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“Lasciami andare madre”, di H. Schneider
La Seconda guerra mondiale, conosciuta soprattutto per gli orrori di Hitler, è stata nella storia dell’umanità uno degli eventi più efferati mai commessi dall’uomo. Nonostante le oscenità compiute dai nazisti siano ristrette ad un gruppo preciso, è luogo comune accusare l’intera popolazione tedesca dei noti crimini di guerra, condannandoli a discriminazioni e risentimento costante per ciò che i loro antenati hanno commesso.
Helga Schneider, nel suo libro “Lasciami andare, madre”, riesce nella sua semplicità a comunicare il messaggio di un popolo vittima e non complice della brutalità nazista.
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Il libro è incentrato sull’incontro tra Helga e la madre guardiana SS al campo di BirkenauAuschwitz.
I due lati della Germania a confronto: i nazisti rappresentati dalla madre ormai anziana, rinchiusa in un ospizio che, nonostante gli anni ormai trascorsi, è ancora fermamente convinta e fiera di quello che è stato il Terzo Reich e la figlia autrice del libro, che vuole dimenticare la sua infanzia infelice.
Quello che rende questo libro speciale è la sincerità e la trasparenza con cui l’autrice esprime i suoi sentimenti, senza freni letterari o allegre digressioni, trasmettendo al lettore un’amarezza profonda.
Helga non è sola in questo racconto, che metaforicamente non è altro che la conclusione di un lungo cammino tortuoso nelle sue tristi memorie passate tra collegi, bunker e povertà, ma è accompagnata dalla cugina Eva, fondamentale nel racconto per sollevare Helga dalle discussioni troppo onerose della madre o per supportarla quando queste diventano inevitabili.
Helga, pur consapevole di una madre che, nei pochi momenti di lucidità rievoca ancora le glorie e i fasti del regime nazista, non la condanna, poiché l’affetto materno, lei che da figlia è passata all’essere madre, riaffiora in lei pesantemente, ma non può neanche fare a meno di provare un sentimento di rancore.
“Oggi ti rivedo, madre, ma con quali sentimenti?
Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler? […] No, tu non volevi essere madre; preferivi il potere. Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi onnipotente. Guardiana di denutrite, esauste e disperate ebree dal capo raso, dallo sguardo vuoto – che miserabile potere, madre!”.
La vicenda si dipana in un susseguirsi di botta e risposta, quasi alla maniera di un interrogatorio, tra madre e figlia, fino al momento decisivo della verità