Diego Masi
CORPORATE GIVING & SOCIAL INNOVATION
Da predatori a imprenditori
Come le imprese dovranno rispondere alla sfida della sostenibilità per non farsi “rovinare” dalle tasse
INDICE Introduzione .................................................................................. pag. 9 Capitolo 1 - Alice for Children, l'esperienza da cui nasce questo libro.................................................................. pag. 17 Capitolo 2 - La Terra: un pianeta non più sostenibile. La sovrappopolazione lo sta distruggendo....................................... pag. 41 Capitolo 3 - Senza sostenibilità: il rischio di un disastro planetario ................................................... pag. 61 Capitolo 4 - Il diritto alla sostenibilità ........................................... pag. 81 Capitolo 5 - I protagonisti della solidarietà: cittadini, Stati, ONG ..................................................................... pag. 105 Capitolo 6 - Trasparenza e Comunicazione: grande ambiguità.... pag. 123 Capitolo 7 - Corporate social responsibility: finta, finita o solo superata? ......................................................... pag. 153 Capitolo 8 - Le fondazioni: nuovi champions della filantropia?................................................ pag. 171 Capitolo 9 - Social innovation: investimenti sociali ed economia sociale........................................ pag. 193 Capitolo 10 - Il grande viaggio verso l’economia sociale............... pag. 213 Capitolo 11 - Lasciare un segno................................................... pag. 227 Epilogo........................................................................................ pag. 235 Appendice .................................................................................. pag. 239 Glossario .................................................................................... pag. 257 #nextgendonors ........................................................................ pag. 265 World Giving Index 2012 .......................................................... pag. 271 Sitografia ................................................................................... pag. 276
Introduzione
Corporate Giving: scrivere una storia per essere ricordati La domanda che una impresa dovrebbe farsi è sostanzialmente una sola, a prescindere dalla sensibilità del management: per rispondere alla sfida della sostenibilità, mi faccio rovinare dalle tasse o anticipo i problemi con progetti di corporate giving originali e seri? Lascio un segno della mia presenza sulla Terra in modo che mi ricordino o lascio un segno sulla Terra, forse di profitti, ma senz’altro di spoliazione? Lavoro per gli azionisti o per i figli degli azionisti? Queste sono le domande di fondo che poniamo in questo libro dedicato al corporate giving. Perché secondo noi è nell’interesse dell’impresa costruire un solido percorso di donazioni, non solo per limitare i rischi, ma anche per evitare di venire annientati dalle tasse prima o poi. E per costruire delle belle storie, che facciano bella anche l’azienda e che possano essere raccontate e raccontate ancora. Poche imprese in Italia lo fanno e, quando accade, sembra che lo facciano senza un vero piano. Questo libro vuole spiegare alle aziende che far del bene fa bene anche a loro. Se la necessità di programmare
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un piano di corporate giving moderno e aggiornato coi tempi non è tale nel cuore della realtà imprenditoriale, sicuramente lo è almeno nelle sue tasche. Perché il diritto alla sostenibilità lo richiede. Il nostro Pianeta è ormai ai minimi termini. E la sovrappopolazione è ai massimi. Ci vorrebbero undici Terre per accontentare tutti, se tutti consumassero come un americano o un europeo. Sfortunatamente per chi si trova in condizioni di indigenza o fortunatamente per il Pianeta, solo 1 miliardo di persone su 7 vive da cicala, gli altri da formica e riequilibrano il dissesto. Ma fino a quando? Da qui al 2050 il welfare si allargherà, le nuove classi medie avanzeranno, le risorse scarseggeranno sempre di più e costeranno sempre di più. E allora la gente si arrabbierà. Tanto. Nascerà un movimento che premerà sugli Stati e sulla politica. Le Istituzioni, a loro volta, dovranno rifarsi sulle imprese che utilizzano e spesso devastano il Pianeta per creare i loro prodotti. Verranno alzate le tasse. E i livelli di attenzione ambientale. Verrà impedito lo sfruttamento intensivo dei terreni, tassata l’acqua, saranno interdetti i mari e via dicendo. Sarà domani. Dopodomani. Nessuno lo sa bene. Ma sarà presto. Molti segnali ci sono già. La Bp, con la devastazione del golfo del Messico, ha rovinato anni e anni di reputazione. E ha pagato in tasse per anni e anni di profitti a venire. La terribile strage di Dacca (che ha ucciso oltre 1000 lavoratori tessili, per lo più bambini) ha messo a nudo le inutili parole di tutela del lavoro nel Terzo Mondo che molte aziende dal nome altisonante, a partire dai Benetton, hanno pronunciato in questi ultimi anni. E che dire dell’Ilva? Una società che è una città nella città che nei suoi poteri forti si è sollevata contro la azienda che la mantiene. E lo Stato non solo è dovuto intervenire, ma anche espropriare. A torto o a ragione, perché nessuno oggi è in grado di giudicare. Ma l’azienda e i suoi legittimi proprietari, intanto, devono pagare. Caso simbolo di una questione che è sfuggita di mano a tutti.
Esempi come questi, italiani e stranieri, in terre avanzate e moderne o nel Terzo Mondo, sono ormai all’ordine del giorno. La sequenza è così strutturabile: l’impresa crea o continua a procurare il danno, la gente (che è diventata molto sensibile alla sostenibilità) denuncia, la comunicazione amplifica, le ONG stigmatizzano e lo Stato interviene. E interviene male, solo sull’onda emotiva: castiga l’azienda più di quello che sarebbe stato giusto o economicamente corretto, creando un precedente che influenza altri Paesi. E via così… Questo libro vuole avvisare i naviganti. E inquadrare anche i giocatori della partita. Perché non ci sono solo le aziende in campo ma anche i cittadini, le organizzazioni di volontariato, lo Stato e le fondazioni. E non secondariamente, le nuove tendenze sociali, i nuovi diritti, la tecnologia, la comunicazione, i donatori, la social innovation, i fondi sociali, l’economia sociale e il superamento di molte categorie di Onlus. Intorno al GIVING, inteso come donazioni complessive verso aree di bisogno, si agita un mondo che sotto la spinta della comunicazione e della tecnologia si sta modificando in modo complesso e sta evolvendo verso nuovi modelli che occorre cominciare a elencare e discutere. In sintesi il libro sostiene che nei prossimi 40 anni il nostro Pianeta subirà uno sconvolgimento terribile, dovuto principalmente a 5 fattori che lo influenzano. L’aumento demografico, in primis, porterà sulla nostra già malridotta Terra altri 2,5 miliardi di persone, per lo più asiatici e africani, aumentando il saldo attuale a 9,5 miliardi complessivi. Un salto del 25% in più. Un quarto più di adesso. Un altro fenomeno del tutto correlato all’incremento della popolazione sarà il continuo impoverimento delle risorse, della terra e del mare, che - già super sfruttate non potranno rigenerarsi ancora. Da questo deriva o si aggiunge, come preferite, il tema dell’alimentazione. Alimentazione che scarseggia sempre di più. Con due assurdi: un miliardo di persone non può man-
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giare e un miliardo muore di obesità. In un processo di globalizzazione commerciale che è ormai inarrestabile. Il tutto avviene, poi, nell’incertezza dei cambiamenti climatici che potrebbero sconvolgere il nostro Pianeta rendendo questi fenomeni ancora più pericolosi. L’unica speranza è ovviamente lo sviluppo tecnologico che se da un lato allunga la vita e accresce la popolazione, dall’altro aiuterà non poco a risolvere il macello che stiamo combinando. Insomma, siamo di fronte a un Pianeta che ormai è insostenibile. Il rischio, come dimostrano tutte le tendenze e le ricerche a cui nel libro diamo ampio risalto e riscontro, è quello di un disastro planetario. E cosa fa la gente? Non ci pensa? Non è vero. Tutte le ricerche, ma anche l’attenzione dei media, stanno sottolineando la nascita di un nuovo diritto. Il diritto alla sostenibilità. È un diritto complesso, recente, che ne raccoglie altri più semplici come il diritto a una corretta alimentazione o a una giusta sanità; ma anche, nei Paesi più avanzati, il diritto a città senza inquinamento. Dipende molto dalle latitudini o dalle longitudini alle quali le persone vivono. Ma ormai è assodato che il diritto alla sostenibilità sta avanzando. E che occorre muoversi. Il movimento principale è collegato e correlato con una grande massa di denaro, ma anche di sentimento e di sensibilità, che viene versato per rendere questo mondo più sostenibile. Attraverso le donazioni. Il libro comincia a delineare meglio i giocatori di questo campionato delle donazioni, aiutandosi con ricerche e con studi: i cittadini, le imprese, gli Stati, le Istituzioni e il mondo del volontariato. E ne tratteggia luci e ombre. Specie delle ONG che sono state il grande megafono dei diritti calpestati. E che oggi si stanno riducendo a strut-
ture sempre più burocratiche con bilanci opachi e pochi controlli. In un capitolo abbiamo provato a tracciare il viaggio di un euro mandato con amore dal proprio cellulare. Un viaggio che fa arrivare solo circa il 20% di quell’euro alla causa per cui è stato donato. Il libro, poi, inizia a parlare delle imprese e delle loro donazioni, chiedendosi se il processo di CSR sia ormai superato, se sia finto o finito. La nostra tesi è che sia morto o che sia un’aspirina per un tumore oppure uno strumento superato di risk management. Ci vuole ben altro. Ci vuole cuore. Ci vuole una visione nuova. E ci vogliono tanti soldi. Anzi ci vuole la volontà di prendere una parte consistente di profitto e di darlo a progetti per la sostenibilità di questo Pianeta. Credo che un’azienda, per capirci, debba iniziare a pensare nell’ordine di un buon 20-30% dei suoi profitti investiti per il Pianeta. Del resto se lo distruggi, dovrai risarcire. E i manager dovranno farlo prima o poi, se non per visione, per la paura di tasse imposte in modo emotivo dagli Stati pressati da cittadini furenti. Le tendenze americane vanno in questa direzione. Le fondazioni sono una prima risposta. Anche quelle corporate. La Bill e Melinda Gates Foundation sta cambiando il mondo della filantropia. Da sola dona ogni hanno quanto l’Eni ricava di profitto netto. Circa 4 miliardi di dollari. Bill Gates ha preso 40-50 dei suoi miliardi (più quelli che gli ha regalato Warren Buffet) e li ha inseriti nel circuito della speranza. Cambiando tutte le regole del gioco. Da solo investe ogni anno, senza fare il megafono della povertà, quasi quanto tutte le ONG del mondo. Ma c’è di più. Cento miliardari americani hanno aderito alla richiesta di Gates e di Buffet di donare metà delle proprie ricchezze a cause filantropiche.
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Basta andare sul sito Giving Pledge, il sito più semplice che si possa mai concepire, e leggere la loro promessa. Questo significa che tra un po’ un buon 20% della ricchezza americana entrerà nel circuito della sostenibilità. Gates o Buffet saranno più famosi per la loro capacità imprenditoriale oppure per la bella storia che stanno scrivendo? Io non ho dubbi. Questa spinta delle fondazioni - che ha già trovato l’accordo a continuare (in appendice c’è la ricerca Next Gen Donors) nelle nuove generazioni dei grandi donatori sta introducendo nuovi modelli di donazione e maggiori richieste di efficienza e di controllo. E fa intravedere i nuovi modelli di sviluppo rispetto al vecchio modo di donare. Gli investimenti e i bond sociali dovrebbero essere un nuovo strumento utilissimo per i servizi sociali, utilizzato da enti pubblici in accordo con investitori privati. Ma torniamo al nostro punto di partenza. Per le imprese, l’economia sociale sarà la vera nuova frontiera dello sviluppo delle donazioni. In altre parole, le imprese dovranno investire parte consistente dei loro profitti in opere a sostegno della collettività e nel rispetto della sostenibilità. Ma anche qui c’è modo e modo di fare economia sociale. C’è Patagonia , forse l’esempio più sociale che esista, ma ci sono anche da noi Cucinelli, Alessi, Tod’s. Alcuni primi esempi di economia sociale. Nel libro raccontiamo come si può fare e cosa si può fare. In sintesi è molto semplice, sapendo che nel futuro tutte le imprese dovranno, prima o dopo, operare in questa direzione. Occorre scrivere una bella storia della propria azienda che integri e dia valore sociale alla produzione. Scriverla, viverla e raccontarla. E lasciare un segno. Perché di una impresa, i prodotti spesso muoiono o sono superati dalla tecnologia, i marchi vengono falcidiati, i manager o i proprietari potenti dimenticati. Ma la storia sociale che hanno scritto rimane, viene ri-
cordata, viene tramandata e con lei anche il ricordo delle persone e dei prodotti. Le storie sociali sono più forti di tutto. Il corporate giving è tutto qui: lasciare un segno. E aiutare la nostra Terra a non morire! P.S. Ho scritto questo libro per razionalizzare questi dieci anni di lavoro nel volontariato sociale e per capire se fossi sulla linea corretta. Mi sembra - alla fine del lavoro - di sì. Il progetto Alice for Children (ne parliamo nel primo capitolo), che mia moglie e io seguiamo con amore e dedizione, è una piccola goccia nel mare. Ma per i bambini che vediamo crescere come fossero nostri figli questa goccia è tutto il mare. E per noi, una grande soddisfazione. Anche noi abbiamo voluto lasciare un piccolo segno tracciato con le nostre forze e con l’aiuto di tanti, tanti meravigliosi amici.
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ALICE FOR CHILDREN, L’ESPERIENZA DA CUI NASCE QUESTO LIBRO
Korogocho Una distesa ampia, a perdita d’occhio, fumante, maleodorante, colorata da sacchetti di plastica variopinti che, quando si alza il vento, turbinano nel cielo accompagnando il volo degli uccelli a caccia di cibo tra l’immondizia. Un universo a parte, con una sua vita intensa, come in una fabbrica desolata: persone chine su cumuli di spazzatura che operosamente riempiono sacchi con resti di cose; animali, cani, maiali che razzolano nella sporcizia; camion che scaricano rifiuti; strade non progettate ma tracciate dall’inesorabile calpestio di milioni di uomini e donne che arrancano nella miseria; ripari improvvisati fatti di stracci appesi a bastoni; bambini che corrono e giocano ai margini del sudiciume. Questa è Dandora, la più grande discarica a cielo aperto d’Africa: oltre tre chilometri quadrati di terreno ricoperto da scarti all’interno dello slum di Korogocho, la baraccopoli alla periferia della capitale keniota, Nairobi. Dandora sorge nel centro abitato, in mezzo alle case dello slum, a circa 200 metri dalla Chiesa di St John, sede dei missionari comboniani. Chiesa che ospitò il famoso padre Alex Zanotelli, direttore di Nigrizia - rivista men-
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Entrando in uno slum di Nairobi, si viene assaliti da una realtà che resterà per sempre vivida nella memoria
sile dei comboniani dedicata al continente africano - e autore di un libro memorabile su Korogocho. Qui, padre Alex Zanotelli venne esiliato dalla politica italiana e dalla chiesa ufficiale perché aveva, negli anni ruggenti del socialismo da bere, criticato la spesa clientelare della cooperazione italiana. Qui, trasformò quella che voleva essere una punizione in un percorso di redenzione, operando per sostenere la popolazione locale. Dandora si trova anche a 200 metri dalla nostra scuola che ospita un asilo e una primaria fino alla classe ottava. L’istituto è frequentato da 850 bambini, tutti in pullover rosso. Bambini fieri della loro divisa, indossata sia d’inverno - che a Nairobi, a 1700 metri di altezza, può essere rigido - sia d’estate. Per me e mia moglie tutto è iniziato lì, in quella “scuolina”, un giorno di 6 anni fa. Ci portò a visitarla Edmond Opondo Oloo, presidente di una ong locale a tutela degli orfani e dei bimbi più vulnerabili di Korogocho. L’avevamo appena conosciuto: magro come un chiodo, alla guida della sua auto - una Corolla degli anni ‘70 che temevamo si disintegrasse a ogni buca - Edmond ci ha condotto per la prima volta tra le vie dello slum. Ne avevamo già visti e visitati di posti così in India, in Brasile, in Sud Africa. Mai a Nairobi, dove eravamo appena arrivati. Entrando in uno slum di Nairobi, si viene assaliti da una realtà che resterà per sempre vivida nella memoria. Per un occidentale è quasi inimmaginabile vivere in un luogo del genere. Il primo impatto è acre come l’odore che colpisce lo stomaco quasi fosse un pugno. Un odore di immondizia lasciata al sole per giorni, per anni a fermentare. Un odore di escrementi, di pioggia stagnante, di un fiume che è la cloaca dello slum, dove qualsiasi scarto viene buttato. Un odore che ti segue costantemente e che non ti lascia più, anche nel ricordo. Poi, sono le immagini a stordire. Sporcizia e rifiuti campeggiano ovunque: pattumiera ormai spogliata di ogni suo residuo organico, plastica dappertutto che non muore mai. Lo sguardo si perde su un’infinità di baracche in lamiera, alcune in muratura, dove possono vivere in pochi metri quadrati - 15 per capirci - anche 10 persone. Case e persone. Le une attaccate alle altre in un groviglio senza senso e in una continuità interminabile: si entra in
un vicolo e se ne apre immediatamente un altro, e poi un altro ancora; una moltitudine di viuzze dissestate che conducono ad altrettanti tuguri e cortiletti malconci; buchi nel suolo mai riparati e canaletti di scolo creatisi naturalmente per raccogliere i liquami da far scivolare fino al fiume. Qui la gente sopravvive in assenza di igiene, di acqua e di elettricità, ammassata all’inverosimile in spazi ridottissimi. Tuttavia, un'allegria spontanea contrasta con il degrado circostante. Stupisce vedere volti sorridenti, persone normalmente affaccendate nei lavori quotidiani: una donna che lava vigorosamente i panni in un secchio di plastica e li appende lindi in una strada sudicia, un’altra donna che ordinatamente vende banane e mango seduta per terra, uomini che espongono le proprie mercanzie, tutte di seconda mano, all’interno di piccoli negozi di lamiera e bambini, tantissimi bambini, che giocano, ruzzolano e corrono divertiti in mezzo al fango, alla spazzatura, alla sporcizia. Sono vestiti in tutti i modi e colori, sono allegri e vogliosi di vivere. Troppo spesso sono ammalati. Dopo l’olfatto e la vista, è la mente a venire segnata da una improvvisa sensazione di paura. La paura della propria ignoranza del luogo. La paura del nuovo, di ciò che non si può prevedere e controllare perché estraneo alle consuetudini. Paura fisica di uno scontro, magari provocato da una sorta di razzismo al contrario, oppure di un attacco, da parte di un ubriaco, di un vecchio, persino di un bambino. Si tengono stretti al corpo i propri beni, ci si guarda intorno circospetti, anche se accompagnati, non si filma per timore di venire derubati. Tutto fa paura: il luogo, la popolazione, le malattie, la cultura. Tutto così alieno a ineluttabile testimonianza di come, nell’epoca del benessere, ci possano ancora essere luoghi così. Luoghi dove vivono milioni di persone. Solo a Nairobi, su 6 milioni di abitanti, quasi quattro si trovano negli slum. Nello slum di Korogocho, guidati da Edmond, ci imbattemmo per la prima volta in quella “scuolina”: 850 bambini oggi. Da noi, in Italia, sarebbe una “scuolona”. In Africa, invece, dove metà della popolazione non supera la soglia dei 15 anni, è solo una “scuolina”. La trovammo, credevamo di avere esperienza e decidemmo di sostener-
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Tuttavia, un'allegria spontanea contrasta con il degrado circostante
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la. Voleva essere un omaggio alla memoria della madre di mia moglie, morta da poco. Questo fu il nostro inizio: da qui prese il via un lungo percorso che ci ha consentito di ampliare e rendere il progetto duraturo nel tempo e di arrivare a scrivere questo libro. Un libro che si propone di ragionare sul perché sia giusto sostenere e in qualche modo “risarcire” popolazioni lontane miglia e miglia da noi, operando concretamente per frenare il declino di un Pianeta che, invece, non ci sostiene più. Sappiamo che sono gocce nel mare, certo, ma il mare è fatto di gocce. Ricordiamolo. Convogliando gli sforzi nel modo giusto e nello stesso “bacino”, sarà più facile affrontare le sfide che il futuro ha in serbo per noi, per i nostri figli, per i figli dei nostri figli. Pensare il futuro è un bell’esercizio ed è l’obiettivo che si prefigge questo libro.
L’inizio dell’esperienza
La discarica di Dandora, la più grande d’Africa a Korogocho
Flashback su di me: sono stato presidente italiano di ActionAid - organizzazione non governativa (ONG) nata per combattere la povertà nel Sud del mondo - e membro del loro board internazionale. Lo divenni nel 2002 e da
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allora ho cominciato a interessarmi di sviluppo e cooperazione: parole di cui all'epoca conoscevo il nome ma non il significato. Ho girato il mondo per comprendere i loro programmi, ho partecipato a tantissimi meeting internazionali. Mi sono fatto, come si dice, una certa esperienza sul campo e nel campo delle grandi organizzazioni. Ne parleremo meglio più avanti ma anticipo un giudizio
Sopra, una baraccopoli a Nairobi. Qui a fianco un bambino cammina nello slum
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“Se non iniziamo noi a credere nel progetto e a sostenerlo, perché dovrebbero farlo altri?”
in sintesi: questi organismi hanno assolto l’importante compito, nei decenni passati, di porre il tema della cooperazione e dei diritti umani al centro delle agende dei Governi. La vera funzione svolta è stata dunque quella di evidenziare alcuni importanti problemi sociali irrisolti, indicandoli alla società civile e alle istituzioni, in modo tale che venissero cercate delle soluzioni. Le grandi ONG tuttora tengono in vita questa missione, anche se nel tempo hanno perso parte del loro spirito rivoluzionario e sono diventate organismi burocratici. Sul piano pratico ogni organizzazione ha perseguito la sua strada, cercando di interpretare al meglio la missione data in partenza. Per ActionAid il motto era: “Fighting poverty together!” - combattere la povertà insieme. Un obiettivo portato avanti prevalentemente attraverso il sistema delle adozioni a distanza: con 300 euro all’anno si possono supportare i programmi di cui i bambini fanno parte e le comunità in cui vivono. Finito il mio secondo periodo di presidenza, ho lasciato ActionAid. Mi sono consultato con Daria, mia moglie, e abbiamo deciso di metterci "in proprio", coinvolgendo una giovane appassionata che voleva entrare in questo mondo: Alice Riva. Come? Non lo sapevamo. Avevamo l’esperienza internazionale, sapevamo quali fossero i Paesi più bisognosi di aiuto, sentivamo la voglia di provarci in maniera autonoma. Una voglia generica, non strutturata, piuttosto dettata dal desiderio di restituire agli altri un po’ della fortuna che la vita ci ha regalato. Come partire? Dovevo partecipare al mio ultimo meeting di ActionAid in Kenya e ho cercato su Internet una serie di ONG locali keniote. Le ho contattate via mail, chiedendo di poter conoscere il loro lavoro, e una volta in loco - nei tempi morti tra un incontro e l’altro - io e mia moglie siamo andati a vedere i diversi progetti, nel complesso una decina. Tutti programmi ben strutturati: scuole, orfanotrofi, dispensari, drop in center per bambini di strada. Tra questi abbiamo scelto di impulso la “scuolina” di Korogocho. Non mi spiego ancora bene il motivo: forse perché chi la gestiva, cioè Edmond, ci sembrava in grandissi-
ma difficoltà, forse perché è stato il più disponibile, forse perché era destino. Abbiamo così deciso di raccogliere fondi per migliorare la struttura e aiutare a mandarla avanti. Detto e fatto. È iniziata qui l’esperienza di Alice for Children. Come primo passo, ci siamo imposti di coinvolgere molti componenti della nostra grande e numerosa famiglia: le mie nipoti Alessandra ed Elisabetta Manuli, le mie nipoti Valentina e Ludovica Di Sarro, mia cognata Ida Oggioni e mio cognato Ernesto. E poi i miei figli Pietro ed Eleonora. Nessuno si è tirato indietro. Ci siamo detti: “se non iniziamo noi a credere nel progetto e a sostenerlo, perché dovrebbero farlo altri?”
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Veri sponsor, grandi amici Poi è iniziata la fase più difficile: trovare sponsor che ci accompagnassero nel tempo. A tal proposito devo dire che siamo stati veramente fortunati visto che alcuni promotori sono ancora con noi dopo sei lunghi anni di lavoro insieme. In particolare faccio una breve digressione sugli sponsor più “anziani”, esempi molto interessanti che riprenderemo anche successivamente in Giocatori milanisti di pallone nello slum
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Virgilio sposò il progetto e fece proprio il concetto di web charity, seguendoci con costanza e inaugurando molte delle strutture realizzate a Nairobi
Una classe di nursery nella scuola di Korogocho
questo libro. Il portale Virgilio (allora si chiamava Alice, da cui nasce il nome dei programmi Alice for Children) fu il primo a imbarcarsi in questo percorso, attraverso il mio amico Giancarlo Vergori, direttore generale del portale, che convinsi dell’importanza di disintermediare il più possibile la raccolta di fondi e di usare il web per il fund raising. Virgilio (cioè il web per antonomasia) sposò il progetto e fece proprio il concetto di web charity, seguendoci con costanza e inaugurando molte delle strutture realizzate a Nairobi. Il portale - oltre a versare una consistente donazione annuale - è diventato così testimone della nostra avventura. Un’avventura che ha condiviso con tutto il personale dell’azienda, a partire da Liliana Autelli, Valeria Degregorio, Margherita Cavaggioni e Valentina Meletti, organizzando nel corso degli anni veri e propri eventi sul posto come “Africamp”, capitanato nel 2011 da Paola Macaluso, del marketing del portale: «Matrix - l'azienda che gestisce Virgilio - è sponsor di Alice for Children dal 2007. Durante gli anni, alcuni dei dipendenti che partecipavano da Milano al progetto (gestendo il sito, curando gli accordi tra le due aziende) hanno avuto
modo di recarsi a Nairobi per conoscere di persona le diverse attività portate avanti anche grazie a Matrix e per darne testimonianza ai colleghi. E proprio da quei viaggi è nata l'idea - dopo un confronto tra Elena, Valentina (le due ragazze che seguono Alice for Children dall’Italia) e un paio di mie colleghe che si occupavano della sponsorship - di proporre un esperimento di volontariato aziendale. L’iniziativa è quindi partita dal basso - anche in questo risiede la sua bellezza - ed è stata poi accolta con entusiasmo dai vertici aziendali. Dopo l’approvazione, nelle caselle di posta di tutti i dipendenti è apparsa una mail che li invitava a partecipare a una riunione in cui sarebbe stato spiegato il progetto. Ci siamo ritrovati in trenta all’incontro, senza alcuna distinzione di età, sesso o ruolo aziendale, interessati a saperne di più. Successivamente - dopo una prima selezione e una giornata di attività organizzate da Elena e Valentina per capire in che modo il gruppo avrebbe potuto funzionare - è stato scelto il team di 6 persone (3 donne e 3 uomini) che sarebbe partito. Io ne sono diventata la coordinatrice. Da luglio, cioè da quando il gruppo è stato formato, a novembre, periodo della partenza, abbiamo partecipato all’ideazione di tutte le attività da proporre ai bambini. Dalle lezioni di computer - con spiegazione di word, excel, power point e software di gestione immagini - a quelle di geografia e botanica, fino ai giochi sportivi. Non essendo insegnanti, per noi è stato molto complesso preparare queste lezioni ma al contempo emozionante. Ci è venuta l’idea di spiegare i diversi Paesi europei attraverso le immagini, la teatralizzazione e la musica. Per ciascuna nazione abbiamo scelto una colonna sonora: l’Italia, per esempio, era abbinata a “Volare”, l’Inghilterra ai Beatles. Con l’aiuto di Elena e Giulia (che seguiva il Village sul posto), è stato dunque messo a punto un programma fittissimo che avrebbe occupato tutti i momenti della nostra settimana ad Alice Village. Finalmente è giunto il momento di partire e, sbarcati a Nairobi, ci siamo trovati in un’altra dimensione. Non ho più scordato le parole che ci disse il preside della scuola al nostro arrivo: “Spesso questi bambini nascono e muoiono qui, non riuscendo a immaginare una realtà diversa. A me piacerebbe che si rendessero conto dell’esistenza del mondo là fuori. E il vostro valore è proprio questo: aprire i loro occhi e instillare dei germi che
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Spesso questi bambini nascono e muoiono qui, non riuscendo a immaginare una realtà diversa
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Non si è trattato di una mera donazione economica gestita ai piani alti ma è diventata un’esperienza di vita per il gruppo nel suo complesso
potrebbero evolversi in qualcosa di positivo”. È stato un discorso che ha dato un valore e un senso alla nostra esperienza; che ci ha fatti sentire importanti nel nostro piccolo, nonostante restassimo lì per poco tempo, catapultati dalla nostra realtà più fortunata. Le giornate passate a Nairobi ci hanno visti con i bambini dalla colazione fino al momento serale in cui passavamo a salutarli prima che si addormentassero. Facevamo tutto insieme. Il calendario, come previsto, era pienissimo: lezioni, giochi all’aperto, abbiamo anche organizzato una serata italiana, cucinando la pasta al pomodoro in immensi pentoloni. Eravamo concentrati per fare funzionare il programma al meglio anche se, inizialmente, temevamo di non riuscire a coordinare così tanti bambini, soprattutto nelle attività che li coinvolgevano contemporaneamente. A me spaventava l’idea di provare a insegnare in un'aula con 40-50 studenti. Invece mi sono trovata di fronte una platea curiosa e molto attenta. Le lezioni erano interattive e i ragazzi manifestavano una grande voglia di imparare, di intervenire e di dire la loro. Tutti in divisa, non importa se rattoppata, ordinati e partecipi. Davanti a questa dignità, quasi non si percepivano più le lamiere di cui sono costituite le pareti della classe o lo sterrato al posto dei pavimenti. Anche all’interno del Village si avvertiva un’atmosfera positiva. In tal senso, mi ha impressionato profondamente il contrasto tra la situazione drammatica che i ragazzi avevano alle spalle e la serenità che dimostravano nello stare insieme, aiutandosi l’un l’altro, divertendosi. Vivere con loro è stata un’esperienza forte. Avvicinarsi a Nairobi e Korogocho altrettanto. Ma il modo in cui è stato organizzato questo viaggio credo sia quello giusto: provare a fare qualcosa di concreto ci ha permesso di non sentirci semplici “spettatori” e di capire un po’ meglio la realtà che ci circondava. Quando siamo andati via eravamo scossi. La sensazione al ritorno era di spaesamento e contemporaneamente di entusiasmo. Sono emozioni che abbiamo trasmesso ai nostri colleghi: tutti erano curiosi e interessati perché, anche se non avevano condiviso personalmente l’esperienza, si erano comunque sentiti coinvolti; avevano infatti contribuito al progetto dall’Italia attraverso altre iniziative organizzate da Matrix, come per esempio la raccolta di lenzuola e coperte per allestire nel Village l’area che avrebbe
ospitato d’estate i ragazzi più grandi di ritorno dal college. E il punto di forza del progetto è stato anche questo: non si è trattato di una mera donazione economica gestita ai piani alti ma è diventata un’esperienza di vita per il gruppo nel suo complesso. Un contributo che da economico si è trasformato in azione concreta, con il valore aggiunto che ne consegue, e che ha innescato circoli virtuosi per l’impresa stessa, iniettando nuova linfa nel personale, diffondendo uno spirito positivo tra noi colleghi e influenzando il lavoro di tutti in meglio. Dal mio punto di vista, si è trattato dell’iniziativa più bella organizzata dalla nostra realtà aziendale: i famosi “germi” di cui parlava il preside sono stati lasciati reciprocamente. Credo che sia una modalità di approccio da esportare: giova all’impresa e alla realtà che l’azienda sceglie di supportare». Oggi Virgilio è stato comprato dal portale Libero di cui è proprietario l’imprenditore delle telecomunicazioni egiziano Naguib Sawiris. Con l’acquisto dell’azienda, il magnate si è anche impegnato a sostenere il progetto di Alice for Children. Un contributo per la sua Africa. Il secondo nostro grande sponsor è stato Qlik View, un mago del software numerico. Una media azienda italiana legata per licenza a un colosso svedese. L’approccio di selezione è stato molto interessante e
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L’entrata della scuola di Korogocho
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Soddisfatti del progetto e del sistema organizzativo, scelsero alcune iniziative tra quelle da implementare e le finanziarono
Lezioni all’aperto a Korogocho
innovativo come, d’altro canto, è l’azienda. La società andava bene e va bene tuttora in questa Italia un po’ dimessa. I soci, Massimo Sangiuseppe e Diego Leveghi, due trentini rudi ma dal cuore d’oro, avevano deciso che parte del loro profitto avrebbe dovuto supportare chi, nella vita, era stato meno fortunato. I due imprenditori volevano però imbarcarsi in un programma di beneficienza “sicura”che si traducesse in progetti concreti e visibili da "inserire" nel loro cuore e anche nel profilo dell’azienda. Con queste premesse, iniziarono una capillare ricerca sul web che li condusse fino a noi. Dopo un incontro conoscitivo, volarono a Nairobi per constatare personalmente come venissero impiegati i fondi raccolti. Soddisfatti del progetto e del sistema organizzativo, scelsero alcune iniziative tra quelle da implementare e le finanziarono. Ne sono un esempio (caratterizzato da altrettante inaugurazioni perché ogni anno entrambi i soci vengono a controllare il progetto di persona e con le loro belle famiglie): il pozzo del villaggio, il dormitorio per i ragazzi più grandi, la nuova scuola alle falde del Kilimanjaro. Progetti veri, utili e circoscritti. Il terzo importante sponsor è stato Radio Italia. Avevamo appena iniziato la nostra campagna di adozioni a distanza e cercavamo un modo per attirare l’attenzione del grande pubblico. Proprio in questa fase, il caso ci
mise sulla strada della popolare emittente radiofonica che si appassionò immediatamente alla nostra storia e cominciò a raccontarla, stimolando i suoi ascoltatori a seguirci. Mario Volanti, il fondatore di Radio Italia, e il giovane amico Marco Pontini, direttore generale, scesero a Nairobi due volte per documentare in prima persona quanto era stato realizzato sul campo da Alice for Children. Non solo, replicarono l’esperienza molti deejay della radio, curiosi di conoscere la realtà di Korogocho. Un’immersione sentita che portò l’emittente ad adottare a distanza 10 bambini e a fornire al progetto un supporto solido, forte e continuato nel tempo. Un progetto che tutta la radio - dal centralinista al presidente, passando per gli speaker - conosce, segue e sente come proprio. Queste di cui vi ho parlato sono le colonne portanti del nostro programma. Non sono mancati, poi, partner che ci hanno supportato per periodi più brevi. Per esempio la Fondazione Milan, con il progetto "1° campionato di calcio dello slum": una specie di Champions League tra i ragazzi degli slum di Nairobi cui ha partecipato Franco Baresi, il famoso campione milanista, premiando le squadre vincitrici dopo una finale da “urlo” in un campetto dello slum di Korogocho con più di 10.000 persone presenti, ambasciatore Paola Imperiale compreso; il Giornale che, grazie a Luna Berlusconi - autrice del bellissimo libro di fotografie “Sguardi di Luna”, tutte scattate da lei nello slum di Korogocho - ci ha aiutato a trovare tanti genitori a distanza; il Biancolatte di Milano, la Mitsubishi, Hedge Invest, molti soci del Monticello Golf e tanti, tanti altri donatori che incontriamo lungo la nostra strada e che cerchiamo di portare a Nairobi per condividere l’esperienza affinché diventi anche la loro. Trovare i soldi - lo dico nella sua accezione più banale e più dura - è un’arte vera e propria di cui discuteremo a fondo nel libro che non può tuttavia prescindere da un principio fondamentale: l’azienda, come il singolo donatore, deve sposare il progetto, deve controllarlo, deve farlo suo. Se viene meno questo principio, anche l’apporto risulta lieve, poco partecipato e non duraturo. Ma torniamo ai progetti.
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L’azienda, come il singolo donatore, deve sposare il progetto, deve controllarlo, deve farlo suo
Dopo la scuola - visto che volevamo occuparci di bambini, il futuro di tutti e dell’Africa in particolare - ci siamo imbarcati in altri due progetti: Alice Village e Alice Home, due strutture pensate per ospitare i bimbi che hanno alle spalle situazioni di particolare gravità. I piccoli che vivono qui sono quasi tutti orfani. Una minoranza ha almeno un genitore ma colpevole di abusi o incapace di mantenere il proprio figlio, specialmente se malato, come nel caso di bimbi HIV positivi che non riescono a essere curati dalle famiglie.
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ALICE FOR CHILDREN, L’ESPERIENZA DA CUI NASCE QUESTO LIBRO
Alice Village
Alice Village: uno dei dormitori dei bambini
Alice for School
Avere un punto di riferimento sociale è basilare per la vita della comunità
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Eravamo rimasti alla raccolta di fondi per aiutare la “scuolina” di Korogocho. Quella è stata la partenza: pian piano, in questi sei anni, abbiamo sviluppato il progetto. Ora la scuola è più grande - le aule e i bambini sono raddoppiati - ha acqua potabile a disposizione di tutti, cucine adeguate (i bambini dello slum pranzano a scuola, così hanno un pasto garantito per sei giorni alla settimana), uffici per gli insegnanti e fiori e piante che la rendono più bella. Nello slum non esiste l’uso dei fiori o il verde di bellezza. Negli spazi comuni, dove prima c’era solo terra sporca, fango e sassi, oggi c’è il verde, ci sono stradine, canali di scolo e fiori, tanti fiori. Un piccolo angolo di paradiso, la miglior struttura di tutto lo slum. Un esempio per gli abitanti della baraccopoli che cominciano a essere fieri di mandarvi a studiare i loro bambini. Avere un punto di riferimento sociale è basilare per la vita della comunità, tanto che abbiamo fatto nascere anche un piccolo laboratorio sartoriale in cui le mamme di Korogocho creano, con il nostro aiuto, dei manufatti. Un inizio, certo, ma che vuole contribuire a creare luoghi di coesione nello slum.
Alice Village, costruito cinque anni fa, è il nostro fiore all’occhiello. Si tratta di un orfanotrofio che sorge su un terreno di un ettaro e mezzo che abbiamo comprato alla periferia di Nairobi, più precisamente a Utawala, a circa un'ora di auto da Korogocho. Oggi accoglie 100 orfani dai 3 a i 15 anni (dall’asilo, dunque, fino alla classe ottava) che vivono in camerette da 4 provviste di letto, tavolino per i compiti e armadio. La struttura è dotata di un refettorio, di un salone con
Alice Home: una delle due case
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la TV e di una sala da lettura con una piccola biblioteca. Al suo interno si trovano anche gli alloggi per i volontari, quelli per lo staff (circa 20 persone), la casa del direttore, oltre agli uffici amministrativi. All’esterno c’è il pozzo per l’acqua potabile, il generatore - l’elettricità è ballerina a Nairobi - una lavanderia dove i bambini lavano i loro panni. Completano la costruzione un campo da calcio quasi regolamentare, un parco giochi con altalene e alcuni spazi verdi ricchi di alberi e fiori che il giardiniere George - con noi fin dai primi giorni - cura amorevolmente. Una specie di “Club Med” come afferma, tra il sorpreso e il compiaciuto, qualche amico che è venuto a visitare il villaggio. Tutti i bambini di Alice Village frequentano la scuola pubblica, distante circa dieci minuti a piedi, e ciascuno, a seconda della sua fede - sia essa cristiana, cattolica o mussulmana - la domenica segue le funzioni. Nairobi è piena di chiese e anche vicino al villaggio sono in notevole aumento.
Alice Home
Due realtà, quelle di Alice Village e Alice Home, che si sono evolute pian piano, come si è evoluta e perfezionata la nostra esperienza
Alice Home è un progetto molto simile a quello di Alice Village, con la differenza che i bambini, 50 in tutto, sono ospitati in due case appositamente costruite all’interno di una scuola recintata nello slum di Kariobangi North, sempre alla periferia di Nairobi, vicino a Korogocho. Di giorno, l’istituto si riempie di altri 300 studenti provenienti dalla baraccopoli; di notte, invece, rimangono solo i nostri 50 bambini nelle due case famiglia, in compagnia di un paio di mamy e di un responsabile. Anche qui, recentemente, siamo riusciti a creare uno spazio verde destinato al gioco. Due realtà, quelle di Alice Village e Alice Home, che si sono evolute pian piano, come si è evoluta e perfezionata la nostra esperienza. Finito il ciclo di scuola primaria, per esempio, si poneva un problema: bisognava decidere in che modo fare proseguire il percorso educativo dei nostri bambini. Col passare del tempo, abbiamo fissato delle regole con-
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Daria Masi con Linette e altri bambini di Alice Village
divise con i bambini e ancora oggi in uso; viene iscritto alle secondarie chi ha una media superiore ai 300 marks, pari al nostro sei e mezzo. I bimbi che non raggiungono questa soglia sono indirizzati alla scuola professionale e imparano un mestiere. Al termine delle secondarie, il migliore 10% viene immatricolato all’università. Un sistema familiare che ha trovato tutti d’accordo. Inoltre abbiamo inserito in questo programma, chiamato Alice Campus, gli studenti più meritevoli della scuola di Korogocho per dare una chance anche ai bambini della baraccopoli.
Alice Campus Il fatto di mandare i ragazzi alle secondarie ha consentito poi di ospitare nuovi bambini negli orfanotrofi: in Kenya, infatti, la scuola secondaria è un collegio vero e proprio che fornisce vitto e alloggio per 10 mesi. I giovani che partono lasciano quindi il loro letto libero. Ecco allora che abbiamo pensato a un sistema a ruota: un adolescente esce e un bambino nuovo entra. L’età del bimbo che arriva deve permettere - i calcoli sono stati infiniti - che siano sempre presenti nel villaggio e nelle
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Festa al Villaggio
case-famiglia 150 bambini e che le scuole secondarie ne ospitino circa 80. Il prossimo anno raggiungeremo questo equilibrio che dovrebbe, sostenibilità del progetto permettendo, continuare per sempre. E qui dobbiamo ringraziare una splendida ragazza siciliana che è stata con noi a Nairobi fin dall’inizio del progetto, Elisa Terranova. Ha vissuto per cinque anni nel nostro villaggio (parla perfettamente il swahili) e ci ha aiutato a capire la mentalità dei kenioti, a evitare tanti errori, sprechi o piccole ingiustizie che sicuramente con la nostra inesperienza avremmo commesso. Insieme a lei ci siamo dedicati al compito più delicato, difficile e serio che è quello della selezione dei bambini da inserire nel programma. Nel tempo abbiamo acquisito una forte esperienza in questo campo: cerchiamo bambini che non abbiano i genitori o che appartengano a famiglie molto vulnerabili, di ogni razza e tribù keniota, presso i centri di soccorso, negli slum ma anche nei penitenziari, dove le mamme non possono più tenere i propri figli dopo il terzo anno di età. Figli che sono spesso nati in seguito ad abusi avvenuti in carcere. Frequentemente accogliamo bambini orfani di rifugiati di altri Paesi, dal Congo alla Somalia, dall’Etiopia al
Sudan. Lo stesso Children Department di Nairobi, che ormai apprezza il nostro modo di lavorare e di “creare comunità”, ci indica i casi più difficili. Un esempio per tutti, quello di Linette. Questa bambina, nove anni, viveva - se questo si può definire vivere - nella discarica a cielo aperto di Dandora, a Korogocho. Raccoglieva spazzatura e la selezionava. Era malata di tubercolosi, Hiv positiva, pesava 20 chili e stava morendo. Oggi è al villaggio, la tubercolosi è in via di guarigione, i retro virali stanno svolgendo il loro compito e ha preso peso. Non sappiamo ancora se ce la farà ma ormai da un anno sta lottando per la vita e i risultati si vedono.
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Alice Kilimanjaro Questi due progetti ci stanno dando grandi soddisfazioni e ci hanno stimolato a intraprendere un’altra più recente avventura. Con l’aiuto di una donna irlandese, una specie di Karen Blixen del luogo (la scrittrice e pittrice danese che scappò in Africa per provare nuove emozioni e per vivere lontana dalla civiltà), abbiamo cominciato a supportare una scuola che sorge alle falde del Kilimanjaro, per 400 bambini masai. Scuola, forse, è una parola grossa. Si tratta di due edifici, uno in muratura e uno in legno, costruiti dallo Stato in mezzo al nulla. Sono pensati per servire i villaggi masai circostanti ma per raggiungerli, gli insegnanti (provenienti dalla città) dovrebbero camminare ogni giorno per sei ore: tre all’andata e tre al ritorno. In sintesi, una scuola e nessun docente. Il nostro programma in questo caso è triennale: il primo anno, costruiremo un alloggio per ospitare i quattro insegnanti in “trasferta” dal lunedì al venerdì. Il secondo anno, recinteremo gli edifici, già danneggiati dagli elefanti, e il terzo, rifaremo le classi - allargandole e migliorandole. Durante i tre anni di progetto sarà sempre offerto il pranzo agli studenti, un importante incentivo per stimolare i bambini a recarsi in aula nonostante le condizioni disagiate e l’assenza di tutto in un luogo dimenticato da Dio.
Lo stesso Children Department di Nairobi, che ormai apprezza il nostro modo di lavorare e di “creare comunità”, ci indica i casi più difficili
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La scuola Masai alle falde del Kilimajaro
I nostri bambini
Le difficoltà e la sostenibilità Anche se così raccontato tutto sembra funzionale e ordinato, il percorso intrapreso sovente non è (e non è stato) né lineare, né semplice. La vita con i nostri partner locali è dura e piena di contenzioso: occorre esercitare un ferreo controllo perché tendono ad approfittare delle situazioni. Si rischia di fare discorsi razzisti toccando questo argomento, che sarà oggetto di analisi in un successivo capitolo, ma è giusto affrontarlo per completezza, evitando di scadere in un buonismo sterile.
La carità, per i “locali”, è spesso un business. I bianchi, ma più in generale chi porta ricchezza, sono considerati comunemente “polli da spennare”. Queste sono le premesse radicate con cui si impara a fare i conti sul campo e che richiedono risposte di una certa durezza per non vanificare o compromettere il lavoro svolto. Sono necessari astuzia, forza e tanti controlli. Talvolta occorre fare la voce grossa. Agendo altrimenti, buona parte delle donazioni andrebbero a finire nelle tasche del partner che coordina il progetto in loco. L’ultimo aspetto di questo capitolo, rifacendomi ancora una volta alla nostra esperienza, è quello della sostenibilità nel tempo del progetto. Oggi Alice for Children si prende cura di circa 230 bambini orfani o con situazioni gravissime alle spalle - ai quali provvediamo come se fossero dei figli - e di 1300 bambini con famiglia che frequentano le strutture da noi supportate come studenti. Sentiamo quindi la responsabilità di circa 1500 bimbi. Io e mia moglie Daria - seppur accompagnati da collaboratori e soci - rappresentiamo un po’ i “piccoli motori” di questa impresa e a ben vedere non siamo più giovanissimi. Sessantenni per capirci. Abbiamo quindi il dovere di pensare a garantire una continuità al progetto che vada oltre la nostra vita. Per tale ragione, da un lato, stiamo cercando di organizzare la raccolta fondi per rendere l’associazione il più indipendente possibile da noi e dall’altro, abbiamo investito in un’azienda con scopo sociale a Nairobi. La città, infatti, sta divenendo ricca, molto ricca, ovviamente in pochi e circoscritti contesti come avviene in tutte le megalopoli africane. In questo scenario, la classe emergente guarda con interesse all’Italia e al design italiano. Abbiamo allora scovato quattro amici alla guida di grandi aziende italiane di design - Alessi, Kartell, Poliform e Teuco - e aperto un import-export dei loro prodotti con show room proprio a Nairobi. La società si chiama Karibu Italy che in swahili, la lingua locale, vuol dire “benvenuta Italia”. Questo passo è stato compiuto con alcuni soci italiani, anche sostenitori di Alice for Children. Un architetto italiano, Claudio Narisoni, che è divenuto nostro socio,
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Abbiamo il dovere di pensare a garantire una continuità al progetto che vada oltre la nostra vita
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si è trasferito con la sua famiglia a Nairobi e dirige la società. Se tutto dovesse procedere bene, i profitti delle nostre quote andranno a sostenere - per statuto - i progetti di Alice for Children. Speriamo!
Lo scopo del libro
L’obiettivo è quello di stimolare una riflessione sul nuovo ruolo delle imprese, delle ONG, dei cittadini e degli Stati in relazione ai principi di risarcimento e sostenibilità
Abbiamo narrato la nostra storia per introdurre il libro. Un’esperienza vissuta è spesso più utile di tante parole. I temi toccati sono molteplici e verranno snocciolati nei capitoli successivi. L’obiettivo è quello di stimolare una riflessione sul nuovo ruolo delle imprese, delle ONG, dei cittadini e degli Stati in relazione ai principi di risarcimento e sostenibilità che rappresentano i capisaldi cui appigliarsi per salvare il Pianeta dalla devastazione. Tre miliardi di persone stanno per aggiungersi al desco in pochi anni, quasi due miliardi stanno raggiungendo un buon livello di welfare: pensare che non cambi nulla, da qui ai prossimi anni, sarebbe una pazzia. Nel libro, con qualche radicalità e poco buonismo, cerchiamo di descrivere questo cambiamento e di aiutare le imprese e i cittadini ad agire di conseguenza. Noi ci stiamo provando, nel nostro piccolissimo, su tanti versanti anche innovativi. Speriamo che la nostra storia possa aggiungere qualche goccia di esperienza pratica nel mare di una solidarietà seria e moderna.
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LA TERRA: UN PIANETA NON PIÙ SOSTENIBILE. La sovrappopolazione lo sta distruggendo Cos’è la sostenibilità? In astratto, se la sostenibilità fosse una figura geometrica, sarebbe un cerchio. Se fosse un simbolo, sarebbe quello dell’infinito. Se fosse un’operazione, sarebbe un’operazione di manutenzione. Sostenibilità è un concetto che ben si adatta a differenti contesti: sostenibile è una promessa che si può mantenere; un futuro che viene tutelato a partire dal presente; un mondo che si sviluppa a un ritmo compatibile con la rigenerazione delle sue risorse. Ma anche un terreno coltivato che continua a dare i suoi frutti; una famiglia che riesce a tramandare la sua agiatezza ai figli e ai figli dei suoi figli; una charity che è in grado di auto-mantenersi. Tante sfumature diverse accomunate da un unico comune denominatore: l’equilibrio. Il nostro Pianeta è in equilibrio? No!
Il mondo tra 40 anni. Affollato e povero di risorse. Per intuirlo, basta un modesto spirito d’osservazione. Tuttavia, per inquadrare meglio la situazione e per comprendere l’entità di questo disequilibrio ci torna utile fare un breve viaggio nel futuro, tra 30-40 anni diciamo,
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Oggi si contano 7 miliardi di persone al mondo. Secondo le proiezioni, nel 2050, ce ne saranno quasi 9,3 miliardi
per descrivere i possibili scenari che l’umanità si troverà ad affrontare. Fare un balzo in avanti di questo tipo, al giorno d’oggi, non è poi così difficile: ci sono computer potenti, software in grado di inglobare variabili e restituire fotografie di ciò che accadrà. E fior fiore di università, esperti, futurologi, meteorologi - perfino i servizi segreti - che sulle previsioni a lungo e breve termine realizzano studi, producono articoli scientifici e scrivono libri. Ne ho letti parecchi e la tesi che mi ha maggiormente convinto è quella sintetizzata da Laurence Smith - studioso americano di geografia e meteorologia - nel suo libro “2050, il futuro del nuovo Nord”. Nel testo l’autore descrive come potrebbe essere la Terra tra 40 anni: le nazioni più vicine al grande Nord, secondo la sua ipotesi, diventeranno sempre più ricche, potenti e stabili dal punto di vista politico. Quelle invece più vicino all’Equatore verranno schiacciate dai disastri ambientali, dalla siccità e da megalopoli sempre più affollate ed energivore. La pressione globale renderà quindi la parte più settentrionale del Pianeta meglio vivibile, ricca di attività e di massima rilevanza strategica ed economica.
I 5 pilastri. Demografia, risorse, globalizzazione, climate change, tecnologia Per arrivare a questo scenario Smith ha analizzato quelli che, secondo le più moderne ricerche scientifiche, sono i cinque parametri fondamentali, i pilastri per così dire, su cui poggia il domani: la tendenza demografica, la domanda di risorse naturali, la globalizzazione dei beni e dei capitali, il cambiamento climatico e la rivoluzione tecnologica. Stimando l’evoluzione di queste “colonne portanti” è dunque possibile intravedere cosa ci aspetta nei prossimi decenni. Andiamo con ordine. La prima variabile da cui dipende il nostro futuro è la crescita demografica. Oggi si contano 7 miliardi di persone al mondo. Secondo le proiezioni, nel 2050, ce ne saranno quasi 9,3 miliardi: 2,3 miliardi di esseri umani in più, pari a quanti eravamo complessivamente nel 1950. Una crescita
esponenziale che contrasta con l’andamento lentissimo seguito dalla demografia nel corso dei secoli passati. Durante il Medioevo - che ha caratterizzato la storia d’Europa dal V al XV secolo, regalando i natali a personaggi di enorme rilevanza come Dante Alighieri e Leonardo Da Vinci - si affaccendavano per il mondo solo qualche centinaio di milioni di persone. Per arrivare al miliardo, si è dovuto attendere oltre 300 anni fino agli inizi dell’era contemporanea, nel 1800. Dopo più di un secolo, poi, intorno al 1930, abbiamo toccato il secondo miliardo. Eravamo nel pieno della grande depressione: tempi bui che hanno visto imperversare l’ultima guerra mondiale e perire sui campi di battaglia alcuni milioni di giovani. Da qui, il boom: nel 1960, mentre Stati Uniti e Russia si sfidavano a colpi di missioni spaziali e l’uomo metteva per la prima volta piede sulla luna, la popolazione ha raggiunto il terzo miliardo, per toccare il quarto meno di 15 anni dopo, nel 1975. Dodici anni più tardi, nel 1987 - al termine della guerra fredda e del bipolarismo mondiale, nell’epoca in cui l’Italia vedeva chiudersi la stagione di Craxi e inaugurava quella di Tangentopoli - siamo arrivati al quinto miliardo. Il sesto è stato raggiunto a fine anni ’90. In controtendenza il tasso di crescita della popolazione italiana era completamente azzerato e lo sviluppo demografico del Paese si trovava nelle mani delle famiglie straniere. Infine, nel 2011, dopo solo 11 anni, siamo giunti a quota 7, in un continuo crescendo wagneriano. In sintesi: per raggiungere il primo miliardo ci sono voluti ben 11.800 anni dalle prime civiltà, per il secondo siamo scesi a 130, per il terzo solo 30, per il quarto 15, per il quinto e il sesto 12 e, infine, per il settimo 11. Questi sono i tassi di crescita della popolazione mondiale. Popolazione che è letteralmente esplosa a partire dal XX secolo, passando in un battibaleno da 1,6 miliardi a 6,1 miliardi di persone. L’incremento demografico di 2,5 miliardi Cosa ha scatenato l’impennata novecentesca? Perché non è avvenuta prima e quali saranno le prossime evoluzioni? La crescita demografica si comporta in modo simile a
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Durante il Medioevo, si affaccendavano per il mondo solo qualche centinaio di milioni di persone
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un conto corrente. Il saldo bancario dipende dalle nascite e dalle morti. Quando il tasso di fecondità e quello di mortalità si eguagliano, la popolazione si mantiene costante. Fino al 1800, i tassi di fecondità e mortalità erano entrambi molto elevati: si mettevano al mondo tanti figli ma pochi - a causa di guerre, fame e malattie raggiungevano la vecchiaia. Così la popolazione restava più o meno stabile. Dalla fine dell’800 in poi, l’industrializzazione - che investì dapprima l’Inghilterra per poi espandersi in Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone, fino a coinvolgere tutto l’Occidente e anche parte dell’Oriente stravolse completamente l’equilibrio demografico. La produzione e la distribuzione alimentare, ormai mecca-
Population forecasts for selected countries
Fonte: UN Population Prospect, 2010 Revision
nizzate, ridussero la fame, i conflitti locali diminuirono e gli avanzamenti in campo medico abbatterono ulteriormente il tasso di mortalità. Le nascite, al contrario, rimasero invariate e la popolazione crebbe. Nei cosiddetti Paesi avanzati, tuttavia, l’incremento demografico fu successivamente bloccato da un fenomeno nuovo: quello dell’inurbamento. La migrazione dalle campagne alle grandi città, l’alimentazione acquistata invece che prodotta, la maggiore scolarizzazione, la diffusione dell’occupazione femminile e il maggior grado di autonomia delle donne in campo sociale ed economico causarono un abbassamento notevole del tasso di fecondità. L’arresto interessa tuttora gran parte dei Paesi avanzati, fatta eccezione per gli Stati Uniti. Gli Usa, infatti, prevalentemente grazie alle loro politiche di integrazione nei confronti degli stranieri, vedranno accrescere la loro popolazione del 25%, cioè di 100 milioni di persone, da qui al 2050. Nel resto del mondo, invece, i tassi di sviluppo continueranno a essere elevatissimi: i nuovi 3 miliardi di abitanti ospitati dal Pianeta saranno in prevalenza asiatici, africani e sud americani. Stiamo assistendo a quello che gli esperti chiamano “transizione demografica”: un modello che permette di descrivere il passaggio da una popolazione che ha tassi di natalità e di mortalità elevati, a una con tassi molto bassi. L’ipotesi alla base della teoria presuppone che tutte le popolazioni del mondo si evolvano allo stesso modo, seguendo le medesime tappe evolutive. A tal proposito Frank Notestein, un demografo di Princeton (New Jersey), ha proposto nel 1945 uno schema che spiega questo fenomeno in tre fasi. La prima riguarda le società pre-moderne, quelle ancora non investite dai processi di avanzamento e modernizzazione. Qui sono molto elevati sia i tassi di natalità che quelli di mortalità. Nascite e morti si compensano e l’incremento della popolazione risulta quasi nullo. La seconda, invece, interessa le società che hanno intrapreso il percorso di modernizzazione: in questo caso l’innalzamento della qualità della vita, legato al miglioramento dei servizi sanitari, riduce il tasso di mortalità, lasciando però invariate le nascite. La crescita demografica subisce così un’impennata considerevole.
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I nuovi 3 miliardi di abitanti ospitati dal Pianeta saranno in prevalenza asiatici, africani e sud americani
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Immaginate quale sarà uno dei Paesi più popolosi alla fine di questo secolo? La Nigeria, che ospiterà quasi un miliardo di abitanti
Tuttavia, man mano che il benessere aumenta si innescano processi culturali che frenano il tasso di natalità, portandolo a eguagliare quello di mortalità. Questa è la terza fase, in cui la popolazione torna a essere di nuovo stabile. In Europa e Usa, per esempio, la transizione demografica è iniziata nel 1750 e si è conclusa nel 1950: l’Italia attualmente ha infatti un tasso di crescita che rasenta lo zero. I Paesi asiatici, sud americani e africani, invece, sono nel pieno della seconda fase e continuano a crescere: i primi con minor slancio, l’Africa in maniera imponente. Immaginate quale sarà uno dei Paesi più popolosi alla fine di questo secolo? La Nigeria, che ospiterà quasi un miliardo di abitanti, mentre India e Cina, probabilmente, avranno già raggiunto la “fase tre”. Quello della popolazione africana è un tema importante perché fa parte del nostro ragionamento sulle charity, ma lo affronteremo in maniera più approfondita nei prossimi capitoli. A ogni modo questa seconda grande transizione demografica, che ci porterà alla soglia dei 10 miliardi, coinvolge, a differenza della prima, la maggior parte dei Paesi del mondo. Anche per tale ragione è difficile prevedere quando si arresterà. Si tratta del problema più grande che ci troviamo ad affrontare perché influenza tutte le altre variabili - le risorse, il clima, l’economia e la politica - da cui dipende l’avvenire del Pianeta.
la solare, le onde del mare e il vento. Ma sono anche i “servizi naturali” - per esempio la fotosintesi, l’assorbimento dell’anidride carbonica da parte degli oceani o il lavoro delle api per impollinare le nostre coltivazioni. Tutte forze che servono a muovere il mondo di oggi e da cui noi dipendiamo strettamente. Si pensi ai palazzi in cui viviamo, studiamo, lavoriamo o ci svaghiamo:
Andamento della sovrappopolazione Numero di persone che vivono in tutto il mondo dal 1700 in miliardi
Fonte: United Nations World Population Prospect
Le risorse naturali sono scarse e sono continuamente depredate
Popolazione Mondiale, 1950-2010, con proiezioni al 2100
E qui arriviamo ad analizzare il secondo pilastro su cui poggia il nostro futuro: la domanda di risorse naturali. Innanzitutto, cosa sono le risorse? Le risorse naturali sono tutte quelle energie, sostanze, forze ambientali e biologiche proprie del nostro Pianeta, in grado di produrre ricchezza e contribuire all’evoluzione del sistema ambientale terrestre. Sono beni che possono esaurirsi - come i carboni fossili, i minerali, il petrolio, il gas naturale e le falde acquifere - oppure rinnovabili - come i fiumi, la terra coltivabile, i boschi, la fauna e la flora selvatiche, l’energia geotermica, quel-
Fonte: UNPop
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Un solo barile di petrolio vale la forza prodotta dalle braccia di un uomo in otto anni di lavoro quotidiano
tutti costruiti con legno, acciaio e cemento; all’acqua, indispensabile non solo alla vita ma anche alle colture; a tutti quegli organismi che ci consentono, a partire dal loro codice genetico, di reperire i costituenti base per le industrie farmaceutiche, alimentari e biotecnologiche. Pensiamo al petrolio che alimenta macchinari agricoli in grado di incrementare la produzione cerealicola a livelli inimmaginabili per un contadino che lavora la stessa terra con i suoi buoi; al gasolio nei serbatoi dei camion che trasportano materie prime, alimenti o prodotti finiti dai luoghi che li possiedono a quelli che li richiedono, generando flussi commerciali alla base di intere economie. Ma anche all’elettricità che, soprattutto grazie al carbone, alimenta edifici, computer, cellulari e auto elettriche. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Risorse, non solo indispensabili, ma anche capaci di condurre a importanti mutamenti storici e culturali. Soprattutto nel caso delle fonti energetiche, come sostiene Jeremy Rifkin, noto economista americano, in un suo recente libro che collega l’energia a veri e propri sconvolgimenti storici e sociali. Si pensi alla rivoluzione industriale con l’avvento del carbone, che vide - a partire dal 1850 - il consumo americano passare da 10 milioni di tonnellate a 330 milioni in meno di 50 anni. O al boom del petrolio: considerato solo un prodotto di scarto alla fine dell’800 e diventato poi l’oro nero del ‘900 e degli anni 2000. Per intenderci, in termini di energia, un solo barile di petrolio vale la forza prodotta dalle braccia di un uomo in otto anni di lavoro quotidiano. Una delle materie prime più importanti al mondo, nonché tra le principali cause scatenanti di molti conflitti bellici. Appare quindi chiaro come uno sviluppo sostenibile del Pianeta sia imprescindibile dal modo in cui vengono utilizzate le sue risorse. Il consumo delle risorse - e qui si torna alla demografia - è poi strettamente collegato all’incremento della popolazione. Per fortuna in modo non proporzionale. Non tutti gli abitanti del mondo, come si può facilmente immaginare, sfruttano la Terra nella medesima misura. Un occidentale, per esempio, ha un indice di consumo pari a 32. Un keniota si ferma a 1. Questo significa che gli americani, per fare un esem-
pio, utilizzano energia e producono spazzatura per 32 cittadini medi in Kenya. Un indice elevatissimo, mantenuto solo ed esclusivamente dal 15% della popolazione globale e compensato dal restante 85% che presenta indici prossimi all’1. Una diseguaglianza impressionante, su questo non vi è alcun dubbio. Ciò nonostante, se tutti consumassero allo stesso modo, secondo gli indici del “super-benessere”, una Terra non ci basterebbe più. Ce ne vorrebbero almeno undici per supportare i 7 miliardi di abitanti attuali. Un’emergenza alle porte, soprattutto ora che le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo cominciano a migliorare il loro welfare e a incrementare i consumi. Se i 9,5 miliardi di persone presenti sulla Terra nel 2050 dovessero vivere tutti come vivono oggi gli americani, gli europei occidentali, i giapponesi e gli australiani, il Pianeta dovrebbe fornire sufficienti risorse per sostenere l’equivalente di 105 miliardi di persone di oggi. Ecco che allora si intuisce come lo stile di vita sia per certi versi un amplificatore della pressione umana sulle risorse naturali ben più potente dello stesso incremento della popolazione.
La globalizzazione. Siamo solo agli inizi... Dopo aver analizzato la crescita demografica e l’utilizzo delle risorse naturali, passiamo ad affrontare la terza variabile da cui dipende il domani, cioè la globalizzazione. Con questo termine, in senso lato, si intendono i processi economici, sociali e tecnologici che rendono il mondo più interconnesso e interdipendente. Se ne parla da poco. Molti sostengono che la globalizzazione sia un fenomeno esploso improvvisamente negli anni ’70 e ’80. In realtà questa forza globale affonda le sue radici nell’epoca buia della seconda guerra mondiale, oltre 60 anni fa. Le basi istituzionali del fenomeno furono gettate nel luglio del 1944 con la conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire, all’interno della quale vennero stabilite le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali Paesi industrializzati del mondo. Parteciparono all’evento oltre settecento delegati provenienti da quarantaquattro Paesi
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diversi. Obiettivo: capire come stabilizzare le valute, concedere prestiti alle nazioni devastate dalla guerra per la ricostruzione e rimettere in moto il commercio internazionale. Fu il primo esempio in assoluto di un ordine monetario controllato per gestire i rapporti tra Stati indipendenti gli uni dagli altri. Le valute internazio-
Il declino evolutivo
B Terre coltivate La superficie usata per i raccolti destinati al consumo umano, per i mangimi animali, per biocombustibili e gomma
A Carbonio La superficie di foreste necessaria ad assorbire le emissioni di CO2 derivanti dall'uso di combustibili fossili
C Pascoli La superficie di pascoli usata per allevare il bestiame destinato a produrre carne, latticini, pellame e lana
D Foreste La superficie di foresta destinata a produrre legname F Terreni edificati La superficie terrestre coperta da infrastrutture umane
E Pesca La superficie marina e di acqua dolce che serve a soddisfare il consumo umano di pesce e frutti di mare
L'impronta ecologica
Calcola l'uso umano delle risorse terrestri in sei ambiti particolari: l'impatto dei diversi stili di vita viene misurato in ettari di Pianeta che sarebbero necessari a rigenerare quanto viene consumato
nali vennero ancorate al valore dell’oro e stabilizzate; i provvedimenti presi rimasero in vigore fino al 1971. Su questa scia nacquero successivamente il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Internazionale per lo Sviluppo e la Ricostruzione (BIRS) e l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (oggi WTO World Trade Organization), organismi figli dell’accordo in via di conclusione tra i vincitori della seconda guerra mondiale che guidarono la ricostruzione dell’Occidente dopo il conflitto. Negli anni ’50 la loro funzione si espanse fino a concedere prestiti anche ai Paesi in via di sviluppo per supportare il loro processo di industrializzazione. Tali fondamenta non solo rappresentano da decenni un punto di riferimento della classe dirigente di nazioni e imprese ma sono oggi codificate in una moltitudine di trattati sul libero scambio che dettano e fanno rispettare le regole della nostra economia globale. Il detonatore che fece esplodere questa macrotendenza poi fu il terremoto politico che condusse alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Qui venne meno la divisione politica del mondo tra le due cortine e - dopo il bipolarismo scatenato dalla guerra - si liberarono tutte le energie intrappolate nei diversi spiegamenti. Grazie alla globalizzazione, con la nascita delle nuove potenze emergenti Cina e India, si è definito l’attuale assetto mondiale “multipolare”, in cui gli Stati Uniti sono ancora egemoni ma primus inter pares, non più soli e unici al comando. E siamo solo nella fase iniziale, questa forza profonda e potente che interconnette il Pianeta continuerà a plasmare l’economia del XXI secolo.
F E D C B
A
Fonte: WWF
Il climate change sta cambiando la Terra. In peggio. A questo punto arriviamo a parlare del quarto pilastro da cui dipendono le sorti del “Pianeta di domani”: il cambiamento climatico, anzi - per essere più precisi - il riscaldamento globale. L’aumento considerevole delle temperature che ha investito il nostro Pianeta è causato principalmente dall’incremento in atmosfera dei gas serra prodotti dalle attività umane. Questi gas, che annoverano tra le loro fila anche la CO2, sono stati sco-
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Gli Stati Uniti sono ancora egemoni ma primus inter pares, non più soli e unici al comando
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Alcuni scienziati prevedono che alla fine del secolo la temperatura potrebbe aumentere da 0,6C° fino a 4C°
perti intorno al 1820 dal matematico francese Jacques Fourier. Lo scienziato si rese conto che la Terra avrebbe dovuto essere molto più fredda, almeno 15,5 C° in meno di quanto in realtà non fosse, data la sua distanza dal Sole. Questa differenza di temperatura, trovò Fourier, dipendeva dai gas serra, composti in grado di fare penetrare facilmente la radiazione solare in atmosfera e di "intrappolarla", generando così il noto effetto serra. L’aumento di tali gas, quindi, ha causato un innalzamento della temperatura globale, con drammatiche conseguenze per il Pianeta. Proprio per questo, la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP 15), svoltasi a Copenaghen nel 2009, tentò di porre un limite all’aumento delle temperatura mondiali, fissando un tetto di +2°C che non si sarebbe dovuto superare entro il 2050. Un buon proposito che non è mai stato preso veramente in considerazione. Le tre Conferenze sul clima delle Nazioni Unite che si sono susseguite - a Cancun, in Messico, nel 2010, a Durban, in Sudafrica, nel 2011 e infine a Doha, in Quatar, nel 2012 - non hanno portato ad alcun nuovo risultato. È stato mantenuto il
Temperatura media globale
Fonte: Nasa Giss
Protocollo di Kyoto che, tuttavia, vede impegnati nella riduzione delle emissioni di CO2 solo l’Unione europea e una manciata di altri Paesi. Restano fuori tanti grandi big dell’inquinamento come Usa, Canada, Giappone, Russia, Nuova Zelanda, Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica. Nulla di più. Complice la recessione mondiale che ha squassato i Paesi occidentali - i maggiori colpevoli dell’emissioni di gas serra - e anche quelli in via di sviluppo come i Brics (acronimo usato per definire Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, Paesi caratterizzati da una forte crescita del PIL e dotati di un immenso territorio e abbondanti risorse naturali strategiche) che hanno privilegiato lo sviluppo, senza pagare il dazio ambientale. Con questo scenario, la situazione non potrà che peggiorare. Alcuni scienziati prevedono che alla fine del secolo la temperatura potrebbe aumentare da 0,6C° fino a 4C°. Ma per comprendere la drammaticità del fenomeno occorre inquadrarlo in maniera più ampia, guardando anche alle ere geologiche passate. Come sottolinea Smith nel suo libro, la quantità di gas serra presente in atmosfera dipende sia da processi naturali - come l’erosione delle rocce, i cicli astronomici, la diffusione di foreste e paludi, il ricambio degli oceani - che dall’attività umana, per esempio attraverso la combustione delle fonti fossili. La differenza tra le due pressioni in gioco è però abissale. Mentre i processi naturali agiscono sui livelli di gas serra nel corso di decine di migliaia di anni, l’azione dell’uomo vede i suoi effetti prodursi nell’immediato, in pochi decenni per capirci, e con un impatto nettamente superiore. Con le nostre azioni stiamo riportando l’atmosfera a una condizione che non si vedeva da centinaia di migliaia di anni. Come lo sappiamo? Grazie ai “ricordi” custoditi in particolari archivi naturali, come sono per esempio i ghiacciai. Nei ghiacci di Groenlandia e Antartide sono rimasti infatti intrappolati nel corso dei millenni strati di bollicine d’aria che rappresentano veri e propri campioni sigillati dell’atmosfera passata. Analizzandoli si è scoperto che le concentrazioni di gas serra presenti attualmente in atmosfera sono più alte di quanto non siano mai state negli ultimi 800 mila anni. Procedendo così, presto toccheremo le soglie del Miocene,
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Le concentrazioni di gas serra presenti attualmente in atmosfera sono più alte di quanto non siano mai state negli ultimi 800 mila anni
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epoca geologica che risale a ben 15 milioni di anni fa, in cui le temperature del Pianeta erano dai 3 ai 5 gradi più calde, gli oceani acidi, le calotte polari ridotte e i livelli marini dai venticinque ai quaranta metri più alti di oggi. Non si può prescindere da considerare questo elemento come una forza globale con cui fare i conti. Le quattro variabili fino a qui analizzate decideranno del nostro futuro e sono interdipendenti: i gas serra derivano dallo sfruttamento delle risorse naturali, che a sua volta segue l’economia globale, il cui andamento è in parte legato alle dinamiche demografiche e via dicendo.
La tecnologia può frenare o accelerare il dissesto globale
Il cibo ha assunto la stessa importanza del petrolio e il terreno agricolo è prezioso come l’oro
L’ultimo pilastro, il quinto, è la tecnologia. Strumento che unisce, integra e connette tutte le variabili fin qui analizzate. Lo sviluppo tecnologico sta favorendo notevoli progressi nel campo delle biotecnologie, delle nanotecnologie e della scienza dei materiali. Avanzamenti che possono produrre innovazione anche nell’ambito energetico: si pensi a pannelli solari più efficienti, alla geo-ingegneria o alle reti elettriche intelligenti (smart grid). Tali novità potrebbero ampliare il raggio d’azione delle fonti energetiche alternative, rallentando così l’utilizzo dei combustibili fossili, principali responsabili delle emissioni di CO2 in atmosfera, e contrastando il cambiamento climatico. La farmacologia e la medicina stanno facendo passi da gigante e potrebbero incidere sull’età demografica, nonché sui cicli di transizione. La tecnologia, in poche parole, può frenare o accelerare i fattori positivi o negativi insiti nelle quattro grandi forze che stanno dominando il mondo.
Il cibo è l’anello debole della catena della sostenibilità e, anche se rientra nella macroarea delle risorse naturali di cui abbiamo già parlato, necessita di uno spazio a sé proprio per il peso e l’importanza che riveste nella nostra vita. Inquadra il tema Lester Brown, fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute - organizzazione non profit di ricerca interdisciplinare il cui scopo è quello di elaborare un piano e trovare percorsi per un futuro sostenibile - nel suo recente libro “9 miliardi di posti a tavola - La nuova geopolitica della scarsità di cibo”. Cito testualmente dal risguardo del testo: «L’agricoltura globale si trova di fronte a sfide del tutto nuove. Le falde idriche calano, le rese cerealicole hanno raggiunto il loro limite, le temperature globali aumentano e l’erosione dei suoli continua ad aggravarsi. Nutrire la popolazione mondiale, che cresce ogni anno di 80 milioni di individui, diventa sempre più difficile. E allora le nazioni che possono permetterselo corrono all’estero ad accaparrarsi terre coltivabili e annesse risorse idriche. Il land
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Il cibo è l’anello debole della nostra società
FOOD price index, valori mondiali mensili dal gennaio 1990 a giugno 2012
L’alimentazione: anello debole della sostenibilità Prima di chiudere questo capitolo, vorrei approfondire un’altra delle forze in campo, possiamo definirla “forza in disarmo”, da cui dipende il futuro del Pianeta: l’alimentazione.
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Fonte: Nasa Giss
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L’epoca della sicurezza alimentare è finita
grabbing rappresenta un fenomeno nuovo all’interno della geopolitica della scarsità alimentare, in cui il cibo ha assunto la stessa importanza del petrolio e il terreno agricolo è prezioso come l’oro. Le ricadute in termini di prezzi mondiali del cibo sono sotto gli occhi di tutti. Cosa accadrà con il prossimo aumento dei prezzi? Se la contrazione dei consumi alimentari, spinta dalla crisi, è una novità per molti di noi, per molti altri non sono più possibili ulteriori sacrifici. Il cibo è l’anello debole della nostra società e rischia quindi di diventare un importante fattore di instabilità politica. Per evitare il collasso del sistema alimentare è necessaria la mobilitazione della società nel suo complesso. Oggi la posta in gioco è la salvezza della civiltà stessa, e salvare la civiltà non è uno sport che prevede spettatori». Come dicevamo il cibo è l’anello debole della catena. Facciamo un breve excursus: il mondo sta vivendo un periodo di transizione da un’epoca di grande abbondanza di risorse alimentari a una ben più grigia in cui queste risorse scarseggiano drammaticamente. Nella seconda metà del XX secolo si è infatti assistito a un boom di sovrapproduzione alimentare: in quel periodo il mondo aveva ben due riserve, interi stock in eccesso di cereali e una vasta superficie di campi a risposo. Quando il raccolto era scarso, questi terreni venivano messi in lavorazione e gli stock immagazzinati facevano da paracadute. Un periodo di abbondanza e sicurezza che, tuttavia, ha cominciato a vedere il suo declino a partire dalla fine degli anni ‘80. La domanda di cereali continuava infatti a crescere e si è dovuto rinunciare alla conservazione dei preziosi terreni “cuscinetto” a riposo. Fino al 2001 hanno resistito i rassicuranti surplus annuali di cereali - un indice dello stato di salute del cibo nel mondo - ma nei successivi dieci anni anche questa riserva è stata intaccata, arrivando nel 2011 a calare fino a un terzo. Parallelamente i prezzi del cibo tra il 2007 e il 2008 sono schizzati alle stelle, portando alla fame un numero senza precedenti di persone e scatenando proteste e rivolte in varie parti del mondo. L’epoca della sicurezza alimentare è finita. Oggi a soffrire la fame sono circa 1 miliardo di persone al mondo - un sesto della nostra popolazione - contro i 790 milio-
ni del 1997. Le aree più colpite sono quelle dell’Asia e dell’Africa sub sahariana e a subirne le spese in maniera più grave sono i bambini. Una situazione drammatica se si considera che ogni giorno si affacciano al mondo quasi 220.000 neonati, 80 milioni all’anno, che richiedono un corretto e sufficiente nutrimento. A fronte di un miliardo di persone denutrite, poi, ce ne sono altri 3 miliardi nei Paesi in rapida ascesa che vedono aumentare i loro redditi e cominciano a consumare in maniera sempre più massiccia carne, pesce, uova. La Cina, per esempio, oggi consuma il doppio della carne richiesta dagli Stati Uniti. Tra le cause che hanno portato a questa situazione insostenibile, c'è sicuramente l’incremento importante della domanda dovuto alla crescita demografica, al miglioramento delle condizioni di vita e alla produzione di biocarburanti. Già, perché con i cereali si fa anche l’etanolo, il biocombustibile per autotrazione. Si pensi che su 400 milioni di tonnellate di cereali prodotti in Usa, ben 127 milioni - pari al 32% - sono finiti nelle distillerie d’etanolo. Non solo. Hanno contribuito al delinearsi di questo allarmante scenario anche l’esaurimento delle falde acquifere (che interessa metà dei Paesi del mondo), l’arresto della produzione agricola dovuta all’impoverimento del suolo (sfruttato ormai oltre misura), infine l’aumento della temperatura globale che tout court uccide l’agricoltura. Una condizione talmente drammatica che i più furbi (e più ricchi) - nel timore di non essere più in grado di acquistare sul mercato cereali in quantitativi sufficienti cercano di risolvere comprando o prendendo in affitto la terra nei Paese più poveri, come l’Etiopia o il Sudan. E così si vedono l’Arabia, la Cina e la Corea del Sud impossessarsi di milioni di ettari di terreno coltivabile (pare circa 56 milioni) per produrre il proprio nutrimento, a scapito di quello degli altri. Il fenomeno si chiama land grabbing, letteralmente “afferrare la terra”, una vera corsa all’accaparramento di suolo fertile. Una corsa che ha ricadute gravi anche sui diritti di utilizzo dell’acqua per irrigare queste terre e che può causare veri e propri sconvolgimenti all’interno dei Paesi sfruttati. Una corsa che può scatenare conflitti e che senza dubbio sta deli-
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La Cina, per esempio, oggi consuma il doppio della carne richiesta dagli Stati Uniti
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neando una nuova geopolitica del cibo. Ecco allora che per fronteggiare un simile presente - si legge nel libro di Lester Brown - bisogna cercare di indirizzare la nostra civiltà, all’inizio del XXI secolo, su un cammino di sostenibilità. Ognuno ne deve essere partecipe. Questo non comporta un semplice aggiustamento dei nostri stili di vita - come il cambiare le lampadine o riciclare i giornali - per quanto siano importanti queste azioni. Gli ambientalisti hanno parlato per decenni di come salvare il Pianeta, ma oggi la questione riguarda la conservazione della civiltà medesima. Ciò comporta la trasformazione dell’economia energetica mondiale prima che la spirale del cambiamento climatico vada fuori controllo e le carestie alimentari travolgano il nostro sistema politico. Questo significa diventare attivi politicamente, impegnandosi per raggiungere gli obiettivi descritti.