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L Bertram Niessen

COSA MANCA A MILANO? CINQUE SFIDE CULTURALI

BERTRAM NIESSEN [direttore scientifico di cheFare ]

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Cosa manca nella cultura a Milano? Provare a rivolgere questa domanda ai pubblici e agli addetti ai lavori fa emergere la densità e la stratificazione di significati, pratiche e linguaggi che cerchiamo di ricondurre a un termine dai confini spesso troppo angusti, quello di cultura. Tra le tante risposte che si potrebbero raccogliere: “un Museo del Contemporaneo”, “un nuovo Grande Progetto di Arte Relazionale”, “un Auditorium come quello del Parco della Musica”, “un Centro per l’Arte e la Scienza”. L’elencazione potrebbe continuare per pagine e pagine, ma sarebbe un esercizio futile. Sono tutte risposte legittime che guardano però alla realizzazione di singoli elementi isolati in un contesto che negli ultimi dieci anni ha attraversato enormi trasformazioni, nel quale la cultura è passata dal ruolo di ancella delle cose “serie” a quello (a volte reale, altre solo annunciato) di motore urbano. In parte persino durante la pandemia, l’agenda culturale cittadina è stata costantemente affollata di inaugurazioni, aperture di nuovi spazi, lanci di nuove istituzioni, annunci e comunicati.

Più che guardare alla “next big thing”, allora, per capire come si può trasformare la cultura a Milano è interessante confrontarsi con la complessità, provando a cogliere alcuni grandi movimenti necessari con cui la città nel suo complesso dovrà confrontarsi in futuro.

OTTIMISTI VS ESTRATTIVISTI

Certo, parlare di come è cambiata Milano negli anni recenti non è facile. Perché le trasformazioni dell’ultimo decennio hanno segnato una discontinuità enorme rispetto al passato, costruendo su alcuni temi delle distanze con il resto del Paese e favorendo, su altri, prese di posizione ideologiche Milano nell'ultimo decennio ha avuto uno sviluppo insperato che su tanti aspetti l'ha posta vicina o addirittura sopra ai migliori standard europei. Restano dei dubbi però sul fronte culturale, visto che la città fa tanto ma potrebbe fare di più, sfruttando ancora meglio il suo essere florida economicamente e dinamica socialmente. In che direzione si doverebbe andare? In quali settori? In che zone della città ci sarebbe bisogno di attrattori culturali? Come dovrebbero essere concepiti i nuovi sviluppi immobiliari e i nuovi quartieri? Sono queste le domande che abbiamo rivolto a una serie di operatori attivi in città.

all’interno della stessa città. La nascita di una nuova forma di governance, il fiume di risorse mobilitato anche grazie a Expo 2015 e la proliferazione di grandi interventi di architettura iconica hanno contribuito a produrre un’immagine a volte un po’ piatta di un tessuto urbano che – come è inevitabile – vive di contraddizioni, di ambiguità e di disallineamenti.

Se oltre i confini comunali a volte sembra quasi che tutto luccichi sotto la Madonnina, al suo interno la città è divisa fra “ottimisti” ed “estrattivisti”. I primi mettono l’accento su una rete di mezzi pubblici efficiente, sul potere inclusivo della tradizione filantropica meneghina, sull’attrazione di capitale umano, sulla generazione di ricchezza economica e sulla capacità di competere in alcune grandi sfide internazionali. I secondi guardano invece alle disuguaglianze crescenti, allo scollamento tra redditi e costo della vita, alla povertà abitativa, alla turistificazione e alla gentrification. È una polarizzazione che sconfina spesso nell’agiografia da un lato e nella critica un po’ autocompiaciuta dall’altro, e che rischia di dare sguardi su Milano tutt’altro che approfonditi.

E non è certo possibile dimenticare che la vita della città è stata segnata in modo brutale dall’ultimo anno e mezzo di pandemia. Alle chiusure portate dal lockdown e dalle zone di vari colori ha corrisposto un blocco o una forte contrazione del lavoro per decine di migliaia di professionisti e organizzazioni, sia nell’ambito strettamente culturale che in tutti quei settori dell’economia creativa che qui più che altrove in Italia con la cultura si fondono, a partire da quelli degli eventi e della comunicazione. Chi ha potuto ha lasciato la città per

I NUOVI QUARTIERI PRIVI (O QUASI) DI SPAZI CULTURALI

MIND

CASCINA MERLATA MILANOSESTO

SCALO GRECO

CITY LIFE SCALO FARINI

SCALO LAMBRATE

SEIMILANO

periodi più o meno lunghi, verso seconde o terze case. Gli altri hanno dovuto fare i conti con quella che in molti hanno vissuto come una zona grigia lunga diciotto mesi.

Eppure, è un discorso che bisogna provare a fare, partendo da cinque grandi sfide culturali urbane.

LA SFIDA DEGLI SPAZI

È evidente che siamo nel mezzo di una riformulazione su scala globale degli usi dello spazio nelle metropoli. Il lavoro a distanza ha svuotato molte delle grandi sedi del terziario, cambiando i modi dell’abitare e travolgendo interi settori dei servizi, dalla ristorazione alle pulizie e alla logistica. Quando troveremo il modo di convivere con il Coronavirus probabilmente i flussi

ARIA

È una polarizzazione che sconfina spesso nell’agiografia da un lato e nella critica un po’ autocompiaciuta dall’altro.

SANTA GIULIA

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turistici torneranno a crescere, ma è chiaro che oggi la domanda è quella di un turismo lento e di prossimità che non trova riscontro nelle grandi strutture ricettive né nelle soluzioni di piattaforma. Gli esiti di questa grande trasformazione sono ancora incerti, a ogni livello.

Oggi artisti, operatori, istituzioni e organizzazioni culturali si trovano di fronte a un panorama di spazi nel quale troppo spesso i requisiti di sicurezza minimi (volumi, prese d’aria, distanze tra le postazioni) non possono essere soddisfatti. I costi delle sanificazioni certificate possono essere proibitivi e molte delle forme tradizionali di uso continuativo di studi, co-working e laboratori sono messe in crisi da una quotidianità costantemente rimessa in

discussione da quarantene, malattie, assistenza a familiari malati o chiusure temporanee di scuole e asili.

Se nei mesi passati molti luoghi della cultura (come piccoli teatri e sale prove) hanno affrontato questa incertezza trasformandosi in centri di logistica per le tante forme di solidarietà diffusa, oggi questa condizione si traduce nel rischio di collasso di molte forme di produzione culturale.

C’è una domanda nuova, diffusa e urgente di spazi resi accessibili per la produzione culturale a breve, medio e lungo termine. È un’opportunità per ridare vita a quelle zone della città – in centro come in periferia – desertificate dalla pandemia, nelle quali i locali vuoti che una volta erano negozi, showroom e uffici possano riconvertirsi in laboratori, spazi espositivi, atelier e co-working, sicuri dal punto di vista sanitario e accessibili da quello economico. C’è molto fermento nel mondo dei Nuovi Centri Culturali, quella galassia di luoghi della cultura ibridi e difficilmente definibili la cui proliferazione ha segnato la vita milanese recente e che oggi chiedono nuove forme di supporto e riconoscimento. Ma c’è anche tensione riguardo al futuro di molti centri socialiche costituiscono un’ossatura culturale importante – come Macao, Cascina Torchiera e Ri-Make – la cui sopravvivenza è incerta e per la quale c’è bisogno di trovare soluzioni innovative di sistema.

È un’opportunità per ridare vita a quelle zone della città – in centro come in periferia – desertificate dalla pandemia.

La questione degli spazi non riguarda solo quelli al chiuso. L’impossibilità e la paura del contatto con gli altri corpi hanno moltiplicato la domanda e l’offerta di forme culturali all’aria aperta. Anche – ma non solo – street art, performance, concerti. Pratiche che sono in ripensamento e che adesso hanno bisogno di interventi strutturali su piazze e parchi, di finanziamenti ad hoc e di un lavoro costante di accompagnamento burocratico e semplificazione amministrativa.

Le trasformazioni nell’uso sociale degli spazi pubblici e privati portate dalla pandemia implicano anche un ripensamento della formula delle “week”, che tanta fortuna ha avuto negli anni passati, arrivando all’esorbitante numero di venti nel 2019. Se per alcune il radicamento nel tessuto cittadino è tale da non poter pensare di eliminarle

CHE LA POLITICA SIA ANCORA PIÙ ABILITANTE

MARIANNA D’OVIDIO

docente associato di sociologia urbana all’università di milano-bicocca

La traiettoria che Milano ha intrapreso nell’ultimo decennio non è dissimile da quella di tante altre città che hanno seguito una logica di attrazione e sviluppo di settori avanzati (culturali, creativi, ad alta intensità di conoscenza). Milano si è adeguata perfettamente a quei precetti del modello della cosiddetta città creativa, dove cultura e spazio pubblico urbano vengono considerati merce da vendere sul mercato internazionale, passando attraverso processi di immaterializzazione dell’economia, nuovi modelli di consumo e di gentrification urbana. Naturalmente, tutto questo significa anche nuove opportunità di lavoro e di consumo, riqualificazione e rivitalizzazione di quartieri, miglioramento della qualità della vita di molti dei suoi abitanti, ma subordina la città, e in particolare la sua produzione culturale, al mercato: non c’è cultura se non si può vendere, non esiste quartiere se non compare sulla Lonely Planet. Nonostante ciò, credo che Milano abbia anche molte risorse per contrastare questo processo di mercificazione estrema della cultura e lo vedo nella nascita di molti nuovi centri culturali, negli orti di quartiere, nel cinema nelle piazze e così via. Sono tutti esempi in cui la comunità si “riprende” la cultura e lo spazio urbano, sono momenti di produzione e di fruizione di cultura che, indipendentemente dal mercato, costruiscono senso, condivisione, creano coesione e capitale sociale.

Il modello che Milano sta seguendo la sta portando velocemente verso

una polarizzazione sociale e culturale estremamente grave, che necessita una strategia di contrasto coraggiosa e diretta (politiche sociali e abitative, del lavoro, della coesione ecc.). Su un altro fronte, tuttavia, la politica milanese, soprattutto quella dei primi anni del nuovo millennio, si è posta anche come politica abilitante, di riconoscimento e di sostegno alle pratiche di coesione sociale e di comunità: oggi la politica deve tornare a lavorare su questo fronte, così che le comunità possano essere protagoniste del cambiamento culturale, e i processi di coesione sociale più forti di quelli di mercificazione.

DA EXPO ALLE OLIMPIADI INVERNALI

Milano viene nominata come sede per Expo 2015 Giuliano Pisapia viene eletto sindaco.

2010 2011

Nasce BookCity

2008 2011 2012

Il Salone del Mobile festeggia 50 anni e nasce il festival Piano City

LINDA DI PIETRO

direttrice del programma culturale base milano

La domanda oggi è: chi si sta occupando di immaginare le istituzioni culturali del futuro? Quanto sono aperte, quali corpi le attraversano? La crescente divaricazione sociale tra inclusi ed esclusi, acuita dalla pandemia, rischia di riflettersi in uno specchio autoreferenziale delle istituzioni culturali, che rimandano a immaginari stereotipati, asfittici, uguali a se stessi. Per rispondere è necessario dare parola alle comunità artistiche che usano l’immaginazione nella produzione del cambiamento, e c’è bisogno di un’apertura a nuove relazioni con spettatori più emancipati (per riprendere una celebre formula di Jacques Rancière), meno avvezzi alle forme classiche della spettacolarizzazione e della fruizione. In questa direzione a Milano si sono sviluppati una serie di percorsi “alternativi” che oggi leggiamo come la nascita di una nuova infrastruttura di istituzioni culturali di prossimità. Da BASE a Mare culturale urbano, da Terzo Paesaggio a Chiaravalle al Nuovo Armenia, questi centri, ibridi e indipendenti, diffusi su tutto il territorio, hanno dato vita negli ultimi dieci anni a una scena culturale autonoma che ha iniziato a operare fuori dai sistemi artistici tradizionali. Uno sviluppo avvenuto in concomitanza con il sopirsi del ruolo che le istituzioni hanno storicamente avuto nella creazione di uno spazio civico. Il passo successivo e necessario è la costituzione di una rete di luoghi indipendenti ma connessi, che costruiscono nelle falle dell’esistente, in costante relazione con esso, e de-istituzionalizzano i luoghi deputati alla cultura, portando fuori le pratiche, con l’intento di costruire una molteplicità di quelli che Chantal Mouffe chiamerebbe “spazi di nuovo agonismo” , spazi

e pratiche che non dirottano le istituzioni, ma istituiscono

diversamente. Quello che ci insegna l’esperienza di questi spazi è che non basta una sola istituzione, ma che l’emersione di una moltitudine di diverse istituzioni più piccole, aperte, accessibili, fluide ci consente una combinazione di molti e diversi approcci, un ecosistema di istituzioni, o meglio una nuova ecologia istituzionale che riconnetta la Milano dei quartieri contro il rischio dell’iperlocalismo.

Debutta la linea Lilla della metro, la quarta (anche se si chiama M5) Beppe Sala viene eletto sindaco Il CIO assegna a Milano-Cortina le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali

2015 2017

2013 2016

È l'anno di Expo. Inaugura la nuova sede della Fondazione Prada e l'Armani Silos Approvato l'accordo di programma Scali ferroviari

2019

– tra queste le inevitabili Design e Fashion Week, ma anche iniziative di indubbio successo come Bookcity, Piano City, Art Week e Arch Week –, per altre ha forse senso pensare a come distribuire gli stimoli e le risorse che le nutrono in modo più articolato, su periodi di tempo più lunghi e con flussi di persone diversi.

LA SFIDA DEI CONTENUTI

La cultura a Milano ha bisogno di imparare a pensare in un’ottica più strategica la

ricerca e la produzione dei contenuti cul-

turali, guardando più al software delle persone, delle relazioni e delle capacità e meno all’hardware degli edifici. Questo vuol dire trovare formule per vincolare la rigenerazione spaziale a base culturale alla costruzione di percorsi curatoriali, sia dal punto di vista dei gruppi di lavoro che da quello delle risorse complessive messe a disposizione delle iniziative.

Qui ci sono 39 centri universitari e si pubblicano il 70% dei libri italiani.

Qui ci sono 39 centri universitari e si pubblicano il 70% dei libri italiani. Eppure chi ha opportunità di studiare le strutture di spesa delle organizzazioni culturali sa che troppo spesso quelle connesse alle funzioni di ricerca, produzione e curatela hanno un ruolo ancillare e sottostimato.

È cruciale aumentare – e finanziare – in modo programmatico la connessione tra

editoria, centri di ricerca, grandi istituzioni culturali e organizzazioni indipen-

denti con iniziative congiunte, sistemi di residenze, project room e borse di studio ad hoc. Ma è anche importante ripensare il rapporto dei finanziamenti e dei budget tra le spese infrastrutturali e quelle per la curatela, la produzione e la circuitazione; in altri termini, spostare l’asse dall’attuale enorme attenzione per gli aspetti spaziali a una centralità delle forme e i modi della cultura che in quei luoghi verrà prodotta e fruita.

Viviamo in tempi confusi, nei quali è spesso difficile capire come si organizzano le priorità, a partire da quelle culturali. Eppure, è chiaro che dietro la grande incertezza che pervade il nostro mondo c’è un intero nuovo corso di domande che l’arte e la cultura si stanno facendo. A partire da quelle de-coloniali, ambientali e di genere portate avanti dai movimenti sociali, che

non sono certo rimasti fermi in questo anno e mezzo. E molto, moltissimo, dovremmo indagare sui rapporti individuali e collettivi con la tecnologia, con la scienza, con la medicina, con la natura, con i corpi, con le ritualità collettive, con il lutto.

LA SFIDA DELLE RETI

Dopo tre semestri dall’inizio della pandemia, è chiaro che una risposta di sistema alla necessità di trovare spazi sostenibili per la vita e il lavoro nelle grandi città non può passare solo da esperienze – interessanti quanto episodiche – come quelle del south working e del ripopolamento dei borghi una tantum. Per Milano, questa può essere un’opportunità per ripensare il proprio rapporto con altri territori su diversi livelli, articolando proposte che non si limitino all’attrazione di turisti, city user e pendolari ma che trovino modi di scambio e trasformazione reciproca.

Il primo livello sul quale è necessario intervenire è quello della Città Metropolitana, composta da 133 comuni e oltre 3 milioni di abitanti: un territorio vasto, denso e frammentato che fa riferimento a Milano per molti aspetti legati al lavoro, ai servizi e ai consumi ma che potrebbe essere molto più connesso per quello che riguarda l’offerta culturale, la valorizzazione congiunta del patrimonio (anche in ottica di turismo lento e di prossimità) e soprattutto la circuitazione dei pubblici.

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city life

primaticcio

giambellino 9

paolo sarpi

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magenta san marco

tortona porta genova

navigli ticinese

Occorre articolare proposte che non si limitino all’attrazione di turisti, city user e pendolari.

Il secondo livello ha a che fare con le altre città medie e grandi del Nord Italia. Per gli operatori e i pubblici, al netto degli effetti pandemici, c’è già l’abitudine di spostarsi in giornata tra Milano, Torino, Bologna, Bergamo, Brescia e Venezia (alle quali si aggiungerà a breve, con il completamento dell’alta velocità, Genova). Perché non pensare a programmi, iniziative e sperimentazioni congiunte che facciano sistema per i professionisti e gli studiosi, come avviene da ormai molto tempo tra le grandi città in Belgio, Olanda e Francia? C’è molto da imparare per tutti se si inizia a pensare in termini di Macro Regione Culturale.

Il terzo livello riguarda le città medie e grandi del Centro e Sud Italia. Da troppo tempo, infatti, abbiamo “naturalizzato” l’idea di un’Italia a due velocità, anche sul

CONSERVATORIO GIUSEPPE VERDI

1 Un polo che prevede un parco pubblico, spazi condivisi e iniziative legate alla musica dal vivo, oltre che – ovviamente – all’insegnamento. Il masterplan da 50 mln di euro è stato elaborato dal Politecnico di Milano sotto la guida di Emilio Faroldi. consmilano.it

MUSEO DEL NOVECENTO

2 Il Museo del Novecento raddoppia espandendosi all’interno del Secondo

Arengario. A vincere il concorso una cordata guidata da Sonia Calzoni. A unire le torri, una passerella sospesa e/o la pedonalizzazione di via Marconi. museodelnovecento.org

LABORATORI DEL TEATRO ALLA SCALA

3 Il cuore pulsante della Scala, i suoi laboratoriatelier, si trasferiscono dall’ex Ansaldo all’ex

Innocenti, spostandosi quindi nell’area di Rubattino, nel quadro di un più ampio progetto di rivitalizzazione di Milano Tre. teatroallascala.org

CASVA

4 Il Centro Alti Studi sulle Arti Visive, attualmente ospitato al Castello Sforzesco, avrà la sua nuova sede nell’ex Mercato di via Isernia, nel cuore del QT8, il quartiere progettato da Piero Bottoni per l’ottava Triennale. casva.milanocastello.it

MUSEO NAZIONALE D’ARTE DIGITALE

5 L’inaugurazione è fissata al 2026. Gli spazi sono quelli liberty dell’ex Albergo Diurno in

Porta Venezia, in stretto dialogo con il MEET che si trova all’ex Spazio Oberdan e che si occupa proprio di cultura digitale.

MUSEO DI ARTE ETRUSCA

6 Affidato a Mario Cucinella, il progetto di ristrutturazione su Palazzo Bocconi-Rizzoli-

Carraro è triplice: la ristrutturazione dei piani fuori terra; la riqualificazione del giardino sul retro; la realizzazione del museo etrusco ipogeo. fondazioneluigirovati.org

loreto

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porta venezia città studi

porta romana 11

lambrate

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forlanini

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corvetto

FONDAZIONE PRADA – PARCO DI SCULTURE

7 Nulla di confermato, ma di sicuro c’è che Prada Holding fa parte della compagine che si è aggiudicata l’immenso ex scalo ferroviario di Porta Romana. A due passi dalla Fondazione Prada e dove è prevista un’enorme area verde... fondazioneprada.org

PALAZZO CITTERIO

8 Si sblocca l’annosa questione della Grande Brera. Nel settecentesco Palazzo Citterio saranno ospitate le collezioni di arte moderna. Apertura prevista il prossimo anno, anche perché i lavori principali sono terminati nel 2018. pinacotecabrera.org

CAMPUS DELLE ARTI

9 Le affascinanti ma da tempo insufficienti sale di Brera saranno finalmente affiancate dai 15mila mq del campus che sorgerà all’ex Scalo Farini. L’unica nota stonata sono i tempi: fine lavori prevista per il 2030. accademiadibrera.milano.it

MUSEO NAZIONALE DELLA RESISTENZA

10 Edificio gemello della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli progettata da Herzog & de Meuron, il nuovo Museo della Resistenza ospiterà oltre 300 fondi archivistici e qualcosa come 700mila fotografie. museonazionaleresistenza.it

santa giulia

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BEIC – BIBLIOTECA EUROPEA DI INFORMAZIONE E CULTURA

11 Progetto travagliato che nasce nel lontano 1996 e che ora trova una destinazione ci si augura definitiva nell’area dell’ex stazione ferroviaria di Porta Vittoria. Il modello è quello di una reference library di alta divulgazione. beic.it piano culturale. Eppure - nell’enorme disuguaglianza di risorse e di opportunità – città come L’Aquila, Napoli, Bari e Palermo hanno saputo trovare formule innovative di

gestione e valorizzazione dei beni culturali, di sperimentazione sui beni comuni

e di costruzione di nuovi centri culturali. Formule che potrebbero portare a collaborazioni importanti, in un senso e nell’altro.

Il quarto livello è quello – variegatissimo – dell’Italia non metropolitana. Che vuol dire, certo, terre alte e aree interne, ma anche il vasto mondo che siamo abituati a pensare come “provincia”, caratterizzato da un accesso sufficiente ai servizi di base ma opportunità limitate di scambio culturale e di circuitazione di capitale sociale. Per chi lavora in questi territori portandosi dietro il “marchio” di Milano è chiaro da tempo che la città può pensare di essere qualcosa di più di un attrattore di risorse umane ed economiche, ponendosi invece come punto – d’arrivo, di partenza o di passaggio – di catene culturali lunghe e corte di trasferimento e moltiplicazione di competenze, idee e buone pratiche.

La città può pensare di essere qualcosa di più di un attrattore di risorse umane ed economiche.

L’ultimo livello è quello internazionale. La vulgata vuole Milano “la città europea d’Italia”, e c’è certamente del vero: le connessioni sono moltissime e Milano è nelle mappe globali non solo della moda, dell’architettura e del design ma anche, in misura minore, dell’editoria e dell’arte contemporanea. Eppure, già prima della pandemia c’era da fare molto per aumentare la connessione con gli altri Paesi europei, nei quali l’investimento pubblico in arte e cultura è da decenni spropositatamente superiore a quello italiano. Il Coronavirus non ha reso certo le cose più facili e per cambiarle non si può pensare di affidarsi alle Olimpiadi Invernali. C’è bisogno di pensare a programmi internazionali di scambio e di studio, a formule di accoglienza e di reciprocità che coinvolgano la diplomazia culturale, i centri culturali e le grandi istituzioni di altri Paesi.

LA SFIDA DELLE PERSONE

In Italia, più che altrove in Europa, le professioni dell’arte e della cultura sono segnate da una precarietà economica e professionale strutturale. In una città nella quale il costo della vita continua ad aumentare e i

MARCO EDOARDO MINOJA

comune di milano - direttore cultura

A oltre un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, la Milano della cultura è una città in salute? È una giusta domanda, a fronte dello

stato di salute, e quasi di ebrezza, che la città ha conosciuto negli anni imme-

diatamente precedenti. Era il 2018 quando l’analisi sulla qualità della vita condotta dal Sole 24 Ore su alcuni indicatori, tra cui quelli relativi a Cultura e tempo libero, decretò che Milano era la città al primo posto in classifica. Sempre nel 2018 l’osservatorio operato da Mastercard sull’attrattività turistica indicava Milano come prima città italiana e quinta città europea, nonché unica città italiana nella top 20 mondiale. Nel 2019 Milano si aggiudica il Best City Award attribuito dalla rivista Wallpaper per premiare la città che più si è distinta nel panorama del design su base globale; e ancora, ai Global Fine Art Awards trionfano istituzioni milanesi come HangarBicocca e Fondazione Prada rispettivamente nelle categorie delle esposizioni individuali, con la mostra sugli Ambienti di Lucio Fontana, e collettive, con la mostra sull’arte italiana tra le due guerre Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943. The Culturale and Creative Cities Monitor, monitoraggio rilasciato dalla Commissione Europea, nel 2019 ha posizionato Milano tra le prime cinque città europee per vivacità e accessibilità dell’offerta culturale (insieme a Parigi, Londra, Monaco e Berlino) e il report Io sono Cultura della Fondazione Symbola, sempre nel 2019, ha classificato Milano come la prima città italiana per valore aggiunto e occupazione nel campo dell’industria culturale e creativa.

Bastano i riconoscimenti esterni a

decretare lo stato di salute? E soprattutto, che effetti ha avuto un anno e mezzo di pandemia su tutto questo? È difficile oggi valutare l’impatto strutturale, molto più praticabile è rendere conto degli interventi contingenti operati a sostegno della salute del comparto. Nel 2020, a fronte del blocco della relazione tra pubblico e attività culturali, l’Amministrazione destina 2 milioni di euro di risorse extrabilancio, quindi in aggiunta ai normali investimenti, per interventi a supporto delle perdite del comparto, raggiungendo oltre 360 soggetti operanti nell’ambito della cultura e dello spettacolo, una rete straordinaria di operatori dal macro al micro che rivelano la vitalità del tessuto culturale cittadino. Nel medesimo periodo, la Direzione Cultura completa un nuovo piano per l’offerta museale della città di Milano, individuando una nuova strategia di organizzazione per distretti territoriali, che mette al centro dell’azione culturale la relazione di partecipazione dei territori e delle comunità quale fattore costitutivo della stessa offerta culturale; una

strategia che orienta i nuovi distretti museali cittadini a farsi promotori di relazione e aggregatori su una base di

prossimità. Su questa base strategica si innestano gli interventi strutturali e i progetti connessi anche alle risorse straordinarie del PNRR; questo significa, nel prossimo quinquennio, nuovi poli culturali e rafforzamento di quelli esistenti: dal Museo Nazionale della Resistenza ai bastioni di Porta Volta al raddoppio del Museo del Novecento; dalla nuova BEIC prevista allo scalo di Porta Vittoria al nuovissimo progetto del Museo nazionale di Arte digitale che rivitalizzerà gli straordinari spazi dell’ex Albergo Diurno. E ancora, la nuova Cittadella del Teatro alla Scala in progettazione al quartiere Rubattino e conseguentemente il complessivo ripensamento delle funzioni culturali nello Spazio Ex Ansaldo, destinato a rafforzare il suo ruolo di incubatore per le arti performative e per le ICC. Massicci investimenti in interventi strutturali, che rappresentano tuttavia solo la punta evidente di un iceberg di relazioni e reti a cui la città ha lavorato in questi anni, in un dialogo costante con gli operatori e con il territorio cittadino.

redditi di molti sono appesi a un filo, c’è il rischio concreto di un lento e invisibile

impoverimento del capitale sociale e cul-

turale del territorio. Già adesso chi non può permettersi gli affitti tuttora altissimi se ne va, a volte temporaneamente e a volte per sempre. Allo stesso tempo, i tantissimi ricercatori e professionisti che tenevano un piede in due città hanno optato per fermarsi “nell’altra”, forse più piccola ma più economica, e cercare di lavorare a distanza.

Si tratta di un fenomeno graduale e non molto visibile, sul quale i dati a disposizione possono dirci ancora poco. Quello che è certo è che quasi nessuno crede ancora alla mitologia di una classe creativa globale iper-mobile (ormai sconfessata dal suo stesso inventore, Richard Florida): chi si occupa del rapporto tra arte, città e cultura sa che i patrimoni di connessioni, relazioni, competenze, conoscenze e abilità si costruiscono sui territori nel tempo, e che un drenaggio improvviso di artisti e operatori rischia di avere ripercussioni che dureranno anni. A questo proposito è necessario tenere presente che l’inevitabile stop a inaugurazioni, eventi e conferenze non ha significato solo un arresto della fruizione culturale ma anche la cancellazione di quelle occasioni informali di contatto e cross-fertilizzazione che sono momenti cruciali (e non sostituibili dal digitale) di connessione, ideazione e sviluppo di nuove occasioni professionali dei mondi dell’arte e della cultura.

Per invertire questa tendenza c’è bisogno di iniziative che agiscano su livelli diversi, dal supporto per abitazioni e studi a borse di ricerca e programmi evoluti di studio visit. Sarà cruciale favorire la nascita di nuove reti di secondo livello e il consolidamento di quelle già esistenti, così come lavorare su programmi che implementino la connessione tra istituzioni tradizionali, nuove organizzazioni e nuovi centri culturali.

LA SFIDA DELLA DEMOCRAZIA CULTURALE

Anche se l’economia della città ha continuato a crescere per anni, per alcuni gruppi sociali questo ha voluto dire un aumento delle disuguaglianze, l’esposizione al rischio di forme di povertà assoluta, redditi insufficienti per affrontare il costo della vita, povertà abitativa e disoccupazione.

In questo contesto – aiutato in modo drammatico dalle conseguenze del virus – c’è il rischio concreto dell’esclusione di fasce crescenti della popolazione dai servizi e dai consumi culturali, in un processo di marginalizzazione nel quale la povertà culturale si innesta su altre forme di povertà, moltiplicandole. In altri termini, si rischia di andare incontro a una Milano a due velocità. Una benestante, borghese, saldamente ancorata alle forme di rendita (di capitale economico, ma anche sociale e culturale) che si riversano su Milano dal resto d’Italia e dall’estero. L’altra sempre più disagiata e popolare, nella

ANDREA PERINI

co-fondatore di terzo paesaggio

Milano è un laboratorio di produzione culturale, dove pubblica amministrazione e privati sperimentano, da sempre, nuovi formati organizzativi. Dal Piccolo come primo teatro stabile pubblico del Paese al CRT come primo centro di ricerca, per limitarsi all’ambito performativo. Oggi mi pare che la direzione da percorrere e intensificare, per far crescere la vitalità culturale della città, stia nell’abilitare le pratiche di rigenerazione urbana a base culturale che si caratterizzano spesso nella riattivazione a fini culturali di beni pubblici dismessi, a opera di soggetti non profit o low profit a governance diffusa, sempre più aperta alla cittadinanza, che sviluppano una pluralità di funzioni ibride, interpretando le vocazioni e i bisogni dei territori, in aree e quartieri di margine della città. Queste pratiche, anche se sono sostenute da politiche pubbliche e da programmi di fondazioni private, per loro natura sono fragili e spesso rischiano l’impaludamento.

Credo che la città di Milano possa assumere queste pratiche per farle evolvere in

economia di tipo generativo (opposta a quella estrattiva) attraverso un’alleanza con il capitale e aprendo sempre più l’architettura proprietaria delle iniziative alle comunità (il crowdfunding civico è una proposta interessante in tal senso). Siamo qui nell’ambito dell’ibridazione e del crossover culturale, habitat per la proliferazione di filiere culturali di prossimità e comunità educanti (da proposte più complesse a quelle più semplici, come la presentazione di un libro nella piazza di un quartiere, occasione per coinvolgere la biblioteca di zona nel dotarsi del volume, il dirigente scolastico nell’ospitare un progetto artistico nella scuola del territorio, suggerito da un’organizzazione culturale attiva nell’area, mentre i commercianti presentano attività tematiche nei loro spazi più diversi...). Per continuare in questa direzione fertile, appena visibile ora in città, abbiamo tuttavia bisogno di dare impulso alle energie esistenti, con un nuovo Assessorato all’Economia Generativa dotato di portafoglio e pieni poteri, per abilitare il riuso del patrimonio pubblico dismesso, fuori dalla logica della massima valorizzazione, con tempi brevissimi, capace di facilitare il dialogo tra stakeholder, con uno sguardo alle grandi imprese e agli sviluppatori immobiliari, per passare dalla monocultura economica estrattiva, ancora imperante, a un nuovo modo di fare città: più orientato alla vita, alle comunità, ai luoghi.

Anche se l’economia della città ha continuato a crescere, per alcuni gruppi sociali questo ha voluto dire un aumento delle disuguaglianze.

quale settori crescenti della piccola borghesia impoverita si fondono e si scontrano con le classi più povere, spesso legate a percorsi migratori.

Contrastare questa tendenza implica interventi di grande respiro, a partire dal welfare e dall’edilizia residenziale pubblica. Ma vuol dire anche imparare a costruire

strategie di partecipazione e democrazia

culturale in un’ottica di prossimità, attraverso sforzi programmatici costanti per l’ampliamento e l’aumento di efficacia delle reti di servizi culturali di base, a partire dai servizi per l’infanzia, dalle scuole, dai servizi per i giovani e gli anziani, dalle biblioteche ma anche dai tantissimi Nuovi Centri Culturali di iniziativa privata.

NICOLA RICCIARDI

direttore artistico di miart

Milano ha subito un’evidente accelerazione nel corso degli ultimi dieci anni, che l’ha riposizionata sia a livello internazionale che nell’immaginario collettivo. Molte istituzioni culturali hanno beneficiato degli esiti positivi di questa trasformazione – vedi l’incremento della capacità di attrazione o la maggiore disponibilità di risorse sia pubbliche che private. Non bisogna tuttavia perdere di vista anche gli aspetti nega-

tivi che questo cambiamento ha portato. Uno su tutti: la

malattia dell’impazienza. Negli ultimi anni si sono inaugurati troppi progetti a Milano senza lasciar loro tempo di crescere e di maturare, di sbagliare e di correggersi. Sembra ci sia sempre la necessità, se non l’urgenza, di portare a battesimo qualcosa di nuovo. Lo stesso si può dire dei quartieri e delle aree residenziali. Se posso permettermi una digressione personale, quando due anni fa ho deciso di lasciare Milano – città in cui sono nato e cresciuto – e di trasferirmi con mia moglie e mio figlio a Bergamo, un ruolo non marginale lo ha giocato la delusione per la Biblioteca degli Alberi. Dopo il taglio del bosco di Gioia, per anni tutta Isola, il mio quartiere, ha chiesto a gran voce la realizzazione di uno spazio verde alternativo: alla fine è arrivato in risposta un giardino bellissimo, ma lontano anni luce dalle esigenze più ovvie delle famiglie residenti. A Milano si è persa

in parte la semplicità e la capacità di comprendere che la qualità della vita passa prima da uno scivolo e quattro alta-

lene che dalle “zone di relax eco-sostenibili e autorinfrescanti”. Tuttavia, se dietro alla BAM ci sono ovvie ragioni commerciali, quando si parla di cultura bisognerebbe usare più cura e più pazienza. Si dovrebbero investire più risorse nella manutenzione dell’esistente che nella ricerca spasmodica del nuovo. Il rischio è altrimenti passare da un museo all’altro come da un giardino all’altro, lasciando dietro di sé un cimitero di intenzioni che non hanno mai avuto una vera occasione di realizzarsi.

UMBERTO ANGELINI

direttore artistico triennale milano teatro

Scrivo queste righe poche ore dopo aver visitato il nuovo progetto Alcova in zona Inganni per la Design Week ed essere rimasto colpito dalla maestosa e affascinante decadenza del luogo scelto, praticamente sconosciuto alla città. Quanti altri luoghi simili abitano la nostra città e quante zone milanesi sono estranee agli stessi cittadini? E quali possibili intelligenti reinvenzioni come quella di Alcova potrebbero essere possibili e non limitarsi allo spazio, seppur straordinario, della temporaneità? Credo che oggi Milano debba prima di tutto ripensarsi come

città per i giovani sia nello sviluppo immobiliare sia nella pro-

duzione culturale anche attraverso l’utilizzo delle ingenti risorse del piano Next Generation EU. Far convivere l’attrattività con l’accoglienza, generare nuovi immaginari, accessibili e inclusivi. Tutto ciò comporta un importante incremento dell’housing sociale, la creazione diffusa di residenze universitarie, la riconversione delle destinazioni d’uso di molti spazi commerciali inutilizzati in affitti residenziali a canoni calmierati per giovani lavoratrici e lavoratori, in modo da ridisegnare interi quartieri e spostare la spesa dalla rendita alla partecipazione sociale e culturale.

Il soggetto pubblico dovrebbe a sua volta investire sul rischio culturale favorendo la nascita e la sostenibilità di

nuove esperienze creative geograficamente diffuse, decentralizzando la produzione culturale in nuovi spazi in aree periferiche e favorendo la cogestione di questi luoghi anche tra istituzioni cittadine e nuove imprese sociali. Un formato ibrido, inedito, che metta insieme l’autorevolezza e la competenza dell’istituzione e l’entusiasmo, la leggerezza e le sensibilità di giovani realtà indipendenti, generando così una circolarità virtuosa di saperi e pratiche. Significa progettare un modello di città policentrica in perenne cambiamento, ove l’attrattore culturale rappresenti non soltanto il mezzo di una operazione di gentrification ma soprattutto una infrastruttura sociale capace di tenere insieme le differenze, le eccellenze e le fragilità.

Se è vero che le formule più rigidamente quantitative dell’audience development e dell’audience engagement sembrano aver fatto il proprio tempo – soprattutto alla luce della richiesta d’attenzione costante che viene fatta alle nostre vite sempre più in streaming –, è anche vero che, se affrontate in modo non ideologico, possono fornire strumenti potentissimi di accesso alla cultura, soprattutto fuori dalle rotte della cultura tradizionale. Probabilmente questo implica anche un ripensamento delle forme di offerta culturale che tradizionalmente vengono associate ai mondi della marginalità sociale, spesso segnati da una forte impronta naïve. Un approccio che forse non può più bastare a fronte della necessità di empowerment individuale e collettivo di gruppi sociali sempre più poveri. Si tratta anche di un’occasione per valorizzare in modo diverso il rapporto

tra i mondi della cultura e quelli dell’inno-

vazione sociale, che negli ultimi anni hanno

È ora di chiedersi non solo quale sarà la prossima grande inaugurazione, ma cosa ci succederà dentro, attorno e attraverso.

popolato la città di iniziative interessanti, costruendo un importante patrimonio di metodi e strumenti, ma che non sempre hanno saputo coniugare le competenze progettuali e di fundraising con visioni culturali lungimiranti.

Molti sono già all’opera per affrontare queste sfide, nei mondi dell’arte e della cultura, nelle istituzioni e nella società civile, chiedendosi non solo quale sarà la prossima grande inaugurazione, ma cosa ci succederà dentro, attorno e attraverso.

Questo articolo contiene alcune considerazioni preliminari frutto della ricerca di cheFare “laGuida: ilContemporaneo”, i cui risultati saranno resi pubblici nei prossimi mesi. Il progetto è realizzato con Fondazione Cariplo, impegnata nel sostegno e nella promozione di progetti di utilità sociale legati al settore dell’arte e cultura, dell’ambiente, dei servizi alla persona e della ricerca scientifica.

EMANUELE BRAGA

artista, ricercatore, coreografo e attivista

Il vettore per McKenzie Wark, dark matter per Gregory Scholette, il lavoro gratuito di piattaforma per Tiziana Terranova, la pila per Benjamin Bretton, il necrocapitalismo per Achille Mbembe, il comunismo del capitale per Christian Marazzi: sono solo alcuni dei concetti che per me rendono possibile pensare Milano. Sono anche alcuni dei concetti più discussi nei raffinati dibattiti d’arte contemporanea a cui ho assistito e contribuito nelle varie Biennali, Documenta e principali centri di ricerca e istituzioni d’arte. Perché ho messo assieme tutti questi concetti, simili ma con differenze importanti, come precondizione per poter pensare gli ultimi dieci anni di Milano? Perché credo che questa città sia un caso

molto interessante per osservare la transizione post-fordista prima e

post-capitalista ora. È questa intersezione fra industria creativa, finanza, mercato immobiliare e razzializzazione del lavoro che la definisce. Milano ha visto morire il vecchio capitalismo fordista, quello delle fabbriche. Solo il vecchio capitalismo rentier, quello dell’investimento immobiliare, è sopravvissuto, ma è accaduto grazie a un’azione di salvataggio da parte del nuovo capitalismo finanziario e informazionale del terziario digitale avanzato in epoca di big data. Questo nuovo tipo di capitalismo ha bisogno di una continua differenziazione: la continua produzione di cose nuove, per poter selezionare contenuti e concentrare risorse, è ciò che caratterizza Milano. Bingo! Moda, design, underground, accademie e università private, classe creativa che diversifica continuamente la produzione di contenuti, valorizza il mercato immobiliare all’interno di una finanziarizzazione sempre più digitalizzata che concentra risorse in pochi monopoli, grazie a un esercito di manovalanza razzializzato e a basso costo, per la maggior parte del tempo in modo gratuito. A questo punto Milano credo sia a un bivio. Può esasperare questo modello diventando il simbolo del greenwashing, dell’invisibilizzazione dei rapporti di sfruttamento precari, spacciatore di sogni che non saprà realizzare: questo scenario credo che abbia un unico destino per tutti coloro che lo percorreranno nell’Occidente, cioè consegnare la città all’estrema destra. Oppure può cominciare a essere apripista di misure davvero alternative, cioè utilizzare l’informazione e i dati in ottica non autoritaria, volta a investimenti radicali nel welfare e nell’ecologia. Ciò significa, come ho già avuto occasione di esprimere, investimenti pubblici. Smettere di privatizzare per fare cassa e aprire i rubinetti degli investimenti pubblici diretti in case popolari, educazione, sanità e tecnologia. Questo è possibile in modo non autoritario solo a partire dal riconoscimento e dalla collaborazione alla pari con i movimenti sociali. Con tutti quei laboratori che si stanno attivando per produrre tessuto sociale e che si prendono cura della città. Milano dovrebbe invertire questa allu-

cinazione per cui il sociale è la compensazione al ribasso dell’investi-

mento finanziario; al contrario, dovrebbe radicare il tema del valore nella cooperazione sociale. Insomma, farla finita con la vulgata neoliberale del “se non ci sono i soldi non possiamo investire in cultura e salute” e cominciare ad affermare che c’è prosperità economica solo se basata su benessere sociale, scuola e salute. Milano dovrebbe spiazzare tutti, invece che pompare greenwashing e pinkwashing usando le differenze queer, gay, l’amore per il verde e le macchine elettriche; dovrebbe promuovere la cooperazione sociale e il riconoscimento dell’attivismo. Sono consapevole che il movimento di Macao abbia accelerato in città il radicamento di quell’agenda europea culturale incentrata su rigenerazione urbana, spazi interdisciplinari, autogestione dal basso, partecipazione attiva dei pubblici. Dopo Macao sono nate decine di spazi interdisciplinari dal recupero di edifici in abbandono, agricoli e post-industriali. Ma chi fra questi sta facendo la differenza? Nella discussione contemporanea europea credo stia emergendo in modo esplicito che la strategia dell’uso temporaneo è obsoleta. In Germania, Belgio, Francia e Olanda è ormai diventata la questione: gli artisti non sono più disposti a valorizzare spazi urbani per poi lasciare il posto ai processi di gentrificazione, vogliono al contrario affermare permanenti istituzioni dei commons. Questo si può attuare solo attraverso la lotta e l’attivismo, ridefinendo il quadro amministrativo sull’utilizzo di spazi pubblici come beni comuni, oppure con azioni di acquisto in azionariato popolare, come sono le co-ownership o le community land trust.

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