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DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012 A N N O I X N . 42
SETTIMANALE DIOCESANO
DI
€ 1.00
CAGLIARI
Per il bene comune VITTORIO PELLIGRA*
i conclude con questo articolo la serie che Il Portico ha voluto dedicare al tema dei beni comuni (commons). Un tema che solo a prima vista può sembrare un po’ tecnico e tutto sommato marginale rispetto ai grandi temi di attualità economica e politica, che riguardano di questi tempi la nostra regione. Chi la pensasse così, sarebbe però clamorosamente fuori strada. Per almeno due ragioni: la prima è che oramai, ce ne siamo accorti o meno, viviamo nell’”era dei beni comuni”, che non rappresentano più, come un tempo, un’eccezione in un sistema dominato dai beni privati, ma la regola. La seconda ragione ha a che fare con la contiguità del concetto di beni comuni con quello più generale di Bene Comune. Non si può dare, infatti, Bene Comune, inteso come “il bene di tutti e di ciascuno”, senza abbondanza di beni comuni. Così come il Bene Comune non è dato da una somma di interessi, ma piuttosto da una sottrazione di egoismi, analogamente - lo abbiamo visto in queste settimane - la tutela e la valorizzazione dei beni comuni si fonda su una rinuncia al massimo sfruttamento individuale in funzione di un benessere superiore per tutti. Questa logica infine rimanda ancora alla natura più profonda del legame sociale, del perché le
S
comunità stanno insieme e non si disgregano miseramente, a ciò che ne costituisce il cemento e cioè l’essere ciascuno cum-munus, dono e obbligo reciproco. Comunità, beni comuni e Bene Comune, dunque, rappresentano una triade inscindibile, lo sfondo su cui il nostro discorso si è articolato. Eppure i beni comuni sono tanto importanti quanto fragili. La loro “tragedia” appare quasi ineluttabile. Per questo spesso ci sembra che l’ambiente naturale, quello sociale e civile siano soggetti a un costante e sistematico degradamento. Se la delega allo Stato o al privato della gestione dei commonsspesso si rivela inefficace nel contrastare tale tendenza, non di meno esistono esempi illuminanti di forme di gestione comunitaria certamente più efficaci. Una comunità stabile e coesa può farsi capace di imbrigliare la foga dell’interesse individuale. Abbiamo poi accennato al ruolo che possono avere differenti forme di “punizione altruistica”. Sentirsi coinvolti, responsabili e non indifferenti e per questo reagire alla distruzione dei commons con il biasimo e lo stigma verso i non-cooperatori, può aiutare alla tutela del bene e dei beni. E poi c’è la dimensione etica individuale che dirige l’azione incondizionatamente verso la loro tutela e valorizzazione. Anche quando ci si sente soli, esigua minoranza. La decisione di agire così, come minoranza, ma
“minoranza profetica”, messa in atto prima da poche persone e poi da gruppi sempre più numerosi, può determinare fenomeni di contagio sociale: come abbiamo visto due settimane fa, è capitato nel caso del buco nell’ozono. Operare tale contagio che passa dai singoli alle istituzioni, è oggi, attraverso forme di partecipazione sempre più diffuse grazie alla Rete, meno complicato che nel passato. E infine c’è un’ultima possibilità, quella che produce l’accensione di quell’interruttore che smette di farci ragionare come tanti “io” e ci porta a considerarci come un “noi”. Questo cambiamento di quadro concettuale, dall’io al noi, è l’ultimo ingrediente fondamentale che può portarci ad una gestione oculata dei beni comuni, materiali e immateriali: dagli oceani alla fiducia istituzionale, dalle foreste al civismo, dai fiumi alla tradizione. In definitiva, però, ogni forma di reazione all’erosione del bene comune deve partire da una scelta inividuale, la cui responsabilità non può essere demandata ad altri. Se vivremo, quindi, e lasceremo in eredità ai nostri figli una terra ricca di beni comuni o un arido deserto naturale e sociale, questo dipenderà da ciascuno di noi, dal posto che decideremo di occupare nella nostra comunità e dal ruolo che in essa sceglieremo di avere: “minoranza profetica”, o massa indistinta? * ricercatore di Economia politica Università degli Studi di Cagliari
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