WAVE numero 9

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Pagine 2-3 Interviste Franco Purini e Laura Thermes Chun Jinyoung e Davide Longhi

Pagine 4-5

Pagina 6

Interviste agli studenti Albanese, Laner Mazzoleni, Rahm

WAVe — Workshop Architettura Venezia

anno IV

numero 9

WS Deganello Prospettive energetiche Narciso Sfoggia, Piero Lumachi

venerdì 9 luglio 2010

Pagina 7 WS Albanese Il paradigma della tenda ideale Una lezione di Anna Ferrino

Quotidiano dell’Università Iuav di Venezia

Franco Laner vs Benedetta Tagliabue

Il principio della lingua madre

L’excursus che Benedetta Tagliabue compie mostrando le opere realizzate dallo studio EMBT, fondato assieme al marito Enric Miralles, incanta letteralmente il pubblico. Scorrono davanti ai nostri occhi gli edifici costruiti in Scozia, che raccolgono materiali che evocano la storia e i paesaggi delle Highlands. Definisce “il progetto della nostra famiglia” il mercato di Santa Caterina, nel centro di Barcellona, pensato per salvare l’area lavorando sui rapporti tra le parti esistenti della città antica e i nuovi elementi, come il suggestivo tetto. Stupisce l’eterea costruzione in vetro per una multinazionale del gas: si mescola talmente con l’intorno che a volte la si confonde con il cielo o la terra, risultando riconoscibile e allo stesso tempo trasparente. Ci conduce per mano nell’antico porto di Amburgo convertito in un sistema di percorsi, luoghi di sosta fruibili da tutti, simbolo di un’architettura che può migliorare le abitudini delle persone.

Prosegue con alcuni lavori minori (per dimensioni soltanto, non certo per cura e pensiero) come il negozio di calzature Camper, che gioca con le silhouette create per i prototipi di scarpe. “È bello fare architettura, perché la gente la usa senza farsi molti problemi, a differenza del progettista che la crea”. Giunge quindi a presentare il “protagonista” della discussione: il Padiglione della Spagna all’Expo di Shangai, e racconta la difficoltà per un architetto di raccontare la nazione che deve rappresentare, senza produrne una caricatura. La scelta di utilizzare il vimini come materiale di rivestimento tiene conto della secolare tradizione spagnola, ormai quasi decaduta. La lavorazione è stata realizzata in Cina, dove avviene in maniera molto simile. La pelle di vimini ricopre l’ossatura metallica dell’edificio, geometricamente molto complessa. I pannelli, trasportabili e numerati, si sovrappongono come tegole

in un movimento continuo. Nonostante la difficoltà di seguire un cantiere a distanza, il risultato è stato sorprendente e oggi è uno dei padiglioni più visitati dell’Expo. Conclude raccontando la particolare celebrazione per il decennale della morte del marito Enric Miralles: un gigantesco ritratto di sabbia colorata, protetto da un labirinto, “dipinto” nell’arco di un’intera giornata da un artista cubano, per poi essere distrutto dai suoi cari in un omaggio gioioso e toccante. Franco Laner esordisce mostrando l’immagine di una donna portatrice di sale, per spiegare come il padiglione di Shanghai gli ricordi un cesto di vimini. Che cos’è importante, ciò che si vede o il segreto della struttura? La cesta è un arcano dato dal vimini intrecciato, che asciugandosi perde umidità e acquista rigidezza. Intervengono degli stati di coazione analoghi a quelli delle opere in cemento armato o delle protesi dentarie, che sfruttano la capacità

dell’acciaio armonico di tornare alla configurazione iniziale. A Shanghai però, il tecnema, il sistema strutturale, non coincide con il morfema, con ciò che si vede. L’intreccio, che nella cesta era concezione strutturale, diventa rivestimento che nega la struttura portante in acciaio. Si continua ragionando sulla questione della durabilità. Il materiale scelto è destinato a resistere per poco tempo. Benedetta Tagliabue afferma la possibilità di “salvarlo”; se anche dovesse perire, tuttavia, la breve vita del padiglione, visitato da milioni di persone, sarebbe stata molto intensa! “Se mettiamo una maschera, il pericolo è che a lungo andare essa diventi il volto, cancellandolo”, continua Laner. “La struttura si legge” fa notare Benedetta Tagliabue, “appare di notte quando filtra la luce interna, l’intento non è mai stato quello di nasconderla. È vero, molti hanno lavorato e lavorano con la tessitura; si ricordino però gli studi di Semper: non è un tema così superficiale.” “È l’esempio di padiglione più sbagliato che potessi portare!” conclude Laner, il quale afferma che conoscere la costruzione non è conoscere l’architettura. “L’architettura non si può insegnare, si può insegnare l’edilizia” afferma raccogliendo il consenso di Franco Purini, presente tra il pubblico come molti altri docenti impegnati nei Workshop. Tra questi interviene Paolo Deganello per rivolgere alcune domande a Benedetta Tagliabue. Riferendosi al dialogo che il mercato di Barcellona stabilisce con l’esistente, si domanda se la fascinazione che l’architetto porta avanti con la costruzione di una natura artificiale, come la vegetazione in metallo dei suoi parchi urbani o lo stesso padiglione di Shanghai, sia ancora attuale. Affrontando un tema a lui molto caro, chiede se le Expo non debbano smettere di essere uno spreco enorme di risorse. Benedetta Tagliabue conosce i meccanismi propri del mondo dell’Expo, che però in questo caso però ha avuto il grande merito di avvicinare la Cina al resto del mondo. Franco Laner invece è convinto che tale investimento possa essere pienamente giustificato, se dona la bellezza e la gioia della poesia. —CATERINA VIGNADUZZO —MARCO LUDOVICO


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