Cent'anni dalla Grande Guerra (10)

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Rientrammo in città e nel frattempo esplose un tremendo bombardamento; gli austro- tedeschi avevano anche disposto dei reticolati al centro delle strade, così dovemmo ritornare indietro e ci rifugiammo nei pressi di un ospedale. Mettemmo i cavalli vicino a un muro, riparati un po’ alla buona e passammo l’intera notte lì. Il mattino seguente, vedemmo alcuni cavalli morti, uccisi dalle pallottole. Nell’ospedale erano probabilmente nascoste delle spie nemiche che ci avevano individuato. Stavamo, infatti, dando da bere e la biada ai cavalli, quando una bomba, lì vicino a me, provocò un’enorme buca che trascinò quattro soldati e due cavalli. Per lo spostamento d’aria ci trovammo tutti a terra. In quel momento pensai intensamente ai miei famigliari. Rimanemmo otto giorni a Gorizia, poi raggiungemmo San Pietro di Gorizia per sfondare in questi due chilometri che dividevano i due centri, intanto i tedeschi continuavano a sparare e lì, però, ci fermarono; ritornammo indietro e più di qualcuno morì. Si tornò alla postazione precedente. Si fece un altro tentativo di conquista: da Gorizia a Opacchiasella, sui monti. Il tenente principe Manfredi Lanza di Trabia, che governava la mia pattuglia composta di cinque persone, tra cui il pordenonese Forniz, che poi morì e, il sacilese Brieda e Populin da Cecchini, ricevette l’ordine di avanzare, mentre gli altri rimasero fermi. Chissà cosa ci succederà! Pensai. Quando iniziammo la salita su un tracciato ben preciso, perché non c’erano sentieri, cercammo di rimanere ben uniti; davanti si tro10°

vava il tenente Lanza. A un tratto una mitragliatrice si scaricò addosso a noi. «A terra e si salvi chi può!». Ridiscendemmo, trascinandoci i cavalli. Nessuno rimase ferito, ma lo spavento fu indescrivibile. Al ritorno tutti chiedevano com’era andata e il tenente rispondeva: «Bene, bene!» Solo perché eravamo tutti riusciti a salvarci. I ponti erano demoliti e noi eravamo i primi a constatarlo. Avevamo sete, ma i nostri superiori ci avevano allertato di non bere acqua per timore che fosse avvelenata. A Gorizia c’era ancora una pasticceria sotterranea (le osterie e gli altri esercizi pubblici erano stati abbattuti o chiusi) e lì riuscimmo a bere un po’ d’acqua. I ponti in qualche modo vennero ristabiliti e, perciò, ci giungevano anche le vivande. Non riuscimmo a conquistare altri territori, oltre a Gorizia, così ritornammo ad Ajello. Nell’arco di due mesi vi si svolsero altre tre battaglie dell’Isonzo, con modesti guadagni territoriali italiani: la settima (14-17 settembre 1916), l’ottava (10-12 ottobre) e la nona (1-14 novembre 1916). Il Piemonte Reale combatté sul Carso e resistette ai furiosi contrattacchi nemici.

Da Ajello raggiunsi un’infermeria a Palmanova, perché un cavallo non stava bene, aveva la schiena bruciata e non poteva essere ‘insellato’. Il compito mi fu assegnato dal mio superiore che si fidava di me. In sella a Tom e con l’altro cavallo ferito raggiunsi Palmanova che dista da Ajello circa quattro chilometri. Dopo aver consegnato il cavallo in infermeria, chiesi dove avrei trovato la Brigata Re, perché volevo salutare Toni Angelin Perut e mi indicarono che stava vicino

8 febbraio 1918. Una foto inviata ai famigliari.

ad un corso d’acqua a lavare gli indumenti. Lo trovai e insieme andammo in una cantina a bere. Ritornato ad Aiello, rimasi per due mesi circa, poi fui trasferito a San Daniele del Friuli. Nel frattempo ricevetti la licenza di salutare i miei famigliari. Così raggiunsi Budoia in bicicletta. Arrivato a casa, piansi la morte di mio padre e appresi da mia madre l’angosciosa attesa della sorte (rivelatasi poi nefasta) di mio fratello Enrico, maggiore di tre anni, disperso sul Carso. Al rientro a San Daniele non trovai più il mio reggimento e un maresciallo m’indicò di andar a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Presi il treno, giunsi a Vicenza e proseguii a piedi per raggiungere Sandrigo e lì trovai anche Piero Fort con il quale scambiai frettolosamente alcune parole. Tra la primavera e l’estate 1917 una parte del Piemonte Reale partecipò alle offensive estive sul Monte Her-

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Roncade, 7 agosto 1918. Un gruppo della Cavalleria, tra cui Cipriano Angelin, il primo da sinistra, nel parco di Villa Giustinian. Dopo la rotta di Caporetto e durante la Battaglia del Solstizio, la villa fu sede di vari comandi militari, fra cui quello del Reggimento Cavalleria del Piemonte Reale.

mada, sul Carso, e l’altra, invece, intervenne agli attacchi sull’Altopiano di Asiago (battaglia dell’Ortigara) per poi proteggere, dal 29 ottobre al 9 novembre dello stesso anno, il ripiegamento del XIII corpo d’armata dal Tagliamento al Piave, conseguente il cedimento del fronte a Caporetto.

Elmo adottato dalla cavalleria, esposto a Spilimbergo alla mostra sulla Grande Guerra «Da Caporetto a Spilimbergo e oltre 1917: la guerra in casa», un’esposizione di materiale documentario fornito dal conte Adalberto di Spilimbergo e di numerosi reperti raccolti in zona dall’appassionato ricercatore Joris Dell’Asin.

Rimasi a Sandrigo per quattro mesi. Un reparto fu mandato verso la Valsugana, invece io con una pattuglia andai a Pieve Tesino e a Castel Tesino; lì c’era il fronte e si faceva servizio con altre truppe. Mi fermai tutta l’estate del 1917. Il 24 ottobre iniziò la dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio conosciuta come la disfatta di Caporetto. Metà del reggimento era impegnata nelle importanti battaglie del Tagliamento e di Pozzuolo del Friuli, a proteggere i nostri reparti in ritirata dove perderà metà dei suoi uomini in seguito allo sfondamento austrotedesco, mentre l’altra metà si trovava sul versante trentino.

Rientrammo a Sandrigo e da qui a Grantorto, in provincia di Padova. Dal 18 novembre 1917, il Reggimento Piemonte Reale veniva spostato nella zona tra Mirano e Padova per provvedere al proprio riordino alle dipendenze della 2^ Divisione di Cavalleria. Il Basso Piave lo vedrà combattere durante la battaglia del Solstizio nel giugno del 1918 e fino alla fine della guerra quando, durante la rincorsa verso Trieste, libererà Portogruaro, Cervignano e Aquileia arrivando sino a Fiume il 18 novembre del 1918.

Durante l’offensiva del giugno 1918, nella battaglia del Solstizio fummo impegnati con una carica nelle località di Lison e Fossalta di Portogruaro; nella rincorsa verso Trieste, liberammo Portogruaro, Cervignano, Terzo e Aquileia. Finalmente il nemico si ritirò: era ottobre 1918. Da Trieste il mio reggimento proseguì fino a Fiume, facendo tappa ad Aurisina e a Castelnuovo d’Istria. Erano già entrati gli alleati e gli ita-

liani. Rimanemmo dal 18 novembre 1918 per l’intero inverno nelle case dei ferrovieri in via Vascurina, a Fiume, e, in primavera fino ad aprile del 1919, a Planina vicino alle grotte di Postumia. Lì c’era la linea dell’armistizio e si faceva servizio. Ricordo che ci fu una piccola gara, tra cui partecipai pure io. Furono eliminati tutti e rimanemmo in tre. Nel superamento degli ostacoli il mio cavallo Tom s’inciampò ed io caddi privo di sensi, rimanendo leggermente ferito alla testa. I miei superiori, allarmati, ripetevano il mio cognome e io non rispondevo. Mi trasportarono in una pineta e il tenente decise il mio trasferimento in infermeria; vi rimasi tre-quattro giorni. E proprio in quell’intervallo di tempo mi giunse il congedo. Da quel momento mi dovetti privare del mio fedele amico, di colui che, in più occasioni, mi salvò dal fuoco nemico: il mio inseparabile Tom. Il cavallo Tom fu sempre presente nei ricordi di tutta la sua vita.

Da Fiume raggiunsi in treno Trieste, ma non c’erano mezzi per arrivare a Udine, così giunsi a Latisana e poi con una ‘carretta’ arrivai a Pordenone. Da qui proseguii verso casa: era il 20 maggio 1919, dopo quasi sei lunghi anni di vita militare. Ritornato a Budoia, Cipriano riprese il lavoro in cooperativa (nei locali dell’ex osteria Lacchin, in piazza), si fidanzò con Luigia Dedor Soela che sposò, e dalla loro unione nacquero Enrichetta (1922) e Sergio (1929). Poi… l’emigrazione a Venezia dove fu impegnato come uomo di fiducia nei panifici di Osvaldo Carlon.


1918, l’occupazione nemica [CONTINUAZIONE]

Ancora ruberie, requisizioni, saccheggi, miserie e abusi Dopo tre anni di proclami vittoriosi, ora la guerra sembrava irrimediabilmente persa. Le nostre genti erano costrette a sottostare all’occupazione militare nemica. La vita di ogni giorno era caratterizzata da ruberie, requisizioni, saccheggi, miserie ed abusi che le Municipalità cercavano di attenuare pur nella molto limitata autonomia concessa. A Budoia era sindaco Angelo Zambon Colùs detto Maressiàl: durante il periodo dell’occupazione era «Bürgermeister» e in tale veste doveva tenere i contatti con i comandi locali delle truppe occupanti. Tra i molti problemi che il sindaco dovette affrontare, forse il più difficile fu la malvagità con cui agiva il Sergente dei Gendarmi Austriaci Giuseppe C., nato in provincia di Trento, che operò per alcuni mesi nei comuni di Aviano e di Budoia. La lunga lista dei delitti commessi dal Sergente contro le persone e le proprietà appare in due elenchi stilati, nel 1921, dall’ormai ex «Bürgermeister»: erano l’oggetto di una denuncia da lui presentata al Comando dei Reali Carabinieri di Sacile in data 9 novembre 1918, solo qualche giorno dopo il termine del conflitto. 1 Angelo Zambon elenca ben 18 casi di soprusi commessi nei comuni di Budoia e di Aviano. Si parla di requisizione di prodotti agricoli in misura maggiore di quanto disposto, di percosse e violenze sia contro residenti sia verso profughi arrivati

dalle zone del Piave, teatro di violenti combattimenti, di perquisizioni – senza motivo – di abitazioni con requisizione di biancheria, stoviglie, oggetti vari. Fu perquisita anche la casa del sindaco. Spesso il frutto di sequestri veniva venduto dal Sergente che intascava il denaro. Altre volte spediva il maltolto a casa sua in Trentino. In seguito alla denuncia, nell’abitazione del Sergente fu trovata una grande quantità di «refurtiva». Anche questi sono i frutti delle guerre! In tutto il territorio occupato, le necessità erano enormi. Nelle famiglie mancava di tutto. Ovviamente mancavano anche i soldi ed il commercio era quasi sparito. Abbastanza diffusa era la tecnica del baratto. La rara circolazione monetaria avveniva con le monete dei paesi occupanti, cioè, corone o marchi. Inizialmente il cambio era fissato a 95 centesimi di lira per una corona. Per evitare problemi di cambio, fu studiata la creazione di una nuova moneta valida solo per le zone d’occupazione. A tale scopo fu creata la Cassa Veneta dei Prestiti, con sede a Udine che avrebbe dovuto emettere la nuova «Lira veneta» al cambio di 1000 lire per 950 corone o 632 marchi. L’emissione era programmata per l’inizio del 1918 ma, effettivamente, le banconote videro la luce nel mese di giugno e non ebbe un grande successo. Nello stesso periodo, per sopperire localmente alla carenza di moneta circolante il Comando Militare

Buono da 10 Lire emesso dal Comune di Udine nel 1918. I buoni erano validi solamente per l’acquisto di generi alimentari presso gli spacci comunali del capoluogo friulano.

Moneta da 1 Corona Austriaca.

Moneta da 1 Corona Ungherese.

Moneta da 1 Marco Tedesco.

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NOTE

1. Le notizie sul Sergente Giuseppe C. sono attinte dall’articolo di UMBERTO SANSON – in l’Artugna, XX (1991), 63,12 2. NINO CORTESE – La Paga del Soldato, Ellerani Editore, 2008. Da tale volume sono state ricavate anche le immagini delle monete e delle banconote.

di occupazione autorizzò l’emissione di buoni cassa da parte dei comuni di Udine, Buia e... Budoia.2 Purtroppo l’archivio storico del nostro Comune andò distrutto nel luglio 1944 da un incendio che devastò la sede municipale e non esiste alcun riferimento a tale emissione. Sarebbe interessante raccogliere eventuali informazioni o testimonianze.

Per quanto riguarda gli altri due Comuni sappiamo che dal Comune di Udine furono emessi buoni cassa per 400 mila lire; a Buia l’emissione fu di sole 18 mila lire. I Buoni potevano circolare e avevano validità solo nell’ambito del territorio comunale. ROBERTO ZAMBON

La situazione sanitaria: la ‘spagnola’ A CURA DI ROBERTO ZAMBON, VITTORINA CARLON, FABRIZIO FUCILE

Questa lapide, presente nel cimitero di Dardago, testimonia un dramma della ‘spagnola’. Nella famiglia di Pietro Zambon Luthol in quattro giorni vengono a mancare la moglie Angelina, la figlia Erina di 12 anni e la nipote Giovannina (di Giuseppe) di anni 6.

Nel 1918, una grave pandemia, la «Spagnola», uccise tra i quaranta e i cinquanta milioni di persone dal nord Europa all’Africa, dagli Stati Uniti alla Cina. In tutto il mondo, la popolazione lamentava gli stessi sintomi: febbre molto alta, dolori alle ossa, emorragie dal naso o dalle orecchie, muco rossastro, difficoltà respiratorie e un colorito bluastro, segno d’insufficiente ossigenazione. Fu così denominata, perché la sua esistenza fu diffusa soltanto dai giornali spagnoli, essendo la Spagna neutrale nella prima Guerra Mondiale e, quindi, la sua stampa non soggetta alla censura di guerra. Negli altri paesi il violento diffondersi dell’influenza fu, invece, tenuto nascosto dai mezzi di comunicazione che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna. Non essendovi stata un’immediata cooperazione tra sanità militare e civile, l’assistenza italiana si trovò in difficoltà a gestire celermente la situazione che degenerò in breve. Le necessità dell’esercito, determinate dal cruciale momento, fecero passare in secondo piano i bisogni sanitari della popolazione. In Italia, la pandemia si presentò per la prima volta nella primavera del 1918 con una mortalità nella media, ma si ripresentò in modo violento e più aggressivo in estate, dopo la ricombinazione con un virus di origine animale. Vi fu strage.

Scomparve nella primavera del 1919, ripresentandosi poi nei due anni successivi. Nella provincia di Udine (incluso il nostro territorio), morirono 2392 persone tra civili e militari, bambini, anziani ma anche giovani adulti. E nei nostri paesi? Riportiamo lo studio della situazione nei nostri tre paesi dall’analisi dei certificati di morte tratti dai registri parrocchiali di Dardago, Budoia e Santa Lucia. L’analisi del registro dei Morti, relativo al 1918, della parrocchia di Dardago fa comprendere senza ombra di dubbio il momento dell’insorgenza dell’epidemia, con il suo repentino ed elevato grado di mortalità. Fino alla fine di agosto i morti furono solamente dieci: molti meno dell’anno precedente. L’otto settembre, con la morte per «tifo» della piccola Zambon Elena di appena 8 anni, figlia di Pietro e di Ianna Angela, ha inizio un elenco lunghissimo di vittime dell’epidemia. Già il giorno successivo, nell’«Ospitale per l’Epidemia» presso le Caserme di Pordenone, sempre per tifo, morì Giuditta Busetti Caporal. Nel mese di ottobre i morti furono ben diciassette: tutti nelle loro abitazioni. La loro età media era di 35 anni! Tra le cause di


Pagina tratta dal Registro dei Morti. Si noti che dal 26 giugno al 6 luglio 1919 ci furono quattro decessi di infanti (tre neonati e uno di 6 anni). Archivio Parrocchia di Dardago.

la cronologia

morte non viene nominata l’epidemia: il violento diffondersi dell’influenza era tenuto nascosto dalle autorità. Nel lungo elenco troviamo don Antonio Zambon, di anni 39, nativo di Dardago, curato di Mezzomonte dall’agosto 1911, che morì alle ore 11.00 del 29 ottobre 1918 nella canonica della curazia, dopo appena tre giorni di malattia, certamente colpito dalla spagnola. Solo con la morte di Maria Santin, di anni 71, avvenuta il 6 novembre 1918, si fece cenno all’«attuale epidemia» (sottolineata). I morti da novembre a dicembre furono 12. In tutto il 1918 a Dardago si contarono 46 decessi. Nel 1919 il numero dei morti diminuì ma si assistette al triste fenomeno di decessi di creature in tenera età. Gli stenti della guerra e gli strascichi dell’epidemia ne furono certamente la causa. Ben undici morti su ventitré avevano meno di 7 anni e di questi, otto erano neonati! In gennaio morì la piccola Giuseppina Paro di 6 anni, profuga da Ponte di Piave. Anche nel 1920 e nel 1921 si presentò lo stesso triste fenomeno: dieci morti infanti su ventidue decessi! Da 1922 la situazione incominciò a migliorare. Anno 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922

Morti 29 45 35 46 23 22 22 24

Infanti 9 15 14 10 11 10 10 6

% Infanti 31% 33% 40% 22% 47% 45% 45% 25%

Anche l’analisi del registro dei Morti della Curazia di Budoia, relativo all’anno 1918, ci fa individuare il momento culminante dell’insorgere dell’epidemia con il suo tragico carico di decessi. Dalle 14 persone decedute nei primi 7 mesi dell’anno si giunse alle 27 nei mesi successivi, di cui 10 decessi infantili, per un totale di 41 defunti. Il mese di ottobre fu il più nefasto: morirono 11 persone, di cui 4 bambini. Anche a Budoia il curato, don Giovanni Manfè, non nomina l’epidemia della ‘spagnola’ tra le cause di mortalità, ad eccezione di un caso, il 27 luglio, in cui registra la morte di Giuseppe Rubeschiani di tre anni, figlio di Cristiano e di Zambon Giovanna, per malattia epidemica (grup). Altre motivazioni di morte citate: «per influenza» e «per bronco-polmonite». Il 17 novembre, trovò la morte anche una profuga di Pieve di Soligo, Angelina Geon di Francesco e di Corti Teresa, che si spense a 22 anni per «bronco-polmonite». Il 1918 fu segnato anche dall’atroce morte di quattro bambini per gravissime ferite riportate dallo scoppio di bombe. L’8 agosto, alle undici del mattino, fu straziato il piccolo Iginio Zambon di Osvaldo e di Santin Caterina di soli 5 anni; il 29 novembre, il paese rimase ancora più sconvolto per la morte di altri tre. Si trattava dei due fratelli Valentino e Ferdinando Angelin di Domenico e di Bosser Luigia, rispettivamente di 10 e 8 anni, «sfracellati» da una bomba insieme ad un loro amico, Severino Zambon di Marciano e di Zanolin Augera di soli 6 anni. Nel 1919, il numero dei morti diminuì notevolmente, ma si continuò ad assistere al decesso di bimbi: ben 10, in particolare neonati, su un totale di 15. Anche nel 1920 proseguì lo stesso triste fenomeno: 11 morti infanti su 24 decessi. La mortalità infantile scese nell’anno successivo con 8 defunti su 24, ma peggiorò nel 1922 in quanto raggiunse le 13 unità su un totale di 36 decessi. Migliorò nel 1923 con un unico infante su 8 deceduti totali nell’anno.

1918 8 giugno La grande corazzata austriaca «Viribus unitis» esce dal porto di Pola. La sera successiva esce anche la gemella «Santo Stafano» che viene affondata. 12 giugno Viene respinto un attacco austro-ungarico al passo del Tonale. 14-15 giugno Inizia la famosa battaglia del Solstizio: l’attacco si sviluppa su un fronte di 100 Km, comprende gli Altopiani, il Grappa e il Piave fino al mare. 15-23 giugno L’offensiva austro-ungarica viene respinta con gravi perdite per gli attaccanti. 5 luglio Dopo giorni di lotta durissima, la battaglia del Solstizio è vinta dalle truppe italiane: con questa battaglia, unita a quella dell’Adriatico, l’Austria è alle corde. Gli Imperi centrali hanno ormai praticamente perso la guerra; tuttavia si continua a lottare. luglio Il II Corpo d’Armata entra in linea sul fronte occidentale.

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Foto di un soldato austriaco sepolto nel cimitero di Budoia. Erano diverse le lapidi di pietra e le croci di ferro dei soldati nemici, alle quali la popolazione locale non lasciava mai mancare un fiore.

Morti 34 37 23 41 15 24 24 36

Infanti 15 14 8 10 10 11 8 13

% Infanti 37% 34% 34% 24% 66% 45% 33% 36%

Il panorama rilevato a Dardago e Budoia è pressoché lo stesso per Santa Lucia, con una altissima incidenza di mortalità infantile (50%) nel 1915 e nel 1919. Nel 1916 abbiamo 18 decessi registrati, tra cui 7 caduti paesani 1 che non compaiono nella tabella statistica (don Dolcetti aveva iniziato a inserirli tra i morti secondo le comunicazioni ricevute dal sindaco di Budoia). Il curato, per lo più preciso nel riportare la causa

«LE MEMORIE» DI

Antonio Parmesan Il 5 maggio 1918 domando d’essere mandato a lavorare in qualche paese o città, perché non posso più vedere tanti stenti e tanta fame, il giorno 8 passo la visita e mi trovano abile a tutti i lavori, il 10 parto e con me si trovano altri cucinieri e molti poveri affamati. Siamo circa duecento. Alla stazione si parte con il treno e a quanto si sente il nostro viaggio deve essere lungo, perché dobbiamo andare in Galizia sui confini della Russia (l’attuale Polonia meridionale ai confini con l’Ucraina. Ndr). Prima di partire penso di farmi delle piccole provviste di pane e altre cose per mangiare durante il viaggio, ma quei poveri affamati che si trovano in mia compagnia nulla tengono con loro. Dopo 24 ore di treno nessuno aveva pensato per il cibo di questi disgraziati. Il treno si ferma in un bosco e dal finestrino si vede che c’è dell’erba molto bella; tutto d’un tratto vedo questi poveri affamati scendere dal treno e di tutta corsa entrare nel bosco e mangiare erba; molti ne portano anche in treno e continuano a mangiare.

della morte (epilessia, cachessia, male cardiaco, malore improvviso), non fa mai cenno né al tifo, né alla spagnola. È comunque evidente dall’analisi dei dati che anche qui il picco dell’epidemia fu durante l’autunno del 1918, quando si contarono 24 su 46 decessi totali dell’anno (pari a quelli di Dardago che contava una maggiore popolazione). Tra il 15 ottobre e il 18 novembre i morti sono 19 con un’età media di 29 anni. La scarsità di cibo di quell’anno (unita alle violenze subite) probabilmente suggerì al curato il linguaggio metaforico quando – dopo il progressivo N. 10 – segnalò che qui si apre il secondo volume perché il resto del registro [su cui aveva iniziato a schedare n.d.r.] fu asportato dalla rabbiosa fame di carta del feroce capitano a.u. comandante il 5° squadrone del 7° reggimento Ulani. Il 15 marzo aveva annotato la perdita di un undicenne (Fort Giovanni di Sante) per l’esplosione di

Arrivati in una grande città che non posso sapere il nome riceviamo un po’ di pane e del caffè caldo; molti che ancora tenevano dell’erba raccolta nel bosco mangiano una specie di zuppa di erba e caffè, poi di nuovo si parte e il 14 a mezzanotte arriviamo a Przemysl entriamo in un bel palazzo che si trova poco lontano dalla stazione ferroviaria e si spera di stare molto bene. Il mattino del 15 tutto in riga e veniamo condotti nel piazzale interno della stazione e qui siamo divisi per sempre e tutti siamo destinati al nostro lavoro. Una squadra entra nei magazzini delle merci e stiamo assai bene, una è destinata alle piccole riparazioni nell’interno della stazione stessa e l’altra allo scarico e carico del carbone. Io mi trovo aggregato alla squadra addetta al carbone, ma con altri due compagni sono incaricato di rompere la legna. Il giorno stesso si avvicina un superiore delle ferrovie e mi dice che tutta la mattina devo andare con un carro in città per prelevare il pane e tutti i ferrovieri; mi trovo assai contento di questa nuova carica e con questa spero di andare meglio dei miei compagni. Il 16 mattina parto in compagnia di un borghese e col carro e cavallo entriamo in città. Dopo circa venti minuti di strada entriamo in una casa e qui si trovano i forni, vedo che qui si trovano due prigionieri italiani occupati in qua-


una mina con la quale giocava. Nel 1919 è ancora alta la percentuale di decessi infantili; se consideriamo che tra i 9 adulti ci sono una ragazza di 17 anni ed un suicidio, supera il 50%. Dal 1920 il numero dei morti cominciò a diminuire e fu meno presente il fenomeno dei decessi in età infantile. Tutti i morti fino alla fine del 1920 furono sepolti a Budoia; la prima sepoltura nel cimitero di Santa Lucia avvenne il 7 dicembre 1920.

Anno 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922

Morti 22 11 12 46 17 13 4 15

Infanti 11 5 1 13 8 3 1 4

% Infanti 50% 45,5% 9% 35% 49% 23% 25% 27%

lità di aiutanti ai fornai. Loro mi dicono che mangiamo bene però mi dicono che il lavoro è molto faticoso e non si sentono di poterlo continuare. Caricato il mio carro ritorno a spaccare la legna. Questo lavoro continua quattro giorni e mi trovo abbastanza contento, anche andando al prelevamento del pane, posso avere qualche bel pezzo e con questo mi levo la fame. I miei compagni però si trovano sempre affamati e la razione del rancio che ricevono non è sufficiente per sfamarsi. Poco lontano dalla nostra cuccia si trova un piccolo baracchino con tre maiali e molte volte vedo questi poveri affamati che entrano in questo baracchino e nei mangiatoi dei maiali cercano le briciole e i pezzi di patate guasta che a questi portano. Il 20 marzo come tutte le altre mattine vado al prelevamento del pane; quando arrivo, vedo la signora proprietaria dei forni stessi che parla col borghese che si trova in mia compagnia, io nulla posso comprendere ma dai loro moti e movimenti posso capire che parlano di me, poi il borghese si rivolge a me e in tedesco mi domanda se fossi contento di fermarmi a lavorare alle dipendenze della signora al posto degli altri due italiani. Accettai molto volentieri questo lavoro e tutto il giorno lavoro in compagnia degli altri due per fare un po’ di pratica del lavoro. Alla sera arrivano gli operai e tutti parlano molto

NOTE

Comparazione della percentuale di mortalità infantile nei tre paesi MORTALITÀ INFANTILE % ANNO

DARDAGO

BUDOIA

SANTA LUCIA

1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922

31% 33% 40% 22% 47% 45% 45% 25%

37% 34% 34% 24% 66% 45% 33% 36%

50% 45,5% 9% 35% 49% 23% 25% 27%

1. Lo fece solo per quell’anno: Comin Giuseppe, di anni 21, travolto nel sonno da una valanga; Rizzo Olivo, di anni 22, morto di malattia all’ospedale di Taranto; Fort Angelo di GioBatta, di anni 20, combattendo sulla vetta del Pal Piccolo; Fort Angelo di Giovanni, di anni 24, nell’infermeria di Timau in seguito a ferite riportate in battaglia; Fort Mario di Giuseppe di anni 20, in ospedale da campo per asfissia da gas asfissianti; Benevenutti Ermenegildo, di anni 32, morto di malattia all’ospedale militare di Modena; Soldà Mario di anni 30, colpito a morte sui campi del Carso.

bene il tedesco e presto con tutti stringo amicizia. Poco dopo arriva la signora e per paga giornaliera mi consegna una pagnotta di quel pane e i due italiani mi confermano che quello è il compenso giornaliero. Per dormire devo andare dove si trovano tutti gli altri miei compagni e quando mi vedono arrivare col pane tutti si fanno vicini e io regalo ai miei amici più cari tutto il pane che tengo, loro mi baciano dalla contentezza. Al mattino inizio con le pulizie di tutti i locali, poi arriva la serva della padrona che mi porta una buona tazza di caffè, devo preparare la farina , poi devo rompere un metro cubo di legna e portarla vicino al forno. Il lavoro più lungo e faticoso è quello di preparare l’acqua. Nel cortile si trova un pozzo e da questo devo pompare l’acqua e farla andare in un gran deposito che si trova sopra i forni. Lavoro per 3-4 ore [...]. All’una la serva mi chiama per il pranzo che mi fa entrare in casa della signora, mi vergogno perché sono sporco, mi trovo seduto col fiato alle ginocchia e consumo il pranzo che la serva mi porta, mentre nella sala c’è la signora con la figlia. Non mi sembra di essere un prigioniero. Tutti i giorni la padrona e la figlia mi domandano se ho ancora fame. La signorina sa parlare un po’ l’italiano perché era stata in alcune città italiane e hanno compassione per me. A pranzo si tro-

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C E N T ’A N N I D A L L A G R A N D E G U E R R A

«LE MEMORIE» DI

Antonio Parmesan vano anche altre signore e una sa parlare bene l’italiano e mi chiede della mia famiglia, dove fui fatto prigioniero e se sono contento di trovarmi a lavorare presso questa buona signora [...] La signora mi dà delle sigarette e della cioccolata e torno al lavoro. Vorrei tanto sapere chi è quella brava signora. Un giorno ho saputo che era moglie di un ufficiale austriaco e che prima della guerra si trovavano in Trieste. Mi dice di darmi coraggio, perché la guerra non poteva continuare più a lungo. [...] Tutti i giorni penso alla mia famiglia. Il 6 luglio 1918 alla solita ora mattutina vado al lavoro ma per strada un gendarme mi ferma, mi interroga dove vado e mi dice di seguirlo e mi fa entrare in prigione. Entro in una stanza dove trovo una ventina di uomini che aspettano di essere interrogati da un ufficiale. Quando è il mio turno, cerco di farmi capire che andavo al lavoro, ma il tenente non intende ragione e di nuovo mi fa entrare in prigione. Alle 11 un altro tenente mi interroga, questo è più umano e ordina a un soldato di accompagnarmi dai miei superiori. [...] Per evitare di venire arrestato, la signora si occupa di farmi fare un permesso speciale dal comandante militare della città così posso camminare liberamente per la città tutti i giorni tranne la domenica, perché i lavori ai forni sono sospesi. Il giorno 28 luglio come il mio consueto dopo il mio faticoso lavoro, ritorno dai miei compagni per andare a riposare. Arrivato alla ferrovia l’interprete mi chiama e mi dice se fossi contento di pagare la birra per ricevere notizie della mia famiglia. [...] Accetto e l’interprete mi consegna la presente cartolina scritta da mia moglie. La leggo più volte, la bacio e la bagno con le lacrime di gioia. Le poche parole di mia moglie mi consolano assai. Da nove mesi ero privo dei suoi scritti, sono stati nove mesi di torture e di patimenti, non sapendo in che condizioni loro si trovavano.

i nostri eroi

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Giuseppe Lozer Virol di Angelo nasce a Budoia il 1° agosto 1899. *** È arruolato nel 17° Reggimento di Artiglieria Campagna; in seguito promosso con il grado di caporale. Muore per malattia, nell’Ospedale da Campo 37, il 31 maggio 1918. È il primo Ragazzo del ‘99 a morire, nel Comune.

Il 4 novembre 1917, in seguito al forzamento della linea di difesa sul Tagliamento, il Comando Supremo Italiano ordinava alla 3° e 4° armata il ripiegamento sulla linea Piave-Grappa. Sul monte Solarolo andava la 15° divisione che comprendeva il 18° Reparto d’assalto. Tra giugno e luglio del 2018 la zona fu teatro di furiosi combattimenti con grandi perdite umane su entrambi i fronti. Il 15 luglio i nostri fanti attaccarono le posizioni nemiche. L’azione aveva lo scopo di conquistare la linea «Trincerone dell’Abete» che, in mano del nemico, costituiva un’ottima base di partenza per ulteriori operazioni offensive contro le nostre truppe. La battaglia non portò alcuna variazione alle posizioni ma costò centinaia di vittime. Ermenegildo risulta disperso in combattimento sul Monte Solarolo, il 15 luglio 1918.

Antonio Trivelli terzogenito di Lorenzo nasce a Budoia il 17 agosto 1899. *** È arruolato nel 271° Reggimento Fanteria con il grado di soldato. Disperso in combattimento nel fiume Piave, il 17 giugno 1918. È il secondo ragazzo del ’ 99 che muore.

Giovanni Cardazzo terzogenito di Giuseppe e di Panizzut Vincenza nasce il 21 febbraio 1878. Si sposa con Luigia fu Giuseppe Zambon, il 13 febbraio 1899; il celebrante è don Angelo Burigana. Dalla loro unione nasce Vincenzo, nato il 10 gennaio 1900. *** È arruolato nella 3° Compagnia Automobilisti. Muore per malattia nell’Ospedaletto da campo 322, il 14 agosto 1918. L’ospedaletto da campo era in genere costituito da tende. Qui il personale medico operava i più gravi, medicava sommariamente, disinfettava e inviava verso le retrovie i casi meno gravi, oppure assisteva, senza possibilità di intervento, alla morte dei più gravi.

Ermenegildo Gislon [CONTINUA]

1915

terzogenito di Gio Maria e di Del Maschio Angela, nasce il 13 aprile 1896, a Santa Lucia. *** È arruolato nel 18° Reparto D’Assalto. In seguito promosso con il grado di sergente.

ERRATA CORRIGE

A pag. 66, si legga: Don Umberto Fort, primogenito di Angelo di Matteo e di Busetti Rosa, nasce il 13 gennaio 1885. Ci scusiamo per la trasmissione errata dei dati.


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