Vol 1 scritti inediti (1890 1924) pag 331 434

Page 1

STURZO AL PRESIDENTE DEL COMITATO ELETTORALE CATTOLICO D I VALGUARNERA (f. 103, C. 27)

[Caltagirone], 27 maggio 19 10 informato da cotesto Sig. Vicario l dello stato delle pratiche iniziate per un concordato fra i diversi partiti in ordine alle prossime elezioni amministrative, e richiesto del mio parere, non posso non lodare il proposito di fare opera di pacificazione fra i partiti, nel terreno comune di una buona amministrazione municipale. Però, nell'interesse di tutti e affinché tale concordato non generi equivoci, è doveroso mettere in iscritto i patti sopra i quali si procede all'intesa. Cioè che il partito cattolico domanda: a) il rispetto del sentimento religioso della popolazione; b) la libertà di condotta in questione politiche, che debbono rimanere estranee all'amrninistrazione del Comune; C ) la libertà di decidere se convenga al partito partecipare anche alla Giunta con metodi proprii. Quest'ultima condizione è necessaria: secondo la mia opinione è sempre meglio non partecipare a Giunte miste, pur dando da consiglieri la propria cooperazione all'andamento amministrativo del Comune in quelle proposte che potranno riuscire vantaggiose al paese. Nel caso però che tale concordato non riesca, è prudente e decoroso procedere ad un'affermazione franca con nomi proprii, e con la propria bandiera, senza alleanze con elementi di destra o di

*

Cfr. lettera di Lomonaco a Stuno del 20 maggio 1910 (doc. 27).


sinistra, formando il partito di centro, che voterà oggettivamente quelle proposte che saranno giudicate buone da qualsiasi parte esse vengano. I n tale senso ho diramato una circolare a tutte le associazioni di Sicilia. Occorre coraggio e perseveranza, e soprattutto franchezza di carattere, in modo da essere rispettati o combattuti non per le nostre alleanze ma per i nostri principii. Saluti fraterni. I1 Segr [etario] GenCerale] [P.S.] Escludo la inazione e la neutralità perché dannosa a un partito, che si è già affermato in diversi campi specialmente l'economico.


STURZO AL PRESIDENTE DEL COMITATO CATTOLICO ELETTORALE DI VALGUARNERA l (f. 103, C. 38)

Caltagirone, logiugno 1910 in seguito al colloquio avuto a telefono oggi col Rev.mo Vicario, il quale mi ha manifestato che il partito di opposizione non ha accettato il patto di pace; e che l'organizzazione nostra è troppo giovane da potere tentare un'affermazione da sola, scrivo la presente per confermare le idee già espresse. Ciò nonostante io ho insistito che cotesto partito proceda all'affermazione franca e sincera di semplice minoranza. Due candidati propri, fortemente affermati, danno al partito una personalità reale e definitiva. Secondo me, è poco rispondente alla realtà dire che il partito non è preparato a una qualsiasi lotta di affermazione; e che convenga attendere ancora un paio d'anni. Anche di qui a un paio d'anni, si ripeter; la stessa osservazione di carattere equivoco, che è presa per prudenza; perché nessun partito si forma se non alla prova della lotta. I nostri socii dovrebbero comprendere che anche 'un'affermazione di quaranta elettori e senza risultato, è una liberazione dai vecchi vincoli degli altri partiti La difficoltà della debolezza del partito, si affaccia per non dire la verità che questi vincoli non si vogliono rompere. 1 Carta intestata a timbro: « Unione Cattolica Regionale, Segretariato elettorale, Caltagirone n. Brano cancellato: « Cosi però che quei socii che non si diportino disciplinarmente saranno invitati a dimettersi ».


Si dice che il partito non è tutto unanime per seguire questa tattica. Ciò è grave; ma dipende dai capi dimostrare la necessità di stabilire la condotta di un partito. Io sono sicuro che cotesta commissione, oramai slanciata sulla via del movimento elettorale, non indietreggi di fronte a difficoltà; né s'illuda di facili dichiarazioni di cattolicità fatte d'ultima ora, a scopo di parte. Ossequi. I1 Segretario GenCeralel


TORREGROSSA A STURZO (f. 103, C. 79)

Riservata

Mazzarino, 15 giugno 1910 Illustrissimo e Reverendissimo Signore, malgrado non abbia l'onore di essere conosciuto personalmente da V.S. Rev.ma, pure per la carica che temporaneamente rivesto in assenza del Presidente e per la gravità delle circostanze che da ogni lato premono la nascente azione del partito cattolico, mi prendo la libertà di indirizzarle la presente, con carattere riservatissimo e con l'intento d'implorare i lumi della Sua autorità ed esperienza. Nelle rapide e contraddittorie vicende della prossima lotta elettorale amministrativa, dopo ventilati da amici e da avversari molti progetti, piÚ o meno discutibili, oggi ci si viene a proporre quanto segue. Una lista concordata, a parti eguali, tra il partito dominante, il partito dissidente del comm. B., e il nuovissimo nostro partito cattolico. Non nasconderò a V.S. Ill.ma e Rev.ma che la proposta a me sembra assai lusinghiera per un partito che muove appena i primi passi e che con simile proposta si riconosce ufficialmente. Prima di dar una risposta definitiva, ed attesa con impazienza, io ed i migliori amici del nostro partito sentiamo il bisogno d'un consiglio autorevole ed affettuoso nello stesso tempo, che nessuno meglio di Lei potrebbe darci; anche persmetterci in grado di sfuggire ad eventuali tranelli che ci si potrebbero tendere.


Per ciò caldamente, anche in nome di fidi ed autorevoli amici, prego la S.V. ILma e Rev.ma d'indicarci la risposta da dare e la condotta da seguire. E' inutile aggiungere che ove Elia lo voglia la Sua risposta sarà distrutta. I n attesa dei suoi ambiti favori con ogni ossequio mi onoro rassegnarmi. I1 V[ice] Presidente del Comitato Cattolico


STURZO A TORREGROSSA ' (f. 103, C. 84)

[Caltagjrone,] 18 giugno 1910 pur serbando i migliori rapporti con le due frazioni del partito di maggioranza, io credo più opportuno che i cattolici presentino due nomi per la minoranza, la quale sia di controllo e di benevola cooperazione alla maggioranza. Per un partito giovane, nascente, di puro carattere democratico, non è opportuna una fusione, sia anche semplicemente elettorale, con vecchi partiti, le cui benemerenze non è bene disconoscere, ma dei quali non è bene portare le conseguenze del potere che sfrutta e l'abitudine del comando che aliena. Inoltre un periodo di azione come minoranza, darà al partito nostro non solo la propria personalità distinta dalla maggioranza, ma quella esperienza della pubblica amministrazione senza responsabilità dirette, che è necessaria alla vera e democratica formazione del nostro partito. Escludo che con ciò si debba fare l'opposizione per l'opposizione all'attuale maggioranza dei B., con i quali si possono avere i rapporti di buon vicinato, e le intese necessarie per quell'azione concorde, che può riuscire a bene del paese; non rinunziando, si intende, alla libertà di opposizione alle proposte eventualmente dannose e inopportune. l Carta intestata a timbro: « Unione Cattolica Regionale. Segretariato Elettorale. Caltagirone P. Indirizzo del destinatario all'inizio deila lettera: « Ing. Torregrossa Giuseppe. V(ice) Presidente del Comitato Cattolico. Mazzarino~.


I risultati numerici della mia proposta possono sembrare che indeboliscano il nostro partito che avrebbe due consiglieri su dieci; ma moralmente si avrebbe piÚ carattere personale e piÚ forza. A non contare la poco simpatica posizione di dovere formare una lista girante, per coalizzare un corpo elettorale, che altrimenti seguirebbe, nella scelta dei nomi, le ragioni di parentela o simpatia o comunque di interessi. Se vi sono altri elementi che mi saranno sfuggiti o altre ragioni per tentare l'alleanza in tre e naturalmente la lista girante, mi scriva e le risponderò a giro di posta. Ossequi. Il Segrretario] Gen[erale]


TORREGROSSA A STURZO ' (f. 103, C. 141)

Mazzarino, 9 luglio 1910 rispondo io alla sua ultima raccomandata, per incarico del Presidente del Comitato elettorale dottor N., avendo io trattato questa pratica. La riverita sua del 18 scorso pervenne regolarmente a questa presidenza, nel periodo in cui era per awerarsi la fase risolutiva delle trattative d'alleanza con una frazione della maggioranza. Credo di averla informato che queste associazioni cattoliche pur trattando l'alleanza di cui sopra, ritenuta necessaria da un partito che faceva le prime armi elettorali, posero come condizione fondamentale delle trattative: 1 ) l'accettazione per parte dell'alleato del nostro programma nella sua interezza; 2) l'indipendenza più assoluta dell'azione del partito nel sostenere e svolgere il proprio programma. I n sostanza adunque il partito cattolico non faceva che seguire i di Lei autorevoli consigli, poiché pur concorrendo a metà del numero dei consiglieri eliggendi, rimaneva pur sempre minoranza o centro, senza responsabilità dirette, con fisionomia propria, con indipendenza d'azione, pronto a cooperare benevolmente e legalmente con chiunque avesse promosso e sostenuto questioni sostanziali del proprio programma. Di questa tattica il Consiglio Indirizzo del destinatario d a fine della lettera: « Deiia S. V. Ill.ma e Rev.ma. Sac. Dott. Luigi Sturzo. Cdtagirone ».


di Presidenza ebbe l'unanime approvazione dell'assemblea delle associazioni cattoliche nella solenne adunanza del 5 giugno scorso, in occasione della esposizione del nostro programma elettorale. Accettate dall'alleato, senza riserve, tali condizioni, il Consiglio di Presidenza sentì il dovere di pregare i Rev.mi Parroco e Vicario come le maggiori autorità ecclesiastiche locali, di onorare il nostro programma della loro ambita adesione. I1 Parroco non negando la sua adesione, disse che (mi sforzerò di essere testuale) trovandoci in una città eminentemente cattolica non era opportuno una lotta amministrativa, che nulla autorizzava a ritenere che il nostro programma non venisse accettato anche dall'altra frazione della maggioranza, che in ogni caso doveva risparmiarsi al paese una lotta di cui paventava dolorose conseguenze. Che egli trovandosi nei migliori rapporti colle due fazioni, avrebbe ancora una volta tentato di togliere il dissidio che le separava ed a tal fine ci esortava a farci anello di congiunzione tra esse, per restituire la pace al popolo e a due famiglie consanguinee, evitando una sterile ( ? ) lotta e concordando amichevolmente la scheda a parti uguali fra i due interessati. Pur ritenendo affatto esagerati i timori espressi dal Rev.mo Parroco, il Consiglio di Presidenza per deferenza alla di lui persona, aderiva al tentativo di tale amichevole intesa, riaffermando però la propria indipendenza, sia riguardo al programnìa e al suo svolgimento, sia ai particolari atteggiamenti validi a determinare il profilo tutto proprio di un partito. E però in una numerosa riunione promossa dal Parroco nella Casa Canonica fra i tre interessati, dopo amichevole ed esauriente disciissione, venne stabilita la scheda a parti uguali per nove nomi, e per il decimo, su proposta di questo consiglio di presidenza, l'affermazione unanime delle tre frazioni, sul nome venerato e caro del c o m . a w . B. N. Veda bene la S.V. che anche per questa via, prevenendo, ci siamo uniformati al suo illuminato desiderio. Anche di tale deliberato, da noi concluso con riserva dell'approvazione dell'assemblea degli elettori delle società cattoliche, ottenemmo la piena approvazione nella adunanza del 3 corrente nella quale venne eletto il Comitato di fiducia per la scelta dei nostri candidati.


Cosi condotte le cose a noi pare che senza venir meno a nessuno degli autorevoli suggerimenti del Segretariato elettorale cattolico, e senza colpo ferire, per merito della nostra fermezza e lealtà, avessimo ricevuto il battesimo politico come partito operante, trattando da pari a pari con avversari che si ritenevano generalmente incrollabili. E rimanendo vigile, ed occorrendo, pugnace minoranza, senza le responsabilità del potere « che sfrutta » e « del comando che aliena » entriamo nell'agone con tre nomi e con la superba soddisfazione di avere restituito alla vita pubblica la nobilissima figura dell'aw. N., che sarà guida e decoro del Partito Cattolico. La S.V. maestro insigne nella materia, comprenderà facilmente che le associazioni cattoliche, per rigori di forma, non rinunceranno ai grandi vantaggi conseguiti, né verranno meno allo impegno di onore assunto di non ricacciare il paese in un'agitazione, che allo stato delle cose, potrebbe arrecare inaspettate conseguenze. I n nome del Comitato elettorale e delle associazioni cattoliche da me indegnamente rappresentate, porgo alla S. V. Ill.ma e Rev.ma i più vivi ringraziamenti per gli illuminati consigli largitici, ai quali sempre ricorreremo come figli a padre e i sensi del mio devoto ossequio con cui mi onoro di rassegnarmi. Devotissimo.


STURZO A TORREGROSSA (f. 103, C. 152)

l

Caltagirone, 14 luglio 1910 ho preso atto della sua lettera del 9 luglio c.m. sulle prossime elezioni amministrative di Mazzarino, con l'intesa che il partito cattolico resta autonomo e non confuso, neppure nell'apprezzamento pubblico, con altri partiti locali sia pure affini; lasciando a cotesto Comitato Cattolico la responsabilitĂ dell'atteggiamento assunto; e augurando piena vittoria. Resto in attesa di un dettagliato rapporto a elezioni finite dell'andamento e dell'esito della lotta, pregandola di comunicarmi i nomi dei consiglieri cattolici che verranno eletti. Auguri. I1 Segr [etario] Gen[ erale]

1 Carta intestata a timbro: ÂŤUnione Cattolica Regionale. Segretariato Elettorale. Caltagirone Âť. Indirizzo del destinatati0 all'inizio delia lettera: ÂŤ Ingegner Giuseppe Torregrossa. V[ice] Presidente del Comitato Cattolico elet [totale] di Mazzarino B.


URSINO A STURZO l (f. 103, C. 228)

Mazzarino, 6 agosto 1910 occupatissimi come siamo tutti in questi giorni non abbiamo avuto tempo di compilare la relazione esatta e completa di questa campagna elettorale amministrativa, ma non tarderemo a fargliela arrivare. Per ora urge far notare che l'accordo preparato e voluto dal Parroco e da noi per prudenza accettato, venne rotto bruscamente all'ultima ora dalle due fazioni della maggioranza che si coalizzarono la sera del sabato per non volere che le Associazioni cattoliche avessero avuto i propri rappresentanti; e pescarono l'effimero pretesto di aver noi affissato il Manifesto-programma, quando già la scheda concordata era stata accettata sempre, rispettandosi dalle due fazioni il programma nostro e l'integrità della nostra fisionomia democratica. Ci sanguina l'anima nel ripensare che il comm. B. G. dopo tanti gravissimi giuramenti in quella sera pretendea non doversi più trattare di programma, anzi ebbe la sfrontata audacia di imporre al Presidente della Cassa e del Comitato la rinnegazione del programma. Lo svolgimento dei diversi atti di questa commedia lo conoscerà dalla relazione che fra giorni le faremo pervenire. Rotto l'ac1 Indirizzo del destinatario all'iniSio della lettera: « Kev.mo Sac. Dott. D. Luigi Sturzo, Caltagirone ».


cordo, l'assemblea degli elettori cattolici unanimemente la sera stessa del sabato deliberò di scendere da soli nella lotta; e siamo lieti di avere fatto una affermazione superiore alle nostre aspettative, come potrà rilevare dal foglio che le acchiudiamo. Però la preghiamo di darci le sue istruzioni e i suoi consigli intorno alle seguenti difficoltà legali: 1) le due frazioni coalizzate andarono alle urne con la scheda girante, per impedire che le associazioni entrassero nel Municipio come minoranza e vi riuscirono. Che gliene pare?; 2 ) noi demmo ai nostri elettori dubbi la scheda segnata, portante come primo nome il proprio. Queste schede in numero di 53 furono contestate. E' legale la contestazione o sono valide le schede? E, se sono valide, come o a chi e dentro quale termine dovrebbesi reclamare? In verbale fu inserita la protesta contro la contestazione; 3 ) il popolo nauseato delle .prepotenze commesse dai B. nella votazione e dell'abbandono in cui per anni è il nostro municipio, vuole con dimostrazione pubblica chiamare abbasso l'attuale amministrazione e domandare la nomina a sindaco di N. che sebbene portato da tutti ebbe una maggioranza irrisoria, perché nella scheda che i signori B. distribuirono alle urne il suo nome era tagliato dai medesimi; 4) si dubita che N., il solo dei nostri entrato nel numero dei dieci consiglieri eletti: non accetti; quindi desideriamo sapere se dopo il ritiro di Natoli entri per legge il più quotato dei nostri, e se rinunziando questi, entri il secondo; e se la rinunzia abbia termine prefisso dalla legge perché entri il più quotato. I n attesa, le bacio le mani e mi rassegno con ogni-osservanza. Devotissimo.

[Il] Segretario del Comitato Elettorale


STURZO A URSINO l (f. 103, C. 229)

Catania, 9 agosto 1910 Rispondo subito alla sua del 6 Agosto recapitata qui a Catania. Seppi, e mi dispiacque assai, l'esito delle ultime elezioni; non tanto per l'esito in sé, che secondo ine ha giovato al partito cattolico ad acquistare sempre meglio personalità propria e distinta e carattere e contenuto programmatico; quanto per l'impressione esteriore sopra un corpo elettorale non avvezzo alle affermazioni di partito, e d a prova di fuoco delle sconfitte. 11 mio parere, espresso in termini cortesi nella lettera del 18 giugno diretta all'ing. Torregrossa ', oggi ha la risposta dei fatti. Non conviene pertanto scoraggiarsi, ma allenarsi per l'avvenire, senza intemperanze, e senza la troppo facile visione di divenire d'un colpo maggioranza e amministrazione. 1) Onde: lasciando che l'aw. N. apprezzi da sé la convenienza o meno di reggere una maggioranza non propria almeno dal punto di vista costituzionale, non è prudente da parte vostra di dare a un tale fatto (se avverrà) alcun significato o adesione di partito; 1 Carta intestata a timbro: « Unione Cattolica Regionale. Segretariato Elettorale. Caltagirone ». Indirizzo del destinatario all'inizio deila lettera: « Sac. V. Ursino, Segretario del Comitato Elettorale Catt[olico], Mazzarino D. Cfr. doc. 31.


2) Riguardo i vostri rapporti politici col Comm. B.G. secondo me è da sospendere ogni atteggiamento precipitato, e far maturare gli eventi, rafforzando la vostra posizione, e tentando fin da ora un Comitato elettorale collegiale cattolico, che sia vera e reale emanazione delle forze nostre in tutti i comuni del Collegio;

3 ) Riguardo l'azione da spiegare per le operazioni elettorali compiute, anzitutto è da esaminare, se lo spostamento dei voti awantaggia qualcuno della vostra lista oppure no; nel caso affermativo è doveroso tentare le procedure legali di ricorso; nel caso negativo lo sconsiglio addirittura. Quindi, supposto il caso affermativo ecco il mio parere: a) La scheda girante dal punto di vista costituzionale è riprovevole quando sono in lotta diversi partiti; ma è difficile provare il preventivo accordo e quindi la nullità delle operazioni, senza altri elementi di carattere legale che devonsi con evidenza dedurre dalle schede in singolo;

b ) Le 53 schede col nome dell'elettore che ha votato per sé sono valide, essendo ogni elettore eleggibile, né potendosi dimostrare che il votante pose il suo nome a scopo di riconoscimento. Si potrà però sostenere l'accordo preventivo dal fatto di essere molte persone a votare un nome diverso; ma è una ragione troppo estrinseca 3. I1 ricorso, per assegnare i voti annullati, si fa entro trenta giorni dalla proclamazione al Consiglio Comunale, con le procedure indicate dalla legge Com. e Prov. (testo unico). E contro la decisione del Consiglio Com. alla Giunta Provinciale Amministrativa, e alla Corte di appello (secondo le competenze); di piazza che potrebbero riuscire dannose al partito e troppo commuovere il paese, porc ) Non consiglio dimostrazioni

tando a personalità insanabili e contrarie allo spirito della nostra organizzazione, che soprattutto è costituzionale. Altrimenti a

A margine si legge:

u

(come per scheda girante) B.


ogni partito perdente avrebbe una specie di diritto di appello alla piazza,

d) Se il N. non accetta, entra chi ebbe il maggior numero numero di voti, purché superi l'ottavo dei votanti; e così successivamente. Però ciò deve avvenire entro la sessione. Se prima accetta il mandato e poi si dimette non vi è [...l ". Saluti cordiali 11 Segretario Generale

Parola illeggibile.


URSINO A STURZO (f. 103, C. 291)

Mazzarino, 27 agosto 1910

Elezioni ammirzistrative del lzlglio 1910 - Relazione del Comitato Elettorale Cattolico ' I n ossequio alle disposizioni pontificie e per i bisogni urgenti del paese, lasciato in abbandono deplorevole dalle passate amministrazioni, le associazioni cattoliche costituirono un Comitato Elettorale e ne diedero comunicazione al Segretariato Regionale e al Comitato Provinciale. I1 Comitato accettò lo statuto compilato dal Segretariato Regionale, e approvato dalla Autorità ecclesiastica; l'ordinario diocesano approvò la nomina dei sacerdoti alla presidenza. Fin d'allora si stabiliva di propugnare nell'amministrazione comunale il programma concretato nei Congressi regionali cattolici. Un fatto caratteristico awenne nel marzo 1909: il signor G. B., ora nominato commendatore, posava la sua candidatura politica nel Collegio di Terranova e otteneva la sospensione del non expedit e il chiesto appoggio delle Associazioni cattoliche. 1 La relazione è accompagnata da questa breve comunicazione: « Rev.mo Sac. Dott. Luigi Sturzo. Caltagirone. Le mando la reiazione della campagna elettorale svoltasi nel luglio scorso e tra giorni le manderò un progetto per la costituzione della Federazione delle società cattoliche della diocesi e per la costituzione del Comitato elettorale coiiegiale. Colgo questa occasione per estenderle i sensi della mia più alta stima. Con ogni ossequio. Dev.mo Sac. U. Ursino ».


Fu però ostacolato dal cugino Avv. A. B., capo di una larga frazione di elettori borghesi, perché ambiva per lui la candidatura politica. I1 candidato, all'ultima ora, più che scoraggiato dalle opposizioni, menato dalla leggerezza del suo carattere, non badando che comprometteva il decoro dell'autorità ecclesiastica, gli amici e le associazioni cattoliche che si erano impegnate per lui, si ritirò dalla lotta, lasciando solo il competitore che sarebbe certamente caduto se avesse dovuto contendere la riuscita ad un uomo serio, colto e meno taccagno. D'allora i rancori tra i due cugini si fecero più aspri, e per l'influenza esercitata dalle loro ricchezze si disegnarono nettamente tra i non appartenenti alle associazioni cattoliche due partiti. I n quei giorni le associazioni, seguendo la loro linea di condotta, in una riunione generale stabilivano di partecipare con scheda e con programmi proprio alle elezioni del luglio 1910 per attuare 81 Municipio le riforme urgenti reclamate dal popolo. I1 Comm. G. B., informato di questo movimento, dichiarò di volere aderire unendo le sue alle nostre forze e accettando entusiasticamente e invitandosi a proclamare in un comizio pubblico il programma amministrativo cattolico, come nella candidatura politica, ottenuta la sospensione del non expedit ', aveva aderito al programma dei cattolici deputati. I1 lavoro elettorale ferveva, quando l'Avv. A. B., capo dell'altra frazione, preoccupato della sorte dei suoi, tentò tutte le vie per far convergere a sé il cugino, interessò le persone piìi autorevoli deila città e di fuori; ma invano. Egli però non si diede per vinto, fece dire al cugino: « fa ciò che vuoi, scegli tu i candidati, designerai tu il sindaco e gli assessori, purché si eviti il pericolo clericale ». Ebbe come risposta: « sarebbe mostruoso che io andassi contro coloro che il 7 marzo furono i miei amici e mi allegassi a quelli che allora furono i miei carnefici ». 2 Per chiarire i'inciso notiamo che alla costituzione della cassa cattolica agricola il B. G., insieme al cugino Antonino, non volle firmare l'atto costitutivo, perché il suo nome, noto nella provincia, non puzzasse d i clericalismo (sic). [N.d.A.].


I1 Parroco che per mesi e mesi non si occupava che della unione dei due cugini, preoccupandosi, come sempre e come tutto il paese sa e dice, di rendere forte e solida la posizione del c o m pare Avv. A., e non anche, come avrebbe dovuto, delle Associazioni Cattoliche, delle quali è stato sempre tutt'altro che tenero e delle quali non voleva la riuscita, tentò l'ultimo assalto al Comm. G. B. con una lettera in cui conchiudeva: « dopo di avere tentato tutto infruttuosamente per l'unione tra lei e i cugini, io mi ritiro ... la responsabilità ricada su coloro che non potrebbero aver vita che nella lotta » (alludendo alle Associazioni cattoliche). Malgrado che conoscesse le disposizioni d'animo del Parroco, il Comitato Cattolico Elettorale, chiese il suo appoggio, come capo spirituale del popolo, e lo chiese al vicario come capo del clero. I1 Parroco domandò su che poggiava l'unione delle associazioni col Commendatore, e gli fu risposto: sull'accettazione del nostro programma da parte sua. Allora, approfittando, soggiunge: « ed io vi assicuro che anche l'altra frazione B. accetta il vostro programma e come voi porta candidato il N. Quindi le associazioni possono essere l'anello di congiunzione tra i due cugini ». Quindi si parlò di lista concordata. Altra volta si era parlato di lista concordata. Ne aveva parlato il Comm. per tenere unite le forze elettorali del paese per una sua futura elezione politica (sono sue parole), e la comunicò per mezzo del Parroco al cugino il quale la rigettò come abominevole. Questa volta però il Parroco riusci a farla accettare, e i rappresentanti dei tre partiti, riuniti nella casa canonica, decisero di portare ciascuno tre nomi e in comune quello del notaro N. che avrebbe dovuto riuscire con votazione plebiscitaria, e che invece raccolse 306 voti e 53 contestati dei quali la maggior parte furono dati dai nostri soci. La concordia fu esposta a molte insidie. 1. - Le Associazioni dovettero accettare nomi ostili apertamente alla loro vitalità, e vedersi aspramente combattuto il nome dell'Ing. Torregrossa, colto, indipendente e uno dei meglio rappresentativi;


2. - I nostri alleati destarono l'ambizione dei nostri operai, spingendoli a domandare l'inclusione di uno di loro nella lista. I1 pretesto era quello di rappresentare la classe operaia, ma in realtà si cercava scalda-sedie e dipendenti in luogo di persone capaci di disimpegnare con indipendenza e coscienza il mandato;

3. - Una terza scaramuccia tentarono sul modo di dare le schede: la mattina del sabato i signori B. dissero che dovevano mandare a domicilio circa duecento schede, mentre si era stabilito di darle tutte alle urne per controllo reciproco e per parità di trattamento. Lo scopo evidente, come si seppe, era di tagliare i nomi dei nostri candidati: difatti dopo la rottura i nostri avversari diedero tutte le loro schede all'urna;

4. - Una quarta insidia ci fu tesa: ci si impose il nome dell'Avv. A. P. che essi avevano scartato e che noi non potevamo accettare, da sostituire al Torregrossa;

5. - Una quinta insidia ci tese, forse inconsapevolmente, il Parroco, il quale nella riunione del Clero per la soluzione del caso morale, propose che le Associazioni Cattoliche, proprio esse ed esse sole, mettessero nella terna il nome di un canonico. Tutti questi tentativi erano riusciti vani per il nostro ben volere. Le indiscrezioni e le confidenze dei due partiti awersi si facevano ogni giorno più numerose e più gravi: si affermava essere stato deciso il taglio dei nostri dalla scheda. Perciò si credette necessario di interrogare i capi dei due partiti, i quali non si peritarono di rispondere: noi possiamo garantire il nostro voto, non quello dei nostri amici. Allora si reputò indispensabile di pubblicare un proclama agli eletto~i,esponendo il programma e raccomandando tra i dieci candidati i nomi del nostro gruppo. Per questo leggero pretesto divampò il fuoco che covava sotto la cenere. Ernissari delle due frazioni B. corsero su e giù, si intesero per la tutela dei loro interessi, colsero la palla a l balzo per romperla con noi, pacificarono e decisero di scendere uniti contro le Associazioni cattoliche. I rappresentanti nostri, chiamati in casa del Commendatore,


furono caricati di insulti e minacciati di violenze a voce altissima in modo da impressionare i passanti. Al Presidente della Cassa, dottor N., il Comm. G. B. disse minaccioso: non ti arrischiare di accettare quel programma e di votare per le Associazioni Cattoliche. La stessa condotta tenne pressapoco l'altra frazione. La rottura fu dichiarata: il Comitato riunÏ l'Assemblea degli elettori cattolici che deliberarono di scendere soli e di fare un'affermazione di partito. La riunione era alla fine, quando vicino ai locali della Cassa si udi il suono della banda comunale e grida confuse; si stette attenti e si sentÏ distintamente i1 grido: "abbasso i preti". La provocazione trovò gli animi eccitati, l'indignazione non ebbe piÚ freno e avvenne uno scambio di invettive tra i nostri soci, ai quali si un1 il popolo, e i dimostranti in numero abbastanza ridotto, che visto lo scoppio spontaneo dell'indignazione popolare pensarono giusto di sciogliersi. L'indomani le elezioni diedero il risultato ormai noto. I metodi usati, le violenze e le rappresaglie sono state messe in rilievo in due corrispondenze inserite nell'Azione del 12 e del 20 agosto che il Comitato fu costretto di pubblicare per rettificare insinuazioni, menzogne e calunnie pubblicate dai B. a nome di un loro stipendiato nel Giornale di Sicilia n. 215 e n. 225. Pel Comitato Elettorale Cattolico


STURZO A URSINO l (f. 103, C. 300)

[Caltagirone], 31 agosto 1910 H o ricevuto la sua relazione sull'organizzazione elettorale e sull'ultima lotta combattuta a Mazzarino e la ringrazio. Rilevo però che in essa sono stati omessi assolutamente i rapporti avuti con questo Segretariato, e le lettere inviate da me a cotesto Comitato Elettorale, che avrebbero dovuto essere tenute in conto più assai che non i soliti pettegolezzi con gli ecclesiastici, che sciupano l'azione dei cattolici; stabilendo invece, anche pei rapporti con amici e avversari quel senso di disciplina fra il centro direttivo e i Comitati esecutivi, che spesso invidiamo ai socialisti organizzati. Aggiungo che reputo necessario creare una coscienza di partito aliena dalle concezioni personali locali, ed elevata dalla forza di un programma municipale e politico, che deve essere dai soci conosciuto, discusso e passato in forte e vitale convinzione. Desidero conoscere pertanto l'attuale stato di cose, con riferimento all'ultima mia del 9 agosto della quale non ho avuto un cenno di risposta. Saluti cordiali I1 Segretario Generale Carta intestata a timbro: « Unione Cattolica Regionale. Segretariato ElettoraIe. Caltagirone ». Indirizzo del destinatario aii'inizio della lettera: e Sac. V. Ursino, Segr[etario] Com[itato] ElettCoralel, Mazzarino ». Cfr. doc. 35.


STURZO A SCALONE ' (f. 16, sf 2, C. 57)

[Caltagirone, 4 luglio 19101

Tornato da Caltanissetta trovo la tua del 30 Giugno * e rispondo subito, pur temendo di essere in ritardo. I n massima io sono contrario alle forme ibride di politica paesana, che fanno trionfare gli uomini e gli interessi privati anche con danno deU'idea. Nel caso in esame credo che il tuo intervento personale nella vita amministrativa locale sia necessario; però bisogna badare alla purezza delle origini. Onde io penso che sarebbe da consigliare che i cattolici, con a capo il tuo nome, si affermino per la minoranza; pur dichiarando di non volere l'opposizione sistematica, ma semplicemente il controllo e la collaborazione con la maggioranza; la quale avrà l'interesse di appoggiare i cattolici e il vantaggio di non assumersi l'odiosa figura di volere con la scheda girante sopraff are la minoranza radicale. Unione Cattolica Regionale. Segretariato Elet1 Carta intestata a timbro: torale. Caltagirone ». Indirizzo del destinatario all'inizio della lettera: <( Sac. S. Scalone, Francofonte ». Cfr. A.L.S., f. 16, sf. 2, C. 56; in questa lettera Scalone chiede a Sturzo consiglio sul comportamento da tenere nei confronti del partito di maggioranza di Francofonte, di tinta socialista: questo offre al Canonico Scalone, noto dirigente cattolico della città, la possibilità di essere incluso nella lista di maggioranza.


Le difficoltà di un'alleanza con la maggioranza sarebbero di carattere programmatico, e di sincerità politica. Che se poi la maggioranza volesse portare il tuo nome, senza impegni, purché voi vi presentiate da soli come partito a sé, votando la sola vostra scheda, nessuna difficoltà che ciò sia da voi consentito. A ogni modo, se la lotta elettorale verrà protratta oltre il 10 Luglio, ti prego di scrivere per chiarirmi la situazione. Saluti e auguri

Il Segr[etario] Gen[eralel


STURZO A FARANNA ' (f. 20, C. 23)

[Caltagirone] , 8 dicembre 1910 invano ho atteso risposta alla mia n. 413 sull'elezioni del Collegio di Castrogiovanni. E' da Luglio che tempesto invano, e ciò è doloroso, sconfortante per la nostra organizzazione. H o scritto pure a V., ma nulla di concreto si è potuto avere. Perché? Possibile che i cattolici non sappiano essere un partito vero, serio, cosciente e soprattutto indipendente? Che i preti debbano avvezzarsi e avvezzare gli altri a servire sempre? Che i giovani d. C. cosi evoluti divengano anch'essi i manutengoli della vecchia politica delle compagnie di ventura? Non è proprio tempo di destarsi? Non è doveroso, degno di una salda disciplina, rispondere, farsi vivi, lavorare?

I1 Segr [etario] Gen[eralel

l *t, intestata a timbro: « Unione Cattolica Regionale. Segretariato Elettorale. Caltagirone ». Indirizzo del destinatario ali'inizio della lettera: « Parroco Faranna, Castrogiovanni ».


MOVIMENTO ELETTORALE ' (f. 32, c.)

A. Organizzazione e Disciplina Esistono Comitati, Unioni E[lettora]li, Consiglieri, Consigli, Assessori, Deputati Catt [ oli] ci ma non un movimento organico. 1 ) Organismi: Segr[ etariato] G[enera ]le, Comitati Prov[inciali] (ad libitum e caso per caso) Comitati Collegiali e Com[ital ti Comunali.

difficoltà: diverse e superabili; schema di regolamento. 2) Disciplina: qui casca l'asino: a) è quasi impossibile: perché l'elemento locale e personale piglia il sopravvento per la visione concreta di fronte ad una astratta; per gli interessi vivi e tangibili di fronte a quelli generali e ideali. Onde maggiore è la necessità; b) i Comitati Elett[orali] non hanno autorità, non rappresentano tutta l'organizzazione, perché tutti voglion dire la loro parola, ma pochi la agitano o la rendono organica; C) spirito servile, timore delle difficoltà, insincerità nelle organizzazioni; 1 Discorso manoscritto datato 17 gennaio 1913 su carta intestata: « Fricker's Savoy Hotel. Palermo. (Sicilie) ». Si tratta dello schema della relazione che Sturzo tenne al VI1 Congresso regionale cattolico svoltosi a Palermo nel gennaio 1913. Sul congresso cfr. Atti e deliberati del VII Congresso Regionale tenuto in Palermo nel gennaio 1913, a cura dell'unione Regionale Cattolica Siciliana, Palermo 1913, di cui una copia in A.L.S., f. 86, C. 246.


nessuna prospettiva della vitalità dell'organizzazione cattColilca e degli interessi generali. Quindi nessuna educazione elettorale; d ) le manifestazioni che si fanno sono identiche per mezzi e pei modi a quelli degli awersari - partiti personali.

Conseguenze a ) la disciplina non s'impone: è frutto di convinzione ed educazione; 6 ) può esistere l'affiatamento che viene dalla comunione delle idee ed il sacrificio che deriva dalla legge delle maggioranze; C ) può esistere la fiducia nelle direttive che vengono dagli organi superiori. La conseguenza è un proposito di fare uniti.

B. Azione nell'attuazione del suffragio uniuersale a) portata educativa del suffragio universale. La elevazione delle masse in questa leva elettorale colla partecipazione della vita pubblica si può attuare? contributo dei cattolici per elevarne i valori morali; b ) portata politica - quale?; sembra ed è un'incognita; confusionismo politico, partito radico-anticlericale e massonico e personalismo locale. Preoccupazione dei cattolici ad avere un parlamento non ostile alla Relig[ione] e alla chiesa; e un gruppo di rappresentanti che faccian vivere questo delicato organismo elettorale di una personalità iniziale; C ) portata amm[inistrati]ua - blocchi democratici: necessità di creare una vita locale onesta, sincera, fattiva. Conseguenza pratica: rispondiamo della nostra effettiua con-

sistenza.


CONVEGNO DEGL'IMPI [ EGATI I CIVILI IN CALTAGIRONE ' (f. i12, C. 3 )

A nome della nostra Caltagirone do io il saluto ai congressisti. La cittadinanza è lieta di accogliere la classe degl'impiegati (il cui lavoro è dedicato a pro dei servizi pubblici) per discutere dei loro interessi che per molte ragioni rappresentano anche una parte degli interessi della generalità. Dò anche il saluto ai Congressisti a nome dell'Associazione dei Comuni Italiani, al cui Consiglio Direttivo appartengo e che ho l'onore di rappresentare. Non si discute più sulla collaborazione intelligente e responsabile del personale impiegato con i rappresentanti delle pubbliche amministrazioni; e quindi il dovere che incombe anzitutto allo stesso personale ad una elevazione intellettuale e morale e allo studio cosciente della vita municipale e amministrativa in Italia. E mentre tutte le forme sociali tendono ad una difFerenCzia1zione e specificazione sempre più notevole di forze e di attività; ricercano nella collaborazione il completamento e la sintesi delle ragioni collettive. Una delle forme di vita organica collettiva più naturale e più rispondente alla nostra tradizione, educazione e mentalità, è la vita municipale e le sue diramazioni; vita che non può non rispondere a tutte le pulsazioni della vita moderna; senza perdere la sua fisionomia specifica e la sua vera caratteristica. l

Discorso manoscritto datato 30 maggio 1913.


E noi amministratori e agitatori che ci muoviamo da molti anni per un ideale santo di libertà comunale, contro ogni oppressione statale, contro ogni inframettenza politica, contro ogni parassitaggio burocratico, noi rivendicando la libertà al comune, non vogliamo che sia spostato dal suo binario di ente moderno, eminentemente moderno, per proseguire l'ideale deila vecchia concezione del Municipio Medioevale. Quindi la somma delle funzioni a cui oggi deve rispondere un Comune è tale quale il progresso lo impone; e se fin oggi non è stato il nostro Comune Italiano, il Comune del Mezzogiorno e della Sicilia all'altezza della sua funzione, bisogna dividere le responsabilità, addossando la parte che vi spetta agli amministratori, che non hanno avuto la sufficiente preparazione o non si sono potuti elevare al di sopra delle acri competizioni locali; ma bisogna attribuire la sua parte a governi, che han sfruttato il campo della vita municipale come piattaforme politiche, inquinandone l'organismo e paralizzandone l'attività; bisogna pure dare la colpa ai funzionari, che non sempre né tutti han corrisposto alla loro nobile missione, perché non ne hanno sentito le responsabilità e non ne hanno avuto la sufficienza. Non voglio neppure dall'analisi di queste responsabilità sottrarre le popolazioni restie a quei contributi, che dando maggiori mezzi ai Comuni, fanno si che l'organismo municipale risponda a tutte le esigenze dei pubblici servizi. E oggi che molti servizi appartengono al campo misto delle competenze municipali e statali insieme, ed hanno come necessario presupposto la preparazione del personale tecnico e amministrativo, e si deve poter disporre di molti mezzi, non si può senza tale collaborazione fidente ottenere il necessario risultato del benessere cittadino. Onde al grido di riscossa sollevatosi a Parma nel 1901 quando si fondò l'associazione dei Comuni Italiani per l'autonomia e le libertà comunali ', ha fatto eco la voce dell'Associazione NaL'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani fu promossa dall'amministrazione comunale di Parma, soprattutto per l'iniziativa del consigliere socialista Ferdinando Laghi, professore di diritto internazionale nell'Ateneo di quella città. Nei giorni 17-18-19 ottobre 1901, nel salone del Ridotto del Teatro regio della medesima città, si tenne il primo congresso della nuova Associazione. Sturzo,


zionale del personale impiegato. Vero è che i Governi ancora tardano a dare quei prowedimenti che son necessari perché libertà municipale, responsabilità amministrativa e burocratica, e sistemazione finanziaria, procedano di pari passo nell'ascensione della vita dei Comuni. Ma ai nobili intendimenti degli amici della vita municipale han risposto le promesse del Governo, con la nota dichiarazione di Giolitti che sarà compito speciale della nuova legislatura il problema della vita dei Municipi. E sia così: noi dobbiam tributar lode, come Italiani, all'attuale rappresentanza nazionale e all'attuale governo di avere affrontato e risolto il problema della grandezza dell'Italia con la impresa libica; e tutti gli sforzi della nazione debbono rispondere all'importanza dell'impresa stessa. Così si chiude bene un periodo storico, il periodo del rifacimento finanziario e politico della patria nostra, passata per le prove dure della crisi finanziaria del 1880-90 e della crisi coloniale e militare del 1896, e delle convulsioni interne del 1898, allo sviluppo delle finanze, dei commerci e al riconoscimento dei suoi diritti sul mar Mediterraneo e Adriatico e sulle terre dell'Africa. E ben si maturano le sorti della patria con la prova delicata e possente del suffragio universale, per la più intensa partecipazione della vita dei cittadini aile amministrazioni pubbliche e all'agitarsi delle tendenze e deg17interessi delle classi e degli organismi sociali; e con la necessaria riorganizzazione della vita e della finanza municipale che è quella che tocca da vicino tutti noi, tutti gl'italiani nel più minuto della vita quotidiana. A ciò contribuirà l'elevarsi della classe burocratica, e l'assur. gere a dignità di funzionari di vera vita civile. E' evidente che la molla a ogni attività parte dal bisogno sensibile; ma è troppo poco se si contenta di rimuovere il disagio materiale chi non sente la spinta del dovere, il bisogno dell'ideale, la responsabilità della vita collettiva. assieme ad un altro democratico cristiano, Giuseppe Micheli, fu eletto nel consiglio diretiivo dell'Associazione nel dicembre del 1904, aila conclusione del congresso nazionale svoltosi a Napoli. SuU'Associazione, cfr. G. DE ROSA, La Storia dei Comuni dopo l'Unità, estratto dalla «Rassegna di politica e di storia » n. 93, luglio 1962.


In ogni esplicazione di vita umana vi sono i contrasti, le difKdenze, le esagerazioni e le difficoltà; ed è da uomini forti affrontarli con la serietà delle proprie convinzioni e non con la passionalità dei propri interessi. Alla nuova vita ascensionale della nazione preme che lo sviluppo delle attività municipali non sia inceppato dalle ristrettezze finanziarie in cui si dibattono i Comuni; non sia tormentato da formalismi esagerati, in cui si attarda lo sviluppo degli affari; non sia alterato da passioni politiche 3. I n ciò si vuole la cooperazione dei funzionari e degli impiegati, i quali se hanno il diritto a domandare migliore sorte economica, hanno il dovere di corrispondere alla loro missione con amore, zelo, intelligenza, attività. A questi ideali e nel nome della patria siano ispirati i vostri sforzi e i vostri lavori; onde mentre torno a compiacermene, ho ragione di bene augurare alla grandezza e all'avvenire della vita municipale italiana; cioè alla vita e alla grandezza della patria, che è formata dalle sue cento città, dalle sue mille castella, dai suoi ottomila comuni, dai cuori dei suoi quaranta milioni di figli che gridano Viva l'Italia.

3 Brano cancellato: « interne, né sia reso difficile dal funzionarismo mal retribuito ».


LA RIFORMA DEGLI ENTI PUBBLICI (f .S.)

I . Introduzione: Lo stato d'animo pubblico, e i mutamenti politici durante e dopo le guerre, ci debbono far guardare la questione della riforma degli enti pubblici non come una pura accademia, ma come un problema di vita. Bisogna delimitare i termini e la portata della riforma negli elementi di relatività di tempo e di spazio: e nelle caratteristiche speciali determinate dalle condizioni psicologiche delle masse. Nel periodo della grande riforma politica della rivoluzione francese e delle successive rivoluzioni nei diversi stati, in mezzo al fragor delle armi, la lotta era fra il principio assoliito e il libertario, e veniva concepita e attuata la nuova compagine sociale, sotto qualsiasi forma meccanica, nel principio della manifestazione libera e diretta delle singole volontà: detta perciò volontà popolare. E la lotta fu contro i privilegi degli stati, delle feudalità, delle corporazioni, della corona; insomma contro quello che presentava una forma e ragione di organicità sociale e statale. E doveva essere così perché qualsiasi organo, rispondente a determinate esigenze, col variar dei tempi e dei bisogni, o si modifica o viene meno. l Discorso manoscritto datato: Roma, 5 giugno 1917. Accanto al titolo Sturzo annota: « Relazione alle Giornate Sociali di Roma ». Dal 6 a11'8 giugno 1917 si tennero a Roma tre giorni di 'studio, promossi dali'unione Popolare, per delineare il programma sociale dei cattolici per il dopoguerra. Sui lavori e condusioni del convegno, cfr. « I1 Corriere d'Italia » del 24 giugno 1917.


Però contro il nuovo ordine di cose [sic] si basò troppo esclusivamente sopra un individualismo alla periferia e un meccanicismo al centro. Ne venne per forza di cosa uno stato panteista, pletorico, burocratico: un governo pesante, impacciato, lento nelle grandi iniziative e nelle grandi riforme; un potere esecutivo preoccupato continuamente della sua esistenza elettorale, che deve lasciare la somma delle sue attività in mano a organi irresponsabili e prepotenti. Tale sistemazione politica rispondeva a una condizione generale che era come un naturale portato dei principi liberali. Dovea non solo liquidarsi un passato assoluto, tirannico: nel quale, lo sforzo enorme dei governi nel primo cinquantennio consisteva nel frenare i moti per la libertà, per la costituzionalità, per l'unità. Doveasi (portata la patria a unità) procedere alla unificazione delle leggi, alla centralizzazione della forza, alla livellazione dei fattori sociali. Era naturale, che prevalso il sistema liberale - come portata politica universale - esso venisse affermato nella sua natura e nella sua finalità.

Nasceva contemporaneamente al trionfo dei principi liberali il w~ovimentosociale. Una tendenza necessaria verso la organicità spezzata e combattuta. I1 movimento era fondamentalmente economico: è la leva precipua delle masse e risponde alle condizioni naturali dell'uomo che dai bisogni elem[entari] va a quelli complessi, dai sensi all'intelletto, dall'esistenza all'azione, ecc. I l concetto sociale fondamentale, in ogni sua ragione e guisa, è quello che deriva dalla natura; ed essa ci da l'esempio di una forza organica indistruttibile, la famiglia. La lotta dei socialisti ha avuto diversi stadi, basati sopra l'affermazione di classe, nucleo sociale, organico, rappresentativo, indistruttibile. Però la classe elevata a principio assoluto è stato l'errore del socialismo, come l'individuo elevato a principio assoluto è stato l'errore del liberalismo.


Nella concezione della contemperanza dei valori individuali e organico-sociali sta la nostra dottrina immutabile, perché basata sulla natura, nei concetti assoluti di libertà, di giustizia, di dovere; e variabile nell'attuazione concreta contingente e pratica, secondo i tempi. Però questa contingenza, siccome è basata sopra il gioco delle forze umane, crea la lotta di tutti i tempi e la storia esteriore e intima dei popoli; e atteggia le istituzioni pubbliche secondo il prevalere di uomini e di correnti, che indicano l'alterna vicenda della forza, del diritto, nella organicità e divisamento sociale. Non è quindi il caso di sognare né la perfezione, né la immutabilità degli istituti sociali, al di là di certi elementi indistruttibili. Quante forme che prima caddero risorgono; e quanti istituti sotto altri nomi rivivono; e quelle cose che oggi crediamo indispensabili al vivere civile, domani saranno vieti organi, venuti meno per mancanza di funzione reale e viva. Una cosa la storia c'insepna: che l'individuo è condizionato nella sua vita dalla società; la società si svolge nei legami e negli aiuti che la natura stessa delle cose impone. 1) La società familiare, primo nucleo indistruttibile, che crea e assiste, perpetua l'umano genere; 2) La società piccola o grande del luogo dove le famiglie sono raccolte e unite, per lo scambio delle forze, dei prodotti del lavoro e per i contatti e lo svilupparsi di altre famiglie in perpetuo che si chiamerà villaggio, o borgata, o comune, o città, se fissa al suolo, tribù nomade se vive del gregge e della raccolta delle frutta spontanee del suolo, e che hanno un mezzo unico uguale di manifestazione o comunione, la lingua, il dialetto e simili; 3 ) Si forma naturale un centro di autorità, di difesa, di colleganza che deriva da tali elementi naturali; e che si estende a tutti i nuclei che una razza, una lingua, usi e costumanze comuni, rende vicini e uniti, nella difesa e nello sviluppo. E' il lavoro, base della vita individuale, che diventa ragione comune di vita sociale. I bisogni creeranno le forme; e non viceversa, e col mutamento dei bisogni si estendono le forze, si ampliano le forme, si moItiplicano gl'istituti.


Viene in gioco la lotta basata sulle forze e sul prevalere dei più validi contro i più deboli; delle società e degli organismi moltiplicantesi sulla terra. La società e gli Stati sono il prodotto naturale, necessario, fondamentale della vita umana. Così: la famiglia - il Comune - le classi - lo Stato, sono organismi viventi, reali, perenni attraverso tutte le forme della vita umana e sociale. Variano gl'istituti, ma non muoiono gli organismi, che danno la vita a questi istituti. Ciò premesso: senza dar troppo esagerato valore alle forme; tutti abbiamo il diritto di vedere, nel tempo e secondo le contingenze, attuati quegl'istituti, che meglio salvaguardino, sviluppino e coordinino gli organi naturali della vita sociale degli uomini secondo i bisogni e le esigenze dei tempi.

11. A) Stato - Oggi la concezione dello Stato, quale è nei criteri direttivi e nell'attuazione pratica, indica la somma dei poteri, la fonte di tutti i diritti, la ragione complessiva e sintetica delle nazioni e delle esigenze della società. Esso regola tutti gli organismi inferiori, ai quali partecipa una ragione specifica di poteri, se sono organismi pubblici, e sancisce i rapporti e condiziona la vita di tutti gli organismi e le ragioni private; ni ad arrivare all'individuo, che mentre lo assoggetta alle leggi della convivenza civile, lo fa fonte unica e precipua dell'autorità sociale. Reputo superfluo entrare nella discussione dell'origine dell'autorità e della sua esplicazione concreta. Andrei troppo lontano dal tema, e ripeterei quanto i nostri filosofi cristiani han detto e scritto sull'argomento. Del resto quando ho accennato agli organismi sociali puramente naturali, ho dato la ragione e la fonte di ogni diritto e dovere sociale. Noi oggi non discutiamo più sulle libere istituzioni statali, col fondamento della partecipazione alla vita pubblica di ogni forza e ragione individuale. Invece, secondando le forze della natura, cerchiamo quella riforma che meglio rappresenti e garantisca le ragioni sociali. I1 nostro organismo statale è basato sopra il fondamento delle forze concorrenti: Monarchia e Doppia Camera (Governo


responsabile e potere esecutivo), che rappresenti la prima la rappresentanza simbolica e sintetica e perenne del principio di unità e autorità; la seconda il principio delle forze popolari, o dinamiche, contemperate dalla forza del pensiero, del censo, delle tradizioni o conservatrici. Schema ideale, che ammette la cooperazione di tutte le forze alla ragione suprema del bene comune, che vige oggi come portato storico e come espressione di volontà collettiva, che attraverso ogni discussione e intemperanza, regge nel suo formalismo, e può continuare come tale a reggere per l'awenire. Però la pratica attuazione dà luogo alla vivace apprensione delle ragioni negative e delle debolezze insite nell'organismo statale. Monarchia costituzionale: monarchia assoluta, monarchia costituzionale, repubblica oligarchica, repubbliche democratiche. I1 principio cristiano è indifferente alla forma di governo; i cittadini no: essi hanno una storia e la vivono; oggi nazioni civili non seguon più i monarchi assoluti. E' periodo sorpassato dalle basi del viver civile, che la storia ha posto oggi: libertà ed eguaglianza. La Monarchia costituzionale vige in Europa; ha le sue benemerenze e i suoi difetti. Tipo Monarchie miste: storicamente esiste e non sorpassato; sarà sorpassato oggi dopo la guerra? Questione importante: stato militare e stato democratico. Indagini sui fattori della guerra.

Repubbliche oligarchiche: da escludersi, peggio delle monarchie costituzionali. Repubbliche democratiche: debbono rispondere alle condizioni del popolo. La questione della colonizzazione e delle truppe coloniali, e lo sviluppo degli stati dopo la guerra darà luogo ad un imperialismo? Sono adatte le repubbliche democratiche? America e Francia.


Questione di tendenza politica clericale o anticlericale del repubblicanesimo del secolo XIX. Questioni di mutamenti di regime quando vi è necessità e quando non vi è. Società internazionale. Conclusioni: obbiettivamente nulla osta. Nella pratica della vita nazionale la mia idea personale è che non convenga.

B ) Sistema bicamerale: Senato - Criterio teorico e criterio storico e pratico. Teoricamente sta bene, è una bella costruzione. Praticamente il vero potere risiede nella Camera che ha più forza e più vigore. Occorre quindi il contemperamento. I n Italia la Camera soverchia il Senato; la causa è la debolezza congenita del Senato. a) principio vitalizio; b ) nomina regia; C ) categorie; d) numero illimitato - poteri del governo; e ) [ ...l V questione finanziaria escluse. Precedenti storici per la riforma e timidezze da doversi superare. Occorre rafforzare l'istituto non per paura della democrazia, ma perché i governi abbiano una temperanza e un freno agli arbitri. Come criteri Pur conservando in parte la prerogativa regia, fissare il numero limite dei senatori, e dare agli organismi locali la elettività; quali le università, i consigli provinciali, i grandi comuni 3, e fissare il periodo di decadenza che non superi i 10 anni. 2

3

Parola ii.ieggib.de. Brano cancellato: « le rappresentanze nazionali delle classi a.


I1 principio dell'elezione organica. Questione della rappresentanza dei grandi organi finanziari e di classe: loro variabilità causa della poca organicità. Questione che tratterò in seguito.

C ) Camera dei Deputati Principi: rappresentanza popolare individuale. Discussione: 1. Inorganicità; 2. Mancanza delle minoranze elettorali; 3. Mancanza della rappresentanza proporzionale dei partiti; 4. Mancanza dei partiti; 5. Oligarchie locali; 6. Influenza nella vita pubblica. Questione preliminare: l'elettorato - suffragio universale: a) uomini analfabeti 21-30 anni; b) donne. Ammessa la rappresentanza individuale, che oggi non si può più discutere (concetto alle graduali trasformazioni; come si trasformi la società). Governo - governo parlamentare e non solo costituzionale principio democratico - mancanza di continuità e di direttive. burocrazia e politica estera segreta - società segrete e massoneria.

Riforme a) Sottosegretari tecnici responsabili permanenti?; b ) Politica estera parlamentare?; Semplicizzazione e responsabilità della burocrazia; d ) Abolizione delle società segrete; e ) scuola libera. Le questioni si riducono al collegio plurinominale, al voto plurimo, alla rappresentanza delle minoranze; alla rappresentanza proporzionale. Nel concreto: collegio plurinominale e rappresentanza delle minoranze. Correttivo. C)

111. Enti Locali Ripercussione della vita pubblica sugli enti locali. Principio organico. Decentramento e autonomia. Principi di

liberth.


Rappresentanza delle classi, presupposto e organicità di esse. Provincia a) riforma della portata dell'Ente: ragione politica, ragione sociale, ragione di decentramento e di economia; b ) riforma della rappresentanza. Escluso l'elettorato diretto, elezioni di rappresentanze o di secondo grado. Cioè : a) Comuni come rapp [ resentanti 1 dei cittadini; b) classi sociali - ragioni sociali; C) enti scolastici superiori.

Comuni a) autonomia - classifica - politica scolastica e sociale; b ) elettorato diretto. Coordinamenlo di forze Nuovo soffio alla vita pubblica. Spirito di *attivitĂ , di bene, di idealitĂ che possano vivificarne le forme e trasformarne gl'istituti.


LA LIBERAZIONE DI GERUSALEMME (f. 145, C. 18)

1. Introdzlzione: Le alterne vicende della immane guerra che da tre anni e più travaglia i popoli e insanguina la terra in mezzo a eroismi e disdette, lutti e glorie, per vie inattese e fuor!, di ogni programma religioso, hanno portato alla liberazione di Gerusalemme dal giogo musulmanno dopo 7 30 anni '. Esultanza dei cristiani e dei popoli civili, anche non credenti, per tutto il cumulo di memorie e di storia che racchiude il nome di Gerusalemme per i Cristiani, per i popoli occidentali, per i latini. L'esultanza non è disgiunta da speranze, da trepidazioni, da angoscie, che sono il pane quotidiano dei cuori; il che rende direi quasi più religioso e più mistico il sentimento che ci fa volgere a Gerusalemme, patria del nostro divino Redentore, « ove morì ove sepolto fue ove poi rimaste le membra sue D.

Opportunamente la Giunta diocesana, mentre domenica scorsa invitò i fedeli a cantare in Chiesa l'inno ecclesiastico di fede e ringraziamento, oggi ha voluto che mi rendessi interprete di quei 1 Discorso manoscritto datato 5 gennaio 1918. A margine del titolo SNZO annota: « discorso del Sac. L. SNZO in Caltagirone (Salone del Palazzo MunCicipale], 6-1-1918 D. Gerusalemme fu conquistata il 10 dicembre 1917 dalle ttuppe inglesi dell'Intesa comandate dal generale AUenby. Cfr. La capitolazione di Gerusalemme iii « L'Osservatore Romano » del 13 dicembre 1917.


sentimenti che animano i cristiani e insieme italiani al grande avvenimento. 2. Verso Gerusalemme si sono sempre volti i cuori dei cristiani da circa duemila anni, perché ivi è il centro della Palestina, dove visse il NCostro] Red[entore] in carne mortale, converso con gli uomini, centro della predicazione del Vangelo, luogo della sua passione, morte e resurrezione. I misteri si affollano, le sacre ricordanze vivono la perenne vita del Cristianesimo, nei suoi riti, nei suoi sacramenti, nel suo insegnamento, nella sua fede. I popoli vivono della loro tradizione e della loro storia, e protendono verso il futuro con la ferrea legge della conservazione della specie e del cumulo delle precedenti generazioni. .Casi si creano le città, la gente, la razza, il popolo ... l'elemento di civiltà. Sopravvivono Roma e Gerusalemme alle grandi e oscure antichità, per forza di una tradizione che si è sovrapposta ed ha elevato l'umanità: la religione cristiana. G[erusalemme] e Rtoma] centri di popoli speciali avanzò [sic] al centro di tutti i popoli; è l'umanità intera che protende verso questi due centri vitali. Ma a Roma, dopo i fasti terreni di un grande popolo, la luce viene da Gerusalemme: quia de Sion exivit lux et uerbum domini de Jerusalem. E Gerusalemme è vissuta nella sua tradizione cristiana da tutto il mondo cristiano, come se oggi fosse a noi presente quel che era duemila anni fa. La predicazione del Vangelo fa il miracolo di farci rivivere Gerusalemme non come una città morta; come i'grandi ruderi dei Cesari, come Pompei od Ercolano: ma come città vivente e presente. Accenni alla vita di Gesù. Questo viviamo nelle pitture dei nostri tempi; nella tradizione dei nostri padri; nei riti della nostra Chiesa; nei Sacramenti; nella preghiera e meditazione dei misteri della nostra fede (svolgimento). Questo ha animato attorno a Gerusalemme altri duernila anni di storia.


3. Rapidi accenni'alla storia di Gerusalemme nell'era volgare a ) Distrutta da Tito (anno 70) e trasmutato perfino il nome Aelia Capitolina, disperso fra le genti il popolo eletto; risorge dopo l'editto costantiniano col suo nome conservato dai vescovi cristiani di Gerusalemme; risorge con la invenzione della S. Croce fatta da S. Elena; l'abbattimento degli idoli; il ritorno del culto pubblico, ecc. Cade il tentativo di mezzo secolo dopo di un ripristino del regno d'Israele e del tempio fatto da Giuliano I'Apostata; rimane il Santo Centro della fede dei cristiani, dove S. Gerolamo, Santa Paola, S. Melania avvivano le pie tradizioni cristiane e di carità. Invasione maomettana - Grandi pellegrinaggi occidentali: Roma per Gerusalemme, Roma e Compostella - vessazioni - le repubbliche it[aliane] - AmaE - l'ordine dei cavalieri di S. Giovanni Elemosiniere e le Crociate - Gregorio VI1 e Urbano I1 - i concilii di Piacenza e di Clermont - Pietro l'Eremita: sono un'epopea - Franchi e Italiani avanti a tutti - Buglione e Tancredi (larghi accenni). Senso religioso e ragioni di civiltà che crearono le crociate fino alla gloriosa morte di S. Luigi IX di Francia (prima prigioniero e poi caduto di peste). Glorie italiane: gli ordini cavallereschi - S. Francesco di Assisi e la custodia di Terrasanta, le nostre marine di Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, linee di difesa contro i Musulmani - Adriatico, Jonio e Mediterraneo - le crociate: barriera valida della civiltà, occidentale e cristiana, che ha le sue epiche e tragiche glorie in Lepanto e Vienna - che fece dei Polacchi la forte barriera nordica contro i Turchi mentre Venezia visse la gloria delle sue armi e dei suoi commerci (Tasso).

b) La dominazione politica dei latini non resse per mille ragioni; quasi una disposizione provvidenziale volea lasciare Gerusalemme nel suo mistico manto, di città della preghiera, non più città di gloria terrena. Giacque però sotto la dominazione in-fedele: e solo attraverso trattati e convenzioni (rotte da malafede e da ira nemica) si andò formando uno stato di fatto, che ai cristiani di ogni comunità desse libero accesso; e si mantenesse at-


traverso le Missioni e le opere di Misericordia per i pellegrini vivo il contatto tra l'oriente e l'occidente. Sorse così e si affermò il protettorato francese dei cattolici d'oriente, che negli ultimi tempi tentarono insani laicizzatori di ogni memoria e di ogni gloria cristiana cancellare, ma che la Chiesa ha mantenuto, anche con recentissimo documento di pochi giorni addietro, come il simbolo di un legame che da eventi malvagi non deve essere rotto fra la Francia e la Chiesa, nell'unità delle tradizioni latine.. C)

E ragioni politiche, e non religiose, hanno fatto volgere

più volte e di nuovo oggi i popoli occidentali verso Gerusalemme. Quando era in decadenza il protettorato francese, e si temeva e sperava che la Chiesa lo abolisse, il Kaiser, con gran pompa, andò a Gerusalemme, e telegrafò a Leone XIII nel 1898 che aveva comprato il podere detto della Donazione della Vergine e l'offrì alla colonia dei cattolici tedeschi in Palestina. Tramava intanto col Sultano i legami di future intese, sognando quella sfera di iduenza che dal Baltico, attraverso Costantinopoli, Gerusalemme, Bagdad, potesse creare nuove vie di commerci e tagliare all'Inghilterra i contatti fra l'Egitto e le Indie e rafforzare quel pan-islamismo asiatico che è la più grande piaga della civiltà; e rendere ancora possibile il permanere dell'Islam in Europa, con Costantinopoli capitale della Turchia. Tutta la politica del secolo XIX dei popoli occidentali è una politica che converge verso oriente. Altre ragioni e altri metodi che non quelli dei secoli trascorsi, fu che fu franata la potenza della Mezzaluna, come fondamentale ragione di espansione di commerci e di vita, sotto l'assillo della necessaria forza espansiva dei popoli civili. Le colonie americane e australiane dell'rnghilterra, pur fedeli alla madre patria, hanno conquistato forza, autonomia; 1'America ha rivendicato a sé la sua vita, e si protende verso l'Europa, come a fonte mitica di vecchie civiltà; l'Asia ritorna nello sviluppo europeo come il campo di espansione, a ricercare nelle mistiche terre delle religioni e del misticismo, nella culla della nostra razza giapetica la forza di rigenerazione.


3. a) E la rigenerazione non può venire che dall'Asia: non dall'Asia Musulmana, non dall'Asia braminica o buddista, ma dall'Asia cristiana, da Gerusalemme. Come fatto d'armi, la presa di Gerusalemme non è certo la gloriosa liberazione del pio Buglione e dei suoi compagni; né dal punto di vista commerciale ed economico eccede la presa di qualsiasi cittadina di provincia; ma dal punto di vista civile, è il più gran fatto cui ci è dato di assistere nella inumana guerra che si vive. E' il soffio delle grandi idealità, che fanno vivere la vita dei popoli, che sono sintesi della loro ragione d'essere e di progredire. Sono le idee-forza che muovono gli individui come i popoli. Destano i grandi sentimenti, muovono verso la luce. Noi viviamo oggi una grande ora: nel 1914 ci siamo svegliati come da un sonno pacifico di mezzo secolo, e abbiamo visto che per un ritorno atavico la barbarie veniva a noi, come il prodotto di una civiltà. Strano contrasto! Anche noi imbevuti dall'idea panteistica dello stato (idea tedesca) e dalla ragione assoluta di razza e di dominio come elemento necessario di vita; anche noi dal positivismo e dal materialismo tedesco avevamo tratto teorie posticce, ordinamenti fittizi, mal assimilando con la nostra anima latina un diritto basato sulla forza, una forza basata sul numero, il numero accentrato nell'egoismo di un Moloch. La difesa del diritto delle genti violato nel Belgio, eroico ed immortale, la difesa di un popolo oppresso e calpestato come il Serbo, armò l'Inghilterra e la Francia cui un'aggressione nuova tentava fiaccare le generose terre. La patria nostra, memore delle sue tradizioni, nella difesa dei suoi diritti, nella affrancazione di tentato servaggio, anch'essa cercò nelle armi la ragione dei suoi diritti. Per quali vie, nel tumulto delle armi, la Provvidenza farà segnare un passo nuovo all'immancabile sviluppo dei popoli, non è dato a noi valutare oggi. Quante dolorose esperienze in tre anni.

375


E mentre i popoli latini tentavano cedere Costantinopoli all'autocrazia russa, novello pericolo alla civiltà, col pericolo di Gerusalemme in mano ortodossa; una rivoluzione inattesa, e senza voler essere religiosa, dà la libertà religiosa ai popoli. E mentre impazza la democrazia russa nel tradimento e nella guerra civile, tentano le vie di novelle conquiste democratiche i popoli civili; e mentre l'Inghilterra tenta la conquista e la difesa di altri imperi coloniali, cade Gerusalemme e ritorna in mano cristiana. Invano sarà versato tanto sangue, se esso non dà diritto al trionfo dei principi di diritto, di libertà e di religione, se esso non dà ai principii cristiani un nuovo fiotto di realtà e di vita nella loro affermazione. b ) Per questi principii Gerusalemme t un'idea-forza, è un simbolo. Gerusalemrne è la patria e il simbolo degli ebrei: la loro storia si appunta a Gerusalemme; popoli nomadi e oppressi, liberati da Mosé del giogo egizio; attraverso la lotta viva di popoli riitirni e infidi arrivarono con Davide a fondare la rocca di Sionne, la città di Gerusalemme, e con Salomone il tempio. Le oppressioni, la cattività, le lotte, sono attorno a Gerusalemme: il cantico della cattività è l'espressione più bella del pensiero patrio e religioso di quel popolo grande, che mantenne, attraverso le deviazioni e gli errori del politeismo, viva e perenne la tradizione monoteistica, e l'idea messianica della rigeneradone della specie. E' commovente leggere uno dei canti più sentiti di quel popolo: Super flumina Babilonis... (salmo 136). Sulle rive dei fiumi di Babilonia ivi sedemmo e piangemmo in ricordandoci di te o Sionne. Ai salci appendemmo in mezzo a Lei le nostre arpe perché ivi, domandarono a noi quelli che ci aveano menato schiavi le parole dei nostri cantici. E coloro che ci aveano rapiti dissero: cantate a noi un inno di quei che si cantano in Sionne. E come mai canteremo un cantico del Signore in terra straniera?


Se io mi dimenticherò di te o Gerusalemme, sia messa in oblio la mia destra. Si attacchi la mia lingua alle mie fauci se io non avrò memoria di te. Se io non metterò Gerusalemme al dissopra di qualunque mia allegrezza. Ricordati o Signore dei figliuoli di Edom i quali nel giorno di Gerusalemme, dicevano: distruggete; distruggete fino ai suoi fondamenti Figliuola infelice di Babilonia; beato colui che farà a te quello che hai fatto a noi. Beato colui che prenderà e infrangerà sulla pietra i suoi figliuoli.

E le pagine più gloriose del patriottismo ebraico sono la storia dei Maccabei, che preludiarono la caduta come popolo libero, e l'avvento del Cristo. Ma Gerusaleinme è l'idea-forza e il simbolo dei cristiani, nel contatto spirituale delle anime e nel significato celeste del suo simbolo. Gesù in terra per i credenti è Dio redentore: il suo insegnamento è amore e pace; la sua efficacia è grazia divina; Gerusalemme è la sposa, è la diletta: è l'anima di ciascuno, è la Chiesa che offre, trionfa e prega. Ad essa si rivolgono le ispirate parole di Isaia, come una profezia ed una realtà sacra: « Sorgi, sorgi, vestiti di tua fortezza, o Sionne; ammantati dei vestimenti di tua letizia, o Gerusalemme, città del Santo: perocché non passerà più in mezzo a te l'incirconciso e l'immondo. Alzati dalla tua polvere, sorgi; prigioniera Gerusalemme; scuoti dal tuo collo il giogo o schiava figlia di Sion... Voce delle tue sentinelle: alzeranno la voce e insieme canteranno laude; perché occhio ad occhio vedranno quando il Signore avrà a sé ritornata Sionne.


Rallegratevi e date laude insieme, o deserti di Gerusalemme; poiché il Signore ha consoIato il popol suo; ha riscattata Gerusalemme ». (1s. 52). « Sorgi, ricevi la luce, o Gerusalemme; perocché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te. Imperocché ecco che in tenebre sarà avvolta la terra, e in oscurità le nazioni; ma sopra di te nascerà il Signore e la gloria di lui si vedrà in te. E alla tua luce cammineranno le genti e i re allo splendore che nasce per te. Alza all'intorno il tuo sguardo e mira, tutti costoro si sono radunati per venire a te, da ]ungi verranno i tuoi figliuoli, e da ogni lato nasceranno le figlie. Tu vedrai allora moltiplicarti, si stupirà e sarà dilatato il tuo cuore quando verso di te si rivolgerà la moltitudine di là dal mare, quando possenti popoli verranno a te. Tu sarai inondata da una moltitudine di cammelli, dai dromedari di Madian e di Efa; verran tutti i Sabei portando oro e incenso e celebrando le laudi del Signore... Chi son mai costoro che volan come nuvole e come colombe al loro colombaio? Imperocché me le isole aspettano e le navi del mare, affinché i figli tuoi da rimoti paesi io conduca; E i figli degli stranieri e&cheranno le tue mura, e i loro re a te serviranno... E le tue porte saran sempre aperte e non si chiuderanno dl né notte, affinché a te sia condotta la multitudine delle genti, e sian menati i loro re; E a te verranno chini i figli di coloro che ti umiliarono; e le orme dei piedi tuoi adoreranno quelli che l'insultavano, e ti chiameranno la città del Signore, la Sionne del Santo d'Israele. Perocché derelitta fosti tu ed odiata: te io farò la gloria dei secoli, il gaudio di generazioni e generazioni! D. (1s.) 60). - E la visione apocalittica delia città santa ci dà l'immagine della Gerusalemme celeste, come termine del cammino di ciascuno di noi sulla terra, come premio alle affaticate umane genti, come ragione della Gerusalemme terrena, ove il sole è l'agnello di Dio, ove gli evangelisti, segnacolo di buona novella, insieme ai cori dei seniori, ai 144 mila segnati, alle anime degli innocenti


uccisi, che con le palme in mano giuocano sotto l'ara, cantano l'eterno cantico al Santo Santo Santo Signore Iddio degli eserciti. Venga e muova da Gerusalemme la voce cantata dagli angioli la notte quando apparve in carne umana il redentore: pace agli nomini di bziona volontà; la pace vera che è tranquillità nell'ordine, non oppressione, non violazione dei diritti delle genti, non sopraffazione dei popoli liberi, non barbarie basata sulla forza, ma la pace che sia il trionfo della giustizia e di quei principi cristiani di fratellanza e amore, per cui Gesù venne in terra, e mori; per insegnare ai popoli e alle nazioni ad amarsi fra loro.


LA QUESTIONE DEL LATIFONDO SICILIANO ' (f. 86, C. 226)

La questione del latifondo siciliano nella sintesi voluta dal Congresso dei sindaci di Girgenti, rimane a pih di un anno 1 Manoscritto senza data. Si tratta degli appunti che Sturzo inviò alla presidenza del X congresso cattolico siciliano, svoltosi dal 18 al 20 giugno 1918 a Catania. Sturzo era stato invitato a tenere la relazione sulla questione del latifondo, ma alla fine non poté partecipare. La lettera, con cui egli disdisse l'impegno, diceva tra l'altro: « (...) Noi cattolici abbiamo già fisso nei nostri programmi la meta: la costituzione della piccola e media proprietà, liberatrice ed elevatrice del proletariato agricolo, contro le tendenze di vano e improduttivo coIlettivismo che creerebbe veri servi della gleba nella costrizione politico-burocratica, alla quale si ribella il nostro spirito individualista e la nostra tendenza familiare. Ma dobbiamo fortemente volere che il governo, anche nelle ansie della grande guerra, prepari le prowidenze del futuro, e affronti subito il problema della viabilità e della bonifica delle nostre terre; richiami i proprietari al dovere del lavoro e della cura diretta dei propri campi, salvi l'agricoltura e la pastorizia siciliana daii'abigeato e dal pascolo abusivo, affronti con validi mezzi il risanamento antimalarico. Questo programma deve essere sentito prima da noi e fortemente voluto e fortemente vissuto, come contenuto pratico e politico delle nostre organizzazioni agrarie, dei nostri Municipi, delle nostre Province. E mentre attendiamo che tornino con la vittoria e la pace i nostri frateili dal fronte, prepariamo loro non la strada per le Americhe, ma Ia vita nel proprio Comune, nel proprio focolare, sulla terra che è nostra, sulla terra della nostra isola del fuoco. Scusino gli amici, se nelì'assenza forzata dal Congresso e per me penosa, per me che dal 1895 vivo l'azione cattolica siciliana come mia vita, e ad essa ho consacrato tutte le mie forze, oggi scrivo così a lungo: il vivo desiderio di essere in mezzo a voi, e sentire gli entusiasmi e i fremiti dej nostri Congressi, pieni di propositi forti e virili, pieni di fede nel programma di rigenerazione cristiana della società (...) ». A.L.S. f. 86, C. 231; la lettera venne interamente pubblicata nell'opuscolo Giornate Sociali e X Congresso


di distanza senza aver fatto un passo verso una possibile solu-

zione *.

Fu costituita una Commissione ministeriale per i demani del Mezzogiorno, della quale si ignorano i lavori: non vi è alcun rappresentante della parte cattolica, né come tendenza democratico-politica, né come rappresentanza, né come elemento tecnico. a) La questione della viabilità agraria e vicinale, che è capitale, è stata solo agitata dall'Associazione dei Comuni italiani 3, si spera fra poco di avere un buon decreto, che consenta l'inizio di una grande riforma; regionale. Catania 18-20 giugno 1918, a cura dell'unione Regionale Sicilia, Palermo 1918, di cui una copia in A.L.S., f. 49, C. 534. 2 Su iniziativa del sac. Michele Sclafani, pro-sindaco di Girgenti, il 6 gennaio 1917 ebbe luogo nella stessa Girgenti un convegno dei sindaci siciliani per dibattere i problemi ~conomicidell'isola nel dopoguerra. Durante i lavori del convegno, Sturzo ed Eugenio Fronda, dirigente cattolico di Girgenti, presentarono quest'ordine del giorno: « I1 Congresso dei sindaci siciliani afferma che sia doveroso e necessario affrontare oggi pel dopoguerra il problema agrario per la colonizzazione interna deiia Sicilia, avviando a una soluzione organica la questione del latifondo, sia con misure che rendono possibile la trasformazione deiia grande coltura granaria ed armentizia laddove non è possibile né utile il frazionamento, sia creando l'istituto dell'enfiteusi speciale per quei latifondi che possono utilmente quotizzarsi e trasformare a coltura intensiva, sia agevolando i contratti di affittanza a lunga scadenza; tali provvedimenti devono essere ragionevolmente coordinati con atti che rendano possibi!e lo sviluppo della cultura granaria come bonifiche, rimboschimenti, corsi d'acqua, serbatoi, viabilità vicinale, trazzere, lotta contro la malaria, valorizzando al massimo grado la potenzialità dell'agricoltura e della cerealicoltura; e invoca dal Governo solleciti provvedimenti per la soluzione del grave problema del latifondo che soffoca lo sviluppo agrario deii'Isola detto granaio d'Italia, costringe i nostri validi contadini ad emigrare in America ed alimenta la triste piaga deli'abigeato; invita le Società agrarie ed i Siciliani tutti ad una forte e persistente agitazione perché il Governo provveda almeno pel latifondo compreso infra i cinque chilometri di raggio dali'abitato di tanti Comuni che ne sono soffocati D. Cfr. Giornate Sociali e X Congresso Regionale, cit., dove l'ordine del giorno presentato a Girgenti venne richiamato come la piattaforma fondamentale delia politica agraria dei cattolici siciliani. 3 Probabilmente Sturzo si riferisce al I X congresso dell'Associazione nazionale dei Comuni, celebrato a Palermo nel maggio 1910, dove venne affrontato il problema della viabilità comunale, specialmente nel Mezzogiorno. Cfr. la relazione di Sturzo Il problema della viabilitd comunale specialmente nel Mezzogiorno, in L. STURZO,La Croce di Costantino, ut., pp. 325-335. I1 tema fu ripreso dall'dssociazione con un progetto di legge e con vari ordini del giorno presentati al governo.


b) Le leggi contro l'abigeato e contro il pascolo abusivo, protettive dell'agricoltura e pastorizia sono ancora da applicare sul serio '. cl Le bonifiche e il problema della sistemazione idrica della Sicilia sono ancora aspirazioni. d ) La lotta contro la malaria non ha avuto lo svolgimento necessario. Questi elementi sono assolutamente necessari alla soluzione del problema della colonizzazione interna della Sicilia. Ogni prowedimento giuridico-sociale che non abbia avuto le provvidenze tecniche non potrebbe riuscire che una delusione.

,

Con questi presupposti, la questione del latifondo siciliano ha due aspetti: quello dell'unità agraria, che può essere più o meno vasta, secondo il tipo dell'azienda, la distanza dall'abitato, la condizione favorevole alla trasformazione; e quello della coltura, se cerealiera o arborea o mista. La trasformazione del latifondo in piccola o media proprietà non può venire con una semplice imposizione esterna e di legge, ma deve essere il risultato dinamico dello sviluppo agrario-sociale, che deve essere agevolato da leggi e da provvedimenti. Occorre perciò a ) procedere per gradi, e per modo di naturale invasione dal centro abitato alla periferia; b) essere aiutati da istituzioni economiche agii e insieme forti; C ) preferire il tipo agrario-giuridico rispondente alla regione, alle tradizioni, ai bisogni locali, come sarebbe per la Sicilia I'enfìteusi.

4 Nel 1916, Sturm fu tra i più attivi promotori di un prowedimento iegslativo - emanato nel settembre dello stesso anno che dichiarò reato pubblico il pascolo abusivo nel Mezzogiorno. Cfr. la lettera di Sturzo del 3 luglio 1916 al ministro dell'agricoltura Raineri, A.L.S., f. 42, C. 218.

-


d ) mettere in grado lo sviluppo della piccola proprietà derivante dalla divisione dei latifondi di potere reggere alia lotta economica e superare le difficoltà della trasformazione fino al periodo veramente redditizio compensativo. E poiché l'emigrazione dopo guerra, l'altezza dei costi, I'avvilimento della moneta avranno una enorme ripercussione nell'agricoltura, specialmente nella cerealicoltura siciliana, che è poco redditizia e molto povera; il problema non si presenta di facile soluzione, e non si deve prospettare come l'eldorado dei contadini. Deve però essere affrontato, studiato e risolto.

I cattolici hanno d'uopo costituita una Commissione detta per la colonizzazione agraria - usi civici e domini collettivi, che ha sede in Roma, la quale si occupa in modo speciale di questi problemi; ed è dovere dei cattolici studiarli e affrontarli perché l'opinione pubblica non sia deviata da tendenze demagogiche antitecniche, che poi possono portare delusioni e danni economici e politici. Ma in Sicilia l'obbligo grave è quello di affrontare il pro- , blema nella sua realtà. Occorre un istituto di credito fondiario a larga base che abbia per scopo lo sfruttamento del latifondo e la sua trasformazione agraria; occorre che nell'invocare i provvedimenti governativi si abbia un piano concreto di riforme e di proposte non solo; ma i mezzi per iniziare questa opera di redenzione agraria. Su queste linee proporrei il seguente ordine del giorno '. Questo i'ordine del giorno inviato da Sturzo: « I1 Congresso, ritenuto che è dovere sociale sia dei pubblici poteri che del popolo organizzato cooperare insieme perché sia subito affrontato e risolto il problema sociale del latifondo siciliano con serietà di propositi e propotzionalità di mezzi; e che sia dovere degli stessi siciliani senza pregiudizi di classe additare la via pratica rispondente allo scopo, tenendo di mira l'aumento deiia produzione agraria e il benessere del popolo; ritenuto che la soluzione di tale problema influirà notevolmente a regolare i'emigrazione post-bellica deiia classe agricola, senza esagerate coartazioni legali, determinando un più fattivo e operoso impiego di mano d'opera verso la terra, fa voti: 1. che nella Comm[issione] Min[isteriale] per i demani del


Mezzogiorno siano chiamati a farvi parte gli esponenti delle organizzazioni agrarie siciliane, con rappresentanza delle diverse correnti e dei vari interessi, perché la voce viva degli organizzati non manchi in mezzo agli esponenti della burocrazia e del parlamento. 2. che nel proporre le opportune riforme giuridicosociali la Comrn[issione] Min[inisteriale] tenga presenti le diverse condizioni di fatto e di tradizioni delle varie regioni meridionali, evitando Ia dannosa uniformità di leggi e di regolamenti; 3. che si dia subito mano alle opere di viabilità nuale prowedendo con lavori utili e urgenti durante il periodo della smobiiitazione, al vero e reale vantaggio dell'agricoltura, che non potrà essere trasformata senza le strade agrarie. 4. che si facilitino con congrui premi e con validi concorsi e con disposizioni coattive le costruzioni di case coloniche e di stalle; la bonifica dei terreni acquitrinosi, la regolarità dei corsi di acqua e le altre forme protettive contro la malaria, da rendere possibile l'abitabilità dei latifondi. 5. che s'inizi lo smembramento a concessione enfiteutica del latifondo a semplice cultura estensiva, attorno ali'abitato, sia dando agevolezze a proprietari e a società agrarie, sia fissando termini per i miglioramenti opportuni, sia prowedendo anche con forme coattive alla censuazione di terre mal coltivate per l'assenteismo dei proprietari ». Manoscritto senza data, A.L.S., f. 101, C. 92. I1 manoscritto probabilmente 6 incompleto, perché lo stesso ordine del giorno, pubblicato in Giornate Sociali e X Congresso Regionale, cit. ,pp. 19-21, comprende altre proposte sulle modalità di acquisto delle terre incolte e sul problema granario.


LA RESISTENZA SPIRITUALE l (f. 145,

C.

20)

Signore e Signori, al quarto anno di una guerra immane, quasi fra tutti i popoli civili, nelle ansie e nelle speranze, vissute con i1 più vivo affetto alla patria nostra, sentiamo di tanto in tanto il bisogno spirituale di ritornare su noi stessi a darci ragione della nostra condotta, a farci quasi un esame di coscienza, se nella più salda cooperazione di attività, forza, opere e sacrifici, noi siamo stati pari d'altezza del compito, pronti alla voce del dovere, nel più alto, nel più nobile significato che ha tale parola, per clii sente e comprende. Non sappiamo se la voce della nostra coscienza abbia sempre risposto con perfetta sicurezza e serenità, e se non abbia rimesso alla indagatrice memoria ricordi di atti di debolezza, per sfuggire alle noie e alie privazioni che ci sono state imposte, a desidie [sic] e accidiose ripulse di collaborare con ogni zelo a sanar piaghe sanguinose, ad assistere madri e orfani doloranti, a contribuire col denaro o con l'attività a quanto il fervente spirito patriottico e cristiano ha saputo far fiorire di opere di assistenza, di protezione, di solidarietà, in mezzo agli orrori e alle agitazioni della guerra. 1 Discorso manoscritto datato 27 giugno 1918. Alla fine del testo si legge: Pesaro, 30 giugno 1918 D. Sturzo pronunciò questo discorso anche a Roma, negli ultimi giorni di giugno, e a Milano, presso il circolo Pro Cultura », il 30 luglio. Cfr. << L'Awenire d'Italia D del 6 luglio 1918 e <( L'Italia » del 31 luglio 191.8.

C


La somma totale o meglio la sintesi specifica, che è prodotta dal ripetersi e dall'intensifìcarsi degli atti ispirati a patrio dovere, a civica disciplina, a solidarietà sociale e a cristiano fervore, ripercossi ed elevati di potenzialità, come luci tra specchi di fronte allo scambio delle rifrazioni, danno tutto il senso e il tenore di'una vita nuova che viene creata sopra la vecchia trama delle abitudini e delle concezioni sorpassate e vinte, nel gigantesco sforzo che occupa e contiene lo spirito umano. Parlare oggi di resistenza spirituale, al quarto anno di guerra, nelle alterne vicende militari, e nella concorrente e parallela azione civica e nazionale, riesce come un'elaborazione mistica di un pensiero vissuto tra i fremiti, le angoscie, le ansie, le gioie, le speranze; rilevandone quanto può superare la materiale concezione della forza voluta come fine e ragione ultima della convivenza umana, e quanto può polarizzare nella sua concezione dinamica, idee, affetti, ragioni superiori di vita e di sviluppo sociale. Su queste linee tenterò l'analisi dello sviluppo collettivo della nostra nazione, nell'attuale fenomeno della guerra, come motivo e tendenza a quella unità di animi, che genera e feconda la resistenza spirituale nella compagine sociale; grato a coloro cht, invitandomi, han voluto questa unità di intenti affermare al di sopra di tendenze e di partiti, che oggi debbono saper superare, nel più concorde sforzo, motivi di contrasto e ragioni di lotta, nel nome della patria.

Per mezzo secolo di unità nazionale, dopo le epiche lotte del risorgimento, epilogo di un processo storico prevalentemente della borghesia di ogni parte d'Italia, non si era dal popolo vissuta una ,guerra nazionale, che chiudesse in sé le sorti e l'awenire intero deila patria, e che tutte le più intime energie della nascente nazione eccitasse e determinasse nello sforzo supremo della lotta per la vita. E mentre altri popoli, viventi di tradizioni e di storia, le quali cementano l'unità dello spirito, potevano, attraverso forti, gloriosi e dolorosi eventi, ricordare e rivivere col pensiero grandi battaglie e decisive, lunghe estenuanti guerre di difesa e di offesa per lo sviluppo e il divenire di popoli della medesima stirpe e


razza e usi e costumi e religione; a noi fino a dopo l'epoca napoleonica non era dato, nell'agitarsi di popoli e di nazioni, vivere una vita una e coerente in ogni parte e sviluppantesi attorno ad un principio di unificazione morale e politica, sin da quando balzate fuori dal Medio Evo papale e imperiale, comunale e feudale, le monarchie possenti, crearono le glorie della Spagna, della Francia e dell'Austria a noi vicine, che fecero dell'Italia campo di guerre e meta di conquiste. Le antiche gloriose storie delle nostre repubbliche marinare, Venezia e Genova, Pisa, Amalfi, lo sviluppo di ricchezza e potenza e arte di Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Milano, Ferrara, le lotte del Papato e l'impero che segnano nomi gloriosi: Canossa, Legnano, Alessandria, Venezia; la vita stessa dei Comuni nel loro fiorire di arti e di potere, di libertà e di studi, han dato alla nostra terra una storia e una vita di centro del mondo civile, che i Romani conquistarono con le armi e il diritto, che l'Italia conservò con il papato e la civiltà, divenendo così il campo permanente di contatto fra i popoli, di irradiazione di civiltà, di potere morale, di attrazione e di sviluppo civile e religioso. Ma quando il ciclo storico di queste forze polarizzate in Italia, per mille ragioni, andavano concentrandosi in densi e permanenti nuclei di popoli; quando la scoperta delle Americhe verso nuove terre orientava emigrazioni e commerci; quando più possenti mezzi di comunicazione e di sviluppo a forme politiche accentratrici e coalizzatrici meglio rinsaldava gli interessi e gli ideali delle nazioni, sia pure confusi con i diritti delle famiglie regnanti, simbolo di forza e di unità allora valido e sacro, nel soprawivere di signorotti prepotenti, di baroni indisciolinati, rli soldatesche di mestiere e di ventura; allora l'Italia anch'essa ebbe i signorotd sulle vecchie repubbliche comunali, i soldati di ventura e i fasti delle corti; ma ebbe pure stranieri dominatori e fu serva nei suo splendore e divenne povera; e accentuò i contrasti e le guerre interne, dividendo con insormontabili barriere i popoli che natura insieme unì in confini segnati da essa dalle Alpi al mare. E' solo questa per noi la prima guerra nazionale nel senso completo della parola, il grande esperimento della nostra vita di giovane nazione, il momento sacro e tragico della vitalità e della esperienza.


La storia ha visto grandi sacrifici umani, olocausto alla ragione cieca della forza, città perire sotto l'impeto barbarico invasore, popoli intieri deportati schiavi, obbligati a lasciare le terre dei padri loro; migrazioni e fughe di intere colonie sotto la pressura della spada fiammeggiante del nemico; mai però ha assistito a uno sforzo così immane di milioni e milioni e milioni di uomini in armi, che concentri l'intera civiltà delle razze evolute, con un simultaneo sforzo di mezzi bellici formidabili, di crescente ognora attività di produzione di armi, appoggiate a laboratori scientifici, a vaste organizzazioni di lavoro, a immenso incalcolabile impiego di uomini e di danaro, di ingegno e di arti, elevand o lo sforzo alla potenza di titani e di giganti nel sogno febbrile che scuote i cardini del mondo. I n questo crogiuolo di energie, in questo cataclisma di forze, c'è anche l'Italia, l'Italia ieri divisa, appena da mezzo secolo politicamente unita, senza vere tradizioni belliche del popolo chiamato tutto a combattere e a lottare, senza tendenze imperialistiche, che si fossero vissute nella nuova sintesi nazionale attraverso una storia immediata di conquiste e di dominio, senza quella preparazione e quelle tendenze che creano nell'attesa di eventi preveduti e voluti il convincimento della necessità, del dovere, della volontà collettiva, come la meta allo sforzo, come il fine all'atto. L'Italia da più di tre anni combatte in una guerra di popoli, in alleanza con altri, elaborando e rifacendo la propria anima, nell'unità di sforzi e di intenti per il proprio avvenire.

Questa elaborazione spirituale dell'anima di un popolo non è, non può essere sforzo di parole vuote, vane e retoriche, non esercitazioni esteriori, non coazione di pensiero e di intenti, è invece vero dinamismo di vita. E come tutte le ragioni dinamiche partono dalla profondità dell'essere, e con esso, neìl'esercizio di tutte le attività, si confondono, e neli'attrito delle cause di resistenza trovano il mezzo allo sviluppo che si chiama vita; così vita riesce ad essere quella più larga e più intensa coesione di animi, quella collaborazione di sforzi, quella coordinazione e


disciplina di energie, che crea il popolo dove era la plebe, che forma la nazione dov'era semplicemente la moltitudine. Dopo la nostra unificazione la vecchia frase che fatta l'Italia si dovean fare gli Italiani, era come un programma imposto ai governanti, alle classi dirigenti, agli educatori, agli uomini di pensiero. Certo, attraverso dolorosi esperimenti, incertezze, lotte intestine, debolezze, inesperienze, a non dire altro, si era potuto ottenere una concezione generalmente vissuta di patria e di nazione, come formule ognivalenti: e come prima dell'unità nazionale la parola Italia non era nel cuore di molti una espressione geografica, ma un'entità spirituale, questa parola, fecondata da tanto sangue e da tanti sacrifici, divenne subito il segno di unità spirituale, la ragione collettiva di coesistenza e di vita. Però, a voler fare bene l'analisi del nostro passato, è da riconoscere vero sotto diversi aspetti, che bisognava fare gli italiani, nel senso di quella disciplina coerente e di quella energia spirituale, di quella generalizzazione di sentimenti unificatori che mancavano tra le diverse classi, tra i diversi partiti, tra le diverse regioni d'Italia. Non sarò io a non riconoscere la funzione e la necessità dei partiti in un regime democratico-parlamentare; né sarò io ad attenuare le ragioni storiche e le esigenze morali ed economiche delle classi lavoratrici; né a mettere in discussione le ragioni politiche di governo sia di fronte alle une e alle altre, sia nella valutazione dei bisogni e delle attività delle diverse regioni: però un malessere profondo minava la nostra compagine statale, e si ripercuoteva nel resto della funzionalità collettiva, malessere che non poteva essere superato dall'abbondanza di ricchezze nazionali, mentre la crisi economica incombeva, né dalla tradizione storica vivente, che diventa preformazione [ ? ] e attitudine, né da potenzialità internazionali, sì da elevare il tenore delle nostre aspirazioni con tendenze spiccatamente di espansione e di conquista, che non rispondevano alle forze e al carattere del giovane regno. Le nazioni sono come gli individui: per muoversi e conquistare la propria personalità hanno bisogno di uno scopo determinato da raggiungere come meta principale definitiva o come punto di arrivo, per altri maggiori scopi; la comprensione del fine quanto più è viva alla conoscenza, tanto più avvince la volon-


tà, e in rapporto determina l'uomo al lavoro e alla lotta. La conquista o interiore su sé stesso o esterna sugli uomini e le cose che ci circondano, è termine e spinta dell'attività, è forza eccitatrice e coordinatrice di sforzo e di lavoro, di affetti o di tendenze. Così. è per una nazione. Essa tende a perfezionarsi all'interno nella elaborazione delle leggi, nello sviluppo dei propri istituti, nel miglioramento delle energie produttrici nel campo intellettuale e morale come nel campo economico; essa tende a espandersi all'esterno, a conquistare quei centri e quelle sfere di influenza morale, politica, economica, che rispondono alle esigenze e allo sviluppo necessario in rapporto alla popolazione e alla ricchezza e alla potenzialità propria. L'una e l'altra meta saranno elementi unificatori, a patto di essere visibili, sentiti, vissuti nella misura che la realtà stessa impone ad un popolo. Quando sui fini o sui mezzi principali a conseguir tali fini vi è discordia, o incertezza, o impreparazione, o svalutazione, o insufficienza di forze, allora, pur ammettendo l'antiveggenza di pochi e quindi la necessaria sovrapposizione di questi perché, ove ii caso lo richieda, possano imporre l'ordine delle proprie idee, manca di sicuro l'unità sentita, spontanea, efficiente degli animi; manca quindi la spinta collettiva, che viene polarizzata, valorizzata, elevata nei momenti di sintesi veramente reale e vissuta. A noi italiani, dopo la grande sintesi dell'unificazione nazionale, è mancata una polarizzazione decisiva delle nostre attività: l'espansione coloniale ci trovò timidi, incerti ai primi passi: ci si arrestò alle prime gravi difficoltà; si tentò la Libia, molto dopo che a privarci della Tunisia concorsero nostre incertezze, mancanza di abilità e immaturità politica. L'irredentismo per le terre italiane soggette all'Austria, vecchia bandiera cara ai nostri giovani anni, divenne aspirazione vaga, smarrita nella rettorica, non fu secondata dal governo e non fu favorita dagli ambienti dirigenti, per quella triplice alleanza che segnò la rotta della nostra politica estera per oltre un quarto di secolo. La cultura nazionale, che poteva da sola, elevata, dare un senso di unità, non fu diretta a creare in noi la coscienza nuova italiana: prevalse l'impostazione straniera di metodo e di mate-


ria: le università si intedeschizzarono, il materialismo scientifico e il materialismo storico passarono per conquiste di pensiero; la guerra alle tradizioni spirituali fu bandita, come a garantire l'unità della patria, che in un primo periodo si volle confondere con la lotta antireligiosa e antiscientifica alle gloriose tradizioni spirituali che ci univano agli spiriti magni veramente latini, Leonardo, Dante, Tommaso D'Aquino. I1 movimento sociale, bandito in nome dell'internazionale, ebbe dall'estero l'ispirazione teorica, principalmente dalla Germania: diffuse nelle masse, non ancora mature al senso di vita nazionale, il contrasto verso le classi dirigenti, come un contrasto antagonistico irriducibile con 10 stato, espressione organica della nazione; le tendenze di giusta espansione coloniale appellarono imperialismo; le esigenze di avere un esercito contrastarono come spese improduttive; lo sviluppo delle industrie fu tardato dal contrasto accanito fra capitale e lavoro; la visione di una nazione forte. e rispettata veniva confusa, nella miopia ingenita dei dirigenti, con la megalomania impari alle forze reali. La deviazione del pensiero sociale e la mancanza di politica precisa e di una mira programmatica degna della nuova nazione mediterranea, ingenerò la politica del caso per caso, il governo incerto e oscillante, gli adattamenti e trasformismi; e polarizzò le energie dei cittadini nelle lotte di partito, per la conquista delle amministrazioni pubbliche e dei collegi elettorali, come finalità precisa e tangibile del popolo libero, come somma di poteri e di forza, conie ragione di essere e di vivere, dividendo e localizzando tendenze e partiti, frazionando forze e attività ', mentre una folla anonima cercava la via delle Americhe per redimersi col lavoro. Così la politica agraria e industriale, fiilcro di una nazione, non ebbe quasi svolgimento; e la colonizzazione interna rimase ai tentativi, e le grandi riforme si rimandarono di decenni in decenni, in sterili discorsi e in rumorose sedute nelle aule legislative, che pure avevano in pritno tempo ispirato i propri atti a senso di maggiore realtà e a più concreta mira di fini raggiungi-

* Brano cancellato: c< speculando sulle miserie e sulle sofferenze di un popolo anonimo, che dovette cercare la via ».


bili e valutabili. Non è estraneo a questo stato di incertezze il periodo di crisi economica attraversato dalla patria nostra, in condizioni molto difficili, per cui la tendenza del pié di casa, la necessità di evitare motivi di impari guerre con l'Austria, il dovere di non rimanere isolati nel concerto europeo, lo sforzo di valorizzare le energie latenti e di rimarginare le piaghe dei passati governi e delie guerre del risorgimento, diedero, in mezzo alle incertezze, un programma penoso, che però non arrivò mai né mai poteva arrivare a divenire sentimento e forza nella unificazione delle coscienze operose. Ciò nonostante, cinquant'anni di unità e le pacifiche libere conquiste nel campo delle industrie e dei commerci, il risveglio di nuove energie, il riflusso di attività, che veniva dalla nostra gente emigrata, il benessere generale, dopo le crisi superate, lo stesso s f o r ~ oper la colonia libica, davano il senso onesto di avere attraversato lungo e aspro cammino, di aver superato la prova del fuoco della nostra unificazione, e di tentare più larghi .orizzonti, con una sicurezza di noi stessi mai dinanzi avuta. Ma i prodromi della grande guerra già si sentivano: la minaccia, non esattamente preveduta, ogni tanto dava il motivo di preoccupazioni e di timori; e scuoteva i cardini dell'Europa il rombo della tempesta. E' venuta: non noi, non la Francia, non l'Inghilterra, eravamo preparate al grande evento; non l'avevamo premeditata la guerra, come una fatalità nazionale, anzi l'avevamo deprecata come un disastro, come un arresto di tutte le energie, un'ecatombe di vi.te umane, un ritorno della civiltà alla barbarie. Altri la volle e la impose; la volle con la lontana antiveggema dei suoi filosofi e dei suoi storici, con la produzione delle sue armi e la preparazione dei piu sviluppati mezzi bellici, con la sua volontà di espansione e di impero. Dai parlamenti han tentato e tenteran la Germania e 1'Austria rigettare su altra nazione la colpa della guerra: la Russia e l'Inghilterra sono per esse le indiziate. Nessuno potrà mai distruggere, per quante ricerche si faccian negli archivi di stato, per quanto si voglia sottilizzare sulle ore e sui minuti delle tragiche notti della fine di luglio 1914, nessuno potrà cancellare tutto il lavorio di preparazione, di meditazione per precisare i giorni e l'occasione quando la Germania avrebbe potuto facilmente avere


ragione dell'Inghilterra, in una lotta impostata come lotta di egemonia. Ogni nazione ha preso posto in questo conflitto, come la sua vocazione, i suoi interessi, la sua ragione di esistenza dettavano in quei momenti nei quali un minuto vissuto era un secolo: il Belgio, il piccolo, il glorioso Belgio, si offerse in olocausto per salvare la sua autonomia, e per impedire il primo esercizio violento della forza contro il diritto. Così il conflitto fu impostato. Quando noi dell'Intesa affermiamo che si lotta per la libertà, per la giustizia, per la civiltà, non facciamo parole roboanti, vuote di senso, per coprire merce di contrabbando: noi riassumiamo in motivi ideali, nobili e grandi tutti i fatti che precedettero, diedero origine alla guerra, che si trascina attraverso fasi di straordinaria e impreveduta portata: noi facciamo un giudizio sintetico delle cause e dei fini della guerra. Nessuno può contestarci questo diritto quando pensiamo a chi ha provocato il conflitto, quali le piccole cause apparenti, quali le grandi cause ingenite e profonde. Non diremo, e sarebbe ridicolo, che le cause remote della guerra non potevano trovarsi in tutte le nazioni; il fatto stesso che tutte le grandi nazioni basavano il loro potere e la loro difesa terrestre e marittima sugli eserciti e le armate, che la corsa agli armamenti aumentava sempre più, che nuove invenzioni e nuovi tipi venivano creati, le leve militari obbligatorie, meno in Inghilterra che dalla natura avea la difesa più forte, il mare, sono tutti un argomento tanto per la guerra che per la pace: il vecchio motto si vis pacem para bellum dava la ragione costante di tendere all'equilibrio: equilibrio che valeva essere meglio garantito dal Tribunale dell'Aja, come un mezzo di evitare i conflitti. Ma il giorno che sembrò l'equilibrio rotto, e che sembrò maturo alla Germania lo sforzo di una rapida e completa vittoria (vana illusione infranta dal Belgio generoso), quel giorno fu dichiarata la guerra. Non c'importa sapere oggi se i telegrammi tra Berlino e Pietroburgo furono tardi a chiarire la situazione' o :se la Russia fu la prima alla mobilitazione: dettagli che per noi son chiari, e che la storia futura sciuperà volumi a chiarire 3; noi Brano cancellato: « l'equilibrio delle forze fu rotto dalla Germania ».


rileviamo tutto il metodo dell'aggressione voluta e premeditata, nella concezione del valore della forza, come decisivo potere in una società civile, da applicarsi al momento quando il disquilibrio delle forze può dar ragione all'aggressore. Quali gli scopi della guerra da parte dei nostri nemici? Durante quattro anni, più volte han cercato di precisarli in formule: diritti storici, espansione coloniale, libertà dei mari sono le ultime affermazioni in tono minore di Kuhlmann ': ma sotto le formule, sintesi verbale di determinati momenti, secondo le fasi belliche e la situazione interna dei popoli, c'è tutto il vecchio programma di egemonia europea e di espansione coloniale che si voleva imporre con la forza più che conquistata con le attività dei popoli sorrette dalle arti di governo, nella giusta misura dello equilibrio politico. Certo, sarebbe ingenuo credere alla fraternità assoluta dei popoli, nella ricerca delle sfere di influenza, nella conquista dei mercati, nello sviluppo di ogni attività, che i maggiori, i più ricchi, i più forti eserciterebbero, oggi in concorrenza e in contrasto, domani in intesa e in alleanza, assorbendo o sviluppando aliene energie, con uno scopo preciso, il proprio maggiore vantaggio. Nessuno contesta ciò, nei limiti dell'arte sana di governo, nei limiti dell'attività civile dei popoli. Ma l'offesa che genera il contrasto, la guerra per libidine di dominio, per accaparrarsi le correnti mondiali con l'umiliazione e la depressione dell'awersario, dovrebbero e debbono essere idee e metodi sorpassati nella conquista del viver civile, nel pacifico progresso dei popoli. Ecco la colpa della Germania e dell'Austria; ecco le ragioni della difesa, aspra, strenua, gloriosa del Belgio calpestato, della Francia attaccata, cui corre in aiuto subito l'Inghilterra; ecco le ragioni della Serbia oppressa, cui corre in difesa allora la Russia. Ecco le ragioni per cui l'Italia sciolse, attraverso la neutralità, i suoi vincoli con le potenze centrali, e preparò il suo intervento, 4 Richard von Kuhlmann - ministro degli esteri della Germania dali'agosto 1917 e tra i principali interlocutori delle proposte di pace avanzate in quei giorni da Benedetto XV - il 24 giugno 1918 espose al Reichstag la necessità di arrivare ad una pace di compromesso, convinto deli'impossibiità di una risoluzione puramente militare del conflitto. Per questa dichiarazione e per i contrasti con gli ambienti conservatori e militari più intransigenti dell'imperialismo germanico, il 9 luglio 1918 fu congedato dal governo.


ripigliando la vecchia bandiera irredentista, come una concreta finalità non imperialista, non per sete di dominio di terre di altri popoli, ma per unire alla madre comune sotto unico regime quei fratelli, ai quali siamo uniti per razza, lingua, costumi, religione; e per assicurarci quelle Alpi e quel mare nostro, che natura a noi diede per confine e difesa, e per toglierci da quella inferiorità verso l'Austria, che ci fu imposta al '66, per creare un vincolo politico, che si trasmutasse in dipendenza. Ragioni queste che non sono disgiunte, né in contrasto affatto, ma connesse e intime con il triplice ideale dell'Intesa, che mosse aggredita alla difesa e alla lotta per la libertà, la giustizia e la civiltà. A questo triplice segno ideale ha unito i suoi sforzi titanici l'America del Nord, nella spontaneità d'adesione, quando, dopo il tentativo pacificatore di Wilson ', si accorse che la tendenza egemonica della Germania si spingeva fino al parossismo, la lotta ingaggiata veniva da essa portata a fondo, nel sogno di una vittoria che le desse nei secoli l'incontrastato dominio europeo, quando la defezione della Russia, mentre spostava le basi deila nostra alleanza, eccitava la Germania allo sforzo supremo.

Gli elementi ideali per i quali combatte l'Intesa, vivificati dall'amor di patria e dalle profonde ragioni della nostra stessa esistenza, danno la base e creano il senso di unificazione spirituale; che è il principio della resistenza di un popolo. Certo il cittadino di una nazione in armi sente anzitutto la voce del dovere; e non discute; egli è pronto all'appello. Soldati o no (secondo le leggi) egli in qualsiasi posto si trovi, qualsiasi il grado sociale, la cultura, il sesso, non può non sentire un profondo senso di dovere, alto elemento morale, coefficiente fortissimo alla unione spirituale. E dissensi sulla valutazione dei fatti che han dato origine alla guerra, le tendenze a che il conflitto fosse risolto in un modo o in un altro, cessano, debbono cessare, per Come è noto, il 18 dicembre 1916 il presidente degli Stati Uniti inviò aiie potenze belligeranti una nota in cui si fece mediatore di una proposta di pace.


dar luogo al dovere civico, che è fatto di franche dedizioni, di coraggiose iniziative, di fiducia, di attività, di zelo: dovere come quando la madre è in pericolo, perché sia salva; come quando il figlio deve essere assistito e protetto nelle più difficili traversie della vita; dovere che non ammette restrizioni, reticenze, debolezze, tutto tutto nello slancio dell'amore verso sé e verso gli altri, che la patria forma come una famiglia, una razza, un popolo, una nazione. Cosa è mai il dovere se non un obbligo che parte da un vincolo infrangibile, e che risponde ad una legge morale salda nelle coscienze e che determina gli atti rispondenti all'esercizio imposto? I1 figlio deve ubbidire al padre, il cittadino alla legge, il soldato al comandante; ecco il dovere: è semplice come la legge della natura, è elementare come l'intuizione spontanea, è imperioso come la voce della coscienza, è nobile come l'uomo stesso che si è sottomesso e che ne è elevato nel valore altissimo della sua ragione. Ma poiché il dovere non è vincolo cieco, e deve essere sorretto dalla intima persuasione che tutti gli sforzi e i sacrifici imposti rispondono non solo alle necessità elementari della difesa contro l'aggressore, ma alle ragioni morali, che si prosieguono nell'interesse dell'awenire della patria e della umanità; cosi la convinzione che noi per la libertà e la giustizia e la civiltà lottiamo, affranca il nostro spirito da titubanze angosciose, e più alacri ci rende all'adempimento del nostro dovere. Penetra nelle coscienze di tutti questo altissimo valore morale, che è una delle più alte affermazioni storiche contro il materialismo e l'egocentrismo, che per mezzo secolo ha imperversato nelle scuole e nella vita, con la fiducia dei suoi profeti, che il progresso materiale dei popoli, la corsa alle ricchezze, ai piaceri, l'odio di classe basato sulla concezione materiale della vita, avessero potuto sopprimere la scintilla spirituale della nostra mente, la ragione profonda del nostro essere, la voce misteriosz della nostra coscienza. Balza dal più feroce e tragico cozzo di forze materiali immense e spaventose, un pensiero, un'anima, un ideale; e la patria non è solo la , terra che ci dà i suoi frutti, i mezzi di vivere e di godere, è la comunione fraterna di animi uniti per la vita e per la morte nelle più alte aspirazioni, che ci affratella con altre patrie, con altre


nazioni, in una unità spirituale .che ci rinsalda insieme il più profondo senso di dovere e ci dà la base granitica della nostra resistenza spirituale. Facciano la rivoluzione di questi ideali, di queste leggi, coloro che credevano al puro internazionalismo di classe basato su ragioni e interessi materiali; facciano la rivalutazione coloro che, nelI'immane conflitto, pensavano alla utilità materiale del rimanere appartati per assistere ignavi e ignari, e vedano se è possibile che l'umanità non superi oggi la semplice concezione materialista della vita e non si aderga, in mezzo allo stesso fragore delle armi, al rifugio, alla speranza, alla forza dei grandi ideali dello spirito.

Questa resistenza spirituale è necessaria per un paese in guerra, pari a quella materiale che è opposta con la forza degli uomini e dei mezzi bellici alle frontiere. Anzi non può concepirsi che non sia così, specialmente in una guerra quale la presente, in cui il cozzo è di popoli contro popoli, nella più larga, più vasta, più completa espressione che mai fu al mondo e che speriamo mai più avvenga. Non sempre nelle guerre si è avuto il consenso morale dei popolj e la coesione spirituale, anzi quasi sempre è awenuto i1 contrario, tranne quando la guerra divenne seria minaccia di città assediate, o grave invasione barbarica, e quando l'esito di essa comprometteva un intero Stato; nelle altre il popolo era come assente, rassegnato o turbolento, costretto da taglie a pagare, obbligato dalla mano militare a cedere, a impoverirsi, a patir la fame, vera, reale; spesso non seppe le ragioni della lotta, né intuì gli scopi di rapina e di predominio attraverso i blasoni e gli scudi dei signori, o le bandiere delle città in armi. Anche Napoleone, che trascinava all'entusiasmo i suoi veterani e destò nella cavalleresca Francia (poco prima rivoluzionaria demagogica) lo spirito di conquista e la tendenza alla egemonia universale, anche Napoleone non ebbe che per poca ora i consensi del popolo francese per le sue sempre nuove imprese nella foga delle vittorie.


Oggi no: viviamo una vita sola con il nostro esercito che lotta e che si rinnova, nella furia sanguinosa dei contrastati balzi. Destare e mantenere una corrente di affetti, una comunione di idee fra l'esercito e il paese è il primo mezzo della resistenza spirituale. Essi espongono la loro vita per ia patria, sostengono le ragioni e i diritti di tutti immolandosi, giovani vite nel fior delle più liete speranze, padri che i loro teneri pargoletti, le loro giovani spose pensano come al centro ineffabile dei loro affetti e della loro vita, sono chiamati all'appello della patria a combattere, a vincere, a morire. Ogni balza, ogni valle, ogni zolla percossa dalle nostre truppe segna la storia gloriosa di eroi spesso ignorati, di drappelli immolatisi al dovere, di aspre difficoltà superate, di contrasti, di sangue, di morte '. Essi saranno più sicuri, più fidenti, direi anche più generosi, quando nel loro dovere, fatto di eroismi e di entusiasmi, di sofferenze e di sacrifici, sanno che all'unisono batte il cuore di tutta l'Italia, che nella lunga vigilia della attesa della fine dell'immane conflitto, non discute, non depreca, non impreca, non tumultua, ma sente e opera con la medesima fede, con i medesimi ideali, col medesimo affetto per la patria di coloro che per la stessa patria combattono e si sacrificano. Enumerare quanta industre e zelante opera di solidarietà civica e di affetto riconoscente siasi destata in Italia dall'inizio della guerra per l'assistenza alle famiglie dei richiamati alle armi, alle vedove e agli orfani dei combattenti morti, ai mutilati, agli ammalati, ai profughi, a quanti per causa della guerra han sofferto e soh'rono in questo immane crogiuolo di dolori e di spasimi, oltre misura farebbe dilungare il mio dire. Non ostante le deficienze che vaste e larghe organizzazioni potranno avere, e che ciascuno cercherà di colmare, lo slancio civico è stato pari all'imponenza del fenomeno, pari al dovere che tutti noi lega di gratitudine e di solidarietà verso i nostri fratelli soldati. Liberi cittadini ed enti pubblici, Stato, provincie, comuni, tutti debbono concorrere con spirito alacre e con largheze Brano cancellato: u Oggi anche la sorte del battaglione anonimo che ci sacrifica tra le Alpi e le lagune desta i palpiti S.


za di mezzi a queste attività molteplici, quante ne può ideare un animo sensibile, quante ne può sentire un cuore gentile, quante ne deve eseguire un cittadino degno del nome di italiano '. Non bastano però queste opere di assistenza e questa prima prova di unità spirituale fra la nazione e l'esercito combattente. Occorre ancora altro passo d'attuazione della resistenza spirituale, ed è la convinzione di dover contribuire con tutte le proprie forze alla vita del paese. I1 problema che va di pari passo con quello bellico è quello alimentare: noi dobbiamo produrre di più e consumare di meno; produrre quel che serve al paese e non quel che torna al maggior vantaggio nostro, e consumare quel che meno può compromettere i nostri rifornimenti alimentari. Prima che un problema economico è questo un problema morale, un problema spirituale: perché è un problema di abnegazione contro l'egoismo, di convinzione contro le abitudini, di sforzo contro le vecchie tendenze. L'uomo forte è l'uomo che sa resistere, e l'Italia ha bisogno di uomini forti. Ma non è solo la forza muscolare, oggi anche essa molto necessaria; prima di tutto è la forza di volontà, la forza di carattere: il dominio su se stesso e su le proprie tendenze egoistiche è la prima vittoria che può darci tutte le altre che noi vogliamo; è perciò che i moralisti e gli educatori mettono come base fondamentale della formazione del carattere il dominio su se stesso, nella ripetizione di sforzi che creano l'abitudine, la facile manovra dei propri sentimenti. Oggi una forza nuova, suggestiva, imperiosa, aiutata da leggi, che sono guide e binari, deve penetrare nell'animo di tutti, il senso della realtà vissuta deve sostenere i dubbiosi, la più razionale e fervida propaganda deve incuorare i timidi, deve convincere le masse, che mai è stato più vero e più forte il motto di fratellaliza solidale, tutti per uno e uno per tutti. Certo non sono un idealista che chiude gli occhi alla realtà, né un ottimista, che non sente le deficienze di governanti e di popoli ', in questo campo, errori, incertezze, deviazioni, non sono Brano cancellato: « In questa opera le donne hanno dato il vero senso deUa unità spirituale tra i due fronti. 8 Brano cancellato: « Anch'io ho dato il mio contributo neila prima commissione per gii approwigionarnenti e i consumi .


mancati; ma che monta? Chi di noi avea la esperienza della guerra e di simile guerra, da poter dire che tutto potea guidarsi con sicurezza di riuscita, in ogni campo? Questi critici impenitenti, che invece di lavorare nel campo della mobilitazione civile o in quello della mobilitazione agraria, nelle opere di assistenza e di propaganda, in ogni attività pubblica, sciupano il tempo a discutere, a criticare, a ingenerare dubbi, ad assiderare entusiasmi, non fanno opera di vero cittadino di una nazione in guerra, non possono bene meritare dalla patria. E' resistenza spirituale lo studio costante di evitare, con le opere e coli le parole, che possa lo spirito pubblico oscillare, turbarsi, alterarsi, attenuare quella serenità nelle più gravi avversità, quella fiducia nei maggiori pericoli, quella concordia nelle più dolorose distrette, che è necessaria per un popolo in guerra. Come è zelo turbolento avvisare un nemico interno in ogni persona che non la pensa come noi, così è opera di discordia, acuire, sotto il pretesto patriottico, i dissensi di parte ', come non è opera savia eccedere nelle critiche quando bisogna operare. E' più facile accusare che fare, declamare anziché operare; e non sarebbe nuovo che nel travolgimento di valori economici e morali che la guerra opera nel cozzo imrnane di tanti elementi, venissero sù, amrnantati dell'aureola patriottica, mestieranti e truffatori della pubblica coscienza e ingannatori di plebi e di popoli. Lasciamo che nel crogiolo dei dolori che la guerra forgia si purifichino i cuori, si ritempri lo spirito, e si destino nuove energie. Sì, vi saranno le deficienze, le debolezze, le desidie [sicl, le ignoranze; vi saranno anche le colpe, e cercheremo di correggere, ovviare, rifare' nella operosa cooperazione con gli organismi pub-. blici: confidando più che altro nel senso di dovere, che venga a tempo destato, nella virtù dell'amor patrio, che sia sufficientemente coltivato; nel dinamismo educativo ed operativo della formazione di una coscienza civica, non con le parole, ma con la cooperazione fattiva e vitale delle forze sane del paese; al quale solo così viene impressa la salda forza di una disciplina civica. Per noi latini la disciplina civica non è la esteriore uniformità, voluta con mezzi quasi-coercitivi; abbiamo la varietà dei Brano cancellato: « e credere che vi possa essere un monopolio di patriottismo ».


temperamenti e dei caratteri, come son varie le nostre campagne, la fosforescenza degli ingegni, l'ardore che ci infonde il nostro sole; ma la disciplina civica per noi diviene vissuta, quando I'opera della persuasione, e la propaganda pratica delle opere, impongono la convinzione della realtà e danno il valore alla vita collettiva. E più che altro il nostro popolo ha bisogno di convincersi che non ci sono eccezioni per favoritismi, che non ci sono ingiustizie per gli inferiori, che non ci sono sopraffazioni per i deboli. Questo senso altissimo e cristiano di eguaglianza di diritti e di doveri civici, è pari all'eguaglianza dei diritti e dei doveri avanti la legge, come avanti la religione, come avanti a Dio lo. Così, più che con le minaccie delle pene, si ingenera il senso di disciplina, che deve essere sentito prima dalle classi dirigenti, e deve da queste penetrare nelle masse, e generalizzarsi e diffondersi, come l'esterno specchio di quella intima persuasione, che tutti deve avvincere nella unità spirituale della nazione. Che diran le masse che lavorano, che soffrono, che mancan di braccia in famiglia, che han dato così vasto contributo di sangue?.'l Non hanno rancore contro le classi dirigenti per l'iniziarsi, per il prolungarsi del conflitto? Io che ho vissuto e vivo in mezzo al popolo, vedo sempre che è più buono di quanto altri creda, ed ama la patria con amore ingenuo e infantile, che è più forte e più vivo di coloro che parlano di patria, ma nascondono dietro questo nome, così sacro a tutti, un cumulo di interessi personali, non sempre legittimi, da salvaguardare. Questo popolo ha i figli, i fratelli al fronte, e ne siegue le vicende con ansia e con angoscia: pensa ai lontani prigionieri, ai feriti in centinaia e centinaia di ospedali; legge e torna a leggere le lettere e le notizie, che ogni giorno vorrebbero migliori, per loro, per tutti. Quanto più limitata è la esigenza della vita, quanto più concentrata nelle mura domestiche è l'abitudine dei loro giorni, lo Brano cancellato: « Non sempre è stata ben fatta la propaganda contro gl'imboscati, sì da creare la generalizzazione di un fenomeno assai più limitato di quel che si era fatto vedere; né sempre è stata aliena da ira personale il [sic] zelo di trovar nemici da per tutto; e il novantanove su cento di assoluzioni di preti accusati di mancanza di patriottismo, ha dimostrato che mancava negli accusatori i1 senso vero della civica disciplina, che è fatta anzitutto di onestà P. Brano cancellato: « Non pensano che la classe borghese ha voluto la guerra per dominio P.

"

-


quanto più si prolunga la guerra, che nessuno sospettava potesse passare il suo quarto anno, quanto più si fa lontana allo spirito (non sappiamo alla realtà) la possibilità di una fine immediata, tanto più viva è la ripercussione nelle masse, le quali sentono nella minuta vita giornaliera la privazione dei loro cari, che cooperavano spesso sotto l'unico tetto, allo svolgimento dell'azienda domestica, che sentono tutte le difficoltà economiche della vita, il cui costo aumenta, in confronto al minor valore della moneta e alla maggior scarsezza dei generi. Questi avranno i loro momenti di sfogo intimo di do1ori.e di angoscie, e sarebbe ingiusto negar loro il conforto del pianto quando hanno la ferale notizia della morte di qualche parente, il conforto o almeno l'ingenuo lamento delle difIicoltà che la guerra crea. Ma non sono meno patriotti di noi questi agricoltori, questi operai, queste donne del popolo: come noi, come tutta l'Italia, hanno sofferto e angosciato alle notizie delle infauste giornate di Caporetto; come noi abbiamo gioito ed esultato commossi alle notizie della resistenza e della controffensiva dalle Alpi al mare annunziata da Diaz nel suo laconico bollettino, che chiudendo una parentesi, riallacciava ai fanti di Gorizia e del Carso e della Bainsizza, del Monte Nero e del Monte Santo, i fanti del Grappa, del Montello e del Piave. Né ad essi, né a nessuno può contestarsi di aspirare alla pace: e chi non la vuole? e chi non prega Dio perché venga? 12. Tutti noi sentiamo nel cuore l'una e l'altra (la patria e la pace) come due termini, che si uniranno insieme, poiché vogliamo la patria prospera e rifiorente, vogliamo la pace giusta e duratura. Non mancarono i tentativi di IVilson prima, del Sommo Pontefice l'anno scorso 13; non sono mancati i discorsi nei parlamenti dell'Intesa per precisare i compiti e i fini della guerra, come elementi e ragioni di pace. E mentre Inghilterra, Francia e Italia combattevano e combattono, la Russia, in preda all'anarl2 Brano cancellato: « Nessuno però ha il monopolio deiia pace e deiia propaganda per essa, come nessuno ha il monopolio deiia patria e del patriottismo W . l 3 La celeberrima « Nota ai capi degli Stati in guerra n, promulgata da papa Benedetto XV il 1" agosto 1917, in E. VERCESI,Il Vaticano, l'Italia e la guerra, Milano 1928, Appendice.


chia bolscevica, otteneva una pace di soggezione e di umiliazione, nel disgregamento del vasto impero, nella lotta ,intestina, nella anarchia invadente, con tutti i danni della guerra, con nessun vantaggio della pace; mentre la Germania, inorgoglita, sperava fiaccare l'Italia con Caporetto, la Francia con la più grande offensiva puntando verso Parigi. Verrà la pace: quando? Non abbiamo gli elementi per giudicare: ma abbiamo un mezzo, che sta in noi a farla venire presto e non come la pace russa, come la pace rumena, cioè la pace di Brenno 14: il mezzo è uno solo: resistere al fronte - resistere all'interno - resistere con fiducia: è la sintesi della resistenza spirituale. E' perché questa resistenza sia profondamente radicata nel nostro cuore, ci dia la robustezza del dovere, nell'operare e nel sacrificarci, ci dia i motivi più validi a correggere i nostri egoismi e a sentire fervidi i vincoli della solidarietà umana che è la fraternità cristiana, ci dia la speranza viva del conforto di un premio che non è la sola gloria terrena, ci dia l'esempio vivente del sacrificio per l'umanità, c'è bisogno di quella religione, che è basata sul più grande, sul più sublime sacrificio, quello di Gesù in croce; quel sacrificio che consacra, nobilita, eleva, incorona tutti gli altri, e che consacra e santifica l'amor della patria puro e più forte di quello della famiglia, che sulla legge dell'amore vuole basata la società, che nelle finalità spirituali e morali polarizza le forze di tutto il mondo: e che proclama la pace nella vittoria dello spirito sulla carne, della volontà sulle forze terrene. I1 mondo, nel suo immenso traviamento, volle deificare il dominio della forza, in una concezione materialista della vita, e nella lotta e nel trionfo del più forte volle elevare il suo edificio; oggi le grandi idealità che illuminano la mente e il cuore e che sorreggono noi nella immane lotta: la libertà - la giustizia - la civiltà, trovano nel Cristianesimo e nella religione il più puro, il più saldo fondamento, la luce divina, che segna al mondo il suo cammino verso la pace. '4 Con la pace di Brest-Litovsk, conclusa ai primi di marzo 1918 tra imperi centrali e governo bolscevico, la Russia rinunciava alle province baltiche ed alla Polonia. Con la pace di Bucarest del 7 maggio 1918, la Romania cedeva la Dobrugia alla Bulgaria e accordava rettifiche di confine all'Austria.


Che venga la pace per la patria nostra, per i nostri alleati, in quell'amplesso con la giustizia, che tutto il mondo cattolico pregò e prega da Dio: venga quando nei misteri della vita umana è segnato il momento, in quel succedersi di ombra e di luce, di civiltà e di barbarie, di progressi e di involuzioni, che è tutta la storia dei popoli; venga giusta e duratura e ci trovi più forti dalla prova tragica e imrnane; ci trovi più uniti nello spirito nazionale, più italiani di prima; venga e ci trovi provati al crogiuolo dei grandi ideali per i quali abbiamo vissuto questi quattro anni, quattro secoli, accumulando esperienze e dolori, che debbono fecondare alla patria salute e progresso. Oggi una sola parola è a noi data come imperativo patrio: resistere. C'inchiniamo in questo momento, che fan quattro anni da che fu rotta la pace, alle tombe dei nostri eroi, sormontate da una croce povera e improwisata sopra una raccolta di pietre. Sono monumenti che parlano al nostro cuore più che le moli gigantesche che spesso eresse la superbia e la vanità umana. Ci inchiniamo come al tesoro di virtù e di forza che esse tramandano . a noi nella dura prova e nell'angoscioso agone. Per la patria, per i figli, per l'awenire di tutti è oggi richiesto un olocausto di vite, di forze, di bolontà, mentre non muore l'idea, non muore la patria, non muore l'anima degli uomini, non muore la forza del pensiero cristiano nei popoli.


I L LATIFONDO E LA CENSUAZIONE - MANO D'OPERA AGRICOLA ED EMIGRAZIONE l (f. 101, C. 94)

I1 tema assegnatomi da svolgere riguardava due parti connesse dalla ferrea logica dei fatti: il latifondo e la censuazione da una parte; la mano d'opera e l'emigrazione dall'altra; certi problemi hanno dati così convergenti fra loro, che non si riesce isolarli e prospettarli a sé, senza che nella soluzione ricorrano tutti quegli altri dati, che servono alia integrazione e allo sviluppo del tema. Ma poiché l'altro relatore del tema C la colonizzazione interna e il progetto Pantano » ha affrontato anche la questione del latifondo in tutta la sua ampiezza ' mi è stato ben facile formulare con lui un ordine del giorno conclusivo, che porta le due firme, pur facendo qualche riserva su alcune affermazioni e vedute tecniche che si trovano nella dotta ed esauriente relazione 3. 1 Manoscritto senza data. Si tratta della bozza della relazione che Sturzo inviò al Congresso Agrario Siciliano. I1 congresso - promosso da Sturzo a nome dell' Associazione Nazionale dei Comuni, in collaborazione con l'amministrazione comunale e la commissione provinciale di mobilitazione agraria di Palermo - si svolse da11'8 al 10 settembre 1918 nella stessa Palermo e fu aperto alle associazioni e istituti agrari per impostare la politica economica dell'isola nel dopoguerra. Cfr. « Giornale di Sicilia » dell'll-12 settembre 1918; « L'ora n deii'll-12 settembre 1918. La relazione di Sturzo, modificata in diversi punti rispetto al manoscritto, venne pubblicata dal « Corriere del Mattino » del 10 settembre 1918. « L'altro relatore » è il prof. Salvatore Riccobono che parlò sul progetto di colonizzazione interna della Sicilia del deputato demoradicale Eduardo Pantano. 3 Sturzo espose ampiamente le divergenze dal prof. Riccobono in una lettera aperta al direttore del « Corriere del Mattino n, pochi giorni dopo la conclusione del congresso. A differenza di Riccobono, Sturzo riteneva che non


Così ometterò tutto l'esame della prima parte del tema, facile compito per un relatore, solo mi fermerò su alcune affermazioni di indole direttiva, che serviranno a chiarire la tesi da me sostenuta. I o credo che principale preoccupazione dei dirigenti della politica e delle organizzazioni agrarie per il dopo-guerra debba essere quella di intensificare la produzione, di sorreggerla, di svilupparla, di fermarne a tempo la crisi e di darvi forza a superarla Questa finalità deve prevalere sopra affrettate ideologie e sopra brillanti programmi di assetto sociale, il quale non è affatto elemento statico, ma è eminentemente dinamico, è la risultante delle forze economiche in giuoco, è mezzo e fine del progresso stesso della società. Le mire particolari, del momento, sono stadi, che possono essere sorpassati - bene o male - secondo che si equilibra la ragione della produzione con quella dei consumi, nel margine necessario che forma il guadagno per nuovi e più utili impieghi. Per questa ragione, mentre sostengo la tesi della necessità dello spezzamento del latifondo, quello che può immediatamente ridursi a cultura intensiva - arborea - attorno all'abitato, destando con quote sufficienti l'interesse reale e permanente dell'agricoltore (onde sulle misure e le finalità politiche potrò dissentire dal prof. Riccobono), convengo con molti che lo spezzare il latifondo che non è abitabile per la malaria, non ha strade, non ha case, è lontanissimo dall'abitato, non può essere irriguo, oppure quello che per la sua condizione speciale può essere migliorato ad alto impiego di capitali, sarebbe un impoverire non un arricchire la nostra regione; e gettare sul mercato della compra e vendita della terra, elementi che faranno naturalmente deprezzare la merce-terra e creare la ingorda speculazione di terre provate o realmente abbandonate e non curate. tutti i latifondi coltivabiii a diverse colture potessero essere quotizzati e che la diffusione deila piccola proprietà a coltura arborea e a giardino non dovesse estendersi là dove la natura del terreno non sopportava che coltura a grano. Infine Sturzo, in dissenso col Riccobono, era contrario a una colonizzazione del latifondo che eliminasse la grande proprie. bonificata, capace di investire grossi capitali in bonifiche e in nuovi mezzi produttivi. Cfr. Una lettera di don Luigi Sturzo in a Corriere del Mattino » del 15 settembre 1918.


Altro concetto direttivo, che deve preoccupare legislatori e organizzatori, è il seguente: evitare che la legge agraria possa creare una crisi di attesa, che diviene crisi di produzione, proprio nel momento più grave della vita nazionale, nel primo periodo dopo-guerra. I soliti congegni burocratici di commissioni, i lunghi studi di piani di massima, le gravi e lunghe controversie di valutazioni di beni e simili rendono le grandi censuazioni lunghe e dispendiose; anni e decenni ci vogliono; e intanto il proprietario non migliora, non impiega denaro incerto del suo destino, il gabellotto sfrutta, l'inquilino abbandona la terra che non dovrà essere sua: è la previsione di un marasma agrario che solo potrebbe essere vinto dai grandi guadagni, come oggi, durante la guerra, le grandi culture remunerative vincono le difficoltà gravissime della mano d'opera, dei trasporti e delle culture in genere. Ciò posto esaminiamo rapidamente come sarà impostato il problema della mano d'opera agricola nel dopo-guerra. Per quanto non sia facile prevedere i fenomeni che dipendono da cause equivoche, però si hanno alcuni elementi che possono fare da guida. Anzitutto è nella coscienza di tutti, e già se ne vedono i primi sintomi, Stato ed Enti pubblici debbono preparare quei lavori pubblici che possano essere facilmente eseguibili, e piazzare localmente la mano d'opera degli artieri, dei terrazzieri e quella non qualificata che facilmente si addice a lavori di diversa indole e natura. Il rjfacimento delle zone di operazioni, delle terre invase e di quelie altre che speriamo conquistare pel nostro diritto e il valore, è una necessità e un obbligo nazionale insieme che assorbirà molta mano d'opera, anche fra gli elementi agricoli. Altri agricoltori, già abituati durante la guerra a lavori di carattere industriale e comunque distratti dalle vecchie culture, seguiranno il rapido trasformarsi delle industrie, che certo assorbiranno molta mano d'opera. Non sappiamo quale sarà l'orientamento del governo in materia di eniigrazione dopo-guerra; certo tale materia grave e delicata dovrà essere più da vicino regolata, non solo agli effetti pu-


rarnente di protezione individuale e sociale, ma anche agli effetti della politica del lavoro. Alcuni propendono per la porta aperta, con quelle solite restrizioni, che hanno fin qui regolato la nostra emigrazione. AItri invece pensano al regime della porta chiusa; nessuno dovrebbe poter emigrare, specialmente in un primo periodo dopo-guerra, senza che gli uffici competenti non possano valutare l'utilità sociale interna o esterna della emigrazione stessa. Quindi limitazione di persone - di periodi - di destinazione: anzi richiesta e incetta e regimentazione di lavoratori, come è stato nel periodo attuale durante la guerra. Di fronte alle due tendenze, c'è quella media che non irnpedisce l'emigrazione libera, individuale e familiare, ma regola e limita a mèzzo di uffici di stato e a uffici di collocamento. Comunque sarà regolato il regime dell'emigrazione in genere, certo si è che la mano d'opera agricola subirà una crisi notevole sia nel periodo della smobilitazione, sia in quello dell'assestamento e sia nel periodo normale successivo. Anzitutto crisi di esubero [sic]: è il primo periodo della smobilitazione; gli agricoltori che hanno terre in fitto, in colonia, in proprietà, tornando, per un fenomeno naturale, ricercheranno quelle terre per domandare ad esse i tesori della produzione; trovano sui loro cammino quelle donne che non lavoravano la terra e ora la lavorano, e quelle braccia, che alla terra sono venute durarne la guerra. Per giunta, mentre durante la guerra hanno visto i prezzi delle derrate salire vertiginosamente, dopo, per quanto il governo possa fare opera di integrazione e di S a r dia, la discesa per alcuni generi sarà precipitosa, per altri rapida, mentre i grani saranno tuttora in regime di monopolio di stato. I due fenomeni faranno abbassare la rimunerazione giornaliera della mano d'opera agricola. Sarà tale ribasso al di sotto di quella dell'operaio non qualificato e del terrazziere nelle opere pubbliche dello Stato e degli enti pubblici? Sarà inferiore tutto sommato - a quella che si pagherà all'estero per opere pubbliche e pel rifacimento delle città? Perché si possa rispondere a tali domande occorre prevedere le condizioni economiche e commerciali nei quali si svolgerà l'agricoltura. Certo vi saranno culture in sviluppo e culture


in crisi: l'assestamento che verrà dopo il primo periodo di vertigini, non dipenderà da una causa solamente, ma dal concorso di molte cause; è quindi necessario prevedere in tempo quale possa e debba essere il compito del governo in materia così delicata e complessa. 1 ) E' necessità regolare l'emigrazione all'estero; ma sarebbe pericoloso e ingiusto fermare l'emigrazione con un semplice atto proibitivo, senza dare mezzi all'operaio di trovare lavoro in patria sufficientemente remunerato in rapporto al costo della vita. 2) d'altro lato è necessità sociale sorreggere la produzione agraria in modo da poter dare alla mano d'opera agricola la giusta reniunerazione sufficiente e tale che l'agricoltore non diserti i campi e vada a trovare nei grandi lavori pubblici migliore e più vantaggiosa remunerazione. 3 ) è quindi doverosa preveggenza evitare le grandi crisi politico-sociali, iniziando un sistema di larga cooperazione tra proprietarii terrieri - Stato e organizzazioni agricole, per l'impiego utile e vantaggioso dei mezzi di trasformazione produttiva della terra. 4) all'uopo è da impedire il rialzo vertiginoso e fittizio dei prezzi di fitto delle terre, con contratti a lunga scadenza, e da consigliare e agevolare contratti di partecipazione ai prodotti; obbligando per fino all'impiego dei sopraprofitti dell'azienda nei miglioramenti dell'azienda stessa. 5 ) è da premiare quei proprietari che spontaneamente, oggi durante la guerra, in forma rapida trasformano i loro latifondi a grande cultura intensiva, owero li censiscono direttamente ai contadini, secondo i criterii, gli usi e le aspirazioni locali. All'uopc è necessario facilitare con agevolezze [sic] le banche a trasformare i vincoli ipotecari esistenti in privilegio sui canoni enfiteutici, quando i proprietari non vogliano o non riescano a vendere le quote. 6) tutto ciò è una preparazione, senza violenze, alla grande legge sulla colonizzazione interna e lo spezzamento del latifondo. E' il tentativo di imprimere alle necessità deIl'ora l'impulso dinamico del divenire, senza creare difficoltà e crisi rapide e dolo-


rose; è un richiamo ai proprietari dei loro doveri e dei loro interessi insieme. E intanto si crea quella sfera di attività per la mano d'opera agricola che verrà smobilitata, che attiva [sic] seriamente dopo le vertigini della guerra - alla soddisfatta tranquillità della propria casa e del proprio podere. 7) tutto ciò non basterà a vincere la crisi, agevolerà solo in parte il problema della produzione e della mano d'opera. Perciò si domanda che lo Stato in un primo periodo mantenga non solo agli effetti della regolarizzazione dei consumi - ma agli effetti del razionale ed utile impiego della mano d'opera, la completa direttiva della merce-grano, sia nella requisizione e distribuzione; sia nel doppio prezzo politico di acquisto e di cessione. E' naturale che il prezzo di monopolio del grano, che pel 1919 è stato fissato a L. 75 il q.le quello tenero e semiduro e L. 8 5 quello duro, oltre i premi speciali, almeno per il primo triennio dopo la guerra sia regolato con forme d'imperio, e non entri nella libera contrattazione, che dopo il periodo di assestamento della produzione e del commercio; e per quanto si possa prevedere che debba gradualmente diminuire fin alla parificazione dei due prezzi di requisizione e di cessione, al ripristino del dazio protettivo e alla libera contrattazione. Così solo il produttore di grano avrà la spinta a coltivare e il mezzo di remunerare la mano d'opera, che non diserterà i campi. 8) simili regimi di protezione agraria dovranno applicarsi ad altre produzioni agrarie secondo i bisogni dell'agricoltura e la necessità politica, sì che si possa ridurre allo stadio normale zradualmente. Concorrente quindi l'azione del governo a far aumentare la produzione e a sorreggerla nella crisi. 9) altri provvedimenti sociali dovranno preordinarsi fin da ora, cioè la sana organizzazione di uffici di lavoro e di collocamento in ogni provincia, presso gli stessi organismi provinciali, con la facoltà di coordinare tutti gli uffici liberi e di parte che sono sorti e che sorgono nel vasto campo deli'assistenza professionale, per la più facile regolarizzazione della mano d'opera; fuggendo gli impacci burocratici, e animati da larga visione di compiti di lavoro. Quando si pensa che da un anno si tenta I'orga-


nizzazione della mobilitazione agraria durante la guerra, e ancora si è agli inizi, e le incertezze organico-fondamentali sono enormi, e la visione politica sopraffà la tecnica, si deve pensare che non è possibile fare larghi quadri organici davanti le vertigini della smobilitazione. Occorre prevenire e organizzare. La mobilitazione agraria servirà, se fatta bene, a decentrare e non accentrare competenze e dissidi, paralizzando invece di dare forza e attività. Abbiamo bisogno di contare assai assai sull'iniziativa privata. Ci [vuole] fiducia nella sfiducia generale, e ci credo pitì assai che non alle improvvisate organizzazioni burocratiche, il cui ingranaggio rende lo sforzo pari all'attrito, e quindi produce zero. La legge del massimo mezzo e del minimo risultato è legge burocratica. Gli agricoltori, se facessero l'analisi degli errori del governo in materia durante la guerra, potrebbero scrivere inutili volumi. Ci insegna l'esperienza a vivere e a prepararci. L'ora è grave e l'awenire a c i l e . Se ho fatto la critica al governo, debbo dire agli agricoltori che sappiano affrontare la loro lotta e la loro sorte. Alla terra domandiamo la salvezza sociale, morale ed economica; e la terra non è ingrata alle nostre cure: dalla terra dobbiamo trovare la forza del grande awenire; la terra deve salvarci dalle spaventose crisi del dopo guerra. Ecco la necessità che il fenomeno della mano d'opera agricola sia esaminato e studiato con molta cura e molto amore. Perché le poche idee siano riassunte in un ordine del giorno occorre invadere un po' l'altro campo. E quindi il Congresso, farà la coordinazione. Ecco la proposta. I1 Congresso riconosciuto che il problema della mano d'opera agricola è intimamente connesso con il problema della produzione agricola; e che l'uno e l'altro debbono essere risoluti con larghezza di vedute e sufficienza di mezzi, dipendendo da tali fattori in gran parte il poter superare la crisi economica postbellica, specialmente nel Mezzogiorno e la Sicilia; ritenuto che oltre i provvedimenti indicati dai relatori sull'aumento della produzione granaria e sulla colonizzazione interna, ne occorrono altri specifici e immediati perché la mano d'opera agricola trovi nel lavoro dei campi sufficiente rimunerazione e attrattiva sì da


vincere la tendenza emigratoria, che valida si manifesterĂ dopoguerra [sic] specialmente per i grandi lavori pubblici di rifacimento delle zone devastate e distrutte. I1 Congresso fa voti: 1 ) Provvedimenti generici

a ) che sia regolata l'emigrazione all'estero in modo che nel primo periodo dopo-guerra gli organi governativi possano anche limitarla in rapporto alle condizioni di lavoro non solo degli speciali mercati esteri, ma anche in rapporto alla richiesta interna;

b) che all'uopo siano costituiti in ogni provincia uffici di lavoro, emanazione degli enti locali, chi possano coordinare le altre iniziative private e di organizzazioni operaie, non solo per regolare il collocamento della mano d'opera tra provincia e provincia, ma anche per segnalare al Commissariato dell'emigrazione e regolare i movimenti emigratori all'estero organizzati in squadre di operai, e provvedere che, senza violare la libertĂ individuale, si possa guidare razionalmente l'emigrazione collettiva. 2 ) Provvedimenti specifici a) che sia agevolata, spinta e sorretta dal governo la intensificazione della produzione agraria, sĂŹ da potersi avere la mano d'opera con giusta e sufficiente remunerazione, iniziando fin da ora un sistema di larga cooperazione tra proprietarii terrieri, stato e organizzazioni agricole, per l'impiego utile e vantaggioso dei mezzi di trasformazione delle colture; con l'applicazione dei mezzi meccanici, con il miglioramento delle rotazioni e con largo impiego di capitali, da doversi affidare subito e con fiducia alla terra;

b) che all'uopo siano impediti i contratti di fitto a breve scadenza e con notevole rialzo del prezzo, che continuerebbero un sistema di sfruttamento dannoso per la terra e per gli agricoltori; e che si obblighino i proprietari o gli affittuari a devolvere per i miglioramenti agrari una alta quota dei sopraprofitti realizzati durante la guerra;


c ) che siano agevolati e dati premi e prestiti a quei proprietari che durante la guerra prowedono alla rapida trasformazione dei terreni mal coltivati o abbandonati, o che spontaneamente quotizzino ai contadini le terre da migliorare; o che costruiscano abitazioni, stalle e strade nei latifondi o che migliorino e rendano razionali i patti di cultursi; d) che per un congruo periodo il regime granario resti nelle mani dello Stato, e che sia mantenuto il doppio prezzo politico del grano di requisizione e di cessione per uso alimentare; sĂŹ da poter evitare la crisi del rapido ribasso che non offrirebbe nĂŠ al produttore nĂŠ al contadino margine di sufficiente rimunerazione, fino a che, ritornata la normalitĂ dei mercati, possa bastare la semplice protezione doganale del grano a ristabilire il giusto prezzo nel libero commercio; e ) che la organizzazione della mobilitazione agraria durante la guerra si trasformi oggi nel dopoguerra in regolare organizzazione agraria provinciale, emanazione vera e reale degli interessi dei proprietari e dei coltivatori, come le camere di commercio, che possano avere mezzi e competenze adeguate ai bisogni dello sviluppo agrario nella provincia.


DICHIARAZIONE D I FERRAR1 ALLA DIREZIONE DEL PARTITO POPOLARE l (f. 94, C. 55)

Nell'ultima sessione del Consiglio Nazionale ' io, ed altri amici della minoranza, esponemmo il nostro parere intorno alla impostazione della lotta elettorale che s'annunziava ormai prossima. I1 voto della maggioranza venne da noi, per obbligo di disciplina, accettato. Conseguentemente, io presi parte, in rappresentanza della minoranza, alle sedute della Direzione, nelle quali si discusse e approvò il manifesto elettorale del Partito. Chiamato, oggi, a norma di disposizioni regolamentari, a partecipare alla approvazione delle liste dei candidati, vi dichiaro, per debito di lealtà e di sincerità, che non posso intervenire nei vostri lavori. Sperai che attorno al manifesto elettorale del Partito a si 1 Dattiloscritto firmato: u Avv. Francesco Luigi Ferrari. Roma 16 febbraio 1924 ». All'inizio del testo sono registrati in matita rossa questi tre nomi:

u Ferrari, Canaletti, Cecconi ». Si tratta deila dichiarazione rilasciata dalla sinistra del P.P.I. alla riunione di direzione del 16 febbraio 1924 dedicata all'approvazione delle liste dei candidati popolari ai comizi elettorali indetti da Mussolini per il 16 aprile 1924. I1 Ferrari, in dissenso sui criteri seguiti nella scelta dei candidati, si ritirò dai lavori della direzione. Cfr. G. DE ROSA, 11, pp. 4501151. Suila posizione tenuta dal Ferrari, cfr. anche Per la storia in « I1 Domani d'Italia », n. 4 del 24 febbraio 1924. 2 I1 20 dicembre 1923, sotto la presidenza di Alcide De Gasperi, ebbe luogo la sessione del consiglio nazionale del P.P.I. dedicata alla definizione della linea del partito in vista della imminente battaglia elettorale. Cfr. G. DE ROSA,11, pp. 443445. a Si tratta del manifesto - molto probabilmente redatto da S m m - emanato dalla direzione del P.P.I. alla fine del gennaio 1924 dopo lo scioglimento


raccogliessero tutte le forze popolari, accettandone esplicitamente e sinceramente lo spirito quale apparve alla coscienza pubblica. Sperai che la Direzione tale esplicita e sincera accettazione ponesse sempre e ovunque, a base del lavoro suo e de' suoi delegati diretto alla formazione del Gruppo parlamentare, che dovrebbe nella 27" legislatura difendere la aspirazione cristiana e lo spirito democratico del Partito. Ciò che fino ad oggi è stato compiuto dagli organi dirigenti mi basta per costringermi a constatare deluse le concepite speranze 4. A nulla varranno i ritocchi che possono essere portati alle liste, le risoluzioni dei singoli casi personali, l'esame delle diverse opportunità locali. Le liste, quali sono state formate dai comitati circoscrizionali, sotto la guida dei delegati della Direzione, assicurano che il gruppo parlamentare sarà nella quasi totalità composto di uomini il cui passato e la cui opinione, pubblicamente o privatamente espressa, affermano propositi di accomodamento e di transizione nella attività parlamentare di domani. La Direzione del Partito questo sapeva e sa, e, contro la stessa indicazione del manifesto elettorale, tale criterio applica praticamente nel suo lavoro. Lasciamo perciò ad essa piena ed intera la responsabilità della sua azione; ci riserviamo di giudicarla nel Consiglio nazionale e nel futuro congresso; imponiamo a noi e consiglieremo agli amici, che i nostri apprezzamenti condividono, la disciplina dell'attesa. Ma non so tacere a me ed a voi, interprete sicuro di cospicua parte dei popolari italiani, alcune parole accorate che mi suggerisce l'amore che costoro portano al Partito con purezza e generosità di fede. delle Camere voluto da Mussolini. I1 manifesto rivendicava l'autonomia del pattito, invocava il ripristino della legalità, lo scioglimento delle milizie volontarie e auspicava infine la costituzionalizzazione del fascismo. Cfr. G. DE ROSA, 11, pp. 448-449. 4 Sulla critica delia sinistra ferrariana alla strategia elettorale della direzionedel P.P.I., cfr. Il sottinteso di una formula in « I1 Domani d'Italia », n. 3 del 10 febbraio 1924.


Devo confessare che da parte degli organi dirigenti non si è compresa e sentita quella che doveva essere in questo momento la funzione del partito. I1 Partito oggi non può tendere ad immediate e concrete realizzazioni, non può ripromettersi nuovi sviluppi della sua dottrina: deve limitarsi, come ogni partito di minoranza, a custodire e difendere la integrità del suo programma per gli sviluppi e le realizzazioni a venire. Alcuiii amici che non sentirono la funiione di difesa della democrazia, che ora spetta al Partito, uscirono dalle nostre file. Altri rimasero, i quali tale funzione o negano o subordinano a considerazioni di presunta utilità contingente, a motivi di opportunità politica. Voi sempre miraste a tenere awinte con costoro le forze di quanti, con tutta la sincerità e l'entusiasmo, volevano la integrale affermazione del pensiero democratico cristiano del Partito. Oggi questa politica equilibratrice vi è stata resa impossibile nel lavoro di preparazione della campagna elettorale, e, posti nella necessità della scelta, avete optato " per i teorizzatori della convenienza. I1 compito di difesa integrale della democrazia, che solennemente assumeste davanti al congresso di Torino6: viene dunque da voi obliato. A che si riduce il Partito se dimentica la funzione che gli compete nel momento storico attuale? Se alla necessità della difesa dell'idea democratico cristiana preferisce la politica riformistica di codesti realizzatori? Se si precostituisce di già un organo parlamentare inadatto all'azione necessariamente segnata da un Brano cancellato: « avete manifestato la vostra predilezione P. I1 IV congresso nazionale del P.P.I. - celebrato a Torino dal 12 al 14 aprile 1923 - vide l'affermazione deila linea politica di Sturzo diretta a mettere in discussione la collaborazione che il gruppo parlamentare del P.P.I. in contrasto con la direzione del partito - assicurava al primo governo Mussolini. La linea stuniana - motivata sulie ragioni di incompatibilità tra vita demm cratico-pluralista e ideologia fascista - ebbe l'appoggio della sinistra del partito. Sul congresso di Torino, cfr. Atti dei congressi del Partito Popolare Italiano, a cura di Francesco Malgeri, Brescia 1969, pp. 389-548. 6


partito politico che vuol vivere per la rivendicazione dei principi di libertà, di pace e di giustizia sociale? I partiti resistono in quanto adempiono alla funzione loro p~owidenzialmenteassegnata. Altrimenti, soltanto la loro forma può sopravvivere, ma lo spirito ne muore. Perché lo spirito democratico cristiano non muoia, noi lasciamo a voi la responsabilità di una condotta che salva soltanto la forma del Partito Popolare Italiano.


FERRAR1 A STURZO l (f. 94, C. 57)

Roma, 17 febbraio 1924 Caro Sturzo, a te 'dovevo dire alcune cose che non potevo inserire nella mia lettera di dimissioni dal P.P.I. inviata stamane a Gronchi *. Nelle mie dichiarazioni di ieri hai creduto di ravvisare' accenni ad accuse indirizzate alla tua persona. Voglio che risulti ben chiaro che ciò non era né nel fatto, né nelle intenzioni. Ti chiedo pertanto che di ciò tu prenda atto e che mi riconosca almeno questa dirittura nel mio atteggiamento. I1 dissenso, da lungo tempo maturantesi, intorno ai mezzi più acconci alla difesa dell'idea democratico-cristiana, che pure resta comune, s'era andato approfondendo e precisando 3. Esso ormai rendeva, dopo le manifestazioni rese ieri da me e dagli 1 Carta intestata: « Albergo Genio. Via Zanardelii 28. Roma. Prop. Muzi e Santarelii n. 2 Questa la lettera inviata a Gronchi: « Caro Gronchi, nella giornata del 16 c.m. dalla Direzione del Partito mi si è dichiarato che l'inserzione a verbale delle dichiarazioni da me fatte, anche a nome degli amici Cecconi e Canaletti, costituiva elemento per un giudizio disciplinare a carico mio e degli amici. Preso atto di ciò, non mi resta che a rassegnare, come rassegno, nelle tue mani, quale rappresentante del Triumvirato reggente la segreteria politica del partito, le mie dimissioni da socio del P.P.I. Per quanto occorrer possa ai fini deii'osservanza delle norme regolamentari invio le mie dimissioni anche alla sezione di Modena. Cordiali saluti ». Lettera del 17 febbraio 1924, A.L.S. f. 94, C. 56. Per una sintesi delle critiche che la sinistra di Ferrari rivolgeva aila linea-Sturzo, cfr. La sinistra in « I1 Domani d'Italia », n. 4 del 24 febbraio 1924.


amici delia Direzione 4, impossibile un proficuo lavoro in comune. Poiché anche nel dissenso ci unisce una comune idea, al cui trionfo ci siamo votati, con tutta l'anima auspico prossimo il giorno nel quale mi possa ritrovare a tuo fianco in un lavoro comune, più strettamente uniti dal ricordo di un dolore comune. H o detto di "un dolore comune". Ieri molto mi avete parlato del dolore che a voi apportavano i miei atti. Permetti che a te, Sacerdote, io rammenti anche il mio. Alle molte, moltissime, parole grosse, che ieri mi sono state rivolte, mai ho reagito, né lo potevo. L'ingiusto giudizio degli amici provocava in me un dolore più forte dello sdegno: era il dolore della mia giovinezza che si spegneva col cadere dei fiori delle sue illusioni. A molte cose cui ieri credevo, oggi non credo più. Ad una soltanto credo oggi con più forza che ieri non credessi: alla democrazia cristiana. Per essa ho sofferto e soffro; l'amo più di quanto l'amassi e prego dal Signore la grazia che questo amore, che ebbi in retaggio da mio padre, io possa trasmettere ai figliuoli miei perché anch'essi possano provare la dolcezza del soffrire per un'idea e per un amore. Credimi sempre tuo

Cfr. doc. 47.


STURZO A RODINO' (f. 94, C. 91)

l

Roma, 6 marzo 1924 Carissimo Rodinò, ricordo i tuoi appunti di starnane: « loda parte di LConginotti] confermare la sua adesione all'appello del P Cartitol; 2' accettare l'opposizione politica; 3' senza ripetere la parola (da noi esclusa) di opposizione sistematica, chiarire che la oppCosizione] politica non impedisce l'approvazione di singoli atti fuori della espressione di fiducia D. Invece Lronginotti] non fa la dichiarazione necessaria di adesione all'appello e voi gli date l'attestato di disciplina! e per giunta vi fermate a ripetere la frase opposizione sistematica )> che il "Popolo" mai ebbe ad affermare. La vertenza è su altri termini e ben precisi: cioè dell'opposizione politica. . Invece LCongi1 Carta intestata: « Prof. Don Luigi Stuno. Roma. Via Ripetta 102. Telefono n. 2-23 ». Dopo l'appello elettorale ai "popolari d'Italia3' che sancì I'opposizione politica del PPI al fascismo, opposizione ribadita in seguito al famoso discorso di Mussolini che dichiarò "nemici" i seguaci dnl PPI, gli on.li Longinotti e Bresciani tentarono di ancorare il partito dapprima alla formula "né opposizione né collaborazione", poi a quella de1l"'opposizione a cui si è costretti". "11 Popolo" reagl fermamente alla manovra: dapprima ribadì il significato di "opposizione di principio" espresso dal manifesto della direzione nazionale del PPI; poi parlò di opposizione netta, senza aggiunte. Sulle polemiche interne alla campagna elettorale del PPI, cfr. DE ROSA,11, pp. 441457. Questa e le due successive lettere manifestano la posizione di Stuno rispetto al problema e rivelano altresì le faticose trattative tra il "triumvirato" e i deputati bresciani per trovare un accordo sulla formulazione del tipo di opposizione al fascismo.


notti] non vuole che si parli di opposizione politica, ma di una opposizione a cui si è costretti. Tu comprendi che un partito che dice che è costretto a fare una cosa è un partito che si squalifica. E poi fare una opposizione! è tutt'altro che affermare la sua opposizione politica. Non si può equivocare ancora! E tanto è vero che i bresciani vogliono equivocare, che ne1 numero del "Cittadino" di ieri hanno riportato l'articolo di Merlin in sunto sopprimendo la dichiarazione di opposizione che Merlin ha fatto: il "Cittadino di Brescia" dice testualmente così: « L'on. Merlin fissata poi la nostra posizione di fronte al fascismo prosiegue ». E non dice quale sia questa posizione. E più in là: « E qui l'on. Merlin conchiude che in ogni caso una.opposizione popolare avrà un suo stile ». Vedi che fariseismo! Poiché Gronchi stasera ha sospeso, rinviando a sabato per un'intesa con Montini e Bresciani, domando che si investa della cosa la Direzione del Partito che si riunirà martedi '. Saluti cordiali.

Brano cancellato: « perché non è possibile continuare il giuoco B.

42 1


STURZO A RODINO' (f. 94, C. 92)

[Roma], 7 marzo [l9241

personalissima Carissimo Rodinò l , ieri sera fu sospeso il comunicato e Gronchi ha convocato per sabato gli altri due colleghi dell'interessato 2. Ho creduto opportuno mandare a Gronchi la lettera che ti spedisco in copia 3. Ricordo i punti fermi: 1 ) rilesiotze all'appello; 2) precisazione: opposizione politica;

3) esclusione dell'opposizione per sistema in forma positiva senza ripetere la frase equivoca di opposizione sistematica. Brano cancellato: « Che hai la mano di ferro entro un guanto di velluto, i'ho sempre creduto. Oggi comincio a dubitarne n. 2 Si tratta di Montini e Bresciani, come risulta dal brano cancellato: « H o scritto pertanto a Gronchi e scrivo a te pregando vivamente che la questione sia rimandata aiia Direzione che si riunirà martedì. Ti acchiudo copia della lettera diretta a Gronchi e ti prego di telegrafargli perché sabato (quando verranno Bresciani e Montini che egli ha chiamato a Roma) non concluda, sospenda ogni decisione ». a Cfr. doc. 51.


Questi tre punti fermi mi sembra che siano caduti con I'aggiunta in peggio, che si parla di una opposizione a cui si è costretti 4 . Ti prego vivamente di secondare il mio desiderio che si rimandi ogni cosa alla Direzione del partito, tanto più che i1 comunicato che dovrà fare la Direzione se è lo stesso resta una cosa superilua e mantiene l'equivoco, e se dice qualche cosa di più, diviene la correzione alla vostra lettera. I1 che nuoce assai. Abbimi sempre cordialmente.

4

Brano canceiiato: «che svaluta un partito B.


STURZO A GRONCHI (f. 94, C. 92)

[Roma, 7 marzo 19241 Carissimo Gronchi, più ci ripenso e più mi sembra grave la proposta comunicata sul caso Longinotti, non tanto per quel che in essa è contenuto, quanto per il modo come è jmpostato, quindi per l'impressione che può destare e per lo sfruttamento che se ne farà.

- Anzitutto è bene notare che mai il Popolo (neppure nell'articolo in esame) ebbe a sostenere che la opposizione politica dei popolari sia sistematica. Questa negazione sarebbe una diversione per sfuggire al dilemma politico posto dal Popolo: il che non è sincero e non conferirebbe serietà ai sottoscrittori della lettera. Tanto più che l'opposizione sistematica ha due significati: opposizione al sistema e opposizione per sistema: la prima è giusta e la seconda errata. Quindi sarebbe da dirsi per sistema. 2 - L'on. Longinotti desidera che si parli al più di una opposizione, non della opposizione politica; il che aggiunge altro

equivoco insanabile. Che sia così lo puoi vedere da un recentissimo documento: il Cittadino di Brescia di mercoledi 5 Marzo, nel riportare a larghi tratti, l'articolo di Merlin, omette il periodo ove questi afferma la opposizione popolare e invece scrive testualmente questo passaggio: « Con. Merlin fissata la nostra posizione di fronte al fascismo prosiegue » e non dice quale e


passa ad altro periodo. E in fine lo stesso Cittadino di Brescia chiude con questa battuta: « E qui l'on. Merlin conchiude che in ogni caso una opposizione popolare avrà uno stile ». Qui non solo c'è della differenza sostanziale ma c'è il voluto proposito di equivocare. Non si fa una battaglia elettorale sull'equivoco. 3 - La frase poi, a cui si è costretti, menoma la dignità di un partito, e unita alla "una opposizione", indica il caso eventuale non il proposito per antitesi politica. Questo in lingua italiana. Tanto è vero che l'interessato ' ci insiste minacciando il distacco. Pertanto essendo a breve distanza la Direzione del P[artito ] ti prego di considerare se non sia per voi e per noi tutti opportuno un comunicato più chiaro e più ampio, che quindi assorba il caso particolare. A me non sembrano giovevoli due comunicati a breve distanza, i1 primo equivoco ed incerto, il secondo più largo e più chiaro. L'uno svaluterebbe l'altro. H o creduto mio dovere insistere con la presente. Tu non te l'avrai a male. Con il più cordiale saluto

1

Leggi: Longinotu.











Finito di stampare in novembre 1974 per i tipi delle ARTI GRAFICHE ITALIANE, Piazza Navona 56, Roma







Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.