Matrice di punti di luce

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La matrice di punti di luce di Corrado Malanga

Introduzione Molti anni fa, quando usavamo le tecniche di ipnosi regressiva, in una di queste sedute ipnotiche, una addotta si espresse parlando con la voce della sua anima nel seguente modo: noi gli chiedemmo allora chi sei, e la sua parte animica rispose: Sono una matrice di punti di luce. Allora non comprendemmo bene questa espressione non sapevamo cosa voleva dire. La parte animica di quella addotta si esprimeva in un modo per noi inconsueto, strano, incomprensibile. Che cosa voleva dire quando parlava di matrice di punti di luce? La sua parte animica continuò dicendo: sono luce nella luce ma tu non la puoi vedere. Sono passati da allora molti anni, non ci occupiamo più direttamente dei problemi dei adotti ma ad anni di distanza da quella seduta ipnotica, forse oggi, abbiamo la possibilità di comprendere ciò che la parte animica di questa donna voleva dire. Questo articolo mette in risalto gli ultimi risultati che abbiamo ottenuto verificando alcuni dati della fisica e della astrofisica moderna in relazione a quanto precedentemente esposto nei tre articoli che prendono il nome di Evideon che precedentemente abbiamo pubblicato. Negli articoli precedenti, abbiamo descritto la natura dell'universo utilizzando una chiave di lettura che faceva perno sulla reale esistenza dell'anti fotone. In quella occasione avevamo dimostrato come nell'universo non esiste la materia se non come differenti Stati di aggregazione dei fotoni e degli anti fotoni. Sia la materia che la anti materia, in differenti stati di aggregazione, fornivano tutte le particelle subatomiche che noi oggi conosciamo. Avevamo inoltre messo in evidenza, come fosse la luce a creare la materia, avevamo in particolare sostenuto che la materia ci appare non perché sia toccata, colpita, dai fotoni che, come particelle di luce, la illuminano ma bensì siano le particelle di luce, che opportunamente aggregate tra loro, creavano la materia stessa. Avevamo inoltre messo in evidenza come tutto ciò che appare ed è registrato dei nostri sensi in realtà non esista in quanto tale ma solamente come ipotesi interpretativa del nostro cervello che, come sostieni Karl Pribram, altro non sarebbe che un lettore di ologrammi. Dunque noi vedremmo percepiremmo la realtà che ci circonda e come noi crediamo che essa sia. In questo contesto, sostenevamo anche che noi stessi eravamo i creatori di questa realtà virtuale che ci appariva dunque come noi la creavamo. In altre parole noi crediamo che un oggetto debba essere fatto in un certo modo e lo creiamo in quel modo e dunque ecco perché esso ci appare così la consapevolezza di essere noi stessi i creatori dell'universo sarebbe l'unico parametro importante che ci fa modellare da un lato il recepire dall'altro l'universo che ci circonda. Non esisterebbe dunque nessun principio fisico di indeterminazione se non nella misura in cui noi stessi crediamo che una indeterminazione debba esistere. Se noi, quali i creatori della realtà virtuale, non siamo consapevoli di quello che stiamo creando ecco che allora le cose create ci appariranno come noi abbiamo creduto che esse debbano apparire. Il credere per esempio che esista un Dio esterno a questo universo che lo abbia creato, ci porrebbe nella situazione in cui noi potremmo supporre di avere delle limitazioni nel guardare l'universo e, il credere in queste limitazioni, provocherebbe inconsapevolmente la creazione di un universo indeterminato; ma se invece si avesse la consapevolezza che noi stessi si fosse i creatori dell'universo, ecco che allora esso non ci apparirebbe


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