rassegna stampa A
cura
d e l CENTRO C A T T O L I C O D I DOCUMENTAZIONE Casella
Postale
61
Marina
di Pisa
Agosto-settembre
In
questo
Caso
numero:
Lefebvre:
Editoria: La
chi
matrice
Aborto:
La
'88
commento controlla
culturale
sperimentata abortiva.
strategia
del la
del i n
militare
card. stampa
film
Utopia
i n
I t a l i a .
Scorzese. la
p i l l o l a
Gorbaciov.
Afghanistan: quali prospettive tà d i un t o t a l e r i t i r o sovietiche? Libano:
d i
Francia
d i
Ratzinger.
nell'eventuali delle truppe
un esempio d i convivenza e musulmani n e l paese i n
tra c r i s t i a n i fiamme.
a l l a prova: Cecoslovacchia, Romania, Birmania, Cina, Vietnam, Svezia.
Terrorismo:
psicologia
sociale
della
Rivoluzione.
Lo s c o p o d i questa r a s s e g n a stampa e* d i o f f r i r e a i cattolici e a quanti reagiscono alla situazione attuale s p u n t i d i r i f l e s s i o n e e d i documentazione, che l i a i u t i n o a d a f f e r m a r e u n a s e m p r e più* i n c i s i v a presenza nella realtà* italiana, nella prospettiva della costruzione di una "società* a misura d'uomo e secondo i l piano di Dio" (Giovanni Paolo I I ) . Si ringraziano c o l o r o che vorranno a i u t a r c i facendola conoscere e inviando materiale e n o t i z i e .
Lefebvre. In esclusiva una relazione del cardinale Joseph Ratzinger
Il caso non è chiuso
Negli ultimi mesi ab- rivelatrice la spiegazione che lo stesso biamo investito una buona mole di lavo- monsignor Lefebvre ha dato sulla ritratro nel problema di Lefebvre, con l'impe- tazione del suo «sì». Ha dichiarato che gno sincero di creare per il suo movi- finalmente aveva compreso che l'accormento uno spazio vitale adeguato dentro do sottoscritto puntava soltanto a intela Chiesa. La Santa Sede è stata criticata grare la sua fondazione nella «Chiesa del da molte parti per questo. Si è detto che Concilio». La Chiesa cattolica in comuavrebbe ceduto al ricatto dello scisma; nione col Papa è, per lui, la «Chiesa del che non avrebbe difeso con la dovuta Concilio» che ha rotto con il proprio pasforza il Concilio Vaticano I I ; che, men- sato. Pare proprio che non riesca più a tre trattava con grande durezza i movi- vedere che si tratta semplicemente della menti progressisti, mostrava esagerata Chiesa cattolica con la totalità della Tracomprensione con la ribellione restaura- dizione, alla quale appartiene anche i l trice. Lo sviluppo degli avvenimenti ha Concilio Vaticano I I . smentito sufficientemente queste asserI l problema posto da Lefebvre, senza zioni. I l mito della durezza vaticana di fronte alle deviazioni progressiste si è dubbio, non si è chiuso con la rottura palesato come una vacua elucubrazione. del 30 giugno (quando consacrò quattro Fino ad oggi si sono emesse fondamen- vescovi causando lo scisma, ndr). Sarebtalmente soltanto ammonizioni e in nes- be troppo comodo lasciarsi prendere da sun caso pene canoniche in senso pro- una specie di trionfalismo, e pensare che prio. Il fatto che Lefebvre abbia denun- questo problema ha cessato di esser tale ciato alla resa dei conti un accordo già dal momento in cui il movimento di Lefirmato, mostra che la Santa Sede, ben- febvre si è separato nettamente dalla ché ha fatto concessioni davvero ampie, Chiesa. Un cristiano non può né deve non gli abbia accordato quella licenza mai rallegrarsi di una disunione. Quanglobale che desiderava. Nella parte fon- tunque con ogni certezza la colpa non damentale degli accordi, Lefebvre aveva possa attribuirsi alla Santa Sede, è noriconosciuto di dover accettare il Vatica- stro obbligo interrogarci su quali errori no I I e le affermazioni del Magistero abbiamo commesso e quali stiamo compost-conciliare, secondo l'autorità pro- mettendo. I criteri con cui si valuta il passato sulla base del decreto sull'ecupria di ciascun documento. menismo del Vaticano I I devono, com'è logico, esser fatti valere per i l presente.
Le cause profonde del caso Lefebvre È una contraddizione patente che siano proprio quelli che non hanno lasciato cadere nessuna occasione per far sapere al mondo la loro disobbedienza al Papa e alle dichiarazioni magisteriali degli ultimi 20 anni, che siano proprio loro che giudicano questo atteggiamento troppo tiepido e vogliono che si esiga un'obbedienza millimetrica al Vaticano I I . Come pine si pretenderebbe che il Vaticano abbia concesso a Lefebvre un diritto al dissenso, ciò che si negherebbe ostinatamente ai fautori della tendenza progressista. In realtà, l'unica cosa che si affermava nell'accordo — seguendo la Lumen Gentium al numero 25 — era i l semplice fatto che non tutti i documenti del Concilio sono dello stesso rango. Del resto, nel testo sottoscritto si prevedeva esplicitamente che si sarebbe dovuta evitare la polemica pubblica, e si sollecitava un positivo atteggiamento di rispetto delle scelte e delle dichiarazioni ufficiali. Si concedeva inoltre che la Fraternità san Pio X avrebbe potuto presentare alla Santa Sede — conservando questa integro i l diritto di decisione — le proprie difficoltà in materia d'interpretazione e di riforme nell'ambito giuridico e liturgico. Tutto questo mostra in modo sicuro che Roma ha unito, in questo difficile dialogo, la generosità in tutto il negoziabile con la fermezza nell'essenziale. È
riusciremo a togliere qualsiasi ragione allo scisma, rendendolo superfluo dall'interno stesso della Chiesa. Sono tre gli aspetti che, secondo me, hanno un ruolo importante al riguardo.
Il sacro e il profano
Ci sono molti motivi che possono aver indotto molte persone a cercare un rifugio nella vecchia liturgia. Quello dominante è che costoro lì trovano custodita la dignità del sacro. Dopo i l Concilio, molti elevarono coscientemente a livello di programma la «desacralizzazione», spiegando che il Nuovo Testamento aveva abolito il culto del Tempio: il velo del Tempio che si squarciò al momento della morte in croce di Cristo significherebbe — secondo alcuni — la fine del sacro. La morte di Gesù fuori dalle mura, vale a dire in ambito pubblico, è adesso l'autentico culto. I l culto, se ha da esserci, sia nella non-sacralità della vita quotidiana, nell'amore vissuto. Spinti da questi ragionamenti, si sono abbandonati i paramenti sacri; si sono spogliate le chiese più che si è potuto di quello splendore che ricorda il sacro; e si è ridotta la liturgia al linguaggio e ai gesti della vita ordinaria, per mezzo di saluti, Una delle scoperte fondamentali della segni comuni di amicizia e cose simili. teologia dell'ecumenismo è che gli scismi si possono produrre unicamente Senza dubbio, con tali teorie e tale quando, nella Chiesa, non si vivono e prassi si è disconosciuta completamente non si amano più alcune verità e alcuni la connessione reale tra l'Antico e i l valori della fede cristiana. La verità Nuovo Testamento: si è dimenticato che emarginata si rende autonoma, resta questo mondo non è il Regno di Dio e strappata dalla totalità della struttura che «il Santo di Dio» (Gv. 6,69) continua ecclesiale, e nei dintorni di essa si forma ad essere in contraddizione con il monallora il nuovo movimento. Ci deve far do; che abbiamo bisogno di purifiriflettere un fatto: e che cioè non pochi cazione per accostarci a Lui; che il prouomini, al di fuori del ristretto circolo fano, .anche dopo la morte e la resurredei membri della Fraternità di Lefebvre, zione di Gesù, non è arrivato a essere «il stanno vedendo in quest'uomo una spe- santo». Il Risorto è apparso a coloro i l cie di guida o perlomeno, un utile allea- cui cuore si è spalancato per Lui, per il to. Non basta rifarsi a motivi politici, Santo; non si è manifestato a tutto il alla nostalgia o ad altre ragioni culturali mondo. In questo modo si è aperto il di tipo secondario. Queste cause non so- nuovo spazio del culto, al quale ora dobno sufficienti a spiegare l'attrazione an- biamo tutti riferirci; a questo culto che che e specialmente di giovani, di Paesi consiste nel l'avvicinarsi alla comunità molto diversi e immersi in condizioni del Risorto, ai cui piedi si prostrarono le politiche e culturali completamente dif- donne e lo adorarono (Mt. 28,9). Non ferenti. Certo: una visuale ristretta, uni- voglio adesso sviluppare di più questo laterale, si nota sotto qualsiasi riguardo; punto, mi limito a ricavarne direttamenma indubbiamente i l fenomeno in questa te la conclusione: dobbiamo recuperare forma non sarebbe pensabile se non en- la dimensione del sacro nella liturgia. La trassero in gioco anche elementi positivi, liturgia non è un festival; non è una riuche generalmente non incontrano suffi- nione di svago. Non ha importanza che ciente spazio vitale nella Chiesa di oggi. il parroco riesca a partorire dalla sua Per tutto questo, dobbiamo considera- testa idee suggestive o elucubrazioni imre questa situazione primariamente co- maginose. La liturgia è il farsi presente me l'occasione per un esame di coscien- di Dio tre volte Santo tra noi, è il roveto za. Dobbiamo lasciarci interrogare sul ardente, ed è l'Alleanza di Dio con l'uoserio sopra le deficienze nella nostra pa- mo in Gesù Cristo, i l Morto e Risorto. La storale che sono denunciate da tutti questi eventi. In questo modo potremo offrire un luogo a quelli che lo stanno cercando e domandano nella Chiesa, e così // Sabato 30 luglio-5 agosto 1988
grandezza della liturgia non si fonda sul fatto che offre un intrattenimento interessante, consiste piuttosto nel rendersi tangibile del Totalmente-Altro, che noi non siamo in grado di far venire. Viene perché vuole. Detto altrimenti, l'essenziale nella liturgia è i l mistero, che si realizza nel rito comune della Chiesa; tutto i l resto la riduce. Gli uomini lo sperimentano vivamente, e si sentono ingannati, quando i l mistero si trasforma in distrazione, quando l'attore principale nella liturgia non è i l Dio vivo, ma i l sacerdote o l'animatore liturgico.
L a continuità della fede Difendere t i Concilio Vaticano I I , contro monsignor Lefebvre, come valido e vincolante nella Chiesa, è compito necessario. Senza dubbio esiste un atteggiamento di strette vedute che isola i l Vaticano I I e che ha provocato l'opposizione. Molte esposizioni danno l'impressione che, dal Vaticano I I , tutto sia cambiato e che non abbia valore quel che l'ha preceduto, o, nel migliore dei casi, 10 possa avere solo nella luce del Vaticano I I . Il Secondo Concilio Vaticano non viene trattato come parte della totalità della Tradizione viva della Chiesa, ma come i l fine della Tradizione e come un ricominciare interamente da zero. La verità è che lo stesso Concilio non ha definito nessun dogma e ha voluto in modo cosciente esprimersi ad un livello più modesto, meramente come Concilio pastorale; certo, molti lo interpretano come se fosse quasi i l superdogma che toglie importanza a tutto i l resto. Questa impressione si rafforza specialmente a causa di fatti che capitano correntemente. Quello che prima era considerato i l più santo — la forma trasmessa attraverso la liturgia — di colpo appare come i l più proibito e l'unico che con sicurezza va respinto. Non si tollera la critica alle scelte del tempo post-conciliare; però, dove sono in gioco le antiche regole, o le grandi verità della fede — per esempio la verginità corporale di Maria, la resurrezione corporale di Gesù, l'immortalità dell'anima, eccetera — non si reagisce per nulla oppure lo si fa con estrema moderazione. Io stesso ho potuto vedere, quand'ero professore, come lo stesso vescovo, che prima del Concilio aveva cacciato un professore irreprensibile per i l suo parlare un po' rustico, non fu in grado di allontanare, dopo 11 Concilio, un docente che negava apertamente alcune verità fondamentali della fede. Tutto questo spinge molta gente a domandarsi se la Chiesa di oggi è realmente quella di ieri, o se l'hanno cambiata con un'altra senza avvisarli. L'unica maniera per rendere credibile i l Vaticano I I è presentarlo chiaramente c o m ' è : una parte dell'intera e unica Tradizione della Chiesa e della sua fede.
Pubblichiamo il testo Conferenza episcopale di un discorso cilena. L'analisi di un del Prefetto della fede problema che resta in una riunione della Tralasciando ora la parte liturgica, i punti centrali del conflitto sono, attualmente, l'attacco di Lefebvre contro i l decreto sulla libertà religiosa e contro i l preteso spirito di Assisi. È qui che Lefebvre traccia le frontiere tra la sua posizione e quella della Chiesa cattolica di oggi. Non è necessario aggiungere espressamente che le sue affermazioni su questo terreno non si possono accettare. Qui non ci occuperemo dei suoi errori, vogliamo piuttosto domandarci dove sta la mancanza di chiarezza in noi stessi. Per Lefebvre, si tratta della lotta contro i l liberalismo ideologico, contro la relativizzazione della verità. Evidentemente non siamo d'accordo con lui che il testo del Concilio sulla libertà religiosa o la preghiera di Assisi — secondo le intenzioni del Papa — siano relativizzazioni.
L'unicità della verità Senza dubbio è vero che, nel movimento spirituale del tempo post-conciliare, si è determinato molte volte un oblio, talora una soppressione della questione della verità: forse affrontiamo qui i l problema cruciale della teologia e della pastorale di oggi. La «verità» è apparsa come una pretesa troppo alta, un «trionfalismo» che non si poteva più permettere. Questo processo si verifica in modo chiaro nella crisi in cui sono caduti l'ideale e la prassi missionari. Se non puntiamo alla verità nell'annunciare la nostra fede, e se questa verità non è più essenziale per la salvezza dell'uomo, allora le missioni perdono i l loro senso. In effetti, si è dedotta e si deduce la conclusione che, per il futuro, si deve cercare solo che i cristiani siano buoni cristiani, i musulmani buoni musulmani, gli indù buoni indù, eccetera. Però, come si può sapere quando uno è «buon» cristiano o «buon» musulmano? L'idea che tutte le religioni siano — parlando con proprietà — soltanto simboli di quel che ultimamente è l'Incomprensibile, guadagna rapidamente terreno nella teologia ed è già profondamente penetrato nella prassi liturgica. Lì dove si produce questo fenomeno, la fede come tale resta abbandonata, perché essa consiste proprio nel fatto che io mi consegno alla verità in quanto riconosciuta. Cosi, certamente, abbiamo tutte le motivazioni per tornare al retto intendimento anche in questo. Se riusciamo a mostrare e a vivere di nuovo la totalità del cattolicesimo in questi punti, possiamo sperare che lo scisma di Lefebvre non sarà di lunga durata.
// Sabato 30 luglio-5 agosto 1988
Joseph Ratzinger
Un intreccio sottile e complicato che nasconde enormi interes
Nel vuoto l'editoria è diventata finanza Ecco le poche mani sui tanti giornali (A.Giac.) Con l'acquisto da Giuseppe Cabassi del quotidiano economico «Italia Oggi» la mappa dell'informazione italiana cambia ancora una volta e. - juel che più è significativo, sempre più assomiglia alla carta geografica del potere economico, raggruppato nel nostro Paese attorno a tre-quattro poli guida. Per capire fino a che punto il disegno di legge sull'antitrust, in discussione oggi al Consiglio dei ministri, tocchi non solo i centri industriali e finanziari ma anche le fonti dell'informazione, basta armarsi di un po' di pazienza e procedere passo per passo, con l'aiuto delia cartina. GRUPPO FIAT. È in assoluto il primo gruppo industriale privato italiano e le dimensioni dell'impero contribuiscono a darle le cifre del fatturato della holding Fiat, che quest'anno dovrebbe aggirarsi attorno ai 43.000 miliardi. Ma la Fiat e gruppo leader anche nel settore dell'informazione. Vediamo come: la Giovanni Agnelli & C. società in accomandita, «cassaforte» dell'impero dell'Avvocato, controlla l'Iti, cassaforte di secondo livello. Qui troviamo già un primo interessamento nell'editoria: Ifi controlla infatti al 100% il gruppo Fabbri, detentore delle case editrici Fabbri, Bompiani, Sonzogno e E tas. A sua volta il gruppo Fabbri (cioè Fiat) controlla la casa editrice Adelphi al 48%. Scendiamo d'un gradino e arriviamo alla Fiat holding (posseduta dall'Ifi al 38".,): questa controlla da un lato il 100"della Sadip e dall'altro il 100% della Itedi. Sono questi i due bracci forti del potere Fiat sull'informazione: la Sadip. infatti, è azionista di maggioranza (30%) della Gemina. E la Gemina, guarda caso, è l'azionista più importante della Rizzoli - Corriere della Sera che edita, oltre all'ominimo quotidiano e alla «Gazzetta dello Sport», altri quotidiani e periodici senza dimenticare che possiede il 50% di Telemontecarlo. L'altro braccio forte della Fiat, la Itedi. controlla a sua volta l'Editrice I^a Stampa, che pubblica il quotidiano torinese «Stampa Sera» e la Pu-
blikompas, concessionaria di pubblicità. Qual è il livello di concentrazione editoriale che realizza il gruppo Fiat? Il gruppo è direttamente presente nei tre segmenti-chiave, quotidiani, periodici e pubblicità. E il primo gruppo nel comparto dei quotidiani con il 24.24% della tiratura nazionale, è il secondo nel comparto periodici col 16,08% delle vendite, è il terzo per fatturato di concessionarie pubblicitarie con 1*11,6%. GRUPPO DE BENEDETTI. Le dimensioni dell'impero industriale dell'Ingegnere si sono allargate, nonostante la fine non troppo felice dell'avventura belga della Sgb. Olivetti. Cir e Cofide sono le tre stanze dei bottoni. Ma che all'Ingegnere i giornali piacciano, e molto, è risaputo: la mappa potrebbe arricchirsi fra qualche tempo di un nuovo tassello, sè vero che il magnate inglese dell'informazione Robert Maxwell è pronto a entrare nella Sgb. La strategia concentrazionista di De Benedetti sull'informazione è meno diretta di quella Fiat.
duta al 100%: nella Finegil c'è il 50% dell'Editoriale quotidiani veneti («Tribuna» di Treviso. «Mattino» di Padova e «Nuova Venezia»), il 50% della Società Editrice Adriatica (che pubblica il quotidiano «Il Centro»), il dell'Editrice II Tirreno (che pubblica l'omonimo giornale), il 54,9% dell'Editoriale Nuova Sardegna (ominimo quotidiano) e il 100% dell'Editoriale La Provincia Pavese, col giornale omonimo. Un filone insomma ricchissimo di quotidiani
EDITORIALE FABBRI
G AGNELLI * C .
FIAT
Vediamo come: di fatto l'Ingegnere ha ottenuto il controllo della Arnoldo Mondadori Editore: da questa dipende all'85% la Società Editoriale Le Gazzette (che pubblica «La Gazzetta di Mantova», la «Gazzetta di Carpi», la «Gazzetta di Reggio» e la «Nuova Gazzetta di Modena»), al 44" ó la casa editrice Sperling & Kupfer. il 100% della Sape che controlla al 50% la concessionaria di pubblicità Manzoni & C. Nella cassaforte della Mondadori ce anche il 50"„ dell'Editoriale La Repubblica, «padrone» dell'omonimo quotidiano. Ma De Benedetti è anche con più del 17",,. attraverso la sua Cir, uno degli azionisti principali dell'Editoriale L'Espresso e questa società è una vera e propria miniera. Controlla l'altro 50% della Manzoni, il 100% del circuito radiofonico Sper. il 100% della Finegil che controlla l'Agi. Agenzia Giornali Locali (una agenzia stampa che serve i quotidiani del gruppo). Nell'Editoriale L'Espresso la perla più preziosa è la Finegil, posse-
RIZZOLI/ CORRERE DELLA SERA EDIT LA STAMPA REDE GLOBO/ TELEMONTECARLO
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locali cui De Benedetti aggiunge l'agenzia economica Radiocor. posseduta direttamente attraverso Olivetti. Ma con un braccio forte nell'Editoriale L'Espresso l'Ingegnere trova, quel che è più importante, anche l'altro 50" o di «Repubblica», senza dimenticare il 100"della Seta che edita l'«Alto Adige». Ebbene, se si considera che i bracci armati sul fronte dell'informazione sono, per De Benedetti, sostanzialmente i due della Mondadori e dell'Editoriale L'Espresso si scopre che: il gruppo è se-
Agnelli, De Benedetti e Ferruzzi controllano quasi tutto ciò che in Italia si stampa
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Roma e da ieri l'ex quotidiano di Cabassi. È certo che dal nuovo matrimonio il 7,99%, con cui Monti pesa da solo sulla tiratura annua dei quotidiani, è destinato ad aumentare.
concio nel segmento quotidiani con il 10.24% della tiratura annua e primo nei periodici con il \8.04% delle vendite annue. E quarto nel segmento delle concessionarie di pubblicità col 9.5% del mercato. GRUPPO GA R D I M MO NT I . Attilio Monti, il petroliere chiamato scherzosamente «Cavalier Artiglio», nei giornali c'è da tempo e il terzo polo lo fa da anni. Raul Gardini. invece, i giornali se li è trovati un po' per'caso: quando ha comprato Montedison ci ha trovato dentro «Il Messaggero» e una quota della Rizzoli-Corriere della Sera. Poi ha comprato «Italia Oggi» e ha piazzato Carlo Santa, suo uomo di fiducia, nel consiglio di amministrazione dell'Editoriale, la holding
di Attilio Monti per ciò che riguarda l'informazione. Cosa hanno a che fare il petroliere e l'uomo di Ravenna? Probabilmente poco sotto il profilo della concentrazione di attività industriale, moltissimo sulla creazione di un terzo monopolio dell'informazione. Basti pensare che l'Editoriale di Monti controlla al 67% la Poligrafici Editoriale che pubblica «Il Resto del Carlino» di Bologna e «La Nazione» di Firenze, il 100% dell'Anpe. un'agenzia stampa che serve i quotidiani del gruppo, il 50% della Nuova Settico che pubblica il quotidiano romano «D Tempo» e il 100°,, dell'Ote che pubblica «11 Piccolo» di Trieste. Il Gruppo Ferruzzi. invece, porterà i n dote al terzo polo il 100% della società che edita «Il Messaggero» di
italiana. Ed allora ha ragione il Garante della legge sull'editoria, Giuseppe Santaniello, che presentando la sua ultima relazione semestrale ha avvertito i politici Lo dice lo stesso Santaniello: «I pericoli di compromissioDa un quadro siffatto (dal ne del pluralismo informatiquale resta fuori il discorso vo sorgono quando, come dell'emittenza televisiva se- avviene oggi nel nostro Paegnata dal duopolio RaiFinin- se, la presenza dei gruppi invest) pochissimi «piccoli» si dustriali e finanziari nelle atsalvano: nei periodici indub- tività mediali e multimediali biamente Rusconi, con i l non è più di carattere margi12.63% delle vendite annue. nale, ma di tipo prevalente». Ma il potere economico conUna simile sovrapposiziocentrato sempre più attorno a questi tre poli ftnanziario- ne fra monopoli industriali e informativi è, conindustriali è ormai uno spec- monopoli frontata alle degli chio che riflette pari pari la altri Paesi, unsituazioni dato assolutadi un pericolo reale: l'accen- mente anomalo visto che tuarsi della tendenza mono- fuori Italia quotidiani, periopolistica spacca in due il pia- dici e tv le fanno ancora gli neta editoria, tra un «merca- «addetti ai lavori», cioè gli to forte, costituito da gruppi editori, sia pure con dimeno da aggregazioni imprendi- sioni aziendali adeguate. Oltoriali dotati di notevoli mez- treché anomalo questo tragizi economici e di cospicue ri- co specchio di Narciso fa ansorse pubblicitarie» e un che rabbia visto che. almeno «mercato debole, costituito sulla carta, una legge sull'eda imprese medie e piccole». ditoria nata in chiave antitrust (la famosa 416 del 1981) Pei* costoro la vita si fa sem- c'è. Ma coire il rischio di espre più difficile, al limite del- sere sempre di più una pistola sopravvivenza. Perche? la caricata a salve. situa/ione dell'infonnazione
AlA/£/0(R£ cVf -32
Lunedi 12 setiembre 1988
Italia Oggi
A f f a r i & Società' La
battaglia
d'autunno
dei giornali/Caracciolo
si confessa
con
"ItaliaOggi"
Ingegnere, fotti più in là Niente fusione con Mondadori, sì invece a una superconcessionaria pubblicitaria SQUILLA iltelefononella man- spaventati di fronte all'evensardina un po' scapigliala - ma tualità che De Benedetti possa certamente più simpatica di riprendere e portare avanti lo certe tristi "stanze del potere" stesso progetto. Ironia del deche sembrano uscite da un ca- stino: l'Ingegnere, accollo a talogo dello Smau, la fiera del- braccia aperte nel sindacato di fa l'office automation e dei mobili controllo dell'Espresso, per ufficio - da dove il principe paura al punto da spingere Carlo Caracciolo di Castagne- Scalfari a chiedere un posto to, cognato dell'Avvocato (l'undicesimo) nel consiglio Agnelli, un gentiluomo dall'a- d'amministrazione della Reria distinta e leggermente sva- pubblica e a presentarsi alla regata, guida un gruppo editoria- dazione e ai lettori nelle vesti di le che l'anno scorso ha fattura- garante dell'autonomia del prito quasi 600 miliardi e che met- mo quotidiano italiano. te in campo testate del calibro Squilla il telefono nella mandell'Espresso, il 50 per cento sardina di Caracciolo all'ultimo della "corazzata" Repubblica, piano del palazzello dell'Eun circuito di quotidiani locali spresso in via Po. a Roma, e che copre quasi tutta la Peniso- all'altro capo del filo c'è lui, la, dall' Alto Adige di Bolzano l'Ingegnere, Carlo il Temeraal Mattino di Padova, dal Tirre- rio. Se ne erano quasi perse le no di Livorno al Centro di Pe- tracce negli ultimi mesi di croscara alla Nuova Sardegna di naca finanziaria: solo una mezSassari con un'agenzia centra- za voce di un interesse per Inlizzata per i servizi giornalisti- terbanca. istituto controllato ci, l'Agi, sistemi elettronici inte- dalla Banca nazionale dell'Agrati, tipografie, impianti indu- gricoltura e poi silenzio. Che striali, tre agenzie di pubblici- cosa sta preparando l'Ingegnetà.la Publietas.là Sper (300 ra- re? La conversazione è rapida dio affiliale) e la Manzoni ( con- e cordiale: si parla dei prossimi trollata a metà con la Monda- consigli d'amministrazione. dori). Caracciolo sembra soddisfatto: "Ha sentito? Con Carlo (De BeInsomma, una flotta di va- nedetti, ndr) i rapporti sono otscelli editoriali che all'Ingegner timi. Del resto nell'Editoriale Carlo De Benedetti, ormai L'Espresso è stato sempre un gran patron della Mondadori, azionista ideale: col suo 17 per cioè dell'altro partner del gi- cento non ha mai cercalo di gante Repubblica, non dispia- prevaricare; ha sempre rispetcerebbe veder navigare sotto o tato l'autonomia dei giornali e a fianco delle bandiere della del management. E sono conholding di Segrate. 11 progetto è vinto che queste regole di corla Grande Mondadori da 3mila rettezza e di non intromissione miliardi di fatturato, una Gros- della proprietà nelle faccende se Koalition editoriale, una In- interne dei giornali le rispettevincibile Armada in grado di rà ancora di più ora che è dimuovere la "corazzata" Repub- ventato il primo azionista, l'ablica, gli "agili e scattanti incro- zionista di riferimento come gli ciatori" Panorama e L'Espresso piace dire, della Mondadori". e poi tutto il naviglio dei settimanali popolari, dei quotidiani - Ma il progetto di fusione locali, dei mensili specializzati. con l'Editoriale L'Espresso Non è un disegno del tutto l'Ingegnere non vuole affatto nuovo. Il dispositivo navale con accantonarlo e tutti conosciala corazzata Repubblica e i due mo la sua grinta e la determiagili incrociatori Panorama e nazione assoluta nei portare a LEspresso l'aveva quasi preco- compimento i suoi piani. E tutti abbiamo visto com'è riunizzata lo stesso Eugenio Scalscito a conquistare la Mondafari, alcuni anni fa quando non si pensava che la bandiera di dori... Ivrea avrebbe potuto sventola"E' comprensibile che la fure sull'albero di maestra. Ora sione tra Espresso e Mondadori invece sembra che Caracciolo e e la possibilità di salire sulla Scalfari si ritraggano come plancia di comando della più
grande flotta editoriale italiana la sua capacità di produrrò siano tentazioni più che legitti- reddito, non potrebbe valere me per un imprenditore che ha meno di 700-800 miliardi. L'Eimpegnato centinaia di miliardi ditoriale L'Espresso ha un cae che ha deciso di dedicarsi ai pitalizzazione di Borsa che si nuovi ricchi business dell'infor- avvicina ai 700 miliardi. Quindi mazione. Ma è altrettanto evi- se dovessimo entrare con le nodente che noi non siamo più stre azioni nell'Amef. la finaninteressati all'operazione, non ziaria Mondadori, in vista della abbiamo problemi finanziari e fusione tra i due gruppi alterestiamo bene come stiamo. Il remmo l'equilibrio azionario mio 35 per cento dell'Espresso all'interno della holding e rie il 10,50 per cento di Eugenio schieremmo di arrivare alla (Scalfari, ndr) non sono in ven- maggioranza relativa". dita". - De Benedetti avrà pensato - Perché la fusione era pos- a questo rischio e anche al sibile quando la Mondadori modo di eliminarlo altrimenti era della famiglia Mondadori- non si capisce la sua inslstenFormenton e non lo è più ora za nel perseguire quei procon De Benedetti? Eppure getti. l'Ingegnere, l'ha appena det"Certo, per De Benedetti il to, è un partner ideale, rispet- progetto di fusione presenta toso e corretto. Che cos'è che tina serie di motivi di interesse. non va? Anche se tutta l'insistenza di Non è esatto parlare di pre- cui lei paria a me non risulta getto di fusione. Quello che di- proprio. Siamo soci, andiamo scutemmo con Mario Formen- d'accordo ma noi non siamo inton e di cui Carlo De Benedetti teressati". era attivamente informato co- Perché temete di far la fime azionista di rilievo di en- ne dei Mondadori e dei Fortrambi i gruppi era un progetto menton? limitato, anche se di notevole Le ragioni sono essenzialerilevanza. Il primo atto deU'o- mente tecniche. Certo, ia Monperazione dovevaf essere la dadori di Formenton era un quotazione in Borsa di Repub- partner editoriale omogeneo al blica-, subito dopo la Mondadori nostro gruppo; si parlava la collocava sul mercato il 39 per stessa lingua; le intese erano cento della sua partecipazione p o s s i b i l i c o m e d i r n o s t f a v a u nel quotidiano. Un altro uno d e c e n n i o d i alleanza assolutaper cento veniva contempo»- m e n t e paritetica a Repubblica. neamento ceduto ali Editoriale Qg Benedetti non è un editore L Espresso che cosi diventava p u r 0 c o m e s i a m o n o i è u n • I azionista d. maggioranza col d u s l r i a J e e u n finanziere. Ma 51 per cento del giornale men- q u e s t 0 t r j p e t 0 n o n è u n f a U o tre la Mondadori otteneva in decisivo." cambio una quota dell'Espres. insomma, non vi fa paura, so e raccoglieva un po di mi- - N 0 | q u e s t a è u n a semplifica, bardi dalla vendita del 39 per Z | 0 n e sbagliata, li gruppo Cacento di azioni della Repubbli- r a c c i o l o è u n e d i t o r e ro c h ca. Tutto finì perchè non ci garantisce a tutto le sue testamettemmo d accordo sulla tet dall'Espresso aJ più piccolo quota dell Espresso che sareb- g j 0 r n a l e l o c a l e y m £ s i r £ 0 d e l . be toccala alla Mondadori. Noi fautonomia. L'ingresso di De non eravamo disposu a supera- Benedetti in posizioni di forza re ¡125 percento. Oggi non solo n 0 f ) c r e d o chÌTcambierebbe le la fusione tanto favoleggiata. ^ all'Interno", ma anche un operazione più ri- . | n o g n , ^ , a s u a tafl dotta, come quella appena dlu- m s u i g j o r n a J i d e i gruppo Castrata, non e più possibile per- racciolo e sulla RepLòòÌK Teche i vaton delle due aziende ^ | o s t e s s Q N o n è sono andau alle stelle: Repubblica, se dovesse essere quotata in Borsa, considerando il pai - • • \ trimonio netto, l'avviamento e ( 6<?6l/t )
"Nient'affatto e l'ingresso di Scalfari come undicesimo membro del consiglio d'amministrazione di Repubblica è la migliore dimostrazione che l'autonomia dei giornali è un bene a cui noi non rinunciamo". - Scalfari direttore e garante dell'autonomia del più grande quotidiano italiano. Secondo alcuni è solo un'operazione di facciata: in realtà ci sarebbero tra i due azionisti Mondadori ed Espresso patti par asociali in base ai quali l'undicesimo voto non è determinante nelle deliberazioni di straordinaria amministrazione. "Non è vero. Quello di ScaJfa-, ri è un voto pieno, che pesa come quello di qualsiasi altro consigliere. E quand'anche non lo fosse, l'Espresso ha sempre il 50 per cento dell'Editoriale Repubblica per cui nessuna decisione può passare a maggioranza ma è indispensabile l'accordo pieno dei due azionisti. Per dodici anni è stata questa la forza straordinaria di Repubblica: l'intesa perfetta tra due partner che parlavano io stesso linguaggio imprenditoriale, che avevano la stessa cultura professionale e così continuerà ad essere." - Lo scenario editoriale, però, non è dei più esaitanti: non c'è grande gruppo finanziario e industriale che non abbia al seguito le proprie ; salmerie editoriali. E' un caso unico quello italiano che viene spiegato con le dimensioni gigantesche che ha raggiunto il business dell'informazione ormai fuori dalla portata e dal portafogli delle vecchie famiglie di editori puri. Ma è solo una questione di dimensioni la fine dell'editoria cosiddetta pura? "L'editoria ha attraversato una lunga stagione di crisi negli anni Settanta ed è arrivata senza risorse all'appuntamento con le nuove tecnologie infor-
matiche, ia rivoluzione del terziario, la globalizzazione dei mercati pubblicitari. Per i grandi gruppi finanziari la conquista è stata facile. E una volta entrati hanno fatto in fretta a capire che i giornali potevano essere uno strumento di consenso ma anche un buon affare. D'altra parte una certa cultura manageriale, il controllo di gestione, l'ottimizzazione delle risorse, le sinergie, un rapporto più intenso con il marketing e la pubblicità sono entrate nei nostro mondo insieme col grande capitale industriale e finanziario. Noi, per esempio, non faremo la fusione con la Mondadori di De Benedetti, ma certe operazioni di razionalizzazione tra i due gruppi non potremo non realizzarle per reggere all'impatto con la ! concorrenza". •
ventata una macchina pubbli- pozona" dalla Stampa al Carlicitaria eccezionale". no alla Nozione'. Ma ad allarga- Ed è per questo che conti- re il parco lettori e il mercato nuate a investire e a rafforza- degli inserzionisti contribuiranre U giornale - inserti, pagine no anche le altre iniziative che locali, gadget, concorsi - per abbiamo In mente... " farne sempre di più un "mez- , - Di che si tratta? zo" di raccolta pubblicitaria "Un serie di inserti che ogni ora che U trend di crescita del- giorno arricchiranno il giornale. le vendite si è fermato e Re- Si comincia con l'inserto Week ' pubblica sembra una macchi- end che era stato spostato sul na che ha spinto i motori al magazine e che, invece torna massimo e non può "forzarli" nelle pagine centrali del quotipiù di tanto. diano con le sue caratteristiche "Non è vero quello che si sen- di freschezza informativa. Poi te dire in giro che il fenomeno- sono in cantiere un inserto dediRepubblica è esaurito; che è un cato alle scienze e alia tecnoloprodotto maturo che ha iniziato gia, un altro alla cultura e ai l'inesorabile lento declino. Re- libri". pubblica potenzierà i suoi mo- • Ma l'attuale struttura redatori e l i farà girare ancora più zionale di Repubblica è in gravelocemente per conquistare do di reggere a questi nuovi insieme nuovi lettori e nuovi carichi di lavoro? Fino a poco inserzionisti. Le due cose van- tempo fa. forse, si suppliva col no avanti di pari passo". volontarismo, con l'entusiasmo - Di che cosa si tratta? - Vediamo, allora, come si proprio di chi sta vivendo un'e"Una prima razionalizzazio- svilupperà la battaglia sperienza professionale assone sul terreno dell'informazio- d'autunno col Corriere della lutamente unica ed esaltante. ne locale può essere un even- Sera. Tutte le speranze sono Dopo |e ultime vicende protuale accordo per l'ingresso ancora una volta concentrate prietarie e l'arrivo di De Benedetti si ha l'impressione che delle tre Gazzette mondadoria- sul magazine? 1 ne (di Modena, Reggio e Manto- "Il Venerdì ci costa una deci- Repubblica sia diventato un va) nella nostra Finegil, lq hol- na di miliardi, se ci limitiamo al "giornaione" tradizionale, tanding editoriale controllata al saldo tra costi e ricavi del sup- t'e che i suoi 220 giornalisti cento per cento dall'Espresso, plemento. E'I'unica iniziativa rumoreggiano per ottenere un a cui fanno capo i nove quoti- che abbiamo fatto senza troppa consistente aumento. diani della catena e l'agenzia convinzione solo per risponde"Quando un giornale ha avuto centrale di notizie Agi. In cam- re alla concorrenza del Corrie- in tempi così brevi il successo bio Mondadori potrebbe rileva- re 7. Ma per altro verso anche che ha avuto Repubblica, è comre una partecipazione nella Fi- Venerdì ha funzionato: non so- prensibile. Con i giornalisti sianegil. Ma questo è un problema lo perchè porta 200mtia copie mo pronti a trattare, ma con che stiamo ancora esami- in più alla settimana ma so- l'occhio attento ai conti. Repubnando". prattutto perché ha raccolto blica è un'azienda ricca ma non - E nel campo della pubblici- molte più pagine pubblicitarie è una miniera d'oro inesaurità? Scalfari, un paio d'anni fa, del magazine concorrente e ha bile". aveva detto chiaramente In una readership, accertata daluna lunga intervista a Epoca l'Isegi. di un milione di lettori in che appena i due partner più rispetto al supplemento di avessero cominciato a muo- Pie troni. Sono convinto che versi in modo integrato sul nell'89 il Venerdì potrà andare mercato pubblicitario, le con- in pareggio o, addirittura, avviseguenze sarebbero state im- cinarsi all'area di redditività". portanti. Insomma, ia "via • Poi ci sono i piani di sviluppubblicitaria" alla fusione tra 1 due gruppi potrebbe essere po delle redazioni locali su cui assai più produttiva e assai lei forse non è disposto a invemeno destablizzante. Lei cfie stire molte risorse. "Sulle redazioni locali s'invene pensa? stiranno le risorse necessarie. "E' un disegno affascinante, Il 18 ottobre parte quella di Fima lo vedo di assai difficile rea- renze con l'obiettivo di aumenlizzazione. Ci sono troppi pro- tare le vendite in Toscana da blemi. Troppe sono le incognite 50 a 70mila copie. Primavera di un'equazione tanto comples- prossima sarà la volta delle pasa. La pubblicità è il motore lne di Torino e qui si prevede principale de) business edito- i aggiungere 20mila copie alle riale. Tutti gli editori pon fanno 3Qmfla epe già vendiamo in altro che studiare U mercato Piemonte. Infine altre due redell'advertising, inventare nuo- dazioni locali sono allo studio a vi prodotti, sinergie, nuovi si- Napoli e a Bari". stemi contrattuali per racco• Dunque lei non è contrario gliere sempre più pubblicità. alla moltiplicazione delle paRepubblica ha sorpassato i l gine locali di Repubblica che Corriere della Sera due anni fa, potrebbero, alla lunga, creare ma il vero balzo lo farà proba- qualche problema ai giornali OG<r\ bilmente quest'anno, quando locali della catena? avrà raggiunto e superato i 15p "Le pagine locali di Repubblimiliardi di raccolta del gigante di via Solferino. Già nell'87, per ca sono utilissime per allargare la prima volta, il fatturato pub- l'area dei lettori e per aggredire blicitario della Repubblica è il mercato della pubblicità locastato più alto del ricavo delle le. Mercato ricchissimo, poco vendite: 123 miliardi contro sfruttato - o finora rigidamente 116. Insomma, Repubblica è di- controllato dai vari giornali "ca-
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Non nasce dal nulla E' gnosi con sponsor: la lobby Rockefeller
S-iS dì Maurizio Blondet
Non sono idee nuove. In EuNon è difficile capire da quale cultura è nato The Last Tem- ropa, esse sono affiorate per ptation, il film di Martin Scor- secoli, a tratti, bandite ogni volta da nuove sette eretiche: sese su Gesù che in Usa sta provocando l'attesa — e frut- dai begardi ai bogomili, dai setuosissima per i produttori — guaci di Fra' Dolcino ai Fratelli del Libero Spirito, dagli anapolemica fra i favorevoli e i battisti agli adamiti, in cui contrari, tra chi vede nel film «fratelli e sorelle» dovevano una bestemmia e chi «l'opera di un credente». Basta entrare «farsi la carità» giacendo gli in una delie numerose librerie uni con le altre. Idee che, chiu«religiose» di New York dove, se per lunghi periodi in grupaccanto a testi sulla reincarna- petti visionari e ultradevoti, zione e le profezie sulla immi- che rifiutavano le armi e spesnente Età dell'Acquario, le ri- so erano vegetariani («ecologivelazioni degli abitatori del di- sti» ante litteram), a tratti schi volanti ottenute per via te- d'improvviso esse assumevalepatica e sulla magia woodoo no la faccia violenta di una haitiane, si espongono anche «teologia della liberazione» di — talora — libri sul Cristiane- tipo politico-sociale. In tutta simo. O meglio dei teologi cri : Europa gl'innocui visionari si stiani che, da mezzo secolo, si sollevavano al grido di «morte dedicano alla «demitizzazio- ai preti e ai signori, tutti i beni ne» di Gesù, da Bultmann ad e le donne in comune»: allora Hans Kung, fino agli ermeneu- anabattisti, begardi. «fratelli» ti, i quali sostengono che, leg- si davano al massacro, all'ingendo nel modo giusto i Rotoli cendio, al saccheggio. del Mar Morto, «la figura di Che simili antiche idee sorGesù può essere inquadrata gano in forma edulcorata, totalmente nella cultura giu- per il momento — nell'Ameridaica del primo secolo». ca avviata al XXI secolo non Fra questi, il libro più ven- deve stupire. Già Henry de Luduto (ora in edizione tascabile) bac ha notato che «in parecchi è The Gnostic Gospels, I Vange- saggi ed opere contemporanee li Gnostici, che la studiosa si scoprono i contenuti dello Elaine Pagels ha pubblicato a gnosticismo, che presupponcura della Fondazione Rocke- gono sempre il possesso di una feller. Attraverso la rilettura conoscenza superiore di tipo dei vangeli apocrifi dei primi attivo, diversa in ciò dal mistisecoli, e dei testi accettati da cismo, che si presume essere antiche sette e conventicole pura passività (l'orgoglio umaeretiche, questo libro finisce no non ama ammettere di riceper suggerire un'idea del pri- vere qualcosa, vuol sempre mo cristianesimo che possia- scoprire e creare da sè). Gli mo crudamente sunteggiare gnostici di oggi e di ieri condicosì: il vero capo della Chiesa vidono lo stesso presupposto: nacente non fu Pietro, ma Ma- che il centro della Bibbia, della ria Maddalena. Costei, che era Chiesa e della Tradizione non stata l'amante di Gesù, ne tra- sia la fede in un Dio trascensmetteva fedelmente il mes- dente, ma stia nella "scoperta saggio: un messaggio in cui la del vero uomo". Ai loro occhi, i «liberazione» promessa si misteri della Cristianità non identificava con «la liberazio- sono che una copertura superne da tutti i tabù» e da ogni au- ficiale, mera superstizione, torità, e in cui si predicava un che solo gli iniziati, penetrati «amore» nel senso più carnale dalla «sapienza» della Gnosi, del termine. Solo in seguito possono graziosamente tral'ottuso e maschilista Pietro, durre per le menti deboli». spalleggiato dal fariseo Paolo, Allo stesso modo, la neognoriuscirono a prevalere sulle donne nella comunità origina- si americana, che è ovviamenria, reprimendone la novità te scientista, pretende, armata «rivoluzionaria» e sovversiva, della «vera sapienza» della soriaddossandole il duro morali-ciologia, dell'economia, della smo ebraico, e insomma dan- psicanalisi, di rivelare l'autendo nascita alla Chiesa gerar- tico messaggio di Gesù alla luchica, autoritaria, «maschile» ce di queste scienze attuali. di cui Giovanni Paolo II è l'e- Cristo ni «un vero» uomo perché subì tutte le voglie dell'uostremo campione.
mo moderno, «adulte», che non teme più il peccato. Che Cristo possa essere spiegato da Freud (o da Marx) anziché il contrario — che cioè psicanalisi e marxismo bisognino di essere interpretate come pseudoreligioni, smascherate nel loro preteso laicismo — è un luogo comune della cultura «liberal» statunitense. A cui si accodano gli strambi che in altri tempi fùrono la bassa forza di ogni eresia: qui, sono le femministe cattoliche, gli omosessuali che vogliono sposarsi in chiesa, tutti coloro che vogliono dalla Chiesa la dichiarazione di liceità dei loro vizi, peccati, manie. ' In questa sinistra, del resto, si reclutano i veri iniziati della Nuova Gnosi: sono gli scrittori, i saggisti, i teologi alla moda, i giornalisti e i registi cinematografici che «graziosamente traducono per le menti deboli» il vero messaggio di Cristo come liberatore dell'uomo moderno. E' tutta un'industria della conoscenza, editoriale e televisiva , come la chiama il grande intellettuale — e pastore protestante — Richard John Neuhaus di New York: «Gente che anziché riaffermare la fede si adopera a riconcettualizzarla», e considera chi si oppone ai loro sforzi come «un anti-intellettuale» (e magari un «fascista reazionario») semplicemente perché «se non ci fosse bisogno di riconcettualizzazioni, riesami fondamentali, transvalutazioni morali, rivoluzioni ermeneutiche e revisioni storico-critiche, allora non ci sarebbe bisogno di tanta gente, a caro prezzo istruita, che si occupi di queste cose»: in altre parole, perché anche questa America (e non solo pui) è diventata un'industria che dà posti di lavoro, cattedre, prestigio. Ecco perché il film di Scorsese non nasce dal nulla. La sua atmosfera circola in ogni articolo del Washington Post o del Time, ogni volta che vi si parli del cristianesimo, di Gesù, della fede. Semmai, Scorsese non ha fatto che ridurre il discorso ai minimi termini della banalità, perché fosse alla portata di «nove americani su dieci». Perché anche la gnosi, qui, finisce per essere un prodotto da supermarket.
S p e r i m e n t a t a
Arriva
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F r a n c i a ,
è
la pillola
tato nell'82, quando ne fu anPARIGI — La «pillola abor- nunciata la scoperta. E' esattiva», dopo otto anni di espe- tamente quello che aveva rimenti e di polemiche scien- chiesto, nel dicembre '87, i l tifiche e morali, ha ricevuto Comitato nazionale d'etica la luce verde dal ministero (una specie di consesso di della Sanità francese. Già saggi di cui fanno parte perdalle prossime settimane, nei sonalità accademiche e relicentri autorizzati a praticare giose) allarmato, allora, dalla l'interruzione della gravidan- prospettiva di una introduza, potrà sostituire i metodi zione del nuovo prodotto sul chirurgici usati finora. Con mercato come se si trattasse tutte le precauzioni mediche di un qualsiasi medicinale. e con i limiti stabiliti dalla Adesso in Francia qualculegge, naturalmente. Ma l'in- no parla già di -aborto a dogresso negli ospedali della micilio». Ma anche questa molecola anti-ormone RU nuova definizione delle com486, scoperta nel 1980 dal presse di mifepristone deve professor Etienne Beaulieu, essere presa con cautela, alrappresenta comunque una meno secondo una parte derivoluzione: la possibilità di realizzare un aborto chimico, senza interventi né ricoveri. n ministero della Sanità ha, tuttavia, vietato la vendita in farmacia delle pillole di RU 486. n mifepristone (questo è i l nome scientifico del prodotto) è stato considerato un 'mezzo farmacologico per provocare l'aborto» e non una 'pillola del giorno dopo», come era stato presenDAL NOSTRO CORRISPONDENTE
s t a t a
g i à v e n d u t a
per
l'assunzione delle pillole di RU 486, per l'iniezione di prostaglandina e per una ecografia finale che accerti la scomparsa dell'ovulo fecondato. In più, l'effetto abortivo è assicurato entro 49 giorni dalle ultime mestruazioni. Come dire che una donna ha circa tre settimane di tempo per accorgersi di essere incinta e per interrompere la gravidanza con il nuovo sistema. Secondo la legge francese, l'aborto è consentito entro le prime 12 settimane e la notevole differenza tra i tempi «tecnici» e quelli legali ha fatto già dichiarare ad un esperto del ministero della Sanità che, in media, soltanto la metà delle donne che ricorrono all'aborto potranno utilizzare le pillole di RU 486. Questo, almeno, in Francia. Perché la casa farmaceutica è già riuscita a commercializzare il suo prodotto in Cina e punta ad ottenere licenze di vendita anche in altri Paesi. A meno di nuove polemiche. Enrico Singer
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abortire
gli esperti. La molecola antiormone prodotta dalla casa farmaceutica Roussel-Uclaf (da qui la sigla «RU») è in grado di neutralizzare gli effetti del progesterone che è indispensabile in tutte le fasi della gravidanza e, soprattutto, in una delle primissime: rimpianto dell'ovulo fecondato sulla parete Interna dell'utero. Con i l risultato dell'aborto per via chimica. Le prime sperimentazioni, condotte già dal 1982, avevano dimostrato, tuttavia, che l'efficacia del prodotto era limitata all'80 per cento dei casi. Così, il «sistema abortivo» RU486, nella sua versione definitiva, è stato completato da una dose di prostaglandina (una sostanza che provoca delle contrazioni uterine) da somministrare due giorni dopo le pillole di mifepristone. Con questa associazione di farmaci, l'efficacia sfiora il cento per cento. Ma l'-aborto a domicilio» si complica con il rischio di emorragie e richiede, in ogni caso, almeno tre passaggi in ospedale: per
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La strategia militare di Gorbaciov
n Patto cambia, l'obiettivo resta di Aleksandr Minak Si fanno circolare voci di divergenze tra i capi del Patto di Varsavia riuniti in queste ore. Si fan trapelare notizie di malumori che la «distensione» di Gorbaciov provocherebbe fra i satelliti dell'Urss. Si dice, addirittura, che la Polonia tema una prossima riunificazione delia due Germanie,. un prezzo che Gorbaciov sarebbe pronto a pagare per ottenere dalla Germania Federale l'assistenza necessaria allo sviluppo della Siberia. Insomma: le notizie che filtrano dalle porte (chiuse) dell'alleanza militare socialista, sono proprio quelle che la stampa liberal occidentale si aspetta per uscire con grandi titoli su Gorbaciov «uomo di pace», e per dipingerlo come una «colomba» in lotta con i «falchi» dalla stella rossa. Cosa c'è di vero, e cosa di artefatto, in queste voci? Vale la pena di domandarselo perché come ha ricordato recentemente il nostro generale Luigi Bonifazi anche nel 1972 le trattative e l'azione propagandistica che andarono sotto il nome di «distensione» servirono a coprire un enorme potenziamento dell'apparato bellico sovietico: ed anche oggi c'è il fondato so; spetto che le proposte «di pace» di Mosca abbiano lo scopo di disarticolare e dividere la Nato ancor più di quanto non lo sia per sè. Perché, fino ad oggi, è l'Europa occidentale — non i l Patto di Varsavia ad aver rinunciato a sostanziali puntelli del suo ap; parato di dilésa. Dopo anni di continue violazioni e provocazioni attuate da sottomarini atomici russi, Norvegia, Svezia e Finlandia hanno recentemente ceduto alla proposta russa di trasformare i l Mar Baltico in «zona denuclearizzata»;
dal 12 gennaio scorso, inolrisponde al pensiero strate- ha detto Richard NLxon; tre, la Svèzia neutrale ha gico del maresciallo Ogar- meglio se possono farlo senceduto alla Russia i l 25% kov, il numero uno dell'Ar- za colpo ferire. La resistendel proprio spazio marittimata Rossa, che è anche za dell'Afganistan (pagato mo nazionale, oltretutto ricstato il primo a propugnare con il dimezzamento della co di petrolio. E tutto ciò a una «perestrojka» dell'in- stessa popolazione afgana) pochi chilometri dalla penidustria sovietica come so- ha insegnato ai sovietici sola di Kola, dove i sovietici stegno della preparazione che cercare di conquistare hanno concentrato, al conmilitare. Gorbaciov non ha nuovi «satelliti» può essere fine di Norvegia e Finlanfatto che ripetere i suoi con- pericoloso e costoso. IJO sfadia, il più minaccioso appacetti quando, al Plenum del scio economico dell'Europa rato offensivo mai apparso 25-26 luglio 1987. ha definito orientale gli ha insegnato nella storia. E' lì la più pola perestrojka «una strate- che i satelliti, poi, bisogna tente delle sue quattro flotgia per l'accelerazione dello mantenerli, con gravi spete da guerra, che comprensviluppo basato sul pro- cp de anche i l 60% dei suoi gresso sciéntificotecnologi' La «distensione» in atto sommergibili nucleari stra- co». può anche essere vista cotegici, armati di missili inOltre che sulle armi me un piano per far pagare tercontinentali. Lì si sta coall'Ovest il costo del mante«scientifico-tecnologiche», struendo la più grande porla capacità offensiva del nimento e dello sviluppo taerei atomica del pianeta, «nuovo» esercito rosso vo- dei satelliti sovietici. Quan70 mila tonnellate, il doppio luto da Ogarkov è fondata to all'Urss, oggi sta puntandelle portaerei fin qui co- sulle truppe speciali di sa- do a «guadagnarsi» senza struite. Lì o nei dintorni sobotatori, i cosiddetti spez- occupazione diretta Paesi no concentrati i più grandi naz. che la Russia ppssiede occidentali a cui intende lamagazzini di missili ed nel numero spropositato di sciare il modo di produzioesplosivi del mondo, le più 45 mila uomini. Atletici ne capitalistico, per poterlo belle divisioni motorizzate omicidi, che parlano tutte sfruttare a fondo. Lo sta fasovietiche, mobilissime, le lingue europee, e si adde- cendo con Israele, che pronte 24 ore su 24 alla strano in permanenza ad l'Urss non tenta di converti«guerra lampo»: la 45" e la operare sul territorio eu- re al socialismo, ma a cui 54a motorizzata, la 76" briga- rooccidentale (in cui pene- ha offerto una «garanzia» ta aerotrasportata, la 63" trano indisturbati come sui suoi confini (a spese dei brigata di fanteria navale guidatori dei 30 mila auto- palestinesi). Lo sta facendo destinata al primo attacco carri Tir che ogni anno pro- con il Sudafrica, a cui offre anfibio contro l'unico Paese vengono dall'Est), per far sottobanco un raffreddaNato nell'area: la Norvegia. saltare ponti, strade, instal- mento della propaganda e Che ha un esercito di 6mila lazioni militari «prima» di dell'agitazione dei neri. Lo uomini, non tale da preoc- una invasione sovietica. fa in Angola e in Mozambicupare la massima potenza co, per i quali ha proposto E' una strategia comple- all'Occidente un piano di militare del pianeta. tamente nuova a minaccia- sviluppo dove l'Occidente Non è dunque vero che re l'Europa. mette i soldi, e i russosotto Gorbaciov la preparaNon che i russi vogliano cubani mettono la gendarzione bellica dell'Urss sia meria. Lo vuol fare per rallentata. Anzi, è accelera- ad ogni costo la guerra. «Es- l'Europa. ta, puntando inoltre su «ar- si vogliono il mondo», come mi di nuovo tipo» ad alto contenuto tecnologico: armi chimico-batteriologiche, cannoni a radiofrequenza, laser di potenza (sei installazioni laser nuovissime sono state localizzate tra Sary Shagon e Nurek, presso i l confine con l'Afganistan: sono capaci di «uccidere» Avvenire satelliti in orbita fino a 400 S a b a t o 1 6 l u g l i o 1988 chilometri). Tutto ciò cor-
PAGINA 14 — Domenica 4 Settembre 1988 - N. 225 — M ^
Cultura e società
24 ORE
Politica internazionale
Nel grande gioco Ovest i n difficoltà Ritorna attuale la diagnosi di Kipling sulla necessità di contenere efficacemente l'impero russo in Afghanistan
«Afghanistan: The Great Game Revisited*, a cara di Rosanne Klass, Freedom House 1987, pagg. 473, $ 19.95.
nei confronti dell'Urss. Essi sono almeno di due tipi, politici ed economici. Quelli invasione sovietica politici consistono in pratica dell'Afghanistan semnella riduzione alla ragione bra avvicinarsi alla di un imponente apparato conclusione; se tutto andrà bene, gli ultimi soldati del- clandestino comunista, fatto l'Armata Rossa dovrebbero di stretti collegamenti con servizi segreti sovietici e colasciare il paese all'inizio del 1989. Ma il problema Afgha- struito nel corso di circa vent'anni. Quest'apparato, nistan resta, e il futuro del paese è tutt'altro che chiaro. già duramente provato dalla Rosanne Klass, la curatrice guerra, è in realtà profondadi questo importante volumente spaccato al suo interme, forse il più informato e no tra una fazione pedissecompleto dei molti che sono quamente filomoscovita e stati pubblicati sulla questiouna fazione nazionalista, inne afghana, è pessimista, e teressata a un'effettiva indinon esita a paragonare gli pendenza del paese. Il futuaccordi raggiunti dalle Naro, dipenderà probabilmente zioni Unite a una «nuova dalla capacità di costruire Monaco». Perché, come per una forma di collaborazione la Cecoslovacchia nel 1938, nazionale tra i gruppi indianche in questo caso i l dependentisti, superando, se stino di un paese è stato de-' possibile, le dure contrappoci so senza consultare i più sizioni della guerra civile. E diretti interessati. qui servirà certamente l'aiuto politico e finanziario delC è però una differenza non piccola: allora quegli ac- l'Occidente. Più complesso è il problecordi consegnarono la Cecoslovacchia a Hitler, oggi que- ma economico, su cui si disti accordi siglano il ritiro lungano due interessanti sagdei sovietici da un paese che gi, scritti dall'economista di avevano occupato. Certo, origine afghana ed educaziopotrebbe essere una illusio- ne americana Siddieq Noorne. E, per premunirsi contro zoy, dal geologo John Shroequesta illusione, bisognerà der e dall'ingegner Abdul vigilare domani meglio di Tawab Assifi, che dal 1975 quanto non si sia fatto ieri, al 1978 fu anche i l ministro specie da parte americana. afghano degli Affari minerari Tutto il volume contiene e industriali. La domanda è in realtà un lungo atto di ac- quali fossero gli interessi cusa contro la sordità e i ri- economici dell'Urss in Aftardi del governo americano, ghanistan, come siano stati che per lunghissimi anni sot- soddisfatti e come si presentovalutò il problema Afgha- tino ora, alla conclusione del nistan e praticamente fini conflitto. per abbandonare il paese nelle mani dei russi. Gli Usa L'esame è molto dettagliainsomma, non seppero gio- to, ma in grande sintesi può care quello che Rudyard Ki- essere cosi riassunto. L'Afpling aveva chiamato «il ghanistan è ricco di risorse grande gioco»: la lunga lotta minerarie che interessano che l'impero britannico con- l'Urss, ma che sinora sono dusse, proprio attorno all'Af- state sfruttate solo molto ghanistan, per impedire al- parzialmente. La maggiore l'impero russo di arrivare in eccezione è costituita dal gas India e sui "mari caldi", ai naturale, che l'Urss ha imquali Mosca aspirava sin dai portato liberamente e a preztempi della grande Caterina. zi di rapina, caricando per sulla sua bolletta parMa i paralleli storici sono di più dei costi dell'occupazione spesso ingannevoli. Oggi è te (secondo la migliore meglio preoccuparsi delle militare imperialista). Per dure realtà di fatto, e in par- tradizione più l'Urss ha costruito o ticolare dei problemi che di avrà il futuro Stato afghano iniziato numerose infrastrutdi Stefano Silvestri
ture per lo sfruttamento di tali ricchezze minerarie, tutte volte a collegare l'Afghanistan unicamente con 1 Urss, e a integrare le produzioni afghane con quelle sovietiche, sia tecnologicamente sia come ciclo produttivo. Ciò renderà molto difficile un'effettiva indipendenza economica del paese da Mosca, almeno nei prossimi anni, se non vi sarà un deciso intervento finanziario occidentale. A ciò bisogna aggiungere la sostanziale distruzione di circa il 50 per cento dell'agricoltura, l'uccisione di più del 70 per cento del bestiame e la decisa politica di spopolamento delle campagne: tutte cose che rendono l'Afghanistan, un tempo autosufficiente dal punto di vista alimentare, dipendente dalle importazioni anche in questo settore. Né bisogna dimenticare la distruzione sistematica delle piccole e medie imprese familiari e dì alcuni cespiti tradizionali di esportazione del paese (a esempio i tappeti). I sovietici hanno favorito lo sviluppo di industrie pesanti, funzionali ai bisogni dell'occupazione militare, ma sostanzialmente non economiche. In questo quadro ci sono stati anche sviluppi grotteschi, come l'accordo imposto da Mosca a Kabul, di uno scambio alla pari, tonnellata contro tonnellata, di cemento afghano contro cemento russo: e questo perché il primo viene costruito secondo standard internazionali, mentre i l secondo è cosi scadente che non lo vogliono più neanche i russi. Anche se la guerra, quindi, sulla carta è destinata a finire presto, le conseguenze reali di un'occupazione di rapina durata otto anni resteranno a lungo una realtà, e condizioneranno gravemente il prossimo governo dell'Afghanistan liberato. È a partire da questi dati che bisognerà cercare di costruire un futuro migliore.
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di pace
nel Libano
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A Saida, dove il mitra tace Così convivono cristiani e musulmani
di R E N A T A L. CARGNELLI
La posizione americana
L'incontro Gemayel - AsBEIRUT — Come tutti i vertici della scollatissima Le- sad non ha naturalmente sorga Araba, anche quello appe- tito risultati. Il Presidente lina trascorso ha trovato il suo banese si era «arreso» nel comune denominatore solo 1984, abbandonato dall'Ocnella «questione palestine- cidente, per poi rifiutare la se». A fatica, tra le ambi- sottomissione totale nel genguità di Hussein e Hassan, i naio 1986. Lo stesso Shultz, due re, le sceneggiate di il più interessato all'accordo Gheddafi, la truculenza di con Damasco (che avvenenAssad, il «moderatismo» al- do sotto gli auspici infausti gerino e tunisino, e con degli Stati Uniti avrebbe, sel'Arabia Saudita e il Kuwait condo il Segretario di Stato, ad allargare come sempre i lucidato il blasone statunicordoni della non proprio tense nella regione e rafforinesauribile borsa petrolifera zato Israele, togliendo ai Paper «comprare» l'unanimità lestinesi l'appoggio siriano in sull'Olp e rilanciare Arafat. cambio del Libano) ora ammette che le presidenziali a E così l'infelice Amin Ge- Beirut «devono svolgersi anmayel, sempre e comunque che senza accordo preliminaPresidente legittimo di un Li- re con la Siria». Non c'è mabano che paga per tutti, rice- le, per la nazione - guida vuto come tale, non è riuscito dell'Occidente difensore dei neppure a far inserire il pro- diritti dei popoli all'autodeblema libanese (ben peggiore terminazione ed alla libertà, di quello palestinese) all'or- vedi Afghanistan, ma non dine del giorno dei lavori. Medio Oriente. Comunque con l'appoggio dei «moderati» Hussein e Sono stati proprio gli ultiHassan, suoi amici personali, mi avvenimenti a Beirut Sud dell'Algeria e Tunisia, ha ot- a bloccare il «piano americatenuto di incontrare Assad su no». La lotta che ha imperdi un piede di parità almeno versato tra sciiti, l'«Amal» di facciata. Assad, occupato- infeudato alla Siria e lo re del Libano con i suoi « H e z b o l l a h » manovrato 50.000 soldati, al 70 per cen- dall'Iran per il controllo delto, forte dei successi ottenuti la periferia sud della capitale a Beirut Ovest e Beirut Sud, libanese, della quale la Siria vuole imporre a Beirut Est e intendeva profittare per giozona limitrofa, l'unica dove care al pacere, si sono risolti Amin Gemayel sia libero di con la sconfitta e la cancellaesprimere la propria legitti- zione totale della milizia di mità costituzionale libanese, Nabih Berri da Beirut. I siriala sua aleatoria e spesso san- ni hanno quindi dovuto acguinosa «pax siriana». Il contentarsi, tra Ouzai e Presidente siriano esige dal Chiyah e Bourj el-Barajneh, suo collega libanese delle «ri- di un condominio con le forforme» che permettano alla ze degli ayatollah. ComunSiria di effettuare l'«An- que Assad non ha certo rischluss» del Libano legal- nunciato ad usare la sua armente attraverso la nomina ma preferita, i l ricatto degli in agosto - settembre, di un ostaggi. Gli americani si sono «candidato siriano» da parte visti proporre a Damasco del superstite parlamento una transazione sconcertante libanese. anche per loro, della quale le fonti d'informazione occiUn agente siriano, cristia- dentale hanno parlato solo a no o musulmano che sia, il mezza bocca, tra un nugolo quale stabilisca con Damasco di congetture più o meno «relazioni privilegiate», am- fantasiose: la Siria avrebbe mettendo l'esercito siriano ottenuto dai suoi rivali ma anche nella zona ancora libe- pur sempre alleati necessari, ra e completando il piano gli iraniani, la liberazione di della «Grande Siria» per tutti gli ostaggi detenuti — quanto riguarda i l Paese dei come ognuno sa — a Beirut cedri.
Sud. In cambio si esigeva dagli Stati Uniti 1'«autorizzazione» per l'esercito siriano di invadere ed occupare Beirut Est e la «ridotta cristiana» libera. Sembra che Reagan in persona, interpellato a Mosca durante il vertice, abbia respinto il baratto. Il che ha permesso a Samir Geagea, comandante delle «Forze l i banesi» che difendono la zona libera (con relativo palazzo presidenziale di Amin Gemayel) di affermare che le «linee rosse» che per 10 anni sono state impenetrabili per
Sempre più le varie comunità libanesi, separate da anni di sangue, comprendono che solo il dialogo e l'intesa inter - libanese potrà eventualmente porre fine alle occupazioni straniere, al dominio delle bande ad esse infeudate, ristabilire l'unità e la sovranità di uno Stato ancora internazionalmente riconosciuto. Prima che il Libano faccia la fine della Polonia nel diciottesimo secolo, spartita tra i suoi vicini e sparita per due secoli dalle carte geografiche. Un'intesa ampiamente possibile, anche se per il momento alla mercè dei giochi delle potenze locali e delle superpotenze, quasi nessuna delle quali ha interesse a risolvere la tragedia libanese con una soluzione giusta, libera e pacifica, invece di scaricare come ora sui 10.452 km 2 del più piccolo paese mediorientale tutte le contraddizioni, le frustrazioni e le rivalità che le oppongono.
la Siria, resteranno tali, sia militarmente che politicamente. Forse Assad ha davvero esagerato con gli Stati Uniti, nel tentativo di sottomettere finalmente tutto il Libano (meno la «zona di sicurezza» tenuta da Israele) servendosi dell'avallo e della cooperazione degli inviati americani a Damasco. Anche il limite di sopportazione che non pochi gruppi politici musulmani in Libano dimostrano nei con- L a «capitale» fronti della presenza siriana del Sud mostra la corda. «Amai», diParadossalmente ma non strutta a Beirut, si rifà nel Li- tanto visto che tutta la situabano meridionale dove ha un zione libanese è un paradosmargine di autonomia e dove so, una voce e una testimogli Hezbollah suoi nemici nianza che inducono a speravengono regolarmente tenuti » re vengono da Saida, l'antica a freno dagli Israeliani e dal- ' ed illustri Sidone, terzà città la milizia di Lahad. Rialzano ~dél Libafib? capitale del marla testa gli sciiti p a t r i o t t i c i toriatissimo sud. Parla mente libanesi, la «maggio- Mons. Georges Kwaiter, arranza silenziosa». Dopo civescovo greco - cattolico quattro anni di emarginazio- (melhita) della città, che rene decretatagli dalla Siria che golarmente visita i suoi parlo aveva sostituito col servi- rocchiani «profughi in pazievole Hussein Husseini, tria» nella zona Est, e compie l'ex - Presidente dell'Assem- un periplo in Europa occiblea nazionale, Khaled el- dentale per raccogliere fondi Assaad, fa un ritorno clamo- ed aiuti in Svizzera, Belgio, roso sulla scena politica, riu- Francia, per il suo centro sonendo apertamente a Beirut ciale e culturale che ha intitoOvest deputati di ogni comu- lato alla Divina Provvidenza. nità e tendenza politica (com- È stato a Trieste, unica città preso Georges Saade, capo d'Italia che lo abbia invitato del partito Kataeb) per pro- attraverso il Comitato Italia clamare la volontà della mag- Libano fondato un anno fa e gioranza dell'Assemblea di che ha già inviato due contaiprocedere liberamente tra ner per i profughi. due mesi all'elezione di un nuovo Presidente. È uno sviluppo significativo, impensabile fino a qualche mese fa.
«La mia è davvero una diocesi martire» — dice il prelato con quasi orgogliosa sofferenza — «Nell'aprile 1985, dopo il ritiro israeliano, l'ammutinamento di una brigata musulmana dell'esercito libanese che iniziò la caccia ai cristiani e il ritiro delle unità delle "Forze Libanesi" che avevano tentato la resistenza, il 90 per cento dei miei fedeli dovette fuggire. Saida era una città al 60 per cento sunnita, al 40 per cento cattolica (melkita e maronita). Ora i cristiani a Saida sono il 2 per cento, i villaggi interamente cristiani ad Est della città sono semidistrutti, semideserti. La gente è fuggita a Beirut Est dopo aver tutto perduto. La cattedrale fu devastata da palestinesi e sciiti di Hezbollah. Le abbiamo passate tutte. Ora la situazione è molto, molto migliorata. I sunniti, che a Beirut ed anche a Tripoli con i siriani hanno perso ogni autonomia politica e ogni possibilità d'espressione, a Saida si sono organizzati. Hanno la loro milizia, comandata da Mustafa Saad, un notabile molto influente e si può ben dire, moderato. Un Joumblatt sunnita? Non proprio, anche se ovviamente deve «bilanciarsi» un po': i siriani sono pur sempre alle porte di Saida, controllano la strada per Beirut. I palestinesi, arafatisti, hanno vicino a Saida le loro due più grosse concentrazioni; ma sono tranquilli. Amai e Hezbollah sono occupati nelle loro faide più a sud. Da noi c'è calma, voglia di pace, di vita, di coesistenza, non quella di un tempo, una coesistenza nuova, in un nuovo Libano unito, giusto, libero. L'essenziale è «ténir», resistere, non andarsene, anzi quelli che sono stati strappati alla loro terra devono e vogliono tornare. Parecchi
ritornano, ora che è possibile. Ricostruiscono le case distrutte, cercano di rifarsi una vita, ricominciano a lavorare nei campi. Certo, c'è bisogno di tutto: dai frigoriferi ai trattori, dai letti alle coperte, dalle mucche alle scuole... I musulmani accolgono i profughi che ritornano con grande amicizia: li aiutano, danno loro utensili e mobilio, una mano per ricostruire. È una grazia divina. Abbiamo interamente ricostruito la cattedrale di Saida, saccheggiata e semidistrutta dagli integralisti. Ci sono nuovamente nozze, battesimi, funzioni».
Un inizio faticoso All'ovvia domanda, se i cristiani a Saida, sotto il controllo di Mustafa Saad, pur sempre un capobanda anche se di grande famiglia, siano liberi ed uguali, la risposta è enfaticamente positiva. «No, non siamo "dhimmis" (infedeli senza diritti secondo il Corano) non lo saremo mai. Sidone è "terra santa" visitata da Cristo che vi compì i l miracolo della guarigione della donna cananea. Noi siamo cristiani da sempre, i l paese è nostro, come dei musulmani, che però sono arrivati tanti secoli dopo. Essi stessi non ci vorrebbero sottomessi; vogliamo essere eguali, rispettarci a vicenda. È un inizio faticoso, forse modesto, dopo tante tragedie. Come pastore, mi sento un cristiano dei primi secoli, 1 ' epoca delle catacombe... Finirà un giorno, quando gli stranieri lasceranno i l Libano. Quest'anno per la prima volta i notabili musulmani sono venuti ad augurarmi la Buona Pasqua apertamente ed ufficialmente. Donne velate? Ma nemmeno per idea. I sunniti sono sempre stati molto evoluti. E anche tra gli Hezbollah, almeno il 90 per
cento è arruolato con i dollari dell'Iran, non certo per la fede di Khomeini». «Perché il Libano subisce una sorte simile? Alle volte, sempre da pastore, mi sento come Abramo, messo alla prova e che sperò contro ogni speranza! Vado, come lui, in terra straniera a cercare aiuto per il mio popolo. L'Occidente in gran parte ci ha dimenticati. Il Libano non è più " d i moda" — altre tragedie tengono le prime pagine. Lo comprendiamo, ma abbiamo anche noi il diritto di chiedere aiuto, solidarietà, pace nella nostra terra, l i bertà per il nostro popolo, ogni comunità inclusa, alla pari, come abbiamo avuto altre volte ne'la nostra storia millenaria». Mons. Kwaiter conclude ricordando la famosa frase di Bashir Gemayel, il Presidente martire, sempre rimpianto, oggi più che mai, da cristiani e musulmani. «Noi vogliamo poter suonare le nostre campane liberamente come e quando vogliamo, nella gioia e nel dolore». Come ogni volta che si parla ai libanesi dello «sceicco» Bashir, anche Mons. Kwaiter ha le lacrime agli occhi. «Ma le assicuro, le nostre campane non hanno mai cessato di suonare anche nei momenti più atroci. Ed ora suonano nuovamente dappertutto, a Saida».
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Praga '88, il grigio all'orizzonte
I bambini imparano la grammatica attraverso frasi come: «L'Urss è il più grande amico del nostro Paese» • Le colpe politiche dei padriricadonosui figli e viceversa - Apartheid per gli espulsi dal partito • Un «patto di non belligeranza» tra popolo e potere garantito dal relativo benessere DAL NOSTRO INVIATO
PRAGA — Sui testi per le elementari introdotti negli Anni Settanta, dopo l'invasione dell'Armata Rossa, i bambini cecoslovacchi apprendono cos'è verbo, soggetto e predicato attraverso esempi come: -Noi sosterremo sempre l'Unione Sovietica», 'L'Urss è il più grande amico del nostro Paese», e così via, sulla falsariga di una grammatica politica che è già manipolazione subliminale. Le esercitazioni di disegno prima o poi si soffermano su un argomento canonico, l'incrociatore Aurora che davanti a Pietroburgo bombarda i cadetti dello Zar. A 8-9 anni cominciano le lezioni di difesa civile, si cantano in allegria marcette comuniste, ma i maestri più zelanti precorrono i tempi, e Urban Jan un giorno ha trovato la figlia di cinque anni che si addestrava a respingere un attacco del capitalismo. Ha faticato Un po' a riconoscerla, nascosta com'era dalla maschera antigas. -Ho protestato, quella storia è diventata un caso». Jan ha perso il posto di insegnante, adesso fa il muratore. -Siamo riusciti perfino a superare la fantasia, siamo andati oltre il Grande Fratello di Orwell», dice Libuse Silhanova, moglie di un ministro della Primavera di Praga, e racconta com'è andato questo straordinario esperimento di pianificazione delle anime ricominciato a partire dal '70, quando d'un tratto la Cecoslovacchia sembrò ripiombare nella situazione di vent'anni prima. -Il criterio per valutare i membri del partito e la gente comune furono le opinioni sulla Primavera di Praga. Per esempio tutti gli insegnanti vennero interrogati, spesso ossessivamente. E fu l'avvio di una sistematica selezione dei peggiori, dei più docili, dei meno creativi. Soprattutto nel partito e nella pubblica istruzione». La cultura venne minuziosamente colonizzata dall'apparato politico, nel frattempo purgato di quasi un terzo degli iscritti: l'impiegato del
partito che il drammaturgo Vaclav Havel aveva intravisto in una riunione alla fine degli Anni Sessanta ora indossa la toga nera di rettore della Facoltà di Filosofia a Praga: -Non si può dire che partecipasse alla discussione: il suo compito principale era servire i caffè. Ancora oggi non sa scrivere tre righe di seguito, ma gli è stato attribuito il massimo titolo accademico. Quanto alla scuola filosofica cèca, è stata quasi rasa al suolo». Dagli scaffali delle librerie scomparvero l'uno dopo l'altro tutti i grandi contemporanei cecoslovacchi, tutta l'intellighentsia che aveva svolto un ruolo di primo piano nella Primavera: Kundera, Havel, Klima, KohoUt, Topol, Pavlicek, Uhdl, tuttora banditi. La vendetta dei vincitori si esercitò anche su autori esteri, per esempio Graham Greene, e addirittura su manuali di medicina o altri testi scientifici che portassero la firma di un eretico. Ma i l caso più strabiliante, forse, è quello di Kafka, nato e sepolto a Praga. Messo all'indice nel '38 dall'occupazione militare nazista, e poi nel '48 dall'occupazione ideologica stalinista, Kafka è ancora oggi introvabile nelle principali librerie di Praga, n suo nome è sufficiente a provocare negli occhi delle commesse lampi di inquietudine e di sorpresa. -Un libro di Kafka in cèco? Non è possibile. Se è fortunato, può trovare qualche edizione tedesca di seconda mano». -Non c'è una ragione: è il socialismo», spiega un'altra. Il Castello di Kafka è la metafora scontata con la quale gli espulsi dal partito raccontano le loro peregrinazioni nella burocrazia, al cospetto di un potere che non si mostrava, non dava spiegazioni né risposte certe, non emetteva mai la sua sentenza. «Da vent'anni ho l'impressione di vivere in un apartheid», dice uno dei quasi mille giornalisti cacciati dai mass media e costretti a ripiegare su un altro lavoro, spesso i l primo che capitava per non incappare
nel marchio di 'parassita» che bolla dopo sei settimane di disoccupazione. Suo figlio, oggi tecnico in un'industria, era i l primo della classe alle medie, ma al ginnasio non è stato ammesso perché ciò che viene definita «Za qualità» dei genitori conta più dell'ultima pagella. Le colpe dei padri sono espiate anche dai figli, e poiché questa formula aurea della repressione è soggetta alla proprietà transitiva, nel giugno scorso, a Gottwaldow, la signora Bozena Devata è stata espulsa dal partito e dall'Associazione combattenti antinazisti: richiesta di condannare le idee del figlio, firmatario di Charta 77, il manifesto dell'opposizione, aveva rifiutato. Per la verità questi metodi furono esercitati, con maggior zelo, nel primo ventennio del regime, a partire dal '48, cioè in quel periodo in cui Dubcek, per esempio, compiva la sua ascesa politica fino all'Incarico di Primo segretario slovacco (ma è altrettanto vero che proprio con Dubcek segretario generale la tv cèca, all'epoca diretta da Jiri Pelikan, sollevò per la prima volta il problema delle discriminazioni dei Agii della ex piccola borghesia, scatenando un putiferio nel partito). Negli ultimi anni questo sistema repressivo non ha più la capillarità di un tempo. Procede per forza di inerzia, trasformandosi nello strumento della classe dominante creata dal partito per garantirsi la propria superiorità, con relativi privilegi. Pare addirittura che l'Editrice Odeon abbia intenzione di pubblicare le Lettere di Kafka. Ma il sistema non è stato smontato. 'Tuttora — dice Libuse Silhanova — ai bambini si dice presto: devi essere doppio. Sanno benissimo ciò che a scuola si può dire e che cosa deve restare in famiglia. Questa schizofrenia è alla radice della disintegrazione morale di questa società. Con la stampa totalmente asservita, la gente è
spinta in un vacuum in cui, a parte le pubblicazioni clandestine, non arriva alcuna informazione critica». Nel numero di agosto. Lidove Noviny, i l bollettino clandestino di Charta 77, ripubblica una foto del '68, uno striscione che dice: 'Il maggior male è la passività». Per diffondere la passività il partito ha sfruttato una repressione senza forche, burocratica, nelle sue ossessioni perfino puerile (Havel ricorda che la direzione del campo di Ostrava, dov'era detenuto, gli aveva piazzato un informatore sotto al tavolo da lavoro), e perciò più efficace: perché consegna al grottesco la tragedia della società cecoslovacca. Ma soprattutto si è avvalso di una economia tra le meno disastrate dell'Est per dare efficacia al patto tra governanti e governati, dove ai secondi è consentito un relativo benessere (sempre rispetto ai parametri orientali) purché non mettano in discussione il potere. Uno stratega di piani quinquennali, Frantisek Vencovsky, primo consigliere del presidente del Comitato per la pianificazione, racconta di uno standard di vita che nel Comecon ha l'equivalente solo in Ungheria: 86 chili all'anno di carne prò capite, un'auto ogni sei abitanti, una seconda casa (per quanto modestissima) ogni due o tre famiglie; un incremento del costo dei beni di consumo al minuto nel periodo '80-85 di appena il 10 per cento, n debito estero, 3,7 miliardi di dollari, è i l più basso tra i Paesi dell'Est. Si discute se questi risultati siano il prodotto di una strategia accorta, di un'antica cultura industriale (la Boemia ospitava il 60% delle fabbriche dell'Austria-Ungheria), o piuttosto l'effetto di un lascito, dato che nel '48 l'economia cèca poteva essere ancora annoverata tra le prime dieci del mondo. Ma ciò che è importante è che per evitare ad ogni costo conflitti sociali che svegliassero la popola-
zione, il regime ha sacrificato anche gli obiettivi dell'ultimo piano quinquennale ('86-90): sei mesi fa-l'aumento del prodotto nazionale, previsto in + 3,5 per cento, è stato ridotto al 2,2. Tuttavia nei prossimi anni si giocherà una partita decisiva, perché una gigantesca ristrutturazione dell'apparato produttivo non è più rimandabile: abbiamo deciso di abbandonare metallurgia e meccanica pesante, spiega Vencovsky, per elettrotecnica e chimica; e di nuclearizzare i l 30% della produzione di energia entro il '90 per diminuire la dipendenza dall'estero (soprattutto dall'Urss). n personale eccedente sarà trasferito al terziario. Ma sarà possibile evitare tensioni sociali? Già adesso sotto l'occhio inquieto del Grande Fratello qualcosa comincia a muoversi. La Chiesa, con i suoi sacerdoti dalla voce tonante, è riuscita a raccogliere in primavera migliaia di giovani e di anziani in due pellegrinaggi, malgrado le manganellate e i posti di blocco della polizia, e 450 mila firme in calce ad una petizione per la nomina nelle diocesi di nuovi vescovi al posto dei reggenti incaricati dal regime. Ma soprattutto c'è un fiorire di gruppi giovanili (ecologisti, pacifisti, rock, jazz) che già prefigurano un potenziale «movimento alternativo». D partito sembra temere molto di più questi ultimi che non la Chiesa, con la quale tenta piccoli compromessi. Negli ultimi mesi ha vietato una jazz-session e un festival rock (espulsi dall'università gli organizzatori), nella paura che quei raduni offrano a fasce giovanili un'identità non contemplata e non controllata. L'evento che potrebbe rimettere tutto in moto è il ritiro dei soldati sovietici (da 80 a 120 mila, si stima dai consumi di pane). D regime ha caricato la loro presenza di un'enorme valenza simbolica: per questo altrettanto enorme sarebbe l'impatto psicologico di un rimpatrio di quelle guarnigioni. E nelle prospettive aperte da Gorbaclov con la proposta di una riduzione degli effettivi dei due blocchi in Europa, questa ipotesi non è più un sogno. Ecco un test interessante per verificare l'intelligenza politica dell'Occidente e il neopacifismo sovietico. Guido Rampoldi
Usa ed ebrei
StturatoDobrinin MaperGorby aveva fatto molto Anatoli Dobrinin è — tra Bronfman s'impegnava a far gli illustri personaggi usciti cadere le leggi che. in Usa, lidi colpo pensionati dal Ple- mitano gli scambi commernum d'emergenza — quello ciali con i sovietici. più sorprendente: per Gorbaciov. aveva fatto moltissiIn seguito a questo accormo. do, s'erano riattivati vecchi comitati d'affali da tempo Ambasciatore a Washin- dormienti: l'Ustec e l'Acevva, che gton, perfetto conoscitore commissioni-lobbies della mappa dei poteri reali premono per far ottenere alin Usa. è stato lui a riannoda- l'Urss la clausola di «nazione re tra il Cremlino e i centri di più favorita», e a cui partecipoterefinanziarioamericani pano le massime multinazioantichi legami, che erano nali americane. Il primo successo di queste lobbies è stastati interrotti da Stalin. to di far nominare un loro Israelita (il suo vero nome uomo, William Verity, miniè Gutman. essendo «Dobri- stro del Commercio Usa: e nin» i l nome di battaglia), poi di attivare anche in Euaveva riallacciato un buon ropa ima serie di contratti e rapporto con il capo del Con- di finanziamenti per «aiutagresso Ebraico Mondiale. re Gorbaciov». Finora, i soli Edgar Bronfman. che è an- aiuti finanziari occidentali si che il massimo azionista del- calcolano in 35 miliardi di la Pim grande azienda chi- dollari. mica del mondo, la Dupont. Grazie a lui Bronfman aveva potuto tenere, nel maggio dell'87, la riunione del Congresso Ebraico a Budapest, (cioè in ima capitale che con Israele aveva rotto i rapporti diplomatici dal '67) ed annunciare là di avere già in tasca im preciso accordo con Mosca: l'Urss avrebbe dato il visto a qualche decina di migliaia di ebrei russi desiderosi di espatriare: in cambio.
Tutto questo è avvenuto, beninteso, dietro le spalle del presidente Reagan. vecchio e a fine mandato. Forse per questo Reagan s'è rifiutato di far commenti: «E' ima questione interna dell'Urss». ha detto. Se il suo progetto più amato — quello dello «Scudo Stellare» è ormai cancellato. Reagan lo deve anche al neo-pensionato Dobrinin.
Romania ieri e oggi: a colloquio con un «intellettuale» in esilio
Ceausescu, il bluff contìnua
Da Praga '68 alla Transilvania, unafinzione lunga veni'anni di Arrigo Bongiorno La contesa che oppone la Romania di Ceausescu all'Ungheria di Grosz, e i suoi riflessi sul Patto di Varsavia, sono sicuramente importanti; ma è difficile cogliere tutta la portata data la rete di tabù che avvolge i rapporti, non sempre idilliaci, tra i Paesi fratelli. Più concreta è invece l'immagine drammatica delle centinaia di migliaia di cittadini della Transilvania indotte a sconfinare in Ungheria, causa i programmi di ristrutturazione stabiliti da Ceausescu per questa antica regione di cultura magiara. Ne parliamo con Cicerone Cernegura. scrittore romeno nato in Moldavia 55 anni fa. Qual è il segreto della dittatura di Ceausescu, in cosa risiede la sua notevole capacità di durata? «Il segreto sta nell'inganno. Ceausescu trovò un momento favorevole per guadagnarsi la stima dei romeni e di tutto il mondo nel 1968, quando non solo non partecipò assieme ai sovietici all'invasione della Cecoslovacchia ma, anzi, la condannò. D nostro entusiasmo si è spento però subito, quando dopo soli tre giorni Ceausescu ridimensionò la sua condanna. Non si sgonfiò invece l'entusiasmo degli occidentali, che decisero subito di appoggiare Ceausescu; gli Stati Uniti concessero alla Romania la clausola di nazione favorita». Ma allora Ceausescu era sincero o no? E' possibile che si sia trattato, da parte sua. di un soprassalto nazionalistico, di un moto d'orgoglio spontaneo, rientrato ben presto in seguito a certe minacce di Mosca. Eatto sta che quell'ipotetico atto di coraggio si trasformò immediatamente in un'operazione cosmetica funzionale alla politica di Moscafinalizzataa sfruttare l'ingenuità occidentale». Proviamo a spiegare meglio questo «Micetto. «Anzitutto consideriamo che per riportare l'ordine a Praga, vent anni fa. i carri armati di Mosca. Budapest. Sofia, Varsavia e Pankov erano più che sufficienti. La neghittosità di Ceausescu poteva diventare la "prova" che, in piena filosofia brezneviana di sovranità limitata, l'impero dell'Est era in gra-
BUDAPEST "D problema della Transilvania coinvolge interessi che attengono a tutta l'Europa, non solo quelli ungheresi Nellaregionevi sono 2 milioni di ungheresi, ma anche slavi meridionali e 250 mila tra svevi e sassoni. Pertanto la questione va risolta nello spirito di Helsinki e della Carta dei diritti dell'Orni». Cosi si è espresso sulla situazione dei cittadini di lingua ungherese in Transilvania (Bomania) Matyas Szuros. segretario del Comitato Centrale del Partito operaio socialista ungherese .La questione, che ha origini storiche, si è aggravata nello scorso mese di marzo. Il 27 giugno, poi. a Budapest si è tenuta una manifestazione pacìfica contro il programma di de-
do di tollerare anche un Paese disubbidiente. E che il dissenso poteva, entro certi limiti, sussistere. Questo divenne il ruolo fisso di Ceausescu, che continuò nella sua mascheratarifiutandole manovre militari sul territorio romeno, non partecipando alle riunioni del Patto di Varsavia, arrivando a condannare persino l'invasione dell'Afganistan. Sotto questa maschera Ceausescu si trovava bene, godendo degli applausi (e degli affari) occidentali. Mentre gli Stati Uniti e altri Paesi fornivano grano e macchinari sofisticati negati all'Urss, Ceausescu compiva le sue "disubbidienze" sempre in coincidenza con le visite private a Breznev in Crimea. Ceausescu sembra deciso a resistere, ora, anche al vento della perestroika, benché lo stesso Occidente abbia smesso di dargli fiducia (gli Usa gli hanno tolto la clausola di nazione favorita). «Dall'esterno è difficile che Ceausescu possa essere scalzato. Gorbaciov ha criticato senza mezzi termini il presidente romeno nel corso della sua visita a Bucarest, però non vuole immischiare direttamente negli affari romeni; non può permettersi di compiere errori analoghi a quelli di Krusciov in Ungheria o di Breznev a Praga. Così Ceausescu persevera nei suoi metodi, e Gorbaciov conserva un membro al Patto di Varsavia». Ma torniamo alla questione della Transilvania. D progetto di distruzione di tanti villaggi, a quali disegni risponde? «Sembra che il numero dei villaggi romeni candidati alla scomparsa fisica siano ottomila, settemila dei quali in Transilvania. Un progetto folle, disumano in tutti i sensi, perché si propone di deportare decine di migliaia di autoctoni in conglomerati lontani. Lo scopo è di cancellare le tradizioni, la storia, le vestigia religiose attraverso i quali la gente resiste all'imbarbarimento ideologico del
portazione preparato dal governoromeno,che tende a distruggere 8 nula di 13 mila villaggi di lingua e tradizione ungherese presena in Romania Oggi i rapporti per i due Paesi sono ancora molto tesi D Parlamento ungherese ha votato pochi giorni fa una risoluzione di condanna contro la polinearomenasul problema Mafinorasarebbero almeno 70 mila ì profughi magiari dalla Romania Contro la distruzione dei villaggi di tradizione magiara in Romania si è pronunciato anche il primate cattolico unghe rese. Laszlo Paska. che ha invitato tutti i membri della Chie sa ad appoggiare la protesta contro il regime romeno.
"conducator"». Qual è l'atteggiamento del popolo romeno nei confronti della minoranza ungherese della Transilvania? Tra romeni e ungheresi non è mai corso buon sangue. Ceausescu ha lavorato a lungo su questi antichi rancori, per cui non si può escludere che il suo piano di cancellazione della Transilvania trovi anche una parte di appoggio. Ma non si tratta, sono sicuro, di un'approvazione massiccia. Prova ne è il fatto che oggi non sono solo i transilvani a prendere la via della frontiera ungherese, ma anche romeni-romeni. Le statistiche parlano di circa duecentomila fuggiaschi dall'inizio dell'anno, dei quali ventimila sarebbero ungheresi e tutti gli altri romeni. La propaganda di Budapest ha accreditato l'immagine della stessa moglie di Ceausescu come di una scienziata e umanista d'eccezione. Lo stesso «conducator» è stato presentato come un degno candidato al premio Nobile per la pace. L'intellighentsja romena, oltre alle difficoltà immaginabili, si vede costretta ad affrontare anche i gravi equivoci provenienti da Occidente. La stampa italiana, al riguardo, ha molte responsabilità. Con leggerezza, recentemente, un importante quotidiano di Roma ha dedicato una pagina di panegirici alla moglie di Ceausescu. Il titolo era «Omaggio all'Accademico Dottor Ingegner Elena Ceausescu, Scienziato e Promotore della Ricerca Scientifica e dell'Insegnamento Universitario Superiore nella Repubblica Socialista Romenia». Se non si trattasse del vicesatrapo della Romania, dotato di poteri completamente usurpati, si potrebbe concludere il discorso con una risata. Ma il fatto è che non solo la signora Ceausescu è una donna priva di studi e dotata di mediocre intelligenza, ma è anche il cervello della promozione «dinasti-
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ca» di tutta la famiglia e parentela Ceausescu. H guaio è che persino il professor Giuseppe Montalenti, presidente dell'Accademia dei Lincei, è caduto nella trappola: scritta una prefazione a un libro firmato dalla signora Ceausescu, l'ha definita «scienziata di spicco internazionale». Interpellato al riguardo dall'«Espresso», il professor Montalenti ha confessato di esservi stato indotto dalle pressioni dell'ambiasciata romena. Né il presidente dell'Accademia dei Lincei, né tanti altri intellettuali italiani sanno che la signora Elena, in Romania, viene chiamata ironicamente Aida (sintesi di Accademico Ingegnere Dottor Analfabeta). Ma la «diplomazia» ha commesso anche altri errori: lo stesso Oddo Biasini, quando i giornali italiani erano pieni di critiche al regime dì Bucarest per il disastro economico nel quale aveva portato la Romania, non si è fatto problemi per scrivere una prefazione a un album dedicato al «conducaton> piena di elogi per le conquiste economico-sociali da lui procurate al nostro Paese. Perché insisto su questi particolari? Perché i giudizi benevoli nei confronti di Ceausescu non servono solo alla sua pesante propaganda interna, ma colpiscono amaramente i l nostro popolo.
Non sì considera mai abbastanza questo aspetto delicato della comunicazione. Ma oggi l'atteggiamento della stampa occidentale è più obiettivo. I mass-media occidentali (mi riferisco a quelli della carta stampata) rispecchiano ormai ampiamente la deprimente realtà romena, che è quella di un Paesericcodi risorse naturali arrivato al fanalino di coda nella graduatoria dei Paesi dell'Est sceso persino sotto la povera Albania; un Paese dove ormai
tutti i principali generi alimentari si comprono con la tessera; dove il regime ha imposto una rigidissima politica demografica, dove manca il latte per allevare i bambini, e dove i neonati spesso muoiono nelle incubatrici che si raffreddano di colpo quando la corrente elettrica va in tilt a causa dei drastici programmi energetici. La carta stampata queste notizie le diffonde, ma non è indispensabile, e neppure possibile, denunciare ripetitivamente le pesanti condizioni di vita dei romani Seguire i fatti politici è possibi-
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le, però, solo quando si esce da certi equivoci. Io ho accumulato amare esperienze, al riguardo, non solo in Romania. La capacità di condizionamento della diplomazia è tale che, anche la Rai dove lavoro per le trasmissioni in lingua romena, è riuscita spesso a mettere in onda delle menzogne, e quando ho tentato di oppormi, le mie conoscenze, le mie obiezioni morali sono state tutt'altro che apprezzate. Ora la situazione è migliorata, ma i danni provocati in passato sono tutti a carico della nostra gente. Le parole sono pietre, diceva un vostro sorittnrp
Birmania
La via socialista all'autodistruzione Portato il Paese alla rovina, la via birmana al socialismo sta crollando sotto la spinta d'un popolo che d'un tratto ha fatto proprio senza conoscerlo l'unico insegnamento marxista valido per la condizione in cui si trova: cioè la certezza di perdere solo le proprie catene ribellandosi contro un potare ottuso, inetto, brutale. Dalle strade di Rangoon insanguinate prima dalla feroce repressione e adesso a festa con imponenti manifestazioni, sorge un quesito di portata storica: se cioè i birmani possano essere il primo popolo a far crollare dall'interno un regime socialista. Pur con caratteristiche nazionali il regime porta infatti tutte le stimmate del socialismo reale. Le prime sono nella sopravvivenza dell'elemento religioso, troppo radicato per essere estirpato e in primo luogo fattore di identità nazionale. Le seconde sono quelle che la storia e il mondo hanno conosciuto ovunque sia stato realizzato il socialismo reale: apparato politico e poliziesco autorita-
rio e onnipervasivo, repressione, inefficienza economica, penuria generalizzata, mercato nero. Qui si è aggiunta anche la specificità del socialismo in divisa, essendo la classe dirigente tutta costituita da militari venuti al potere col colpo organizzato da Ne Win nel 1962. Stretta tra un comunismo da caserma come quello di Mao, un capitalismo in sviluppo come quello thailandese e gli abissi di miseria del Bangladesh, la Birmania proclamava la propria terza via, suscitando, con ciò, bucolica commozione utopistica soprattutto europea, al fondo reazionaria, di chi la vedeva come felice isola di dorate pagode, estatici Buddha e meditativi monaci in bianchi monasteri L'unica terza via seria i satrapi del socialismo birmano l'hanno saputa trovare per se stessi, accumulando capitali all'estero. Si sa che ogni anno Ne Win passa le vacanze in Svizzera, dove tutti dicono abbia ingenti capitali come Marcos; il Paese che ha guidato per 26 anni non ha una
decente flotta aerea civile e per il volo egli noleggia abitualmente un De 10 della Swissair. Cacciato il 12 agosto dalla rivolta popolare Sein Lwin, l'uomo di paglia che Ne Win aveva installato al potere il 26 luglio fingendo di uscire di scena, i birmani hanno avuto ora dal nuovo capo del partito e dello Stato, Maung Maung, la promessa della possibilità di un referendum per decidere se passare al pluralismo. Apparentemente conciliante, l'iniziativa è un palese espediente per prendere tempo e cercare di perpetuare in qualche modo il regime. Quello che accade per le strade di Rangoon dimostra che non c'è bisogno di alcun referendum. Pur di estrazione civile e di formazione occidentale, formatosi a Londra, a Utrecht e a Yale, Maung Maung, 63 anni, appartiene alla cricca di Ne Win. L'ipotesi del referendum l'aveva prospettata quest'ultimo il 23 luglio al congresso del partito birmano del programma socialista, lasciando ogni carica
dopo che era stata rifiutata: miserabile sceneggiata che viene ora ripresentata, in modo che Ne Win passi alla fine per salvatore della patria. Per un quarto di secolo ha comandato, e ora nessuno sa dove egli sia. Certo sta muovendo le fila. Vibrano a Rangoon fremiti di libertà che fanno pensare alla Manila in piazza contro Marcos. Ma là si trattava di cacciare un dittatore, qui di smantellare un sistema. Come sta avvenendo dall'agosto 1980 in Polonia, il regime farà ricorso alle sue infinite risorse, a tutte le sue capacità di manovra. Non c'è l'incubo dell'Unione Sovietica, e anzi le grandi potenze sono rimaste ora fuori dal gioco. Ma c'è tutta la capacità di logoramento di un sistema stabilito che farà di tutto per impedire che a Rangoon possa avvenire ciò che non è accaduto a Varsavia, a Budapest, a Shanghai. Quale che sarà l'esito, il Paese arriva alla libertà stremato, in un sottosviluppo da cui difficilmente potrà uscire. Fernando Mezzetti
I nostri inviati in Asia: ecco il costo delle riforme
Nell'anno del Drago la Cina alla deriva
CORRIERE DELLA SERA LUNEDÌ 15 AGOSTO 1988
Prezzi, consumi, investimenti, nascite sfuggono ormai al controllo delle autorità • Dilagano corruzione e delinquenza • Un milione di bambini clandestini mi.
NOSTRO INAIATO
Per placare i coloni le autorità hanno allentato i controlli demografici: le coppie potranno avere un secondo figlio se il primo è una femmina, poco utile sui c a m p i . L a m i s u r a , però, lascia indifferenti i contadini, che già hanno quanti figli vogliono. Un trucco consiste nel non dichiararne la nascita, o nel presentare un falso certificato di morte del primogenito. Questi bimbi, clandestini in patria, sarebbero oltre un milione. Il nervosismo è ancora più forte nei centri urbani, dove nel solo primo semestre i prezzi sono cresciuti del 13 per cento, secondo le cifre ufficiali, inferiori alla realtà. Molte famiglie non ce la fanno più. Gli operai si cercano una seconda occupazione, e così in fabbrica la loro già bassa produttività scende ulteriormente, e poi rubano materiali nelle officine, si rivoltano ai capi, protestano, scioperano. Le cifre sulle interruzioni del lavoro sono segrete, ma U governo ammette «un forte incremento».
PECHINO — E ' il crollo. Dopo quarantanni d'esistenza tormentata il vecchio socialismo cinese, figlio di Stalin e di Mao, si disintegra. Le strutture organizzative, economiche, sociali, morali vanno a pezzi. Non ci sono più regole, non ci sono più controlli efficaci, non c'è più ideologia, per guidare il miliardo di cittadini. Nell'animo disorientato della gente s'alternano l'angoscia, la rabbia, il cinismo, e la speranza in un futuro che cancelli decenni di povertà, angherie, oppressione. La stessa angoscia sovrasta il vertice politico, ai comandi di un'astronave impazzita. Sono fuori controllo i prezzi, i consumi, gli investimenti, la crescita demografica, la politica monetaria e fiscale, il debito pubblico e il debito estero. Intanto esplodono corruzione e criminalità, si moltiplicano gli scioperi, le rivolte, i sabotaggi.
Bisogna accelerarle per uscire al più presto dal disordine, rischiando il tutto per tutto? Oppure si deve tirare il freno, cercare di stabilizzare la situazione prima di procedere, con il pericolo che la manovra fallisca e il Paese affondi nell'attuale anarchia? Non esistono ricette sicure, ma è urgente intervenire perché cominciano a manifestarsi quei fenomeni centrifughi che nella storia cinese hanno prodotto l'alternanza fra fasi di aggregazione e fasi di frantumazione nazionale, -regni combattenti», «signori della guerra». L e province che circondano il ricco Guangdong, a sud, stanno per esempio bloccando strade e ferrovie. Vogliono impedire ai prosperi cantonesi di vuotare negozi e magazzini, far crescere i prezzi e distruggere le industrie locali con la concorrenza delle loro fabbriche moderne.
Le forze economiche e sociali liberate dalla riforme stanno spazzando quarant anni di socialismo e venti secoli di confucianesimo. I pianificatori, i poliziotti, gli ideologi sono impotenti. Non c'è più programmazione e non c'è ancora mercato, l'antica morale è morta e non ne è apparsa una nuova. Nel caos si rafforzano gli imprenditori, ma anche gli speculatori, i gangster, i mercanti di -braccia». L a Cina d'oggi è un po' l'America della corsa all'Ovest e un po' l'Inghilterra di Dickens, sotto una patetica bandiera rossa.
«E* l'anno del Drago», dice la gente. Nel ciclo duodecimale del calendario cinese questo è considerato un anno di cataNelle campagne e nelle strofi e realizzazioni, c i t t à sono avvenuti anche perché il Drago distrugge episodi molto seri: ammutiil vecchio per costruire il nuovo. Nel '76 un terremo- namenti, vandalismi, omicidi to aveva cancellato la città di manager, battaglie con la di T a n g s h a n . Mao era polizia, sabotaggi. «Le forze morto, la linea di sinistra dell'ordine devono tenersi era stata sconfitta. Ora pronte a fronteggiare una siccità, temperature torri- crescita delle rivolte, delle de, piene, uragani hanno dimostrazioni, dei sabotaggi, distrutto i raccolti su di- perché lo sviluppo delle riforciassette milioni di ettari e me inevitabilmente creerà ucciso quasi tremila indi- problemi», ha dichiarato il vidui: morire !! più forte primo ministro Li Peng ed ha aumento aei prezzi dal '49 fatto addestrare in Austria e ha strangolato un buon Polonia i primi reparti antiterzo della popolazione sommossa e antiterrorismo urbana e in ogni settore della Repubblica Popolare. della società s'avverte il Ai confini le minoranze etterremoto. niche sono un'altra minacLa probabile caduta del- cia, ammette il governo. Il la produzione agricola Tibet, dopo l'insurrezione di spaventa un governo che Lhasa, in marzo,'e incidenti deve nutrire un miliardo di durante la primavera, semcittadini e che già è angu- bra tranquillo, ma giovedì le stiato dalla rivolta di molti autorità hanno denunciato agricoltori, i quali rifiuta- «rivolte e tentativi separatino di seminare cereali sti» fra i musulmani del Xinperché i prezzi non sono jiang. convenienti.
Una sola cosa è certa: a meno d'un cataclisma non si torna indietro. Persino gli avversari delle riforme si sono arresi, perché il momento in cui avrebbero potuto imporre una correzione di rotta è passato e oggi non hanno strategie credibili da offrire. I contrasti nel Pcc, accesi, forse drammatici, riguardano esclusivamente il ritmo delle trasformazioni.
Un altro problema grave è la corruzione dei burocrati, perché danneggia l'economia e infanga l'immagine del regime. «Se non tagliamo questo cancro, fra pochi anni ne moriremo», ha dichiarato il segretario del Pcc Zhao Zijang. Ma minacce, provvedimenti disciplinari, epurazioni non servono a nulla. L a corruzione ha avuto un unico effetto positivo: ha conquistato alla linea riformista gli «apparatniki» di partito e governo, che ne erano gli avversari più feroci. Ormai dal Tibet a Shangai, dalla frontiera russa a Canton risuona un solo grido: «All'arrembaggio!». Lo spettacolo di un tale marciume nell'élite amministrativa non incoraggia certo la pubblica moralità. Delinquenza, prostituzione dei due sessi, abbandono dei vecchi valori fanno parte del nuovo paesaggio urbano. «E' crollato tutto, resta solo l'individuo, con il suo egoismo», afferma un sociologo. Un indice agghiacciante è l'atteggiamento delle giovani coppie nei confronti dei bambini, qui tradizionalmente adorati. In quattro anni, prima del '76, gli orfanotrofi della capitale avevano raccolto 104 trovatelli, ma nel solo '87 ne hanno ricevuti 151, in maggioranza handicappati. Al collo spesso avevano un biglietto: «Curatelo voi, non ho i soldi e il tempo per occuparmene». «E' terribile — conferma un avvocato, specialista nella cause di divorzio —. Un tempo i genitori lottavano per tenere il figlio con sé. Oggi si battono per non averne la custodia».
Renato Ferraro
Hong Kong preme su Hanoi per il rimpatrio forzato dei boat people
«Non fateci tornare nel Vietnam Preferiamo morire in prigionia» DAL
NOSTRO
CORRISPONDENTE
HONG KONG - .-Preferiamo morire piuttosto cne tornare in Vietnam. Teneteci prigionieri à Hong Kong per sempre, fucilateci se volete, ma per amor di Dio non rispediteci nel nostro Paese». Tra i «boat people» detenuti nei campi profughi della colonia britannica s'è diffuso i l panico, perché il governo del territorio vuole convincere il Vietnam ad accettare un rimpatrio forzato dei fuggiaschi. Tremila ospiti d'uno dei centri di raccolta hanno iniziato giovedì uno sciopero della fame, rifiutando anche di nutrire i bambini, e proteste, incidenti, rivolte erano già avvenuti nelle scorse settimane in altri campi. I boat people vogliono attirare l'interesse del mondo sulla loro tragedia e impedire un'intesa con Hanoi che l i condannerebbe alla deportazione. Ma l'Occidente, dopo gli slanci di generosità degli an-
ni Settanta, è poco disposto ad ospitare i nuovi boat people. I profughi così si ammassano nei centri di raccolta del Sud-Est asiatico, e alcuni Paesi hanno già cominciato a respingere al largo le barche della speranza. La maggior parte degli esuli dovrà prima o poi rassegnarsi
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Congresso anticomunista con incidenti
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a Ginevra BERNA — Violenti incidenti sono avvenuti a Ginevra in occasione dell'apertura del X X I Congresso della Lega mondiale anticomunista (Wacl), un'organizzazione che si propone di combattere il comunismo in tutte le sue forme e invita a non abbassare la guardia di fronte al «pericolo rosso». Circa 600 persone giunte da vari Cantoni svizzeri e della Germania hanno tentato di assaltare l'albergo che ospita la riunione: la polizia ha cercato di disperderli con idranti e lacrimogeni, i dimostranti hanno lanciato sassi e bottiglie incendiarie. (Ansa)
al ritorno in patria, dove ha venduto la casa e ogni bene per pagare i l viaggio «verso la libertà». A Hong Kong le condizioni di vita dei profughi sono drammatiche, e tendono a diventare disumane. Stipati come bestie dietro il filo spinato dei campi (uno è un ex campo di concentramento costruito dai giapponesi durante la guerra), 23 mila uomini, donne, bambini sopravvivono nel caldo rovente, nella promiscuità, nell'inevitabile sporcizia, senza poter lavorare, studiare, distrarsi. Agli ultimi settemila arrivati è negata anche la speranza. Dal 16 giugno il governo, per scoraggiare l'afflusso, non riconosce più ai profughi lo status di rifugiati politici, che permette, almeno in teoria, di ottenere asilo in Occidente. Quanti non possono provare di esser fuggiti a una persecuzione politica — e sono i nove decimi —
vengono detenuti, come immigrati illegali, fino al rimpatrio. La decisione s'è rivelata disastrosa. I vietnamiti infatti, spinti dal secondo anno consecutivo di carestia a lasciare un Paese dove soffrono la fame, hanno continuato a venire. I l provvedimento ha solo creato irrequietezza nei campi, prima tranquilli. Ci sono state proteste, rivolte, risse, tentativi d'evasione. «Dobbiamo prevedere un aumento della violenza — ha dichiarato i l soprintendente degli istituti carcerari —. Purtroppo non slamo in grado di garantire l'incolumità dei reclusi». Negli ultimi dodici mesi i l numero dei profughi ospiti di Hong Kong s'è moltiplicato per due volte e mezza. Non c'è più posto. Per far largo ai nuovi venuti, cinquemila vietnamiti dovranno essere trasferiti in un vecchio edificio industriale, dove avranno un metro quadro di spazio a testa e nemmeno un cortile per sgranchirsi le gambe. H rappresentante del Comitato Onu per i rifugiati, Fazlil Karim, denuncia la situazione creatasi nei campi, «dove ormai neanche i più elementari d i r i t t i umani vengono rispettati», ma nella colonia il pubblico è ostile ai vietnamiti, n 73 per cento dei cittadini chiede che le barche dei profughi siano respinte al largo Si può solo prevedere un aggravamento della situa-, zione. Felice di sbarazzarsi di bocche che non può nutrire, i l Vietnam rifiuta di dar pubblicità alle misure prese il 16 giugno da Hong Kong. Dichiara anche che non esaminerà piani di rimpatrio dei profughi prima che l'Ovest abbia fornito gli aiuti necessari sia a rilanciare l'economia sia a permettere i l reinserimento dei fuggiaschi. Quanto ai Paesi occidentali, essi sottolineano che non approveranno eventuali intese con Hanoi per i l trasferimento forzato dei profughi, ma chiariscono anche che potranno accogliere solo un piccolo numero di rifugiati. Renato Ferraro
SCENARIO INTERNAZIONALE
Il paradiso dei liberal è come un dolce lager Gunnar Jansen
Viaggio nella bionda Svezia alla vigilia delle elezioni politiche. Un modello sociale per anni mitizzato che rivela in realtà pericolosi tratti ilhbertari, schizofreniche crepe di malessere. Ecco come dall'incontro di liberalismo, tecnocrazia e socialismo, di statalismo e capitalismo, può nascere un nuovo totalitarismo. J L incantesimo si infranse quel 28 febbraio del 1986: la bionda Svezia, paradiso del vivere civile e pacifico, aliena dagli ideologismi e dai fanatismi dei paesi «caldi» del sud europeo fu risvegliata da una scossa di brivido. Avevano ucciso Olof Palme, i l primo ministro. Un assassinio che allunga ancora oggi a due anni e mezzo di distanza la sua ombra nella società politica svedese, tra inchieste terremoto, dimissioni eccellenti e polemiche feroci. E polemiche accentuate nell'imminenza delle prossime elezioni politiche, fissate per il 18 settembre. Per lunghi anni la Svezia è stata additata nei paesi latini come una società modello, che assiste i deboli, le donne e i bambini, disdegna i radicalismi e gli integralismi, riconosce la libertà e la coniuga con il civismo, vive nel profondo la democrazia e la applica sul serio. Insomma, un vero paradiso della modernità, reso più gradevole dagli spazi grandi, da una popolazione attiva che ha i pregi organizzativi dei tedeschi senza condividerne i sacri e pe-
ricolosi furori. Per i progressisti italiani e francesi, la Svezia è stata soprattutto negli anni sessanta e settanta un modello da imitare, la via del riformismo socialdemocratico da contrapporre ai dispotismi asiatici e agli ideologismi mediterranei. U n sondaggio di qualche anno fa tra i comunisti italiani rivelò che solo uno su venti avrebbe voluto vivere in una Italia sovietizzata, mentre la grande maggioranza si pronunciò a favore di un'Italia svedese. Era i l segno di un Pei laicizzato, ammaestrato ad amare i paesi «freddi», riformati, l u terani, modernizzati. È la schizofrenia di un partito diviso da tensioni ideali e razionalizzazioni politicoeconomiche di segno opposto. M a è anche la spia di quanto ancora incida nell'immaginario collettivo, nella mentalità dei paesi del Sud il mito Svezia. Vediamolo da vicino questo mito di libertà, efficienza e democrazia. E trattandosi di un modello fondato sulla spoliticizzazione e sul primato del benessere individuale, comincia-
mo col vedere la vita della gente in Svezia nel rapporto con le istituzioni e gli indirizzi della vita pubblica.
G l i anziani. La Svezia è un paese vecchio, a causa del basso tasso di natalità e dunque popolato da anziani. Ma qual è la filosofia pubblica rispetto agli anziani? Finché si è nella possibilità di godere dei benefici del benessere, finché c'è denaro e salute, e finché non si «pesa» sugli altri va tutto bene. Ma quando la macchina s'inceppa, quando qualcosa non funziona, quando c'è bisogno di solidarietà umana cosa accade? Scende i l gelo e l'indifferenza. L'anziano è «ideologicamente» considerato un ramo secco, un pezzo inutile della società che regge finché regge per conto suo. La spia di questa concezione è data da due norme vigenti nell'assistenza sanitaria del Paese: ai malati di cancro oltre i 75 anni viene negata la cobalto-terapia; e i pazienti oltre i 67 anni con problemi circolatori non
possono usufruire di by-pass. Nota giustamente Claudio Magris: «Una coalizione di forti, sani e giovani decide che un settantacinquenne vale meno di un cinquantenne» e osserva allarmato «Gli attuali signori della Terra stanno ricreando un dominio della normalità sociale che schiaccia, in nome dell'efficienza, chi è anomalo, debole, diverso». Ma tutto questo nasce in seno ad una precisa ideologia utilitaristica allevata dal capitalismo e dal progressismo che giudica l'uomo solo sulla base della sua capacità di produrre.
I giovani e gli adulti. Qui i dati circolano ormai da tempo, seppure smorzati, anche dalle nostre parti. Da un'inchiesta effettuata dalla Direzione degli Affari Sociali sulla salute morale del paese risulta che «il 25% della popolazione ha avuto un trattamento psichiatrico», in prevalenza legato ai problemi scaturiti dalla libertà sessuale. Una società allevata dal freudismo e dalla liberazione dai tabù, «giosamente» secolarizzata e irreligiosa, alimenta in realtà nuove nevrosi, nuove e più gravi schizofrenie, disturbi psichici originati da un permissivismo che nuoce alla libertà quanto e più delle antiche repressioni: e che serba nel suo stesso seno un germe repressivo verso ogni valore, interesse o persona che non voglia, o non possa stare al gioco. C'è un'intolleranza di fondo, seppure inguantata verso ogni ricerca di significato che sia su strade diverse. Anzi, è il significato stesso ad essere penalizzato, mortificato, per far posto al funzionamento o all'appagamento immediato di bisogni spesso indotti e artificiali.
II tasso dei suicidi, 22 ogni 100 mila abitanti, è tra i più elevati del mondo, anche se le altre società europee vanno ormai «svedesizzandosi» e le statistiche lo confermano. L a Svezia detiene anche il record europeo dei giovani drogati, in rapporto alla po-
polazione. Un record che potrebbe essere mondiale se non vi fosse un'altra società «malata» e benestante, quella statunitense, a soffiarle il primato. Anche la delinquenza minorile e giovanile è la più alta d'Europa: chi pensava alla Svezia come al paese della civiltà e dell'autocontrollo, contrapponendo la rissosità e la delinquenza dei popoli meridionali, non ha fatto i conti con i perversi meccanismi innescati da una società fondata sul vuoto dei valori e sul pieno degli oggetti. È anche curioso osservare che nel paese della libertà vi sia un meccanismo di «alta sorveglianza» capillare: telecamere seguono dovunque coloro che passeggiano nel centro di Stoccolma, viaggiano in auto, fanno shopping o vanno a compiere un'operazione ad uno sportello. Nei centri urbani si contano più di diecimila telecamere. Due anni ta si e anche appreso che quindicimila svedesi nati nel 1953 sono stati segretamente controllati nella loro vita privata, spiati e schedati a loro insaputa, con il telefono sotto controllo. Tutto per un'indagine sociologica affidata al professor Cari Gustav Janson della Facoltà di sociologia di Stoccolma. Una prevaricazione sulla privacy di sapore orwelliano che ha fatto scrivere ai giornali svedesi: «Attenzione, svedesi, il grande fratello vi guarda». E indagini statistiche sulla vita più privata, accertamenti più intimi sulla vita coniugale sono all'ordine del giorno in sondaggi e inchieste che penetrano fin dentro l'alcova per motivi di pianificazione sociale e fiscale.
F a m i g l i a . In Svezia su ventiseimila matrimoni all'anno vi sono quattordicimila divorzi. È un rapporto che tende a ripetersi anche tra nascite e aborti. Senza considerare la contraccezione e la sterilizzazione. L a cancellazione di quasi tutti i reati sessuali è ormai un fatto in Svezia. L a legge — diceva una commissione di studio formata dal governo negli anni scorsi — deve smettere di interferire «nei
rapporti sessuali volontari tra adulti, anche se le parti hanno relazione di parentela». A nulla sono valse le obiezioni dei cristiano-sociali che rilevavano come la legalizzazione dell'incesto non esista in nessun paese civile. E fa pensare questo stridente contrasto tra l'assoluta libertà sessuale e il soffocante controllo sociale nel segno di una pianificazione illibertaria: sembra quasi che esista una relazione tra i due aspetti così antitetici, e non solo nel senso di una concezione utilitaristica e materialistica, ma quasi che il permissivismo sessuale obbedisca a suo modo ad una pianificazione. Anche a livello parlamentare e legislativo risuona ormai da tempo una filosofia che ritiene la famiglia come uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico e sociale.
I bambini. In Svezia c'è un vero e proprio culto del bambino, come accade in ogni società fondata sul progressismo e sulla convinzione che il futuro sia intrinsecamente superiore del presente e del passato. Tuttavia, questa adorazione del bambino conduce a paradossi che rendono la condizione infantile una condizione infelice. I bambini hanno il diritto di divorziare dai genitori e di impugnare in tribunale i loro divorzi, assistiti dall'avvocatura di stato. In pratica hanno il diritto di scegliersi il nome e cognome che più aggrada loro, ricusando quello assegnato dai genitori. È indicativo notare che in questo caso il percorso della Svezia liberale e progressista è parallelo a quello della Cambogia illiberale e ideologizzata: nella Cambogia devastata dal comunismo i famigerati khmer rossi hanno imposto la sostituzione degli antichi cognomi di famiglia con una nuova nomenclatura rivoluzionaria, così come è nella consuetudine di tali rivoluzioni. Dall'altro verso nella moderna Svezia è stata promulgata una legge con la quale si autorizzano i cittadini a cambiare a loro discrezione sia il nome che il co-
gnome. Questa norma, così come quel precetto cambogiano, sancisce l'annichilimento delle identità, delle origini, della provenienza, della famiglia stessa. Nella Cambogia di Poi Pot i bambini sono strappati precocemente alla famiglia e inseriti nella collettività per essere addestrati nello spirito e nelle armi alla rivoluzione. Neil 'umanitaria Svezia è prevista non solo la possibilità per il bambino di divorziare dalla sua famiglia e di scegliersene un'altra (a 16 anni può chiedere al Comune l'assegnazione di una stanza per separarsi dai genitori), ma vige un decreto che rende praticamente i bambini proprietà dello Stato. Ben ventimila minori sono stati sottratti alla tutela dei genitori, nonostante il patriarca scandinavo della Congregazione di Maranat, Arne Imsen, susciti da anni una campagna per garantire ai genitori il diritto di allevare ed educare i propri figli. È bastato, ad esempio, che una madre desiderasse dare al proprio figlio una educazione umanistica di élite, superiore a quella mediocre della scuola statale svedese, perché le autorità locali decidessero di togliere alla donna, definita «troppo ambiziosa» la tutela del figlio: la signora Arminof, questo il suo cognome, vista l'impotenza di fronte alla legge svedese, si è rivolta alla Corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo, e così il suo caso è uscito dalla silenziosa consuetudine della prassi svedese. È in vigore in Svezia da tempo una legge che criminalizza le sculacciate in famiglia. Ha ragione Alberto Pasolini Zanelli a notare la schizofrenia di un paese che manda in galera un genitore che spedisce a letto senza cela figlia e poi può portarsela legalmente a letto se ha compiuto diciotto anni. O ancora, il paradosso di una società che consente ai bambini la libertà di andarsene dalla famiglia ma non di andare al cinema a vedere innocui film (come E T o Pippi Calzelunghe) ritenuti «ideologicamente» non conformi ai cardini della società svedese.
L a scuola è concepita a immagine e somiglianza di una società tecnocratica. Non c'è posto per la cultura umanistica; nella scuola pubblica per educazione si intende quella tecnicoprofessionale. Non è un caso che in Svezia non vi siano praticamente filosofi, pensatori, umanisti. Dal 1° luglio del 1986 è entrata in vigore una legge che in sostanza impedisce ogni tipo di scuola privata o alternativa, sia essa religiosa o laica. Non è dunque possibile permettersi un tipo di educazione differente rispetto agli indirizzi scientisti della scuola pubblica. «In questo paese ritenuto moderno e libero grazie a una profonda sfacciata e bugiarda propaganda — nota il patriarca Imsen — i cittadini sono schiavi dell'autorità e nessuno osa ribellarsi per paura di essere boicottato nei mille modi che le autorità sanno escogitare». Nella scuola pubblica c'è un insegnamento religioso obbligatorio ma concepito in chiave fortemente positivistica e laicista. Nel programma d'insegnamento del liceo, si legge un approccio al problema religioso in chiave marxfreudiana e feuerbachiana, ed un esplicito invito ad avvalersi dei testi e degli autori marxisti e materialisti per interpretare la religione. «È ugualmente desiderabile — aggiunge il programma — accostarsi alla concezione psicologica della religione, considerata come una nevrosi ossessiva legata a caratteristiche infantili. Questo permetterà di illustrare la relazione fra i punti di vista marxista e psicanalitico».
In sostanza, si direbbe che in Svezia sia impartita l'ora obbligatoria di ateismo più che di religione; o comunque l'ora di critica alla religione, salvo i casi e le sensibilità dei docenti. Nella Svezia si afferma nettamente l'esito più secolare della Riforma protestante e luterana che ha reso ormai da secoli il Paese scandinavo lontano da una visione religiosa cattolica, instaurando una chiesa luterana nazionale. E il monopolio lu-
terano è stato la base religiosa a cui è poi subentrato in versione profana il monopolio statale del Welfare State alla svedese.
M a come è questo monopolio? È un regime ben strano se si considera che al controllo invadente dello stato sulla società e al soffocamento delle articolazioni comunitarie, civili, familiari non integrabili nella struttura statale, fa da contrappeso un sistema economico capitalistico e tecnocratico. I nove decimi della produzione industriale sono nelle mani dei privati e quattro o cinque grandi famiglie, tentacolari oligopoli dominano la vita economica del paese. Sembra quasi la realizzazione di quel sogno liberal che si affaccia anche in Italia e che coniuga un capitalismo rampante, egemonico, aggressivo "con un sistema socialprogressista e ideologicamente collettivistico. Mai un anti-individualismo sul piano ideologico ha generato un individualismo così profondo e pervicace come in Svezia. L a Svezia è ritenuto uno «stato corporativo» composto fondamentalmente da cinque poteri visibili, la Dieta (un'Assemblea senza grandi poteri), il Governo, la Burocrazia, il partito al potere e le organizzazioni popolari, una sorta di supersindacato. Il sesto potere, invisibile ma presente è appunto quello capitalistico. Un corporativismo su.j base tecnocratica, dunque, che do-\ vrebbe insegnare a noi europei dove! conduce l'applicazione corporativa I se è privata dei suoi referenti organicisti, politici e ideali, che ne sono la base necessaria. Le strutture pubbliche sono contrassegnate da un forte deficit, una grande instabilità dell'esecutivo ed un gigantismo della spesa pubblica. Da un punto di vista fiscale, la Svezia detiene il non invidiabile primato di una pressione senza precedenti sui cittadini che in questi anni ottanta ha raggiunto e superato persino il 60 per cento delle entrate. E tutto questo a fronte di un servizio assistenziale un tempo addi-
tato come modello, ma che oggi mo-
re un libro negli anni settanta dedi-
stra alcune crepe. C'è da dire, però,
cato al modello svedese ed eloquen-
ta Salleron — è realizzato in Svezia
che nel complesso lo Stato da que-
temente intitolato «The new totali-
con la combinazione di una produ-
sto punto di vista risulta abbastanza
tarians». Che si tratti di una nuova
zione di tipo capitalista e liberale,
prodigo di servizi ed anche a buon li-
forma, seppure strisciante di totali-
con una ripartizione che istituisce la
vello. Ma l'assistenzialismo integra-
tarismo , J o j i t e n e v a _ g i à _ ^ i v e ^
più grande uguaglianza mediante im-
le, notano i conservatori svedesi, ha
fa Louis Salieron in un articolo che
poste massicciamente progressive,
in vario modo deresponsabilizzato i
è stato recentemente tradotto in un
che permettono un relativo livella-
cittadini creando una sorta di sonno
"interessante dossier sulla Svezia pre-
mento dei redditi... L'obbiettivo che
profondo nella gente, abituata ad es-
parato dal Centro cattolico di docu-
unisce tutti è la felicità, intesa nel
sere trattata come eterni minori.
mentazione di Marina di Pisa. Occu-
senso più materiale della parola; cioè
pandosi proprio del saggio" di Hunt-
la più grande agiatezza possibile nella
ford, Salieron notava il paradosso
più grande uguaglianza possibile».
prietà privata. «Il socialismo — no-
del totalitarismo svedese che pure si
Ma quando la macchina del benes-
presenta come regime liberale e ca-
sere s'inceppa, come spesso accade,
a
pitalista: eletto democraticamente,
nella società del comfort risuona l'e-
Stoccolma dell'Observer a pubblica-
permissivo e con ampi spazi alla pro-
co del Big Brother.
In
definitiva non aveva torto Ro-
land
Huntford
corrispondente
ANCHE IL MODELLO SVEDESE VA A FARSI BENEDIRE PAOLO
U
na volta si diceva (in cattivo italiano): paese che vai, usanze che, trovi. Ma le USL, o unità sanitarie locali, stanno unificando il mondo, lo trasformano veramente in un unico villaggio globale, almeno a legger certe cronache. L'ultima dalla Svezia, dalla civilissima e socialistica Svezia, è questa: le spese sanitarie si sono gonfiate, si sprecano miliardi per costruzioni faraoniche, ingressi di ospedale ispirati agli alberghi di lusso, ristoranti interni da week-end, uffici da nababbi per i burocrati del servizio sanitario, «e perfino corsi insensati — ha detto il professor Alfred Szamosi — di filosofia del comando e altre stupidaggini», ma della salute dei pazienti ci si cura sempre meno. Al punto che la cobaltoterapia viene negata a chi abbia superato i 68 anni e il by-pass viene rifiutato a chi abbia superato i 67. Esiste, cioè, un codice deontologico alla rovescia: «Le direttive che riceviamo — ha detto un altro medico svedese, ]erzy Einhorn, primario dell'Istituto di oncologia del Policlinico Karolìnska di Stoccolma — ci impongono di essere disumani con i pazienti e di seguire non le regole etiche della nostra professione, bensì unicamente i cosiddetti migliori interessi della collettività». Insomma: un po' di sano culturismo hitleriano, in nome della razza giovane e pura, un po' di demagogico «largo ai giovani» di mussoliniana memoria, e un po' di stalinistica teoria sulla preminenza dell'interesse collettivo su quello individuale, anche se l'uomo (ma solo in astratto) è, come diceva Baffone, «il capitale più prezioso». Anni fa era già scoppiato uno scanda-
DANIELI
lo, in Svezia, circa la pratica di sterilizzare gli handicappati (alla nazi). Ma oggi lo scandalo sulle belle abitudini in via di diffusione nel paradiso terrestre svedese s'allarga e colpisce l'intero sistema sanitario. Claudio Magris, che come me è un attento lettore delle cronache internazionali, s'è indignato e ne ha scritto sul «Corriere della sera»: «Gli attuali signori della Terra, forse gli stessi che allora — Magris si riferisce al '68 — avevano veni'anni, stanno ricreando un dominio della normalità sociale che schiaccia, in nome dell'efficienza, chi è anomalo, debole, diverso. La crisi mondiale dell'assistenza sociale non è solo una giusta correzione degli abusi dell'assistenzialismo, ma una cinica filosofia della vita che afferma nuovamente la bruta efficienza economica a spese del singolo» (che poi non è efficienza, ma solo il suo alibi). Qui Magris cita il caso della Svezia e aggiunge: «Una coalizione di forti, sani e giovani decide che un settantacinquenne vale meno di un cinquantenne, che Singer, per esempio, ha meno diritti di me. Ma altri, più forti, sani e giovani, potrebbero decidere che anche cinquantanni sono troppi per sprecare costose cure mediche», e su questa strada, volendo, «si può procedere all'infinito» in materia di eliminazione sistematica di chi dà fastidio perché definito inutile o diverso, e quindi eccentrico e fuori legge rispetto ai «normali» che dan luogo a quella, sì, mostruosa coalizione di rinascente Hitlerjugend. Anni fa (il passato ritorna sempre perché i mali sono antichi) un impressionante film giapponese faceva vedere co-
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me in quel paese una volta si spedissero i vecchi su per una montagna per incontrarvi la morte e togliersi dai piedi. I critici cinematografici ebbero cura di spiegare che quell'abitudine era stata solo giapponese e medievale (io non ci giurerei). Oggi possiamo constatare che mondo è paese o, appunto, villaggio globale. Il che non ci consola. Ma una cosa mi dà particolarmente fastidio: che tutto questo sia successo in Svezia. Ecco: che la Thatcher, come ho letto in un 'altra cronaca, abbia ordinato di togliere le cure dentarie e oculistiche ai vecchi, lasciandoli senza dentiera e senza occhiali per risparmiare quattro sterline, questo non m'indigna, me l'aspettavo da una liberista incallita e disumana (anche se perfino i suoi deputati conservatori le han votato contro), ma che in Svezia, paese socialista modello, si sia arrivati a tanto, vuol dire che non c'è più religione, che Dio è proprio morto, altro che secolarizzazione, qui siamo alla bestemmia. E al vuoto ideologico. No// c è più nessuno a indicarci la vìa, il Tao dei cinesi (questi, poi, da lasciar perdere anche prima degli svedesi). Insomma: se anche il modello svedese va a farsi benedire, che ci resta? Ci restano le USL. Ma volete mettere la differenza tra gli ideali del socialismo, in cui credevamo una volta — e del socialismo buono, non di quello fetente che ci hanno ammannito i marxisti-leninisti —, e gli ideali delle USL, anzi di una semplice USL locale? dove dovremmo anche far la coda per chiedere il modulo del modello socialista?
il Giornale»
LUNEDÌ»
2 2 A G O S T O 1988
La Posta
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Riflessioni sulla psicologia delle folle Caro direttore, ho seguito l'interessante «Speciale Tgl» di lunedì 1 corrente, nel corso del quale Marco Boato ed Enrico Deaglio, a suo tempo dirigenti di «Lotta Continua», hanno escluso qualsiasi possibilità di coinvolgimento di quell'organizzazione - e di Adriano Sofri in particolare - nell'assassinio del commissario Calabresi. Sono rimasto colpito dalla personalità dei due suddetti uomini politici, dalla loro pacatezza, dal loro raro equilibrio, dalla loro serenità, dalla loro schiettezza. Ho inoltre' letto con interesse, nella rubrica «La parola ai lettori» de «il Giornale» del 4 agosto '88, la lettera con cui Franco Cardini, che conosce personalmente Adriano Sofri, ne descrive le qualità, talmente eccelse, da far ritenere oltremodo improbabile una sua partecipazione, anche indiretta, ad un assassinio. C'è veramente di che rimanere perplessi. Ci viene peraltro in aiuto l'affermazione dei signori Boato e Deaglio, i quali, per giustificare le innegabili intemperanze di Lotta Continua, hanno dichiarato che quest'ultima era costituita da giovani intelligenti, colti, turbolenti, è vero, magari violenti, ma fondamentalmente generosi e mossi da un solo intento (nobile, a loro parere): schierarsi comunque con le masse («wrong or right», non importava), sobil-
larle, porsi alla loro testa, scatenarle. A questo riguardo, mi domando perché un saggio come «Psicologia delle folle» di Gustave Le Bon (1985...) non venga reso obbligatorio nelle nostre scuole. Cito, a titolo di esempio, fra tanti: «...come tutte le costituzioni mentali contengano alcune caratteristiche potenziali che sono in grado di manifestarsi sotto lo stimolo di bruschi mutament i di ambiente. Ecco perché fra i più feroci membri della Convenzione si trovarono alcuni borghesi inoffensivi che, in circostanze ordinarie, sarebbero stati pacifici notai o virtuosi magistrati. Passata la tempesta, riacquistarono il loro carattere normale. Napoleone reclutò tra di essi i suoi più fedeli servitori». E ancora: «Presi separatamente, gli uomini della Convenzione erano borghesi dalle pacifiche abitudini. Riuniti in folla (oggi diremmo in massa - ndr), non esitarono, sotto l'influsso di qualche agitatore, ad inviare alla ghigliottina individui di cui era ben evidente l'innocenza. E, contrariamente al loro interesse, rinunciarono alla propria immunità e si decimarono reciprocamente». Non intendo, sia chiaro, applicare pari pari quanto sopra ai suddetti dirigenti di Lotta Continua. Certo, però, che, senza volerlo, un pensierino ci scappa. Alberto Pistoiesi Cologno Monzese (Mi)