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Relazione conclusiva


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Responsabile procedimento Ufficio Cultura Spettacolo Politiche Giovanili Turismo Marketing Territoriale - Comune di Altamura Coordinamento generale Donato Colonna, Rosa Lucarelli, Saverio Massaro Consulenza scientifica Emma Capurso Team Birgit Atzl, Pietro Colonna, Elena Dambrosio, Michele Dambrosio, Pasquale Iacovone, Alessandro Iacovuzzi, Gianpiero Zaccaria Progettazione grafica Giuseppe Incampo Video-interviste e montaggio video Piero Crivelli Riprese video aeree Giuseppe Casanova “Interviste informali” Maria Bruno, Gianni Lucarelli, Gianni Miglionico

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INDICE

Introduzione 1. Inquadramento metodologico 2. I report delle attività 2.1. I workshop 2.2. Le passeggiate 3. Testimonianze 3.1. Progettualità 3.2. Memoria storica 4. La strategia di valorizzazione 4.1. Due itinerari tematici 4.2. Dieci azioni chiave 5. La rete delle esperienze Conclusioni

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Introduzione

L’archeologia industriale e l’architettura rurale si possono configurare come una chiave di lettura della realtà territoriale, grazie alla quale è possibile ricostruire ed interpretare il passato (ed il presente) di un luogo e della vita della sua comunità, consentendo inoltre di analizzare le motivazioni e le diverse fasi di sviluppo delle attività produttive. Questi due elementi sono una valida risorsa a disposizione delle comunità locali al fine di comprendere come si è venuto a costituire il tessuto territoriale e sociale di un luogo, sia nei casi in cui c’è stata una conseguente dismissione degli apparati produttivi, sia quando essi sono tuttora funzionanti e costituiscono parte imprescindibile della quotidianità cittadina. La “scoperta” delle fabbriche dismesse o attive costituisce quindi una proposta di acquisizione di consapevolezza della storia di una comunità, della vocazione del territorio, soprattutto laddove c’è la possibilità di una loro a scopi educativi e didattici. Il distretto territoriale compreso tra Puglia e Basilicata è caratterizzato da una elevata attività produttiva documentata sin dall’antichità e successivamente sviluppatasi in linea con i processi di industrializzazione. Le comunità di tale distretto, dedite alle attività agro-pastorali, hanno lasciato le tracce di quelle che furono le dinamiche insediative proprie del mondo rurale, costituito da una antica tradizione produttiva documentata anche nelle numerose aree archeologiche disseminate nel territorio. Le attività vitivinicole, le attività molitorie per la produzione di olio e di grano sono il risultato di elementi presenti nel paesaggio agrario che caratterizzano il distretto territoriale che circonda Altamura; la presenza di aree coltivabili ai piedi dei pendii, dei solchi vallivi a regime torrentizio tra le lame murgiane, hanno favorito l’impianto e lo sviluppo di una efficiente attività produttiva. Una produzione antica, in buona parte praticata nelle masserie, che da sempre è stata richiesta dai mercati esteri ed esportata grazie ai porti dislocati sulla costa jonica e adriatica. La presenza di trappeti per la produzione dell’olio, di centimoli per la produzione delle farine, accanto alle architetture connesse alla transumanza hanno segnato il paesaggio produttivo costituito dalle numerose masserie sparse nel territorio e, successivamente, dagli opifici ubicati nelle aree urbane. La pastorizia venne poi sistematicamente favorita con la costruzione di una grande organizzazione territoriale che metteva in collegamento le aree adibite a pascolo, attraverso una rete di tratturi, tratturelli e bracci. Le lunghe vie erbose percorse dalle greggi che dalla seconda metà dell’Ottocento, terminano di essere i percorsi di un fenomeno temporale di spostamenti, infatti con la soppressione della Dogana delle pecore, subiscono un lento disuso che interessò tutto il sistema di sfruttamento del territorio; si generò un sostanziale mutamento del paesaggio agrario, che determinò anche il graduale abbandono delle masserie e di tutti le architetture ad esse correlate come jazzi, casolari e piscine In questi anni lo sviluppo delle tecniche industriali e le grandi opere realizzate dallo Stato come la Rete Ferrata e il successivo Acquedotto Pugliese, furono determinanti per la riorganizzazione territoriale urbana e rurale. Ad Altamura vennero realizzati opifici per la produzione degli sfarinati, che ne hanno fatto il più importante bacino di approvvigionamento 6


MAMA – Relazione conclusiva per la produzione delle paste da minestra del distretto del Mezzogiorno. Numerosi pastifici, opifici oleari, filande, concerie, cantine, forni da pane, facevano parte di un organizzato tessuto urbano, spesso impiantati in edifici storici dall’elevato rilievo architettonico, hanno documentato il lavoro delle maestranze locali di diverse generazioni di altamurani. Accanto alla nascita degli opifici crebbero le botteghe artigiane interessate alla realizzazione delle macchine e degli attrezzi necessari alla filiera produttiva. La grande azienda rurale costituita da estesi pascoli e seminativi, disposti attorno a casette rustiche costituisce il nuovo ambiente attorno al quale si distribuisce una grande massa di lavoratori ognuno con compiti precisi, che caratterizzano una manodopera specializzata. Il latifondo si organizza attorno alla masseria padronale attorno alla quale il territorio era destinato a vigneto e oliveto. Negli stessi anni si delineò il piano di organizzazione urbanistica, un nuovo assetto socioculturale composto braccianti che lavoravano i latifondi delle famiglie borghesi della città che vivono in città in case contadine a schiera, dislocate fuori dalle mura del centro antico. I molini rientrarono nel piano di organizzazione urbanistica creando un nuovo assetto sociale della città. Il passaggio dai molini a sangue a quelli a cilindri è segnato dall’introduzione della macchina a vapore, prima, e successivamente dall’uso dell’energia elettrica la quale fornisce energia pulita, superando il grosso problema che rappresentavano i fumi delle ciminiere nel contesto urbano in cui ormai erano stati inglobati. I sette molini a cilindri testimoniano un’attività molitoria che si confermerà una caratteristica unica e continuativa, se pur affiancata dalla produzione di olio, del vino (oggi in misura minore), delle leguminose, il grano costituisce il motore trainante dell’economia agricola altamurana, murgiana, pugliese e nazionale. Con il cambiamento dei processi produttivi e l’introduzione di nuove normative di genere igienico-sanitario o l’ampliamento della struttura produttiva, si è assistito alla dislocazione di tutti gli opifici che si sono dislocati nelle aree industriali determinando l’abbandono delle vecchie strutture. Molti dei mulini pugliesi sono stati abbandonati divenendo dei monumenti di condiviso valore storico, documentario, archeologico industriale, nonché elemento essenziale del paesaggio urbano. Ad Altamura la dismissione dei mulini, se pur di rilevante interesse architettonico e monumentale, ha determinato l’abbattimento delle strutture destinandole a palazzine abitative, cancellando definitivamente la stratigrafia socio-culturale storica della città. Se pur non valutando la possibilità di riadattare tali opifici nelle loro sedi archeo-industriali, resta nella memoria storica e documentaria l’elevato interesse per una delle più importanti attività produttive praticata nel territorio, la produzione delle farine. Si è resa necessaria una ricerca dei luoghi che hanno rappresentato la memoria storica, sociale ed economica di tutto il XIX secolo e di parte del secolo successivo.

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1. Inquadramento metodologico

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MAMA – Relazione conclusiva La coerenza con la Strategia Integrata di Sviluppo Urbano Sostenibile (SISUS) della città Altamura ha nel tempo perso la sua relazione con il territorio murgiano nata dall’essere “presidio” svevo della Murgia. La città antica, chiusa dalle mura, si affacciava su un territorio caratterizzato dalla pietra, che creava uno stretto legame tra ambiente e costruito. Legame che con il tempo è venuto meno con l’espansione incontrollata della città. Quello che resta è il rapporto tra le direttrici di mobilità di relazione e le matrici territoriali. Con le attività di partecipazione attivate per la Strategia Integrata di Sviluppo Urbano Sostenibile, si sono individuate le 4 direttrici principali: Via Bari, Via Matera, Via Gravina e Via Santeramo e tramite queste è possibile rileggere il paesaggio murgiano, creando così delle matrici identitarie che caratterizzavano il territorio di Altamura in 4 ambiti. Pertanto la parte compresa tra via Gravina e via Bari rappresenta l’Alta Murgia; quella tra via Bari e via Santeramo è l’area del Mare; quella tra via Santeramo e via Matera è quella del Pane e, infine, da via Matera a via Gravina abbiamo la matrice delle cave e, quindi, della Pietra. Ognuna di queste matrici assume il ruolo fondamentale di essere asse di penetrazione che dalla campagna porta alla città, ricucendo le periferie con la città consolidata e con il centro storico. Da queste si procederà con progettualità atte ad innescare processi di rigenerazione urbana.

I presupposti dell’abbraccio: il percorso di Gutta Cavat Lapidem Gutta Cavat Lapidem è un percorso di condivisione nato ufficialmente il 24 gennaio 2015 dall'unione di alcune delle associazioni che operano nel territorio della Murgia Apulo-Lucana. Il nome Gutta Cavat Lapidem rievoca la locuzione latina sia per il senso figurativo del termine, che rimanda alla capacità dell’uomo di raggiungere gli obiettivi prefissati attraverso una forte determinazione, e l’altra è strettamente legata alla relazione tra due elementi naturali in opposizione, l’acqua e la pietra. L’acqua, elemento di raccordo tra le città attorno a Matera, rappresenta il ciclo della vita, e la pietra, elemento naturale durevole e solido, rimanda al concetto di permanenza e al processo di insediamento antropico. L'obiettivo è di tutelare le bellezze del territorio, rilanciare i valori identitari, rendere i cittadini parte attiva della rigenerazione dei luoghi, incentivare la ricerca e la narrazione del territorio. Il progetto prevede di istituire un “distretto culturale”, di redigere un “Manifesto” che regolamenta gli obiettivi, le procedure di recupero e di coinvolgimento della comunità attivando un sistema di mappatura partecipata delle "emergenze culturali". Le associazioni credono fortemente che attraverso una serie di azioni sistemiche sia possibile sostenere lo sviluppo culturale, intellettuale ed economico del territorio Murgiano. Il progetto tiene conto della proclamazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, della Carta Europea del Turismo Sostenibile del Parco dell'Alta Murgia, del riconoscimento dell'area murgiana come area omogenea nello Statuto della Citta Metropolitana di Bari. I soggetti che hanno promosso e animato il progetto sono: - Altamura: Il Cuore di Altamura, C.A.R.S., A.B.M.C., Spiragli, Ferula Ferita, Esperimenti Architettonici; - Gravina: Siamo Tutti Tufi, UnderGrà, Gravina Sotterranea; - Matera: Fondazione Zetema, Circolo La Scaletta, Circolo La Scaletta Giovani, Casa Netural; - Santeramo in Colle: Paese Mio.

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MAMA – Relazione conclusiva Il metodo MAMA Nel rispondere al programma regionale “La Murgia Abbraccia Matera” che coinvolgeva diversi comuni (Gravina, Altamura, Ginosa, Laterza, Santeramo) è nata la necessità di attribuire un nome alle attività da sviluppare ad Altamura e di declinarlo in base al contesto di attuazione. Pertanto è stato scelto il nome “MAMA”, acronimo di “La Murgia Abbraccia Matera e Altamura” che, in questa sua forma sintetica e facilmente memorizzabile, rievoca l’idea di un abbraccio materno e del legame affettivo (m’ama/non m’ama) con i luoghi. Iperurbano ha inteso coinvolgere la cittadinanza e gli stakeholders locali attraverso l’organizzazione di tre tipologia di attività tra loro complementari: - 3 workshop orgnizzati in 3 differenti luoghi (Palazzo Baldassarre, Masseria Jesce e Sala Conferenza a Palazzo di Città) con la presenza di 6 esperti esterni; - 4 passeggiate-esplorazioni, 2 in ambito urbano e 2 in aree extra-urbane; - 1 mostra finale durante la quale presentare gli esiti dei lavori, mostrare l’archivio delle foto raccolte e proiettare il video finale del progetto; I workshop sono stati pensati come “giornate di cantiere”, laboratori intensi condotti dalla mattina al tardo pomeriggio, per dare spazio ad un dibattito ampio sui temi in oggetto, alla conoscenza delle esperienze locali e allo sviluppo di idee e riflessioni su cui costruire le linee guida di valorizzazione del patrimonio. Attraverso le passeggiate-esplorazioni si è voluto intercettare un target di partecipanti più ampio, estendere il raggio d’azione del progetto e stringere un più forte legame tra cittadini e luoghi, portando il loro sguardo all’interno di quei manufatti che attendono da anni di conoscere il loro destino. La strategia di disseminazione adottata si è basata su una serie di attività offline/online. Dal punto di vista delle attività offline, sono state effettuate: - una mappatura fisica degli spazi attivi e dismessi attraverso l’applicazione del logo-stencil di MAMA in tempera lavabile sulle superfici esterne; - l’affissione di locandine nei principali luoghi di transito e della socialità della città; - quattro passeggiate-esplorazioni partecipate in differenti luoghi urbani ed extra-urbani; - pubblicazione di articoli-interviste e partecipazione a programmi radiofonici-televisivi locali; - stampa e diffusione di un pieghevole cartaceo sintetico; Per quanto riguarda le attività online, è stato previsto: - la raccolta e pubblicazione di foto storiche sulle pagine Facebook e Instragram di Iperurbano; - la realizzazione di video-testimonianze con esperti, cittadini e best-practices disponibili sul Canale Youtube di Iperurbano; - l’invio di una newsletter periodica agli indirizzi email raccolti durante i mesi di attività; - la pubblicazione e invio via email dei report delle singole attività; - la realizzazione di una mappa web (su piattagorma OpenStreetMap) con la geolocalizzazione del patrimonio esistente e degli itinerari tematici proposti.

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2. I report delle attivitĂ

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2.1 I workshop

18.11.2017 | PERCEZIONE DEL PAESAGGIO E BENI COMUNI Esperti invitati: Antonio Monte e Mauro Lazzari – Laboratorio Urbano Aperto

Per la conoscenza del patrimonio archeologico industriale della Puglia Antonio Monte La Puglia è tra le regioni più virtuose e all’avanguardia in tema di salvaguardia, cura del territorio e valorizzazione del patrimonio culturale presente nel contesto regionale. Grazie al Piano Paesaggistico territoriale regionale; alle Leggi Norme per la rigenerazione urbana del 2008, a quella sull'Istituzione degli ecomusei del 2011 e sulle Disposizioni in materia di beni culturali (nota come Carta dei beni culturali) del 2013 e alle prime Leggi del 2015 quali le Norme per la conoscenza, la valorizzazione e il recupero dei trabucchi (siti del patrimonio industriale marittimo) e quella sulla Valorizzazione del patrimonio archeologico industriale (la seconda regione in Italia a varare una Legge sull'archeologia industriale) è stata posta molta attenzione verso temi -dei quali oggi tanto si parla- come la tutela del paesaggio, l’ambiente, la pianificazione, la valorizzazione delle risorse culturali attraverso piani di comunicazione e promozione del territorio. Va ricordato che lo stesso Codice dei Beni culturali e del Paesaggio (D.Lvo. n° 42 del 2004), nelle disposizioni correttive e integrative fatte nel 2008 dalla riforma voluta dal Ministro Rutelli, alla Parte seconda, Beni culturali, Titolo I – Tutela, articolo 10, comma 3, lettera d, considera beni culturali “le cose immobili e mobili […] della scienza, della tecnica, dell’industria”. E’ la prima volta che si parla di tutela dei beni del patrimonio di archeologia industriale. Pertanto come è già ben noto, il nome “bene culturale” abbraccia oggi un vasto corpus di tipologie di manufatti che costituiscono un patrimonio. Si tratta quindi di considerare “patrimonio culturale” anche vecchi opifici e fabbriche, siti industriali dismessi, macchine utilizzate nei processi di produzione dove ancora si percepisce la storia del luogo, la memoria del lavoro, l’identità sociale ed economica. Tutto questo oggi è conosciuto come patrimonio di archeoindustriale. Il patrimonio industriale oggi è divenuto un campo di indagine interdisciplinare che lega istituzioni, professionisti e cittadini animati dalla sensibilità verso la cultura della patrimonializzazione, della conservazione, del riuso e della valorizzazione. Nella nostra regione i resti materiali della produzione, preindustriale e industriale, sono legati -prevalentemente- al settore agroalimentare e a quello manifatturiero; un po' meno all'estrattivo e alle infrastrutture di servizio e di trasporto. Essi hanno lasciato su tutto il territorio pugliese dei “segni fisici” che rappresentano la storia e l'evoluzione dell’industria nel corso dei secoli.

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MAMA – Relazione conclusiva Questi luoghi del lavoro, noti come opifici, fabbriche o stabilimenti, costituiscono un importante testimonianza della genialità e intraprendenza di numerosi artigiani che hanno trasformato le loro piccole botteghe in delle fabbriche a carattere industriale scrivendo una significativa pagina della storia d’impresa della Puglia. L'archeologia industriale è una disciplina che a partire dallo studio dei luoghi, dei processi produttivi, dei resti materiali dell'industrializzazione (oggetti, macchine, edifici, e altro) giunge alla ricostruzione della fisionomia di un determinato territorio, della sua storia, delle sue modificazioni e con essa alla conoscenza della storia di un popolo, della sua cultura e della sua civiltà. Quindi, lo studio dei resti dell'industrializzazione viene inteso come attività di identificazione, salvaguardia e tutela di un determinato territorio. Il noto archeologo Andrea Carandini, nel volume Archeologia e cultura materiale. Dai “lavori senza gloria” dell’antichità a una politica dei beni culturali, la definì archeologia del mondo contemporaneo. Ma tornado al patrimonio archeoindustriale, giova ricordare che le testimonianze (o resti materiali) presenti su tutto il territorio pugliese sono migliaia e meritano di essere studiate e, in parte, anche tutelate sia per il loro pregio artistico e architettonico che come testimonianza di un vissuto sociale e di un fattore economico. Per inquadrare più da vicino l'entità dell'industria pugliese bisogna tener presente che durante il primo decennio del XX secolo la produzione manifatturiera era legata alle attività tradizionali che attingevano ai mercati locali, nazionale ed internazionali. La storia della produzione industriale pugliese è fatta di olio, vino (la Terra d'Otranto era nota come "la cantina d'Europa" per l'esportazione del vino da taglio) , spirito (alcol), cereali (la provincia di Capitanata era considerata “il granaio d’Italia”), pasta e tabacco, accuratamente scelti per l’esportazione e per dare vita alle principali industrie della regione. Dal 1999, con l'insegnamento di Archeologia industriale (Facoltà di Beni Culturali-Università del Salento), l’Istituto del Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali di Lecce, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico IndustrialeSezione regionale della Puglia e il Master in Conservazione, Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Industriale con sede presso l’Università degli Studi di Padova, è stata avviata una compagna di catalogazione scientifica di monumenti, siti e paesaggi del patrimonio industriale pugliese; un corpus di oltre mille schede catalografiche utili agli Enti locali durante l'elaborazione degli strumenti urbanistici per la salvaguardia e tutela della "memoria del lavoro".

Mauro Lazzari – Laboratorio Urbano Aperto P.A.M.P. - Parco agricolo multifunzionale dei Paduli e Laboratorio Urbano ABITARE I PADULI. Un progetto neorurale sull’abitare sostenibile. Nel lembo più ad est di Italia, tra il Mar Adriatico e quello Ionico, attraversato dall’antica via istmica che collega i porti di Gallipoli e di Otranto, si estende - nelle Terre denominate di Mezzo - un vasto e maestoso uliveto secolare che prende il nome di Paduli. Conosciuto sin dal XVII secolo per la produzione di olio lampante, combustibile quotato alla Borsa di Londra ed utilizzato per l’illuminazione pubblica delle capitali europee, oggi vive una condizione di persistente abbandono, legato sia alla obsoleta tecnica colturale sia alla profonda crisi del settore agricolo.

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MAMA – Relazione conclusiva Questo territorio, rappresenta, per la sua storia, per la posizione geografica, e per il valore paesaggistico, un terreno ideale per la sperimentazione di nuove forme di cura che ne impediscano il degrado, ed attivino modelli di produzione compatibili con le sue peculiarità. Dal 2003 è stato avviato un lungo processo di condivisione, maturato all’interno di un laboratorio di partecipazione coordinato dal LUA, che ha coinvolto le istituzioni locali, le associazioni, gli abitanti ed un altissimo numero di esperti da tutta Italia intorno a un’idea di parco agricolo, in cui sperimentare nuove forme di neoruralitá, ridisegnando l’economia, la storia, l'agricoltura e l’accoglienza, ponendo al centro di ogni riflessione il “paesaggio rurale” nella sua duale accezione: quella produttiva e quella contemplativa. Un’idea nata dal basso, che ha accresciuto la consapevolezza del valore paesaggistico nei suoi abitanti, ha orientato le strategie di sviluppo urbano nei Comuni che lo circondano attraverso la redazione di un Programma Integrato di Rigenerazione Territoriale, ha indotto le fasce più giovani a praticare inedite attività di gestione di un bene agricolo attraverso il Laboratorio Urbano delle Terre di Mezzo “Abitare i Paduli” e infine ha contribuito come “progetto sperimentale” alla redazione del nuovo Piano Paesaggistico della Regione Puglia. Oggi è candidato dal Ministero dei Beni Culturali a rappresentare l’Italia al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2014-2015.

Foto dell’uliveto. Fonte: http://www.abitareipaduli.com/gallery-raccontare-i-paduli.html

Il Parco, dal processo al progetto. Il Parco dei Paduli si estende per 5.500 ettari tra maestosi ulivi secolari, muretti a secco, pajare (case rurali a forma di trullo), masserie, motte, casini di caccia, cripte, dolmen, menhir, vore, ed è delimitato dai comuni di San Cassiano, Nociglia, Botrugno, Surano, Maglie, Muro Leccese, Sanarica, Scorrano, Giuggianello, Supersano. Caratterizzato dalla presenza di canali e sentieri, stagni e laghi temporanei, è attraversato da Nord a Sud dalla ss275 (la strada mercato) e dalla rete ferroviaria della Sud-Est che collega le città di Lecce con Otranto, Leuca e Gallipoli e da Est a Ovest attraverso l’antica

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MAMA – Relazione conclusiva Via, che potremmo chiamare “istmica”, dovuta forse a correnti di ellenizzazione, che collegava le aree di Callipolis-Ydruntum (Gallipoli-Otranto). L’ulivo è l’elemento unificante il paesaggio. A sostegno di questo patrimonio, i Comuni dei Paduli in questi anni si sono dotati di un programma territoriale comune. Infatti, il Parco dei Paduli, pur non essendo un “parco agricolo istituito”, è riconosciuto nelle “volontà” dagli atti deliberativi dei dieci Comuni, dal Programma Integrato di Rigenerazione Territoriale1 “Terre dei Paduli tra ulivi pietre e icone” adottato dagli stessi nel luglio del 2011 e dal nuovo Piano Paesaggistico della Regione Puglia PPTR nel quale è individuato come Progetto Pilota per la sperimentazione di pratiche afferenti alla multifunzionalità in territorio agricolo. Il programma prevede interventi di valorizzazione dei centri urbani e dei beni agricoli, specie quelli di rilevante valore storico culturale attraverso il recupero della fitta rete di connessione delle strade rurali. (in fase di realizzazione). Il progetto di una rete di interconnessione a mobilità lenta tra centri minori all’interno del Parco intreccia motivi di salvaguardia e tutela delle testimonianze storico culturali del territorio con la difesa di una funzione economica come quella agricola che ha segnato la storia dello sviluppo economico di questa area; un progetto che tiene conto di una domanda sociale sempre più ampia, alla ricerca di spazi aperti, fruibili e ricchi di significativi valori culturali. Attraverso l’uso di “infocircle”, dispositivi di informazione a terra installati lungo le strade rurali, connessi a una banca dati tramite un qr-code, si è dato un nuovo valore alle connessioni, divenendo il luogo dove si conservano, tutelano, raccolgono, divulgano e si rendono accessibili tutti i beni, sia materiali (piazze, strade, cripte, palazzi, stazioni ferroviarie, musei, casini, boschi, uliveti, masserie, dolmen, menhir, spazi di servizio) che immateriali del Parco (racconti orali, ricerche di natura storica, archeologica, architettonica, antropologica, sociologica, botanica, agraria, prodotti all’interno dei Laboratori di partecipazione realizzati dal 2003-2009) proponendo così al fruitore un inedito percorso conoscitivo ragionato ed esplicativo. L’uliveto pubblico. Campo di sperimentazione di tutte le pratiche legate alla multifunzionalità dell’agricoltura è un uliveto secolare di proprietà pubblica (3000 mq circa) situato lungo uno dei percorsi principali del parco (Vicinale Campine), caratterizzato da alcuni piccoli rifugi auto costruiti (albergo biodegradabile temporaneo dei Paduli) utilizzati come residenza temporanea di studenti, escursionisti, ricercatori, cicloturisti, e visitatori. All’interno dell’uliveto è collocata una “caseddha”, un’antico riparo agricolo, recuperato mediante un approccio biocompatibile ed ecosostenibile, nel quale sono presenti tutti i servizi utili al funzionamento dell’albergo temporaneo (un wc, una cucina, un caminetto, un divano letto, i servizi idrici con un sistema di fitodepurazione per le acque reflue, e quelli elettrici, quest’ultimi prodotti da fonti di energia solare e eolica).

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Il PIRT, “Terre dei Paduli” è risultato primo nella graduatoria dei progetti ammessi alla Rigenerazione Urbana (2011) e ha dato luogo alla sottoscrizione di un Protocollo d’Intesa con l’assessorato all’Assetto del Territorio della Regione Puglia per la “sperimentazione congiunta e condivisa del nuovo PPTR (Piano Paesagistico Territoriale Regionale)”.

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Abitare i Paduli, un esperimento di gestione di un bene agricolo. Il Laboratorio Urbano, Bollenti Spiriti, delle “Terre di Mezzo” nato nel 20112 con il progetto “Abitare i Paduli”3 sperimenta sul territorio forme inedite di neoruralitá, coinvolgendo i saperi locali, quelli esperti e le istituzioni tutte, intorno a un’unica idea di Parco Agricolo Multifunzionale dei Paduli. Oggi, questo territorio, vive una condizione di persistente abbandono legato alla profonda crisi del settore agricolo e a una condizione di marginalità dal fenomeno turistico tutto concentrato sulle coste adriatiche e ioniche salentine. L’obbiettivo è quello di ritessere, il complicato rapporto tra agricoltura, economia, storia, e accoglienza, in una chiave culturale e eco-sostenibile. Il laboratorio è coordinato dal LUA e condotto da 30 giovani strutturati in associazioni e gruppi informali. Le attività del laboratorio spaziano dall’istituzione di un albergo diffuso temporaneo e permanente (“nidificare i paduli”), all’organizzazione di forme alternative di mobilità, dalla individuazione di percorsi tematici a tipologie inedite di valorizzazione del paesaggio e dei beni comuni (Raccontare i Paduli), dalla diffusione di metodi biologici di produzione agricola 2

Il laboratorio è finanziato da un programma Regionale, dell’Assessorato alle Politiche Giovanili, che ha il duplice scopo, di recuperare beni di proprietà pubblica da destinare ad attività e servizi (Laboratori Urbani), e di attivare, all’interno di essi, processi di sperimentazione di buone pratiche, mediante il coinvolgimento e l’azione creativa delle fasce giovanili nell’ottica della valorizzazione e sviluppo del territorio. Le attività del laboratorio “Abitare i Paduli” si articolano in cinque laboratori tematici: • LAB.1 Ospitalità diffusa • LAB.2 mobilità lenta • LAB.3 gusto • LAB.4 agricoltura e ambiente

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LAB.5 percorsi e beni culturali www.abitareipaduli.com

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MAMA – Relazione conclusiva alla messa in pratica di nuove formule legate alla cura dell’ambiente (Lampa! e Creature dei Paduli), all’accoglienza e alla socialità, dalla ricerca, alla documentazione, comunicazione e promozione del territorio. Dal 2013, Fondazione con il Sud attraverso il progetto GAP Galleria d’Arte Partecipata finanziato nell’ambito dei ‘Progetti Speciali e Innovativi 2010’, sostiene le attività di sperimentazione nel Parco, con un particolare riguardo al delicato rapporto tra arte, comunità e paesaggio. Lampa! Attraverso l’adozione di uliveti secolari abbandonati, circa 500 piante tra celline e oglialore, si è avviato un modello di produzione pubblica dell’olio d’oliva, il cui obbiettivo è stato quello di costruire un processo ecosostenibile che ha reso possibile il passaggio dall'abbandono degli alberi secolari alla produzione di un olio d'oliva di alta qualità Lampa! si è rivelato un esperimento di pratiche orizzontali di lavoro auto-organizzato, che ha favorito l'incontro di persone, saperi e tecniche; ritessendo le relazioni all’interno delle comunità e con il territorio e nel contempo ha contribuito al recupero del paesaggio agricolo favorendo la produzione di un olio extravergine. L’olio “Terre dei Paduli” è il risultato di questa sperimentazione, da due anni, ospite di Olio Officina Food Festival, importante kermesse milanese, ideata e curata dall’oleologo e scrittore Luigi Caricato, quest’anno si è aggiudicato il secondo posto all’interno del concorso “Le forme dell’olio”, indetto da Olio Officina in collaborazione con Mercacei.

Nidificare i Paduli “Nidificare i Paduli” è un concorso di idee ed un workshop sull’abitare sostenibile. L’idea è stata quella di sperimentare, all’interno degli uliveti, un’albergo temporaneo, e biodegradabile, destinato ad accogliere turisti e non solo, all’interno di un parco agricolo in cui ci si muove a piedi, in bicicletta o a cavallo, si pratica un’agricoltura sostenibile, privilegiando il consumo di prodotti locali.

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MAMA – Relazione conclusiva La sperimentazione di un albergo biodegradabile è stata realizzata all’interno di un uliveto di proprietà pubblica, acquisito con il programma di rigenerazione territoriale, e che oggi, costituisce uno dei nodi più importanti nel fitto sistema d’interconnessioni a mobilità lenta che collega i dieci comuni del parco agricolo. All’interno dell’uliveto, una antica caseddrha (riparo agricolo), completamente recuperata e convertita a casa passiva con emissioni “0”, garantisce tutti i servizi ai rifugi temporanei. La realizzazione di 3 nidi mediante il riutilizzo del materiale di risulta dell’agricoltura ha rappresentato la sfida principale per tutti i gruppi che hanno partecipato al concorso. Il progetto “il Nido” (secondo classificato) costruito attraverso l’intreccio della canna comune ha rispettato il carattere della biodegradabilità totale del rifugio; il riuso delle reti, destinate alla raccolta delle olive, ha invece costituito la peculiarità del progetto “Lovo” (primo classificato). Facendo emergere il carattere stagionale e multifunzionale dell'agricoltura le reti, che compongono questo suggestivo rifugio pensato per la contemplazione del parco quando l'uliveto riposa, vengono infatti riutilizzate da ottobre a dicembre per la raccolta pubblica di olive nell'ambito del progetto “Lampa!”. Infine “la Tana”, un rifugio, realizzato, in continuità con il laboratorio di “Creature dei Paduli” (http://creaturedeipaduli.it/), attraverso un coworking di “Faber Magister”* locali e non, che hanno rielaborato i bozzetti di tane e rifugi, eredità fantastica, nata durante la residenza artistica di DEM (http://demdemonio.org/). La sperimentazione dei tre nidi temporanei ha assunto una significato più profondo non solo nell'ottica del turismo sostenibile, ma soprattutto nella misura in cui la pratica artistica e la ricerca architettonica diventano strumenti a servizio del paesaggio.

Raccontare i Paduli Storie Lampanti è il libro che raccoglie i racconti che hanno partecipato al concorso letterario Raccontare i Paduli. Affidare alla narrazione letteraria un luogo come i Paduli è stato un modo per aggiungere un passo al lungo percorso di costruzione collettiva di questo parco custodito dentro il cuore del Salento. L'antico e per certi versi mitologico bosco Belvedere, che dava a questa terra all'apparenza brulla un'anima misteriosa, sopravvive in numerosi tratti dei Paduli, sorprendendo chi si avventura tra gli uliveti.

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MAMA – Relazione conclusiva Ponticelli e canali tengono in vita la vecchia palude, silenzi ancestrali e querce dal dorso rugoso fanno da guardia a costruzioni di pietra e terrazzamenti colonizzati dal muschio e dalla vegetazione spontanea, con funghi e ciclamini selvatici in autunno, mandorli e fichi nella bella stagione. Tra gli ulivi si respira un’ aria densa, che invita ad una naturale contemplazione. Questo paesaggio è strettamente collegato al carattere dei piccoli centri che lo circondano, una corona ideale fatta di campanili e piazze, dove la vita scorre ad un passo più svelto, dove la gente va e viene. Ogni giorno migliaia di auto lambiscono quest'area ampia e remota, ma chi non si è mai perduto nel labirinto dei Paduli non potrà dire di conoscere davvero il Salento. Oggi il parco si lascia scoprire poco a poco, incuriosendo i visitatori attratti dal lavoro che le associazioni stanno conducendo al suo interno.

Creature dei Paduli Creature dei Paduli è una geografia fantastica del mondo del Parco Paduli, che ne ricostruisce in chiave immaginaria la varietà e la ricchezza naturale, facendo dialogare i segni pre esistenti con i nuovi segni del territorio, attraverso la costruzione di una mappa geo-referenziata del parco. Attraverso la mappa, che s’ispira alle vecchie carte del catasto settecentesco, i visitatori del sito potranno comporre l’itinerario del proprio viaggio nei Paduli, scegliendo i luoghi da visitare, consultando i racconti e seguendo le nature gemelle del Parco, quella reale e quella straordinaria. La scenografia, i personaggi e le vicende di questo singolare regno sono state costruite,con la collaborazione dell’artista DEM, attraverso un gioco di narrazione cooperativo in cui 25 tra bambine e bambini, residenti nel territorio afferente al parco, sono stati stimolati a costruire delle storie e nello stesso tempo ad individuare quelle buone pratiche di tutela dell’ambiente che li potessero rendere protagonisti e custodi del parco.

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MAMA – Relazione conclusiva

Link di riferimento: www.abitareipaduli.com www.creaturedeipaduli.it www.parcopaduli.it

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MAMA – Relazione conclusiva I report della sessione laboratoriale

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MAMA – Relazione conclusiva

09.12.2017 | PRODUTTIVE

IDENTITÀ

TERRITORIALE

E

NUOVE

FILIERE

Esperti invitati: Cristina Marras e Roberto Covolo Il secondo appuntamento di MAMA, la Murgia abbraccia Matera da Altamura, ha avuto luogo a Masseria Jesce, il 9 dicembre 2017. Masseria Jesce come terra di mezzo, luogo nevralgico dove lo sguardo si apre da Murgia Catena verso i comuni limitrofi: Laterza, Ginosa, Santeramo, Gravina e Matera, perdendosi all’orizzonte quasi a configurare un abbraccio. Nella prima parte è stata fatta una sintesi del primo workshop, ricapitolando i focus emersi, i punti nodali da cui ripartire. Successivamente è stata introdotta la figura di Cristina Marras, ricercatrice di Scienze filosofiche umane, presso Sapienza Università di Roma, la quale ha parlato d’identità territoriale e filiere produttive, partendo dalla visione del sapere di Gottfried Wilhelm von Leibniz, matematico, scienziato e filosofo di cui è studiosa e sostenitrice. Cristina Marras Alla scoperta dell’identità territoriale. Appunti per un laboratorio partecipato Il titolo del seminario-laboratorio tiene in equilibrio tre termini ‘scoperta’, ‘identità’, ‘territorio’. Scoperta: nel suo significato più generale la dimensione della scoperta è una dimensione fondamentale dello stare nel mondo, è una disposizione, uno stato di apertura, di ascolto, di curiosità, di ricerca. In qualche modo è una delle dimensioni essenziali della filosofia. È venire a conoscere ciò che non si sospettava. Ha anche a che fare con la lettura dei contesti e con la capacità di tradurli, interpretarli, acquisirne la loro conoscenza, farne esperienza inattesa. Assume poi una accezione specifica come nel linguaggio militare, marinaro e minerario: ricognizione, servizio di avvistamento, asportazione di tratti superficiali di un giacimento affiorante. Identità: Assumo un concetto di indentità, multiplo, dialettico e complesso. «Ce qui fait que je suis moi-même et pas un autre, c’est que je suis ainsi à la lisière de deux pays, de deux ou trois langues, de plusieurs traditions culturelles. C’est précisément cela qui définit mon identité. Serais-je plus authentique si je m’amputais d’un partie de moi-même?» (Aamin Maalouf, Les identités meurtrières, Grasser, Paris 1998, p.7). L’Io è stato visto come quella parte unitaria e immutabile della natura umana opposto ad un «noi» opinabile, mutevole del «mondo». L’identità non si definisce, tuttavia, attraverso una lista di proprietà essenziali spesso autoriflettenti, ma anche attraverso famiglie di proprietà condivise che derivano dallo scambio, una identità dunque che si mette in contatto con l’altro da sé, con i luoghi. L’identità è un concetto relazionale. Si definisce non solo per affinità ma anche per differenza. Territorio: possessore di terra. Diverse sono le accezioni che si danno al termine. Qui assumo una concetto di territorio che tiene insieme due dimensioni: una dimensione politicoprogrammatica che ha a che fare con linee di intervento o di indirizzo nazionali e internazionali, con la governance (da cui il concetto di valorizzazione del patrimonio

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MAMA – Relazione conclusiva culturale, il concetto di sviluppo locale/rurale, l’idea di paesaggio), e una dimensione locale in cui si intrecciano i vissuti, le esperienze e le pratiche quotidiane, un luogo di “significazione collettiva”, di cura ma anche di abbandono (incuria). Identità territoriali sono dunque definite dalla dialettica che intercorre tra gli aspetti e le caratteristiche materiali e immateriali di un territorio e le reti di relazioni, di memorie, di vissuti e di legami sociali e collettivi di chi li abita. Soggetti, memoria e territorio intrattengono una relazione di mutua trasformazione, di cambiamento. Questo processo se letto all’interno di una cornice e di un progetto che intende prendersi cura dei luoghi del presente e del passato, immaginare nuove responsabilità e condivisioni, solidarietà sociali, politiche attive, attenzione al lavoro e al valore dell’ozio, dimensioni di incontro e scambio, nuove consapevolezze, mette in gioco diversi piani: - razionalità operativa - rivitalizzare - nuove forme di vita durevoli e di pratiche discorsive – ri-de-significare - responsabilità di trasmissione di memorie e progetti - riabilitare Si tratta di far emergere quella che chiameremmo la “Filiera della sapienza geofilosofica” • Bios: condizioni di vita e del sé • Logos: discorso e parola • Pathos: emozioni, sentire e patire • Ethos: comportamento, valore e norma • Ergon: fare, impegno e abilità Una seria riflessione sui singoli elementi della filiera, sulle loro interconnesioni, potenzialità e essenzialità diventa imprescindibile per attuare un ribaltamento del paradigma culturale diffuso, che vede nelle identità territoriali muti artefatti, oggetti di un’idea di ‘sviluppo sostenibile’ legato ad una sfida da parte di una contemporaneità priva di progettualità futura, di consapevolezza critica del presente e di memoria del passato. In questo quadro è evidente la necessità di assumere specifici atteggiamenti, e attivare pratiche e azioni singole e collettive: § Responsabilità personale e sociale § Diffusione di informazioni § Trasferimento di conoscenze, partecipazione § Richiamo al ruolo delle Istituzioni intermedie § Rivisitazione del concetto di ragione § Attività seria di studio e ricerca § Apertura ad un confronto dialettico § Mediazione Riferimenti bibliografici e link a siti/progetti di interesse J. Assmann, La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Einaudi, Torino, 1997. Paola Atzeni, Tra il dire e il fare. Cultura materiale della gente di miniera in Sardegna. Cagliari, CUEC, 2007. T. Banini (a cura di), Identità territoriali. Riflessioni in prospettiva interdisciplinare, geotema, Bologna, Pàtron, 37, 2009. G. Dematteis F. Ferlaino (a cura di), Il mondo e i luoghi. Geografie delle identità e del cambiamento, Torino, IRES-Piemonte, 2003. A. Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro, Chiarelettere, 2016. C. Geertz, Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Bologna, Il Mulino, 1999.

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MAMA – Relazione conclusiva A. Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna, Il Mulino, 1994. P. Gregory, C. Marras: “Old and new towns: architecture, languages, discourses”, in: Migration and the Built Environment in the Mediterranean and the Middle East, CAUMME III, ed. by P. Galante, Napoli, 2016, pp. 262267 Cristina Marras, Il peso delle parole. Filosofia nella comunicazione. Quaderno di teorie e pratiche metaforiche, Roma, Lithos 2010. ----- “Linguaggi della modernità: le città di fondazione, vecchi e nuovi crocevia dialogici di transizioni culturali”. In Il logos nella polis. F. Giuliani and M. Barni (eds.), Roma, Aracne, 2008, pp. 319-332. ----- “Dialogo-Cooperazione” e/o Conflitto-Competizione. Spunti di riflessione sulle forme di mediazione linguistica”. In: P. Barrotta (a cura di) Pluralismo e società multietniche, Pisa, ETS, 2004, pp. 39-62. F. Remotti, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 200l. ----- “Appunti per un’antropologia del «noi»: identità, alterità, precarietà”, in: L. Operti- L. Cometti (a cura di), Verso un'educazione interculturale, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 21-27.

Ci si limita a segnalare alcuni siti/progetti, italiani. Non di tutti è condivisa la comunicazione o l’organizzazione dei contenuti ma, possono essere di interesse per una riflessione comparativa. § § § § § §

§

Centro Italiano della cultura del carbone: https://museodelcarbone.it/it/ I granai della memoria: http://www.granaidellamemoria.it/index.php/it Museo virtuale Valtournance: http://www.museovaltournenche.org/ Ecomuseo della segale: http://www.ecomuseosegale.it/che-cos-e-un-ecomuseo Archeologia industriale: http://archeologiaindustriale.net/ L’ex SNIA viscosa di Roma http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2016/04/19/a-roma-e-nato-un-lago-eresiste_35361ffa-5844-422d-a3aa-7aa0a9ae93cc.html MAAM Roma: https://www.facebook.com/museoMAAM/

Laboratorio Dopo aver definito i concetti di identità e di filiera, si è passati alla prima parte dell’esercizio partecipato laboratoriale, partendo dalla nomenclatura del nostro nome. Lo spazio che ospitava il workshop è stata allestita con due fili di lana, tesi da un capo all’altro della stanza, in senso trasversale. Ognuno dei presenti ha riportato su un cartoncino colorato il proprio nome accompagnato da una riflessione sullo stesso, partendo dalla radice del nome o da una semplice evocazione relativa alla fonetica. Ad esempio il nome Marras ha in sé una rete mediterranea legata alla terra, alla cultura contadina. Una volta scritto il proprio nome sul cartoncino assieme ad una riflessione, ognuno ha steso con una molletta per panni il proprio foglio colorato su uno dei due fili tesi nella stanza. La seconda parte dell’esercizio prevedeva, invece, di associare al nome un luogo a noi caro. Con la stessa modalità i presenti hanno riportato su un altro cartoncino colorato il nome del luogo e stendendolo sul secondo filo posizionato parallelamente al primo, lo hanno poi legato, sempre utilizzando il filo di lana, al cartoncino con su scritto il proprio nome. Il risultato ottenuto è stata una rete, una maglia tesa sopra la nostra testa, fatta di fili che legavano i cartoncini dei nomi ai cartoncini dei luoghi, secondo una corrispondenza univoca. Dal punto di vista estetico, disegnava quasi una micro architettura colorata all’interno della stanza, piacevole alla vista. Sul piano cognitivo, era la metafora che le persone sono il territorio e viceversa.

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In seguito alla passeggiata extraurbana nell’area di Jesce, nel pomeriggio, Roberto Covolo coordinatore di ExFadda, ha esposto la sua esperienza virtuosa a San Vito dei Normanni dove è stato riattivato quello che era un ex stabilimento enologico, oggi sede di ExFadda, un laboratorio urbano nato grazie al bando di Bollenti Spiriti. È nato tutto come una scommessa, sostiene Covolo, un progetto di sviluppo locale e sociale. Catalizzatore di sistemi di valore che garantissero una indipendenza economica favorendo il welfare locale. Il primo passo è stato immaginare come le persone potessero sentire proprio lo spazio. Si è partiti intervenendo con laboratori di autocostruzione sulle parti del manufatto architettonico maggiormente deteriorato, mettendo in sicurezza la struttura ma anche rendendola agibile e riutilizzabile. Lo spazio musica e un parco giochi per bambini all’aperto, sono stati i primi progetti avviati. Gli interventi di autocostruzione via via si allargano, invadendo anche lo spazio interno. Per diversi mesi l’ex stabilimento è stato un grande cantiere, luogo di storie e relazioni. Giunto a termine, chiama a se persone che potessero dare valore a quei luoghi, attraverso la propria arte e il proprio lavoro. I progetti nati nel tempo ad ExFadda sono stati, all’inizio uno studio fotografico, ci si occupava dell’immagine di ExFadda poi evolvendosi si è passati a curare l’immagine e la pubblicità per aziende locali; una scuola di musica sui temi della word music, che oggi consta 220 iscritti. Covolo introduce un ulteriore progetto: Manta, progetto di artigianato di comunità, omaggio alla manta, vecchia coperta della nonna fatta di quadrati di lana lavorati all’uncinetto. Si tratta di una collaborazione tra un giovane designer e un gruppo di donne di San Vito dei Normanni e Carovigno, appassionate di lavori fatti a mano. Insieme, stanno costruendo un percorso di ricerca e di produzione artigianale per innovare e mantenere viva la tradizione locale del lavoro a maglia. Secondo Covolo, “l’innovazione di ExFadda è stato guardare agli esterni non come destinatari finali del prodotto ma come collaboratori”. Per questo motivo è nata l’Associazione dei genitori dei ragazzi che frequentano ExFadda. Si occupa di valorizzare e promuovere la cultura della musica locale e della pizzica nel territorio, con la possibilità di promulgarla anche fuori i confini locali. Oggi progettare vuol dire provare a costruire sulle identità dei luoghi, sulle dimenticanze degli spazi abbandonati sul territorio, partendo dal loro genius loci. Non c’è un modello unico di azione per poter generare delle realtà, occorrono semplicemente persone produttive. Restituzione LABORATORIO FINALE – DISCUSSIONE CON I CITTADINI DESCRIZIONE DELL’ARGOMENTO I partecipanti, con riferimento al risultato dei tavoli di discussione: marketing territoriale, produzione e sistemi digitali del primo workshop, discutono sul tema identità territoriale e filiere produttive, nonché sul metodo di connessione tra le persone che abitano il territorio, attori della filiera. Richiamando quanto emerso nella giornata odierna, tenendo insieme il concetto di identità, filiere produttive e l’esperienza virtuosa raccontata da Roberto Covolo, Cristina Marras propone una riflessione sui luoghi nodali presenti in città e quali nell’area extraurbana,

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MAMA – Relazione conclusiva provando ad immaginare se fosse possibile tendere un filo che connetta i luoghi presenti nel territorio che abbiano caratteristiche in comune. Il tema dell’acqua lega Masseria Jesce al Palazzo dell’Ex Acquedotto Pugliese, sito a Piazza Aldo Moro.

Parole chiave emerse dalla discussione

La discussione ha avuto inizio con una precisa considerazione sul tema dell’acqua. L’acqua è l’elemento naturale che a contatto con la nostra pietra calcarea genera il fenomeno carsico, caratteristica geomorfologica identitaria del nostro territorio. L’acqua è alla base della produzione di tutte le filiere che insistono sul territorio: lana, lino, lenticchia, cereali, latte, ecc. Per questo motivo, è un elemento prezioso da preservare e risorsa naturale esauribile, senza il lavoro lungimirante e ingegnoso dell’uomo, dei sistemi di raccolta. L’acqua piovana serbata potrebbe essere adoperata, ad esempio, nella produzione e lavorazione delle materie prime. Come ricorda Donato Laborante, diventa fondamentale prendersi cura dei canali delle acque, come il canale a Jesce, dei pascoli sui quali i capi di bestiame brucano l’erba, dei campi su cui coltiviamo le nostre materie prime, limitando il tasso di inquinamento, dovuto in taluni casi, all’incuria e perseveranza delle cattive abitudini, dalla mancata conoscenza o nella peggiore delle ipotesi da mera speculazione.

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MAMA – Relazione conclusiva L’acqua è una risorsa fondamentale anche nella pastorizia. Altamura ha una vocazione ovina ma non è possibile oggi Investire sulla produzione della lana. La sua lavorazione necessita di troppa acqua. Il prodotto grezzo, ottenuto dai vari allevamenti è inferiore al quantitativo necessario per far si che possa generare e reggersi un’economia competitiva sul mercato. Nel territorio si producono due tipi di lana: lana moscia, utilizzata per i materassi e la merinizzata, lana da gomitolo. Occorrerebbe mettere in piedi una filiera importante che preveda varie figure che entrino a far parte del processo per impedire che la nostra lana vada al nord per essere lavorata. Inoltre, il settore ha subito una crisi profonda a causa della scomparsa della professione del pastore. Oggi si vuole preservare il numero di capi ovini rimasti, nettamente inferiore rispetto agli anni 90 in cui se ne contavano il doppio. Un modo alternativo per far circolare sul mercato locale la lana di scarto prodotta nei nostri allevamenti, utilizzando le energie e le risorse idriche che il territorio offre; è il progetto Planto, una proposta in itinere di due imprenditori altamurani, che investe su un prodotto facilmente realizzabile. Il progetto prevede la realizzazione di materassi con la possibilità di rigenerarli ogni due anni. Si permette alle famiglie di avere in casa un materasso concepito con lana di cui si conosce la provenienza. La lana è captatore di radioattività, con la provenienza estera si ignorano i metodi di allevamento dei capi ovini. Ritornando sul tema identità, la pietra e l’acqua sono elementi del nostro territorio ad accomunarci a Matera, grazie ai quali Matera è diventata capitale europea della cultura 2019. Occorrerebbe partire dalla tradizione e riscoprire il piacere della lentezza, caratteristica unica di Matera. Riscoprire i luoghi, gli usi e la storia. A maggior ragione, il territorio dovrebbe investire su chi vuole mettersi in gioco dal nulla, concedendo uno spazio per attivare laboratori sperimentali. Puntare su formazione e conoscenza per capire su quale filiera investire. Infine si è condotta una riflessione sul tema del turismo, nell’ottica di Matera 2019. Appare evidente come il turista oggi sia alla ricerca di esperienze uniche e autentiche. Adottando la formula in cui il proprietario guida il turista lungo un percorso, si induce l’abitante a recuperare l’identità attraverso la memoria e la tradizione, per poterla tramandare. Ciò consente di arginare forme di turismo “predatorio”. Lo scambio tra turista e territorio deve essere reciproco, pertanto a turisti e viaggiatori si chiede di lasciare qualcosa alla fine della sua esperienza.

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26.01.2018 | PATRIMONIO PUBBLICO E OPEN DATA Esperti invitati: Francesco “Piersoft” Paolicelli ed Emmanuele Curti Il workshop a cura di Francesco Paolicelli è stato concepito come un momento di formazione e di aggiornamento per i funzionari della pubblica amministrazione e per i cittadini. Dopo una prima parte divulgativa sui temi dei dati aperti e dei cambiamenti introdotti da piattaforme come Wikipedia e OpenStreetMap, la sessione è entrata nel merito dello sviluppo di una mappa web aperta ed implementabile di MAMA. I link suggeriti da Paolicelli sono stati raccolti in un documento condiviso accessibile dal seguente link: bit.do/mamaltamura Esplorazione del Palazzo dell’Acquedotto Dopo il seminario al mattino, è stato reso accessbile alla città il Palazzo dell’Acquedotto. L’esplorazione dell’edificio è stata condotta in collaborazione con Michele Gramegna, ex dipendente dell’Acuqedotto Pugliese, profondo conoscituore e appassionato divulgatore della storia dell’Acquedotto. L’esplorazione è culminata con l’approdo in copertura, di cui si apprezza la sua particolare sagoma ricurva. Da questo punto di osservazione privilegiato, è stato possibile avere uno sguardo nuovo e ampio sulla città. A seguito dell’esplorazione, si è tornati a Palazzo di Città per una sessione laboratoriale insieme all’archeologo Emmanuele Curti. Emmanuele Curti Verso nuove forme dell’abitarci Il tema del recupero e della rigenerazione del tessuto urbano puntando sulle architetture postindustriali o rurali, non è tema semplice, o meglio, è tema che rischia di cadere oramai in consuete retoriche. L’archeologia industriale ha avuto un boom negli ultimi anni, semplicemente perché a seguito del crollo del modello industriale dell’era moderna, le città e le sue periferie si sono trovate ‘affollate’ di impianti morti, di luoghi desertificati. Quello che si tende a dimenticare, in un approccio purtroppo consueto di risolvere le ferite di un corpo attraverso la semplice eventuale suturazione senza pensare al corpo intero, è che questo corrisponde ad un tragico ribaltamento delle categorie lavorative: quello che si è svuotato non è solo il tessuto urbano ancora concepito secondo modelli ottocenteschi (l’industria ai bordi della città), ma è proprio la categoria ‘lavoro’, quella che peraltro sta al primo pinto della nostra costituzione. Lo svuotamento delle industrie, in particolare al Sud dove l’investimento in questi settori ha spesso significato tentativi già fallimentari in partenza, ha stravolto il corpo civico dell’Occidente. Il lavoro oggi va profondamente ripensato in termini di cittadinanza, perché purtroppo non siamo più una Repubblica fondata sul lavoro, ma sul suo vuoto. Questa premessa è necessaria anche nel ripensamento di questo progetto, nel suo tentativo di ricucire parti della città (fra centro e territorio), nel ripensarsi come comunità. L’idea è quindi quella di ripartire da ‘corpi di fabbrica’, come l’Acquedotto Pugliese, perché essi diventino laboratorio per ripensarsi come collettività, metaforicamente riportando acqua,

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MAMA – Relazione conclusiva linfa, alla comunità tutta. Gli spazi devono essere ripensati non per essere ‘storia’, museo, ma per rilanciare le stratigrafie del proprio DNA, per essere spazio per imprese culturali e creative che sappiano porre la questione della cittadinanza al centro del proprio modello di welfare culturale. Questo naturalmente comporta anche un nuovo modello culturale dell’economia - riportando l’economia ad essere categoria di una precisa scelta culturale: bisognerebbe infatti accompagnare qualsivoglia operazione di un eventuale community hub da misuratori diversi di impatto sociale, non più costruiti sul modello classico del PIL. In questo l’esempio delle forme nuove del teatro - ancora purtroppo relegate a differenziarsi dal teatro classico attraverso la formula di ‘teatro sociale’, o ancora meglio del ‘teatro dei luoghi’ - è importante nelle sue modalità di esplorazione e sollecitazione di uno sguardo altro, assumendo il paesaggio come elemento drammaturgico della creazione. Un teatro che, partendo dal suo più profondo, coniugando l’urgenza della parola all’immediatezza del gesto, ci solleciti a ripensare la relazione dei copri nello spazio, il nostro modo di abitare i luoghi (vedi www.clessidrateatro.it). Bibliografia riassuntiva in: Elena Ostanel, Spazi fuori dal Comune. Rigenerare, includere, innovare, Franco Angeli, 2017

Dibattito Partecipa al dibattito l’attrice e performer Erika Grillo che rivendica il ruolo del teatro nei processi di riattivazione del patrimonio. Il teatro è una forma di arte che ricongiunge una fisicità del gesto con l’uso della parola, facendo parlare anche un luogo. Le forme di teatro che attraversano i territori e riallacciano rapporti con i luoghi. Quindi questi spazi, quali il Palazzo dell’Acquedotto, il laboratorio Port’Alba, etc., devono essere riutilizzati per diventare antenne di nuova alfabetizzazione e rinascita della comunità. Con il teatro si ragiona sui temi del QUI e dell’ORA, che significano la non replicabilità, l’unicità del momento. L’esperienza di Clessidra di Chiatona permette con il teatro di fruire di uno spazio pubblico che non è mai uguale. Proprio con questa idea il teatro può reinterpretare il ruolo del Palazzo dell’Acquedotto, che un tempo portava acqua a Matera. Oggi questo è pronto per nutrire Matera di una nuova acqua. Per dirla con parole poetiche, questo luogo può simbolicamente diventare la bacinella (Uacil) dove potersi lavare le mani e la faccia, depurarsi per tornare a festeggiare per la nascita di una nuova fontana: un luogo in cui i cittadini tornano a recuperare il senso dell’acqua (il viaggio che essa compie e l’importanza della nostra vita). Al termine è intervenuto anche il consigliere regionale Enzo Colonna, promotore del programma “La Murgia Abbraccia Matera”, che ha tracciato un primo bilancio delle iniziative organizzate nei diversi comuni e ha rilanciato gli spunti emersi per delineare azioni da attuare per concretizzare le informazioni e le proposte emerse nel corso del progetto.

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2.2 Le passeggiate

Ad accompagnare le attività partecipative e laboratoriali dei workshop, sono state organizzate 4 passeggiate esplorative per vivere insieme ai cittadini un’esperienza diretta, conoscitiva del territorio. Scoprire i luoghi patrimonio della nostra cultura, percorrendo il tessuto urbano, tra architettura e archeologia, per riappropriarci di una memoria storica collettiva. Gli itinerari hanno interessato porzioni di territorio comprese in tutta l’area urbana. Partendo dal borgo antico della città di Altamura, nella prima passeggiata, toccando i luoghi legati alla produzione cerealicola. Dall’immagazzinamento del grano, ai luoghi della trasformazione con l’arte molitoria e i forni, fino ad arrivare nella seconda passeggiata oltre la città urbanizzata, nella zona di Murgia Catena a Masseria Jesce, lungo l’Appia Antica; sui tracciati dei primi villaggi neolitici, degli insediamenti rupestri del XIV, percorrendo le vie della transumanza dei Tratturi, esempi di architettura rurale. Nella terza e quarta passeggiata, gli itinerari sono stati declinati sui temi dell’acqua e della pietra. Elementi naturali che a contatto generano il fenomeno carsico, caratterizzando la morfologia del nostro territorio, rendendolo unico e irripetibile. L’entusiasmo registrato per questo tipo di attività ha manifestato un’attenzione diventata sempre più forte con il susseguirsi delle passeggiate, interessando tutte le fasce d’età. Qui di seguito si riporta il calendario:

18.11.2017 | PASSEGGIATA URBANA Il percorso, curato dall’archeologa Emma Capurso, si è svolta all’interno della workshop “Percezione del paesaggio e beni comuni” e si è sviluppata lungo il seguente itinerario: - Piazza Don Minzoni (Piazza Foggiali); - Mulino Dibenedetto; - Case contadine; - Tipografia Portogese; - Corso Federico II di Svevia; - ex Forno Forte (forno della chiesa maggiore); - Piazza Duomo; - Forno Santa Chiara

09.12.2017 | PASSEGGIATA EXTRA-URBANA Il percorso, co-curato in collaborazione con Donato Laborante (ass. Ferula Ferita), si è svolta all’interno del workshop “Identità territoriale e filiere produttive” e si è sviluppato nell’area di Jesce.

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28.12.2017 | PASSEGGIATA URBANA “Le vie dell’acqua” Il percorso, curato dall’archeologa Emma Capurso, si è sviluppato lungo il seguente itinerario: - Palazzo dell’Acquedotto; - Fontana di Viale Martiri; - Case contadine; - Piazza Zanardelli; - ABMC - La Cantina Frrud – Museo del Vino

13.01.2018 | PASSEGGIATA EXTRA-URBANA “Sulle tracce della Pietra” Il percorso, co-curato con l’archeologa Emma Capurso e Giovanni Ragone (CARS), si è sviluppato lungo il seguente itinerario: - Mura Megalitiche; - Grotte San Tommaso; - Cripta Fornello; - Cava Pontrelli; - Masseria Conti Filo

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3. Testimonianze

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3.1 Progettualità

Liviano Mariella, Recollocal L’associazione Recollocal promuove una ricerca sul campo tesa a connettere identità locale, cittadinanza e nuova percezione del paesaggio attraverso il design – pubblico, visivo e di processo. Tra i principali progetti sviluppati nel Cilento vi sono Transluoghi e Cantiere JAZZI. Link al video: https://youtu.be/sAv_TzKllfE

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Filippo Clemente, Pecore Attive Esperienze legate al recupero della lana moscia pugliese (considerata uno scarto) per realizzare prodotti di design e moda. Un percorso votato all’innovazione della filiera che intesse forti legami con la tradizione e che ben si lega alla possibile valorizzazione dei manufatti di archeologica industriale ad oggi dismessi o inutilizzati. Link al video: http://youtu.be/I7jmZNHlKcA

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Giacomo Garziano, GG Loop Architetto e designer altamurano, vive e lavora ad Amsterdam. Ha realizzato il progetto della casa-museo The Seed of Time e fa parte del collettivo multidisciplinare Elephants and Volcanoes. Riflettiamo con lui sulle potenzialità dell’architettura e dell’arte contemporanea come driver per strategie di rigenerazione territoriale. Link al video: http://youtu.be/HU2bHSPCcHM

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Giovanni Ragone, CARS (Centro Altamurano Ricerche Speleologiche) Presidente del CARS, alto conoscitore del fenomeno carsico, riflette sulle potenzialitĂ di possibili itinerari tematici relativi ai temi dell'acqua e della pietra. Link al video: https://youtu.be/-dJR_e_N-8A

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Dott. Giuseppe Pupillo e geom. Michele Gramegna, ABMC (Archivio Biblioteca Museo Civico) La storia dell’Acquedotto Pugliese e il ruolo dell’ABMC nella promozione dell’itinerario dell’Acqua. Link al video: https://youtu.be/BBSSL70tgok

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Fabio Ciaravella Architetto e dottore di ricerca Fabio Ciaravella, che si occupa di arte pubblica, nuove relazioni tra arte e architettura ed è promotore del progetto Architecture of Shame (Architettura della vergogna) nell’ambito della programmazione culturale di #Matera2019. Link al video: https://youtu.be/cFlL_auI6ao

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3.2 Memoria Storica

Il processo di valorizzazione dell’archeologia industriale e dell’architettura rurale non si deve limitare, però, a comprendere solo il patrimonio materiale tangibile, ma, anche, un insieme di elementi immateriali come la memoria scritta e orale, le tradizioni, un insieme che intreccia attività industriale, ambito territoriale e associazioni. La tutela e la conservazione di queste testimonianze sono fondamentali per tramandare memorie e tradizioni affinché queste ultime non vengano “tralasciate” solo in quanto appartenenti ad un recente passato. Quindi, oltre alle chiacchierate effettuate con esperti di settore e operatori-chiave del territorio, sono state raccolte delle testimonianze di cittadini comuni, custodi di ricordi e aneddoti legati ai temi oggetto di indagine. Qui di seguito le testimonianze raccolte:

Sante C., agricoltore e allevatore

Link al video: https://youtu.be/6VHbsdHckSY Sante ha ripercorso con noi i ricordi legati alla sua infanzia, trascorsa nel quartiere U’Calvarj (nome attribuito per la presenza della Chiesa di S. Sepolcro). Ci ha riportato indietro negli anni, facendoci immaginare come fosse prima il quartiere, ricco di aree verdi e giardini, cappelle, trappeti, cave, cantine. Racconta che la zona in cui oggi sorge l’Istituto Tecnico F.M. Genco, fosse dedicata alla Pasquetta, “si andava a fare pusillipo” racconta. Sante abitava di fronte il Palazzo dell’Acquedotto che ha segnato i suoi ricordi di ragazzo intento, come gli altri cittadini, a prendere l’acqua per il fabbisogno familiare; Ricorda anche il primo forno presente nel quartiere, quello di S. Domenico (attuale Forno Scalera) dove la madre andava a comprare la focaccia.

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Donato C., ex dipendente delle Poste

Link al video: https://youtu.be/AOM0f9YoAis Con Donato abbiamo intrapreso un viaggio a bordo del suo “Ciao” messo a disposizione delle Poste con il quale girava per le strade di Altamura. Con lui abbiamo scoperto cosa lavorassero all’interno delle Officine Nuzzi, palazzo di architettura industriale abbandonato, e abbiamo scoperto dell’esistenza a porta Matera di un Ex Conceria famosissima in tutta la Regione, per la vendita di panni colorati e lana cardata.

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Brigida

Link al video: https://youtu.be/sv-yna39Plw La signora Brigida ci racconta come si svolgeva la vita rurale nella sua famiglia, proprietaria di una Masseria dedita all’allevamento di pecore, mucche, cavalli. Tutti i componenti della famiglia erano chiamati a collaborare alla gestione delle attività, sia per il mantenimento del bestiame, che per la commercializzazione dei prodotti. Producevano essenzialmente latte e derivati (ricotta e formaggio) che venivano poi venduti non solo nel territorio altamurano, ma anche a Bari. Ricorda l’importanza della lana, prodotto essenziale per la realizzazione di cuscini, materassi, coperte e capi di abbigliamento. Ci spiega come, a seconda del prodotto da realizzare, la tosa della pecora avvenisse in diversi momenti dell’anno, e le veniva attribuito anche un nome diverso (sbboggh, carus, ecc.). La lana per realizzare i cuscini, veniva per esempio, tagliata in un determinato momento ed era sicuramente diversa da quella impiegata per realizzare i materassi. Anche la lana, come i prodotti caseari, una volta soddisfatte le necessità della famiglia, veniva venduta. Brigida ricorda anche i diversi forni presenti nella città e della diffusa pratica del ritiro della massa di pasta lavorata in casa e della consegna del pane a fine cottura da parte del garzone del forno. Tra i forni presenti annovera quello di S. Lucia, S. Agostino, del Carmine, del Calvario, di S. Chiara. Generalmente si realizzava il pane, mentre gli altri prodotti da forno erano relegati alle grandi occasioni, come i matrimoni.

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MAMA – Relazione conclusiva Interviste informali: il palazzo dell’Acquedotto, detto #Uacil

Link al video: https://youtu.be/OP4Qzn91lXc I ragazzi di Interviste Informali interrogano la cittadinanza sul significato della parola #Uacil, termine con cui storicamente si indetifica il Palazzo dell’Acquedotto.

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4. La strategia di valorizzazione

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4.1 Due itinerari tematici

A seguito dei diversi incontri partecipati, delle testimonianze raccolte, degli esperti e del materiale storico-bibliografico consultato, il gruppo di lavoro è giunto alla conclusione che connotare la città di Altamura legandola ad un solo prodotto o filiera, poteva risultare riduttivo. Tante le proposte avanzate dai partecipanti che hanno espresso la volontà di associare Altamura al Pane, o alla Lenticchia o ancora al Padre Peppe, alla Lana, ecc. Le nostre riflessioni si sono concentrate sulla ricerca di un filo conduttore che possa in qualche modo giustificare la floridità e la molteplicità di offerta produttiva e rurale del nostro territorio. Sì è dunque pensato di tracciare due direttrici, emerse sin dai lavori realizzati per la SISUS, ovvero l’Acqua e la Pietra, in grado di raccontare la città sia nell’ambito urbano che rurale. Due elementi pregnanti del nostro territorio che ne offrono una chiave di lettura di più ampio respiro, in grado di abbracciare diversi settori produttivi, diversi partner e operatori di settore, diversi manufatti, sia pubblici che privati. L'acqua e la pietra danno vita a due itinerari tematici composti da tre elementi: - manufatti (attivi e dismessi); - percorsi (urbani ed extraurbani) - satelliti (esperienze e servizi complementari). Gli itinerari costituiscono una base di progetto per percorsi esperienziali ed educativi, nonché consegnano alla Pubblica Amministrazione un quadro d’insieme per la valorizzazione di manufatti e percorsi esistenti. Sì è così ipotizzato un percorso legato all’Acqua, parte del quale è stato testato durante una delle passeggiate di MAMA. Il percorso lega tra loro non solo manufatti, ma anche storie, partner ed esperienze. Il punto di partenza è la Cattedrale di Altamura il percorso si dirama nelle vie del centro storico toccando Claustro Tricarico, chiamato il claustro dell’acqua in virtù dei suoi pozzi; la Cantina Frrud, emblema di architettura proto-industriale legata alla produzione vinicola della città di Altamura. Il vino è l’alterego dell’acqua, e bevanda che durante i periodi di peste rappresentava l’unico liquido che potesse dissetare, rapporto diverso tra acqua e Padre Peppe, pertanto la tappa alla fabbrica del Nocino Altamurano è d’obbligo. L’ex Monastero Santa Croce e l’ex Monastero del Soccorso, sede del GAL e luogo designato come sede dell’Autorità Urbana legata alla SISUS, rappresenteranno dei luoghi in cui fare coworking o residenze temporanee. A metà del viaggio, si raggiungerà il palazzo dell’Acquedotto Pugliese, dove, oltre ad un Museo sull’Acqua, si potrà prevedere un Hub all’interno della quale cittadini attivi, associazioni e stakeholders potranno lavorare per portare avanti progettualità legate allo sviluppo di strategia di sviluppo dei temi legati alle architetture rurali e archeologie industriali. La fontana di Piazza Zanardelli è una logica conseguenza del percorso, che prosegue lungo la via del Lago (Via P. Colletta) per arrivare fino al Tratturo Melfi-Castellaneta/Via Appia Antica. L’importante rapporto dei tratturi con l’acqua lo si ritrova anche ad Altamura, grazie ai pozzi e alla neviere, o ancora alla Fontana Romana del Vucculo o del Torrente Pisciulo. La Cripta di Carpentino, la chiesa rupestre di San Michele a Jesce, la necropoli di Jesce, il Villaggio rupestre di Pisciulo completano il percorso che abbraccia geo-morfologicamente Matera, così come la stessa Murgia.

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MAMA – Relazione conclusiva In questo percorso, Masseria Losurdo potrebbe rappresentare un luogo di ristoro, una vecchia posta dove degustare prodotti tipici dei luoghi, ma ha già attivo il ruolo Masseria didattica e Museo della Civiltà Contadina, mentre Masseria Jesce rappresenta il punto finale di questo percorso, una posta romana in cui poter rifoccillare la propria mente con mostre temporanee, spettacoli teatrali, etc.. Attività di storytelling elaborate dalle scuole altamurane, come il Liceo Classico o la scuola Mercadante, aggiungerebbe un quid in più al progetto, mentre la Biblioteca Comunale ABMC è e sarà l’archivio storico per eccellenza, dove la digitalizzazione dei temi rappresenta il primo passo per l’accesso alle informazioni. Anche il Percorso della Pietra ha come punto di partenza la Cattedrale di Altamura: lì fu posata la prima pietra da Federico II di Svevia. Il tracciato si interseca con “i residui” di archeologia industriale presenti: resti di macine di Mulini oleari. Il Palazzo Baldassarre e la partnership con il CARS, apportano al progetto non solo un’esposizione museale che ha come tema proprio la Pietra, ma anche un’Associazione attiva sul territorio, che potrebbe continuare a creare percorsi tematici, anche sotterranei come le Grotte di San Tommaso. Il percorso procede verso il Museo Archeologico, per passare dal sito archeologico su via Bari, fino alle Mura Megalitiche, le cui pietre un tempo difendevano la città di Altamura. Uscendo dalla città si incontrerà un altro tesoro per l’intera comunità: la cava Pontrelli, emblema di archeologia industriale, che conserva più di 30.000 orme di dinosauri. Da lì ci si dirigerà verso le grotte di Fornello. Il percorso fiancheggia la collina di Sgolgore, punto più alto della zona dove l’acqua dal Sele arriva naturalmente fino alle fontane della città di Altamura. Anche in questo caso ci si ritrova ad intrecciarsi con realtà private già operative sul territorio: l’Agriturismo Murà e la Masseria Conti Filo dove si potrebbero attivare laboratori di restauro o esperienze legate alla produzione di grani antichi o ancora esperienze di Ippoterapia. La città di raggiunge nuovamente legandosi con l’Ex Mattatoio, nonché Laboratorio Port’Alba altro Hub della città.

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4.2 Dieci azioni chiave

Nel corso delle attività partecipative di MAMA, sono stati raccolti dati, proposte, idee, istanze da parte della cittadinanza, degli esperti invitati e dei portatoti di interesse. Questo prezioso bagaglio di informazioni è stato rielaborato e sintetizzato in una strategia di valorizzazione del patrimonio pubblico riassumibile in 10 azioni chiave:

1 Sviluppare una piattaforma web territoriale basata sugli Open Data, per la mappatura del patrimonio pubblico e privato esistenti nei comuni che abbracciano Matera.

2 Promuovere programmi di formazione e di Alternanza Scuola-Lavoro per implementare gli studi e le ricerche sull'archeologia industriale e l'architettura rurale.

3 Rigenerare i manufatti non come semplici musei, ma come "hub" della cultura e dell'innovazione, in cui trovino posto le imprese sociali e creative del territorio.

4 Recuperare e tutelare i tratturi presenti sulle rotte individuate, mediante la parziale ridistribuzione dei ricavi ottenuti dalle visite ed esplorazioni, al fine di rendere i percorsi fruibili alla comunità e ai visitatori.

5 Promuovere partenariati pubblico-privato per una gestione integrata e sostenibile del patrimonio pubblico.

6 Per una ristrutturazione partecipata. Far sì che i cantieri di ristrutturazione degli immobili siano "teatri civici temporanei" aperti al pubblico e con la partecipazione di artisti e performer.

7 Federare una rete di spazi per la creatività tra le città della Murgia, attraverso l'utilizzo di una tessera/pass e di un sito web dedicato.

8 Sviluppare un sistema di residenze temporanee per creativi e artisti all'interno dei manufatti pubblici.

9 Tornare a rendere fruibile il Palazzo dell'Acquedotto per visite gratuite, e consentire a cittadini, studenti, ricercatori e artisti di guardare la città dalla cima del "Uacil".

10 Promuovere l'arte contemporanea come volano per la valorizzazione del patrimonio.

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5. La rete delle esperienze

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MAMA – Relazione conclusiva Diffondere la conoscenza del patrimonio archeologico industriale (esistente e non) e dell’architettura rurale del Comune di Altamura è aprire una prima finestra su un percorso che porterà alla valorizzazione e promozione di questi siti. Questa presa di coscienza parte dalle Scuole. La fabbrica, lo Jazzo, la Masseria, il Tratturo possono avere un’importante valenza scolastica, dove lo studente può arricchire il proprio capitale culturale, comprendendo l’importanza dell’ubicazione del manufatto, delle tecnologie costruttive e i materiali con i quali è stato costruito, dei cambiamenti che hanno subito e di quelli che hanno apportato al territorio circostante. Questo può avvenire mediante programmi formativi ed educativi, iniziative extra-scolastiche e programmi di alternanza scuola-lavoro. Nel caso altamurano, l’istituto per Geometri potrebbe strutturare programmi formativi legati al rilievo e restituzione grafica di manufatti legati all’archeologia industriale e architettura rurale. Ciò sarebbe di incentivo e stimolo per i soggetti privati che posseggono tali beni. Parallelamente la sezione di Agraria, dello stesso istituto, assieme all’Università, potrebbero sviluppare progetti di ricerca su lana, lenticchia, grani e farinacei storici, e altri prodotti della nostra terra, mentre l’Istituto Alberghiero, potrà reinterpretare in chiave culinaria le eccellenze del nostro territorio. Il coinvolgimento con i partner e le associazioni del territorio è fondamentale. L’ABMC potrebbe sviluppare percorsi tematici di ricerca e approfondimento, a partire dal tema dell’acqua, promuovendo iniziative come seminari, contest letterari, mostre di fotografia, pittura o video-arte. Per poter leggere ed interpretare in maniera adeguata il contesto ambientale, sarebbe opportuno offrire degli itinerari in rete, mediante collaborazioni con associazioni, musei e investitori privati. In rete con il CARS, il Museo Archeologico Nazionale e la Rete Museale Uomo Di Altamura vi è la concreta possibilità di sviluppare iniziative ed attività per la fruizione del patrimonio e l’implementazione dell’itinerario, potendo contare sull’attenzione sodale e la collaborazione di soggetti privati come Masseria Conti Filo e Agriturismo Murà. Il compito della Regione Puglia, all’interno di un progetto che ha come fine quello di creare un’identità tra i comuni pugliesi che abbracciano Matera, è organizzare dei tavoli tematici tra le realtà coinvolte affinché possano costruire un’identità condivisa territoriale. Individuare luoghi nei diversi comuni e reti di connessione sarebbe il primo passo per la condivisione di un progetto di rivitalizzazione dell’Alta Murgia. Nel caso di Altamura, la Regione Puglia dovrebbe mettere a disposizione fondi per la creazione di un Hub all’interno della città (Palazzo dell’Acquedotto) dove il “cervello” del progetto possa continuare a sviluppare economia locale; e un Hub nel territorio extraurbano (Masseria Jesce) centro nevralgico dove far cultura e organizzazione di itinerari che abbraccino masserie didattiche, necropoli, e altri beni del nostro territorio. Nei prossimi anni la Regione dovrà programmare finanziamenti che portino a sviluppare progetti innovativi riguardanti la rinascita dell’agricoltura e della pastorizia (si veda il progetto “adotta una pecora”), che potranno consolidare sinergie e progettualità già avviati con precedenti programmi (Bollenti Spiriti) quali “Pecore attive” o progetti in via di sviluppo con il CNR, quali produzione di bevande energetica prodotte dalla lenticchia, o, ancora, progetti che prevedano il riutilizzo degli scarti di alcuni prodotti alimentari del posto. Sono questi suggerimenti che dovrebbero vedere anche una più stretta collaborazione con il Parco Nazionale Alta Murgia e il GAL Terre Di Murgia. In accordo con un approccio aperto e trasparente, i dati e le informazioni dovranno essere accessibili e interoperabili (OpenData).

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Conclusioni

MAMA è stato un percorso partecipato che ha visto consolidare l’attività e il metodo del laboratorio Iperurbano, a seguito della redazione della Strategia Integrata di Sviluppo Urbano Sostenibile (SISUS). In questa seconda attività, il raggio d’azione è stato ampliato sia dal punto di vista dei temi, che dal punto di vista geografico. Al fine di restituire un quadro completo ed esaustivo abbiamo condotto approfondimenti non solo sul tema della trasformazione urbana, ma anche sui temi della produzione, del turismo, del beni comuni e dell’Open Government. Si è endati oltre l’ambito del centro urbano e dei quartieri periferici, infatti le attività proposte hanno coperto un’area ben più vasta, esplorando le aree exra-urbane, giungendo fino a Masseria Jesce o Cava Pontrelli. Abbiamo interpretato il tema dell’abbraccio, indicato nel titolo del programma “La Murgia Abbraccia Matera”, come l’opportunità di unire punti di vista diversi attraverso l’esperienza di sei ospiti invitati provenienti dal Salento, dal brindisino, dalla Lucania e dalla Sardegna. Questa molteplicità di interpretazioni, esperienze e competenze diverse ha affinito lo sguardo, direzonandolo al meglio verso l’ampio patrimonio disponibile, con l’obiettivo di dare forma ad una serie di linee guida strategiche finalizzate alla valorizzazione del patrimonio stesso, alla sua innovazione e non solo alla sua mera musealizzazione.

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