L’ editoriale di Bianca Carnesale VA
E
d eccomi al mio primo editoriale, al mio ultimo anno da Carducciana e al mio primo Oblò da Direttrice. Il tempo si restringe e si dilata pensando a questi quattro anni e ai cambiamenti avvenuti. Siamo cambiati noi, i Carducciani, tantissimi rispetto a quanti eravamo: prima era facile conoscersi tutti, ora mi perdo in volti sempre nuovi. Sono cambiata io: quattro anni fa, quando ho trovato il coraggio per entrare in redazione, mai avrei immaginato che l’Oblò mi avrebbe fatto crescere, cambiandomi così tanto. L’Oblò mi ha insegnato a lavorare divertendomi, mi ha insegnato che stare a scuola non significa solo studiare e prendere buoni voti, ma anche partecipare alle iniziative che ti vengono proposte, sempre con l’entusiasmo della nostra età. È cambiato l’Oblò e continuerà a cambiare nei prossimi anni, così come cambieranno i pensieri e i sentimenti dei futuri Redattori. Anche quest’anno abbiamo delle novità: la prima, la più importante, è il nostro blog, un luogo sempre aperto per permettere a tutti i Carducciani di esprimersi,
indipendentemente dalle scadenze e dai tempi del caro buon cartaceo. Usatelo bene, scriveteci i vostri pensieri, i vostri racconti, le vostre recensioni... Vogliamo essere sempre più presenti e attivi anche attraverso internet, con video, post che diano voce alla nostra quotidianità. Sfogliando l’Oblò noterete che sono cambiate alcune rubriche, altre si sono inserite. I concorsi, la bacheca sono alcune delle novità che forse si incrementeranno mentre studiamo, scriviamo, cresciamo. L’inizio della quinta è strano: mi sento libera, in un certo senso, sono quasi arrivata al traguardo. E al contempo mi sento un po’ persa, vecchia in mezzo a un mare di primini, e mi sento grande, troppo grande per queste mura, che vedo da tanto, tanto tempo ormai, ma troppo piccola ancora per affrontare quello che c’è fuori. Perché dentro di me parla ancora la quattordicenne che è entrata per la prima volta in Redazione, temendo gli sguardi di tutti e accolta, invece, dai sorrisi dei grandi, di cui ora faccio parte anche io. Con quello stesso sorriso voglio accogliervi. Buona lettura.
La redazione dell’oblò
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miss may tear down this wall
serate in colonne Becksman simbolo delle più di quaran’anni da escher e isgrò: un salto a palazzo reale
studentesco storia di un movimento
perchè il sonno è importante
14 aaa: Cercasi università! 15 16
AGRODOLCE e UN PO’ SALACE carducci goes abroad
17 86 american days
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chiedi a una donna
oniro project- childhood
20 footloose: liberi di ballare 21
dio esiste e vive a bruxelles
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i magnifici 7
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foxy knoxy
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i love radio rock | i consigli dell a redazione
good vibes
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Vulnicura
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le follie di brook
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Boscani, Sergio Candreva, Bianca Carnesale, Alessandro Cassese, Giulio Castelli, Marta Crippa, Carlo Danelon, Rebecca Daniotti, Alice De Gennaro, Alice De Kormotzij, Linda Del Rosso, Chiara Di Brigida, Beatrice Ferrigno, Letizia Foschi, Valentina Foti, Valeria Galli, Margherita Ghiglioni, Olivia Manara, Isabella Marenghi, Giulia Martinez, Giorgia Mulè, Larabella Myers, Diana Novelletto, Costanza Paleologo, Martina Pelusi, Beatrice Penzo, Claudia Pirro, Marta Piseri, Valentina Raspagni, Asia Rossetti, Davide Siano, Giovanni Spadaro, Valentina Tarantino, Giuliano Toja, Michelangelo Turci, Ludovica Villantieri, Andrea Vivarelli DISEGNI DI | Cleo Bissong, Sergio Candreva, Viola Carnelli, Olivia Manara, Bianca Sordelli Responsabili internet | Cleo Bissong, Letizia Foschi, Cristina Isgrò, Giulia Martinez , Marta Piseri DIRETTRICE | Bianca Carnesale VA Capi redattore | Beatrice Penzo VE, Rebecca Daniotti IVF Docente referente | Giorgio Giovannetti Collaboratori esterni | Eleonora Catellani VE, Viola Carnelli VA, Bianca Sordelli IL, Collettivo Carducci impaginatori | Cleo Bissong, Bianca Carnesale, Carlo Danelon, Rebecca Daniotti, Costanza Paleologo, Giovanni Spadaro
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L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
Riforma costituzionale: perchè votare sì
5 RIFORMA COSTITUZIONALE: PERCHÈ VOTARE NO 6 il caso stanford: people vs brock turner 7 università in italia: conviene?
redattori | Greta Anastasio, Adriano Bertazzoni, Alissa Bisogno, Cleo Bissong, Elisa
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sommario
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lyn
siamo sicuri di vivere nel presente?
una storia vera
sipario lunare OLTRE IL FARO
CLICK E FLASH
33 PENSIERI IN METRICA 34
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38 -39
io: Alex Zanardi La forza del coragg
nick nziosa di kaepre la protesta sile are il tempo | arrest cere il re dell’acqua torna a vin | satira
oroscopo | comic page
Attualità
La forza delle donne
P
olonia: la prima settimana di ottobre inizia vestita a lutto. Un’ondata di rabbia e indignazione pervade il territorio nazionale e scuote anche il resto del mondo. Lunedì 3 ottobre le donne polacche organizzano uno sciopero generale, abbandonano ogni attività, lavoro, scuola, università e famiglia per scendere in piazza a far sentire la loro voce, per far valere la loro opinione. Le case si svuotano, alcune donne chiedono i permessi per donare il sangue, altre invece un giorno di ferie, le madri tengono a casa i propri figli per permettere alle insegnanti, che non potrebbero scioperare, di farlo. Lo sciopero raggiunge una partecipazione tale che alcune aziende si trovano costrette a riorganizzare i turni del lunedì mattina affidandoli a soli uomini, mentre il teatro nazionale di Varsavia rimane chiuso e in quello di Breslava i cassieri prendono il posto delle cassiere. Scendono in piazza vestite di nero, a lutto. Protestano contro la proposta di legge che prevede il divieto assoluto di abortire. Attualmente la Polonia ha una delle leggi più restrittive sull’aborto, in quanto la donna ha la possibilità di abortire solamente in caso di stupro (entro la 12esima settimana), di incesto, di malformazione del feto o
di problemi di salute della donna; ogni caso deve essere comunque verificato da un procuratore. Se dovesse passare la proposta, ora in esame nella camera bassa (Sejm) dove ha la maggioranza il partito conservatore del leader Jaroslaw Kaczynski Diritto e Giustizia, l’interruzione di gravidanza diventerebbe illegale e punibile fino a cinque anni di carcere, inoltre introdurrebbe la verifica degli aborti spontanei. Le promotrici della #CzarnyProtest, Protesta Nera, si ispirano all’esempio delle donne islandesi che il 24 ottobre 1975 scioperarono per rimarcare l’importanza della donna nella società e di conseguenza il suo pieno diritto di cittadinanza paralizzando il paese per un’intera giornata. La marcia polacca ha visto la partecipazione di 100 mila donne, e il sostegno di molti uomini, scesi insieme a manifestare nelle piazze delle città. Vi sono state numerose dichiarazioni di solidarietà anche da parte di altre nazioni, quali Australia e Cina, e sono state organizzate manifestazioni di supporto in città estere come per esempio Bologna, Torino, Kiev, Notthingam e molte altre. È da ricordare inoltre la protesta delle donne irlandesi che dieci giorni prima, in 25mila manifestarono per la stessa ragione: difendere il diritto all’aborto. Chiedevano infatti che venisse
di Rebecca Daniotti IVF abrogato l’ottavo emendamento della Costituzione, risalente al 1993, che equipara i diritti della donna a quelli del feto, punendo l’aborto con 14 anni di carcere e permettendolo solamente in caso di grave pericolo della vita della madre. Proprio a causa di questa legge, nel 2012, Savita Halappanavar perse la vita poiché alla diciassettesima settimana di gravidanza quando si recò in ospedale, lamentando forti dolori addominali, i medici aspettarono tre giorni prima di effettuare l’aborto che, se fosse stato praticato nei tempi corretti, le avrebbe salvato la vita. Polonia, giovedì 6 ottobre: una data da non dimenticare. I conservatori, a seguito delle decise proteste in tutto il territorio, rinunciano al tentativo di inasprire la legge sull’aborto, decisione accompagnata da numerose dichiarazioni. “Le manifestanti ci hanno fatto riflettere, ci hanno dato una lezione di umiltà” ha affermato Jaroslaw Gowin ministro della scienza e della pubblica istruzione, mentre Tomasz Latos, esponente di Diritto e Giustizia, ha dichiarato: “Non siamo mai stati favorevoli a una politica che punisca le donne”. Sono però le parole di una donna, Audre Lorde, poetessa e scrittrice statunitense morta nel 1992, a sostenere le ragioni della protesta polacca: «Qualunque potere non usi tu stessa sarà usato contro di te».
Ottobre 2016 | L'Oblò sul Cortile
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Attualità Oggi vi proponiamo due articoli sul referendum costituzionale, perche' sappiamo che e' solo dall'informazione, dal dibattito e dal confronto di idee che ci si costruisce la propria opinione. Poniamoci tutti delle domande, pensiamo, discutiamo e riflettiamo sull'argomento.
riforma costituzionale:
perchè votare sì
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Dicembre 2016: votiamo il referendum costituzionale. Votare e tanto più per un referendum costituzionale è una novità per me. Ho iniziato a documentarmi perché so che con il mio voto dovrò compiere una scelta importante e penso che sarà fondamentale non personalizzare la riforma né votare sotto l’influenza di qualcuno, ma comprendere i possibili scenari in caso di vittoria del sì o del no, scenari che ci riguarderanno in prima persona. Se dovesse vincere il “sì”, il nuovo Senato avrà 95 componenti eletti tra i Consiglieri Regionali e tra i Sindaci, cinque di nomina presidenziale, in più tutti gli ex Presidenti della Repubblica. Il nuovo Senato non avrà più la funzione di conferire la fiducia al Governo, il che assicurarà una maggiore stabilità a quest’ultimo (l’Italia è il solo paese europeo in cui il Governo si regge sulla doppia fiducia), ed avrà una funzione legislativa limitata alle leggi costituzionali. Avrà invece una funzione di controllo sull’attività legislativa della Camera (che approverà poi in via definitiva le leggi) e su questioni come l’attività della pubblica amministrazione, l’attuazione delle leggi dello Stato e la ricaduta sul territorio delle politiche della UE. La situazione attuale prevede, invece, la richiesta della doppia fiducia di Camera e Senato che hanno spesso maggioranze diverse: tale sistema causa spesso un continuo “ping-pong” dei progetti di legge tra Camera e Senato che o ne impedisce l’approvazione o la ritarda enormemente, modificandone in non pochi casi 4
L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
di Eleonora Catellani VE e profondamente il testo iniziale. La riforma costituzionale prevede inoltre di limitare l’uso dei decreti legge, atti normativi di carattere provvisorio adottabili in caso di urgenza e che decadono se non convertiti in legge dal Parlamento entro sessanta giorni (vedi art. 77 della Costituzione), di cui si è sempre abusato: in compenso, il Governo potrà chiedere alla Camera il voto a data fissa entro settanta giorni per i provvedimenti essenziali alla realizzazione del suo programma. Oltre a ciò la riforma prevede, per limitare i contenziosi infiniti dovuti alle competenze a volte sovrapposte tra Stato e Regioni, che siano di competenza esclusiva dello Stato le decisioni sulle grandi infrastrutture strategiche e che le Regioni vi partecipino attraverso i loro senatori. La riforma interviene anche in merito ai referendum, per neutralizzare gli effetti dell’astensionismo (in Italia, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, solo nel 2011 si è raggiunta la soglia del quorum) introducendo una strada alternativa rispetto a quella in vigore oggi, che rimarrà in ogni caso: se all’inizio del procedimento la richiesta sarà appoggiata da almeno 800.000 elettori, il quorum partecipativo sarà raggiunto se si recherà alle urne la metà più uno di coloro che hanno votato alle precedenti elezioni, dando così più voce a chi vota. In aggiunta a ciò, saranno introdotti dei cambiamenti in merito all’iniziativa legislativa popolare: il numero minimo di cittadini che possono presentare una proposta di legge passa da 50.000 a 150.000, garantendo in cambio la discussione e la decisione da parte del Parlamento sulle proposte.
È anche da considerare, come positivo effetto della riforma, la diminuzione dei costi della politica, dovuta alla riduzione del numero dei senatori, al ridimensionamento degli stipendi dei consiglieri regionali e all’abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). Ipotizzare un possibile “pericolo” per la democrazia legato ad un Senato con poteri ridotti e ad una legge elettorale maggioritaria è in sé logicamente inconsistente, perché ogni cosa presenta sempre ipotetici pericoli; la legge elettorale detta Italicum assicura al politico che vince una maggioranza tale da consentirgli, sì, di governare realizzando il programma, ma non di modificare la Costituzione o di impadronirsi della Corte Costituzionale o di eleggere il Capo dello Stato. Ogni persona di buon senso si rende conto che, poiché l’Italia è parte della UE, il rischio di una svolta autoritaria è inesistente. In conclusione, questa è una riforma che è facile criticare: è il frutto di quasi tre anni di lavoro, ed è quindi normale che presenti dei difetti, sia dal punto di vista della forma che del contenuto. Non esistono leggi e Costituzioni perfette, ma esistono Costituzioni e leggi che i Parlamenti approvano in determinati momenti storici e contesti politici. Considerata la situazione attuale del nostro Paese, questo referendum potrebbe essere una valida (ed unica) occasione per dare all’Italia quella rapidità negli iter legislativi e quell’efficienza che ora, soprattutto dopo la crisi economica, sono più che necessarie.
riforma costituzionale:
perchè votare no
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ieci anni fa a cambiare la Costituzione della Repubblica italiana ci aveva provato il governo Berlusconi: la riforma venne però bocciata dal 61% dei cittadini chiamati ad esprimersi con un referendum confermativo. Ora a ritentare l’impresa è il governo Renzi con una riforma costituzionale che modificherebbe più di 40 articoli, quasi un terzo dell’intera Costituzione. La parte più nota e discussa della riforma Renzi-Boschi prevede il superamento dell’attuale “bicameralismo perfetto”: il Senato muterebbe per composizione, modalità di elezione e funzioni. I nuovi senatori saranno 95 rappresentanti degli enti territoriali, tra cui anche 21 sindaci, eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano, oltre a loro anche 5 senatori di nomina del Presidente della Repubblica, e gli ex Presidenti. Il Senato vedrà ridotta notevolmente la sua funzione legislativa: voterà infatti le leggi di riforma della Costituzione e sarà chiamato ad esprimersi, in posizione di parità con la Camera, in pochi altri casi. Dunque, ogni senatore, chiamato a rappresentare la propria autonomia regionale, continuerebbe a decidere su materie di interesse nazionale, senza tuttavia rappresentare il popolo italiano, ma solo una piccola parte di esso. Quello che poi non è chiaro è come sarà possibile per un sindacosenatore svolgere efficacemente entrambe le funzioni: guidare la giunta di un comune e sedere in parlamento. Un altro aspetto da prendere in considerazione è l’inquietante centralismo promosso dalla riforma. Verrà infatti rafforzato il potere esecutivo del Governo che andrebbe a sovrapporsi e ad interferire con il potere legislativo del Parlamento. Il Governo potrà imporre alla camera
di Giulio Castelli e Giovanni Spadaro Norella VD
la votazione entro 70 giorni dei disegni di legge ritenuti essenziali per l’attuazione del suo programma, determinando in tal modo il calendario dei lavori del Parlamento. Tale centralismo sarà accentuato dalla legge elettorale chiamata “Italicum” (proposta anch’essa dal Governo) che in caso di ballottaggio conferirebbe al partito vincente (non alla coalizione) la maggioranza assoluta alla Camera. Così un partito con anche solo il 25% dei voti potrebbe di fatto avere in mano potere esecutivo e legislativo e di conseguenza potrebbe eleggere da solo il Capo dello Stato: controllerebbe, quindi, anche il potere giudiziario visto che Parlamento e Presidente della Repubblica nominano 2/3 della Corte Costituzionale e 2/3 del Consiglio Superiore della Magistratura. Se si aggiunge poi che è la Camera a nominare il Consiglio di amministrazione della Rai, si può concludere che il partito che vincerà le elezioni con anche solo il 25% dei voti, eserciterà un potere quasi assoluto sul Paese. A nostro avviso, però, la parte più grave e pericolosa della riforma, è la revisione del titolo V della Costituzione, che regola i rapporti tra Stato e Regioni. L’attuale Costituzione riconosce e promuove le autonomie locali applicando il principio di sussidiarietà, secondo cui la regolamentazione amministrativa deve essere lasciata anzitutto agli enti più vicini ai cittadini. Infatti l‘articolo cinque recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.” All’opposto, se dovesse passare la riforma Renzi-Boschi, il Paese andrebbe incontro ad una deriva statalista che calpesterebbe di
fatto il principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione. Verrebbe infatti abolita la “competenza concorrente” che consente alle Regioni di legiferare su molte materie, aumenterebbe la competenza esclusiva dello Stato a discapito di quella regionale, e come se non bastasse, con la clausola di salvaguardia, volta a tutelare l’unità nazionale, lo Stato centrale, potrebbe intervenire anche sulle 15 materie, per lo più organizzative, che rimarrebbero ancora alle Regioni. La sussidiarietà sarà allora azzerata, le autonomie locali verranno svilite, il potere sarà centralizzato nelle mani del Governo: verranno così poste le basi per un’egemonia politico e culturale del Paese ad opera di pochi. Ad ammettere gli intenti centralisti ed autoritari dell’attuale Governo è Monica Cirinnà, parlamentare del partito democratico, che, intervistata davanti a Montecitorio sul tema dei diritti civili, asserisce che “è stato fatto solo un primo passo” e che “presto si arriverà all’uguaglianza piena, con il prossimo Parlamento e con il prossimo congresso del Pd”. E quando il giornalista fa notare che Parlamento e Pd sono due cose distinte e che le leggi vanno fatte assieme ad altri partiti, la senatrice lo interrompe: “E no, il Pd è l’unico partito che ha cambiato questo Paese e poi in ottobre finalmente sanciremo la fine del bicameralismo perfetto, dopo di che faremo il congresso del Pd dove tutte le mozioni conterranno il matrimonio egualitario e, infine, il prossimo Parlamento farà il matrimonio egualitario con il Pd che sarà partito di maggioranza”. Insomma pare di capire che con la Riforma costituzionale Renzi-Boschi il partito di Governo potrà permettersi di far passare qualsiasi legge senza curarsi troppo del resto del Parlamento.
Ottobre 2016 | L'Oblò sul Cortile
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Attualità
il caso stanford: people vs brock turner di Costanza Paleologo IVA
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ra la notte del 18 gennaio 2015 quando Brock Allan Turner, studente del primo anno e membro della squadra di nuoto dell'Università di Stanford, venne trovato e, successivamente, bloccato durante il suo tentativo di fuga da due studenti svedesi dopo essere stato sorpreso ad abusare di una ragazza priva di sensi, al termine di una festa nel campus. Arrestato dalla polizia, e portato nella prigione della Contea di Santa Clara, Turner venne rilasciato dietro cauzione di $150.000 versata il medesimo giorno. La ragazza, ventitreenne non studentessa dell'università, portata all'ospedale riuscirà solo gradualmente a mettere insieme i dolorosi e confusi ricordi di quella notte.Turner venne inizialmente incriminato con cinque accuse, in relazione alle quali si è sempre dichiarato innocente. Due vennero escluse in seguito ai risultati del test del DNA sulla ragazza e sul giovane. Il processo, iniziato il 14 marzo 2016, si è concluso con un verdetto espresso il 2 giugno 2016 dal giudice Aaron Persky che condannava Turner a sei mesi di reclusione, da scontare nel carcere di Santa Clara, e a tre anni di libertà vigilata. Inoltre Turner è stato registrato come molestatore sessuale e ha dovuto partecipare ad un programma di riabilitazione per reati sessuali. Perché, ci si è chiesti, una condanna a soli sei mesi? Il giudice temeva che una condanna più lunga avrebbe avuto un “impatto grave” su Turner che “aveva ambizioni di gareggiare alle Olimpiadi”. Questo verdetto ha fatto discutere e ha frantumato le aspettative della giovane vittima e dell'accusa che aveva chiesto sei anni per l'assalitore su un massimo fissato in quattordici anni per questo tipo di reati. La reazione dei media e degli studenti dell'università californiana non si è fatta attendere. In giugno, durante la cerimonia della 6
L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
consegna dei diplomi, alcuni studenti hanno protestato pubblicamente per la condanna troppo clemente riservata all'ormai ex-studente Turner e per il modo con cui le autorità scolastiche hanno gestito casi di violenza simili mostrando, con coraggio, cartelli e striscioni che riportavano frasi come “Brock Turner non è un'eccezione”, “Proteggete isopravvissuti, non gli stupratori”. Da ogni parte del mondo sono arrivati messaggi di solidarietà alla vittima e di sdegno per la sentenza giudicata troppo mite. Molte organizzazioni hanno promosso campagne di sensibilizzazione per creare una maggiore consapevolezza sulla gravità delle aggressioni sessuali e degli abusi. Anche la vittima ha commentato l'accaduto con una lunga lettera dai toni forti indirizzata al giudice in cui, in risposta alla preoccupazione manifestata dallo stesso giudice per le ripercussioni che una condanna più severa avrebbe avuto sulla carriera sportiva dell’aggressore, ha raccontato le ripercussioni che quella notte ha avuto su di lei e sulla sua vita. Ha affermato, con forza, che un’ aggressione non è un “incidente” e che le donne devono sempre ricordarsi di
quanto sono “importanti, intoccabili, belle, da valorizzare, da rispettare, innegabilmente, ogni minuto di ogni giorno”. Dopo la lettera di testimonianza della giovane, un’ altra lettera, che ha fatto indubbiamente discutere, è stata indirizzata al medesimo giudice da Dan Turner, padre di Brock. Si trattava di un’aperta difesa nei confronti del figlio in cui affermava che la condizione in cui si trovava il figlio rappresentava “un caro prezzo da pagare per 20 minuti di azione dei suoi oltre 20 anni di vita” e che la vita di suo figlio non sarebbe stata mai più “quella che sognava e per la quale aveva lavorato così duramente”. Insomma, senza ritegno, Dan Turner liquida la brutale aggressione in “20 minuti di azione”. Turner è uscito dal carcere della contea di Santa Clara il 2 settembre 2016 per “buona condotta”, dopo aver scontato solo tre dei sei mesi di condanna. La strada che conduce a una presa di coscienza del disvalore profondo di ogni forma di aggressione e di abuso è evidentemente ancora lunga e a confermarlo sono le recenti, scioccanti rivelazioni sulle affermazioni sessiste del candidato alla Casa Bianca, Donald Trump.
Università in Italia: conviene?
di Ludovica Villantieri VD
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ssendo in quinta mi sono ritrovata a pensare a cosa farò finito il liceo e mi è sorta una domanda che magari alcuni nemmeno si pongono, ma che forse andrebbe affrontata prima di scegliere l’indirizzo di studi che si intende affrontare: davvero conviene andare all’università? La soluzione a questo dilemma potrebbe sembrare immediata visto che il Ministero dell’Istruzione ha calcolato che più della metà dei diplomati quest’anno si è iscritta ad un corso di laurea subito dopo l’esame di Stato e 8 immatricolati su 10 provengono dal Liceo. Ma, dati alla mano, la risposta non sembra così ovvia; infatti secondo degli studi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 2014 nel nostro Paese solo il 62% dei laureati tra i 25 e i 34 anni era occupato e non c’è da stupirsi degli alti tassi di abbandono (45%) visto che anche chi (tra i laureati triennali) il lavoro lo trova di media guadagna 1000€ al mese, il che costringe i giovani a dipendere dalla famiglia almeno in parte. Sembra proprio che in Italia la laurea serva più per appendere alla parete il fatidico pezzo di carta che per trovare lavoro; basti pensare che, sempre secondo l’OCSE, il tasso di occupazione tra i 25 e i 34 anni è più basso tra i laureati rispetto a chi ha preso un diploma di scuola superiore. Inoltre gli atenei italiani non attraggono per nulla gli studenti: nel 2013 circa 49 mila giovani italiani risultavano iscritti in strutture d’istruzione terziaria all’estero mentre da noi ne erano arrivati solo 16 mila dagli altri paesi OCSE; questa “fuga di cervelli” è dovuta anche al fatto che spesso i titoli di studio italiani non coincidono con l’acquisizione di competenze solide. Ancora una volta l’OCSE punta il dito contro di noi usando i risultati del PIAAC test (Programme for the International Assessment of Adult Competencies): “molti laureati hanno
difficoltà nell’integrare, interpretare o sintetizzare le informazioni contenute in testi lunghi o complessi, nonché nel valutare la fondatezza di affermazioni o argomentazioni”. Il programma prima citato è stato condotto in 24 paesi su persone dai 16 ai 65 anni e il nostro Paese si colloca all’ultimo posto della graduatoria nelle competenze alfabetiche (literacy) e risulta penultimo nelle competenze matematiche (numeracy), fondamentali per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta. Al di là degli scoraggianti risultati generali del PIAAC di sicuro non ci si aspettava che queste carenze riguardassero anche i laureati, ovvero coloro che si suppone abbiano la più elevata istruzione. Ma ciò che sembra paradossale è che l’Italia, paese definibile “fanalino di coda” dei 34 paesi OCSE per il numero di laureati, remuneri tanto poco un bene scarso come la conoscenza; infatti nonostante i laureati nel nostro paese siano poco numerosi (nel 2014 solo il 17% degli adulti tra i 25 e 34 anni deteneva un titolo di laurea)
guadagnano relativamente meno nel mercato del lavoro. In paesi meno avanzati come Messico o Brasile, ma con simili percentuali di lauree, i titolari di una laurea hanno un reddito nettamente maggiore dei detentori di diploma superiore. Si aggiunge ai vari problemi del sistema universitario italiano l’estrema scarsità di risorse investite, appena lo 0.9% del PIL. Altro fattore invalidante è l’eccessiva lunghezza dei percorsi di studio, per esempio per una laurea in Informatica in Italia ci vogliono all’incirca 5 anni contro i 2 della Francia, questo anche perché la nostra laurea triennale all’estero viene considerata come “bachelor”, quindi non pari a una vera e propria laurea ma come una preparazione in vista del “graduation” che coincide con l’italiana laurea magistrale. Che dire? Il nostro paese di sicuro non fa una bella figura e stando a queste statistiche sembra molto più vantaggioso lasciare il Belpaese e trasferirsi in altri paesi quali Regno Unito, Austria, Stati Uniti o altri per intraprendere i nostri studi e soprattutto per una carriera lavorativa più sicura e agevolata.
Ottobre 2016 | L'Oblò sul Cortile
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Attualità
MISS MAY TEAR DOWN THIS WALL di Giulia Martinez IIIB
O
rme fresche stampate nel fango, stracci, melma, baracche improvvisate ovunque. Ampie pozzanghere riflettono il profilo delle tende e lasciano galleggiare rifiuti e coperte. Tra i rovi della “Giungla”, a Calais, estremo nord della Francia, vivono uomini in fuga da spietate realtà di guerra, spesso malati per la fame, per il freddo straziante. Oltre 10mila migranti abitano la “Giungla”, il campo profughi più grande d'Europa, desiderosi di poter vivere un giorno liberi, non più tra reticolati di filo spinato. Ora davanti ai loro occhi stanno erigendo un muro in cemento armato, l'ennesimo di questi tempi. Sarà alto 4 metri e lungo quasi 2 km e dovrà impedire ai migranti di raggiungere il porto o di saltare sui camion nel tunnel della Manica diretti in Gran Bretagna. Soldi britannici (1,9 milioni di sterline), gestione francese. Con il voto a favore della Brexit, e quindi l'uscita dall'UE, la Gran Bretagna ha ricevuto minacce da parte francese di spostare la frontiera in territorio britannico. Così Londra è stata ancora più lesta a finanziare il progetto: una Grande Muraglia che segrega i rifugiati nella loro giungla, li rende sempre più odiosi, spaventosi, diversi. Una muraglia che richiama altre muraglie 8
L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
insomma, che concretizza la chiusura mentale di un'Europa nazionalista, che questi migranti non li vuole. Dopo l'Ungheria e l'Austria, che hanno dato il via alla costruzione di altri muri in Europa (Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Bulgaria, Lituania, Estonia), ecco che il gioco continua. Ma non preoccupatevi perchè la Muraglia sarà molto carina, coperta di piante e fiori sul lato volto agli abitanti di Calais. Una scelta ecologica, di ornamento per la città, un nuovo giardino che si estende lungo le pareti del muro, per decorarlo, nasconderlo, celare le condizioni terribili in cui sono tenuti i migranti e tentare di farle dimenticare. E proprio per non dimenticare scrivo della loro situazione: risse disperate per il cibo, incendi, acqua spesso contaminata, servizi igienici insufficienti, gelo perenne nelle stagioni più fredde. C'è chi brucia la sua stessa tenda per tentare di riscaldarsi; le donne subiscono stupri e violenze o sono costrette a prostituirsi per pagare il viaggio verso l'Inghilterra. Tutto ciò passa inosservato e i migranti, se non muoiono di freddo o malattia, riescono a sopravvivere solo grazie alla presenza sul campo di associazioni umanitarie. Il muro non servirà a bloccare i profughi, che cercheranno di
percorrere itinerari più lunghi e pericolosi e i trafficanti potranno aumentare le tariffe. I medici di Doctors of the World, che lavorano nel campo di Calais, lamentano l'inutilità e le conseguenze dannose del muro: “Non servono muri, ma ponti per affrontare una crisi umanitaria che sembra senza fine”. Di fronte ai desideri e alle speranze di uomini per un futuro sereno e una vita dignitosa, l'Europa rimane fredda e indifferente e anzi si spaventa erigendo barriere e sentendosi così un po' più al sicuro. Dietro a quest'apparente sicurezza, ornata di bei fiori, s' incrementano i movimenti razzisti, gli stereotipi, le paure. Sta sfumando sempre più il valore di quella xenìa greca secondo cui si accoglie chiunque, ci si presenta, si racconta la propria storia e si ascolta quella altrui. Ma noi sappiamo come ripartire, portando entusiasmo, l'entusiasmo della conoscenza, dell'interesse, dell'aiuto che possiamo offrire a chi vive in condizioni di povertà e miseria. Tra capanne, recinti e arbusti fangosi, tre uomini seduti su una palizzata tengono in mano uno striscione, lo sguardo triste e perso, ma fiero:“ If the human heart refuses to give refuge, then to be humans means nothing at all”.
rubricami
BECKSMAN
SIMBOLO DELLE SERATE IN COLONNE DA PIÙ DI QUARANT’AnNI di Cristina Isgrò VA
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o ho diciotto anni e, come credo la maggior parte dei miei coetanei, cerco sempre modi diversi per divertirmi… low cost; ed è così infatti che sono capitata la prima volta “in Colonne”. Non che non fossi mai stata nei pressi delle Colonne di San Lorenzo, sia chiaro, ma non ci avevo mai passato le mie serate in compagnia di alcuni amici. Io e la mia amica Martina, entrambe indebitate e quindi costrette a passare luglio in città, dopo una romantica cenetta al McDonald’s di Piazza del Duomo, abbiamo deciso di fare una passeggiata lungo Via Torino e siamo arrivate proprio dinnanzi alle Colonne di San Lorenzo: c’erano così tante persone che abbiamo deciso di fermarci lì anche noi, così, una volta sedute per terra, ci siamo lasciate trasportare dall’atmosfera di quella piazzetta ghermita di gente. Inutile dire che, dopo quella sera, ogni serata libera che avevamo, la spendevamo lì, fra un aperitivo a sette euro al locale vicino e due chiacchiere in compagnia. La cosa bella delle Colonne è che c’è gente di tutti i tipi: ci sono ragazzi del liceo, universitari, coppie al loro primo appuntamento (li riconosci subito perché sono generalmente elegantissimi) e tutti sono lì per rilassarsi e passare una bella serata. Ad accontentarli in questo, oltre alla già decantata atmosfera rilassante, c’è Becksman, un uomo sulla cinquantina che se ne sta lì a vendere birre e ad applaudire, coinvolgendo tutta la piazza. Non passa certamente inosservato, con il suo modo stravagante di vestire, il cappello in testa e il carretto di birra: tutti gli assidui frequentatori delle Colonne lo conoscono! In apparenza può sembrare un po’ uno sprovveduto, uno di quelli a cui
“non daresti nemmeno due lire”, ma io ho avuto la fortuna di conoscerlo, di scambiarci quattro chiacchiere e di capire come lui vede il mondo, ed è stata davvero una bella esperienza. Se voi chiedeste a Becksman da dove viene, vi risponderebbe sicuramente che viene da Cartagine e aggiungerebbe sicuramente che “noi romani” lo abbiamo rapito, insieme alle Colonne, per portarlo qui in Italia. Lui è arrivato qui da noi quarant’anni fa, era solo un ragazzino e desiderava andare in Francia, ma, stando a quello che racconta, qui aveva un tale successo con le donne che ha deciso di rimanere! Questo ragazzino, dunque, si stabilisce a Milano ed un giorno, mentre canta per strada, viene sentito dal proprietario di un bar di Parco Sempione, che lo ingaggia come cantante presso il suo locale, dove Becks dice di essersi esibito addirittura per Mina! Lui infatti non è soltanto l’uomo simpatico che vende birre in colonne (e che non ti fa mai uno sconto, neanche se lo preghi), ma è anche un bravissimo cantante Blues: con il suo gruppo “Becksman Blues Band” infatti, fa concerti in svariati posti a Milano, come per esempio l’Ostello Bello e il Leoncavallo. Un’altra delle sue passioni è quella di ideare e creare cappelli, che pubblicizza indossandoli ogni sera in Colonne e poi vende sul suo sito ufficiale. Ha da poco dato via anche ad un merchandise, dove troviamo delle magliette che lo ritraggono in bianco e nero e sorridente. La sua pagina Facebook ha ormai più di 1500 “mi piace”, che senza pubblicità direi che sono molti e lui è ormai un’istituzione delle serate “in Colonne”. Becksman è una persona vera, genuina e spontanea, e sappiamo quanto di
questi tempi sia difficile trovarne una; cercherà sempre di coinvolgerti in qualche discorso, solo per il piacere di parlarti, e ti racconterà sicuramente delle sue conquiste in fatto di donne, strappandoti una risata. Quest’uomo è secondo me quello che si definisce “artista”: non avevo mai incontrato un artista vero prima di lui, ormai tutti vogliono essere artisti e cercano la fama più che l’espressione di se stessi, ma lui non è così, va dritto per la sua strada senza curarsi dei soldi e della popolarità. Ed è per questo che vorrei concludere con una frase che mi ha detto la prima sera in cui ho avuto il piacere di parlarci: “Becks è come il mare, non gliene frega niente delle barche”.
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Attualità
EScher e isgrò: un salto a palazzo reale di Alice De Kormotzij VA
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ndare alla scoperta di mostre e soprattutto di artisti è sempre u n ’ e s p e r i e n z a memorabile, che spesso diventa ancora più affascinante quando riguarda nomi poco noti o mostra lati poco esplorati dal grande pubblico. Palazzo Reale, immancabilmente, continua a ospitare mostre di grande interesse che non possono non suscitare anche il mio. Ho così avuto modo di vedere “Escher” e “Isgrò”, entrambe cominciate lo scorso giugno, entrambe espressione di due artisti dal linguaggio inconfondibile, ciascuno con il proprio modo di vedere e interpretare la realtà, invitando lo spettatore a fare lo stesso. “Escher”, ancora in mostra fino al 22 gennaio 2017 (affrettatevi!), ospita oltre 200 opere dell’artista olandese, il cui nome è diventato estremamente popolare tanto da associarlo solo ad alcune opere e semplificarne il lavoro artistico. Le opere appartengono tutte a un collezionista privato, Federico Giudiceandrea e sono affiancate anche a quelle di artisti che hanno un percorso molto simile a quello di Escher, come Piranesi (“Arco Gotico”)
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e Patella (“The Wrong And The Right Bed”). Ma non è solo un percorso espositivo e forse è proprio per questo che rimane così vivido nella mente: è un’esperienza sensoriale a tutti gli effetti, come un “parco giochi” dell’intelligenza; lo spettatore non subisce, quindi, passivamente la visione delle opere, ma prova a entrare nel meccanismo dell’artista, a sperimentare insieme a lui. La maggior parte delle opere di Escher appartiene infatti alla cosiddetta “Gestalttheorie”, un filone che studia proprio il modo in cui il cervello reagisce di fronte ad alcune immagini. Percorrendo una sezione dopo l’altra, che ripercorrono le varie influenze e capolavori come “Metamorfosi” e “Belvedere” , ho cominciato a riflettere sulla profonda diversità che avevano tempo e immagine rispetto a come li concepiamo oggi: è quasi immediato adesso creare forme geometriche e moduli, mentre per Escher il lavoro era incredibilmente lento e meticoloso, il tempo dilatato. Non si può, una volta entrati, rimanere indifferenti a tutto questo, a prescindere dal giudizio sull’artista. A vedere “Isgrò”, invece, mostra che si è conclusa il 25 settembre, sono andata quasi totalmente alla cieca, accompagnata da alcuni amici, tra i quali niente meno che una sua parente (so che la conoscete tutti!). Oltre a Palazzo Reale, due sedi
hanno accolto l’esposizione: Gallerie d’Italia e Casa del Manzoni. “Perdere la propria identità è tanto difficile quanto ritrovarla”, così si apre la prima sala, che pone già a gran voce il colossale problema dell’identità e della sua negazione. Il percorso non è cronologico, ma tematico, intervallato dalle grandi installazioni. Le parole sono cancellate, pochi frammenti di frasi e di singoli vocaboli emergono dai tratti neri, tant’è che basta un solo colpo d’occhio per sganciare parole e immagini dal senso comune. Anche in questo caso, non è un’arte passiva, ma immersiva e teatrale, dove la cancellatura non solo distrugge, ma ricostruisce guidando l’immaginazione e si diffonde persino nell’Enciclopedia Treccani e nelle cartine geografiche, cancellando territori e ricostruendo l’idea su di essi. Un altro elemento molto affascinante è quello della sproporzione che sembra smantellare gli stereotipi e dare un significato particolare a insignificanti particolari cambiando la percezione della realtà. L’effetto è sempre suggestivo, ma non sempre immediato. È richiesto, quindi, un certo sforzo per non fermarsi alla superficie, soprattutto per questo tipo di arte; ma, scavando a fondo, la soddisfazione è immensa, come se l’opera diventasse un po’ più personale, un po’ più viva
cronache carducciane
STORIA DI UN MOVIMENTO STUDENTESCO il collettivo carducci carducci fuori e dentro la scuola
a cura del Collettivo Carducci
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ra i banchi di scuola, in mezzo ai libri e alla cultura, uno spirito di organizzazione e di rivalsa attraversa gli studenti: un desiderio viscerale di creare una realtà autogestita e libera che trasversalmente alle attività didattiche porti avanti idee proprie. Da questo spirito e da questa necessità nascono i collettivi autonomi alla fine degli anni ’60. Sull’onda di questo movimento studentesco prende vita un collettivo anche all’interno del nostro Liceo. Il Collettivo Carducci, presente ormai da decenni, vanta nel corso della sua storia numerose conquiste all’interno della scuola; tra le più recenti l’introduzione nel Piano dell’Offerta Formativa, avvenuta quattro anni fa, della cogestione: tre giorni di attività didattica alternativa. La cogestione infatti, non essendo formalmente riconosciuta nel P.O.F., veniva di anno in anno concessa agli studenti dal Consiglio d’Istituto vigente. Altre iniziative svolte sono il Cineforum, la collaborazione con l’associazione “Libera: associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, attiva su tutto il territorio italiano, la raccolta di vestiti destinati ai migranti accolti in via Palazzi a Milano e il murale, realizzato due anni fa, simbolo forse più evidente dell’attività studentesca all’interno del Liceo. Parallelamente ai progetti interni
“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.” Antonio Gramsci alla scuola sono state portate avanti e si portano avanti tutt’ora battaglie di stampo sociale e politico, che hanno modo di avvicinare più collettivi studenteschi, trovando la loro realizzazione in vere e proprie reti che facciano fronte comune. In più occasioni infatti, negli ultimi anni, il nostro Collettivo ha lavorato con gli studenti
dell’istituto nostro vicino: il Liceo Linguistico Alessandro Manzoni. In futuro speriamo di poter instaurare rapporti di collaborazione con altri istituti della zona come ad esempio il Liceo Scientifico Alessandro Volta. L’attività del Collettivo si è aperta quest’anno con una grande assemblea
che ha coinvolto a sorpresa numerosi studenti, anche del primo biennio, durante la quale si è discusso degli intenti e degli obiettivi comuni che si perseguiranno insieme nei mesi a venire. Restando fedeli alla linea di pensiero maturata fino ad ora, il Collettivo si impegnerà a promuovere un percorso di assemblee a tema, realizzato già in parte nell’arco dello scorso anno scolastico. Queste assemblee, spazi di dibattito aperti a tutti gli studenti, vogliono essere strumento di sviluppo di una coscienza politica, attraverso la trattazione di argomenti di attualità. Tematiche affrontate l’anno scorso riguardano per esempio l’alternanza scuola-lavoro, prevista dalla riforma nota come “Buona Scuola”, o il combattuto Disegno di legge Cirinnà. Sempre sul filo rosso dello scorso anno il Collettivo si schiererà, dentro e fuori dalla scuola, contro il modello imposto dalla recente riforma scolastica. L’opposizione all’alternanza scuola-lavoro, ai finanziamenti privati agli istituti e al supplemento di paga ai professori considerati più meritevoli sono solo alcuni dei punti cardine della nostra lotta. Le assemblee del Collettivo si svolgono ogni lunedì pomeriggio in un’aula della scuola e ben accetti saranno tutti coloro che vorranno unirsi a questa realtà autorganizzata del nostro Liceo. Il Collettivo è sempre in movimento.
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Cultura
Perché il sonno è importante di Valentina Raspagni IVA
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ari carducciani, quante volte, in particolare nel mese di maggio, barattiamo le nostre preziosissime ore di sonno con pesanti ore di studio serali al lume di candela? Innumerevoli, immagino. Eppure, non è una novità che dormire sia fondamentale… Correva il 1965, quando il diciassettenne Randy Gardner decise di partecipare ad un concorso scientifico, presentando un progetto che prevedeva di non dormire per 11 giorni consecutivi al fine di osservarne le conseguenze. Il ragazzo, che riuscì nella sua impresa, attirò l’attenzione dello scienziato William Dement. Quest’ultimo fu dunque autorizzato ad esaminare che cosa avveniva a Randy, durante i giorni in cui rimase ininterrottamente sveglio (tutto ciò senza fare uso di sostanze eccitanti quali la caffeina o la nicotina). Apartire dal 2° giorno dell’esperimento, iniziarono ad apparire disturbi visivi, difficoltà di concentrazione e la sensazione di avere gli occhi pesanti. Nei giorni successivi furono segnalati 12
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prima cambiamenti d’umore, disturbi di linguaggio, una leggera atassia e nausea, in seguito disturbi della memoria e illusioni visive. Il 9° giorno il pensiero di Randy era confusionario e paranoico, non riusciva a completare le frasi e si aggravarono i disturbi visivi; nei due giorni successivi, iniziò a pensare che «si tentasse di farlo passare per pazzo perché stava dimenticando delle cose». Ecco quindi spiegato perché, nel tentativo di migliorare le nostre prestazioni scolastiche, dormire meno è davvero la cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi; non sono solo le nostre capacità cognitive e il nostro benessere psichico a risentirne, ma anche la nostra salute fisica: la carenza di sonno rende maggiore il rischio di patologie cardiache, renali, diabete, ipertensione e abbassa le difese immunitarie. Tra le altre cose, aumenta anche la tendenza all’obesità: dormire serve per mantenere l’equilibrio degli ormoni che inducono l’appetito (grelina) o la sazietà (leptina). Quando non si dorme abbastanza, il livello di grelina
aumenta, mentre quello di leptina diminuisce, quindi si ha più fame rispetto a quando si è ben riposati. A questo punto una domanda sorge spontanea: quanto dovremmo dormire? Secondo gli esperti le ore di sonno normalmente necessarie ogni giorno sono le seguenti: -16-18 ore per i neonati -11-12 ore per i bambini in età prescolare -almeno 10 ore per i bambini in età scolare -9-10 ore per gli adolescenti -7-8 ore per adulti e anziani Molte persone sostengono di poter dormire anche solo per 6 ore e riguardo a questo possiamo dire che ci sono una notizia buona e una cattiva: la prima proviene dall’Università della California a San Francisco dove un gruppo di ricercatori è riuscito ad individuare una mutazione genetica che effettivamente permette a chi la possiede di necessitare soltanto di sei ore di sonno. E ora la cattiva notizia: tale mutazione genetica, secondo i ricercatori è presente al limite nel
3% della popolazione e non di più… Ma in che cosa consiste esattamente il “sonno”? Con l’invenzione dell’elettroencefalogramma per il monitoraggio delle onde cerebrali, dell’elettrooculogramma per registrare i movimenti oculari e dell’elettromiogramma per registrare l’attività muscolare, oggi è possibile suddividere il nostro sonno in cinque fasi ben distinte oppure, più sommariamente, in due fasi: sonno NREM e sonno REM. La fase non-REM (non rapid eye movement) è composta da quattro stadi caratterizzati da un elettroencefalogramma a onde lente e più lunghe rispetto a quelle della fase REM. E’ il periodo cui ci addormentiamo ed entriamo nel sonno profondo: la respirazione è più lenta, il battito del cuore rallenta, la temperatura del corpo si abbassa e la muscolatura si rilassa. Nella fase REM o sonno paradosso, (chiamato così per l’incoerenza tra la frenetica attività del cervello, i rapidi movimenti oculari e la totale incapacità di controllare i muscoli) vi è un’attività cerebrale simile a quella che abbiamo durante la veglia ed è il periodo in cui si sogna. In questa fase il cervello consuma le stesse quantità di ossigeno e glucosio di quando siamo svegli ed in piena attività di ragionamento o studio. Durante la notte o mentre si dorme si ha un’alternanza di 4-5 cicli di sonno non-REM e sonno REM. Considerando che il sonno occupa all’incirca un terzo del tempo che trascorriamo sul nostro pianeta, è davvero incredibile constatare che non sappiamo con esattezza perché ne abbiamo bisogno. Le opinioni degli scienziati si differenziano in: 1) teoria del recupero: secondo questa ipotesi, il sonno è essenziale per il rilancio e il ripristino dei processi fisiologici, che mantengono il corpo e la mente sana e ben funzionante. 2) teoria circadiana del sonno, altrimenti detta teoria della conservazione dell’energia: sostiene invece che il sonno sia comparso nel corso dell’evoluzione della specie, con l’obiettivo di mantenere gli animali inattivi durante i momenti in cui non si presenta la necessità di impegnarsi nella sopravvivenza. A questo proposito è stato osservato che durante il sonno si verifica una riduzione dell’attività
metabolica generale di circa il 10% e un abbassamento della temperatura corporea. Ad esempio, i mammiferi necessitano di un’importante riserva energetica al fine di mantenere la temperatura costante, così la sua riduzione, che avviene in particolare durante le prime fasi del sonno, darebbe ai soggetti un significativo risparmio energetico. Questo stesso meccanismo si verifica, per altro, durante il letargo. Inoltre, non possiamo dimenticare che gli animali, come l’uomo stesso, hanno una maggiore probabilità di sopravvivenza se la notte risparmiano energie, utili ad affrontare i predatori e i pericoli nel giorno successivo. Questo è evidente notando come il numero di ore di sonno sembri essere connesso al grado di vulnerabilità delle varie specie animali (bradipo: 20 ore; gatto: 14 ore; giaguaro: 10 ore; uomo, coniglio, maiale: 8 ore; mucca, capra, elefante, asino, pecora: 3 ore; daino, cavallo: 2 ore). Le specie erbivore hanno un periodo di sonno più breve per dedicarsi maggiormente alla ricerca del cibo e alla vigilanza contro i predatori. I carnivori, grazie alla loro capacità di trovare più velocemente il cibo ed essendo meno esposti al pericolo, possono godere di un maggior numero di ore di sonno. 3) Teoria dell’apprendimento: essa afferma che il sonno, soprattutto quello REM, avrebbe un ruolo determinante per la maturazione del sistema nervoso centrale, perché si assiste ad un incremento dell’attività cerebrale. In studi sperimentali uomini sottoposti a sessioni intensive di apprendimento presentavano un
aumento significativo del Sonno REM, espressione del processo di fissazione dei dati appresi nella memoria a lungo termine. I neonati ne hanno una percentuale maggiore rispetto agli adulti ed agli anziani parallelamente alla maggiore capacità di apprendere. A questo punto rimane solo da chiederci in che modo sia regolata la nostra necessità di dormire. Oggi sappiamo che l’organismo umano possiede una serie di orologi interni, tutti controllati da distinte aree celebrali, che forniscono una regolare programmazione ritmica alle nostre fasi di veglia e di sonno. Potremmo dire che esistono in noi due forze, controllate internamente, che hanno due obiettivi completamente diversi e si scontrano continuamente; uno dei due «eserciti», composto di neuroni, ormoni e varie altre sostanze chimiche, fa di tutto per mantenerci svegli e viene definito «sistema circadiano della veglia». Fortunatamente esso è contrastato da un altro ugualmente potente, il quale fa qualunque cosa sia in suo potere per farci addormentare: «il meccanismo omeostatico del sonno». Si tratta di un conflitto quasi paradossale: più a lungo uno dei due schieramenti controlla il campo, più è verosimile che perda la battaglia; più a lungo si rimane svegli, maggiore è la probabilità che si finisca per cedere al sonno. Fonti: “Il cervello istruzioni per l’uso”, John Medina Enciclopedia Treccani
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Cultura
AAA: cercasi universita’!
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ei alla ricerca di nuovi interessi? Ti chiedi spesso cosa potrebbe mai esistere nel mondo a parte ablativi assoluti, aoristi cappatici e sillogismi? Ma soprattutto, sei in quinta e non sai cosa fare del tuo futuro? Se hai risposto di sì ad almeno una di queste domande, questo è l’articolo che fa per te. Quello che segue è un esperimento di intervista multipla ad alcuni professori universitari, una psicologa (che indicherò con “P”), vari economisti (E), un professore di Agraria (Ag) uno di Diritto (D) e una di Formazione Primaria (Fo), un antropologo (An), un neuroscienziato (N) e un fisico (Fi). No, non è l’inizio di una barzelletta: a queste persone ho chiesto di raccontarsi, per aiutarci a capire di cosa parliamo quando parliamo di università, e che in fondo questa scelta non è che l’inizio di un percorso completamente personale e aperto. 1) Come ha capito ciò che voleva fare nella vita? Fo: Strada facendo; dopo il dottorato ho cercato di conciliare la mia specializzazione geologica col mio desiderio pedagogico. Sono contenta, ma rimango un’ibrida che non può incardinarsi in una facoltà universitaria. Ag: L’idea di lavorare chiuso in un ufficio non mi attirava quanto quella di un lavoro a contatto con la natura: ad Agraria sperimentazione, ricerca e spesso anche didattica si svolgono perlopiù nei campi e nelle Aziende sperimentali. N: Una volta laureato in fisica delle particelle mi sono scoperto più attratto dallo studio del sistema nervoso che dalla materia, ho fatto quindi un dottorato in neuroscienze all’estero e ora studio come il sistema nevoso coordina l’attivazione muscolare. 2) Un pregio e un difetto della materia che insegna: E: Dà prospettive diverse e spesso controintuitive per vedere problemi reali, ma ci va tanta matematica, che spesso sembra un fine più che un mezzo. 14
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Fo: Ha un approccio pratico, concreto, esplorativo, ma si pensa che la scienza sia una verità assoluta, qualcosa di teorico e complicato. D: Il diritto è come la leva di Archimede; può sollevare la Terra. Ma è assai difficile trovare il punto d’appoggio, forse impossibile. Se il giurista non è servile, nessuno (dei contemporanei) lo ascolta. 3) Un luogo comune sulla sua materia: saprebbe sfatarlo? P: Che gli psicologi abbiano la sfera di cristallo per leggere dentro le menti, mentre questo lavoro riguarda le relazioni e ce ne
sarebbe molto bisogno nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri; ma attualmente la possibilità di inserirsi è limitata. An: Che gli antropologi si occupino di ossa, evoluzione, reperti archeologici oppure prevalentemente di “società primitive” (che anzi per noi non esistono), quando ormai studiamo soprattutto fenomeni culturali contemporanei. N: Che utilizziamo solo il 10% della capacità del nostro cervello: non c’é nessuna evidenza scientifica che lo suggerisca, e la registrazione dell’attività dei neuroni in un’area del cervello coinvolta in una determinata funzione ha mostrato che la maggioranza dei neuroni è attiva simultaneamente. Fi: Che sia una materia troppo difficile per la maggior parte delle persone. Credo che questo sia falso, e che in
di Marta Piseri VE
presenza di un ambiente stimolante (soprattutto: di bravi insegnanti) la fisica e la scienza in generale possano essere facili ed entusiasmanti. 4) Qual è il percorso più frequente dopo la laurea nella facoltà in cui insegna? P: Dopo Psicologia molti fanno le scuole di specializzazione in psicoterapia. Invece spesso i miei studenti di Scienze del Servizio Sociale riescono, con gli stage, a inserirsi nel mondo del lavoro già dopo la laurea triennale. An: Una parte minoritaria prosegue gli studi con il dottorato di ricerca, spesso all’estero. Altri tendono a lavorare nel sociale, nelle ONG o in vari organismi internazionali. Bisogna un po’ inventarsi i propri percorsi. Ag: Bisogna cercarsi un lavoro, e l’ampiezza delle competenze può essere un vantaggio. Quelli che decidono invece di dedicarsi alla ricerca devono mettere in programma un Dottorato di ricerca e lunghi anni di attesa di un posto o il trasferimento all’estero. 5) Che libro consiglierebbe a un liceale che si interessi della sua materia? Fo: “I bambini pensano grande” (Lorenzoni) E: “La globalizzazione intelligente” (Rodrik) o “Perchè le nazioni falliscono” (Acemoglu-Robinson) Fi: “Sta scherzando, Mr. Feynman!” (Feynman) o “Il sistema periodico” (Levi) 6) Che consiglio gli darebbe? E: Persegui con passione e determinazione i tuoi interessi, senza preoccuparti di fare scelte convenzionalmente ritenute vincenti, ad esempio in termini occupazionali D: Non avere paura (e quindi non essere mai arrogante). Fi: Cerca gli stimoli. Sperimenta. Concediti lo sbaglio. Fai domande, anche a te stesso/a, per sviluppare senso critico; per capire se hai capito; per produrre nuove idee (e poco importa se sono già note, nuove solo per te: un giorno...)
Agrodolce e un po’ salace di Larabella Meyers IVC
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a comicità è come una caramella balsamica: la metti in bocca ed è dolce, la succhi ed è ancora dolce fino a quando la capsula si rompe e nella bocca esplode il liquido amaro e tremendo. L’umorismo è la capacità di cogliere particolari caratteristiche e comportamenti apparentemente assurdi allo scopo di riderne, trascurando per un istante tutto il rancore e la tristezza che la nostra emotività vorrebbe far emergere. In quel breve intervallo le gerarchie si scardinano, i pudori si cancellano, il rispetto e la correttezza formale perdono valore e si crea un momento di evasione dalla quotidianità. Il sorriso e la risata sono reazioni innate: il riso serve a allentare le tensioni, a liberare dalla timidezza e dai vincoli formali, a entrare subito in sintonia e creare legami. Diversi studi nell’ analizzare le dinamiche comunicative di alcune tribù aborigene hanno affermato che le espressioni facciali e la gestualità collegata alle emozioni sono un fenomeno interamente determinato dalla società in cui si vive. Così le barzellette immediatamente rimandano a esperienze comuni e i temi della comicità sono per lo più quelli della quotidianità, della ritualità giornaliera quasi sacrale: gli studenti fanno il verso alle frasi dei professori, i comici da cabaret fanno battute sui jingle degli spot pubblicitari, i vignettisti satirici caricaturizzano i modi e le convinzioni iperboliche dei politici. Dagli stereotipi dell’umorismo tipico delle varie nazioni, spesso intraducibile, emerge la mentalità e l’atteggiamento dei popoli: quello inglese con le freddure intellettuali e gli ingegnosi giochi di parole, quello italiano chiassoso e fondato sulla complicità, quello francese più cupo, e il sadico umorismo giapponese che trae divertimento dal vedere gli altri farsi male o essere in difficoltà. Ogni tipo di comicità è comprensibile solo se si possiede la cognizione di società, costume e politica dell’ambiente che la partorisce, ma in un mondo globalizzato dove le informazioni e le novità si diffondono a una velocità
fulminea, si uniscono gruppi fisicamente lontani che, in una società allargata, condividono un’opinione o un gusto. L’umorismo dimostra che la società è viva, reattiva e, nel momento della risata, la comunità vive una dinamicità di consapevolezza e di pensiero che apre il confronto e la riflessione a chi condivide una silente sintonia. Come disse Palazzeschi: “Il riso è il profumo della vita in un popolo civile”, vetta più alta della consapevolezza. Talvolta l’amarezza dell’artista satirico si sfoga in una battuta o in una vignetta azzardata o provocatoria rischiando di non essere apprezzata e offendere chi si sente colpito personalmente per ideologia o condizione sociale. In realtà, l’intento della satira non è quello di sferrare un attacco bellico a una fazione opposta, ma denunciare un comportamento o un fenomeno che l’artista percepisce come radicalmente scorretto, incoerente, corrotto. Per questo la satira deve rimanere libera: essa ha la licenza di parlare di qualsiasi argomento e soggetto, di usare un registro anche scurrile, nell’intento di combattere l’omertà, di sciogliere le persone dall’oppressione del malcostume e dalle manie dei più potenti e di scardinare i rapporti gerarchici passando un messaggio critico per cui ogni destinatario possa riconoscersi accomunato nell’essere tutti umani e quindi dissacrare l’ente superiore,
sia esso politico, sociale o religioso. Aristofane nelle sue commedie proiettava in un universo paradossale le situazioni del reale attribuendo ad animali le caratteristiche più grette degli uomini, Ariosto inseriva nei suoi racconti scenari surreali e le follie nascoste degli esseri umani, Chaplin si faceva interprete delle più tristi sciagure che si abbattevano sui membri della nuova società facendola ridere delle sue stesse disgrazie, il Milanese Imbruttito fa sghignazzare tutta Italia dei modi dei Paganti col Dompero, Charlie Hebdo solo dopo una catastrofe riscuote ciechi consensi internazionali. Gli argomenti, i temi e i mezzi della comicità vanno a braccetto con il mondo che esprimono, ora decidendo e condannando certi stili di vita, ora demenzialmente condividendo leggerezza. Una barzelletta può parlare di tendenze umane, di politici, di amici, o di carabinieri; una battuta può essere superficiale, profonda, più o meno riuscita, ma l’ironia ha origine sempre dall’uomo, sull’uomo e per l’uomo, e per questo non può essere abbandonata. Se le fabbriche produttrici di caramelle balsamiche non sono ancora fallite è solo perché nessuno, vedendole sul tavolo del salotto della nonna, sa, in fondo, resistere alla tentazione di scartarle e di sperimentare ancora una volta il loro bastardo sapore.
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Cultura
HOPELESS WANDERER CARDUCCI GOES ABROAD
by Giorgia Mulè IIIE
WHERE? Canterbury
WHO?
Carducciani (that’s an international word) from 14 to 16 years old with teachers Russo and Frigerio.
Amazing trips! - colleges’ tour in Cambridge - Broadstairs beach - Dover and Leeds castles
WHAT to do there? First, you must visit the cathedral, started in 1070 and completed in 1834. Then, have a walk down the High Street, the main street of the town, where you can find pubs, cafés and many types of shops.
A day in LONDON In the morning, we visited the British Museum, which contains Egyptian, Greek and Roman monuments and sculptures, such as the Rosetta Stone, the ruins of the Greek Parthenon (from Athens) and many mummies and sarcophaguses. Then, we had lunch in Covent Garden, where you
can usually find street performances and markets. After that, we went on the city cruise: we sawe Big Ben, Tower Bridge, the London Eye and other famous monuments while floating on a boat along the river Thames.
The FAMILY accomodation Each couple of students was hosted by a family for eleven days. Mine was from India and was composed of two parents, a 16-year-old boy and a grandmother. I had no trouble with them: I found nice people who taught me something about both English and Indian culture: one evening I did meditation with my host-father and
I helped my host-mother cooking Indian bread. If you want to completely enjoy the experience, you have to be mind-opened with the people you will meet and, mainly, don’t be afraid to speak English: just remember yourself that you’re there to learn and meet new people from different countries. And, of course, to have fun!
Chaucer COLLEGE The first day we arrived we did a test to be divided into three classes according to our level of English. We had lessons every morning, but not the ones you’re thinking about: we spent our school-time doing different speaking projects, such as interviewing people in Canterbury and writing a survey of the results(that was one of the funniest lessons). Of course we did also writing, listening and
grammar so we improved our English in different ways and we didn’t get bored. After our lessons, we usually had lunch in the college’s canteen. There was plenty of different food, which I enjoyed, just one piece of advice: don’t have pasta. Also, we had the opportunity to meet students of our age from different countries. And the best part is keeping in contact with the people you had a great
time with even when you come back, knowing distance will not erase the bond you’ve created.
So, if you have the opportunity, next summer try the experience of staying in college or in a host-family don’t miss it: you will learn English while having fun! 16
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86 AMERICAN DAYS
by Linda Del Rosso IVC
A
year ago, I told my parents about my idea of spending six months abroad to study English. “Forget it” was their reply “You would miss too many lessons of Ancient Greek and Latin.” Damned Liceo Carducci. In the end, we found an agreement: I’m lucky because my mother has a lot of contacts in the US, so we decided that I would spend the whole summer there, hosted by families of friends. I lived in three completely different houses, first in Minneapolis (Minnesota), then in Boston and a nearby island (Massachussets), finally in a small Connecticut town (where I could take the train to New York City). Although I didn’t go to school, it was cool to live like a real american and I had so many experiences that, if I had to tell them all, I would fill all of this magazine’s pages. Anyway I don’t want you to get bored, so I’ll give you a little taste of my 86 American Days.
Minneapolis Dear Diario, here in the US, when you graduate from High School, you must have a big graduation party. This morning Bernie, my hostsister, brought me to her friend’s house and I had so much fun: I felt like in a TV show. There were a lot of young people but also many family mates and the garden was covered by the party-girl photos - if my mum would
Saturday June, 18 show all my childhood photos, I would be mad and embarassed! But the funniest thing was the baloon pool. OMG, the last time I saw one of them I was in Ikea, in the spot were parents leave their kids to visit the store... Plus I ate my first Donut with chocolate and bacon. Of course, I threw the bacon in the garbage.
Martha's Vineyard Island Yesterday I started working as a babysitter for the Couch, but I would like to find other families. So today I went to the town’s Fish Market and I asked to a nice waitress if they could help me finding a babysitting job. While I was talking with a young russian girl, a middle-
Thursday July, 2
aged man dressed like a fisherman got close to me and asked: “Are you looking for a job on Martha’s Vineyard?” I guessed he was the market’s boss. “Well… Probably I am.” “Can you do some gardening stuffs?” “I’ve never done gardening, but I can learn.” “Okay, let’s
meet tomorrow at 10AM and I’ll bring you to my house garden” Should I start this job? My parents didn’t want me to go, but my hostfamily doesn’t really care about me, and it can be a good way to spend my time.
Friday July, 3 I can’t believe that I’ve been cleaning lobsters for five hours. Tomorrow is the Indipendence day and a lot of people made orders in the
Fish Market, so, as soon as I arrived this morning, one of the waitress introduced me to an ucranian twenty- one years old boy called
Atlantic Ocean It was sad to leave the island and say goodbye to my host-family and all my friends, expecially the Fish Market’s staff. I admit that sometimes it was hard to work there, making
I love running in every place I visit. For me is the deepest way to see a town or a city... It doesn't matter how fast you run, but
gave me as a gift a cute lobster soft toy and I’ll always bring it with me. This night we’ll sleep togheter in a Manhattan bed. I’m so excited! In four hours the ferry will arrive in NYC!
Friday August, 5
when you feel the sensation that you want to go ahead, to discover a new building or a new path. This morning I had the most beautiful run
Connecticut IDear Diary, I’m weird, confused. Maybe I fell a little homeless but I’m so afraid to leave! Kim, my american mum, told me that’s all
Monday August, 1
hot soups while the sun was shining outside, washing dishes for hours, cleaning all tipes of fish... But I had a fantastic relationship with the other waiters. Stanley, the boss, yesterday
New York City
Andrew: he is the lobster-boy and I had to help him. I’m exhausted and even if I had two showers, I still smell bad of fish.
in New York, along the Hudson River
Sunday August, 28
ok, I don’t have to worry: a lot of people will be happy to see me, they all miss me, expecially my parents. My biggest fear is that
Italy will seem too small now and maybe I’ll not understand people; maybe people won’t understand me anymore.
It’s incredible how I feel different after theese 86 days and, dear schoolmates, if you’ve never had an experience like this, I really suggest you to try it, not just to learn English. I think that discovering a new culture opens your minds, more than Ancient Greek could ever do.
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Cultura
Chiedi a una donna di Chiara di Brigida IIIA
T
re giorni, sette ore, ventiquattro minuti. Il tempo che ho impiegato a scegliere come iniziare questo articolo. Non volevo proporvi la solita storiella sulla sua vita, farcita di date e in stile “elenco della spesa”, no, non sarebbe il modo corretto per raccontarvi di lei. Mi serviva un inizio che già dalle prime parole la rappresentasse appieno. Cerco un po’ su internet, giocherello con la penna, poi arriva l’idea: una citazione di Margaret Thatcher, la prima donna che ricoprì la carica di primo ministro nel Regno Unito. “In politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi ad una donna”. Ed è proprio quello che sembra stia facendo, secondo gli ultimi sondaggi del New York Times, il 79% degli elettori americani, che promette il proprio voto a Hillary Clinton. Politica statunitense, senatrice e segretario di stato, in corsa per le presidenziali (diventerebbe il primo presidente donna degli Stati Uniti); dopo ciò, “moglie di Bill Clinton” è quasi superfluo. Il suo programma elettorale è improntato sul progresso e sull’uguaglianza sociale, con una particolare attenzione alla parità di diritti delle donne; si propone di investire sull’energia pulita e sulla ricerca scientifica, di semplificare la burocrazia per agevolare piccoli e medi imprenditori, nonché di introdurre una riforma fiscale finalizzata a stimolare e incentivare l’investimento sul suolo americano. Si tratta di proposte maturate attraverso uno studio accurato delle difficoltà che l’America moderna si trova ad affrontare ed anni di esperienze in ambito politico e non. A proposito di queste esperienze, non possiamo fare a meno di rivolgere uno sguardo alla sua vita passata, verso quella Hillary Diane Rodham nata il 26 Ottobre 1947 a Chicago, da madre casalinga e padre imprenditore. A dodici anni la piccola Hillary scrisse una lettera alla NASA dove esprimeva la sua volontà di diventare astronauta; le fu risposto che non erano ammesse donne nel programma aerospaziale: 18
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molto probabilmente da ciò nacque il suo impegno per la difesa dei diritti delle donne e delle minoranze. Già dagli anni del liceo, nei quali fu rappresentante di classe e membro del consiglio d’istituto, dimostrò una grande attitudine alla politica, che coltivò anche negli anni in cui frequentò l’università di Yale, dove si laureò in legge. Fu proprio nella biblioteca universitaria che Hillary conobbe per la prima volta Bill Clinton, suo futuro marito. Si alzò dal proprio tavolo e con il suo inconfondibile passo sicuro gli disse: “Se proprio dobbiamo continuare a fissarci, almeno presentiamoci”. Il termine dei suoi studi coincide con l’inizio di una carriera brillante, costellata di conquiste e traguardi, e caratterizzata dalla trasformazione di quella che sembrava una strada ripida e in salita in una vera e propria scalata verso il successo. Divenne la prima donna ad essere ammessa come socio del “Rose Law Firm”, uno degli studi legali più antichi e prestigiosi degli Stati Uniti ed entrò nei consigli d’amministrazione di diverse multinazionali. Quando il marito Bill fu eletto presidente, la Clinton diede un nuovo significato al concetto di first lady: la moglie del presidente non era più una figura dolce e remissiva, sempre pronta ad assecondare il marito, ma una donna risoluta e determinata, con un proprio lavoro (Hillary come avvocato guadagnava più dello stesso presidente) e proprie idee; per il fatto che il presidente non solo accoglieva, ma ricercava le opinioni della moglie sulle questioni politiche, Hillary fu paragonata dagli oppositori a Lady Macbeth (donna assetata di potere che nella tragedia shakespeariana spinge il proprio compagno a commettere un omicidio). Quello dei Clinton non fu però un matrimonio completamente sereno: i due dovettero affrontare diversi scandali, prevalentemente legati alle relazioni extraconiugali di lui; nonostante ciò
Hillary rimase sempre al suo fianco, difendendolo. Durante il mandato presidenziale del marito, la Clinton fu eletta senatrice, diventando dunque la prima first lady che ricopriva una carica elettiva. Nel 2008 si candidò alle elezioni primarie, ma, nonostante i sondaggi la dessero come favorita, fu sconfitta da Obama; dimostrò poi una grande maturità quando accettò di mettersi al servizio del presidente, assumendo la carica di Segretario di Stato. La Clinton ora è di nuovo in corsa per la Casa Bianca e ha come suo avversario Donald Trump, politico estremamente conservatore, noto per le sue affermazioni dure contro le minoranze e le donne e per la spregiudicatezza negli affari. È difficile credere che l’America possa votare una persona -a mio parere- dalle vedute così ristrette e non qualificata per adempiere a una carica di tale importanza come la presidenza; tuttavia, gran parte del popolo americano è attratto dalla possibilità di escludere dal teatro della politica persone che sono rimaste per troppo tempo sul palcoscenico, come i Clinton. Personalmente ritengo che una donna al comando dell’America farebbe la differenza; e credo in quello che lei disse: “Le donne sono il più grande serbatoio inutilizzato di talenti nel mondo. È giunta l’ora che prendano il posto che spetta loro, là dove si decide il destino della loro gente, dei loro figli e nipoti”. Io chiedo a lei.
SPETTACOLO
ONIRO PROJECT – CHILDHOOD
Performance artistica integralmente realizzata da ragazzi del Carducci di M. M.
O
niro Project è un gruppo artistico, ideato da Manuel Macadamia, di cui fanno parte studenti ed ex studenti del Carducci. Childhood è il secondo progetto portato avanti dal Team di Oniro Project; la performance si è svolta in due ambienti: il cortile e lo show-room a Palazzo Luraschi di Monnalisa, sponsor del progetto. Il pubblico di Oniro Project – Childhood è stato numeroso e variegato: giornalisti, professori e studenti di molte scuole e università. Riportiamo di seguito il parere di professori e studenti del nostro Liceo che hanno assistito alla performance. Oniro Project: Quale elemento, concetto, modalità narrativa, opera d’arte ti ha colpito di più? Studente: Mi è piaciuta molto la parte di Alberto Caldarera e Sara Barbini; i loro monologhi, grazie anche all’ambientazione studiata appositamente, mi hanno provocato una forte emozione. Notevole anche il passaggio dal silenzio all’ascolto dei monologhi alla lettura dei testi nella stanza in cui Sofia Bidoglio ballava. S: Forte è stato l’effetto dato dalla diversità tra la parte in cortile, rappresentativa dell’infanzia, e la parte nell’appartamento, che attraverso l’adolescenza portava sino alla pace dell’età adulta. Professore: Ho apprezzato la capacità di coinvolgere il pubblico grazie anche alla fisicità di tutti i performers. Inoltre vedere con occhi adulti l’infanzia letta dal punto di vista di adolescenti
ha creato una serie di piani diversi di realtà che ha permesso di ricordare molti aspetti della vita dello spettatore e di rifletterci profondamente. S: Mi è piaciuto molto il modo in cui si è venuto a creare un vero e proprio rapporto di intesa con Sara Sorbo in cortile. Al termine della performance avevo l’impressione di averla da sempre conosciuta. Ho trovato toccanti le fotografie di Natalia Costanzo e Alberto Papagni. Oniro: Ti sembrava di essere nel mondo reale quando eri all’interno della performance? P: Assolutamente nel mondo reale, grazie all’autenticità dei temi espressi nei testi, nelle opere e per le modalità eccellenti di comunicarli. S: Più che una sensazione di distanza dal mondo reale, definirei quella che ho provato in Oniro Project – Childhood come una distanza dal mondo presente: i ricordi riaffiorati grazie alle doti artistiche del Team mi hanno permesso di rileggere episodi del mio vissuto. P: Non mi sembrava di essere nel mondo reale, perché quando un’opera mi colpisce veramente e mi emoziona, mi sento al di fuori dalle consuetudini. Oniro: Ci sono pensieri, riflessioni o critiche che vuoi far sapere al Team di Oniro Project? S: Complimenti a Emanuele Caporale e Lucia Martinez per la loro bravura nel coinvolgere il pubblico e a Federica Del Percio per il forte contatto che riusciva a stabilire con il pubblico grazie agli sguardi. S: Mi è piaciuto essere stata portata per mano attraverso la performance e mi sono sentita molto disorientata quando mi hanno lasciata sola. L’utilizzo di ulteriori forme artistiche avrebbe reso l’opera più completa. P: Conoscendo già da prima molti ragazzi coinvolti nella performance mi sono emozionata vedendoli in un contesto differente da quello consueto.
Quando li rivedo ora a scuola mi tornano in mente le sensazioni che sono riusciti a farmi provare durante Oniro Project – Childhood. S: Complimenti ad Alberto Caldarera, Emanuele Caporale e Massimiliano Rocchetti per le poesie. S: Complimenti a tutto il Team di Oniro per essere riusciti a portare lo spettatore in una dimensione di angoscia, malinconia, rimpianto, ma allo stesso tempo di serenità e riflessione. Davvero bravi, continuate a regalarci performances! Il gruppo di Oniro Project lavorerà su altri progetti per la stagione 2016/2017, alcuni dei quali, in collaborazione con Magnolia Italia, nel nuovo spazio Bezzecca Lab 4 (Facebook: Bezzecca LAB Milano); proporremo nuove performance in singolo o realizzate da alcuni membri del Team.
Pagina Facebook: Oniro Project
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SPETTACOLO
Footloose – Liberi di ballare di Alissa Bisogno IA
L
o sentite il suono degli anni 80? Un suono scatenato, un suono che si muoveva a ritmo di rock n’roll, coinvolgendo ragazzi di ogni età, che si ritrovavano a ballare tutti insieme per piccole vie di grandi città, battendo il suono dei clacson con quello dei loro piedi che picchiavano il pavimento, eliminando così il rumore dei motori nella loro mente … nello stesso modo in cui si divertivano ad eliminare il senso di oppressione che provavano per colpa della forza di gravità, come solo con quei balli potevano fare. O il suono della voce di un semplice ragazzo di Chicago che invitava tutti i suoi coetanei a venire a ballare con lui. Ecco, ora che avete presente ciò di cui vi sto parlando, sostituite il tutto con un profondo e completo silenzio. Senza preavviso, come se qualcuno nel pieno di una festa staccasse di colpo la musica… assordante vero? Così si è sentito quel ragazzo di Chicago, quando un fatto improvviso lo ha catapultato in una nuova vita, in una piccola cittadina di provincia chiamata Bomont. Questo ragazzo ha un nome, si chiama Ren, Ren McComarck. Ren si ritrova in un posto in cui tutto ciò che più gli piace, è vietato da una legge fondata sul ricordo di un disgrazia che ha sconvolto la vita dei cittadini di Bomont, cambiandola radicalmente. “È vietata qualsiasi manifestazione di balli in luoghi pubblici e tutto ciò che possa corrompere la moralità”: questo aveva deciso il consiglio sotto proposta del reverendo Shaw Moore, eliminando così il ballo dalla vita dei ragazzi di Bomont, eliminando quel suono che aveva caratterizzato la vita di Ren. Sarebbe riuscito a cedere a quelle leggi per lui tanto insensate, quanto per Bomont vitali? Possiamo dire che ci provò, ma non resistette molto, e si accorse di non essere solo in quella piccola battaglia. Dalla sua parte aveva un modesto numero di ragazzi di Bomont, che c’erano quando era stata istituita la legge, sapevano benissimo il perché di quella legge, e tre anni prima erano stati in quell’aula 20
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mentre essa veniva emanata, e in quella circostanza erano stati d’accordo con quello che diceva, ma in quel momento erano stanchi di quella situazione, erano stanchi di continuare a vivere nel ricordo di una tragica notte di tre anni prima ed erano pronti a dare il proprio sostegno a Ren. Tra loro regnava la chioma di una bionda tanto bella per il caro Ren, che non riusciva a non pensare a lei almeno una volta al secondo; quella non era una bionda qualunque, lei era la figlia di colui che aveva proposto ed imposto quella legge contro la quale lei stessa si stava rivoltando… non c’era persona in paese che non sapesse il nome di Ariel Moore. Decisa a sostenere Ren fino alla fine, pur di non rimanere solo una spettatrice della sua vita, anche se questo volesse dire andare contro suo padre più di tutte le altre volte che gli aveva fatto capire che non sarebbe più stata la sua bambina, perché ciò che chiedeva era solo di essere libera di ballare quando voleva senza rischiare di andare in prigione per aver manifestato un desiderio di libertà. Questo è Footloose. Nato da menti americane e proposto più volte sulla pellicola, una nel 1984 e una nel vicino 2011. Si ripropone al pubblico milanese dopo la sconfitta subita nel 2005, al Teatro Nazionale di Milano,
la storia d’amore di due giovani alla ricerca della loro libertà, credenti nel futuro e nel sogno americano, dal 24 settembre al 31 dicembre, sotto la regia di Martin Michel. L’atmosfera musicale degli anni 80, le nuovissime ed incredibili coreografie e le scenografie, come fotografie in movimento, scattate con la miglior luce, porteranno voi e i vostri piedi a muoversi seguendo i passi di Ren (Roberto Sinisi) e Ariel (Beatrice Baldaccini). Forse l’inizio vi lascerà poco fiduciosi, forse vi chiederete se sarà per tutto il tempo così, ma tra tanti “forse” una cosa sicura ve la posso dire, uscirete dalla sala ondeggiando e seguendo il ritmo di Footloose che non vi abbandonerà alla chiusura del sipario, ma vi accompagnerà fino all’uscita, come per dire che nonostante lo spettacolo sia finito , il senso di libertà sprigionato dalle note dell’orchestra diretta da Andrea Calandrini, continua a ballare nell’aria accompagnandovi nel vostro ritorno a casa e per tutto il tempo che deciderete di averla accanto. Come vi accompagnerà questa frase tratta dal musical: “There is a time to cry and a time to laugh, a time to grieve and a time to dance… and this is our time”. Non dimenticatelo mai Carducciani.
SPETTACOLO |CINEMA “Legge 2127: la quantità di sonno necessaria è 10 minuti in più del tempo disponibile”
Dio esiste e vive a Bruxelles
di Beatrice Ferrigno IVA
S
cordiamoci il Dio canuto con una lunga barba e l’aria misericordiosa: ciò che vedremo per 113 minuti impresso sulla pellicola del regista Jaco Van Dormael sarà un essere abietto in sandali e vestaglia che urla alla televisione durante le partite e vessa la sua famiglia all’interno di un quadrilocale buio nella capitale belga. Il suo instancabile lavoro consiste nello scrivere “Le leggi della sfiga universale”, dettàmi ai quali il genere umano deve far fronte per suo sollazzo personale, e nel creare catastrofi scandendole raramente con qualche episodio meno deprecabile, col solo scopo di ingannarci e, come lui stesso dice, di “farci tenere per le palle”. A ribellarsi è sua figlia Ea, mai menzionata nel Vangelo a causa della popolarità decisamente maggiore del fratello J.C (sic). Al contrario della madre, una dea inerte e spaventata dall’accidioso marito, la bambina di 10 anni decide di
reagire e di vendicarsi dei continui maltrattamenti subiti dal padre: vuole impedire che il mondo possa ospitare ancora tanto dolore, e per farlo compone “Il nuovo testamento”, contenente la vita di sei personaggi che incontra lungo il suo cammino, i quali diventano i suoi apostoli. Prima, però, vuole sovvertire l’ordine ideato da suo padre e per farlo sfrutta lo spinoso argomento “morte” sul quale l’intera umanità si arrovella e pare fondare, paradossalmente, la propria vita. Invia infatti un sms con la data del proprio decesso ad ogni essere umano. Fuggita da casa, incontra un barbone che diventa il suo scriba, annotando ogni frammento di vita delle sei persone che Ea sceglie come discepoli. Ciascuno di loro si apre alla bambina, raccontando della propria sfortunata esistenza e degli episodi della loro realtà che li hanno trasformati negli esseri umani di adesso, lasciati andare allo sbando da un messaggio che annuncia l’imminente fine delle loro insoddisfacenti vite. Ea, sfruttando
uno dei suoi poteri (tra i quali replicare panini al prosciutto e spostare bicchieri di latte), appoggia l’orecchio vicino al cuore di ciascuno per scoprire la loro canzone e offrire un sogno cullato dalla personale colonna sonora. Tra viaggi onirici accompagnati da Schubert, Händel, Rameau e il tipico carosello del circo, alla riscoperta del loro significato non più vincolato dal dubbio della morte, i personaggi reagiscono prendendo in mano le loro vite e usufruendo della perdita di un tempo indeterminato. Con un’agrodolce patina di ironia, illuminata da una fotografia brillante e inasprita da trovate genialmente dissacranti, il film cerca di sfruttare l’umorismo un po’ macabro di Van Dormael per far breccia nelle nostre coscienze e invitarci ad uscire dalla gabbia che ci costruiamo con la sensazione di essere troppo distanti dalla vita che vorremmo davvero vivere. Altrimenti, come dice il regista, “siamo carne in scatola”.
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SPETTACOLO |CINEMA
i magnifici 7
di Giuliano Toja IVF
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l cinema nell’epoca dei remake torna riproponendo un altro dei grandi classici hollywoodiani: il western alla “Tex Willer” buoni vs cattivi. Rifacimento del capolavoro di John Sturges del 1960 (a sua volta tratto da “I 7 samurai” di Hakira Kurosawa), la versione del terzo millennio firmata Antoine Fuqua si presenta con prepotenza all’attenzione del pubblico grazie a un signor cast dominato dalla gargantuesca presenza di Denzel Washington nella parte del protagonista, pur accogliendo molti altri nomi di primissimo piano, a partire da Ethan Hawke fino alla stella nascente Chris Pratt, passando per Peter Sarsgaard e il leggendario Vincent D’Onofrio di Full Metal Jacket. Certo, la formazione di cinquant’anni fa non era da meno, con Yul Brenner, un meraviglioso Steve Mcquinn e un Eli Wallach bastardissimo, senza dimenticare James Coburn e Charles Bronson: un cast indimenticabile e un’opera d’arte davvero imperdibile per i cultori del genere. La pellicola del 2016 ha decisamente fallito in ciò in cui allora riuscirono quei magnifici attori, ovvero farci innamorare di quei sette magnifici personaggi, i magnifici sette, sette sbandati “brutti, sporchi e buoni” (proprio come sarebbe stato poi sancito nelle sacre leggi di Sergio Leone), che trovandosi a difendere un villaggio di contadini da un malvagio e potente criminale scoprono di combattere per qualcosa che vale più del denaro, prima di andare quasi tutti incontro a una morte ganzissima e onorevole, amen. Il motivo per cui stavolta non ha funzionato è il solito: la regia e gli attori non sono supportati da una trama piena dei classici difetti delle sceneggiature d’azione hollywoodiane. Esibizionista, pieno di cliché, superfluamente politically correct e insensibile all’evoluzione dei personaggi e della storia. Se dai a un attore eccellente un
personaggio fighissimo ma poi non ci dici niente sulla sua storia (o peggio vi accenni senza poi approfondire), gli dai tre battute cretine in tutto il film e non gli fai fare niente di più significativo di qualche sboronata con la pistola non creerai empatia e, se anche lo facessi, lasceresti un senso di vuoto nel pubblico. Penso in primo luogo a Sam Chisolm (Denzel Washington), che, contrariamente a quanto suggerirebbe l’interprete, ci appare apatico e di poche parole, in secondo piano rispetto agli altri anche se dovrebbe essere il protagonista. Ma penso anche a Billy Rocks (LeeByung Hun), il ninja lanciatore di coltelli cinese che sembra il gemello antipatico di Jackie Chan e ci dà l’impressione di essere messo lì per dare un tono più fumettistico alla storia. O anche Red Harvest (Martin Sensmeier), l’arciere Comanche che ci si presenta come il personaggio migliore (esaltante la scena in cui si mangia un cuore di cervo crudo appena sbudellato e lo offre in segno di amicizia a Chisolm), ma viene poi messo in disparte abbastanza da rimanere un’imitazione di Legolas in versione western. Mi sono piaciuti di più il furfante messicano Vazquez
(Manuel Garcia-Rulfo), simpatico anche se stereotipato, e i personaggi del Texano tamarro e cafone Josh Farraday (Chris Pratt) e del veterano con gli scheletri di guerra nell’armadio Goodnight Robicheaux (Ethan Hawke), che sono quelli un po’ più approfonditi, mentre non saprei sinceramente cosa pensare dello spiazzante Jack Horne (Vincent D’onofrio, che di intrepretare tizi bizzarri se ne intende). Forzato e legnoso Peter Sarsgaard nella parte del cattivo, probabilmente il peggiore. Nonostante questi giudizi negativi nascano dall’insoddisfazione delle mie alte aspettative (che forse dovrei imparare a non avere), in realtà ho trovato guardare questo film generalmente piacevole; la trama, seppur priva di evoluzione è scorrevole, le gag divertenti, la struttura, che può essere riassunta in un mega climax dalle scene dell’arruolamento dei buoni alla preparazione della resistenza fino al macello finale, è eroica ed entusiasmante (pur non toccando mai l’epicità) e alcune scene sono obiettivamente belle, (soprattutto nella la carneficina finale).
“Ho un lavoro. Sto cercando uomini.” “È difficile?” “Impossibile.”
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L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
foxy knoxy
“
Ma qui hai capito, qui c’è una ragazza morta.” Sono passati quasi due anni da quando Meredith Kercher, studentessa di scambio Inglese, fu trovata morta nella casa in cui alloggiava a Perugia in via della Pergola. Quella mattina, all’esterno dell’abitazione, una delle sue coinquiline, Amanda Knox, aspettava con il fidanzato Raffaele Sollecito, conosciuto circa una settimana prima, l’arrivo dei carabinieri. Quattro giorni dopo, i due ragazzi vengono arrestati in quanto sospetti. Dopo due condanne e quasi otto anni, vengono assolti da tutte le accuse e le loro condanne annullate senza rinvio, in quanto le prove fornite dall’accusa non erano sufficienti per incriminarli. Ma non basta. Per questo documentario sono stati rilasciati due trailer: uno chiedeva al pubblico di credere ad Amanda Knox; l’altro, di sospettarla. Al contrario di molti documentari del suo genere, “Amanda Knox” si distacca dalla dimensione di “intrattenimento” e “Whodunit” (termine Inglese che si riferisce alla tipologia di queste trasmissioni) spesso adottata da progetti simili, con l’intento
di Alice De Gennaro IVB di ricordare agli spettatori che non si tratta di fiction, bensì di persone reali. Il documentario presenta una linea cronologica ben precisa, illustrando i fatti nell’ordine in cui sono accaduti, dal primo all’ultimo processo nel marzo del 2015. Si assiste all’opinione diretta degli imputati, del pubblico ministero, degli avvocati, anche della polizia forense: ognuno espone le proprie ragioni, le proprie teorie e il lavoro da loro svolto, senza censure, senza tagli. Si assiste inoltre alla testimonianza di un personaggio apparentemente inutile, ma fondamentale per comprendere le dinamiche del caso: un allora-giornalista del Daily Mail. Grazie a questa figura infatti si giunge a un tema essenziale in questo tipo di situazioni, cioè l’inquietante ruolo svolto dai media. “Siamo giornalisti, e riportiamo quello che ci viene detto. Non posso certo fermarmi e dire ‘Ok, aspetta un secondo. Voglio controllare se è vero’. (...) E poi lascio che il mio rivale lo scriva prima di me e, hey, ho perso uno scoop “: è una vera e propria caccia allo scandalo, anche il più insignificante, anche non pertinente al caso o persino falso; la
prima pagina a ogni costo. Ed è forse ancor più deplorevole la reazione del pubblico, che riflette come la società si relazioni con questi avvenimenti: oltre al sentimento predominante di tristezza, dolore, forse anche rabbia, per molte persone è presente anche un elemento di appunto “divertimento” in queste situazioni. In fondo, perché no? In una società dove il lusso di potersi alienare dalla realtà circostante è di casa, un omicidio senza colpevole è una manna dal cielo. Proprio per questo è importante l’impostazione di questo documentario, questo è il suo scopo: che la gente capisca che non si tratta di un gioco, dove l’integrità e la dignità di una persona possono essere calpestate, la lista di partner sessuali di una vita divulgata senza il consenso del diretto interessato e ogni singolo dettaglio della sua vita stampato su carta perché tutti possano leggerlo, tutto per via di un sospetto non del tutto fondato nei suoi confronti; dove il beneficio del dubbio è inesistente, dove ci sono cattivi da incarcerare e buoni da premiare, dove non c’è nessun “dopo”.
“O sono una psicopatica, travestita da persona normale, o sono come voi” Ottobre 2016 | L'Oblò sul Cortile
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SPETTACOLO |CINEMA “Il vantaggio di essere al governo è che se qualcosa non ti piace puoi sempre fare una legge che la renda illegale”
i love radio rock
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l titolo “I love Radio Rock” sostituisce l’originale “The Boat that Rocked” e secondo me la scelta di cambiarlo (ahimè, così frequente tra gli italiani) è molto riduttiva, perché nasconde il gioco di parole del verbo inglese “to rock”, che indica il fare musica ma anche il movimento ondeggiante della barca. Ma ora mettiamo da parte le critiche e veniamo al dunque… Tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, mentre numerosissime radio americane trasmettevano musica ventiquattro ore su ventiquattro, in Gran Bretagna, la patria dei Beatles e dei Rolling Stones, solo la BBC era autorizzata a diffondere contenuti radio. E tutto il resto? Fuori legge. Ed è proprio da un gruppo di fuori legge che è nata Radio Rock, una radio pirata che trasmetteva musica Rock e Pop per un pubblico sempre più numeroso di teenager alla ricerca di una scappatoia al rigido sistema inglese. In seguito all’allarme lanciato dal ministro inglese, il quale temeva che quella musica ribelle e trasgressiva potesse
influenzare negativamente i giovani, furono mandati alcuni pattugliamenti nel mare del Nord, ma gli otto DJ ricercati, impassibili, portarono avanti la loro passione radiofonica, spinti dall’amore per i fan. Protagonista del film è Carl, un giovane espulso dalla scuola che, appena diventato membro dell’equipaggio sperimenterà storie di amicizia, tradimenti e amori che lo faranno crescere. E anche di fronte a un terribile naufragio dell’imbarcazione, sarà l’amore per la musica e la libertà a trionfare… L’intero film è accompagnato da una magnifica colonna sonora e la trama è avvincente e ricca di comicità. In quanto amante della radio, ho apprezzato molto anche la scelta del regista di esaltare il legame monodirezionale che esiste tra lo speaker e l’ascoltatore. Intendo dire che, durante le trasmissioni radiofoniche, la voce al microfono è capace di raggiungere e intrattenere il singolo, creando una profonda complicità. E’ proprio questo l’elemento che distingue la radio da
di Linda Del Rosso IVC tutti gli altri media e nel film questo legame è spesso sottolineato. Per concludere dunque, lasciatemi dire, “I love Radio Rock”.
I consigli della redazione Io prima di te
Suicide Squad
L’estate addosso
Bridget Jones’s baby
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L'Oblò sul Cortile | Anno XI, n° I
Café society
good vibes di Sabrina Henchi IVF
Titolo: Paint it, black Artista: The Rolling Stones Album: Aftermath Anno di pubblicazione: 1996
di Alice De Gennaro IVB
Titolo: El tango de Roxanne Artista: Craig Armstrong, interpretata da Ewan McGregor, Jacek Koman e Jose Feliciano Album: Moulin Rouge! Anno di pubblicazione: 2001
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6 giugno 1987. Le sale cinematografiche di tutti gli Stati Uniti d’America si riempiono. Il genio di Stanley Kubrick ritorna con un lungometraggio dedicato alla guerra del Vietnam destinato a restare nella storia del grande schermo, Full Metal Jacket. Come dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro a qualunque capolavoro filmico c’è una spettacolare colonna sonora. “Sono in un mondo di merda, sì, ma sono vivo. E non ho paura”. Dopo queste ultime crude parole recitate dal protagonista, lo spettatore si trova davanti a uno schermo completamente buio, nero. Prima di poter metabolizzare il tutto, quel silenzio assordante viene subito occupato da alienanti accordi di chitarra semiacustica. “Paint it black”. Una pietra miliare del rock, forse il brano più celebre del fenomeno Rolling Stones. Sei “brutti, sporchi e cattivi” ragazzi dell’Inghilterra degli anni sessanta, spesso e volentieri additati come la concreta antitesi di quei quattro eleganti e composti fanciulli di Liverpool che si
S
e come me avete visto “Moulin Rouge!” di Baz Luhrmann un paio di centinaia di volte (anche solo per la musica), vi sarete accorti che una canzone in particolare spicca tra le altre (e no, non è “Elephant Love Medley”). Cover del celeberrimo singolo dei Police (andate subito ad ascoltarvelo!) “El Tango De Roxanne” è uno stupefacente connubio di energia e passione. Il testo originale narra l’amore di un uomo per una prostituta: non è dunque un caso che Craig Armstrong, compositore della colonna sonora del film, abbia scelto questo brano. L’introduzione si costituisce inizialmente di alcuni accordi di chitarra classica, poi di archi. Cattura subito l’attenzione il violino solista: lo strumento sembra prendere vita e raccontare esso stesso la storia. Poco dopo viene però messo in ombra dall’elemento forse più intrigante della traccia: Jacek Koman interpreta il brano magnificamente e la sua voce
facevano chiamare Beatles. 1966, anno fondamentale per la loro intramontabile carriera. Esce “Aftermath”, primo disco interamente ideato dall’accoppiata vincente voce e chitarra Jagger/ Richards. Primo singolo estratto nella versione statunitense è dunque “Paint It Black”. Prima che venisse utilizzata da Kubrick per la sua pellicola, e che quindi diventasse una delle canzonisimbolo della guerra in Vietnam, si trattava di una semplice casualità nata dal connubio di pianoforte, sitar e chitarra. Come si evince chiaramente, leggendo anche solo le prime strofe, il tema è la morte che procura dolore, ci fa chiudere in noi stessi e ci fa odiare tutto e tutti. Una vera propria creazione poetica in cui non mancano riferimenti letterari importantissimi, il più evidente dei quali è “I have to turn my head until my darkness goes”, presa dall’ “Ulysses” di Joyce. Una base dai ritmi incalzanti, un crescendo inarrestabile, coretti mugugnati che trasmettono tutta l’angoscia e la rabbia di un giovane Mick Jagger. 3 minuti e 47 in cui tutto è davvero dipinto di nero.
rauca e graffiante, distinguendosi dal timbro pulito ormai considerato “unità di misura” dell’industria musicale, regala al brano un je-ne-sais-quoi che lo distingue dagli altri della colonna sonora. La canzone presenta, a mio parere, un’unica pecca: per la traccia è stata aggiunta una parte di testo che viene poi cantata da Ewan McGregor. Comprendo quello che era probabilmente lo scopo, cioè lasciare che fosse il protagonista a raccontare in parte la storia; tuttavia l’esito è una rottura nell’armonia creatasi precedentemente che, sebbene marginale nel complesso, risulta dissonante. Armstrong nella sua musica riflette perfettamente la teatralità tipica dello stile di Luhrmann e del suo film: caos ed equilibrio a confronto in una grandiosa coreografia di voci e strumenti. In conclusione: una delle mie canzoni preferite. Vi consiglio caldamente di andare a prendere le vostre cuffie e sentire con le vostre orecchie il perché.
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VULNICURA
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a scoperta di Björk è la conseguenza della ricerca di lavori fotografici e artistici idealizzati dai designers Inez & Vinoodh, dove il fulcro attorno al quale ruotano progettazione e creazione è la cura dell’immagine. O meglio, l’equilibrio e armoniosa bellezza che essa può evocare. L’entrare in contatto con il video musicale del secondo singolo “Lionsong” estratto da “Vulnicura”, il nuovo album di Björk e originato in collaborazione con i due tecnici visivi, è stata un’esperienza che di primo acchito ha suscitato una sorta di malessere e rifiuto spontanei, un turbamento e un timore incomprensibili. Björk accoglie infatti lo spettatore in una dimensione del tutto surreale, mostrando una rappresentazione parziale del proprio cuore, che si può scorgere da una ferita aperta sul petto, il quale, contorcendosi, esprime dolore. A questa visione susseguono sequenze di immagini che ritraggono la stessa Björk, vestita di nero e con piume sul capo, comunicare tramite la propria voce una sofferenza di cui l’ascoltatore riesce a comprendere il significato solo prestando attenzione alle parole del testo, espresso con una vocalità mai sentita, stile e tecniche davvero sorprendenti, seppur difficili da comprendere ed apprezzare in un primo momento. Vulnicura è stato realizzato da Björk in seguito alla separazione dal marito,con cui ha avuto anche una bambina, dopo dieci anni di matrimonio e, come dichiarato dalla stessa artista, parla infatti “di ciò che potrebbe accadere a una persona alla fine di una relazione. Si parla dei dialoghi che possiamo avere nelle nostre teste e nei nostri cuori, e dei processi di guarigione”. Non a caso l’album è stato chiamato “Vulnicura”, derivante dall’unione delle parole latine vulnus = ferita e cura = 26
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di Davide Siano IVA guarigione, le cui prime tre tracce rappresentano i pensieri e lo stato d’animo della cantante precisamente nove, cinque e tre mesi prima della fine della relazione. Tra queste, oltre a Lionsong, non si può non citare la prima e magnifica “Stonemilker”, il cui video è stato ripreso a 360° in una spiaggia dal terreno roccioso, nel territorio di origine dell’artista, l’Islanda (per cui la
stessa Björk nel corso della sua brillante carriera, e ancora oggi, ha combattuto in veste di attivista sociale per la difesa dell’ambiente e delle sue bellezze). Il brano è stato interamente scritto, composto e prodotto da Björk; anche gli arrangiamenti vocali e degli archi sono frutto del lavoro dell’artista che, per quanto riguarda i generi musicali dell’intero album, si è rivolta verso la musica elettronica, sperimentale, classica e dark ambient. Nella parte iniziale del disco si evince quindi un’atmosfera di incertezza e instabilità su quale sarà il destino della
relazione, su come gestire i sentimenti complessi che si provano, invocando una maggiore chiarezza (Lionsong). Si passa poi alla volontà da parte di Bjork di “sincronizzare i propri sentimenti” con quelli del marito, la speranza di recuperare il rapporto e ristabilire l’ordine familiare, paragonando però la difficoltà nel fare tutto ciò alla quella che si può avere nel “mungere una pietra” (Stonemilker). Questa stessa speranza scompare del tutto nel terzo singolo “History of Touches”, dal motivo di sottofondo paralizzante, dal testo fortemente introspettivo, che si addentra nelle profondità dell’intimità del rapporto. Da questi scaturiscono riflessi di singoli momenti di reciprocità relazionale, dove si presenta la presa di coscienza e l’accettazione da parte dell’artista della separazione, seguita quindi da un gesto finale di contemplazione dell’ultimo momento sentimentale e intimo tra Björk e il marito. A concludere il nucleo centrale dell’album troviamo “Black Lake” e “Family”, che trasmettono le emozioni provate due e sei mesi dopo la rottura. A voler confermare la relazione tra arte visiva e musica sono i corrispettivi video musicali: nel primo troviamo una Bjork “primitiva” urlare la propria disperazione, rispecchiata da motivi ambientali tipici islandesi (grotte, burroni, lava, terreni paludosi); la natura è il “grembo”, il riparo e rifugio emotivo. Solo con “Family” il furor provocato dalla “morte della famiglia” e dalla preoccupazione incessabile per il figlio riesce a spegnersi: Björk rimargina la propria ferita, erge un “monumento d’amore” che permette di alleviare la sofferenza e guarire. Perché sì, esiste “a universe, a place, a location of Solutions”.
Libri
In libro libertas
prima le presentazioni di Letizia Foschi IVB
C
ome ogni anno, per la terza volta, sono qui ad annunciarvi la ripresa della rubrica di libri! Qui troverete consigli, confronti, recensioni e spunti per le vostre prossime letture... o per quelle che, secondo noi, è meglio evitare. Questa rubrica è volta anche a invitare gli studenti del Carducci a rivalutare l’attività di lettura e soprattutto
la comodità di avere una biblioteca ben fornita all’interno della scuola; ad oggi, i prestiti sono ai minimi storici, e riguardano principalmente dizionari o testi antichi (si vede anche semplicemente dalle condizioni di molti libri di narrativa a confronto con gli scaffali di letteratura greca e latina). Per questo, il primo vero consiglio che possiamo dare sia ai nuovi studenti che agli “anziani” è: andate e leggete.
le follie di brooklyn
P
er Nathan Glass l’obiettivo era trovare un buon posto per morire. Un luogo tranquillo, senza nessuno che lo disturbasse. Per questo, colpito da un
tumore ai polmoni, torna a Brooklyn dopo oltre cinquant’anni di assenza. Divorziato e per giunta in pessimi rapporti con la moglie, cerca comunque di mantenere stabili quelli con la figlia Rachel (senza successo). A quel punto, rimasto solo con il proprio cancro, riceve la notizia dall’oncologo che esso è in recessione, con tanto di complimenti per averlo sconfitto. E ora che non c’è più nemmeno lui, tanto vale fare qualcosa per occupare il tempo. Mangiare fuori, andare in libreria, raccogliere qualche aneddoto divertente nel proprio “Libro della follia umana”. Un giorno però, dietro al bancone del negozio di libri usati, al posto del solito giovane trova Tom, suo nipote. Da quest’incontro nascerà un’amicizia tra i due nuova di zecca, che segnerà
di Letizia Foschi IVB l’inizio di numerose avventure, del genere che si hanno tutti i giorni e non. Per esempio, i nostri “eroi” si butteranno in un affare losco, pericoloso: la falsificazione del manoscritto originale (perduto) de “La Lettera Scarlatta” di Nathaniel Hawthorne... nientemeno! A dare la svolta definitiva alle loro vite sarà un leggero bussare alla porta, quasi impercettibile, e una bambina che si rifiuta di dire dove si trova sua mamma, sorella di Tom e nipote di Nathan... ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Paul Auster, dopo il grande successo raggiunto quasi all’inizio della propria carriera con la Trilogia di New York, riporta il lettore a passeggio lungo le strade del celebre quartiere americano che è Brooklyn, avvolgendo con un’aura di serenità persino le azioni di tutti i giorni: mangiare, scrivere, vedere gente. Tutto è straordinario. La capacità dell’autore di variare lo stile a seconda del momento è notevole, un passaggio graduale da tristezza a serenità, da serenità a mistero fino alla paura, alla disperazione e di nuovo alla felicità è alla gioia. Pochi scrittori sono capaci di farti sentire la stessa adrenalina del personaggio. Ancora meno sono in grado di dipingere i paesaggi e i volti senza soffermarsi a lungo sulle descrizioni. Paul Auster è uno di loro.
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Racconti
SIAMO SICURI DI VIVERE NEL PRESENTE?
di Valentina Foti IIB
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uona la sveglia, ma io ho già gli occhi aperti da mezz’ora. Pensavo a come sarà il giornale della mia scuola. Sento dentro di me tanta ansia, agitazione ed emozione all’idea di leggerlo. Spengo la sveglia e mi preparo per andare a scuola. Il tempo trascorso prima di arrivarci mi sembra così breve, mentre gli altri giorni infinito. Invece, nel cortile della scuola, prima che la custode apra le porte per entrare in aula, mi pare di aspettare un’eternità. E finalmente, dopo qualche ora di lezione, non ricordo più neanche quante, tanto mi sentivo sovrappensiero, vengono portati i giornali. Neanche come un morto di fame e sete, che appena vede del cibo o dell’acqua si scaraventa su di esso o come un maratoneta che fa lo scatto finale, corro verso la montagna di fascicoli riposta sulla cattedra. Entusiasta di averne conquistato uno, corro di nuovo, per scaricare l’adrenalina che ho accumulato, fino al mio banco. Lì, non sapendo da dove iniziare a leggere, apro con gli occhi chiusi una pagina a caso e immediatamente inizio la mia lettura. E’ un racconto che parla di una persona. Il testo inizia con una sveglia che suona e questa persona che rivela di essersi già svegliata da mezz’ora. Poi continua con la persona che spegne la sveglia e si prepara per andare a scuola. L’adolescente prova molta ansia, agitazione ed emozione all’idea che leggerà il giornale del suo istituto che uscirà proprio quel giorno. Questa persona ha talmente tanto in testa quel giornalino che le sembra che il tragitto per arrivare alla sua scuola sia brevissimo e che l’attesa nel cortile sia estremamente lunga. Così, trascorre alcune ore di lezione, vengono portati alcuni giornalini e l’adolescente si 28
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precipita su di essi, ne prende uno e apre a caso e con gli occhi chiusi una pagina. Sta leggendo un racconto di una persona che si sveglia mezz’ora prima che la sveglia suoni...In un attimo di panico alzo gli occhi da quel racconto: il soggetto descritto nel testo sono io. Rileggo quella pagina sperando di aver immaginato tutta la storia e che il vero
racconto sia un altro, ma mi sbaglio. Ogni cosa che faccio o che ho intenzione di fare è scritta in quel maledetto racconto. Chiudo il giornalino, poi lo riapro su quella pagina, però il racconto è sempre lo stesso. Penso di stare sognando, purtroppo constato che non è così. A questo punto inizio a riflettere. Può davvero essere solo un caso un testo del genere? E se tutte le emozioni che ho provato quella mattina sono state solo un segno premonitore per quel che è successo dopo la lettura dell’articolo? Forse invece questo racconto è stato come un messaggio giunto volontariamente da qualcuno
a sua volta spinto a scriverlo da uno stimolo inconscio del suo più profondo intimo o da un extraterrestre o da una sensitiva. Forse invece è stata proprio una sensitiva a scriverlo. Ma cosa sto pensando!? Sto forse impazzendo? Anche se davvero ciò sta accadendo, io ho bisogno di riflettere, non riesco a pensare ad altro. Decido di chiedere ai miei compagni di classe se lo hanno letto e in tal caso se anche a loro ha creato il mio stesso effetto. Molti mi rispondono che il racconto è sembrato loro solo banale e ripetitivo. Pochi altri invece mi rivelano che hanno trovato in esso delle somiglianze con la propria vita e che tutto sommato a loro il racconto è piaciuto. Nessuno però si sente come me. Passata questa fase di dialogo, rincomincio a ragionare fra me e me. Mi chiedo se veramente esistono universi paralleli, se anche lì c’è un pianeta o di più, se ci sono degli esseri umani o solo animali meno evoluti o ancora se magari si sono evolute specie totalmente diverse da quelle che conosciamo. Mi chiedo se veramente esistano il presente, il passato e il futuro o se esista solo il presente e il passato sia solo ciò che noi definiamo come i ricordi e il futuro qualcosa che ci immaginiamo o se nel passato ancora esista vita e nel futuro pure o se il futuro sia già stato programmato e non si possa cambiare. Ci sono dei luoghi dove il tempo e lo spazio non esistono?Oppure dove non esiste il tempo ma lo spazio sì? E viceversa? Molte di queste domande e ragionamenti non hanno senso o forse sì. Ora però devo seguire la lezione, chissà se nel pomeriggio continuerò a riflettere su questi argomenti o se lo farò dopo molto tempo o se non lo farò proprio… Adesso devo assolutamente prestare attenzione alle parole dell’insegnante.
Una storia vera di Elisa Boscani IIB
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o deciso di liberarmi di un peso troppo pesante per una ragazza della mia età. Me lo porto dietro da quattro anni ed ormai è diventato insostenibile. Non ne avevo parlato quasi con nessuno: ora è strano scriverlo per così tante persone. E’ passato, sono nella fase dell’arcobaleno dopo la tempesta, direi anche molto violenta. Il suo ricordo è come un marchio, che vorrei a tutti i costi cancellare, ma che mi ricorderà per sempre ció che è accaduto e le persone coinvolte. Quando si parla di bullismo senza averlo mai subito, non si capisce pienamente le sensazioni delle sue vittime. A vedere dall’esterno, la mia storia può essere una delle tante e nemmeno tanto tragica. Ero in seconda media e mi sembrava che tutto filasse liscio, anzi ero più popolare della media. Molti desideravano essere miei amici, ed io ne ero entusiasta. Lentamente sono arrivati dei segnali che mi dicevano che non era tutto rose e fiori come sembrava, anzi. Tutto è nato da un gruppo su whatsapp, che aveva lo scopo di organizzarsi per una festa di compleanno, e nel quale io non c’ero. Questo gruppo, subito dopo la festa ha cambiato il nome in “ Anti Boss” il mio soprannome. Era stata uno dei membri del gruppo a parlarmene e a farmi leggere dei messaggi: li ricordo come se fosse successo ieri. Erano degli insulti riferiti specialmente al mio aspetto fisico e al fatto che andavo bene a scuola, o che mi piaceva la danza. Non trovo difetti in questo, ne trovo forse solamente per quanto riguarda l’aspetto fisico . Certamente non ero e non sono una modella, non ne ho la femminilità o il fisico, ma sentirsi paragonate a dei maiali non fa piacere a nessuno. Quando ho fatto sapere agli altri che ero a conoscenza di quel gruppo, l’hanno fatto sparire per evitare che i professori avessero delle prove dell’accaduto e hanno iniziato a insultarmi di persona. Spesso in quel periodo mi ritrovavo ad essere sola in una stanza e mi mettevo
a piangere come una bambina che ha perso il suo pupazzo preferito. Mi s u c c e d e v a spesso, quando ricordavo tutti gli insulti che avevo ricevuto. Mi avevano descritto come una palla di gas che avrebbero fatto esplodere con uno spillo e che il suono sarebbe stato talmente forte da poter essere paragonato ad una bomba. Avevano anche inventato una serie di falsità sulle mie azioni, i miei pensieri, su tutto. Ormai mi limitavo a vivere attraverso la storia di un libro o di una coreografia. Finita la seconda media mi aspettavo durante le vacanze una serie di crescite mentali e comportamentali che non sono arrivate. Hanno continuato ad insultarmi, perché ero grossa, perché non gradivano il mio taglio di capelli e molto altro. Lentamente la corazza che avevo costruito attorno a me si stava sgretolando, mostrando a tutti le mie insicurezze, le mie debolezze. Quell’anno , dopo aver perso la possibilità di ballare per un infortunio, ho dovuto usare per un paio di settimane le stampelle. Un giorno, mentre mi trovavo vicino alle scale, una ragazza mi ha fatto lo sgambetto. Fortunatamente mi sono tenuta sulle stampelle e non sono caduta, ma sapere che una persona era arrivata a tanto mi ha provocato un dolore immenso e mi ha fatto sentire una persona di cui il mondo avrebbe potuto fare a meno. I miei compagni parlavano male di me in chat o di persona, e me lo facevano sapere per vie traverse. Avevano adottato una tecnica che, purtroppo, con me ha funzionato, e
parecchio direi. In questi due anni ho continuato a chiedermi perché a me, e cosa avessi fatto per meritarmi tutto questo. Forse non avevo fatto copiare abbastanza nelle verifiche, suggerito nelle interrogazioni o passato compiti. Né allora né adesso so darmi una risposta. So solo che G., G., S., M., G., A., A., R., E., e tutti gli altri nel farmi tanto male, mi hanno resa più forte, forse. E mentre loro sono rimasti soli perché hanno preso strade diverse, io ho voltato pagina, ho incontrato persone che mi accettano e che mi vogliono bene. La paura che possa riaccadere proprio come quattro anni fa rimane, e l’ essere restia a fidarmi degli altri, anche. È per questo che ritengo i traditori i più vili. Spero che il mio racconto possa aiutare le persone che, come me, sono state vittime di bullismo. L’unica cosa che posso consigliare è di parlarne con qualcuno e non tenersi tutto dentro, come ho fatto io, perché ti logora dall’interno e ti ritrovi ad avere il viso sempre rigato da lacrime di disperazione, al massimo di rabbia, ma mai di felicità.
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Racconti
Sipario Lunare
di Carlo Danelon IF
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essuno sapeva bene chi fosse Giovanni, e sul suo conto, nel paese, erano nate le più svariate ipotesi e leggende. Quel giorno il signor Giovanni era felice. Dopo aver bevuto un caffè caldo alla luce flebile della lampada in cucina, uscì e prese il giornale. Nella tarda mattinata andò da Marco, il barbiere, si tagliò i leggeri capelli grigi che gli oscuravano la fronte, e uscì sulle vie lastricate del centro, più sereno di prima mentre era accarezzato dalle lunghe dita del vento. Le sue labbra, alla prima carezza, si assottigliarono, e i suoi occhi si illuminarono appena. Dalle vie laterali giungeva l’odore del pane, e la cittadina si animò gradualmente. Venne salutato dal signor Martino, a cui aveva dato più volte modeste cifre in denaro, dal signor Gino con cui aveva parlato e che aveva aiutato nel rapporto con
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la figlia, dall’imbianchino, che tempo prima aveva aiutato a dipingere di rosso i bassi pali del paese. Camminò tutta la giornata, regalò un gelato a un bimbo che aveva fatto cadere il suo, e il suo cuore rise a quel suo gesto che lo rendeva orgoglioso di sé. Cos’altro poteva fare lui, che era un uomo solo e vecchio, di buono nel mondo? Non aveva nessun dovere, nessuna pressione psicologica, se ne stava con le gambe incrociate, seduto su una panchina di legno dipinta di verde, quando il sole cominciò ad essere tagliato dal netto orizzonte, qua e là coperto dalle fronde dei salici. Il cielo azzurro assunse una colorazione tendente al blu, e il signor Giovanni si diresse verso casa. Dopo qualche minuto di cammino si fermò, attratto dall’emozionante suono di un pianoforte. La malinconia di quella melodia sotto la luce delle stelle lo fece sentire avvolto da una coperta di lana calda, della quale ogni filo era ricordo. Era una coperta che avrebbe voluto perdere anni prima, centinaia e migliaia di passeggiate prima. Eppure non se ne voleva andare, era diventata quasi un suo organo, un’estensione del suo corpo che lo rendeva malformato. Di colpo l’aria divenne decadente, si spense e il suo sapore diventò molto amaro. Riprese il cammino, con le labbra semiaperte e gli occhi divenuti lucidi. Si ingobbì e nascose parte del viso sotto il
bavero rialzato. “Non ho colpe, non ho colpe!” e poi “Povero vecchio” si ripeté nella mente. La luce lunare gli illuminava la via per arrivare a casa in quella notte ormai nera, e lui si nascondeva, come se non volesse essere visto dalla sua ombra, come se non si sentisse degno, improvvisamente, di vivere e di essere visto dalla Luna. Non riusciva più a reggersi in piedi, il peso dell’età gravava sulle sue gambe esili e, rassegnato ai ricordi della sua vita precedente, si accasciò per terra. Si appoggiò a una delle colonne che formavano l’ampio porticato del centro e, con una lacrima illuminata dalla Luna che gli rigava la guancia, si abbandonò ad un sonno profondo, da cui forse mai più si risvegliò. La mattina seguente tutti gli abitanti del paese gli si raccolsero intorno disperati, la morte del signor Giovanni rappresentò, forse, la più eclatante delle notizie riportate dal giornale locale, che dedicò, per soli interessi economici, un’intera pagina all’avvenimento. Nella tasca del cappotto dell’uomo venne trovato un foglio, il suo testamento. Non avendo parenti (o almeno così pareva), Giovanni se lo portava sempre dietro, perché venisse facilmente trovato qualora fosse servito. Su di esso c’era scritto: Voglio una tomba modesta, e che il mio denaro venga donato in beneficenza. Date poi la mia casa al povero Martino, che si merita un posto caldo dove dormire. Salutate per me il paese, luogo felice in un mondo triste. Giovanni X Il signor Giovanni non conosceva nessuno davvero bene, e da quella firma, si capì che non voleva conoscere nemmeno se stesso. Si era dedicato troppo agli altri, al fine di dimenticarsi della sua misteriosa storia. Al suo funerale c’erano: Martino il senzatetto, l’imbianchino, il panettiere, il barbiere, il signor Gino, e due strozzini, che con sguardo di ghiaccio, divoravano il suo corpo morto.
Oltre il faro
I
l giorno giunse leggero sui paesini delle coste irlandesi: il vento soffiava lieve e la nebbia si posava sui tetti delle capanne. Poco dopo il sorgere del sole il villaggio prese vita e le grida dei pescatori riempirono il silenzio, rotto solamente dall’infrangersi delle onde sulla spiaggia. Un vecchio se ne stava seduto a gambe incrociate su un grosso masso, e volgeva lo sguardo verso il mare, un’immensa distesa d’acqua. Dopo qualche tempo chiuse gli occhi e rimase immobile, col vento che solleticava la lunga barba bianca, e inizió a pensare e a perdersi in ricordi lontani. Al tramontar del sole si alzó, accese una lampada ad olio e tornó a casa. Prese da un alto ripiano una vecchia busta ancora sigillata, e poi andò in cucina e recuperò un consunto zaino di pelle e una bisaccia con del cibo. Dopo essersi procurato queste cose, uscì di casa e si diresse verso la spiaggia. Giunto alla spiaggia iniziò a spingere la sua fragile e piccola imbarcazione, che in passato aveva visto giorni migliori, per condurla in mare. Fatto ciò, con mani tremanti, aprì la busta e ne lesse attentamente il contenuto. C’erano delle indicazioni e una mappa disegnata a mano. Alla fine della lettera c’era poi una frase che lo colpì particolarmente: ”Partii e mai più mi vedesti.” Il vecchio capì subito che quella era una lettera del padre, scomparso quando lui era solo un bambino, e che la mappa e le indicazioni servivano a condurlo nell’unico luogo ancora sconosciuto all’uomo: l’oceano oltre il faro. D’istinto spinse in mare la barca e, pur essendoci un forte vento, la fece partire, con la prua diretta verso il faro. Poco dopo il rombo di un fulmine squarciò a metà il cielo purpureo e la tempesta cominciò a montare. L’albero, a causa di una scossa troppo violenta, si ruppe in due parti e cadde in mare con un tonfo assordante. Il vecchio, però, non si perse d’animo e con le ultime forze spinse la nave, che giunse così davanti al faro. Pochi secondi dopo comparve una creatura mostruosa:
di Isabella Marenghi IIIF aveva cinque teste, un lungo collo ricoperto di squame e gli occhi erano così intensi che emanavano una sorta di luce color verde. L’uomo, alla vista del mostro, spalancò gli occhi e si tenne a debita distanza. La creatura cominciò a muoversi, sibilando parole in una lingua sconosciuta, mentre girava attorno alla barca. Il vecchio tentò di smuovere la nave, ma non c’era modo di sfuggire alla creatura. La bestia si avvicinó ancora di più all’uomo, e, con la lunga coda, colpì la barca, facendo un grosso buco sul fondo. In questo modo l’imbarcazione cominciò lentamente a riempirsi d’acqua e ad affondare sempre di più. Lo sguardo dell’uomo divenne pian piano sempre piú atterrito e, ad ogni colpo, un po’ di determinazione lasciava il suo corpo. La sua mente si estraniò da quello che stava accadendo, e, ad un certo punto vide l’anima del padre. Era come lo ricordava il bambino che era in lui: alto e magro, con folti capelli neri e curiosi occhi verde prato. Il padre gli si avvicinò e gli sorrise, con un sorriso triste e stanco, come se la morte non avesse ancora avvolto Il suo corpo nelle sue braccia. A quel punto l’uomo capí che avrebbe raggiunto presto il padre e che non avrebbe più visto le coste dell’amata I r l a n d a . Di colpo la sua mente ritornò alla realtà e lesse la sua fine negli occhi del mostro
marino. Una delle teste del mostro si abbatté sul fianco della barca, distruggendolo completamente. Mentre il mostro si preparava a sferrare un altro colpo, giunse un’onda enorme, che rovesciò la barca. Il vecchio riemerse e si aggrappò a una vecchia asse di legno. Non vedendo altre alternative, decise di concludere da sé la propria vita: chiuse gli occhi e si lasciò trascinare dalle onde. Non arrivò mai a vedere ciò che era oltre il faro, ma ci arrivò vicino. Vi posso dire una cosa, però: dietro il faro non c’era nulla. Non c’era un’isola, o un altro pianeta, come credevano molti. L’uomo, sin dai tempi antichi aveva avuto paura dell’oceano, per questo motivo si erano diffuse queste leggende: preferiva non sapere, non conoscere ciò che lo spaventava.
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Racconti
U
Click e flash
na goccia gelida di pioggia s’infrange sulla mia spalla per poi scivolare lungo la spina dorsale: “click e flash”. Il cancello di casa cigola graffiandomi i timpani: “click e flash”. La fragranza delle bucce di mandarino che la nonna brucia per profumare casa mi penetra le narici: “click e flash”. Con le dita indolenzite, sporche d’inchiostro, la mia voce sottile squilla: -Mamma, guarda, oggi ti ho fatto un disegno!-: “click e flash”. La mia lingua protesta, assaggiando delle fragole cui ho aggiunto, per errore, del sale: “click e flash”. La mia anima non si pone problemi quando scatta fotografie, lei viaggia, immortala e poi mi poggia sulle gambe il pesante album, che mi porto
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nella testa da quando sono nata. -”Margherita, hai studiato?”. La solita domanda che mi svuota la mente. Sento l’anima urlare: “Carpe diem!” e un tonfo nel cranio: entusiasta di possedere finalmente un po’ di spazio per sé, mi sta propinando i suoi racconti nel momento più sbagliato che ci sia. Il panico dell’interrogazione si trasforma in vento e sfoglia le pagine dell’album, disordinando le fotografie, che mi si appiccicano davanti agli occhi e si arrotolano nelle orecchie. Non ho più il controllo dei miei pensieri e il mio passato scorre rapido nella testa. Il cuore corre, cercando di riafferrare il palloncino della ragione, inghiottito dal vento del panico. Purtroppo, non sempre le immagini sono luminose, alcune sono solo colonne sonore che non riesco a mettere in pausa, sono cupe e malinconiche e cerco di combatterle invano, canticchiando altre melodie. La prima volta che la mia anima schiacciò play a una di queste
di Margherita Ghiglioni IIIC tracce, m’infuriai con me stessa, mi domandai perché non fossi stata in grado di bloccare il “click e flash” che l’aveva registrata, come si fa per trattenere gli starnuti, mettendo un dito sotto il naso. Mi arrabbiai perché le immagini buie furono spesso motivo di silenzi, delusioni e smarrimento. Solo più tardi capii che, quelli che definisco io “click e flash”, non sono che le impronte digitali che le esperienze imprimono sul cuore, modellando noi stessi nel corso della vita. Non sono e non saranno mai eliminabili, perché sono parte di noi. -Allora? Hai studiato o no?-. Perché mi sudano le mani? Certo che ho studiato, eppure l’unica cosa che vedo, che sento, che rivivo, è il mio passato. Asciugo i palmi sulle cosce e la mia mente sospira critica: “È finita”. La fotografa che vive dentro il mio petto accende una discussione: “Che cosa è finita? Cosa? Ti sembra il modo di abbatterti? Ti sembra ne valga la pena?”. Mi provoca e, irritata, mi preme sul petto alcuni scatti. Sono le fotografie che ha raccolto assieme alle colonne sonore che ho sempre rifiutato. Vedo tanti ostacoli, paure e angosce, le sue mani lasciano cadere a terra la macchina fotografica per permetterle di stringermi un nodo ben stretto lungo la gola. Poi corre giù, di nuovo nel mio petto ed estrae dalla tasca alcune immagini che non mi aveva mai mostrato prima: sono quelle che avrei voluto scattare con una vera macchina fotografica, sono il racconto di come ogni episodio buio, si sia risolto e sia divenuto solo un vecchio scatto e nulla di più. “Hai visto che in passato ti sei rialzata?”. Mi sprona, finalmente la vocina dentro di me. Per una volta le do ragione e lascio tregua al mio cuore in corsa, arrestando il vento del panico e afferrando per lui il palloncino della ragione. Ha ragione l’anima che, coi suoi “click e flash”, vuole rendere eterno qualsiasi momento che avrei cancellato. Va raccolto tutto, tutto quello che viviamo, persino gli scatti sfocati o poco illuminati, perché forse un giorno, immersi nel buio, sapremo immortalare il ritratto più incantevole della nostra vita.
a cura di Martina Pelusi e Valentina Tarantino IIIF
Chiusesi le porte Chiusesi le porte di questo desolato ascensore, specchiatami, solo mi ricordò te il mio rossetto sbavato. Martina Pelusi
Per una mancanza improvvisa del dizionario di latino
E da sola sulla spiaggia E da sola sulla spiaggia Dei miei pensieri, Come il mare d’inverno Infrango le mie urla al vento. Valentina Tarantino
Ho tradotto insieme a te Almeno un milione di versioni E ora che non ci sei È il vuoto a ogni vocabolo e Cosi non sono facili Queste nostre verifiche. Ho tradotto almeno un milione Di versioni insieme a te Non perché rispetto a me tu Conoscevi molto di più. Con te le ho tradotte Perché sapevo che tra noi due Il vero esperto di parole, sebbene muto, eri tu. Valentina Tarantino
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sport
La forza del coraggio:
di Greta Anastasio VB
Alex Zanardi
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lex Zanardi è un grande sportivo, pilota e conduttore televisivo italiano. Un uomo che non solo ha dimostrato grande tenacia, determinazione e grande umiltà ma anche voglia di vivere e un immenso amore per lo sport. Zanardi è un ex pilota di Formula 1, che a causa di un violentissimo incidente, avvenuto nel 2001 nel circuito tedesco Lausitzring, ha perso entrambe le gambe. Fu un avvenimento tragico che sconvolse tutti, soprattutto coloro che credevano in lui ed erano convinti che allora la sua carriera fosse finita. Invece Alex non si è arreso e ha trovato il modo di “reinventarsi”, convinto infatti che la vita gli abbia dato una seconda possibilità e intende sfruttarla fino in fondo. Anche se non ha più gli arti inferiori questo non significa che non potrà più fare alcuno sport. E infatti appena si è riabilitato, è salito su una macchina da Formula1 per completare simbolicamente i 13 giri della gara che gli mancavano prima dell’incidente. Un gesto significativo che dimostra la grande voglia di mettersi in gioco e di non abbattersi di un uomo, che sembrava spacciato e che invece ha saputo riscattarsi e riprendersi le sue vittorie. E a proposito di vittorie, Zanardi dopo aver lasciato il mondo della Formula 1, si è dedicato al Campionato Italiano Superturismo vincendolo. Poi ha deciso di iniziare una nuova avventura nel mondo del paraciclismo, partecipando alla maratona di New York nel 2007, in cui si è classificato quarto. Un grande risultato inaspettato che lo ha portato a fare di questo sport la sua nuova passione. In fondo guidare un handbike è come guidare una macchina con la sola differenza che ora è lui il motore del veicolo. E seguendo questa sua passione, 34
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ritenendo di avere ancora voglia di vincere e assaporare quella sensazione di vento sul volto e di quella sana competizione, Zanardi nel 2012 vince ben due medaglie d’oro e un argento alla paraolimpiadi di Londra. Un sogno che solo qualche anno prima sembrava irrealizzabile e invece si è tramutato in realtà, dimostrando di essere un grande campione con una forza d’animo incredibile. Non contento dei suoi risultati fa il bis alle paraolimpiadi di Rio di quest’anno, dove Alex ha vinto nuovamente due ori e un argento. Riconfermandosi uno degli atleti più forti di sempre nel mondo paraolimpico oltre ad essere un esempio e un punto di riferimento per molte persone che come lui hanno dovuto “reinventarsi”. Nonostante abbia 50 anni, sembra avere una carica inesauribile e soprattutto una forza nelle braccia impressionante. Infatti in un’ intervista l’atleta ha dichiarato di aver provato una grande emozione, quando a Rio è riuscito a battere tutti atleti più giovani di lui; a dimostrazione che a volte non basta la giovane età per credere di poter vincere, c’è bisogno anche di esperienza e quella “fame” di vittoria che solo Zanardi ha.
E siccome Iroman, come è stato soprannominato, non si arrende mai e coglie sempre l’occasione per mettersi in gioco, ha partecipato anche alla triathlon: gareggiando per 9 ore circa tra nuoto, handbike e carrozzina olimpica. Una prova estrema che è riuscito a superare con successo come le altre prove che in generale nella vita Zanardi ha dovuto affrontare. Uomo quindi che rappresenta un esempio per tutti e non solo per coloro che purtroppo sono nelle sue stesse condizioni. Concludo con una bella dichiarazione del nostro atleta paraolimpico: “Nella vita bisogna provarci, le cose più belle, più inarrivabili sono sempre originate da noi, il primo passo dipende sempre e solo da noi, un obiettivo è una cosa che ti dai per decidere dove vuoi andare, ma se non sei in grado di goderti il viaggio, se non hai passione per ciò che stai facendo, vuol dire che stai ragionando per ambizione e l’ambizione non è cosi forte da portati all’obiettivo che ti sei prefissato, a quel punto è meglio cambiare e concentrarsi su qualcos’altro, su qualcosa che ci viene più naturale”.
LA PROTESTA “silenziosa” di kaepernick
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e c’è una cosa a cui gli americani tengono, quasi più di loro stessi, è la patria e quindi il loro inno. Un inno che nasce nel 1814 e celebra in particolar modo la bandiera, altro simbolo importante per gli statunitensi. Viene suonato in una qualsiasi festa nazionale o manifestazione e pertanto non può mancare di certo la sue esecuzione prima delle partite dello sport più seguito in America: il football. È usanza infatti suonare l’inno prima di ogni partita dalla Regular Season fino al famigerato Super Bowl, ed è altrettanto usanza stare in piedi durante l’esecuzione, possibilmente tenendo la mano sul cuore. Ed è qui il punto, perché da Agosto c’è un giocatore della NFL- la lega professionistica americana di football- che rifiuta di alzarsi in piedi e partecipare all’inno pur essendo americano. Questo suo apparentemente assurdo gesto ha in realtà una motivazione molto profonda che va ben oltre lo sport giocato, infatti egli si rifiuta di alzarsi per una
di Alessandro Cassese VA
nazione che a sua detta: “Opprime le minoranze” e in particolare gli afroamericani. Egli fa riferimento a tutti i brutti episodi di violenza, talvolta sfociata in omicidio, da parte degli uomini della Polizia che troppo spesso usano misure diverse e più dure contro gli afroamericani. L’America, sportiva e non, si è subito divisa tra chi sta dalla sua parte pensando che sia il modo giusto per approcciare la questione e chi invece ritiene tutto questo inutile e poco rispettoso verso la nazione oppure ci sono anche alcuni che non ritengono Kaepernick l’uomo più giusto per affrontare una questione così delicata che va bene oltre lo sport. Che sia giusto o sbagliato non spetta a noi dirlo, ma ciò che è sicuro è che da Agosto in molti
lo hanno imitato sia all’interno della Nfl che al di fuori, talvolta anche oltre dai confini americani. Probabilmente questo non risolverà la questione, che è molto delicata e richiede modi e luoghi diversi per essere affrontata e risolta, ma di certo questo è un segnale che anche il mondo dello sport non accetta questa situazione e ha tutto il diritto di farlo sapere a una nazione che sembra non volere sentire ragioni.
Arrestare il tempo di Adriano Bertazzoni VA
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ntervallo di Roma Sampdoria, Francesco Totti si riscalda solo sotto il diluvio dello Stadio Olimpico. Nessun compagno con cui scambiare qualche parola, ma solo scatti da ripetere all’infinito sul prato inzuppato. Terminata la pausa, Francesco scende in campo. Gara di poco conto per il capitano della Roma, ma allo scadere i padroni di casa guadagnano un rigore. Tira Totti, segna. Si toglie la maglia e corre rapido ad esultare di fronte ai tifosi, i suoi tifosi. Nemmeno il miglior sceneggiatore poteva scrivere una storia del genere. La tempesta, il capitano che affronta la tempesta, il gol decisivo del capitano. Non è una storia originale
però. Tante volte il capitano ha dovuto prendere per mano la Roma e guidarla alla vittoria, anche se in verità qualcosa di diverso c’è. Totti ha compiuto a fine settembre quarant’anni, varcando la soglia degli -anta che per i calciatori è sinonimo di fine carriera. Ma Francesco non smette. Ha soltanto accettato un ruolo più marginale. Eppure dopo venticinque anni di militanza giallorossa, rifiuti di lauti contratti per restare nella squadra amata, quasi trecento gol con la numero 10 sulla schiena e una fascia da capitano portata sempre con grande orgoglio, Totti è diventato la Roma. Nel corso di molte stagioni è passato da essere un timido ragazzo al diventare icona dell’intera città e di tutta la “romanità”. Così sono tanti quelli che storcono il naso quando lo vedono ai margini e preferiscono ricordare le gesta del suo passato glorioso come se il presente non valesse. Ma invece per Totti conta. Avrebbe potuto scegliere di
ritirarsi dimostrando ogni domenica in ogni stadio di essere una leggenda del pallone prendendo ovazioni da tifosi di ogni squadra e concludendo con uno show in stile Kobe Bryant, ma Roma non è Los Angeles. Nessuno spettacolo, nessun messaggio trasmesso in mondovisione a tifosi già pronti con i fazzoletti in mano, e così il capitano è come un monumento nella Città Eterna: sai che c’è da sempre ma ogni volta lo ammiri sempre di più. Totti potrebbe decidere tranquillamente come finire la propria splendida carriera, semplicemente non lo fa perchè è davvero un “eterno Peter Pan” e come un bambino che implora la mamma di lasciarlo giocare ancora un po’, prosegue. E così diventa una corsa incessante contro il tempo e contro un fisico che non lo sosterrà più, cercando continuamente di non porsi limiti, di prolungare quei pochi minuti ancora sul campo e di non scrivere mai la parola fine ad una gloriosa carriera.
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sport
Il re dell’acqua torna a vincere di Claudia Pirro IIB
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enacia, coraggio, resistenza e velocità: in una parola semplicemente Michael Phelps, l’atleta più titolato di tutta la storia dei Giochi Olimpici, in testa al mito del nuoto Mark Spitz, alla ginnasta sovietica Larisa Latynina e ai corridori Paavo Nurmi, Usain Bolt e Carl Lewis. La sua vita, sinonimo di sacrificio, di fatica, di sforzi, ma anche di preziose indimenticabili vittorie e di grandi successi, realizzati grazie alla sua grande forza di volontà, è il sogno di qualsiasi nuotatore, l’idolo di ogni atleta. Americano, nato a Baltimora nello stato del Maryland il 30 giugno 1985, Phelps è oggi ritenuto il più forte nuotatore di tutti i tempi. I movimenti delle sue braccia e delle sue gambe, così precisi quanto fluidi in acqua lo hanno spinto negli anni a raggiungere sempre più alti obiettivi, a scalare sempre più numerose classifiche. Caparbio, imbattibile e vincente, anche alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro, ricco campione trentunenne è stato determinato fino in fondo a scrivere un’altra pagina di storia e ha scelto di farlo in grande stile la notte del 12 agosto 2016, riuscendo a battere l’ultimo record mancante della sua 36
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splendida carriera sportiva, costruita con passione e ammirevole dedizione: il medagliere storico che durava da oltre duemila anni, quello di Leonida da Rodi, velocista dell’antica Grecia che vinse dodici titoli individuali in tre diverse discipline. Dominatore indiscusso della vasca dell’Acquatics Stadium di Rio, davanti ad un pubblico numeroso di tifosi statunitensi, sale sul gradino più alto del podio in quattro competizioni: nei duecento metri farfalla, nei duecento metri misti, nelle staffette della 4x100m e della 4x200m stile libero e nella 4x100m misti. Prima del suo quindicesimo compleanno già deteneva con grande orgoglio il primato nella categoria ragazzi in America in diversi stili del nuoto, attraverso i quali mostrò subito di avere tutte le carte in regola per un promettente futuro sportivo segnato da diversi infortuni, ma anche da indimenticabili emozioni che ha saputo regalare al mondo dello sport. Un talento unico, che emerse gradualmente e che spiccò per la sua diversità, competizione dopo competizione, di anno in anno, fino alla sua prima comparsa importante in campo internazionale, che risale al 2000, ai Giochi Olimpici di Sydney dove appena quindicenne, fu il più giovane atleta presentato dalla squadra
olimpica americana. Eccellente a livello fisico e tecnico è dotato di grandiosa spinta nella gambata, che agli esordi dell’atleta fu giudicata immediatamente fuori dal comune, così come la sua capacità di resistenza, che gli permette ancora oggi di sfiorare i limiti di imprese quasi impossibili. La sua caratteristica, subito notata dai tecnici, era quella di mantenere per la più lunga durata di tempo possibile la fase subacquea per ridurre al minimo l’impatto con l’acqua e per evitare di incontrare le onde, ostacoli, che avrebbero potuto rallentarlo. L’allenamento e la preparazione fisica nei periodi precedenti alle gare prevedeva due ore al mattino e tre al pomeriggio, per sei giorni alla settimana per una media di 16km circa al giorno. Nel 2012 si calcolò inoltre che Phelps avesse percorso in acqua durante i suoi duri allenamenti tre volte la lunghezza della circonferenza della Terra. Recentemente egli ha dichiarato pubblicamente il suo ritiro, probabilmente definitivo, che lo vedrà svanire dalle gare, ma non dalla storia che fino ad oggi lo ha visto protagonista dello sport e del nuoto. Ma sarà veramente un addio o un semplice arrivederci al prossimo incontro sportivo? Roading and Dreaming Tokyo 2020…
varie XANAX: LA RUBRICA ANTIDEPRESSIVA Carducci: le origini
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i siete mai chiesti, se questo non è il vostro primo anno di liceo, che cosa vi ha spinti, dopo la terza media, davanti ai grigi cancelli del Carducci? Sicuramente sì. Per esempio, a me alla mattina vengono in mente un sacco di domande esistenziali che mi creano problemi finché il caffè non comincia a fare effetto. Immaginatemi: salgo sulla bicicletta per venire a scuola e... "Ma Argo di che razza era?". Poi, piano piano, sempre con molta calma, il caffè comincia ad entrare in circolo, e allora "perché l'essere è e non può non essere? E, se il non
essere non è e non può essere, quali droghe prendeva Parmenide?". Quando ormai arrivo in viale Brianza mi concentro su cose pratiche, sulle fondamenta della vita quotidiana, come ad esempio "Considerando il mio peso di sessantacinque chili e trascurando l'attrito delle ruote sulla strada, quanto lavoro stanno compiendo le mie gambe, spingendo sui pedali? Quanto velocemente dovrei sgambare per entrare nell'orbita terrestre?". Messo da parte Keplero, mi ritrovo davanti ai cancelli della mia seconda casa e, con un sospiro, arriva il solito interrogativo: "CHI ME L'HA FATTO FARE?". Già, chi c'è dietro tutto questo? Una questione regolarmente discussa nella mia famiglia è che il liceo classico ho scelto IO di farlo, e ora che ci sono dentro fino al collo non posso far altro che arrangiarmi. Come ho potuto pensare che il greco fosse una lingua facile? Voglio dire, 'sti Ellenici hanno un dannatissimo verbo per descrivere ogni dannatissima azione in tutti i suoi dannatissimi dettagli. E quando non bastano i verbi ci si mette Aristofane e via alle danze, inventiamoci qualche altra parola assurda per descrivere situazioni assurde che verranno messe in versioni assurde tradotte da studenti disperati. Poi ci credo che ci stanchiamo e ce ne usciamo con un bel οτοτοτοι. Ammettiamolo,
dev'esserci qualcosa all'origine delle nostre false convinzioni sul liceo classico, quelle meravigliose credenze che avevamo in terza media ("Il greco è facilissimo", "Tradurre Cicerone sarà divertente"). Qualcuno deve per forza averci convinti, almeno la maggior parte di noi. Certo, la prima volta sembra davvero facile il greco... l'alfabeto, le prime paroline lette a caso sul libro degli esercizi. Poi i primi drammi con l'alfabeto maiuscolo e le prime frasette tradotte. Poi le prime insufficienze. Non sto scherzando, ragazzi. La mia filosofia di vita, al quarto anno è che, se ho preso un due in matematica alla prima ora, siccome non c'è due senza tre (che arriverà puntualmente alla seconda ora dopo l'interrogazione di storia), il quattro vien da sè (alla restituzione della versione di greco, terza ora). Ma c'è anche chi è un piccolo filologo e ha la media del nove, e c'è anche chi studia più di me. Il problema, miei giovani carducciani, è che sappiamo benissimo chi ci ha fatto innamorare del greco con una lezione. È l'uomo che sussurrava alle reclute. Professor Sponton, se siamo qui a istruirci sulla cultura classica è solo grazie a lei. E forse, alla fine di questi cinque anni, capiremo di aver fatto la scelta giusta. Oppure bruceremo i libri di greco e latino e sacrificheremo un coleottero a Zeus, con la preghiera di far durare la notte dopo gli esami un po' più a lungo per festeggiare la fine di un'epoca.
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varie di Linda Del Rosso IVC BILANCIA (24 settembre – 23 ottobre)
ARIETE (21 marzo – 20 aprile)
E’ il momento di riconciliarsi con un’amicizia perduta. A causa di un litigio siete rimasti separati a lungo, ma quando metterete da parte l’orgoglio e deciderete di riappacificarvi con il vostro amico, scoprirete che il vostro rapporto è come quello di una volta e vi sembrerà di non esservi mai allontanati.
Non è un caso se le orbite astrali si stanno ricomponendo lungo una linea retta. Ormai la Milan Fashion Week è passata e i pomposi vestiti “alla moda” non sono più concessi: smettetela di andare in giro vestiti in modo stravagante, pensando che il vostro anticonformismo possa risultare attraente.
TORO (21 aprile - 21 maggio)
SCORPIONE (24 ottobre – 23 novembre)
Con l’estate vi siete fatti crescere esageratamente i capelli, ma ora è arrivato il momento di dare un taglio alle vostre folte chiome. Un consiglio per il parrucchiere? Girano voci che la signora Elena abbia inaugurato un salone di bellezza aperto tutti gli intervalli nella ex aula stampanti del pian terreno. (Per ulteriori informazioni chiamate al numero: 800 123 1234)
Vi sentite come Plutone, escluso dagli altri pianeti del sistema solare perchè piccolo e troppo lontano. Tirate fuori la grinta e dimostrate di che pasta siete fatti: nessuno potrà più giudicarvi inferiori.
SAGITTARIO(24novembre-21dicembre) Il buco nero distante 2400 anni luce dal vostro asse astrale si sta rimpicciolendo a dismisura. Ció significa che molti dei vostri ricordi finiranno nel dimenticatoio. Affinchè le esperienze più importanti rimangano nella vostra memoria, correte ai ripari annotandole su un diario prima che cadano nell’oblio!
GEMELLI (22 maggio – 21 giugno) Dopo l’estate dovete ancora riabituarvi ai ritmi scolastici: alla sera andate a dormire tardi ma il giorno dopo nessuno riesce a buttarvi giù dal letto. Il rimedio all’insonnia? Plutone consiglia di mangiare un uovo sodo di quaglia prima di coricarvi
CANCRO (22 giugno - 22luglio) Un nuovo aggiornamento del cellulare cancellerà tutte le vostre chat: è il segno che trascorrete troppo tempo attaccati agli schermi del vostro smartphone. Spesso preferite nascondervi dietro a un messaggio whatsapp piuttosto che affrontare le persone faccia a faccia e presto ne pagherete le conseguenze.
CAPRICORNO (22 dicembre – 20 gennaio) Il vostro vicino di banco svilupperà una strana ossessione per gli animali della giungla e a volte la situazione diventerà ingestibile. Per evitare che faccia versi durante le lezioni o si gratti il petto come uno scimpanzé, potrete sedarlo con una banana o qualche pezzetto di frutta secca.
ACQUARIO (21 gennaio – 18 febbraio)
LEONE (23 luglio – 23 agosto) C’è confusione nel binomio Marte-Giove: il vostro spirito guerriero è in lotta con la saggezza. Se l’alfabeto greco vi sembra ormai un indecifrabile geroglifico, l’unica soluzione è andare a sciacquare i panni (le versioni) in Nilo.
colore.
La dea Fortuna ha subito un’offesa e ultimamente non si trova dalla vostra parte. Secondo uno studio del CARAN (Centro Astrale di Ricerca Atlantica Nazionale) le persone che indossano quotidianamente almeno un indumento verde attirano la buona sorte con una probabilità del 89% maggiore di chi non veste di quel
VERGINE (24 agosto – 23 settembre)
PESCI (20 febbraio – 20 marzo)
Sapevate che esiste un modo per accelerare il tempo? Se trascorrete tutte le ore di lezione con lo sguardo fisso sulle lancette dell’orologio, il consiglio dello Zodiaco fa al caso vostro: dedicatevi all’esercizio oculo-rotatorio. Questa pratica consiste nel roteare le vostre pupille in senso orario o antiorario a seconda delle vostre esigenze.
“Capisco per credere” diceva Tommaso d’Aquino. Spesso vi rifiutate di avere un’opinione critica, poichè siete troppo attaccati a dogmi della vostra tradizione. Dovreste imparare a mettere in discussione anche le vostre più grandi certezze, per non ricardere in ragionamenti superficiali che vi portino al torto.
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ABBIAMO RIATTIVATO LA BACHECA!!! (quella scatola carina che c’è dalla Signora Elena)
mandate all’Oblò: ostriche, disegni, sogni, speranze... DOMANDE CHE VOLETE FARE AI CANDIDATI PER IL CdI, proposte, richieste, idee, soldi, cibo, dichiarazioni d’amore... etc etc Ottobre 2016 | L'Oblò sul Cortile
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Quanto spesso quei signori che vogliono parire dotti e ineccepibili ai vostri occhi si tradiscono nel modo più brutale ed esilarante? Inviaci anche tu le peggiori frasi dei tuoi prof... DURANTE L’ORA DI GRECO PROF: Avete presente la canzone della spada nella roccia? (cantando) Per ogni μέν c’è sempre un δέ, e questo il greco fa girar!
DURANTE L’ORA DI ARTE Prof: tu non hai preso neanche un appunto, ma hai disegnato Paolina!.. Si vede proprio che ti piacciono le donne nude!
DURANTE L’ORA DI INGLESE PROF: Vi devo confessare una cosa: non mi ricordo più i vostri nomi X: beh, anche io non mi ricordo più l’inglese PROF: si ma quella non è una novità! DURANTE L’ORA DI INGLESE X: William Shakespeare è nato il giorno del suo compleanno! DURANTE L’ORA DI LATINO X: (Correggendo la versione): yabadabadoo! DURANTE L’ORA DI STORIA Prof: nell’Africa subsahariana i romani dicevano “hic sunt leones!”, insomma.. qui te se magna! DURANTE LA LEZIONE DI MATEMATICA, IL SECONDO GIORNO DI SCUOLA PROF: Dove siamo? perchè siamo qui?
Contatti:
DURANTE LA LEZIONE X: dov’è stato in vacanza? Prof: sono stato a Rio per il salto.. del pasto!
DURANTE L’ORA DI SCIENZE PROF: dovete imparare la differenza tra estere e etere. Ricordatevi che i chimici sono dei bastardi dentro, dalla vita sessuale poco soddisfacente: altrimenti si sarebbero inventati nomi più fantasiosi” DURANTE FILOSOFIA PROF (spiegando Kant): l’opera d’arte è bella quando è naturale, quando non si percepisce la regola. Proprio come le ragazze del nuoto sincronizzato che riemergono con il sorriso.. io berrei mezza piscina!
DURANTE L’ORA DI INGLESE PROF: X, ti sei innamorata quest’estate? Di uno spagnolo? sangre caliente!
DURANTE L’ORA DI MATEMATICA PROF: La data è sbagliata? Scorreggila! DURANTE LA LEZIONE X: come ha passato l’estate? Prof: ho cercato di consolarmi dalla durezza della vita ascoltando heavy metal
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Oblò sul Cortile Carducci
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