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Generazione Z nel mondo del lavoro
LA GENERAZIONE Z NEL MONDO DEL LAVORO
Quando ci viene chiesto che ruolo lavorativo vorremmo ricoprire un domani, la maggior parte delle volte la risposta è sempre quella di una figura di spicco nel mondo del lavoro: chirurgo, avvocato, commercialista, imprenditore, scrittore e molti altri… sono queste le aspettative che hanno i ragazzi d’oggi, con conseguente prolungamento del percorso di studi. I lavori manuali, invece, si stanno perdendo e a volte vengono ritenuti come meno qualificati, rispetto a quelli sopraelencati, nonostante siano altrettanto utili e fondamentali in una società. Questa concezione è frutto del benessere globale che stiamo vivendo e del facile sostentamento che ci offrono i nostri genitori. Nel passato, i ragazzi erano più invogliati ad andare a lavorare perché non c’era una ricchezza tale da poter rendere facile il mantenimento dei figli e, soprattutto, perché c’era bisogno di mano d’opera, cosa che con l’avvento della tecnologia sta gradualmente sparendo. Con il progresso è inevitabile che il lavoro manuale venga sempre meno richiesto fino a venire completamente sostituito dalla tecnologia o, se non del tutto, è un dato di fatto che con certi lavori è impossibile raggiungere una tale ricchezza monetaria da potersi ritenere economicamente liberi. Un po’ per l’evoluzione tecnologica, un po’ per il benessere economico che stiamo vivendo, per avere un lavoro che ci faccia vivere nel benessere, oggi è fondamentale studiare e un domani lo sarà ancora di più. Non siamo quindi noi giovani, come appartenenti ad un gruppo generazionale, a essere meno propensi al lavoro, ma è la situazione di questi anni che ci mette in circostanze tali da prediligere lo studio rispetto al lavoro, talvolta precludendoci alcuni sbocchi lavorativi per proseguire i nostri percorsi d’istruzione. È perciò chiaro che se per ricoprire un ruolo di spessore, in quasi tutti gli ambiti, è richiesta una laurea, la scelta che devo compiere è quella di lavorare come dipendente tutta la vita o di rivoluzionare la mia vita studiando, perché al giorno d’oggi è duro da accettare ma, senza un titolo di studio abbastanza buono, i lavori a disposizione sono veramente pochi e in molti casi non ben retribuiti.
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Alessandro Rizzi, 4°BAFM
IL VILLAGGIO OPERAIO DI CRESPI D’ADDA
Il villaggio operaio di Crespi d’Adda dal 1995 ha la particolarità di essere un sito Unesco abitato. Le case oggi sono tutte di proprietà privata e sono abitate da una comunità di circa 400 persone, in gran parte discendenti degli operai che avevano vissuto e lavorato lì fin dall’origine. Gli esperti dell'Unesco sottolineano che, per ottenere tale riconoscimento, la popolazione locale deve avere un ruolo attivo, un ruolo da protagonista, organizzando attività culturali e didattiche. Da più di vent’anni il villaggio si è posto l’obiettivo di diffondere la propria storia nel rispetto del luogo e, soprattutto, nel rispetto della comunità che lo abita, per questo anche a noi studenti durante la visita è stato richiesto il massimo rispetto. Dal punto di vista geografico il villaggio si estende tra due fiumi, Adda e Brembo. A livello urbanistico la struttura è a croce. Entrando a nord, la via principale lunga quasi un 1 km separa la fabbrica dalle abitazioni. Questo assume un significato simbolico: a destra ci sono la fabbrica, il lavoro, la fatica il sudore, mentre a sinistra si estendono le abitazioni, i servizi, la vita sociale, le famiglie e infine, al termine del villaggio (e della vita), si trova il cimitero. Gli imprenditori che vollero costruire tutto questo, intendevano prendersi cura dei loro operai “dalla culla alla tomba”: quando nasceva un bambino fornivano gratuitamente la levatrice; al momento della morte, garantivano sepolture gratuite.
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Il termine “villaggio operaio” sottolinea che Crespi d’Adda era stato ideato dalla famiglia Crespi per gli operai che lavoravano in fabbrica e per le loro famiglie. Con l’espressione “villaggio” generalmente si fa riferimento al mondo rurale, contadino, mentre la parola operaio richiama il mondo industriale. Il contrasto è davvero efficace: il villaggio operaio, infatti, a livello storico si colloca proprio in un momento di passaggio da un mondo rurale contadino a un mondo industriale. La famiglia Crespi ambiva a far nascere un luogo ideale, dove la vita dei dipendenti, insieme a quelle delle loro famiglie, potesse ruotare in un piano perfetto. Alla base dovevano esserci ordine, geometria e armonia. Il fondatore fu l’imprenditore Cristoforo Crespi: a partire dal 1878 iniziò i lavori per la costruzione del canale che avrebbe portato acqua nella centrale idromeccanica, realizzò la prima parte della fabbrica e i primi palazzi per ospitare gli operai. In seguito i Crespi avrebbero costruito anche una centrale idroelettrica. Altrettanto importante fu il ruolo del figlio Silvio che nel 1878 aveva solo 10 anni. A 21 anni, dopo la laurea in giurisprudenza partì per l’Inghilterra, il Paese all’epoca più all’avanguardia dal punto di vista industriale. Il villaggio fu costruito dal 1878 al 1930: 50 anni di lavoro. Nel 1930, a causa dei debiti, i Crespi furono costretti a vendere tutto e ora la stessa fabbrica, chiusa e inutilizzata, è di proprietà di un privato. La particolarità del villaggio è che dal
1930 fino a oggi non è stato più costruito niente: è rimasto quasi tutto esattamente come avevano voluto Crespi.
La fabbrica era un cotonificio: i Crespi importavano cotone di qualità (la materia prima) che poi, passando attraverso tutte le fasi di lavorazione (filatura, torcitura, tessitura, tintura..), si trasformava in prodotti di vario tipo (tessuti di alta qualità, camicie, lenzuola, coperte…). Oltre la metà era destinata al mercato estero.
Per capire meglio la storia di questo villaggio operaio bisogna fare un passo indietro e tornare alla rivoluzione industriale. Nell’arco di pochi decenni si diffondono nuove tecnologie che consentono la nascita di nuovi sistemi di produzione
e di consumo. Le condizioni di lavoro degli operai, tuttavia, peggiorano drasticamente: spesso i dipendenti sentivano la mancanza delle loro famiglie, che vivevano lontano, e non si sentivano sicuri nel posto di lavoro. Ai tempi di Crespi all’interno della fabbrica ogni singolo spazio era occupato da macchinari: negli anni ’20, per esempio, gli operai divennero 3600; il reparto tessitura vantava circa 1300 telai che funzionavano temporaneamente. Silvio Crespi, di ritorno dall’Inghilterra dopo 5 anni, divenne il primo Presidente industriale dei cotonieri. Basandosi su quanto aveva visto e studiato, nel 1894 scrisse un libro per sottolineare quali erano le condizioni dei lavoratori; egli desiderava cercare in qualche modo di risolvere i loro problemi. Il saggio si intitola “Dei mezzi per prevenire infortuni e garantire la vita e la salute degli operai in industria dei cotoni in Italia" Il discorso è chiarissimo: la grande in-
dustria costringe l'uomo a diventare un ingranaggio di una macchina enorme, la grande industria è contraria alla natura umana e al suo sviluppo fisico. In conclusione: la responsabili-
tà degli imprenditori è immensa. “Io ho voluto la grande industria, io ho voluto un cielo di macchine e io sono responsabile di tutto questo.” La soluzione, secondo lui, era la nascita di villaggi operai. Il dovere degli industriali, infatti, do-
veva consistere nel conciliare le necessità dell'industria con le esigenze della natura
umana. L’operaio doveva vivere tranquillo, calmo, in pace. Migliorare la vita degli operai avrebbe reso migliore anche il loro lavoro. Questo tipo di rapporto si può definire compromesso o come dicevano i latini “Do ut des”, io ti do affinché tu mi dia.
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Le villette operaie, 55 in tutto, sono tutte molto simili, assomigliano ai cottage inglesi e trasmettono una forte sensazione di geometria e ordine. Sono il cuore di Crespi. Venivano assegnate solo a chi lavorava in fabbrica: se un capofamiglia decideva di lasciare il lavoro, lasciava anche la casa. Nel villaggio la vita e il lavoro erano strettamente collegati. Attualmente le case sono dipinte con colori molto diversi, ma una volta erano pitturate tutte di giallo scuro con mattoni rossi. Hanno tutte un bel giardino, un tempo utilizzato soprattutto come frutteto e orto: prima di diventare operai, molti abitanti di mestiere facevano i contadini. Per loro dopo il lavoro era una soddisfazione tornare a casa e avere una bella villetta e poi un bel pezzo di terra da coltivare come una volta. Il
villaggio aveva la funzione di rendere meno traumatico il passaggio dal mondo rurale al
mondo della grande industria meccanizzata. Tutti i servizi, tra cui l’ospedale, venivano pagati dai Crespi. Non li obbligava nessuna legge: furono loro a capire che rendere più accessibili cure e servizi igienici (bagni pubblici, docce…) avrebbe migliorato la salute (e dunque il lavoro) dei loro operai.
I Crespi non vollero realizzare solo una fabbrica funzionale, cioè produttiva e efficiente: volevano anche che fosse bella: un monumento, una cat-
tedrale destinata al culto del lavoro, alla pro-
duzione, all'industria. Il cotonificio è un edificio molto elegante arricchito da palazzine realizzate negli anni ’20: erano la sede degli uffici di impiegati e direttori che ricoprivano ruoli di rilievo a livello aziendale. Raramente, inoltre, si può vedere una ciminiera in mattoni alta 70 metri interamente decorata. Ancora oggi la si ammira con stupore.
OGNI GUERRA È UNA GUERRA CIVILE
Sono svariate le tematiche di attualità spesso oggetto di discussione e confronto. Una di queste è la guerra, che può essere trattata sotto vari punti di vista: sociale, economico, politico, umano. La guerra non è
mai giusta, a prescindere dalla causa che l’ha scatenata. La guerra sfida l’irreversibilità della morte e sminuisce l’incommensurabile
valore della vita. Sfida la morte mettendo a continuo repentaglio l’esistenza dell’uomo e allo stesso tempo sminuisce il valore della vita lasciando costantemente in bilico le sorti umane. Cesare Pavese nei suoi libri, in particolare nel libro “La casa in collina” tratta la Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista diverso da quello solitamente affrontato in altri romanzi storici. Egli pone in primo piano una visione molto umana e sociale, fino al punto di sviluppare il concetto “ogni guerra è una guerra civile”. Questa riflessione di Pavese è molto profonda e strutturata, infatti deriva dalla sua esperienza diretta: egli fu testimone del Secondo Conflitto Mondiale e della Resistenza. Il suo vissuto influenza notevolmente le sue opere nelle quali i temi predominanti sono l’uomo e la guerra, posti in relazione tra di loro. La guerra, infatti, non ha valenza puramente ed unicamente storica, ma soprattutto sociale ed umana. L’orrore che Pavese vide e il terrore che provò sulla propria pelle fu poi in grado di imprimerli sulla carta, suscitando nel lettore profonde riflessioni sul piano universale e personale. La guerra è assurda e prepotente, proprio come coloro che ne sanciscono l’inizio. Ogni guerra è una guerra civile, e ciò è purtroppo incontestabile. Il dolore, la sofferenza, la rabbia, la paura, il disagio e l’angoscia che causa, danneggiando ognuno nella propria individualità, innescando una lotta alla sopravvivenza. Non esiste minima differenza tra chi muore e chi sopravvive, ognuno ha il medesimo valore e diritto alla vita; ad alcuni di questi però tale diritto viene ingiustamente sottratto da atti di arroganza, prepotenza ed egoismo che la guerra ed i suoi artefici causano, costringendo noi tutti a vivere sul filo del rasoio, con la speranza di riuscire a tagliarsi il meno possibile. Neanche con la fine
di un eventuale conflitto torna poi a regnare la pace: per i morti vige l’eterno dubbio sul perché siano stati proprio loro a morire e non altri, per i vivi invece c’è un destino segnato dalla visione di ciò che rimane di coloro che non ci sono più e che sono stati sacrificio per le lo-
ro vite. Si genera così per i sopravvissuti, una condizione di umiliazione e una complessa riflessione interiore, riguardante il senso dell’esistenza, propria e di quella ormai cessata dei caduti.
In guerra non esistono né vinti né vincitori, solo vittime, vittime che alla fine di tutto dovranno
essere giustificate, alle quali bisognerà dar ragione dell'ingiusto dramma che le ha colpite. Coloro che si credono vincitori hanno una visione del mondo decisamente superficiale: annebbiati dalla bramosia di potere e gloria, non vedono la crudeltà e la violenza di questo imperdonabile momento. Ma allo stesso tempo non esistono vinti, perché chiunque sia stato, direttamente o indirettamente, coinvolto nel conflitto, ne uscirà almeno minimamente leso che sia per traumi fisici o psicologici, è pur sempre una condizione di disagio che arreca dolore e instabilità. Anche chi non combatte direttamente sul campo, faccia a faccia con nemico, deve fronteggiare il conflitto. Il singolo cittadino è costretto a portare avanti la propria vita, nonostante tutta la serie di impedimenti causati dalla situazione; non può lasciarsi in balia di tutto il tumulto che avviene intorno a lui. Anche il singolo cittadino è una vittima talvolta costretta a combattere. Inoltre è spesso presente, come nei libri di Pavese, il problema della fuga, sia intesa come fuga dalla morte che come fuga dai propri incessanti pensieri. La fuga è generata dalla paura che rende l’uomo umano, vivo. Ciò che collega tutto è il fatto che la violenza non deve essere in alcun modo giustificata. La ferocia della guerra impoverisce la dignità umana e la limita a livello primordiale, sminuendo a livelli inimmaginabili le potenzialità dell’uomo. Diplomazia e dialogo sono
soluzioni più coerenti ed applicabili, che dimostrano indubbiamente quella che è la superiorità dell’intelletto umano.
Oltre alla riflessione sulla guerra, consiglio caldamente la lettura del romanzo citato di Pavese, “La casa in collina”.
Vanessa Bajenaru, 4°FL
DIE MAUER
Als wir sie schleiften, ahnten wir nicht, wie hoch sie ist in uns Wir hatten uns gewöhnt an ihren horizont Und an die windstille In ihrem schatten warfen alle keinen schatten Nun stehen wir entblößt jeder entschuldigung (Reiner Kunze)
Deutschland am Nullpunkt. Zwei deutsche Staaten
1945 war der Zweite Weltkrieg endlich vorbei. Deutschland hatte verloren und die Situation war katastrophal: zerstörte Städte, beschädigte Industrien, unterbrochene Verkehrswege… man musste bei Null beginnen. Deshalb wurde das Land in vier Besatzungszonen geteilt, die von den USA, Frankreich, England und der Sowjetunion kontrolliert wurden. Berlin wurde das Symbol der Zersplitterung: die alte Hauptstadt wurde ebenfalls in vier Sektoren geteilt. Im Laufe der Jahre wurden die Gegensätze zwischen den Westmächten und der Sowjetunion jedoch immer tiefer und Deutschland wurde das Spannungsfeld des ideologisch-politischen Konflikts zwischen Ost und West, also zwischen der Sowjetunion und den USA. Als es klar wurde, dass eine Mitarbeit unmöglich war, entstanden 1949 zwei deutschen Staaten: die Bundesrepublik Deutschland (BRD) im Westen und die Deutsche Demokratische Republik (DDR) im Osten. Die zwei Staaten hatten unterschiedliche Gesellschaftsformen und Wirtschaftssysteme. Im Westen verfolgte der Bundeskanzler Konrad Adenauer einen Weg der Westintegration: die BRD wurde NATO-Mitglied, sie entwickelte eine freie Marktwirtschaft und eine demokratische parlamentarische Regierung. Im Osten, im Gegenteil, errichtete die Sozialistische
Einheitspartei Deutschlands (SED) unter Parteichef Walter Ulbricht eine von der Sowjetunion abhängige kommunistische Diktatur. Ziel des SED-Regimes war der Aufbau einer sozialistischen Gesellschaft mit Zentralplanwirtschaft. Die DDR wurde Mitglied des Warschauer Pakts. Die BRD und die DDR Die vier Sektoren von Berlin Berlin wurde auch praktisch in zwei Teile geteilt, denn es gab einerseits den sowjetischen Sektor und andererseits die westliche Zone mit den drei westlichen Sektoren. Wegen der allgemeinen Unzufriedenheit der Bevölkerung flüchteten Hunderttausende DDR-Bürger zwischen 1949 und 1961 trotz massiver Grenzüberwachung in die BRD, vor allem über Berlin, da es zwischen den Sektoren keine kontrollierte Grenze gab. Diese Massenflucht bedeutete allerdings für die DDR einen enormen Verlust an Arbeitskräften.
Die Mauer
Um diese Massenflucht zu beenden, entschied das DDR-Regime, mit der Erlaubnis und der Hilfe der Sowjetunion, eine Mauer zu bauen. In der Nacht zwischen dem 12. und dem 13. August 1961 begann die Volksarmee der DDR, die Sektorengrenze in Berlin mit Stacheldraht und Zäunen zu versperren und in den folgenden Tagen entstand um Westberlin eine 155 Kilometer lange Mauer: Westberlin wurde also auf dem Gebiet der DDR eingemauert und 28 Jahre lang trennte sie nicht nur die zwei deutschen Staaten, sondern spaltete auch Europa in Ost- und Westblock. Die Mauer trennte Nachbarn und Familien, die nur wenige Häuserblöcke voneinander entfernt wohnten. Viele DDR-Bürger versuchten kurz nach dem Mauerbau in ihrer Verzweiflung, auf verschiedene Weisen zu fliehen: mit Luftballons, in Kofferräumen, durch selbst gegrabene Tunnel
usw.
Manchen gelang es auch. Aber mit der Zeit wurde das Überwachungssystem immer raffinierter und es wurde unmöglich, die Betongrenze zu überwinden: mehr als 140 Menschen starben bei Fluchtversuchen. Die Berliner Mauer
Die Wende
Eine sehr wichtige Rolle für die Deutschlandfrage spielte Michail Gorbatschow. Als Generalsekretär des Zentralkomitees der Kommunistischen Partei der Sowjetunion und letzter Staatspräsident der Sowjetunion machte er mit seiner Politik der Transparenz (Glasnost) und Umgestaltung (Perestroika) die Beendigung des Kalten Krieges und die Wiedervereinigung der beiden deutschen Staaten erst möglich. Auf die immer noch starre und reformfeindliche Haltung der SED reagierte die Bevölkerung mit einer enormen Ausreisewelle durch die Staaten des Ostblocks, die den Weg der Reformen eingeschlagen hatten: Polen, die Tschechoslowakei und Ungarn. Die Öffnung der ungarisch-österreichischen Grenze am 11. September 1989 ermöglichte Zehntausenden Bürgern die Ausreise in den Westen. Außerdem demonstrierten immer mehr Menschen in vielen DDR-Städten für die „Umgestaltung“ der Gesellschaft; Zentrum des Protests wurde Leipzig: es war der Anfang der „friedlichen Revolution“, die den Weg zur Vereinigung Deutschlands bereiten sollte.
Der Fall der Mauer
„Heute hat der Ministerrat nämlich beschlossen, eine Regelung zu treffen, die es jedem Bürger der DDR möglich macht, über Grenzübergangspunkte der DDR auszureisen… ab sofort, unverzüglich ". In der Nacht vom 9. auf den 10. November 1989 wurde die Einführung der Reisefreiheit von Günther Schabowski, einem Mitglied der SED, im Fernsehen bekanntgegeben. Auf die unerwartete Nachricht strömten Hunderttausende von Menschen in der Nacht und in den darauffolgenden Tagen nach West-Berlin oder in die Bundesrepublik, während die ganze Welt im Fernsehen das Zusammenfinden von Ost- und Westberlinern erlebte, die auf überfüllten Straßen unter Tränen und mit Tänzen ihre Freude ausdrücken: „Wir sind ein Volk“, „Deutschland, ein Vaterland“ wurde jetzt gerufen. Der Fall der Mauer
Die Wiedervereinigung
Nach einem Jahr wurde am 31. August 1990 der Einigungsvertrag zwischen den beiden deutschen Regierungen unterzeichnet, der den Beitritt der DDR zur Bundesrepublik regelte und ab dem 3. Oktober 1990 war Deutschland ein wiedervereinter Staat. Dieser Tag wird seitdem als Staatsfeiertag gefeiert.
IL MURO
Quando lo rademmo al suolo, non avevamo idea di quanto fosse alto in noi Ci eravamo assuefatti al suo orizzonte E alla bonaccia Alla sua ombra tutti non proiettavano ombra Adesso stiamo denudati di ogni scusante (Reiner Kunze)
La Germania al punto zero. Due Stati tedeschi
Nel 1945 la Seconda Guerra mondiale era finalmente terminata. La Germania aveva perso e la situazione era disastrosa: strade distrutte, industrie danneggiate, vie di comunicazione interrotte… Bisognava ripartire da zero. Per questo il Paese venne diviso in quattro zone di occupazione controllate da Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Unione Sovietica. Berlino divenne il simbolo della frammentazione: l’antica capitale venne infatti ugualmente suddivisa in quattro settori. Tuttavia, nel corso degli anni i contrasti tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica divennero sempre più profondi e la Germania si trasformò nel centro di tensione del conflitto politico-ideologico tra est e ovest, ossia tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Quando divenne chiara l’impossibilità di una collaborazione, nel 1949 nacquero due Stati tedeschi: la Repubblica Federale di Germania (RFG) a ovest e la Repubblica Democratica Tedesca (RDT) a est. I due Stati avevano tipi di società e sistemi economici differenti. A ovest il cancelliere federale Konrad Adenauer seguì un percorso di integrazione occidentale: la RFG divenne membro della NATO, sviluppò un’economia di libero mercato e un governo parlamentare democratico. A est, al contrario, il Partito Socialista Unificato di Germania (SED), guidato da Walter Ulbricht, istituì una dittatura comunista dipendente dall’Unione Sovietica. Lo scopo del regime SED era la creazione di una società socialista con un'economia centralizzata e la RDT divenne membro del Patto di Varsavia. Anche Berlino venne divisa in due parti, in quanto vi era da un lato il settore sovietico e dall’altro la zona occidentale, con i tre settori occidentali. A causa però del malcontento generale della popolazione, tra il 1949 e il 1961 centinaia di migliaia di cittadini della RDT fuggirono nella RFG, nonostante la massiccia sorveglianza delle frontiere, e soprattutto attraverso Berlino, dal momento che tra i settori non esisteva un confine controllato. Tale fuga di massa significava tuttavia per la RDT un’enorme perdita di lavoratori.
Il muro
Per porre fine a questo esodo di massa, il regime SED, con il permesso e l’aiuto dell’Unione Sovietica, decise di erigere un muro. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 l'esercito popolare della RDT iniziò così a bloccare il confine del settore a Berlino con filo spinato e recinzioni e nei giorni successivi un muro lungo 155 chilometri fu co-
struito intorno a Berlino Ovest: essa venne dunque murata all’interno del territorio della RDT e per 28 anni non separò solamente i due stati tedeschi, ma divise anche l'Europa nei blocchi orientale e occidentale. Il muro separò vicini di casa e famiglie che vivevano a pochi isolati di distanza. Poco dopo la sua costruzione, molti cittadini della RDT, nella loro disperazione, cercarono in diversi modi di scappare: con mongolfiere, in bauli, attraverso tunnel scavati da loro stessi, ecc. Alcuni vi riuscirono anche, ma col tempo il sistema di controllo divenne sempre più raffinato e superare il confine di cemento fu di conseguenza impossibile: più di 140 persone morirono tentando la fuga.
La svolta
Un ruolo molto importante nella questione tedesca fu svolto da Michail Gorbačëv. Come segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista dell'Unione Sovietica e ultimo presidente dell'Unione Sovietica, egli rese per la prima volta possibile, con la sua politica di trasparenza (Glasnost) e trasformazione (Perestroika), la fine della Guerra Fredda e la riunificazione dei due Stati tedeschi. Di fronte alla posizione sempre più rigida e ostile alle riforme del regime SED, la popolazione reagì con un’enorme ondata di espatri attraverso gli Stati del blocco orientale che avevano intrapreso la strada delle riforme: la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria. L’apertura del confine austro-ungarico l’11 settembre 1989 permise a decine di centinaia di cittadini di espatriare a ovest. Inoltre, nelle città della RDT sempre più persone protestavano per una “trasformazione” della società; Lipsia divenne il centro delle proteste: era l’inizio della “Rivoluzione pacifica”, che avrebbe aperto la strada all'unificazione della Germania.
La caduta del muro
“Oggi, infatti, il Consiglio dei ministri ha deciso di adottare una regolamentazione che consenta a ogni cittadino della RDT di spostarsi attraverso i valichi di frontiera della RFG... da subito, immediatamente". Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1989 Günther Schabowski, membro della SED, annunciò in televisione l'introduzione della libertà di circolazione. Alla notizia inaspettata centinaia di migliaia di persone la notte stessa e nei giorni successivi si riversarono a Berlino Ovest o nella Repubblica Federale, mentre il mondo intero guardava in TV il raduno di berlinesi dell'est e dell'ovest, che nelle strade affollate manifestavano la loro gioia con lacrime e balli: "Siamo un popolo", “la Germania, una patria”, veniva ora gridato.
La Riunificazione
Dopo un anno, il 31 agosto 1990, fu firmato il trattato di unificazione tra i due governi tedeschi, che regolamentava l'adesione della RDT alla Repubblica federale e dal 3 ottobre 1990 la Germania era uno stato riunificato. Da allora questo giorno viene celebrato come festa nazionale.
Camilla Comincioli 4^AL
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INSIEME AL QUIRINALE
Roma, una gita unica e innovativa per il Lunardi che per la prima volta ha portato i suoi studenti al palazzo del Quirinale. L’idea di una gita a Roma nacque alla professoressa Brigandì già l’anno scorso per la sua classe 4^DR che finalmente, il 24 ottobre, è partita accompagnata anche dalla prof.ssa Decca e dalla classe 4^A, accompagnata dalla prof.ssa Cavalli. Nonostante lo scopo principale dell’uscita fosse la visita al palazzo del Quirinale, abbiamo approfittato del tempo disponibile per visitare i punti principali della città, quali: il Vittoriano, il Pantheon, piazza di Spagna, piazza Navona, la Basilica di San Pietro, la fontana di Trevi, piazza del Popolo, il Colosseo, Castel Sant’Angelo. Il 25 mattina abbiamo visitato il palazzo del Quirinale, dimora e ufficio del presidente Mattarella, accompagnati da una guida che ci ha illustrato gli ambienti principali: il cortile, lo scalone d’onore, il salone dei corazzieri, la cappella Paolina, la loggia d’onore, la prima sala di rappresentanza, la sala delle Logge, la sala Gialla, la sala degli Ambasciatori, lo studio del Presidente della Repubblica, la sala degli Arazzi, la biblioteca del Piffetti, la sala dello Zodiaco, la sala degli Specchi, il salone delle Feste. In ognuno di questi spazi è stata inserita una parte della nostra arte contemporanea. Infatti, nel 2019 il presidente Mattarella volle dare continuità alla storia artistica del palazzo integrando alle opere e all’architettura dal ‘500, anche quadri e sculture dei giorni
nostri.
ALCUNI COMMENTI DEGLI ALUNNI “Mi ha colpito il Colosseo anche se non ci siamo avvicinati abbastanza, vederlo è sempre un colpo d’occhio; anche la fontana di trevi con la sua imponenza e la sua complessa architettura ma soprattutto San Pietro grande e maestosa.” “Durante l’uscita didattica a Roma mi hanno affascinato molte cose, dalle semplici vie che ti fanno sentire nel cuore della città fino ai più grandi monumenti che ti riportano alla Roma antica. La fontana di Trevi, di sera, è un incanto, illuminata e splendente. Il Quirinale è di una bellezza unica e molto interessante vedere il processo di mutamento dal regno alla repubblica.” “Di Roma mi è piaciuto tutto, dalle camminate chilometriche nel centro della città, alle visite varie di monumenti e edifici importanti come il Quirinale e il Vaticano. La cosa più appassionante è stato visitare la città di sera, tutta illuminata, che rendeva la vista ancora più mozzafiato di quanto già non lo fosse.”
“Mi ha colpito l’architettura antica che si fonde con i vicoli arricchiti di negozi e ristoranti moderni. Ogni angolo che si gira a Roma è affascinante. Tra i monumenti storici, i turisti che si muovono a gruppi, i mercatini di tartufi e liquori, i negozi per gli appassionati di calcio; è una sorpresa costante. Ma il bello arriva davanti alla fontana di Trevi, dove turisti e locali si riuniscono e per usanza lanciano gli spiccioli per far sì che i loro desideri si realizzino.”
“Per me il monumento più bello, visto a Roma, è stata la basilica di San Pietro. Mi sono sentita come se fossi in un mondo completamente diverso da quello di tutti i giorni. Mi sembrava di visitare un luogo surreale e talmente bello che non credevo a cosa vedevo”
LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI A PADOVA
La 4DL davanti alla Chiesa di Sant’Antonio “La mia guida disse: «Non si rialzerà più prima del suono della tromba angelica, quando arriverà Cristo, nemico del male allora ognuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà il suo corpo e il suo aspetto, ascolterà la divina sentenza che durerà in eterno»” Canto VI, Inferno, Divina Commedia Nel 1303, al principio della costruzione della Cappella degli Scrovegni, era saldo nella moralità del popolo un preciso ideale di bene e male. Gli artisti, con la loro sensibilità e coscienza, hanno rappresentato questo tormento interiore.
Queste parole di Dante, nel suo caotico Inferno, ispirarono certamente Giotto.
Dio giudicherà tutti gli uomini in base alle loro azioni nella vita terrena e destinerà ciascuno al Paradiso oppure all'Inferno. Alla fine dei tempi i corpi risusciteranno e si riuniranno alle anime per il giudizio finale, di salvezza nella comunione dei santi, oppure di condanna. Padova, città universitaria, ha anche importanti testimonianze artistiche. È il centro della produzione artistica di Giotto e dell’arte medievale, come dimostra la recente iscrizione alla World Heritage List dell’Unesco. Il liceo linguistico è stato per anni impegnato in esperienze in Italia e all’estero stimolanti e ricche di cultura. Senza la professoressa Cavaliere e le pazienti accompagnatrici, le professoresse Gibellini e Di Ruocco, saremmo ancora chiusi nelle quattro mura della 4°DL e 4°EL. Fortunatamente, la stessa professoressa Cavaliere crede sia importante vivere esperienze reali, specialmente dopo due anni di stop. La nostra visita è iniziata proprio dalla Cappella degli Scrovegni, realizzata da Enrico Scrovegni per riabilitare il nome della propria famiglia, macchiato dal peccato di usura del padre Reginaldo, collocato proprio da Dante nel III girone dell’Inferno. Una struttura molto semplice, a navata unica voltata a botte, con un soffitto affrescato con blu lapislazzuli. È proprio quel regale blu, finanziato con gli stessi soldi che macchiavano l’onore della famiglia, a rende-
re la struttura tanto preziosa quanto
speciale.
Anna e Gioacchino. Sono rappresentate diverse scene della vita di Cristo e Maria. Impossibile non nominare il primo affresco di un bacio, quello tra
Iconico è il Giudizio Universale nella Controfacciata, chiaramente influenzato dalla visione di Dante, amico dell’artista. L’intera scena è srotolata dagli angeli che rivelano la Gerusalemme Celeste. L’innovazione apportata dall’autore di questo immenso scenario è in relazione con la sua storia contemporanea. Rappresenta fedelmente le figure di Enrico che offre il modello della cappella a Maria, San Giovanni e Santa Caterina d’Alessandria. Nell’Inferno illustra la pena di Reginaldo, Giuda Iscariota e una figura ecclesiastica non identificata, per sottolineare l’impurità della Chiesa.
È sempre particolarmente interessante la scelta, introdotta da Dante, di giudicare e condannare personaggi illustri. Sarebbe interessante imma-
ginare chi, nel nostro ideale collettivo, giudicheremmo come “cattivi” e condanneremmo
all’Inferno.
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Le linee guida sono cambiate, Giotto espone le sue tramite delle allegorie di vizi e virtù, presenti nello zoccolo. Sono alternate a lastre di finto marmo e realizzate con la tecnica della grisaille. È stato interessante associare Vizi e Virtù ai compagni di classe, e la scelta è vasta: Prudenza e Stoltezza, Giustizia e Ingiustizia, Fortezza e Incostanza, Temperanza e Ira, Fede e Infedeltà, Speranza e Disperazione, e quella che mi ha colpito di più… Invidia e Carità. Fulcro della scena è il Cristo in Mandorla, immagine irradiata da serafini. Da qui genera l’inferno con la mano sinistra e volge lo sguardo verso gli eletti a destra. La controfacciata della cappella è una contrapposizione di beatitudine e caos. Sotto la danneggiata immagine delle schiere di angeli, si può scorgere l’autoritratto di Giotto accanto a Dante. Giotto, facendo un esame di coscienza, si ritiene meritevole di essere parte del gruppo degli eletti: sarà frutto di obiettività e maturità o di egocentrismo? Voi vi riterreste meritevoli di essere parte degli Eletti?
La serenità del Paradiso è sicuramente affascinante e pacificato, ma l’Inferno nasconde una moltitudine di dettagli e un realismo sconcertante delle pene, dalle più assurde a quelle più
atroci, ma ricorrenti nel Medioevo. Lucifero è grande più del doppio dei peccatori, per simboleggiare il loro destino: soffrire e subire l’ira del diavolo. Nella loro piccolezza non hanno la possibilità di ribellarsi. Attraverso il sacchetto di monetine che portano al collo notiamo i colpevoli di usura, che sono costretti a terra mentre diavoli scimmieschi sciolgono oro nelle loro bocche. Ci sono poi dannati appesi per la lingua, per i capelli, per i genitali, mangiati da Lucifero mentre le budella colano dallo squarcio dell’addome. Studiare Cesare Beccaria il giorno prima e rimanere scioccati da una rappresentazione così cruda delle pene è una coincidenza quasi esilarante…
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La 4EL davanti al Giudizio Universale Ilaria Piceni 4^DL
UN ANNO IN CALIFORNIA
Nuovo numero, nuovo aggiornamento :) Stavo quasi per abituarmi alla mia routine giornaliera fino a che, un giorno, c’è stata un’emergenza: tutti i professori si sono attivati istantaneamente per radunare ogni studente in un unico edificio, la chiesa. Una volta chiuse le porte e controllato che tutti fossero al sicuro il preside ha annunciato che si trattava di un lockdown, ma solo preventivo perché il ragazzo con le armi non era nella nostra scuola. L’NPA è una scuola particolarmente sicura perché ci sono pochi studenti e i professori regolarmente controllano la nostra salute mentale, con domande molto semplici e quotidiane. Nell’arco di un’ora, il ragazzo è stato
fermato e siamo tornati a fare lezione. L’NPA è una scuola particolare: il Preside e sua moglie tengono molto al fatto che tutti gli studenti si trovino bene con tutti quindi, di tanto in tanto, vengono organizzate delle attività che coinvolgono tutta la scuola. Questo mese, per esempio, più o meno una settimana prima di Hallo-
ween, abbiamo trascorso un’intera giornata in
un campo di zucche per scegliere la zucca che avremmo poi potuto portare a casa. Per recarci sul posto avevamo a disposizione i pulmini della scuola elementare, sì, proprio quelli gialli che tutti abbiamo visto almeno una volta nei film o nelle serie americane. Vi devo dare una notizia: sono scomodissimi! Sono seriamente molto scomodi, soprattutto per chi è alto, e ve lo dico io che non sono un gigante. Dopo aver scelto la zucca alcuni si sono persi in un labirinto di girasoli, altri saltavano da una balla di fieno all’altra, altri ancora hanno preferito semplicemente parlare con gli amici. Devo dire che quello è stato uno dei miei giorni preferiti per ora. Un’altra bella giornata è stata il 16 ottobre, quando mi sono recata in una città vicina, Eureka, per assistere al concerto di una cantante molto apprezzata dal mio papà ospitante e anche dalla sua famiglia. Lui aveva organizzato di andarci con i suoi fratelli, ma visto che aveva un biglietto in più ha chiesto a me se volevo aggregarmi. La cantante era Sara Bareilles. Io sinceramente non avevo mai sentito nemmeno una sua canzone, ma dopo essere stata a quel concerto ho iniziato ad ascoltarla. Vi dirò: ha una voce meravigliosa e le sue canzoni sono significative. Mentre ero al concerto sono anche riuscita a ritrovarmi con un sacco di altri exchange students e la cosa più divertente è che nessuno si era organizzato con nessuno: ci siamo ritrovati per caso in mezzo a una folla immensa (circa 11000 persone). La fine di ottobre e l’inizio di novembre sono
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mesi un po’ tristi, perché è proprio in questo periodo che la stagione di pallavolo e quella di tennis femminile finiscono. In America l’ultimo anno nella scuola superiore è praticamente l’ultima opportunità di praticare uno di questi sport quindi, prima dell'ultima partita di pallavolo che la scuola organizza, vengono presentati tutti i membri della squadra iscritti all’ultimo anno. I giocatori, accompagnati dai genitori, si mostrano in pubblico e ricevono un omaggio (solitamente un mazzo di fiori). Sfortunatamente i miei genitori ospitanti non erano lì quindi un* mi* amic* mi ha accompagnata esattamente come avrebbero fatto i miei genitori ospitanti. Poi noi, all’NPA, abbiamo deciso anche di organizzare una partita studenti contro insegnanti e devo dire che è stato molto divertente insegnare loro qualcosa. Per quanto riguarda la stagione del tennis, invece, la modalità è diversa: viene organizzato un torneo a cui partecipano tutte le scuole della zona. Io ho scoperto questo in un modo un po’ particolare: il 28 ottobre, mentre seguivo la lezione di biologia, improvvisamente ho visto dirigersi verso di me, correndo, una mia compagna di classe. Mi ha chiesto se potevo lasciare la classe per un secondo, io allora la seguo e, uscendo, mi accorgo che con lei c’era il preside. La mia prima reazione è stata pensare a cosa potevo aver fatto o in cosa potessi aver sbagliato, ma mi sono rassicurata in un secondo, quando ho visto che lui stava sorridendo. Lui mi aveva chiamata per implorarmi di andare a giocare il torneo di tennis perché non avevano abbastanza giocatori. Non ho avuto nemmeno il tempo di accettare che lui mi aveva già dato la gonnellina che usano i tennisti, dicendomi: “ok vai a vedere se ti va bene”. Appena sono uscita dal bagno per dire che andava benissimo, la mia compagna di classe mi ha presa per un braccio e mi ha trascinata nel van della scuola, dicendomi che aveva già preso tutte le mie cose. E fu così che, insieme a questa mia amica, quasi vinsi il torneo. Siamo arrivate seconde, ma ci siamo divertite un sacco. La stagione si è poi definitivamente conclusa con una pizzata sui campi da tennis. Due giorni dopo il torneo sono andata ad intagliare la zuccaaa!! E poi era già Halloween. Quel giorno, invece di andare a scuola, abbiamo accolto gli studenti delle scuole medie, facendo trovare loro numerose stanze allestite in modo tale da raccontare una storia a tema. Io li attendevo nella stanza degli gnomi, poi c’erano la stanza felice, quella della paura, quella degli spaventapasseri, quella dei pirati e quella delle fate. Dopo questa attività siamo
tornati a casa per prepararci per la vera festa di Halloween. Io ho trascorso la serata insieme a dei miei amici: prima hanno voluto portarmi in un ristorante italiano (esistono le fettuccine Alfredo) dove io ho scelto una carbonara, che non era niente male. Poi sia-
mo andati a casa di un* mi* amic* che ha voluto farmi provare a fare dolcetto o scherzetto: è stato divertentissimo! poi serata film horror e infine pigiama party. Il giorno dopo teoricamente ci sarebbe stata la scuola, ma il preside ha deciso che quelli dell’ultimo anno potevano non andare. È interessante ricordare, inoltre, che negli Stati più o meno vicini al Messico è abbastanza comune che la scuola organizzi qualcosa per ricordare o “celebrare” Los días de los muertos e anche all’NPA la classe di spagnolo si è dedicata a questo. L’ultima notizia che vi lascio è che ho iniziato a giocare a basket. Oggi era il primo giorno. È uno sport devastante, ma divertente. Con questo credo di aver detto tutto quindi vi saluto e ci vediamo nel prossimo articolo. Ciaoooo :) Sara Chiarini, 4°AAFM
HALLOWEEN NELLA 1^A AFM
Nella nostra classe, abbiamo festeggiato Halloween in modo insolito, ossia con dei lavori a gruppi, basati sui seguenti racconti: “La vernice gialla”, di R. L. Stevenson; “Capitan Omicidio”, di C. Dickens; “La casa infestata”, di V. Woolf. Il lavoro consisteva nel raccontare la vicenda al resto dei compagni, prevedere un finale alternativo rispetto a quello fornitoci e mettere in scena il tutto, tramite degli spettacoli. Ogni gruppo si è impegnato nello svolgere il proprio lavoro: un gruppo ha creato l'ambientazione; un altro ha deciso di travestirsi utilizzando dei costumi inusuali e strampalati; un altro ancora si è creato da solo degli oggetti di scena. È stato bello vedere come tutti abbiano trovato idee diverse e originali, ma ancora più bello è stato assistere agli “spettacoli” messi in scena. Svolgere quest'attività è stato molto interessante e piacevole, perché è stata una bellissima combinazione tra compito scolastico e divertimento, con un occhio di riguardo alla creatività. Elisa Bonometti, Elisa Carpelli, 1°A afm
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L’UNGHERESE IN STEPS DALLA MONTAGNA ALLA PIANURA PANNONICA
Dopo un mese rieccomi qui a insegnare le basi di questa lingua incredibile! Oggi faremo la parte più tosta e poi dalle prossime volte gli argomenti saranno “deglutibili” facilmente, quindi come vi ho promesso andremo in discesa come nelle montagne russe. Ok se siete pronti possiamo iniziare, però prima dobbiamo ripassare le nostre 14 bellissime vocali e voi ora direte: come 14 vocali?!? Sembreranno eccessive, ma non vi preoccupate: la metà di loro sono solamente allungamenti mentre l’altra metà sono le vocali senza allungamento. Se non ve le ricordate, eccole qua: A Á E É I Í O Ó Ö Ő U Ú Ü Ű Ma adesso dividiamo le vocali in vocali chiuse e vocali aperte: CHIUSE : A Á O Ó U Ú APERTE : E É I Í Ö Ő Ü Ű Non ci spaventiamo amici miei perché non ci farete nemmeno caso. In ungherese esistono i casi e voi tipo “Oh no stop, ciao è stato bello, arrivederci!” OKKKKK keep calm, keep calm! Come vi ho detto non vi spaventate perché quando parlo di casi, non sono quei casi che pensate ora, please! Dimenticate per un momento la grammatica della lingua tedesca (Mi raccomando non dimenticatela affatto, la vostra insegnante di tedesco non ne sarebbe per nulla soddisfatta). In ungherese i casi stranamente non sono quei casi dove si è costretti a declinare tutta la parola oppure l’articolo, bensì sono solamente dei suffissi… Aspetta un secondo, ma wtf?! “In che senso suffissi = casi?” Contenti? Per cosa vi siete spaventati voi? Prima guardare attentamente e solamente poi agire! Ma a ogni modo non è solamente il caso un suffisso, ma anche l’aggettivo, l’avverbio o altre “robe” molto utili che, mamma mia, non sono troppo difficili da memorizzare! Se vi state chiedendo a cosa servono queste vocali, eccoci arrivati al concetto chiave della lingua ungherese, ovvero l’armonia vocalica. L’armonia collega parole e suffissi. Provo a spiegarvelo semplicemente, partendo dalle vocali: CHIUSE : A O U APERTE : E I Ö Ü Immaginiamo la parola più semplice del mondo , ovvero ”gép” macchinario. Adesso se vogliamo fare il plurale seguiamo questo schema. Parola + Vocale armonica + Suffisso Gép + Vocale armonica aperta + -K (suffisso del plurale) = Gépek Facciamo altri esempi cosi capirete meglio il ragionamento: Malac (Maiale) + vocale armonica chiusa + -K (Suffisso del plurale) = Malacok Tej (latte) + vocale armonica aperta + -K = Fregati , il latte non ha plurale Rendőr (Poliziotto) + vocale armonica aperta + K = Rendőrök Kebab + vocale armonica chiusa (perché la vocale finale è A) + -K = Kebabok Gyönyürű (Bello/a di aspetto) + vocale armonica aperta + -K = Gyönyürűek Ház (Casa) + vocale armonica chiusa + -K = Házak (Non viene usata la O perché la parola Ház ha la lettera Á e non A quindi si usa la lettera stessa, ma senza accento. Non rispettan la regola solo poche parole come Lány (ragazza) che vuole la O invece della A quindi Lányok o Barátság (amicizia) che diventa Barátságok Ujj (dito) + vocale armonica chiusa + -K = Ujjak
Ma ora vediamo i casi strani che in realtà sono facili da risolvere e le poche eccezioni con plurale irregolare: Híd (ponte) + vocale armonica chiusa (Se la I o Í sono sole oppure alla fine dopo una vocale aperta senza altre vocali allora sono aperte e si accorciano, ma non vale per la parola Hír (notizia) che diventa Hírek) + K = Hidak Alma (mela) + vocale armonica chiusa (Qui ATTENZIONE , si allunga la vocale e non si aggiunge nient’altro) + K = Almák Ajtó (Porta) + NESSUNA VOCALE ARMONICA (È gia lunga di per sé per essere una vocale armonica visto che c’è già la vocale richiesta anche allungata , per esempio per Ű non vale la regola perché non è richiesta questa vocale allora
si aggiunge un'altra richiesta) + K = Ajtók Fog (Dente) + Vocale armonica chiusa + -K = Fogak (In questo caso perché c’è già la lettera O non serve ripeterla) Ora tocca ai pochi che hanno una loro costruzione che in realtà non è difficile da capire: Le parole composte da 2 o 3 lettere tipo Szó (Parola), Tó (Lago), Kő (Pietra) e Ló (Cavallo) seguono questo schema: Parola con la Ó/Ő/Ű tolta (eccetto per la parola Mű = Opera) + AV/ÖV/OV/ÜV+ suffisso (Qualsiasi tipo di suffisso ma quando è senza allora si lascia com’è) Szó = Sz + av + -K (In questo caso solo o con A o con E) = Szavak Tó = Tavak, Kő = Kövek, Ló = Lovak ed ecc... Mancano le altre tre tipologie e poi andiamo verso la discesa promesso!
Le parole composte da 4 o 5 lettere solitamente non hanno alcuna eccezione, ma l’eccezione arriva quando si prova a fare il plurale ed esce qualcosa del genere: Dolog (cosa) + Vocale armonica chiusa + -K = Dologok Meglio evitare troppe lettere O in una parola scambiando di posto l’ultima lettera della parola con la penultima quindi: Dolgo + -K = Dolgok (Non dobbiamo allungare o accorciare niente, va bene cosi) Álom (sogno) = Álmo + -K (Senza allungare niente) = Álmok La prossima eccezione sono le parole di 3 o 4 lettere che hanno una vocale lunga Ú/Ű che si trasformano in vocali brevi con poi la vocale armonica seguita da suffisso: Nyúl (coniglio) = Nyulak Út (via) = Utak Tűz (Fuoco) = Tüzek VIGYÁZZ / ATTENZIONE! MA NON SEGUONO LA REGOLA CSŐ (tubo) E NYŰ (verme) IN QUANTO SEGUONO LA REGOLA DELL’ACCORCIARE + OV/AV/ÖV/ ÜV + SUFFISSO! Quindi Csövek e Nyüvek E infine l’ultima tipologia e poi è finito il mal di testa giuro, questa è l’unica difficolta vera della lingua ungherese, ovvero parole che hanno prima una vocale non corta e poi una vocale lunga che finisce in consonante come in questo caso: Madár (uccello) = (tutte le vocali della parola diventano corte e il plurale è sempre –AK se ci sono vocali chiuse, senno ci va -EK) Madarak STOP! VÉGRE (FINALMENTE)! Dopo questo andiamo tutto sarà più facile! Non spiegherò nient’altro perché questo è stato l’unico blocco pesante di questa lingua. Prima di concludere vi dico che la teoria dell’armonia vale se la parola deve essere trasformata in plurale, possesso o caso. Per esempio avete imparato il vostro primissimo suffisso, ovvero –K che indica il plurale! Poi ci saranno molti altri suffissi che hanno tutti logica e non esistono eccezioni. Quando parliamo di trasformazioni, parliamo anche della coniugazione dei verbi o di congiunzioni, perciò queste armonie esistono quasi dappertutto. Poi seguendo la logica, sarà intuitivo capire quale vocale armonica usare, non abbiate paura! Non ci sarà neppure bisogno di declinare aggettivi e articoli. La prossima volta parleremo dei pronomi personali e del verbo essere/avere; in realtà non esiste il verbo avere perché l’avere in ungherese è esistenza e quindi è sempre essere/c’è o ci sono. E dopo questo vi lascio riposare mentalmente. Köszönöm a figyelmet és viszlát mindenkinek, grazie per l’attenzione ed arrivederci a tutti! Nazar Vodopyan, 3°FL
MICROEDITORIA - LIBRI COME PONTI
Durante il weekend dall’11 al 13 novembre a Chiari si è tenuta la ventesima edizione della Microeditoria, una rassegna editoriale a ingresso libero. Si tiene ogni anno dal 2003 nella villa comunale, villa Mazzotti, coinvolge piccoli e medi editori provenienti da tutta la penisola e offre una
possibilità unica di dialogare con altri lettori appassionati su proposte diverse da quelle del-
le grandi case editrici. Dal 2011 fa parte delle tre fiere di settore più importanti, insieme a Pisabook Festival (Pisa) e a Più libri più liberi (Roma) ed è la manifestazione più grande della Lombardia. Nella giornata di Venerdì 11 novembre, insieme alla mia classe, ho partecipato alla gara di lettu-
ra “Per un pugno di libri”, ispirata all’omoni-
mo programma televisivo, per la quale ci siamo preparati su due libri, un classico L’amico ritrovato di Uhlman, e uno più recente, Play di Laura
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Orsolini. L’evento si è diviso in due turni durante ciascuno dei quali si sono sfidate 3 classi. Ogni turno comprendeva 4 giochi: Il primo gioco consisteva in una serie di domande del valore di un punto su entrambi i libri a cui si doveva rispondere con una sola parola; per prenotarsi bisognava premere il pulsante prima degli avversari e in caso di risposta errata la domanda passava alla più veloce delle squadre rimanenti. Il secondo gioco riguardava numeri e date: la presentatrice leggeva un elenco di domande le cui risposte erano numeri da sommare. La prima squadra a fare il calcolo in maniera corretta avrebbe guadagnato 10 punti e se anche le altre due fossero arrivate al risultato ne avrebbero presi comunque solo cinque a testa. L’argomento del terzo gioco non erano i due libri, ma cultura generale; si trattava di domande a risposta multipla per cui non era necessario prenotarsi: tutti dovevano rispondere e ogni risposta corretta valeva 3 punti. Il quarto gioco, ultimo ma sicuramente non per importanza, comprendeva 6 buste sulle quali era scritta una parola, indizio sul contenuto della domanda, e un moltiplicatore, x2, x3 o x5 e ogni squadra, partendo dalla più bassa in classifica, doveva scegliere una di queste insieme al numero di punti da scommettere, da 1 a 3, e a seconda del numero indicato sulla busta venivano assegnati o tolti punti. Per esempio, se si sceglieva di scommettere 3 punti su una busta x5 rispondendo correttamente alla domanda si guadagnavano 15 punti e in caso contrario i punti venivano tolti. È stata un’esperienza molto divertente e stimolante oltre che formativa, dato che mi sono potuta approcciare alla lettura in maniera completamente diversa dal solito, ma soprattutto mi è piaciuto vedere come ognuno abbia fatto la sua parte e si sia impegnato per raggiungere l’obiettivo comune.
Durante la mattinata di domenica 13 novembre il professor Luca Guerra, insieme alla professoressa Fausta Moreschi e a alcuni studenti che hanno partecipato all’iniziativa, ha presentato il libro: “L’esperienza Covid-19.
La riscoperta della relazione educativa nella
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scuola”, che comprende i lavori artistici, multimediali e narrativi realizzati dagli studenti coinvolti nel progetto. L’incontro si è concluso con una riflessione del professor Raffaele Mantegazza, autore di un contributo del libro, sull’importanza dell’ascoltare i pensieri e le emozioni degli studenti e sui cambiamenti necessari all’interno dell’ambiente scolastico. È da anni che visito questa esposizione della Microeditoria e ogni volta ne esco sempre più entusiasta e mi sento davvero di consigliarla a tutti, sia agli appassionati di libri come la sottoscritta, sia a chi leggere piace un po’ meno, dato che dà la possibilità di interfacciarsi con così tante persone, temi e argomenti diversi che è difficile non trovare almeno un argomento di interesse. Inoltre, appena si varcano le porte della villa Mazzotti, l’amore e la passione che gli autori e gli editori nutrono per quello che fanno si percepisce a tal punto che risulta impossibile non farsi coinvolgere dalla bellissima atmosfera!
Valentina Faustinoni, 4°EL
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THE GREAT!
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Riprende la competizione oratoria sia all’interno del nostro Istituto sia con le nostre squadre in ambito nazionale. Novità di quest’anno è che abbiamo inaugurato il DEBATE IN LINGUA e che parteciperemo alle Olimpiadi in inglese oltre che alla competizione Nazionale in italiano. Il prossimo appuntamento sarà A FINE NOVEMBRE con la prima fase del torneo interno all’Istituto . Le squadre che dibatteranno in italiano dovranno confrontarsi sulla mozione: • “L’industria cosmetica è un mezzo per promuovere la piena espressione di sé oppure favorisce
il fenomeno dell’omologazione sociale?”
Le squadre che dibatteranno in inglese si confronteranno intorno alla questione: • “The 2010 “meat dress” worn by Lady Gaga, made of raw beef, a fashion statement or an
obscene pretext to stir up sensation?”.
Per ulteriori informazioni e per avanzare le proprie candidature come oratori e oratrici, scrivete a : laura.vavassori@lunardi.edu.it giulia.muiesan@lunardi.edu.it
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