Pagine 2-3 Iuav Party La quiete prima della tempesta perfetta
WAVe — Workshop Architettura Venezia
Pagine 4-5
Pagine 6-7
Interviste Marcos Acayaba Carmen Andriani
anno IV
Il blog sei tu
Interviste Felipe Assadi Alberto Cecchetto
numero 1
Editoriale
farworkshop.wordpress.com Giorno dopo giorno immagini e commenti sui WS10
martedì 29 giugno 2010
Quotidiano dell’Università Iuav di Venezia
Puzzle in 3D
Visto da Shanghai Imparare dall’Iuav fig. 1
Un’esposizione universale deve stupire, soprattutto quando viene visitata da mezzo milione di persone al giorno e attende di essere visitata da settanta milioni di individui. MARINA MONTUORI—
Vi sono ancora occasioni in cui l’Iuav riesce a trasmettere valori e insegnamenti virtuosi? Forse si. Basti pensare allo straordinario successo del nostro blog che, ancor prima dell’inizio dei seminari intensivi, riesce a incuriosire a tal punto da far registrare oltre 70.000 accessi sulla rete. Ma soprattutto dobbiamo andare orgogliosi dei risultati dei Workshop estivi pubblicati nel ricchissimo e accattivante volume curato da Esther Giani per l’edizione 2009 (Workshop 2009. Facoltà di architettura di Venezia, Marsilio, Venezia 2010), che costituiscono un brillante esempio della vitalità di questa scuola e della forza trainante dell’architettura. Queste considerazioni nate nel consultare il catalogo si intrecciano ad alcune riflessioni maturate nel corso di una recentissima visita all’Expo 2010 di Shanghai, circa le modalità di mostrare l’architettura e veicolare messaggi attraverso di essa. Un’esposizione universale deve stupire, soprattutto quando viene visitata da mezzo milione di persone al giorno e attende di essere vista da settanta milioni di individui. In passato alcune vestigia architettoniche delle expo hanno segnato le città divenendone addirittura il simbolo. L’architettura, che nella manifestazione cinese nasce all’insegna dell’effimero, sembra invece addirittura latitare, salvo rare eccezioni come il padiglione della Spagna di EMBT, quello dell’Inghilterra di Heatherwick Studio (manufatti che probabilmente non sopravvivranno nemmeno all’evento) e il padiglione in forma di dune degli Emirati Arabi Uniti di Norman Foster, che verrà smontato e
spostato nei pressi di Dubai per andare ad arricchire una collezione di “oggetti” già fin troppo vasta. Ma quello che sconcerta in particolare a Shanghai è il tenore degli allestimenti ancor più che l’architettura dei padiglioni, dove dominano artificiosità e scarso controllo. Viene quasi spontaneo raffrontare gli allestimenti interni delle varie nazioni espositrici, veri e propri scenari disneylandiani realizzati con grandi mezzi da operatori altamente specializzati, nonostante la differenza di scala e di target, con le mostre estemporanee e occasionali prodotte dagli studenti del triennio della Far, dopo solo tre settimane di lavoro didattico che, forse e proprio perché non vogliono stupire nessuno, riescono sempre a riempirci di curiosità e di piacere intellettuale. Nell’evento cinese non si ritrova nessun percorso prestabilito né alcuna volontà di rendere plausibili gli accostamenti dei manufatti. Che fine ha fatto il tema della promenade architecturale di buona memoria? Perché gli interni dei padiglioni esibiscono accozzaglie di oggetti in allegro disordine senza l’ombra di una valenza didattica? Il padiglione italiano di Giampaolo Imbrighi, ad esempio, se pur corretto sul piano dell’impianto morfologico, mette in mostra con sconcertante confusione oggetti disparati che, con una certa difficoltà, si rapportano con i messaggi che dovrebbero trasmettere, circa il primato della cultura e della produzione altamente qualificata del nostro paese. La prima causa di straniamento è determinata dalla presenza nell’atrio d’ingresso di una continua a pag 2
fig. 2
fig. 3
fig. 4
Narrazione a più dimensioni MASSIMILIANO BOTTI— ELISA PASQUAL—
Per iniziare, il ricordo di un film di qualche anno fa. Una sequenza di Contact di Robert Zemeckis mostra la brillante astronoma Ellie Arroway, interpretata da Jodie Foster, intenta a decifrare un codice alieno giunto sulla terra nascosto nelle frequenze di una trasmissione radio. Il codice è uno schema, molte pagine (migliaia) che appaiono da subito frammenti, una sorta di gigantesco puzzle da mettere insieme per cogliere il senso di quel suono arcano proveniente dallo spazio profondo. Tuttavia non c’è verso: ogni permutazione possibile viene tentata ma le pagine accostate tra loro non coincidono mai, non danno mai forma a una sequenza logica di segni. Fino a che un mefistofelico personaggio offre a una sbigottita Foster la soluzione, ovviamente a portata di mano. Le pagine non devono essere accostate su di un piano, ma intese come facce di un cubo, di tanti cubi, e così assemblate. Occorre cioè pensare in tre dimensioni. Ecco che il tutto risulta finalmente chiaro (sono istruzioni dettagliate per montare un sistema di trasporto intergalattico istantaneo, ma questa è un’altra storia e viene in mente Woody Allen: «il teletrasporto è una gran cosa ma poi servono sempre tre ore per avere i bagagli»). Arrivato alla nona edizione il Workshop dell’Iuav, l’avrete notato dai manifesti e dalle locandine, ha cambiato grafica. Ha scelto un solido, un decaedro, per esemplificare la complessità delle relazioni tra le parti chiamate a dare forma a questo ennesimo esperimento di ricerca collettiva (le facce: i laboratori dove trovano spazio gli studenti; i vertici: i docenti; gli spigoli
che ne costituiscono lo scheletro: il tema comune dell’architettura, come connessione tra vertici e facce). Un decaedro perché siamo al WS10. Un solido perché, con buona pace dei profeti della texture e della “pelle”, l’architettura si gioca nelle tre dimensioni. Più un’altra, ça va sans dire. Giunti alla quarta edizione il quotidiano e il blog, l’avrete notato sfogliando il numero zero o scorrendo le pagine a schermo, hanno cambiato nome e grafica. Tenteranno di essere la mappa tridimensionale – sviluppata sul piano, ma solo allo scopo di poterla sfogliare anche in treno o in vaporetto e visualizzare sullo schermo – che darà conto di quanto nei workshop accadrà. Possiamo, con un po’ di fortuna, immaginarci ogni pagina del giornale che avete tra le mani, ogni articolo o filmato o fotografia postati on line, come una faccia del deaedro, come una parte di un racconto incompleto che solo connesso con gli altri frammenti restituisce il senso di un’esperienza che sappiano essere fondamentale quanto – da alcuni anni – ripetibile. E immaginare che gli spigoli, i margini delle pagine dove scrivere non si può, gli spazi vuoti tra i post, siano le connessioni tra confronti, vissuto personale, disfatte compositive, riflessioni e intuizioni subitanee. In breve, che la rete tridimensionale e complessa di rapporti che per forza di cose si genererà nelle tre settimane a venire, sia fatta di quelle cose che chiamiamo conoscenza critica. In chiusura perdonerete una nota che ci riguarda: dopo tre anni i nomi di due docenti del Lab30, il laboratorio continua a pag 2