I veri fantasmi

Page 1


Titolo: I veri fantasmi Autore: Mattia Ferrari - Victolaszlo88 © 2020, Poliniani Prima edizione Corrado Polini Design / Editore ISBN 9788832118322

Illustrazioni: Boban Pesov Impaginazione: Poliniani

Tutti i diritti sono riservati a norma di legge e a norma delle convenzioni internazionali. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta con sistemi elettronici, meccanici o altro senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.

Stampato nel mese di Ottobre da Corrado Polini Design / Editore Via Campofiore, 27 - 37129 Verona (VR)


“A Luciana, che ancora mi sopporta.�



MORTEBIANCA

PREFAZIONE

Perché guardiamo i film? Che cosa spinge l’uomo a osservare copie bidimensionali del mondo reale? Questa domanda è vecchia quanto il Cinema stesso. Nulla riesce, nella nostra cultura, ad attrarre come un film, un cartone o una serie tv. Attorno a queste si è creata una vera cultura di massa, milioni di persone lavorano grazie al cinema e i dibattiti filosofici, politici e persino scientifici sono conditi da riferimenti alla cinematografia. E non è certamente un caso. Il cinema è una forma d’arte, e dunque (come un libro o un dipinto) vuole portare un messaggio e diffonderlo a più persone possibili. In tempi medioevali importanti verità di fede diventavano accessibili all’uomo comune tramite l’arte immortalata sulle pareti di una chiesa. Tra la fine del 700 e l’inizio dell’800 i testi di pochi intellettuali hanno cambiato il volto dell’Europa politicamente, così come la vita di milioni di persone. Ed il cinema è il mezzo ideale oggi per questo gravoso compito: portare avanti idee complesse, fino al grande pubblico. L’umanità come specie è sempre stata primariamente visiva, per noi vedere qualcosa significa concettualizzarlo soggettivamente. Non a caso si usa dire “vedi?”. Per questo il genere horror ha visto il suo picco grazie al cinema, con il quale è possibile effettivamente osservare il danno inferto ai personaggi, attivando quei complessi neuroni specchio responsabili dell’empatia e dell’immedesimazione più di quanto non possano fare le altre arti. Per questo i film hanno ispirato movimenti politici. I film


hanno cambiato le vite di milioni di persone. Così come hanno fatto innamorare, hanno infuocato i dibattiti. I film hanno, in sostanza, influenzato la vita reale creando un prototipo catartico dentro lo schermo. Quando Umberto Eco diceva che chi legge vive tante vite quanti sono i libri che ha letto, faceva un discorso che noi oggi possiamo applicare anche alla settima arte. Victorlaszlo88 è sinonimo di cinema su Youtube, e con questo libro porta alla sua naturale conseguenza quella che è la filosofia del cinema: utilizzare personaggi cinematografici per raccontare se stesso, narrare attraverso il percorso delle vite fittizie quello che è il viaggio nella mente di qualcuno che ha amato profondamente il cinema, dal cinema è stato cambiato ed a sua volta per il cinema ha fatto molto elaborando un ulteriore livello di profondità del film con la sua riflessione.

Mortebianca


MATTIA FERRARI

I VERI FANTASMI



PROLOGO

Come spesso accade, anche oggi torno a casa dal lavoro. Nessuno ad aspettarmi, almeno per ora. Il mio è un lavoro che posso fare sia in ufficio che da distanza. Oggi l’ho fatto in ufficio. Nulla di nuovo, nulla di speciale da ricordare o di memorabile che valga la pena scrivere o, peggio, registrare. Beh forse una cosa è successa: uscendo dall’ufficio, mentre mi dirigevo verso l’auto, per strada mi si avvicina un uomo anziano, sulla settantina. Ha una folta barba sporca e intensi occhi azzurri. Indossa un cappotto lungo e malconcio. «Hai una moneta, giovanotto?» Mi frugo nelle tasche e ne tiro fuori un euro. Lo porgo al senzatetto. «Grazie ragazzo, molto gentile!» Mi risponde allegramente e noto che ha gli occhi di un azzurro intenso, profondo. L’uomo se ne va tutto contento ed io riprendo la mia via verso l’auto e verso casa.

Ci risiamo. Un altro dei miei momenti d’oro. Ormai so come riconoscere le mie crisi, ho iniziato ad ignorarle, come se non ci fossero. Un po’ come John Nash in A Beautiful Mind, che non prestava più attenzione alle sue allucinazioni. Solo che io in matematica avevo due. Da ormai dieci anni sono uno youtuber, un creator o, se preferite, un influencer. Una parola che 9


ho sempre odiato: sembra un sinonimo in dialetto lombardo per definire l’untore, ci avete mai fatto caso?Ad ogni modo, lo faccio da dieci anni e da almeno sette l’ho reso il mio lavoro. Non so più quante volte mi sia sentito dire di trovarmi un lavoro vero, ma lo capisco: agli occhi di chiunque può sembrare facile. Accendi la videocamera, registri un video, oppure ti fai una foto e la carichi su Instagram o Facebook. Due secondi e il gioco è fatto. Ecco: no. Non voglio dire che sia come andare a lavorare in miniera (che ormai sembra l’unica professione rispettabile presso la massa, a giudicare da certi commenti) ma non è così facile come tanti credono. Devi sempre trovare qualcosa di nuovo da offrire, se ti discosti un minimo dall’argomento che tratti di solito – il Cinema e le Serie tv, nel mio caso – devi ignorare insulti vari o proteste da parte del tuo pubblico e devi fare sempre attenzione a quello che dici. Da qui le crisi. In realtà sono solo attimi di sconforto in cui mi autoconvinco di valere quanto il due di coppe, o in cui mi sento come roba vecchia e sorpassata, ma poi passano. In questo momento ho la convinzione di non avere più nulla da offrire, ma tra dieci minuti mi verrà un’idea che mi si pianterà nel cervello, che mi farà l’effetto di un’iniezione di epinefrina sulla natica sinistra, proverò un entusiasmo fuori dal comune e tornerà tutto come prima. Normale amministrazione. Il perché ne stia avendo una in questo preciso momento non è difficile da capire, almeno per me: lo sto rifacendo. Mi sono seduto di fronte allo stesso computer per la terza volta, e per la terza volta mi sono trovato di fronte il Muro. Io lo chiamo così: il Muro. Bianco, impenetrabile, che quasi mi fissa, per prendermi per il culo. Un’altra volta la pagina bianca, la mancanza di idee e un libro da scrivere. Fossi almeno bravo, dico io. Diciamo ci provo, ma ogni volta che riesco a riempire il muro di graffiti mediocri, gli do subito

10


una bella imbiancata. Si dice che ognuno è il peggior critico di sé stesso e io, generalmente, mi comporto verso ogni cosa che faccio come Cracco a Masterchef. Ad esempio, da quante righe mi sto piangendo addosso? Dieci? Venti? Io avrei già chiuso il libro e lo avrei riposto vicino alla carta igienica, sai mai che finisca. La verità è che vivo un periodo in cui non ho più molte idee, mi sento come intrappolato in una spirale di giornate sempre uguali, come se avessi inserito il pilota automatico e si fosse rotto il pulsante per disattivarlo. Ho chiesto anche consiglio ad alcuni amici, ma la risposta è sempre la stessa: “Fatti una canna che ti passa”. L’ultima volta che ci ho provato ho scritto per due ore ed è uscito fuori il Necronomicon, quindi meglio evitare. Per quanto mi stia sforzando da mesi, le idee mi evitano, sia per quanto riguarda i video che per questo libro. Tabula rasa. Ho pensato a parecchi soggetti, ma non mi è venuto in mente nulla che valga la pena di essere raccontato. E poi come lo faccio? Comico? Drammatico? Recensisco qualche film? Ecco, forse il problema è proprio quello: perché devo per forza parlare di Cinema? Ho pensato che potrei reinventarmi, almeno stavolta. Però poi chi avrebbe voglia di leggere un romanzo di Victorlaszlo88 che non abbia niente a che fare con il Cinema? E se fosse di Mattia Ferrari? Anche peggio… Ci ho messo dieci anni per ingabbiarmi in un solo ambito, ma alla fine ce l’ho fatta. Mi serve solo una singola, dannata, minuscola idea. Chiedo troppo? PING! Ecco un’altra cosa che maledico di me stesso. Detesto il suono che mi avvisa quando arriva un messaggio di posta elettronica sullo smatphone, ma sono troppo pigro per disatti-

11


varlo. Dovrei solo entrare nelle impostazioni e premere un pulsante. È semplice, un solo, semplice gesto. Ma, siccome sono patologicamente pigro, non lo faccio mai. E ora mi è arrivato un messaggio sulla casella della posta.

DA: johndoe@lagrandeG.com A: victorlaszloeccecc@lagrandeG.com

Oggetto: LEGGIMI Gentile Sig. Mattia Ferrari, buonasera. Lieto di fare la Sua conoscenza, anche se solo in via telematica. Mi perdoni se La disturbo proprio durante una delle sue crisi, ma Le scrivo proprio perché ho la soluzione a portata di mano. Le serve un’idea, mi è parso di capire. Ma, si sa, le idee sono sfuggenti, sono come salmoni di fiume: difficili da pescare e ancora più difficili da tirare fuori dall’acqua una volta che hanno abboccato. I salmoni lottano con tutta la loro forza, esattamente come le idee. Diciamo che non ho con me un’idea da regalarLe, al momento, ma posso offrirLe un’ottima esca e una lenza resistente. Tutto quello che deve fare, Sig. Mattia, è rispondere a questo messaggio. Risponda e avrà quello che cerca. Potrà scrivere il Suo libro magari, oppure potrebbe... Com’è che diceva? Ah sì: reinventarsi. Spero di avere sue notizie quanto prima. Cordialmente, il Sig. John Doe

12


È uno scherzo, non ci sono dubbi. Certo, chiunque abbia scritto quel messaggio deve avere un senso dell’umorismo contorto. E poteri paranormali: come faceva a sapere delle mie crisi, del discorso sul reinventarsi e... Beh, di tutto quello che ho pensato poco fa? Sarà che sono disperato, sarà che, tutto sommato, sono anche curioso, ma ho quasi voglia di rispondere. Male che vada sarà uno scherzo. Uno scherzo non poco inquietante, lo ammetto, ma vederci chiaro non guasterebbe. Quantomeno potrei iniziare a scrivere qualcosa, chissà che la cosa non mi sblocchi le idee.

DA: johndoe@lagrandeG.com A: victorlaszloeccecc@lagrandeG.com Gentile Sig. John Doe, buonasera a Lei. Lieto di fare la Sua conoscenza. Le confesso che questa Sua mail mi ha non poco turbato, soprattutto per via delle informazioni fin troppo specifiche contenute al Suo interno. Vorrei chiederLe, se non sono inopportuno, come faccia a sapere delle mie crisi, di cui non è a conoscenza nemmeno mia madre. Vede, prendo molto seriamente tali miei momenti di smarrimento, spero vivamente che Lei non mi abbia spiato. Ma, anche in quel caso, trovo straordinario, e anche non poco spaventoso, che Lei sia a conoscenza di qualcosa che non ha mai lasciato la mia mente, concretizzandosi in parole e che finora è stata una condizione solo e solamente mia. Quanto alla Sua “lenza”, sarei curioso di scoprire a cosa si riferisce.

13


Cordialmente, Mattia Ferrari

Rileggo la mail, chiedendomi perché l’abbia scritta come un gentiluomo del ‘700, ma non faccio in tempo a riordinare le idee che bussano alla porta. Quasi distrattamente, mi alzo, vado alla porta e domando chi mi stia cercando. A rispondere è una voce che mi sembra di riconoscere. «Weeeendy!» Rimango impietrito. Dov’è che l’ho già sentita? «Weeeendyyyy! Tesoro!» TUM! Un colpo secco sull’uscio. Sussulto, troppo inebetito per reagire. Mi sono addormentato e sto sognando? TUM! TUM! TUM! nico.

Stavolta i colpi sono ben tre. «Ma chi è? Cosa vuole?!» grido, ormai in preda al pa-

TUM! TUM! CRRRASH! Probabilmente i vicini devono aver pensato che in casa mia ci fosse una settantenne con problemi di asma, a giudicare dall’urlo che mi esce dalla bocca. Mi riparo il volto per evitare che le schegge di legno mi si conficchino sulla fronte, poi osser-

14


vo il metallo luccicante dell’accetta che ha appena sfondato la porta di casa mia. L’uomo dall’altra parte fa perno sul manico, muove l’arma avanti e indietro un paio di volte e la estrae. CRASH! CRASH! Adesso lo vedo. Preme la faccia contro la fessura che ha creato nel legno sfondato; ha gli occhi stralunati, la fronte madida di sudore e il ghigno folle. «Wendy, tesoro.... SONO TORNATO!» Va bene, lo so. Sono strano. Me lo ha sempre detto chiunque. So di vivere in un mondo tutto mio e di essere spesso distratto, ma non sono uno squilibrato. Non ho mai avuto allucinazioni, per dirne una. Allora cosa cazzo ci fa Jack Torrance sulla soglia di casa mia? Vorrei scappare, ma io sono dentro e lui è lì fuori, che mi sbarra la strada. Se abitassi al piano terra mi butterei dalla finestra, ma ovviamente vivo al terzo piano. (La mia solita fortuna.) «Se è uno scherzo non è divertente!» urlo. «Scherzo?» replica Jack Torrance, allargando il suo terribile sorriso da pazzo furioso «Oh! Oh! Perdonami, mi avevano detto che avresti apprezzato!» Jack Torrance allunga il braccio attraverso il legno sfondato della porta, disinserisce il paletto e, con un gesto sorprendentemente elegante, la apre ed entra in casa mia. Qualcosa mi dice che sto per vedermela brutta. Davvero, ma davvero brutta. John Doe, chiunque sia, aveva ragione. Se non crepo, questa è decisamente una lenza.

15



CAPITOLO I

ACCETTA IL TÈ ALLA PESCA

Mi sciacquo la faccia di nuovo nel lavandino. Va tutto bene, almeno credo. Certo, forse sto impazzendo, ma a parte quello non ho nulla di cui preoccuparmi. «Tutto a posto, Mr. Ferrari?» mi chiama la voce dall’altra stanza attraverso la porta socchiusa. Il fatto che sia quella di Giancarlo Giannini non aiuta. Ma, se davvero sto impazzendo, la cosa ha una sua logica. Malata, ma pur sempre una logica. «Si sente bene?» alzo lo sguardo e me lo ritrovo con la faccia a due centimetri dalla guancia. Indossa gli stessi vestiti che portava nel film Shining, con quella giacchetta color vinaccia e la camicia da boscaiolo a scacchi. Per lo spavento, faccio un passo indietro e colpisco la testa contro il mobiletto dello specchio con la forza di un camion in corsa; inutile dire che impreco come un carrettiere prima di piombare a terra in ginocchio dal male, massaggiandomi la nuca. «Cazzo!» esclamo, con la signorilità che mi contraddistingue. «La vedo agitato, Mr. Ferrari.» dice Jack Torrance, con fare canzonatorio e il sorriso folle stampato sul viso. «Sto solo cercando di fare il punto della situazione. Solo, potresti non comparirmi alle spalle all’improvviso? Non mi aiuta.» dico, cercando di mantenere un contegno. «Capisco. Sto solo facendo il mio lavoro, niente di più.» replica Torrance, appoggiandosi allo stipite della porta del 17


bagno, con fare noncurante. «Senti, io torno subito. Perché intanto non ti accomodi sul divano? Gradisci qualcosa? Ho del tè alla pesca di là.» Perché mi comporti come se il protagonista di uno dei miei film preferiti non avesse appena sfondato la porta di casa a colpi di accetta, non mi è dato saperlo. Forse cercare di affrontare la cosa come se fosse normale mi aiuta a non perdere completamente la testa, ma chi può dirlo. «Ma certo, Mr. Ferrari, la aspetto di là.» Jack si dirige in salotto sgranchendosi le spalle, sbadigliando e borbottando qualcosa, agitando le braccia e schioccando la lingua. Mi guardo allo specchio: sono pallido come un lenzuolo, ma la cosa non mi stupisce. Ora devo solo capire come liberarmi dell’ospite che non dovrebbe esistere e che invece è seduto sul mio divano. Per quanto possa sembrare assurdo, è chiaro che abbia qualcosa a che fare con la mail che ho ricevuto. Ora come ora non ho idea di chi sia John Doe, ma forse troverò le risposte in salotto. O forse finirò sulla pagina della cronaca nera del giornale locale perché qualcuno si è introdotto in casa mia facendomi a pezzi con un’accetta, ma spero di più nella prima opzione. Una volta in cucina verso il tè in due bicchieri e li porto nell’altra stanza con un vassoio. «Ma come siamo cerimoniosi!» esclama Jack, sorridendo. Quanto vorrei che non lo facesse, mi mette i brividi. Appoggio il vassoio sul tavolino e mi siedo accanto a lui. «Sei un ospite, Jack.» gli dico, dissimulando il mio nervosismo. L’occhio mi cade per un istante sulla porta sfondata e deglutisco. L’accetta è appoggiata su uno dei braccioli del divano. «La ringrazio, Mr. Ferrari, lei è molto gentile. Non tutti

18


sono stati gentili con me, nella mia vita.» «Può succedere, del resto hai un carattere un po’, come posso dire... difficile.» Jack scoppia a ridere fragorosamente. «Beh, amico mio, lei ha proprio ragione!» mi dice, allegramente. Ma non è un’allegria rassicurante, i suoi occhi guizzano da un lato all’altro della stanza, come se stesse cercando qualcosa. «Ci vuoi del ghiaccio in quello?» gli chiedo, indicando il bicchiere di tè. Improvvisamente, Jack diventa serio e inizia a fissarmi in silenzio per qualche secondo. Il suo sguardo è come uno spillo infilato alla base del collo, mi mette i brividi. «No, Mr. Ferrari» dice, lentamente «ne ho abbastanza del ghiaccio. Va benissimo così.» Il mio ospite trangugia il tè, fa una smorfia e sospira, posando il bicchiere. «Victor, ca-ro Vic-tor…» scandisce le sillabe in maniera inquietante, come se stesse per dirmi qualcosa di molto importante «Posso darti del tu?» «Certo» rispondo, con la voce che mi trema un po’ «Io ti ho dato del tu dall’inizio. Anzi, perdonami, è che la situazione è un po’ strana, non ragiono bene.» «È comprensibile, Victor. Ma vedi» sibila, iniziando a perdere la calma «io qui ho delle responsabilità. Hai idea della fiducia che ripone in me la persona che mi ha mandato qui, da te?» Ora si alza in piedi e si porta una mano alla fronte, come se cercasse di calmarsi. «No, è di questo che vorrei parlarti: chi ti ha...» provo a ribattere, ma lui ricomincia a parlare, sempre meno cordiale.

19


«Hai una vaga, minuscola idea di quello che ci si aspetta da me? Io mi faccio in quattro per cercare di svolgere il mio lavoro, ma tu non vuoi collaborare!» Ecco, ora sta urlando. Con un calcio ribalta il tavolino. Prima che i bicchieri vadano in frantumi, il tè schizza da ogni parte. Ora sono preoccupato e spaventato. «Tè alla pesca!» grida, afferrando l’accetta «Lui mi offre del tè alla pesca! Sarebbe stato troppo avere del bourbon? O del martini? Credevo che da queste parti, con “Tè alla pesca” si intendesse qualcosa di più forte, cazzo!» Jack abbatte l’accetta sul divano, a un millimetro dalla mia gamba. Mi butto a terra con un grido di terrore, pronto a riconsiderare la seconda opzione sul mio futuro più prossimo, che ormai mi sembra una certezza. Poi la vedo: sul mobile del televisore avevo appoggiato la mia videocamera. Istintivamente, non so bene nemmeno io perché, ho un’intuizione che mi sembra geniale, anche se non dovrebbe esserlo. «Aspetta!» gli urlo, con la voce strozzata «Perché non ci calmiamo? Non ce l’ho il bourbon, ma forse posso fare qualcosa per te.» Jack si passa una mano tra i capelli, nervosamente, mentre con l’altra si porta il manico dell’accetta sulla spalla, come se fosse un taglialegna pronto ad abbattere un albero. Solo che, in questo caso, l’albero sono io. «Non credo che tu possa fare qualcosa per me, ma sentiamo.» «Nessuno ti considera, dico bene? Tutto quello che fai è una barzelletta per gli altri, lo so che ne sei convinto.» Jack esita. «Esatto!» esclama, con una nuova luce negli occhi «Nessuno capisce le responsabilità che ho sulle spalle. Nessu-

20


no, nemmeno quella stronza di mia moglie.» Torna a sedere sul divano, improvvisamente meno furioso. «Io però lo so» gli dico, cercando di essere accondiscendente «Qualcuno dovrebbe valorizzarti.» «Ho provato a farmi valere, ho anche scritto un romanzo, ma non è andata bene.» «L’ho sentito dire» replico «Ma sei un tipo interessante. Non so se lo sai, ma io mi occupo di Cinema, sul web.» Jack si rigira il manico dell’accetta tra le mani, indeciso. «Me l’hanno detto. E con questo?» sbotta, dubbioso. «Forse non lo sai, ma la gente ti conosce.» «La gente conosce me? Sul serio?.» Incredibilmente, quella che mi sembrava un’idea assurda, stava funzionando. E finché mi evitava di finire sotto la lama di quell’accetta, me la facevo andare bene. «Eccome» continuo, incalzandolo «Non hai idea di quanti vorrebbero vedere un’intervista al grande Jack Torrance. Sei una vera leggenda!» «Io, una leggenda? Se le cose stanno così allora potrei perdonarti la mancanza del bourbon. Non avresti qualcos’altro di più forte? Quel tè di merda non lo bevo». L’ultima frase la dice con un tono che non ammette repliche. «Dovrei avere una vecchia bottiglia di grappa da qualche parte!» dico, sperando che sia di suo gradimento. Jack sorseggia la sua grappa di ginepro con soddisfazione, mentre io monto il faretto e posiziono il cavalletto davanti al divano. «Non conoscevo questa roba.» mi dice, schioccando la lingua «È anche meglio di un Martini.» «Sono felice che ti piaccia. Sei nervoso?» «Nervoso? Oh, no, per nulla. Era ora che qualcuno si

21


accorgesse di me, credo che con questa intervista diventerò ancora più famoso. Ti farò fare ancora più... Come li hai chiamati? Iscritti?» Mi basterebbe che la smettesse di minacciarmi con l’accetta, ma al momento è tranquillo. Forse durante l’intervista riuscirò capirci qualcosa in più. «Non mi interessa più di tanto.» ribatto, scrollando le spalle «Mi interessa di più il contenuto che il risultato.» In realtà non ho alcuna intenzione di caricare il video: la situazione è già abbastanza assurda senza che mi esponga di fronte a migliaia di persone. Ma almeno così lo tengo buono. Almeno spero. «Sei pronto?» chiedo. «Prontissimo!» mi risponde Jack, con il sorriso inquietante che gli si allarga sul viso. «Bene. Allora iniziamo.» Premo REC. Non si torna indietro. «Buongiorno a tutti, io sono sempre Victorlaszlo88 e, come vedete, oggi ho qui con me un ospite speciale. Una leggenda, uno che per la famiglia si fa in quattro. Vuoi presentarti?» «Oh, non ce n’è bisogno Victor, loro lo sanno già chi sono.» «Perdonami Jack, avevo dimenticato di dire che sei anche umile.» «Ah! Ah! Che fai Vic, mi provochi?» «Come minimo si aspettano che ti provochi, Jack. Sì, può sembrarvi assurdo, ma ho qui con me oggi il solo, l’unico, l’inimitabile... Jack Torrance!» «Sai Vic, mi fa strano…»

22


«Cosa ti fa strano, Jack?» «Beh, che non ci siano gli applausi: di solito me li fanno sempre quando parlo. Ma per di più gridano, se capisci quel che intendo.» «Simpatico, non trovate? Vedo che ti stai ambientando, Jack. Sono contento che tu ti senta a tuo agio, temevo che saresti stato un po’ nervoso.» «Ma caro Vic, io sono sempre nervoso. Certo, finché mi fai bere questa... Oh, continuo a dimenticarmi il nome di questa roba, com’è che era?» «Grappa. E non avete idea di quanti bicchieri ne abbia bevuti!» «Secondo me un’idea ce l’hanno. Sai Vic, una volta ho conosciuto un barista, un gentiluomo che si chiamava...» «Grady. Ce lo ricordiamo tutti.» «Sì beh, lui sapeva come farmi bere. Ma tu, tu, amico mio, l’hai superato. E non sono uno che parla a vanvera, dovresti saperlo. Ne hai ancora di questa…?» «Quanta ne vuoi, Jack. Ma prima dimmi un po’, tu e questo Grady in che rapporti eravate?» «Ah, sì, Grady! Grand’uomo, mi ha tirato fuori da una situazione spinosa, una volta. Una brutta storia con mia moglie. È un tipo a posto, basta superare tutta la faccenda delle figlie e il fatto che beh... Come dire... È un po’ morto.» «Affascinante. Ma quando dici morto, intendi...» «Morto, nel senso di molto morto. Diciamo che avrei dovuto capirlo dal fatto che quel tizio, Halloran, mi aveva parlato di lui. Ecco, io e Grady in un certo senso siamo colleghi. Cioè, io sono il suo successore, forse è per quello che si è fissato tanto con me.» «Sembrate andare parecchio d’accordo, Jack. Avete

23


tante cose in comune?» «Un mucchio, Vic, un mucchio. Ad esempio, lui è un eccellente barista e io un eccellente alcolizzato. A lui piace il suo lavoro, a me piace il mio lavoro. Ed entrambi siamo molto attaccati alla famiglia, anche se a volte quelle piccole pesti dei nostri figli ci fanno dannare. Ma quale bambino non lo fa?» «Mi ricordo qualcosa delle figlie di Grady. Non erano piuttosto inquietanti?» chiedo. «Tutti i bambini sono inquietanti, Vic. Lo sono tutti a modo loro. Prendi il mio Danny: è un bravo figlioletto di puttana, ma si comporta spesso in maniera strana.» «Parlacene Jack, sono sicuro che al tuo pubblico interessi.» «Non cercare di lusingarmi, Vic, lo so che è il tuo pubblico. Ma di certo adorano anche me. Ma credo che un altro bicchiere di... Grappa, giusto? Potrebbe lusingarmi di più. Così, da bravo, riempilo fino all’orlo. Comunque lo sai, cose strane. Parla da solo con una voce inquietante, ripete parole al contrario... No, perdonami, mi correggo: non parla da solo. Farnetica di un certo Tony, che vive nella sua bocca.» «Ma certo, Tony! Ve lo ricordate tutti, Tony, no?» «Quel tipo non mi è mai piaciuto. Ma dico io, uno si fa il culo tutto il giorno e quel piccolo bastardo mi ripaga così? Dando retta a un’allucinazione, dov’è finito il rispetto per i genitori? Dimmelo tu Victor, perché io ormai non lo so più.» «Mi sembra di capire che vuoi parlare della tua famiglia, Jack. Tutti vogliono sapere bene cosa sia successo: perché tutta quella storia dell’accetta e della porta?» «Ah, Vic, Vic, Vic... Non puoi chiedermi una cosa del genere proprio ora che il mio bicchierino è vuoto. Facciamo così: io ne parlo, ma tu ne riempi un altro. Di quelli grandi,

24


però.» «Fattelo bastare per qualche minuto Jack, non vogliamo che tu ti interrompa sul più bello.» «Due minuti dovrebbero bastare. Ma ne gradirei un altro, dopo. Dicevamo... Sì, giusto. Vedi, non è facile provvedere ad una famiglia. Non hai un lavoro, tua moglie ti guarda ogni giorno che passa con una compassione sempre crescente... No, non è semplice per niente.» «Quindi è per questo che hai perso la bussola, diciamo?» «No, quello è stato l’inizio. Poi succede che ti offrono un impiego tranquillo, in un posto da favola isolato da tutto e tutti e tu che fai, non accetti? Nossignore, non io. Jack Torrance non permetterebbe mai che sua moglie e suo figlio lo guardino come se fosse un fallito. Allora accetti e ne approfitti per fare qualcosa che non avevi mai potuto fare.» «Il tuo romanzo. Naturalmente.» «Esatto, Vic. Il mio romanzo. Allora pensi “Ehi! Forse è la volta buona che riesci a scrivere per davvero.” E scrivi, scrivi, scrivi. Ma le faccende da sbrigare sono tante. La caldaia che rischia di saltare per aria se non esegui la giusta manutenzione, tuo figlio che si comporta come uno squilibrato, tutti che dipendono da te. Hai una minima idea della pressione che ha addosso uno come me, ogni santo giorno?» «Posso solo immaginare, Jack. Quindi non sei riuscito a dedicarti al tuo romanzo come avresti voluto?» «No, tutto il contrario. Ho scritto per mesi, in quell’enorme salone. Con una macchina da scrivere, non con quegli aggeggi elettronici che usate voi oggi. Una bella, vecchia macchina da scrivere. E avessi sentito che stimolo, Vic! I tasti che pestano come martelli di un fabbro, rompendo il silenzio assor-

25


dante! Per un artista è tutto quel che serve. E l’ho finito, eccome se l’ho finito, quel maledetto romanzo bastardo.» «Sei rimasto soddisfatto del risultato?» «Lo sarei stato, ma qui torniamo alla questione della famiglia. Fai attenzione perché non lo ripeterò due volte. E sono già a metà bicchiere. Tutta quella pressione e quelle responsabilità mi avevano mandato un po’ fuori fase. Sentivo delle voci, avevo delle visioni. Ma vedi, Vic, io sono sicuro solo di due cose: che con un goccio di bourbon in corpo divento l’anima della festa e che non sono pazzo. Oh, nossignore, Jack Torrance è il più sano di tutti. Lei però non sembrava volerlo capire. Dico, ma ti rendi conto?» «Immagino tu ti riferisca a tua moglie Wendy.» «Precisamente! Lei non me lo diceva, ma io la vedevo, la vedevo come mi guardava. Nel suo sguardo non c’era più compassione, ma paura. Paura di me, ci crederesti mai?» la voce a tratti gli si spezza in gola. «Non vedo perché avrebbe dovuto, in effetti.» «Già. Beh, un giorno la vedo che sfoglia il mio manoscritto, quello che avevo coccolato per mesi e mesi, facendolo crescere, nutrendolo con le parole che scrivevo incessantemente sulla carta. E cosa fa, la stronza? Appena mi vede inizia a dare di matto, brandendo una mazza. Una mazza, Victor, una fottuta mazza!» «Capisco Jack, ma forse ti stai agitando un po’…» «Agitando? Ma certo che mi sto agitando! Era il lavoro di settimane e settimane e ancora settimane. La mia creatura! Ma lei lo trovava grottesco, non è nemmeno stata sincera quando le ho chiesto cosa ne pensasse. Piangeva, la strega!» «Forse ricordo male io, ma non era, come posso dire... Un po’ ripetitivo?»

26


«Aveva bisogno di qualche correzione qua e là, ma per il resto era perfetto. Non le starai mica dando ragione?» «No, ma questa è una chiacchierata tra vecchi amici, Jack, sto solo cercando di capire il più possibile di questa storia.» «C’è poco da capire. È stato in quel momento che tutto mi è apparso più chiaro. Io non stavo diventando pazzo: avevo cominciato a vedere. Vedevo tutte le persone straordinarie che abitavano nell’hotel da anni. Non è che non esistessero, intendiamoci, erano reali eccome. Solo che non erano esattamente vive, mettiamola così. Ma le potevano vedere solo quelli con una mente superiore. Il mio Danny, per esempio, lui sì che era intelligente. Lui le vedeva, ma purtroppo ha preso anche da sua madre, quindi ne era spaventato. Allora, quando ho visto quella stronza dimostrare ancora una volta la sua miopia, il suo non voler vedere le cose come stanno... Beh, ho ascoltato i miei nuovi amici.» «E cosa le hanno detto?» «Che diamine, di fare fuori la stronza e il ragazzino. Ma solo per schiarirgli le idee, non pensare che io sia un mostro. L’Overlook Hotel è un posto bizzarro, caro Vic, non puoi viverci a lungo senza riuscire a vedere le cose con chiarezza. E lì si ragiona meglio da morti. Dovevano solo aprire gli occhi. Ma per aprirli, devi prima chiuderli, dico bene?» «Sarò sincero, mi sembra una visione un po’ drastica. Ma sei riuscito a fare quello che volevi, alla fine?» «No, non ci sono riuscito. Ma non mi sta piacendo il tono con cui mi parli. Mi stai giudicando, Victor, a me non la si fa.» «Voglio solo sapere com’è andata davvero, credimi. Tutti lo vogliono sapere.»

27


«Oh certo, tutti vogliono sapere di come il grande Jack Torrance abbia fallito ancora una volta! Tu te lo senti mai il freddo nelle ossa, Victor? Perché dopo quella volta io lo sento continuamente. E secondo te mi piace? Te lo dico io: non mi piace affatto.» «Ma dopo quella volta cos’hai fatto? Questo se lo chiedono davvero tutti da quasi quarant’anni: perché eri nella foto appesa a una delle pareti dell’Hotel?» «Ovviamente. Continui a farti beffe di me, vero?» «No. Dico sul serio, Jack. Alcuni sono convinti che tu sia entrato definitivamente a far parte dell’Hotel. Altri sostengono che quella foto non significhi nulla di particolare. Qual è la verità?» «Ah, la verità. Che concetto magnifico. Ma vedi, caro Victor, se tu lo chiedessi a mia moglie, lei ti direbbe che io ho perso il senno e che ha dovuto abbandonarmi in quel cazzo di labirinto. Lei ne è fermamente convinta e non ti starebbe mentendo. Prova a chiederlo a me. Io ti dico che è una maledetta, schifosa puttana assassina. Potrei giurarlo sulla Bibbia, non ho dubbi su questo. Quindi, qual è la verità? Chi dei due ha ragione?» «Suppongo che ognuno abbia le sue motivazioni, ma forse tu hai esagerato.» «Esagerato? Ho messo più pepe io nella sua vita in quella singola mezz’ora di terrore che qualunque altra cosa in quarant’anni. Dovrebbe ringraziarmi, altroché! No, Victor, la verità è che non esiste nessuna verità. Può darsi che io sia finito a scolarmi Martini con Grady e le sue due canaglie di gemelline, oppure sono semplicemente crepato al gelo e quella foto con tutti gli ospiti dell’hotel scattata decenni prima non significa davvero nulla!»

28


«Ma tu eri nella foto. Lo abbiamo visto tutti.» «Forse era uno che mi somigliava. Forse quello sono davvero io e ti sto prendendo per il culo. Può anche darsi che io sia ancora lì e che ogni tanto debba scacciare a pedate il tizio vestito da cane che cerca di succhiarmelo, ma che cosa posso dirti? Esistono tante versioni di una storia. A volte bisogna solo scegliere quella che ci piace di più.» «Un discorso profondo, Jack, Sono sorpreso.» «Sei sorpreso? Mi stupisce: finora non hai fatto che prendermi per i fondelli davanti a tutti quegli scioperati che ascoltano ogni cazzata che dici. Sono il tuo zimbello, Vic?» dice tonante. «Jack, non capisco perché ti scaldi!» «Perché, caro Victor, ho ancora molto freddo. E quel freddo non se ne va nemmeno dopo dieci bicchieri di grappa. Sai, non mi piace che mi si prenda in giro. Mi lusinghi con la promessa di farmi adorare dal tuo pubblico, ma tu pensi solo a come racimolare qualche consenso in più. Vuoi mettermi in ridicolo? Bene. Vediamo se sembro ridicolo quando provo a farti a pezzi con questa!» Il primo colpo di accetta si abbatte sul divano, sfondando uno dei cuscini. L’ovatta svolazza ovunque. Quand’è che la situazione mi è sfuggita di mano? Dovevo fare solo una cosa: assecondarlo. Invece sono riuscito a farlo incazzare. Mentre scatto per schivare i colpi, afferro la videocamera e riesco incredibilmente a terminare la ripresa. «Jack è un po’ nervoso, ci vediamo alla prossima!» Sorrido, perfino, e mi domando che disturbo mentale io abbia, se in una situazione del genere riesco a pensare a come concludere degnamente il video.

29


«Non ci sarà una prossima volta per te!» ringhia Jack. Un altro colpo di accetta spezza in due il cavalletto, ma ho già messo in salvo la mia handycam. Premo STOP. «Come ultimo video della mia vita non è stato poi così male.» dico tra me e me. «Ragazzi, che fatica!» esclama Jack, lasciando cadere l’accetta con un tonfo sordo «Una chiusura notevole, non trovi?» Rimango impietrito. «L’hai fatto apposta?» chiedo, incredulo. «Ci sei arrivato. A te sembra normale che ogni volta devo minacciarti con un’arma per far sì che tu ti dia una mossa?» «Ma tu chi sei? Che cosa cazzo ci fai in casa mia?» gli grido addosso. Ormai sono al limite della sopportazione, è troppo. «Sono Jack Torrance, Victor. E adesso tu monterai quest’intervista o, te lo giuro, stavolta ti faccio a pezzi per davvero.» Il suo tono non ammette repliche. Il risultato finale non è male. Il video sembra effettivamente credibile, è perfino divertente. Mentre lo monto, Jack non mi stacca gli occhi di dosso. Si siede e anche quando metto il video in rendering non dice una parola, ma fissa lo schermo, seguendo la barra di avanzamento. Non mi azzardo a dire nulla, semplicemente aspetto. Quando il video è pronto, Jack si alza e, sospirando, inizia finalmente a parlare. «Bene, io qui ho finito. Se domani non lo caricherai, tornerò a farti visita.» Jack Torrance si sistema il bavero della giacca, si riavvia i capelli sudati con una mano e con l’altra afferra l’accetta sollevandola dal pavimento. Si dirige verso la porta sfondata e, prima di

30


uscire, si volta e mi sorride. «Grazie per la grappa.» mi dice. Poi se ne va. Corro sul pianerottolo, ma non c’è più alcuna traccia di lui. Intontito, senza capire cosa sia successo in quell’ultima ora, crollo a sedere sulla sedia, davanti allo schermo del computer. PING! Lo schermo dello smartphone si accende e leggo che c’è un nuovo messaggio. Lo apro, quasi con timore.

DA: johndoe@lagrandeG.com A: victorlaszloeccecc@lagrandeG.com La carpa ha abboccato, ne sono lieto. Le vorrei suggerire di scrivere quello che Le è appena successo, Sig. Mattia. Sono certo che potrebbe raccontare una storia interessante. E pensi: è solo la prima. In bocca al lupo per il video, mi farò vivo io, ne stia pur certo! A proposito, si starà chiedendo chi sono: Le do un indizio. “Ti impaurisci quando non ci sono, t quando mi perdi, rinasci quando mi ritrovi. Chi sono?” Cordialmente, John Doe Allora, forse, è vero: sono impazzito.

31



CAPITOLO II

IL PRINCIPE DELLA NOTTE

Mi sveglio improvvisamente in preda al peggior mal di testa di cui abbia memoria. Sono madido di sudore e mi tasto la faccia, convinto di sentire la consistenza viscida del sangue sotto alle dita. Sono le 07:43. Penso a ciò che devo fare oggi e per fortuna lo posso svolgere da casa in qualunque momento. Prendo un gran respiro e mi lascio ricadere sul letto, chiudendo gli occhi. Nel sogno l’accetta mi si abbatteva sul cranio con un rumore sordo, vagamente liquido. Riapro gli occhi nell’istante in cui la lama mi sfonda la fronte. Era solo un sogno, per fortuna. Vorrei fosse un sogno anche quello che è successo ieri, ma dalla camera da letto riesco a vedere la porta d’ingresso a cui ho inchiodato un paio di assi di legno sperando di poterla cambiare presto. Ero convinto che la notte, come si dice, avrebbe portato consiglio, ma ora riesco solo a pensare a quanto sia assurda la situazione. Non ho la minima idea di chi sia John Doe, ma in qualche modo è collegato alla visita inaspettata di qualche ora fa. La mia priorità adesso è capire come diavolo sia possibile che Jack Torrance sia stato a casa mia. Ho addirittura pensato che fosse un attore, ma anche un sosia non è mai completamente identico al personaggio che cerca di impersonare: quello era Jack Nicholson all’epoca in cui aveva girato Shining. Era Jack Torrance fatto e finito, su questo non ho alcun dubbio. Per quanto possa sembrare ridicolo e surreale, so quello che ho visto, anche se faccio fatica a crederci. 33


Mentre faccio colazione controllo lo smartphone. Tremilaseicento notifiche. Rimango con il cucchiaio pieno di avena gocciolante a mezz’aria. D’accordo, su YouTube mi segue un po’ di gente, ma non così tanta. Non di solito, almeno. È in questo momento che mi viene in mente qualcosa che avevo rimosso: ieri, prima di coricarmi, ho pubblicato sul canale l’intervista fatta all’inaspettato ospite. Poso il cucchiaio nella tazza e mi fiondo al computer. Sono sbalordito. Più di trecentomila visualizzazioni in poche ore. Alcuni commenti sono addirittura in inglese, altri in spagnolo, ma per lo più si tratta di spettatori italiani. Qualcuno chiede il nome dell’attore che interpreta Jack, perché è bravissimo. «Quanto vorrei potervi dire come si chiama» mormorai tra me e me. Ma la verità è che quello non era un attore. Ma a quanto pare la gente ha apprezzato. Certo, non potevano mancare i commenti dei soliti hater, ma in generale il pubblico ha risposto positivamente e capisco il perché: riguardando l’intervista mi accorgo che effettivamente scorre bene, perfino la parte finale in cui Jack cerca di uccidermi è esilarante (per il pubblico, ovviamente), perché per me sono stati istanti di terrore allo stato puro. Ma nessuno potrebbe mai immaginare cosa sia successo veramente, no? Del resto chi crederebbe mai alla verità? Per cui forse l’unica soluzione possibile è godermi il momento, rallegrarmi di aver caricato un contenuto che abbia davvero soddisfatto il pubblico e lasciarmi alle spalle quel lungo, spaventoso attimo di follia a cui non troverò mai una spiegazione. O forse no. Mentre continuo a leggere i commenti, non posso fare a meno di notare che nella finestra della posta elettronica campeggia un messaggio, evidenziato in grassetto, il che vuol dire che non l’ho ancora aperto. Sospiro e mi rassegno al fatto che forse non è ancora finita, cliccandoci sopra.

34


DA: johndoe@lagrandeG.com A: victorlaszloeccecc@lagrandeG.com Egregio Sig. Mattia, come sta? Spero che questo nuovo giorno l’abbia accolta più riposato e carico di energie che mai! Vede, Sig. Mattia, Lei ancora non mi conosce, ma mi ritengo una persona estremamente caparbia e incline ad avere sempre ragione. Ero infatti sicuro che il suo exploit di ieri con il mio caro amico Jack Torrance Le avrebbe portato fortuna e non posso fare a meno di notare che, in effetti, anche stavolta non mi ero sbagliato. Come vede, Lei può ancora regalare qualche emozione al Suo pubblico. Confido quindi che mi perdonerà se mi sono permesso di chiedere l’aiuto di una mia vecchia conoscenza per la prossima intervista: sono sicuro che apprezzerà! Cordialmente, John Doe Rileggo il messaggio diverse volte, mentre un brivido freddo mi scende lungo la spina dorsale: “Una vecchia conoscenza?”, “Prossima intervista?” È chiaro che Jack Torrance sia venuto a casa mia perché istigato da John Doe, chiunque lui sia. Ma l’idea che una cosa del genere possa accadere di nuovo è troppo per me. Stavolta decido di non rispondere. Nervoso, con le mani tremolanti, ingoio nervosamente il fumo della sigaretta elettronica e corro verso l’armadio per infilarmi un paio di jeans e una maglietta. Rovisto in un cassetto, afferro una felpa e la indosso mentre sono già fuori dall’appartamento. Fisso per un istante le assi inchiodate alla porta e scuoto la testa, ancora

35


incredulo. Se mi allontano da casa la “vecchia conoscenza” di John Doe non potrà trovarmi, penso. Fortunatamente ho un posto dove andare. Viviamo in un’epoca straordinaria, in cui esiste un’opportunità meravigliosa chiamata smart work. Il classico termine inglese altisonante che significa qualcosa di parecchio semplice: la possibilità di lavorare da casa. Oggi però la scelta migliore, per me, è andare in ufficio. Poco più di un anno e mezzo fa, arrivato alla soglia dei trenta, ho avuto i miei cinque minuti di autoanalisi. Mi sono messo davanti allo specchio, sentendomi quasi come Travis Bickle in Taxi Driver, e mi sono chiesto cosa stessi facendo della mia vita. «Beh, cazzo, sei uno Youtuber!» mi rispose la mia immagine riflessa. «Non usare quel termine, lo sai che..» cercai di ribattere. «Va bene, va bene. Sei un influencer!» si corresse, flettendo il medio e l’indice di ogni mano ritmicamente, ad indicare un paio di virgolette dispregiative. «Ecco, sì. Ma tu lo sai quanto durerà? Perché io non ne ho la minima idea. Domani potrebbe non seguirmi più nessuno, i miei video potrebbero non avere più visualizzazioni e allora cosa farei? Sentiamo.» «Io mi limito a riflettere la tua immagine, non penso a certe cose. Ma se proprio ci tieni a sapere la mia opinione su questo argomento, allora posso dirti che ti vedrei benissimo dietro alla cassa di un fast food. Saresti perfetto, a mio parere.» «Sei davvero gentile! Voi riflessi avete tutti questa simpatia? E poi non ci sarebbe niente di male: un lavoro è un lavoro, ma non è la mia massima aspirazione, lo ammetto.» «Hai mai pensato di passare dall’altra parte?» mi chiese

36


il mio riflesso. «Passare dall’altra parte? In che senso?» chiesi, disorientato. «Hai maturato una certa esperienza nel campo di YouTube negli ultimi anni, potresti provare a inserirti nell’ambiente delle agenzie, un po’ come i musicisti che si mettono ad insegnare musica.» rispose, utilizzando un tono saccente. «No, non ci ho mai pensato in effetti.» ammisi. «Perché come al solito sei sicuro di non esserne capace. Manda quale curricula, male non ti farebbe. Ora perdonami, ma noi riflessi riusciamo a conversare solo per pochi minuti con i nostri originali.» concluse, con fare annoiato. «Capisco, immagino violiate alcune regole comportamentali di riflessologia o cose del genere quando lo fate.» dico sarcastico. «No!» mi disse il mio riflesso, con un sorriso maligno «Possiamo farlo quanto vogliamo, ma il fatto è che ci state tutti sul cazzo.» Detto questo, davanti a me rimase solo la mia immagine, priva di comportamenti bizzarri. Va bene, forse non è andata proprio così, ma è più o meno quello che successe nella mia testa e, da quel momento, collaboro effettivamente con un’agenzia. Ho a che fare con altri influencer e creator, mi occupo di vari aspetti riguardanti la gestione dei progetti a loro legati e… Adoro ciò che faccio. In questo modo posso continuare la mia attività sul web, ma avendo anche la sicurezza di un lavoro più tradizionale alle spalle che, inoltre, posso svolgere comodamente da casa mia. Niente mi vieta di andare in ufficio, naturalmente, e oggi è la giornata giusta per uscire di casa. Guido per una mezz’ora, cercando di distendere i nervi ascoltando qualche brano di Caparezza, ma lo sguardo omicida

37


di Jack continua a tornarmi in mente. Parcheggio e, dopo aver spento il motore dell’auto, prendo un respiro profondo e cerco di dirmi che non accadrà nulla di male. Monitoro l’andamento del video di ieri e noto che è arrivato a quattrocentomila visualizzazioni. Dovrei esserne felice soprattutto perché non mi era mai successo di raggiungere cifre simili. Ma al momento non riesco a rallegrarmi, perché io so perfettamente quanto mi sia costato girare quel video. Lo sa anche la porta di casa mia. Sono le 16:00. Entro in ufficio con una faccia che probabilmente fa pensare ai colleghi che mi abbiano rapinato mentre ero alle Poste, ma tiro dritto e non do a nessuno il tempo di chiedermi nulla, salutando con fare distratto chiunque provi a fermarmi. Mi chiudo nell’ufficio che solitamente condivido con altre tre persone ma che ora è vuoto. Mi siedo ed accendo il PC aziendale. Mentre controllo le mail che sono arrivate, mi rendo conto che, nella casella mail che uso solo per lavoro, c’è un messaggio da parte di qualcuno che mi è fin troppo familiare: John Doe. Come diamine ha avuto questo indirizzo di posta elettronica? Non che sia impossibile da recuperare, per carità, ma questo John Doe si sta dimostrando uno stalker professionista. Decido che non mi interessa cosa voglia da me quindi, senza aprire il messaggio, lo cestino senza troppi complimenti. Proprio in quel momento, bussano alla porta dell’ufficio. «Avanti!» dico, senza farci troppo caso. Nell’ufficio entra Giacomo, un ragazzo alto e allampanato con cui non ho mai avuto molto a che fare. Ha la barba folta e rossiccia. Oggi indossa la sua solita felpa nera e larga che accosta a pantaloni a cavallo basso color fango, dalle tasche enormi. «Scusa se ti disturbo, va tutto bene? Ti ho visto preoccupato quando sei entrato.» mi dice, fissandomi con insistenza. Devo avere veramente un aspetto orrendo.

38


«No, ho solo dormito male, non preoccuparti, grazie!» rispondo, forzando un sorriso che deve sembrare poco sincero, perché mi sembra che se ne accorga immediatamente. «Hai bisogno di qualcosa, Giacomo?» «In realtà poco fa è arrivata questa tramite corriere espresso.» Sventola una busta grigia. «È indirizzata a me?» chiedo, sorpreso. Non mi erano mai arrivati pacchi o lettere in ufficio, prima d’ora. «Sei Mattia Ferrari, o sbaglio?» ribatte Giacomo, tra il perplesso e il divertito. «Certo! È solo che non sono abituato a ricevere posta qui. Grazie!» Gli tendo la mano e mi passa la busta. Congedo il collega che esce chiudendo la porta alle sue spalle ed esamino la busta, incuriosito. Quando leggo il mittente mi si gela il sangue nelle vene:

Sig. John Doe, Via degli Ignoti 42, Misteria

Quando l’ha spedita questa? Ma soprattutto: com’è possibile che il corriere abbia consegnato una lettera con indirizzo del mittente palesemente falso e senza nemmeno segnata la provincia o un codice postale? TUNK! Il rumore sordo della busta ancora sigillata che cade nel cestino di plastica vuoto, rimbomba nella mia testa. Non ho la minima intenzione di aprirla e, tantomeno, leggerla. Non mi interessa nemmeno sapere come abbia fatto a capire che ho trattato la sua mail nella stessa maniera: cestinandola. Sono affari che non mi riguardano. O forse sono io a volere che non mi

39


riguardino, molto semplicemente. Mi lascio sprofondare nella mia sedia e, in quel preciso istante, il mio smartphone vibra. Ho un nuovo messaggio su WhatsApp. A quanto pare è di John Doe. Ecco, questo è DAVVERO impossibile. Passino le mail: un indirizzo si può reperire con un minimo di impegno, in fondo. Ma il messaggio no. Non ho mai dato il mio numero a John Doe e, tantomeno, salvato il suo (soprattutto perché non ce l’ho e non lo voglio avere). Eppure sullo schermo il messaggio è eloquente:

1 nuovo messaggio da JOHN DOE

Per qualche motivo, il nome scritto in Caps Lock mi inquieta e non poco. È come se ogni volta che ignori un suo messaggio tenti di contattarmi da qualche altra parte, in modi che decisamente non so spiegarmi. Fino a dove si potrebbe spingere? Forse non voglio saperlo. E nella testa mi ronza ancora quello stupido indovinello, che rimane indecifrabile. “Ti impaurisci quando non ci sono, mi odi quando mi perdi, rinasci quando mi ritrovi. Chi sono?”. Che significa? Farei meglio a desistere e leggere quello che mi ha scritto. Sentendo l’ansia montarmi nelle viscere, poso l’indice sulla notifica e leggo: “Mattia, che fai, mi ignori? (Mi perdoni se Le do del “tu”, ma mi ha costretto ad utilizzare un mezzo di comunicazione piuttosto informale, non credo si scandalizzerà se mi adeguo). Visto che non vuoi rispondere alle mie mail e ti sei rifiutato di aprire la mia lettera, sono costretto a disturbarti qui. Uscire di casa non cambierà nulla, la mia vecchia conoscenza sa sempre dove ti trovi. Sempre. Per cui ti consiglio vivamente di non nasconderti, perché non esiste

40


un solo luogo su questo pianeta in cui io, o chi per me, non possa trovarti.” Non posso fare a meno di pensare che suoni come una minaccia. Devo forse aspettarmi che da un momento all’altro un T-800 con l’aspetto di Arnold Schwarzenegger sfondi la porta dell’ufficio imbracciando un fucile a pompa? Decido di scrivere poche ma efficaci parole: “Lasciami in pace o chiamo la polizia.” Solo dopo aver inviato il messaggio mi rendo conto che se andassi in una qualunque stazione di polizia mi riderebbero in faccia. «Salve, vorrei denunciare una persona.» «Per quale crimine? Conosce il nome di questa questa persona?» «John Doe. Non so chi sia e non ci siamo mai visti. Ah, so che abita in Via degli Ignoti 42, Misteria. Ha mandato Jack Torrance a casa mia ieri sera e mi ha scritto ad ogni mio recapito nonostante non gli abbia mai dato nessun mio contatto. Ah sì, il suo numero appare nella rubrica del mio telefono nonostante io non abbia mai avuto il suo numero.» Funzionerebbe di sicuro. Infatti la risposta non tarda ad arrivare: “Suppongo tu abbia già capito che non ti crederebbe nessuno. Accetta il consiglio: torna a casa, tanto riceverai comunque una visita. Scegli tu quanto vuoi che sia imbarazzante.”

Mi sento in trappola. Forse dovrei ascoltarlo e rimetter-

41


mi alla guida della mia auto, tornare a casa mia e aspettare la sua “vecchia conoscenza”. Oppure... L’idea mi si conficca nel cervello come una scheggia di vetro acuminata. Sono ore che il panico mi assale, non so più se ho perso la testa o se davvero stia accadendo tutto sul serio: perché non avere delle conferme? Potrei rimanere qui e vedere cosa succede. Se veramente entrerà in ufficio un T-800 o Indiana Jones tutti quelli che stanno lavorando in ufficio mi saranno testimoni. Se invece non accadrà nulla avrò la conferma che mi serve uno psichiatra. Più ci penso e più mi sembra la soluzione migliore:non farò assolutamente niente. Dura poco, però. Un nuovo messaggio mi riporta alla cruda realtà, per quanto non dovrebbe sembrare affatto reale. Già l’anteprima sullo schermo del cellulare mi provoca una stretta al cuore: sono talmente in balia degli eventi da non averci minimamente pensato. “Jack Torrance era a casa tua e tutti hanno lo hanno visto, ti sei già dimenticato del video? Nessuno sa che quello non era un attore, ma lo hanno visto. Non sei pazzo, Mattia. Ma se proprio ci tieni... Non sarò io a fermarti.” Sì, mi sono accorto che mi ha letteralmente letto nel pensiero, ma ormai tendo a non stupirmi troppo quando si tratta di John Doe. Decido di rimanere in ufficio. Può essere che non succederà nulla. E se succede, almeno ci saranno delle persone a dimostrare che non sono pazzo. Guardo l’ora: sono già le 18:23 e fuori è ormai buio. Nessun imprevisto nelle ultime ore. Tutto ciò mi tranquillizza. Non faccio nemmeno in tempo a pensarlo, che dal corridoio ol-

42


tre alla porta chiusa del mio ufficio esplode un urlo, che squarcia il silenzio. Scatto in piedi come una molla ed esco, in preda ad un terrore cieco. «Chi è lei?» grida Giovanna, la segretaria del capo. È una donna sui trentacinque anni, con i capelli castani raccolti in una lunga coda che ricade sul maglioncino bianco a collo alto. È sempre seduta dietro al bancone dell’accettazione, a pochi metri dall’ingresso, non l’ho mai vista muoversi da lì nemmeno per pranzare. A mezzogiorno e mezzo in punto sfila dalla sua borsa una vaschetta con del riso bollito condito con zucchine – preparato rigorosamente la sera prima – per poi mangiarlo con una forchetta di plastica che di solito tiene avvolta in un tovagliolo riposto in un vano del bancone. Una persona precisa, puntuale, mai troppo sgarbata o troppo gentile, una specie di robot gradevole ma non simpatico. I primi tempi avevo addirittura iniziato a pensare che fosse come uno di quegli animatronic senza gambe che si trovano nei parchi di divertimenti, la cui metà inferiore del corpo, fissata al basamento, rimane nascosta. Insomma, Giovanna è l’ultima persona che penserei mai di sentir urlare come ha appena fatto. Non mi ci vuole molto a capire il perché. «Oh, cazzo!» sussurro, con la voce che mi si strozza in gola. Davanti al bancone, a una decina di metri da me, si staglia una figura ammantata di nero che definire inquietante sarebbe un eufemismo. Il cranio dell’essere demoniaco che mi si para davanti è allungato e a punta, la pelle bianca come un lenzuolo. Gli occhi sono maligni e grandi, quasi incavati nelle orbite; le orecchie a punta, vagamente bitorzolute, si stagliano come antenne grottesche. Le labbra strette in una smorfia indecifrabile lasciano scorgere un paio di denti lunghi e sottili, la cui sola vista mi provoca una stretta allo stomaco che per poco non vomito. Giovanna sta ancora strillando ma, alla creatura che ha lo

43


sguardo intriso di desiderio fisso su di me (manco fossi una bistecca al sangue) sembra non interessare. Sento una sensazione sgradevole dietro alla nuca, un senso di disagio che quasi mi fa cedere le gambe. «Non si agiti, signorina.» dice, con una voce melliflua che stride come unghie su una lavagna «Sono qui per vedere il giovane, quel un suo collega laggiù.» mi guarda con gli occhi spalancati e la sua espressione è agghiacciante, a metà tra il divertimento e l’odio puro. «Ah, finalmente sei arrivato!» esclamo, nascondendo il terrore ed il tremore «Ma quanto ci hai messo?» «Non trovavo la strada.» Ribatte lui, reggendo il gioco. Ammetto che la cosa mi stupisce, ma cerco di non darlo a vedere. «Lo conosci?» chiede Giovanna con voce soffocata. «Sì, gli avevo chiesto di raggiungermi qui, dobbiamo girare un video.» rispondo, cercando di risultare convincente. Mi guardo intorno e mi accorgo che il corridoio è diventato affollato: gli altri colleghi sono accorsi sentendo le urla, esattamente come ho fatto io. «Chi è quel tizio?» esclama Sergio, un ragazzo con la testa ovale e i capelli neri spettinati, alto due metri, che indossa un paio di occhiali tondi che lo fanno sembrare la versione fuori misura di Harry Potter. La piccola folla di una decina di persone inizia a rumoreggiare. «Non fatevi prendere dal panico.» interviene la creatura, con la voce calma, ma per niente rassicurante. «Sono della zona e Victor mi ha chiesto di mostrarmi in un suo filmato. Ecco perché non sono potuto venire prima.» Giacomo mi guarda insistentemente, come se la situazione non lo convincesse del tutto. Come potrei dargli torto? «Giusto, lui è Marco!» dice all’improvviso. Sgrano gli

44


occhi, cercando di capire cosa voglia fare. «Esatto» dico io, reggendogli il gioco. «Me lo avevi detto prima, quando ti ho portato quella busta.» continua Giacomo, poi si rivolge agli altri colleghi, che sembrano sempre più disorientati «Mattia ha caricato un video ieri sera in cui intervista Jack Torrance, il protagonista di Shining. Quello deve essere Nosferatu. Dico bene?» «Oh, è un errore comune.» dice la creatura, senza nascondere una punta di risentimento «Il nome corretto è Orlok. Conte Orlok, al vostro servizio.» Per alcuni, interminabili istanti cala il silenzio. Poi una voce rompe l’inquietudine del momento. «Beh, che sta succedendo qui?» Tutti si voltano verso la figura in fondo al corridoio. È Anselmo, il capo. La maggior parte dei colleghi inizia a borbottare e rientra nei rispettivi uffici. Ma alcuni, compreso Giacomo, rimangono, forse spinti dalla curiosità di vedere cosa succederà adesso. Me lo chiedo anch’io. «Posso sapere perché c’è un cosplayer all’ingresso?» chiede Anselmo. Lo osservo cautamente per qualche secondo. È un uomo alto, sulla quarantina dai capelli rasati quasi a zero con fisico atletico da una giacca sportiva, ma dall’aspetto comunque elegante sotto la quale indossa una maglia con la stampa del flusso canalizzatore di Ritorno al futuro. Il tutto è completato da un paio di jeans slavati con uno strappo sul ginocchio e un paio di sneakers bianche e rosse. Ha stile, glielo devo riconoscere. Ed è anche un capo niente male, mai incline a sfuriate e sempre pronto ad ascoltare. Speriamo lo sia anche ora. «Chiedo scusa, capo.» dico «Avevo chiesto a Marco di aspettarmi fuori, ma non credo abbia capito.» Indico Orlok che

45


osserva la scena divertito, il che lo fa sembrare ancora più spaventoso. «Marco? Ma se è Orlok!» esclama Anselmo strizzandomi l’occhio. «Qualcuno ha studiato, vedo. Allora in questo posto non lavorano solo ignoranti.» esclama Orlok. «Ma come si permette il tuo amico?» domanda Patrizio, uno dei colleghi che sono rimasti a guardare. È un tizio basso e tozzo, con i capelli ricci. «Non voleva offendere, si è solo già calato nel personaggio. Vero, Marco?» cerco di recuperare. «Ma certo, non volevo apparire sgarbato, chiedo venia!» esclama l’ospite «E questo deve essere il tuo capo. Sono lusingato, il mio nome è Orlok, ma lei lo sa già.» Nel dirlo, Orlok porge ad Anselmo una mano rattrappita, dalle lunghe dita ossute e affusolate, munite di spaventosi artigli. Anselmo non sembra preoccuparsene e si presenta, stringendo quegli artigli. «Piacere, sono Anselmo. Incredibile, non avevo mai visto tanto impegno per un costume. Il trucco è spaventoso al punto giusto, dico davvero!» «La ringrazio, mi sono impegnato molto.» ribatte Orlok, lusingato. «Marco, si chiama Marco.» dico, tradendo una nota di nervosismo nella voce «Ma quando entra nel personaggio fatica a uscirci. Ti chiedo scusa Anselmo, sto portando avanti un nuovo format sul canale, in cui intervisto i personaggi di alcuni dei capolavori del Cinema, gli avevo chiesto di aspettarmi fuori.» «Capisco, nessun problema. Anzi, se vuoi girare il video puoi usare la sala di registrazione.» replica Anselmo. Se l’è bevuta davvero. Orlok osserva la scena incuriosito, mentre

46


i colleghi che erano rimasti tornano alla loro scrivania. Rimane solo Giacomo, che ora ha un’aria piuttosto scettica. «Capo, lo hai visto il video di Mattia, quello in cui intervista Jack Torrance?» chiede. Non capisco cosa voglia fare, perché non lascia cadere la questione? «No.» risponde Anselmo «Non ancora. Ho visto solo che sta andando forte, complimenti!» «Il tizio che interpreta Jack è impressionante. È identico, esattamente come lui.» Indica Orlok, con una strana luce negli occhi. «Se non fosse impossibile penserei che non sono attori.» Per qualche istante sono convinto che Giacomo abbia capito tutto. Nessuno arriverebbe mai a credere a una cosa del genere e Giacomo mi è sempre sembrato uno con i piedi ben piantati a terra. «Beh, tanto meglio!» ribatte Anselmo «Sono contento se il canale ti va bene, Mattia. Solo, la prossima volta cerca dì ai tuoi ospiti di non spaventare Giovanna, la vedo un po’ agitata.» Per tutto il tempo, in effetti, Giovanna non ha parlato, si è limitata a guardarmi in cagnesco, lanciando qualche occhiata spaventata a Orlok di tanto in tanto. «È vero, chiedo scusa!» dico, costernato «Scusami anche tu Giovanna, non succederà più.» «Sarà meglio.» replica Giovanna, piccata. «Possiamo andare, adesso?» domanda Orlok con un sorrisetto. «Sicuri di non voler girare qui?» chiede Anselmo «Puoi usare la nostra videocamera, senza complimenti. Dico davvero.» Orlok non mi stacca gli occhi di dosso: è chiaro che non vuole essere in ufficio. Se mi rifiutassi di tornare a casa con lui

47


cosa mi farebbe? Ripenso all’accetta scintillante di Jack Torrance e mi dico che non vale la pena rischiare. «No, almeno per ora vorrei mantenere come location casa mia, rende tutto più familiare. Grazie molte dell’offerta!» dico. Anselmo annuisce e mi augura una buona giornata, salutando Orlok, poi sparisce nel proprio ufficio. È rimasto solo Giacomo. «Venite, andiamo fuori di qui.» dice, perentoriamente. Tutti e tre prendiamo l’uscita e, una volta che siamo sul viale che porta al cancello che dà sulla strada dove ho parcheggiato, il mio collega di schiarisce la voce nervosamente. «Va bene, chi è questo?» mi dice, indicando Orlok. «Lo ha detto prima.» mormora Orlok, la voce che diventa un sussurro sibilante «Sono Marco.» «E io sono Nathan Drake.» ribatte Giacomo, sarcastico «Non so come tu ci stia riuscendo, ma questo non è un attore, vero?» «Stai veramente insinuando che questo sia il vero Conte Orlok?» Replico. Mi sto sforzando di apparire il più ironico possibile, ma Giacomo sembra davvero aver capito tutto. «Sembra assurdo, ma sì. Non sembra nemmeno umano, guardalo!» «Oh, così mi lusinghi.» dice Orlok «Visto che il tuo collega sembra avermi smascherato, giovane, ti spiace se gli succhio il sangue finché non gli passa la voglia di impiccarsi in faccende che non lo riguardano?» Giacomo sgrana gli occhi, spaventato. Orlok scoppia genuinamente in una risata umana, perdendo il tono inquietante nella voce. «Seriamente, mi chiamo Marco e abito a dieci minuti da qui. Guarda, questo sono io senza trucco.» Orlok tira fuori

48


da una tasca dei pantaloni neri uno smartphone e sullo schermo vedo l’immagine di un tizio dall’aspetto regolare, una persona qualunque. «Oh. Scusa, non so cosa mi sia preso, sembrava tutto così assurdo.» Giacomo sembra come essersi risvegliato da un strano torpore. «Non so come mi sia venuta in mente una cosa tanto assurda! Va bene, buona giornata, in bocca al lupo per il video!» Giacomo si allontana per tornare in ufficio. Sia io che Orlok lo salutiamo. «Hai un collega troppo furbo, giovane. Di solito non lo capisce mai nessuno, ci è mancato poco.» «Non si è ricreduto, vero?» chiedo. «No, ma sono bravo a persuadere le persone.» «L’ho visto il film, so come funziona.» ribatto. «Allora sai anche cosa succede adesso. Non ho molto tempo, quindi monta in macchina, parleremo lì.» Orlok ha ripreso il suo tono di voce basso e calmo, che mi mette una paura del diavolo addosso. Perché John Doe mi manda solo gli psicopatici? Negli ultimi passi che mi dividono dall’auto noto in lontananza una figura familiare, dagli occhi azzurri, profondi e brillanti, nonostante ora sia praticamente notte. Ma certo! È il senza tetto che ho incontrato ieri. Non faccio in tempo a pensare di dirigermi verso di lui che è sparito nel nulla. Un po’ triste, salgo in auto e metto in moto. Intanto Orlok sistema il sedile per stare più comodo, anche la sua stazza gli impedisce di appoggiarsi retto contro lo schienale. Si allaccia la cintura e partiamo. «Quella ti serve davvero?» gli chiedo. «No, se facessimo un incidente probabilmente trove-

49


rebbero solo te. Io sarei già lontano, non è facile farmi la pelle.» «Sicuro di ricordarti come finiva Nosferatu?» chiedo divertito. «Non farei troppo lo spiritoso, se fossi in te, giovane. A proposito, parlare di sangue con il tuo collega mi ha fatto venire un gran sete. Ah, credo che ti serva questa.» dice Orlok, rovistando in una tasca della giubba. Nella mano stringe la mia videocamera. «Un momento, quella dove l’hai presa?» esclamo, incredulo. «Victor, temo tu ti stia ponendo troppe domande. Ormai dovresti aver capito che cercare la logica in tutto questo sia superfluo. Accendila e facciamo l’intervista.» «Non possiamo aspettare di essere arrivati a casa? Non posso guardare l’obiettivo mente guido.» gli dico. «Con me puoi fare quello che ti pare, Victor. Sarà mia premura evitare che accadano cose spiacevoli. Per ora.» Rabbrividisco pensando all’ultima parte della frase: quel “per ora” non promette niente di buono. Inoltre non mi piace per niente l’idea di girare mentre guido, ma non voglio contraddire Orlok, perché anche se non sembra minaccioso quanto Jack Torrance, mi spaventa forse di più. Ormai non so più che cosa pensare, quindi smetto di farlo e accendo la videocamera. «Buongiorno a tutti, io sono sempre Victorlaszlo88 e prima di iniziare vi dico due cose: innanzitutto grazie per tutti i complimenti e gli apprezzamenti riguardo l’intervista con Jack Torrance, siete fantastici! E per rispondere alle domande di alcuni: no, non era un attore. O forse sì, non credo lo sapremo mai. Oggi, come vedete, non sono a casa mia ma nella mia auto. Prima che possiate dirlo: no, non guarderò nell’obiettivo e, se proprio volete saperlo, io non l’avrei nemmeno girato qui

50


il video, ma sono stato obbligato dall’ospite di oggi. Anzi, credo che vediate l’ombra dei suoi artigli sulla mia faccia proprio in questo momento. Perché non ti mostri?» «Non intendo rubarti troppo la scena, giovane.» «Bene, basta con i convenevoli allora: abbiamo qui con noi il principe della notte, il solo e unico Conte Orlok! Si occupi lei della regia, per favore, io devo guardare la strada!» «Lo faccio con vero piacere, giovane amico. Buonasera a tutti, spettatori. Spero siate seduti comodi, nel corso di questo show vedrete cose che non avreste mai pensato di essere costretti a vedere. Sarò ospitale come si conviene in occasioni come questa.» «Se pensavate che Jack Torrance fosse inquietante è solo perché non avevate ancora conosciuto lui.» «Ti ringrazio, giovane, mi fai un complimento. La verità è che ormai trovate inquietanti le buone maniere. Nella vostra società avete perso i valori fondamentali, come l’eleganza o l’ospitalità ad esempio. Ormai nessuno è più formale, vi prendete tutti troppe confidenze. Ma io sono un Conte, non ho perso di vista le cose importanti.» «Per me l’ospite è sacro, Conte Orlok, glielo garantisco.» «Allora perché sto sostenendo io la videocamera, caro giovane?» «Ha insistito lei per registrare mentre siamo in auto, non si ricorda?» «Certo. Ma ricordo anche di averti detto che finché ci sono io puoi fare quello che ti pare. Lo capirai da solo.» queste parole tornano ad inquietarmi. «Non ne dubito. Visto che abbiamo rotto il ghiaccio, direi di passare alle domande serie: qual è la cosa che più detesta

51


nell’essere un vampiro?» «Hai una strana concezione di cosa sia una domanda seria, giovane. Ci sono ben poche cose che detesto dell’essere un vampiro, ma una di queste è, ovviamente, la luce del sole. Puoi immaginare il perché.» «Ovviamente, ma non c’è nient’altro?» insisto. «Non molto, in realtà. Adoro dormire in una bara, trovo delizioso il sapore del sangue e rendere schiave le persone con una mente debole. Ad esempio, mi pare di capire che siamo giunti ad un casello, aspetta.» «Che cosa sta cercando di fare, non si sporga verso il mio lato... Ma che sta facendo?!» «Salve, esimio casellante. Mi sembra che lei voglia far pagare il pedaggio al giovane, qui. Ebbene, lo ha appena fatto.» «Che sta dicendo? Non ho ancora pagato!» esclamo sbalordito. «Oh, lui ne è convinto, guarda: ha alzato la sbarra. La ringrazio, signor casellante, mi scusi per averla contagiata con il morbo della Peste, ma purtroppo ho un modo assai subdolo di divertirmi. Si goda le sue ultime ore.» «Stava scherzando, vero?» dico, facendo ripartire l’auto. «Ovviamente. Intendo dire che l’ho effettivamente contagiato, ma per vezzo.» «Cioè ha condannato quel pover’uomo alla morte dopo aver condizionato la sua mente?» «Dico, giovane, ma il film lo hai visto?» «Sì, ma è lo stesso un’esperienza terrorizzante vederla all’opera dal vivo. Ha ucciso quel disgraziato, si rende conto? Potrebbe aver scatenato una pandemia!» «Una volta morivate come mosche, a quel tempo si che

52


mi divertivo. Oggigiorno invece siete tutti spaventati, andate dal dottore per i più sciocchi malanni, probabilmente scopriranno subito da quale morbo è affetto. Inoltre sono qui come ospite, non per qualche fine malvagio, quindi gli ho fatto il favore di contagiarlo in modo che la malattia non si diffonda. Oggi mi sento oltremodo generoso.» «Tutto questo è orribile. Dracula avrebbe evitato di farlo!» «Giovane, mi stai simpatico, ma non tollero che si nomini quel maledetto nobilino da strapazzo.» «Non prova simpatia per Dracula?» chiedo incuriosito. «Perché dovrei provare simpatia per quell’irrecuperabile disastro di tricologia?» «Si riferisce ai suoi capelli lunghi? Dipende dalla versione.» «Qualunque sia, ha sempre troppi peli sulla testa. Lo chiameresti mai vampiro, quello? Guarda me: spaventoso, eppure elegante e sofisticato. Non appena le persone mi vedono iniziano a pregare. La cosa è apprezzabile, perché mi rende ancora più desideroso di bere il loro sangue per farli smettere.» «Non sarà che la sua avversione per Dracula deriva dal fatto che lei ne è l’imitazione?» dico, stuzzicando il Conte. «Io sarei l’imitazione di quella ridicola parodia di vampiro? Giovane, stai tirando la corda, non costringermi a spezzarla.» «Dico solo che, quando uscì il suo film, ci furono problemi con la famiglia Stoker per una questione di diritti: è chiaro che Murnau volesse raccontare la stessa storia.» «Almeno ha avuto il buongusto di scegliere il personaggio giusto, io faccio paura per davvero!» «Sicuramente a questo hanno contribuito le voci sull’at-

53


tore che le ha dato vita, se lo ricorda?» «Oh sì, sono fiero di avere l’aspetto di Max Schreck, era una persona molto piacevole.» «Quindi Max Schreck è effettivamente esistito?» «Che domande, ovvio che è esistito. C’è chi diceva che fosse lo stesso Murnau truccato pesantemente, ma sono solo facezie, voci nate dalla superstizione che imperversava in quegli anni.» «C’è chi addirittura giurasse che Schreck non fosse truccato e nemmeno deforme, ma che fosse lui stesso un vampiro. Può confermarle o smentirle?» «Baggianate, giovane, tutte baggianate. Schreck era un attore di teatro estremamente dotato, per questo riuscì ad apparire così credibile. Può anche essere che io sappia la verità e stia cercando di nascondertela, chi può dirlo. Ora che ci penso, una volta venne il figlio di uno dei macchinisti sul set dove si girava. Un set diverso da quelli che si vedono oggi, credimi. Voi avete tutte le comodità che all’epoca non esistevano ancora, ma la passione che ci mettevano era ben diversa. Ad ogni modo, il figlio di quel macchinista era molto piccolo, aveva forse otto anni, e sfuggì al controllo degli addetti ai lavori, riuscendo, seppur ingenuamente, a raggiungere in scena Scherck mentre mi interpretava. Lui si adirò molto e il bambino, dopo le riprese, non si riuscì più a trovarlo. Rinvennero il suo giovane corpo solo tre giorni dopo: era stato completamente privato del suo sangue, appariva pallido e con un’espressione di puro terrore sul volto. Nessuno incolpò Schreck, ma io so qualcosa di cui nessuno venne mai a conoscenza.» Orlok fece una lunga pausa. «Perché mi sta fissando in quel modo. Non rimanga in silenzio... dica qualcosa.» «Quando mi interpretò, dopo il ritrovamento, percepii

54


in Schreck un pensiero…» «Che fa, torna a non parlare? Conte Orlok?» «Il suo sangue... ERA BUONISSIMO!» esclamò facendomi spaventare a tal punto che sterzai e… «Santiddio! Ahhhhhhh Il camion, madre mia!» «Ahahahahah! Delizioso, davvero delizioso prenderla in giro!» «Ci... ci siamo schiantati?» domandai titubante, ma certo di essere ormai parte integrante del motore del camion che avevo visto venire dritto verso la mia auto. «Nient’affatto, giovane. Mostriamo ai nostri spettatori cosa succede se perdi il controllo dell’auto.» il quel momento Orlok prese il volante tra gli artigli. «Il volante! Ma è impazzito?» grido impaurito. «Non vedi che passi attraverso le le altre auto? Osserva questo!» «Tolga gli artigli dal volante! Ma... L’auto a fianco è addirittura sparita!» esclamo sorpreso, e certo di essere nel mondo dei morti. «Per la precisione. L’ho fatta sparire io. Posso rendere immateriale il tuo automezzo o dislocare quelli degli altri automobilisti. Non può succederti nulla, finché decido in questo modo.» «Ora mi spiego come mai ha insistito per girare l’intervista qui dentro. Ma, per cortesia, non lo faccia mai più.» il mio tono di voce esprime spavento per ciò che è accaduto poco fa. «Non vi sapete più divertire, al giorno d’oggi. Una risata può sempre far bene, anche se non saprei dirlo con certezza: io non rido mai. Ma mi diverto molto, interiormente.» «Beh, io non lo trovo così divertente! Ma tornando a Schreck.... scherzava, vero?»

55


«Forse mi stavo prendendo gioco di te, giovane. O forse no. Ma Schreck era un ottimo attore ed è divenuto una leggenda, dovrebbe bastare questo.» «E di Klaus Kinski che ne pensa?» chiedo, tentando in tutti i modi di calmarmi tenendo gli occhi sulla strada. «Oh, anche lui fu grandioso, non c’è dubbio. La sua fu una reinterpretazione, ma mi rese giustizia.» «Chi preferisce tra i due Schreck o Kinski?» «Ho amato alla stessa maniera il loro modo di rendere la mia grandezza, non saprei scegliere. Ma perché mi fa queste domande, giovane? Lo ripeto: dovrebbe bastarvi il fatto che esistano ben due film che celebrano la mia magnificenza. Il primo poi... Minuziosamente creato da geni impressionisti, senza bisogno di distorcere tutto quanto si vede in scena.» «Distorcere? Cosa intende?» chiedo curioso. «Quanto lo odio! Il Dottor Caligari, ad esempio, lui e il suo film con quelle deformità insensate dei paesaggi!» Orlok sembra davvero disgustato. «Lei sta schernendo un capolavoro, lo sa questo?» «Capolavoro! Un film con un finale banale e un protagonista che non ha un’unghia del mio carisma. Il solo essere paragonato a quel bifolco mi fa venire la gotta!» «Di Caligari tutti si ricordano il nome, però.» «Stai insinuando che non si ricordano il mio?» «Prima in ufficio l’hanno chiamata Nosferatu, ma il suo nome è Orlok, dico bene?» «Come osi? Non è certo colpa mia se siete una società di insetti e topi di fogna che non hanno la memoria abbastanza sviluppata per ricordarsi un nome! Sai chi soffre moltissimo per questo stesso motivo? Lo Xenomorfo! Tutti a chiamarlo “Alien”, senza pensare che anche i mostri hanno dei sentimen-

56


ti!» «Non si agiti, volevo solo scherzare anche io! Guardi, siamo nel vialetto di casa. Adesso parcheggio, saliamo e…» «No, tu andrai dritto al pronto soccorso!» CRASH! Colpisco il volante con il naso, ma non mi faccio troppo male, stavo solo parcheggiando, dopotutto. Orlok è come impazzito e ha preso il volante tra gli artigli, sterzando bruscamente. Slaccio la cintura e scendo dall’auto: il muso è accartocciato contro il muro. Mi guardo intorno, spaventato. Mi volto a sinistra e lo vedo: è in piedi su un albero poco distante, le braccia lungo i fianchi con le mani artigliate contratte, esattamente come nella famosa scena in cui i marinai lo vedono sull’albero della nave. «Carica il video entro domattina, o mi rivedrai prima che tu possa dire Caligari!» sibila. Sbatto le palpebre per un secondo ed è già sparito. Ma che cazzo. Credo che non smetterò di ripeterlo per almeno un’ora.

57



CAPITOLO III

TOSTA COME LA PIETRA

È passata una settimana e la mia vita è tornata alla normalità. Nessun messaggio di John Doe né nella casella di posta elettronica né su WhatsApp. Nessuna lettera recapitata a forza o in maniere impossibili, nemmeno fossi Harry Potter. Niente Muro bianco. Ho ancora dei momenti in cui il panico mi assale all’improvviso, ma per fortuna mi sto lasciando alle spalle quella brutta storia. Non credo saprò mai che cosa sia successo, ma quello che mi è chiaro è che ora è finita. Ammetto che il milione e mezzo di visualizzazioni che ha totalizzato il video con Jack Torrance mi ha lusingato, e anche il milione tondo di quello con Orlok non mi ha fatto schifo, senza dubbio. Il pubblico me ne sta chiedendo altri ma mi sono inventato una scusa. Milioni di visualizzazioni e qualche soldo in più non valgono il mio benessere e salute mentale. La paura può portare le persone a diventare scontrose o facilmente irritabili ed io non sono esente. «Mi aiuti?» chiede la ragazza con i lunghi capelli color rame ferma sulla soglia. «Arrivo subito!» esclamo, raggiungendola poco dopo. Sollevo le pesanti scatole di cartone ricolme di libri che porto in casa, sbuffando come un muflone. Detesto fare fatica, ma stavolta sono addirittura contento di fare su e giù per le scale del palazzo, trasportando carichi che spezzerebbero la schiena al più diligente dei muli da soma. 59


«Ce ne sono ancora un paio.» mi dice la ragazza. Le schiocco un bacio sulle labbra e le dico che ci penso io. Prima di incamminarmi con passo gioioso, la guardo per un istante e penso a quant’è bella: mi soffermo sul suo viso allungato con zigomi alti e occhi azzurri, enormi. Ha un fisico snello, anche se non lo ammetterebbe mai, e indossa un cappotto identico a quello di Porpentina in Animali Fantastici e Dove Trovarli, solo che il suo è azzurro. Nel caso non lo aveste capito, è la mia ragazza, Luciana. Siccome odia il suo nome, però, si fa chiamare la Svet: reminescenze di quando la sua professoressa di russo all’Università preferiva chiamarla Svetlana, la traduzione del suo nome in quella lingua. Alcuni di voi lo sanno già, ovvio. Non mi sono mai ritenuto una persona matura e spesso le responsabilità mi spaventano, ma dopo quasi due anni di relazione l’ipotesi della convivenza si è fatta sempre più concreta e, per una volta, mi sono sentito pronto a fare un passo davvero importante. A dire il vero non potrei essere più felice. Avete presente quando trovate quella persona che non vi lascia alcun dubbio di essere quella che vorreste sempre al vostro fianco? Ecco, quella persona, per me, è la Svet. Tralasciando il diabete mellito che vi ho appena provocato, forse è proprio il fatto di aver vissuto un’esperienza così sconcertante e assurda che mi rende ancora più contento di essere tornato alla normalità, per giunta con un cambiamento tanto grande. Scendo al piano terra e mi dirigo verso l’auto, prendo le ultime due scatole, pensando che non sono nemmeno troppo pesanti, e torno in ascensore. «Che piano?» mi chiede il tenente Ripley di Alien. «Quarto, grazie.» rispondo, distrattamente. Le scatole crollano a terra e sento distintamente il rumore di qualcosa che si rompe con un rumore di vetri infranti. No. Non ho la minima intenzione di crederci.

60


«Cos’hai rotto?» mi chiede Ripley. È in mutande e canottiera, i capelli scarmigliati castani tendenti al rosso, il viso lurido e solcato da alcune striature nere di sporcizia. In una mano stringe un mitragliatore dall’aspetto vagamente futuristico, lo regge come se fosse una baguette, perpendicolare al uno dei fianchi. «Vattene!» urlo. «Oh, di già? Mi avevano detto che sei isterico, ma speravo ci mettessi un po’ di più ad esplodere. Te lo dai tu un contegno o ci penso io a obbligarti?» «Perché siete tornati? Potevate avvisare!» chiedo, cercando di calmarmi. «Io non devo avvisarti, chiaro? Se voglio venire a casa tua, ci vengo e basta. Guarda, siamo arrivati.» Ripley spalanca la porta dell’ascensore e, senza troppi complimenti entra nel mio appartamento. «Mattia, ma come mai la porta ha delle assi inchiodate in quel mo....» alla Svet si strozzano le parole in gola. Ripley è davanti a lei e la fissa con l’espressione dura sul volto, più vicina a quella che ha nei sequel del primo film della saga di Alien. E sì, alla Svet non ho ancora detto nulla di preciso riguardo a John Doe o ai miei “ospiti”. Ogni volta che lei accennava al discorso, sviavo. Credo che forse, senza nemmeno rendermene conto, volessi proteggerla da tutto quello che stava accadendo. Probabilmente perché nemmeno io sapevo cosa fosse, in effetti. «È troppo bella per te.» dice Ripley, con fare perentorio. «Mattia, cosa fa Sigourney Weaver a casa nostra?» chiede la Svet, incredula. «È una storia lunga.» rispondo, allontanandomi un poco.

61


«Allora, vogliamo iniziare?» taglia corto Ripley «Inizio ad annoiarmi.» «Posso sapere cosa sta succedendo?» insiste la Svet. Questa volta non me la cavo con una scusa. «Hai presente gli ultimi due video che ho caricato?» le chiedo, cercando di trovare le parole giuste. «Quelle con Jack Torrance e Nosferatu?» chiede lei. «Orlok» preciso, temendo che da un momento all’altro il vampiro possa saltare fuori e prendersela con lei per aver sbagliato il suo nome. La Svet mi guarda intensamente per qualche secondo, poi posa lo sguardo su Ripley, che nel frattempo si è appoggiata al muro con le braccia conserte, mostrando evidenti segni di impazienza. La Svet scoppia a ridere convulsamente. «Allora non sei solo tu l’isterico, qui!» sbotta Ripley, spostando il peso sul fucile, come se fosse un bastone. «Scusa, vuoi davvero farmi credere che questa non sia una sosia?” dice la Svet, cercando di smorzare le risate e indicando Ripley. «Una sosia? Victor, se non la smette tornerai single molto presto!» ringhia Ripley, imbracciando il fucile. «E cosa vorresti fare, con quel fucile finto?» ribatte la Svet, sarcastica. Nelle orecchie mi esplode un boato, mentre il tavolo alle spalle della Svet viene sfondato da un colpo di fucile. Migliaia di schegge schizzano da ogni parte. Mi butto a terra, terrorizzato. La Svet urla, cadendo a terra per lo spavento. «Ommioddio!» grida. «Ma che cazzo fai?!» «Taglio corto.» replica Ripley, con un tono di voce annoiato. «Sono venuta qui per un motivo e non ho tempo da perdere. Siamo reali, ragazzina, fattene una ragione.» «Mattia, mi vuoi dire cosa sta succedendo, sì o no? Per-

62


ché questa pazza è venuta qui con un fucile vero? E soprattutto chi è veramente?». La Svet è sinceramente spaventata: ha il respiro affannoso e gli occhiali dalle lenti rotonde che gli sono scivolati sulla punta del naso. «Non so nemmeno io cosa stia succedendo davvero» provo a dirle. «So solo che per qualche motivo vengo perseguitato da personaggi e persone che non dovrebbero esistere.» «Mattia, non voglio dire che tu sia pazzo» dice la Svet, rialzandosi in piedi e togliendosi un paio di grosse schegge di legno che sono rimaste impigliate nel maglione «Ma questo è assurdo. Come cazzo è possibile?» «Ne parlate dopo.» la interrompe Ripley, ormai sempre più nervosa. «Adesso io e il tuo ragazzo dobbiamo fare una chiacchierata. Accendi quella videocamera o perdo la pazienza sul serio.» «Stammi a sentire…» la Svet ha una vena che le pulsa sulla tempia ergo le cose si mettono male. «A me non frega niente se tu hai da fare, non vieni in casa nostra a sparare con quel coso, pretendendo che le persone facciano quello che vuoi!» «Ma sentila, la ragazzetta privilegiata!» abbaia Ripley. «È facile per te parlare, non hai dovuto passare quel che ho passato io. Sei mai stata nello spazio profondo, braccata da creature mostruose senza sapere cosa fossero e come uscire da quella situazione?» «Privilegiata?» la Svet alza il tono di voce di un’ottava. «Tu non mi conosci e non ti devi permettere di chiamarmi ragazzetta, sono stata chiara? Con il fucile in mano sono buoni tutti, vienimelo a dire senza e vediamo cosa fai!» La situazione sta precipitando, devo intervenire. «Ragazze, cerchiamo di…” provo a dire, per calmarle.

63


«Tu stai zitto!» mi intima Ripley, tornando poi a rivolgersi alla Svet. «Va bene. Pensi di farmi paura? Ho ammazzato tanti di quegli xenomorfi che ormai ho perso il conto, ti stendo in tre secondi netti». Ripley posa il fucile a terra e si lancia sulla Svet. Lancio un urlo terrificante: non sono pronto a quello che sta per succedere. THUD! No, in effetti non ero pronto. Ripley è sul pavimento, accasciata, Si preme il palmo della mano destra sul naso. «Cristo santo!» strilla, apparendo decisamente meno minacciosa e sicura di sé. «Questa stronza mi ha rotto il naso!». La Svet è in piedi e troneggia sulla malcapitata. La sua espressione è spaventosa, anche più di quella che Ripley aveva fino a qualche secondo prima. «Sai cosa me ne fotte a me dello spazio profondo?» dice, con la cadenza pugliese che emerge ogni volta che perde la calma. «Prova a crescere ad Altamura e poi vienimi a parlare ancora di xenomorfi. Adesso ti alzi e mi dici cosa vuoi, così forse evito di ficcarti il fucile in gola.» «La tua ragazza è pazza.» dice Ripley, con la faccia inondata di sangue, sputandone parecchio per terra. «Mi piace. Finalmente una con le palle!» «Modera i termini.» le risponde la Svet di rimando. «Se vuoi dire a una donna che è forte non c’è bisogno fare esempi in cui gli dai gli attributi. Io non ho le palle, sono tosta. Come la pietra.» «Ed è pure femminista!» aggiunge Ripley, sorridendo. «Va bene ragazza di pietra, hai un bel destro, te lo riconosco. Facciamo che io lascio il fucile lì dov’è e adesso vado a toglier-

64


mi questo schifo dalla faccia. Tu invece prepara tutto, perché tra poco iniziamo.» Guardo la Svet, che sbuffa. «Dopo io e te dobbiamo parlare.» mi dice. Poi va a sedersi sul divano. Esattamente le parole che ogni uomo teme, perfetto. Poco dopo dal bagno esce Ripley, ripulita ma con il naso tumefatto e qualche schizzo di sangue sulla canottiera. «Vuoi cambiarti la maglia?» le chiedo, per essere gentile. «Sto bene così. Allora, ci sbrighiamo?» Sbuffo e mi siedo di fronte alla videocamera, mentre Ripley fa lo stesso. «Ma lo stai facendo sul serio?» mi chiede la Svet, che sta mantenendo la calma, pur essendo visibilmente sconvolta. «Non mi pare di avere scelta.» le dico. Poi premo REC. «Buongiorno a tutti, io sono sempre Victorlaszlo88 e bentornati a una nuova intervista! Scusate se non ne ho caricate altre di recente, ma non decido io quando incontrare Loro.» «Siamo noi che andiamo da lui quando ci pare. Ma guardatelo, quanto è disorientato, non vi fa tenerezza?» «Qui con noi oggi abbiamo una delle donne più iconiche e carismatiche della fine degli anni Settanta: il Tenente Ellen Ripley, direttamente dalla Nostromo!» «È un piacere essere qui. In realtà è un piacere essere ovunque tranne che sulla Nostromo o nello spazio in generale.» «Eppure pensavo che in generale non le dispiacesse, visto che in ogni film della saga di Alien è in viaggio nelle profondità spaziali.» «Quasi mai per mia volontà. In Alien - La clonazione avrei preferito proprio essere da un’altra parte.» «Beh, immagino, quell’ibrido sul finale non deve essere stato gradevole.»

65


«Oh, lui non era male, era il film il problema. E Winona Ryder, in quel periodo mi avrà rubato venti reggiseni, anche se in realtà non posso dire di averla mai conosciuta davvero, io sono Ellen Ripley, non Sigourney Weaver.» «Ma spieghiamola questa differenza, ai nostri spettatori.» «Certo. Io sono il personaggio, non l’attrice che mi interpreta. Ho stabilito un contatto con lei mentre dava vita alla mia personalità, ma è finita lì. Una brava ragazza, ha le palle.» «L’hai sentito anche tu questo grugnito fuori campo?» chiedo sarcastico. «Scusa, non vorrei mettere la sabbia nelle mutande a qualcuno. Intendevo dire che è una tosta. Come la pietra.» «Ne conosco un’altra così. Adesso che abbiamo chiarito quell’aspetto, dicci un po’: come mai hai il naso rotto e i vestiti sporchi di sangue? Un incontro ravvicinato con un Marine?» «Diciamo che prima di iniziare l’intervista ho sbattuto contro un muro di pietra.» «Deve fare male!» incalzo. «Ho passato di peggio. Ricordati con cosa ho avuto a che fare, ben più di una volta.» «È vero, parlaci degli xenomorfi. Che effetto fa averne uno davanti?» «Finalmente qualcuno me lo chiede. Quando sullo schermo vedete uno xenomorfo sembra disgustoso, con tutta quella bava, il corpo lucido come uno scarafaggio, il sangue acido e via dicendo; ma c’è una cosa che non potete percepire.» «Che cosa, di preciso?» «Un fetore tremendo. È come un mucchio di stivali sporchi e sudati lasciati sotto il sole di agosto per una settimana.

66


Sono davvero delle creature disgustose. Ma poi l’hai notato che sono dei genitali viventi?» «Immagino che ti stia riferendo a come li ha progettati Giger nella fase di studio dei personaggi.» «Sì, quello. Te lo dico io, Giger sarà anche stato un genio, ma se avesse fatto una bella chiacchierata con Freud lo avrebbe mandato al manicomio.» «Io trovo invece che l’idea di inserire nel loro aspetto chiari riferimenti sessuali li renda ancora più affascinanti.» «Affascinanti? Certo, come no. Gigantesche creature simili a blatte con una specie di pene che gli esce dalla bocca che, sorpresa-sorpresa, ha una bocca a sua volta. Oppure peni striscianti che ti si annidano nel petto e te lo sfondano quando hanno voglia di uscire. Vogliamo poi parlare di quelli che sembrano due mani fuse insieme con una passera sotto alla pancia?» «Attenzione! Come siamo volgari!» «Primo, lavoravo su una nave cargo dove ero praticamente una scaricatrice di porto; secondo, ho passato la vita a strisciare nei condotti di aerazione facendo il culo a creature aliene nello spazio più profondo. Chi ti aspettavi di intervistare, la regina Elisabetta?» «Anche questo è vero. Quindi ti disturba che gli xenomorfi abbiano forme che ricordano i genitali?» «Direi di sì. Fa già abbastanza schifo affrontare dei viscidi mostri sbavanti anche senza che somiglino a un’orgia dipinta da Goya. Ma quella che odio più di tutti è la Regina.» «Sì, sappiamo che avete dei trascorsi poco piacevoli.» «Quella mi odia, te lo dico io!» «Hai sterminato la sua prole più di una volta, è comprensibile.»

67


«La sua prole ha cercato di sterminare me e parecchie altre persone. Cos’avrei dovuto fare, accarezzare quei mostri immondi e farmi divorare?» «No, ovviamente. Capisco che si tratti di sopravvivenza, ma mi chiedo questo: chi è il vero cattivo in tutta quella storia?» «Che domande! I mostri immondi ovviamente.» «Gli xenomorfi sono creature bestiali, sarebbe come definire cattivo un puma affamato, no?» «Stai cercando di fare il filosofo con me? Io sono una sopravvissuta, brutto stronzo, vuoi farmi sentire in colpa perché mi sono difesa da un branco di alieni carnivori?» «Certo che no, volevo solo riflettere su cosa sia la vera malvagità. Freddy Kruger è malvagio. Jason Voorhees è malvagio. Ma gli xenomorfi? Non ne sono così convinto.» «Stiamo parlando di parassiti che uccidono la gente, te ne rendi conto?» «In natura esistono milioni di parassiti, ma non li definirei cattivi.» ribatto. «Quei cosi sono stati creati da Satana, idiota. Almeno credo, non ho idea da dove arrivino.» «Beh, ma lo sappiamo tutti come sono stati creati.» «Sì, certo, come no. Adesso vorresti anche farmi credere di sapere cose sugli xenomorfi che non so nemmeno io. Se stai provando a farmi ridere sappi che non ci stai riuscendo!» «Sul serio, hanno realizzato due film su questo argomento.» «I film sono quattro e io sono in ognuno, non ho idea di cosa tu stia parlando!» «Un momento… Con gli altri due film mi era parso di

68


capire che voi siate onniscienti, o una cosa del genere.» «Infatti! Sappiamo più o meno tutto su ogni cosa. È il bello di essere personaggi di fantasia incarnati.» «Appunto. Non hai mai sentito parlare di Prometheus?» «No, mai sentito.» «Alien: Covenant?» «Che roba è? Un film girato dai fan?» «D’accordo, non ho capito se mi stai prendendo in giro oppure se non lo sai sul serio.» «Sono io a non capire di cosa tu stia parlando. Sputa il rospo!» «Sai che facciamo? Prendiamoci una lunga pausa, devo farti vedere un paio di film.» - CIRCA SEI ORE DOPO «Come hanno potuto? Mostri! Sono loro i veri mostri!» «Sì, fanno questo effetto la prima volta.» rispondo delicatamente. «Lo dice il nome: xenomorfo. Qualcosa di forma aliena, sconosciuta. Che bisogno c’era di spiegare da dove arrivassero? E poi, posso capire in Prometheus... Ma perché non sono in Alien: Covenant? Sono stata in tutti i film, perché hanno chiamato quelle due imitatrici? Gli hanno pure messo la canottiera e le mutande della nonna: quella è una mia prerogativa, maledetti bastardi!» «In teoria non eri ancora nata nell’epoca in cui è ambientata quella pellicola. Tecnicamente sono dei film maestosi, ma in quanto a trama e svolgimento sono abbastanza lacunosi.» «Santo cielo, mi hanno uccisa, clonata, messa in situazioni assurde? Una soluzione avrebbero potuto trovarla. Quale

69


sarebbe stato il problema? Ma poi perché toccare dei funghi alieni senza indossare il casco? Ho avuto a che fare con un sacco di gente stupida, ma questi sono da ricovero. E poi, ancora con gli uomini artificiali? La gente non si è stufata di vedere sempre gli stessi stereotipi rappresentati?» «Vacci piano, piacciono a molta gente, non vorrai fare arrabbiare il pubblico, spero!» mi giro e strizzo l’occhio verso la videocamera. «Non è un mio problema. Come fanno a piacere? È perché li ha diretti Ridley Scott, vero?» «Non penso sia per quello.» commento, infastidito. «Ma per favore. Lo so perfettamente che certi film non verrebbero osannati se li avessero diretti registi sconosciuti. È sempre così, non essere ingenuo.» «Non mi prendo la responsabilità per quello che hai appena detto!» «Ah capisco. Quindi non avevo tutti i torti quando prima ho detto alla tua ragazza che è lei ad avere le palle tra voi due.» «Curioso, sento ancora quel grugnito di prima.» «Era una battuta. Da queste parti non avete il senso dell’umorismo? Comunque adesso ho capito perché quando chiedevo se avessero girato altri film della saga nel frattempo fossero tutti imbarazzati e dicessero di no. Appena finiamo qui devo andare da quel maledetto bugiardo di HAL9000, che mi aveva assicurato di non stare mentendo. Io con le intelligenze artificiali ho sempre una gran sfortuna, vai a capire perché mi fidi ancora!» «Parliamo invece di quello che hai rappresentato. Sei considerata una delle donne più forti del panorama cinematografico. Ti piace questa definizione?»

70


«Mi fa sicuramente piacere. In effetti all’epoca non era facile trovare altri personaggi femminili con il mio carisma. Lo dico senza falsa modestia. Pensaci, Victor: poche donne in un cast prevalentemente maschile, in un film dalle tinte horror e ambienti fantascientifici. Nel 1978 l’ultima cosa che il pubblico si sarebbe aspettato era che la protagonista di un prodotto del genere fosse una donna.» «Cosa rispondi a chi dice che per renderti interessante ti abbiano fatta agire come un uomo?» «Rispondo di andare a farsi fottere. Dimmi, ti sembro un uomo?» «Decisamente non mi sembri un uomo.» «Ancora quel grugnito fastidioso.» «L’ho sentito. Quindi senti di aver contribuito a sdoganare un certo tipo di figura femminile nel Cinema?» «Assolutamente sì. E l’ho fatto decenni prima che si arrivasse al girl power odierno, senza forzature di sorta. Se tu guardi Alien ti accorgi che io sono naturale, non sono lì perché sono donna. Sono lì perché ho un carattere che affascina il pubblico, al di là del genere a cui appartengo. Piuttosto, ho dimostrato che per essere badass non serve avere un pisello tra le gambe.» «Pensi che il girl power di oggi sia forzato?» «Non sempre, solo a volte. Ma, vedi, perché un messaggio arrivi e venga assimilato bisogna mandarlo ovunque, ripetutamente. Anche se personalmente preferisco una certa contestualizzazione, com’è accaduto per me.» «A cosa ti riferisci a qualcosa di specifico?» «A buona parte delle produzioni Disney degli ultimi anni, ad esempio. Il girl power era già evidente anche nei loro classici di trent’anni fa. Guarda Aladdin: Jasmine era una ragaz-

71


za forte nel film d’animazione. Quasi trent’anni dopo arriva il film con attori in carne ed ossa e il suo personaggio ha addirittura una scena in cui canta la sua emancipazione. Non ce n’era bisogno, è come voler evidenziare l’ovvio.» «La cosa ti infastidisce?» le domando per approfondire questo tema a me caro. «No, la trovo solo non necessaria e spesso forzata benché funzionale. Trovo più assurdo quello che mi hai fatto vedere prima.» «Se ti riferisci a Prometheus e Alien: Covenant non capisco cosa tu intenda.” «Intendo dire che sono la prima ad apprezzare le citazioni. Ma che senso ha scegliere altri personaggi femminili diversi tra loro e metterli nella condizione di dover scappare da creature aliene in mutande e canottiera? Oltre ad essere un’inutile ripetizione sembra anche strano che si ripeta sistematicamente lo stesso schema. In quel caso non vedo naturalezza: mi sembra tutto molto forzato, come a voler far notare che sono personaggi femminili indipendenti e capaci di grandi cose. Non bastavo già io?» «In effetti mi ha lasciato perplesso che quella scena ci fosse anche in Alien: Covenant, il riferimento era già abbastanza chiaro in Prometheus.» «Esatto! Ma del resto voi oggi vivete nel passato e lo dovete rievocare spesso. Non ho capito come mai.» «È la tendenza del momento, passerà.» incalzo sentendomi, in parte, preso in causa. «Ne sei così convinto? Io credo che dovreste concentrarvi sul fare qualcosa di nuovo, invece di rielaborare continuamente quello che è stato. Altrimenti cosa lascerete per il futuro? Copie carbone usurate dal tempo, che rievocano opere più inte-

72


ressanti?» «Ti ringrazio per l’ottimismo. Purtroppo è giunto il momento di fermarci. Ti ringrazio per essere stata con noi. Salutiamo la grande Ellen Ripley!» «Sono io che ringrazio te. Mi hai distratta un po’ dalla rompicoglioni che è arrivata poco fa. Ero un po’ in ansia, te lo confesso.» «Quale rompicoglioni?” chiedo ingenuamente. CRASSSSSH! «Quella!» il Tenente indica verso la porta di ingresso. «Aspetta che la filmo, così la vedono anche da casa.» la fama di audience sembra essersi impossessata di me per qualche istante. «Cristo santo, dimmi che è uno scherzo!» grida la Svet a squarciagola. «Magari! Che dici, stacchiamo?» «Ommioddio, spegnila subito!» risponde Ellen. «Speriamo di rivederci alla prossima ragazzi, incrociate, lasciate un like e condividete!» Premo STOP. Credo che questa volta un paio di assi di legno non basteranno. La Svet urla terrorizzata e corre verso la finestra, per rifugiarsi sul balcone. «Che cazzo fai lì impalato? Vieni qui!» mi grida. La regina degli xenomorfi troneggia all’ingresso di casa mia. In una delle repellenti zampe contorte stringe un grosso pezzo di legno, quello che rimane della porta che ha sfondato. È gigantesca, alta più di due metri, il corpo nero come la pece è interamente lucido; attraverso la bocca aperta si scorgono le lunghe zanne da cui cola una bava filamentosa. Le braccia muscolose ai lati del corpo si allargano, mentre stride minacciosamente,

73


muovendo in maniera ripugnante le due braccine più piccole, simili a quelle di un T-rex, collocate al centro del torace. Niente occhi, naturalmente. Sono completamente paralizzato da un terrore indescrivibile. Lo sguardo mi cade sulle gambe muscolose che terminano nella versione grottesca di due orrendi piedi con un’escrescenza ossea al posto del tallone, a rievocare la perversa versione aliena di un paio di scarpe con il tacco a spillo. La regina fa vibrare leggermente l’enorme e lunga coda che sembra una spina dorsale, con lo sperone acuminato in fondo.» «Ripley, è un problema se me la faccio sotto?» urlo, incapace di muovermi. «Non ti giudico!» replica lei, in affanno. La regina scatta in avanti e con un calcio spedisce il fucile di Ripley, ancora sul pavimento, nell’altra stanza, troppo lontano perché lo si possa recuperare senza passarle davanti. «Che cosa facciamo?» chiedo, nel panico più completo. «Andiamo sul balcone, subito!» mi urla di rimando. Finalmente le gambe mi ubbidiscono, ma nel momento in cui mi giro per andare verso la finestra, sento qualcosa che mi si attorciglia intorno alla caviglia. «Oh, cazzo!» esclamo, sapendo già quello che sta per succedere. Con uno schiocco, la coda mi stringe la gamba in una morsa d’acciaio e mi sento sollevare a mezz’aria. Mi stacco completamente dal pavimento e, in men che non si dica, mi ritrovo a testa in giù. «Rimani fermo, non ti agitare!» urla Ripley. «Figurati, sono calmissimo, non ho motivo di agitarmi! Ti sembrano cose da dire? Come cazzo faccio a non agitarmi?» grido, mentre mi dibatto per liberarmi. «E va bene, brutta bastarda. Vuoi giocare?» ringhia Ripley, estraendo da sotto alla canottiera un candelotto con un

74


accendino attaccato sopra con lo scotch. «Allora giochiamo!» «È dinamite quella? Dove la tenevi?» strillo, con il sangue che mi va sempre più alla testa. Con uno scatto la regina ritrae la coda verso di sé e in un istante mi ritrovo faccia a faccia con l’immonda creatura. Ripley aveva ragione: il puzzo che emana è atroce, è l’odore della morte. Sono così vicino alla sua bocca che il naso mi si intride della sua saliva mefitica, sono così vicino da poter sentire quanto siano affilate le sue zanne. Con un balzo, sempre senza lasciarmi andare, la regina si avvicina a Ripley. Quando atterra, alcuni libri cascano dal mobile in cui sono riposti. Sospetto che i vicini abbiano sentito, dato il battito contro il muro che ne consegue. Ripley non se lo aspettava e ora la regina le sta ringhiando in faccia, con quel suo stridio raccapricciante. Ripley è accasciata sul divano, scivolandoci sopra per la sorpresa. La regina incombe su di lei e sembra quasi che le stia annusando la faccia, mentre il Tenente resta immobile, quasi piangendo, terrorizzata. Questa scena l’ho già vista, ma temo che stavolta non andrà a finire bene: siamo entrambi in trappola. Uno scoppio secco rompe il terribile silenzio che era calato poco prima nella stanza. Subito dopo ecco un rumore liquido, seguito da uno stridio prolungato e sofferente. Cado a terra con un tonfo sordo. Stordito, mi rialzo e vedo la regina barcollante, con un enorme buco che le si è aperto sulla schiena. Ripley si getta lontano dal divano, mentre il sangue della creatura cola sulla tappezzeria, sciogliendola in un turbine di vapore. Il mostro ora stride disperatamente. Poco distante, più o meno nel punto in cui la regina mi aveva quasi divorato la faccia, vedo la Svet. Si è tolta in maglione e ora è anche lei in canottiera, con il fucile tra le braccia. «Muori, stronza!» dice, senza troppi preamboli. L’arma spara altri tre colpi, emettendo un rumore assordante. Il primo

75


colpo fa esplodere il braccio sinistro alla regina, che stride di dolore. Il terzo le sfonda la bocca. Le zanne schizzano ovunque come proiettili e una mi sfiora la guancia. Sento una fitta bruciante, intensa, bollente, che fortunatamente passa subito. Il terzo colpo le fa saltare una delle zampe più piccole. La creatura crolla a terra, e una pozza di sangue corrosivo le si sta allargando sotto al corpo. La Svet si avvicina, punta il fucile in direzione di quell’ammasso tremante di carne, che adesso sembra un guscio che si sta sciogliendo, e spara un ultimo colpo, dritto in testa. La regina non si muove più. Ripley si rialza e guarda incredula la Svet. «Ragazza, posso dirlo senza che perdi la calma?» «Solo stavolta.» replica la Svet, che sembra più sconvolta del tenente. «Tu sì che hai le palle. Da dove sei sbucata fuori?» «Il balcone comunica con l’altra stanza. Il fucile era lì. Cacchio, mi sa che mi sono slogata una spalla.» dice la Svet. «Perché lo imbracci come se fosse un tronco.» ribatte Ripley. «Tu invece, cuor di leone, come stai?» Mi si avvicina tendendomi una mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. «Un po’ scosso.» dico, con voce tremante. Mi avvicino alla Svet e la abbraccio, ringraziandola. «Non so nemmeno io cosa mi sia preso.» esclama lei, dolcemente. La sento tremare sotto all’abbraccio. «Posso capire cosa sta succedendo, davvero stavolta?» «Lo farei, ma lui non vuole» dice Ripley, costernata. «Credetemi, non volevo causarvi tutto questo trambusto. Non era previsto che la regina arrivasse qui, ma evidentemente lui aveva altri piani.» Inizio a pensare che John Doe voglia uccidermi, ma non ne sono ancora sicuro.» «“Lui” sarebbe quel tizio?» chiede la Svet, appoggian-

76


dosi contro il muro per riprendersi. «John Doe. Lui.» le risponde Ripley. «Non è una cattiva persona, ve lo posso assicurare. Ha solo un modo strano di comportarsi. Probabilmente nella sua testa mandarti la regina aveva un qualche significato.» Mi viene in mente un’idea. Cerco la videocamera e la trovo sul bracciolo del divano. Ricordo di averla lanciata quando la regina ha fatto irruzione in casa, ma pensavo fosse rotolata sul pavimento. Invece è atterrata lì, nemmeno a farlo apposta. La afferro per verificare il mio sospetto. Infatti è come pensavo. «Figlio di puttana!» esclamo, ridendo istericamente. «Che succede?» chiede la Svet. «Succede che quando si tratta di John Doe, niente accade per caso.» spiega Ripley, sorridendo. «Mi volete dire che significa?» sbotta la Svet, esasperata. «La videocamera è accesa. Il bracciolo è all’altezza giusta, inquadra perfettamente quasi tutta la stanza. La videocamera ha ripreso tutto.»

77



CAPITOLO IV

UCCELLI E COLTELLI

Sei milioni di visualizzazioni in due settimane, solo per l’intervista con Ripley. Tutta questa storia mi ha sinceramente distrutto psicologicamente al punto che non avevo davvero pensato a quanto stessi guadagnando o a quanto il pubblico stesse apprezzando le interviste. In men che non si dica il canale passato da circa centonovantamila iscritti a oltre seicentomila. Una crescita che non mi sarei mai aspettato. Sono un po’ emozionato, lo ammetto. Ora non ho più il problema di dover creare contenuti nuovi. Questo, John Doe, lo sa. In fondo è esattamente quello che volevo: rinnovarmi. Sono sul divano e mentre aspetto che il mi ospite finisca di appendere il soprabito, leggo dei commenti sotto il video con Ripley: “Come hai fatto a rendere così bene la regina? La cgi è impressionante!” scrive nickstraicker00. “È incredibile, mai vista tutta questa qualità su YouTube!”. Questo è il commento di Leopallo, un altro follower. “Bah, sono bravi tutti con una produzione alle spalle, perché non lo dici, invece di far finta di aver fatto tutto da solo, coglione?” scrive invece un luminare noto come Interculo94. Mi ha sempre affascinato la propensione degli hater a scegliersi nickname imbarazzanti. La Svet è in cucina che prepara un tè caldo. È una fortuna che sia così appassionata di tè e infusi in generale. In questo momento torna incredibilmente utile. «Ho un Earl Gray, poi ce n’è uno alla menta e me n’è 79


rimasto un altro al cacao.» dice ad alta voce, per farsi sentire anche da noi che siamo nell’altra stanza. «Earl Gray, ovviamente. Senza zucchero, con uno schizzo di latte, grazie.» dice l’uomo corpulento seduto con me sul divano. È vestito in maniera elegante, in giacca cravatta. La sua enorme testa, quasi del tutto calva - eccezion fatta per una corona di capelli grigi dietro la nuca - risalta particolarmente. Sembra un grande uovo lucido. Il labbro inferiore è perennemente corrucciato e incornicia un’espressione intensa generata principalmente dagli occhi socchiusi come se stesse sempre riflettendo su qualcosa di fondamentale. È la prima volta che qualcuno viene a trovarmi suonando il campanello e presentandosi educatamente. La persona al mio fianco è un regista. Certo, parliamo comunque di un’ombra, una persona che non dovrebbe essere qui, dal momento che è morta. Ma dopo aver conosciuto gli altri mi riesce difficile stupirmi in un morto che beve il tè nel mio salotto. Non fraintendetemi, è effettivamente assurdo, ma ormai ne ho viste troppe per sorprendermi veramente. «Credevo saresti stramazzato al suolo nel vedermi, ragazzo.» dice Alfred Hitchcock, con il suo celebre tono calmo e strascicato. «La tentazione l’ho avuta.» rispondo. «Ma vede, l’altro giorno ho lottato contro la regina degli xenomorfi e giusto ieri c’era Travis Bickle che urlava da solo contro lo specchio del mio bagno, quindi vedere lei alla mia porta non è esattamente la cosa più strana che mi sia accaduta.» «Quel giovanotto dovrebbe rilassarsi ogni tanto, non trova?» Ripenso all’intervista con Bickle e non posso dare torto a Hitchcock. In effetti, se possibile, era stato anche più traumatico rispetto all’incontro con Jack Torrance. Inizialmente mi

80


era sembrato fin troppo squilibrato e nervoso, ma poi sembrava essersi calmato, come se nulla fosse. Si era presentato con la sua tipica capigliatura rasata, con la cresta al centro e la giubba verde, lo sguardo torvo e indecifrabile. Le cose sono degenerate qualche minuto dopo l’inizio dell’intervista. «Come ti sei sentito quando ti hanno eletto a paladino della lotta contro i potenti e i corrotti?» «Non lo so, cioè… Alla fine è quello che volevano tutti, no? Questi ti usano e ti gettano via quando non gli servi più. Ho solo fatto quello che dovevo fare, alla fine.» «Certo, ma non ti sembra un po’ drastica come soluzione?» «Drastica? Ma vaffanculo! Si prendono quello che vogliono, senza mai chiedere: ti sembra un atteggiamento corretto?» «Non ho detto questo, ma…» cerco di spiegare prima di essere interrotto. «Più di quella feccia detesto quelli che la servono. Esattamente come te.» «Ma io non servo nessun potente, rispondo solo a me stesso!» «Ah sì? E come stai trattando me? Io vengo qui, nella tua bella casa da riccone provinciale e tu cerchi di prendermi per il culo. Mi stai usando, come tutti gli altri. Che bello intervistare Travis Bickle, fare una montagna di soldi e non fargliene vedere nemmeno uno, vero?» «Un momento, mi avete obbligato voi a iniziare questo format.» «Noi? Ma di che cazzo stai parlando? Noi non siamo John Doe!» La sua risposta mi colpisce. «Ma poi non siete come ombre? Cosa te ne faresti tu dei

81


soldi?» incalzo. «Oh, questo non avresti dovuto dirlo. Quindi tu dai per scontato che io i soldi non li voglia, perché sono un’ombra? Io sono sempre stato un’ombra! Prima per il governo del mio Paese, che mi ha usato come carne da cannone in Vietnam, insieme ad altre centinaia di migliaia di giovani americani, ora arrivi tu, tronfio, con il tuo stupido canale YouTube. Tanto Travis non si lamenta, giusto? È solo un’ombra, Travis. Beh, sai che c’è? Quest’ombra è armata!» «Metti via la pistola, non ce n’è bisogno!» «Credi che non sappia usarla? Adesso ti faccio vedere cosa succede a quelli come te!» L’unica soluzione era stata attirarlo in bagno e aspettare che si calmasse. «Ma dici a me? Ma dici a me?» continuava a strillare. Hitchcock abbozza un sorriso e congiunge le mani, appoggiandole sul ventre prominente. La cosa che trovo più curiosa è che sia grigio. O meglio, in bianco e nero. È esattamente come tutti se lo ricordano nelle sue apparizioni avvenute nella serie Alfred Hitchcock Presenta, con la pelle grigia, come se fosse spenta. Non gli chiedo il perché, non vorrei sembrare scortese, ma del resto non ho ancora capito bene come funzioni tutto questo. John Doe mi ha scritto ancora, ma sempre nel suo modo enigmatico, per sincerarsi che tutto stesse andando come previsto. Chi e cosa sia previsto, però, non l’ho ancora capito. Non ho nemmeno inteso bene come facciano questi personaggi a esistere, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Quel che più mi spaventava era che la Svet potesse non reggere la situazione: tutte quelle visite, quelle minacce, quelle violenze. Ma mi rincuorava un po’ il successo che stavo avendo ed i soldi in più che stavo

82


guadagnando: in una convivenza possono fare davvero comodo. «Posso immaginare il tuo disagio, ragazzo. Non deve essere semplice avere sempre gente bizzarra per casa. Ma deve anche essere una grande esperienza, suppongo.» «All’inizio credevo di stare impazzendo. Ma tutto sommato non mi posso lamentare più di tanto.» rispondo, sincero. La Svet ci raggiunge in salotto con un vassoio su cui ha posato una teiera in ghisa. La posa sul tavolino, dove aveva collocato tre tazze vuote, in cui versa il liquido. «Quella con la stampa della locandina di Vertigo è per lei, signor Hitchcock.» esclama, sorridendo. «Ma quanto è deliziosa la tua ragazza, giovanotto!» dice Alfred, abbozzando una smorfia che vorrebbe essere un sorriso. «Spero che vi sposiate presto. Non è bene che due giovani vivano insieme senza essersi sposati.» «Oh, a noi non interessa. Per adesso stiamo bene così.» replica la Svet, cordialmente. «Sa...» mi rivolgo al Alfred, cambiando discorso. «Lei è il primo che non da di matto. Di solito vogliono tutti uccidermi, lei sa come mai? Ho fatto qualcosa di sbagliato?» «No, ragazzo, niente di sbagliato, te lo posso assicurare. Il problema è nostro.» risponde il grande regista. «Intende dire che avete qualcosa che non va? Non si offenda, ma l’avevamo capito.» spiega la Svet, misurando le parole per non infastidirlo. «Noi non apparteniamo a questo mondo. Alcuni non vengono qui spesso, anzi, quasi mai. Io ne ho fatto parte, ma è stato tanto tempo fa. Vedete, il fatto è che, dove esistiamo di solito, siamo tutti abituati a ragionare secondo una logica ci-

83


nematografica e siamo legati al modo in cui ci vedete quaggiù. Per noi è normale mentre per voi, diamine, no.» Hitchcock sorseggia il suo tè, schioccando la lingua, quindi so che lo ha apprezzato. Altri personaggi prima di lui avevano accennato al loro mondo, ma Alfred è il primo che si sia degnato di spiegare qualcosa in più. «Quindi esistete tutti in una sorta di iperuranio?” chiedo, incuriosito. «Non posso dirti molto di più, non vorrei far arrabbiare il nostro comune amico.» replica Alfred. «Posso però dirti che è un luogo meraviglioso. A me piace pensare che sia lì che finiscono tutti coloro che hanno dato un qualche contributo all’arte. Vivere con i personaggi che ho creato, te lo immagini?» «Lei va d’accordo con tutti loro?» domanda la Svet, dopo aver sorseggiato il suo tè, lentamente. «Con molti sì, con alcuni ci sono dei continui battibecchi. Ma dimmi, signorina, come mai non ti tingi di biondo? Staresti divinamente.» dice Alfred. Non pensavo che la Svet fosse il suo tipo. «No, mi piaccio di più rossa. Non vorrei mai fare la fine di Tippi Hedren.» «Oh, qui la sapete tutti quella storia? Fu un malinteso, un semplice malinteso.» dice Hitchcock, un po’ risentito. «Siamo sicuri che non la portò sull’orlo di una crisi di nervi con intenzione.» provo a calmare le acque. «Oh no, al contrario: quella parte è vera. Ma solo perché volevo che si rendesse conto di quanto potesse migliorare come attrice. E magari la prossima volta avrebbe potuto essere più gentile con me, ma quello era un messaggio secondario.» Hitchcock sorseggia con nonchalance il tè, mentre la Svet lo

84


guarda in tralice. Non è molto tenera con chi tratta le donne in un certo modo, chiunque esso sia. Anche uno dei registi più dotati della Storia. «Bene, qui abbiamo un problema!» esclama Hitchcock improvvisamente, sempre dandosi un contegno. «Che problema?» domando, allarmato. «Il tè non è di suo gradimento?» chiedo, preoccupato di essermi sbagliato al riguardo, poco fa. «Certo che no, il tè è ottimo! Solo che qualcuno lo ha avvelenato.» Rimango immobile, con la tazza fumante a mezz’aria. Qualcuno ha avvelenato il tè? Ma che cosa sta dicendo? «Mi perdoni Maestro. Ma di cosa sta parlando? Nessuno ha avvelenato il tè!.» «Io no di sicuro, e sono stata solo io a prepararlo. Le assicuro che qui dentro non c’è nessun veleno.» lo rassicura la Svet. «Posso invece rassicurarvi su questo punto: il tè è stato avvelenato» insiste Alfred, senza minimamente perdere la calma. «Resta solo da capire come mai. Chi vuole togliervi di mezzo?» «Noi? Se qualcuno ha avvelenato il tè forse ce l’aveva con lei, Alfred.» ribatto, sempre più preoccupato. «Ma io sono già morto. Quindi, chiunque sia stato, è con voi due che ha qualche problema. Guarda, ragazzo, stai già impallidendo.» «In effetti non hai un bel colorito.» mi dice la Svet, con una nota di panico nella voce. «Nemmeno tu, mia cara, ora che ci faccio caso. Qualcuno ha davvero avvelenato il tè che stiamo bevendo!» Poso la tazza, reprimendo la tentazione di scagliarla contro il muro,

85


urlando. «Chiunque sia stato, deve pur avere un motivo, non pensate?» chiede ancora Alfred, accendendo un sigaro. «Oh, perdonatemi: vi da fastidio se fumo?» Potrebbe anche appiccare fuoco all’appartamento e non ci farei troppo caso, ora come ora. Gli faccio segno di no con la testa. Inizio a sentire freddo alle gambe. Alfred si alza in piedi, misurando la stanza a grandi passi. «Ragioniamo, avete qualche nemico?» La Svet ha gli occhi lucidi ed è sul punto di scoppiare a piangere, ma si sta trattenendo. «No, io non conosco nessuno che potrebbe farmi una cosa del genere!» dice, a voce troppo alta. «Beh, io forse sì. Tra tutti voi che sembrate volermi morto e gli hater che mi minacciano ogni giorno, direi che potrebbe essere possibile. Ma come avrebbero fatto a trovarmi? Per avvelenare il tè il colpevole avrebbe dovuto introdursi qui. Secondo lei potrebbe essere stato uno dei miei ospiti provenienti dal suo mondo?» «È possibile. Ma lo escluderei, alla fine nessuno di loro ti ha mai fatto veramente del male, ragazzo, dico bene?» Ha ragione, tutti hanno provato a farmi la pelle, ma in qualche modo me la sono sempre cavata. «Questo non dimostra nulla!» dice la Svet, sempre più pallida e con la voce sempre più debole. «Il fatto che finora non ci siano riusciti non significa che non possa succedere.» «Ottima osservazione, signorina.» dice Hitchcock, che ora sembra quasi emozionato. «Non possiamo escludere nulla. Un bel mistero, non c’è che dire.» Le forze mi stanno abbandonando: finisce davvero

86


così? Stringo la mano alla Svet e la guardo negli occhioni azzurri, spalancati dal terrore. Quello che non potrò mai perdonarmi è di averla trascinata nel baratro con me. Vorrei dirle qualche ultima parola, ma la voce non mi esce dalle labbra, rimane come incastrata in gola, sento di riuscire ad emettere solo un rantolo, soffocato. «E ora, il colpo di scena!» esclama Alfred, elettrizzato. Non posso ribattere, ma non capisco cosa voglia dire. «Ho avvelenato io il tè!» conclude, con un gesto teatrale della mano. A ucciderci è stato Alfred Hitchcock? Non so se sentirmi più infuriato o lusingato. «Ma come ho fatto, vi starete chiedendo.» prosegue. In realtà mi sto chiedendo il perché, ma non credo che lo saprà mai. «La risposta non è così difficile da intuire: in realtà ho versato qualche goccia di veleno nelle tazze, mentre entrambi eravate distratti l’uno dall’altra. Non lo sentite il brivido? La morte incombente, un assassino sconosciuto… Che poi si rivela essere la stessa persona che vi ha annunciato che siete stati avvelenati! Non è una grande lezione, seppur breve, su come si costruisce il thriller perfetto?» La Svet guarda il regista con un profondo odio negli occhi. Io vorrei saltargli addosso, ma credo che morirò con questo pensiero inciso nella mente. «Ed è anche una grande lezione sul potere della suggestione. Potrei non avervi avvelenati sul serio.» ci dice Alfred, serafico. In effetti mi sembra di stare acquistando nuovamente la sensibilità nelle gambe. Anche le braccia non sono più intorpidite. «Che succede? Non dite niente?» chiede Alfred, quasi incredulo. «Sì” sbotta la Svet, scattando in piedi, dimostrando di essersi ripresa in fretta. «Dico che lei è più pazzo degli altri!

87


Una lezione sul thriller perfetto? Il potere della suggestione? Ma si rende conto di quello che ha appena fatto?!» «Vi ho istruiti su come infondere tensione in chi ascolta. Eravate così convinti di essere stati avvelenati che addirittura avete avvertito i sintomi. Certo, forse il fatto che abbia effettivamente messo un agente chimico paralizzante nelle vostre tazze ha contribuito, ma era una dose molto blanda.» Sono così incredulo che non so cosa dire. Anzi, in realtà qualcosa da dire ce l’avrei. «Sono molto, molto deluso. Non è questo il modo di ricambiare la nostra ospitalità, spero se ne sia accorto.» «Voi giovani di oggi non sapete più cogliere l’importanza di chi ne sa più di voi, questa è la realtà.» sbotta Hitchcock. «Altrimenti avresti capito quanto sia prezioso quello che è appena accaduto.» Sono tutti psicopatici. Finora non ho avuto un solo ospite che non abbia cercato di spararmi, farmi a pezzi o comunque di attentare alla mia vita o, peggio, a quella della Svet. «Le devo chiedere di andarsene.» dico, sforzandomi di non perdere la calma. «Sai che non posso farlo, ragazzo.» ribatte Alfred, continuando a fumare il sigaro. «Non abbiamo ancora finito. Se dovessimo evitare l’intervista non si metterebbe bene per te. Il nostro comune amico non tollera che si mandino a monte i suoi piani, ormai dovresti averlo capito.» «Se ne vada!» gli intima la Svet, in un tono decisamente meno accomodante. «No, non lo farò, signorina.» conclude con decisione il regista «Rimarrò qui e finiremo quello che abbiamo iniziato.» «Non abbiamo ancora iniziato.» gli faccio notare. «Tu credi? Allora non hai capito nulla della lezione che

88


vi ho dato.» Hitchcock sorride grottescamente mentre parla. «Eppure pensavo di essere stato chiaro. In ogni storia che si rispetti c’è sempre qualcosa di inaspettato. La cosa che più mi diverte è che è qualcosa a cui avresti già dovuto pensare, dal momento che non è la prima volta che ti succede.» Lo guardo con fare interrogativo, ma istintivamente mi guardo intorno. La videocamera è appoggiata sulla scrivania, poco distante, accesa. Di nuovo. «Il nostro comune amico ha pensato che il format deve regalare sempre qualcosa di nuovo, per questo la nostra non sarà un’intervista vera e propria. Quindi rilassati e vediamo che succede.» Alfred sembra perfettamente calmo. Come sempre. Mi risiedo sul divano, cercando di mantenere tranquillizzarmi e la Svet fa lo stesso. Potrei sbattere la videocamera e mandare il grande Alfred Hitchcock fuori da casa mia, ma poi cosa farebbe John Doe? Non ho ancora capito se sia pericoloso per davvero oppure si stia solo divertendo per chissà quale fine. Ma a quanto pare ha preso il controllo della mia vita. Ne ha anche migliorati alcuni aspetti, devo dargliene atto. Di fatto, mi ha dato quello che avrei voluto, ma in un modo che mi mette i brividi. «E va bene! Ma niente più lezioni pratiche.» «È un peccato, è con la pratica che si impara. Ma vi vedo scossi, non voglio urtarvi oltre.» dice Hitchcock. «E niente più sorprese.» aggiunge la Svet. «Vi assicuro che da parte mia non ce ne saranno più.» promette Alfred. «Ma tu, ragazzo, mi sembri veramente scosso. Forse è il caso che interrompiamo per qualche minuto. Soffri per caso di sudorazione da stress? Non vorrei metterti in imbarazzo, ma non emani un buon odore.» Ha ragione. Forse è il caso che vada a lavarmi prima di continuare.

89


«In effetti sì, mi succede quando mi agito. Se ha la pazienza di aspettare qualche minuto vado in doccia e torno subito.» Guardo la Svet e cerco la sua complicità per capire se si sente bene e al sicuro. Annuisce sorridendomi. L’acqua calda mi sta rimettendo al mondo. Mentre sono in piedi, nella vasca da bagno, mi beo del calore e lascio che il bagnoschiuma lavi tutte le mie paure. Non capisco nemmeno perché abbia sentito l’impulso di farmi una doccia, di solito non interrompo qualcosa di importante, soprattutto se la sto facendo con tizi loschi e di altre dimensioni spazio-temporali, ma era effettivamente quello che mi serviva. Tuttavia non riesco a far scomparire una sgradevole sensazione dietro alla nuca, come un senso di disagio che da qualche minuto non mi vuole abbandonare. Cerco di non pensarci e mi godo questi minuti di tranquillità. Poco dopo, con la coda dell’occhio, mi sembra di scorgere un’ombra dietro alla tendina di plastica semitrasparente della doccia. “Ditemi che non è vero”, penso. Qualcuno strappa la tendina con violenza e mi ritrovo nudo come un verme, faccia a faccia con un uomo alto, che indossa una vestaglia da donna e una ridicola parrucca grigia da anziana, che brandisce un coltello. Ecco cos’era quella sensazione. «Santo cielo no!» grido, mentre il coltello si abbatte su di me, più e più volte. Mi accascio sul fondo della vasca, tremante come una foglia, con gli occhi chiusi. Lascio passare qualche secondo e li riapro. Niente sangue, niente dolore. Norman Bates non mi ha colpito, deve essersi limitato a farmelo credere. «Forse è meglio se ti rivesti, ragazzo.» mi dice Hitchcock ad alta voce, dall’altra stanza. La Svet entra nel bagno di corsa e vede me raggomitolato nella vasca da bagno, sull’orlo

90


delle lacrime e Norman Bates conciato in quel modo che sorride, con il coltello ancora in mano. «Aveva giurato che non ci sarebbero state più sorprese!» dice la Svet, rivolgendosi ad Alfred, ancora seduto placidamente sul divano. Il regista si alza e ci raggiunge, osserva la scena e scoppia in una risata. «E ho mantenuto la promessa, mia cara. Io non ho fatto nulla. Norman, qui, ha pensato a tutto.» risponde. «Ma lei lo sapeva!» urla la Svet, puntando contro Hitchcock un indice accusatore. «Sì, ma io non c’entro, è tutto per lo show.» replica il regista e indica lo stipite del bagno. La videocamera ora è lì, sempre accesa. «Ne ho abbastanza! Vi voglio fuori da qui subito!» grido. «Io avrei qualcosa da dire.» interviene Norman, sereno. «Sapevo che avremmo parlato. La mamma si arrabbia se non faccio quello che mi dice.» «Quante volte devo ripetertelo, Norman?» Hitchcock lo redarguisce teneramente. «Non è tua madre ad avertelo chiesto, ma il signor John Doe.» «Sono sicuro che fosse mia madre. È sempre lei a chiedermi di fare le cose, è talmente autoritaria!» insiste Norman. «Andate tutti di là e lasciatemi rivestire.» esclamo, disperatamente. Prendo la mano di Luciana che subito capisce che non mi riferivo anche a lei. Ora siamo tutti sul divano. La Svet si attorciglia nervosamente una ciocca di capelli. Lo fa sempre, quando si sente a disagio per qualcosa. Hitchcock e seduto accanto a me, mentre Norman preferisce stare in piedi.

91


«Quindi voi due siete in buoni rapporti?» chiedo, cercando di finire il video prima che mi saltino definitivamente i nervi. «Certo, è mio padre!» esclama Norman, sorridendo. Ha un viso pallido e ossuto, anche lui è in bianco e nero come Alfred. Indossa ancora la vestaglia e la parrucca. «Quante volte te lo devo ripetere, giovanotto? Io non sono tuo padre. Non biologicamente di sicuro, tua madre non è il mio tipo.» «Non è bionda e irraggiungibile?» lo punzecchia la Svet. «Decisamente no, ma non sono affari che ti riguardano.» ribatte lui. «Grazie per avermi risposto indirettamente. Ma tu Norman, sei uno dei personaggi più emblematici creati dal signor Hitchcock. Posso capire perché lo consideri un po’ come un padre? Anche se in realtà dovresti ringraziare Robert Bloch, se esisti.» «Non ti ci mettere anche tu con questa storia.» dice Norman, nervosamente. «Non fa che ripetermelo anche lui, ma ha scritto solo un romanzo. Non avrei questo aspetto se non fosse per mio padre, no?» «Allora, se la mettiamo su questo piano, ho così tanti figli che non saprei nemmeno contarli tutti.» Hitchcock ha uno sguardo severo, che subito si addolcisce. «Ma ammetto che tu mi hai dato parecchie soddisfazioni. Guardatelo, non fa spavento?» Norman sorride in maniera inquietante. In effetti non è esattamente rassicurante. «Ebbe difficoltà a rendere la psicosi di Norman su schermo?» gli chiedo, cercando di dare un senso alla situazione. «Non molto. Volevo che il mio Norman Bates fosse un

92


assassino psicopatico, ma anche elegante.» spiega Alfred. «Infatti nel romanzo di Bloch è molto più efferato: addirittura decapita Arbogast. Lui, no, è feroce ma non totalmente bestiale.» «Ma io non ho mai ucciso nessuno! Come devo dirlo? È mia mamma che non si sa controllare!» esclama Norman. In quel momento una mosca si posa sulla mano di Norman e lui cambia espressione immediatamente. Si volta di scatto e inizia a sussurrare tra è e sé. «Potrei schiacciare questa mosca, ma non lo farò. Così tutti penseranno “Oh, ma guarda, quella donna non farebbe male ad una mosca.” Sì, glielo lascerò credere.» «Norman, guarda che ti sentiamo.» dico, in imbarazzo. «Sentite cosa?» ribatte, girandosi di nuovo e tornando alla sua espressione gioviale. «Non stavo parlando!» «Immagino sperassi di potermi intervistare come con gli altri, dico bene ragazzo?» esordisce Hitchcock. «Ma non è andata come pensavi, temo. Questa è un’altra lezione che dovresti imparare: le aspettative vengono sempre tradite. Ci ho basato un’intera carriera su questo semplice fondamento. Mi sono divertito a far credere agli spettatori una cosa e a dargliene poi una completamente opposta, solo per vedere la loro reazione. Almeno di questo spero farai tesoro, caro il mio ragazzo.» «Non credo ci sia niente di male nel voler intervistare uno dei più grandi registi mai vissuti, avendone la possibilità.» ribatto, risentito. «Capisco. Pensavo però che vi fosse bastato Truffaut. Che altro potrei dire che non abbia già detto a lui? La morte non ti rende più saggio.» Alfred si alza mentre parla e si spolvera con una mano il tessuto della giacca sulle spalle. «La morte rende solo più malinconici. Andiamo Norman.»

93


«“Credevo avessimo fatto qualcos’altro, mi hanno mandato qui solo per spaventare quel ragazzo?» chiede Norman. «Per caso volete che giri per casa ancora un po’?» chiede Hitchcock a me e alla Svet. «Non si offenda, ma potreste andare entrambi e in fretta?» dice la Svet, ormai vicina a perdere la pazienza. «Allora la risposta alla tua domanda è sì, Norman. Ora seguimi.» Il regista e Norman Bates escono dalla porta e io mi accascio sul divano. Anche questa è finita. È stato più traumatico di quello che avrei pensato, lo ammetto. «Tutto bene?» mi chiede la Svet. «Più o meno. Inizio ad averne abbastanza.» rispondo, sfinito. «Chiedi a John Doe se ti da tregua.» mi dice. «Non so se voglio davvero una tregua. Guardami: sono fantastico. Tutti mi adorano, sono bravo come pochi, con questi pazzi furiosi sto facendo un mucchio di soldi. Non dovrei lamentarmi.» «Da quando ti interessano queste cose?» chiede la Svet, un po’ interdetta. «Da quando ho capito che posso averle.» rispondo, sorprendendomi di essere stato proprio io a dirlo. «Tu una pausa prenditela, anche breve, se puoi.» «Non me lo lascerebbe fare. Non so nemmeno chi sia John Doe. “Ti impaurisci quando non ci sono, mi odi quando mi perdi, rinasci quando mi ritrovi. Chi sono?”. Ancora non riesco a capire.» Il telefono vibra nella mia tasca. Distrattamente, lo estraggo e rispondo senza nemmeno controllare chi sia. «Pronto?»

94


«Alfred si è comportato bene?» mi chiede una voce profonda, ma con un che di soave. «Chi parla?» Mi metto a sedere con la schiena dritta, improvvisamente allarmato. «Lo sa, signor Mattia. Dunque? Si è comportato bene?» «Se fingere di avvelenare il tè che stavamo bevendo significa comportarsi bene, allora sì, si è comportato bene.» «Ah, la lezione sulla suspense, un suo cavallo di battaglia!» «Come mai mi chiama solo ora, dopo tutto questo tempo?» chiedo. Sono sinceramente curioso di saperlo. «Perché non era ancora il momento, signor Mattia. Io non agisco mai per caso, ho sempre un piano in mente.» «E quanto manca alla fine di questo suo piano? Perché le confesso che tutto questo mi sta sfinendo. E sta sfinendo anche la mia ragazza.» «Ci vorrà il tempo che serve. Ma mi dica, che cosa ha imparato finora?» «Che è meglio non conoscere mai i propri idoli.» ribatto, secco. La Svet osserva la scena reprimendo la tentazione di strapparmi il telefono dalla mano e mandare John Doe al diavolo. «Suvvia, Signor Mattia, non è questo che ha imparato. Me lo dica, avanti.» È più persuasivo a sentirlo parlare che per iscritto, il che è tutto dire. Ci rifletto attentamente, rimanendo in silenzio per qualche secondo, poi rispondo, sapendo perfettamente quello che dico. «Va bene. Finora ho imparato che ho del potenziale, vado solo incoraggiato.» «Benissimo, che altro?» «Che amo ancora quello che faccio, ma che…»

95


«Che? Vada avanti.» «Onestamente? Non lo so, signor John Doe. È come se vedessi qualcosa, ma fosse sfocato. La gente adora questo format. In fondo non dispiace nemmeno a me, terrore e ansia a parte. Sto facendo un mucchio di soldi, eppure qualcosa non mi torna.» «Ed è proprio per questo che non è ancora giunto il momento di finirla qui.» conclude John Doe, soddisfatto. «Ho solo una domanda: se io adesso mi rifiutassi di andare avanti, cosa mi succederebbe?» «Nulla, per il semplice motivo che non può scegliere. Loro la troverebbero dovunque andasse e ci sarebbe sempre una videocamera a filmare. A proposito, mi è parso di capire che le piaccia la nuova qualità audio e video.» In effetti i video che ho caricato finora sembrano girati con la telecamera di uno studio televisivo. Un’altra assurdità su cui ho smesso di interrogarmi. Va detto che la cosa non è accaduta istantaneamente: video dopo video la qualità non smetteva di aumentare, sia dal punto di vista delle immagini, che da quello dell’audio, cosa nuova per me. Sì, sono sempre stato indietro di dieci anni rispetto ai miei colleghi, da un punto di vista tecnico, ma non mi era mai importato granché, almeno credo. Sono sempre stato più attento al contenuto che alla forma. Eppure ora mi ci sto abituando. «Sì, immagino che c’entri lei.» «Io c’entro sempre. Quindi sta gradendo. Sono contento! Volevo solo controllare che tutto andasse come previsto. Molto bene, non voglio trattenerla oltre. Ah, si prepari, signor Mattia, domani sarà una gran giornata!» John Doe riaggancia prima che possa rispondergli. Rimango con il telefono in mano, a fissare il vuoto. «Che cosa ti ha detto?» mi chiede la Svet, abbraccian-

96


domi. «Che i cazzo di problemi non sono ancora finiti.». Le appoggio la testa sulla spalla e inizio a pensare a cosa potrebbe succedere di più assurdo l’indomani.

97



CAPITOLO V

SALOTTI SCOMODI

Pensavo peggio. È già il tardo pomeriggio e per tutto il giorno non è successo nulla di che, finché non hanno bussato alla porta, un’ora fa. Stavolta il panico ha lasciato spazio all’emozione. Chi mi conosce sa quanto sia appassionato di Cinecomic, soprattutto quelli dei Marvel Studios, per cui immaginate come mi debba essere sentito quando, aprendo la porta di casa, mi sono ritrovato di fronte a Tony Stark in persona. D’accordo, non è come poter parlare con Hitchcock, ma il cuore ha mancato comunque un battito. Cosa ancor più incredibile, finora non sembra aver avuto alcuna intenzione di farmi alcun male. Mi dispiace solo per la Svet, che è al lavoro: penso che le sarebbe piaciuto conoscerlo. Tony indossa l’armatura di Iron Man che aveva in Avengers: Endgame e sembra perfettamente a suo agio seduto sulla poltrona davanti a me. Ci separa solo un tavolino. Ho pensato di rinnovare la postazione di registrazione, per rendere il tutto più professionale, come se fosse il salotto di un talk show. Così, stamattina, mi sono svegliato di buon’ora e sono andato ad acquistare un po’ di mobilia nuova visto ormai me lo posso permettere. L’intervista è già iniziata da un po’ e Tony ha saputo mettermi a mio agio fin dall’inizio, a differenza di altri suoi… colleghi? Come li devo chiamare? In ogni caso, sono tranquillo, una volta tanto.

«E che mi dici del finale di Avengers: Endgame?» chie99


do al mio ospite. «Che posso dire, se non che trovo che sia commovente in maniera indescrivibile? Dopo più di dieci anni si è chiuso un cerchio e abbiamo scoperto una cosa fondamentale.» «Ovvero?» «Che io sono Iron Man.» «Come vedete, pubblico, il nostro Tony ha sempre un certo senso dell’umorismo! E non le è dispiaciuto dover morire, per chiudere questo cerchio?» «No. Ammetto che mi è dispiaciuto dover lasciare tutte le persone che amo. Mia moglie, Pepper, mia figlia… Ma era il finale più giusto. Ormai non avevo più molto da dire, immagino che tutti se ne fossero accorti. E stiamo parlando dei film, non dei fumetti, dove il personaggio può andare avanti per decenni, rinnovandosi ogni tanto. Avevo dato tutto.» «Quindi, in un certo senso, sto parlando con un fantasma.» «Beh, se hai un lenzuolo e delle catene ti faccio vedere.» «Adoro questo tuo modo di non prenderti mai troppo sul serio.» «Oh ma io mi prendo molto sul serio. Non sempre, però. In effetti è vero che in teoria sono un fantasma, eppure eccomi qui. E non c’è nessuna legge in natura che possa spiegarlo: sono un vero fantasma, Victor.» «Attento Tony, potrei rubarti il nome per usarlo come titolo di questa rubrica.» «Non hai ancora un titolo per la rubrica? Mi stai simpatico, ma cavoli, in quanto a marketing non sei un genio.» «Diciamo che non ho avuto molto tempo per pensarci, l’ho iniziata in fretta.»

100


«Lo so, lo so. Joh Doe me lo ha detto. Cosa credi, che non parli con il Grande Capo? Non sono mica Ant-Man, io sono uno dei pezzi grossi, le cose le vengo a sapere per primo.» «Non lo metto in dubbio, Tony.» dico sorridendo. «Visto che del titolo non me ne faccio nulla, usalo pure: I Veri Fantasmi. Direi che è perfetto. Non per niente te l’ho suggerito io.» «Bene. Allora, caro pubblico, sappiate che da oggi in poi state guardando I Veri Fantasmi. Ti ringrazio, Tony. Ma dimmi, cosa ne pensi delle recenti dichiarazioni di un regista ancora vivo, Martin Scorsese, che ha definito i film a cui hai partecipato dei non-film?» «Ne ho sentito parlare. So che l’attore che mi ha interpretato si è già espresso a riguardo. Dal canto mio posso dirti che ognuno la può pensare come vuole, ovviamente, ma mi dispiace sentire uno stimato professionista dire che i film dei Marvel Studios non sono “Cinema creato dagli esseri umani che tenta di trasmettere esperienze emotive e psicologiche ad un altro essere umano’, cito testualmente.» «Ti senti offeso da queste dichiarazioni?» «No, non offeso, non fraintendermi: sono solo dispiaciuto, come ho detto. Io questo odio che vedo per i Cinecomic non lo comprendo. Che abbiamo fatto di male tutti noi? Non vi abbiamo emozionato?» «Se lo chiedi a me ti dico che non tutti i film del Marvel Cinematic Universe sono riusciti, ma il progetto nel complesso ha creato un fenomeno senza precedenti. Sul finale di Avengers: Endgame ho pianto per l’emozione.» «E ti senti stupido per questo?» «Assolutamente no!» «Ecco, Victor, è questo il punto: noi siamo la moda del

101


momento.» «Un momento molto lungo, direi.» «Certo, ma lo siamo comunque, non importa quanto duri. Credi che non sappiamo che prima o poi nessuno ci calcolerà più? Ne siamo perfettamente consapevoli. Ma siamo anche consapevoli di essere protagonisti di qualcosa di enorme. Le persone piangono con i nostri film, si sono affezionate a ciascuno di noi. Come può tutto questo non essere considerato come un’emozione?» «Il vero problema è che troppi ragionano da un punto di vista analitico. Molti dei vostri film hanno un comparto tecnico eccezionale, ma viene criticato il fatto che sono tutti standardizzati.» «E perché dovrebbe essere un problema? Qui stiamo parlando di emozioni. Da quando è un crimine ideare un modello di business per il Cinema di intrattenimento? E lo dico da uomo d’affari, ricordati che non sono solo un supereroe.» «E come potrei dimenticarmelo. Sono d’accordo con te, vedo un odio parecchio ingiustificato.» «Noto anche che molte persone parlano come se la propria percezione sia l’unica possibile. Non ti ha emozionato, campione? Mi fa piacere, ma altri si sono emozionati eccome. Quand’è che abbiamo smesso di empatizzare con le persone? Anche io ci ho messo un po’, all’inizio, ma ho imparato a farlo, con il tempo.» «Più che altro io lo dico spesso: si possono guardare film come i Cinecomic e allo stesso tempo apprezzare il Cinema più impegnato. Perché crearne una dicotomia?» «Certo, non sto dicendo che le persone debbano per forza apprezzare quello che facciamo. Ma escluderci addirittura dal discorso del linguaggio cinematografico vero e proprio…

102


Beh, scusa, ma mi sembra una stronzata. Capisco che molti si sentano, come dire, ammaliati dall’autorevolezza di un grande autore, ma anche un grande autore alla fine rimane solo quello: non è Dio. Ho imparato a mie spese che per quanto tu possa fare, rimani sempre un uomo.» «Ma tu hai fatto cose enormi. Mi era parso di capire che il tuo ego non fosse esattamente risicato.» «No, io ho un ego enorme. Ho avuto il complesso del dio, anche. Guarda cos’ho combinato con Ultron. Per questo dico che alla fine siamo tutti persone, con dei limiti.» «Un pensiero che condivido. Anche se sei sempre sembrato piuttosto sicuro di te. Come mai questo cambio di prospettiva?» «Mi sono sacrificato per salvare l’universo, ricordi? Una cosa del genere ti può cambiare.» «Non lo metto in dubbio.» «Dovevo rimetterci la pelle per capirlo. E non mi era bastata la faccenda di Ultron! Anche dopo ho giocato un po’ con le persone. Come con quel ragazzo, Peter Parker. Forse l’ho messo un po’ troppo alla prova, guarda cos’è successo dopo.» «Sì, diciamo che con Spider-Man qualche problema lo hai avuto. In conclusione, tu rispetti Scorsese ma non condividi le sue parole?» «No, per niente. Forse è anche un problema generazionale: quello che abbiamo fatto noi si distanzia troppo dalla sua idea di Cinema, ma questo non significa che non sia Cinema in generale.» «Sarebbe anche comprensibile. Ora…» L’intervista è quasi finita, ma sento un rumore provenire dall’ingresso. Mi alzo, chiedendo scusa a Tony, che rimane seduto in attesa che torni e quello che vedo mi lascia di stucco.

103


«Ok, questa non me l’aspettavo.» esclamo aprendo la porta. «Non mi interessa se John Doe non voleva che venissimo, questa cosa è stupida! E lasciami il braccio, o te lo spezzo!» sbraita Aquaman. «Va bene, va bene. È vero quello che si dice dei tizi tutti muscoli, probabilmente ne hai così tanti che non c’era più spazio per il cervello.» borbotta Flash, che toglie la mano dal possente bicipite del Re di Atlantide. La Justice League al completo è in casa mia. Da quello che ha appena detto Aquaman, John Doe non lo aveva previsto. Questa mi è nuova. «Fatela finita voi due!» interviene Batman, che indossa l’armatura che aveva in Batman V Superman durante lo scontro con Superman, che troneggia lì vicino. Cyborg e Wonder Woman appaiono visibilmente imbarazzati. «Fate parlare me. Hey tu! Ragazzo!» A quanto pare Batman ce l’ha con me. «Cosa vuoi?» gli chiedo, abbandonando la gentilezza. La odio quella versione dell’Uomo Pipistrello. «Voglio sapere come mai nel tuo salotto c’è quel pallone gonfiato di Tony Stark e noi invece siamo dovuti venire qui di nascosto, come dei ladri.» «Non li spedisco io gli inviti. Altrimenti avrei chiamato gli Avengers al completo.» incalzo. «Fai lo spiritoso?» dice Batman, che ha assunto un colorito paonazzo sul mento, l’unica parte del volto che riesco a scorgere sotto alla maschera. Somiglia ad un piccolo deretano, dal vivo ancor di più di quando lo vidi in sala. «Lo sai con chi stai parlando?» «Sì, con la peggiore versione di Batman che si sia mai

104


vista su uno schermo, piccolo o grande che sia.» Non avrei mai pensato di poterglielo dire, è come togliersi un enorme peso dal petto. «Come ti permetti?» urla Batman, con quella ridicola voce modificata dal microfono che ha dentro al casco dell’armatura. «Calma, non agitiamoci. Sta solo facendo la voce grossa.» lo interrompe Wonder Woman. «Stai a vedere, uomo mascherato!» Sono troppo occupato ad ammirare l’accecante bellezza della supereroina per rendermi conto che mi ha appena lanciato contro il suo lazo. In men che non si dica sono stretto nella morsa dell’oggetto magico che si stringe intorno al mio bacino. «Sai come funziona.» mi dice Wonder Woman. «Con questo addosso non puoi mentire.» «Ora ripeti quello che hai detto, se ci riesci.» mi intima Batman. «Ho detto che sei la peggior versione di Batman che si sia mai vista su uno schermo, piccolo o grande che sia. E già che ci siamo: i vostri film erano pessimi. Tu, Aquaman, sei stato la ciliegina sulla torta, sei riuscito a farmi detestare un lavoro di James Wan.» «Oh, ma questo non dovevi farlo.» piagnucola Flash. Aquaman si sgranchisce il collo. È gigantesco, alto quasi due metri, i capelli lunghi e mossi incrostati di sale, i possenti muscoli che sembrano vibrare. È vestito in borghese, con una canottiera nera che evidenzia i bicipiti e un paio di pantaloni scuri. «Te la sei cercata.» mi dice, minaccioso. Non fa nemmeno in tempo a muoversi che subito viene scagliato contro il muro da un grosso proiettile di colore azzurro luminescente, che gli scoppia addosso con un sibilo facendolo cadere a terra..

105


«Torna nell’acquario, pesciolino.» Tony Stark tiene la mano destra puntata contro i membri della Justice League, il deflettore del guanto con cui ha sparato è ancora illuminato. «Ma sei impazzito?» dice Aquaman, rimettendosi in piedi e massaggiandosi il petto. La canottiera appare bruciata proprio sopra allo sterno. «Curioso, è la stessa cosa che stavo per chiedervi. Non dovreste essere degli eroi?»” ribatte Tony. «È lui che ha provocato.» risponde Batman. Sembra poco convinto, giurerei che ha paura. «Immagino. Cos’ha detto di così impossibile da sopportare?» «Beh, ha detto a Batman che è la peggiore versione del personaggio che abbia mai visto.» interviene Flash. «Ah, allora cambia tutto. Sicuramente l’aver detto la verità vale un pestaggio collettivo da parte di un gruppo di supereroi.» lo apostrofa Tony, con fare sarcastico. «Devi sempre fare il superiore, tu?» ringhia Batman. «Lo sappiamo tutti che sei la mia versione con i lustrini.» «No, io sono quello che sorride.» Tony fa scattare la maschera dell’elmo: ora è in tutto e per tutto Iron Man, gli occhi rettangolari illuminati di azzurro. «Ora, ditemi cosa vogliamo fare. Vi accomodate di là o vogliamo risolverla fuori di qui?» «Scusate, ma lui è uno noi siamo sei. Perché non lo affrontiamo?» Finalmente Cyborg si è deciso a parlare. «Non per offenderti, Cyborg» dice Superman, che era rimasto in silenzio fino a quel momento. «Ma c’è un motivo se dicono tutti che sei inutile. Ricordi cos’è successo l’ultima volta che lo hanno fatto arrabbiare? Sediamoci, basta con questi litigi da bambini.» Non faccio ulteriori domande, ma la domanda di

106


Cyborg non mi sembrava così stupida. Mentre l’intera squadra entra in salotto, guardo Tony Stark, che riduce il casco, permettendomi di vederlo in faccia. «È una questione di potenza del franchise.» spiega, intuendo quello che avrei voluto chiedergli. «Da dove vengo ha un certo peso il successo che abbiamo nel vostro mondo, i superpoteri contano fino ad una certa. Questo Superman non è granché. Fosse stato quello degli anni ‘70 non ci sarebbe andata così bene.» Rimango perplesso, ma mi accontento di non essere diventato un bassorilievo sul muro a causa di Aquaman. I supereroi si sono seduti sul divano e non fanno che fissarmi. «Lo ammetto, non sono stato particolarmente gentile. Ma i ragazzi… I vostri film singoli facevano davvero pena. Per non parlare di Batman V Superman, quello era veramente orribile.» «Cosa c’era di tanto tremendo in quel film?» mi apostrofa Batman, che cerca di darsi un contegno. «Bruce, abbi pazienza.» risponde Superman al posto mio. «Smettevamo di cercare di ucciderci perché le nostre madri hanno lo stesso nome. Pretendi anche che ci facciano l’applauso?» Batman grugnisce e desiste dal continuare a protestare. «In effetti non è stato un grande espediente, quello.» aggiunge Wonder Woman. «Vogliamo parlare del tuo film, Diana?» la schernisce Cyborg. «Oh sì, parliamone. Poi magari parliamo del tuo. Ah no, aspetta…» sbotta Wonder Woman. Cyborg abbassa lo sguardo e si zittisce. «Potete evitare di litigare tra di voi?» chiedo, in tono cordiale. «Sentite, è vero, i vostri film lasciavano a desiderare,

107


ma credo di essere stato uno dei pochi ad aver apprezzato Justice League.» «Lo sappiamo. È per questo che siamo venuti qui senza il permesso!» dice Flash. «Sei stato tra i pochi a non averci demoliti e preferisci intervistare questo pallone gonfiato? Ha già tutto il successo, non è giusto!» interviene bruscamente Aquaman. «Ve l’ho detto, non sono io a decidere! Ma se anche avessi potuto ammetto che non sareste stata la mia prima scelta. Il film mi ha divertito, ma non posso dire che sia tra i miei preferiti.» cerco di spiegare. «A me sembra una scusa bella e buona.» incalza Batman. «Esatto!Potresti dare un po’ di spazio anche a noi.dice Wonder Woman. «Certo, sempre che John Doe non ci punisca.» le fa eco Flash. «John Doe non è così severo come vuole far credere.» replica Batman. «Quando torniamo chiediamo scusa, ci darà uno schiaffetto sulle mani e niente di più.» La porta d’ingresso si apre bruscamente. Un’imponente figura si staglia nella penombra, avanzando lentamente verso di noi. «Oh no!» sussurra Tony, visibilmente spaventato. Non riesco a distinguere chi sia l’uomo che avanza lentamente verso di noi, ammantato nell’oscurità dell’anticamera che da sul salotto, ma mi viene la pelle d’oca per qualche motivo. Quando l’individuo entra nel cono di luce proiettato dal lampadario della stanza, ho un sussulto. Di fronte a noi, in tutta la sua spaventosa imponenza, c’è Thanos. La testa enorme e viola, completamente calva e solcata da pieghe, luccica alla luce artificiale. Indossa l’armatura senza maniche nera, splendente. Le

108


braccia sono gigantesche. Vedendolo al cinema si poteva notare che fosse grosso, ma dal vivo è davvero enorme. Sulla mano sinistra indossa il Guanto dell’Infinito, dall’aria pesante, con tutte le gemme colorate che emettono un bagliore abbacinante. «Tony. Che cosa facciamo?» squittisco. «Salve, Stark!» dice Thanos con voce profonda, ma quasi cordiale. «Salve a te! Qual buon vento ti porta qui?» replica Tony. «Vorrei poter dire di essere qui per te. Ma in realtà mi hanno mandato per risolvere un problema di parassiti.» gli risponde Thanos. Il suo volto si contrae in una smorfia di rabbia: sta fissando uno per uno i membri della Justice League. «Adesso capisco come mai loro hanno avuto più successo. Guardatelo, è molto più spaventoso di Steppenwolf.» » esclama Flash. «John Doe non è contento, lo sapete?» Percepisco un lampo rossastro e, prima che possa accorgermene, qualcosa colpisce Thanos dritto al volto. Superman ha gli occhi inondati di una luce sfolgorante: ha appena usato la sua vista calorifica sul titano. Thanos rimane impassibile per qualche secondo, poi sorride. Con un gesto della mano su cui indossa il guanto solleva l’Uomo d’Acciaio, che chiude gli occhi, rassegnato. «Credevate davvero di potervi nascondere da me?» domanda Thanos, divertito. «Potete provarci, potete rimandarlo ma, alla fine, il destino vi porta nello stesso posto…Da me!» dice il titano digrignando i denti. A questo punto schiocca il pollice e l’indice del guanto. Sempre a mezz’aria, Superman inizia lentamente a dissolversi, svanendo in un turbine di frammenti marroni che ricordano le foglie secche quando si sbriciolano. Aquaman cerca di scappare, ma mentre corre verso la porta sva-

109


nisce anche lui, senza nemmeno emettere un lamento. A poco a poco, tutti i membri della Justice League si disintegrano, incapaci di impedirlo. L’ultimo a disgregarsi è Cyborg, che prima di svanire tira un pugno all’imponente titano, fracassandosi una mano. Nonostante questo urla trionfante: «Sì! Ho colpito Thanos! Non sono inutile! Non sono inutileeeeeeee!» La sua voce diventa sempre più lontana, finché non si sbriciola come un cracker. Cala un silenzio improvviso. Tony e Thanos non dicono nulla, mentre io osservo gli ultimi frammenti della Justice League vagare per il mio salotto. «Cosa cazzo è appena successo?» chiedo, confuso. «Ogni tanto abbiamo dei piantagrane. Io mi occupo di gestire i supereroi. Dicono che faccia paura.» spiega Thanos. Come dare torto a chi lo dice, penso. È semplicemente spaventoso. Tony lo guarda con un certo odio negli occhi. «Stark, ancora con quella storia?» dice Thanos, tranquillamente. «Mettiamoci una pietra sopra.» «Me l’hanno già messa una pietra sopra.» replica Tony. «Voi me ne avete messe due, non sono già abbastanza?» «Non c’è bisogno di litigare adesso!» li imploro. «Potete discuterne più tardi? Devo finire l’intervista con Tony.» «Tony viene via con me. Il Signor John Doe ha detto che avrai bisogno di stare da solo. Accendi la tv, quando usciamo.» dice Thanos. Tony sbuffa e segue Thanos verso la porta. «Non abbiamo finito! Mancava poco!» esclamo. «Taglia quando chiedi cosa sia successo, il pubblico adora l’imprevisto. Tu il finale di Infinity War te lo aspettavi così, con me che schiocco le dita e vinco? Non penso, eppure se non sbaglio lo hai adorato.» «Non provocare, gigante viola, altrimenti ti prendo a calci nel culo da qui a dove dobbiamo andare.» lo punzecchia

110


Tony. «È stato un piacere, Victor, forse ci rivedremo.» In men che non si dica se ne sono andati. Spariti. Come ha suggerito Thanos, ho acceso la tv. Non capivo perché John Doe ci tenesse tanto, io di solito uso il televisore solo per guardare film e serie sulle piattaforme di streaming. Poi mi si è parata davanti una scena terrificante. Non appena ho acceso la tv è comparso il faccione di Barbara d’Urso, illuminata come al solito da una luce abbagliante. Avrei cambiato subito canale, se non fosse che, seduto davanti a lei, c’è qualcuno che mi sembra familiare. Guardo l’uomo corpulento che siede di fronte alla conduttrice ed è come guardare la copia di un celebre ritratto di un pittore, ma mal riprodotta. Il volto largo, troppo, la fisicità eccessivamente dirompente, una pappagorgia troppo pronunciata. Se non fosse per il cappello a tesa larga, il soprabito marrone chiaro con sotto la giacca elegante e la cravatta e gli occhiali grandi, quadrati, non avrei capito subito che si trattava di Federico Fellini, com’era negli ultimi anni della sua vita, canuto. Sconcertato, alzo il volume e subito sento l’uomo parlare con una voce troppo profonda, sgraziata. Non è decisamente la voce di Fellini. «Federico, hai visto? Ce l’abbiamo fatta ad averti con noi. Dovete sapere, amici da casa, che da un un paio di settimane sul web stanno spopolando i video di un ragazzo, Virtolaso, che intervista le leggende del Cinema mon-dia-le, pensate. Regia mi mandate la clip?» «È Victor Laszlo.» dico, sapendo che non può sentirmi. Sullo schermo ora scorrono alcune scene estrapolate dalle interviste. Vedo me che parlo con Jack Torrance, con Hitchcock, con Pasolini e altri personaggi e registi. No, non vi ho raccontato di ogni intervista, questa storia è già abbastanza assurda e popola-

111


ta così com’è. Sbuffo di rabbia. Come al solito non hanno chiesto il permesso di mandare in onda il mio materiale. “Il classico rispetto che il medium televisivo ha per chi lavora sul web”, penso. Non mi aspettavo niente di meno. Quando la clip finisce ricompaiono la d’Urso e la brutta copia di Fellini. «Che effetto ti fa vedere tutti quei colleghi messi in ridicolo su Internet?» «Ma vedi Barbara, alla fine lo sappiamo com’è internet, non bisogna mai prendere tutto troppo sul serio.» Mi sta facendo prendere per il culo da quel cosplayer malriuscito? Sul serio? Sto vibrando di collera. «Però Virtolaso è simpatico, ammettiamolo, salutiamolo che so che ci guarda sempre!» Ecco, questo non lo accetto. Ho stima per il trash, ma solo quando è tale: a basso costo e fatto con mezzi improvvisati. La d’Urso va ben oltre. Non guarderei un suo programma nemmeno sotto tortura. Ne ho già avuto abbastanza di quando vivevo con mia madre e mia sorella, che si sorbivano Pomeriggio 5 mentre lavoravo al computer, nella stessa stanza. «Oh certo, per non essere un professionista è molto bravo e affabile.» replica Fellini. Non sono nemmeno riusciti a dare l’impressione che sia lui quando parla. È un incubo. «Ma dicci Federico, come mai non sei stato incluso in questa mania del momento?» Mania del momento? Ho intervistato Travis Bickle, il VERO Travis Bickle. E lei la chiama “la mania del momento”?! «Forse sa che non mi presto a certi siparietti, non saprei dire.» Lo ha detto davvero mentre è in onda su Pomeriggio 5? Questo è più assurdo di quello che mi è successo nelle ultime settimane. Fellini non era così indisponente. Inoltre questo attore non ha nemmeno il suo sguardo penetrante. Gli occhi lucidi e

112


poco espressivi dell’attore sono il dettaglio che più stona in quel triste tentativo di replicare i personaggi che intervisto io. «Però sei venuto qui e ti ringraziamo, fate un bell’applauso a Fe-de-ri-co-Fel-li-ni in studio, facciamolo sentire a casa!» sbraita la conduttrice. «Per me è un vero piacere, Barbara” replica l’impostore. «Fa piacere a me avere un grande del Cinema come fa Virtorlaso. Io però sono un po’ più curiosona e vorrei farti qualche domanda sulla tua vita sentimentale. Lo sappiamo tutti che sei stato sposato per decenni con Giulietta Masina, il tuo grande amore. Ma hai anche avuto molte donne. Ce ne vuoi parlare?» Nessun film horror era mai riuscito a terrorizzarmi come quello che sto guardando in questo momento. Mi domando se sia un incubo, realtà o se sia uno scherzo architettato da John Doe. Vorrei tanto che lo fosse. Il colpo di grazia me lo da la visione del sottopancia che compare sullo schermo non appena la conduttrice pone quella raggelante domanda a Fellini o, per meglio dire, a quel disastroso attore che vorrebbe farsi passare per Fellini: Federico Fellini: il regista che amava amare. Reprimo un conato di vomito che mi sale per il nervoso. «Giulietta è stata il mio vero amore, uno di quegli amori che non puoi dimenticare. Ma ho amato, in modo diverso, ogni singola donna che abbia incontrato sulla mia strada.» «Tra cui Sandra Milo, i nostri amici da casa aspettavano solo che arrivassimo qui, Federico.» «Quella fu una relazione che mi diede molto, durò quasi diciott’anni. Eravamo entrambi sposati, sai.» Ed è lì che succede il fattaccio: la d’Urso trasfigura la sua faccia nella solita espressione contrita e sofferente, con gli occhi spalancati e la bocca piegata all’ingiù.

113


«E non hai mai pensato a quanto Giulietta possa aver sofferto? Oltre a Sandra Milo hai amato Anna Giovannini per oltre trent’anni, per non parlare di altre donne, come ad esempio Germaine Greer.» Lo pronuncia “Grer”, allungando la “e”, all’italiana. Rabbrividisco. «Vedi, mia moglie sapeva quanto l’amassi. È a lei che devo tutto. Non dico di non aver amato anche le altre ma, come ho accennato poco fa, si trattava di un diverso modo di amare. Mi ricordo…» Spengo il televisore. Questo è troppo. Passi il misterioso individuo che mi tiene sotto scacco da giorni, passi anche il fatto di venire molestato costantemente e minacciato di morte da persone che non dovrebbero esistere, ma venire sminuito in diretta nazionale in uno dei programmi televisivi che più detesto, non lo accetto. È sempre così. La continua e sfinente lotta tra TV generalista e web. Se qualcosa funziona su internet subito la TV prova a copiarlo, ma inaridendolo, senza mai rinunciare ai canoni che la contraddistinguono. Invitare un attore che interpreta Fellini e farlo parlare delle sue tresche amorose. Non una sola menzione a Otto e mezzo, a La Dolce Vita, a Satyricon. Nessun riferimento ad Amarcord. Sono livido di rabbia. Non mi sono mai sentito tanto disgustato in vita mia. E sono l’unico colpevole, non c’è dubbio. O forse sì. Scatto in piedi, afferro la videocamera, la inserisco nella plancia, sulla testa del cavalletto e la accendo. «Buongiorno a tutti, io sono sempre Victorlaszlo88 e oggi vi voglio parlare di qualcosa che mi ha veramente dato fastidio. È inutile che vi spieghi il rapporto non proprio disteso che c’è tra la TV e il web. Per motivi che non ho mai capito, il medium televisivo ha sempre cercato di sminuire tutti noi che lavoriamo sul web perché, checché alcuni ne dicano, questo è un lavoro. Io ci pago le bollette ogni mese con quello

114


che faccio, mi ci riempio la pancia e ci pago l’affitto. Francamente sono stufo di tutte quelle persone che considerano questo mestiere una buffonata. Non facciamo montagne di soldi senza fare nulla. Ci vuole impegno, costanza, bisogna sempre trovare qualcosa di interessante da portare sul canale o sui social, oppure bisogna saper intrattenere per ore in diretta nel caso degli streamer. Eppure ancora si cerca di screditare quella che, di fatto, è una professione. Io giro i video anche la sera tardi, rimango sveglio fino a notte fonda per scrivere articoli o per montare il girato. E non sono nemmeno tra quelli che hanno i format più complessi, che richiedono molto lavoro di scrittura, set-up, registrazione, editing ecc., fatto salvo quello delle interviste. A proposito, ho deciso di chiamarlo I Veri Fantasmi, ma di questo tornerò a parlare nei prossimi giorni. Oggi vi voglio raccontare di come la televisione si sia appropriata di qualcosa che ho creato, cercando di mettermi in ridicolo e facendo quello che molto spesso sa fare bene: vampirizzare le idee che provengono dal web, piegandole ai suoi standard, rovinandole.» E io, adesso, mi sono davvero rotto i coglioni.

115



CAPITOLO VI

CHI È JOHN DOE?

Il tempo passa e io sono stanco, sfibrato. Il successo mi ha travolto come una valanga e ormai il mio studio è letteralmente invasa di icone del mondo del Cinema. Avevo sempre sognato di potermi permettere uno spazio tutto mio, al di fuori del mio appartamento, ma non avevo abbastanza risorse. Ora tutto ciò non è più un problema. Guadagno più di quanto mi serva e quindi non solo ho affittato uno studio poco distante da casa, ma ho anche messo in piedi una vera e propria troupe. Due cameraman, un direttore di produzione che ho istruito a dovere e un addetto alle transazioni commerciali. I Veri Fantasmi è molto richiesto, ormai, tutti vogliono inserire la loro pubblicità durante il mio programma. Come potrei dargli torto, del resto? Il video con Hitchcock e Norman Bates ha superato i 20 milioni di views, quello con Iron Man e la Justice League è ormai arrivato a settantacinque milioni, dal momento che ho pensato di farlo sottotitolare in trenta lingue circa un mese fa, anche se lo avevo caricato parecchio tempo prima. Dai 190.000 iscritti che il mio canale aveva prima che iniziasse tutto questo, è schizzato a quasi 4.000.000. Sono come una rockstar, non mi lamento di quello. Ma ho troppe cose da fare e a cui pensare, inizio a credere che non tutti meritino il mio genio. Diciamocelo, John Doe mi ha dato le possibilità, ma tutto questo l’ho creato io. Forse è il momento di incontrarlo. Davanti a me, immerso in una poltroncina bianca in tessuto, con alle spalle una finta ve117


trata che da su una strada trafficata con macchine in movimento proiettate in loop, c’è il T-800 della saga di Terminator. Indossa la giacca e i pantaloni in pelle, gli occhiali da sole neri e ha l’espressione di una statua di bronzo, minacciosa, con la larga mascella quadrata, sempre contratta. I capelli, tenuti in piedi con il gel, lo fanno sembrare un body builder uscito dagli anni ‘80 ma, in effetti, è quello che era anche nei film. Da dietro le lenti polarizzate i suoi occhi mi scrutano: ha notato che sono distratto. «Ci sei, Victor?» mi chiede, con la voce atona e profonda di Alessandro Rossi che lo aveva doppiato in Terminator 2 - Il giorno del giudizio.» «Ti vedo assente. Qualcosa ti preoccupa?» «No. Va tutto alla grande. Stavamo parlando di Sarah Connor. Qual è il tuo rapporto con lei?» «Dipende dai punti di vista. La programmazione attuale dei miei circuiti prevede che io la protegga. La programmazione precedente prevedeva qualcosa di diverso.» «Sì, tipo farmi la pelle.» La Sarah Connor del secondo film entra in campo e si accomoda senza fare troppi complimenti nella poltroncina vuota, accanto al T-800. «Sarah Connor in persona, Signori!» esclamo. No, non sapevo che sarebbe successo. Vedete, io non amo le scalette e i copioni. Di solito accendevo la videocamera e attaccavo a girare. Ora è lo stesso, per questo tutti mi amano: perché sono vero, ad un livello superiore rispetto a chiunque altro, mi adatto a qualunque imprevisto e situazione. Lo capisco solo ora quanto stessi sprecando il mio potenziale. «Speravi di intervistare solo la testa di latta?» mi chiede Sarah Connor. «Non è latta. Se lo fosse, basterebbe un colpo di mazza

118


per mettermi fuori uso.» replica il T-800, non cogliendo l’ironia. «Lo so che sei duro da eliminare, ma niente che una pressa idraulica non possa sistemare.» Sarah Connor ha un aspetto rude, i lunghi capelli biondo cenere tirati in una coda sudicia, la canottiera bianca sudata e i pantaloni scuri che la fanno sembrare un meccanico di officina. Dalla cintura pendono un fucile da una parte e una pistola dall’altra. «Già che sei qui, c’è una cosa che vorrei chiederti. Quando ho intervistato Ripley, le avevo chiesto se le desse fastidio che per rappresentarla come forte avessero dovuto conciarla come un uomo. Tu, che sei una vera e propria icona cinematografica e un punto di riferimento come personaggio femminile diverso dal solito, come la vedi?» «Era una concezione diversa, Victor.» mi risponde, affondando nel sedile della poltrona e allargando le gambe, come a volersi mettere più comoda. «È vero quello che dici. C’era una mascolinizzazione mia e di altri personaggi simili a me, ma era un’ingenuità legata a quel periodo. Il pubblico non mi avrebbe considerata una vera badass se mi avesse vista indossare un abito femminile. Molto triste, lo ammetto, ma abbiamo fatto passi da gigante da allora. Guarda il primo film: ero ancora una sprovveduta, infatti mi avevano vestita come una cameriera di provincia. Semplicemente non si poteva ancora pensare del tutto a una donna forte che facesse il culo ai cyborg vestita come una donna.» «Io ti preferisco come sei vestita adesso, Sarah Connor.» dice il T-800. «Tu non fai testo, ma grazie del pensiero.» ribatte lei. «E cosa ne pensate dei film successivi? C’è chi dice che la saga di cui fate parte sia morta con il secondo film, nonostan-

119


te sia proseguita.» «Io continuo a pensare di non essere stato credibile come cyborg anziano. I miei circuiti non riuscivano a computare quell’informazione. Hanno cercato di dare una spiegazione, ma non ha convinto nemmeno me. Se provassi emozioni direi che mi vergogno per quello che mi hanno fatto fare in Terminator 3 - Le macchine ribelli e Terminator Genisys.» «A me non era dispiaciuto l’ultimo, lo ammetto.» dico, leggermente in imbarazzo. «Certo, al mondo esiste la coprofagia, ma non significa che la merda sia buona!” sbotta Sarah Connor. Questo è un problema, dovrò far tagliare al montatore quella frase. Sto sponsorizzando in questo video il cofanetto dell’intera saga, che uscirà a giorni, non posso permettere che si dicano cose del genere. «Io in realtà penso che siano tutti degli ottimi film, compreso il terzo. Ha un suo gusto retrò che trovo irresistibile.» Falso, detesto quel film. Ma nn posso dirlo. Mi sono reso conto che se vuoi un po’ di fama e inserzionisti devi ingoiare qualche rospo. Anche per questo ho rimontato il video con la Justice League, eliminano il momento in cui mi accanisco contro Batman V Superman, dal momento che ho in ballo un accordo con Warner per una cifra da capogiro. Se lo andate a riguardare ora vi rendete conto che non sembra nemmeno che la squadra di supereroi ce l’abbia con me, ho fatto in modo che sembrasse una chiacchierata tra vecchi amici e che rimanesse giusto la parte in cui entrano e in cui elogio il loro film. Sì, qualche utente si è lamentato e mi ha dato del venduto, ma cosa ne sanno loro? Tornassero alle loro tristi vite. Quel video è comunque arrivato ai sei milioni di visualizzazioni, per dire. «Ma ti sei bevuto il cervello?» Sarah Connor è a dir poco interdetta. «Me lo avevano detto che era un peccato che

120


John Doe mi avesse mandata da te solo adesso, ma non pensavo arrivassi a tanto!» «Cosa intendi dire?» chiedo confuso. «Credo che Sarah Connor si riferisca alle voci che dicono che tu sia diventato uno stronzo, da un paio di mesi a questa parte.» replica il T-800. «E chi lo dice?» chiedo, innervosito. «Tutti quelli che hai intervistato prima di diventare uno stronzo.» Sarah Connor non comparirà molto, in fase di montaggio, questo è sicuro. «Sono diventato più professionale, Sarah. Se non sei d’accordo, quella è la porta.» «Col cazzo. John Doe mi ha mandato qui e io qui rimango finché non abbiamo finito!» «Non fare la santarellina con me. Non ho ancora visto Terminator - Destino oscuro, ma già dai trailer non ci fai una gran figura, con l’età che ha Linda Hamilton.» «Quella non è colpa mia!» strilla, alzandosi in piedi, agitata. «Non decido io se continuare a comparire al cinema, io sono il personaggio, non l’attrice. E poi il film potrebbe anche essere buono!» «Ma sei l’ultima che può parlare, l’ennesima icona sfruttata fino alla fine. Quindi siediti o vattene.» «John Doe…» «John Doe se ne può andare a fanculo. Perché avete tutti così paura di lui? “John Doe mi ha detto”, “John Doe ha fatto”: siete dei burattini. Ridicoli burattini, ombre di un passato che sarebbe dovuto rimanere su celluloide o su una manciata di DVD e Blu-Ray. Non siete voi ad aver fatto un favore a me, ma il contrario. John Doe non ha più alcun potere su di me, ora comando io. E io non ti voglio qui. Vattene. Avete finito di met-

121


termi paura. Anzi, sai che facciamo? Me ne vado io!» Mi alzo e me ne vado, allontanando con uno spintone il cameraman che prova a fermarmi. «E lo sponsor?» mi grida. «Ci parlo io con lo sponsor, vai a farti fottere anche tu. Per oggi abbiamo finito.» Abbandono il set e non guardo nemmeno gli altri personaggi che stanno aspettando il loro turno per farsi intervistare. Scorgo solo con la coda dell’occhio un uomo alto almeno due metri, che mi segue. Indossa un lungo cappotto color verde smunto, sotto al quale porta un vecchio maglione marrone, stracciato ed infeltrito; pantaloni scuri e strappati e nella mano stringe un machete. Sulle mani indossa un paio di guanti gialli, da saldatore. «Aspetta, fermati!» mi dice, con voce cavernosa. Mi volto e la maschera da hockey consumata, con un triangolo rosso rovesciato sulla parte alta, in corrispondenza della fronte, che solo tre mesi fa mi avrebbe terrorizzato, ora non mi incute alcun timore. «Che vuoi, Jason?» chiedo scocciato. «Non puoi andartene! Devi intervistarmi. Se non lo fai il signor John Doe si arrabbia.» mi risponde Jason Voohrees. «Non mi hai sentito poco fa? Non mi importa di quello che dice o che farà John Doe.» «Ma dovrebbe. Non sai di cosa sia capace! Può ributtarti nel fango così come ti ci ha tirato fuori.» «Arrivato a questo punto? Non penso proprio.» «Allora dovrò pensarci io.» ribatte, alzando il machete per colpirmi. Il tempo in cui permettevo a questi pagliacci di provare a farmi del male è passato. Sferro un pugno proprio al centro del petto di Jason. Non posso vedere la sua espressione per via della maschera che indossa, ma sono sicuro che è sor-

122


preso. Si accascia al suolo, con il fiato spezzato. «Allora è vero quello che mi ha detto Iron Man: soffrite veramente le gerarchie.» poi mi abbasso, in modo da mettermi al suo livello. «Sono più in alto di te, stronzo. Quindi sono anche più forte. Se mi segui ti metto nel bagagliaio dell’auto e ti scarico nel lago.» Me ne vado. Ora ho voglia di tornare a casa. «Non ti riconosco più!» Ci risiamo. La Svet non mi da tregua da settimane. «Fino a poco tempo fa non avresti mai fatto una cosa del genere. Non sei mai a casa, parli solo degli sponsor, del lavoro… Che ti succede, Mattia?» «Succede che mi sono preso quello che meritavo. Mi hai sempre detto di credere di più in me stesso. Ora che lo sto facendo non va bene lo stesso.» «Credere di più in te stesso non significa comportarti come stai facendo. Non so quanto sia il caso di far arrabbiare John Doe, ad esempio.» «Ancora con questa storia? Perché portate tutti quel tizio in palmo di mano?» «Perché a quanto pare controlla creature di un mondo di fantasia e teletrasportava la videocamera a suo piacimento come un poltergeist?» La Svet alza un sopracciglio, come fa sempre quando vuole essere sarcastica. Non sono diventato uno stronzo. Ho solo capito che ero stufo di farmi calpestare da chiunque. Dopo il video su quello che aveva fatto la d’Urso le cose non hanno fatto che migliorare. Sul web sono diventato una specie di eroe che dice quello che pensa senza alcuna paura, mentre in TV sono stato attaccato un po’ dappertutto e adesso in ogni programma c’è sempre uno spazio dedicato all’intervista al personaggio di turno, ma naturalmente sono tutti attori poco credibili e nessun autore riesce a

123


replicare il mio modo geniale di pormi. Non ho rivali, questo mi sembra chiaro. Ma la vera domanda che tutti si chiedono è: “Chi è John Doe?”. Per settimane ero ossessionato anche io da quella domanda, poi non mi è più importato giacché più i personaggi venivano da me e meno sentivo John Doe. Il pubblico invece non chiede altro. Da quando anche i miei ospiti hanno iniziato a nominarlo, le milioni di persone che mi seguono vogliono saperne di più. Avevo anche pensato di chiedergli di mostrarsi in video, ma sapevo che non avrebbe accettato. Ormai per me John Doe è morto. «Va bene, magari non ti farà nulla. Ma non hai pensato che se lo allontani smetterà di mandarti i personaggi da intervistare?» «Sì, ci ho pensato. Molti di loro gli ubbidiscono ciecamente, ma altri muoiono dalla voglia di essere ricordati. Credo che verrebbero comunque. E poi non importa più.» Ci siamo, finalmente ho trovato il coraggio di parlargliene. «Non importa più? Ma come fai se non hai nessuno da intervistare?» «Una settimana fa mi hanno chiamato dalla RAI. Vorrebbero che I Veri Fantasmi diventasse un loro programma. Su Rai Uno. In prima serata.» «E hai accettato?» La Svet è allibita. «Ci ho pensato a lungo, non te l’ho detto perché non sapevo come avresti reagito. Ma sì, voglio provare.» Lo so cosa state pensando. Ma ci ho davvero pensato molto. Il fatto è che la TV non ha mai dato a nessuno che provenisse dal web la possibilità di mettersi davvero in gioco. Mi hanno assicurato che avrei carta bianca, mi fornirebbero addirittura loro dei bravi attori per interpretare i personaggi da intervistare. Non sarebbero come quelle banali imitazioni che hanno invaso tutti i canali

124


televisivi, mi assicurerei personalmente che siano sosia e performer credibili. In fondo sono tutti convinti che fossero attori anche quelli nei video che ho caricato finora. Cosa cambierebbe? «Vuoi provare? Dopo quello che ti hanno fatto?» «Beh, non è Canale 5. Dicono che tutti stanno cercando di imitare il prodotto, loro invece vogliono l’originale. Vogliono me.» La Svet si siede sul divano e alza gli occhi al cielo. Immaginavo che non avrebbe capito. «Senti, è vero che sei cambiato, ma lo so che sotto a quell’ammasso di ego innaturale in cui ti sei nascosto sei sempre tu. Vuoi provare? Prova. Ma stai attento, ti prego.» Ammetto che non mi aspettavo che accettasse la notizia così in fretta. Dopotutto non ha tutti i torti, ma sono convinto che il mio programma porterà della qualità in TV. Anzi, potrebbe essere la dimostrazione che i contenuti provenienti dal web hanno forza e appeal anche sul pubblico televisivo. Andrà bene. Ormai è una settimana che lo studio è deserto. Forse avevano tutti davvero troppa paura di John Doe. Contemporaneamente, ho caricato l’intervista a Sarah Connor e al T-800, montandola opportunamente. Il risultato è stato soddisfacente, anche se leggermente inferiore rispetto alle precedenti. Mentre sono davanti al computer, leggo qualche commento: “Ormai queste interviste sono troppo politicamente corrette, si vedono i tagli.” scrive GerardinoX. “Sempre bello, ma era meglio prima”. Questo invece è di Kikketta90. Sono in tanti a notare la differenza, ma io dico che il problema è loro. Le views parlano chiaro. Il pubblico vuole sempre di più, nemmeno gli spettatori sanno cosa vogliono, a volte. Non sono io a dovermi piegare alla loro volontà, ma il contrario. Sono io l’artista. Apro ancora una volta il messaggio

125


di posta elettronica da parte della redazione di I Veri Fantasmi, che partirà settimana prossima, su Rai Uno. In allegato ci sono le foto degli attori che dovrebbero interpretare alcuni personaggi. Vedo un Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone, fin troppo grasso e poco somigliante. Un Freddy Krueger passabile, ma dovrei sentire la sua voce. Un Batman che non sarebbe credibile nemmeno a una fiera del fumetto di terz’ordine. Non è incoraggiante. Rispondo che non vanno bene e che ho bisogno di persone che sappiano anche interpretare il personaggio, non solo assomigliargli. Inizio a pensare che forse avrei dovuto rifletterci di più, ma ero stufo di rimanere stretto nella morsa di John Doe. Ho provato a chiamarlo più volte al numero che mi è comparso sul telefono mesi fa, ma non mai avuto risposta. Così come era comparso, è sparito. Mi distoglie dai miei pensieri un improvviso e incessante bussare alla porta. É così forte che mi viene da pensare che qualcuno la stia prendendo a calci. Mi precipito sull’uscio e, quando apro la porta, mi ritrovo davanti all’imponente figura di Jason Voorhees. «Posso entrare?» mi chiede, con la voce roca ovattata dalla maschera. «Prego, vieni avanti.» gli dico. Lo faccio accomodare nello studio e ci sediamo al tavolo posizionato vicino al set che uso per le interviste. «Qual buon vento ti porta qui?» gli chiedo. «Vento di tempesta. Sono venuto senza autorizzazione, non ho molto tempo.” mi risponde preoccupato. «Sei venuto fin qui di nascosto?» Sono sorpreso, soprattutto perché è il primo personaggio che non si comporta come nei film. A dire il vero sono rimasto interdetto anche quando mi si è avvicinato settimana scorsa: nemmeno credevo potesse parlare, figuriamoci in maniera tanto articolata.

126


«Sì, dovevo avvertirti. John Doe non è cattivo, ma sa essere spietato quando le cose non vanno come vuole. Lui è sempre in grado di prevedere ogni cosa, vede tutto e sa tutto. Ma non aveva previsto te.» «È lui ad avermi cercato, a me sembra che mi avesse previsto eccome.» «No, non aveva previsto che tu potessi essere così… Ribelle. Lo hai spiazzato, non avrebbe mai pensato che ti saresti rifiutato di accettare la sua autorità.» «Credo abbia tagliato i ponti con il sottoscritto.» ribatto, cercando di sembrare sicuro di me. «Ha vietato a tutti di palesarsi a te, è vero, ma perché non aveva previsto qualcos’altro: te. Sarah Connor aveva chiesto a John Doe di poter avere un’intervista con te. Lui gliel’ha concessa, ma non era prevista. Hai un certo ascendente su tutti noi». Questo non lo avevo previsto io, invece. Ero convinto che tutti i personaggi che avevo intervistato fossero stati obbligati da John Doe, non che potessero esser stari loro a chiedere di venire da me. «Quindi ha solo finto di essere stata mandata da lui?» rimugino, ad alta voce, dicendolo più a me stesso che a Jason. «Sì, voleva portargli rispetto, come abbiamo sempre fatto tutti. Inoltre sa di avere un brutto carattere, ha cercato di fare leva sul tuo timore reverenziale nei confronti di John Doe. Ma nessuno avrebbe mai pensato che fossi cambiato così tanto, nel profondo.» Ora le parole della Svet mi rimbombano nella testa. Forse è vero che sono cambiato, ma quanto? Al momento ho in mente solo una cosa: posso tornare ad intervistarli tutti, ora che sono a conoscenza di quello che realmente pensano di me. «Avrei dovuto capirlo quando sono riuscito a stenderti

127


con un pugno.» dico. «Il tuo ascendente sommato al rispetto che abbiamo iniziato a nutrire nei tuoi confronti, ti rende più forte ai nostri occhi, oltre alla considerazione e al successo che stai avendo quaggiù.» «Jason…» gli chiedo, con una certa solennità. «A questo punto devo chiedertelo: chi è John Doe?» «Lo sai già chi è John Doe. Non posso darti io la risposta. Quello che posso dirti è che basta una tua parola e la maggior parte di noi ti seguirà. Devi solo garantire che ci manterrai in vita.» «Voi non siete vivi!» «Non come intendi tu la vita, ma forse noi siamo più vivi di te o chiunque altro abiti questo pianeta. Devi mostrarci al mondo! Fai in modo che le persone parlino di noi e ci ammirino. Rendi possibile questo e avrai battuto John Doe una volta per tutte: non può nulla contro tutti noi, uniti.» «Ci sto! Ora ho un programma in televisione, vedrete quanto sarà meglio.» «Non ci interessa dove lo farai, devi solo tenerci in vita.» «Avete la mia parola. Tra un mese, mercoledì 25 ottobre, di fronte agli studi RAI. Bastano tre di voi, per quella giornata.» Jason annuisce e si congeda, uscendo dal mio studio. Non potrebbe andarmi meglio. Non so chi sia John Doe e non ho idea di cosa parlasse Jason, ma ormai non ha più importanza: John Doe ha perso il suo ascendente sui personaggi e io potrò continuare quello che ho cominciato, nel modo in cui voglio. Ormai è sera ed esco dallo studio. L’aria è fredda e pungente, ma io sento un calore al centro del petto, rassicurante. È una meravigliosa sensazione di vittoria che mi scalda il cuore,

128


non avrei potuto chiedere di meglio. Mi passa accanto un barbone, poi si ferma, torna indietro e mi chiede se abbia una moneta. «Non ho soldi, vattene!» rispondo, secco. L’uomo, un vecchio cencioso con il volto solcato da rughe profonde, una lunga barba incrostata di sudiciume, si stringe nel lungo cappotto verde, lercio di fango e chissà cos’altro. Mi punta addosso due occhi sorprendentemente azzurri che mi sono familiari. «Un tempo me l’avresti data, la moneta. Tieni pure per te i due euro e trentacinque centesimi che hai nel portafogli. Ricorda, nemmeno tutti i soldi del mondo potranno salvarti l’anima.» Pronuncia queste parole scandendole per bene, poi svolta l’angolo. Rincorro il barbone, ma di lui non c’è più alcuna traccia. “La mia anima sta benissimo” penso, tra me e me. Ma, mentre tiro su il colletto della giacca per ripararmi dal freddo, mi accorgo che il calore al centro del petto è svanito.

129



CAPITOLO VII

I VERI FANTASMI

Il 25 ottobre è arrivato. Oggi ci sarà il primo giorno di registrazione del mio programma televisivo. «Sei nervoso?» mi chiede la Svet mentre sto per uscire di casa. Sono molto nervoso. Nell’ultimo mese non ho fatto altro che prepararmi per questo giorno: la prima registrazione del mio programma televisivo. Ho dovuto insistere per mantenere il titolo I Veri Fantasmi, ma alla fine la produzione ha accettato. Nessuno può dire di “no” a Victorlaszlo88. «Sto alla grande!» le dico. «Ma perché devi dirmi cazzate?» ribatte, contrariata. «Non ti dico cazzate.» replico. «Perché ce l’hai con me anche oggi? Sto per registrare il primo programma televisivo nel suo genere, dovresti essere contenta!» «Non provare a farmi passare per stronza. Sono mesi che sopporto questo tuo modo di fare! Non sei più tu. Lo sai di aver cambiato anche il tuo modo di pensare. Sei diventato ossessionato dalle visualizzazioni, dai soldi e dai numeri in generale. Se ne stanno accorgendo tutti, non solo io. Anche i fan iniziano a massacrarti, guarda in faccia la realtà.» Voglio spezzare una lancia in favore della Svet. Non ha iniziato a dirmi queste cose dal nulla, avevamo già discusso poco prima, ma poi ci eravamo calmati. Il fatto è che non riesco a farle capire quanto sia importante per me quello che sta per succedere. John Doe è sparito e Jason mi ha detto che nessuno lo ha più visto 131


da quando tutti loro hanno dimostrato di stare dalla mia parte. Se ne è semplicemente andato. È vero, quando ho annunciato che avrei avuto un programma tutto mio sulla RAI in molti si sono risentiti, dandomi del venduto e dell’incoerente. Ma lo vedranno con i loro occhi cosa sto per fare. Finalmente in TV vedranno un contenuto di qualità enorme, tra i migliori che si possano trovare su qualunque canale. E questo perché io non sono come gli altri, sono capace di trovare compromessi senza che il programma perda di valore. Gliela faccio vedere io. «La realtà…» dico, con un tono più acido di quello che avrei voluto «è che il video in cui parlo del programma in TV è già a arrivato a due milioni di visualizzazioni. E i “mi piace” sono comunque di più rispetto ai “non mi piace”.» «Lo vedi? Numeri. Sempre numeri. “Oggi ho guadagnato duemila euro”, “Ho fatto un milione di visualizzazioni”, ho “cinquantamila mi piace a quel video”. Sempre i numeri. Tutta questa storia ti sta consumando. Ormai sei sempre in quel cazzo di studio, ci vediamo quando andiamo a dormire e sei troppo stanco anche solo per parlare.» «Ma sono felice, è quello che ho sempre voluto.» «Lo è davvero?» mi chiede lei, con gli occhi pieni di lacrime. Inspiro profondamente. Devo calmarmi, oggi sono più nervoso del solito. In effetti negli ultimi tre mesi sono stato molto meno tranquillo, ma solo perché il lavoro è aumentato. Ho anche deciso di licenziarmi dall’agenzia, non avevo più tempo per dedicarmici. «Scusa, hai ragione. Sai che facciamo? Stasera ti porto a cena fuori e ne parliamo con calma.» «Davvero? Lo trovi il tempo?» «Per te lo troverò sempre, lo sai.» Le do un bacio per tranquillizzarla, dopodiché la saluto ed esco di casa. Da mesi

132


la porta non presenta più i segni dei colpi di ascia di Jack Torrence. L’ho cambiata e ho colto l’occasione per comprarne una molto più robusta, non si sa mai. Alle nove in punto sono negli studi della RAI. Quando arrivo mi accoglie un ragazzo basso e tarchiato, che dice di chiamarsi Paolo. «Sei in perfetto orario! È un ottimo modo di cominciare. Non sai con quanti artisti collaboriamo che si presentano in ritardo il primo giorno di registrazione. Sono già arrivati gli attori che avevi richiesto e avevi ragione: sono incredibili, sembrano quasi veri.» “Senza il quasi”, penso. Ma ovviamente non posso digli la verità. Paolo mi accompagna nel corridoio dei camerini: ad ogni lato di ciascuna parete ci sono delle porte rosa. Davanti a una di queste vedo Anita Ekberg, in bianco e nero, vestita come ne La Dolce Vita, e mi viene subito in mente quando vidi l’impostore di Fellini dalla d’Urso. Avrò il mio riscatto, ne sono certo. Non appena mi vede mi viene subito incontro, sorridendo. «Finalmente ci conosciamo, Victor!» mi dice con accento americano, abbracciandomi. «Sono così contenta di averti dato fiducia! John Doe iniziava a diventare iperprotettivo nei nostri confronti, ci stava soffocando. Ma tu invece, tu ci stai dando una grande opportunità!» «È un vero piacere, Anita. Non so come fosse quando era John Doe ad occuparsi di voi, ma le assicuro che con me starete alla grande. Sei pronta?» «Sì, anche se a dire il vero non mi aspettavo che mi dessero un copione.» «Un copione? Avevo espressamente chiesto di non avere un copione, di che cosa sta parlando? Non abbiamo un copione!» dico, perplesso.

133


«Me lo hanno dato prima che arrivassi. A dire il vero lo trovo un po’... strano. Qui dice che a un certo punto fai una battuta sul mio… Seno, ecco.» «Allora Anita» leggo ad alta voce. «Tu sei famosa per i tuoi bellissimi occhi. E adesso che li vedo dal vivo ammetto che sono davvero enormi (Victor fissa il seno alla Ekberg – spazio per le risate del pubblico.)» Sgrano gli occhi. «Devo davvero dire una cosa del genere?» «Non sono arrabbiata, te l’assicuro. È solo che, ecco, mi avevano detto che fossi un po’ più brillante di così.» «No, non l’ho scritto io. Non mi permetterei mai!» «Dov’è? Dove minchia si è cacciato?» urla qualcuno, con un forte accento siciliano. La riconosco quella voce. Da uno dei camerini esce un infuriato Don Vito Corleone. «Ah, eccolo lì, il nostro salvatore. Quello che doveva liberarci dal tiranno! Come ti sei permesso di scrivere tutte queste fesserie?» Anche lui mi sbatte contro il naso un copione. Lo afferro e lo leggo. È pieno di riferimenti al suo essere un criminale, opportunamente velati, perché dopotutto è la TV generalista e, addirittura, ad un certo punto gli dovrei chiedere se si senta in vena di cantare. Lui dovrebbe rispondere di sì e io dovrei dire di aspettare, che chiamo il magistrato. «Ho la faccia di una spia, io?» ringhia, a un centimetro dalla mia faccia. È enorme, vestito elegante, con un fiore rosso che spunta dal taschino, le guance gonfie, la voce arrochita dalla malattia. Avevo in mente di parlare di argomenti scomodi, ma non con quell’ironia facile e superficiale. «Certo che no!» rispondo. «Ma non l’ho scritto io, glielo posso assicurare!» In quel momento sopraggiunge una donna minuta, con i capelli rossi e vaporosi, sulla cinquantina. Indossa un tailleur azzurro.

134


«C’è qualche problema?» chiede, sospettosa. Don Vito si ritrae, borbottando qualcosa in siciliano. «Piacere, sono Mattia.» le dico. «Piacere, Letizia. Stavo cercando proprio te.» mi risponde. «Va tutto bene?» «Un problema c’è: questo!» Le porgo il copione. La donna lo guarda e mi sorride. «Volevo proprio parlarti di questo. La rete ha pensato che l’idea di improvvisare tutto non avrebbe funzionato. Abbiamo messo subito al lavoro due autori ed ecco qua.» Me lo dice quasi cinguettando. «Non è il mio stile. Ero stato chiaro riguardo all’idea di avere un copione. Nel contratto c’è scritto che potete al massimo impormi una scaletta.» «Ma con un copione non puoi sbagliarti.» ribatte, meno cordiale di poco prima. «Abbiamo dei tempi da rispettare, non puoi andare a braccio rischiando di incasinare il palinsesto. Questa è la televisione, non YouTube.» «Ma che schifezza è questa?» mi chiede una voce alle mie spalle. Mi volto e mi trovo faccia a faccia con un uomo di bassa statura, con una bombetta in testa e un vestito elegante piuttosto largo, che gli da un aspetto buffo. A colpirmi è la faccia: allungata, con il mento pronunciato e occhi sporgenti. Il fiato mi si strozza in gola: è il grande Totò. «Signor De Curtis! È un onore per me poterla incontrare!» esclamo. «Ma che fai? Quello è un attore!» mi rimprovera Letizia. «Perché gli stai parlando come se fosse il vero Totò? Sei sicuro di stare bene?» «Signora, mi faccia il piacere. Qui qualcosa non quadra!» esclama il principe della comicità.

135


«Cosa sono tutte queste battute sui napoletani? Che scherzo è questo?» «La rete sta cercando di sdoganare un certo tipo di comicità politicamente scorretta.» spiega Letizia. «Qualcosa di nuovo, fresco. Ma a voi che importa? Siete solo degli impersonator.» «Come mi ha chiamato questa?» sbotta Totò, decisamente in collera. «Attori, siete attori! Perché questo qui si comporta come se fosse il vero Totò? E l’ho visto, Corleone, che ti minacciava poco fa.» Prendo da parte Letizia e provo a parlarle. «Senta Letizia, io devo parlare con il delegato della rete. È importante.» «Lo stai già facendo.» mi risponde lei, con il gelo negli occhi castani, vicini e infossati. «Oh! Allora senta, non erano questi patti. Ho firmato un contratto che prevedeva qualcosa di diverso.» «Il tuo contratto è in camerino. Leggilo pure. C’è scritto che la rete può riservarsi di apportare modifiche, imponendo una scaletta o delle linee guida. In alcuni casi, però, possiamo imporre una struttura più rigida al tuo programma, se strettamente necessario. E lo è, credimi. Abbiamo appurato che le cose, per funzionare, devono essere preparate. I nostri avvocati hanno in mano un ‘analisi dettagliata delle stime sulle perdite in cui incorreremmo se ti dessimo carta bianca.» «Ma di che perdite state parlando?» «Gli sponsor non intendono sborsare per un programma televisivo improvvisato.» «Ma non è in diretta, c’è sempre il montaggio!» La disperazione mi si può leggere negli occhi. «Sì, ma non vogliono rischiare. Per cui attenetevi al co-

136


pione e di’ agli attori che devono fare come dici tu, ovvero come ordiniamo noi. Se non ti sta bene puoi sempre tirarti indietro, ma ricordati della penale prevista dal contratto.» Trecentomila euro. Ma cosa mi è saltato in mente? Non avrei mai pensato che potesse succedere una cosa del genere. A me poi! È un incubo. «È proprio necessario usare questo copione? Avevo scritto delle linee guida precise in caso servissero, usiamo quelle.» propongo in extremis a Letizia che alza gli occhi al cielo, sbuffando. «Il materiale deve essere approvato e ci vogliono giorni. Questi copioni invece hanno già ottenuto il via libera. Giriamo quello che c’è scritto qui.» È vero, sto facendo un mucchio di soldi, ma non abbastanza da potermi permettere di pagare una penale da trecentomila euro. Ho le mani legate. E anche lo stomaco, a giudicare dal nodo che sento sul ventre. Credo che potrei vomitare. «Capisco.» dico, non sapendo cos’altro fare. «Vi aspettiamo in studio tra dieci minuti. Vai a prepararti.» Letizia se ne va. Io cerco di rassicurare i miei ospiti, dicendo che poi in fase di montaggio verrà tutto tagliato come si deve, che ci sono delle esigenze da rispettare in fase di ripresa. I tre si allontanano tornando nei loro camerini, ma non sono convinti. Si mette male. Siamo sul set. Don Vito Corleone è seduto sulla poltroncina posizionata accanto al bancone dove siedo io. Hanno allestito uno studio splendido, sembra quello del David Letterman Show. L’anziano padrino mi guarda in cagnesco. Con lo sguardo lo supplico di lasciarsi alle spalle le esigenze della produzione, ma non sembra affatto intenzionato a farlo. «Glielo ripeto Don Vito: le va di cantare?» «No. Io non canto. Mai.»

137


«STOP!» urla il regista. «Qual è il problema qui? Questa intervista è una porcheria! Hai scelto degli attori terribili!» È un ometto basso e tozzo, che indossa una polo gialla e un paio di pantaloni bianchi. Credo si chiami Paolo. «Marlon Brando era l’attore. Io Sono Don Vito Corleone. E queste porcherie non le leggo.» esclama Don Vito. «E invece tu dici quello che c’è scritto sul copione!» strilla il regista, diventando paonazzo. «Lei va cavallo?» si limita a dire Don Vito, con gli occhi socchiusi. «No, porto mia figlia al maneggio ogni fine settimana. Ma cosa c’entra ora?» chiede Paolo, che non capisce dove voglia andare a parare. «E il cavallo, come si chiama? Stia attento a quando rimbocca le lenzuola di sua figlia, stasera.» «Mi sta minacciando? Voglio questo stronzo fuori di qui, subito!» SCIAF! Il regista è scioccato. Incredulo, si palpa la guancia dove Don Vito l’ha schiaffeggiato. «Non osare parlarmi in questo modo. Porta rispetto, o ti insegno io come farlo.» Letizia, fuori campo, mi fa segno di andare da lei.La raggiungo, mentre il regista sta ancora discutendo con un inviperito Don Vito. «Si può sapere perché hai scelto questi squilibrati?» mi chiede, sibilando. «La Ekberg è corsa in bagno a piangere quando hai fatto la battuta su lei e Fellini che erano amanti e Totò ti ha sputato in faccia quando siete arrivati al punto sull’eruzione del Vesuvio. Che problemi hanno? Vi siete sempre lamentati che la TV era troppo politicamente corretta e quando cambiamo

138


rotta ve la prendete?» «Queste battute non sono politicamente scorrette: sono solo offensive. Sono persone sensibili.» ribatto, con disprezzo. «Ma cosa vuoi saperne tu? Ti abbiamo voluto qui solo perché il tuo show sul web ha totalizzato numeri spaventosi. Ti abbiamo fatto un favore, è così che si scrive un programma!» Ora basta. «No Letizia, non è così che si scrive. E forse lo capiresti, se provassi solo per un momento a sfilarti quella scopa che ti ritrovi piantata nel culo e guardassi come si fa un vero show.» Torno sul set da Don Vito, mentre Letizia se ne va infuriata. «Tu» intimo al regista. «Riprendi e non fiatare.» «Che cosa ha provato quando Coppola ha pensato di raccontare la sua giovinezza, Don Vito?» «È stata una sensazione strana, sai? Nel primo film ero solo il vecchio Don Vito Corleone, senza alcun ricordo di ciò che poteva esser accaduto prima della vecchiaia. Poi, tutto ad un tratto, ecco che nel secondo film viene raccontata la mia gioventù. È stato come rinascere, ho pianto di gioia.» «Posso immaginare. Preferisce De Niro o Brando?» «Sono stati entrambi fantastici. Brando ha espresso tutta la mia saggezza, sa, quella spietatezza elegante che mi ha sempre contraddistinto. De Niro invece ha dipinto il mio furore giovanile. Quella determinazione più ingenua che mi ha fatto sentire vivo. Un’esperienza incredibile, credimi.» «Una spietatezza di cui sembra andare non poco fiero.» «Io sono un leone, una tigre, un predatore naturale. Non ho colpe se sono nato così. Sono le prede, che dovrebbero farsi più furbe.»

Sento un calore provenire dal petto. Una sensazione di

139


felicità mista ad eccitazione. Non so bene come mai, ma mi sento anche io rinato, emozionato. In questo momento credo di essere come qualche mese fa, quando volevo solo risolvere la situazione, il Muro bianco, e non soccombere. Non sento più i numeri rimbalzare nella mia mente, gli sponsor che mi chiamano con le loro pretese o i grafici di crescita del canale. Sento solo questo calore sereno scorrere nelle mie vene. «È laggiù!» dice Letizia, poco lontano. Con lei c’è un uomo anziano, dallo sguardo severo, con la testa calva coperta di macchie senili. «Fermate tutto! Per oggi va bene così» dice l’uomo. «Che sta succedendo?» chiedo, infastidito. «Succede che non stai rispettando gli accordi, ragazzino.» ribatte l’uomo. «E ora te ne vai a casa, a riflettere.» «Scusi, chi è lei?» «Sono Oscar Ponzi, il direttore di rete. Mi dicono che tu e questi fenomeni da baraccone siete fuori controllo.» «Fenomeni da baraccone? Non si permetta! Non siamo fuori controllo, siamo stati truffati. Da voi!» dico, fuori di me. «Noi non abbiamo truffato nessuno. È tutto come da accordi. Se non li sai rispettare, allora dovremo insegnartelo. Fuori di qui, adesso. Mercoledì prossimo ti voglio lucido, non tolleriamo mancanze di rispetto. E gli attori, d’ora in poi, li scegliamo noi.» Oscar Ponzi fa segno a Letizia di accompagnare me e i miei ospiti all’uscita. Totò e Anita Ekberg mi guardano in silenzio, dal fondo della sala, mentre Don Vito scuote la testa, amareggiato. Siamo alla fermata dell’autobus, deserta. Mi sento stanco, spossato e vorrei solo dormire per ore. Anche il cielo serale sembra aver visto ciò che è successo oggi, coprendosi di nuvole che

140


nascondono la pallida luna. «Scusatemi.» dico, con lo sguardo a terra. «E adesso cosa facciamo? Chi si occuperà di noi?» chiede Totò. «Infame. Ci hai condannati tutti. Avevi giurato di mantenerci in vita e ora spariremo.» dice Don Vito. «Che significa? Come potete sparire? Siete delle leggende!» esclamo, disperato. «L’hai combinata grossa.» mi dice una voce profonda. Dal nulla è comparso Thanos, seduto sulla panca inchiodata alla banchina. «Tu che ci fai qui?» gli chiedo, stupito di vederlo. «Mi avevi promesso che li avresti mantenuti in vita. Invece guarda che cos’hai fatto.» «Io? Non ti ho promesso niente.» «Oh, lo hai fatto. Se è per questo mi hai anche tirato un bel cazzotto. Hai un destro niente male.» «Eri tu?» sbotto, confuso. «Ma perché ti sei travestito da Jason?» «È l’unico grosso quanto me. Vedi, Victor, ero convinto che John Doe ci stesse tenendo troppo al guinzaglio. Era talmente ossessionato all’idea che venissimo dimenticati, da decidere lui tutto, nel luogo in cui viviamo. Dava lui le idee alle case di produzione per le nuove edizioni dei cofanetti dei nostri film, metteva la pulce all’orecchio delle dirigenze per le release di nuove versioni restaurate. È lui ad aver iniziato la tendenza dei reboot al Cinema. Tutto per il nostro bene.» «Nessuno vi ha dimenticati. È ridicolo.» mi viene da piangere. «No, non lo è. Le nuove generazioni sono sempre più disinteressate ai grandi classici. Forse non spariremo del tutto,

141


ma sbiadiremo col passare dei decenni e allora saremo morti. O forse peggio, potrebbe accadere nel giro di qualche anno.» «Invece tu, mascalzone, ci stavi facendo apprezzare anche tra i più giovani.» continua Totò. «Li potevi salvare, ma sei stato egoista. Stupido. Sprovveduto.» «Ha fatto del suo meglio. Non c’è bisogno di trattarlo così.» dice Anita Ekberg. «Nemmeno se ti ha appena condannata a morte?» la apostrofa Don Vito. «Beh…» La Ekberg non sa cosa dire. «Pensavo che sfuggire al controllo di John Doe per qualche ora mi avrebbe dato il tempo di organizzare una rivolta pacifica. Mi è bastato contattarti sotto mentite spoglie e tu hai accettato immediatamente. Del resto a casa tua ho capito subito che potevi essere la nostra unica speranza, ma mi ero sbagliato.» dice Thanos, mestamente. «Avresti potuto venire da me senza travestimenti; avremmo potuto parlarne.» gli faccio notare. «John Doe controlla i miei spostamenti, sono un pezzo grosso lassù, lo sai. Ma Jason con l’armatura e l’elmo, non ha dato troppo nell’occhio. John Doe mi ha visto pattugliare come al solito, prima che venissi qua, e non si è fatto troppe domande. Avrei mandato Jason direttamente, ma lui non parla.» «E io che credevo che John Doe fosse onnisciente.» «Non era più lo stesso da un po’. Era meno vigile, più malinconico del solito. Gli è sfuggito, al fetuso.» replica Don Vito. «Ormai non ha più importanza. Dovremo gestirci da soli. Sperando di farcela a lungo. Buona vita, Victor.». Thanos schiocca le dita e tutti e quattro si dissolvono, per tornare da dove sono venuti. Rimango sulla banchina da solo finché non

142


scende la notte. Il telefono squilla. «Pronto?» «Che scusa vuoi usare questa volta?» mi chiede la Svet. «La cena! Cazzo, me ne sono completamente dimenticato!» «Io non posso più andare avanti così. Non puoi…» La interrompono i miei singhiozzi disperati. Doveva succedere, a un certo punto. Crollo emotivamente come non avevo mai fatto prima nella mia vita. «Scusa!» dico, tra le lacrime. «Ho fatto un casino. Ho mandato tutto a puttane!» «Ma dove sei? Che è successo?» «Adesso arrivo a casa e ti spiego.» «È assurdo! La produzione come ha potuto fare una cosa del genere?» dice la Svet. «Non lo so, sono stato stupido io.» «Non hai brillato per intelligenza ultimamente, te lo concedo. Ma loro si sono approfittati di te. Cosa faranno ora tutti quei poveri personaggi?» «Credo che con il passare del tempo verranno dimenticati.» Mi si stringe il cuore al pensiero. «Ma non tutti. In tanti hanno guardato le tue interviste, quelli li hai salvati, almeno per un po’.» «Sono sempre troppo pochi. Avrei potuto salvarne altri, ma non l’ho fatto. Sono un mostro.» «Ehi!» mi dice lei, prendendomi la testa tra le mani e appoggiando la fronte contro la mia. «Ti sei lasciato prendere la mano, d’accordo. Ma non sei una cattiva persona. Sai cosa amo di te?» Melo chiedo da anni. Cosa può aver trovato di interessante in un gigantesco idiota come me una ragazza così

143


interessante, intelligente e bella? «No, cosa?» le chiedo. «Non importa quanto faccia male o quanto sia difficile uscirne, se c’è una brutta situazione tu ne esci sempre. Perché sei una brava persona. Te lo sei solo dimenticato per un po’.» Non so se abbia ragione, ma le sue parole mi fanno stare meglio e sento che devo provare a fare qualcosa. «Il programma va in onda lunedì. Sarà un massacro.» esclamo. «Sei preparato, no? Lo guardiamo insieme, così non lo vedi da solo.» Dovrebbero farle una statua per quanto è paziente con me. «Hai ragione. Magari poi non è così terribile.» dico. Mi sbagliavo. È oltre il concetto di “terribile”. Hanno tenuto le scene venute meglio, ma l’intervista a Don Vito è semplicemente disgustosa. Battute squallide, siparietti vergognosi e qualcosa che non mi aspettavo. Un attore vestito come il Charlot di Charlie Chaplin che balla, totalmente decontestualizzato, montato in alternanza ad alcuni miei fuori onda. Quella con Totò è ancora peggio: appaio come un intollerante che sfotte i meridionali. È la fine. Ma il colpo di grazia me lo da la parte con la Ekberg. Dieci minuti di intervista in cui hanno montato le mie battute in modo da farmi sembrare un porco sessista. Hanno addirittura tenuto il fuori onda di lei che scappa via piangendo, montando in sottofondo una musica da commedia slapstick degli anni ‘20. Non so davvero cosa dire. «Ma sono impazziti?» dice la Svet, allibita. «Quello che è impazzito sono io.» le rispondo, amareggiato. «Avrei dovuto saperlo.» Alla fine del programma va in onda Porta a Porta, dove tra gli ospiti c’è Gian Maria Volonté.

144


Sto per cambiare canale, ma mi rendo conto che l’attore è veramente somigliante. Anzi, sembra proprio lui, identico a com’era in La classe operaia va in paradiso con la tuta da operaio, i capelli schiacciati sulla testa, brillantinati. La Svet ed io rimaniamo a guardare, la visione è atroce. «Quindi, signor Volonté, lei è passato alla storia anche per una serie di film, oserei dire, sovversivi.» «Ma no, ma cosa, non erano sovversivi!» «Allora diciamo bolscevichi.» «Bolscevichi mi sembra un termine forte.» «Erano di sinistra o no?» «Ma sì, ma sì. Però addirittura bolscevichi… Erano film che risvegliavano le coscienze.» «È per questo che si presenta qui, vestito come un operaio degli anni Settanta, quindi?» «Ma avete insistito voi, cosa volete da me?» «Ma mi dica, signor Volonté, lei quindi si definirebbe comunista?» «Ho le mie idee, che non sono di destra di sicuro. Ma cosa volete saperne voi, avete mai lavorato in una fabbrica? Sapete com’è? Chiedetelo al Militina, vediamo cosa vi risponde.» «Ecco, quindi lei, da comunista…” il programma va avanti ma è come se non lo percepissi più. Fellini intervistato dalla d’Urso che gli chiede solo delle sue scappatelle, la Ekberg praticamente molestata da battute mostruose e da un montaggio assassino, Volonté bistrattato per le sue idee politiche. Grazie a dio esiste Alberto Angela, altrimenti l’intero mondo televisivo sarebbe un vero incubo. Lo so che la TV non è tutta così, ma al momento non posso che provare nei suoi confronti un odio profondo. «Che tristezza!» dice la Svet.

145


«Sai cosa mi fa incazzare?» dico. «Che abbiano preso pure un attore identico a Volonté. Aveva anche la stessa cadenza strascicata che aveva in quel film». È strano, finora avevano scritturato attori che somigliavano poco o niente ai personaggi che andavano ad interpretare. Improvvisamente ho il gelo nelle vene. Mi viene un sospetto terribile. Cambio canale e capito su Temptation Island. Una coppia si sta confrontando davanti ad un falò. Sono entrambi in bianco e nero, ma devo dire che sono truccati alla perfezione. Lei è chiaramente Ilsa Blund e lui è Victor Laszlo, entrambi dal film Casablanca. «Ma quello che non comprendo, mia cara Ilsa, è cosa ci trovi in quel Rick Blaine. Perché facevi la svenevole con lui mentre ballavate la macarena?» «È un uomo meraviglioso Victor, non puoi capire. Tu non hai mai voluto capire!» Spengo la TV. Non ho nemmeno la forza di parlare. «Quelli erano proprio uguali agli originali.» La Svet non sa quanto ha ragione. «È perché sono gli originali.» dico, faticando a credere alle mie stesse parole. «Ma ne sei sicuro?» «Li riconoscerei tra mille. I dettagli sono troppo perfetti, negli altri programmi erano tutti attori e si notava subito.» Il telefono squilla. Rispondo a colpo sicuro. «Mi dica solo dove.» dico. «Bene, signor Mattia. Tra dieci minuti al parco dietro casa sua. Mi troverà seduto sulla panchina di fronte al laghetto dei cigni.» «Va bene!». Riattacco. La Svet mi guarda con fare interrogativo. «Io esco. Devo incontrare John Doe.» le dico. Prendo il cappotto, apro la porta e mi dirigo verso il parco.

146


CAPITOLO VIII

JOHN DOE

Lo vedo. Una figura nell’ombra, seduta sulla panchina. Mi faccio avanti e mi siedo anche io. Restiamo in silenzio per interi minuti, io non mi degno nemmeno di guardarlo in faccia. «È tranquillo qui.» dice, con la sua voce profonda, rassicurante ma anche inquietante al tempo stesso. «Sì, molto.» «Ci vengo spesso, sai? Mi siedo su tutte le panchine di tutti i parchi che esistono al mondo. Mi piacciono, i parchi. La gente viene qui per pensare. Sapesse quante idee si possono respirare in un parco, se si sanno cogliere.» «Erano loro, vero?» chiedo. «Lo sa già, signor Mattia. Allora perché chiedermelo? Spera forse che le dica “No, non erano loro”?» «Sì, vorrei sentirglielo dire. Ma non lo può fare, dico bene?» «No, non posso.» Finalmente mi decido a guardarlo. È come se l’ombra si fosse sciolta su di lui, ricoprendolo di pece. Vedo solo un lungo cappotto color verde. Ne ho visto uno molto simile di recente, addosso a quel barbone. Ma quello era sudicio, questo invece è pulito, da quel che posso scorgere. «Ha visto quello che voleva vedere. Ora sta vedendo qualcos’altro, signor Mattia.» mi dice. «Invece vedo solo oscurità.» ribatto. «Interessante. Sta osservando quello che teme di più. 147


Come si trova nell’oscurità, signor Mattia?» «Non molto bene.» «Non le do torto. Ci ho navigato a lungo, nell’oscurità. Poi ho trovato un barlume di speranza. Lo sa quando è stato?» «No, quando?» «Pochi mesi fa, quando ho conosciuto lei. Non mi capita spesso di disperarmi, non sono il tipo. Ma ormai non sapevo più come arginare l’oblio che rischiava di divorare i miei poveri figli.» «I suoi figli?» Non capisco. Chi è quest’uomo? «Sono tutti nati da me, Da un’Idea. Nel giro di pochi anni molti di loro sarebbero stati dimenticati dai più. Oggigiorno i giovani non si ricordano del povero Travis Bickle, un ragazzo complicato, ma di buon cuore. E, come tutti gli altri, sbiadirà sempre di più, finché non appassirà definitivamente. Certo, forse ci vorranno decenni, ma succederà.» «Prima o poi arriva quel momento per ognuno, questo dovrebbe saperlo.» «Non per loro. Sono icone. Fonti di ispirazione. Dovrebbero essere immortali, non trova?.» «Le cose non vanno mai come dovrebbero. Ma non mi perdonerò mai di essere stato io il responsabile della loro morte.» «Mi dica, signor Mattia. Cos’ha imparato?» «L’ho messo a fuoco, sa? Quel dettaglio che non riuscivo a inquadrare bene.» «E cos’ha visto, signor Mattia?» «Che ho sempre voluto qualcosa che non mi appartiene. Idee nuove, che funzionino, che piacciano a quante più persone possibili. Non fa per me. Ho perso di vista me stesso. Mi sono inaridito nel giro di poche settimane.»

148


«E questo come l’ha fatta sentire?» «Come se non mi riconoscessi più. Un guscio vuoto. Non mi è mai importato nulla dei numeri, ma all’improvviso sembrava che fossero l’unica cosa a contare davvero. Non mi accontentavo più della qualità dei contenuti, dovevo dare al pubblico quello che voleva. Sa, nel corso degli anni ho trovato un compromesso. Ho dato alla gente quello che voleva, ma fino ad un certo punto. Parlavo di film e serie tv chiacchierate ma sempre a modo mio. I video duravano il necessario per poter dire la mia, non badavo al minutaggio. Non mi autocensuravo. Ero io, che parlavo di ciò che amo di più al mondo. Ora sono diventato come un’azienda: spietato, focalizzato sul guadagno e sul creare prodotti tutti uguali.» «Le ultime interviste erano diverse rispetto alle prime. L’ho vista trasformarsi. Se potesse chiedere qualcosa, qualunque cosa, adesso, cosa sarebbe?» «Non è difficile da scegliere. Rivorrei quello che ho perso. Lo status quo.» «Non vorrebbe tornare ad intervistare i miei figli?» «No. Vorrei solo fare quello che ho sempre fatto, guadagnando quel tanto che basta per mantenermi.» «Niente glielo impedisce, signor Mattia.» «Allora non ha visto il programma. Alcuni dei suoi figli non ci hanno fatto una bella figura.» «Può succedere. Ma lei non ha di che preoccuparsi, signor Mattia. Si è meritato ciò che ha chiesto.» «Meritato? Di cosa sta parlando?» «Essere convinti di aver quasi ucciso le leggende del Cinema, ammettere la propria colpa e comprendere il vero significato della propria creatività, non è qualcosa che si merita una ricompensa?»

149


«Come sarebbe a dire “credere di aver ucciso le leggende del Cinema”? L’ho fatto, me l’ha detto lei.» «No, Victor, non lo hai fatto.» mi dice John Doe. Ora vedo il suo volto. L’oscurità è sparita per lasciare il posto ad una luce abbagliante, dentro alla quale distinguo qualcosa, ma non lo riesco a vedere bene fin da subito. Poi inizio a distinguere qualcosa. Un naso, la forma della bocca, un paio di sopracciglia. E alla fine eccolo. «Ti vedo, John Doe.» dico, sorridendo. È solo ora, vedendolo in faccia, che ho capito chi sia. Solo ora capisco perché mi faceva così paura. Solo ora capisco perché l’ho rinnegato. “Ti impaurisco quando non ci sono, mi odi quando mi perdi, rinasci quando mi ritrovi”. Era ovvio, eppure perché mi sembrava così difficile capirlo? «Quando ci si smarrisce l’ovvio si ammanta di una nebbia fitta e, anche le cose più semplici, diventano quasi impossibili da cogliere. Ma non mi avevi perso, Victor. Non per davvero. Perdonami se sono arrivato a tanto, ma era necessario che cadessi per poter risalire la china.» «Ti ringrazio per averlo fatto.» «In realtà ero davvero preoccupato per i miei figli. Le nuove generazioni li stanno dimenticando davvero, ma ci sono ancora molti che li ricordano, tra chi ha qualche anno in più. Basterà ancora per parecchio. Forse, però, grazie a te, alcuni li hanno conosciuti per la prima volta.» «E tu?» chiedo. «Tu, te la caverai?» «Ti sembro in difficoltà?» «No, ma con tutte le piattaforme di streaming che imperversano… C’è chi dice che anche tu, prima o poi, morirai.» «Non è il luogo a fare di me quello che sono Victor, è l’intenzione. Sono le idee. E finché le idee non moriranno per

150


davvero, non morirò nemmeno io. È stato un piacere. E stai tranquillo, farò in modo che le cose tornino com’erano prima.» «Addio, John Doe.» Mi sorride. «Addio. Ora va.». Sbatto le palpebre e lui non c’è più. Sorrido anche io e me ne torno a casa. La Svet è ancora sveglia e mi sente rincasare. La trovo in piedi sulla soglia della camera da letto, in pigiama. «Hai trovato John Doe?» mi chiede. «L’ho ritrovato, sì. Quello stupido indovinello aveva ragione. Avevo perso ciò che John Doe rappresentava per me e ho avuto paura. L’ho perso, e l’ho iniziato ad odiare. Ora invece l’ho ritrovato e sono rinato.» «Non capisco di cosa parli.» «Lascia perdere. Quel che conta è che tutto andrà per il meglio, adesso.» La abbraccio, le do un bacio e andiamo a letto. Mi corico e mi viene in mente che avevo iniziato a scrivere dell’incontro con Jack Torrance, mesi fa, ma poi tutto il resto mi ha distolto dal romanzo che avrei dovuto scrivere. Ora so che John Doe mi ha regalato la storia perfetta. L’indomani mi sveglio con un messaggio di Ponzi, il viscido direttore di rete, nella casella della posta elettronica. Mi informa che, visti i dati degli ascolti disastrosi e le rimostranze degli sponsor, il programma è stato cancellato e posso considerarmi licenziato. John Doe ha fatto presto. Nel frattempo ho perso letteralmente milioni di iscritti sul canale. Ora il contatore segna centonovantamila. Esattamente come prima che iniziasse tutto questo. Dovrò solo digerire qualche migliaio di messaggi di hater vari. Dopo la colazione scrivo una mail all’agenzia,

151


sperando che abbiano pietà di me e considerino l’idea di riassumermi. Invio il messaggio e poi afferro la videocamera. La mia cara, vecchia, videocamera. «Buongiorno a tutti, io sono sempre Victorlaszlo88…»

Non potrei volere di più. Ora lo so.

152


I VERI FANTASMI

TITOLI DI CODA DI BOBAN PESOV


154


155


156


157


158


159


160


161


Š Poliniani 2019


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.