“Nella pancia della balena” di Alice Keller Copertina di Giovanni Nori Prima edizione: ottobre 2017 ISBN 978-88-99842-08-6 © 2017 Camelozampa Tutti i diritti riservati info@camelozampa.com www.camelozampa.com
Alice Keller
NELLA PANCIA DELLA BALENA
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La guardo. Mentre il treno se ne va e lei diventa piccola. È sempre stata piccola. Una piccola mamma. Piccola.
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1 L’OCCHIO Tutto è cominciato… Quando? Forse tutto stava già per cominciare e noi non ce n’eravamo accorti. Io almeno. Camminavamo sulle stoviglie rotte stando attenti, coi piedi, a non romperle ancora. Sono sempre stato bravo a cercare di tenere insieme le cose. Anche quando le cose facevano di tutto per non stare insieme. A scuola per esempio. Stavo attentissimo a uscire per primo, così che nessuno potesse prendermi in mezzo. Preparavo tutto qualche minuto prima del suono della campanella, e poi mi fiondavo giù per le scale, e subito per la strada a destra. Puoi tagliare per il parco, o fare la strada lunga che passa per il parcheggio. Sono sempre passato per il parcheggio. 9
Ci puoi trovare qualche barbone coi cartoni tra la macchinetta dei soldi e le macchine, ma niente di più. È tranquillo. Invece per il parco ci passano tutti, e per di più ci trovi sempre qualcuno di terza che ha fatto la fuga e che fuma dietro gli alberi e non vede l’ora di passarsi il tempo. Lo facevo per il giubbotto. E le scarpe con lo strap. Se hai un giubbotto coi rombi come il mio e le scarpe con lo strap, sicuro lo becchi qualcuno che vuole passarsi il tempo. Anche la tuta lo so che è un problema – l’unica volta che non sono stato attento e sono tornato con le ginocchia sbucciate mamma mi ha abbracciato, mi ha detto: al prossimo stipendio andiamo a comprarti i jeans nuovi, magari quelli strappati che hanno i tuoi amici, eh? Ha provato a sorridere ma ho visto che aveva gli occhi rossi e non mi piace quando ha gli occhi rossi perché vuol dire che si sente in colpa e la notte piange. Non mi piace quando piange. Le ho detto che non importava, che an10
che la tuta strappata era di gran moda e le ho scompigliato i capelli anche se sono sempre già scompigliati. Non si pettina spesso. Non come le altre mamme che vengono fuori da scuola e hanno tutte la piega e il caschetto. Cioè non tutte. Ma mamma dice così e quello che non dice è che si vergogna davanti a loro, quando mi viene a prendere. Poi con me vorrebbe che non me ne accorgessi, e mi abbraccia e mi scompiglia i capelli e io le scompiglio i suoi – siamo alti uguali, io e mamma. Le arrivo giusto giusto alla frangetta. Comunque alla fine lo stipendio è arrivato ma c’erano le bollette – e quando sono arrivate le bollette mi ha guardato, ha fatto ancora i conti, e mi ha guardato ancora e mi ha scompigliato i capelli. E io che lo sapevo che le stavano per venire gli occhi rossi le ho detto che a me i jeans mi stringono e la tuta va benissimo. Però da quella volta lì ci sto più attento e non faccio più il parco ma passo per il parcheggio.
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Una volta superato il parcheggio basta che giri ancora a destra, cammini un po’ sulla strada principale e poi eccoti lì – giornalaio, ristorante cinese, strisce pedonali. Solo quando ho voglia di prendermela più comoda invece che girare a destra vado dritto e ci arrivo da dietro, passando per la pista ciclabile. Mi piace la pista ciclabile. Anche se non ho la bici e ci vado a piedi. Ma si vedono i binari della vecchia ferrovia, con tutte le erbacce in mezzo e i fiori gialli, e ancora erba e ancora fiori gialli, anche se siamo in città e poco dopo ricominciano i palazzoni. Anche casa nostra è un palazzone. Mamma dice che quando ero piccolo e ti affacciavi dalla finestra si vedevano i campi, ma io i campi non me li ricordo. Mi ricordo solo le fabbriche abbandonate, che ci sono ancora adesso. È grazie alle fabbriche abbandonate che ci sono le erbacce e i fiori gialli. Hanno provato a montarci anche uno scivolo e due altalene, ma non le usa mai nessuno. Invece ci sono i ragazzi che disegnano sui muri e ogni tanto qualche bar12
bone che dorme sulla panchina – e qualche cartello appeso ai pali della luce che dice che gli abitanti del quartiere raccolgono le firme contro il degrado. Ma che fine facciano queste firme non si sa. Perché i cartelli sui pali della luce ci sono sempre, o a volte si staccano ma perché prendono l’acqua. Il giorno che tutto è cominciato il ragazzo dei graffiti ha iniziato la balena. Ma che fosse una balena non si capiva ancora. C’era solo un enorme occhio aperto, che guardava verso i palazzoni. Mi sono fermato a guardarlo anch’io – occhio nell’occhio – poi mi sono mosso. Mamma torna alle 14 e 30 e io di solito alle 13 e 30. Ma quel giorno mi ero fermato al discount a far la spesa e erano già le 14 e quindi dovevo fare in fretta. Di solito arrivo a casa – butto in stanza lo zaino, poi vado a metter su l’acqua. E anche quel giorno ho fatto lo stesso anche se per tutte le scale ho pensato intensamente all’occhio aperto. Tutto è iniziato con l’occhio. 13