Il satiro di Mazara del vallo

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IL SATIRO DANZANTE

prof.ssa Pulvirenti

Il Satiro danzante un bronzo ellenistico nel mare di Sicilia

CORSO DI DISEGNO E STORIA DELL'ARTE

classe I


IL SATIRO DANZANTE

prof.ssa Pulvirenti

IL RITROVAMENTO Nella primavera del 1998 una statua bronzea fu ripescata nel Canale di Sicilia , al largo della città di Mazara del Vallo, su un fondale di circa 500 metri. Rappresenta un Satiro, demone facente parte del corteo orgiastico che accompagnava Dioniso, il dio greco del vino. L'opera è un originale di età Ellenistica, realizzato nel 340 a.C.. E' noto che dal II sec. a.C. si sviluppò un notevole commercio di opere d'arte per soddisfare le richieste della colta aristocrazia romana. Dei molti originali di statuaria in bronzo, andati in larga parte perduti, restano copie di marmo realizzate dai copisti romani. Alcuni originali sono giunti fino a noi grazie ai ritrovamenti archeologici subacquei (i bronzi del relitto di Madhia, in Tunisia, quelli del relitto di Antikitira, in Grecia, lo Zeus di Capo Artemisio del Museo Nazionale di Atene, i Bronzi di Riace). Il Satiro di Mazara, di dimensioni alquanto maggiori del vero, costituirebbe, forse, il prototipo al quale si ispirarono artisti di età augustea e autori di rilievi su lastre marmoree, in particolare fronti di sarcofago, databili al II sec. d. C..

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L'Essere mitologico è colto in un momento della danza orgiastica , nell'atto di compiere un salto sulla punta del piede destro, con la gamba sinistra sollevata, il busto ruotato e le braccia distese. La testa, abbandonata all'indietro, offre i capelli al vento in ciocche fiammeggianti, ravvivate dall'ebbrezza divina. Sul braccio sinistro era, probabilmente, avvolta la pelle di pantera mentre dalla mano pendeva la coppa di vino vuota. La mano destra scuoteva, invece, il tirso, una lunga asta sormontata da un viluppo di edera a forma di pigna, ornata da nastri di stoffa, attributo di Dioniso e dei suoi compagni. Nella testa abbandonata all’indietro fin quasi a toccare le spalle e nella definizione mistica degli occhi, si possono rintracciare i momenti di trance dei remoti sciamani, oggi ancora praticati in Turchia dai Dervisci, che si esibiscono nella danza ruotante fino alla perdita dei sensi. La stessa iconografia del Satiro è stata rinvenuta su vasi a figure rosse e rilievi in marmo.

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Il Satiro è una figura fondamentale, preponderante ed altamente rappresentativa nelle rappresentazioni dionisiache , insieme alla figura di menade . Il Satiro, denominato a partire da Euripide anche Sileno, è una figura della Natura: raffigurato in maniera diversa attribuibile ai differenti luoghi di produzione (con la parte inferiore di cavallo o caprone), era sempre dotato di orecchie appuntite, una lunga coda e attributi di notevoli proporzioni. Il contesto nel quale si inserisce è sempre quello della danza al seguito del dio Dioniso. A questa figura è attribuita dagli antichi una sensualità procace ed aggressiva , posta in risalto dalla curiosa mescolanza di umano e bestiale, ricordata da Plinio per la naturale malizia. Anche per questo motivo la figura ebbe una storia fortunata nel teatro comico greco, dove fu spesso introdotta per mettere in burla le scene più scabrose. Nella scultura classica questa immagine assume un carattere sempre più personale, fino ad arrivare al tema prassitelico, proposto insieme ad altre varie teorie interpretative, anche per il bronzo di Mazara.

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E' stata riconosciuta nel Satiro danzante una formazione pienamente classica , circoscrivibile al 340 a.C. Innanzitutto, le dita del piede testimoniano una fusione a parte, e questa è una tecnica abbandonata in età ellenistica. Lo spessore delle pareti metalliche della statua, non omogeneo, raggiunge in media i 7 millimetri , altra caratteristica prettamente classica. Infine, il composto della statua rivela un’alta presenza di piombo , normale in età classica per i bronzi di minori dimensioni, e il Satiro ha dimensioni poco più che naturali, raggiungendo un peso di 108 chili. Il professor Moreno, inoltre, avanza l’attribuzione del Satiro a Prassitele: “La chiarezza di struttura, la pienezza dell’incarnato e soprattutto la fermezza delle superfici stanno a monte del barocco ellenistico e appartengono alla visione di Prassitele – spiega Moreno. “La pelle tesa, levigata su di un adipe fitto e sodo, nasconde ogni soprassalto della muscolatura come nel satiro in riposo o nell’Afrodite Cnidia”.

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Un corpo di raffinata fattura dall'impressionante arditezza del movimento . Un piede l’unico punto d’appoggio che di fatto richiama quei ritmi nuovi, di sostegno laterale, atti a sciogliere la figura dall’equilibrio gravitante sul proprio asse, espressi magistralmente da Prassitele . Scultore greco vissuto in età ellenistica ed attivo tra il 375 e il 326 a.C., anno della sua morte, Prassitele fu autore di opere memorabili, ancora copiate dai Romani, in età imperiale. La peculiarità dell'arte prassitelica sta nella dolcezza del modellato delle sue statue marmoree, caratterizzate da una sorta di malinconia, pigrizia ed abbandono delle figure. I suoi personaggi non sono più i saldi ed equilibrati eroi del passato, ma dèi giovani, sfiniti, umanizzati. Il baricentro della figura si sposta su un lato, mettendo la figura rappresentata in una posizione di riposo. In molti casi, l'eroe o il dio è appoggiato ad un tronco o ad una colonna, come se non avesse più le forze per sostenersi da solo in piedi, anche se in realtà puntelli e sostegni di questo tipo sono indispensabili nelle statue in marmo, per ragioni strutturali. Quindi, rispetto al Doriforo di Policleto (V sec. a.C.), maestro d'equilibrio, si è di fronte ad un mutamento essenziale , che caratterizzerà la nuova tendenza artistica.

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Opere celebri di Prassitele furono la Venere Cnidia, il primo nudo femminile della storia, Hermes con Dioniso , l'Apollo Sauroctono , l'Apollo citaredo , una testa di Afrodite , Satiro a riposo , ed altre ancora. Di molte di esse non si conservano piĂš gli originali, andati perduti, ma si sono conservate copie di etĂ romana. Tradizionalmente si riconosce l'unico originale del maestro proprio nella statua di Hermes con Dioniso fanciullo, opera datata al 340 a.C. e ritrovata, grazie ad un riferimento presente nell'opera di Pausania il Periegeta, nel tempio di Hera ad Olimpia durante una campagna di scavo tedesca.

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