

I Volti del cora gg io
Futuro Presente
Autore: Paquito Catanzaro
Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini
Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti
Team grafico: Raffaella De Luca, Mauda Cantarini
Illustratore: Denis Medri
I Edizione 2025
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PAQUITO CATANZARO
I voLti del coraggio
illustrazioni di Denis Medri
A
Giannino Durante, il mio supereroe preferito
A ricordo di:
CARICHE DELLO STATO
Giovanni Falcone .............................................................................................. pag. 7
Paolo Borsellino .............................................................................................. pag. 15
Carlo Alberto Dalla Chiesa ...................................................................... pag. 23
Francesca Morvillo ...................................................................................... pag. 29
Angelo Vassallo .............................................................................................. pag. 37
Emanuela Loi ................................................................................................... pag. 43
GIORNALISTI
Ilaria Alpi ........................................................................................................... pag. 49
Graziella De Palo .............................................................................................pag. 57
Maria Grazia Cutuli ...................................................................................... pag. 65
Peppino Impastato......................................................................................... pag. 71
Giancarlo Siani ................................................................................................ pag. 79
Walter Tobagi ....................................................................................................pag. 87
Pippo Fava .......................................................................................................... pag. 93
CIVILI
Annalisa Durante .......................................................................................... pag. 99
Lia Pipitone ..................................................................................................... pag. 105
Libero Grassi .................................................................................................. pag. 111
SACERDOTI
Don Peppe Diana .......................................................................................... pag. 117
Don Pino Puglisi ........................................................................................... pag. 125
Giovanni Falcone

La sala è gremita. Insegnanti, dirigente, collaboratori scolastici: tutti osservano compiaciuti l’auditorium riempito come ai tempi prima del Covid. Non poteva essere altrimenti. Un anniversario del genere andava celebrato. Oggi, 23 maggio 2022, fanno esattamente trent’anni. Trent’anni dalla morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta.
L’Attentantuni. Questo il nome che gli uomini di Cosa Nostra - l’organizzazione criminale nata in Sicilia e diffusasi in tutto il mondo avevano scelto per il loro progetto: Colpire, in modo definitivo, il giudice impiccione che continuava a mettere i bastoni tra le ruote del clan di Totò Riina, il capo di Cosa Nostra. Un uomo senza scrupoli che, dopo aver conquistato l’intera Sicilia, voleva imporre la sua legge in tutta Italia e pure all’estero.
Pure il regista aveva scelto quel nome per il suo spettacolo: un’ora di spettacolo durante il quale ripercorrere gli ultimi anni di vita di Giovanni Falcone e la storia di un’intera nazione. Il maxiprocesso contro Cosa Nostra, l’amicizia con il giudice Paolo Borsellino, gli interrogatori, l’incontro con Francesca Morvillo e pure l’arresto di Riina per mano di Ultimo, un capitano dell’Arma dei Carabinieri.
Giovanni Falcone
Il tutto raccontato con un linguaggio semplice ed efficace affinché agli studenti del Liceo arrivasse un ricordo nitido di quanto accaduto nel 1992.
Dopo il discorso della dirigente scolastica e la raccomandazione delle insegnanti, le luci in sala si sono spente e il sipario si è aperto. Lo spettacolo è cominciato tra qualche sbadiglio, un paio di smartphone tirati fuori per abitudine, ma pure applausi e tante lacrime. Più di una spettatrice si è emozionata quando Giovanni Falcone, smessa la toga di magistrato, ha chiesto a Francesca di trascorrere il resto della vita insieme.
– Mi vuoi sposare?
Francesca lo fissa. Il cuore accelera, aspettava da tempo questa domanda, forse da sempre. Eppure esita.
– È un sì oppure un no?
– In carcere, senza un anello, seduto alla scrivania. È la peggiore proposta di matrimonio che abbia mai ricevuto.
– Ne hai ricevute tante?
– No, per fortuna – la mano percorre la guancia del suo uomo. – Nessuno è così sconsiderato da chiedere in moglie una donna magistrato.
– A parte me.
– Giovanni, se ci sposiamo il rischio diventa doppio.
– Lo so bene. Ma – esita, – … io con te voglio starci fino alla fine. Finché morte non ci separi. Che fai, accetti?
Più di un fazzoletto è comparso per tamponare le lacrime. Ed è successa la stessa cosa qualche minuto più tardi quando Giovanni Falcone si è trovato di fronte il suo vero nemico, Totò Riina. Il regista ha provato quella scena decine di volte, fino a quando non ha trovato la soluzione: i due attori seduti uno accanto all’altro davanti a un televisore. Sono disposti su un lato. Un faro illumina appena i loro volti.
La sigla del telegiornale sorprende più di uno spettatore. Un’attrice percorre il palcoscenico con in mano il cartello Edizione Straordinaria. Si ferma al centro qualche secondo, poi va via. Intanto un attore si sistema alle sue spalle.
– Buona sera ai telespettatori – annuncia il presentatore. Il nodo alla cravatta sistemato in fretta, i capelli tenuti su alla meno peggio. – Ci scusiamo per l’interruzione dei programmi, ma quest’edizione straordinaria ci porta in Sicilia, a Capaci dove qualche minuto fa c’è stato un attentato mafioso. Nell’esplosione sono state coinvolte due auto. A bordo di una di queste vi erano il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo. Siamo in attesa di ulteriori sviluppi dai nostri inviati.
Totò Riina è seduto sul divano. Alle sue spalle, in penombra, gli attori che interpretano gli uomini d’onore
coi quali ha architettato l’Attentatuni: mezza tonnellata di esplosivo seppellita sotto l’asfalto dell’autostrada. Ha un bicchiere di vino rosso tra le mani. La voce alla tv arriva ovattata, quella dell’interlocutore di fronte a lui è chiara.
– Suppongo che il prossimo sia Paolo Borsellino – riflette Falcone. Riina sa che è un’allucinazione. Il magistrato è in sala di rianimazione e lotta tra la vita e la morte.
– Il luogo ideale per ammazzarlo è via D’Amelio, sotto casa di sua madre. Ogni domenica lo trovi lì. Cento chili di esplosivo saranno sufficienti.
– Credi di impressionarmi?
– Voglio solo mandarti in galera per il resto dei tuoi giorni. E questo era l’unico modo.
– Che stai dicendo?
– Il mio sacrificio in cambio del tuo arresto.
– Io in galera non ci finisco – sorride presuntuoso Totò. – Nemmeno immagini chi è amico mio.
– Invece sì. Onorevoli, giudici, servi dello Stato. Il problema è la gente. Si aspettano la risposta alla domanda: chi ha combinato tutto questo? La tua sola speranza è che esca vivo da quelle lamiere. Io resto un paio di mesi in ospedale e tu continui a fare i fatti tuoi.
– Non mi fai paura.
– Non devi temere me. Devi avere paura delle persone per bene. E sono tante.
Giovanni Falcone
Totò digrigna i denti. Osservando lo schermo
mormora:
– Muori, giudice Falcone. Muori.
Ripetono la stessa cosa i suoi uomini, ma a voce alta e in modo più colorito.
Intanto il presentatore riprende:
– Ci è appena giunta una notizia che non avremmo mai voluto darvi. Giovanni Falcone è morto.
Lo spettacolo sta terminando. Sullo sfondo bianco è comparso un albero interamente fatto di parole. Il tronco, alto e robusto, è composto dal termine Legalità. L’accento è una foglia verde. L’unica nota colorata in mezzo ai vocaboli in nero.
L’attore che interpreta Falcone giunge al centro della scena, muovendosi sulle note di Titanium, una canzone dance rivisitata da un cantautore americano. Voce e chitarra: l’abbinamento perfetto per l’ultima scena di uno spettacolo.
You shout it out, but / I can’t hear a word you say / I’m talking loud, not saying much
– La storia si è interrotta trent’anni fa. All’improvviso. Come se la punta della matita che la stava scrivendo si fosse spezzata, lasciando una sfumatura impercettibile di nero e tante pagine vuote.
Giovanni Falcone
I’m bulletproof, nothing to lose / Fire away, fire away
Come ricordo restano i mazzi di fiori ai lati dell’autostrada, una via che porta il mio nome e un albero di magnolia, piantato sotto casa mia da quei palermitani onesti che proprio non riescono a dimenticare. Tra quelle fronde, ogni giorno, qualcuno lascia una lettera.
You shoot me down, but I won’t fall / I am titanium
Se questa storia l’avessi soltanto ascoltata e non vissuta, questo biglietto l’avrei scritto io: Mi chiamo Giovanni Falcone e faccio il magistrato. Mi chiamo Giovanni Falcone e il 23 maggio 1992 mi hanno ammazzato. Mi chiamo Giovanni Falcone e non sono mai morto.
Giudice e magistrato, Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 - Palermo, 23 maggio 1992) si è battuto fino alla fine contro Cosa Nostra.
Tanto in Italia quanto all’estero è stato apprezzato per il coraggio e la dedizione al lavoro. A Quantico, negli Stati Uniti, è stato eretto un suo busto celebrativo all’ingresso della F.B.I. Academy, affinché gli aspiranti poliziotti riconoscessero in lui un riferimento nella lotta alla criminalità.
Paolo Borsellino

Un filo di fumo taglia a metà il volto dell’uomo seduto alla scrivania. È immobile, eppure i muscoli facciali tesi sembrano dire tanto, forse tutto. Sembrano urlare la rabbia di un magistrato al quale hanno appena ammazzato un collega, che era qualcosa in più di un fratello. Qualcuno sembra avergli strappato dal corpo un organo, un arto o forse un pezzo di anima. Si sente svuotato.
– Dottor Borsellino – una voce profonda interrompe il flusso dei suoi pensieri, – l’auto ci aspetta davanti all’ufficio.
L’uomo annuisce, spegne la sigaretta nel portacenere. Appunta qualcosa sulla sua agenda rossa, poi la ripone nella borsa. Segue l’agente di scorta che è venuto a prenderlo. Senza traffico arriveranno alla chiesa di San Domenico in circa venti minuti. Ne avrà di tempo per pensare.
54 giorni alla fine
Il suono delle onde, increspate da un vento leggero, ha un effetto rassicurante. In mezzo alla spuma riemerge la spensieratezza dell’infanzia alla Kalsa, il quartiere a due passi dal mare nel quale è cresciuto. È piccolo ma ha le idee molto chiare: non vuole fare il farmacista come il suo papà.
Non gli dispiacerebbe diventare professore all’università, avvocato o magari giudice. Tutti lavori per i quali servono “santi in paradiso”.
Ma non è uno abituato a mollare, perciò sogna e cresce, il viso si allunga e diventa spigoloso.
Un giorno, vedendolo con addosso il vestito buono per discutere la tesi di laurea, la sorella Rita lo prende in giro:
– Per essere un vero uomo di legge ci vorrebbero i baffi. Pensaci.
Il ricordo di quella chiacchierata si aggiunge ad altre istantanee che gli affollano la mente: il concorso in magistratura, i primi processi, la stretta di mano col collega Giovanni Falcone, lo sguardo di Agnese, il primo vagito di Lucia, Manfredi che pronuncia «Papà» e i baci posati sulla fronte di Fiammetta, la piccola di casa.
Dovrà lavorare tanto e farlo in fretta. Il tempo, il suo tempo, sta per scadere.
– Devo fare presto – ripete spesso alla moglie Agnese e alle persone a lui più vicine.
Lo sa da sempre. Lo ha pure scritto sulla sua agenda rossa: Sono solo, contro un mostro chiamato Mafia.
– Chi ha paura muore ogni giorno – sussurra al mare.
Aggiungendo:
– Chi non ha paura muore una volta sola.
40 giorni alla fine.
Fa caldo. Fuori ci saranno ventotto, forse trenta gradi. Ciò nonostante, Casa Professa è strapiena. Il direttore della rivista Micromega gli ha telefonato più volte:
– Ci terrei tanto alla sua presenza, dottor Borsellino, ma se non se la sente…
– Una promessa è una promessa – ha risposto lui.
– La prego solo di far cominciare l’evento in orario. Le chiedo scusa, ma ho mille cose da fare.
Il moderatore pronuncia il suo nome e la voce è incrinata da un pizzico d’emozione.
– Cedo la parola a… Paolo Borsellino.
L’applauso ne asseconda i movimenti: Paolo si alza in piedi, chiude la giacca, poi la riapre, un lieve colpo di tosse per schiarire la voce. Si avvicina al microfono e il pubblico fa silenzio.
– In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, debbo per prima cosa assemblarle e riferirle all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pen-
Paolo Borsellino
sare a me e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
L’applauso lo interrompe. È partito dal fondo della sala, da uno studente coi capelli tirati all’indietro dalla brillantina. Un giovane che ha gridato: «Bravo» e lo ha fatto sorridere. In quegli occhi ha rivisto i suoi ragazzi, quelli che crescono sempre più lontani da lui vedendolo sempre più immerso nel lavoro, preoccupato e assorto nei suoi pensieri. Una decisione dura ma necessaria.
– Devo abituarmi al distacco – ha confidato, appena il giorno prima, a un amico sacerdote.
– L’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque, – quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato e attuato nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Il moderatore rilegge gli appunti e chiede: – Ci regala un ricordo di Giovanni Falcone?
– Un giorno mi disse: “Paolo, la gente fa il tifo per noi. Speriamo continui a sostenerci”.
L’applauso è ancor più fragoroso. Si specchia negli occhi dei presenti e si augura che le idee sue, quelle di Giovanni e di tanti altri servitori dello Stato camminino sul serio sulle gambe di altri uomini.
24 giorni alla fine.
Via D’Amelio è silenziosa. D’altronde è domenica e senza le partite del campionato, alle quattro del pomeriggio pure le radioline restano spente. Le auto della scorta si fermano a pochi metri dal cancello. Il dottor Borsellino suona il citofono.
– Mamma, sono Paolo. Ti aspetto giù.
S’accende una sigaretta e si guarda intorno: conosce ogni metro quadro di quella strada. Portoni, cancelli, scritte sui muri. Perfino le auto in sosta. E una Fiat 126 mai vista lì lo rende sospettoso. Capisce. Chiude gli occhi e sospira.
L’ultima immagine è una foto incorniciata accanto alla scrivania: lui e Agnese in piedi; Lucia e Manfredi seduti su un masso, Fiammetta tra le sue braccia. Alle loro spalle il mare calmo di un autunno di tanti anni prima.
Il suono è così rassicurante da coprire il boato che squarcia il silenzio di via D’Amelio.
L’istante che precede la fine.
Paolo Borsellino
NOTA: Le dichiarazioni di Paolo Borsellino sono estratte dal seguente articolo: https://www.micromega.net/igiorni-di-giuda-falcone-e-borsellino
Al pari di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 - Palermo, 19 luglio 1992) è stato un eroe che si è battuto per la legalità a costo della vita.
Prima come giudice, poi come magistrato, fu tra i fondatori del Pool Antimafia, un organismo che combatté concretamente Cosa Nostra. Legatissimo ai propri figli, era noto tra i colleghi per la sua ironia e per l’immancabile sigaretta.
Carlo Alberto Dalla Chiesa

La targa è posta in alto. Rettangolare, con quattro bulloni dorati che sporgono e una dicitura in bassorilievo che lo smog ha reso illeggibile. Con un pennarello indelebile qualcuno ha aggiunto: Generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa (1920-1982). Un rigo più sotto: vittima della mafia.
Qualche palermitano ha scosso il capo di fronte allo scempio, qualcun altro invece ha palesato la propria indignazione lontano da occhi e orecchi indiscreti. C’è pure chi s’è messo a ridere e ha aggiunto che è stata fatta la cosa giusta. In fondo la strada era intitolata a Isidoro Carini, uomo di fede che aveva dato lustro all’intera città.
Perché dedicare la strada a un carabiniere sceso a Palermo dal profondo nord con in testa il proposito di dichiarare guerra alla mafia.
– Guerra? Ma siamo impazziti? – si chiedeva più di uno. – Abbiamo bisogno della pace.
Invece il generale torinese parlava di dispiegamento di forze, di controlli a tappeto e di altre attività per colpire Cosa Nostra nelle fondamenta. Propositi che condivideva con le persone comuni e con gli studenti, quelli che incontrava per diffondere tra loro l’ideale della legalità, affinché si prendessero cura della loro terra e si ribellassero alla mafia.
Carlo Alberto Dalla Chiesa
– Non pronunciate quella parola – si alterava il venditore di frutta al mercato. E faceva lo stesso il barbiere che, con sguardo severo, sussurrava: – La mafia non esiste.
Non la pensava così il generale Dalla Chiesa, l’uomo che pareva indossare la divisa pure quando andava a dormire. Onorificenze e medaglie appuntate sul petto non dovevano fare di lui un eroe, erano solo la testimonianza di un impegno e di un lavoro costante: servo di uno Stato che l’aveva mandato a Palermo col compito di rimettere ordine nel caos.
– La situazione è assai complicata – gli aveva comunicato il ministro, – ma sappiamo che lei è la persona giusta.
“O forse sono solo la prossima vittima” aveva pensato
Carlo Alberto, immaginando che da Palermo non sarebbe mai più ritornato. Aveva riposto gli abiti in valigia con il sorriso sereno, lo stesso che aveva rivolto ai tre figli: Rita, Nando e Simona. Erano grandi abbastanza da sapere certe cose, tuttavia li aveva stretti come quando erano bambini e aveva detto loro:
– Babbo torna presto. Fate i bravi.
La primavera palermitana si era fatta già rovente quel 30 aprile del 1982. Ciononostante, il generale era inappuntabile dentro la sua divisa e aveva chiesto di essere accompagnato subito in caserma.
Lo infastidiva sapere che, il giorno dopo il suo arrivo, ci si sarebbe già fermati per una celebrazione.
– Domani è il primo maggio – gli aveva fatto notare l’autista. – Tutti penseranno a riposarsi.
– Non i mafiosi – aveva risposto il graduato, dando un’occhiata ai documenti che si era fatto inviare via fax. Sapeva bene che certi affari non potevano essere interrotti da una festa comandata.
Quel suo modo di fare schietto aveva impressionato la stampa e qualche onesto cittadino pieno di speranza, ma aveva fatto arrabbiare più di un uomo d’onore che non tollerava la curiosità del generale così sicuro di sé da rinunciare alla scorta.
– Se mi vogliono tendere un agguato lo faranno ugualmente. Assegnatela ai giudici e ai magistrati.
Una richiesta rimasta inascoltata, insieme a quella di creare una rete di collaboratori e infiltrati con cui combattere sul serio la mafia.
– Serve a poco l’esercito – aveva tuonato – se non lavoriamo di squadra.
E si era rassegnato: quella partita l’avrebbe giocata da solo. L’avversario era subdolo, minava le certezze dei compagni e li faceva vivere nel dubbio e nel terrore. Ma non si arrendeva. Aveva preso parte alla Resistenza, aveva combattuto contro i nazisti e avrebbe fatto lottato allo stesso modo contro la mafia, anche a costo della vita.

FuturoPresente
“Tutto questo non lo posso accettare.
E se non posso cambiarlo, almeno voglio che lo sappiano tutti”.
Pippo Fava, giornalista
18 persone, altrettante storie. 18 vite unite dalla lotta contro la criminalità. Il libro dà voce a giornalisti, cariche dello Stato, sacerdoti ma anche e soprattutto persone comuni.
Di loro si celebra il ricordo e l’impegno e si condivide il testamento per le future generazioni, affinché non se ne dimentichi il volto, la voce e i gesti e si costruisca un domani nel segno della legalità.
Si raccontano le storie di Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Francesca Morvillo, Angelo Vassallo, Annalisa Durante, Lia Pipitone, Libero Grassi, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Graziella De Palo, Pippo Fava, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Don Peppe Diana, Don Pino Puglisi.
Alta leggibilità abc
Caratteristiche grafice che favoriscono l'accessibilità al testo.