crollo dei marcati e capitalismo mondiale

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Controllo dei mercati e capitalismo mondiale P.Mattick, 1937 Il capitalismo odierno è essenzialmente capitalismo mondiale. I problemi economici e gli interessi delle nazioni sono così strettamente collegati, che le difficoltà insorgenti all’interno di una nazione si ripercuotono immediatamente, in un modo o nell’altro, sul resto del mondo capitalistico. Lo sviluppo di un paese procede secondo un modello che non è determinato dalla volontà degli uomini, bensì dalle forze del sistema di produzione prevalente. Il sistema produttivo pone al capitale specifiche domande, e quando i profitti non sono sufficienti per soddisfare le esigenze dell’accumulazione all’interno, i capitalisti sono costretti a cercare all’esterno una soluzione ai problemi posti dall’economia politica nazionale, attraverso l’esportazione di capitale e di merci nei paesi sottosviluppati. Questa necessità di espansione si rivelò, del resto, agli inizi come un’avventura assai lucrativa per il capitale in ascesa, in quanto metteva in grado i capitalisti, da un lato, di sfruttare gli operai dei paesi arretrati molto di più degli operai dei paesi di più antica industrializzazione, e di ridurre dall’altro, attraverso l’appropriazione di materie prime e di generi di prima necessità estremamente a buon mercato, i costi della produzione e della riproduzione della forza-lavoro nazionale in rapporto all’accresciuta produttività degli operai. Ma le possibilità di espansione non erano illimitate, e su questo terreno si sviluppò una concorrenza internazionale ferocissima, aggravata anche dalla nascita, nei paesi colonizzati, di una borghesia autoctona che proprio sotto l’impulso straniero cominciò a gettare le basi per la costruzione di un’industria nazionale. Nei periodi di crisi, la concorrenza sempre più spietata spinse i vari paesi a tentare di arginare le forme più violente di guerra economica cui essa dava origine, attraverso accordi commerciali, quote e piani di restrizione, tentativi di stabilizzazione delle monete, comitati di inchiesta sulle condizioni dell’economia, ed interminabili conferenze internazionali. Ma essendo il numero dei paesi suscettibili di essere sottoposti allo sfruttamento capitalistico relativamente ridotto, ed elevato invece quello delle nazioni candidate ad esercitare questo sfruttamento, è chiaro che, oggi più che mai, è sempre più difficile allargare il campo degli investimenti di capitale soddisfacenti e, quindi, tanto più improbabile uno svolgimento pacifico del processo di spartizione a livello mondiale. I capitalisti, vale a dire gli appartenenti alle nazioni che “possiedono”, concentrano oggi i loro sforzi soprattutto nella difesa dei campi di investimento già acquisiti, ma quelli che non “possiedono” si battono con accanimento per cambiare le loro condizioni


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