Leptalée di Pino Caminiti

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Pino Caminiti

LeptalĂŠe (poesie e traduzioni)

Laborgonolico


Edizione Laborgonolico Castiglione Cosentino, giugno 2014. Tutti i diritti sono riservati.


Questa nuova edizione di Leptalée raccoglie cinque poesie e quattordici traduzioni di celebri brani classici. Alla precedente, omonima raccolta (Laborgonolico, 2003), si aggiungono una poesia e cinque traduzioni, una da Catullo e quattro da Orazio. Caminiti conferma qui “il pieno possesso d’un umbratile, quasi iniziatico alfabeto di poeta” e “la ricerca di un linguaggio che, proprio per aver attraversato la tradizione poetica latina e italiana, non ne abbandona le suggestioni, ma le trasforma con forza, piegandole alle sue esigenze”. Ciò vale, ovviamente, anche per le traduzioni, che in realtà sono interpretazioni e non “tradimenti” delle poesie originali. L’autore sa bene, infatti, che “una cosa è tradurre le parole, altra cosa è tradurre la poesia delle parole. E da questo punto di vista il lavoro di Caminiti non fa una grinza, perfetto nell’esecuzione e significativo nella prospettiva critica che mette in moto. La vita della grande poesia è affidata anche a questi esperimenti, che testimoniano non tanto il suo esistere quanto il suo rinnovarsi”.* È sembrato opportuno corredare la raccolta di un microsaggio in cui l’autore chiarisce il suo personale punto di vista sulla poesia, in particolare su quella contemporanea.

*Le osservazioni sono, nell’ordine, di Stefano Lanuzza, Tomasina Scarduelli, Raffaele Sirri.


Leptalée è aggettivo riferito da Callimaco alla sua musa. Il significato è “tenue”, “leggera”.


A Ludovica incantevole mia nipotina



Prova il verso, riacceso a fasciarti d’un canto ch’è organza, di luci più lievi. S’alza in volo, ai confini di spazi stupiti a donarti reliquie, di notti più chiare.


Tu non sai che la nebbia può posarsi, decisa sopra un fato che turbina, oscuro e sul sole se infido ci abbacina, e muore. Sai soltanto che attendi, non quieta nei meriggi d’un cerchio dischiuso.


Madreperla, tu dici è il colore di un canto che scorre, in silenzio tra i flussi ineguali del tempo. Sa rubargli l’istante, il piĂš alto dove inizia e si chiude il tuo viaggio non quieto.


Te ne vai, d’improvviso a seguire una traccia segnata dal sole, senza sterpi e confuse leggende. Poca cosa, mi dici è sfiorare la vita: voglio averla, e felice seguitare a bruciarmi nei tramonti che svelano Iddio o tuffarmi in un’alba infinita. Parla ancora, rispondo: la tua voce, di figlia è lo scroscio di un’acqua che vive fra i silenzi di stelle vicine.


Ludovica ti guarda e sorride, bimbo d’oro che ci apri alla vita. Tu la porti con te, nei bagliori d’un gioco infinito: senza spine è la rosa che porgi con quegli occhi che dicono amore.



Catullo: c. 51 Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audit dulce ridentem, misero quod omnis eripit sensus mihi; nam simul te, Lesbia, aspexi, nihil est super mi vocis in ore, lingua sed torpet, tenuis sub artus fiamma demanat, sonitu suopte tintinant aures, gemina teguntur lumina nocte. Otium, Catulle, tibi molestum est: otio exultas nimiumque gestis. Otium et reges prius et beatas perdidit urbes.


Sembra un dio, più di un dio chi di fronte, sicuro può guardarti e ascoltarti mentre dolce sorridi. Ma a Catullo, infelice è sorriso che i sensi disperde. Non ho voce, al vederti e la lingua s’inceppa e una fiamma, sottile m’attraversa le membra, e l’udito ha un interno fragore mentre un buio, d’indicibile notte nega agli occhi la luce. L’ozio è angoscia e ti uccide, o Catullo. Non hai freni, nell’ozio. Ma infelici divennero, oziosi troppi re e città fortunate.


Orazio: Carm. III,9 -Donec gratus eram tibi Nec quisquam potior bracchia candidae Cervici iuvenis dabat, Persarum vigui rege beatior. -Donec non alia magis Arsisti neque erat Lydia post Chloen, Multi Lydia nominis Romana vigui clarior Ilia. -Me nunc Thressa Chloe regit, Dulcis docta modos et citharae sciens, Pro qua non metuam mori, Si parcent animae fata superstiti. -Me torret face mutua Thurini Calais filius Ornyti, Pro quo bis patiar mori, Si parcent puero fata superstiti. -Quid si prisca redit Venus Diductosque iugo cogit aĂŤneo? Si flava excutitur Chloe Reiectaeque patet ianua Lydiae? -Quamquam sidere pulchrior Ille est, tu levior cortice et improbo Iracundior Hadria, Tecum vivere amem, tecum obeam libens.


Fui felice, beato più del re dei persiani fino a che, preferito nessun altro poteva abbracciarti. -Fui felice, gloriosa più dell’Ilia romana fino a che d’altro fuoco bruciasti e su Cloe la tua Lidia vinceva, la tua Lidia, dal nome glorioso. - Ora è Cloe la mia donna, Cloe la trace, che conosce la cetra e sa i ritmi del canto: io per lei morirei, se il suo fato vorrà risparmiarla. -Mi risponde, nel fuoco d’amore il mio Calais, figlio d’Ornito: io per lui ben due volte - E se invece dal tempo ritorna l’Amore, e ci prende e ci unisce in un giogo di bronzo? Se finisce il dominio di Cloe ed a Lidia, riaccolta si spalanca la porta del cuore? - Lui è più bello di un astro tu sei invece leggero, più leggero del sughero, e iroso


pi첫 iracondo del mare in tempesta. Ma con te vorrei vivere sempre, io con te volentieri morrei.


Orazio: Carm. I,9 Vides ut alta stet nive candidum Soracte nec iam sustineant onus Silvae laborantes geluque Flumina constiterint acuto. Dissolve frigus ligna super foco Large reponens atque benignius Deprome quadrimum Sabina, O Thaliarche, merum diota. Permitte divis cetera, qui simul Stravere ventos aequore fervido Deproeliantis, nec cupressi Nec veteres agitantur orni. Quid sit futurum cras, fuge quaerere et, Quem Fors dierum cumque dabit, lucro Adpone nec dulcis amores Sperne, puer, neque tu choreas, Donec virenti canities abest Morosa; nunc et campus et areae Lenesque sub noctem susurri Composita repetantur hora. Nunc et latentis proditor intimo Gratus puellae risus ab angulo Pignusque dereptum lacertis Aut digito male pertinaci.


Vedi come, imbiancato il Soratte s’innalza nel cielo e le selve a fatica sopportano il peso della neve, ch’è ghiaccio sui fiumi. Sciogli il gelo col fuoco, o Taliarco ricolmando il camino di legna e col vino quello buono, e invecchiato e spillato da un vaso sabino. Agli dèi lascia il resto: quando spengono i venti che infuriano ed urlano in lotta sul mare, anche agli olmi e ai cipressi è silenzio ed è pace. Del domani non chiedere, e il giorno ogni giorno che gli altri s’aggiunge tu ritienilo in più, come fosse un regalo. Vivi il tempo d’amore, il tuo tempo o Taliarco, fino a che ti sorridono gli anni e vecchiaia sta lontana, la vecchiaia che brontola affanni. Ora è il tempo


dei balli, e d’incontri fissati alle piazze ed al Campo. Ora è il tempo dei dolci sussurri e sommessi, al calar della notte. Ora un riso, gioioso di fanciulla appartata in un canto la tradisce: ella finge, gioiosa di resistere a te, che le strappi (dal braccio, o dal dito) il suo pegno d’amore infinito.


Orazio: IV,7 Diffugere nives, redeunt iam gramina campis Arboribusque comae; Mutat terra vices et decrescentia ripas Flumina praetereunt; Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet Ducere nuda choros. Immortalia ne speres, monet annus et almum Quae rapit hora diem. Frigora mitescunt Zephyris, ver proterit aestas, Interitura simul Pomifer autumnus fruges effuderit, et mox Bruma recurrit iners. Damna tamen celeres reparant caelestia lunae; Nos, ubi decidimus Quo pater Aeneas, quo dives Tullus et Ancus, Pulvis et umbra sumus. Quis scit an adiciant hodiernae crastina Tempora di superi? Cuncta manus avidas fugient heredis, amico Quae dederis animo. Cum semel occideris et de te splendida Minos Fecerit arbitria, Non Torquate, genus, non te facundia, non te Restituet pietas; Infernis neque enim tenebris Diana pudicum Liberat Hippolytum, Nec Lethaea valet Theseus abrumpere caro Vincula Pirithoo.


E la neve è sparita, e già l’erba ritorna sui campi e riappare, sugli alberi il verde. Trascolora la terra, e già il fiume s’abbandona su rive serene. Con le Ninfe ora danzano, in coro le Grazie: una ardisce svelarsi e guidare, magnifica il coro. L’ora avanza per dirci ch’è vana, speranza se crede in un tempo immortale e a strapparci, impietosa questo giorno che dona la vita. Primavera, col vento che tiepido scioglie l’inverno, morirà calpestata da estate, ch’è pronta a morire al colore dei frutti d’autunno. Poi è di nuovo l’inverno, ed è inerzia di brume improvvise; ma già in cielo la luna si fa grande: è guarita dai mali che il cielo produce. Mentre noi, quando morti cadiamo dove è Enea dove stanno il ricchissimo Tullo e Anco Marzio, ombra e polvere siamo.


Forse sai se oltre il tempo vissuto altri giorni gli dèi ti offriranno? E quei beni che tu, per sentirti felice avrai colto e cercato di vivere invano, svaniranno nelle mani di eredi infedeli. Quando infine morrai, e Minosse su te tutto il bene avrà detto, non potrai rivedere la luce: non la nobile stirpe, non l’eloquio che abbaglia o il tuo sacro rispetto agli dèi ti riporta alla vita. È così: nelle tenebre Ippolito resta, innocente e Diana non può liberarlo; né Teseo poté mai, per l’amico del cuore scardinare catene infernali.


Lucrezio: De rer. nat. III,1053-1070 Si possent homines, proinde ac sentire videntur pondus inesse animo, quod se gravitate fatiget, e quibus id fiat causis quoque noscere et unde tanta mali tamquam moles in pectore constet, haud ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper commutare locum, quasi onus deponere possit. Exit saepe foras magnis ex aedibus ille, esse domi quem pertaesumst, subitoque revertit, quippe foris nihilo melius qui sentiat esse. Currit agens mannos ad villam praecipitanter, auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans; oscitat extemplo, tetigit cum limina villae, aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit, aut etiam properans urbem petit atque revisit. Hoc se quisque modo fugitat, quem, scilicet, ut fit, effugere haud potis est; ingratis haeret et odit propterea, morbi quia causam non tenet aeger.


Ma se l’uomo sapesse donde arrivi e il perché, di quel peso che incombe sul cuore, se il perché conoscesse di quel masso, di pena che immenso s’abbatte sul cuore, altra vita farebbe. E invece non sa cosa vuole, e che fare: cambia solo i suoi luoghi quasi possa adagiarvi il suo peso. Attediato, s’allontana dai grandi palazzi ma poi subito torna non sentendo, al di fuori il rimedio al suo male: sferza allora i puledri e li spinge alla villa, affannato quasi andasse a scamparla alle fiamme. Poi però, sulla soglia s’arresta e sbadiglia, o si schianta in un sonno che dona l’oblio. O al contrario si muove e s’affretta, e persino ritorna in città, e di nuovo la guarda. Così ognuno, infelice cerca sempre la fuga, vie di fuga da sé; ma non può, come è chiaro. Ciò ch’egli odia, lo avvince. Ammalato, al suo morbo non trova ragioni.


Catullo: c. 76 Siqua recordanti benefacta priora voluptas est homini, cum se cogitat esse pium, nec sanctam violasse fidem, nec foedere nullo divum ad fallendos numine abusum bomines, multa parata manent in longa aetate, Catulle, ex hoc ingrato gaudia amore tibi. Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt aut facere, haec a te dictaque factaque sunt. Omnia quae ingratae perierunt credita menti. Quare cur te iam amplius excrucies? Quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis et dis invitis desinis esse miser? Difficile est longum subito deponere amorem, difficile est, verum hoc qua lubet efficias: una salus haec est, hoc est tibi pervincendum, hoc facias, sive id non pote sive pote. O di, si vestrum est misereri, aut si quibus umquam extremam iam ipsa in morte tulistis opem, me miserum aspicite, et, si vitam puriter egi, eripite hanc pestem perniciemque mihi quae mihi subrepens imos ut torpor in artus expulit ex omni pectore laetitias. Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa, aut, quod non potis est, esse pudica velit: ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum. O di, reddite mi hoc pro pietate mea


Se un piacere, o Catullo c’è per chi, ricordando riconosce a se stesso la fede e il valore d’un patto inviolato, e ha vissuto ignorando l’aiuto dei numi per portare a qualcuno l’inganno, grande gioia ti rimane da vivere, e a lungo da un amore per te così ingrato. Sì, perché tutto il bene che un uomo può dire o può fare, tu l’hai detto e l’hai fatto: e fu un bene sciupato, riposto in un animo ingrato. E allora, perché ancora sei in croce e perché, coraggioso non sciogli questa pena che spiace agli dèi? È difficile, certo liberarsi, d’un tratto da un amore durato nel tempo. È difficile, certo ma tu devi farlo, a ogni costo perché in ciò sta la sola salvezza: devi farlo, lottando oltre ciò che l’umano può fare. Dèi pietosi, se pietà


vi si addice o se aiuto a qualcuno portaste nell’ora più grave, sul punto di morte, verso me rivolgete lo sguardo, verso me sventurato. Malattia rovinosa, e torpore questo amore ha percorso le membra, penetrando e inchiodandosi dentro e strappando, dal petto ogni gioia. Dèi pietosi, se io puro ho vissuto liberatemi il cuore. Io non chiedo che m’ami o le giunga un ignoto pudore: io lo so ch’è impossibile, questo. Voglio solo star bene, guarire da questa rovina. Questa grazia rendetemi, o dèi per la fede che ho sempre vissuto.


Lucrezio: De rer. nat. III,894-901 «Iam iam non domus accipiet te laeta neque uxor optima, nec dulces occurrent oscula nati praeripere et tacita pectus dulcedine tangent. Non poteris factis florentibus esse tuisque praesidium. Misero misere» aiunt «omnia ademit una dies infesta tibi tot praemia vitae». Illud in his rebus non addunt «nec tibi earum iam desiderium rerum super insidet una»


Ecco, ormai nulla più tu godrai della casa ricolma di gioia e dell’ottima, amata tua donna. I tuoi bimbi, oramai non potranno più correrti incontro a baciarti e ricevere baci e a toccarti, nel cuore di segreta, infinita dolcezza. Non avrai più l’ebbrezza d’un fato benigno, non sarai più la forza dei tuoi. Un sol giorno, funesto ti ha reciso le gioie della vita. Questo dicono, stolti e non sanno che ormai più di nulla ti sfiora il rimpianto.


Lucrezio: De rer. nat. II,1-10 Suave, mari magno turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest. Suave etiam belli certamina magna tueri per campos instructa tua sine parte pericli sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere edita doctrina sapientum templa serena, despicere unde queas alios passimque videre errare atque viam palantis quaerere vitae.


Ed è incanto, se i venti sconvolgono i flutti del mare osservare, da terra la fatica e il dolore d’un altro. Non perché sia dolcezza il vedere l’umano tormento ma perché adesso sai: quel travaglio è remoto, non tuo. Ed è incanto, se è guerra osservare le terribili lotte, le battaglie che si fanno in pianure distese e saperti, e sentirti lontano dal male. Ed è incanto, più dolce abitare e volare nel cielo sereno dei saggi. E guardare, sereno da quel cielo l’erranza degli altri, dispersi e affannati a cercare la via della vita.


Orazio: Epist. 1,8 22-30 Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam Grata sume manu neu dulcia differ in annum, ut quocumque loco fueris vixisse libenter te dicas: nam si ratio et prudentia curas, non locus effusi late maris arbiter aufert, caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt. Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est, est Ulubris, animus si te non deficit aequus.


E per te, se mai un dio vorrà darti un istante felice senza indugi tu afferralo, grato: potrai dire che ovunque, comunque la vita ha sorriso. È saggezza a levarci gli affanni, non un luogo che guarda, dall’alto la distesa d’un mare infinito: muta il cielo, ma nel cuore conserva il tormento chi non quieto quel mare percorre. Ci consuma, implacabile il tedio: infelici, noi su navi e quadrighe cerchiamo la vita. Quel che cerchi è invece qui a Roma o in un borgo sperduto, se possiedi la pace del cuore.


Catullo, c. 101 Multas per gentis et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem: quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum, heu miser indigne frater adempte mihi! Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe, fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale.


Ho viaggiato attraverso tantissime genti ho solcato infinite distese marine per venire da te, mio amato fratello a donarti il mio funebre omaggio e a parlare con te, col tuo cenere muto. Questo è un rito pietoso ed amaro, o fratello infelice crudelmente strappato alla vita e a me che tanto ti ho amato. Ecco allora le offerte, le mie offerte. Sono fatte secondo il costume dei padri e bagnate d’un pianto fraterno. E tu accettale e accetta il mio addio ch’è per sempre, mio dolce e infelice fratello.


Orazio carm. I,38 Persicos odi, puer, apparatus, displicent nexae philyra coronae; mitte sectari, rosa quo locorum sera moretur. Simplici myrto nihil adlabores sedulus curo: neque te ministrum dedecet myrtus neque me sub arta vite bibentem.


Non a me, ma ai persiani si addicono i fasti: li detesto. Non mi piacciono, affatto le corone lussuose intrecciate di fili di tiglio. Non cercare, ragazzo dove indugia la rosa d’autunno. Non sforzarti di aggiungere nulla a un lievissimo mirto. Il convito è modesto, e ci basta la grazia dell’umile tiglio. Basta a te che al mio tavolo servi e anche a me che ora bevo, sereno sotto il cielo del mio pergolato.


Orazio: Epist. I,8 Celso gaudere et bene rem gerere Albinovano musa rogata refer, comiti scribaeque Neronis. Si quaeret quid agam, die multa et pulchra minantem vivere nec recte nec suaviter, haut quia grando contuderit vitis oleamve momorderit aestus, nec quia longinquis armentum aegrotet in agris; sed quia mente minus validus quam corpore toto nil audire velim, nil discere, quod levet aegrum; fidis offendar medicis, irascar amicis, cur me funesto properent arcere veterno, quae nocuere sequar, fugiam quae profore credam, Romae Tibur amem, ventosus Tibure Romam. Post haec, ut valeat, quo pacto rem gerat et se, ut placeat iuveni, percontare utque cohorti. Si dicet « recte », primum gaudere, subinde praeceptum auriculis hoc instillare memento: « ut tu fortunam, sic nos te, Celse, feremus ».


Tu rispondi per me, te ne prego tu che sei la mia Musa allo scriba e compagno di viaggio di Nerone: non è dolce la vita, e saggezza è lontana e i miei sogni si perdono al vento. Non perché la salute mi manchi o vi sia qualche danno ai miei beni (agli ulivi alla vigna al bestiame) ma perché sento un male di vivere, acuto che sovrasta ogni male del corpo. Digli, o Musa che nulla può darmi rimedio. Non sopporto chi vuole curarmi e gli amici, affannati a strapparmi a un’angoscia funesta. Faccio quel che mi nuoce fuggo ciò che di certo mi giova: sogno Tivoli quando sto a Roma ma poi cambio, e da Tivoli io sospiro di andarmene a Roma. Alla fine tu chiedigli, o Musa come sta, come compie il lavoro di scriba, se è gradito a Nerone e ai suoi amici. Se dirà: “Tutto bene”, tu rispondi che ne sono felice e sussurragli, subito dopo


questa frase che lui capirĂ : come tu tratterai la fortuna noi faremo con te, caro Celso.


Orazio: I,22 Integer vitae scelerisque purus non eget Mauris iaculis neque arcu nec venenatis gravida sagittis, Fusce, pharetra, sive per Syrtis iter aestuosas sive facturus per inhospitalem Caucasum vel quae loca fabulosus lambit Hydaspes. Namque me silva lupus in Sabina, dum meam canto Lalagen et ultra terminum curis vagor expeditis, fugit inermem, quale portentum neque militaris Daunias latis alit aesculetis nec Iubae tellus generat, leonum arida nutrix. Pone me, pigris ubi nulla campis arbor aestiva recreatur aura, quod latus mundi nebulae malusque Iuppiter urget; pone sub curru nimium propinqui solis in terra domibus negata: dulce ridentem Lalagen amabo, dulce loquentem.


Se uno è puro da colpe e si tiene lontano dal male non gli servono i dardi dei Mauri né faretre ricolme di frecce. E può andare, sereno attraverso le Sirti infuocate o nel Caucaso o più ancora lontano, nei luoghi bagnati dal mitico Idaspe. Vuoi un esempio? Passeggiavo, tranquillo ai confini dell’agro sabino mi godevo il silenzio dei boschi e levavo il mio canto per Lalage. D’improvviso, ecco un lupo terribile, immane più mostruoso di quelli che vivono in Daunia ch’è terra di forti guerrieri e di selve fittissime e immense; più mostruoso dei leoni che nutre il deserto. Ero inerme, e lui scappò via: è la prova di quel che dicevo. E perciò tu puoi mettermi ovunque: nelle lande deserte, dove agli alberi è ignoto il ristoro d’una brezza d’estate, dove


il cielo è nemico e ci opprime di nubi e tempeste; o in un altro deserto, proprio sotto il gran carro del sole, dove l’uomo non osa abitare. Anche lĂŹ, stanne certo sarĂ grande il mio amore per Lalage che dolce sorride e dolce, dolcissima parla.


Orazio: carm. I,5 Quis multa gracilis te puer in rosa perfusus liquidis urget odoribus grato, Pyrrha, sub antro? Cui flavam religas comam, simplex munditiis? Heu quotiens fidem mutatosque deos flebit et aspera nigris aequora ventis emirabitur insolens qui nunc te fruitur credulus aurea, qui semper vacuam, semper amabilem sperat, nescius aurae fallacis. Miseri, quibus intemptata nites. Me tabula sacer votiva paries indicat uvida suspendisse potenti vestimenta maris deo.


Lì vicino, nell’antro gradito c’è un ragazzo che in mezzo alle rose t’incalza, scintillante di unguenti odorosi. È per lui dimmi, o Pirra che ti annodi i capelli dorati e risplendi, più dolce e più bella che mai? Oh, piangerà sulla fede spezzata, sugli dèi che diventano avversi; guarderà, stupefatto tutto il mare annerito dai venti lui che adesso ti guarda abbagliato e ti spera infiammata d’amore, per sempre: lui non sa che la brezza ci inganna. Poveretti, coloro che ti vedono come una stella fulgente, e non sanno! Io, per me sono grato al Signore del mare: nel suo tempio, alla sacra parete ho già appeso un quadretto votivo e le vesti scampate al naufragio.



Non è mai stato facile definire la poesia. Oggi poi, nel dibattito spesso vociante sulla sua produzione e sul suo destino, crea disagio anche tentare di occuparsene affidandosi al semplice buonsenso. Con ogni evidenza, tale dibattito è animato soprattutto dai poeti, i quali, ciascuno per proprio conto o riuniti in conventicole (un tempo si sarebbe detto “scuole”), portano avanti discorsi quasi sempre improbabili. E non è difficile capire che gli animatori del dibattito sono presi dal desiderio di affermare la loro teoria sulla poesia essenzialmente per promuovere la propria attività di poeti. Nascono così le storie della poesia e i dizionari dei poeti, i cui autori si scambiano citazioni ed encomi, si biografano vicendevolmente e, nelle occasioni in cui la poesia si trasforma in spettacolo, non si sottraggono alla ribalta, anzi la cercano. Il che può appagare il narcisismo o, se si vuole, l’umanissima vanità degli interessati, ma rimane un fatto spiacevole, poiché la poesia non può e non deve inserirsi nei meccanismi che regolano la moderna civiltà dello spettacolo. La poesia, cioè, non può e non deve inquinarsi; anzi, essendo un’operazione di vera e propria ecologia mentale (come ha efficacemente detto Stefano Lanuzza), si salda fermamente all’ecologia stessa: entrambe, infatti, non fanno mercato anche per via della loro vocazione antispettacolaristica. Ed è perciò da condividere il giudizio di chi individua la fonte della poesia in una “lontananza stellare e in una solitudine senza rimedio”. La solitudine, la lontananza, il silenzio sono insomma premesse indispensabili al “volo” che il poeta compie attraverso la parola. Un volo che ovviamente non lo


inserisce nella serie dei “saranno famosi” o nei semplici ambiti dei questuanti del consenso: egli non ha nulla a che vedere con la massificante società dei consumi, il cui pubblico, orientato dai demiurghi dei vari talk show, giunge a tributare ovazioni, indifferentemente, a divette d’avanspettacolo e ad artisti veri. Il poeta sa bene che nel suo destino può esserci la tolda di una nave affollata da marinai che lo scherniscono, ma al suo volo non rinuncia. Lo scatto con cui si libra è l’emozione, la sua avventura è gioia ma anche agonia con la parola, dunque fatica nella ricerca del lógos. E in quest’avventura la sua vita non è più strozzata, i circuiti della sua umanità non sono ostruiti, la sua tensione si attenua e man mano si placa. La sua liberazione, infine, è simultanea alla certezza che il lógos, in un atto supremo di sintesi, lo ha portato alla comprensione (nel senso di “prendere insieme”) della pluralità delle cose. Ma credere nella coincidenza fra redenzione etica e redenzione estetica (poiché la ricerca della liberazione dalle dissonanze è soprattutto ricerca del Bello) significa riproporre il concetto di poesia classica, il concetto classico della poesia. E ciò comporta di necessità il riferimento alla tradizione, in un momento storico che ha tutti i caratteri della transizione. Fra sperimentalismi e scritture materialistiche, fra neomoderatismi e velleitarie neoavanguardie, forse non si è capito che l’attacco alla tradizione non ha portato voci rilevanti, nell’ambito della poesia, anche per il semplice fatto che la tradizione medesima è ineludibile. “Essa esige - ha scritto T.S. Eliot che si abbia anzitutto un buon senso storico (...) avere senso


storico significa essere consapevoli che il passato è passato, ma è anche presente; il senso storico costringe a scrivere non solo con la sensazione fisica, presente nel sangue, di appartenere alla propria generazione, ma anche con la coscienza che tutta la letteratura europea, da Omero in avanti, e all’interno di essa tutta la letteratura del proprio paese, ha un’esistenza simultanea e si struttura su un ordine simultaneo. Il possesso del senso storico, che è senso dell’atemporale come del temporale, e dell’a-temporale e del temporale insieme: ecco quel che rende tradizionale uno scrittore”. Parole decisive, evidentemente, quelle di Eliot. Per quel che ci riguarda, e limitando l’attenzione alla poesia lirica, se - come Eliot dice - dobbiamo avere la coscienza di tutta la letteratura del nostro patrimonio culturale e quindi (aggiungiamo noi) avvertire la sua presenza in ciò che si può chiamare DNA artistico, è con orgoglio e coraggio che dobbiamo guardare al nostro passato, ai nostri classici. Essi sono, secondo la definizione di Ezra Pound, “gli antisettici. Sono quasi gli unici antisettici contro la contagiosa idiozia dell’umanità”. E, se si tratta di individuare la nostra identità, dobbiamo fare i conti con la grande matrice latina. “I poeti romani - aggiunge infatti Pound - sono gli unici che conosciamo ad avere più o meno i nostri problemi”. Non si insisterà mai abbastanza sul tributo che ai lirici della romanità noi ancora dobbiamo, anche per l’apparato lessicale, sempre straordinariamente incisivo. Cos’è infatti la nostra esperienza poetica se non il tentativo di misurarci con la strenua inertia, di fronteggiare quel


taedium vitae che ha attraversato la cultura dell’occidente e non ha certo risparmiato gli scrittori del nostro Paese? Si rilegga, ad esempio, Orazio con mente sgombra dagli stereotipi che per secoli lo hanno accompagnato, e si vedrà che delle conclusioni raggiunte dagli addetti ai lavori (e persino da qualche studente di liceo) occorre avere una coscienza più vasta. Orazio fu il grande lirico dell’amore, dell’amicizia, del tedio; ma fu anche un teorico capace di individuare dei punti fermi, forse non originali ma di sicura affidabilità, in grado di aver ragione delle mode e - perché no? - degli sperimentalismi di ogni tempo. Basti pensare alla formula del labor limae, che nega cittadinanza alla poesia immediata, ossia priva di mediazioni; o, più ancora, alla forza dell’enunciato callida iunctura, che in realtà è un invito ai poeti di tutti i tempi ad usare con sagacia il repertorio delle figure retoriche. Ad un certo punto della loro storia, i poeti latini ebbero, mutuandola dai greci, un’insopprimibile esigenza d’armonia. Ritennero anzi che senza di essa, più propriamente senza l’incontro di lógos e mélos, non fosse lecito parlare di poesia. Dal prépon greco derivò il decorum, e quindi la concinnitas, e comunque un’istanza di misura. E Lanuzza, che mi piace citare ancora, afferma appunto che “nell’essere parolante prevalgono non già moduli rozzi, ma strutture complesse e recondite; non la complessione bruta, ma la grande simmetria, il numero, la bellezza, la logica e l’architettura, l’omologia e l’armonia, l’omofonia e la relazione”. Bene: da Petrarca a Montale, passando attraverso Baudelaire (ossia attraverso l’iniziatore della


lirica moderna europea) sono presenti nell’esperienza poetica pressoché tutti i termini ora citati, e tutti riconducibili alla categoria del classico. E classico è qui da intendersi come bisogno di ordine: osservazione persino scontata, certo, ma da tenere sempre in conto, quale che sia l’idea dell’arte, teorizzata o inverata dai poeti. Arte che contempli, che pacifichi i contrasti interiori, ovvero arte che viva nel flusso o nella totalità della vita, poco importa al nostro discorso. Importa invece che la parola poetica, in quanto tale, abbia risonanze interne e quindi suggerisca più che affermare; importa che si connoti di una “condensazione espressiva” capace di rinviarla naturalmente alla bellezza. E la condensazione, si sa, era usata già da Virgilio ed Orazio. La vita è divenire, serie di apparenti pienezze, di approdi e ripartenze, e il divenire è il contrario di “classico” come categoria ideale. Ma come nella vita l’erranza non esclude il nostos, così nella storia della poesia il rinnovamento prepara il ritorno, il restituirsi docile o sofferto ai paradigmi indicati da Eliot. E dunque il divenire può coniugarsi con la continuità: rinnovarsi non significa disancorarsi. Chi osserva la linea diacronica che da Orazio conduce a Petrarca e a Montale, nota che la strenua inertia, l’accidia e il male di vivere hanno sostanza identica e che “la logica, l’architettura (...), l’omofonia e la relazione” sono la forma di quella sostanza. Raccolte in una sorta di metapoetica (cioè in una poetica che si trasforma nelle epoche storiche senza però cessare di educarsi alla lezione dei classici), esse si ripropongono attraverso la parola. E questa riappare,


intatta, e seguita ad emozionare. Ed ecco il punto: l’emozione. È stato Leo Spitzer a ricordarci, in via definitiva, che l’allontanamento da uno stato psichico normale (l’emozione, appunto) condiziona fortemente l’espressione linguistica e che il linguaggio artistico ha una sua propria specificità. In via forse altrettanto definitiva, prima di lui Croce aveva detto che l’arte nasce da uno stato di “commozione serena” o “serenità commossa”. Croce non disse sempre cose condivisibili, ma affermò un punto fermo, su cui chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale dovrebbe essere d’accordo: l’ineludibilità del criterio estetico nell’approccio ad un testo di letteratura. Viceversa, i suoi detrattori sono stati capaci anche di irriderne il pensiero, in una stagione che non si è ancora esaurita, al punto che in certi salotti appare anche oggi blasfemo fare riferimenti al grande filosofo abruzzese. Il risultato di tale accanimento è stata la negazione che all’arte, e specialmente alla poesia, debba chiedersi la bellezza. In particolare, gli epigoni dello strutturalismo, variamente abusando della lezione dei loro maestri, si stanno oggi limitando ad una serie stucchevole di giochi intellettualistici sui testi. Più in generale, c’è ancora chi si ostina a propugnare l’equazione arte - impegno civile; chi distingue scrittori e poeti in “aristocratici”, ovvero reazionari, e “democratici”; chi va a caccia, all’interno di un testo, di allitterazioni, ossimori, zeugmi, poliptoti, sinestesie ed altro ancora senza domandarsi se le figure retoriche siano funzionali a qualcosa; chi disputa con altri critici se tale poeta utilizzi il simbolo o l’allegoria o un semplice


linguaggio allusivo; oppure se in Pascoli il cipresso sia un mito, un “motivo” o un simbolo; pochissimi si chiedono se una poesia è veramente tale e, semplicemente, si abbandonano al piacere della lettura. Da sempre, invece, il fine dell’arte è stato il Bello, se possibile coniugato al Vero (ma già Esiodo ammoniva che “le Muse ci insegnano a mescolare il vero e il falso, il reale, l’assurdo e l’incomprensibile”). In ogni caso, il Bello che vola sulle transizioni e sulle mode, opponendosi non solo al “brutto” este¬tico, ma anche a quello rappresentato dal potere fine a se stesso e, soprattutto, all’indifferenza. Il Bello che sgorga dalla poesia non può essere “un prodotto inutile ma quasi mai nocivo” in quanto reca con sé l’esigenza del Buono in senso etico (l’agathón dei greci). Certo, il Buono non si identifica semplicemente con la regola morale: questo non è da chiedere agli artisti. È “buono”, in senso etico, il sentimento in sé, poiché denuncia vita interiore e senso dell’universale: a guardar bene, il sentimento poetico ha perciò un’intrinseca valenza civile. Infatti la poesia è un “prodotto inutile” solo per chi si ostina a credere nel progresso delle masse e non a quello degli individui, di quegli esseri umani che, nel silenzio e nella totale solitudine, continuano invece ad attendersi dalla “commozione serena” dei poeti una parola di riscatto e di speranza. Di “prodotto inutile”, com’è noto, parlò il più grande poeta del Novecento: ma egli sapeva bene che le sue “trombe d’oro della solarità”, il suo “cavallo stramazzato”, le sue “case” sul mare e dei doganieri, e persino le sue “sillabe storte e secche” avevano già emozionato ed avrebbero


seguitato a commuovere, per sempre. E allora è da ritenere priva di senso la distinzione fra poesia “impegnata” e poesia della rinuncia. Anzi, pur con qualche doverosa eccezione, bisogna riconoscere che gli esiti più alti sono in genere raggiunti da quegli autori che non si muovono sul terreno dell’impegno ideologico. E comunque l’eticità è interna alla poesia alta e vera, anche quando il suo contenuto è di rinuncia o di pessimismo tragico: senza andare troppo lontano, è sufficiente pensare, in proposito, a Leopardi e all’insuperato giudizio che ne dette De Sanctis. Un’ultima cosa: stiamo qui parlando di poesia e di poeti, non di semplici autori di versi. Al riguardo mi sembrano da sottoscrivere due notazioni. La prima è di Croce: “Fino a diciotto anni scrivono tutti, poi lo fanno solo i veri poeti ed i cretini”; l’altra di Sandro Penna: “Scrivono tutti, l’importante è andare a capo ogni tanto”. È bene che le tengano presenti, io credo, sia i lettori che gli autori: gli uni avranno un approccio più consapevole col mondo poetico, gli altri, prima di cedere alla vanità della pubblicazione, si sforzeranno di non appartenere alla seconda categoria indicata da Croce, magari andando a capo al momento opportuno.



PINO CAMINITI, calabrese di Reggio, vive a Fuscaldo (Cs). Laureato in lettere antiche, ha insegnato italiano e latino nel liceo classico. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Passaggi (1987) e Linee d’ombra (1991). È anche autore di saggi critici, articoli e recensioni su autori contemporanei. Della sua produzione in prosa sono da ricordare Seminara rivisitato (1983) e Le nobiltà incontaminate (2011). Bibliografia essenziale sull’autore: R. Sirri, prefazione a Passaggi, e inoltre in Il giornale di Napoli, 27 maggio 1993 e in Annali dell’Istit. Univers. Orientale, sez. romanza, XLI; S. Lanuzza, in Paese Sera, 28 luglio 1988 e in Molloy, anno IV n. 12; R.M. Ancona, in Periferia, n. 32, maggio-agosto 1988; F. Tarsitano, in Il Quotidiano, 23 maggio 2000; C. Sicari, in Calabria sconosciuta, n. 56, ott.-dic. 1992; T. Scarduelli, in Rassegna di Cultura, luglioagosto 1994.



Questo volumetto raccoglie cinque poesie e quattordici interpretazioni di celebri brani classici. “Il richiamo a Callimaco, implicito nel titolo, è un’implicita dichiarazione di poetica. Caminiti ha optato per la poesia-frammento e per il verso elaborato con sottile perizia d’arte, perché i destinatari a cui si rivolge sono i pochi che amano l’arte e il verso come opera d’arte, come armonia conclusa”. Raffaele Sirri


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