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Stalingrado di Vasilij Grossman, Biblioteca Adelphi

Stalingrado, opera del corrispondente di guerra per “Stella Rossa” e futuro dissidente, Vasilij Grossman, ebreo di nazionalità ucraina, non è l’ennesimo romanzo sull’eroica opposizione delle Repubbliche socialiste dei Soviet al progetto del nuovo ordine nazifascista. E’ il primo tomo di una trilogia che ha per oggetto la stessa anima russa, seguono: “Vita e destino” e “Tutto scorre…”. L’ultimo volume pubblicato postumo nel 1970 nella Repubblica federale in cui si narra delle purghe staliniane e della carestia in Ucraina negli anni Trenta, storicamente andrebbe letto per primo. Eppure si perderebbe l’essenziale seguendo l’ordine cronologico. Le tre opere rappresentano l’evoluzione dello spirito di un popolo che proprio attraversando l’epopea della resistenza e della riscossa contro l’aggressione nazifascista, si confronta a ritroso con le speranze del riscatto, la forza totalitaria del regime, le delazioni come fondamento sociale, le persecuzioni dei nemici del popolo, fino alla morte per fame di milioni di contadini contrari alla collettivizzazione forzata.

Il romanzo si apre con il telegramma della chiamata alle armi che nella tarda primavera 1942 la postina consegna a un contadino, Pētr Vavilov. La prima sua preoccupazione sarà di lasciare abbastanza legna alla famiglia per affrontare l’inverno russo. Sullo sfondo Salisburgo e l’incontro fra Mussolini e Hitler che sicuri della resa, a linea di fronte è a pochi chilometri da Mosca, già discutono su come spartirsi le spoglie. Siamo così, in medias res, inviati insieme a Pētr verso il cuore della battaglia per antonomasia della Seconda guerra mondiale. Vi giungiamo seguendo le diverse famiglie di personaggi, che come il caleidoscopio del Furioso, sono il Coro della rotta sovietica sotto il tallone della più grande armata della storia moderna. Da Kiev arretriamo sempre più, sempre più verso le sterminate pianure steppose che si aprono oltre la linea del Volga.

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E’ il fiume il protagonista assoluto della resistenza all’invasione.

Placido, imperturbabile, come il cielo che vi si specchia, il grande fiume continua a scorrere come la vita, senza prendere parte alla battaglia de- cisiva, quella su cui sono puntati gli sguardi di tutto il Mondo. Segna con il suo solo essere il confine fra la vittoria o la sconfitta, ma anche il principio al di là di ogni condizione. Anche se i nazifascisti fossero passati, il Volga avrebbe continuato a racchiudere in sé la caparbietà arcaica e sonnacchiosa delle steppe che attraversa, che forma e nutre con suo stesso scorrere. Chi combatte per Stalingrado sente la forza del fiume che per gli invasori non è che un tratto sulla carta geografica, al più un obiettivo strategico.

Il coro del romanzo è formato da uomini e donne delle più diverse estrazioni culturali e sociali: contadini, operai, medici, ingegneri, scienziati, portinai, commissari del popolo, generali, soldati, macchinisti tutti accomunati dalla consapevolezza che lì, sul Volga, si abbatterà il maglio nazifascista. Non solo perché sono slavi, destinati ad essere manodopera schiavile del nuovo ordine, ma soprattutto perché incarnano l’esempio di una società senza padroni né proprietà privata, in cui gli esseri umani si riconoscono fra loro non perché guadagnano, consumano, esprimono pareri, coltivano valori, amano, odiano Il collante di questa umanità è il “lavoro di tutti e di ciascuno”, come scrisse Marx, che non distingue fra manuale e intellettuale, produttivo e improduttivo, di difesa e di offesa. Perché il lavoro liberato è la massima espressione della creatività umana: una pratica di trasformazione comune che è trasformatrice delle relazioni sociali e degli individui stessi. Il controcanto di questa epica socialista, sono le scene in cui gli ufficiali e i soldati tedeschi sono dipinti come burocrati della volontà di vittoria del Führer.

Il Volga che attraversa Stalingrado via via che procediamo nella lettura è un fatto di carne, sangue e pulsioni e non più un obiettivo o uno slogan. Siamo nell’occhio calmo del ciclone, quando infine sbarchiamo a Stalingrado e anche noi che leggiamo non saremmo mai voluto essere in nessun altro luogo.

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