Paul dë Doss Moroder Prefazio
Nella lettera agli imperatori Costantino e Irene, papa Adriano I (772-795) scriveva che scopo dell’arte, deve essere quello di “demostrare invisibilia per visibilia” confermando la necessità delle figure allegoriche, affinché“la nostra mente si appropri delle virtù spirituali a causa della contemplazione delle immagini”, e questo è ciò che come in passato, oggi, all’inizio del XXI secolo lo scultore Paul dё Doss Moroder vuole perseguire quando si appresta a realizzare gli arredi liturgici in chiese nuove e moderne o antiche e preesistenti. Con la semplicità e la solidità dei materiali impiegati, bronzo e pietra, e con il rigore e l’essenzialità delle forme inventate, gli arredi liturgici di Moroder, colpiscono l’immaginazione del fedele e insieme scandiscono i momenti salienti del cerimoniale. L’artista mantiene per ogni manufatto della stessa chiesa, una declinazione stilistica simile e un unico materiale, in un percorso di rimandi iconografici appena riconoscibili e sempre inclini alla semplificazione e alla personale interpretazione. In questo modo ogni arredo creato si distingue da un altro, perché il riadeguamento degli oggetti agli spazi architettonici dissimili è necessariamente diverso. Appartengono tutti ‒ altare, ambone, cero pasquale, cattedra, tabernacolo e croce gemmata, esculso dunque il fonte battesimale - al recinto presbiteriale, zona che separa lo spazio riservato al clero da quello occupato dalla comunità dei credenti. E ogni volta Moroder accorda le proprie scelte estetiche ed operative alle indicazioni ecclesiastiche e strutturali suggeritegli rispettivamente, da un liturgista e da un architetto in un rapporto sempre di accurata e proficua collaborazione. Nel rispetto delle norme sopraddette dunque, lo scultore destina una cura particolare all’altare, che costituisce il nucleo simbolico del rito cristiano e il fulcro visivo dell’intera chiesa. La forma eletta dall’artista e mantenuta poi nelle molte commissioni, dalla chiesa di San Giuseppe a Riva del Garda a quella di Garniga o di Santa Margherita a Marter, sino alla Cappella del seminario maggiore arcivescovile di Trento, è quella di una mensa e di una base quadrangolari e fissi; mutano invece i rapporti di misure tra l’uno e l’altro elemento, per cui abbiamo una variegata alternanza di piani di limitato spessore su basamenti di grandi dimensioni e viceversa. Nell’altare di Santa Margherita a Marter, per esempio, Moroder si diletta con una sorta di ragionata sproporzione tra le parti, caricando di peso la mensa greve e possente per disporla poi su di un sostegno bronzeo minuto, leggermente