l’anziano contadino nell’intervista a Cataldo Naro, il 7

gennaio del 1928 avvenne il fatto. Tutti dormivano come gigli all’orto e in una notte furono eseguiti gli arresti. La retata cominciò da Mussomeli, ma in due ore fu portata a termine in tutti i paesi viciniori. Nel trambusto chi chiamava il figlio, chi chiamava la moglie, chi si interrogava su chi fosse stato ad accusarlo. L’intervistato era uno degli arrestati di quella notte. Insieme a quel contadino, la retata aveva colpito suo padre, i suoi fratelli e i suoi zii. Fece quattro anni di detenzione e fu poi assolto. Nel parlare a Cataldo Naro, l’ira dell’anziano per quell’arresto era tutta concentrata attorno alla convinzione che alla base vi erano state malevole delazioni. Fuori dalla scena rimaneva la questione se le accuse formulate dagli uomini di Mori fossero effettivamente fondate o infondate. Spicci e tutt’altro che garantisti erano i metodi del Prefetto di ferro; per non dire che talvolta erano sommari. Bastavano poche prove e non sempre solide in quel contesto a giustificare un arresto. Per questo i Tribunali alla fine dei processi tante volte ritennero indimostrate le accuse e assolsero diversi imputati. In questo incorrendo nel disappunto del Regime che pretendeva che chi veniva arrestato venisse pure condannato, perché altrimenti la giustizia non funzionava. Tuttavia persino un garantista come Leonardo Sciascia, che dei metodi di Mori faceva serrata critica, sosteneva che le operazioni delle sue squadre ebbero un innegabile successo nel garantire la sicurezza dei siciliani. E addirittura scrive, sebbene in un’incidentale parentesi, nel suo famoso saggio sui professionisti dell’antimafia: “non c’è nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica”. Eppure in quella furia e con quei metodi sommari non sempre le accuse potevano essere fondate. E quindi chissà se quel contadino era davvero legato alla mafia o no. Ma quella sera altri assistettero alla

retata. Non sappiamo se Naro li intervistò. Chi scrive questi altri racconti li ha sentiti. Non c’erano nel 1928 le conferenze stampa il giorno dopo l’esecuzione degli arresti e non c’era il telegiornale nè tantomeno i siti internet che davano in tempo reale le notizie sulle operazioni di polizia. E siccome il consenso dell’opinione pubblica era importantissimo per il Regime, le squadre solevano mette-

Altri anziani che all’epoca, diversamente da quello intervistato da Cataldo Naro (e per loro fortuna), stavano dietro le finestre, ricordavano questo grido interrotto da un severo intervento dei carabinieri. “Andate a prendere i montoni, quelli che stiamo qui siamo solo gli agnelli” Come a dire che la retata aveva preferito colpire i pesci piccoli

E la nostra gratitudine vada pure a chi con me ha collaborato nell’opera di epurazione sociale… al Duce che volle questo popolo redento perché esso potesse, non più distratto nel suo lavoro e non

Le retate del regime fascista nella Sicilia interna e i ricordi di chi le ha vissute di Giovanbattista Tona re in fila gli arrestati in ceppi e poi farli girare a piedi lungo le strade principali dei paesi in modo che tutti vedessero gli effetti dell’azione di contrasto alla criminalità. Anche a Milena quella notte sfilarono, sulle vie sterrate più abitate e frequentate, gli arrestati del paese e delle zone vicine. Nessuno si affacciava o scendeva in strada ma tutti dalle fessure delle finestre e delle porte assistevano all’imponente processione ognuno con i propri sentimenti, chi di approvazione, chi di sorpresa, chi di prostrazione, chi di paura. In quel silenzio scandito dai passi e popolato dagli sguardi invisibili di quelli che volevano vedere, uno degli arrestati alzò la testa e, sfidando i militari che lo accompagnavano, levò un grido che fu sentito in tutta la strada che portava verso la caserma:

Va ‘itili a pigliari li crasti, ca chissi simu l’agnedda

mentre quelli che contavano di più non erano stati toccati. E che forse nella protesta di quell’arrestato, meno preoccupato di lamentarsi dei delatori e persino disposto (seppure implicitamente) ad ammettere di avere anche lui qualche colpa, non vi fosse già la descrizione del “peccato originale” di quella pur efficacissima ondata di repressione della mafia? Il Regime proponeva della mafia l’immagine di un fenomeno marginale, violento e prevaricatore, ma non coglieva le sue infinite capacità di creare legami di potere persino con i soggetti che componevano le sue gerarchie. Un problema di delinquenza e di ordine pubblico, una forza rozza e contraria che si annientava con una forza più vigorosa e autoritaria. Questa era pure l’idea di Cesare Mori che a Mussomeli il 21 maggio del 1929, poco più di un anno dopo quella retata, tra applausi e grida di giubilo, fece un comizio nel quale celebrava la sconfitta della mafia: “Tramontate sono le vergogne del passato con cui una sparuta minoranza di delinquenti e di mafiosi s’imponeva ad una maggioranza di onesti e laboriosi siciliani…

più oppresso nella sua libertà, darsi tutto a quell’attività produttiva per un migliore avvenire della Patria. Non più la mafia alzerà il capo per rivivere ancora, essa è morta e sepolta e i morti non possono e non debbono tornare in vita” Con che sicurezza Mori dava per morta la mafia quando centinaia di pagine di storia oscura e grondante di sangue la mafia avrebbe dovuto ancora fare scrivere, per i successivi ottant’anni e non solo nel Vallone! Verrebbe da formulare commenti amaramente sarcastici e non è giusto dinanzi all’indubbio impegno di un uomo che comunque credeva profondamente nello Stato. È facilmente comprensibile che se la mafia fosse stata quella “sparuta minoranza di delinquenti” di cui parlava il Prefetto, allora sì lui poteva avere ragione. Ma il fatto è che, pur con quelle imponenti operazioni, era stata colpita proprio una “sparuta minoranza di delinquenti”, che forse corrispondeva agli “agnelli”, descritti dall’anonimo arrestato in transito sulle vie di Milena. E siccome i “crasti” mancavano all’appello, dopo il Prefetto Mori si è dovuto ricominciare da capo.


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Fatti & Post Scriptum di Filippo Falcone

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a recente lettura del libro di Renzo Gatto I monaci di Mazzarino. Una storia senza innocenti - che segue quella ormai di qualche anno fa di Francesco Frasca Polara La terribile istoria dei frati di Mazzarino (Sellerio, 1989) - mi da l’occasione di tornare sulla controversa vicenda che investì, negli anni Cinquanta-Sessanta, la comunità di Mazzarino, balzando alla ribalta della cronaca nazionale. Lo spunto me lo da anche la rilettura di alcuni articoli sulla vicenda, che uscirono negli anni Settanta, nelle pagine di quello straordinario giornale che fu L’Ora di Palermo. La firma era quella di un giovane cronista, destinato poi a di-

ventare una delle più prestigiose penne del giornalismo italiano: Marcello Sorgi. Il padre Nino, socialista e avvocato illustre del foro di Palermo, aveva difeso la famiglia Cannada, costituitasi parte civile. Uno di quegli articoli, dell’ottobre 1976, ha per titolo C’era una volta una gang col saio a Mazzarino, scritto in occasione dell’uscita dal carcere, dopo ben diciassette anni, di uno dei condannati, Girolamo “Mommo” Azzolina, tornato a Mazzarino all’età di quarantatré anni (quando fu arrestato ne aveva ventisei). L’accusa per lui era quella di aver partecipato all’uccisione proprio del possidente Angelo Cannada. Un caso giudiziario (ma anche morale e religioso), quello dei frati di Mazzarino, che coinvolse persino esponenti di primo piano dell’allora politica nazionale (tra questi gli onorevoli Dc Giovanni Leone e Giuseppe Alessi, quest’ultimo

mo” Azzolina, spunto dell’articolo di Sorge (aveva fatto diciasette anni di carcere tra Perugia, Augusta, Spoleto e Caltanissetta), era ormai molto stanco. Diceva di ricordare poco della vicenda. Senza tanti entusiasmi, sperava di rifarsi una vita, lavorare, magari come contadino o muratore. “Ero innocente - continuava - ho sopportato tanti anni di carcere con la forza della rassegnazione. Ora è come se mi avessero tolto un chiodo dalla schiena”. Si era trattato, per l’accusa, di una delle figure banditesche centrali della vicenda, che aveva operato d’accordo con i frati. Le vittime erano state alcune tra le famiglie più in vista del paese: i Bartoli, i Bonanno, il farmacista Colajanni, lo sfortunato cavalier Cannada, che ci aveva lasciato le penne. I monaci si presentavano spesso nelle case di queste ricche famiglie per la solita questua, rivelando loro di essere in pericolo di vita e che era meglio

franca (paese vicino a Mazzarino) gli era stata invece mozza di netto una mano. Disse insistentemente agli inquirenti che lo interrogavano, che si era trattato dell’esplosione, addirittura, di una bomba. La lunga scia di morte arrivava poi anche per Calogero Lo Bartolo, il giardiniere del convento - a quanto pare il capo della banda malavitosa questa volta però a causa del suicidio avvenuto nella propria cella; lo avevano trovato impiccato prima che si arrivasse al verdetto processuale. Il processo che era seguito a quell’intricata vi-

L’intricata vicenda dei frati di Mazzarino

Un’anticipazione del l avvocato del collegio di difesa dei cappuccini). Un’intricata vicenda di estorsioni, con morti, violenze, minacce, suicidi, il cui tragico “palcoscenico”, metaforicamente, furono le mura di un convento di frati dell’Ordine di San Francesco. Una storia talmente intrecciata che, ancora oggi, - come

pagare le estorsioni spesso richieste attraverso sgrammaticate lettere anonime. Diverse di queste missive erano pervenute proprio allo sfortunato Cannada, che non aveva voluto pagare. In un giorno del maggio ’58, mentre con la famiglia, a bordo della sua Fiat 600, ritornava in paese da una giornata passata nei suoi possedimen-

cenda non poteva che diventare una questione giudiziaria nazionale, da riempire le pagine di cronaca dei giornali, tra innocentisti e colpevolisti. Gli imputati non religiosi, facenti parte della banda criminale, sostennero sempre di aver operato in concorso con i monaci che invece si

Un caso di cronaca giudiziaria dell’Italia degli anni sessanta

confermano le stesse letture dei citati libri - resta senza risposte certe, tanto da trasformarsi in una sorta di “leggenda nera”, entrando persino nei fatti di folklore di questa nostra terra, e soprattutto di Mazzarino. “Pensi a Mazzarino e ti vengono subito in mente, come per associazioni di idee, i frati, il convento, la lupara”, scriveva Sorgi in quell’articolo. Il giovane cronista, arrivato nella cittadina del nisseno, in quel giorno del ‘76 (allora Mazzarino contava circa 15 mila abitanti) trovava in convento i frati Giustino, Deodato e Giacinto; quest’ultimo avanti negli anni, malato, e che trascorreva gran parte delle sue giornate tra preghiere e letture nella grande biblioteca del convento. Erano solo in tre adesso i frati del convento. “Non sarà per via di quel processo?”, domandava il giornalista. Rispondeva frate Giustino: “Non credo che furono i monaci; fu la stampa che ha avvelenato l’ambiente, come forse lo avvelenate anche voi”. Gli fa eco frate Deodato: “Ricordo quante copie vendevano i giornali, avremmo fatto meglio ad ascoltare l’avvocato Alessi, querelare la stampa dovevamo. Al processo di Perugia c’era da soddisfare l’opinione pubblica, i monaci sarebbero usciti incolumi se non gli avessero aizzato contro la gente”. Ma, per ritornare alla scarcerazione di “Mom-

ti, veniva fermato da due banditi, volto coperto, che dopo averlo fatto scendere dalla vettura e allontanare per qualche decina di metri, tra le frasche, gli esplodevano dei colpi di fucile nelle natiche. Diranno poi, in sede processuale, che il loro intento era solo intimidatorio. Fatto sta che una delle pallottole recideva al possidente l’arteria femorale. I soccorsi tardavano ad arrivare e il povero cavalier Cannada moriva per dissanguamento, sotto i ferri in ospedale; senza fornire elementi utili alle indagini. Le richieste di estorsioni verso quella famiglia, tuttavia, non si fermavano a quel tragico episodio. La vedova, qualche tempo dopo, doveva pagare ben due milioni di lire, consegnandoli personalmente ai frati “intermediari”. Ma, la lista dei morti non si sarebbe fermata al solo Cannada. Il secondo era un contadino, certo Menetti, testimone di un furto di bestiame ai danni dell’agricoltore Bonanno, quale risposta per non aver pagato una richiesta di estorsione. Avevano trovano il contadino in un fazzoletto di terra, con le mani legate dietro la schiena e un pezzo di bastone in bocca; segno del silenzio che portava con sé nell’oltretomba. A Calogero Cravotta, discusso personaggio della malavita di Barra-

dichiararono sempre innocenti. Ed in effetti, una prima sentenza assolse i frati. Ma fu una vittoria fatua. L’ultimo appello condannò i monaci a otto anni di reclusione e da ventiquattro in giù per Azzolina e quelli della banda. Frate Carmelo, il più anziano, morì a ottantasei anni, nel 1964, a processo in corso, i frati Venazio e Agrippino, dopo lo sconto della pena, ridotta da vari condoni, uscirono nel gennaio ’69. Il primo andò ad insegnare, per un certo periodo, catechismo a Modica e morì nel ‘78, il secondo si stabilì, quale missionario, nell’isola di Santo Domingo dove si occupò di alcune parrocchie e di una scuola. Prima di partire per quelle terre lontane disse che mai più avrebbe messo piede in Italia “terra di ingiustizia”. Morì nel 1995. Intanto l’oblio era calato sulla controversa vicenda dei frati di Mazzarino e solo i libri pubblicati sul caso sono tornati, di tanto in tanto, a ricordarcela.


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Comunicazione commerciale

Café Crème U

n luogo accogliente dove potersi rilassare sorseggiando una buona tazza di caffè o un drink, stuzzicando prodotti di qualità, assaporando un pasticcino o una fetta di torta, il tutto accompagnato da musica soft da sottofondo. Partendo da questa idea due nisseni, Davide Ruvolo e Francesco Granatella, hanno deciso di lanciarsi in una nuova attività im-

che abbiamo formato in questi mesi”. “Non abbiamo voluto cambiare il nome dell’attività – prosegue – perché ormai è diventato un punto di riferimento per molti anche se abbiamo voluto creare una nuova pagina facebook ‘New café crème’ allo scopo di pubblicizzare i nostri eventi e far conoscere il locale”. Caffetteria, pasticceria e lounge bar i

lo - offre un buon bacino di locali per l’utenza nissena. Noi abbiamo puntato sull’idea di portare gli utenti di fuori verso la nostra città. La location lo permette, così come il locale e i servizi che offriamo”.. Tra le idee innovative messe in campo per attirare i clienti e rispondere alle loro esigenze anche quella del “caffè letterario”.

prenditoriale rilevando il “Café Crème”. “Mi sono ritrovato a investire in questo settore un po’ per caso” afferma Davide Ruvolo che nella vita di tutti i giorni è capo area di un’azienda di salumi umbra per la quale si occupa della gestione delle risorse umane e dell’are commerciale della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, oltre che della distribuzione di una marca di un noto caffè per la provincia di Caltanissetta, Enna ed Agrigento. “A trascinarmi in quest’avventura – aggiunge Davide Ruvolo – è stato un mio vecchio amico e compagno di squadra di calcio, Francesco Granatella, che mi ha parlato di questa opportunità. Vagliati i vantaggi e le prospettive, così come fa ogni imprenditore, abbiamo deciso di fare questo passo puntando sulla qualità in generale e in particolare dei prodotti, la maggior parte tutti rigorosamente made in Italy. Tra l’altro il locale rispondeva alle nostre attese, oltre ad essere bello. Abbiamo voluto investire non solo apportando qualche piccola modifica per offrire nuovi servizi ma anche sulle risorse umane riconfermando tre persone dipendenti della vecchia gestione e assumendone altre cinque

servizi offerti dall’attività commerciale che ha cambiato gestione nei primi di settembre e che richiama la clientela non solo nel corso della giornata ma anche la sera. Molti i nisseni che dopo cena si fermano al locale per passare delle ore in relax e per assaporare un trancio di una delle torte preparare con amore e passione dalla pasticcera Aldimara Bingo e che sono molto gettonate: dalla velvet alla torta di cioccolato ai frutti di bosco, alla pistacchiosa alla sacher, dai tiramisù ai semifreddi. Un locale soft e raffinato gradito soprattutto da gente adulta che finalmente sembra aver trovato il luogo ideale dove poter cenare con dei taglieri chiamati “orologi” (dodici tocchi di salumi e dodici di formaggi umbri), fare un brunch , un aperitivo o bere vini prestigiosi e drink ricercati ma anche dove poter trascorrere delle serate. Luce soffusa, musica piacevole e personale attento alle esigenze dei clienti i punti di forza dell’esercizio commerciale su quali hanno puntato i due titolari. “Caltanissetta – afferma Davide Ruvo-

“La gente oltre che venire per ascoltare la musica – aggiungono i due titolari – può leggere un libro mentre degusta un buon caffè della Gugliemo, l’azienda creata nel 1943 dall’imprenditore e Cavaliere del Lavoro Guglielmo Papaleo, è oggi una delle più grosse realtà imprenditoriali del Sud d’Italia. . Abbiamo infatti deciso di creare un angolo con riviste, da quelle di moda a quelle specializzate in alcuni settori, oltre che con i libri più richiesti dai lettori grazie alla collaborazione con una libreria della città. Un locale che vuole essere aperto a tutti e che non seleziona la clientela per etnia, religione e diversità di pensiero. Inoltre visto che il locale è molto frequentato da donne abbiamo cercato di rispondere ai loro gusti scegliendo dei prodotti per loro come ad esempio dei rum aromatizzati o dei vini molto pro-

Passione imprenditoriale e non solo...

fumati. A breve organizzeremo anche degli eventi serali per rispondere così alle esigenze di tutti e far conoscere il nostro locale. Inoltre abbiamo deciso di essere sensibili al problema della celiachia, infatti abbiamo un vasto assortimento di prodotti gluten free”. Tra i progetti futuri anche quello di sfruttare la parte esterna realizzando un dehors meglio noto come “giardino d’inverno” ricreando l’atmosfera all’interno dell’esercizio commerciale

con le sedute basse e la musica. A chi vuole intraprendere un’attività imprenditoriale questo il consiglio di Davide Ruvolo: “Non pensare di aprire per fare meglio dei competitors, di non vedere la concorrenza come un nemico ma un possibile alleato per la soluzione dei tanti problemi che affliggono la città e di conseguenza le attività commerciali”.

Ecco i bar anticrisi: cibo e caffé all’italiana in versione low cost

Le ultime tendenze premiano i locali che propongono soste gourmet a prezzi più bassi dei ristorati stellati

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a crisi, si sa, è spesso un’opportunità. Prendi i bar, tipologia di locale tipicamente italiana. Da un lato i 170mila pubblici esercizi disseminati in ogni angolo del nostro Paese risentono anch’essi della crisi: meno soldi può anche dire meno tazzine e meno cornetti. Anche se va detto che in Italia il 47 per cento degli italiani continua a fare colazione fuori contro il 31 della Spagna e il 17.18 di Gran Bretagna, Germania e Francia. Ma dall’altro lato c’è la possibilità di intercettare il segmento della ristorazione puntando su due fattori e i più bravi riuscendo addirittura a coniugarli: da un lato la qualità, dall’altra il prezzo. Semplificando possiamo metterla così: chi non può permettersi un’e-

sperienza gourmet in un ristorante stellato, volentieri ripiega su un «riassunto» di haute cuisine declinato nei bar di qualità, a prezzi decisamente inferiori. Del resto, il mercato modellato dalla crisi è questo. Prima si poteva rappresentare con un’anfora, una larga base di consumi di massa e un collo per il segmento lusso. Ora è invece una clessidra: con una base di consumi low cost, poco interesse per prodotti medi e crescente domanda per il segmento top. E il mondo del bar deve rispondere a questa istanza di lusso puntando sulle contaminazioni, perché in un locale non si entra più semplicemente per ristorarsi ma per concedersi un piacere, fare un’esperienza plurisensoriale». Un’altra tendenza è il trionfo assoluto della qualità e dell’artigianato. I bar si stanno trasformando in veri laboratori del made in Italy gastronomico. E poi c’è la vera carta vincente: essere multiformi, vivere dalla mattina alla notte, dal caffè macchiato al gin tonic, non limitarsi alla colazione e alla pausa pranzo. Esempio classico di questo genere di locali è il Cafè Cream: pasticceria, ristorante, lounge, sala lettura. In una parola: italiano. In un’altra parola: bar.


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Salus Festival

Approfondimento, dibattiti e tanta cultura per la prevenzione di Alberto Sardo

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l “Salus Festival”, festival dell’educazione alla salute allarga il proprio raggio e diventa un evento di carattere regionale. La location da quest’anno sarà su tre province: Caltanissetta, Siracusa e Trapani dal 9 novembre al 17 dicembre. A Caltanissetta dal 9 al 13 novembre. La rilevanza del Salus rimane invece nazionale per i temi trattati e la caratura dei testimonial del mondo delle scienze, della medicina, della cultura e dello sport, oltreché per l’innovativa quanto partecipata sezione dedicata al “Cine Salus Festival”. A promuovere l’organizzazione del Salus è il Cefpas Sicilia insieme all’Asp 2, all’Assessorato regionale alla Salute e, tra gli altri, l’ordine dei medici della provincia di Caltanissetta, Federfarma e il Consorzio università di Caltanissetta, il collegio Ipasvi e tanti gruppi e associazioni che hanno l’opportunità di far conoscere e far vedere cosa realizzano ogni giorno con i loro associati sul piano della prevenzione. “La formula ha funzionato e quest’anno abbiamo avuto la fortuna, grazie all’Assessorato regionale alla salute, di proporla anche a Siracusa e Trapani oltre che a Caltanissetta”, spiega il Direttore del Cefpas Sicilia, Angelo Lomaglio. “Anche quest’anno proporremo un mix di incontri seminari, convegni, teatro e musica, che hanno come tema la salute e il benessere. Anche prendendo in giro, se vogliamo, il mondo degli operatori sanitari. O

Tre province coinvolte dal 9 novembre al 17 dicembre per la seconda edizione del Salus. Nel capoluogo nisseno tanti testimonial: Andrea Lucchetta, Marzorati, De Adamich, Andrea Montermini

comunque un modo di non prendersi sempre troppo sul serio nel nostro rapporto con il sistema sanitario, con momenti come “lo stupidario medico”, una rappresentazione scherzosa a cui si affiancano momenti scientifici e informativi sulla prevenzione”. “Tante istituzioni ed enti hanno accettato la sfida di continuare questa esperienza”, spiega il direttore del Cefpas. “Su sollecitazione dell’assessorato regionale alla Salute siamo impegnati anche in altre due province come Trapani e Siracusa che porteranno in giro i temi della prevenzione e momenti di confronto e spettacolo sui corretti stili di vita”. Il Salus festival diventa un’opportunità sullo scenario regionale per gli operatori della sanità per riflettere su temi che riguardano tutti i cittadini. “Tematiche e linee guida che sono presenti nel Piano regionale di prevenzione per la salute. Un modo per mettersi in rete”, spiega Lomaglio. Saranno affrontati i temi della sicurezza sul lavoro e in particolare a Siracusa l’impatto ambientale dell’area industriale, mentre a Trapani saranno realizzati focus su alimentazione e multiculturalità. “Scegliamo i temi del Piano regionale di prevenzione per la salute, che ha tantissimi profili. Il primo giorno, il 9 novembre a Caltanissetta, un’intera giornata sulla prevenzione oncologica e sugli screening ovvero la necessità di informazione ma anche di esami diagnostici e interventi diffusi per la prevenzione nei confronti di fasce di popolazione a rischio. Lo faremo con testimonial d’eccezione come il presidente nazionale della società di oncologia medica, Carmine Pinto, e Raniero Guerra, direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute che parlerà sui temi della prevenzione in campo oncologico”. Guerra è anche esperto di vaccini e potrà mettere una parola

di chiarezza su un tema forse oggetto di confusione, come ha ricordato proprio in questi giorni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tra i contributi scientifici, oltre a quello del direttore generale dell’Asp 2 di Caltanissetta, l’oncologo Carmelo Iacono, ci sarà anche Francesco Vitale direttore della scuola di medicina e chirurgia di Palermo. La pratica sportiva quale strumento per prevenire le malattie attraverso corretti stili di vita sarà un altro tema che verrà affrontato durante il Salus festival il 10 novembre. Testimonial d’eccezione il campione di basket Pierluigi Marzorati. Saranno della partita Andrea Lucchetta, campione dell’Italia di Volley cavaliere al merito della Repubblica e testimonial di Sos Villaggi dei bambini, Monica Contraffatto atleta paralimpica di Gela che ha vinto il bronzo a Rio, Marco De Marchi ex Juve che gestisce scuole calcio in periferie disagiate. Giorno 11 sarà dedicato alla prevenzione degli incidenti stradali e i rischi legati al consumo di alcol e droghe alla guida. Funzionari della Polizia saranno presenti ai momenti di confronto insieme alle scuole e all’Automobile club. Testimonial sulla sicurezza stradale saranno gli ex piloti Andrea De Adamich, Andrea Montermini, Ninnni Vaccarella, quest’ultimo ormai a pieno titolo un amico del Salus e infine Ita-

zioni di pronto intervento. Il 10 pomeriggio al Cefpas l’incontro “Adolescenza tra rischi e opportunità”. Rischi e pericoli della rete, da un uso distorto o derivanti dalla mancata vigilanza su internet. “Su questo abbiamo la fortuna di avere personalità del mondo scientifico, l’esperienza della polizia sul cyber bullismo e i pericoli della rete”, spiega ancora Lomaglio. Anche quest’anno, dopo la positiva esperienza dello scorso anno con la partecipazione del grande regista

Il direttore del Cefpas Lomaglio: “La formula ha funzionato. Mix di incontri, seminari, cinema e teatro sul tema del benessere e della salute Pupi Avati, ci sarà il Cinesalus festival che si avvarrà del supporto, anche in giuria, della cineteca di Bolo-

dei singoli, ma di comunità spesso squassate dalla presenza di malattie e disagio”. L’anno scorso al Salus Cine Festival,

A sinistra Andrea Lucchetta, sopra Andrea De Adamich

lo Cucci, giornalista sportivo di lungo corso che farà un excursus su quanto ad oggi è stato realizzato per la sicurezza stradale e per la consapevolezza di chi sta alla guida. In collaborazione con il 118 e la Polizia stradale saranno fatte delle simulazioni di incidenti e mostrate tramite simulazioni le opera-

gna. Una due giorni di corti sui temi della salute, del disagio psicologico e le difficoltà che spesso si affrontano nei contesti familiari in relazione alla disabilità e alla malattia. “L’impatto che questi elementi portano sulla vita di ogni giorno, quindi una riflessione sull’identità, non solo

davanti al regista Pupi Avati vinse il corto “Le Nuvole” con protagonista Mimmo Cuticchio. “La Salute e il benessere sono obiettivi di tutti – sottolinea Lomaglio - per tale motivo affianchiamo momenti seri di riflessione con altri più culturali e di ampio respiro”. La piazza della Salute, infine, è un momento in cui le associazioni possono proporre azioni di informazione ma anche di sollecito. “Anche grazie all’Asp e alla Rete della Salute si può costruire un momento non solo informativo ma anche di screening e di diagnostica”.


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Riflessioni & Società

di Rosario Amico Roxas

Il 26 luglio 2016, nella parrocchia di Saint-Etienne-du-Rouvray, veniva brutalmente sgozzato da due giovinastri disperati, l’anziano parroco Padre Jacques Hamel. Delitto efferato, compiuto in nome di un sedicente stato islamico. La domenica successiva in molte parrocchie europee, cristianio e musulmani si sono riuniti in preghiera per implorare la pace all’unico Dio. Tale evento mi ha suggerito l’esigenza di analizzare, in maniere chiara e molto succinta, ciò che unisce le due religioni, senza esaltare ciò che divide. Il cristianesimo ha le sue colonne portanti nei Sacramenti, che hanno una caratteristica più individuale, mentre i musulmano si basano sui cinque capisaldi della religione (Fede nell’Unico Dio, elemosina, la preghiera cinque volte al giorno, il digiuno del Rahmadan e il pellegrinaggio alla Mecca, da compiersi almeno una volta nella vita). Analizziamo insieme i rapporti tra i sacramenti cristiani e i pilastri dell’Islam

I sacramenti cristiani e i pilastri della religione islamica

Il Battesimo cristiano e la Professione di fede nell’unico Dio I

l battesimo è sempre stato considerato come il primo sacramento che viene impartito all’uomo e segna l’ingresso nel mondo di Cristo, sotto la protezione di Cristo, nella dimensione umana e soprannaturale predicata da Cristo. E’ stato così per 2000 anni, ad di

fuori e al di sopra delle gerarchie vaticane, specie di quelle gerarchie medievali che non hanno onorato la fede né i sacramenti; è la stata la fede popolare che ha sancito la continuità simbolica con il battesimo che Gesù ricevette da Giovanni.

Ma oggi è ancora così ? Non mi sento di confermarlo, perché le gerarchie vaticano esigono il diritto di un intervento che altera la struttura spirituale del sacramento e la trasformano in un momento distante dalla sua stessa vocazione spirituale.

Due gli esempi che hanno caratterizzato questo sconvolgimento: il battesimo plateale di Magdi Allam e il capitolo dedicato al Battesimo di Gesù nel libro di Benedetto XVI “Gesù di Nazaret”. Nel primo caso si è trattato di una

provocazione studiata all’intero mondo musulmano, per esibire una conquista, che poi conquista non è, uno schiaffo al mondo islamico con la implicita condivisione alle fantasiose interpretazioni dell’apostata Magdi Hallam. Sarebbe stata una grande conquista se il battesimo fosse avvenuto nel silenzio di una parrocchia e somministrato da un parroco aduso alla confessione e a contatto con le miserie umane, senza le luminarie, senza canti gregoriani, o incensi, bensì nel silenzio della propria coscienza. Ma in mondovisione, la notte che ci ricorda la Resurrezione di Cristo, nella Basilica più importante del cattolicesimo, somministrato dallo stesso pontefice, non è più il simbolo di una resurrezione intima, ma diventa una esposizione mediatica, nella quale il pontefice è stato ridotto al rango di “spalla” del prim’attore. Nel secondo caso il battesimo di Cristo viene letto sulla persona di Gesù, che viene strattonata per attirarla nel mondo della sua origine terrena e cioè nel mondo ebraico. Certo c’è uno studio analogico e anagogico, molto indottrinato, ma non c’è nulla di significativo in quel sacramento impartito da Giovanni al Figlio di Dio se non l’insistenza del Suo “albero genealogico”, di cui

sono piene le pagg. 29-45 . E’ il tentativo di privilegiare l’ebraicità di Gesù che non la Sua universalità, infatti a pag. 32, emerge il tentativo di formulare la persona di Cristo come un momento della storia, quasi un fenomeno antropologico; infatti nella premessa, a pag. 11 l’A. afferma: “Se dunque la storia, la fatticità, in questo senso appartiene essenzialmente alla fede cristiana, quest’ultima deve esporsi al metodo storico. E’ la fede stessa che lo esige”: La fede, quindi, deve sottoporsi al

metodo storico, come un qualunque fenomeno antropologico che caratterizza una tribù; è da qui allora che nasce la volontà di identificare “Le radici cristiane dell’Europa”, trascurando di cercare e affermare le radici dell’uomo e di tutti gli uomini, nella sua interezza e nella sua globalità. Ben diverso è l’approccio musulmano alla professione di fede nell’unico Dio, che viene intesa come la purificazione che introduce la Jihad (le tensione umana che spinge alla ricerca di Dio)


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Bambini e società

Educare alla

diversità

È una tematica sempre più attuale nella nostra società. L’adulto ha un ruolo essenziale nell’aiutare il bambino a confrontarsi con essa.

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n uomo politico in vista, molto in vista ebbe a chiedere ad un vescovo: “Perché noi divorziati non possiamo fare la comunione (il minuscolo è voluto)”, documentando , ove ce ne fosse stato bisogno, una ignoranza abissale, tale da confondere il sacramento della Comunione con Dio, con un aperitivo con tartina al salmone e flut di

E’ questa la distinzione fra la Comunione del fedele e la comunione nella quale si cerca la visibilità e l’esibizionismo. Ma questo Vaticano non sembra molto attento a queste considerazioni, fornendo una immeritata credibilità a chi del sacramento ha fatto scempio; ero a Tunisi nella cattedrale durante il funerale di Craxi ed ho visto quel politico guardarsi

ne per raggiungere la Jiad, cioè la tensione umana verso l’Altissimo (sia sempre venerato il Suo nome). E’ Comunione nell’Islam la professione di fede, perché segna l’inizio dell’itinerario verso Dio; è Comunione l’elemosina in quanto segno di com-passione verso il prossimo più bisognoso; è Comunione il Ramahdan perché mortifica il corpo

olto presto i bambini si trovano a convivere con chi è diverso da loro. Diverso perché appartenente ad un’altra cultura o religione, diverso perché con differenti possibilità economiche, diverso perché cresciuto in una famiglia molto differente dalla propria o perché affetto da qualche disabilità o difficoltà specifica. Nella società odierna per i bambini scontrarsi con ciò che è diverso da loro è molto più facile di un tempo; l’idea classica di famiglia si sta ormai trasformando e le forme di famiglia che si possono incon-

otipi e pregiudizi, è importante prestare la massima attenzione ai messaggi che arrivano ai bambini e cercare di filtrarli, chiarirli e in alcuni casi smentirli. Rispettare ciò che è diverso da noi significa rispettare anche opinioni diverse dalle nostre, insegniamo ai bambini che ci possono essere diversi punti di vista per guardare le cose e che possiamo non essere d’accordo con ciò che pensa un’altra persona ma che dobbiamo rispettare comunque la sua idea. Proviamo ad insegnare loro a guardare il mondo da diverse prospettive.

trare sono assai differenti: famiglie allargate, famiglie monogenitoriali, famiglie adottive o anche famiglie omosessuali. Le scuole sono sempre più multietniche e all’interno delle stesse classi spesso troviamo bambini che necessitano di un insegnamento individualizzato centrato sulle loro difficoltà: alunni con difficoltà specifiche di apprendimento, con bisogni educativi speciali o che necessitano dell’aiuto di un sostegno scolastico. La diversità nei bambini, e in generale nell’uomo, può suscitare curiosità ma al tempo stesso timore. Molto spesso purtroppo questo timore per il diverso può sfociare in discriminazione e nel caso dei bambini in atti di bullismo. Sarebbe importante crescere i bambini dimostrandogli come la diversità non sia un limite ma possa costituire una risorsa e uno stimolo. Trasmettiamo l’idea che tutti debbano essere rispettati, accettati e accolti per quello che sono. Ognuno di noi possiede dei punti di forza e di debolezza che possono essere diversi per ognuno di noi. Non dobbiamo aver timore di mostrare ai nostri figli che anche noi adulti possediamo delle debolezze e che non abbiamo timore di mostrarle. Spesso i media possono veicolare messaggi errati portando a stere-

Come molte volte abbiamo già ribadito, l’esempio nostro è molto più potente di un discorso teorico, non dobbiamo solo insegnare il rispetto ma essere un esempio di rispetto. Pensando a questo argomento mi viene in mente un episodio a cui ho assistito l’estate scorsa in spiaggia. Una nonna fa merenda sotto l’ombrellone con il nipotino di circa sei anni, passa un ragazzo africano che vende oggetti sulla spiaggia, saluta i due e inizia una conversazione, la nonna non dà risposta e non volta nemmeno lo sguardo. Il bambino stupito dalla reazione esclama ad alta voce: “ma nonna ti sta parlando, perché non gli rispondi?” Possiamo insegnare ai bambini a rispettare gli altri ma se noi siamo i primi a non farlo sarà un insegnamento del tutto vano, anzi a volte saremo noi a dover imparare da loro. Dott.ssa Greta Nicolini

Il sacramento della Comunione e la Preghiera islamina champagne . “Fare la comunione” è un errore teologico, sia nella forma che nel contenuto, e chiarisce come venga interpretata come una esibizione da offrire al mondo cattolico per tentare un riconoscimento che, invece, diventa sempre più remoto. Nella cena pasquale, che viene indicata come “L’ultima cena” ma che preferisco identificare come “La prima cena del popolo di Cristo”, Gesù invitò i discepoli e con loro il mondo intero, alla Comunione, ma si trattava di comunione con Dio (essere in Comunione e non “fare” ) , non certo di un antipasto da trangugiare privato della Fede Le parole che pronuncia il sacerdote “Hoc est enim corpus meus” non rappresentano una formula magica che trasforma l’ostia e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo, nel mistero della transustansazione , sono solo il ricordo di quel momento nel quale venne innalzata al cielo l’esigenza di essere “in comunione con Dio”. Raccogliere la particola senza la fede, anche le parole del sacerdote vengono vanificate e il tutto si riduce in un gesto blasfemo. La Comunione non è un atto temporale che si conclude con l’assunzione di un’ostia e un sorso di vino; la comunione è un modo di vivere nella continuità, è un modo di essere, un modo di pensare, un modo di partecipare; come gesto isolato rimane solo un gesto assimilabile all’aperitivo nella piazzetta di Ischia, con la visibilità offerta dai paparazzi di turno.

bene intorno e dirigersi verso l’altare a carpire la particola, badando bene di essere notato; mi si recò dal sacerdote coadiutore, non dall’arcivescovo Père Foued, perché, riconoscendolo gli avrebbe negato la particola. Un gesto di amore, fatto senza l’at-

tesa di una ricompensa è Comunione; la solidarietà verso i più bisognosi, senza esibizionismi, è Comunione; amare il prossimo e provare com-passione per le altrui disgrazie è Comunione. L’Islam ha compreso tutto ciò e impegna tutti i pilastri della religio-

e per un mese tutto l’Islam è assimilato nella parità della sofferenza; è Comunione il pellegrinaggio alla Mecca, in quanto nella città santa non esiste il ricco e il povero, tutti assimilati nella comunione con Dio. Ma è la preghiera ripetuta cinque

volte al giorno che maggiormente ci ricorda il desiderio di Comunione; interrompere gli impegni della quotidianità per rivolgere il pensiero all’Altissimo (sia sempre venerato il Suo nome), è Comunione costante, dalla quale il cattolicesimo cristiano ha molto da imparare.


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Viale della Regione Fatti in Redazione

di Marcella Sardo

il Capitano

“Il mio desiderio? Che i giovani riscoprano gli antichi mestieri e si trasformino in artigiani del nuovo millennio”

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residente della categoria dei Carpentieri e ferraioli, Vice Presidente della Real Maestranza, maestro carpentiere dal 1987, marito affettuoso e padre orgoglioso. Chi conosce Giuseppe Tumminelli, neo capitano della Real Maestranza, sa bene che per identificare la persona bisogna citare tutte le sfaccettature della suo essere. Lo ha dimostrato anche a noi quando, invitato in redazione per raccontarci le emozioni e le sensazioni di questa nomina, è venuto accompagnato dal figlio maggiore. “Salvatore – ha commentato il Capitano - partecipa alla processione della Real Maestranza da quando aveva solo tre anni ed è nato proprio l’anno in cui sono stato nominato portabandiera. Adesso segue le orme di fami-

Giuseppe

Tumminelli

“L’amore per un mestiere, l’onore di rappresentare le antiche maestranze”

ci fosse un edificio in fase di costruzione. La gettata delle fondamenta e la possibilità di creare qualcosa dal nulla ha subito conquistato quel ragazzino che con determinazione, finita la scuola dell’obbligo, si è rimboccato le maniche per lavorare il legno e l’acciaio. Da quel giorno Giuseppe non ha più cambiato idea e nel 2001, dopo molta esperienza come apprendista e capo cantiere, si è aperto la propria ditta nella quale ancora ogni mattina va a lavorare. Quella di entrare nella Real Maestranza però, è stata una casualità dettata dal rispetto e dall’affetto di chi lo aveva accolto in cantiere come un figlio. “Ho iniziato a lavorare prima nella ditta Giuseppe Cannizzaro (Capitano nel 1997) e poi in quella di Biagio Lacagnina (Capitano nel 1989)” ha raccontato il neo capitano. Nel 1987 è stato proprio “Pipino Biagio”, come affettuosamente ancora lo ricorda e lo chiama Giuseppe Tumminelli “a spingermi a comprare il vestito, prendere in mano il cero ed entrare a far parte della processione della Real Maestranza”. L’ ingresso, quasi “in sordina”, è durato molto poco. Il maestro carpen-

ti gli incarichi messi a disposizione, Giuseppe Tumminelli può includere anche l’onore più grande e ambizioso al quale si può protendere: quello di essere “il Capitano”. Una gioia condivisa con tutta la famiglia e, soprattutto, con la moglie che amorevolmente definisce il suo braccio destro. “Io e i miei figli – ha proseguito con il suo racconto il Capitano - ogni anno partecipiamo alla processione ma il compito più impegnativo, il mercoledì, ce l’ha proprio mia moglie Margherita”. E nel pronunciare queste parole padre e figlio si scambiano uno sguardo complice e riconoscente per chi,

In alto nella pagina accanto, era il 1987 quando Giuseppe Tumminelli accompagnava in processione il suo datore di lavoro il Capitano Biagio Lacagnina. Sopra, sfila come portabandiera (1989). A sinistra, nel 1997 ricopre il ruolo di Alfiere Maggiore. Nella pagina accanto, lo scudiero Giuseppe Tumminelli (2007) con i suoi due figli, Salvatore e Francesco

“Noi siamo pronti ad accogliere i giovani a braccia aperte ma gli enti pubblici dovrebbero incentivare la nascita di scuole edili e licei tecnici” glia come maestro cerimoniere”. Il secondogenito, Francesco, invece è lontano per motivi di studio e, seppur appassionato di questa processione regale, non può sempre prendere parte ai rituali religiosi. Già da quando era bambino il futuro di Giuseppe, in quanto figlio di un agricoltore, aveva dei solchi ben tracciati ma il destino ha voluto che, non molto lontano dai suoi campi,

tiere, trascinato più dalla stima per una persona che per interesse reale, non è rimasto fermo in un angolo ma si è ben presto fatto notare per le sue proposte lungimiranti e l’attivismo all’interno della categoria dei carpentieri e ferraioli. Il suo valido supporto è risultato prezioso non soltanto per i suoi “colleghi” ma anche per l’intera associazione della Real Maestranza. Adesso, svolti tut-

fino a notte fonda, stira in modo impeccabile gli abiti, prepara gli accessori, si sveglia presto al mattino per acconciare i capelli a tutti e permette, ai suoi “tre uomini”, di uscire da casa soltanto dopo aver lanciato un ultimo sguardo attento e dato la sua personale benedizione. Margherita, dopo essersi preparata, scende al centro storico e, orgogliosa, ammira la processione mentre condivide

con gli artigiani e i suoi concittadini i momenti di preghiera. Quest’anno il ruolo affidato a Giuseppe e a sua moglie sarà certamente più impegnativo e ricco di appuntamenti ma la coppia non ha dubbi né perplessità: a prevalere sarà l’armonia e l’entusiasmo e mai la fatica o il peso della responsabilità. Non è la prima volta che Giuseppe va sotto le luci della ribalta della processione ma, con un pizzico di umiltà ammette di non aver mai partecipato alle attività della sua ca-

tegoria o alla Real Maestranza con l’idea di poter quasi “avanzare di grado” e diventare un giorno Capitano. I maestri carpentieri, per la “loro” occasione, non intendono certo sfigurare eleggendo una persona che non abbia ancora maturato quella consapevolezza che si addice al ruolo rivestito. “Ogni volta che la nostra categoria si trova a dover rappresentare la Maestranza – ha spiegato il Capitano – nella fase di selezione viene seguito un criterio logico basato su un’evoluzione gerarchica dell’associato, sul livello di attaccamento al culto, sull’impegno dedicato negli anni e sulla disponibilità a vivere con sentimento e compostezza questi momenti di religiosità. Essere scelto dalla propria categoria è un segno di profonda stima che


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Padre Michele Quattrocchi

“La valorizzazione del lavoro come punto cardine della festa” Dal passaggio della Croce agli esercizi spirituali: lo stretto legame tra Chiesa e artigianato locale

U non deve essere mai dato per scontato”. Nulla è prestabilito ma niente è lasciato al caso poiché i capitani, ci ha spiegato Giuseppe Tumminelli, rappresentano non solo sé stessi ma tutta la categoria. “Certo immaginavo che prima o poi potesse capitare anche a me – ha ammesso Giuseppe Tumminelli - ma tutto quello che ho sempre fatto per l’associazione della Real Maestranza è stato dettato dal mio cuore e dal piacere di

il suo non è un lavoro ormai superato ma una professione da rivalutare e riadattare alle esigenze moderne. “Noi siamo pronti ad accogliere i giovani a braccia aperte e insegnare loro il mestiere. La città e le autorità civili, però, dovrebbero restituire alle maestranze il lustro che meritano e incentivare la nascita di scuole edili e licei dell’artigianato. Mio figlio, ad esempio, ha seguito le mie orme ma invece di scendere

na perfetta coesistenza tra tradizione cristiana e folklore popolare. Sono questi i tratti distintivi che caratterizzano, in modo unico, le manifestazioni religiose siciliane. Un’unione inscindibile che prende vita anche a Caltanissetta e che vede nel corteo della Real Maestranza una delle sue più grandi espressioni. Gli artigiani che, con il duro lavoro e il sudore della fronte rivivono, giorno dopo giorno, la Passione di Cristo e attingono alla loro redenzione durante la processione del Mercoledì Santo. Una differenza sostanziale che distingue la processione della Real Maestranza da quella serale delle Vare, gruppi sacri commissionati come voto per una grazia ricevuta. Per i “maestri artigiani”, però, è tutta un’altra storia. A chiarire la differenza e a lavorare incessantemente per dirimere atteggiamenti non consoni con il valore

la serenità che lo contraddistingue -, non è una sfilata di professionisti che si mettono in mostra salutando o fumando una sigaretta bensì l’espressione di un vero momento di religiosità da vivere con intenso raccoglimento”. Per dare maggiore forza alla processione, la Curia ha deciso di dare maggiore spessore simbolico alla consegna di quel crocifisso che il padre spirituale consegna la mattina del mercoledì tra le mani del Capitano. “In passato il passaggio della Croce, dalla chiesa di San Giovanni alla Biblioteca Scarabelli, era fatto in forma privata. Da qualche anno, invece, abbiamo scelto di renderlo pubblico invitando gli assistenti di tutte le categorie e i cittadini a condividere con fervore questo momento – ha continuato il padre spirituale -. È proprio attraverso la Croce che l’uomo si libera da tutti i suoi affanni affidandoli a Dio e ottenendo, grazie al sacrificio di Cristo, la redenzione e

vissuto come una festa da condividere con amici, familiari ma anche con i rappresentanti di tutte le categorie, autorità civili e religiose - ha chiarito il padre spirituale riferendosi a chi storce il naso davanti alle celebrazioni sfarzose che negli anni si sono susseguite nelle case dei Capitani -. È normale trovare una ricca tavola imbandita ma la gioia vissuta non deve trasformarsi in un festino nel quale regnano eccessi e vanità”. Ed è per questo che padre Quattrocchi ammette di aver accolto di buon grado la riduzione dei contributi pubblici che in passato erano destinati a celebrazioni e banchetti. Ogni ostacolo, dunque, può trasformarsi in un’occasione di riflessione per recuperare il significato religioso della processione. Quelli che si svolgono durante la settimana santa sono momenti di “religiosità” e non necessariamente di “fede”. Quest’ultima, infatti, è un

“La processione è un momento di religiosità intensa non un festino dove regnano eccessi e vanità” “Mia moglie è il mio braccio destro e i miei figli sono il mio orgoglio. Sono pronto a vivere questo anno con armonia ed entusiasmo” rendermi utile non dall’ambizione della carica”. Sfogliando i tanti album nei quali erano raccolti tutti i bei momenti vissuti con la Maestranza, le fotografie scattate quando Giuseppe era poco più che un ragazzo, le pose al fianco dei Capitani del passato ci chiediamo quale messaggio lui voglia lanciare alle nuove generazioni e cosa pensa del suo lavoro che, adesso, viene indicato come uno degli “antichi mestieri” in via di estinzione. Immediatamente, però, il Capitano vuole puntualizzare che

in cantiere a 18 anni si sta specializzando con la laurea. Non è nostro il compito di infondere la cultura del recupero degli antichi mestieri e far capire come poter essere gli artigiani del nuovo millennio”. L’anno ormai è iniziato e Giuseppe ha a disposizione solo pochi mesi per far capire ai suoi concittadini che il Mercoledì e il Venerdì Santo la Real Maestranza conduce una processione religiosa e non una sfilata. “Chiediamo che, al nostro passaggio, gli spettatori si unissero alla nostro momento di preghiera”.

spirituale della processione è il presbitero Michele Quattrocchi, padre spirituale della Real Maestranza. “Come in ogni situazione questa processione ha vissuto momenti di grande splendore e di buio. Da qualche anno, con il supporto di assistenti assegnati a ciascuna categoria ed esercizi spirituali collettivi, abbiamo lavorato per far comprendere il vero significato della festa”. Quella che scorre tra le vie cittadine – ha spiegato padre Quattrocchi con

la pace interiore”. Un rituale che si trasforma in occasione di preghiera collettiva e aggrega sempre più fedeli. Alla base del gesto c’è una valorizzazione della dimensione cristiana del lavoro e di come esso debba essere gestito rispettando i valori e i principi cardine del cattolicesimo. “Essere scelto come Capitano è un onore, un riconoscimento di stima per la persona e non soltanto per il lavoratore. Questo incarico è e va

fatto intimo e personale e ciascuno, in quanto figlio o figlia di Dio, deve viverla in modo autonomo. Ai maestri artigiani in corteo e alla collettività che assiste sul ciglio della strada, però, padre Quattrocchi chiede e pretende rispetto e compostezza. Purtroppo, però, è più facile riuscire a trovare un punto di dialogo e di intesa con i rappresentanti delle categorie che con la cittadinanza. Per la maggior parte di loro il mercoledì mattina coincide con un momento di vacanza piuttosto che un’occasione per riflettere e pregare. “Mi piacerebbe - ha concluso il sacerdote - riuscire a infondere lo stesso fervore religioso che si percepisce il venerdì Santo quando, con la stessa Maestranza, viene portato in processione il Cristo Nero. Siamo ancora molto lontani ma abbiamo intrapreso la strada giusta”.


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Curosità Risuona un’antica tradizione nissena

Il fischietto di San Michele di Cinzia Alessia Daidone

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n un’epoca in cui tutto scorre velocemente e che si proietta sempre più verso il domani e la modernità, la riscoperta di antiche tradizioni, di usi e costumi di una volta, di abitudini che rievocano il passato e che raccontano la storia di un territorio, riesce ad esercitare ancora un grande fascino. E così quest’anno anche a Caltanissetta, grazie ad un lavoro di squadra del Museo Diocesano nisseno, viene riportata alla

luce un’antica tradizione e cioè quella del fischietto di San Michele. Si tratta di una statua di piccole dimensioni realizzata in terracotta, raffigurante il Santo Patrono di Caltanissetta, San Michele Arcangelo e che cela nel retro un fischietto. La presentazione del fischietto di San Michele è avvenuta in Cattedrale il 28 di settembre 2016, la sera dei Vespri Solenni, proprio alla vigilia della processione di San Michele del 29 di settembre, un

appuntamento tanto atteso dai nisseni. Si arriva a questa presentazione dunque dopo uno studio accurato realizzato da un team composto da diverse persone, tra cui professionisti e amanti dell’arte e della cultura,“il team si è costituito durante il mio periodo – ci racconta la direttrice del Museo Diocesano “Mons. Giovanni Speciale”, Francesca Fiandaca – ma qui c’è una struttura portante che funziona da tanti anni e che è operativa fortemente insieme a noi ed è costituita dai due fratelli, Giuseppe e Carmelo Di Maria e poi naturalmente la conduzione dell’Episcopio e del Seminario, di cui fa parte il Museo del Seminario Vescovile intitolato a Mons. Giovanni Speciale, mi riferisco al nostro Vescovo Mons. Mario Russotto e al Vicario Generale Mons. Pino La Placa”. L’idea di cominciare una ricerca su San Michele pare sia già iniziata nel 2015, a dare l’ispirazione infatti un’opera del Frattallone, che rappresenta San Michele. Ciò che ha dato però maggiore impulso allo studio su tale fischietto è stata un riferimento al Pitrè, che fu un medico, ma anche storico, letterato e persino filologo e viene indicato anche come il fondatore della scienza folkloristica nel territorio italiano, “ha avuto il grande merito non solo di dare l’impulso proprio alla ricerca delle tradizioni popolari in Italia ed in particolare in

Sicilia – spiega la direttrice del Museo Diocesano - ma anche di dare un metodo, un ordine, una sistemazione alla ricerca nell’ambito del folklore, che è ricchissimo nelle nostre terre, le sue pubblicazioni sono tantissime”. Il riferimento al Pitrè

Il fischietto rientra nella tradizione popolare. Era destinato ai bambini e veniva venduto come giocattolo durante le fiere

quindi assume un ruolo importantissimo nell’evoluzione e sviluppo di questo studio delle antiche tradizioni che si conclude infatti proprio quest’anno il 2016, anno in cui ricorre il centenario della sua morte. “Il centenario del Pitrè ci ha spinto a far sì che il fischietto fosse pronto questo anno - ci spiega infatti la professoressa Fiandaca - per ricordare appunto Pitrè”. “Non si tratta di una ricerca scientifica a tutti gli effetti con una bibliografia intensa, fitta, ricca – racconta la direttrice - e non abbiamo trovato neppure testimonianze oggi anche di una me-

moria storica dell’uso di questi fischietti”. Ma la direttrice del Museo Diocesano sottolinea: “abbiamo la testimonianza di Pitrè che dice che a Caltanissetta era in uso questo fischietto che veniva appunto suonato, come nelle altre processioni degli altri centri, dai bambini che seguivano la processione, poi abbiamo allargato la ricerca alle altre città, all’uso delle tradizioni. E quindi ci ha proprio da un lato incuriosito, dall’altro messi un po’ all’opera per cercare di far rinascere un’antica tradizione”. La parte pratica della realizzazione del fischietto di San Michele, effettuata anche grazie al contributo di una Banca locale, è stata affidata ad un artigiano e artista locale, Danilo Cantaro. Il fischietto di San Michele è una statua di piccole dimensioni, 15 centimetri circa, che da un lato raffigura il Santo Patrono della cittadina nissena, mentre dall’altro presenta il fischietto vero e proprio. Anche in questa fase del progetto le ricerche e gli studi non sono termi-

nate, “Danilo Cantaro, il quale lavora in un laboratorio insieme alla moglie Debora Petitto dopo essersi documentato sulla fattura dei fischietti nel passato ricorrendo a immagini anche della Puglia, oltre che della Sicilia - ci racconta la Direttrice - ha realizzato il nostro San Michele”. Il fischietto dunque rappresenta il Santo Patrono della città di Caltanissetta eppure non ha lo stesso volto della Statua di San Michele Arcangelo, che viene portata in Processione in occasione della Festa del Santo Patrono. “Noi non potevamo realizzare lo stesso volto questi fischietti rientrano nella tradizione popolare come abbiamo già detto e anche la fattura è propriamente popolare, i tratti sono appena accennati”. Il fischietto era destinato soprattutto ai più piccoli, “un oggetto infantile che veniva venduto durante le fiere a costi popolari affinché i bambini potessero avere il loro giocattolo”. Gli aspetti tradizionali fanno parte dell’identità culturale di un territorio e ne accrescono il senso di appartenenza e così si recupera anche una parte di storia attraverso la riscoperta di un oggetto come ad esempio il fischietto di San Michele. “è vero che è uno strumento ludico però è anche il segno del recupero di una tradizione propriamente nissena - conclude la Direttrice Francesca Fiandaca, auspicando che il fischietto continui ad essere prodotto - ed esalta comunque il nostro San Michele”.


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Acqua Minerale, Vitabella 2 L

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Fatti, personaggi & Teatro

Aldo Rapé

“Un sigaro toscano ed un caffé per raccontare progetti e pensieri” di Ivana Baiunco

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iove, una pioggia di ottobre che accarezza il viso, l’aria è ancora calda ed è già sera. Una domenica sera. È sempre piacevole l’idea di una chiacchierata con Aldo Rapè, per la bellezza del tratto, per l’ironia del tono, per la profondità ed al tempo stesso la leggerezza dei contenuti. Un artista che si nato a Caltanissetta nella quale torna e dalla quale non si

stacca, ma che ha spiccato il volo professionale tra la Puglia e Roma. Sarà un pallino, ma citare l’accademia Silvio D’Amico è sempre un piacere, perché nel percorso di un attore è come un bollino di qualità una sorta di marchio dop. Arriva puntuale, giacca jeans, e sorriso sempre sorridente. Ha una nuova idea in cantiere, ne volgiamo

parlare, in realtà scopriremo che le idee in cantiere sono numerose anche con produzione importanti. Rapè ha iniziato a fumare il sigaro, un pò come gli attori impegnati, e per questo sceglie di sedersi ad un tavolino di un bar, all’aperto. Forse l’odore così intenso e travolgente del toscano aromatizzato al caffè lo aiuta a raccontare meglio dei suoi pensieri dei suoi progetti, del teatro. Si perché il teatro è sempre il suo primo amore poi come tutti professionisti qualche incursione altrove non guasta . Il film di Pif , ultima divagazione poetica di un artista poliforme. Si perché lui si definisce un artista non un attore, infatti nell’ultimo spettacolo che sta scri-

vendo, sua sarà regia ed interpretazione. Si chiama Pinuccio la prossima messa in scena, una fiaba siciliana in cui lo sfondo è la miniera e la vita di una famiglia, dove c’è un bambino che fa il “Caruso” che ogni giorno scende giù nelle viscere della terra. In realtà la passione per le miniere nasce da una tradizione familiare, l’odore dello zolfo ce l’ha nel sangue Aldo Rapè, così come molti nisseni. Ciascuno all’interno della famiglia ha un parente minatore, ma spesso molti di più, il nonno dell’attore nisseno fu un “Caruso” di miniera il padre di suo padre, è lui “Pinuccio”. Un bambino che guarda il modo dal basso verso l’alto, per risalire in superficie e riscendere. È la storia di ognuno di noi che ha sempre comunque un motivo per scendere giù e risalire, sembra essere il moto armonico dell’esistenza. Sarà teatro di narrazione. Il palco ospiterà una sedia, un occhio di bue, e l’attore che non sarà il protagonista bensì il narratore ed infine le parole, prime donne assolute, le regine di una scena estremamente minimalista, questo è il teatro di narrazione quando l’attore fa un passo indietro rispetto alla storia nell’interpretazione e l’affabulazione diventata racconto. Questo l’intento di Aldo Rapè nella scrittura di “Pinuccio”. In realtà non sarà lui “Pinuccio” ma racconterà la storia del bambino e di tutti i comprimari o coprotagonisti che ne faranno parte. Niente di troppo triste tiene a precisare ci sarà anche ironia e tanta verità nell’essenza del teatro di ricerca anche se le etichette ad Aldo non piacciano, certo non ama il teatro classico quello con la voce impostata e la battuta perfetta, nonostante nella sua carriera abbia fatto anche Shakespeare

ha provato tutto e poi ha scelto cosa gli è piaciuto di più. Le sue scelte sono state apprezzate, il premio ad Avignone per “Mutu”, Avignone è uno dei più importanti premi per d’Europa, gli ha fatto da battistrada per aprire le porte del teatro francese, dove torna per le sue tournée ed una partirà proprio mentre scriviamo. Pinuccio sarà messo in scena sabato 12 e domenica 13 Novembre all’ex macello ovvero al centro culturale polivalente Michele Abbate, anche la scelta dei luoghi non è mai casuale, la prima mise en space di Mutu, fortunatissima, fu allestita proprio alla sala Beckett del Michele Abbate e quindi come una sorta di rito propiziatorio ai percorsi canonici Rapè, l’artista, preferisce sempre quelli collaterali dove il teatro, la parola ed il pubblico si fondono assieme, teatro interattivo lo chiamano quelli che ne capiscono tanto. Nella chiacchierata che continua tra un sorso di birra ed un tiro di sigaro mentre la pioggia si fa più forte ci spiega cos’è per lui la ricerca :”Emozionare” emozionare il pubblico ed emozionarsi l’essenza del suo mestiere. Ma non ci sono solo miniere nei progetti a breve termine, infatti è stato inserito in cartellone al Margherita su scelta di Moni Ovadia con una nuova scrittura sulla vita, una parte della vita di Sandro Pertini. Adesso si passa al teatro civile, quello delle battaglie per la libertà, un ‘incartamento un incontro ed il desiderio di raccontare la storia di uno dei padri della patria che diventò il presidente della Repubblica più amato di tutti i tempi, perché lui in quella Repubblica che rapprentava ci aveva creduto veramente. Una partitura scenica scritta a quattro mani con suo fratello Giuseppe e l’orgoglio di portare la Margherita una storia che corteggiava da tempo. Ma il lampo negli occchi del nostro interlocutore si accende, quando comincia a parlare di come è nato lo spettacolo e di una serie di coincidenze strane, positive che non racconteremo per rispetto dei protagonisti, che hanno facilitato accompagnato la collazione dello spettacolo, come se qualcuno facilitasse il percorso. Lo spettacolo

ha ottenuto il consenso della famiglia Pertini che sarà presente alla prima a febbraio al Margherita . Il desiderio di dire di condividere è forte si percepisce dal tono dalle parole, ma la riservatezza della scrittura prede il sopravvento dunque poco atro ci ha detto rispetto a Pertini, storia di un partigiano presidente, che ha accesso ancora di più la curiosità di capire consa sarà messo in scena e soprattutto come. E poi come un papà parla del suo bambino il tono cambia sul progetto della “Stanza dello Scirocco” . Cos’è la Stanza dello Scirocco? Un piccolissimo luogo dove si fa cultura. Un appartamento acquistato in centro storico da Rapè dove in una stanza piccola pochi spettatori per qualche sera al mese assistono ad esibizioni che vanno dal a teatro alla musica. Un rifugio per l’arte in purezza, per sentire il calore e le emozioni fisicamente da vicino per non disperdere il senso delle cose, un pò come quando un tempo ci si riuniuva intorno alla fiamma scoppiettante di un camino e gli anziani i saggi raccontavano le storie romantiche o spaventose per emozionare per far ridere o piangere per muovere i sentimenti ecco questo e il senso della “Stanza dello Scirocco” scendere quella ripida scaa che conduce al portone sentendosi diversi o come dice Rapè pensando che il teatro può cambiare le idee. La musica sarà la protagonista di una mini rassegna musicale, si esibiranno Patrizia Campisi, Cesare Livrizzi, Sergio Zafarana, Davide Campisi. Ognuno ha il suo modo di stare al mondo quello degli aristi sembre essere come se avessero dentro delle ossessioni, qualcosa che li morde e allora scrivere, rappresentare serve a spargere le idee affinchè comincino a mordere il cervello altrui, per liberarsene e continuare a farsi ossessionare da altro, cosi in un vortice, in un circolo virtuoso che è la creatività e più ci si allontana dalla verità per capire la realtà, più si è vicini all’essenza della verità stessa per questo il teatro è finzione ma l’attore è l’interprete della verità.


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uci, costumi, scenografie, battute, tempi, spazio scenico, sono alcune delle parole che fanno pensare immediatamente al mondo del teatro. Dalla commedia alla tragedia, passando attraverso i diversi stili e generi che vengono portati in scena, il teatro da sempre, sin dai tempi delle sue origini antiche, richiama a sé il pubblico, lo avvolge e coinvolge nel corso di una rappresentazione teatrale. Una passione quella per il teatro che abbraccia anche il regista nisseno Antonello Capodici, classe 1967, questa passione è diventata per lui un vero e proprio mestiere quasi per caso, dopo essersi imbattuto in una locandina di una scuola di teatro in provincia di Enna. “Pensavo di fare l’insegnante di lettere perché la grande passione era naturalmente la letteratura, insomma le scienze umanistiche. Ho avuto l’opportunità di studiare a Pisa in un’università molto prestigiosa – racconta Antonello Capodici - poi in maniera accidentale è subentrato lo Stabile di Catania e quindi la sua grande tradizione, l’ultima stagione di Turi Ferro – e poi aggiunge - Tuccio Musumeci che si conclamava come l’attore più bravo, l’attore comico più bravo della sua generazione, soprattutto Romano Bernardi”. In quel periodo conosce anche l’attore Enrico Guarneri, “ho conosciuto a Catania in quegli anni un giovane attore – racconta - bravissimo, fenomenale, perché nonostante fosse un dilettante riempiva le sale del Metropolitan”. Capodici cominciò come allievo e poi divenne assistente, “passai in un anno dalla mia condizione di principiante assoluto a ricercatore l’anno successivo”, afferma. Fu anche assistente di Romano Bernardi allo Stabile di Catania, “siamo tra il ‘96, ‘97, ‘98 – sottolinea il regista nisseno - quindi nel momento di maggior fulgore della

a me. Poi, lentamente, passai ad uno stadio più raffinato e complesso. Presi a raccontarmi (a raccontare me stesso) in tutti i modi possibili. Con sincerità ed un certo grado di spietatezza. Era il racconto della mia vita. Un passaggio pressoché inevitabile per un regista con un minimo di esperienza. Oggi, che sono passati più di vent’anni, sono in una fase successiva: metto in scena (o cerco di farlo) le esperienze che mi colpiscono e con le quali vengo in contatto. L’ambizione, oggi, è saper raccontare la vita degli altri – aggiunge Capodici - Ma anche questa è una stagione destinata, naturalmente, a finire. Spero di avere forza e talento abbastanza per quella successiva: nessun racconto. Ma solo invocare le condizioni migliori perché la vita si manifesti così com’è in natura: disorganizzata, opulenta, esagerata, sfuggente, dolorosa e delirante. Luttuosa ed esaltante al tempo stesso. Il teatro, dice il mio Maestro – prosegue - è la rappresentazione della Vita

Antonello Capodici “Il teatro, la mia vita... una passione nata per caso” di Cinzia Alessia Daidone “così com’è” ”. Romano Bernardi per Antonello Capodici rimane ancora oggi un punto di riferimento, “come impostazione e approccio al metodo mi ispiro al mio maestro perché è stata la fonte principale di apprendimento

trale nella realizzazione di un progetto teatrale, “io sono contento quando il pubblico si emoziona”, ci dice. E’ proprio al pubblico quindi che deve arrivare l’emozione “qualunque genere si scelga – spiega - qualunque vocazione, qualunque sistema linguistico anche scenico, anche drammaturgico si scelga per esprimere attraverso il teatro un’emozione”. “La lezione dei maestri, di questi maestri che ho citato – aggiunge riferendosi ai generi teatrali - è che un regista se c’è una cosa che non deve fare, non deve avere preferenze soggettive perché il rischio è che finisca non per raccontare una storia, ma per raccontare il modo con la quale l’ha compresa lui, e questo non va bene, se tutti noi raccontiamo noi stessi naturalmente, questo è abbastanza ovvio. Ma il racconto deve essere in mezzo al fatto scenico –

– sottolinea il regista - da un punto di vista della concezione della recitazione ai grandi siciliani della storia”. Per il regista Capodici il pubblico assume un ruolo molto importante, quasi cen-

continua Capodici - perché se questo diventa raccontarsi inevitabilmente significa raccontarsi con un giudizio, cioè con un preconcetto”. Il regista nisseno al momento è impegnato con

In alto Antonello Capodici con Nello Musumeci e Nino Lombardo. A destra il regista nisseno co Enrico Guarneri

storia recente dello Stabile di Catania quindi grandi attori, grandi allestimenti, grandi registi, un grande clima produttivo”, poi cominciò a lavorare al Metropolitan di Catania dove iniziò a muovere i suoi primi passi da regista. “Quando iniziai, mettevo sopratutto in scena dei trucchi e delle convenzioni sceniche: facevo regie di “maniera”, come si dice in gergo. Questo era un inizio abbastanza naturale, per un giovane regista alle prime armi – dichiara Antonello Capodici - Mettevo in scena (o cercavo di farlo) la Vita “intorno”

Enrico Guarneri con “L’Avaro” di Molière in una versione post-moderna da lui ridotta, a dicembre invece sarà al Manzoni a Roma per la regia di “Victoire”, una commedia moderna scritta da Dany Laurent, con Pietro Genuardi nel ruolo del protagonista. Successivamente tornerà in Sicilia e per l’esattezza nei primi mesi del prossimo anno per la Direzione Artistica del Teatro Martoglio di Belpasso. A Caltanissetta invece ha presentato una rassegna teatrale dedicata a “Turi Ferro”, in qualità anche questa volta di Direttore Artistico, una rassegna suddivisa in 5 appuntamenti che vedrà salire sul palco attori come Enrico Guarneri, Gabriel Garko, Ugo Pagliai, Stefano Accorsi, Marco Bocci o ancora Alessio Boni. Il regista nisseno nei suoi circa 20 anni di carriera porta con sé gli insegnamenti delle esperienze vissute e ai giovani che si avvicinano al mondo del teatro consiglia soprattutto di essere sé stessi, “dire sempre la verità – suggerisce Capodici - non la realtà delle cose, ma la propria verità attraverso lo strumento dell’irreale che è molto spesso un testo che non hai scritto tu, che è molto spesso uno spazio finto, dell’effimero, della finzione per eccellenza. Raccontare quello che si sa, raccontare quello che si è imparato”. Antonello Capodici nel suo cammino ha incontrato la passione per il teatro da giovanissimo come pubblico nella sua città natale e poi come regista, riuscendo quindi a guardare il palco non più soltanto come spettatore, “per me è stato il modo di uscire da me stesso”, commenta il regista nisseno, che riferendosi al palco aggiunge “per me è il viaggio che facciamo nella vita, è lo spazio che condividiamo con gli altri, è l’idea che non sono io”.

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Economia & Società

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l premio Nobel per l’economia 2016 è stato assegnato agli economisti Oliver Hart dell’università di Harvard e Bengt Holmstrom del Mit “per il loro contributo alla teoria dei contratti”. Lo ha annunciato l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia. Il riconoscimento, pari a 8 milioni di corone svedesi (circa 830mila euro), è assegnato dalla Sveriges Riksbank. “I nuovi strumenti

di Marcello Curatolo

un contratto non può specificare qualsiasi eventualità. Partendo da questo presupposto, la teoria Hart serve per mitigare il problema, dando parametri per stabilire chi debba decidere cosa per avere il controllo su un accordo. Questo sta gettando nuova luce sulla proprietà e il controllo delle aziende e ha un impatto su vari cam-

storico, che lo ottenne per il trattamento matematico delle condizioni di equilibrio nel sistema dei prezzi, dei redditi e della produzione. Interessante il filone intrapreso dalla giuria dei Nobel economici, che tende a premiare non solo e non

Bambini ed economia Educhiamoli al risparmio

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teorici creati da Hart e Holmstrom sono preziosi per comprendere i contratti che tengono insieme le economie moderne e il funzionamento delle istituzioni, così come le potenziali trappole nel design dei

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pi dell’economia e sulla scienza. Bengt Holmstrom è nato nel 1949 a Helsinki in Finlandia (ma della minoranza linguistica svedese); si è laureato in matematica a Helsinki, poi

tanto le ricerche teoretiche, quanto la loro incisività sulla società e la loro efficacia sulla risoluzione di problemi reali. Lo scorso anno, difatti, il premio Nobel era stato vinto da un altro britannico, lo scozzese Angus Deaton, per i suoi lavori sulla povertà.”Ormai da tempo l’Accademia delle Scienze svedese, ha riconosciuto questi legami, e

gni genitore si pone il problema di educare al meglio, di rado però si pensa che tra le tante cose da insegnare ai piccoli ci sia anche il valore del risparmio. Educando i bambini al risparmio, la consapevolezza dell´economia diventerà propria del bambino sin dalla più tenera età. In un mondo come il nostro dove il consumismo sfrenato ed il marketing bombardano un po´ tutti, le prime “vittime” sono proprio i bambini, che osservano costantemente le pubblicità trasmesse dai canali televisivi e le tanto invitanti vetrine che circondano la città diventano un richiamo irresi-

spiegare al piccolo l´impossibilità di acquistare spesso nuovi giocattoli, un modo importante ed educativo può essere quello di mettere il gioco desiderato come premio. Un´altra ottima idea è quella di utilizzare la tecnica dei salvadanai, il grande classico porcellino panciuto ormai sostituito da tanti protagonisti dei cartoon sono un utile strumento educativo, quando il salvadanaio sarà pieno si potrà acquistare insieme al bimbo il desiderato premio gioco. Porre un punto d´arrivo, un obiettivo sicuramente utile, ma le tecniche e le strategie educative possono essere davvero tante.

stibile. Come fare ad educare il bambino al risparmio in modo giusto e consapevole? Ottime idee educative si possono trovare girovagando sul web. Ad esempio il sito www.vouchercloud. it ha pubblicato un Libro Bianco dal titolo “Come trasformare i vostri bambini in risparmiatori e investitori intelligenti”, che si può scaricare da qui www.vouchercloud.it/risorse/la-finanza-insegnata-ai-bambini-libro-bianco. Tra le pagine del volume si sviscerano concetti importanti. È infatti necessario far capire sin dai primi anni di vita concetti quali economia, risparmio e valore della moneta, anche il piccolo deve rendersi conto che i soldi possono essere spesi in modo razionale e logico, per dare una educazione al risparmio in età infantile bisogna utilizzare alcune strategie che cambiano a mano a mano che il bambino cresce, in un contesto simile è bene utilizzare anche qualche “no”, i no, nonostante non sempre siano accolti favorevolmente dal piccolo, diventano un utile strumento educativo da usare con saggio raziocinio. Oggi come oggi i giochi in vendita sono tantissimi ed è normale che i bimbi facciano continue richieste, le mamme però possono

Intorno ai 7-8 anni si può pensare a dare al proprio bambino la classica paghetta, ovviamente i soldi vanno razionati anche in base all´età proprio perché debbono essere uno strumento educativo al risparmio. Attenzione però a non cadere in un errore facile. Molte mamme, credendo sia educativo, ogni volta che il bambino fa qualcosa di positivo lo premiano con i soldi, mai metodo è più sbagliato, la paghetta deve essere stabilita ed uguale, sia essa settimanale o mensile ma deve essere uno strumento in mano alla madre, è infatti utile spiegare quel che si può fare con la paghetta, quali sono le possibilità di spesa, e risulta persino simpatico far vedere al bambino che mettendo da parte qualcosa dalla sua paghetta poi potrà acquistare quel libro o quel giocattolo che realmente desidera Prima di avventurarsi nell´educazione al risparmio è bene avere le idee chiare leggere Il Libro Bianco può essere il modo giusto per partire sicure verso la nuova missione educativa, ma bisogna essere consapevoli che la strada da percorrere non è facile, e che iniziare ad educare i bambini al risparmio fin da piccoli potrà aiutarli da grandi nei momenti di difficoltà.

Premio Nobel per l’Economia 2016 a

Oliver Hart e Bengt Holmstrom

per il contributo alla “Teoria dei Contratti” contratti stessi”, recita il comunicato dell’Accademia. Chi sono Oliver Hart e Bengt Holmstrom? Hart e Holmstrom hanno studiato le sempre più multiformi funzioni dei contratti nella società moderna, così colma di relazioni, di interscambi, di possibili conflitti d’interessi. Hanno creato un apparato teorico per l’analisi dei contratti che dà nuove possibilità di allestire sistemi di controllo più efficaci. Oliver Hart è nato a Londra nel 1948 ma ha cittadinanza statunitense. Laureato in matematica al King’s College di Cambridge nel 1969 e Ph. D alla Princeton University nel 1974 negli Stati Uniti. L’ambito pratico di applicazione delle ricerche di Hart riguarda lo studio di questioni come le tipologie aziende che possono procedere a una fusione, qual è il giusto rapporto tra debito e finanziamento azionario, quando istituzioni come scuole o prigioni è meglio che siano pubbliche o private. E’ stata ricordata l’assoluta forza innovativa delle teorie di Hart negli anni 80. Concentrandosi sui casi dei “contratti incompleti”, ha studiato a fondo un ambito moderno e interessante della teoria dei contratti. Per sua natura,

un master in Operations Research alla Stranford University nel 1975 e il Ph. D dalla Stanford Graduate School of Business. Oggi è il Paul A. Samuelson professore di economia al Massachusetts Institute of Technology , di cui ha anche diretto il dipartimento di economia dal 2003 al 2006. Holmstrom alla fine degli anni Settanta dimostrò come un soggetto “principale” debba progettare un contratto per un “agente” le cui attività non possono essere controllate completamente dal principale. Per esempio, come un azionista di una società possa progettare un contratto con l’amministratore delegato della stessa azienda. Il premio Nobel per l’Economia è andato, nella storia, a nomi di grandissimi rilievo in passato, come Milton Friedman, Paul Krugman, Friedrich von Hayek, Joseph Stiglitz. Fra i vincitori del Nobel dell’Economia vi sono anche non economisti: nel 2002 lo ha vinto Daniel Kahneman, uno psicologo che non aveva mai studiato economia, e nel 1988 è andato al francese Maurice Allais, tra i più poliedrici vincitori del Nobel, fisico, matematico e

sempre più spesso premia studiosi che si distinguono in queste nuove frange della scienza economica”. “ I vincitori hanno sviluppato la teoria dei contratti, uno schema esauriente per analizzare diverse problematiche dell’architettura contrattuale, come la retribuzione basata sulla performance per i top manager, le deduzioni e le coretribuzioni nelle assicurazioni e la privatizzazione delle attività del settore pubblico”, sono le parole specifiche e ufficiali dell’Accademia Reale di Svezia. Teorie innovative sui contratti incompleti: ma è anche su un altro punto che i due economisti hanno saputo rinnovare la discussione sul mercato del lavoro. “Holmtrom ha incluso nel suo ragionamento teorico i premi non in denaro, gli obiettivi raggiunti dai manager e il comportamento dei singoli membri di un team che possono avvantaggiarsi del lavoro degli altri colleghi”. Incentivi e super-bonus, non solo contratti ma conseguenze dell’operato in campo economico: un premio Nobel particolare anche nel 2016, l’Economia ora si interroga sulle cause profonde di questa scelta.


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Storie & Sport di Donatello Polizzi

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a vita spesso ci atterra, bisogna rialzarsi. Il pugile che finisce al tappeto tenta disperatamente di rimettersi in piedi, di riprendere a combattere, di non mollare e quando non ci riesce, l’acre sapore della sconfitta lo accompagna lungamente. Ma anche il quel caso, riprende ad allenarsi per tornare sul ring, per ricominciare a vincere. Non tutti hanno la capacità di reagire ed esistono persone che da questa capacità, creano un vessillo di riscatto, scrivono delle storie che servono a guidarci, a instradarci, ad insegnarci. In questo ristretto novero di combattenti, spicca il nome di Monica Graziana Contrafatto, gelese, di 25 anni. Lei ha scritto pagine di storia sportiva e militare, di etica e coerenza, di rivincita su un destino apparentemente cinico e baro, di chi ha fatto brillare una luce di speranza negli occhi di chi l’ha guardata.

certe situazioni. Ho negli occhi quei bimbi meravigliosi. Gli dai una boccetta d’acqua e sembra gli regali il mondo. Nel sorriso che ti fanno è dentro il loro cuore”. Il destino è in agguato sotto forma di mortaio, 24 marzo 2012 alle ore 18:00 locali (14:30, ora italiana): una pioggia di bombe centra la base “Ice” nel distretto del Gulistan, nella provincia di Farah in Afghanistan, nel settore SudEst dell’area di responsabilità italiana, assegnata alla Task Force South-East. “Dopo la prima andai d’istinto verso i mezzi, non verso il centro antimortaio”. Incita i commilitoni a recarsi nel bunker. Fu la seconda a centrarla. “Sì, con qualche problema”. Le schegge colpirono una gamba, l’arteria femorale, l’intestino, una mano. Lei vigile, continua a fornire indicazione, il senso del dovere la sorregge. “Non sentivo dolore, vedevo solo il sangue scorrere”.

Una vita che racchiude in se tante vite: medaglia al valore dell’esercito e bronzo alle Paralimpiadi di Rio 2016 nei 100 metri piani categoria T42. Poche righe non possono spiegare, non riescono a descrivere le pieghe dell’anima, il colore delle emozioni, dal verde militare, al rosso sangue della terribile ferita, al bronzo delle Paralimpiadi: raccontano di un caleidoscopio impareggiabile, di una donna “incapace” di arrendersi. Per Monica, tutto inizia nella sua città, a Gela, in provincia di Caltanissetta, quando vide il fez (copricapo, quello senza piume, rosso con il cordoncino blu) dei bersaglieri: amore a prima vista. La meditata e non facile scelta di entrare nell’esercito, caporalmaggiore ovviamente dei bersaglieri. Sempre a guardare al futuro, agli altri, alla severa consapevolezza di indossare un uniforme con tutte le responsabilità che comporta. Marzo 2012: seconda missione in Afghanistan, il solco è segnato, aiutare gli altri. “La mia più grande passione. Siamo là per aiutare, l’ultima cosa che usiamo sono le armi. Gli abitanti ci hanno salvato la vita in

La gamba destra sarà amputata, l’arteria femorale cambiata con la vena safena, l’intestino tolto per mezzo metro, per la mano sarà utilizzato un osso della gamba. In mezzo anche un’embolia polmonare. “A pensarci bene non molti dan-

ferrea. Il l4 maggio 2015 è stata la prima donna soldato dell’Esercito Italiano ad essere decorata: in quel giorno ha ricevuto, in cerimonia solenne, la Medaglia al valore dell’esercito. Mai un passo indietro, un bersagliere va sempre di corsa. Lei non arretra, non batte ciglio durante la lunghissima degenza, la faticosa fisioterapia: è pronta a rialzarsi. La ‘molla’ scatta una sera, davanti alla tv, una sera di fine agosto del 2012, una folgorazione: “Trasmettevano le gare della Paralimpiade di Londra. Non sapevo cosa fossero. Mi fermai a guardare. E in quei giorni non feci altro: le corse con amputati, Oscar

La bersagliera di bronzo Quattro anni di duri ed intensi allenamenti per mantenere una promessa: Rio 2016 ni” nei suoi occhi l’immagine, accanto a lei, a pochi metri, del corpo del sergente Michele Silvestri: è morto per quei colpi di mortaio, lasciando moglie e un figlio di otto anni. Lei mostra un coraggio non comune, una volontà

Pistorius, ciechi che giocavano a calcio, un cinese senza braccia che vinse nel nuoto. Mi si aprì un mondo. C’erano gli atleti e non la disabilità”. Vide correre i 100 metri e vincere l’oro, davanti a 80 mila persone che l’osannavano, una giovane di Bergamo, Martina Caironi, la più grande sprinter amputata del mondo: “Sei a Roma? Parla con Nadia Checchini”. E’ una delle allenatrici della Nazionale di atletica paralimpica. E’ lei a seguirla, mostrare come e cosa fare. Il sogno per Monica diventa Rio 2016. “Voglio diventare un’atleta con le stellette e vincere una medaglia alla Paralimpiade. Per il mio Paese”. Non è

sua abitudine mollare, in nessun settore. “Ho lasciato il mio lavoro a metà. A costo di perdere pure l’altra gamba, voglio tornare là, in Afghanistan. Ad aiutare per costruire la pace”. Ancora una pagina di storia scritta questa volta con lo sport. Quattro anni di duri ed intensi allenamenti per mantenere la promessa. In Brasile conquista, la prima nella storia di Gela e della Provincia nissena, il bronzo nei 100 metri piani categoria T42 con il tempo di 16”30. A fine gara sorride senza sosta: “Grazie ai miei allenatori, a chi mi ha seguito. Grazie a Gela, tutta la città mi ha visto tramite il maxischermo allestito in piazza. I miei concittadini mi hanno dato tanta forza. Mi sono sentita una farfalla, quattro anni fa ero in un letto d’ospedale, adesso ho disputato la finale alle Paralimpiadi”. Il sorriso contagia: “Invito chiunque abbia una disabilità ad accostarsi allo sport paralimpico, ti libera! Io grazie allo sport sono rinata. Sport parabola di vita e talvolta di risurrezione come insegna anche la storia di Alex Zanardi che alla soglia dei 50 anni, ha difeso con successo l’oro olimpico conquistato 4 anni fa nelle Paralimpiadi di Londra, trionfando a Rio de Janeiro nella prova della cronometro, categoria H5. E’ solo l’ultimo sigillo della splendida storia dell’ex driver di Formula 1, che dopo aver perso le gambe in un incidente nella CART (serie automobilistica americana) è rinato sportivamente nel paraciclismo, divenendo uno degli uomini di punta del movimento, e un esempio, per la sua grande forza di volontà. Dopo il gravissimo incidente, Zanardi subì l’immediata amputazione degli arti inferiori e rimase in coma farmacologico per giorni. Solo dopo 15 operazioni poté lasciare l’ospedale ed iniziare il difficile e lungo processo di riabilitazione. Non smette mai di ripetere: “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa. Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era solo con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio. Ci si può drogare di cose buone e una di queste è certamente lo sport”.


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Fatti, Sport & dintorni

di Francesco Paolo Anselmo

Desaparecidos Ricordi di anni bui, anche nello sport S

to sistemando centinaia di libri della mia biblioteca. Quelli di metodologia e periodizzazione dello sport da una parte, quelli della università dall’altra, quelli del basket in alto, quelli della formazione al centro, quelli di Castaneda, di Coelho in basso e mi blocco. “Colazione da Tiffany” di Truman Capote. Lo comprai da Pietro foglio di carta, a Marsala nei miei 2 anni da giocatore di basket, 1978-1980… quante emozioni, quanti ricordi… mi metto a sfogliare distrattamente e… cade una foto, la raccolgo: io, Paolo (ora super affermato principe del foro e 2 splendide ragazze, 1979, prima comunione della figlia del mio coach). Mi butto sul divano, sprofondando su di esso, distendo le gambe sullo sgabellino fatto da papà, tengo la foto con le dita cercando di rispettarla il più possibile e la mente comincia a vagare incontrollata. Signorino, spiaggia che poteva essere una spiaggia nord africana, agosto del

Il maratoneta argentino Miguel Sanchez

1978, supero con il mio coach il ristorante che da accesso alla spiaggia, con fare impettito per nascondere la mia atavica timidezza. Mi sento osservato da tutti che non fanno altro che aumentare la mia insicurezza, sento chiamare il mio coach, ci giriamo e ci troviamo davanti a 2 ragazze ed un ragazzo, rimanendo scioccato dalla ragazza con il bikini rosso. Credo di non avere mai visto ragazza così bella. Alta sul 1,75, capelli neri, con la coda di cavallo, su un viso ovale, con gli zigomi sporgenti ed un sorriso che parlava, che facendole socchiudere gli occhi la rendevano ancora più bella. Presentazioni, io avevo un groppo in gola per l’emozione e credo che mi giudicò un ebete ma questo non lo seppi mai. Tutto il mondo non esisteva più, ero solo io e Lei “piacere, piacere… Sai io sono tifosa dell’Inter, del Beck e gioco a tennis”, come? Non solo interista ma gioca anche a tennis? io non so neanche tenere la racchetta in mano… Ma ecco per quella strana forma di associazione, mi metto a parlare di Panatta, Pietrangeli, Barazzutti e Bertolucci che in maglia rossa vinsero la Coppa Davis a Santiago del Cile nel 1976 e nella mente si materializza il colpo di stato del 11 settembre del 1973. Colpo di stato sostanzialmente pubblico, perché la sera del 11 Settembre, i TG di tutto il mondo lo raccontarono, parlando del generale Pinochet. Allende non si volle arrendere e si suicidò. Il 13 settembre ci furono le immagini tremende dello stadio di Santiago che era diventato un lager. Cominciarono le rappresentazioni in tutto il mondo, arrivarono gli esuli, diversi gruppi musicali, ricordo gli Intillimani e in ogni serata, cantavamo istigati dalla bellissima Lucia Filippone che si contendeva con la “mula” Claudia Alessio, che quell’an-

no giocava nell’Algida Roma, il titolo di più bella giocatrice d’Italia, e accompagnati da una chitarra cantavamo “el pueblo unido jamas sarà vencido”. Ricordo addirittura che quella vicen-

tini avevano studiato la lezione cilena ed avevano capito che anche dal punto di vista della credibilità internazionale, per non danneggiare troppo alcuni rapporti, era necessario occultare. La

Il console italiano Enrico Calamai

da storica , ispirò Enrico Berlinguer a scegliere una strategia politica nuova, quella del compromesso storico. Gli articoli di quello che era l’allora capo del PCI nascono dai fatti del Cile. Per quell’associazione di idee a cui non ho mai saputo dare una spiegazione, vado all’Argentina del 1977-78. Qui non è come in Cile, c’è un console italiano, un vero e proprio eroe di quei giorni, Enrico Calamai, che salvò un sacco di gente fabbricando passaporti falsi, per farli uscire. Fu console a Santiago e a Buenos Aires, e scrisse un bellissimo libro che racconta tutto questo, “Niente asilo politico”, scrivendo, ciò che in Cile si fece di giorno, in Argentina si fece di notte. Evidentemente i militari argen-

stessa strategia di repressione, di violenza sistematica, fu l’opposto di quella del Cile. Lì, arrivarono e cominciarono le retate, addirittura gli oppositori furono portati tutti dentro lo stadio , era una cosa eclatante, quasi uno sforzo muscolare. Qui è l’esatto contrario: l’oppositore e i suoi immediati dintorni, vengono marcati a vista, caso per caso, notte dopo notte, cioè è una strategia di eliminazione di qualsiasi forma di opposizione sistematica, silenziosa, che consente a quella dittatura di essere, in qualche modo, abbastanza credibile anche nei confronti di alcuni interlocutori internazionali, ed era bene non stuzzicare troppo. Ed

allora che cosa era accaduto? Che questo occultare, abbia creato diverse situazione strane e di cui non si ha una percezione che arriverà molto tempo dopo, tanto è che ci sono i movimenti per boicottare la dittatura argentina, che fu una dittatura di una violenza e di una ferocia inaudita. A parte i modi di questa tecnica dei desaparecidos, che è una tecnica atroce , perché? Rapiscono e tengono in ostaggio tutti i familiari e tutti gli amici, perché da un punto di vista psicologico , se si rapisce e si ammazza e lo si dice, c’è una reazione ma se rapisce e non si dice dove sei, ti tengono in scacco. Mi appare nei pensieri, il prof Piccioni che organizza la corsa di Miguel a Roma. Miguel Sanchez era un maratoneta che fu desaparecidos; venne rapito tra l’8 e il 9 gennaio del 1978. Nelle giornate e nelle settimane successive, a casa della mamma Cecilia, si presentano delle persone equivoche che chiedevano: mi dia un paio di scarpe di Miguel che forse lo vedo, oppure dicono tenga accesa la luce di notte, perché forse torna. Le famiglie non ne parlavano, quindi l’unico momento che ruppe questo schema, fu quando le mamme cominciarono a girare attorno al obelisco, da qui le slokas, le pazze. Il Grafico che era il Guerin Sportivo argentino, ad un certo punto pubblica una lettera del capitano della nazionale olandese, Ruud Krol, una lettera alla figlia. Nella nazionale olandese, Kroll era un giocatore molto importante, l’Olan-


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Recensioni il Film Claudio Fava ha raccontato la storia dei desaparecidos de la Plata Rugby Club

da in quella edizione arrivò seconda come pure 4 anni prima e quindi parliamo di un giocatore tra i più famosi al mondo, che direbbe alla figlia, “guarda bambina mia, non ti preoccupare qui va tutto bene, dicono che ci sono i fucili ma ci sono le rose, ci trattano bene”. Era uno sproloquio di buonissimo, una lettera assolutamente falsa, era stata inventata da un giornalista. Però non è che quella invenzione provocò uno scandalo, cioè non è che dopo la pubblicazione, arriva l’ambasciatore olandese, verifica, comincia a parlarne, no, ma ragioni di opportunità politica che gli olandesi non volevano creare un caso . E’ un mondo dove non c’era ancora la globalizzazione, non c’era la rete e quindi la pubblicazione in un giornale argentino non poteva arrivare ad Amsterdam. Per scoprire la vicenda di questa lettera, ci sono voluti tanti libri e film che poi sono usciti con gli anni ’80-’90, perché l’Argentina è stata un posto dove pur con la fine della dittatura, la paura era ancora diffusa ancora; nel 1998, parlare di Desaperisidos era molto faticoso, molto difficile. Diciamo che in realtà, Argentina 1978, era invece la dittatura, l’istituzione che sfruttava lo sport e lo sfruttava in termini sistematici, militari. Nel 1978 si parla di una partita comprata, c’è tutta questa vicenda che riguarda Argentina-Perù, in particolare Il portiere peruviano Quiroga che giocava in Argentina , in particolare una partita di grano che sarebbe stata spedita dal Argentina in Perù, tutta una serie di situazioni che fanno pensare che quel 6-0 servì e serviva, per qualificarsi alla finale ed eliminare il brasile era necessario. Battere il Perù con 4 goal di scarto e quindi si verificò questa situazione e si dice che ci sia stato sostanzialmente un accordo per comprare la partita. Nel 1979 arriva la delegazione della commissione dei diritti umani, e comincia a scricchiolare il rapporto con gli USA e in generale si comincia a percepire quello che è successo e quello che sta ancora succedendo. L’eliminazione sistematica, grosso modo avviene nel 1977-78 (tantissimo) -79 (poco) mentre nel 1980 la situazione si andava normalizzando. Quando arrivò la commissione dei diritti umani, in quel momento per evitare che questa informazione cominciasse a girare per le strade, venne convocata una grande manifestazione per festeggiare all’obelisco di Buenos Aires la vittoria dei mondiali under 20 con Maradona. A proposito delle uccisioni dei desaperasidos. Sostanzialmente loro li riunivano nei centri di detenzione clandestini, che erano 340 e che soprattutto si trovavano nelle più grandi città: Buenos Aires, Rosario, Cordoba, a questo punto degli elicotteri partivano e si recavano in alcune basi più periferiche, più isolate, caricavano queste persone,

davano i fiammiferi, la cocaina e poi li buttavano nel oceano e questa cosa si seppe perché un giornalista argentino Orazio Servinsky intervistò il capitano Scilingo in un colloquio in cui raccontavano in un libro “ il volo” que- fu colpita. Naturalmente dobbiamo tenere presente sempre una cosa, c’erano sta storia. Tornando a Miguel, rimase vivo per i militari da un parte e gli altri dall’ al5-6 anni, perché quando arriva la de- tra. È chiaro che avevano un consenso mocrazia nel 1983, ancora c’era una popolare, perché, comunque, esistevapiccola speranza. Leggendo i giornali no tutta una serie di strati sociali che dell’epoca si notava che ad un certo erano interessati alla repressione, per punto, l’allenatore che era Osvaldo esempio i Latifondisti, i proprietari terSuarez che arrivò 9 alla Maratona delle rieri, un certo tipo di industrie. Si ebbe Olimpiadi di Roma disse, non ho perso inizialmente un consenso popolare, si ancora le speranze, perché l’unica testi- veniva da anni di tensioni, di violenze, monianza vera che parla di lui, è quella ora arrivano questi militari, e all’inidi un certo Javier Casaretto, che era un zio portano una parvenza di ordine, suo compagno di prigionia. Raccontò perché nessuno sapeva ad esclusione che stavano tutti bendati e si parlava delle famiglie che erano coinvolte. La di un atleta, che con un dialetto tutu- globalizzazione in quel senso già esicumano diceva ai carcerieri : “ma che steva, però naturalmente ci sono pacavolo state facendo, io rappresentavo recchi argentini di origine italiana che l’Argentina , sono stato in Brasile alla poi sparirono, e se ne parla in un libro corrida di San Silvestro a correre, ma che si chiama “el tano”. In Argentina c’è vi rendete conto di quello che state fa- questa abitudine di chiamare Tanus. Io cendo” e questa cosa Casaretto disse, credevo che derivasse da Napoletano. era rarissima: perché quando tu entri Lì ad un certo punto alludendo a te, lì dentro, che ti bendano, e ti tolgono la identità, sei assolutamente annichilito dalla paura, non vai a dire “che cavolo state facendo” perché sei convinto che una minima parola, un minimo errore, ti possa ritorcere contro. Un romanzo di Claudio Fava racconta la storia dei rugbisti che fu decimata, addirittura ne sparirono e ne furono assassinati in 17, la Plata Rugby club. Il giocatore della nazionale olandese Ruud Krol Era una squadra dove c’erano militanti molto forte e fu decimata in vari dicono: hai visto che ha fatto El Tano? momenti della dittatura. Praticamente Hai visto cosa ha fatto l’italiano natui militari colpirono questi centri di op- ralmente gli italiani sono tanti. Borposizione e in qualche caso ci furono gesdiceva che i brasiliani discendevano degli scontri a fuoco e in qualche altro dai Portoghesi, i messicani e i peruviadelle sparizioni. Tutte queste storie non ni etc etc, dagli spagnoli e gli argentini si seppero sul momento ma neanche dalle navi, dall’emigrazione. 3 anni dopo, quando nel 2001-2002 Squilla il cellulare, come una bomba c’è il momento dell’Argentina con 3 mi distoglie da questo peregrinare fra presidenti , il momento del coralido, i meandri della mia mente. Quando rila crisi economica, poi arriva alla pre- torno alla mia foto, la magia del sogno sidenza Nelson Kirkschener. Si crea era svanita, sono preso dal nervosismo: questo meccanismo del recupero della debbo organizzare la mia trasferta a memoria e a quel punto saltano fuori Roma per l’Università…. Ma si, ora tedi queste storie, c’è questo giornalista lefono al prof. Piccioni, per incontrarargentino, Gustavo Veja di padge 12 ci, perché voglio dare una conclusione che racconta molte di queste storie fino a questo mio girovagare fra dittatura e al punto di scrivere un libro “detenido” sport. “Gli sportivi desaparecidos”, in cui vie- Intanto rimetto la foto in mezzo al line descritta la storia dei rugbisty del La bro che parla di “paturnie”, lo metto in Plata rugby Club. Anche la comunità alto nella libreria, così da non vederlo italiana in Argentina che è molto forte, e ritorno alla mia vita di tutti i giorni.

MIRACLE

Pellicola che arra un episodio realmente accaduto. Coach Herb Brooke è un ex giocatore di hockey su ghiaccio che fu l’ultimo ad essere escludo dalla nazionale per le Olimpiadi di Roma del 1960. Tutto il suo mondo ora è concentrato sulla nazionale, di cui è diventato head coach e sulle Olimpiadi 1980. Il mondo viene da 10 anni in cui abbiamo la fine della guerra in Vietnam, la vittoria dell’URSS di basket sull’USA a monaco nel 1972, il Cile, i desaparecidos in argentina del 1977-78. Riesce a costruire una squadra di grande carattere puntando sulla motivazione ed sulla identificazione con USA. Forgia il carattere dei ragazzi con sessioni di allenamento terrificanti, famoso il suicidio dopo una amichevole giocata male soprattutto nell’atteggiamento, con un esercizio interminabile in cui grida in continuazione: “ Again, Again, Again” fino alla partita decisiva, in semifinale, contro i mostri dell’URSS, campioni imbattibili da anni e che più volte avevano umiliato la nazionale USA nelle amichevoli pre Olimpiadi. E prima dell’inizio della partita il suo discorso motivazionale, è per me quello più bello mai sentito: “ I grandi momenti derivano da grandi opportunità ed è quello che avrete stasera…… una partita, solo una…. Su 10 volte , loro ne vincerebbero 9, ma non stasera oggi vinceremo noi, pattineremo con loro e li batteremo perché possiamo…. Stasera siamo la più grande squadra del mondo……. Era destino che vi ritrovavate qui, stasera….. è il vostro momento, il loro è passato, è finito Questo è il vostro momento andate fuori e vincete. Ora andate in campo e vincete” Il finale è trascinante, gli ultimi se-

condi della partita sono realmente quelli e il finale è una esplosione, abbracci fra tutti, l’assistente, sempre composto accanto a Coach Brooke, entra in campo abbracciando ad uno ad uno i ragazzi, lo sguardo rispettoso fra i 2 coaches, ma è soprattutto l’andarsi ad isolare in uno dei tanti stanzini del palaghiaccio che fa commuover e tutti ma soprattutto noi coach: l’alzare le braccia al cielo e stringere i pugni da solo, come siamo sempre noi che facciamo questa splendida professione, per poi accovacciarsi e piangere……

il libro

Il mio credo cestistico

Questo libro di Dan Peterson mi ha sempre accompagnato nella carriera. Molti ora storceranno il muso ma è un piccolo compendio di come rapportarsi con i ragazzi, con i genitori, con i tifosi, con i giornalisti, di come relazionarsi con il

leader, di come avere una filosofia in base alle varie fasce di età. Bellissimi alcune filosofie di gioco, come il passing game: palla orizzontale, scambio verticale; palla Verticale scambio orizzontale, e quando il giocatore interno saliva in pich pivot, palla a lui, e taglio backdoor dell’ala, con grande controllo del ritmo della gara, un gioco che permetteva di migliorare tutti i fondamentali . Libro bello e di facile lettura che tengo gelosamente in bella evidenza, nonostante i miei 200 libri e 180 dvd, quasi tutti americani.

Web

wideobasketballnet.com

Uno dei più bei siti per un allenatore giovanile, per lue storie, la filosofia, sempre presentate attraverso metafore. Da aprire le “finestre”: Bisogno di gioco; Identità di squadra; Il valore della palla. Chi è il responsabile di tutto questo? Certamente il prof. Ettore Zuccheri


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ell’approcciarsi a scrivere un pezzo sulla propria città spulciando tra le classifiche annuali che incrociano dati sulla vivibilità, si avrebbe di Caltanissetta, l’impietoso pregiudizio dell’ultima tra le ultime. Quando invece ci si approccia da un punto di vista meramente empirico, non ci sono scuse, quel pregiudizio è una realtà. E’ vero, amministrare è cosa ben diversa dal proporre robette da campagna elettorale, dalla gestione dei rifiuti agli spazi verdi, ma questa di-

Eclettica Street Factory screpanza tra gli annunci da campagna e la reale amministrazione è nel caso di Caltanissetta davvero disarmante. Non parliamo solo di sorci e blatte che potremmo lasciare alla elementare cronaca, ma di una assenza di visione facilmente riscontrabile da qualsiasi cittadino che si affaccia al balcone di casa e vede erbacce e sporcizia. E’ vero, il nisseno tipo non ha un grande senso di appartenenza, probabilmente perché la città che abita è relativamen-

dove rinasce Caltanissetta tra camicie a quadri e ginocchiere di Marco Benanti

te giovane. Così tutti pronti a lamentarsi dei cassonetti stracolmi di rifiuti e ad addossare all’amministrazione comunale la colpa di un divano gettato su un marciapiede. Per il siciliano in generale ed il nisseno in particolare la colpa di quel divano gettato lì è sempre del politico o di chi amministra, giammai della propria inettitudine. In ogni caso nessun nisseno ha un nonno o bisnonno nisseno, questi sarà sempre proveniente da un altro paese, probabilmente da questo deriva la carenza di amore per la propria città. Questa non cura e non amore si riversa ovviamente sugli spazi condivisi, gli spazi verdi, quelli dove in ogni città i genitori portano i figli a far due passi con il passeggino o dove gli adolescenti si incontrano per fare sport o confrontarsi sulle idee. Bella questione. Se fosse per il “pubblico” la città starebbe ancora all’anno zero e con il cronico svuotamento delle panchine del viale della Regione e delle comitive per il dilagante “spazio virtuale”, addio alle sane abitudini di calciare un pallone. E invece la città vive grazie all’iniziativa del privato di una stagione felice. In via Rochester, di fianco la piscina comunale infatti c’è Eclettica Street Factory. La vecchia pista di pattinaggio di oltre 3000 mq, ormai

abbandonata da 15 anni, è stata riqualificata grazie al contributo del Movimento 5 Stelle Sicilia che ha messo a disposizione parte delle restituzioni dei deputati regionali attivando un concorso di idee che si chiama Boom Polmoni Urbani che ha finanziato tre progetti in Sicilia in collaborazione con Farm Cultural Park di Favara, uno dei quali proprio a Caltanissetta. L’idea messa in campo da Alessandro Ciulla e Federica Ciulla, Mirko Pinto e Silvia e Francesco Macaluso è stata quella di recuperare la pista di pattinaggio adiacente la piscina comunale, strappandola al degrado e l’abbandono cui versava e trasformarla in una piattaforma ricreativa, formativa e di aggregazione sociale ponendosi come obiettivo principale il processo di miglioramento della qualità della vita attraverso una programmazione di eventi che seguono le tre principali discipline della Street Life. Ovvero sport con skate, pattini, bmx, hockey, basket, free climbing; arte con una galleria e giardino d’arte, street art, scultura, installazioni, arredo urbano, videoproiezioni, musica ed ancora al tema Green con l’attivazione di una micro filiera a km0, orti urbani, aiuole didattiche, chiosco genuino, conferimento cittadino di raccolta materiali di riuso e riciclo, energia rinnovabile. “Abbiamo preso una struttura pubblica abbandonata da ben 15 anni - spiega Alessandro Ciulla - per darle nuova vita trasformandola in un vero e proprio incubatore dove i ragazzi possono coltivare i propri talenti sia a livello sportivo, che artistico. Stiamo continuando ad arredare questi 3 mila metri quadrati con oggetti frutto di riuso, ri-

ciclo ed abbiamo creato la prima microfiliera urbana dove abbiamo coinvolto sia le aziende agricole locali che Slow Food di Enna e Caltanissetta che i ristoranti del centro storico. In questa piattaforma stiamo organizzando attività didattiche e di formazione come worskshop, stiamo allestendo mostre permanenti e temporanee, eventi, contest e tornei”. Di fatto su iniziativa dell’allora assessore comunale allo sport Carmelo Milazzo a Caltanissetta era stato realizzato uno skate park divenuto per la Sicilia un vero e proprio punto di riferimento. “Vogliamo implementare quella positiva esperienza - spiega Mirko Pinto - finita anzitempo perché quello skate park venne distrutto dalle fiamme. Ebbene stiamo rivalutando

dei contest di street art integrandoli con gare di graffiti”. “L’interazione con i giovani nisseni avviene anche attraverso i social - spiega Silvia Macaluso - attraverso i profili facebook ed i video promozionali sempre aggiornati su YouTube”. Questo è quello che anima una parte della Via Rochester. Basta affacciarsi ad una ringhiera e scoprire un fermento che a Caltanissetta non si vedeva da tempo. Di fatto una bella sberla all’immobilismo dell’attuale amministrazione comunale e probabilmente una mano tesa a quei ragazzi che presi solo da social, smartphone e cuffiette possono tornare a gustarsi il fascino di sbucciarsi le ginocchia e condividere momenti di vita reale, tra camicie a quadri e ginocchiere.

AVVISI LEGALI TRIBUNALE DI CALTANISSETTA ESECUZIONE IMMOBILIARE N. 21/13 R.G.E. Lotto unico - Comune di Caltanissetta (CL) Contrada Pisciacane - Santa Rita. Piena proprietà di fondo rustico di Ha. 8.70.40 diviso in 2 spezzoni di terreno ricadenti in zona “E2 verde agricolo dei feudi” ed “E4 zone agricole di tutela delle incisioni torrentizie”. NCT Fg. 256, p.lle 126 e 130. Prezzo base: Euro 33.000,00 (Offerta minima accettabile pari almeno al 75% del prezzo base Euro 24.750,00) in caso di gara aumento minimo Euro 2.000,00. Vendita senza incanto: 13/12/2016 ore 17:00, innanzi al professionista delegato Avv. Calogero Buscarino presso lo studio in Caltanisetta, V.le Della Regione, 30. Deposito offerte entro le ore 12 del giorno antecedente la vendita presso suddetto studio. Maggiori info presso il delegato nonché custode giudiziario, tel. 0934597816 ogni lun. ore 17 - 18 e su www.astegiudiziarie.it. (A310237).


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L’iniziativa

Più notizie e approfondimento con il

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iù cronaca, più attualità, più spazio ai lettori con una sezione a loro dedicata. Maggiori contenuti multimediali e come sempre grande spazio agli eventi. Ed ancora approfondimenti, interviste e prestissimo il contributo di analisti, esperti, commentatori seri ed affidabili. Piccoli ma importanti cambiamenti per “Il fatto del Vallone”. Il sito, nato come una costola de “Ilfattonisseno.it”, acquista una sua autonomia, restando però fedele alla sua linea editoriale, improntata all’imparzialità e al rispetto dei lettori. In questi mesi la sezione del Val-

lone ha informato quotidianamente. Una squadra di collaboratori ha confezionato giornalmente un prodotto di grande qualità, apprezzato in maniera crescente e unanime. D’altronde i numeri ci hanno dato ragione. In sei mesi la crescita dei lettori è stata costante ed inarrestabile, tanto da convincere l’editore de “Il Fatto” ad investire sul Vallone, dotando l’area a nord della provincia di Caltanissetta di uno strumento informativo la cui vocazione resta quella di informare residenti ma anche i tantissimi che per ragioni varie hanno lasciato i propri paesi di nascita. Crediamo

Vito Geraci

Quando la passione per la caponata diventa un’idea imprenditoriale di Giuseppe Taibi “Chi mangia bene vive bene”. Più che un claim pubblicitario è un’inconfutabile affermazione. E’ il credo di chi sostiene come il cibo mediterraneo produca giovamento, è la stella polare di un ragazzo di 35 anni che da un giorno all’altro, rimboccandosi le maniche, ha deciso di investire tempo, denaro e passione nella cucina, trasformando gli insegnamenti della madre in prodotti buoni da finire nelle dispense. Vito Geraci, 35 anni a novembre, in predicato di conquistare una laurea in Economia aziendale, è l’esempio di chi non crede nel posto fisso ma anzi pensa che ognuno è artefice del proprio destino. Quasi un anno fa l’idea, l’intuizione: inventare un marchio di prodotti alimentari con una particolare attenzione alle specialità siciliane. E la denominazione del brand non poteva che evocare la sicilianità oltre che omaggiare il suo nome di battesimo: Don Vito Eccellenze Siciliane. Il primo alimento prodotto, e al momento il più venduto, è la caponata. Tutto è comin-

ciato da lì. La caponata come principio ed inizio dell’avventura. “L’idea è venuta casualmente. I miei coinquilini con cui dividevo la casa ai tempi dell’Università andavano pazzi per la caponata di mia mamma. Una ricetta antichissima, tramandata dalla mia bisnonna. Fu su consiglio di un mio amico che mi si accese in testa la lampadina: sono andato a lezione da mia madre, ho appreso l’arte e ricreato un laboratorio in una rosticceria chiusa”. Ed il risultato sembra oggi straordinario. I barattoli, che si trovano in molti negozi della zona, vanno oramai a ruba. E con essi pure quelli che contengono altre creazioni. “Ho cominciato a lavorare la frutta siciliana. Ho creato creme, pesti, adesso ho lanciato pure il

che il mondo del giornalismo sia cambiato, si sono modificati gli strumenti di comunicazion e , la carta stampata ha perso terreno a vantaggio di internet. Ma nonostante la grande rivoluzione moderna, lo scopo dei giornali resta (o almeno dovrebbe restare) sempre lo stesso: informare con coraggio ed onestà, fedeli alle lezioni dei grandi padri del giornalismo italiano. Ed intanto “Ilfattodelvallone” si sdoppia: da que-

miele”. Tutto però esclusivamente made in Sicilia. “In questo modo intendo spingere l’economia siciliana. D’altronde i prodotti siciliani sono sinonimo di qualità ed eccellenza”.

sto mese il cartaceo ospiterà ogni mese due pagine dedicate alle notizie provenienti dall’area. Interviste ed approfondimenti, ed ancora notizie esclusive ed inchieste. Nel frattempo la redazione cresce. Nuove firme, nuovi giornalisti, nuovi collaboratori. Non nascondiamo l’obiettivo: diventare il primo mezzo di informazione per il Vallone. Tutto ciò assicurando un’informazione gratuita e autorevole.

Oramai il campionario, che Vito porta in giro per le fiere e che propone ai commercianti che puntano sulle prelibatezze, comprende pesti salati, creme dolci come quella di pistacchio e di nocciola o il buonissimo miele locale. Vito non si ferma alla Sicilia, e guarda altrove, a mercati esteri. “Il mio obiettivo è di portare le eccellenze oltre i confini nazionali”. Non è solo nell’impresa di fare “impresa”. In questo anno diverse persone lo hanno sostenuto. “Fondamentale – lo riconosce - l’aiuto della mia fidanzata che mi incoraggia in un percorso per niente semplice e poi la mia famiglia che ogni giorno prende coscienza del mio percorso e condivide con me le tante soddisfazioni”. Come nasce il nome? Il titolo che sostanzia il marchio giunge addirittura da lontano. “Già dalle scuole medie i miei amici mi chiamavano don Vito, e poi il don è un simbolo di sicilianità, è

Il Fatto

L’acqua sporca sgorga dai rubinetti del Vallone: presenza di manganese

Ottobre? Il mese del manganese. Emergenza idrica nel Vallone a causa dell’alta presenza di metallo nell’acqua distribuita. Nonostante i divieti degli amministratori comunali ed in seguito alle rassicurazioni da parte dei gestori del servizio, per diversi giorni dai rubinetti di casa è sgorgata acqua torbida dall’inquietante colore giallo paglierino. La vicenda ha portato gli amministratori locali a pretendere e poi ottenere da Ato Idrico, Siciliacque, Caltaqua e Asp una serie di misure a difesa della salute dei cittadini. Gestori del servizio idrico ma anche Azienda sanitaria locale si sono impegnati ad aumentare i controlli sull’acqua a partire dal Fanaco, per poi proseguirli sulla conduttura. Ma c’è chi però è stanco dei disservizi, come Ciccio Amico, mussomelese sempre in prima fila in molte battaglie, che minaccia la creazione di un comitato di difesa. Intanto i sindaci rassicurano: “Nel caso di ordinanze di limitazioni dell’uso dell’acqua, i consumi non verranno conteggiati in tariffa

perfetto per utilizzarlo come marchio da esportare oltre lo Stretto”. L’esportazione, appunto. Obiettivo per nulla peregrino ma più che raggiungibile. “Stiamo cominciando a vendere all’estero. Abbiamo ricevuto qualche ordine dalla Germania e dall’Inghilterra”. Per Vito Geraci, la sua esperienza imprenditoriale è una conseguenza di una serie di interessi e passioni. “Amo la buona cucina, il viaggiare, e questo lavoro mi consente di girare molto per promuovere i miei prodotti. Senza contare che ho lavorato fin da piccolo nella ristorazione: già a 16 anni facevo il cameriere in una pizzeria. E poi ho un obiettivo a cui sto dedicando il mio impegno: fare conoscere i prodotti della nostra terra, i frutti della nostra Sicilia che io considero i migliori al mondo. Attraverso questo mio progetto voglio portare sulle tavole degli italiani e non solo le bontà nella nostra regione, dando a tutti la possibilità di potere gustare le eccellenze che noi siciliani sappiamo produrre”. Le eccellenze di don Vito, appunto!


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Il XXI è il secolo del terrore? di Grazia La Paglia

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siste realmente una “guerra di pace”, che giustifica e camuffa le invasioni di territori al solo scopo di mettere le mani sulle sue risorse energetiche e sulle sue materie prime? Oppure è solo un’ipotesi, una deduzione dei noglobal, delle nostalgiche e sempre più esigue schiere di comunisti, di anti liberisti e anti capitalisti? No, non è un’ipotesi. A dare valore alle posizioni di quelle categorie etichettate oggi con nomi che appaiono sempre più anacronistici e distaccati dalla realtà, voci ormai quasi emarginate e fuori dal coro, è “XXI Secolo. Il secolo del terrore?”, il volume spagnolo a doppia firma di Giuseppe Lo Brutto (docente universitario e sociologo) e Agostino Spataro (ex deputato alla camera e giornalista). Uno dei due autori, Lo Brutto, 36 anni, è di Mussomeli. Da alcuni anni vive e lavora a Puebla, in Messico. Il libro ha la capacità di collegare even-

Lo studioso da tempo trasferitosi in Messico ha pubblicato l’opera scritta a quattro mani con lo scrittore Agostino Spataro ti (dalle guerre alle firme di trattati) distanti non solo temporalmente ma anche geograficamente, creando per la prima volta una linea di congiunzione tra Medio Oriente e Latino America. Possibile? Possibile. Perché gli accordi tra i dittatori dei paesi islamici e le pochi multinazionali che riescono a esercitare il controllo su banche e, quindi, su gran parte dei governi del mondo (soprattutto della parte Occidentale), sono qualcosa che si tenta di imitare anche in quelle regioni dell’America del Sud ricche di materie prime. Il libro di Lo Brutto – Spataro dimostra tutto questo con fatti, date, eventi e con una particolare tabella in cui collegano ogni paese alle sue materie energetiche esclusive e al numero di invasioni, guerre e conflitti civili vissuti. Davvero l’invasione americana in Medio Oriente era necessaria dopo l’11 settembre? Davvero aveva lo scopo di esportare democrazia, pace, libertà, uguaglianza? No, dicono i due autori. E lo dicono con un’analisi detta-

gliata della situazione geo politica della vasta zona. Ma il libro “Il secolo del terrore?” non è solo questo. È anche un avvertimento a tutti i paesi Occidentali: non solo rischiano di veder tramontare la loro civiltà non appena si chiuderà questa grande e devastante fase di globalizzazione (che ha come unico scopo il diffondere del neo colonialismo per avere tutte le risorse a disposizione dei paesi più forti). Rischiano anche di essere soppresse nella loro identità e nel loro progresso civile e sociale, dall’avanzare dei nazionalismi. O, peggio ancora, dei neo nazismi e degli integralismi islamici. Come nasce e si diffonde questo ritorno al nazismo? Con intolleranza, con quella occulta spinta all’immigrazione irregolare che crea malumori e squilibri nei paesi che tentano di “accogliere e di integrare”. Malumori e squilibri inevitabili perché si tenta, e si riesce, a rendere il fenomeno dell’immigrazione come qualcosa di incontrollabile. Tornando all’integralismo

A chiederselo, in un libro, il ricercatore mussomelese Giuseppe Lo Brutto

islamico, poi, è importante sottolineare come i due autori abbiano saputo individuare in queste due parole il nuovo “nemico”. Perché Lo Brutto e Spataro ci ricordano che immigrazione irregolare, sviluppo del neo colonialismo e aumento della povertà e delle guerre sono delle condizioni inevitabili per continuare a tenere l’intero globo nel terrore, nella crisi. E se prima della caduta del Muro di Berlino la causa della crisi era rintracciabile nel volto austero e terrificante dell’Urss e del suo comunismo, dopo il crollo del muro è stato necessario rintracciare, e subito, un nuovo nemico, un nuovo responsabile. Ed è stato individuato nell’islam o, per essere più precisi, l’integralismo islamico incarnato dal terrorista che si fa esplodere tra i civili dei paesi occidentali. Un gesto di punizione nei confronti di chi ha invaso e schiavizzato i loro territori. Semplici deduzioni? No. Le stragi a Dacca, a Charlie Hebdo, a Nizza, tra le strade di Parigi in diversi periodi, ci ricordano che non è così. Ma perché non si riescono a fermare queste stragi di civili e, allo stesso tempo, perché non si riesce a risolvere la questione palestinese? E perché la crisi è una costante della neonata Unione Europea? Perché la crisi serve. Serve all’economia. All’economia del terrore.

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Brevi dal Vallone

Coppia di sposini dona l’immagine della Madonna a Papa Francesco Papa Francesco con in mano l’immagine della Madonna dei Miracoli. Tutto merito di una coppia di sposini mussomelesi che ha voluto donare al pontefice l’effigie della patrona della capitale del Vallone. Un momento indimenticabile e ricco di

coppie. Alla vista del papa, Massimo e Valeria gli hanno consegnato l’immaginetta in legno. Bergoglio si è soffermato a fissarla per poi rivolgersi ai due sposini mussomelesi esortandoli a pregare per lui. “E’ stata una esperienza indimentica-

emozioni quello vissuto sul sagrato di San Pietro da Massimo Cruschina e Valeria Cacciatore. Uniti in matrimonio ad agosto, nei giorni scorsi hanno partecipato all’udienza generale prendendo posto nella parte di piazza riservata alle nuove

bile – raccontano -. E’ stato bellissimo. Un’emozione indescrivibile e che ci porteremo con noi per tutta la vita. Toccare le mani del papa ha suscitato in noi una sensazione difficile da spiegare, una sensazione meravigliosa”.

Mussomeli, marito e moglie uniti pure dalla pensione Lui preside, lei dipendente comunale. Due professioni differenti ma un destino comune: andare in pensione nello stesso anno. Uniti nella vita e adesso anche nelle decisioni lavorative. Salvatore Vaccaro e la moglie Maria Rita Letizia a fine estate hanno lasciato i propri

Letizia, impiegata municipale, ha prestato servizio all’Ufficio Servizi sociali. Per entrambi i rispettivi colleghi hanno organizzato delle feste, manifestando l’apprezzamento per il lavoro svolto. “Voglio ringraziare i docenti che in questi anni hanno contribuito con me a fare crescere

incarichi per ritirarsi in pensione. Vaccaro, una vita da docente di francese, negli ultimi anni ha guidato il Primo istituto comprensivo “Da Vinci”. La moglie, Maria Rita

questa scuola, mentre agli alunni va il mio invito a studiare con impegno e profitto” è stato il pensiero di Vaccaro. Un grazie ai colleghi è giunto pure dalla signora Letizia.


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Il personaggio

Le estati mussumelesi del “vecchio frac” di Jim Tatano

H

a più di 60 anni e non ne sente il peso, è un classico della musica italiana famoso in tutto il mondo e la sue parole ondeggianti e tristi sono nella testa di tutti, il Vecchio frac di Domenico Modugno non tramonta mai. Il testo della canzone è come il suo protagonista

Raimondo Lanza di Trabia, il dandy che ispirò Modugno

« S ’a v v i c i n a lentamente / con incedere elegante / ha l’aspetto trasognato, / malinconico ed assente» e, lo stesso Modugno ci chiede «chi mai sarà quell’uomo in frac?» che nella realtà mai indossò quell’abito convenzione. Quell’uomo è il nobile siciliano Raimondo Lanza di Trabia, storico patron del Palermo Calcio che inventò il Calciomercato, bon viveur spericolato, donnaiolo irrefrenabile, spia fascista e mediatore dei partigiani e come l’uomo in frac suicida a soli 39 anni. Il Vecchio frac è stata realizzata nel settembre del 1955 (raggiunse il successo tra il ‘58 e il ‘59) e ci

racconta di un uomo elegantissimo «ha il cilindro per cappello / due diamanti per gemelli / un bastone di cristallo / la gardenia nell’occhiello / e sul candido gilet un papillon» che di notte, «giunta mezzanotte», se ne va vagabondo e all’alba si butta in un fiume «sul fiume silenzioso / e nella luce bianca / galleggiando se ne van / un cilindro, un fiore e un frac» lasciandosi dietro tutto, il passato, il suo mondo, «ai ricordi del passato /ad un sogno mai sognato / ad un attimo d’amore / che

mai più ritornerà». Anche se non ne racconta la storia, la canzone è ispirata dal suicidio di Raimondo Lanza di Trabia che avvenne a Roma, in via Vittorio Veneto presso l’Hotel Eden, da un balcone del quale si buttò completamente nudo la notte del 30 novembre 1954. Il cadavere venne scoperto solo al mattino ed accorsero molti personaggi del bel mondo del quale il principe era stato protagonista. Raimondo Lanza di Trabia figlio naturale di Giuseppe Lanza Branciforte nacque il 9 settembre del 1915, fu legittimato anni dopo grazie all’intervento della nonna Giulia Florio presso Mussolini che fece applicare un provvedimento ideato ad personam per il conte Volpi. Partecipò alla Guerra Civile in Spagna dal lato di Franco come spia, fu intimo amico del antifascista Antonello Trombadori, è riconosciuto come l’inventore del calciomercato quando ricoprì la presidenza del Palermo Calcio, esperto

pilota, e protagonista indiscusso del jet set del mondo patinato. Si faceva chiamare principe, anche se principe non era, si sposò con l’attrice Olga Villi, ma ebbe inoltre

molte altre donne come Rita Hayworth, Carrol Baker, e Susanna Agnelli che di lui scrisse: «Quando entrava in una stanza era come un fulmine. Tutti smettevano di parlare o di fare quello che stavano facendo. Gridava, rideva, baciava tutti, scherzava». Un fascino che colpiva tutti, dunque. Non indosso mai il frac, troppo formale, troppo convenzionale, troppo comune per lui che viveva fuori da ogni schema, fuori dall’ordinario e sempre sul filo del rasoio. Si racconta che alle nozze di Gianni Agnelli, tra l’eleganza più sfarzosa e manifesta si presentò vestito in un modo normale, in un modo qualsiasi; e ai party di Ranieri di Monaco lo si poteva vedere in tuta da pilota, magari subito dopo una bella corsa nel principato: gesto di grande disinvoltura e trasgressione. E poi una volta andò con Galeazzo Ciano a Budapest in pigiama e pantofole: il genero di Mussolini era in partenza per un viaggio diplomatico, ma prima di partire Ciano si fermò all’albergo dove alloggiava Raimondo, i due buoni amici s’incontrarono per salutarsi e Raimondo aveva addosso il pigiama, le pantofole e il soprabito sopra; per scherzo Ciano lo invitò a partire con lui ma mostrò qualche remora per le pantofole, il nobile non si tirò indietro e rispose: «Un principe può salire in pigiama e pantofole sul treno del ministri» e tanto bastò per partire.


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Fatti & Istituzioni

Tra solidarietà e spirito di servizio

Croce Rossa

vani la cultura e la sensibilizzazione al volontariato - spiega Nicolò Piave - anche nelle realtà più piccole della nostra provincia è uno degli obiettivi del Consiglio Direttivo del Comitato. Crediamo che i volontari siano una risorsa importante da mettere in campo per cercare di costruire una società migliore visto le mutevoli condizioni sociali che stiamo vivendo in cui valori di solidarietà e rispetto reciproco hanno ceduto il posto all’individualismo. Partire dai giovani, sensibilizzarli ai valori perduti, crediamo possa essere un incentivo serio e responsabile per formare persone e cittadini migliori”. Sul territorio provinciale la Croce Rossa Italiana è presente con i suoi gruppi che svolgono attività coerenti con il contesto in cui operano: il grup-

un’eccellenza nel territorio nisseno di Annalisa Giunta

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ornire aiuto a chi si trova in difficoltà è da sempre la mission della Croce Rossa che da oltre 150 anni tende la sua mano alle fasce più vulnerabili e alla collettività, oltre che - negli ultimi tempi - rispondere al grido di aiuto di donne, uomini e bambini migranti approdati in Sicilia dopo essere fuggiti da guerre ed essere scampati ad una traversata pericolosa. E’ il più grande movimento internazionale umanitario, dopo l’Onu, nato sui campi di battaglia durante la seconda guerra di indipendenza. Il 24 giugno del 1859, infatti, si consumò una delle battaglie più sanguinose del 1800 sulle colline a sud del lago di Garda, a San Martino e Solferino. Trecentomila soldati di tre eserciti si scontrano lasciando sul campo circa cento mila persone tra morti, feriti e dispersi. Da quell’orribile spettacolo Jean Haenry Dunant colpito dall’atrocità dello scontro, dalla sofferenza dei soldati e dell’inesistenza della sanità militare - decise di creare una squadra di infermieri volontari con l’aiuto delle donne di Castiglione delle Stiviere che scesero ad aiutare i soldati indipendentemente dalla fazione a cui appartenessero. Si crearono così le basi della Croce Rossa ratificata poi nel convegno di Ginevra nel 1863 con la nascita delle prime società nazionali e la sottoscrizione del 22 agosto del 1864 della prima convenzione che sancì la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Da quella data la Croce Rossa è presente, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra, in 190 pae-

si. Fondatore della Croce Rossa Italiana fu il medico milanese Cesare Castiglioni ed il primo Comitato fu quello di Milano nato il 15 giugno del 1864. Tre le componenti che strutturano la Cri: i volontari (oltre 160 mila in tutta Italia), il corpo militare e il corpo delle infermiere volontarie. La Cri è ausiliaria dei poteri pubblici e i componenti del corpo militare e delle infermiere volontarie sono anche ausiliari delle forze armate. Sul territorio provinciale esistono tre comitati: Caltanissetta (capofila), Gela e Mussomeli. Il comitato di Caltanissetta è solo uno dei tasselli della Croce Rossa Italiana che conta 600 comitati in Italia. Circa 400 i volontari del comitato di Caltanissetta, che comprende oltre al capoluogo anche i comuni di San Cataldo, Sommatino, Serradifalco, Milena, Resuttano e Santa Caterina Villarmosa. La sede principale si trova a Caltanissetta in viale della Regione n. 1 all’istituto Testasecca, una scelta non casuale visto che l’istituto durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come ospedale militare come testimoniato anche dalla statua collocata all’interno dei locali e dedicata al lavoro svolto dalle infermiere volontarie della Cri durante quegli anni. I volontari svolgono attività diverse in base ad obiettivi strategici che riguardano l’area della salute, sociale, delle emergenze, dei valori e del diritto internazionale umanitario, dei giovani e dello sviluppo. Obiettivi in base ai quali la Cri organizza la propria strut-

tura sul territorio. “Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità – afferma Nicolò Piave, presidente del comitato di Caltanissetta– sono i principi fondamentali del movimento, di ogni suo volontario e aderente. I sei obiettivi permettono ai volontari di donare agli altri parte del loro tempo e di svolgere un servizio a 360° secondo le proprie inclinazioni personali: dall’assistenza sanitaria all’attività di formazione, dalla consegna degli abiti e del pacco viveri all’attività con i giovani o con gli anziani che spesso rivedono nei volontari i loro nipoti.

Il volontario, infatti, spesso si sostituisce all’ambito familiare donando quel calore che manca alle persone assistite ecco perché deve trasmettere positività ed avere anche una buona capacità di ascolto”. Nell’ambito della campagna nazionale “Un Italia che Aiuta” per il reclutamento dei volontari della Cri intanto lo scorso 15 ottobre ha preso il via il corso di formazione rivolto a tutti coloro che abbiano almeno 14 anni, la voglia di mettere in gioco le proprie risorse e di sposare i principi fondamentali del movimento. “Infondere nei giovani e meno gio-

po di Serradifalco, guidato dal referente Giuseppe Di Vanni, nato circa un anno fa lavora tantissimo con la popolazione che lo ha accolto positivamente, tant’è che ha racimolato 1.700 euro con la raccolta fondi destinata ai terremotati; il gruppo di Sommatino, retto da Luisa Geraci, pur essendo formato da volontari di tutte le età svolge attività principalmente per i giovani ed è molto radicato sulle scuole del territorio. Tra l’altro il consigliere regionale giovani Emanuele Sciortino è di Sommatino; il gruppo di Milena, guidato dal cavaliere del lavoro Giu-


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Il Presidente

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guidare i 400 volontari del comitato della Croce Rossa Italiana di Caltanissetta nelle varie attività sociali, sanitarie e di protezione civile dallo scorso 20 marzo è Nicolò Piave, 35 anni, eletto con 246 voti su 350 votanti. Un ritorno per Nicolò Piave già presidente del comitato locale dal 2005 al 2009 e commissario del comitato provinciale sino al 2012. E’ stato il più giovane ispettore provinciale dei pionieri (gruppo giovani) della storia della Croce Rossa Italiana. Ancora minorenne, a soli 17 anni, dopo pochi mesi da volontario entrò nel consiglio di amministrazione dei tempi, un caso nazionale tant’è che l’anno successivo (nel 2000) lo statuto ha previsto che occorreva essere maggiorenni. “Fu una grande responsabilità - afferma Nicolò Piave – perché nonostante la mia giovane età mi ritrovai ad approvare bilanci di 5 miliardi di lire ed a gestire atti ri-

seppa Tona e che conta 12 soci, invece rivolge le sue attività prioritariamente agli anziani non lasciandolo mai soli - soprattutto in occasione di alcune ricorrenze o feste comandate - e organizzando delle feste e momenti di convivialità scanditi dalle musiche dei loro tempi; il gruppo di Santa Caterina, retto da Giuseppe Matraxia, è giovane di costituzione e si sta radicando sul territorio; il gruppo di Resuttano, guidato da Maria Giuseppina D’Anna, è radicato sul territorio e svolge principalmente attività sanitarie, sociali e psicologiche grazie allo sportello d’ascolto. Tra le attività che la Croce Rossa svolge a Caltanissetta di fondamentale importanza lo sportello sociale che opera all’Istituto Testasecca per l’accoglienza delle domande e in via Berengario Gaetani per l’erogazione dei beni. Lo sportello all’istituto Testasecca è aperto il mercoledì e venerdì dalle ore 9,00 alle ore 11,00, il magazzino viveri di via Berengario Gaetani ha un’utenza di circa 700 famiglie al mese; eroga informazioni utili, la documentazione per accedere alla distribuzione del vestiario, dei viveri Agea e distribuisce i beni raccolti nei supermercati dai volontari, opera il martedì ed il giovedì dalle ore 09.00 alle ore 11.00. Dell’equipe, coordinata dal referente Sebastiano Vullo, fanno parte la psicologa Valentina Botta, l’assistente sociale Laura Rizzari e gli operatori dello sportello. Il comitato di Caltanissetta è leader in Sicilia

nelle attività di emergenza e di primo soccorso. I volontari, coordinati da Ernesto Perriera, svolgono attività di supporto ai migranti che arrivano nei porti di Pozzallo, Augusta e Porto Empedocle oltre che svolgere attivi-

tà di assistenza sanitaria e trasporto infermi con oltre 40 servizi al mese. Dinamico e ben radicato sul territorio anche il gruppo giovani, guidato da Alessandra Bellavia, che si occupa tra le altre cose anche della diffusione delle campagne di sensibilizzazione contro il bullismo, dei corretti stili di vita e delle malattie sessualmente trasmissibili.

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e la collettività in generale, regalando un sorriso e una parola di conforto ai più vulnerabili.

so da quell’esperienza così come la percezione dei migranti spesso considerati non come persone da

“Tra le esperienze più belle in questi anni – racconta con grande emozione – ricordo ancora uno sbarco notturno avvenuto circa 10 anni fa a Licata. Ai tempi gli sbarchi non erano programmati come avviene oggi che i migranti vengono recuperati nelle acque internazionali e portati con delle navi nelle coste Siciliane. Fummo allertati nella notte dalla centrale operativa del 118 e partimmo con 15 volontari. La scena che si presentò ai nostri occhi fu drammatica: alcune persone morirono, due donne avevano appena partorito e altre mamme avevano tra le loro braccia dei neonati di pochi giorni di vita, gente che necessitava di aiuto sanitario e non solo ”. “Un’emozione – prosegue - che non dimenticheremo mai e che purtroppo non raccontiamo spesso perché difficile da capire. Lo scenario degli sbarchi che i giovani vedono oggi è sicuramente diver-

aiutare ma che stanno invadendo l’Italia. Non sempre l’esempio dei migranti diventa calzante per attirare nuovi volontari all’interno della Croce Rossa Italiana”. “Spesso – conclude – una delle difficoltà che riscontriamo è proprio quella di far capire agli altri che i migranti che arrivano non hanno il piacere di venire qui ma che vivono nei loro paesi dei problemi gravi e che rischiano la vita nei viaggi della speranza”. Questo il messaggio del presidente ai giovani: “Avvicinatevi alla Croce Rossa, un mondo che coinvolge fisicamente ed emotivamente. Un mondo che può offrire delle emozioni forti solo se lo si vuole. I giovani devono riportate la loro voglia di fare e le loro idea all’interno della Cri. Loro non sono il futuro ma il presente ”.

L’instancabile ed appassionata guida di Nicolò Piave

guardanti la gestione di Pian del Lago. Un incarico che ho svolto con grande entusiasmo e passione pur conoscendone i rischi. Un’esperienza di vita che mi ha fatto crescere”. Anni intensi duranti i quali Nicolò Piave - assieme agli altri volontari - si è prodigato per aiutare gli altri

di Annalisa Giunta

Poker di donne

per un consiglio direttivo tutto rosa

U

n presidente ed un consiglio tutto rosa quello del Comitato di Caltanissetta ONLUS, presieduto da Nicolò Piave, e composto da Francesca Pepe, Vice Presidente, Alessandra Bellavia Consigliere eletto dai giovani CRI, Laura Russo e Francesca Maria Argento. “Sono felice ed orgoglioso di avere un consiglio direttivo formato da donne, persone splendide che vivono la Croce Rossa come me e spesso più di me, - afferma il presidente Nicolò Piave - sono il mio braccio destro... ci sentiamo quotidianamente attraverso il

nostro gruppo telegram, condividiamo ogni attività e decidiamo assieme il da farsi, sempre. Ci incontriamo in consiglio direttivo almeno una volta al mese, ma solo per ratificare formalmente quello che abbiamo deciso nel quotidiano... sono i miei occhi e le nostre menti ne formano una sola... nessuno prevale ma tutto è stabilito con condivisione. Le ringrazio perché sono mamme, studenti, e la vice presidente si è sposata meno di un mese fa”. - conclude Nicolò Piave. Francesca Pepe classe 1981, Vice Presidente del Comitato di Caltanissetta, originaria di Resuttano, in-

fermiera, alle elezioni del 20 marzo 2016 ha preso più voti in assoluto, si occupa della attività di formazione in ambito sanitario, della cultura della donazione del sangue, referente per le manovre salvavita e per l’uso del defibrillatore semi automatico. Ragazza semplice e spontanea non si tira mai indietro alle nuove sfide, facente parte del Coordinamento Regionale CRI per il Trasporto e Soccorso in Ambulanza. Alessandra Bellavia, eletta dai giovani del Comitato, la più giovane in consiglio direttivo, ma sempre determinata, studentessa di medici-

na, grande trascinatrice e leader dei giovani in ambito CRI, istruttore di giovani in azione, un vulcano di idee e risorse. Francesca Maria Argento originaria di Sommatino, avvocato, mamma di un meraviglioso bambino che anima le nostre riunioni di Consiglio Direttivo, si occupa di attività sociali e umanitarie, nonché degli aspetti legali del comitato. Un collaboratore dalle grandi doti tecniche, angelo custode del Presidente nella visione e sottoscrizione di atti amministrativi.

Laura Russo , studentessa in infermieristica e già in possesso di due lauree, da anni in croce rossa svolge il ruolo di coordinatrice del servizio civile, di sviluppo del volontariato, promozione ed immagine, arruolamento. Istruttore di primo soccorso, di defibrillazione e simulatore, è delegata dal presidente al coordinamento dei gruppi territoriali, della visual e arruolamento. Una grande professionalità al servizio della Croce rossa e dei vulnerabili.


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