PERIODICO DELL’ESERCITO DAL 1856
2/2010
S O M M A R I O
marzo-aprile
Il contributo degli antropologi alle Peace Support Operations di Chiara Galli
pag. 44
Riflettori sulla crisi yemenita di Antonio Picasso
Lo «scherzo» della selva pag. 4
Pianeta Afghanistan di Daniele Cellamare
pag. 14
di Giuliano Da Frè
SPECIALE L’Armata rossa in Afghanistan: analisi di una sconfitta di Gianluca Bonci
pag. 52
pag. 90
Il Generale Stefanik e i legionari cecoslovacchi nella Grande Guerra di Giovanni Bucciol
pag. 104
Il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito di Antonio Dibello
pag. 26
Pianificazione strategica: priorità e criticità di Angelo Ionta
RUBRICHE
pag. 80 pag. 114
«Contro-ribellione»: la dottrina francese di Giosuè Tortorella
pag. 34
pag. 139
Il n ostro i ndirizzo e -m m ail è i l s eguente:
riv.mil@tiscali.it
in copertina Le donne soldato, ormai pienamente integrate nella Forza Armata, operano non solo sul Patrio suolo, ma anche in tutte le missioni che l’Esercito Italiano svolge fuori area per il mantenimento della pace.
«Rivista Militare» ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnica e professionale del personale dell’Esercito e di far conoscere, alla pubblica opinione, i temi della difesa e della sicurezza. A tal fine, costituisce organo di diffusione del pensiero militare e palestra di studio e di dibattito. «Rivista Militare» è quindi un giornale che si prefigge di informare, comunicare e fare cultura.
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RIFLETTORI SULLA CRISI YEMENITA
RIFLETTORI SULLA CRISI YEMENITA Un Paese con forti elementi di instabilità interna a cui si aggiunge una critica posizione geografica: la vicinanza della Somalia, posta di fronte, e il Mar Rosso con il problema della pirateria. Ma la preoccupazione maggiore deriva dalla presenza sul territorio yemenita di un’attiva cellula qaedista, alimentata dalla conflittualità locale e dalla povertà. Diverse sono le linee d’azione della Comunità internazionale per aiutare questo Paese, che versa in una situazione a dir poco drammatica, a intraprendere un cammino di normalizzazione.
Durante la prima settimana di gennaio 2010, alLo Yemen presenta una lunga serie di elementi di cune rappresentanze diplomatiche presso il Goinstabilità interna messi in luce solo dal fallito atverno di Sana’a, tra cui quelle di Francia, Gran Bretentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit. Le tagna e Stati Uniti, sono state evacuate per il periindagini sul caso hanno svelato i passati legami tra colo di attentati. A questa iniziativa ha fatto posiil giovane esecutore del tentativo di attacco, il nitivamente da contraltare la geriano Umar Farouk Abdulmascelta del Governo italiano di tullab, e la cellula terroristica denominata «al-Qaeda in Ye...il settore della sicurezza mantenere aperta la sua Ambamen». Questo particolare ha rappresenta il «ventre molle» sciata, volendo così dare un gadi presenza e di sosteprovocato un’impennata di visidel Paese Arabo. «Al Qaeda in ranzia gno politico in favore delle aubilità nei confronti della regione. Di conseguenza, con l’au- Yemen» è uno dei gruppi più torità locali. Il Ministro degli mento della tensione vissuta dai dinamici nella galassia del- Esteri italiano, Franco Frattini, Governi occidentali e dall’opi- l’organizzazione che fa capo ha chiesto all’Unione Europea un intervento comune affinché nione pubblica, questo angolo a Osama Bin Laden lo Yemen non venga «lasciato remoto della Penisola arabica ha solo nella gestione e risoluzioassunto il ruolo di nuovo epine delle proprie criticità interne». Un messaggio, centro delle attività terroristiche filo-qaediste. Tuttavia, chi ha avuto l’opportunità di recarvisi sa quello della Farnesina, che implica una concertache le criticità dello Yemen non nascono improvvizione internazionale in favore della ripresa econosamente da questa nuova insorgenza di al-Qaeda. mica del Paese e dello sviluppo delle sue istituzioAl contrario hanno un carattere strutturale, sono ni politiche. connesse alla sua cultura e alla sua arretrata conIn termini generali, il settore della sicurezza rapdizione economica. presenta il «ventre molle» del Paese arabo. «AlQaeda in Yemen» è uno dei gruppi più dinamici nella galassia dell’organizzazione che fa capo a Osama bin Laden. A esso si aggiunge la presenza di una minoranza zaiditha di confessione sciita, un gruppo religioso armato fondato da Hussein alHouthi, da sempre in lotta aperta con il Governo presieduto da Ali Abdullah Saleh, contrastato anche da molti altri gruppi tribali. Il Paese è triste-
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A sinistra. Cartina del Paese. In apertura. Paesaggio yemenita.
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Sana’a, capitale dello Yemen, con i suoi caratteristici palazzi.
mente noto, inoltre, per i ripetuti casi di sequestro di turisti stranieri che, spesso in modo eccessivamente avventuroso, vi intraprendono un viaggio per visitarne i tesori architettonici, proclamati dall’UNESCO «patrimonio dell’umanità». Complessivamente, negli ultimi quindici anni sono stati più di 200 i casi di stranieri presi in ostaggio da alcune tribù locali nemiche del Governo di Sana’a. Questa tattica è volta a ottenere la liberazione dei propri miliziani detenuti nelle carceri governative. La maggior parte dei sequestri si è conclusa con il rilascio dei rapiti. Tuttavia, risale a giugno dello scorso anno la tragica fine di nove turisti - sette tedeschi, di cui tre bambini, un britannico e una sudcoreana - uccisi dai propri rapitori per l’impossibilità di giungere a una conclusione positiva dei negoziati per la loro liberazione. Critica è anche la posizione geografica dello Yemen. Il fatto di essere bagnato dal Mar Rosso, dove la pirateria è attiva da oltre due anni, e di tro-
varsi di fronte alla Somalia rendono la sua condizione ancora più delicata. La popolazione yemenita è fortemente legata alle proprie tradizioni tribali, connotate da un passato di combattimenti tra i singoli villaggi. Ancora oggi questa caratteristica di bellicosità è insita nella società locale. Da un punto di vista statistico, lo Yemen rappresenta il «Paese più armato al mondo», con un possesso di armi distribuito sul 75% della popolazione, compresi anziani, donne e bambini. Nei mercati dei singoli villaggi è un fatto comune addentrarsi nella «bottega dell’armaiolo». La riparazione e la fabbricazione artigianale di armi da fuoco di ogni tipo, fucili di vecchio modello, ma anche AK-47, sono pratiche assolutamente normali nel commercio interno del Paese. La cultura locale vuole inoltre che, presso le singole famiglie, il ragazzo divenuto maggiorenne - all’età di 14 anni - riceva dal padre la jambiya, il pugnale ricurvo da indossare alla cintola. Le armi quindi costituiscono un elemento di dimostrazione di virilità da parte del singolo. Sono una manifestazione ancestrale del carattere conservatore della società yemenita. Da questo aspetto «micro-cultura-
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Bambini yemeniti.
cupazione da parte della comunità internazionale. L’organizzazione che fa capo a Osama bin Laben vede nello Yemen un’opportunità strategica, un contesto non dissimile da quello afghano dove operare e, inoltre, vi conserva una sorta di legame «sentimentale». La famiglia del leader di al-Qaeda, infatti, è originaria proprio di questo Paese, e di bin Laden è nota la sensibilità per tutto ciò che riguarda la sua biografia e la sua immagine di musulmano fedele alle tradizioni. Si tratta di un elemento collegato con l’attenzione che al-Qaeda riserva alla comunicazione e alla sua immagine, in qualità di organizzazione non solo jihadista, ma le» alla situazione di «macro-instabilità» il pasanche anti-capitalista, anti-occidentale e custode saggio risulta molto breve. I rancori e le frizioni fra - a suo giudizio - del più puro messaggio travillaggi e tribù vengono risolte spesso facendo rismesso dal Corano. Proprio per questo il gruppo corso alle armi. A questa pratica le autorità centrali yemenita ha avuto il privilegio di potersi fregiare stanno cercando di mettere un freno, pur con moldel nome dell’organizzazione, «al-Qaeda in Yete difficoltà. Da una parte, gli stessi membri delmen», alla pari di quella attiva in Iraq (al-Qaeda in l’establishment politico, della classe dirigente loMesopotamia) e nel Sahara occidentale (al-Qaeda per il Maghreb Islamico, AQMI). cale e delle Forze Armate naDa almeno tre anni le attività zionali sono l’estratto di questa società. Dall’altra le risorse La presenza sul territorio di questa cellula terroristica loeconomiche e operative a di- yemenita di una cellula qae- cale si stanno sviluppando in sposizione del Governo di Sa- dista rappresenta sotto ogni modo tentacolare. In termini lo Yemen offre ad alna’a risultano estremamente liaspetto il pericolo maggiore operativi, Qaeda due presupposti fondamitate. Nel 2009 l’Agenzia delle Na- nonché la fonte prioritaria di mentali per il suo radicamento zioni Unite per i Programmi di preoccupazione da parte del- nella società locale. Da una parte il suo tradizionalismo, leSviluppo (United Nations Deve- la comunità internazionale lopment Program - UNDP) ha gato a una cultura di guerra fra classificato lo Yemen alla 140a clan e tribù, facilita il reclutamento di nuove leve che sanno già combattere e posizione, su 182 Paesi totali, facendo una sintesi che per questo possono essere impiegate in altri di indici quali l’età media della popolazione (62 fronti, per esempio in Afghanistan, senza che sia anni circa), il livello di analfabetismo (58%) e il redrichiesto un periodo di addestramento eccessivadito pro capite (2 000 dollari annui). La Banca mente lungo. Dall’altra, il livello di povertà diffuso Mondiale, a sua volta, in un report di maggio 2009 incentiva i giovani yemeniti ad aderire ad al-Qaeaveva previsto che il Paese avrebbe concluso l’anno con una crescita del PIL pari al 7,7%. Tuttavia, in seguito al deteriorarsi delle condizioni di sicurezza interna e al ritiro di capitali privati stranieri investiti sul territorio, si prevede una revisione al ribasso delle cifre avanzate dall’Istituto di Ginevra.
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«AL-Q QAEDA IN YEMEN» La presenza sul territorio yemenita di una cellula qaedista rappresenta sotto ogni aspetto il pericolo maggiore nonché la fonte prioritaria di preoc-
Tipica conformazione del territorio dello Yemen.
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La nuova Moschea della città di Sana’a.
da e alla sua lotta armata per contrastare i nemici dell’Islam, colpevoli a loro giudizio di aver segregato lo Yemen in una condizione di miseria dalla quale non riesce a sollevarsi. Come avviene in altri contesti quindi, al-Qaeda svolge il ruolo di guida degli oppressi che si rivoltano contro i loro oppressori, ambendo all’emancipazione sociale e culturale. Va aggiunto che molti membri di «alQaeda in Yemen» sono ex-mujaheddin in Afghanistan, una condizione di reduci che permette loro, una volta tornati in patria, di ricevere gli onori degli altri membri dei loro clan, ma soprattutto di assumere il ruolo di reclutatori e istruttori dei nuovi adepti locali. Come ulteriore elemento bisogna ricordare la conformazione del territorio yemenita, caratterizzato da forti asperità. Qui le tribù ribelli, i combattenti jihadisti, oppure i criminali comuni possono trovare facilmente un nascondiglio irraggiungibile dall’Esercito, grazie anche al sostegno spesso of-
ferto ai fuggiaschi dai capi villaggio. In questo senso lo Yemen non è molto dissimile dall’Afghanistan, dove l’ospitalità verso chi combatte un nemico assume il valore di una regola sacra e inviolabile. Il caso di Nazih al-Hang, esponente di rilievo di «al-Qaeda in Yemen», braccato dalle autorità locali ma non ancora catturato, è esemplare. Essere un mujahid locale gli permette di trovare rifugio nei paesini di montagna che dominano le vallate e che per questo impediscono il successo di qualsiasi tipo di raid da terra con effetto sorpresa. Il fatto che molti villaggi all’interno del Paese possano essere raggiunti esclusivamente a dorso di mulo oppure a piedi rallenta le ricerche delle forze regolari che si muovono su vecchi fuoristrada e sono armate di strumenti di comunicazione e di combattimento altrettanto antiquati. La posizione geografica dello Yemen, inoltre, fa dello stesso una sorta di scalo strategico e punto di intersezione fra le attività terroristiche in Asia (dall’«Af-Pak war» al quadrante islamico indonesiano) e in Africa, dove gli interessi di al-Qaeda appaiono consolidati, in particolare nel Corno d’Africa e nel più lontano Maghreb. All’inizio di
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gennaio, il quotidiano pan-arabo «Asharq alawsat» ipotizzava il legame fra i qaedisti iracheni e quelli attivi tra le montagne dello Yemen. Paventava, inoltre, la collaborazione tra membri di alQaeda ed ex membri del partito Baath di Saddam Hussein - esperti in fatto di guerriglia - affinché l’impatto operativo si dimostrasse più efficace rispetto a come è stato portato avanti finora nell’area prospiciente il Corno d’Africa. «Al-Qaeda in Yemen», inoltre, ha sposato la cau-
net in cui riconosceva il valore della «jihad del mare» in quanto ostacolo efficace al commercio globale tra Occidente e Oriente. In questo modo il gruppo terroristico ha applicato un valore politico a un’attività prettamente criminale. Altrettanto strumentalizzata è la collaborazione tra i qaedisti yemeniti e gli Shabaab. Lo Yemen, Paese arabo a tutti gli effetti, e la Somalia, soggetto a sua volta africano, sono divisi da circa 100 miglia marine, un tratto di mare che separa due culture profondamente diverse, il cui intreccio crescente risale solo agli ultimi vent’anni. La condizione di fallimento dello Stato somalo e l’instabilità di tutto il Corno d’Africa agevolano il passaggio di uomini e risorse tra lo Yemen e il cuore del continente africano, per poi arrivare alle cellule attive nel Sahara e nel Maghreb. Non è un caso che, proprio in questi ultimi mesi, si stia verificando un progressivo scollamento tra gli Shabaab e le tribù locali somale, che fino a un anno fa ne appoggiavano l’impegno armato sul territorio. Questo gap emergente può essere associato alla presenza di un numero sempre maggiore di combattenti stranieri, provenienti dalla Penisola arabica e da altri contesti, disinteressati alle questioni locali e, quindi, dai capi tribù somali. PROBLEMATICHE STRUTTURALI DI SICUREZZA E INSTABILITÀ SOCIALE
Giovani yemeniti.
sa della pirateria che infesta il Golfo di Aden, in quanto forza destabilizzante per il commercio globale. Infine, ha attivato un canale di dialogo con gli Shabaab in Somalia, anch’essi guerriglieri che hanno impropriamente fatto dell’Islam una fonte di ispirazione per la loro lotta armata. In entrambi i casi però si tratta di una alleanza speculativa, al fine di acquisire maggiore visibilità internazionale e soprattutto di unire le forze contro avversari comuni. Relativamente alla pirateria, gli autori degli arrembaggi sono di origine somala e il loro unico fine è economico. Due anni fa, tuttavia, «al-Qaeda in Yemen» ha pubblicato un comunicato su inter-
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Alla presenza di al-Qaeda si aggiungono altri elementi di instabilità, in primis l’agguerrita minoranza zaiditha, presente nel nord del Paese. Negli ultimi mesi, dopo che alla fine del 2008 si era giunti a un passo dal trovare un accordo con il Governo di Sana’a, la sua insorgenza si è manifestata in una forma ancora più violenta. In appoggio a Sana’a è risultato necessario l’intervento dell’Arabia Saudita, i cui confini con lo Yemen sono interessati da questo focolaio di tensione. Da un lato Riyadh teme le rivalse sciite entro il suo territorio, potenzialmente fomentate dall’Iran. Dall’altro è preoccupata dall’ingresso di esponenti di «alQaeda in Yemen», i quali potrebbero destabilizzare la società e il livello di sicurezza sauditi così come stanno già facendo nel Paese vicino. Di conseguenza, nel corso degli ultimi tre mesi dell’anno passato, le Forze Armate di Riyadh sono state direttamente coinvolte sia a terra per emarginare le tensioni di frontiera, sia mediante il ricorso dell’Aviazione, che da novembre fino alla fine dell’anno ha compiuto decine di raid. Ne è emersa un’operazione congiunta fra le truppe yemenite, impegnate nelle regioni di Sufian e di al-Malahiz, e quelle saudite che hanno attaccato nella zona di confine di Jebel al-Madood. Su questa base, i rapporti di fine anno si sono sbilanciati nell’afferma-
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Governi occidentali hanno riconosciuto gli sforzi compiuti dalla Guarda Costiera yemenita durante il 2009 nelle operazioni di pattugliamento delle coste del Paese. Il Golfo di Aden, in parte sotto giure che gli interventi militari avrebbero provocato risdizione di Sana’a e in parte acque internazionamigliaia di morti tra i ribelli, insieme a centinaia di li, è l’epicentro della pirateria somala, le cui aziocivili messi in fuga dalle zone di combattimento, ni di arrembaggio vengono controllate da un cenma soprattutto la morte del leader degli zaidithi, tinaio di navi da guerra, poste sotto il comando di tre missioni internazionali: quella dell’Unione EuAbdul Malik al-Houthi, figlio del fondatore del gruppo. Tuttavia quest’ultima notizia non ha mai ropea «Euromar Atalanta», il cui comando è assericevuto conferma. Il problema, gnato fino al prossimo aprile al quindi, rimane aperto e rischia Contrammiraglio italiano Giodi riemergere una volta che l’atIn questo quadro generale, vanni Grumiero; la Combined tenzione sul Paese per la pre- alle autorità yemenite spetta Task Force 151, che opera nelsenza di al-Qaeda sarà scemata. il compito di controllare le l’ambito della Combined MariDa questo ne consegue il peritime Force (CMF CTF 151), proprie acque territoriali, al Coalizione colo che lo scontro tra gli zaidimultinazionale a thi da una parte e le forze con- fine di circoscrivere il feno- guida americana; e la missione giunte yemenite-saudite diventi meno in quelle somale NATO denominata «Ocean un conflitto costante di tipo Shield». In questo quadro ge«carsico», il quale si manifesta nerale, alle autorità yemenite saltuariamente e che per questo non riesce a esspetta il compito di controllare le proprie acque sere né previsto né risolto. territoriali, al fine di circoscrivere il fenomeno in Di tutt’altro genere sono invece le problematiche quelle somale. affrontate dallo Yemen e connesse alla pirateria e Per quanto riguarda il Corno d’Africa, il proall’instabilità del Corno d’Africa. In entrambi i casi blema essenziale che coinvolge le autorità yeil Paese vi si trova incidentalmente coinvolto. Per menite è quello dei profughi somali. L’Alto quanto riguarda il primo, oltre ai già spiegati legaCommissariato per le Nazioni Unite (UNHCR) ha mi con al-Qaeda, merita di essere ricordato che i calcolato un flusso migratorio annuo di oltre 50 Le Highlands nel nord dello Yemen.
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CONCLUSIONE: UNO STATO A RISCHIO DI FALLIMENTO?
Un tipico paesaggio locale.
L’attuale quadro yemenita ricalca significativamente quello di altri scenari, sempre nel quadranmila persone. A questo l’UNHCR ha aggiunto i te allargato del Medio Oriente, dove in passato i casi di oltre 400 morti e 300 dispersi verificatiGoverni occidentali - presi alla sprovvista - hansi negli ultimi dodici mesi in seguito alle diffino paventato la nascita di un nuovo focolaio di coltà di attraversamento dello stretto lembo di terrorismo, ma al tempo stesso hanno evitato fimare che separa la Somalia dallo Yemen. no all’ultimo di intervenirvi. In L’agenzia ONU ha fatto sapere Yemen sembra stia accadendo che questi dati fanno riferiA Sana’a, come a Kabul e proprio la stessa cosa. Il Paese mento con un scarto minimo a ciascuno degli ultimi vent’an- c o m e p r e s s o l a m a g g i o r è da anni un centro di reclutani, vale a dire da quando si è parte dei Governi medio - mento, addestramento e rifuverificato il collasso dello Sta- rientali, la forza di chi go - gio per i discepoli di Osama Laden. to somalo. Il problema che Saverna è dettata da compli - bin Il Presidente yemenita, Ali na’a è costretta ad affrontare è relativo all’ospitalità di una cate trattative tribali che Abdullah Saleh, teme le ripermassa di immigrati così eleva- per la nostra cultura risul - cussioni delle scelte di Washington e dei suoi alleati. ta, che scappa da una situa- tano anacronistiche Siano esse rappresentate da zione di guerra per rifugiarsi un intervento militare diretto, in centri di raccolta dove le finora non preso in considerazione oppure da un condizioni di vita risultano disperate. Il World abbandono del Paese a se stesso. A Sana’a, coFood Programme, impegnato nel sostentamento me a Kabul e come presso la maggior parte dei di questa popolazione, ha denunciato più volte Governi mediorientali, la forza di chi governa è l’impossibilità da parte di un Paese così povero dettata da complicate trattative tribali che per la di gestire una crisi umanitaria ufficialmente non nostra cultura risultano anacronistiche. La chiudichiarata che coinvolge, secondo le stime delsura delle ambasciate straniere all’inizio di genl’organizzazione internazionale, oltre 2 milioni naio - per quanto riaperte immediatamente di persone.
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potrebbe essere stato giudicato dai sostenitori locali di Saleh un segno della volontà di abbandonare lo Yemen al proprio destino. Il rischio è che questi capi tribù facciano altrettanto e, invece di restare uniti intorno al Governo di Sana’a, diventino interlocutori acquistabili da al-Qaeda. Lo stesso Presidente yemenita non ha escluso la possibilità di entrare in contatto con gli esponenti più moderati del gruppo terroristico. Un segno, questo, che indica come il Governo di Sana’a sia disposto a tutto, pur di evitare un tracollo politico e un peggioramento del livello di sicurezza. È anche vero che Gran Bretagna e Stati Uniti si sono dimostrati immediatamente disponibili a prestare aiuto al Presidente Saleh. La proposta del Primo Ministro britannico, Gordon Brown, di ospitare a Londra una Conferenza internazionale su al-Qaeda e sullo Yemen costituisce un gesto di buona volontà per la concertazione politica a livello internazionale di cui Sana’a ha bisogno. Da parte di Washington non va dimenticato l’aiuto al Governo yemenita in ambito militare. Nel solo 2009, il primo ha investito 67 milioni di dollari a sostegno delle Forze Armate yemenite. Un contributo indirizzato all’addestramento delle truppe e al miglioramento dei sistemi di antiterrorismo e di sminamento. Tuttavia secondo una verifica recente dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), think tank tra i più qualificati nel controllo del commercio internazionale di armi, lo Yemen sta ricevendo nuovi e sempre più ingenti aiuti da partner di tutto il mondo. Prima fra tutti, la Russia contribuirebbe al 59% dell’income di settore dello Yemen. Nel dettaglio questo trasferimento prevedrebbe MiG-29, elicotteri, carri armati e mezzi blindati per il trasporto di truppe. D’altra parte non è una novità l’interesse del Cremlino a mantenere una solida e tradizionale partnership strategica con un Paese come lo Yemen, all’imboccatura del Mar Rosso e dell’Oceano indiano. Ancora nel 1971, l’Unione sovietica stabilì una propria base militare nell’isola di Socotra, di fronte al Golfo di Aden. Oggi le forniture russe rappresentano la colonna vertebrale dell’Aviazione yemenita, composta da MiG-21, MiG-29 fighters e Su-22. Collaterale all’intervento delle due superpotenze mondiali ci sono quelli dell’Ucraina, dell’Australia e della stessa Italia. La Cina, infine, ha deciso di stanziare un contributo di 200 milioni di dollari in favore dello Yemen. Osservando queste cifre, ci si rende conto che il sostegno straniero a vantaggio di Sana’a è elusivamente concentrato nell’ambito della sicurezza. D’altra parte emerge in tutta la sua evidenza l’inefficacia di un simile intervento senza un pa-
Sentieri impervi che caratterizzano il territorio yemenita.
rallelo in ambito economico e politico. Oltre alle spese militari, infatti, Sana’a necessita di un supporto per il rafforzamento delle sue istituzioni governative e una consulenza sul piano della crescita produttiva. L’obiettivo, infatti, non deve limitarsi allo sradicamento di ogni forma di guerriglia, terrorismo e violenza, ma soprattutto al miglioramento del tenore di vita collettivo. Un intervento su questo piano rappresenterebbe un deterrente per la popolazione a ribellarsi alle autorità governative, svilirebbe la forza propagandistica di al-Qaeda come di tutti gli altri gruppi armati presenti sul territorio e avvierebbe un cammino di normalizzazione del Paese che, in questo momento, versa in una situazione globalmente drammatica. Antonio Picasso Giornalista, esperto di relazioni internazionali
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PIANETA AFGHANISTAN
PIANETA AFGHANISTAN Punto di incontro delle tre grandi regioni fisiche e culturali che oggi ne delineano i confini, dall’altopiano iranico ad ovest, dalle steppe turaniche a nord a dal subcontinente indiano a sud-e est. Soggetto alle invasioni dei popoli provenienti da queste aree, ha fortemente risentito delle loro influenze e sino al XVIII secolo il suo territorio è rimasto diviso tra le regioni più fertili e popolate che lo circondano.
I FORTI LIMITI DELL’AMBIENTE FISICO La superficie dell’Afghanistan (652 225 kmq) è oltre il doppio di quella italiana. Il territorio è senza sbocchi al mare e ha la forma di un’ellisse irregolare il cui asse maggiore si estende per 1 125 km, mentre quello minore è limitato a soli 560 km. Il rilievo costituisce l’elemento unificante del Paese, tanto che alcuni storici ritengono che né i Persiani e né gli Indiani furono in grado di occupare in modo durevole questo territorio, così come in epoca moderna né i Russi e né gli Inglesi lo inclusero nei loro Imperi, convinti com’erano della pratica impossibilità di controllarlo e di sottometterne la popolazione. L’Afghanistan occupa la parte nord-orientale del grande altopiano iranico, delimitato a nord e a sud da due grandi massicci montuosi.
La maggior parte del Paese (circa l’80 per cento) è a un’altezza compresa tra i 600 e i 3 000 metri. Solo una piccola parte del territorio (meno dell’1 per cento) è a meno di 300 metri, ovvero la storica Baktria, all’estremità settentrionale dell’Afghanistan, il cui territorio, man mano che si procede verso sud, si innalza gradualmente da 300 a 600 metri sino a incontrare l’Hindukush (la più importante tra le catene montuose, per dimensione e ruolo storico). Il Paese ne risulta diviso in due parti ed è possibile ricondurlo a tre grandi regioni orografiche: al centro la catena dell’Hindukush, a nord un bassopiano che degrada verso l’Amudarja e a sud un esteso altopiano. L’Hindukush è una catena spartiacque di grande importanza, poiché i fiumi del versante meridionale sono tributari dell’Indo, e quindi si versano nell’Oceano Indiano, mentre quelli del versante settentrionale defluiscono, attraverso l’Amudarja, nel lago d’Aral o si perdono nelle aride bassure turaniche. Usualmente, la catena viene divisa in due settori che si sviluppano ai lati del passo di Khawak. Quello orientale si spinge sino al confine cinese ed è il meno conosciuto, e il suo versante settentrionale è pressoché desertico mentre quello meridionale, più piovoso, è ricoperto da una ricca foresta. Qui le altezze sono mediamente sempre superiori ai 3 000 metri, ma le vette più importanti superano i 7 000 metri e i passi principali sono a quote mai inferiori ai 4 000 metri. Le vallate di questa regione sono state nei secoli testimoni delle grandi migrazioni di popoli e culture e del passaggio di eserciti invasori, così come delle lunghe colonne delle carovane che collegavano le ricche e popolose regioni che circondano A sinistra. Cartina del Paese. In apertura. La città di Kabul.
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l’Afghanistan. A ovest dell’Hindukush, senza soluzione di continuità, si sviluppa la catena del Paropamiso, fulcro del sistema orografico del Paese. La vetta più alta supera i 5 000 metri ed è permanentemente ricoperta dalle nevi. Qui nasce l’Helmand, il fiume più importante. A nord del Paropamiso la catena del Band-i-Turkestan domina le pianure dell’Asia centrale russa e presenta una singolare asimmetria tra il versante meridionale, profondamente inciso dagli agenti atA destra. Il Presidente Hamid Karzai. Sotto. La bandiera afghana.
lizzati come sedi stradali poiché nel Paese le strade asfaltate sono meno di un quarto rispetto ai circa 22 000 chilometri che costituiscono l’intera rete stradale (faticosamente ammodernata con il sostegno finanziario dell’ex Unione Sovietica e degli Stati Uniti). Inoltre, le stesse strade asfaltate ripetono per lo più i tortuosi percorsi delle tradizionali vie mosferici, e quello settentrionale, ricoperto invece carovaniere. Le uniche novità di rilievo sono state, da potenti strati di sabbia trasportata dal vento che nel 1964, l’apertura di un tunnel sotto il passo di soffia dalle steppe turaniche. Dalla parte opposta, Salang e, nel 1982, il rifacimento della direttrice a sud-est, la catena dei monti di Solimano ed il Sache collega Kabul con il nord del Paese, collegato fid Koh segnano il confine con il Pakistan. È tra oggi alla Russia da un ponte stradale e ferroviario queste montagne che si trovano due tra le più imsull’Amudarja (ma l’Afghanistan non ha ferrovie). portanti porte storiche dell’Asia: i passi di Bolan e Il carattere continentale del Paese e la sua mondi Khyber, le porte dell’India. tuosità ne condizionano pesanLa parte meridionale e la partemente il clima, tanto da diviIl Paese ne risulta diviso in derlo schematicamente in tre te occidentale dell’Afghanistan sono occupate da desolati baci- due parti ed è possibile ri - grandi regioni climatiche. Le ni (steppa e deserto), si tratta condurlo a tre grandi regioni terre basse (sotto i 300 metri) dell’altopiano del Rigestan e aride con temperature orografiche: al centro la ca- sono dell’arido Sistan. estive che superano in media i Pur essendo evidente che il ri- tena dell'Hindukush, a nord 38 gradi, con inverno fresco al lievo e i deserti ostacolano pe- un bassopiano che degrada nord e mite al sud. Le terre alte santemente le comunicazioni, è verso l'Amudarja e a sud un (montagne e valli elevate) con interessante notare che sin dal- esteso altopiano lunghi periodi di gelo e precipil’antichità questo Paese ha svoltazioni annue che in genere suto un ruolo di snodo delle vie di perano i 400 mm. La regione comunicazione molto importanti. Attraverso il suo intermedia con estati calde e inverni relativamente territorio, infatti, si sviluppavano le piste carovamoderati, con precipitazioni comprese tra i 200 e niere che collegavano l’India alla Baktria, alle oasi i 400 mm. turaniche, al Turkestan e all’altopiano iranico. Il vento è un elemento fondamentale nel clima I letti in secca dei corsi d’acqua sono spesso utiafghano. Oltre al più noto «vento dei 120 giorni»,
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grado di dominare la popolazione, molto probabilmente di origine indo-iraniana, ma non riuscirono a resistere agli attacchi dei nomadi mongoli venuti dall’Asia centrale, e furono pertanto coche spira nel periodo estivo nel sud e nell’ovest del stretti a ritirarsi nel Regno dell’India. Nonostante Paese, giocano un ruolo importante i venti di cal’influsso culturale ellenico sia durato a lungo, duta pomeridiana e le gelide correnti invernali purtroppo di quest’epoca non è rimasta alcuna provenienti dal nord. traccia nella regione, con l’esclusione di alcune monete greche rinvenute in fasi storiche più reUN PAESE DALLA STORIA TRAVAGLIATA centi. Fra i conquistatori che seguirono i Greci si distinse il grande condottiero Kanichka, capo del Il greco Erodoto, quattro secoli prima di Cristo, popolo Kuscian. Arrivato in Afghanistan dal suo ci ha riferito che questa regione si chiamava BakRegno nel nord-ovest dell’Intria e apparteneva al Regno di dia, diffuse il buddismo in tutta Persia. Le prime tracce della storia del Paese si registrano Le prime tracce della storia la regione e fece scolpire nella quando Alessandro Magno at- del Paese si registrano quan- roccia, nell’allora città di Batraversò le province orientali do Alessandro Magno attra- miam, tre immense statue di la maggiore delle quali del Regno durante la sua speversò le province orientali del Budda, arrivava a misurare 51 metri di dizione in India verso il 330 prima di Cristo. In questa re- Regno durante la sua spedi- altezza. Nel VII secolo il Paese venne gione fondò le prime città e vi zione in India verso il 330 conquistato dagli Arabi e per lasciò le sue guarnigioni. prima di Cristo una maggiore diffusione delDopo la sua morte la Baktria l’islamismo distrussero buona passò sotto il controllo di una parte dei monumenti della cultura buddista e delle sue dinastie diadochi, quella dei Seleucidi, e mutilarono i volti delle tre monumentali statue dopo l’indipendenza venne governata per circa del Budda. Secondo altri studiosi lo scempio due secoli da colonie militari greche che Alessanvenne invece effettuato dai Mongoli, famosi per dro Magno aveva lasciato sul posto. I Greci formala loro avidità di tesori, che ipotizzarono la prevano una piccola ma efficace classe dirigente in Il letto del fiume Kabul.
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senza di grandi ricchezze all’interno delle teste delle statue. L’epoca di maggiore prosperità del Paese venne vissuta durante la dinastia autoctona dei Ghasnawidi, con il Regno di Mahmud di Ghasna, morto indicativamente nel 1030. Sotto la corte di questo Sovrano di origine turkmena, che effettuò ben 17 spedizioni verso la valle dell’Indo, si radunarono i più grandi tra poeti e scienziati della cultura islamico-persiana. Le frontiere del suo Regno sono le stesse che separano ancora oggi il Pakistan dall’India. Nel 1220 le orde di Gengis Khan stabilirono nel Paese la supremazia mongola e distrussero le numerose città fondate dai Greci, come Balkh e Bamiam. Dopo l’invasione mongola il Paese subì la dominazione del Gran Mogol e quella della Persia sino al 1747, l’anno in cui Ahmed Scià Durrani fondò un Regno potente e temuto, inaugurando così la storia moderna dell’Afghanistan. Ma nel corso del XIX secolo, in seguito all’avanzata russa in Asia centrale e a quella inglese in India, il Paese cadde inevitabilmente nelle zone di influenza di queste due grandi potenze. In particolare, l’Inghilterra cercò di impadronirsi dell’Hindukusc, il massiccio montuoso che domina il rilievo del territorio, con l’obiettivo strategico di fermare l’avanzata russa, giunta sino sul fiume AmuDaria, per tagliare l’accesso al corridoio che avrebbe aperto la strada verso la Persia e l’India. Dopo aver combattuto tre guerre contro l’Inghilterra (1838, 1878 e 1919), l’Afghanistan riuscì ad ottenere la sua indipendenza con il Trattato di Amicizia del 1922, mentre il re Mohammed Zahir Scià, discendente della dinastia Durrani, riusciva a preservare il Paese dalla Seconda guerra mondiale, così come aveva fatto il padre Amanullah in occasione della Prima. Amanullah tentò anche una radicale modernizzazione del Paese, secondo i principi della Turchia di Kemal, ma subì le forti proteste del clero mussulmano e fu costretto ad abdicare nel 1929. Con la Costituzione del 1931 l’Afghanistan diventò una monarchia ereditaria costituzionale e il potere fu diviso tra il Re e un Parlamento, composto da 171 membri dell’Assemblea nazionale, eletti dal popolo, e da 43 membri del Senato nominati dal Re. Inoltre, per il disbrigo degli affari di stato era previsto il ricorso alla Jirga, l’assemblea rappresentativa del popolo, composta da capi tribù e da membri dell’alto clero mussulmano. Il territorio era diviso in cinque province e cinque distretti governativi, amministrati da Governatori Generali. Il Paese rimase però dipendente da altri Stati per il trasporto delle merci e negli anni Cinquanta i rapporti con il Pakistan vennero turbati da profonde divergenze in merito alla regione di frontiera,
allora conosciuta con il nome di Paschtunistan. Questa controversa provincia fu controllata dall’Afghanistan durante i secoli XVIII e XIX, ma nel 1893 venne separata dalla linea Durant e il territorio così ottenuto fu attribuito al Pakistan al momento della fondazione di questo Stato nel 1947. Il Governo di Kabul non perse mai occasione per reclamare l’indipendenza della regione - le tribù locali parlavano il pashtu - ma in risposta il Pakistan chiuse le frontiere al transito delle merci dell’Afghanistan verso il mare. Le frontiere vennero riaperte solo nel giugno del 1957 e quando si trattò di creare a Karachi un porto franco per l’Afghanistan, le relazioni tra i due Paesi si stabilizzarono. La Costituzione del 1964 stabilì le nuove istitu-
Bambini di etnia Hazara.
zioni parlamentari ma un colpo di stato del 17 luglio del 1973, mentre re Zahir si trovava in Italia, proclamò la repubblica. L’ex Premier Sardar Mohammed Daud tentò nuove strade progressiste ma il reddito medio annuo del Paese restò sempre molto basso. Un nuovo colpo di stato attuato da giovani Ufficiali filo-comunisti abolì la Costituzione e proclamò la Repubblica democratica, con una forte influenza politica ed economica dell’URSS. Nel 1979 il potere passò nella mani di Amin (marzo 1979) per finire successivamente in quelle di Karmal (dicembre 1979), sostenuto da Mosca. Ma di fronte
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Un nuovo conflitto insanguinò il Paese a causa degli accesi contrasti tra differenti fazioni etniche e religiose, appoggiate da Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Kabul venne ripetutamente bombardaall’incapacità delle autorità afghane di reprimere la ta, ad opera prima degli uni e poi degli altri, sino sempre più forte resistenza islamica, i sovietici all’ingresso dei talebani sulla scena del Paese. Gli decisero per l’intervento militare diretto verso la «studenti del Corano» si presentarono come movifine del 1979. mento di origine pashtun, già presente in Pakistan L’URSS impegnò in Afghanistan un Corpo di Spedizione di 85 000 uomini senza riuscire a pietramite l’Unione degli ulema dell’Islam (JUI). Raggare le forze ribelli, anche se giunta in breve tempo la supredivise in diversi raggruppamazia militare, i talebani conAlla popolazione di fede quistarono Kabul e proclamamenti, sia politici che militari. L’invasione provocò un esodo indù venne imposto di por - rono lo Stato islamico, impodella popolazione civile che tare un drappo giallo come nendo la «sharia» con tale rigotrovò rifugio nei campi profughi segno distintivo e il fonda - re integralista da annullare del vicino Pakistan. Nel 1987 i i diritti civili e mentalismo islamico si ac - completamente sovietici proclamarono unilateumani. Alla popolazione di fede ralmente il cessate il fuoco e c a n ì i n m o d o p a r t i c o l a r e indù venne imposto di portare proposero una tregua, mentre il sulle donne un drappo giallo come segno nuovo segretario del Partito dedistintivo e il fondamentalismo mocratico popolare, Najibullah, islamico si accanì in modo parpropose alle forze ribelli la formazione di un Goticolare sulle donne. L’ultimo presidente comuniverno provvisorio di riconciliazione nazionale. sta Najibullah, rifugiatosi in un edificio dell’ONU, Il ritiro delle truppe sovietiche iniziò nel maggio venne giustiziato e le gigantesche statue di Budda del 1988 e si concluse nel febbraio del 1989, ma furono distrutte. Najibullah non riuscì a gestire la difficile situazioSul piano internazionale l’Afghanistan - il cui rine interna e venne destituito nel 1992, con la proconoscimento del nuovo potere fu quasi nullo, ad clamazione di Burhanuddin Rabbani a Presidente accezione del Pakistan - subì pesanti sanzioni della Repubblica. economiche da parte del Consiglio di Sicurezza Una piadda di Kandahar.
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dell’ONU in seguito al rifiuto del Governo dei talebani di concedere l’estradizione di Osama bin Laden, il miliardario islamico accusato di essere il capo dell’organizzazione terroristica responsabile sia degli attentati alle ambasciate statunitensi nel 1998, sia di quelli disastrosi a New York e Washington dell’11 settembre 2001. I talebani risposero richiamando tutti gli islamici alla guerra santa qualora il Paese fosse stato attaccato militarmente e il 7 ottobre 2001 la capitale venne bombardata dalle forze statunitensi e britanniche dello schieramento internazionale attivato contro il terrorismo. Con l’aiuto determinante dell’aviazione angloamericana, l’Alleanza del Nord - composta da milizie provenienti da differenti etnie, ma coalizzate in un’unica forza - conquistò le principali città afghane sino al confine con il Pakistan. Nel dicembre del 2001 il regime talebano venne sconfitto e i delegati delle diverse etnie, riuniti in conferenza a Bonn, nominarono un Governo provvisorio guidato da Hamid Karzai di etnia pashtun, capo dinastico di una delle tribù più importanti. La Loya Jirga, l’assemblea dei capi tribali afghani composta da 1 501 delegati, riunita nel 2001 anche alla presenza dell’ex Re Zahir, confermò Karzai alla guida del Governo transitorio nominandolo Presidente del Paese. Anche le successive elezioni del 2004 e del 2009 hanno sancito la vittoria di Karzai riconfermandolo alla guida dell’Afghanistan. La mancata cattura dei leaders talebani, Osama bin Laden e il mullah Omar, non ha cancellato ancora oggi i sospetti di una loro presenza nel Paese e mentre la sicurezza viene garantita dalle forze della Coalizione internazionale ISAF, il processo di transizione alla democrazia continua a presentare gravi difficoltà per i forti dissidi tra le etnie e per la recrudescenza delle sanguinose attività terroristiche.
nifatturiere tessili (cotone) e alimentari (zucchero). Alla conclusione della Seconda guerra mondiale il commercio si svolgeva ancora per mezzo delle carovane e le strade di collegamento tra i principali centri abitati erano esclusivamente a fondo naturale, se non addirittura semplici piste. Solo nel 1946 iniziò un periodo di crescita più accelerata dell’economia, anche se il tasso di sviluppo economico, in termini reali, rimase inferiore a quello di incremento della popolazione. Oltre alla situazione tipica dei Paesi in via di sviluppo, è rimasta peculiare la stretta influenza delle variazioni climatiche sul tasso di sviluppo economico. Le forti siccità del 1970 e del 1971 determinarono una drastica riduzione delle produzioni agricole, così come la morte di migliaia di capi di bestiame. Solo dopo molti anni è stato possibile ricostituire il patrimonio zootecnico e ripristinare l’autosufficienza alimentare. In questo periodo, l’economia afghana ha potuto beneficiare degli aiuti sia degli Stati Uniti che dell’Unione Sovietica. Secondo alcuni analisti gli americani - che si sono sempre rifiutati di sostenere i piani quinquennali di sviluppo che dal 1957 hanno cercato di guidare lo sviluppo economico si sono limitati a sostenere le singole iniziative
Una delle statue del Budda di Bamian distrutta dai talebani nel 2001.
UNO SVILUPPO ECONOMICO MANCATO Per secoli la montuosità del territorio, la difficoltà delle comunicazioni, gli eccessi climatici e l’insufficiente livello delle precipitazioni - unite alla instabilità politica e al frazionamento dei vari gruppi umani - hanno reso molto difficile lo sviluppo economico dell’Afghanistan. Di fatto, sino al 1930 l’economia del Paese presentava tutti i caratteri tipici del medioevo e solo nel 1932, con la creazione di una banca nazionale, è iniziato un lento processo di modernizzazione. La nuova banca ha favorito la nascita di società private, che operavano inizialmente nei tradizionali settori delle pelli e della lana karakul, e successivamente di quelle legate alle attività ma-
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Un gruppo di Pasthun.
private, lasciando esaltare il ruolo dell’URSS, più disponibile ad assumere impegni di carattere generale a sostegno della pianificazione. I primi tre piani quinquennali (1957-61, 196267, 1968-72), pur tra difficoltà, errori e contraddizioni, in effetti produssero consistenti risultati sia in campo economico che sociale, oltre che nelle infrastrutture del Paese. La produzione di tessuti di cotone venne quadruplicata e triplicate l’estrazione del carbone e la produzione di zucchero. Forte impulso ricevette anche la produzione di energia elettrica. Vennero asfaltati circa 3 000 chilometri di strade, oltre alla costruzione di dighe e ponti. Entrarono in funzione due aeroporti internazionali e il numero delle scuole passò da 800 a 4 000, quello degli insegnanti da 4 000 a 20 000 e gli studenti da 125 000 a 700 000. L’agricoltura è sempre stata il pilastro dell’economia del Paese e prima che iniziassero negli anni Ottanta l’estrazione e l’esportazione di gas naturale, contribuiva ad oltre il 50 per cento del PNL e all’80 per cento delle esportazioni. Ma anche lo sviluppo dell’agricoltura è stato ostacolato dalle condizioni fisiche del territorio: soltanto poco più del 12 per cento della superficie complessiva era stimata arabile e di fatto il terreno effettivamente coltivato con continuità non superò mai il 6 per
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cento. Altro enorme problema, la siccità. Il bilancio idrico risultava fortemente deficitario e fu necessario il ricorso all’irrigazione, diffusa su oltre i due terzi della superficie coltivabile. Gli sforzi in questa direzione furono considerevoli e prima dell’invasione sovietica solo un residuo 10 per cento della superficie irrigua si avvaleva dei tradizionali canali sotterranei, chiamati «karez». In questo periodo, le produttività, già molto modeste, crollarono per la penuria di concimi e di sementi selezionate, un terzo delle aziende agricole venne abbandonato e molti canali di derivazione furono danneggiati o distrutti. Il 90 per cento della terra coltivata era investito in cereali. Nei campi irrigati (detti abi) si realizzavano anche due raccolti all’anno mentre nei terreni asciutti (chiamati lalmi) per ogni due anni di coltivazione erano necessari ben dieci anni di riposo. Le colture industriali interessavano il 5 per cento dell’area coltivata, per lo più canna e barbabietola da zucchero, cotone e tabacco. Solo nelle vicinanze delle principali città erano diffuse le produzioni di frutta e ortaggi. Oltre all’agricoltura, uno dei settori di base dell’economia afghana era costituito dall’allevamento, diffuso soprattutto nelle province settentrionali e sud-orientali. Tra nomadi e seminomadi, non meno di tre milioni di persone operavano in questo settore. Gli ovini e i caprini rappresentavano i quattro quinti del bestiame e costituivano l’unica
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fonte di reddito per le popolazioni nomadi. Gli ovini karakul costituivano invece il patrimonio dei seminomadi, che adattavano i ritmi dei loro spostamenti alle esigenze degli animali, riuscendo a integrare i redditi dell’allevamento con quelli dell’agricoltura. La riforma agraria del novembre del 1978 aveva l’obiettivo di eliminare il latifondo, trasformando in piccoli proprietari, coltivatori diretti, un ingente numero di contadini senza terra, sanando in questo modo una situazione di grande squilibrio. In precedenza, il 5 per cento dei proprietari terrieri deteneva poco meno del 50 per cento di tutta la terra coltivabile. Il settore secondario contribuiva al PIL in misura molto modesta. A seconda delle varie fonti, il suo apporto è stato valutato tra il 12 e il 25 per cento. Il comparto industriale più importante è stato quello tessile, che produceva soprattutto per il consumo interno. Le esportazioni erano alimentate prevalentemente dall’artigianato (tappeti) e in anni successivi anche dai prodotti minerari. Il gas naturale sostenne le esportazioni contribuendo per poco meno del 50 per cento, venduto prevalentemente all’URSS. Nel sottosuolo del Paese si registrò anche la presenza di altre risorse minerarie: carbone, sale, cromo, fluorite, rame e minerali di ferro. Ma, oltre alle note vicende belliche, le difficoltà di accesso e di trasporto hanno lasciato queste risorse per lo più a livello di future potenzialità. UN MOSAICO DI POPOLI, LINGUE E CULTURE Secondo i dati del primo censimento nazionale dell’Afghanistan, redatto nel 1979, la popolazione sedentaria ammontava a circa 13 milioni, con una leggera prevalenza di maschi sulle femmine, a cui andavano aggiunti circa due milioni e mezzo di Una tipica valle afghana.
La difficile raccolta dell’acqua.
nomadi. Stime più recenti (1988) davano però valori inferiori ai 12 milioni di abitanti, con l’esclusione dei nomadi. Probabilmente si è trattato dell’effetto della grave instabilità politica che ha costretto circa 3 milioni di afghani a rifugiarsi nel Pakistan, mentre un milione si è diretto verso l’Iran. Complessivamente, i rifugiati politici all’estero vennero valutati intorno ai 5 milioni. Le vicende belliche, anche in questo caso, hanno interrotto un trend demografico che registrava in precedenza tassi di crescita piuttosto sostenuti, ovvero intorno al 2,5 per cento. Poiché non è possibile raccogliere dati più recenti e ufficiali sulla popolazione, così come sugli insediamenti umani attualmente presenti sul territorio, l’esposizione della presenza delle diverse etnie e delle loro allocazioni territoriali è stata elaborata con i dati raccolti prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Quella afghana è una popolazione prevalentemente rurale (83 per cento), a sicura testimonianza del carattere agricolo e pastorale del Paese, ma la popolazione urbana (17 per cento) ha un tasso di incremento naturale più forte. Anche se in generale i tassi di natalità urbani registrano livelli leggermente inferiori a quelli rurali, in Afghanistan i tassi di mortalità rurali sono quasi doppi rispetto a quelli urbani. Naturalmente, negli ultimi decenni si è sicuramente accentuata la tendenza al trasferimento della popolazione dalle campagne verso le città. La densità è di poco superiore ai 20 abitanti per chilometro quadrato, anche se il dato risulta poco significativo a causa delle contrapposizioni tra aree ad elevata concentrazione (oltre 1 000 abitanti per km quadrato) con territori di fatto interamente spopolati. I nuclei di più intenso popolamento si trovano nella valle del Kabul, così come nelle principali vallate irrigue (Helmand, Herirud e
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La valle del Panjshir.
Kunduz) dove un’agricoltura più sviluppata ha favorito un maggiore accentramento. In questa regione, pari al 5 per cento dell’intero territorio, vive il 27 per cento della popolazione dello Stato. Facendo riferimento alla sola popolazione sedentaria, la quota di occupati nel settore primario sfiora, nel 1980, il 78 per cento della forza lavoro complessiva. Dai dati forniti dall’UNESCO nel 1988, risulta in Afghanistan il più alto tasso di analfabetismo (80 per cento) di tutta l’Asia e meno del 14 per cento dei giovani in età scolare segue regolari corsi di lezione. La mortalità infantile, registrata nello stesso anno, era del 173 per mille, la più elevata di tutto il continente, e la disponibilità pro capite di calorie era modestissima (meno di 2 300) così come la speranza di vita non superava i 42 anni, anche in questo caso la più bassa dell’Asia. Inoltre, solo il 20 per cento della popolazione urbana, e il 3 per cento di quella rurale, riesce a bere acqua controllata dal punto di vista igienico. Il gruppo etnico più numeroso è quello dei pashtun, a cui appartiene più del 50 per cento della popolazione afghana. Sono insediati prevalentemente nella parte meridionale del Paese e a que-
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sta etnia appartengono anche i nomadi che sono soliti migrare verso il Pakistan. Il pashtu è la lingua ufficiale dello Stato (idioma del ceppo indo-iranico), anche se nella capitale si parlano numerose altre lingue, come il persiano e l’indiana lahnda. I proprietari terrieri e gli allevatori più ricchi sono senz’altro i pashtun, così come i membri dell’ex Casa Reale. Di religione mussulmana sunnita (seguono il calendario liturgico mussulmano), vivono raggruppati in tribù e le più numerose sono quelle dei durani e dei ghilzai. Prima della guerra con l’ex Unione Sovietica, tra il 1979 e il 1989, i gruppi pashtun rappresentavano un’élite politica tribale, assimilata alla struttura amministrativa statale (secondo alcuni studiosi, da questo gruppo sarebbe sorti i talebani). Sono tradizionalmente divisi in tribù formate da clan, costituiti da famiglie numerose e sottoposti all’autorità di un capo (malik). I capi clan, gli anziani e i maschi adulti del gruppo formano l’assemblea (jirga) in cui si discutono le dispute interne e le questioni della comunità. In genere, le controversie sono regolate con sanzioni che la famiglia della persona che ha arrecato l’offesa deve versare come compenso alla cerchia della persona offesa, secondo il criterio della «responsabilità collettiva» in uso tra le culture pastorali. Anche l’economia pastorale di questi gruppi è
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regolata da un codice di comportamento tradizionale (pukhtunwali), pur con l’introduzione della legge islamica che ne ha in parte influenzato la struttura. Anche in questo caso, il codice regola i meccanismi delle sanzioni ed è fondato sui concetti di onore (izzat), ospitalità (malmastia) e protezione delle donne, escluse però dagli affari pubblici. Per comporre eventuali conflitti di natura più grave e inter-tribale si ricorre a un’assemblea estesa (loya jirga), formata dai leaders tribali e religiosi dei diversi gruppi. La guida spirituale della comunità spetta ai mullah, gli esperti religiosi che dirigono le scuole coraniche e presiedono alle cerimonie. Le celebrazioni più importanti sono la nascita, la circoncisione (a sette anni), il matrimonio e la morte. Interessante la pratica funeraria che rispecchia in parte i costumi delle poDonne afgane con il tradizionale burka. polazioni ebraiche, anch’esse mediorientali e di origine pastorale. La salma viene lavata e coperta con un sudario bianco, con la differenza che nel caso dei bire le vette dell’Hindukush. Ai popoli di lingua pashtun la collocazione del defunto deve osservare turca sono da ascrivere anche due piccoli gruppi, i la direzione del volto verso la Mecca. karacalpachi e i kirghisi, insediati rispettivamente Accanto alla religione mussulmana, i pashtun nei pressi del confine con la Russia e sulle montaconservano riti e credenze della tradizione pregne dello Wakhan. islamica, come quelle negli spiriti malvagi (jinn), Anche altri gruppi minori vivono concentrati in negli spiriti dei morti (ruh), nelle fate e nelle strepiccole aree. I baluci, poche decine di migliaia, soghe, così come negli angeli e nei demoni. no pastori nomadi insediati nella sezione più meSecondi per consistenza demografica sono i taridionale del Paese e parlano una lingua della fagichi, che rappresentano circa un quinto della pomiglia indo-iranica fortemente intrisa di elementi polazione complessiva. Si tratta di agricoltori sedravidici, le lingue parlate nella penisola indiana in dentari insediati nelle province epoche precedenti all’invasione centro-occidentali e centroarianica. Prima della guerra con l’ex Gli chahar-aimack sono noorientali del Paese, che parlano il persiano (diverso dal quello Unione Sovietica, tra il 1979 e madi di razza euro-asiatica parlato in Iran) e professano la il 1989, i gruppi pashtun (iraniani) ma con tracce di imreligione mussulmana sunnita. rappresentavano un’élite po- pronta mongola. Parlano una Circa un 20 per cento della litica tribale, assimilata alla lingua persiana fortemente popolazione è rappresentato con elementi e parostruttura amministrativa sta- mescolata dagli hazari e dagli usbechi. Gli le turche. Infine, i kafiri - la cui origine azari vivono prevalentemente tale (secondo alcuni studiosi, nelle regioni montuose dell’Af- da questo gruppo sarebbe rimane avvolta nel mistero - vighanistan centrale, dove prati- sorti i talebani) vono isolati sulle montagne del cano agricoltura e allevamento. Nuristan e presentano caratteri Si ritiene che siano i discendensomatici mediterranei. Secondo ti dei conquistatori mongoli del XIII e XV secolo. la tradizione discenderebbero da un gruppo di La lingua è quella persiana, con elementi turchi e soldati di Alessandro Magno che avrebbero scelto mongoli. Contrariamente alla grande maggiorandi stabilirsi in questa regione. Sembra che vivano za della popolazione afghana, osservano la relidi agricoltura, in uno stato quasi primitivo, e che gione mussulmana sciita, e spesso sono stati diparlino una lingua della famiglia dardanica, ovvescriminati dalle autorità afghane proprio per quero appartenente alla popolazione dei Dàrdani sto motivo. stanziati nei pressi dell’antico monte Ida (nelGli usbechi vivono nel nord del Paese e insieme l’odierna Turchia asiatica) che traevano il nome dal ai turcomanni costituiscono i popoli di lingua turmitico Dàrdano, fondatore di Troia. Questo nome ca. Si tratta di agricoltori insediati nelle oasi della venne anche dato ad una popolazione illirica stanBaktria, dove praticano fiorenti colture di cotone e ziata in età classica a nord della Macedonia. la transumanza estiva verso le vicine montagne. Daniele Cellamare Sono i resti delle popolazioni turche che in epoca medioevale si erano spinte verso sud sino a lamLibero Docente di Relazioni Internazionali
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IL CENTRO DI SELEZIONE E RECLUTAMENTO NAZIONALE DELL’ESERCITO
IL CENTRO DI SELEZIONE E RECLUTAMENTO NAZIONALE DELL’ESERCITO La scelta del personale candidato a far parte di un’organizzazione in maniera temporanea o permanente, costituisce un momento di massima importanza e delicatezza proprio perché ai risultati di questa attività sono legate l’efficienza e le potenzialità dell’organizzazione stessa. Con i provvedimenti legislativi approvati a partire dal 1995 (decreto legislativo n. 196/95, legge n. 331/00, legge n. 226/04 per citare i principali) le Forze Armate e l’Esercito in particolare hanno dato un impulso straordinario alla professionalizzazione tale da portare ad adottare senza eccessivi traumi la sospensione della leva. Per la selezione del proprio personale e lo svolgimento dei relativi concorsi, l’Esercito individuò nel 1996 la caserma «Gonzaga del Vodice Ferrante» in Foligno (Perugia), costituendovi il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito (CSRNE), Ente deputato allo svolgimento dei concorsi per il reclutamento di tutto il personale che chiede di entrare a far parte dell’Esercito per più di un anno. l’accesso alle carriere di Ufficiali e Sottufliciali) è Il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale stata sentita l’esigenza di individuare una struttudell’Esercito è stato costituito il 1° ottobre 1996 ra in cui espletare le varie fasi nella Caserma «Ferrante Gonzadelle procedure concorsuali ga del Vodice» in Foligno (PG) a seguito della forte spinta alla Centro di Selezione e Re - che, come vedremo successivaprofessionalizzazione delle For- clutamento Nazionale del - mente, sono specifiche dei reze Armate data dal Parlamento nelle varie categorie l’Esercito è stato costituito il clutamenti con il quadro normativo approe ruoli militari. La caserma sevato nel 1995. Di fatto, con la 1° ottobre 1996 nella Caser - de del Centro è stata costruita costituzione della nuova figura ma «Ferrante Gonzaga del tra gli anni 1865-1870, su prodei Volontari in Ferma Breve, del Vodice» getto del Maggior Generale Ruolo dei Volontari in Servizio Giovanni Castellazzi, architetto Permanente, del Ruolo Sergenti militare, in un’area di circa otto ettari donata dal Comune di Foligno all’allora Mie dei connessi concorsi per l’accesso a tali ruoli (che andavano a sommarsi a quelli già esistenti per nistero della Guerra. Essa inizialmente assunse il nome di caserma «Vittorio Emanuele», denominazione che conservò fino al termine del Secondo conflitto mondiale. Durante tale lasso di tempo, è stata sede stanziale del 1° reggimento artiglieria da campagna, inquadrato nella Divisione di fanteria «Cacciatori delle Alpi». Dal 1946 la caserma è intitolata alla memoria del Generale di Brigata Ferrante Gonzaga del Vodice,
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A sinistra. L’ingresso del CSRNE. In apertura. Piazzale interno della Caserma «Ferrante Gonzaga del Vodice, sede del CSRNE.
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Veduta aerea del Centro.
piemontese, già Comandante del 1° reggimento artiglieria negli anni ’35 e ’36, decorato di 2 Medaglie d’Oro al Valore Militare. Notevolmente danneggiata dai bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale successivamente al restauro fu adibita a deposito materiali del citato 1° reggimento artiglieria. Poi ha ospitato, dal 1952 al 1954, il 18° reggimento artiglieria (in seguito trasferito a Rimini) e dal 1954 al 1981, la Scuola Allievi Ufficiali e Sottufficiali di artiglieria; quindi dal 1981 fino al 30 settembre 1996, il 92° battaglione fanteria «Basilicata» (poi 92° reggimento fanteria «Basilicata»). Dal 1° ottobre 1996 è, come già detto, sede del «Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito», quale organo della Forza Armata competente, a livello nazionale, in materia di selezione dei giovani che partecipano ai concorsi per il reclutamento nell’Esercito e precisamente per l’Accademia Militare, le Scuole Militari, nonché per l’accesso ai ruoli di Ufficiali laureati «a nomina diretta», Ufficiali del Ruolo Speciale, Ufficiali Ausiliari a Ferma Prefissata, Marescialli e Sergenti, Volontari in Servizio Permanente e in Ferma Prefissata Quadriennale. In sintesi, l’unica procedura concorsuale non
svolta presso il CSRNE è quella per il reclutamento come Volontario in Ferma Prefissata di un anno (i centri di selezione deputati a questo reclutamento sono: Bologna, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari). Il Centro ha dipendenza di impiego dal I Reparto Affari Giuridici e del Personale dello Stato Maggiore dell’Esercito con sede in Roma. Mantiene, inoltre, un collegamento tecnico con la Direzione Generale per il Personale Militare, per tutti gli aspetti concorsuali. LE PROCEDURE CONCORSUALI Lo svolgimento dei concorsi per il reclutamento del personale militare prevede, in linea generale una prova di selezione culturale (con quesiti a risposta multipla), prove di efficienza fisica, accertamenti sanitari e psico-attitudinali. Inoltre per alcuni concorsi sono previste prove scritte od orali (cultura professionale, matematica, lingua straniera, ecc.). La prova di selezione culturale Essa costituisce anche prova di sbarramento nei casi in cui il numero dei candidati è molto superio-
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collegato alla fotocellula posta sulla linea di partenza/arrivo. Queste possono essere integrate da altre prove obbligatorie come il salto in alto, la marcia di 15 km o integrative come la salita della fune. In alcuni concorsi (Accademia, Scuole Militari, Marescialli), al superamento delle prove fisiche sono connessi punteggi incrementali. La selezione sanitaria
La prova di cultura generale.
re ai posti a concorso. In via generale, i test dai quali sono tratti i quiz oggetto della prova sono posti in rete internet sui siti dell’Esercito e/o di PERSOMIL. Le materie e argomenti oggetto delle prove sono specificati in «Gazzetta Ufficiale» in sede di pubblicazione del concorso i candidati sono convocati mediante «Gazzetta Ufficiale». Il CSRNE ha la possibilità di ospitare circa 1 500 candidati a sessione. Queste ultime possono essere due al giorno (mattutina e pomeridiana) per un’entità complessiva di circa 3 000 candidati al giorno. Generalmente i quiz sono corretti al termine di ciascuna sessione mediante un lettore ottico con procedura informatizzata. I risultati sono affissi in apposite bacheche all’ingresso della caserma, dove i candidati possono prenderne direttamente visione. Al termine di tutte le sessioni previste i risultati dell’intera procedura concorsuale sono pubblicati in rete internet sul sito dell’Esercito e/o di Persomil. I candidati che superano la prova di selezione culturale proseguono l’iter concorsuale. Le prove fisiche In funzione dei posti messi a concorso, un congruo numero di candidati (definito in «Gazzetta Ufficiale») è convocato presso il CSRNE per sostenere le successive fasi della selezione. Generalmente le prime cui sono sottoposti i candidati sono le prove fisiche, differenziate per i candidati di sesso maschile e femminile. Queste, definite da bando pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale», variano in funzione del concorso e prevedono a fattor comune una prova di corsa piana (in alternativa: 100 m; 1000 m; 2000 m), piegamenti sulle braccia, flessioni addominali. La determinazione dei tempi avviene in maniera automatizzata, grazie all’utilizzo di cronometro provvisto di stampante,
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Successivamente al superamento delle prove fisiche si accede all’iter di selezione sanitario (diverso per ciascun arruolamento e comunque sempre stabilito in Gazzetta «Ufficiale»). In linea di massima, la selezione sanitaria si articola in due step successivi: • primo step (prima giornata), accertamenti specialistici e strumentali previsti dal bando; • secondo step, visita medica generale presso la Commissione Medica, che, oltre alla visita diretta dell’interessato, opera il «consuntivo medico legale» dei risultati degli accertamenti effettuati. In genere il bando di concorso dà facoltà alla Commissione di richiedere anche ulteriori accertamenti che si rendessero necessari nel singolo caso. Per ciascun candidato viene approntata una cartella degli accertamenti sanitari dove vengono conservati il verbale di visita medica e tutti i referti specialistici. L’idoneità di un concorrente è subordinata al possesso di specifici requisiti fissati dal bando di concorso (di norma possesso di profilo «tutti 2»). Per completezza, si aggiunge che, oltre agli accertamenti praticati direttamente presso il Centro, i bandi di concorso prevedono, generalmente, che il candidato, presentandosi a selezione, rechi al seguito i risultati di esami già condotti esternaLa prova fisica per la selezione dell’Accademia.
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caratteristiche attuali, ma soprattutto predittivi, ovvero riferendosi a quello che l’individuo potrà e saprà esprimere nei vari momenti che caratterizzano la vita lavorativa, alle sue possibilità di avere successo o di fallire nel compito affidatogli. Nella selezione attitudinale del personale volontario dell’Esercito sono impiegati, per delineare il profilo psicologico del candidato, specifici test di personalità ampiamente usati nel settore della selezione del personale e comunemente accettati dalla comunità scientifica, la cui somministrazione e successiva interpretazione deve essere fatta esclusivamente dagli psicologi, cosi come è previsto dal codice deontologico della professione.
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mente presso strutture sanitarie militari, pubbliche o private convenzionate. Trattasi dell’accertamento dei markers dell’epatite B e C e, per le concorrenti di sesso femminile, l’ecografia pelvica. Per le donne è, inoltre, prevista l’esecuzione del test di gravidanza dal momento che, l’eventuale sussistere di tale condizione, determina un «temporaneo impedimento all’accertamento dell’idoneità al servizio militare» (comma 2, art. 3 Decreto Ministero Difesa a 114 del 04/04/2000). Generalmente, ai concorrenti è consentito dalle norme concorsuali di effettuare, del tutto facoltativamente, presso strutture sanitarie esterne (della tipologia precedentemente citata) anche l’esame radiografico del torace in due proiezioni. L’attività selettiva effettuata in campo sanitario dal Centro negli ultimi anni è sicuramente ragguardevole. In particolare nell’anno: • 2006, sono stati sottoposti a valutazione medico legale 15 128 concorrenti (per n. 105 896 accertamenti specialistici e di laboratorio); • 2007 sono stati sottoposti a valutazione medico legale 13 751 concorrenti (per n. 82 506 accertamenti specialistici e di laboratorio); • 2008, sono stati sottoposti a valutazione medico legale 8 638 concorrenti (per n. 51 828 esami specialistici e di laboratorio). • 2009, i risultati si prospettano di entità uguale al 2008. La selezione attitudinale Il mutare degli scenari politici ed economici internazionali ha comportato anche un’importante trasformazione dei compiti affidati all’organizzazione militare che ha dovuto adeguarsi e riconfigurarsi, necessariamente, alle nuove situazioni. Infatti, non bastava più una Forza Armata orientata e addestrata alla difesa del territorio, ma è stato necessario garantire una sicurezza che andasse oltre i limiti geografici con unità in grado di proiettarsi anche lontano dalla realtà e dalla cultura del nostro Paese. Il cambiamento non coinvolge solo gli aspetti organizzativi e ordinativi dell’Esercito, ma anche tutto ciò che attiene al reclutamento, all’addestramento e all’impiego del personale ovvero, ciò che, in termini più attuali, può definirsi proprio della gestione delle risorse umane. Al moderno soldato si richiede un profilo professionale più dinamico e confacente agli attuali impieghi e scenari operativi inimmaginabili fino a qualche anno fa. Il moderno soldato è protagonista, in prima linea e in situazioni critiche, nel tutelare e garantire sicurezza ed equilibri che coinvolgono realtà e culture lontane dalla nostra. Un buon militare, pertanto, deve possedere adeguate capacità di adattamento e di resistenza allo stress e la sua selezione va intesa non solo in termini riferiti alle
Un esame diagnostico.
In generale l’attività di selezione attitudinale avviene al termine delle altre prove selettive e il giudizio di idoneità è emesso in funzione anche della sicurezza d’impiego del candidato nella specifica categoria e, all’interno di essa, nello specifico ruolo, oltre che dell’accertamento della presenza di caratteristiche attitudinali generalmente afferenti alle Aree cognitiva, relazionale, del lavoro e motivazionale. La Commissione per la selezione attitudinale esprime solo il giudizio di idoneità o non idoneità, senza attribuzione di punteggio incrementale utile ai fini della graduatoria. Al fine di migliorare costantemente i risultati delle selezioni viene attuato un continuo aggiornamento degli strumenti testologici nonché della formazione degli psicologi mediante la frequenza di corsi, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia e di altre Università, per l’acquisizione dei Crediti Formativi previsti dal programma nazio-
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nale di Educazione Continua in Medicina. Inoltre, al fine di apportare un funzionale contributo all’azione di comando e favorire una migliore conoscenza del personale alle proprie dipendenze, negli ultimi anni è stato approntato un «report attitudinale», di facile e immediata lettura, che ha nelle sue finalità quella di rendere disponibile, ai Comandanti dei reparti di impiego, una sintesi delle caratteristiche attitudinali del militare emerse in fase di selezione attitudinale. Ciò affinché, direttamente e/o attraverso l’ausilio del personale preposto, il Comandante possa disporre di elementi utili per instaurare una proficua relazione con il personale dipendente, che tenga anche conto delle caratteristiche dell’individuo. Gli psicologi, militari e civili, che operano nel Centro, oltre a essere abilitati all’esercizio della professione e iscritti all’albo professionale, hanno anche effettuato uno specifico training formativo sull’uso delle tecniche psicodiagnostiche applicate alla selezione del personale, e periodicamente frequentano specifici corsi di aggiornamento e formazione in ambito psicodiagnostico. La selezione attitudinale, infine, rientra tra le attività di prevenzione del disagio psicologico. Infatti, premesso che il lavoro è uno degli aspetti della vita delle persone che maggiormente contribuiscono al benessere psicologico, una persona che può esprimere al meglio le sue potenzialità in un contesto lavorativo ed è in sintonia con i suoi bisogni, ha una migliore qualità della vita. L’attività del Reparto selezione attitudinale Dal 2008 gli psicologi del Reparto effettuano anche la valutazione della personalità per l’attribuzione del coefficiente PS (Psiche) del profilo sanitario, al fine di individuare quei candidati che potrebbero incontrare delle difficoltà di adattamento nella vita militare. A tale scopo lo psicologo effettua un colloquio psicologico clinico, basandosi sui risultati di tre test di personalità: «MMPI 2», «Pic-
ture Frustration Study», «SCID 2», in ottemperanza al nuovo modello per la selezione psicofisiologica (medica). L’attività di selezione attitudinale avviene generalmente al termine delle altre prove selettive (preselezioni culturali, efficienza fisica e accertamenti sanitari). In particolare l’iter selettivo prevede che il candidato, una volta dichiarato idoneo dalla Commissione Medica, che opera nel Reparto Psi-
La IV Commissione Difesa in visita al Centro, nell’aula dell’accertamento psico-attitudinale.
cofisiologico, giunga nel Reparto Attitudinale. In questa sede lo psicologo effettua l’intervista di selezione attitudinale individuale al fine di indagare in che modo sono presenti nel candidato determinate capacità (per esempio cooperatività, perseveranza, ecc.), diverse in relazione ai differenti ruoli professionali; successivamente egli compila la Cartella per la valutazione attitudinale in cui è prevista una sintesi globale del candidato e la valutazione delle capacità. La valutazione delle attitudini avviene per tutti ruoli dell’Esercito e, nel 2008, i candidati sottoposti ad accertamento attitudinale presso il Reparto Selezione Attitudinale sono stati 6 636. A questi vanno aggiunte 7 145 valutazioni della personalità ai fini della valutazione del coefficiente PS per l’idoneità psicofilsiologica (medica). In totale sono stati valutati 13 781 candidati. La percentuale media dei non idonei all’accertamento attitudinale è risultata essere dell’11,21 % con punte del 28,1 % per il concorso Scuole Militari (percentuale più alta) e 6,45 % per il concorso interno dell’Accademia Militare di Modena e 7,3 % (percentuali più basse) dei concorsi per gli Ufficiali a nomina diretta Medici e Ingegneri (tabella 1). Il Vescovo di Foligno in visita al Centro.
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Fig. 1
I motivi della non idoneità attitudinale
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MOTIVI DELLA NON IDONEITÀ ATTITUDINALE Analizzando i motivi della non idoneità di due tipologie concorsuali: allievi Marescialli e Volontari in servizio permanente, prendendo in considerazione tre aree attitudinali: «le potenzialità adattive», vale a dire specifiche capacità afferenti come l’autocontrollo, la responsabilità, il rapporto con l’autorità, la propensione alla disciplina, ecc., necessarie per un buon inserimento all’interno del ruolo per il quale si concorre; «le aspettafive professionali» e «gli aspetti motivazionali», riguardanti tutti quegli aspetti legati alla motivazione a svolgere un certo lavoro in un certo ruolo e alle aspettative che di quel ruolo si hanno, è emerso che i motivi della non idoneità sono stati per l’80 % dovuti alle aspettative proCONCLUSIONI fessionali e agli aspetti motivazionali e per il restante 20 % a una carenza nelle potenzialità adattive (figura 1). La selezione del personale militare è estesa oltre Dai dati emerge l’importanza dell’analisi della che all’accertamento del possesso di elevate qualimotivazione e delle aspettative tà culturali, fisiche e mediche professionali nel processo seanche a una valutazione attitulettivo. La motivazione è Tenendo conto dei candi - dinale specifica del ruolo che il «quell’aspetto dell’individuo dati che sono stati interes - candidato intende ricoprire parche inizia, dirige e sostiene al concorso. Per avere sati alle varie fasi concor - tecipando l’azione umana verso il ragun’idea delle potenzialità del giungimento di un obiettivo suali (alcune prevedono la Centro, nel 2008 sono stati sotattraverso una prestazione la- permanenza del candidato toposti alle varie selezioni, nelvorativa» (Steers e Porter, presso il CSRNE per circa 5 l’arco dell’anno, circa 55 000 1987). giorni lavorativi) si arriva al - concorrenti, dalla fase di preseLa valutazione della motiva- la ragguardevole entità di lezione alla dichiarazione di zione è determinante nei proTenendo circa 70 000 presenze/can- idoneità/inidoneità. cessi di selezione del personale conto dei candidati che sono perché fornisce una previsione didato/giorno durante l’arco stati interessati alle varie fasi più accurata del buon inseri- dell’anno. concorsuali (alcune prevedono mento dell’individuo e della la permanenza del candidato qualità dei livelli di rendimento. presso il CSRNE per circa 5 giorTali dati sono stati confermati anche per i conni lavorativi) si arriva alla ragguardevole entità di corsi Accademia e Volontari a ferma prefissata circa 70 000 presenze/candidato/giorno durante del 2009. l’arco dell’anno. L’attività di selezione è complessa e richiede, a tutti coloro che vi partecipano, elevaTab. 1 ta professionalità, efficaci livelli di controllo del DATI STATISTICI RELATIVI AI CONCORSI processo e la conoscenza dell’obiettivo, vale a dire dei profili professionali di riferimento. La coerenza dei provvedimenti presi di idoneità o non idoneità è fondamentale per prevenire, quanto più possibile, le distorsioni. Il monitoraggio continuo dell’andamento della selezione è un utile strumento per garantire un procedimento quanto più scientifico e oggettivo possibile.
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Antonio Dibello Generale di Brigata, Comandante della Scuola del genio e Ispettore del Genio, già Comandante del Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito
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« CONTRO-R RIBELLIONE»: LA DOTTRINA FRANCESE
«CONTRO-R RIBELLIONE»: LA DOTTRINA FRANCESE Con i recenti conflitti in Iraq e Afghanistan si è riproposta, per l’Esercito francese, la necessità di rielaborare le modalità operative a livello tattico della contro-rribellione, di grande ausilio sono state la dottrina e le esperienze maturate sul campo nel corso della Guerra d’Algeria.
L’Esercito Francese ha elaborato di recente un documento dottrinale volto a colmare l'assenza di procedure tattiche adeguate, tra i metodi coercitivi classici (offensivi e difensivi) e il controllo di zone nelle attività operative di stabilizzazione (1). In tale pubblicazione vengono trattate le modalità operative a livello tattico della contro-ribellione (2), sviluppatesi e successivamente trascurate dopo la Guerra d’Algeria ma che hanno ritrovato una loro estrema attualità nei conflitti recenti (Iraq e Afghanistan). Per contro-ribellione si intende l’insieme delle modalità operative finalizzate alla neutralizzazione di un’organizzazione che pratica la violenza armata sotto forma di guerriglia o terrorismo, riducendo la sua libertà di manovra attraverso l’isolamento e la disgregazione. Il livello di coinvolgimento in questo tipo di lotta dipende dall’opzione politica nazionale o internazionale adottata, dal rapporto di forza sul Sotto. Ribelli in Ciad. In apertura. Pattuglia francese in Afghanistan.
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terreno e dall’atteggiamento della popolazione. La contro-ribellione dunque non tratta solo di aspetti tattici della lotta contro le varie organizzazioni armate ma si inserisce obbligatoriamente nell’ambito di una manovra globale di cui la popolazione rappresenta l’aspetto principale. Infatti, l’effetto tattico ricercato non è esclusivamente la distruzione o la cattura dei ribelli insorti, ma anche quello di privare il movimento di ribellione armata della sua presunta legittimità e dei suoi appoggi (interni ed esterni), porre fine alle azioni ostili violente e promuovere la sicurezza della popolazione e delle istituzioni. LE MINACCE Tipi di contestazione armata e loro organizzazione La contestazione dell’autorità politica legittima può assumere diverse forme, descritte nello schema che segue, di cui due comportano essenzialmente la lotta armata: la guerriglia e il terrorismo. Quest’ultimi rappresentano l’espressione di uno stesso fenomeno di resistenza in armi: la ribellione (figura 1). La ribellione cerca il sostegno della popolazione, da cui si attende un supporto. Ciò implica la messa in opera di un’organizzazione strutturata e gerarchizzata, unitamente a un’amministrazione parallela (polizia, giustizia). Le sue operazioni armate possono avere dunque uno scopo diverso da quello militare: impressionare la popolazione o l’amministrazione, colmare gli spazi vuoti dello Stato e demoralizzare gli oppositori. L’accentramento del Comando rende questo modello organizzativo efficace ma, allo stesso tempo, piú vulnerabile in quanto identificabile. Tale modello, adattato alle organizzazioni terroristiche ripartite in cellule, ha spesso una connotazione urbana (la città procura anonimato,
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periorità tecnologica della forza può esprimersi pienamente; • impedire alla forza di concentrare i suoi sforzi su un solo avversario, ciò implica di cercare di «essere ovunque allo stesso tempo», mettendo in atto i propri dispositivi nella massima diModalità d’azione screzione; • disporre di una zona di ripiegamento che funga da rifugio e base logistica sicura e di difficile acI movimenti di ribellione cercano di compensare cesso per le forze regolari. la loro inferiorità militare attraverso azioni che colLe modalità d’azione della piscono la sfera psicologica. guerriglia, per ridurre l’effiInoltre, essi giocano sul fattore Per contro-rribellione si in- cienza operativa delle forze retempo, che è a loro favorevole (in quanto una forza dispiegata tende l’insieme delle modali- golari, sono volte a ottenere ricerca effetti rapidi). tà operative finalizzate alla principalmente tre effetti: screle forze regolari (moTali movimenti si adattano veneutralizzazione di un’orga- ditare strando la loro incapacità opelocemente alle tattiche dei loro avversari, adottando procedure nizzazione che pratica la vio- rativa), paralizzare il dispiegadi aggiramento. Inoltre, le ban- lenza armata sotto forma di mento del loro dispositivo sul terreno, disarticolare il loro de ribelli combinano l’impiego guerriglia o terrorismo... sforzo principale. di armamenti classici con le L’obiettivo della guerriglia è di nuove tecnologie facilmente acconvincere o forzare la popolazione nella fornitura cessibili. Per raggiungere i loro fini senza lasciarsi di un concorso, in termini di personale e sostegno distruggere tali movimenti applicano spesso i selogistico, oppure di utilizzarla come ostaggio nelguenti principi: l’ambito di una strategia mediatica. A tal fine la • evitare la battaglia decisiva, nella quale la su-
costituisce una cassa di risonanza mediatica, garantisce la disponibilità di mezzi di trasporto e comunicazione). Le cellule agiscono, nella maggior parte dei casi, in autonomia ma possono riunirsi per operazioni puntiformi.
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guerriglia ricorre alla seduzione (che si basa sullo sfruttamento di una causa «giusta»), all’alienazione (attraverso la combinazione di seduzione e terrore, allo scopo di ritorcere la popolazione contro l’autorità legittima) e all’epurazione (per eliminare una parte di popolazione non controllabile o ostile). IL QUADRO D’AZIONE L’attività di intelligence è efficace se agevola significativamente la comprensione dei vari attori di una situazione operativa e della complessità dell’ambiente (religione, cultura, organizzazione so-
Sistema anti-IED sul tetto di un VAB dell’Esercito francese.
ciale ed economica), al fine di carpire le intenzioni dell’avversario e prevederne le azioni. Tale comprensione privilegia un’analisi sistematica che deve condurre all’identificazione precisa dei centri di gravità della ribellione (sostegno della popolazione, reti di approvvigionamento di armi e munizioni, «santuari»). Le capacità ROHUM (3) detengono un ruolo fondamentale, essendo orientate principalmente alla popolazione. Il risultato viene amplificato se combinato all’attività degli assetti ROEM (4), che permettono di seguire i movimenti dei ribelli quando utilizzano le telecomunicazioni. Tali capacità permettono di anticipare le azioni della ribellione e possono orientare gli altri «sensori», principalmente ROIM (5), allo scopo di confermare le informazioni raccolte. Gli assetti ROIM e radar costituiscono un appoggio diretto alle operazioni, grazie soprattutto ai drones tattici, ma possono ugualmente sorvegliare le zone rifugio della ribellione e gli assi di comunicazione e infiltrazione. L’attività d’intelligence descritta non può far a meno della raccolta di informazioni quotidianamente effettuata dalle forze schierate sul terreno, da considerare come «sensori» non
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specialistici. Le implicazioni giuridiche Il diritto applicabile in situazioni di stabilizzazione fluttua tra il Diritto dei Conflitti Armati e il Diritto Internazionale dei Diritti dell’Uomo. In base all’entità della violenza armata e l’organizzazione dei gruppi ribelli, il ricorso alle varie misure di coercizione (privazione della libertà, uso della forza al di fuori dei casi di legittima difesa) deve essere attentamente valutato. In generale le azioni di contro-ribellione si inseriscono nel Diritto dei Conflitti Armati e il principio più importante riguarda la distinzione tra combattenti e non combattenti. In tutti i casi le disposizioni legali e le semplici considerazioni etiche proibiscono ogni trattamento degradante o inumano sulle persone poste sotto responsabilità («de jure» o «de facto») delle forze. Di per sé il Diritto dei Conflitti Armati non si oppone alla condotta di azioni di contro-ribellione in quanto i ribelli possono essere considerati come persone che partecipano direttamente alle ostilità, dunque assimilabili a dei combattenti. Ciò significa che contro di essi possono essere intraprese misure coercitive vigorose, fino all’impiego della forza letale. Per quanto riguarda le azioni terroristiche condotte dai ribelli il Diritto dei Conflitti Armati le considera come un metodo di combattimento illegale: la forza, dunque, è giuridicamente tutelata nell’intraprendere azioni coercitive. Il fattore culturale Il fattore culturale costituisce un elemento importante della preparazione operativa delle forze ma anche della riflessione tattica nelle fasi di preparazione, pianificazione e condotta di un’operazione di contro-ribellione. Le unità devono acquisire una buona conoscenza del Paese, della sua popolazione e delle specificità culturali locali. La definizione delle caratteristiche del teatro (politiche, economiche, sociali, religiose e tribali) permette la comprensione del quadro generale d’azione. La conoscenza di base della lingua locale consente di migliorare le condizioni finalizzate al raggiungimento della missione ma spesso la barriera linguistica rende necessario il reclutamento di interpreti locali. L’impiego di quest’ultimi in azioni di contro-guerriglia può causare reali difficoltà (relative alla loro sicurezza, affidabilità, qualità della loro traduzione). SAPER AGIRE NELL’AMBITO DELLA POPOLAZIONE Il primo pilastro della contro-ribellione si basa
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sulle azioni condotte nell’ambito della popolazione. atto di misure volte a isolare i quartieri sensibili e L’azione delle forze terrestri deve essere finadifficili da controllare, pattugliando costantemente lizzata a preservare le zone poste sotto il proprio gli altri quartieri e conducendo azioni dinamiche controllo dalla ribellione armata, disarticolando improvvise. tutte le strutture ribelli che vi si sono infiltrate. In tabella 1 sono sintetizzati i diversi, possibili Le missioni di sicurezza pubblica generale (premetodi d’azione diretti sulla popolazione. venzione e protezione) ricadono sotto le competenze delle forze di polizia. Nel caso in cui tali L’AZIONE CONTRO-R RIBELLIONE forze non dispongano di mezzi sufficienti intervengono le Forze Armate. Per adattare il dispositivo di sicurezza alle circoLe missioni di contro-ribellione si basano su stanze il Comandante dispone di più opzioni: una forte decentralizzazione dell’azione tattica, • creare zone protette o cosidfino alle unità di livello più dette «cuscinetto» (protezione basso. La complementarità inLe missioni di contro-rri- terarma deve essere continuadi punti governativi sensibili, d’infrastrutture critiche, di zo- bellione si basano su una mente ricercata, al fine di fane confinanti con aree ribelli); forte decentralizzazione del- vorire una cooperazione com• realizzare un’accurata sorve- l’azione tattica, fino alle uni- pleta dei mezzi a disposizioglianza mediante dispositivi tà di livello più basso. La ne. Inoltre, è necessario conmobili; ai livelli subordinati complementarità interarma cedere • scortare convogli e personale; una grande libertà d’azione e, • separare fisicamente gli anta- deve essere continuamente allo stesso tempo, adattare le ricercata... gonisti. procedure in base alle lezioni Queste opzioni implicano apprese, in quanto le tattiche azioni dinamiche puntiformi fie le procedure dei ribelli si nalizzate a dissuadere tutte le attività criminali e a evolvono rapidamente (6). limitare la libertà d’azione dei ribelli (adozione di misure di coprifuoco e operazioni di ricerca di Il principio della «macchia d’olio» personale ed armamento). Il censimento della popolazione, l’identificazione La lotta contro la ribellione si basa inizialmendei suoi movimenti, rifornimenti e mezzi di comute sull’isolamento dell’avversario da parte della nicazione devono essere finalizzati alla messa in popolazione, sul suo confinamento su specifiche
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aree del teatro operativo e sulla realizzazione di azioni ostative verso i suoi movimenti e le sue risorse. La messa in atto del principio della «macchia d’olio» permette di tendere a questi obiettivi malgrado la fugacità dell’avversario, spesso arroccato su aree di difficile accesso che impediscono il confronto diretto. Tale principio si articola su tre tappe: • organizzare lo spazio allo scopo di determinare le zone di sforzo: quello che può essere affidato alle unità locali e dove vengono condotte essenzialmente azioni di ricostruzione (zone stabilizzate); quello che conviene occupare in ragione della sua importanza (legata alla natura del luogo, alle risorse di comunicazione e alla presenza di potenziali rifugi dell’avversario). Tale porzione di spazio viene inquadrata in una griglia che permette il controllo e la protezione della popolazione e la messa in opera di operazioni offensive in qualunque momento; quello la cui occupazione non è redditizia (in rapporto ai mezzi necessari), non è d’interesse o non è possibile; • rendere sicure le zone inquadrate nella griglia ed esercitare una pressione dissuasiva ai loro margini; • ricostruire le zone stabilizzate; • sfruttare i risultati ottenuti dai passaggi precedenti.
La messa in sicurezza e la ricostruzione delle zone controllate permette di svincolare mezzi operativi, riorganizzando gli spazi allo scopo di estendere la «macchia d’olio». Procedure tattiche di contro-rribellione Le procedure tattiche di contro-ribellione ricadono essenzialmente in due processi: la «grigliatura» e la «pressione dissuasiva». La «grigliatura» del terreno è un metodo essenzialmente finalizzato a proteggere le persone, i beni in generale e l’attività economica del Paese. Esso permette l’assunzione d’iniziativa sulla ribellione, in termini d’influenza sulla popolazione, e il normale proseguimento della vita quotidiana, aprendo dunque la via alla ricostruzione. Si tratta di un dispositivo più o meno denso, strettamente legato agli obbiettivi più importanti, diviso in settori a partire da
Sotto. Ribelli afghani. A destra. Ribelli in Somalia.
una rete di postazioni collegate da linee di comunicazioni principali. Lo schema di una «grigliatura» si realizza secondo la logica seguente: • una postazione che sorveglia un determinato settore. Essa deve essere occupata da un’unità interarma, dotata di mezzi autonomi d’appoggio aeroterrestri e di sostegno logistico. Tale postazione permette di conseguire degli effetti sulla popolazione (come elemento di sicurezza e sovranità), sull’avversario (attraverso l’«aggregazione» della minaccia, costituendo un obiettivo che concentra le forze nemiche che subiscono la potenza di fuoco delle forze regolari), sulla protezione delle forze (attraverso un’organizzazione comprendente misure di controllo degli ingressi e delle uscite, di accesso degli elicotteri e mezzi di sorveglianza specialistici quali radar e rilevatori elettronici); • la protezione delle linee di comunicazione, prevenendo azioni di sabotaggio. Essa presuppone
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Se la sorpresa è un fattore di successo importante la capacità di ristabilire tempestivamente un pasnelle operazioni classiche in contro-ribellione rapsaggio interrotto utilizzando gli assetti del genio; presenta l’unico fattore. La messa in atto delle ope• la creazione di una rete di postazioni che permette razioni deve privilegiare la notte, il terreno e le condi ostacolare l’attività dei ribelli, impedendone dizioni sfavorevoli, tener conto delle attività civili l’estensione. Questa presenza duratura permette, usuali (per esempio mercati) e mascherare gli indicainoltre, di acquisire una conoscenza approfondita tori esteriori (logistica, sostegno locale). La preparadel terreno e degli abitanti. zione dell’operazione deve essere sostenuta da asLa task force più adatta a questo tipo di missioni è quella del GTIA (7), con la prevalenza di setti specialistici che possono favorire la discrezione unità di fanteria. (per esempio drones) e da misure d’inganno. La «grigliatura» si basa dunque sulla sorveglianza, In tabella 2 la sintesi delle procedure tattiche di il controllo, l’intelligence, la protezione (convogli, contro-ribellione. popolazione e individuale), l’esplorazione, l’interdiAzioni specifiche di contro-rribellione zione e il rastrellamento. Per contro la pressione dissuasiva ha un carattere essenzialmente offensivo, finalizzato alla distruzione La modalità d’azione di base applicata dalle delle forze ribelli sul terreno. In unità sul terreno è la pattuglia. tale ambito l’attività d’intelligence Essa combina effetti multipli in è fondamentale, dovendo orienLa modalità d’azione di materia di raccolta d’informatare gli sforzi verso gli obiettivi base applicata dalle unità zioni, identificazione e arresto personale sospetto e neudecisivi. La pressione dissuasiva sul terreno è la pattuglia. di tralizzazione di gruppi ostili. tende, inoltre, a generare un clima di insicurezza sul terreno dei Essa combina effetti multi - Oltre alle pattuglie da ricogniribelli, imponendo loro una mo- pli in materia di raccolta zione e aeree (ALAT) (8) sono bilità forzata e limitando la loro d’informazioni, identifica - molto importanti quelle di libertà d’azione. Le procedure zione e arresto di persona - «prossimità», volte a manifeutilizzate consistono nel: le sospetto e neutralizza - stare una presenza rassicurante nei confronti della popola• creare degli avamposti ai marzione di gruppi ostili zione senza turbare la normagini delle «zone grigliate»; le vita quotidiana. • localizzare i ribelli; In alcuni casi, per riprendere • fissare i ribelli al fine di agevoil controllo di un settore in seguito a gravi disorlare un’operazione aeroterrestre; dini o per colpire le organizzazioni ribelli, è ne• distruggere i ribelli; cessario imporre un coprifuoco secondo le se• prevenire la ricostruzione dei potenziali del moviguenti modalità: mento ribelle, in termini di armamento e uomini, • pianificare la durata, la zona, i limiti e le truppe mantenendo la presenza di forze regolari nell’area.
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torio favorevole (al fine di renderlo più vulnerabile). I migliori risultati si ottengono dalla combinazione delle azioni terrestri con quelle aeromobili. Infine le azioni di intercettazione si propongono di distruggere o neutralizzare il nemico (in movimento attraverso un’imboscata e nascosto attraverso un colpo di mano) e i suoi depositi oppure ottenere informazioni sui ribelli. Per quanto attiene la minaccia legata ai centri urbani vanno considerate alcune specificità: i ribelli ottimizzano l’impiego di armamento leggero (9), le loro capacità di mimetismo all’interno della popolazione e la manipolazione dei mass media per i loro Elicottero multiruolo «Cougar» dell’Armée de Terre. scopi. Dunque, le forze regolari devono far fronte a diverse problematiche legate alla minaccia (identifinecessarie in considerazione dell’ambiente; cazione dei ribelli e determinazione delle fonti di • informare la popolazione (affissione di manifesti, fuoco, utilizzazione del tiro indiretto in tempi ridistribuzione di volantini, annunci via radio e stretti, gestione degli ordigni esplosivi e delle armi tramite altoparlanti). L’amministrazione locale è c/c) e all’ambiente (valutazione rapida della situaresponsabile della consegna dei lasciapassare; zione e coordinamento nel combattimento, mano• creare un posto comando unico, al fine di assivrabilità delle unità montate (10), combattimento curare una stretta coordinazione tra le autorità nelle tre dimensioni e identificazione degli edifici, civili, militari e di sicurezza; coinvolgimento della popolazione e opposizione di • assumere rapidamente le posizioni necessarie folle ostili, gestione dei rifornimenti e delle evacuaattraverso pattuglie mobili e postazioni fisse zioni sanitarie). La preparazione di tali interventi de(anche sui tetti delle abitazioni, con funzioni di ve essere minuziosa e fondata su una ricerca inforosservazione e copertura) e stabilire un sistema mativa multisensoriale (sistemi elettronici, drones di di filtraggio per controllare ingressi e uscite. sorveglianza e acquisizione, infiltrazione di persoDi notevole rilievo sono le azioni di bloccaggio, nale ROHUM-R) (11). L’unità d’impiego di riferimenfinalizzate a isolare un preciso to è il sub-gruppo tattico su baobiettivo, tagliare i supporti alla se fanteria, rinforzato da carri «per raggiungere il suc- armati e genio (EBG) (12). Ogni ribellione e la sua influenza sulla popolazione, favorire azioni cesso necessaria una strate - unità può essere accompagnata di neutralizzazione o rastrella- gia che ponga al centro la da mezzi dotati di altoparlanti al mento. Il successo di tali azioni di gestire la popolazione resicurezza dei villaggi e della fine è assicurato dalla sorpresa, dal sidua nella zona delle operazioni confinamento dell’avversario popolazione» e limitare le vittime collaterali. (attraverso la creazione di una Inoltre, ciò consente di influenzona di sorveglianza in profonzare il morale e la disciplina deldità, oltre la linea di bloccaggio), dall’intervento di le forze irregolari, incitandole alla resa o alla fuga. unità d’«intercettazione» (dei ribelli) e unità di siQueste operazioni si sviluppano normalmente in curezza (per la popolazione). cinque fasi successive: l’afflusso delle unità, simulFra le azioni specifiche rientrano anche il rastreltaneamente e attraverso più assi, per respingere i rilamento, la pressione e l’intercettazione. belli verso le loro zone di ripiegamento; la chiusura Il rastrellamento consiste nel ricercare sistematidelle zone sensibili (per esempio campi profughi, atcamente in un settore/zona specifica tutte le forze traverso posti di blocco blindati e coprifuoco); la nemiche, equipaggiamenti, documentazione e neutralizzazione dei ribelli (i prigionieri devono esmezzi di sussistenza e interrompere le attività clansere immediatamente interrogati da personale spedestine ostili. cializzato); la perquisizione sistematica per sfruttare Le azioni di pressione si realizzano nel restringitempestivamente le informazioni ottenute; il rapido mento del nemico in una zona o su un itinerario disimpegno per evitare di impantanarsi e di incoragdefinito e nella generazione di un clima di insicugiare il risentimento della popolazione. Da un punto rezza favorevole alle unità amiche. Tali effetti posdi vista giuridico vanno considerati due principi, sono essere conseguiti tramite il fuoco e la realizquello della distinzione (13), che obbliga a discrimizazione di colpi di mano e imboscate, frazionando nare fra combattenti e non combattenti, e quello di la zona d’azione dei ribelli. Il successo di tali azioproporzionalità (davanti ad un obiettivo lecito le forni passa attraverso l’individuazione dell’avversario ze devono adottare la potenza di fuoco strettamen(assetti esploranti) e la sua espulsione da un territe necessaria, causando meno danni possibili).
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(3) Renseignement d’origine humaine - HUMINT (Human Resources Intelligence). (4) Renseignement d’origine électromagnétique - SIGINT (Signal Intelligence). (5) Renseignement d’origine imagerie - IMINT (Imagery Intelligence). (6) Metodo «BOLO» (Be On the Look Out), utilizzato in Iraq dagli americani per diffondere la scoperta di nuovi metodi avversari e apprenderne le contromisure. (7) Groupement Tactique Inter Armes (Gruppo Tattico Interarma), normalmente su tre compagnie di fanteria, uno squadrone da ricognizione, una compagnia del genio e una compagnia di mortai pesanti. (8) Aviation Légère de l’Armée de Terre, Aviazione Leggera dell’Esercito. (9) Essi hanno il vantaggio della conoscenza del terreno e utilizzano una grande varietà d’armamento: trappole, molotov, lanciarazzi a/c, attentatori suicidi, veicoli esplosiSopra. Un VAB dell’Armée de Terre nel distretto di Arghandab in Afghanistan. A destra. Soldati francesi in Afghanistan.
CONCLUSIONI Lawrence d’Arabia, forte di una vasta esperienza di guerriglia condotta al fianco delle tribù arabe contro le forze ottomane nel corso della Prima guerra mondiale, insiste sulla necessità di preservare le responsabilità delle forze autoctone. In uno dei suoi scritti precisa che «è meglio lasciare che gli Arabi facciano le cose da soli in un modo accettabile piuttosto che farle in prima persona alla perfezione. Si tratta della loro guerra, voi siete là per fornire un supporto e non per vincerla al loro posto». Inoltre, come recentemente sottolineato dal Comandante delle Forze Alleate in Afghanistan (15), «per raggiungere il successo è necessaria una strategia che ponga al centro la sicurezza dei villaggi e della popolazione». Giosuè Tortorella Capitano, in servizio presso il Centro Studi per le Post Conflict Operations NOTE (1) CDEF (Centre de Doctrine d’Emploi des Forces), «Doctrine de Contre Rèbellion», gennaio 2009. (2) Il termine americano o britannico «counter insurgency» corrisponde più alla nozione francese di «fase di stabilizzazione» e non è in alcun caso una semplice modalità operativa a livello tattico.
vi, cecchini, manifestazioni, ostacoli e barricate. (10) Su mezzi. (11) La dottrina francese distingue il Renseignement d’Origine Humaine (ROHUM) in ROHUM-C (Renseignement d’origine humaine-Conversationnel) basato sul dialogo con le diverse fonti e ROHUM-R (Renseignement d’origine humaine-Reconnaissance) frutto dell’attività esplorante. (12) Engin Blindé du Génie, mezzo blindato del genio simile al Carro Pioniere «Leopard». (13) Art. 47 del primo Protocollo addizionale alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1946. (14) Tenente Colonnello britannico Thomas Edward Lawrence. (15) Generale Stanley McChrystal.
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IL CONTRIBUTO DEGLI ANTROPOLOGI ALLE PEACE SUPPORT OPERATIONS
IL CONTRIBUTO DEGLI ANTROPOLOGI ALLE PEA ACE SUPPORT OPERA ATIONS L’antropologia culturale può rivelarsi utile per il personale in partenza per i teatri operativi, in quanto fornisce una conoscenza degli usi e dei costumi dei popoli. Può anche avere una possibile funzione operativa all’interno del processo decisionale che i Comandanti utilizzano al fine di decidere strategie e condotte per l’assolvimento del compito assegnato in teatro.
Il Corso di studio triennale in Scienze strategiche all’Università di Torino prevede l’insegnamento di antropologia culturale sia per il corso tecnico-amministrativo sia per quello politico-organizzativo. Anche il Corso di Stato Maggiore e il Master pluritematico, che si svolgevano negli anni passati alla Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari e che avevano come obiettivo quello di fornire utili strumenti operativi per i frequentatori, prevedevano un modulo di antropologia culturale.
Certamente uno dei motivi per i quali i Corsi militari prestano attenzione alla disciplina è quello di fornire ai frequentatori delle conoscenze comuni ai loro colleghi che provengono dal mondo civile: in moltissimi corsi di laurea, anche diversi tra loro, sono previsti moduli di antropologia. La disciplina, d’altro canto, fornisce utili strumenti per la professionalità dell’Esercito. Innanzitutto, permette di comprendere l’importanza di porsi di fronte all’«Altro», allo straniero, in termini di confronto. La storia dell’umanità si sostiene sul confronto e sul cambiamento. Nessun gruppo umano, se non quelli della fantasia cinematografica, può vivere completamente isolato rispetto agli altri. Anche le popolazioni delle isole Trobriand (vicine alla Nuova Guinea nel Pacifico Occidentale), apparentemente escluse dal mondo, come ben indicò Malinowski (1884-1942), interagivano con le altre isole e altre popolazioni con vivaci scambi commerciali e complesse relazioni sociali. L’incontro con l’«Altro» necessariamente comporta un cambiamento: può variare la sua intensità, ma in ogni caso avviene sempre. L’umanità si è, senza interruzione, incontrata e confrontata e ogni gruppo umano ha sempre appreso qualcosa di nuovo e dato qualcosa alle comunità che ha incontrato nella propria storia. L’esperienza di Alessandro Magno e del suo Esercito macedone, che man mano si addentravano nell’estremo Oriente, allora sconosciuto modificavano i propri atteggiamenti e comportamenti, perdendo frammenti di «grecità» e acquisendo caratteri culturali delle popolazioni locali (ad esempio persiani), può essere un interessante esempio. La cristianizzazione stessa delA sinistra e in apertura. L’incontro con l’«Altro» necessariamente comporta un cambiamento: può variare la sua intensità, ma in ogni caso avviene sempre.
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l’Occidente o l’islamizzazione dell’estremo Oriente sono esempi di quella che gli antropologi chiamano «globalizzazione culturale». Non è un caso che tra i primi santi e i primi martiri cristiani ci siano stati molti soldati: primo tra tutti certamente san Longino, il legionario romano che nella tradizione cristiana trafisse il costato di Gesù e portò il Suo Sangue, unitamente alla lancia utilizzata, in Italia. Fu martirizzato a Mantova per la sua fede acquisita nell’incontro con Cristo sulla Croce. Sono i militari che vanno in esplorazione, in un
Sopra e a sinistra. Il dialogo, in modi differenti e più o meno drammatici avviene sempre, anche se spesso lascia curiosità non appagate da entrambe le parti.
sorta di cultura diversa, a quella che Amselle (2001) e gli antropologi moderni chiamano «meticciato culturale» e che non appartiene né a un gruppo né all’altro. È però utile ricordare che la storia militare si accompagna sempre a quella della comunità e ribadire l’importanza di vedere nel militare all’estero il primo (nel senso di quello in prima linea) esponente di una «cultura che lo sostiene» e che «esiste dietro di lui». L’ANTROPOLOGIA E I MILITARI: UNA COLLABORAZIONE CREATA NEL TEMPO L’esperienza militare del vivere sulla frontiera, certo senso in avanscoperta per il loro gruppo, e non solo spaziale, ma anche tra le culture, ha che vivono anche per anni nei territori al confine portato i primi antropologi, o meglio, i primi stucon le altre comunità. Sono loro, rispetto alle codiosi moderni a usare i numerosi scritti di Uffimunità di provenienza, a venire a contatto per priciali, oltre a quelli di amministratori e di missiomi con le nuove idee e ad essere sollecitati al connari, per attingere al folklore e agli usi dei popofronto. Gli obiettivi delle attuali esotici allora sconosciuti. Lo li missioni all’estero prevedono scambio è stato nondimeno specificamente il contatto diret...in diverse situazioni le reciproco: in diverse situazioni to con le popolazioni e la convi- Amministrazioni coloniali si le Amministrazioni coloniali si venza per mesi, se non per an- sono avvalse degli antropo - sono avvalse degli antropologi ni, in territori diversi dal proprio delle loro capacità di ricerca logi e delle loro capacità di ee analisi da parte dello stesso personale per meglio conoscere militare. Il dialogo, in modi dif- ricerca e analisi per meglio le popolazioni che dovevano ferenti e più o meno drammati- c o n o s c e r e l e p o p o l a z i o n i governare. ci avviene sempre, anche se che dovevano governare L’esempio più interessante è spesso lascia curiosità non apcertamente quello di Edward pagate da entrambe le parti. Evans-Pritchard (1902-1973), Risulta certamente improprio mettere sullo stesso uno dei più grandi studiosi della disciplina, che piano le esperienze, limitate nel tempo, dei militari partecipò, in veste di consulente, a diverse missioitaliani e gli incontri tra popolazioni che possono, ni militari britanniche (1). attraverso una lunga convivenza, dare origine a una Studiò, tra le altre, la popolazione Azande, che
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Nell’ambito delle operazioni militari all’estero si rivela fondamentale un giusto approccio con le popolazioni locali.
coerenza interna a ogni sistema di credenze. Riportando tutto alla nostra esigenza come militari di conoscere le culture delle popolazioni che incontriamo, l’attenzione alla coerenza dei sistemi di credenze alla base dei diversi modelli socioeconomico, politico, familiare può essere un utile strumento per la nostra personale analisi e valutazione della situazione in cui ci troviamo a operare. I termini della questione culturale non sono relativi a quale sia il gruppo «superiore» nel confronto: il discorso si sposta sulla comprensione che ogni cultura ha un suo sistema logico, altrettanto legittimo e valido che permette ai diversi gruppi umani di organizzare la struttura sociale, politica, economica, familiare e di relazione con gli appartenenti alla comunità stessa e con quelli esterni ad essa. In altre parole, ogni gruppo umano organizza il proprio sistema con risposte culturali alle esigenze comuni a tutta l’umanità. Per rispondere ai vari bisogni, le comunità elaborano diverse tipologie di organizzazioni sociali, diverse gestioni del potere, differenti strategie produttive e modelli economici; così creano diverse tipologie di organizzazioni familiari e di alleanze parentali per le necessità riproduttive, ma anche per logiche di accordi e alleanze con le comunità vicine.
viveva sul confine tra gli attuali Sudan e Congo. I suoi risultati meritano di essere qui presentati per illustrare più adeguatamente il contributo che può fornire l’antropologia alla realtà militare. Evans Pritchard (1937) mise in evidenza come questa popolazione avesse un sistema sociale e politico basato su credenze nella stregoneria e L’INTERPRETAZIONE DELL’«ALTRO» nella magia che permettevano di dare un significato a tutti gli avvenimenti. Qualsiasi evento acIn situazioni di conflitto, dove si incontrano poquistava un senso solo se visto come parte interpolazioni che vivono con drammaticità l’espedipendente di un unico complesso di fatti stregorienza del quotidiano, la questione non è semplineschi e magici. «Questo sistema ha una struttura logica. Una volta stabiliti alcuni postulati, ricemente risolvibile facendo riferimento genericamente al relativismo culturale, oggetto attualsultano valide le conclusioni e l’azione è basata mente di ampie dispute, soprattutto in tema di su di essi». Per Evans Prichard il pensiero zande diritti umani e del loro riconoscimento da parte di possedeva un carattere coerente e logicamente tutti i Paesi. Serve, a questo punto, accennare a necessario: date certe premesse, derivano determinate conseguenze. È lo stesun altro antropologo a noi so pensiero logico che apparcontemporaneo, il quale protiene, seppure in un’altra diIn altre parole, ogni grup - pone il tema del confronto culmensione, al nostro sistema di po umano organizza il pro - turale legato alle tematiche credenze: una causa produce superiorità culturale delprio sistema con risposte della un effetto. Gli Azande attribuil’Occidente: Clifford Geertz. vano questo legame alla stre- culturali alle esigenze co - Poiché parliamo di movimenti goneria, secondo un modello muni a tutta l’umanità dell’Esercito nel mondo, posnon contraddittorio, che qui siamo dire che Geertz è una non possiamo approfondire, pietra miliare dell’antropologia contemporanea perché è il teorico dell’«interprecosì come noi lo attribuiremmo a spiegazioni «scientifiche». Il problema della razionalità, che tazione della cultura». Non è il caso qui di preaveva già trovato in Levy Bruhl riferimenti al pensentare l’acceso dibattito degli studiosi, esistente tuttora, attorno alla questione proposta da Gesiero logico, in Evans Pritchard viene risolto come ertz, molto complessa, che possiamo concretizun «non problema»: la questione della differenza zare, a prezzo di una fortissima riduzione conculturale (nei termini di diversa attribuzione di cettuale, in un’affermazione: quando un indivisignificati e di discordante soluzione dei probleduo ne incontra un altro, appartenente a un dimi) non si gioca sull’alternativa tra quale dei sistemi espressi dai vari gruppi sociali sia quello verso gruppo culturale, vede degli atteggiamenti, vero e quale sia quello falso: esiste sempre una dei comportamenti che questi compie e li inter-
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preta secondo il proprio codice interpretativo. L’esempio che Geertz utilizza è esemplare: vediamo una persona che strizza l’occhio; questa azione cosa significa? Può essere un tic, quindi non avere alcun significato per noi oppure essere un messaggio inviato a noi espressamente, un «ammiccamento». In questo caso, di che tipo? Vuole essere un modo per instaurare una relazione di tipo amicale e solidale, un invito alla complicità, oppure sessuale (come potrebbe essere il modello della nostra cultura)? La questione è decisiva: lo sanno bene quanti, all’estero hanno vissuto esperienze di errata valutazione dei gesti, dei simboli e dei loro diversi significati culturali contestuali che hanno creato grosse difficoltà di convivenza con la popolazione.
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Sopra e a sinistra. L’attenzione all’Altro, al suo sistema di credenze, ai suoi Modelli sociali, politici, culturali costituisce uno strumento chiave per un’adeguata analisi e valutazione del contesto in cui ci si trova ad operare.
La domanda che possiamo porci a questo punto, utilizzando i contributi di Evans Pritchard e di Geertz è ancora più complessa: esiste la possibilità di comprendere esattamente e perfettamente una cultura diversa dalla nostra e viceversa? La difficoltà dell’interpretazione non sta solo nella semantica del gesto, vale a dire nel diverso significato che si attribuisce ad esso, ma anche nei diversi sistemi logici di riferimento che sottostanno ad esso. Quello che appare perfettamente coerente a un gruppo non lo è per un altro. Bisogna ammettere che questo elemento è oramai conosciuto dalle forze militari italiane, che si
preparano anche agli aspetti culturali e alle difficoltà interpretative: sono tantissimi coloro che prima di partire per una missione sentono l’esigenza di leggere dei testi sui popoli che incontreranno. Manca forse l’occasione di utilizzare le lezioni apprese per una formazione sempre aggiornata e attuale dei diversi Corpi di spedizione. In altre parole, non solo è utile dire di che colore è il copricapo dell’autorità politica di quel luogo, ma anche formare il personale a cercare i segni che indicano la persona autorevole, qualunque sia il contesto, perché questi possono variare anche per le storie personali delle varie comunità che vivono nello stesso territorio. È riduttivo pensare di rispondere al confronto culturale con delle Linee guida senza indirizzare l’attenzione del personale sulla complessità dell’incontro con l’Altro. Se abbiamo imparato che le reazioni ai nostri comportamenti variano a seconda del genere sessuale di chi abbiamo di fronte, della loro appartenenza a maggioranze o minoranze politiche, religiose, sociali, al loro grado di istruzione e di educazione, alle loro responsabilità lavorative, alle precedenti esperienze con contingenti italiani e non, è altrettanto vero che queste variano anche in base al nostro genere sessuale, alla nostra appartenenza a maggioranze o minoranze, così come al nostro livello di istruzione e di responsabilità lavorativa. Si utilizzano a livello aneddotico le esperienze avute per fare una sorta
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trettanto gradevole può non esserlo per il personale militare che ha vissuto esperienze di confronto forte, se non drammatico, con incomprensioni acute e manifestazioni di rifiuto del modello culturale incontrato. Anche in questo caso, le ricerche condotte sul campo e gli studi successivi al rientro a casa possono fornire un utile strumento per la formazione e la (ri)composizione del personale tornato in patria, che forse dovrà anche ripetere l’esperienza in futuro negli stessi luoghi. Conoscere una popolazione, rispettare la sua cultura, apprendendo come non mettere in discussione (con risultati positivi o negativi non importa) la propria, e scoprendosi Sopra e a destra. Il rispetto che vogliamo dimostrare passa attraverso il riconoscimento reciproco della diversità.
di prontuario con liste di cose «giuste» e «sbagliate» che non tengono conto del fatto che siamo tutti portatori di cultura. Bisogna educare il personale a una certa elasticità, occorre una flessibilità di adattamento nella consapevolezza che come esistono varie culture locali, così nel dialogo dobbiamo tenere conto del fatto che è presente sempre un’altra: la nostra, e non fare tenace affidamento sul «buonsenso nostro, tipicamente italiano», come se non fosse un’inferenza culturale anche questa credenza condivisa. Il rispetto che vogliamo dimostrare passa attraverso il riconoscimento reciproco della diverrispettati a propria volta, può soddisfare le cusità. Le esperienze più belle fatte da quanti di riosità reciproche in modo positivo, creare i prenoi sono stati all’estero, certamente, sono state supposti per un’esperienza proficua che facilitequelle nelle quali la popolazione ha accolto e aprà il ritorno a casa e il successivo reimpiego nelprezzato il nostro operato attento alla loro spelo stesso scenario. cificità culturale, ma nello stesso tempo ha saputo riconoscere, a sua volta, la nostra La letteratura antropolo - UN’ESPERIENZA DI ANTROPOdiversità. In quelle situazioni gica, intesa come l’insieme LOGIA OPERATIVA abbiamo avvertito meno il disagio culturale del confronto. di scritti e di resoconti veri, La letteratura antropologica, Ecco, allora, che se da una par- frutto di una esperienza sul intesa come l’insieme di scritti te è utile costruire delle liste campo dell’antropologo che e di resoconti veri, frutto di dos and dont’s («questo si può ha (con) vissuto con la po - una esperienza sul campo delfare» «quello non si può fare») polazione per tempi prolun - l’antropologo che ha (con)vische possono fornire delle pricon la popolazione per gati, può fornire un utile suto me indicazioni di uso, per evitempi prolungati, può fornire tare il ripetersi di errori di giu- s t r u m e n t o a n c h e d i r e t t a - un utile strumento anche didizio ogni volta che cambia il mente operativo rettamente operativo. Una volpersonale, dall’altra è necessata appresi gli strumenti metorio formare i contingenti al tedologici e sistematici e fatti ma più generale del confronto e del relativismo propri dal personale militare coinvolto in missioculturale senza avvertire il rischio di perdere ni all’estero, dove il contatto con la popolazione parti della nostra unicità. Se un turista occasioè necessario e previsto nel Mandato stesso, quenale può trovare divertente il disagio culturale sti possono e devono essere utilizzati non unicache avverte dopo un viaggio in Paesi lontani, almente a livello interindividuale. In una prospetti-
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va globale che vede l’Esercito coinvolto in territori sempre più differenti, possiamo affermare che l’antropologia, come scienza, fornisce una metodologia di ricerca e di analisi dei dati etnografici che possono servire a quanti devono compiere studi sugli scenari operativi e definire strategie di azione. Il potenziale espresso dalla disciplina nelle missioni all’estero è stato ben compreso dal Generale Petraeus che, nel 2006, ha approvato la presenza in Iraq e in Afghanistan di antropologi embedded nelle unità Human Terrain System (HTSs), esperienza che sembra dare ottimi risultati. Il progetto è nato dalla collaborazione di alcuni antropologi americani, tra i quali Montgomery McFate, con diversi Centri di ricerca della Difesa, e dal loro contributo alla redazione di alcuni capitoli del «manuale Counterinsurgency» del Generale Petraeus stesso (2006). In questo caso l’esigenza militare per la quale è stato avviato il progetto è stata quella di capire le motivazioni culturali dei comportamenti delle popolazioni verso gli americani e di riuscire a prevedere le risposte locali a scelte strategiche e operative precise. Il contributo di ricercatori, esperti nella ricerca, nell’analisi, e soprattutto nell’incontro con l’«Altro» è stato inteso non tanto come quello di semplici «consiglieri culturali». Le loro analisi sono un elemento importante delle scelte strategiche e operative dei Comandanti stessi. I risultati appaiono molto promettenti: nelle aree operative dove sono presenti unità HTSs si è abbassato in modo significativo il livello di conflittualità (misurabile in perdite umane americane e non) e la percezione da parte della popolazione della presenza americana appare più positiva che in quelle dove non sono presenti antropologi.
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In una prospettiva globale che vede l’Esercito coinvolto in territori sempre più variegati, l’antropologia fornisce un valido metodo di ricerca per chi deve compiere studi sugli scenari operativi.
l’assolvimento del compito assegnato in teatro. In questa direzione sarebbe auspicabile avere degli antropologi embedded (o personale militare formato a questo scopo) che incontrino la popolazione con ipotesi risolutive di ricerca precise e acquisiscano dati etnografici scientificamente validi e utili ai fini della missione, in una modalità di colloquio con i civili che sia avvertita da entrambe le parti come positiva e proficua. Il conoscere come la presenza dello straniero, dell’«Altro», in questo caso noi che operiamo fuori dei nostri confini nazionali, venga percepita dagli indigeni e quali siano o potrebbero essere le loro risposte concrete alle nostre azioni, ideali o reali, può contribuire realmente in modo efficace ai processi decisionali nelle politiche di intervento e di gestione.
Chiara Galli Capitano, in servizio presso la Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito
CONCLUSIONI L’antropologia culturale è una disciplina che prevede analisi di popolazioni e di aree di interesse con una precisa metodologia di ricerca: dall’ipotesi, all’acquisizione ed elaborazione di dati etnografici forniti da persone reali, direttamente contattate, all’osservazione diretta sul campo delle relazioni umane e delle modalità di costruzione culturale del mondo circostante. Per questo essa risulta utile nelle missioni all’estero, sia nella conduzione delle relazioni del personale con le popolazioni, sia nella gestione del disagio culturale che può essere avvertito dai militari e dalle persone che vivono nel territorio. È possibile considerare l’antropologia culturale anche come una funzione operativa (2) all’interno del processo decisionale che i Comandanti utilizzano al fine di definire strategie e condotte per
NOTE (1) In particolare venne chiamato in Sudan dall’amministrazione anglo-egiziana per studiare i Nuer, che non accettavano la presenza straniera, affinché fornisse un rapporto sulla popolazione «la cui insurrezione sarebbe stata stroncata violentemente se non avessero compreso le loro motivazioni», cosa che peraltro avvenne. (2) La funzione operativa è un’«attività a carattere militare omogeneo che, combinata con altra attività, consente di pianificare, condurre e supportare un’operazione» secondo la Pubblicazione SMD-G-O14 «Glossario dei termini e delle definizioni», Ed. 2007.
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SPECIALE
L’ARMATA ROSSA IN AFGHANISTAN: ANALISI DI UNA SCONFITTA
S P E C I A L E
L’ARMATA ROSSA IN AFGHANISTAN: ANALISI DI UNA SCONFITTA L’invasione dell’Afghanistan, il 24 dicembre 1979, da parte dell’Unione Sovietica segnò, inconsapevolmente, l’inizio di un progressivo declino che portò il regime comunista al collasso. L’Armata Rossa, all’epoca considerata come il più potente Esercito del mondo, fu bloccata sulle montagne afghane da un pugno di guerriglieri islamici male armati, ma determinati a conseguire la vittoria finale in uno scontro ideologico e militare senza quartiere. Questo articolo non si limita a una mera elencazione cronologica dei fatti, ma vuole presentare l’organizzazione, le tecniche e le tattiche impiegate dall’Armata Rossa, nel tragico decennio afghano, fornendo approfondimenti sugli errori tattici e operativi commessi che contribuirono in modo determinante alla sconfitta finale.
Al tramonto della vigilia di Natale del 1979 reni della Guerra Fredda, né fu caratterizzato da parti appartenenti alla 108a Divisione motorizzata operazioni su larga scala come la guerra di Corea. dell’Armata Rossa oltrepassarono il confine setSi distingue in maniera significativa anche, dal tentrionale dell’Afghanistan dando il via a un troppo spesso a torto comparato, conflitto vietnascontro che, protrattosi per un decennio, segnò mita, che distrusse per sempre quell’aurea di inprofondamente il destino della Repubblica cenvincibilità degli Stati Uniti d’America. Nello specitroasiatica e decretò l’inizio della fine dell’Unione fico gli americani in Vietnam impiegarono un conSovietica e indirettamente del tingente che nella sua esprescomunismo. Oggi, a venti anni sione massima arrivò a comdal suo termine e dalla caduta ...il decennio di guerra in prendere più di 500 000 uomidell’Impero sovietico, con Afghanistan non solo ebbe ni impiegati in operazioni fino un’analisi attenta del conflitto, livello pluri-divisionale. In conseguenze devastanti per aAfghanistan scevra da considerazioni partii sovietici impiecolaristiche proprie della Guerra gli equilibri internaziona - garono una forza variabile tra i Fredda, possiamo affermare che li...ma produsse ripercussio - 90 000 e i 120 000 uomini per il decennio di guerra in Afgha- ni nel tessuto istituzionale controllare una regione cinque nistan non solo ebbe conse- sovietico materializzando in volte maggiore del Vietnam. Il guenze devastanti per gli equi- pratica, il primo sintomo di «Limited Contingent of Armed libri internazionali, la cui fragiForces of the Soviet Union» un processo disgregativo (LCAFSU) lità ne è tuttora, in parte, era composto da espressione, ma produsse ri- progressivo che nel giro di quattro Divisioni, cinque Brigapercussioni nel tessuto istitu- due anni portò al tracollo te e tre reggimenti autonomi e zionale sovietico materializzan- sociale, militare e politico svariate altre unità di supporto do in pratica, il primo sintomo dell’«Orso Sovietico» logistico e al combattimento di un processo disgregativo che costituirono la 40a Armata progressivo che nel giro di due deputata a fornire la sicurezza anni portò al tracollo sociale, militare e politico alle 29 province della Repubblica centroasiatica, dell’«Orso Sovietico» (1). alle migliaia di villaggi polverizzati praticamente L’importanza storica e militare del conflitto russu tutto il territorio e alle decine di migliaia di chiso-afghano risiede nelle sue peculiarità e particolometri di strade, sentieri e passi di montagna. larità che, di fatto, lo distinguono in maniera sinLa necessità di realizzare un completo controllo golare e unica. Sebbene caratterizzato da una sodel territorio, allo scopo di contrastare in modo efglia elevata di violenza e distruzione, esso fu limificace le azioni di guerriglia, in aggiunta a una concezione strategico-militare sviluppata per teatato nello spazio ma protratto nel tempo. Non ebtri bellici in cui le forze contrapposte erano rapbe l’intensità e al tempo stesso la brevità dei conpresentate dagli Eserciti dell’Alleanza Atlantica o flitti arabo-israeliani che contrassegnarono gli an-
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da quello cinese, si rivelarono decisamente inadeguate per la condotta di un conflitto asimmetrico, il che costrinse i sovietici, guerra durante, a una profonda revisione del proprio comparto dottrinale. I russi formularono a riguardo nuovi concetti dottrinali e una completa riorganizzazione delle unità «combat» e di supporto al combattimento perseguendo una maggiore flessibilità e efficacia in ambito tattico ed operativo. Nel corso dei primi anni ’80 i vertici militari sovietici modificarono il loro concetto strategico della guerra, sviluppando nuove tecniche, tattiche e procedure. Il cambiamento e l’evoluzione dottrinale verso i principi di un moderno conflitto asimmetrico imposero l’abbandono dei tradizionali concetti operativi e ordinativi a vantaggio di una più moderna ed efficiente riorganizzazione delle unità combattenti, supportate a loro volta da una catena logi-
Sopra. Fanti sovietici su di un «BMP-1», hanno da poco attraversato il confine afghano. In apertura. La carcassa di un «T-62» abbandonata tra le montagne afghane.
stica più flessibile ed aderente alle nuove esigenze operative e da innovative tecniche di combattimento come l’impiego del gruppo blindo-corazzato passato alla storia come «Bronegruppa» (2). L’utilizzo delle famose unità «Spetznaz» e le rinnovate tecniche di assalto aereo da parte di unità di fanteria leggera aviotrasportate divennero quotidianità nell’ambito dello scacchiere afghano. L’incapacità dei sovietici di imporsi militarmente in Afghanistan comportò un lento disfacimento
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Un «BMD» a Kabul.
dell’apparato bellico dell’Armata Rossa e indirettamente del tessuto politico e sociale dell’URSS. La continua necessità di ruotare il personale (di leva) impiegato nel teatro operativo centroasiatico riversò progressivamente e costantemente per nove lunghi anni i travagli e le frustrazioni di una guerra che era divenuta impossibile da vincere prima sulle famiglie dei reduci poi sull’intera società russa. Di fatto ciò ingenerò un microcosmo latente che si espanse lentamente fino a sfociare in veri e propri dissidi sociali, etnici e politici che prima corrosero, poi portarono a una crisi irreversibile l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. GENERALITÀ DEL CONFLITTO Negli anni compresi tra il 1919 ed il 1978 la politica dell’Afghanistan fu condotta secondo termini di equilibrio con gli Stati viciniori e quelle superpotenze come gli USA e la Gran Bretagna che storicamente gravitavano con la loro influenza nel Paese centroasiatico. Nell’aprile del 1978 con il colpo di Stato effettuato da un nucleo di Ufficiali filo-marxisti guidati da Nur M. Taraki, fu istituita la Repubblica Democratica dell’Afghanistan (DRA). Il programma rivoluzionario prevedeva una ridistribuzione del terreno agricolo, una maggiore emancipazione del mondo femminile e la totale soppressione della precedente struttura sociale a favore di una nuova entità socialista guidata da un partito comunista. Tale innovativo programma cozzava però con una struttura sociale pseudo-medioevale, basata su un rigido rispetto dei principi dettati dall’Islam per cui il nuovo Governo ebbe scarso seguito popolare. Irruppe dopo poco una vera e propria resistenza armata che sfociò in una diffusa guerra civile in cui i leaders religiosi proclamarono la Jihad contro il regime comunista di Taraki. Le diserzioni dall’Esercito popolare della DRA furono da subito pesantissime andando a rimpolpare le fila dei ribel-
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li e riducendo a poco più della metà gli effettivi dell’Armata popolare afghana. Lo stesso partito comunista al Governo si divise in due fazioni con il risultato di bloccare o quanto meno rallentare la realizzazione del programma politico. Nel settembre del 1979 Amin, Primo Ministro di Taraki, prese il controllo del Paese con l’ennesimo colpo di Stato in cui lo stesso Taraki fu brutalmente eliminato. A questo punto Brežnev (3), percependo la gravità della situazione, decretò l’intervento della superpotenza sovietica con l’intento di evitare il caos politico e lo sfacelo completo dell’Afghanistan da poco Paese neo-satellite. In tal senso il Generale Pavlovskij, Comandante delle Forze Operative Terrestri dell’Armata Rossa, già a capo delle operazioni per l’invasione della Cecoslovacchia nel ’68, guidò un gruppo di 50 Ufficiali in una lunga ricognizione operativa nel territorio afghano allo scopo di acquisire tutti gli elementi informativi per un successivo intervento. Sebbene i pianificatori dello Stato Maggiore fallirono nel non intuire la gravità della situazione in cui la DRA versava con conseguenze letali per il prosieguo della campagna, l’invasione della Vigilia di Natale del 1979 fu superbamente pianificata seguendo le modalità adottate per l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968. Lo scopo principale era quello di stabilizzare la situazione politica, rafforzare l’Esercito repubblicano e ritirare il grosso delle forze nei successivi tre anni. Lo Stato Maggiore russo era fermamente convinto che le operazioni militari sarebbero state a totale appannaggio dei militari afghani con un limitato coinvolgimento delle proprie forze. Di fatto, però, l’Esercito repubblicano era impossibilitato a sostenere tale conflitto sia dal punto di vista operativo sia addestrativo e del morale. La 40a Armata si ritrovò pertanto invischiata nel mezzo di una sanguinosa guerra civile in cui erano coinvolti centinaia di gruppi ribelli e tribali sparsi nella quasi totalità del territorio afghano. I russi, più inclini alla condotta di operazioni a livello eminentemente operativo, caratterizzate dalla penetrazione di Grandi Unità complesse nel cuore del dispositivo avversario con il supporto massiccio di artiglieria e forze aeree, furono costretti dall’avversario a battersi a livello squisitamente tattico in cui spesso il Comandante di Plotone o di Squadra era a capo di operazioni «search and destroy» di forze ribelli disposte ad accettare lo scontro solo quando il terreno e le circostanze li vedevano favoriti. Nel 1980 una malattia incapacitante costrinse Brežnev al ritiro dalla politica, sebbene rimase in carica fino al 1982, anno in cui fu sostituito da Andropov che comunque non gli sopravisse più di due anni. Finalmente nei primi mesi dell’ ’85 fu eletto Gorbaciov alla carica di Primo Ministro. Egli diede fi-
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to logistico in quota; • dal 1985 tali aree divennero un obiettivo primario nell’ambito della strategia bellica sovietica, fino al termine del conflitto, conseguendo però scarsi risultati operativi. LA «SOVIETIZZAZIONE» DEL CONFLITTO E L’INVASIONE Sebbene la data del 24 dicembre 1979 sia ricordata dalla storia come l’inizio dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, quest’ultimo vide la presenza dei militari russi sul proprio territorio a partire dal 1972 (5) quando fu siglato un accordo in base al quale l’URSS avrebbe inviato 100 consiglieri militari e specialisti tecnici allo scopo di provvedere all’addestramento delle Forze Armate afghane. Nel ’78 il numero fu aumentato a 400 e tale data coincise anche con la firma di un Trattato in base al quale l’Unione Sovietica poteva intervenire sul suolo afghano, a supporto del Governo Taraki, qualora quest’ultimo ne avesse richiesto l’intervento. Di questa possibilità Taraki si avvalse ripetutamente nella primavera e nell’estate del 1979 (6). Nei primissimi giorni di dicembre dello stesso anno, in seguito all’aggravarsi della situa-
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nalmente un certo livello di continuità alla politica militare ed estera russa. Peraltro il suo primo anno di mandato corrispose al più sanguinoso di tutta la campagna afghana. In poco tempo intuì l’impossibilità di raggiungere una vittoria militare nel teatro asiatico senza subirne serie conseguenze in campo politico interno. All’inizio del 1986 Gorbaciov annunciò una progressiva «afghanizzazione» del conflitto iniziando a pianificare una possibile strategia di uscita. La 40a Armata iniziò il ritiro nel 1988 completandolo il 15 febbraio del 1989. A livello strategico il conflitto afghano fu fondamentalmente una guerra condotta dai due contendenti per strangolare le linee logistiche e la catena di sostegno dell’avversario. Così se da un lato i Mujaheddin attaccavano sistematicamente le LOC (4) sovietiche, la risposta russa si articolò in due distinte fasi: • dal 1980 al 1985 la 40a Armata provò a eliminare il supporto ai guerriglieri impoverendo le campagne attraverso la posa di mine nelle aree coltivabili e la distruzione sistematica dei villaggi e degli allevamenti di bestiame. Ciò comportò un progressivo impoverimento del Paese con un numero elevatissimo di profughi, molti dei quali andarono ad ingrossare le fila dei Mujaheddin. Questi ultimi replicarono modificando il loro sistema di approvvigionamento trasportando il cibo e le armi al loro seguito sulle montagne e realizzando delle vere e proprie aree di suppor-
Una batteria di «BM-21».
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zione, il Ministro della Difesa russo D. F. Ustinov Kabul per le 17:00 del giorno successivo. informò una ristretta cerchia di persone della Nel frattempo la 103a Divisione Aviotrasportata possibilità che la dirigenza sovietica potesse indelle Guardie, comandata dal Colonnello Rabchenviare in Afghanistan reparti delle Forze Armate. ko, aveva occupato l’aeroporto di Kabul con il Il 10 dicembre lo Stato Maggiore dell’Armata grosso delle sue forze e quello di Bagram con un Rossa fu incaricato di pianificare un’operazione in reggimento. Per le 19:30 del 27 dicembre gli uoAfghanistan con l’impiego di una Divisione aviotramini della 103a controllavano tutte le installazioni sportata e di due motorizzate con il compito uffichiave (centri amministrativi e governativi, staziociale di «provvedere ad aiutare le popolazioni amini radio e televisive) della città di Kabul e le aree che afghane ristabilendo l’ordine politico e condicircostanti. Ciò impedì l’ingresso nella capitale zioni vantaggiose allo scopo di prevenire possibili delle forze afghane fedeli ad Amin (9) che fu bruazioni degli Stati confinanti contro l’Afghanistan». talmente eliminato lo stesso giorno da un piccolo gruppo di cospiratori filosovietici. Le tre Divisioni avrebbero, quindi, costituito il nocLa notte dello stesso 27 dicembre la 5a Divisiociolo operativo della 40a Armata il cui comando sarebbe stato affidato al Generale Tukharinov. Sebne motorizzata attraversò il confine occidentale bene l’ordine ufficiale di invasione fu impartito dal dell’Afghanistan penetrando rapidamente in proCremlino solo 12 giorni prima dell’inizio delle opefondità. Già a partire dal giorno successivo i suoi razioni queste furono pianificate in modo eccellenReparti avevano preso il controllo della città di Hete, anche grazie alle indicazioni rat e Shindand. Progressivafornite dal Generale Pavlovskij mente la sua zona di influenza nel corso della sua ricognizione. Era opinione diffusa che le si estese fino alla città di KanIl concetto d’azione prevedeva forze sovietiche non avreb- dahar. la penetrazione del LCAFSU lunDalla metà di gennaio del bero dovuto ingaggiare com- 1980 go due direttrici (una per ciala 40a Armata era comb a t t i m e n t i c o n i r i b e l l i e l a l o scuna Divisione motorizzata) ed pletamente dislocata sul terriun corridoio aereo per il tra- ro mera presenza avrebbe da torio afghano con un organico sporto dei Reparti aviotraspor- un lato supportato il morale di due Divisioni motorizzate, tati che avevano il compito pre- delle quasi disperate forze una aviotrasportata, una Brigata liminare di stabilire una testa di governative e dall’altro per- di assalto aereo e due reggiponte presso gli aeroporti di autonomi di fanteria mosuaso i Mujaheddin a evitare menti Kabul e Bagram. torizzata (10) per un totale di Il 13 dicembre il Generale lo scontro aperto circa 52 000 uomini. I vertici Maksimov, Comandante del Dimilitari sovietici giudicarono stretto del Turkestan, affidò ufsufficiente tale numero di solficialmente il comando della 40a Armata al Genedati per garantire almeno il controllo delle princirale Tukharinov; nello stesso tempo fu istituito lo pali vie di comunicazione del Paese. Era opinione Stato Maggiore dell’LCAFSU (7) che avviò immediffusa che le forze sovietiche non avrebbero dodiatamente la preparazione delle operazioni e la vuto ingaggiare combattimenti con i ribelli e la lomobilitazione delle forze. Questa avvenne senza ro mera presenza avrebbe da un lato supportato il incrementare lo stato di mobilitazione nazionale morale delle quasi disperate forze governative e sebbene più di 50 000 tra Ufficiali, Sottufficiali e dall’altro persuaso i Mujaheddin a evitare lo sconsoldati furono richiamati dai Reparti della Riserva tro aperto. Nazionale. Le prime unità a essere costituite furono quelle a livello divisionale, seguite dai reggiLE QUATTRO FASI DEL CONFLITTO menti operativi, dai Reparti di supporto al combattimento e da quelli di supporto logistico. Fu la mobilitazione più importante dell’area del Turkestan Il decennio di conflitto in Afghanistan può essedai tempi della «Grande Guerra Patriottica». re suddiviso in quattro distinte fasi, ciascuna delL’attraversamento del fiume Amu Darya da parle quali connotata da specifiche particolarità che te di un battaglione esplorante su «BMP», apparverranno analizzate di seguito. tenente a uno dei reggimenti della 108a Divisione 1a fase (dicembre 1979 - febbraio 1980) motorizzata (8), iniziò al crepuscolo della Vigilia di Natale. Dietro di esso muoveva il grosso della 108a Divisione comandata dal Colonnello V. I. MiLa prima parte del conflitto vide le forze sovietironov. La Divisione si concentrò nell’area di Bache impegnate nel garantire la sicurezza delle linee ghlan, Kunduz, Puli-Khumri e Deshi già nel tardo di approvvigionamento logistico, delle installazioni 27 dicembre. La sera stessa ricevette l’ordine di militari e degli attendamenti. Più del 35% delle forproseguire la sua marcia e fare il suo ingresso in ze disponibili furono impiegate per assolvere tali
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compiti. Altre attività operative erano costituite dalla difesa degli aeroporti e dall’avvio progetti di cooperazione civile-militare a livello locale. Un altro gravoso impegno era costituito dalla scorta ai convogli logistici. Per la condotta di tali attività gli uomini dell’Armata Rossa erano sostanzialmente impreparati e non possedevano un adeguato livello di esperienza operativa a riguardo. Pariteticamente i vertici militari non intuirono l’importanza di tali attività che dal punto di vista tattico ben presto divennero il «Tallone d’Achille» di un Esercito ancora legato a una condotta bellica secondo canoni tradizionali, capace di concepire complesse pianificazioni a livello operativo, ma del tutto impreparato a un conflitto che si sarebbe svolto per massima parte su un piano eminentemente tattico. Un secondo aspetto che complicava enormemente la condotta delle operazioni, con riflessi sul morale delle truppe, erano le condizioni climatiche proibitive associate a una quotidianità assolutamente precaria. Nei primi mesi del 1980 il grosso delle truppe era ancora attendato (11) nelle periferie dei maggiori centri abitati, senza nessuna infrastruttura idonea a ospitare le unità e a proteggere gli uomini dalle rigide temperature invernali. 2a fase (marzo 1980 - aprile 1985) La seconda fase dell’intervento militare sovieti-
Grafico speditivo del piano per l’invasione dell’Afghanistan.
co in Afghanistan fu caratterizzata da combattimenti e operazioni su vasta scala condotti prevalentemente dalle forze sovietiche, e, su scala ridotta, in cooperazione con le forze afghane. In questo periodo la 40a Armata fu rinforzata dalla 201a Divisione motorizzata e da due reggimenti di fanteria motorizzati autonomi. In questo periodo il totale delle forze schierate raggiunse gli 81 000 uomini dei quali 62 000 circa appartenenti a unità combattenti (12). I mezzi impiegati erano, come nelle migliori tradizioni belliche russe, in numero ingente e comprendevano: 600 carri medi, 1 500 «BMP», 2 900 «BTR» e 500 tra aerei ed elicotteri oltre a 500 pezzi di artiglieria di vario calibro. La resistenza aveva subito perdite notevoli nei primi mesi del conflitto, dovute in massima parte a un’accettazione dello scontro in campo aperto, ove la manifesta inferiorità di manovra e di fuoco, aveva convinto rapidamente i capi dei Mujaheddin a spostare le basi operative e logistiche, nonché la condotta della guerra, nell’unico luogo ove sperare di poter operare in superiorità tattica: le impervie ed elevate montagne afghane. La nuova condotta della guerra in montagna, inadeguata all’im-
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piego degli equipaggiamenti moderni e della gran parte dei veicoli da combattimento, riportò lo scontro in termini di sostanziale parità tra gli schieramenti. In ogni caso, i Mujaheddin non rinunciarono mai a effettuare attacchi a sorpresa accettando lo scontro aperto solo però nei casi di manifesta superiorità numerica o in determinate circostanze, ovvero se costretti alla difesa di una loro base logistica od operativa o se circondati. In quest’ultimo caso non era infrequente il combattimento corpo a corpo che impediva ai sovietici l’impiego dell’appoggio aereo e dell’artiglieria. Di conseguenza durante questa fase del conflitto i russi furono costretti ad abbandonare le modalità di combattimento volte alla difesa delle proprie installazioni e dei punti nevralgici del Paese per una
Una stazione radio dei Mujaheddin.
serie di attività a contenuto operativo più elevato condotte in zone impervie e montagnose. Il conseguente aumento delle perdite convinse i sovietici a sperimentare e applicare nuove tecniche di combattimento e di «search and destroy» che prevedevano la distruzione delle basi operative dei ribelli direttamente in montagna. Tale missione richiedeva però un impegno consistente sia in termini di forze sia di mezzi ed equipaggiamenti. In genere il livello organico delle unità impiegate non superava mai quello della Divisione (i reparti della 103a erano impiegati in questo tipo di operazioni in considerazione della loro maggiore flessibilità). In Afghanistan i sovietici furono quindi costretti a rivedere il loro concetto di pianificazione operativa, che dai tempi della Grande Guerra Patriottica, contemplava l’impiego di formazioni composte da almeno 70 000 uomini. La ridotta disponibilità di forze per il combattimento, le difficoltà di manovra in un terreno estre-
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mamente compartimentato, l’inconsistenza materiale di un nemico sfuggente, abbassarono il livello di pianificazione operativa fino al livello di singola Divisione o reggimento che generalmente impiegavano in condotta «complessi di armi combinate», oggi definiti Task Force, nelle quali erano inseriti assetti di artiglieria, genio, elementi RSTA e NBC. Il prosieguo di un conflitto diffuso su praticamente l’intero territorio afghano con scontri che avvenivano anche a centinaia di chilometri dalle principali basi operative russe, abbassò progressivamente il livello ordinativo delle unità di manovra fino a battaglione (in genere rinforzato), più flessibile e di rapido impiego. I tipi di manovra effettuati in azione non si discostavano, almeno inizialmente, dalle tattiche tradizionali quali l’avvolgimento (13), l’aggiramento (sui fianchi) (14) e l’infiltrazione di unità aviotrasportate da elicotteri. Nonostante gli sforzi profusi apparve però evidente già nella seconda fase del conflitto che le forze ribelli non sarebbero mai state definitivamente battute nel breve periodo impiegando le sole forze del LCAFSU. La guerra divenne sempre più aspra e l’escalation della violenza portò alla distruzione di interi villaggi, dei raccolti e delle già insufficienti infrastrutture di un Paese ormai al collasso. Il progressivo ampliamento della lotta su vasta scala rappresentò l’inequivocabile segnale di un fallimento anche sul piano politico interno. L’elevato livello di corruzione dei vertici dirigenziali, la totale mancanza di credibilità politica dovuta a una serie di decisioni errate, allontanarono definitivamente la popolazione dalle scelte politiche di Babrak Karmal (15) creando le basi per un sostegno popolare decisivo alla guerriglia. Lo stesso Esercito repubblicano, seppur imbottito di moderni equipaggiamenti forniti dall’alleato russo e aumentato in termini sostanziali dal punto di vista numerico, non fu mai in grado di sostenere e appoggiare adeguatamente l’Armata Rossa negli scontri. Lo sconfortante quadro politico-militare interno fu aggravato dai vertici militari sovietici con una serie di scelte iniziali a dir poco infelici. L’invasione fu ben progettata dal punto di vista militare, ma non tenne nella dovuta considerazione altri fattori che si rivelarono decisivi per la successiva condotta della guerra. Primo fra questi fu il fattore etnico ovvero la prevalenza tra i militari sovietici di personale appartenente alle etnie uzbeka, tagika e turkmena. Lo Stato Maggiore russo era convinto che la comune provenienza centroasiatica e la presenza di queste stesse etnie nel complesso mosaico etnico dell’Afghanistan avrebbe potuto contribuire a un’accettazione della presenza militare sovietica nella DRA. Nella realtà dei fatti tale scelta determinò conseguenze diametralmente opposte alle aspettative in quanto la maggioranza della popola-
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zione afghana era ed è tuttora, di etnia pashtun, storicamente avversaria delle tribù settentrionali di etnia uzbeka, tagika e turkmena, e contraria politicamente al Governo centrale filosovietico. La scarsa presa del Governo Karmal sulla popolazione compromise il conseguimento anche di un altro importante obiettivo politico-militare: privare i Mujhaiddijn del bacino di reclutamento tra la popolazione indigente e i rifugiati. In realtà, tale numero crebbe enormemente nel corso della seconda fase del conflitto fino a raggiungere i 5 000 000 a causa della condotta spietata della guerra da parte dei russi che si macchiarono di innumerevoli crimini e inaccettabili violenze contro la popolazione indigena. I profughi, per lo più ospitati in campi di fortuna nei vicini Pakistan e Iran, progressivamente ingrossarono le fila della resistenza. Nei primi mesi del 1985 i sovietici compresero, quindi, che la situazione non poteva essere risolta semplicemente manu militari, ma esigeva sinergie con politiche ed iniziative attuate in campo sociale, economico e propagandistico. I russi abbandonarono così la condotta di un conflitto su vasta scala per concentrare i loro sforzi su determinati punti che ritenevano nevralgici e sulla difesa delle linee di comunicazione e di supporto logistico.
Una coppia di carri «T-62» dell’esercito afghano.
La gestione e la sicurezza delle LOC era determinante anche per l’attuazione di tutta una serie di iniziative «civil affairs» che nelle intenzioni dei vertici militari sovietici avrebbero dovuto riavvicinare la popolazione al Governo centrale. Tali attività, avviate già a partire dall’inizio del 1985, erano condotte da appositi nuclei (16) composti da personale militare (russo) e civile (afghano) il cui compito era quello di stabilire e coordinare delle politiche di intesa con gli anziani dei villaggi. Materialmente, però, essi ebbero poco successo sia a causa delle inadeguate risorse economiche a disposizione che ne limitarono l’azione di welfare sociale, sia a causa della scarsissima credibilità di cui ormai godevano i rappresentanti dell’Armata Rossa dopo sei anni di guerra condotta in maniera spregiudicata e senza quartiere. Inoltre, questi nuclei, polverizzati su gran parte del territorio, amplificarono i problemi sul piano militare con difficoltà di Comando e Controllo per le unità, di solito a livello Plotone, devolute alla loro protezione, sempre più spesso oggetto di attacchi, e sul piano politico per l’implementazione di iniziative realmente efficaci.
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Un «BTR-60 PB» dell’Esercito afghano e un «BMP-1» (dietro) sorpassano una colonna di fanteria motorizzata sovietica, dotata di «BTR-80 APC».
3a fase (Maggio 1985 - Aprile 1986) Nella terza fase del conflitto la 40a Armata raggiunse il suo picco massimo di effettivi includendo quattro Divisioni, cinque Brigate autonome, quattro reggimenti e sei battaglioni autonomi (17). I mezzi corazzati e blindati raggiunsero il consistente numero di 6 000 tra carri medi, «BMP» e «BTR». Il supporto aereo era garantito da quattro reggimenti dell’Aviazione e tre reggimenti di elicotteri. Fu la massima espressione di combat power sovietico nel teatro, ma coincise anche con un’inversione di tendenza sulle modalità di condotta del conflitto. In corrispondenza dell’avvento di Gorbaciov alla guida dell’URSS esplose la discussione politica sull’Afghanistan. Contemporaneamente, all’inizio del 1986, iniziò un progressivo disimpegno operativo delle forze russe sia per quanto concerne la frequenza sia la scala dei combattimenti. Durante questo periodo il Governo afghano condusse una politica di avvicinamento ai leaders religiosi e politici e agli anziani abitanti nei territori contesi alla
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guerriglia e contemporaneamente rafforzò l’Esercito con misure volte a limitare le diserzioni, aumentare la disciplina e intensificare l’addestramento. Contrariamente, dalla parte antigovernativa vi era l’esigenza di mantenere alta la tensione affinchè il grosso degli agricoltori e degli allevatori, che costituivano il nerbo dei raggruppamenti operativi dei Mujhaidijn, non ritornassero alle loro occupazioni percependo che, in qualche modo, il conflitto stesse volgendo al termine. Pertanto, nonostante l’azione politica nei confronti dei ribelli fosse stata mitigata sensibilmente, il 1985 fu l’anno più sanguinoso dell’intero conflitto. Gli insorti intensificarono gli attacchi nelle zone di Loghar, Kandahar e Paktia costringendo la 40a Armata a pianificare una serie importante di operazioni in queste province, condotte in collaborazione con l’Esercito governativo allo scopo di limitare l’attività degli insorti. Nel corso di queste operazioni fu evidente che le sole forze afghane non sarebbero mai state capaci di agire indipendentemente dal supporto aereo e di artiglieria sovietico costringendo spesso i reparti della 40a Armata a condurre in prima persona le attività più rischiose e impegnative. Nonostante i Mujhaidijn avessero subito pesanti perdite, il corso del conflitto era comunque già segnato. Nell’ottobre del 1985 il neo Presidente M. Gorbaciov consapevole dell’impossibilità di addi-
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venire a una vittoria in tempi brevi, e dubbioso perfino di un successo nel lungo termine, persuase il Politburo della necessità di una progressiva «afghanizzazione» del conflitto. L’opinione pubblica fu messa al corrente della decisione nei primi mesi del 1986. 4a fase (Maggio 1986 - Febbraio 1989)
LCAFSU che sarebbe stato condotto in due fasi successive. La prima fase sarebbe stata attuata dal 15 maggio al 16 agosto 1988 dimezzando gli effettivi presenti in Afghanistan. Successivamente, dopo una pausa operativa di tre mesi, il ritiro sarebbe stato completato dal 15 novembre al 15 febbraio 1989. Quest’ultimo fu condotto con successo come una qualsiasi operazione militare, non lesinando l’impiego di uomini e mezzi. I ribelli, ancora attivi praticamente sull’intero territorio afghano, non contrastarono il rientro dei militari sovietici preparandosi per la resa dei conti con l’Esercito governativo ormai abbandonato a se stesso. Il 15 febbraio del 1989 l’ultima unità sovietica oltrepassò il confine attraversato un decennio prima con l’illusione di un conflitto breve e vittorioso.
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L’ultima fase della guerra si aprì con il ritiro di circa 15 000 uomini dal teatro operativo. Fu chiaro anche al Governo afghano che il ritiro dei militari sovietici dal proprio territorio era una condizione senza la quale la riconciliazione interna sarebbe stata impossibile. L’accordo tra il Governo della DRA e l’URSS per il ritiro delle truppe era però subordinato alla cessazione degli aiuti militari ed economici da parte del Pakistan e degli Stati Uniti ai Mujaheddin. Per tali ragioni i Governi afL’ADDESTRAMENTO ghano e pakistano si riunirono a Ginevra assistiti rispettivamente da Stati Uniti e Russia per la negoziazione del Trattato. Ufficialmente i capi della reIl conflitto in Afghanistan richiese un nuovo tipo sistenza non furono presenti sebbene il Pakistan e di addestramento in particolare rivolto a favore gli stati Uniti agissero in loro vece. Le trattative si delle unità di livello tattico inferiore. Il già arduo conclusero il 14 aprile 1988. compito era complicato da svariati fattori operatiA partire dal gennaio del 1987 le forze sovietivi quali la particolare conformazione montuosa del che cessarono i combattimenti territorio afghano, il fatto che la offensivi reagendo al fuoco solo dottrina delle Forze Armate soI russi, erano sostanzial - vietiche non contemplasse sceper autodifesa con un’unica eccezione: l’operazione «Magi- mente impreparati alla con - nari operativi, di «counter-instral». Quest’ultima fu condotta dotta di un conflitto asim - surgency», la frequente rotadel personale e, da ultinella provincia di Paktia, mobimetrico e, a livello dottrina - zione mo, l’esigenza, non solo politilitando più di cinque Divisioni, allo scopo di rifornire la cittadi- le, non possedevano nean - ca, di limitare le perdite. I russi, na di Kwhost (18) e liberare dal- che un manuale di linee gui - erano sostanzialmente imprele forze ribelli la strada per Gar- da per condurre attività di parati alla condotta di un conflitto asimmetrico e, a livello dez, assicurando così la main contro-g guerriglia dottrinale, non possedevano road per il successivo ripieganeanche un manuale di linee mento delle forze sovietiche guida per condurre attività di contro-guerriglia. Di impegnate nella zona sud-orientale del Paese. certo, nel passato, non erano mancati scenari di Dal 1988, con il regime di Nadjibullah, il Goverpossibile studio applicativo, quali la stessa «Guerno afghano implementò una reale politica di riconra Patriottica» o la precedente guerra del Vietnam, ciliazione nazionale evitando perfino in politica ma nessuno nell’ambito dello Stato Maggiore si estera lo schieramento con l’uno o l’altro blocco. era mai occupato di affrontare tale problematica in Ciò non fu comunque sufficiente per ristabilire un modo organico. clima pacifico. I capi militari e religiosi della resiGià dopo pochi mesi di conflitto apparve necesstenza confermarono la volontà di combattere fino sario approfondire le tematiche addestrative nel a quando l’ultimo uomo dell’Armata Rossa non si più breve tempo possibile, allo scopo di implefosse ritirato. Dietro questa scelta intransigente si mentare uno strumento operativo adeguato alle nascondeva il regime iraniano di Khomeini, conesigenze del nuovo teatro centroasiatico. Per tale vinto che una volta che la presenza sovietica fosse motivo, sia lo Stato Maggiore sia i Comandi divistata eliminata dal Paese centroasiatico, esso sasionali in teatro elaborarono in breve della manuarebbe finito sotto la sua influenza. L’Iran, infatti, listica per l’impiego di armi ed equipaggiamenti in non essendo vincolato dagli accordi stipulati a Giterreno montuoso e desertico. Furono redatti annevra, continuò indisturbato a finanziare la guerche manuali operativi di tecniche di combattimenriglia e l’addestramento dei Mujaheddin fino al to dei Mujaheddin, tecniche di mascheramento, ritermine del conflitto. Il 7 aprile 1988 l’URSS decise il ritiro dell’intero cognizione e handbook per le attività di smina-
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Un «BTR-80 APC» in funzione «Battle Taxi».
mento e riconoscimento di ordigni esplosivi. Un altro problema connesso con l’addestramento delle unità era il frequente turnover del personale. Nello specifico per la truppa, all’epoca coscritta, il mandato era biennale, ma da questo era necessario sottrarre il tempo impiegato per l’addestramento che si svolgeva in Russia e che, di fatto, limitava la permanenza in Afghanistan per un periodo di tempo compreso tra i 18 e i 21 mesi. Gli Ufficiali e i Sottufficiali in genere avevano una turnazione biennale nel teatro operativo. Per garantire un’adeguata efficienza operativa, anche in relazione all’elevato numero di perdite, le forze sovietiche addestravano annualmente un numero di uomini compreso fra le 40 000 e le 50 000 unità. A partire dall’ottobre 1984 lo Stato Maggiore sancì la formazione di un battaglione addestrativo in Turkestan (19) per l’addestramento dei quadri che sarebbero poi stati impiegati nel Paese centroasiatico. Dal settembre 1985 la totalità degli istruttori di tale reparto proveniva dai migliori istituti di formazione militare sovietici. L’addestramento comprendeva tecniche di perfezionamento delle capacità individuali, lo studio delle tattiche
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impiegate dai Mujaheddin e l’interminabile serie di lezioni apprese fornite dal LCAFSU nei primi sei anni di conflitto. Tali lessons learned erano per lo più redatte dalla sezione operazioni della 40a Armata e dalle sezioni operazioni delle Divisioni e Brigate dipendenti. Vertevano principalmente sulla descrizione di situazioni di combattimento, sugli aspetti di Comando e Controllo in operazioni, sull’impiego ottimale del supporto del fuoco aereo e di artiglieria in ambienti montuosi, sulla formazione delle coscienze dei combattenti, sulla cura del morale e sull’accettazione di rischi calcolati da parte dei Comandanti. Gli equipaggi dei mezzi corazzati e blindati ricevevano un addestramento dedicato in seno a reggimenti addestrativi direttamente in Patria, mentre la fanteria si addestrava nelle aree del Turkestan allo scopo di ricevere un primo acclimatamento con gli ambienti montuosi. Generalmente il ciclo addestrativo terminava il suo iter direttamente in Afghanistan ove i reparti perfezionavano la loro preparazione attraverso una serie di attività in montagna e in zone desertiche. L’addestramento della truppa era altrettanto articolato: prima dell’assegnazione in Afghanistan tutte le reclute completavano un corso di due mesi in una delle Divisioni dell’Armata Rossa di stanza nel-
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cole unità a livello ordinativo, chiamate «complessi di armi combinate» (20), nelle quali erano presenti tutti gli assetti combat support e combat service support nonché aliquote di forze speciali. La nuova tipologia di operazioni, limitate nello spazio e nel tempo ma connotate da caratteri di elevata dinamicità e ritmo, sortirono effetti migliori rispetto alle classiche operazioni su vasta scala nelle quali i sovietici si impegnarono in modo sistematico nei primi cinque anni di conflitto. Non è errato affermare quindi che i maggiori successi della 40a Armata furono conseguiti con operazioni condotte a livello tattico i cui risultati si riflessero a livello operativo e talvolta strategico. Le pedine base impiegate furono comunque difficilmente di livello inferiore a reggimento o battaglione (rinforzati con elementi corazzati, artiglieria, genio, NBC e assetti della terza dimensione). In pratica ogni singolo scontro fu una battaglia che impegnava tutti gli assetti disponibili e che richie-
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le regioni dell’Asia centrale; successivamente, una volta giunti in Afghanistan, terminavano il ciclo addestrativo nelle proprie unità di appartenenza con un ulteriore bimestre di perfezionamento prima di essere impiegati in missioni operative. Apparentemente sufficiente, l’addestramento così concepito palesava tutti i suoi limiti in campo, dimostrandosi invece lacunoso e incompleto. Il periodo addestrativo in Afghanistan non rappresentava altro che la prosecuzione dell’addestramento, più politico che militare, cui le reclute venivano sottoposte in Patria. La propaganda politica, le continue ispezioni e le inutili, quanto ripetute esercitazioni spesso degradavano, invece di aumentare, l’efficienza operativa delle unità. Tale condotta sconsiderata, se da un lato tutelava un apparato politico ormai prossimo al collasso, dall’altro avrebbe contribuito a un disastro militare che progressivamente si sarebbe esteso anche al tessuto sociale sovietico con ben più gravi conseguenze. L’IMPIEGO OPERATIVO E TATTICO Classificare il conflitto afghano secondo i canoni dottrinali moderni è impresa tutt’altro che semplice. Se da un lato il numero delle forze impiegate e l’area di svolgimento delle operazioni suggeriscono la connotazione di «conflitto locale», dall’altro le metodologie di impiego delle forze e la particolare veemenza degli scontri lo caratterizzano in maniera peculiare e specifica nell’alveo delle vere e proprie «guerre locali». Altro aspetto caratteristico di questo conflitto fu la totale disparità delle forze e degli armamenti in campo. I sovietici e le truppe regolari afghane disponevano di una varietà e di una quantità di armamenti ed equipaggiamenti pressoché illimitata, mentre i Mujaheddin erano in possesso solo di alcune armi di tipologia moderna, per lo più sottratte al nemico o catturate in combattimento, in quanto la maggior parte del loro arsenale consisteva in armamento individuale leggero, pezzi di artiglieria obsoleti, qualche mortaio e addirittura numerosi fucili «Enfield» (peraltro molto apprezzati per la loro precisione). Il conflitto fu condotto da parte dei ribelli ricorrendo prevalentemente ad azioni di guerriglia costringendo i russi e il Governo afghano a una guerra «asimmetrica» ove tutto il territorio dello Stato costituiva terreno di scontro senza una classica linea del fronte. L’asimmetricità e la natura del conflitto imposero un aggiornamento del comparto dottrinale e tattico dell’Armata Rossa. I sovietici furono costretti quindi a rivedere il loro concetto di pianificazione operativa dovendo assolvere missioni di tale livello con forze limitate. Questa nuova organizzazione prevedeva l’impiego di pic-
Pezzi di artiglieria sovietici catturati dai Mujaheddin.
deva un livello di preparazione completo da parte dei Comandanti delle unità impegnate. Dal punto di vista dottrinale il decennio di conflitto afghano fu per i russi una guerra che doveva necessariamente essere condotta con tecniche di contro guerriglia su un terreno difficile che impediva di attuare le classiche operazioni offensive e difensive tipiche di una guerra simmetrica. Le principali forme di combattimento furono pertanto le puntate offensive, il «blocking and sweep», l’imboscata e tutte le azioni e le misure correlate alla sicurezza ed alla scorta dei convogli. Le operazioni offensive, in genere, avevano lo scopo principale di distruggere le forze nemiche ed erano condotte con unità della forza di uno o due battaglioni rinforzati che muovevano su un itinerario pianificato, colpendo obiettivi posti anche a lunga distanza. Nella realtà tali operazioni, limitate temporalmente per necessità di supporto logistico, nel migliore dei casi, portavano alla disper-
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sione temporanea del nemico, che, terminata blocking poteva essere impiegato come singolo atl’operazione, rioccupava le posizioni precedenteto tattico elementare mirante al controllo ed al mente perse o abbandonate. mantenimento di importanti porzioni di territorio. Il «blocking and sweep» fu una tecnica di comIn questo caso veniva condotto con le modalità del battimento sostanzialmente nuova per l’apparato combattimento difensivo impiegando un consistendottrinale sovietico. Essa combinava azioni offente numero di uomini e risorse materiali per un temsive e difensive allo scopo di distruggere le formapo variabile da una settimana ad alcuni mesi, a volzioni avversarie in una zona pre-determinata. La te con scarsi risultati, in quanto le forze ribelli, parealizzazione di tale tecnica era drone del terreno, riuscivano ad piuttosto onerosa e comportava infiltrarsi nelle maglie del dispoUn problema operativo sitivo sovietico, evitando il coml’impiego di un minimo di cinque battaglioni di fanteria mo- sostanziale nel corso del battimento. Non raramente, dotorizzata e relativi supporti conflitto fu la protezione po essersi infiltrati, i ribelli porcompresi reparti di forze spe- dei convogli logistici sovie - tavano attacchi di sorpresa nel ciali, aviotrasportati, «gun- tici che venivano sistemati - cuore delle linee difensive e di ships» (21) e supporto aereo. Il russe causando camente attaccati dalle for - comunicazione successo di tale tecnica dipenlo scompiglio tra i reparti e indeva per massima parte dal- ze ribelli, non solo in terri - fliggendo pesanti perdite. l’azione delle forze devolute al torio afghano, ma anche in Le imboscate furono realizzate prevalentemente nei territori blocking il cui compito era territorio russo di confine dell’Afghanistan allo quello di sorprendere gli avverscopo di impedire il rifornisari e sbarrare le possibili vie di mento di personale, materiali, armi e viveri alle fuga, creando di fatto una sacca ove il nemico saforze ribelli. La tipologia di forze impiegate era varebbe stato costretto a battersi in condizioni tattiriabile e comprendeva unità di fanteria motorizzache sfavorevoli. Nel caso in cui l’azione di blocking ta, aviotrasportata e forze speciali di livello ordiavesse avuto successo, sarebbero entrate in gioco nativo compreso, generalmente, tra plotone e batle forze devolute allo sweep il cui compito era taglione. L’imboscata, se ben pianificata, otteneva quello di distruggere le forze avversarie bloccate in genere ottimi risultati con la distruzione di innella sacca. Tale tattica non si discostava nelle sue linee generali dalla classica azione offensiva condotta contro difese scarsamente preparate e, se condotta sfruttando la sorpresa, genericamente produceva ottimi risultati portando alla distruzione di ingenti formazioni nemiche. In un’accezione tattica completamente diversa il
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Sotto. Mujaheddin in una pausa dei combattimenti. A destra. Fanteria sovietica, appena sbarcata da un elicottero «Mi-8», si appresta ad entrare in azione.
genti quantità di materiale e armamento e, aspetto significativo, l’acquisizione di elementi informativi essenziali. Un problema operativo sostanziale nel corso del conflitto fu la protezione dei convogli logistici sovietici che venivano sistematicamente attaccati dalle forze ribelli, non solo in territorio afghano, ma anche in territorio russo (22). Dopo le prime dure lezioni, i sovietici protessero i loro convogli logistici con un ventaglio di forze equilibrato comprendente in genere una compagnia di fanteria motorizzata, supportata da elementi del Genio, unità lanciafiamme, «ZSU 23-4»
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(23) e veicoli di recupero. Durante la fase di movimento le citate forze erano in costante contatto operativo con il Comandante del convoglio logistico e con gli elicotteri armati di scorta. Le forze di scorta entravano in combattimento generalmente in movimento e in condizioni tattiche svantaggiose. Ciò comportò perdite notevoli ed evidenziò l’importanza di implementare adeguati livelli di protezione. Il conflitto afghano evidenziò anche l’importanza del supporto di fuoco principalmente erogato dall’Arma dell’artiglieria. I russi impiegarono in operazione praticamente tutti i pezzi e i calibri in loro possesso con compiti variabili tra i quali fuoco di saturazione per la distruzione delle unità nemiche, fuoco di appoggio per la quasi totalità delle operazioni condotte, illuminazione notturna e cortine fumogene. I combattimenti evidenziarono la scarsissima preparazione dei Comandanti delle unità di fanteria, specie a basso livello, nella richiesta e gestione del fuoco d’appoggio vanificando, o più spesso rendendo inefficace, se non contro-produttiva tale tipologia di interventi. Le forze blindo-corazzate, che nella dottrina sovietica costituivano la spina dorsale delle forze da combattimento, trovarono in Afghanistan un terreno ostico che ne limitava fortemente l’impiego in termini spaziali e l’efficacia in termini di risultati operativi. In ogni modo, ogni qualvolta fu possibile, esse furono impiegate a livello plotone o compagnia in rinforzo alle unità motorizzate (fino a livello reggimento) o in maniera indipendente, costituendo i cosiddetti «Bronegruppa» la cui conformazione e i cui compiti vengono trattati nell’apposita scheda 1. Le unità aviotrasportate e paracadutisti furono impiegate in operazioni autonome contro obiettivi lontani e difficilmente raggiungibili con le tradizionali formazioni da combattimento. Giocarono
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Un elicottero «Mi-24 “Hind”» in volo.
un ruolo primario anche nella condotta di operazioni combinate con unità di fanteria motorizzata palesando però una scarsa coordinazione che, di fatto, ne limitò notevolmente il raggiungimento degli obiettivi preposti. L’impiego combinato con unità motorizzate o meccanizzate prevedeva l’elitrasporto in profondità o sui fianchi del dispositivo nemico con lo scopo di distruggere le basi logistiche di appoggio, tagliare le vie di comunicazione e interdire eventuali vie di fuga. Parallelamente le forze di terra conducevano lo sforzo principale che prevedeva la progressiva distruzione delle unità nemiche fino al ricongiungimento con le forze aviotrasportate. Generalmente le unità aviotrasportate agivano con al seguito la propria artiglieria e la loro profondità di impiego nel dispositivo avversario era dettata dal raggio d’azione dell’artiglieria a disposizione dell’unità responsabile dell’operazione. La particolare conformazione compartimentata del territorio afghano lo rende, come già evidenziato, idoneo alla condotta di azioni di guerriglia per contrastare le quali le forze sovietiche ricorsero a un vasto impiego del fuoco di supporto erogato da vettori ad ala fissa o rotante. Fin dal primo giorno di guerra i «Mil Mi-24 “Hind”» e i «Sukhoi25 “Frogfoot”» oltre che essere ottime piattaforme di fuoco aereo, rappresentarono spesso per le forze di terra l’unico supporto nelle situazioni operative più complesse. Inizialmente difficile fu però il coordinamento tra le forze terrestri e quelle aeree, che avevano i compiti di supporto e copertura, a causa dello scarso addestramento di entrambe all’uso di procedure comuni. Nel conflitto afghano la funzione operativa inIL «BRONEGRUPPA»
Scheda 1
I sovietici furono i primi a intuire che un gruppo di veicoli da trasporto e combattimento, blindati o corazzati, come i «BTR» o i «BMP», senza le loro squadre di fanteria, potevano essere considerati comunque una forza operativamente spendibile con una certa garanzia di successo, sopravvivenza ed efficacia agendo come gruppo corazzato «leggero». onegruppa» » fu sviluppato sostanIl concetto del «Bro zialmente per sfruttare la potenza di fuoco dei veicoli da trasporto e combattimento una volta che i reparti di fanteria avevano appiedato. Fu una scelta coraggiosa che sulle prime non entusiasmò i Comandanti dei reparti, dettata dalla particolare conformazione del terreno afghano che spesso non consentiva l’accompagnamento ed il supporto dei veicoli da combattimento alle proprie truppe. Nella realtà però, il «Bro onegruppa» » rappresentò per i Comandanti di minore livello una riserva tattica manovrabile e flessibile, che poteva essere impiegata per attaccare i fianchi del dispositivo avversario, bloccare le vie di fuga al nemico, servire come piattaforma mobile di fuoco per il supporto dell’azione a contatto, effettuare ricognizioni avanzate, garantire supporto generale sia ad operazioni offensive sia difensive, fornire la scorta ai convogli e la sicurezza sui fianchi del proprio dispositivo.
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Scheda 2
ATTACCO DI UN BATTAGLIONE MOTORIZZATO CONTRO POSIZIONI SCARSAMENTE ORGANIZZATE
Nel grafico viene riportato lo schema di un attacco contro difese impreparate condotto da unità motorizzate a livello battaglione. L’attacco viene condotto con una compagnia appiedata appoggiata da unità c/c che fissano il nemico sulla fronte appoggiando così l’avanzata delle unità d’assalto. Altre due compagnie, seguite dal gruppo Comando, attaccano il fianco sinistro del dispositivo nemico aggirando a bordo dei mezzi le prime linee di difesa dell’avversario, cercando così di circoscrivere la oose egg» » (che pre-p pianificata «area obiettivo» o «go corrisponde dottrinalmente alle nostre aree di ingaggio). Nella dottrina sovietica le dimensioni di queste ultime sono «fforce oriented» » e non sono vincolate da limiti imposti dal terreno. Sulla destra agiscono invece i mezzi della compagnia appiedata schierata al centro, costituenti il «Bro onegruppa» », con il compito di aggirare su un asse indipendente le difese nemiche. Una compagnia mortai fornisce il necessario fuoco di appoggio all’operazione mentre un plotone corazzato costituisce la riserva.
formazioni giocò un ruolo chiave per il successo delle operazioni a tutti i livelli. Per assolvere tale funzione i russi operarono su due diversi piani: il reperimento di informazioni tramite HUMINT, effettuata per lo più con agenti infiltrati nel tessuto sociale afghano o con delazioni da parte di elementi filogovernativi, e la ricerca informativa effettuata dalle unità di cavalleria tramite attività tattiche. Nel corso del conflitto i sovietici impiegarono anche sensori terrestri che, sebbene con le ovvie limitazioni tecnologiche del tempo, si rivelarono un efficace sistema di «information gathering». Il genio fu una componente fondamentale per i complessi di armi combinate. I suoi compiti principali riguardavano la localizzazione e la rimozio-
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ne degli ostacoli esplosivi, la fortificazione delle posizioni, i lavori campali, la posa di ostacoli attivi e passivi e persino la ricognizione. Un altro task fondamentale riguardava il mantenimento dell’efficienza operativa delle vie di comunicazione vitali per il trasporto dei rifornimenti, munizioni, acqua e carburanti. Il compito dei genieri fu reso arduo, non solo dalle difficili condizioni geoclimatiche, ma anche dalla scarsità degli equipaggiamenti a loro disposizione che ne limitarono notevolmente le potenzialità. Il supporto degli specialisti NBC era limitato in genere all’impiego di mezzi lanciafiamme e alla creazione di cortine fumogene. La particolare conformazione del territorio e il manto stradale dissestato ridussero notevolmente l’efficienza dei mezzi sia cingolati sia ruotati. A livello logistico ciò comportò difficoltà di mantenimento dovute alla scarsa disponibilità di personale tecnico e di ricambistica. Spesso, infatti, i mezzi inefficienti venivano abbandonati sul campo. Le problematiche logistiche non si limitavano però alla sola attività di mantenimento, ma anche la catena logistica e alimentare nonché l’equipaggiamento personale erano inadatti all’ambiente afghano. L’assistenza sanitaria era deficitaria nel suo complesso. Se era appena sufficiente dal punto di vista chirurgico per gli interventi a favore del personale ferito, scarseggiavano invece le misure di profilassi e i medicinali generici con il risultato che il numero dei malati giornaliero superava notevolmente quello dei feriti. Anche dal punto di vista amministrativo la situazione non era ottimale. Con un decreto quantomeno opinabile il Politburo sancì, nella migliore tradizione sovietica, che la retribuzione fosse la stessa per tutti, senza nessun tipo di agevolazione per coloro che dimostrassero particolare coraggio in combattimento o per chi avesse riportato ferite o traumi invalidanti. Ciò contribuì ad abbassare ulteriormente il morale delle truppe di un’Armata Rossa che progressivamente si sentiva sempre più lontana, non solo dalla vittoria, ma anche dalla propria dirigenza politica. IL FATTORE TECNOLOGICO In passato la storia ha contrapposto Imperi ed Eserciti potenti e avanzati a formazioni spesso irregolari, tecnologicamente inferiori. Nel secolo scorso due eclatanti esempi di tale disparità furono la guerra del Vietnam e, appunto, la guerra dell’Afghanistan. Da tali esperienze, ad una prima analisi, si potrebbe dedurre che il fattore tecnologico, non solo non assicuri la vittoria, ma potrebbe, in alcuni casi, rappresentare una criticità so-
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dalle condizioni climatiche proibitive (in inverno come d’estate) e dall’esigenza di affrontare la quasi totalità dei combattimenti senza l’appoggio dei mezzi. I russi in Afghanistan, come del resto gli americani in Vietnam, sperimentarono l’assoluta importanza dell’impiego degli elicotteri in un moderno contesto bellico asimmetrico in termini non solo di mobilità, ma anche di supporto di fuoco, versatilità e raggio d’azione. I «Mi-24» e i «Mi-8» rappresentarono pedine fondamentali per la condotta operativa sovietica, sebbene non costituirono elemento completamente abilitante per una completa capacità di «counter-insurgency». In questo senso gli elicotteri incrementarono la mobilità e la possibilità di applicazione del combat power, ridussero sia i tempi di reazione operativa a disposizione dei ribelli sia quelli di risposta da parte sovietica, ma soprattutto consentirono ai russi di mantenere l’iniziativa a livello tattico. Tutto ciò fino al 1986, quando i Mujaheddin furono equipaggiati con i missili «Stinger» che produssero uno stallo operativo conseguente all’annullamento della superiorità aerea sovietica in teatro.
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prattutto in contesti asimmetrici. I sovietici impiegarono nel decennio di conflitto afghano le loro tecnologie più innovative e le loro migliori armi, ignorando che la sola tecnologia non poteva sostituire la strategia, la tattica, il fattore umano e sociale e la volontà di battersi di un popolo. L’impiego spinto della tecnologia, che all’epoca più che un uso selettivo, favoriva un uso indiscriminato della forza, unito alla totale assenza di un comparto dottrinale per la condotta di operazioni di «counter-insurgency», ebbe come conseguenza il quasi totale annullamento degli sforzi bellici russi a causa della pressoché totale mancanza di appoggio da parte della popolazione afghana al Governo centrale e alle forze sovietiche di occupazione. La guerra afghana fu l’occasione per i sovietici per testare e verificare sul campo l’efficacia di nuove tecnologie e armi, quali il «BMP-2», il «BTR80», il mortaio automatico da 82 mm, il lanciagranate «AGS-17», il sistema lanciarazzi multiplo «BM-22», l’elicottero «Mi-8T», l’aereo da attacco «Su-25», il fucile d’assalto «ASU-74». Ad ogni buon conto, contrariamente alla vastità ed eterogeneità dell’apparato bellico impiegato, la guerra in Afghanistan fu un conflitto dove le unità di fanteria leggera avrebbero costituito una possibile chiave per la vittoria finale; ma i sovietici non disponevano di tali unità in quantità sufficiente. La guerra si ridusse progressivamente a una serie di scontri a livello plotone, compagnia o al massimo battaglione, piuttosto che Divisione, che rappresentava l’unità operativa principale nell’ambito del comparto dottrinale sovietico, almeno fino al 1985. Le mancanze sovietiche non si limitarono comunque alla sola scarsità di fanteria leggera. Le loro unità motorizzate, infatti, non erano facilmente convertibili in truppe più leggere e flessibili sia a causa degli equipaggiamenti in dotazione sia a causa dello stretto connubio con i loro mezzi da combattimento e trasporto. L’assoluta importanza che i sovietici avevano attribuito alle forze meccanizzate pesanti e alla loro potenza di fuoco le avevano rese poco flessibili. La fanteria russa, almeno inizialmente, era vincolata a livello spaziale ai propri veicoli da trasporto. Il clima torrido, il terreno montuoso e l’equipaggiamento pesante limitavano il raggio di azione delle squadre di fanteria a un chilometro massimo dai «BMP». Il fante sovietico era appesantito da 16 kg di «combat jacket» che, aggiunti al peso delle munizioni e degli altri equipaggiamenti individuali, lo rendevano lento e vulnerabile. Le armi di reparto erano devastanti se impiegate da bordo dei mezzi, mentre praticamente inutilizzabili in caso di manovra appiedata (24). Pertanto, i vantaggi per la fanteria offerti da un arsenale evoluto erano quasi del tutto azzerati dalla compartimentazione del terreno,
Il relitto di un «T-62» cannibalizzato e abbandonato tra le montagne afghane.
Il concetto dell’impiego della tecnologia in guerra era rivolto, secondo la visione sovietica, a infliggere il maggior numero di perdite ai ribelli, cercando nel contempo di limitare le proprie. A riguardo vi sono prove inconfutabili dell’impiego di elicotteri d’attacco per la distruzione sistematica di villaggi e delle già scarse aree adibite a coltivazione allo scopo di forzare la popolazione, primo sostegno per i ribelli, ad abbandonare l’Afghanistan. Per porre un freno ai profughi che scappavano verso Iran e Pakistan, gli USA si decisero così, a partire dal 1986, ad aumentare il loro sostegno alla lotta clandestina dei Mujaheddin, fornendo fi-
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Un «BMP-1» sovietico.
nanziamenti consistenti e i citati missili «Stinger». I ribelli furono dotati quindi di uno strumento capace, quanto meno, di annullare l’indiscussa superiorità aerea dei sovietici con il risultato che questi ultimi furono materialmente impossibilitati a impiegare le «gunships» e gli elicotteri da trasporto con limitazioni sia nell’appoggio alle truppe di terra sia nella mobilità operativa. L’impiego dello «Stinger» da parte dei Mujaheddin dimostrò, inoltre, come, con adeguato equipaggiamento, formazioni di guerriglieri spesso disorganizzate e senza adeguata logistica alle spalle potessero mettere in difficoltà un moderno esercito, infliggendogli perdite pesanti. I sovietici cercarono di ristabilire un adeguato volume di fuoco di appoggio alle operazioni terrestri con un impiego massivo di artiglieria e lanciarazzi e con l’aumento dell’altitudine per le missioni di bombardamento aereo che diminuirono però nella loro precisione causando un numero sempre crescente di vittime civili. Il paradosso tecnologico della guerra afghana dimostra materialmente come la superiorità industriale, tecnologica e militare di una Potenza non rappresenti un fattore determinante per la vittoria finale in un conflitto asimmetrico. La superiorità sovietica fu resa inefficace con semplici accorgimenti come l’uso di greggi di pecore in funzione «demining» o attraverso l’acquisizione di singoli elementi tecnologici come i missili «Stinger» (25). LE PERDITE Ad oggi la questione delle perdite sovietiche in Afghanistan è ancora dibattuta e oggetto di discussione. Attenendoci ai dati ufficiali dell’allora Governo russo le perdite confermate sono ricon-
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ducibili a 13 833 morti, 49 985 feriti e 311 dispersi su un totale di 525 500 uomini inviati a prestare servizio in Afghanistan nell’arco del decennale conflitto. In pratica un uomo su otto perse la vita o fu ferito in azione: cifra notevole per una guerra moderna. Le dimensioni della disfatta potrebbero assurgere a catastrofe se si considerassero i numeri non ufficiali che sostanzialmente raddoppiano, elevando a circa 26 000 le vittime del conflitto da parte sovietica. Tale discrepanza è essenzialmente imputabile a diverse modalità per il conteggio dei caduti. Il Governo sovietico, infatti, nelle stime divulgate, evitò accuratamente di conteggiare il personale evacuato dall’Afghanistan perché ferito o ammalato e deceduto in Unione Sovietica e il personale comandato a prestare servizio in territorio afghano per brevi periodi o che condusse operazioni partendo da basi dislocate in Russia restando ucciso in azione in Afghanistan. Il clima e la viabilità afghana, nonché le precarie condizioni di vita degli uomini della 40a Armata, incisero notevolmente sul numero degli uomini deceduti per malattie e incidenti stradali o altre tipologie di incidenti non strettamente connesse alle azioni da combattimento. La percentuale di tali perdite si attesta intorno al 18% del totale. Le perdite degli Ufficiali rappresentano il 14% circa del totale, con una tendenza ad aumentare progressivamente nel corso della guerra. Un discorso a parte meritano le decorazioni assegnate nel corso del conflitto che furono migliaia. Nel periodo compreso tra il 1979 e il 1989, 76 uomini furono insigniti del titolo di «Eroe dell’Unione Sovietica», 103 ricevettero l’«Ordine di Lenin», 1 972 l’«Ordine della Bandiera Rossa» e 52 520 l’«Ordine della Stella Rossa». Nel complesso circa 196 000 tra soldati, Sottufficiali e Ufficiali furono insigniti di riconoscimenti al valore o con premi per la loro professionalità. Paradossalmente in questi numeri sono compresi anche coloro che furono decorati per ferite autoinflitte allo scopo di evitare i combattimenti. I Comandanti di minore unità che denunciavano siffatti comportamenti erano spesso puniti per scarsa attitudine al comando. Quando tale comportamento divenne prassi, i subalterni, allo scopo di giustificare le ferite dei propri uomini, evitando così la punizione, dichiaravano che le stesse erano state riportate in azione spesso in seguito a comportamenti eroici. Questo comportava la concessione di un’onorificenza e il biglietto di sola andata per la Russia, con buona pace di chi invece restava con senso di disciplina e onore, ma prima ancora di dignità. Dal punto di vista degli equipaggiamenti e dei mezzi, i sovietici, tra materiali distrutti o abbandonati, persero la bellezza di 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri, 1 314 tra «BMP», «BTR» e
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«BRDM», 433 pezzi di artiglieria e mortai, 1 138 apparecchiature radio ricetrasmittenti, 510 veicoli del genio e 11 369 autocarri.
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Il clima proibitivo, soprattutto nei mesi invernali, aggravò ulteriormente le già precarie condizioni di vita degli uomini della 40a Armata. Sebbene, come abbiamo avuto modo di evidenziare, l’invasione fu ben pianificata dal punto di vista operatiGLI ERRORI COMMESSI vo, non si può affermare lo stesso per il livello di organizzazione logistica. Nella primavera del I sovietici commisero molti errori nel corso del 1980, già con un inverno passato all’addiaccio, la conflitto in Afghanistan, alcuni di questi evitabili, totalità delle unità russe era attendata e ancora altri inevitabili, ma tutti, con percentuali differenmolto tempo sarebbe trascorso prima dell’occuti, contribuirono alla disfatta finale. L’errore più pazione o della costruzione di idonei accantonagrande fu quello di iniziare l’invasione sostanzialmenti con ovvie ripercussioni sul morale e sulla mente impreparati per una guerra asimmetrica su salute delle truppe. un terreno prevalentemente montuoso. L’Unione Il conflitto sovietico in Afghanistan non fu caratSovietica e le sue Forze Armate erano orientate e terizzato solo da errori sul piano militare. A livello addestrate per un conflitto contro la NATO, o al politico la presenza militare russa nella Repubblimassimo contro la Cina. I russi erano ancorati a ca centroasiatica era giustificata dalla pretesa di concetti classici riconducibili a uno scontro conristabilire l’ordine interno. Nella realtà dei fatti ben venzionale sul piano tattico, operativo e strategipoco fu materialmente fatto affinchè questo fosse co. Ciò implicava il movimento di grandi unità garantito. Il partito di Karmal disattese le aspettacomplesse (per lo più corazzate) su ampi spazi di tive popolari e nonostante la liberazione di numemanovra con un devastante supporto di fuoco di rosi prigionieri politici, il nuovo corso politico fu artiglieria ed aereo. Ben presto caratterizzato da corruzione e lo Stato Maggiore della 40a Arintrighi. Le riforme furono poIl paradosso tecnologico che, di scarso spessore e scatemata si accorse che ciò in Afghanistan era semplicemente della guerra afghana dimo - narono l’opposizione della poinapplicabile. La modifica di tat- stra materialmente come la polazione rurale. L’Esercito retiche, procedure e dell’apparato superiorità industriale, tec - pubblicano, nonostante l’audottrinale fu però lenta e non nologica e militare di una mento del personale e la dotadi moderni equipaggiaaderente alle esigenze operative Potenza non rappresenti un zione menti sovietici, fu sempre incadel conflitto, limitando perciò l’incisività delle operazioni con- fattore determinante per la pace di operare autonomamendotte nei primi cinque anni del vittoria finale in un conflitto te, senza il sostegno delle truppe russe. conflitto. La totale assenza di asimmetrico I sovietici tralasciarono totaluna dottrina idonea ad affrontamente un’analisi etnico-culture un conflitto che necessariarale delle popolazioni afghane. Inizialmente la mente doveva essere condotto con tecniche maggioranza degli uomini della 40a Armata era di «counter-insurgency», un addestramento che terminava il suo ciclo direttamente in teatro nei reorigine uzbeka, tagika o turkmena, nella convinparti di impiego e l’inesperienza di giovani reclute zione che la presenza dei militari centroasiatici furono spesso fatali non solo per le loro vite, ma trovasse consenso tra gli afghani, ignorando i deanche per quelle dei propri commilitoni. cenni di guerre e di contrasti tra l’etnia pashtun, Un’aggravante fu costituita dalla mancata elaboprevalente in Afghanistan, e le etnie settentrionarazione e interiorizzazione delle esperienze bellili. Questo aggravò la percezione degli afghani pache pregresse come la guerra contro i Basmachi shtun nei confronti di un Esercito, quello russo, (26), la stessa lotta partigiana condotta nella Seprevalentemente costituito da avversari secolari. conda guerra mondiale contro l’invasore nazista, In conclusione l’Armata Rossa non fallì semplie, più recentemente, le esperienze francesi in Incemente perché impiegò troppe forze quanto docina e statunitensi in Vietnam. piuttosto perché non trovò la giusta combinazione Altra negligenza propria del primo biennio di delle stesse applicando metodologie inappropriaconflitto, questa volta sul piano operativo, fu quelte. I sovietici spesso punirono aspramente la pola di non segnalare, né registrare la posa di campi polazione afghana piuttosto che proteggerla. minati, quando le forze russe venivano spostate Concentrarono le loro forze nei principali centri continuamente da una provincia afghana all’altra. urbani piuttosto che controllare le zone rurali doIn seguito ciò causò non poche perdite sia tra la ve la guerriglia agiva a proprio piacimento. Troppopolazione civile sia tra gli stessi militari sovietipo spesso usarono la loro indiscussa superiorità ci che per esigenze operative andavano a rioccuaerea in modo indiscriminato seminando vittime e pare le posizioni precedentemente abbandonate. terrore tra la popolazione civile. Non tennero nel-
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Un elicottero «Mi-24 “Hind”».
la giusta considerazione gli aspetti di HUMINT e di integrazione della componente civile e militare nella condotta delle operazioni, alienandosi quindi il favore popolare che ancora oggi costituisce l’elemento decisivo per il successo della lotta internazionale al terrorismo che, ormai da un decennio, le truppe dell’Alleanza Atlantica conducono in territorio afghano. LE LEZIONI APPRESE Storicamente l’Armata Rossa basava la sua dottrina per la guerra in montagna sugli studi e sulle lessons learned ricavate dalle proprie esperienze belliche sulle montagne dell’Europa dell’Est contro le truppe dell’Asse nella Seconda guerra mondiale. In generale comunque le truppe sovietiche erano sostanzialmente impreparate alla condotta di una guerra in montagna contro un avversario determinato e padrone del terreno come i Mujaheddin. Presto i russi compresero la loro impreparazione e i pericoli di una guerra ad alta quota e cercarono di porvi rimedio modificando le loro tattiche e la loro condotta operativa. Nel corso degli anni i sovietici fecero progressivamente tesoro delle esperienze di combattimento acquisite, delle perfezionate modalità di force protection e scorta ai convogli e, in generale, della condotta di una guerra sempre più a connotazione «counter-insurgency». Le innovazioni e i principali accorgimenti tattici ri-
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guardarono praticamente tutte le armi. Furono anche considerati fattori che precedentemente i sovietici ritenevano di importanza secondaria come il terreno, gli equipaggiamenti individuali, la logistica. È impresa ardua sintetizzare tutti i gli accorgimenti operativi, le modifiche tattiche, le negligenze e gli errori nei quali incorsero i sovietici nel prosieguo della campagna, ma di seguito proveremo a descrivere i principali. Il terreno La conoscenza del terreno, specie in ambiente montuoso, è un fattore chiave per il successo di un’operazione. I russi impararono a muoversi in montagna accordando al terreno un’importanza rilevante, prima disconosciuta nell’ambito della loro pianificazione tattica e operativa. La ricognizione In un terreno montuoso come quello afghano, la capacità di prevedere la manovra avversaria diviene fondamentale e permette di prevenire gli attacchi impiegando il dispositivo corretto. Spesso i Mujaheddin riuscivano ad annullare attacchi condotti da forze soverchianti semplicemente acquisendo informazioni su entità e provenienza delle unità sovietiche. Gli assetti da ricognizione russi invece lasciavano alquanto a desiderare. In genere essi venivano impiegati come avanguardie del dispositivo di attacco, invece di assolvere alla vitale funzione di acquisizione di informazioni, privando così il Comandante di cruciali elementi per la condotta della battaglia.
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L’inaccessibilità del territorio afghano costrinse i sovietici a separare i Reparti in piccole unità più flessibili, manovrabili ed addestrate a operare, anche per lunghi periodi, in maniera indipendente. Ciò ebbe due importanti conseguenze: • i Comandanti di minore unità furono spesso investiti di responsabilità non solo a livello tattico, ma anche operativo e questo necessitava di un addestramento specifico; • la frammentazione di Grandi Unità comportava l’assenza di elementi di combat support e combat service support nelle unità elementari. Per compensare queste mancanze le compagnie e i plotoni erano rinforzati con elementi del genio, ricognizione e artiglieria. Le unità corazzate In Afghanistan l’impiego delle unità corazzate fu per i russi sempre problematico a causa delle scarse potenzialità di manovra che il terreno offriva. A ciò si aggiungeva il grave handicap delle armi di bordo e dei pezzi in torretta che non possedevano un adeguato alzo per poter rispondere al fuoco di un’imboscata portata da punti in quota o dalle pendici di una montagna. In considerazione delle limitazioni sopra espresse i sovietici impiegarono spesso i mezzi corazzati in complessi misti, con compiti indipendenti rispetto alle unità di fanteria trasportate, quali la riserva, la protezione dei fianchi, il trasporto logistico in territorio controllato dai ribelli, e perfino come «battle taxi» per rapide infiltrazioni di personale. La fanteria motorizzata
corso del conflitto fu impiegato efficacemente il lanciarazzi «BM-21 “Grad”» il quale, sebbene piuttosto impreciso, ebbe effetti devastanti sul morale dei ribelli. Anche le sorprendenti «ZSU-23/2» a/a conseguirono ottimi risultati in un impiego atipico quale il tiro diretto antiuomo. Il devastante volume Scheda 3
ATTACCO DI UN BATTAGLIONE MOTORIZZATO CONTRO POSIZIONI FORTEMENTE ORGANIZZATE Nel caso in cui l’intelligence russa valutava che i ribelli avessero avuto più di dodici ore a disposizione per preparare le difese, il battaglione motorizzato avrebbe agito secondo i canoni di un attacco contro difese organizzate. Le dimensioni dell’area obiettivo per un battaglione in questo caso variavano tra i 5 e gli 8 km in profondità e i 5 km massimo in ampiezza. L’unità iniziava il suo attacco, se possibile, a circa 10 km dalle posizioni difensive avversarie. A seguito di un nutrito fuoco di preparazione, la fanteria si lanciava all’attacco aprendosi dei varchi negli eventuali campi minati. L’attacco avveniva secondo modalità diverse: • con i carri della compagnia distaccata da altra unità corazzata, ad aprire la strada, seguiti dalla fanteria appiedata, seguita a sua volta dagli IFV (I nffantry Fighting Vehicles - «BMP» o «BTR»); • con la fanteria in testa seguita rispettivamente dai carri e dagli IFV (grafico sotto). La batteria mortai erogava fuoco di appoggio e la riserva era costituita da una compagnia di fanteria completa di mezzi da trasporto e combattimento. È interessante notare come, anche in questo caso, non tutti gli IFV erano impiegati per l’assalto frontale, ma una parte di questi era devoluta per la costituzione del «Bro onegruppa» » il cui compito era quello di attaccare, aprendosi un eventuale varco sul fianco destro del dispositivo avversario, le posizioni avversarie nel «go oose egg» ». In questo caso, il compito del «Bro onegruppa» » non si limitava quindi al semplice aggiramento allo scopo di tagliare ad esempio le vie di fuga dei nemici, ma era quello di concorrere all’attacco vero e proprio portato dal grosso delle forze contro le posizioni nemiche, con lo specifico obiettivo di distruggere gli schieramenti avversari di artiglieria.
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L’impiego delle unità elementari
Le unità di fanteria meccanizzata sovietica furono costrette a combattere frequentemente senza l’appoggio diretto dei propri veicoli da combattimento nei terreni inaccessibili ai mezzi, operando, anche se impropriamente, come unità di fanteria leggera. L’artiglieria L’Afghanistan fu un teatro che mise a dura prova i concetti sovietici di impiego concentrato dell’artiglieria e fuoco di preparazione. L’aria rarefatta alle quote elevate produsse notevoli scostamenti la cui correzione era praticamente impossibile senza l’impiego di un osservatore avanzato. Per ovviare a ciò i russi distaccarono un Ufficiale Osservatore per ogni unità fino a livello compagnia e, in taluni casi, anche a livello Plotone. Contrariamente alla loro dottrina decentrarono il comando e l’impiego dei pezzi fino ai livelli inferiori. Nel
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IL DISTACCAMENTO AGGIRANTE
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I «Distaccamenti aggiranti» (obkho odiashchii otriad) furono spesso impiegati in Afghanistan. Pari alla forza di una compagnia o al massimo di un battaglione, venivano enucleati dalla forza principale su un asse in genere parallelo a quello dell’attacco, con i compiti di supporto all’operazione, assolvimento di specifiche missioni, taglio delle vie di fuga del nemico, condotta di attacchi simultanei a quello principale da direzioni inaspettate. Se il «Distaccamento aggirante» era appiedato, esso era generalmente composto da unità aviotrasportate, d’assalto o da ricognizione. Nel caso in cui la forza era composta dai soli mezzi assumeva la connotazione del «Bronegruppa».
di fuoco che esse erogavano, era ideale per battere le posizioni avversarie mentre quest’ultime venivano prese d’assalto dai reparti di fanteria. Le unità armi combinate Come già espresso, ben presto i russi compresero che le uniche unità che avrebbero potuto dimostrarsi operativamente efficaci erano piccoli complessi pluriarma che agivano indipendentemente. Le unità di fanteria in operazione furono così rinforzate con elementi di artiglieria alle dirette dipendenze, almeno un «Bronegruppa», elementi per la ricognizione, elicotteri e furono autorizzate a richiedere appoggio aereo con l’ausilio di un «Forward Air Controller» (FAC). Le forze speciali e aviotrasportate Queste unità furono le protagoniste dei maggiori successi tattici e operativi. Il loro estremo livello Un velivolo sovietico per il supporto aereo ravvicinato, Sukhoi «Su-25 “Frogfoot”».
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di professionalità e addestramento, uniti alla grande mobilità e flessibilità di impiego, le resero pedine fondamentali per tutto il ventaglio di operazioni ove erano richieste sorpresa e profondità. La terza dimensione La riduzione della precisione e dell’efficacia dell’artiglieria convenzionale fu compensata in parte, da un incremento nella richiesta ed effettuazione delle Close Air Support (CAS). Le difficoltà nell’impiego dello strumento aereo furono riconducibili principalmente all’identificazione degli obiettivi e alla precisione nei bombardamenti da quote elevate. In particolare l’identificazione degli obiettivi imponeva, specie agli elicotteri, di gravitare a distanze ridotte dalla presunta area da colpire allo scopo di individuare le unità nemiche. Questo però rendeva gli aeromobili facili bersagli per la contro aerea dei Mujaheddin o per i micidiali missili «Stinger». Si ritiene che i sovietici in Afghanistan impiegarono i temibili «Mi-24 “Hind”» in numero ridotto rispetto a quelli disponibili in Patria, fatto imputabile alla carenza di pezzi di ricambio e alla mancanza di adeguati aerodromi. Tale decisione impedì agli «Hind» di avere un impatto maggiore nelle sorti del conflitto rispetto a quanto non ebbero. Le quote elevate e la densità rarefatta dell’aria ebbero conseguenze anche per la capacità di carico degli elicotteri da trasporto (in particolare «Mi-8T» e «Mi-6») che videro il carico utile trasportabile decrescere di un 25% rispetto al valore nominale. La logistica Il supporto logistico è una funzione operativa fondamentale specialmente in una guerra montuosa. L’altitudine e le condizioni climatiche estre-
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L’addestramento e l’equipaggiamento La guerra in montagna impose nuove forme di addestramento sia fisico, sia psicologico nonché l’introduzione di nuovi equipaggiamenti specifici. I sovietici soffrirono molte perdite riconducibili ai rigori del clima e alle malattie endemiche presenti in Afghanistan. Un’igiene corretta e un minimo di scorte di medicinali specifici avrebbero evitato all’Armata Rossa di operare per la quasi totalità della campagna a ranghi ridotti in quanto circa il 65% dei militari furono vittime di malattie almeno per una volta durante la loro permanenza in Afganistan. CONCLUSIONI Il conflitto afghano fu l’ultimo scontro della «Guerra Fredda». Esso rappresentò per l’URSS un momento cruciale ed ebbe conseguenze decisive sia per le sorti dell’Armata Rossa sia per la classe dirigente politica che nel giro di due anni si sfaldò e portò alla nascita di una Repubblica parlamentare. I sovietici iniziarono il conflitto sostanzialmente impreparati. Le loro Forze Armate erano costituite e organizzate per condurre una guerra su larga scala, caratterizzata da un contesto operativo con ritmi elevati in uno scenario continentale. In questo tipo di guerra la concentrazione di fuoco aereo e di artiglieria avrebbe squassato le difese della NATO permettendo così alle colonne corazzate sovietiche di penetrare in profondità nel dispositivo avversario. Un conflitto di questo tipo sarebbe stato condotto e vinto a livello operativo. Gli armamenti, gli equipaggiamenti, le tattiche, il supporto infrastrutturale e logistico erano stati concepiti per supportare tale visione operativa. Conseguentemente, tale organizzazione si rivelò inadeguata per la condotta di una lunga guerra di «counter-insurgency» in un territorio ove il nemico era impalpabile e distribuito su un vasto territorio. La chiave per la vittoria era quindi uno strumento militare cesellato per la condotta di operazioni a livello tattico che, nonostante gli sforzi conflitto durante, i russi non riuscirono mai ad acquisire. Contestualizzando il conflitto dal punto di vista militare, ragionevolmente, possiamo affermare che esso fu una guerra locale per l’Unione Sovietica, mentre per i Mujaheddin fu una guerra totale. Da una parte Mosca, intenzionalmente, limitò sempre la portata e l’entità delle operazioni condotte e delle forze impiegate con il duplice intento di limitare le
perdite ed evitare un’escalation che avrebbe rapidamente portato a un nuovo Vietnam. Per la resistenza afghana, al contrario, fu una guerra per la sopravvivenza e il futuro della propria Nazione e che, conseguentemente, doveva essere combattuta con ogni mezzo. Effettivamente i sovietici, dal punto di vista eminentemente militare, non furono battuti, solo che semplicemente non raggiunsero gli obiettivi operativi e strategici che si erano posti all’inizio della campagna. L’Esercito, che rientrava in ordine dai valichi che dieci anni prima aveva attraversato con tanta sicurezza, era logorato fisicamente e psicologicamente, ma non battuto. In Afghanistan restavano così i Mujaheddin che, dal canto loro, non avevano mai avuto il completo controllo del territorio, specie delle grandi zone urbane, ma del resto non erano stati neanche mai definitivamente sconfitti. Nel decennio di conflitto, la resistenza afghana contrastò efficacemente la strategia di annientamento condotta dai russi conducendo una dispendiosa guerra di «attrito». Parafrasando Kissinger, l’affermazione: «la guerriglia vince se non perde e un Esercito regolare invece perde se non vince» si attaglia perfettamente, non solo a quanto accaduto in Vietnam, ove i ribelli erano affiancati da un Esercito re-
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me ebbero un effetto degradante sui sistemi meccanici dei mezzi e degli armamenti e comportarono un aumento del numero e della qualità degli interventi manutentivi.
DISPOSITIVO A TRIFOGLIO
Scheda 5
Il dispositivo difensivo «a trifoglio» costituiva una tattica flessibile, speditiva e impiegabile, anche se con accorgimenti diversi, da livello squadra fino a livello battaglione. Poteva essere applicato non solo da unità di fanteria, ma anche da unità corazzate. Il grafico sotto illustra i vantaggi di tale tattica riconducibili essenzialmente alla possibilità di erogare il fuoco a 360°, alla velocità di assunzione di tale dispositivo e, con una adeguata mimetizzazione delle postazioni, alla difficoltà nella determinazione, da parte del nemico, della precisa disposizione delle unità nel perimetro difensivo. Nel dispositivo potevano essere inserite postazioni di artiglieria o mortai per l’erogazione del fuoco di sbarramento o supporto.
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da tutta la popolazione afghana, sui quali basare la crociata ideologica di un popolo contro gli invasori infedeli. Gli afghani, spesso divisi in un complesgolare equipaggiato e in alcune sue espressioni anso mosaico etnico, trovarono un comune denomiche ben addestrato, ma sintetizza in modo impeccanatore nella lotta contro il Governo centrale filosobile l’esito finale della guerra russo-afghana. vietico. L’invasione sovietica fuse l’ideologia islaUn fattore decisivo nel conflitto fu costituito dalmica alla causa di liberazione nazionale producenla popolazione che, neutrale nelle aspettative dei do una miscela esplosiva. Ufficiali e soldati delsovietici, partecipò fattivamente alla difesa del terl’Esercito repubblicano disertarono a migliaia per ritorio, ma soprattutto del proprio credo religioso. andare a ingrossare le fila dei Mujaheddin. CentiContrariamente a quanto acnaia di caserme e avamposti fucadde ai movimenti ribelli o rirono abbandonati e occupati Dall’incompatibilità del co- successivamente dai ribelli (27) voluzionari in Cina e Vietnam, i Mujaheddin non cercavano di munismo con la fede islami- come effetto di una mobilitazioimporre una nuova ideologia o ca discende tutta la tragicità ne nazionale contro le truppe un nuovo Governo. Piuttosto di un conflitto e di una scon- inviate da Mosca. combattevano per le loro famiOltre alla religione, un secondo fitta a cui i sovietici non furo- collante glie e la loro religione contro a livello etnico e politico un’ideologia ostile e ateista no mai in grado di dare una fu la dissennata condotta della quale il comunismo, totalmente spiegazione né in termini mi- guerra da parte dei russi. Negli alieno alle loro tradizioni e ai litari né tantomeno politici anni ove lo scontro sul piano miloro valori, e contro un Governo litare fu più cruento, ovvero centrale oppressivo e per di più quelli compresi tra il 1984 ed il sostenuto da un invasore straniero. Da ciò discese 1986, le operazioni militari sovietiche non avevano il favore e il successo del movimento dei ribelli afcome scopo principale la neutralizzazione delle forghani che rappresentò l’elemento catalizzatore dei ze nemiche, quanto piuttosto, terrorizzare la popovalori e della religiosità nazionale. lazione nella convinzione che essa avrebbe abbanL’Islam e il nazionalismo furono i valori condivisi donato le aree ove la resistenza era più radicata. I Un «BMP-1» dell’Esercito afghano.
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metodi brutali utilizzati, pertanto, ebbero come logica conseguenza l’allontanamento della maggioranza della popolazione da un Governo centrale che era percepito come manovrato e direttamente dipendente dalla volontà dell’invasore. La disfatta russa in Afghanistan fu dunque determinata da una molteplicità di fattori, tutti comunque essenzialmente riconducibili alla limitatezza e alla scarsa flessibilità di un corpo dottrinale e di un’ideologia, quella comunista, che mai si sarebbero attagliati a una realtà complessa e variegata come quella afghana. Dall’incompatibilità del comunismo con la fede islamica discende tutta la tragicità di un conflitto e di una sconfitta a cui i sovietici non furono mai in grado di dare una spiegazione né in termini militari né tantomeno politici. Gianluca Bonci Capitano, in servizio presso l’Ufficio Comunicazioni e Sistemi del IV Reparto Logistico dello Stato Maggiore dell’Esercito NOTE (1) Il processo di dissoluzione dell’URSS avviene negli anni compresi tra il 1989 ed il 1991 con la rinuncia al
Mujaheddin durante un combattimento. controllo politico dei Paesi satelliti, l’abbandono del comunismo e il passaggio ad un sistema parlamentare. (2) Gruppo corazzato misto che agiva con compiti indipendenti rispetto alla fanteria. (3) Brežnev nacque in Ucraina nel 1906 figlio di un operaio dell’acciaio. Divenne Presidente dell’URSS nel 1964 e per tutti gli anni Settanta fu il principale interlocutore della Ostpolitik condotta dal Cancelliere della Germania Occidentale Willy Brandt. Nei confronti degli USA avviò una politica di distensione con la sigla degli accordi antimissile SALT II, sebbene l’invasione dell’Afghanistan provocò un raffreddamento nelle relazioni che portarono al boicottaggio delle olimpiadi di Mosca nel 1980 e di Los Angeles nel 1984. Nel 1976 fu nominato Maresciallo dell’Unione Sovietica. Morì nel 1982. (4) Line of Comunications. (5) In realtà il primo accordo di cooperazione militare tra i due Paesi fu siglato nel 1956. (6) Il 14 aprile il Governo afghano richiese l’invio di 15-20 elicotteri con relativi equipaggi. Il 19 luglio Taraki richiese l’intervento di due Divisioni motorizzate integrate da una successiva richiesta per una Divisione aviotrasportata. (7) Lo Stato Maggiore dell’LCAFSU era composto interamente da Ufficiali appartenenti al Comando del Distret-
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Una colonna motorizzata sovietica ripresa durante il ritiro nei pressi del confine.
to del Turkestan. Di esso erano membri il Maggior Generale A. V. Toskaev Capo del Reparto Affari Politici, il Maggior Generale L. N. Lobanov Capo di Stato Maggiore e il Maggior Generale A. A. Korchagin Comandante dell’intelligence. (8) Secondo recenti testimonianze rilasciate dal Generale Gromov, la 108a Divisione iniziò i preparativi di invasione circa un anno prima, sebbene gli stessi quadri non conoscessero le finalità degli addestramenti. (9) In realtà, secondo altre fonti, il neo Presidente della DRA fu trucidato da uomini di un reparto di Spetsnaz che, in precedenza, erano stati assegnati alla sorveglianza e protezione del Palazzo presidenziale, in quanto la sua figura fu reputata ingombrante e inutile da parte dei vertici politico-militari sovietici. (10) Per la precisione la Brigata di assalto aereo era la 56a e i reggimenti autonomi di fanteria rispettivamente il 191° e l’860°. (11) In genere gli accampamenti erano protetti da campi minati e circondati da un rigido anello di posti di osservazione e allarme. In questa prima fase le unità erano spesso sottoposte a trasferimenti e rischieramenti improvvisi che impedivano la rimozione dei campi mi-
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nati protettivi che, nella maggior parte dei casi, non erano neanche stati registrati. Tale negligenza causò non poche perdite alle unità che vennero ridislocate nelle vecchie posizioni nei mesi successivi. (12) È interessante notare come il numero degli uomini devoluto ai «Combat Service Support» non raggiungesse neanche il 25% della forza complessiva (cifra peraltro inadeguata alla condotta di un conflitto su vasta scala) ad indicazione della totale indifferenza che i vertici militari sovietici attribuivano alla funzione operativa supporto logistico. (13) Avvolgimento: è una manovra offensiva nella quale le forze attacanti aggirano orizzontalmente e/o verticalmente le difese principali nemiche per conquistare obiettivi posti alle loro spalle. Lo sforzo principale è pertanto diretto sul fianco o sul tergo del dispositivo nemico (da «Le operazioni militari terrestri», Ed. 1998). (14) Aggiramento (sui fianchi): la manovra di aggiramento persegue il conseguimento di obiettivi collocati in profondità rispetto alle posizioni difensive nemiche. Generalmente, si ricorre a questa forma di manovra quando l’avversario è a presidio di posizioni difensive fortemente organizzate (da «Le operazioni militari terrestri», Ed. 1998). (15) Karmal fu insediato al potere come Presidente della DRA in seguito all’assassinio di Amin, in quanto uomo di fiducia del Cremlino. Nel 1986, in seguito al fal-
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limento della sua azione politica, fu destituito dal suo incarico di Presidente a favore di M. Najibullah. Morì a Mosca nel 1996. (16) Tali nuclei potrebbero essere considerati come gli antesignani dei moderni Provincial Reconstruction Team. (17) Le unità impiegate furono le seguenti: 5a, 108a e 201a Divisione di fanteria motorizzata, 103a Divisione aviotrasportata; 66a e 70a Brigata di fanteria motorizzata, 56a Brigata aviotrasportata, 15a e 22a Brigata «Spetsnaz»; il 345° reggimento paracadutisti e il 191° e 860° reggimento di fanteria motorizzata. Non si hanno notizie certe in merito alla tipologia del quarto reggimento autonomo. (18) La città di Kwhost vide nel 2003 la presenza di un contingente italiano nell’ambito dell’operazione «Enduring Freedom». (19) Il Turkestan, che letteralmente in persiano significa «Terra dei Turchi», è una regione dell’Asia centrale, che oggi è generalmente abitata da popoli turchi. Turchi Oghuz (noti anche come Turkmeni), Uzbeki, Kazaki, Cazari, Kirghisi e Uiguri sono solo alcuni degli abitanti turchi della regione, i quali, con il passare dei secoli, si sono spostati, attraverso le distese eurasiatiche, verso occidente, formando Stati turchi, come Turchia, Azerbaigian e Tatarstan. Tagiki e Russi sono minoranze nonturche della regione. (20) Assimilabili alle odierne Task Forces. (21) Elicotteri d’attacco pesantemente armati. (22) Le attività operative dei Mujaheddin non erano infrequenti anche in pieno territorio sovietico in seguito a sconfinamenti e puntate offensive. (23) Pezzo c/a che in questa tipologia di missione era
Un cimitero di relitti ex sovietici nei pressi di Kabul. impiegato per il tiro diretto antiuomo. (24) La mitragliatrice pesante da 12,7 mm pesava 34 kg senza il treppiede, l’ASG-17 invece 30,4 kg. (25) In realtà i Mujaheddin furono in grado di abbattere velivoli ed elicotteri ben prima dell’arrivo degli «Stinger» impiegando mitragliatrici pesanti in fuoco di sbarramento o RPG in funzione antielicottero. (26) I Basmachi sono un popolo dell’Asia Centrale che, dal 1918 al 1933, condusse una guerra contro l’imposizione di un regime comunista nel suo territorio. (27) A tal riguardo Massoud, il mitico Capo della resistenza afghano-tagika, detto il «Leone del Panshir» occupò nella primavera del 1980 l’omonima valle mentre, prima dell’invasione, le sue truppe erano relegate nella sola parte settentrionale. BIBLIOGRAFIA (1) Department of the Army - Soviet Army Study Office, «Soviet non linear combat». (2) Lester W. Grau, «The Bear Went Over the Mountain: Soviet Combat Tactics in Afghanistan», 1998. (3) G. Feifer, «The Great Gamble: The Soviet War in Afghanistan», 2009. (4) M. Hauner, «Soviet War in Afghanistan: Patterns of Russian Imperialism», 1991. (5) Lester W. Grau e M.A. Gress, «The Soviet-Afghan War: How a Superpower Fought and Lost», 2001.
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PIANIFICAZIONE STRATEGICA: PRIORITÀ E CRITICITÀ
PIANIFICAZIONE STRATEGICA: PRIORITÀ E CRITICITÀ Assolvere alla Missione dominando due forze antagoniste Ogni Comandante è un pianificatore. È vero. Gli eroi della storia, i condottieri, Comandanti per eccellenza, si distinguevano per intelligenza, carattere e genialità, le tre potenze dell’animo.
Secondo il pensiero greco per essere efficaci se di quanto disposto dal decreto-legge n. 112 nell’operare occorre prima «modellizzare», ossia del 2008, convertito con modificazioni dalla legge costruire un modello ideale, e poi da questo tracn. 133 del 2008, ogni Dirigente (Comandante di ciare un piano. Tutta l’azione che segue è svolta Enti/Distaccamenti/Reparti - E/D/R) è chiamato a sulla base del piano e in funzione dell’obiettivo. sviluppare la sua Pianificazione Strategica, per poi Modellizzazione e applicazione, pòiesis e praxis. impiegare i capitoli di bilancio necessari al funzionamento della struttura. Quanto detto oggi inSi ha, quindi, l’intervento congiunto di due facolteressa: il Comandante di un’unità operativa/adtà: l’intelletto, che come dice Platone «concepisce destrativa; ogni Capo Ufficio che impiega fondi in vista del meglio» (la forma ideale); poi la volonpubblici; il Direttore del Reparto di Sanità Militare; tà, tesa a trasformare la forma ideale (il progetto) il Direttore di Polo Mantenimento; il Direttore di in realtà. Nella Repubblica di Platone a proposito Parco; il Direttore di Cerimant, Serimant, Cerico, della strategia militare è riportato che nel risponMacra; il Comandante dell’IGM; dere alla domanda - cosa fa di il Comandante di CEMIVET; il un Generale un grande Genera...nel rispondere alla do - Comandante reggimento di Sole? Platone rispose, dopo aver elencato tutti i tipi di operazio- manda - cosa fa di un Ge - stegno AVES, TLC e Materiali ni dell’epoca, «... per essere un nerale un grande Generale? Speciali, così tutti gli altri non Generale abile occorre essere Platone rispose, «... per es - nominati appartenenti agli altri un buon geometra». E la geo- sere un Generale abile oc - Vertici d’Aree. Non tralasciando metria rappresenta la modelliz- corre essere un buon geo - le Operazioni attualmente in zazione perfetta, lo studio a metra» corso di svolgimento nei diversi monte, il più accurato possibiteatri operativi e quelle sul terle, il modello del modello. Oggi ritorio nazionale (Strade Sicure da Comandante si deve prima pianificare, poi e Strade Pulite). Tutti, quindi, sono chiamati prima condurre la manovra per assolvere alla missione a pianificare, poi a impiegare oculatamente le riassegnata. Dal processo decisionale di pianificasorse assegnate. zione (PDP) si emana l’ordine di operazione Questo modo di operare, pianificare e gestire anche nell’ambito della Pubblica Amministrazione, (OPORD). In fase condotta, applicazione del piano, consente al dirigente in uniforme di esternare, con si correggere l’eventuale scostamento o, se quei fatti, le sue capacità di Comandante e ogni unità, sto non assolve al compito, si deve ripianificare. secondo un sistema olistico, è parte attiva e sinTutto ciò sempre per conseguire gli obiettivi stacrona della struttura organizzativa che la contiene. biliti, e assolvere così la «missione». Anche nella Pubblica Amministrazione vale quanto detto. La modellizzazione, consiste nella Pianificazione LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA Strategica. L’applicazione del piano è invece lo sviluppo di tutte le attività afferenti l’Esercizio FiCome in natura «l’uomo è un mondo in miniatunanziario. Sul campo di battaglia si impiegano ra», così nella Pubblica Amministrazione «la Pianisoldati e unità, nella Pubblica Amministrazione ficazione Strategica è la determinazione consape(PA) euro e capitoli di bilancio, tutti operanti per il vole del corso delle azioni, predeterminate al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Sulla ba-
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In apertura. Veicoli cingolati blindati bimodulari BV 206 S in movimento su terreno innevato.
conseguimento degli obiettivi». Attraverso questa decisione si esprime l’atto di comando per eccellenza in quanto esprime la volontà del Comandante. Essa prevede la gestione ottimale delle risorse finanziarie assegnate dal livello superiore, relative ad un determinato periodo temporale per assolvere alla missione assegnata. Essa rappresenta un modo nuovo di concepire la gestione degli affari nella Pubblica Amministrazione, basato sulla razionalità delle decisioni. Una decisione è razionale quando è coerente con i suoi obiettivi e compatibile con le possibilità e i vincoli esistenti e/o con le, scarse, risorse economiche. Essa costituisce il fulcro di quella «riforma» che è alla base del new public management, basata su progetti, sottoprogetti e attività Progetti Sottoprogetti Attività (PSA) da svolgere. Il suo processo è caratterizzato dalle seguenti fasi fondamentali: identificazione dei soggetti, dei mandati, dei
destinatari e degli stakeholders (coloro a cui interessa il buon funzionamento - dipendenti dell’ente, ditte esterne, lavoratori) del processo di pianificazione, poi programmazione, gestione delle risorse assegnate; • a strutturazione di programma e l’identificazione connessa degli indicatori di programma; • la temporizzazione del processo e l’introduzione connessa dei processi di valutazione; • l’ingegnerizzazione dei piani e dei programmi, la specificazione delle azioni e la gestione dei progetti; • l’analisi dei costi operativi e lo studio del loro finanziamento; • la costruzione di un bilancio di programma; • il monitoraggio dei piani e dei programmi, la loro revisione e il feed-back del processo. Occorre agire con iniziativa e fiducia, essere un insieme di attività e conoscenze e battere quindi i tre nemici dell’azione: incertezza, indecisione e pigrizia. Le nuove regole di formazione del bilancio della Difesa, la cosiddetta «nuova GAB» attualmente in fase «gestazione» allo Stato Maggiore Difesa, nel delineare le «Procedure interne di formazione del bilancio della Difesa e suo esercizio», ha dato avvio alla gestione operativa dell’attività programmatica, in particolare precisando che il Ministro della Difesa
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Sopra. Pattuglia di militari italiani a protezione di un impianto di comunicazione satellitare.
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Fig. 1
ne, gestione, rendicontazione e controllo. Il bilancio va letto in forma integrata per risultati (obj), costi e spesa. In sintesi, poggia su un concetto di concatenamento, in termini concettuali e di elaborazione della programmazione, fatto per destinazione, ovvero, per natura e per responsabilità, delle risorse finanziarie, e cioè, rispettivamente, alle funzioni e relativi obiettivi, all’oggetto della spesa, e ai soggetti responsabili del loro utilizzo. L’AMBIENTE OPERATIVO
L’ambiente in cui si opera è spazio tridimensionale, (figura 1) delimitato da assi cartesiani indicanti la missione da assolvere, il controllo della spesa finanziaria e la contabilità economica fissa le priorità politiche del Dicastero, da cui dianalitica. Dove per Spesa Finanziaria si intende scendono gli obiettivi (obj) strategici (Capo di Stato «l’attività che regola giuridicamente i rapporti fiMaggiore della Difesa), declinati in obj operativi e nanziari tra le amministrazioni ed i terzi, e rapdiscendenti Programmi Operativi di competenza presenta l’entrata e la spesa in tutte le sue fasi. dei Capi di Forza Armata/Segretario Generale delSi articola per centri di responsabilità amminila Difesa/Comandante Generale strativa e per unità previsiodell’ Arma dei Carabinieri; per nali di base». Mentre, per L o s t r u m e n t o m i l i t a r e , Contabilità Economica si inla prima volta le risorse finanziarie sono indirizzate agli che impiega risorse pubbli - tende «il sistema contabile che obiettivi e ai programmi operati- c h e p e r i l s u o f u n z i o n a - consente la valutazione ecovi, individuando i referenti re- m e n t o , è a n n o v e r a t o , d a l nomica (costo) dei servizi e sponsabili. In particolare, l’inte- punto di vista della contabi - delle attività prodotte (beni o grazione tra formazione del pro- lità nazionale, tra le «azien - servizi). Considera le risorse getto di bilancio e «programma- de di servizi»... strumentali e umane effettivazione strategica»; l’individuaziomente utilizzate, non la spesa, ne/qualificazione delle risorse che rappresenta l’esborso mocon riferimento all’insieme di attività in cui si sonetario legato alla loro acquisizione. Questa distanzia l’obiettivo operativo e il discendente proventa Analitica quando il costo considera anche gramma operativo; la rispondenza della programla struttura organizzativa e lo scopo per cui le mazione finanziaria ai vincoli e volumi di risorse risorse sono impiegate». recati dalla legislazione vigente, evidenziando i liLo strumento militare, che impiega risorse pubvelli di output con essi realizzabili e quelli condibliche per il suo funzionamento, è annoverato, dal zionati alla disponibilità di risorse aggiuntive; punto di vista della contabilità nazionale, tra le l’allineamento tra funzione di organo program«aziende di servizi» (come Sanità, Pubblica Istrumatore e responsabilità degli obiettivi operativi, Fig. 2 con una consequenziale armonizzazione dell’attestazione degli stanziamenti alle strutture deputate alla gestione tecnico-amministrativa e la coerenza e congruenza tra bilancio finanziario e bilancio economico. Come stabilito dal 2008 in materia di formazione del bilancio dello Stato, le previsioni di spesa (modellizazione/piano) sono articolate per: • missioni (risorse finanziarie finalizzate agli obiettivi da perseguire); • programmi (compiti specifici della Forza Armata, volti al perseguimento degli obj definiti ai vari livelli gerarchici). A sua volta, ogni programma è suddiviso in fasi. L’attività amministrativa deve prevedere momenti ben distinti: pianificazione, programmazio-
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LA MISSIONE DA ASSOLVERE Come la pianificazione operativa, anche quella strategica si sviluppa rispettando la «cascata» dei compiti. Livello politico, strategico, operativo e tattico (figura 2). Esiste una costruzione piramidale dove ogni livello intermedio è, allo stesso tempo, fine di un livello superiore e mezzo di uno superiore. Per il 2010 il Ministro della Difesa ha indicato quale indirizzo politico per le Forze Armate il «funzionamento dello strumento militare ed assolvimento dei compiti in relazione alle risorse assegnate». Da questo il Capo di Stato Maggiore della Difesa ha individuato i suoi Obiettivi Strategici (OBS). In particolare, ha indicato per l’Esercito la necessità di «assicurare l’impiego operativo della componente terrestre» (OBS 213). Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ricevuto questo compito, ha individuato tre obiettivi operativi (OBO). L’OBO 1 consiste nell’Assicurare l’appron-
Fig. 3
tamento dello strumento terrestre garantendo, in relazione alle risorse disponibili, i seguenti livelli di operatività: homeland defence security (n. 2 112 attività addestrative su un valore standard di 12 128); turnover nelle missioni Fuori Area: (n. 480 attività addestratile su un valore standard di 3 744); impegni UE/NATO/ONU n. 0 attività addestrative su un valore standard di 1 312). L’OBO 2 è relativo al trattamento economico del personale, L’OBO 3 è relativo ai Capitoli di Bilancio (Cpt) «quotizzati», ovvero, l’impiego di quei fondi che sono attestati al Centro di Responsabilità Amministrativa (C.R.A.) di SEGREDIFESA (tale OBO è complementare al raggiungimento dei livelli di operatività definiti nell’OBO 1). Al fine del loro raggiungimento, gli OBO vengono suddivisi in Programmi Operativi (PO). Questi considerano i soggetti, le attività/processi/prodotti con relativi output e outcome , le risorse da destinarvi e i tempi di realizzazione. Quest’ultimi sono assegnati ai vari vertici d’Area di Forza Armata. A titolo di esempio, quelli assegnati al Comando Logistico dell’Esercito, relativi all’ OBO 1, sono in totale cinque (figura 3). Ogni PO prevede tre livelli
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zione, Sicurezza, Ricerca). Dal punto di vista finanziario, quindi, anche le Forze Armate debbono adempiere a tutti gli accorgimenti per ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, ottimizzando l’assolvimento dei compiti assegnati (la produttività). I provvedimenti finanziari recentemente adottati fissano, su base triennale, le risorse a disposizione dell’Amministrazione della Difesa. Infatti, il Governo, per la prima volta, ha definito la legge di bilancio per il triennio 2009-2011, allo scopo di facilitare, secondo gli impegni presi in ambito comunitario, il miglioramento dei conti pubblici. Inoltre, nel documento di programmazione, funzionale al raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2011, ritenuto necessario evitare l’aumento della pressione fiscale (che comporterebbe la riduzione dei consumi e rallentamento dell’economia reale) disponendo invece una rigorosa politica di contenimento della spesa. Per questo sul bilancio di esercizio della Difesa si registra una riduzione del 20% rispetto a quelle dell’anno precedente, stesso trend per il 2010. La stessa manovra, tuttavia, consente un più ampio margine di discrezionalità per i Ministeri, nella decisione politica di allocazione delle risorse nei programmi di spesa così da finalizzare le minori risorse disponibili, finanziando i soli programmi indispensabili per l’assolvimento della missione. Per questo ogni amministrazione è chiamata a presentare il bilancio evidenziando la connessione tra risorse stanziate, le finalità perseguite e le responsabilità, ovvero, la ripartizione/allocazione delle risorse finanziarie sulla base di una «programmazione strategica» che lega missione e programmi.
Fig. 4
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Fig. 5
di responsabilità ed altrettanti referenti (figura 4). Il referente di 1° livello, per il Comando Logistico (COMLOG) è il Comandante Logistico, quello di 2° livello Capo Dipartimento/Capo di Stato Maggiore di COMLOG, infine di terzo livello i Capi Ufficio responsabili dell’impiego dei fondi di bilancio. In pratica, quindi, la pianificazione strategica consiste, a tutti i livelli, nel realizzare una struttura organizzata e ramificata in azioni da compiere per raggiungere gli obiettivi previsti dalla missione assegnata. Ovvero, indicare dettagliatamente: • le fasi del PO; le attività e gli interventi previsti (anche di natura organizzativa) e le relative scadenze; • gli obiettivi e gli eventuali output intermedi di fase; • gli altri soggetti coinvolti; i vincoli/condizioni al raggiungimento dell’obiettivo. È un confronto tra esigenze legate alla missione da soddisfare in ordine prioritario e le possibilità di poterle soddisfare sulla base delle disponibilità finanziarie. Uno degli aspetti più importanti è l’individuazione delle «criticità», che sono importanti quanto Fig. 6
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l’individuazione delle enemy courses of action (enemy coa) nella pianificazione operativa. Esse sono le attività legate alla missione che se per motivi di disponibilità finanziarie non si riescono a finalizzare diventano «criticità». Queste vanno segnalate, dal basso verso l’alto, risalendo sino al livello politico e renderlo edotto sulle potenzialità dello strumento. La Pianificazione Strategica segue inizialmente un andamento dall’alto verso il basso (up-down), quella che a cascata va dal Ministero della Difesa sino al Capo Ufficio (responsabile del 3° livello). Quando anche il terzo livello ha provveduto a sviluppare la sua, espressa come «scheda di pianificazione/criticità» (figura 5), questa viene diramata agli E/D/R di settore, diventando la missione da assolvere. Gli E/D/R sviluppano allora la loro Pianificazione Strategica, rappresentando bottom-up (figura 6), esigenze, possibilità e criticità rispetto ai compiti ricevuti. In quest’ultimo caso la Pianificazione Strategica si esprime con Progetti, Sottoprogetti e Attività P/S/A (7). IL PIANO DEI SERVIZI La filiera delle Strutture Organizzative prevede che quest’ultime, rilevanti per il monitoraggio delle risorse, vengano suddivise su più livelli gerarchici cui corrispondono compiti e responsabilità differenti. È stata prevista la seguente organizzazione: Centri di Costo «Apicali» (Gabinetto del Ministro, Stato Maggiore della Difesa, SEGREDIFESA, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Bilandife); Unità Organizzative di Rilevazione (UOR) corrispondono a strutture di Comando e Controllo di livello medio-alto che hanno la responsabilità di un insieme significativo di UOE; Unità Organizzative Elementari (UOE) identificano le singole realtà operative depositarie delle informazioni di maggior dettaglio. Chi fa cosa. Le Linee di Attività/Prodotti specifici rappresentano le funzioni, attività e servizi svolti da una UOR/UOE. La gerarchia per le linee di attività ed i prodotti specifici ha la seguente struttura:Livello 1 (F1 - ovvero 1 a funzione svolta dalla Difesa, livello Divisioni); Livello 2 (F2 - funzione Difesa Militare, livello Gruppi); Livello 3 (F3 - funzione Difesa militare, livello Classi); Livello 4 (F4 - funzione Predisposizione dello strumento militare, livello Missioni Istituzionali); Livello 5 (F5/S1 - Pianificazione e impiego dello Strumento militare, livello Macroservizi); Livello 6 (F6/S2 - Comando, Pianificazione, Coordinamento e Controllo di Vertice, livello Servizi); Livello 7 (F7- disposizioni di Vertici, livello di Linee di Attività).
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L’INDICATORE L’indicatore è il «valore» che esprime il grado di raggiungimento dell’obiettivo evidenziando la capacità di assolvere al «compito». In sintesi è, lo strumento attraverso il quale si valutano gli obiettivi in termini di risultato raggiunto (output) e di «impatto» ottenuto sull’organizzazione (outcome).
L’indicatore può essere di vari tipi, i più comuni sono quelli di efficienza e di efficacia. Essi sono parametri in grado di rappresentare e di registrare l’andamento degli obiettivi. Data l’importanza che gli indicatori hanno nell’ambito di una gestione per obiettivi e la necessità che essi siano significativi e specifici per ogni obiettivo, la loro definizione ed elaborazione richiede tutta la bravura del dirigente. Obiettivi complessi possono essere rappresentati da più indicatori di prestazione, che dovranno essere aggregati attraverso un sistema di pesi. Ciascun valore attribuito all’indicatore è rappresentativo di uno specifico livello di prestazione. Secondo il benchmark gli indicatori debbono essere validi, attendibili, uniformi e comparabili. SISTEMI INFORMATICI Il controllo strategico, il controllo di gestione e la temporizzazione del Programma Operativo avviene tramite il Sistema Informativo di Vertice 2, SIV-2 (in quanto il sistema SIV-1 non è predispoElisbarco di una Land Rover Defender da un elicottero da trasporto CH 47.
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Fig. 7
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Fig. 8
mativo della legge, delle Direttive della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell’Economia e Finanza. Non ultimo il sistema prevede anche il controllo e la valutazione del Dirigente. La Pianificazione Strategica viene riportata attraverso particolari codici nel Sistema Informativo Economico Finanziario dell’Amministrazione Difesa (S.I.F.A.D.), nel portale «Sistema Automatizzato di Programmazione Strategica» (SiAPS) e nel portale del «Processo Integrato Bilancio Obiettivi Strategici» (PIBOs) del «Servizio di Controllo Interno» (SECIN). Le Unità Organizzative di Controllo (UOR) dovranno gestire la Contabilità Economica Analitica (CEA) ed effettuare il Controllo di Gestione (CdG) nei confronti delle Unità dipendenti, denominate Unità Organizzative Elementari (UOE). Questo è in accordo con le disposizioni in materia economica e sto per gestire le fasi del processo di formazione di formazione di bilancio, come peraltro già stadel bilancio, ma consente soltanto l’immissione bilito dal D. Lvo 286/99 Art. 6 «La valutazione e il dei dati finali del bilancio una volta approvato, in controllo strategico» l’attività di valutazione e funzione della successiva gestione operativa e controllo strategico mira a verificare, in funzione amministrativa). Il Siv-2, introdotto nel 2007, dell’esercizio dei poteri di inconsente di supportare le Autodirizzo da parte dei competenrità di vertice dell’Amministra... la Pianificazione Strate - ti organi, l’effettiva attuazione zione Difesa nelle funzioni di controllo delle attività di gestio- gica, come quella operativa, delle scelte contenute nelle dine, il processo di Pianificazione è uno strumento metodolo - rettive e altri atti di indirizzo e Controllo Strategico, la ge- gico teso al conseguimento politico. L’attività stessa consistione della Contabilità Econo- d e g l i o b i e t t i v i a s s e g n a t i , ste nell’analisi, preventiva e mica Analitica (CEA), il controllo impiegando al meglio le ri - successiva, della congruenza della spesa finanziaria e l’indi- sorse nel rispetto delle nor - e/o degli eventuali scostamenti viduazione per ogni obj di tutti i me della pubblica ammini - tra le missioni affidate dalle norme, gli obiettivi operativi livelli di responsabilità nell’im- strazione prescelti, le scelte operative piego di risorse pubbliche, coneffettuate e le risorse umane, sentendo quindi anche la valufinanziarie e materiali assegnate, nonché neltazione dei risultati (figura 8). Comunque, al fine l’identificazione degli eventuali fattori ostativi, di perfezionare ulteriormente lo strumento, è allo delle eventuali responsabilità per la mancata o studio un sistema informatico che sostenga le atparziale attuazione, dei possibili rimedi. Quanto tività poste in essere dagli Organi Programmatori, detto è confermato dal decreto legislativo del 9 in tutti i passaggi di costruzione del progetto di ottobre 2009 di attuazione della legge n. 15 del bilancio e che possa assicurare la gestione della considerevole mole di dati che concorrono alla Fig. 9 costruzione del bilancio, nonché la successiva alimentazione automatizzata del sistema SIV nella fase di esercizio del bilancio stesso.
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LA VALUTAZIONE DEL DIRIGENTE La valutazione del sistema si rende necessaria per favorire l’affermazione di una cultura della responsabilità e della Pianificazione, per diffondere e consolidare uno stile di gestione amministrativa Manageriale, per orientare i comportamenti dei singoli al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione, per costituire una base informativa utile allo sviluppo di sistemi incentivanti (retribuzione di risultato), per rispondere al dettato nor-
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CONCLUSIONI In conclusione, la Pianificazione Strategica, co-
Obice di artiglieria a traino meccanico FH-70 da 155/39.
me quella operativa, è uno strumento metodologico teso al conseguimento degli obiettivi assegnati, impiegando al meglio le risorse nel rispetto delle norme della Pubblica Amministrazione. Esso presuppone che il Comandante/Dirigente sia un caleidoscopio di capacità (nell’impiegare le risorse rappresentate dalle «assegnazioni ricevute») e conoscenza delle potenzialità e criticità della sua struttura. Il tutto gestito con abilità, quello che nella Grecia antica veniva indicata con la «metis». Occorre operare attraverso la «vision», quella capacità che consente al condottiero di vedere per primo lo sviluppo degli eventi che seguiranno, permettendogli così di gestirli al meglio, mantenendo sempre l’iniziativa. Quanto detto potrebbe apparire per qualcuno confuso e complicato, dobbiamo ridurre al massimo l’eterotopia del gestire le nostre risorse. Ma, mutuando quanto detto da Aristotele «Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendo» , non possiamo esimerci dall’affrontare questa nuova sfida.
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2009 in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni, dove, al Titolo II Misurazione, valutazione e trasparenza della performance - viene esaminato il sistema di valutazione annuale delle strutture e dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche al fine di assicurare elevati standard qualitativi ed economici del servizio, tramite la valorizzazione dei risultati e della performance organizzativa e individuale. Attività tesa al miglioramento della qualità delle amministrazioni pubbliche, nonché alla crescita delle competenze professionali. Dispone che le amministrazioni adottino metodi e strumenti idonei a misurare, valutare e premiare la performance individuale e quella organizzativa, secondo criteri strettamente connessi al soddisfacimento dell’interesse del destinatario dei servizi e degli interventi. Al momento l’operato del dirigente è valutato dal SECIN analizzando due macro-aree, la prima riguarda i risultati operativi (obiettivi) conseguiti, con un peso ponderale del 70% della valutazione. La seconda area analizzata è quella relativa alla parte organizzativa della struttura, intesa come capacità di analisi e programmazione, gestione delle risorse e impiego del personale, per il rimanente 30% (figura 9).
Angelo Ionta Colonnello, Capo Ufficio Coordinamento e Pianificazione Finanziaria dello Stato Maggiore del Comando Logistico dell’Esercito.
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LO «SCHERZO» DELLA SELVA
LO «SCHERZO» DELLA SELVA Le guerre romano-germaniche e la battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) In linea di continuità con il precedente articolo «L’imboscata di Teutoburgo» di Umberto Bardini, apparso sul n. 6/09 di «Rivista Militare», rivisitiamo la storica battaglia della selva di Teutoburgo ampliando il tema anche su aspetti più generali, che fanno da cornice all’evento che causò l’arresto, per alcuni anni, dell’espansione dell’Impero romano nei territori germanici. Un alone di mistero circonda il personaggio di Marco Celio, Capo della XIII Legione, caduto nella battaglia di Teutoburgo in circostanze tuttora ignote. Sullo sfondo delle guerre romano-g germaniche si erge la figura di questo valoroso Ufficiale, la cui disciplina, capacità tecnica, destrezza militare furono il cuore delle legioni romane.
Varo: Così crolla l’egemonia di Roma sul mondo. Di fronte ad uno scherzo della selva. E a me sembra, invero. Come lo sciocco colpo di un ragazzo! (Heinrich von Kleist, «La battaglia di Hermann», 1808)
Marco Celio, Centurione primipilo (ossia a Capo della I Centuria della I Coorte) della XVIII Legione, era un veterano di mezza età con una vasta esperienza bellica. Le fonti relative alla battaglia di Teutoburgo, combattuta nel settembre del 9 dopo Cristo, non ci dicono quando e come cadde Celio. Se sopravvisse all’imboscata iniziale, può essere stato tra coloro che per tre giorni cercarono di aprirsi il passo nella Selva infestata dai nemici, per poi resistere - invano - in un campo fortificato di fortuna. Celio era il «prodotto professionale» di una macchina militare perfetta: cosa avrà pensato quando vide travolte le ultime difese? Probabilmente a vendere cara la pelle, come nella migliore tradizione di quei reparti occidentali travolti da orde di guerrieri fino a un attimo prima visti come dei semplici «barbari». Ma A destra. Caio Mario (157-86 a.C.), Generale e uomo politico romano. Console dal 104 al 100 con poteri eccezionali, conferitigli per far fronte all'invasione dei Cimbri e dei Teutoni, modificò radicalmente l'apparato bellico della Repubblica. In apertura. Il Colosseo.
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avrà avuto la lucidità di chiedersi, mentre attorno a lui gli ultimi legionari della XVIII venivano fatti a pezzi dai Germani, come diavolo era successo tutto questo?
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SOLDATI DELL’IMPERO Anche se di Marco Celio resta solo un cenotafio funebre, rinvenuto nell’antica base militare romana di Castra Vetera (l’odierna Xanten, nel Nord Renania-Westfalia), di lui ci possiamo fare un’idea abbastanza precisa. Nativo di Bologna, aveva 53 anni e proveniva da una famiglia abituata a fornire solidi quadri professionali agli Eserciti della Repubblica prima, e successivamente dell’Impero (1). Marco doveva essersi arruolato nel periodo in cui il Senato sanciva il predominio di Augusto, istituendo il Principato (27 a.C.). All’epoca Cesare Ottaviano, conclusesi le lunghe guerre intestine che avevano travagliato Roma, aveva avviato un vasto programma di smobilitazione delle circa 60 legioni ereditate dal conflitto con Antonio e Cleopatra, portandole a 28; subito impiegate per rafforzare i confini dell’Impero, e per cancellare le ultime sacche di resistenza. Le invasioni dei Cimbri e dei Teutoni, tra il 113 e il 101 a.C., e le quattro battaglie sostenute contro i Romani. Lungo il Reno la minaccia germanica, già contrastata un secolo prima, sembrava sotto controllo, nonostante qualche incidente di frontiera. Nel 17 a.C., scoppiò una rivolta tra le tribù germaniroboduo. Tra il 9 e il 6 fu Tiberio a proseguire che che, l’anno successivo, distrussero la V Legiol’opera del fratello, costruendo nuove piazzeforti ne Alaudae, la quale era stata formata da Cesare e consolidando l’influenza romana nella regione. con l’arruolamento di volontari galli, e tra le miI reparti impegnati in queste operazioni erano le gliori unità dell’Esercito romano. Augusto stesso legioni I Germanica, II Augusta, V Alaudae, XIV Gedecise di raggiungere il fronte germanico, fermina, XVI Gallica, e le numero XVII, XVIII e XIX. Nella XVIII prestava servizio Marco Celio, che almandosi in Gallia per due anni. Pur non volendo l’epoca dell’inizio delle ostilità in Germania aveva seguire le orme né del padre adottivo, né di Pom27 anni. Grazie al cenotafio che lo commemora peo o di Antonio (la politica militare augustea depossiamo sapere qualcosa della sua carriera miligli anni precedenti, anche laddove aveva portato tare: la corazza è decorata con cinque medaglioni le legioni oltre i vecchi confini, era mirata a conrappresentanti altrettante decorazioni al valore; la solidare le conquiste, non ad estenderle), l’Impemano destra regge la vitis, la verga ricavata da un ratore decise di portare il limes dal Reno all’Elba, sottomettendo la Germania. tralcio di vite simbolo del suo L’incarico fu affidato al suo rango di Centurione primipilo; Verso la metà del IV seco- la testa è invece incorniciata luogotenente, Marco Vipsanio Agrippa, che creò una vasta re- lo, infatti, si era passati dalla dalla corona di foglie di quercia te di basi (come Castra Vetera), classica tattica oplitica in or- assegnata a chi salva la vita a una flottiglia fluviale, depositi e cittadino romano. Celio era, d i n e c h i u s o , m u t u a t a d a l - un strade militari. Morto improvviquindi, un Ufficiale di alto rango samente Agrippa (12 a.C.), Au- l’esperienza greca ed etru - (accanto a lui sono raffigurati gusto lasciò ai figliastri Druso e sca, alla legione manipolare, due schiavi affrancati divenuti Tiberio, già distintisi negli anni più flessibile ed articolata suoi attendenti), fattosi strada precedenti, l’incarico di iniziare col proprio valore. Un veterano, la conquista della Germania. Se la cui disciplina, capacità tecniil più anziano Tiberio fu destinato al fronte illirico, ca, addestramento, spirito di Corpo, erano il cuore a Druso, appena 25enne, fu affidato il compito di delle legioni che Roma fece passare al di là del Rebattere i Germani. Tra il 12 e il 9 (anno in cui morì no, e che i Germani devono affrontare. per una caduta da cavallo) il giovane condottiero È una sfida che d’altra parte andava avanti da prima sconfisse le tribù del Reno ribellatesi negli oltre un secolo; e l’impatto del mondo germanico anni precedenti all’alleanza con Roma, poi si con le legioni di Roma era stato devastante per spinse fino al Weser, costruendo una grandiosa l’organizzazione militare della Repubblica, inrete di fortificazioni difensive, come Mogontiacum fluenzandone la seconda grande trasformazione (Magonza), e sconfisse una prima volta i Marcodopo quella attuata all’epoca delle guerre sannitimanni, che si ritirarono in Boemia guidati da Mache. Verso la metà del IV secolo, infatti, si era
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La Germania all'epoca di P.Q. Varo (7-9 d.C.).
passati dalla classica tattica oplitica in ordine chiuso, mutuata dall’esperienza greca ed etrusca, alla legione manipolare, più flessibile ed articolata. Il nocciolo delle Armate romane era tuttavia rimasto formato dai fanti italici forniti dalle leve tra i contadini, inquadrati da Ufficiali e Sottufficiali semi-professionisti (per lo più appartenenti alla classe equestre), e comandati dall’aristocrazia terriera dei patrizi. Per circa due secoli queste legioni avevano sbaragliato, a volte facilmente, a volte con maggiori difficoltà, tutti gli avversari incontrati sul proprio cammino. Tuttavia, l’apparato militare romano a metà del II secolo era entrato in crisi. I fanti di leva italici, oppressi da decenni di continuo servizio militare che ne aveva distrutto il tessuto economico-sociale, fatto di piccole proprietà a conduzione familiare, si ammutinavano, mentre l’aristo-
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crazia, ormai più interessata alla cultura e ai piaceri importati dall’Oriente che al servizio in armi, non forniva più leader militari capaci. E verso la fine del II secolo la crisi militare romana esplose definitivamente di fronte a una terribile minaccia che si profilava al di là delle Alpi. Partiti anni prima dalla penisola dello Jutland, i Cimbri erano solo una delle tante tribù germaniche che, col declino dei Galli, sconfitti più volte dai Romani tra il III e il II secolo a.C., avevano iniziato a premere sul Reno e a sud. Attorno al 115, alleatisi coi Teutoni, i Cimbri arrivarono al Danubio, in un’area di interesse strategico per Roma. Fallite le trattative intavolate con queste tribù germaniche, le prime a entrare in contatto diretto con la potenza romana, nel 113 il Senato aveva inviato a intercettarli un’Armata di 30 000 uomini, al comando del Console Gneo Papirio Carbone, uno dei tanti aristocratici di antico lignaggio ormai più interessati ai maneggi politici che al mestiere delle armi.
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Le truppe erano abbastanza raccogliticce. Ma negli ultimi 100 anni le legioni avevano sempre avuto la meglio sui Celti, apparentemente meglio organizzati dei Germani, e questo nonostante fossero state costantemente in inferiorità numerica. Della prima battaglia campale combattuta tra i Romani che evidentemente presero sotto gamba il nemico - e i 70 000 Germani giunti a Noreia (in Stiria) si sa poco, ed esistono anzi versioni contrastanti, tra l’ipotesi di un’imboscata tesa dai Cimbri alle legioni ancora in marcia, e un’altra, relativa a un attacco a sorpresa di queste ultime all’accampamento germanico, sventato dai difensori. Pare comunque che la fanteria romana, poco addestrata e mal comandata, non abbia avuto il tempo di schierarsi, arrivando ancora scompaginata a contatto ravvicinato coi Germani. Questi apparvero ai Romani come dei veri barbari, di statura gigantesca e assetati di sangue, irresistibili nello scontro corpo a corpo. Solo l’ottimo comportamento della cavalleria romana e lo scoppio di una provvidenziale tempesta salvarono l’Armata dal totale annientamento. Ma alla sera i superstiti di Carbone - poi suicidatosi - erano solamente 6 000. Fortunatamente i Germani non ebbero la forza di sfruttare la vittoria per valicare le Alpi e invadere l’Italia, probabilmente a causa delle pesanti perdite subite. Negli anni successivi, Cimbri e Teutoni compirono una serie di incursioni in Germania, Spagna e Francia. Qui furono nuovamente affrontati da un’Armata romana forte di 120 000 effettivi, alleati compresi. Ma ad Arausio, il 6 ottobre del 105, 200 000 Germani inflissero ai Romani - guidati da due Consoli divisi dalle rivalità - un’immane sconfitta, con la perdita di 80-100 000 uomini (2).
Caio Giulio Cesare (100-44 a.C.), nel 58 affrontò e sconfisse in Gallia i Germani di Ariovista. Negli anni successivi oltrepassò più volte il Reno.
LA RIFORMA MARIANA
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L’impatto della sconfitta fu immenso anche se, ancora una volta, i vincitori preferirono evitare un mano i limiti dell’Esercito romano tardo-repubattacco diretto contro l’Italia, puntando sui Pireblicano, poi confermatisi quando aveva sconfitto nei. Ai Capi germanici sembrava far difetto la caGiugurta (106 a.C.). pacità strategica, e ciò diede a Grazie ai poteri straordinari Roma un’importante pausa di conferitigli, Mario decise di recupero. S o l o l ’ o t t i m o c o m p o r t a - aprire gli arruolamenti senza A riprova di quanto grande mento della cavalleria roma- alcuna restrizione di censo e fosse il timore del Senato, fu anche ai volontari na e lo scoppio di una prov- proprietà, affidata un’eccezionale autoriitalici, tanto da offrire loro la tà di comando a un Generale videnziale tempesta salvaro- cittadinanza «in massa» dopo che già aveva dato buona pro- n o l ’ A r m a t a d a l t o t a l e a n - le vittorie riportate sui Germava di sé, Caio Mario (157-86 nientamento ni, sfidando il Senato. In effetti a.C.), eletto Console per ben 5 la riforma mariana poneva i anni consecutivi, dal 104 al nuovi cittadini-soldati al servi100. Mario, un homo novus proveniente dalla zio non più della Repubblica, ma del Generale che provincia, sin da quando aveva militato in Spali arruolava; il loro futuro dipendeva unicamente gna con Scipione Emiliano aveva toccato con dai successi conseguiti dal condottiero, che era
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su cui si combatteva. Mario decise allora di fare ricorso a una nuova formazione tattica (sperimentata in Spagna dal suo antico Comandante Scipione Emiliano), ossia la Coorte, un battaglione di 600 effettivi che riuniva i blocchi lineari dei tre manipoli di hastati, principes e triarii, rispettivamente formati dai fanti più giovani - 20/25 anni -, dai trentenni e dai solidi veterani di 40/45 anni. Le Coorti (10 per ogni legione) finivano per amalgamarli standardizzandone ruolo, addestramento ed equipaggiamento, in un reparto capace di agire con maggiore autonomia, e nel contempo di formare una linea di battaglia più compatta e profonda. Sparivano i velites (sostituiti da reparti di alleati o mercenari specializzati), la fanteria leggera che inquadrava i nullatenenti impossibilitati ad equipaggiarsi con la panoplia dell’oplite, poiché il nuovo Esercito mariano puntava proprio sul proletariato
Marco Vipsanio Agrippa (63-12 a.C.), luogotenente e braccio destro di Augusto, preparò la grande offensiva contro i Germani, ma morì alla vigilia del D-Day.
solito loro assegnare terre e bottino. Le conseguenze si sarebbero fatte sentire di lì a poco, e in 70 anni avrebbero posto fine alla Repubblica. Le riforme di Mario incisero pesantemente sull’apparato militare romano a tutti i livelli, investendone la tattica, l’armamento, l’addestramento, la formazione dei Quadri. Ad Arausio (se non già a Noreia) le legioni avevano dovuto per la prima volta affrontare la tattica germanica, basata su quello che gli storici latini definiranno come il cuneus, che delineava uno schieramento compatto e profondo, con una potenza d’urto tale da risolvere a proprio favore, e in termini brutali, lo scontro. La tattica manipolare, basata su formazioni flessibili e poco compatte, aveva già attraversato dei momenti difficili dovendo combattere contro Annibale, o la falange macedone. L’Alto Comando romano aveva, tuttavia, addossato le difficoltà all’abilità tattica dei singoli avversari, e trovato soluzioni attraverso il potenziamento della cavalleria, dimostratasi risolutiva a Zama, o con una maggiore fluidità nella manovra dei manipoli di riserva, come a Cinocefale e Pidna. Per affrontare le orde germaniche, più solide almeno in fase d’attacco - delle fanterie gallo-celtiche, la tattica manipolare risultava tuttavia inutile, mentre la cavalleria restava legata al tipo di terreno
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Druso (38-9 a.C.), figlio adottivo di Augusto, fratello del futuro imperatore Tiberio. Abile Generale, portò le legioni al Weser, prima di morire per una caduta da cavallo.
urbano, cui lo Stato assegnava le armi. Mario avviò anche la riforma della catena di comando delle legioni, valorizzando il ruolo dei quadri professionali, Sottufficiali e Comandanti intermedi i Centurioni - già da secoli spina dorsale delle Armate repubblicane. Innovazioni furono anche introdotte nell’armamento, standardizzandolo, e modificando il pilum, il giavellotto da lancio lungo 2,7 metri, con gittata di 20/30 metri, «sostituendo uno
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dei due rivetti passanti con un perno di legno tenero (che) al momento dell’impatto si sarebbe spezzato, provocando la rotazione della parte in ferro attorno all’altro perno, rendendo quindi impossibile l’estrazione del pilum dallo scudo» (3), con due evidenti vantaggi: appesantire lo scudo dell’avversario, rendendolo inutilizzabile, e impedire al nemico di rilanciare il pilum addosso ai legionari. Con un Esercito professionale caratterizzato da una lunga ferma (20 anni rinnovabili, o fino ai 50 anni) e da un trattamento economico fissato in uno stipendium di 120 denari, cui si aggiungevano bottino, elargizioni straordinarie e un premio - in denaro o terreni - al momento del congedo, Mario poté infine introdurre un nuovo sistema addestrativo, che curò dando l’esempio, da veterano di fanteria allevato nei ranghi, anche in età avanzata. Questo addestramento veniva effettuato con armi più pesanti di quelle impiegate in battaglia e puntava molto sulla capacità di mantenere fronti compatti, sul lavoro di squadra e sulla mobilità, attraverso marce preparatorie e l’affinamento delle capacità logistiche. Mario lavorò anche molto sulla psicologia: nel 102, per preparare i suoi 30 000 soldati «riforTiberio (42 a.C.-37 d.C.), successore di Augusto sul trono, fu uno dei suoi migliori Generali, assieme al framati» ad affrontare più di 100 000 Teutoni e tello Druso, e più volte governatore della Germania. Ambroni sul campo di Acquae Sextiae, il Console - che ricorse alla tattica dell’imboscata, occultando un reparto per prendere alle spalle ARMINIO E VARO l’avversario - tirò in lungo i preparativi, impegnando i legionari in una serie di scaramucce che dovevano servire a far prendere loro confiQuarant’anni più tardi, di fronte al risorgere di denza col nemico. Dovevano capire che i Geruna minaccia germanica, Augusto, un freddo e mani erano sì bestioni muscolosi e coraggiosi, prudente stratega, affidò ai suoi Generali l’incarima disorganizzati e indisciplinati. co di portare il confine all’Elba, inglobando così la Il risultato fu una vittoria schiacciante, con 90 000 Germania. E diciotto anni dopo la prima invasione morti e 20 000 prigionieri per parte germanica, compiuta da Druso, la situazione sul Reno doveva contro un migliaio di caduti romani. E quando un essere ormai sotto controllo, se nel 6 dopo Cristo anno dopo Mario affronterà i maturarono in Augusto due Cimbri ai Campi Raudii, presso importanti decisioni, una straVercelli (30 luglio del 101), conM a r i o p o t é i n f i n e i n t r o - tegica, l’altra amministrativa. seguirà una nuova vittoria, anco- durre un nuovo sistema ad La prima puntava a eliminare ra più schiacciante: dei 200 000 la spina nel fianco creata da destrativo, che curò dando Marobuodo, Capo della tribù germani ingaggiati quel giorno, 140 000 saranno uccisi, e il re- l ’ e s e m p i o , d a v e t e r a n o d i germanica dei Marcomanni, sto fatto prigioniero, contro per- fanteria allevato nei ranghi, che in Boemia aveva creato un dite, tra i 52 300 Romani schie- anche in età avanzata potente Regno minacciando gli rati in battaglia, inferiori alle interessi romani nella regione mille unità. danubiana. Augusto aveva affiLa minaccia germanica era stata - almeno per il dato a Tiberio 12 delle 28 legioni dell’Impero per momento - cancellata. Quando 43 anni dopo, Giulio piegare Marobuodo, che aveva prestato servizio Cesare - intervenuto nelle contese tra le tribù gallicoi Romani quale Comandante di truppe ausiliache - si trovò di nuovo ad affrontare popolazioni rie, e aveva creato un Esercito bene armato e digermaniche (i Suebi di Ariovisto), le annientò facilsciplinato. mente, pur inferiore in un rapporto di uno a quatLa seconda decisione era legata in parte alla tro, nella piana di Mulhouse, in Alsazia, infliggendo precedente. loro 80 000 perdite, su 120 000 guerrieri schierati. Sino ad allora a governare la Germania erano
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notizie circa le operazioni militari da lui condotte, a parte la repressione di una rivolta scoppiata a Gerusalemme alla morte di Erode il Grande, nel 4 a.C., e domata, con «arte» più da carnefice che da Generale, con la crocifissione di circa 2 000 insorti. Tornato a Roma l’anno seguente, per un decennio rimase al fianco dell’Imperatore. Nel 6 Augusto decise di nominarlo Governatore della Germania al posto di Tiberio, destinato a guidare l’attacco contro i Marcomanni. La scelta era chiara: un abile amministratore con doti diplomatiche era la scelta giusta per una provincia che si riteneva ormai pacificata, e che fu pertanto anche privata di alcune legioni, inviate a Tiberio assieme a reparti di ausiliari germanici. Tra questi ultimi c’era anche un giovane Comandante dei Cherusci: non ancora 25enne, Arminio, figlio di Sigimero, Capo della tribù, era anIl campo di battaglia di Teutoburgo, ricostruito grazie agli scavi archeologici iniziati nel 1987. cora un bambino all’epoca dell’invasione romana. Egli era, quindi, cresciuto tra quell’élite guerriera che aveva fornito truppe ausiliarie alle legioni impegnate nei teatri dell’Europa centrale. stati chiamati degli abili Generali che, se anche Già durante le campagne di Tiberio del 4 e del non erano riusciti a sottomettere in maniera uni5 aveva servito quale Comandante della cavalleforme il territorio tra il Reno e l’Elba, sul campo ria e nel 6 era stato mobilitato per l’attacco conavevano fatto un buon lavoro. Il ritorno di Tiberio tro Marobuodo. Quella cui assistette Arminio, in Germania, nel 4 d.C., sembrava anzi sancire la tuttavia, non fu una nuova trionfale avanzata sottomissione della regione, con la vittoria su didell’erede di Augusto contro i popoli «barbari». versi popoli particolarmente bellicosi. Con una Nella primavera del 6, infatti, nelle retrovie brillante azione congiunta tra le legioni e la flotta, scoppiò una delle più terribili rivolte mai comTiberio risalì l’Elba sottomettendo le popolazioni battute contro il dominio di Roma. In Pannonia, ad ovest del fiume (come i Langobardi), e strinregione occupata 15 anni prima proprio da Tibegendo alleanze e rapporti commerciali con quelle ad est. Il positivo risultato di queste campagne, le rio, e apparentemente tranquilla, 200 000 insorti più vaste e complesse - quella del 4 si concluse a presero le armi in una vasta area compresa tra dicembre inoltrato - degli ultimi anni («Tutta la Dalmazia, Croazia e Bosnia; per quattro anni, Germania fu percorsa dai nostri l’Armata raccolta per sottoEserciti, furono vinte popolamettere i Marcomanni fu imPublio Quintilio Varo, un pegnata a domare l’insurrezioni dal nome quasi sconosciuto», scriverà Velleio Pater- abile amministratore con do- zione. I migliori Generali delcolo, un Ufficiale di Tiberio), in- ti diplomatiche era la scelta l’Impero (in testa Tiberio e il dussero Augusto a fare una giusta per una provincia che figlio adottivo Germanico) vi parte: Arminio ebbe, scelta diversa, per il successore si riteneva ormai pacificata, e presero quindi, modo di vedere da videl figliastro quale Governatore che fu pertanto anche privata cino l’impiego della macchina della Germania. Publio Quintilio Varo, all’epo- d i a l c u n e l e g i o n i , i n v i a t e a da guerra romana su vasta ca 52enne marito di una nipote Tiberio assieme a reparti di scala, osservandone anche le difficoltà iniziali, dovute aldell’Imperatore, non vantava, ausiliari germanici infatti, lo stesso curriculum mil’abile sfruttamento del terrelitare dei predecessori, ma il tino da parte degli insorti, che pico profilo da alto burocrate della nuova élite venivano invece piegati quando cercavano di reimperiale. Questore dell’Acaia nel 22 a.C., aveva sistere in campo aperto. accompagnato Augusto in Oriente durante le tratArminio tornò in Germania due anni dopo; nella tative con i Parti; trentenne, ebbe altri incarichi in guerra si era distinto, ottenendo da Roma la cittaOriente, anche quale Comandante di legione, per dinanza, una carica nell’ordine equestre e un alto poi assumere il consolato nel 13. Proconsole in grado nelle truppe ausiliarie. Soprattutto, aveva Africa nel 7 a.C., legato di Augusto in Siria l’anno ottenuto il rispetto degli uomini che avevano comsuccessivo, qui Varo si mise in luce per le doti dibattuto con lui (l’eco delle sue imprese corse di plomatiche e di governo, mentre si hanno scarse villaggio in villaggio, tanto da creare gelosia tra i
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Capi più anziani, come Segeste), e aveva capito che i Romani non erano invincibili, tanto che per piegare una rivolta in una provincia già pacificata stavano impiegando il grosso delle Armate stanziate in Europa. Se i Germani volevano scrollarsi di dosso il dominio di Roma, quello era il momento adatto, ragionava Arminio. Occorreva però che le tribù, divise dalla politica romana, tornassero a coordinarsi sotto la guida di un Capo. Giovane e ambizioso, Arminio sapeva di poter essere lui quel condottiero, e la sorte gli aveva portato in dono,
Una moneta raffigurante Publio Quintilio Varo (46 a.C.9 d.C.): membro della nuova élite imperiale, messosi in luce in Oriente, fu nominato governatore della Germania nel 6 d.C..
quale avversario, l’uomo giusto da circuire, e poi colpire. Burocrate freddo e arrogante, cresciuto all’ombra del trono e non sui campi di battaglia, abituato più alle sottili trame politiche dell’Oriente ellenistico che alla condotta degli Eserciti, di Varo lo storico Cassio Dione ci lascia un ritratto fatto di avidità e disprezzo: «Quando Varo assunse il Comando dell’Esercito che si trovava in Germania forzò (i Germani) ad adeguarsi ad un cambiamen-
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Il cenotafio di Marco Celio, centurione primipilo della I Centuria della I Coorte, XVIII Legione. Nativo di Bologna, cadde a Teutoburgo, all'età di 53 anni.
to troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi. I Germani non tollerarono questa situazione, poiché i loro Capi miravano a ripristinare l’antico e tradizionale stato di cose, mentre i loro popoli preferivano i precedenti ordinamenti al dominio di un popolo straniero». Dal canto suo, il Governatore credeva di Esercitare il potere come se fosse stato in una delle corrotte e sofisticate città orientali dell’Impero, come ricorda Patercolo, che con Varo doveva avere qualche ruggine personale: «Varo credeva che (i Germani) potessero essere civilizzati con il diritto, questo popolo che non si era potuto domare con le armi (...). Ma i Germani, molto astuti nella loro estrema ferocia e fingendo (di essersi adeguati alla legge romana) indussero Varo ad una tale disattenzione ai problemi reali, che si immaginava di amministrare la giustizia quasi fosse un pretore urbano nel Foro romano, non il Comandante di un Esercito in Germania». Certo, Varo non conosceva la regione, la sua carriera era fiorita in Oriente o alla Corte Imperiale, e dobbiamo credere che sul fronte caldo della Pannonia, assieme alle truppe fossero stati trasferiti i Comandanti più esperti. Non si accorse così che alle sue spalle Arminio stava invece sollevandogli contro buona parte della regione, sfruttando anche il malcontento per i crescenti tributi imposti dal Governatore. Quelli che, come Segeste, fedele a Roma, lo
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La battaglia di Teutoburgo (9-11 settembre del 9 d.C.).
avvisavano della tempesta incombente, Varo dovette crederli simili ai Principi orientali, pronti a dir male dei vicini per cattivarsi la sua simpatia: l’ex Console era pronto a cadere nella trappola tesagli dal Capo dei Cherusci. LA BATTAGLIA Facciamo un balzo avanti nella nostra storia. Abbiamo visto come l’Esercito romano fosse radicalmente cambiato proprio dopo essere venuto a contatto coi Germani, con esiti drammatici. Abbiamo altresì visto quali fossero le ambizioni dell’Impero sulla Germania, e la reazione ultima rappresentata dal complotto di Arminio. Nel settembre del 9, Varo aveva appena offerto ai Capi locali un sontuoso banchetto, durante il quale Segeste gli rivelò parte delle trame di Arminio. Quest’ultimo invece faceva mostra di essere un fedele alleato di Roma. In una regione vicina, spiegava il Capo dei Cherusci, tirava aria di rivolta tra i Bructeri: Arminio propose al Governatore di domarla con le tre legioni (XVII, XVIII e XIX, rafforzate da tre ali - squadroni - di cavalleria, al comando di Caio Numonio Vala, e 6 Coorti di ausiliari, per un totale di circa 20 000 effettivi) che
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dovevano essere ricondotte nelle basi di svernamento di Haltern, Castra Vetera e Colonia. Il giovane Principe germanico lo avrebbe preceduto per mobilitare le forze alleate. Come scrive Dione, Varo «non si aspettava nessuna aggressione», e si mise in marcia. Arminio lo aveva nel frattempo sì preceduto, ma solo per assumere il Comando di circa 25 000 guerrieri che aveva concentrato nella Selva di Teutoburgo, un’area boschiva ai piedi delle alture del Kalkriese. Il Capo germanico aveva scelto con cura il terreno dello scontro, attraversato da un sentiero che si snodava nella foresta, stretto tra le alture e una grande palude (4). I suoi uomini, da giorni imboscati nella selva, l’avevano «adattata» al tipo di battaglia che Arminio aveva architettato, basata su un’improvvisa imboscata contro la colonna romana in formazione di marcia e non sul cuneus d’assalto in campo aperto, che sapeva essere inefficace contro le legioni. All’uscita dalla strettoia il sentiero era stato inondato con le acque della vicina palude di Barenaue, per costringere i Romani a deviare lungo una strada più disagevole e stretta, che correva lungo la Kalkriese in direzione sud-ovest. Ai piedi dell’altura fu eretto un lungo terrapieno (gli scavi effettuati ne hanno portato alla luce i resti, un misto di zolle erbose e cumuli di terra tenuti insieme da tronchi), lungo 500 o 600 metri, alto un metro
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e mezzo e largo 4, dietro al quale furono appostati circa 8 000 guerrieri armati di giavellotto. Dietro a loro si trovava un secondo Corpo di fanti (dai 5 ai 7 000), mentre una terza Divisione (sempre di 7-8 000 uomini) era nascosta nei boschi lungo il lato orientale della Kalkriese. La minaccia alla colonna romana, lunga 3-4 chilometri, con carriaggi e salmerie, sarebbe quindi scattata solo contro il suo fianco sinistro; su quello destro, tra la fitta boscaglia che ne avrebbe ingombrato la manovra, furono appostati un migliaio di guerrieri destinati a tenere sotto pressione il nemico. Arminio aveva però evitato un attacco, più dispersivo e a rischio di «fuoco amico» (la battaglia doveva essere aperta da un fitto lancio di aste da parte dei reparti imboscati tra gli alberi e dietro il terrapieno) su ambo i fianchi dei Romani, preferendo concentrare le sue forze. I Germani, ragionava, dovevano infliggere un colpo mortale ai legionari nei primi momenti dello scontro, impedendo loro di spiegarsi nelle micidiali formazioni compatte che aveva visto all’opera. Il 9 settembre, l’armata di Varo era sul sentiero che attraversava la Selva ai piedi del Kalkriese. Non era una facile avanzata: il terreno era impervio, con piante molto fitte e alte. I Romani, narra Dione Cassio, erano duramente impegnati ad aprirsi la strada nella vegetazione «ancor prima che i Germani li attaccassero (e) portavano con sé molti carri, bestie da soma, non pochi bambini, donne ed un certo numero di schiavi». Alla crescente stanchezza e alle difficoltà nel far procedere le legioni, si aggiunsero una «violenta pioggia ed un forte vento che dispersero ancor di Germanico (15 a.C.-19 d.C.): Generale di Tiberio, principe imperiale, tentò di vendicare Varo, sconfiggendo più la colonna in marcia: il terreno così diventava Arminio in battaglia, ma senza catturarlo, né recuperaancor più sdrucciolevole, e l’avanzata sempre più re il controllo della Germania. difficile». Giunti al punto in cui il sentiero era stato interrotto, i legionari piegarono sul percorso di sinistra, legionari venuti a contatto coi Germani, i guertrasformato in trappola. Arminio aveva lasciato rieri imboscati dietro il terrapieno scaricarono le con Varo alcune guide istruite sul da farsi; né il loro armi da lancio contro i Governatore, né i suoi Ufficiali Romani. mostravano di essere «sul chi vive»: l’assenza di ribelli nella L a b a t t a g l i a e r a s t a t a , Difficile che tra le tre divisioni zona venne spiegata col timore quindi, decisa in quei primi germaniche vi fosse una efficacatena di comando e conprovocato dalla rapida avanzata istanti, anche se uomini co- ce trollo: più che al coordinamendell’Armata romana. Forse qualche veterano co- m e M a r c o C e l i o r i u s c i r o n o to Arminio doveva essersi affime Marco Celio aveva osser- d o p o q u a l c h e t e m p o a r i - dato a «un effetto domino». I vato con perplessità il sentiero prendere in mano il controllo clamori scoppiati alla testa delinterrotto, o lo strano terra- d e i r e p a r t i s o p r a v v i s s u t i , la colonna romana probabilpieno alla propria sinistra; ma probabilmente spezzatisi in mente erano stati il segnale d’attacco anche per la 3a Divila necessità di far avanzare in t r e r a g g r u p p a m e n t i condizioni sempre più difficili sione, quella imboscata tra gli la colonna doveva aver assoralberi sul lato orientale del Kalbito tutte le cure dei più esperti tra i Comankriese, che passando a sua volta all’azione investì danti romani. All’improvviso, lanciando quelle la retroguardia di Varo. Secondo Dione «i barbari, urla disumane che avevano terrorizzato i primi grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri,
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mente spezzatisi in tre raggruppamenti. Sappiamo che sei anni dopo, quando Germanico lanciò una campagna per vendicare Varo, giungendo sui luoghi del massacro (dai Germani trasformati in santuario utilizzando i cadaveri mutilati e le teste decapitate dei legionari, catturati e sacrificati su are improvvisate quali trofei votivi), era accompagnato da numerosi reduci scampati al macello. Parte della retroguardia poté quindi sfilarsi dal combattimento e tornare indietro lungo il sentiero già percorso. Un secondo gruppo, probabilmente la cavalleria, spinto dai Germani verso la palude, finì per impantanarvisi: nell’area sono stati trovati numerosi resti umani, di cavalli, armi ed equipaggiamenti. Il grosso, grazie all’energia dei Comandanti di reparto veterani come Celio, riuscì invece a raggiungere un’altura boscosa, accampandovisi a difesa. Il giorno dopo, i resti delle legioni, più o meno riordinate, ripresero ad avanzare, con due obiettivi: giungere in un luogo aperto in cui spiegarsi, e avvicinarsi al campo di Castra Vetera, sperando che il suo Comandante, l’ex Console Lucio Nonio Asprenate, un veterano della Germania, potesse aiutarli.
Arminio (18 a.C.-19 d.C.), qui raffigurato nel celebre monumento a lui dedicato nell'800, quale simbolo delle risorgenti libertà germaniche. Il vincitore di Teutoburgo, dopo essere stato sconfitto da Germanico, e dopo aver battuto Marobuodo, fu assassinato dai suoi Generali.
d’improvviso circondarono i Romani con un’azione preordinata, muovendosi all’interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano, ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l’armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi (a causa del terreno sconnesso e del poco spazio, ndr) oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante». La battaglia era stata, quindi, decisa in quei primi istanti, anche se uomini come Marco Celio riuscirono dopo qualche tempo a riprendere in mano il controllo dei reparti sopravvissuti, probabil-
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L'organizzazione della legione dopo la riforma di Mario (100 a.C.).
Il terreno, tuttavia, restava impervio e boscoso. Gli uomini di Arminio uscivano seminudi dalla foresta, colpivano con aste e spade, poi ripiegavano rapidamente, aggiungendo vittime a vittime, scoraggiando e stancando i superstiti, ora armati di tutto punto con la pesante panoplia: «I Romani avevano serrato i ranghi in uno spazio assai stretto - scrive Dione - in modo tale che sia i cavalieri sia i fanti attaccassero i
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nemici con uno schieramento compatto, ma in parte si scontravano tra loro ed in parte andavano ad urtare gli alberi». A sera i Romani organizzarono un nuovo accampamento, fortificato alla meno peggio; non sappiamo come abbiano trascorso l’ultima notte, ma i presagi dovevano essere nefasti. Il mattino dopo, sotto una nuova tempesta che impediva l’impiego efficace delle armi, i superstiti furono assaliti non appena messo piede fuori dal campo. Arminio aveva ricevuto rinforzi, sull’onda della vittoria ormai conseguita. Le difese cedettero, probabilmente le singole Coorti si raggrupparono in isole di resistenza finale. Se ci è ignoto il destino ultimo di Marco Celio (probabilmente avrà tenuto duro in uno dei «quadrati»), conosciamo la fine di Varo e del suo Stato Maggiore. Il Governatore e molti alti Ufficiali, per non cadere nelle mani dei vendicativi Germani, si uccisero (5). Vala aveva tentato di fuggire con la cavalleria ma, come abbiamo visto, senza successo («il destino vendicò questo suo gesto vigliacco e morì da disertore», infierisce Patercolo); tra i Generali di Varo, Lucio Eggio cadde combattendo, mentre Ceionio si arrese con alcuni superstiti, ma solo per finire torturato a morte sugli altari improvvisati dai Germani in quella Selva che così bene li aveva protetti.
Giuliano Da Frè Ricercatore di Storia Militare NOTE (1) Il cenotafio fu eretto a Marco Celio dal fratello Publio, anch’egli di stanza a Castra Vetera. (2) Canne, la più tremenda disfatta subita da Roma, costò alla Repubblica tra i 50 e i 76mila effettivi, sugli 86 000 scesi in campo. (3) Cfr. G. Cascarino, «L’esercito romano, armamento e organizzazione», Vol. I dalle origini alla fine della Repubblica, Il Cerchio Ed., Rimini 2007; pag. 138. (4) Il terreno è molto cambiato in 2 000 anni. Il sito della battaglia è stato rintracciato e ricostruito solo a partire dal 1987, grazie agli studi avviati da un Ufficiale inglese, Tony Clunn. (5) Patercolo, col dente avvelenato verso Varo, scriverà che «si mostrò più coraggioso nell’uccidersi che nel combattere, e si trafisse con la spada».
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La battaglia dei Campi Raudii, presso Vercelli, dove nel 101 a.C. Mario sconfisse i Germani, in un dipinto del Tiepolo.
I guerrieri di Arminio vendicarono crudelmente vent’anni di dominazione romana: un secolo dopo Lucio Anneo Floro ne ricordò gli orrori, le mutilazioni, le sofferenze («ad alcuni soldati strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliata la lingua»), che facevano seguito ai tanti villaggi arsi, alle tante donne stuprate, ai tanti bambini fatti schiavi dai Romani. Il terribile disastro occorso alle legioni fu per Roma uno shock. L’Italia e la Gallia furono messe in stato d’allarme per paura di un’invasione germanica (ricordiamo che il grosso delle legioni era ancora in Pannonia), magari appoggiata da Marobuodo che, sorprendentemente, si schierò contro il vincitore di Teutoburgo. Arminio, invece, senza sognare impossibili invasioni dell’Impero, seppe sfruttare la vittoria per togliere ai Romani qualsiasi altra velleità sulla Germania: respinse una controffensiva di Asprenate, costretto a riparare dietro al Reno, mentre i forti minori in territorio germanico venivano tutti espugnati. Negli anni successivi Tiberio, ormai Imperatore, lanciò al di là del Reno una serie di spedizioni punitive; nel 16 Germanico, dopo essere quasi finito in una nuova trappola proprio nei pressi di Teutoburgo, riuscì a vincere Arminio in due battaglie, ma non in maniera decisiva, e recuperando solo due delle tre Aquile perdute sette anni prima. Il Capo dei Cherusci poté allora scendere in campo contro Marobuodo, sconfiggendolo. Ma il suo crescente potere - e l’oro romano - gli volsero contro i suoi Generali, Capi di tribù, che solo Arminio era riuscito a tenere unite. E nel 19, il vincitore di Teutoburgo fu assassinato.
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IL GENERALE STEFANIK E I LEGIONARI CECOSLOVACCHI NELLA GRANDE GUERRA
IL GENERALE STEFANIK E I LEGIONARI CECOSLOVACCHI NELLA GRANDE GUERRA Hanno d ato u n c ontributo n otevole a lla v ittoria f inale n ella P rima g uerra m ondiale i l egionari d i etnia c eca e s lovacca, a rruolati d al G overno i taliano t ra i p rigionieri e i d isertori d egli A sburgo, dopo u n l ungo p eriodo d i r ipensamento. Fondatore e m aestro d i q uel C orpo d ’Armata d i v olontari è s tato i l G enerale M ilan R astislav S tefanik, s lovacco n aturalizzato f rancese, m orto a 3 9 a nni i n u n i ncidente a ereo, m entre t ornava i n Patria p er r isolvere g rossi p roblemi i nerenti l a g iovane C ecoslovacchia.
Quando Hemingway, nel novembre 1917, convaasburgico allo sfascio sono prevalentemente tre: lescente in un albergo milanese per delle ferite alle le concessioni politico-sociali all’Ungheria del gambe ricevute sul Carso, chiese al conte Greffi, 1857 (2); la possibilità concessa di compiere il servizio militare di leva nel territorio di appartecon cui stava giocando al bigliardo, chi avesse vinnenza del 1880; l’entrata in guerra dalla Russia to la guerra, egli, dall’alto dei suoi 94 anni, rispocontro tale Impero del 1914. se: «l’Italia, perchè è la Nazione più giovane e le Nazioni più Dal primo di tali avvenimenti è giovani sono adatte a vincerle Molte cose cambiano nel - derivato che Tomas Masaryk, per un certo periodo, poi diven- l’autunno 1917 quando co - primo Presidente dalla Cecotano Nazioni più vecchie!» (1). che da filosofo si mincia un’attività di convin- slovacchia, Allora, l’Impero austro–ungarico trasforma in statista, rivendica è Nazione multietnica e vecchia. cimento per reperire uomini per cechi e slovacchi le stesse Composta, tra l’altro, da boemi, da inviare al fronte concessioni offerte a Budapest, slovacchi, croati, sloveni - che dal secondo diserzioni dalnon si fanno più incantare dal l’Esercito, dal terzo il panslavi«Gemutlichkeit», parola usata per esprimere il clismo. Ed è così che: ma rilassato, calmo, bonario e scherzoso delle fe• Masaryk, col Generale Stefanik, punta sulla sticciole borghesi - è destinata a perdere la Gransconfitta dell’Impero e sulla scomposizione nei de Guerra. suoi elementi nazionali che ne sarebbe derivata; Gli avvenimenti che hanno portato l’Impero • l’8° reggimento di cechi e slovacchi nel marzo 1915 si arrende ai russi senza combattere, seguito poco doco dal 28° e dal 36° reggimento fanteria; • in Italia si cerca di seguire l’esempio di Russia e Francia, che reclutano prigionieri e disertori, ma con estrema riluttanza. Da noi, Cadorna non ne vuol sapere e fa dire al-
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A sinistra. Legionari cecoslovacchi vengono decorati sul campo dopo la battaglia del Piave. In apertura. Prigionieri austro-ungarici catturati dagli arditi cecoslovacchi.
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UNA MATURAZIONE LENTA Molte cose cambiano nell’autunno 1917 quando comincia un’attività di convincimento per reperire uomini da inviare al fronte. I cecoslovacchi vogliono combattere e morire per la loro patria, tanto è ormai diffuso il sentimento di panslavismo. Lo Zar Nicola II nel suo proclama del 2 agosto 1914 afferma che «Patria e slavismo sono legati da vincoli di fede e di sangue». Già a giugno, a Roma, viene fondato il «Comitato Italiano per
Legionari volontari cechi in Italia, il Comitato fondatore del Corpo Volontari Cecoslovacchi d’Italia.
l’indipendenza cecoslovacca», che trova l’adesione di molti parlamentari. Si apre anche un Ufficio di rappresentanza del Consiglio Nazionale Cecoslovacco di Parigi, che auspica un’immediata soluzione militare e sollecita la formazione di un Esercito nazionale cecoslovacco. Non bastano i 300 arruolamenti spontanei in Francia nella Legione Straniera, nè i 700 di Russia, nè i 100 d’Inghilterra. Ce ne vogliono decine di migliaia da reclutare tra cechi e slovacchi catturati «combattendo sul fronte russo e italiano» (3). Nel campo di concentramento di Santa Maria Capua Vetere sorge «la Lega dei volontari cecoslovacchi». L’8 e il 9 aprile 1916, festa di Pasqua, 5 000 prigionieri
A sinistra. Il Generale Milan Rastislav Stefanik. Sotto. La consegna della bandiera alla legione cecoslovacca a Roma il 24 maggio 1918.
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la Missione Militare Italiana in Russia, – quando questa ai primi di marzo 1916 propone la costituzione di un battaglione esploratori, sfruttando l’odio secolare dei boemi contro gli Asburgo, che va crescendo dal 1620 –, che se quel battaglione deve essere composto da prigionieri e da disertori cechi e slovacchi, «l’Italia non ci sta». Le autorità militari disprezzano non tanto i prigionieri, quanto i disertori, tacciati da «traditori». Non interessano i contrasti etnici e le motivazioni ideologiche. Cadorna afferma che bosniaci, tedeschi, cechi o slovacchi sono «soldati nemici» e come tali sono tenuti al rispetto di un Codice d’Onore, che non ammette tradimenti. E i disertori nei campi di concentramento di Santa Maria Capua Vetere e di Padula vengono discriminati dai prigionieri.
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NASCE L’ESERCITO CECOSLOVACCO
Il Generale Andrea Graziani, Comandante della 6a Divisione cecoslovacca.
cantano l’inno «Dov’è la mia patria», che diverrà inno nazionale. L’opposizione militare si ammorbidisce nell’ottobre 1917 con Caporetto. Il 10 ottobre nel campo di Padula sono contati 3 195 aderenti alla Lega. Nel febbraio 1918 vengono costituiti 7 battaglioni di lavoro da impiegare al fronte. L’Italia riconosce la Cecoslovacchia come Stato indipendente e alleato. Di conseguenza, ben 11 200 volontari, prigionieri e disertori, ricevono uniformi grigioverdi e coccarde rossobianche sul berretto e sulla manica sinistra. Nel marzo-aprile 1918 sono inviati lungo l’Adige e il Mincio per opere di difesa. Il Governo italiano il 21 aprile 1918 riconosce l’unità e l’indipendenza della Legione cecoslovacca soggetta al Consiglio Nazionale di Parigi. La dipendenza operativa è dal Comando Supremo Italiano e italiani sono gli Ufficiali Superiori della Legione. I soldati sono equiparati agli italiani con facoltà di optare per la cittadinanza italiana. Con questa Convenzione, l’Italia è il primo Paese dell’Intesa a riconoscere il Consiglio Nazionale cecoslovacco come Governo del futuro Stato.
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Il 26 aprile ’18 viene costituita la 6a Divisione legionari su quattro reggimenti di tre battaglioni ciascuno, i quali, in riconoscimento del proprio valore, ricevono il cappello alpino e il pugnale degli Arditi. La Grande Unità viene messa agli ordini del Generale Andrea Graziani e posta di stanza in Umbria. Il 4 maggio la Divisione conta 13 473 uomini, di cui 1 235 soldati e 136 Ufficiali italiani. I quattro reggimenti sono numerati dal 31 al 34 per sottolineare la unicità e continuità dell’Esercito cecoslovacco, che conta in Francia i reggimenti da 21 a 30. A Roma, il 24 maggio vi è la consegna della Bandiera di Guerra, regista il Generale Stefanik. In nome del Consiglio Nazionale, all’Altare della Patria, egli prende la parola e dice: «all’ombra di questa cara bandiera nazionale, ai piedi di questo Re Liberatore, il cuore dei cecoslovacchi batte all’unisono con il cuore dei gloriosi soldati italiani. I soldati cecoslovacchi, sfuggiti alla schiavitù, combatteranno a fianco degli italiani liberi per il trionfo di un ideale comune» (4). L’indomani tutti i giornali della Capitale scrivono che egli «è sulle labbra e nel cuore di tutti, è diventato per un giorno il re di Roma». Il 14 giugno, Vittorio Emanuele III passa in rassegna la Divisione e ne assiste alla parata. Ammirato, egli afferma: «ho visto molti soldati, ho visto gli inglesi, ho visto i tedeschi, ma un Esercito così impeccabile come questo non l’ho mai visto» (5). In successione di tempo, la Grande Unità dall’Umbria va a sud di Vicenza, poi sul Monte Baldo sopra il Garda e il 7 ottobre è dislocata tra la Val Lagarina e il Piave, dove combatte coprendosi di gloria. BATTESIMO DEL FUOCO E TANTO SANGUE Ma non tutti i legionari sfilano davanti al Re d’Italia, perchè molti si preparano a ricevere il battesimo del fuoco sugli Altipiani di Asiago e tanti a partecipare alla battaglia del Solstizio del Piave. Il 39° reggimento esploratori, già costituito nel febbraio ’18 con reparti informatori, posti alle dipendenze degli Uffici Informazioni delle Grandi Unità, opera dal confine svizzero al Basso Piave. Ha il compito di spingersi sotto le linee nemiche, captare ordini verbali dagli avamposti, grazie alla conoscenza del tedesco, istigare i connazionali a disertare e a sabotare i piani d’attacco, lanciare, infine, volantini con le bombarde. Nonostante la breve durata della guerra per queste truppe, dal Trentino al Piave vi è un’ininterrotta traccia di sangue: 96 esecuzioni capitali (6). E i catturati vengono giustiziati con la fune, come prevedono i regolamenti di guerra austriaci. I combattimenti iniziano con l’offensiva nemica tra il 14 e il 15
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Legionari cecoslovacchi in trincea sul Piave.
22 settembre alle porte di Arco. Il 28 ottobre prende ufficialmente vita la Repubblica Cecoslovacca. FINISCE LA GUERRA IN ITALIA, MA NON IN CECOSLOVACCHIA A guerra finita, il 26 novembre la Divisione Legionari si trasforma in Corpo d’Armata su due Divisioni ternarie: la 6a col 31°, il 32° e il 33° reggimento; la 7a col 34°, il 35° e il 39° reggimento. Ne è il Comandante il Generale Luigi Piccione. L’8 dicembre in Piazza Vittorio Emanuele di Padova, il Corpo d’Armata giura fedeltà alla Repubblica Cecoslovacca. Nel gennaio del 1919 vengono inviati in Boemia 3 reggimenti di quasi 8 mila uomini, giunti dalla Francia. Nello stesso mese vengono costituiti in Gallarate 43 battaglioni territoriali e uno d’assalto. Poco dopo, a Praga, 60 000 uomini armati, equipaggiati e giunti dall’Italia costituiscono il nuovo Esercito cecoslovacco. In patria, i Legionari non trovano pace. Nella prima metà di aprile, 10 battaglioni territoriali giunti dall’Italia si trasferiscono direttamente in Slovacchia con l’armamento di fanteria e con due settimane di viveri di scorta. Per il 17 dello stesso mese, lo Stato Maggiore del Corpo d’Armata ha organizzato
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giugno ’18, bloccata sugli Altipiani d’Asiago e sul Grappa. Gli austriaci sfondano sul Montello: una cinquantina di soldati della 9a compagnia del 39° reggimento viene sorpresa dal fuoco di preparazione e 20 vengono catturati dagli Schützen della 13a Divisione. Di loro, 10 vengono impiccati a Conegliano, altri 10 a Collalto. Tre catturati dal 71° reggimento slovacco-ungherese sono impiccati a Piavon il 16 giugno, altri 3 a Oderzo dalla I4a Divisione ungherese. Il 17 e 19 giugno a San Donà di Piave opera il I/39° reggimento con due eminenti figure della resistenza cecoslovecca: Ian Capek e Bedrich Haylena, cofondatori della Lega di Santa Maria Capua Vetere. Il primo, la più giovane figura del movimento cecoslovacco in Italia, muore falciato da una sventagliata di mitragliatrice, mentre tenta di assaltarne il nido; il secondo è catturato e impiccato il 21 giugno, dopo essersi messo da solo il cappio al collo. Nello stesso giorno il grosso della legione viene trasferito tra il Garda e l’Adige per difendere la pianura veronese. Il 4 luglio il Re decora i legionari a Bassano del Grappa con 1 Medaglia d’Argento, 14 di Bronzo e 13 Croci di Guerra. Il 4 settembre, il 34° reggimento, distaccato dalla 6a Divisione, difende quota 703 a Doss Alto, assaltato dal nemico dopo furiosa preparazione di artiglieria. Due giorni dopo, i legionari attaccano con i bersaglieri le trincee di Cima tre pezzi alla confluenza dei torrenti Assa e Ghelpac. Ritornano dall’operazione con 80 prigionieri, ma ve ne lasciano 4 che vengono impiccati il
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l’avanzata delle forze cecoslovacche verso la linea di demarcazione del loro nuovo Stato sia a sud, sia a est verso la Russia Subcarpatica, dove si prevede il congiungimento con le Forze Armate rumene. Si lavora in un clima di nervosismo. In alcuni tratti, la linea di demarcazione verso l’Ungheria è sorpassata oltre il punto stabilito dall’Intesa e si è creata un «terra di nessuno», dove operano bande armate e senza disciplina, nella massima anarchia. Sembra che il Generale Piccione avesse intenzione di far occupare quell’area.
Sopra. Legionari cecoslovacchi in esercitazione sul Monte Baldo. A destra e sotto. Esploratori in ricognizione.
Intenzione ben presto rientrata per intervento diretto del Generale Stefanik. LA FIGURA DEL GENERALE STEFANIK Diplomatico, astronomo, Generale dell’Armata Francese e umanista, Milan Rastislav Stefanik nasce a Kosarisca il 27 luglio I880 in una famiglia di fede evangelica. Finito il liceo, studia astronomia a Praga. Dopo la laurea, nel 1904 va a Parigi, dove nel 1906 pubblica 7 tesi scientifiche e si inserisce nella miglior società parigina. Vince il Premio Jenssen. Diviene Cavaliere della Legion d’Onore per aver ottenuto il permesso nelle Galapagos di costruire per la Francia una propria rete telegrafica e una catena di stazioni meteorologiche. Ottenuta la naturalizzazione francese nel 1912, viene obbligato al servizio di leva militare ottenendo il grado di Sottotenente di fanteria. Richiamato alle armi allo scoppio della guerra, prende servizio nel 102° reggimento a Chartres solo nel gennaio 1915, dopo una malattia. Su domanda, frequenta la scuola di volo di Digione, dove prende il brevetto di pilota, che gli consente di combattere con la 10a Armata sul fronte di Artois. Nel settembre del ’15 è sul campo di battaglia serbo. Durante un volo di ricognizione nel novembre, il suo aereo ha un’avaria, si salva per miracolo, fa una faticosa marcia a piedi con i reparti serbi in ritirata e raggiunge un aeroporto appena entrato in Albania. Esausto e ammalato, in aereo arriva a Valona, da
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Il Generale Luigi Piccione, Comandante del Corpo d’Armata cecoslovacco d’Italia e Comandante Supremo delle forze cecoslovacche in Slovacchia.
anche gli Stati Uniti d’America. Stefanik vi si reca per reclutare cechi immigrati. È autorizzato a raccoglierne tra chi non sia cittadino americano e che non sia sotto i 30 anni. Ne prende 3 000 e solo 1 000 dalla Russia. A fine febbraio 1918 tratta a Roma col Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, col Re d’Italia, col Ministro della Guerra Dino Alfieri e con Sidney Sonnino. Fino al 15 marzo trova molta opposizione. Addirittura Alfieri dichiara al Comando Supremo: «non è possibile credere a questi cechi, che in fin dei conti sono tutti austriaci, il che equivale a essere sleali e traditori». Il 21 aprile, come detto, Orlando e Stefanik firmano la Convenzione tra il Governo Italiano e il Consiglio Nazionale cecoslovacco. Dopo quest’atto, Stefanik viene nominato Generale di Divisione di un Corpo di riserva. La notizia entusiasma prigionieri e disertori dai campi di concentramento di Santa Maria Capua–Vetere e di Padula e produce un reclutaMitraglieri cecoslovacchi in azione.
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dove giunge in Italia, con i resti dell’Esercito serbo salvato dalle navi italiane. In dicembre, lascia l’ospedale di Roma, in cui era stato ricoverato e curato, e torna a Parigi. È qui che inizia a svolgere la sua attività politica. Il 3 febbraio del 1916 ottiene che Masaryk - che il 14 aprile 1918 diverrà primo Ministro, con Benes Ministro degli Interni e Stefanik Ministro della Guerra - sia ricevuto da Aristide Briand, Primo Ministro fancese. Con l’occasione, viene sottolineato il «compito più urgente, che è naturalmente quello di cacciare il nemico dal territorio occupato» ed è anche indispensabile «preparare una mappa che raffiguri quale sarà l’aspetto dell’Europa all’indomani della vittoria degli Alleati». La prima apparizione in Italia, dopo la sosta di Roma del novembre ’15, Stefanik la fa il 24 aprile del 1916, dove dopo pochi giorni lungo la linea del fronte farà il lancio di volantini dal suo apparecchio per i confratelli che militano nell’Esercito nemico. Il 4 luglio, tornato a Parigi, Briand chiede al Consiglio Nazionale d’inviare Stefanik in Russia per organizzarvi l’Esercito all’estero. Ci va subito ed il 28 luglio nella relazione scrive, tra l’altro, che è necessario creare un Esercito di 50-100 000 uomini, cha combatta sul fronte «francese e non russo». Ma la Sezione del Consiglio Nazionale in Russia non ne vuol sapere, appoggiato anche dal Governo francese che all’alleanza con la Russia tiene molto, e propone di espellerlo dal Consiglio cecoslovacco all’estero. Nonostante tutto, Stefanik ottiene il 15 gennaio 1917 dal Quartier Generale russo il permesso di trasportare i prigionieri di guerra reclutati in Russia e in Romania con la ferrovia transiberiana. Ma scoppia la prima rivoluzione russa dal 27 febbraio al 12 marzo 1917 in Pietroburgo, che precede la seconda, la più rovinosa dal 24 ottobre al 6 novembre sempre in Pietroburgo. A fine aprile 1917 entrano in guerra
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aveva tirato qualcosa contro il loro treno. Il Comando bolscevico locale arresta alcuni cechi (7). I Comandanti legionari, per contro, ordinano l’assalto alla stazione ferroviaria e occupano la città. La situazione è straordinariamente complicata. In quel territorio ostile, all’avvento dal 10 luglio 1917 della Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa, i cecoslovacchi sono per la Russia Bianca e combattono contro l’Armata Rossa, che il 21 luglio tra la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre, giustizia lo Zar e la sua famiglia per timore, si dice, che i legionari la volessero liberare. Nei primi giorni di dicembre, Stefanik, già gravemente ammalato, fino ai primi del gennaio ’19, si sforza di visitare quante più unità possibile in Siberia. Il 30 gennaio se ne torna in Francia fisicamente prostrato. MORTE DEL GENERALE STEFANIK La «vivace» situazione in Russia, l’avanzata dei cecoslovacchi oltre la linea di demarcazione in territorio ungherese e quella «terra di nessuno» che il Generale Piccione avrebbe voluto occupare creano un clima preoccupante per la giovane Cecoslovacchia. Il Generale Stefanik viene raggiunto a Gallarate, ove è in visita ai battaglioni ivi dislocati, da Il Presidente Masaryk. un telegramma in cui gli si chiede, se non gli si intima, di rientrare immediatamente in Patria, ove urge la sua presenza. Decide di andare in aereo e mento sbalorditivo: quasi 14 000 uomini sui 17 non in treno, nonostante l’opposizione dei suoi 500 prigionieri di guerra iscritti sui registri militari assistenti. Il 4 maggio, di buon mattino, egli dedi Roma. Il Capitano Šeba scrive in una relazione colla con un Caproni da bombardamento dall’aeche a Padula vi sono stati casi in cui volontari cechi roporto militare di Campoformido, assieme a tre minacciavano di picchiare gli slovacchi se non si membri di equipaggio italiani. Alle due è sul cielo fossero arruolati nel nascente Esercito. Ne sono di Bratislava, ma un quarto d’ora dopo precipita stati salvati 10 dal linciaggio. sulla pista di atterraggio di Vajnory, da un’altezza In Russia le cose vanno molto male. Liv Trotsky, di 50 metri circa, e muoiono tutti e quattro. allora Commissario del popolo di guerra, sotto Dalle relazioni della Missione Italiana d’Armistipressione del Governo tedesco - che stava ricezio di Vienna, inviata sul luogo della tragedia, rivendo in restituzione i prigionieri di guerra dalla sultano due ipotesi: la prima si Siberia secondo il Trattato di basa sullo scarso stato di salute Brest Litovsk, assieme a quelli austriaci e ungheresi - ordina Ogni arrivo in Italia di cit- del Generale e sui suoi frel’immediato disarmo e arresto t a d i n i c e c h i e s l o v a c c h i è quenti svenimenti; la seconda rottura di un cavo dell’apdei soldati della Legione, vemotivo di ricordo nei luoghi sulla parato radio, che si sarebbe innendo meno al patto a suo castrato sui Comandi – dell’aetempo concordato di passaggio della memoria reo, nel momento dell’atterragsul territorio per il rientro in gio. Il Generale Piccione proFrancia con la ferrovia transibepende per la prima ipotesi, in quanto l’emozione riana. Nel maggio ’18, poi, scoppia la cosiddetta del pilota ai comandi e ai comandi c’era proprio «rivolta della Legione». Vi è ostilità tra i legionari lui, il Generale Stefanik - per il ritorno in Patria, il che viaggiano verso est per unirsi agli Alleati e i vedere tante persone in attesa del suo arrivo, tra le prigionieri di guerra austriaci e ungheresi in viagquali sembra ci fosse anche sua madre, e il suo gio verso ovest per tornare a combattere al loro stato di stress e di compromessa salute ne avrebfronte. Vi è un incidente che dà origine all’ostilità tra legionari e bolscevichi. Un corpo di cechi ferbero provocato uno svenimento e un abbattimento ma il treno a Celjarinsk e uccide un soldato che sui comandi del corpo, che occupava il posto di si-
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nistra dell’aereo, impedendo al giovane pilota che occupava il posto di destra, di riprendere il controllo dell’aereo. Sono state così spazzate via tutte le ipotesi di fantapolitica espresse dalla stampa di tutto il mondo. Le salme del Generale e dei tre membri dell’equipaggio sono tumulate in un unico sepolcro sopra la collina dominante Košariska, paese natale di Stefanik, dove oggi sorge un monumento. CONCLUSIONI
La bandiera del 39° reggimento esploratori.
Levin da Davanzo, ha onorato il sacrificio di un suo antenato, tale Frantisek Viktoria, giustiziato il 29 giugno 1918. I cechi e gli slovacchi ricordano con intenso dolore questi avvenimenti. Giovanni Bucciol Generale di Brigata (ris.) NOTE (1) E. Hemingway: «Addio alle armi», libro IV, pag. 305, ed. RCS, 2002. (2) 10 anni dopo, nel 1867 l’Impero asburgico diviene una duplice monarchia, in cui la Boemia, forte di una apprezzabile minoranza tedesca, rimane con l’Austria, e la Slovacchia, con una forte minoranza magiara, assieme alla Croazia, viene assegnata all’Ungheria. (3) E. Bucciol: «La legione cecoslovacca in Italia nella Grande Guerra», pubblicato nella rivista ceca del museo Hlasy, pagg. 61-67 del Muzea Frenstate Pod Radhostem, n. 4 del 2008. (4) G. Parolin: «L’attività politica, militare e diplomatica di M. R. Stefanik in Italia», Biblioteca dell’Università degli Studi di Padova, collana di studi sull’Europa Centrale, Padova, Cesio, 1975. (5) K. Pichlik, B. Klibz e Y. Zabloudilova: «I legionari cecoslovacchi 1914-1920», testo tradotto dal Museo Storico di Trento e pubblicato nel 1997, pag. 156 e segg.. (6) E. Bucciol: «Dalla Moldava al Piave. I legionari cecoslovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra», Nuova Dimensione, Portogruaro (Udine), 1998, pag. 83. L’opera costituisce catalogo della mostra fotografica prevista presso l’Ufficio di Cultura dell’Ambasciata Slovacca. (7) Clark William: «The Lost Fortune of the Tsars», St. Martins Press, New York, 1994, pagg. 183-189.
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L’italia, oltre che impreparata a partecipare a un tale conflitto bellico, ha anche il torto di non prestare subito attenzione al Comitato Nazionale Cecoslovacco a Parigi, sostenuto finanziariamente dalle popolose comunità ceche e slovacche immigrate negli USA, e militarmente dai volontari connazionali di Russia e di Francia. Dapprima allo scoppio della guerra, dopo il 24 maggio 1915 i circa 300 slovacchi residenti in Italia sono internati la maggior parte in Sardegna, quali cittadini di una Nazione nemica, nonostante le loro proteste di essere cittadini boemi e slovacchi e non austriaci. Solo il 14 aprile del 1916 si leva in Parlamento la voce dell’Onorevole De Cesare a favore del separatismo slavo. Il Giornalismo italiano allora comincia a prospettare l’esistenza del problema. Nel febbraio del ’17, a Roma, viene fondato il «Comitato Italiano per l’Indipendenza Cecoslovacca». Il nostro Gotha militare, come noto, non ammette la diserzione, anche se effettuata da militari dell’Esercito nemico. Ciò equivale al tradimento del Codice di Onore cui è tenuto il combattente di qualsiasi Nazione. C’è voluto il disastro di Caporetto e la rimozione del Generale Cadorna. L’emozione ha fatto il resto. L’attività di volantinaggio aereo dell’allora Tenente Stefanik volta a incitare i combattenti connazionali in servizio presso l’Esercito asburgico a disertare nell’aprile del 1916, ha avuto, più o meno, lo stesso successo di analoga attività fatta la notte di Natale del 1914 dal socialista svizzero Jaurès. Partito dall’aeroporto di Ginevra, il pilota ha sorvolato le linee del fronte franco-tedesco in Francia, lanciando manifestini incitanti i soldati dei due Eserciti contrapposti a gettare le armi contemporaneamente allo scoccare della mezzanotte: risultato nullo, o quasi. L’attività di Stefanik in Italia, comunque, è iniziata col volantinaggio aereo ed è finita con la sua appassionata opera di creazione di un Esercito autonomo per la sua terra natale. Ogni arrivo in Italia di cittadini cechi e slovacchi è motivo di ricordo nei luoghi della memoria. Nell’anno 2008, certo Vaclav Viktoria, percorrendo a piedi in 28 tappe i 600 chilometri che separano
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IL PALAZZO DELL’ARSENALE E LA COMPAGNIA DI SAN PAOLO DI TORINO I Senatori presenti all’audizione in Senato del Generale Enrico Cialdini, Presidente del Comitato di Stato Maggiore Generale del neo costituito Esercito Italiano, poterono ascoltare tra l’altro le seguenti parole «...a maggior ragione ciò deve succedere in Italia, le cui condizioni economiche imperiosamente richiedono che si trovi un punto di equilibrio fra l’economia e la spesa, fra la finanza e la forza senza cadere in un senso o nell’altro in qualche funesta esagerazione. In questo concetto, d’accordo i Ministri delle finanze e della guerra e consenziente la maggioranza del Parlamento, si è convenuto che il bilancio ordinario della guerra non dovesse oltrepassare per ora i 165 milioni all’anno» (1). Era il 4 giugno 1874 ed il Generale Cialdini si riferiva al «progetto di legge per il reclutamento» finalizzato a sancire per tutti i cittadini abili, l’obbligo al servizio militare, senza superare il prefissato bilancio ordinario. Non si può non notare come quelle parole risuonino di un’attualità impressionante, a testimonianza che la definizione dell’ammontare delle risorse da destinare al funzionamento delle nostre Forze Armate abbia sempre costituito un problema di difficile soluzione per il nostro Paese, fin dalla sua unità nazionale. E quasi sempre, come Fig. 1
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Il Palazzo dell’Arsenale.
già nella circostanza cui si riferisce l’articolo della Rivista Militare del settembre 1874, la soluzione sia stata trovata in un compromesso per non pregiudicare in maniera irreversibile l’efficienza di un fondamentale apparato dello Stato, quale il comparto Difesa, da un lato, ma senza gravare più di tanto sui conti pubblici dall’altro. Tornando al presente, i considerevoli tagli apportati al bilancio delle Forze Armate negli ultimi anni hanno messo a dura prova il livello di efficienza operativa precedentemente considerato irrinunciabile, ponendo in serie difficoltà settori delicati, quali il mantenimento dei mezzi, dei materiali e in particolar modo delle infrastrutture (figura 1) (2). Le Forze Armate vivono oggi una delicata situazione, che impone la ricerca e l’adozione di soluzioni anche innovative rispetto al passato, stante la criticità del momento. Ne è una riprova quanto asserito dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, durante una recente audizione al Consiglio Supremo di Difesa: «proprio per riportare equilibrio al comparto Difesa e impedire che lo strumento militare diventi solo un pa-
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gatore di stipendi, è stata pianificata una robusta riduzione degli organici che nei prossimi anni dovrebbe consentire di aumentare le risorse per addestrare ed equipaggiare i reparti, pur senza aumentare il bilancio complessivo della Difesa» (3). Si tratta della risposta tecnica alle decisioni che scaturiscono dal confronto serrato e a volte duro che avviene in Parlamento tra le forze politiche di maggioranza e opposizione, per l’individuazione delle giuste soluzioni politiche in tema di «Difesa» nella sua complessità. Ma al di là delle decisioni operative che da questo intendimento scaturiranno, nel frattempo, scendendo nella realtà dei Reparti, restano insolute le difficoltà quotidiane dei Comandanti ai vari livelli, tra i cui compiti istituzionali c’è quello di mantenere sicure ed efficienti le infrastrutture in cui il personale opera. Questo compito non è mai stato facile, soprattutto se si considera la realtà del nostro Esercito accasermato in strutture spesso vetuste ovvero in Palazzi ricchi di storia, patrimonio artistico e architettonico della comunità che, in un caso e nell’altro, richiedono costanti e onerosi interventi di
Modellino ligneo originale in scala 1:87 del 1736.
manutenzione e conservazione. Scopo di questo articolo è descrivere come è stata affrontata la specifica problematica in una di queste sedi storiche: il Palazzo dell’Arsenale di Torino, sede della Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito, e dal 3 agosto 2009, anche del Comando delle Scuole dell’Esercito. Si tratta di soluzioni innovative che hanno visto il coinvolgimento di nuove entità giuridiche e l’adozione di procedure anch’esse nuove e certamente interessanti per la soluzione di alcuni dei più complessi problemi gestionali. Ma prima di entrare nello specifico, ricordiamo brevemente la storia e l’attualità dell’Istituto. Il Palazzo dell’Arsenale nasce a Torino come fabbrica d’armi, in particolare di cannoni, per volere del Re Vittorio Amedeo II che nel 1726 volle riorganizzare le strutture e l’apparato militare dello Stato, e segnatamente l’Arsenale seicentesco, assegnando l’incarico all’architetto messine-
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L’aula multimediale «Li Gobbi» da 300 posti.
se Filippo Juvarra (4), che stese due progetti, uno nel 1728 e uno nel 1730, adottando soluzioni sicuramente innovative per quel tempo. I progetti prevedevano, infatti, la realizzazione di un vasto edificio comprensivo di officine, fonderie, magazzini, locali di rappresentanza, aule per la didattica, alloggi per gli operai e per la guarnigione militare. Quando l’architetto Juvarra morì nel 1736, Carlo Emanuele III ordinò la continuazione dei lavori affidando l’incarico all’architetto torinese De Vincenti, Capitano del Battaglione d’Artiglieria, che seguì la costruzione dal 1738 al 1778. Il Palazzo dell’Arsenale è oggi delimitato dalle seguenti vie: via Arsenale, via Arcivescovado, via Don Minzoni e Corso Matteotti. È uno dei tre arsenali costruiti nella città dalla seconda metà del Cinquecento, ovvero dagli anni in cui il ruolo degli ingegneri e degli architetti militari diventa decisivo per la costruzione della capitale sabauda, come ci ricorda la stessa Accademia delle Scienze di Torino che nacque, sostanzialmente, sulla scia degli esperimenti scientifici condotti da chimici, matematici e fisici che operavano presso l’Arsenale. La maggior parte delle innovazioni tecnologiche nel Regno sabaudo era, infatti, prima ideata e sperimentata nell’Arsenale per scopi militari e poi utilizzata su scala industriale. Ci riferiamo, a titolo di esempio, alle ricerche per lo sviluppo di energia motrice idraulica, alle macchine a vapore, all’elettricità, ai progressi nelle telecomunicazioni, alle motrici e ai vagoni per le ferrovie. Non è un caso, quindi, che l’industria abbia trovato fin d’allora a Torino terre-
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no fertile, grazie anche alla notevole abilità raggiunta dalle maestranze e dagli operai che lavoravano all’Arsenale, fino ai livelli d’eccellenza che videro la città nel Novecento rilanciare tutta l’economia italiana (5). Oggi, e siamo alla realtà dell’Istituto, con circa 1 000 Ufficiali frequentatori italiani e stranieri, un centinaio di studenti civili, 30 insegnanti militari, 118 professori e ricercatori universitari, che insegnano oltre 100 materie universitarie e 28 materie militari di carattere tecnico-professionale, la Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito si è affermata come uno dei poli didattici di eccellenza nel panorama italiano e quale centro culturale di prestigio per la città di Torino. In particolare, la Scuola è l’unico Istituto al quale compete la qualificazione di base e la qualificazione superiore di tutti gli Ufficiali dell’Esercito Italiano che dopo due anni di studio presso l’Accademia Militare di Modena proseguono successivamente a Torino la loro formazione, conseguendo dopo altri tre anni la laurea magistrale in Scienze Strategiche, di cui si dirà meglio in seguito, o in Ingegneria. Si tratta della complessa riforma dell’area scolastico-addestrativa della Forza Armata, avviata nel 1998, i cui principali traguardi sono stati il riconoscimento appunto del titolo di laurea magistrale, una più stretta collaborazione con gli atenei italiani, in special modo modenesi e torinesi, l’apertura agli studenti civili, la nascita di nuovi corsi, il trasferimento a Torino del Corso di Stato Maggiore, dalla Scuola di Guerra di Civitavecchia e infine la costituzione, nel 2004, sempre presso la Scuola, del Centro Studi sulle Post Conflict Operations (CSPCO) finalizzato allo svolgimento di corsi e seminari per la preparazione nello specifico settore di alti dirigenti militari e civili, italiani e stranieri, e all’adeguamenDiscussione di una Tesi di Laurea in Scienze Strategiche.
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cura e l’attenzione verso quei valori: senso del dovere, spirito di sacrificio e di servizio, che da sempre costituiscono l’essenza della preparazione di un Soldato destinato al Comando. La Scuola è, quindi, ancora e soprattutto una scuola di leadership e una palestra formativa dove le capacità di comando continuano a essere affinate con i tradizionali metodi che caratterizzano da sempre la formazione dell’Ufficiale:
Sopra. Il Generale Maggi e il Segretario Generale della Compagnia di San Paolo, Piero Gastaldo, durante l’inaugurazione dei locali oggetto di restauro. A destra. Loghi degli Enti e fondazioni coinvolti nei lavori per il restauro del Palazzo dell’Arsenale.
to, sotto la supervisione dello Stato Maggiore dell’Esercito, della relativa dottrina (la cosiddetta «via italiana alle missioni di pace»). Dal 3 agosto 2009, come già accennato, la Scuola ha assunto anche le competenze del disciolto Comando delle Scuole, precedentemente dislocato a Roma, ponendosi definitivamente come punto di riferimento di eccellenza accademica nel panorama nazionale. Tutti questi importanti cambiamenti costituiscono la risposta dell’Esercito Italiano al mutamento degli scenari globali, al nuovo contesto di impiego. Ne consegue che ai giovani Ufficiali viene offerta una formazione non più prevalentemente tecnica come in passato, ma multidisciplinare che consenta loro di potersi confrontare con successo con i differenti contesti sociali, religiosi e politici, propri delle realtà regionali dove saranno chiamati a operare. Preparazione professionale che verrà poi completata nel prosieguo della carriera con la frequenza di corsi di specializzazione. A tal fine, accanto alle tradizionali materie militari, il giovane Sottotenente affronta oggi anche le Relazioni Internazionali, l’Antropologia culturale, la Storia del pensiero politico contemporaneo, l’Organizzazione aziendale, il Diritto internazionale e le lingue straniere tra cui recentemente anche l’arabo, solo per citare alcune materie universitarie. In mezzo a tante novità è utile però ricordare che al centro di questa nuova formazione continua ad esservi, oltre alla preparazione fisica, la
• fortificazione del carattere; • insegnamento della disciplina e del rispetto gerarchico; • costruzione del senso di appartenenza all’organizzazione militare e condivisione dei suoi valori; • eticità e impegno sociale; • amore per il rischio (calcolato) e per l’assunzione di responsabilità. Ritornando alle problematiche infrastrutturali, I corridoi del piano terreno restaurati nel 2005.
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Esercito in merito alla stipula di convenzioni e contratti per la permuta di materiali e prestazioni con soggetti a partecipazione pubblica e soggetti privati, anche in deroga alle norme sulla contabilità generale dello Stato, nel rispetto della vigente disciplina in materia negoziale e del principio di economicità; • inserendo gli immobili dell’Amministrazione Difesa di altissimo valore storico, artistico e culturale, nei programmi di conservazione e valorizzazione dei beni del territorio e cooperando, quindi, con
Sopra e a destra. Il corridoio dello Stato Maggiore prima e dopo il restauro.
punto centrale di questo articolo, si può facilmente comprendere come preservare dal logorio del tempo una struttura, ormai vecchia di quasi tre secoli, così imponente e complessa, in cui coesistono esigenze di conservazione del patrimonio storico, di realizzazione di aule moderne, di ambienti funzionali e di adeguamento alle norme di
Enti che operano sul territorio quali la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio. Stiamo parlando del coinvolgimento, nei lavori per la tenuta del Palazzo, del Provveditorato alle Opere Pubbliche del Piemonte e Valle d’Aosta, intervenuto per progetti pari a 650 000 euro e soprattutto delle Fondazioni, in particolare di quelle bancarie. Tra queste è protagonista assoluta di quanto realizzato presso la Scuola di Applicazione la Compagnia di San Paolo di Torino. A sinistra e sotto. La Sala dei Comandanti prima e dopo il restauro.
sicurezza vigenti senza stravolgerne la sua originalità architettonica, implichi uno sforzo finanziario enorme per l’Amministrazione della Difesa. Un impegno al quale nessun Comandante della Scuola può e vuole sottrarsi. Ma le pochissime risorse disponibili impongono di individuare e adottare anche soluzioni innovative. Tali soluzioni consistono, in sostanza, nel reperire e utilizzare fondi esterni per integrare quelli assegnati sui canali tradizionali dalla Difesa: • applicando la direttiva dello Stato Maggiore
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della ricerca scientifica, economica e giuridica, nell’istruzione, nell’arte, nella conservazione e valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni ambientali, nella sanità e nell’assistenza alle categorie sociali più deboli. La Compagnia è in sintesi un «gruppo no profit» che definisce i propri obiettivi con una programmazione pluriennale e annuale e opera sia attraverso lo strumento delle erogazioni a soggetti che propongono progetti coerenti con i suoi programmi, sia attraverso
Sopra e a destra. L’Aula Magna durante e dopo il restauro. A destra. L’Aula Magna dopo il restauro. Sotto e sotto a destra. La Veranda «Voloire» prima e dopo il restauro.
Nata nel 1563, la Compagnia è sempre stata un’istituzione al servizio della società cittadina diventando nel tempo una fondazione di diritto privato, tra le maggiori in Europa. Essa persegue con orgoglio le tradizioni civiche e filantropiche che erano proprie dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino. La Compagnia è un soggetto senza fini di lucro e indipendente, aperto al dialogo e alla collaborazione con le istituzioni pubbliche locali, nazionali ed europee, che persegue finalità di interesse pubblico e di utilità sociale, allo scopo di favorire lo sviluppo civile, culturale ed economico delle comunità in cui opera. I redditi prodotti dal patrimonio accumulato nei secoli sono posti oggi al servizio di queste finalità, a livello nazionale e internazionale, nei settori
altre modalità, tra le quali l’azione dei suoi «enti strumentali» (per esempio Fondazione per l’Arte, Fondazione per la Scuola) che operano direttamente in vari settori di attività della Fondazione. In tale contesto, dal 2005 il Comando della Scuola di Applicazione ha avviato con la Compagnia di San Paolo importanti progetti di recupero architettonico di Palazzo Arsenale, nel rispetto delle indicazioni fornite dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte. I lavori hanno avuto un grosso impulso a partire dal 2007, al fine di: • restituire ai locali del Palazzo che si sviluppano lungo la via dell’Arsenale il loro aspetto archi-
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Sopra. L’interno della Veranda «Voloire» a lavori ultimati. Sotto e nella pagina a fianco. Gran Scala prima del restauro e dopo.
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tettonico originale adeguandoli all’armonia dei profili e delle linee che caratterizzano quelli di via Arcivescovado, in modo da realizzare un percorso omogeneo tra lo Scalone d’Onore e l’Aula Magna dell’Istituto; • adeguare gli impianti elettrici, gli impianti dati e telefonici alle normative vigenti e i locali principali alle normative per la prevenzione incendi; • provvedere all’abbattimento delle barriere architettoniche. La Compagnia di San Paolo ha finanziato nel 2005 lavori per un importo complessivo pari a circa 300 000 euro, con i quali sono stati ristrutturati i corridoi antistanti le aule del piano terra, e nel 2007 altri 860 000 euro. Di questo secondo finanziamento, 434 000 euro sono stati destinati al restauro e all’adeguamento degli impianti elettrici, dati e telefonici, alle normative vigenti del corridoio dello Stato Maggiore,
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della sala «Ex Plastico», della Sala dei Comandanti e dell’Aula Magna. I rimanenti fondi sono stati impiegati per il recupero della Gran Scala e della Veranda «Voloire». Tecnicamente la gestione dei fondi privati è stata effettuata, sulla base di specifiche convenzioni tra tutti gli attori coinvolti, grazie anche a una associazione Onlus - gli «Amici dell’arte in Piemonte» che è risultata la stazione appaltante delle opere finanziate dalla Compagnia di San Paolo sotto il controllo di un Comitato di vigilanza composto da Ufficiali dell’Istituto e da un Architetto dell’Associazione, nel rispetto dei vincoli posti dal Demanio, dal Reparto Infrastrutture di Torino e dalla Soprintendenza dei Beni Architettonici. Un impegno importante che si è posto, quale obiettivo primario, quello di ottimizzare i risultati; obiettivo che è stato possibile conseguire mediante il massiccio ricorso a figure professionali già presenti nella Forza Armata e al richiamo in servizio di Ufficiali della Riserva Selezionata. Entrambi hanno fornito un supporto notevole e altamente qualificato. Ne è scaturito un considerevole abbattimento dei costi di progettazione e direzione dei lavori, a tutto vantaggio dei lavori eseguiti.
È stato così possibile riportare ad antico splendore molti locali di questo prestigioso Palazzo, di cui potranno beneficiare sia gli Ufficiali frequentatori sia il pubblico, che può ora accedervi per visite guidate o per svolgervi convegni o attività ricreative che non interferiscano con l’espletamento dei compiti istituzionali della Scuola. Giuseppe Maggi Generale di Corpo d’Armata, Comandante della Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito NOTE (1) V. «Rivista Militare Italiana», Serie III - Anno XIX Tomo III, Roma, Voghera Carlo, Tipografo-Editore, 1874, p. 418. (2) Fonte SME - Reparto Pianificazione Generale e Finanziaria. (3) Cfr. articolo de «Il Corriere della Sera», 15 marzo 2009. (4) Angela Calvini, «La Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito - da Arsenale a fucina di uomini», Italia Arte Edizioni, maggio 2007. (5) Cfr. Angela Calvini, op. cit. p. 31.
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GLI ALBORI DEL REPORTAGE DI GUERRA Il primo risale all’epoca napoleonica Se i servizi giornalistici nel Vicino Oriente non avessero riportato sotto i riflettori l’immagine del reporter di guerra che, in prima linea, sfida ancora la sorte, cercando di documentare i fatti dai teatri più sanguinosi del nostro tempo, qualcuno avrebbe potuto pensare che questa professione stesse per tramontare. Visto che lo stesso concetto di guerra si è trasformato da «singolar tenzone» in «guerra di bottoni» o, peggio ancora, in una serie di atti di terrorismo. Del resto i conflitti dell’ultimo ventennio, dal Kuwait alla Jugoslavia, dall’Iraq all’Afghanistan, dimostrano che i margini di manovra per i giornalisti di guerra sono sempre più stretti, visti i pericoli cui possono incorrere. Oggi, i reporter di guerra sono un gruppo di giornalisti accreditati, tenuti a debita distanza dalla prima linea che seguono i briefing dei militari e si limitano a diffondere, rielaborandoli, i comunicati stampa ufficiali forniti dai Comandanti delle operazioni. I grandi reportages non si fanno più, come diceva l’editoColonnello James H. Childs (in piedi) con altri Ufficiali del 4° cavalleria della Pensylvania.
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rialista Egisto Corradi, «con la suola delle scarpe». Ma non è sempre stato così. Il mestiere del reporter di guerra è vecchio di quasi due secoli. Ripercorrerne le origini può aiutare a capire meglio il presente e portarci a scoprire che i giornalisti hanno dovuto sempre confrontarsi con la censura e la concorrenza dei nuovi sistemi di comunicazione. Il primo inviato di guerra, senza risalire a Senofonte o Sallustio, fu Henry Crabb Robinson, spedito in Europa, dall’allora Direttore del «Times», John Walter, per seguire la campagna napoleonica contro la Prussia all’inizio dell’800. John Walter, senza badare troppo per il sottile, con sufficienza tipicamente anglosassone, lo inviò, pare, con queste parole: «Ci racconti come vince le sue battaglie quel piccolo Imperatore francese». Ma Robinson non era abituato alla vita militare e neppure tagliato per il giornalismo e si rivelò un fallimento. La sua prima corrispondenza, dedicata alla battaglia di Friedland in Lituania, il 14 giugno 1807, dove i russi furono sconfitti da Napoleone e costretti a chiedere l’armistizio che avrebbe condotto alla pace di Tilsit, fu un fiasco clamoroso. Il pezzo inviato al «Times» era monotono, noioso e privo di calore: poco più di un bollettino dei fatti. Del resto l’inviato non si era nemmeno avvicinato all’area interessata della battaglia. Era rimasto nelle retrovie limitandosi a raccogliere le descrizioni e i racconti di qualche soldato che vi aveva preso parte, ricucendo maldestramente il tutto. Nel 1808, Crabb Robinson fu inviato nuovamente dal «Times» in Europa, per raccontare la campagna di Spagna, al seguito della spedizione britannica sbarcata sulle coste del Portogallo, guidata da Sir Arthur Wellesley Duca di Wellington. Ancora una volta si rivelò distratto, piuttosto indolente e poco felice nella capacità descrittiva. Fu licenziato poco tempo dopo. Se alcuni considerano Robinson il primo inviato di guerra - almeno cronologicamente, nonostante i suoi modesti lavori - altri individuano in Charles Lewis Guneison, inviato del «Morning Post», che nel 1834 seguì la Guerra Civile Spagnola scoppiata alla morte di Ferdinando VII, un reporter di guerra de-
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cisamente più completo. Se non altro perché non esitò a esporsi ai rischi del combattimento per vedere con i propri occhi le posizioni dei due fronti contrapposti. Finì anche in galera come spia e rischiò la fucilazione da parte della fazione carlista, i seguaci ostili alla nuova Regina Isabella II. Per tirarlo fuori da una situazione pericolosa dovette intervenire il Governo inglese, rassicurando le autorità che la curiosità di Guneison non aveva nessun fine politico, ma era solo l’ingrediente principale del suo lavoro di giornalista. Questa è la protostoria degli inviati di guerra. Ma su chi spetti il primato di essere considerato il primo vero reporter della storia non c’è un vero accordo. Anche se Guneison dimostrò di aver stoffa da vendere, studiosi e giornalisti sono, però, unanimi su William Russell. Egli è considerato il primo vero reporter di guerra. Fu, infatti, inviato dal Direttore del «Times», John Delane, sui campi di battaglia della Crimea per fornire ai lettori i resoconti di quel conflitto così lontano. Il «Times» a quei tempi era, e lo è tuttora, l’autorevole espressione della politica governativa britannica. Fino ad allora le cronache di guerra erano state piuttosto confuse, messe assieme da giornalisti o redattori di giornali locali sulla base di notizie slegate e di testimonianze più o meno attendibili raccolte di seconda o terza mano. Non vi erano articoli inviati in modo costante bensì pezzi
La carica della Brigata leggera di cavalleria Britannica a Balaclava, 1854. Dipinto di Richard Caton Woodville.
estemporanei. Soprattutto non si faceva mai il resoconto delle sconfitte; era in sostanza una stampa che faceva da cassa di risonanza al Governo. Di origine irlandese, Russell era partito nella primavera del 1854 dall’isola di Malta insieme al Corpo di spedizione inglese, convinto che la missione si sarebbe conclusa entro qualche mese. Ma non aveva fatto bene i suoi conti. La guerra, scoppiata nell’ottobre dell’anno precedente tra l’Impero Russo e l’Impero Ottomano, aveva poi visto l’entrata in guerra di Gran Bretagna e Francia alleate conto l’espansionismo russo verso i Balcani. Anche il piccolo Regno di Sardegna aveva sfruttato a suo vantaggio la situazione internazionale, entrando in guerra al fianco degli alleati contro l’«orso» russo, per acquisire rilevanza politica in Europa. La fine delle ostilità fu sancita solo due anni più tardi, nel marzo del 1856, con il Congresso di Parigi. Il «Times» del 14 novembre 1854 pubblicò la memorabile cronaca del Russell sulla disfatta dei 600 della Brigata leggera dell’Esercito di Sua Maestà britannica che a Balaclava andò a infrangersi contro la linea russa irta di artiglierie. «Alle undici e dieci, la nostra Brigata di Cavalleria leggera avanzò trionfante nel sole del mattino, fiera in tut-
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Sottufficiali del 93° reggimento fanteria di New York, Bealetown, Virginia, 1863.
to il suo bellico fulgore. Da una distanza che non era nemmeno di un miglio, l’intero schieramento nemico vomitò da trenta bocche di fuoco un inferno di fumo e fiamme.... A ranghi ormai ridotti, con una nube d’acciaio sulla testa dei nostri uomini, e levando alto un grido che per questi generosi era anche l’ultimo appello della morte, i cavalleggeri si lanciarono dentro le nuvole di fumo; ma prima ancora che si perdessero alla nostra vista, la pianura era punteggiata dei loro corpi.... Alle undici e trentacinque, non un soldato inglese restava davanti alla bocca dei sanguinari cannoni moscoviti». Le vendite del «Times» andarono subito alle stelle e, in breve tempo, con l’arrivo di Russell in Crimea, le tirature dell’austero foglio londinese raddoppiarono. Il suo lavoro non fu facile, ma Russell non visse l’ansia della preoccupazione di non fini-
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re il pezzo entro l’orario di chiusura del giornale. Il telegrafo si stava sviluppando proprio in quegli anni, ma il metodo più sicuro per inviare un pezzo era la posta. L’articolo fu consegnato a un Ufficiale di Sua Maestà, addetto alle comunicazioni, quindi a un corriere, sempre dell’Esercito, per lasciarlo alla più vicina stazione di posta, da dove venne inoltrato come si trattasse di una normale lettera. La carica dei 600 avvenuta il 25 ottobre apparve sul «Times» solo il 14 novembre. La permanenza di Russell si allungò ben oltre i due mesi previsti, raggiungendo alla fine i due anni. Il segreto del suo successo stava semplicemente nella volontà di scrivere tutto ciò che vedeva, anche gli aspetti meno nobili della guerra: il dolore, la sofferenza, i corpi straziati dalle granate e le urla dei feriti prima di tutto; ma anche gli errori dei Generali, la presunzione di alcuni Comandanti del Corpo di spedizione britannico. Era un vero cronista degli avvenimenti cui assisteva. Fino ad allora, della guerra si erano occupati so-
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lo gli addetti ai lavori o gli uomini politici. Quel giornalista, anche se di una testata prestigiosa come il «Times», stava incrinando l’immagine monolitica e stereotipata dell’Esercito di Sua Maestà e questo pareva fuori da ogni regola. Oggi, comunque, i pezzi di Russell risultano di un candore sorprendente, rispetto a quello che viene riportato dai nostri media; giusto un po’ di retorica, rispetto agli elevati standard dell’epoca, che contribuirono a mettere il giornalista in cattiva luce. Russell rischiava di compromettere la secolare immagine dell’Esercito britannico (osò persino accennare all’ammutinamento di una Brigata indiana). Per questo, alcuni Ufficiali, contrariati dalle sue cronache, vollero sfidarlo a duello. Si trovò una soluzione cacciandolo dalla prima linea e imboscandolo nelle retrovie. Ma anche questo sembrò non bastare. Il febbraio del 1855 rimarrà una data storica: per la prima volta un Comandante dell’Esercito, Sir Codrington, a Capo della spedizione militare britannica, impose il divieto di pubblicazione di notizie che potessero in qualche modo tornare utili al nemico: nacque così la censura. Non è un caso che la comparsa della figura dell’inviato di guerra, quindi di un giornalista slegato dalla scrivania e dai vincoli di potere che si allacciano nelle redazioni, coincida con l’istituzione della censura militare. Altresì non è un caso che dalla guerra di Crimea sia diventata prassi universale che i giornalisti che seguono un Esercito facciano legalmente parte di quell’entourage. Con tutti i rischi connessi: se questi vengono catturati dalle forze nemiche devono essere trattati alla stregua di prigionieri di guerra. Ma il conflitto in Crimea segnò anche un’altra importante nascita: quella del fotoreporter. Nel 1855 Roger Fenton, pittore e fotografo della Casa Reale britannica, fu inviato dal Governo inglese per rimediare alle avventatezze commesse da Russell. In pratica gli fu detto di fornire un’immagine «corretta» della guerra, non troppo cruda, e soprattutto che si mostrasse benevola nei confronti dell’Esercito di Sua Maestà. Il risultato fu perfettamente in linea con le aspettative. Il reportage di Fenton illustrò una guerra pulita, ordinata, con i soldati inglesi che sfoggiavano uniformi sempre perfette. Il consenso dell’impresa guerresca in patria passò anche attraverso gli scatti compiacenti di Fenton. Questo fu il primo seppur timido passo manierato verso l’introduzione della fotografia di guerra. Per trovare il primo vero fotoreporter in senso moderno, un Russell della fotografia, per inten-
Allan Pinkerton con il Presidente Lincoln e il Maggior Generale John A. McClernand nelle vicinanze del campo di battaglia di Antietam, settembre-ottobre 1862.
derci, che vuole trasmettere al pubblico ciò che vede, bisogna aspettare qualche anno e spostarsi dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Guerra di Secessione Americana, combattuta dal 1861 al 1865 tra gli Stati del Sud e quelli del Nord, offrirà alla stampa l’opportunità di mettere in campo tutti i suoi uomini migliori. Basti pensare che lungo i due fronti si aggirarono più di 500 corrispondenti di guerra mandati da giornali di tutto il mondo. Il «New York Herald» ne aveva da solo 63. Nel 1863 arrivò anche Russell, l’eroe della Crimea, il Peter Arnett del XIX secolo. La sua fama era così universalmente riconosciuta che il Presidente Lincoln lo volle ricevere per chiedergli consigli di strategia militare. Colui che è considerato il precursore del moderno fotoreporter è Mathew Brady. A differenza di Fenton, Brady non aveva vincoli con le istituzioni ufficiali, ma solo con i lettori del suo giornale. Realizzerà straordinari reportages fotografici sulla guerra civile, immortalando la realtà nuda e cruda degli scontri, degli accampamenti devastati, delle morti scomposte e dei corpi smembrati. Sul piano della parola scritta, invece, la Guerra di Secessione evidenziò tutti i problemi e i vizi del rapporto tra il potere militare e i media. Edward Crapsey, del «Philadelphia Inquirer», fece corrispondenze pungenti; l’obiettivo delle sue critiche fu il Generale George Meade, che era
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convinto di essere uno stratega di grande caratura. Dopo l’ennesimo articolo che smontava l’alta immagine che aveva di sé, il Generale espulse il giornalista caricandolo su un mulo e piazzandogli al collo un cartello con la scritta: «giornalista calunniatore». La replica, tuttavia, non si fece attendere. Tutta la categoria dei giornalisti americani si coalizzò, infatti, contro il burbero militare, che da quel giorno scomparve letteralmente dalle cronache militari. Si pensa che il Generale sperasse di fare delle sue gesta il trampolino di lancio per la candidatura alla presidenza degli USA, ma il danno alla sua immagine così fu notevole. Decisamente più astuto fu, invece, il Generale Ulysses Grant. Consapevole della necessità di avere una stampa favorevole, per tutta la Guerra di Secessione si portò dietro l’inviato del «New York Herald», Sylvanus Cadwallader, coccolandolo e cercando di lusingarlo come meglio poté. La Guerra di Secessione americana introdusse numerose novità anche per quanto riguarda gli strumenti del mestiere. Fu istituzionalizzato l’uso del telegrafo per inviare gli articoli. A beneficiarne furono soprattutto i giovani giornalisti che ne approfittarono per surclassare i colleghi delle vecchia guardia. La stella di Russell tramontò proprio con l’avvento di questa invenzione. Lo stile dei reportage doveva farsi scarno e immediato per adeguarsi ai ritmi di lavorazione sempre più frenetici. Russell era abituato, invece, a tempi e metodi di scrittura molto lunghi, quasi letterari. Con il telegrafo si doveva lavorare in tempo reale e un
Eugène Savaistre, 1856: il cappello del direttore della Polizia borbonica issato su una barricata nella strada di Porta di Castro Palermo, foto archivo Grifasi.
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Direttore non poteva permettersi di «bucare» una notizia nell’attesa che il suo corrispondente di punta terminasse di abbellire il suo pezzo. Altra novità fu la nascita dell’Associated Press, la prima agenzia a raccogliere e a fornire notizie, anche se non sempre ben documentate e talvolta nemmeno veritiere, per le testate abbonate. Lo staff era allestito non tanto su buoni giornalisti o informatori, ma su personale che sapesse battere velocemente il tasto del telegrafo. Nello stesso periodo, cioè intorno alla metà del XIX secolo, il giornalismo italiano era decisamente più attillato. Nei quotidiani e nei periodici le «firme» erano soprattutto notai, avvocati, uomini politici, insegnanti, medici e qualche scrittore. Il linguaggio oscillava senza troppe alternative tra l’arringa di stile forense e lo slancio patriottico tronfio di retorica. La confezione dei giornali italiani dell’epoca era molto semplice. Si trattava di fogli di informazioni, più spesso di semplici bollettini assemblati con le notizie locali e quel poco che arrivava dal resto del Paese. Le notizie fresche erano pochissime e anche dopo l’unità d’Italia i «dispacci particolari» che arrivavano dal Ministero dell’Interno erano estremamente lenti, imprecisi e irregolari nella frequenza. Le altre notizie provenienti dal resto d’Italia erano frutto di corrispondenze riferite a fatti avvenuti almeno cinque o sei giorni prima, che uscivano con il sottotitolo di «Ritardata». Si dovrà aspettare il 1876 perché i quotidiani italiani comincino a dotarsi di un servizio telegrafico. Le notizie dall’estero venivano pubblicate con ritardi ancora superiori e, in molti casi, più che di corrispondenze si trattava della rimasticatura di qualche avvenimento scopiazzato dai giornali stranieri. Per individuare esempi italiani di inviati di guerra bisogna fare riferimento alla spedizione dei Mille, nel maggio del 1860. Tra i seguaci di Garibaldi che parteciparono all’avventura partita da Quarto, molti inviarono corrispondenze sui fatti d’arme in cui erano coinvolti. Ricordiamo qui Francesco Bartolomeo Savi, che inviava all’Unità d’Italia, focoso foglio di ispirazione mazziniana, ricostruzioni di grande effetto delle battaglie affrontate dall’Esercito garibaldino. Oppure si possono citare le corrispondenze di Osvaldo Viani, ex camicia rossa garibaldina, che partecipò alla Comune di Parigi del 1870 offrendo le sue corrispondenze alla testata «Il Dovere di Genova». Forse il primo «inviato speciale» di un giornale italiano - giunto quindi sul posto con quella
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qualifica e non come parte in causa degli avvenimenti - fu un giornalista della «Gazzetta del Popolo» che nel 1869 partì alla volta di Suez per assistere alla cerimonia inaugurale del canale. Non c’era nessuna guerra a rendere incandescente la sua missione. Tuttavia, il suo esempio introdusse nei quotidiani italiani la regola di mandare i propri osservatori a seguire gli avvenimenti all’estero. Alcuni anni dopo, nel 1877, fu «Il Secolo», quotidiano milanese, a inviare all’estero il primo nutrito staff giornalistico. Era in corso la Guerra russo-turca, che si svolgeva nelle allora lontane terre dell’attuale Bulgaria. «Il Secolo» inviò sul posto giornalisti esperti nell’arte della guerra e disegnatori, non ancora fotografi, che facessero schizzi e mappe delle più importanti battaglie. Anche il «Corriere della Sera» fu uno dei primi a mandare in giro dei veri e propri corrispondenti. Assieme ai bersaglieri sbarcati a Massaua nel 1887 in risposta all’eccidio di Dogali, giunsero anche i giornalisti Vico Mantegazza e Adolfo Rossi, che fecero una dettagliata cronaca della Guerra d’Africa e dell’avventura coloniale dell’Italia unita. «L’Africa quale emergeva dai loro servizi» - scrive Valerio Castronovo - «risentiva di molte suggestioni di colore e oleografiche. Alle valutazioni politiche spesso fecero eco deformazioni e sentimenti personali di natura schiettamente colonialista o di sociologismo pseudoscientifico. Ma atteggiamenti del genere costituirono, in ultima analisi, la chiave del successo editoriale di numerosi giornali». È a partire da questi anni che i «redattori viaggianti» italiani o «articolisti viaggianti» ,come venivano inizialmente definiti gli inviati speciali, diventano una schiera sempre più numerosa e sempre più profumatamente remunerata. I costi per le trasferte aumentarono di conseguenza. Il viaggio di Mantegazza in Africa nel 1887, durato cinque mesi, costò al «Corriere» 18 000 lire: più del 15% della spesa prevista in bilancio per l’intera redazione. Verrà poi l’epoca dei grandi inviati alla Luigi Barzini, ma ormai la stagione pioneristica dei reporter di guerra si era conclusa. Il mestiere era ormai ben definito e, con questo, i trucchi e le abilità per ben figurare davanti al Direttore o bruciare sul tempo la concorrenza. Si racconta che durante la guerra franco-prusiana del 1870 Archibald Forbes del «London Daily News» scrivesse di una battaglia decisiva alle porte di Parigi il giorno prima che lo scontro avesse luogo, grazie alle anticipazioni di un informatore. Con lo stesso
Giornalisti italiani in prima linea sul fronte etiopico, durante la battaglia del Canale Doria, Etiopia 1936.
stratagemma Fred Ferguson, corrispondente dello «United Press» sul fronte francese durante la Prima guerra mondiale, descrisse minuziosamente con 24 ore di anticipo le fasi di un poderoso attacco alleato davanti Nancy. Se dai tempi eroici di Russell molte cose, soprattutto a livello tecnologico, sono cambiate, una resta pressoché immutata. La complessità della figura dell’inviato di guerra. Come allora non esistono scuole di formazione per i corrispondenti di guerra. Nella sua professionalità intervengono la preparazione culturale, una buona dose di «agganci» e tanta intraprendenza. Scrive Mimmo Candito, inviato de «La Stampa»: «il corrispondente di guerra deve anche saper essere un reporter, il migliore, il più attento, e sveglio, dei reporter. Deve cercare i fatti, e raccontarli, anche quando nessuno parla, quando è in pericolo la sua incolumità o quando viene minacciato che se scrive quelle cose lì sarà espulso dal fronte». Una professionalità, gli fa eco Ryszard Kapuscinski, un altro «grande» dei giorni nostri, che non può essere esente da una giusta dose di passione: «Il corrispondente di guerra è una professione, o una missione che presuppone una certa comprensione per la miseria umana. Che esige soprattutto una grande umanità». Marcello Ciriminna in servizio presso il Centro Pubblicistica dell’Esercito
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LA PENSIONE PRIVILEGIATA Novella liberamente tratta da squarci di vita quotidiana di un pensionato L’autore, ricorrendo a uno stile particolarmente gradevole e dal tono rispettosamente sornione, consegue in pieno l’obiettivo di fornire ai non tecnici un quadro d’insieme delle complessità di un settore particolamente delicato e di interesse per il personale nonché della professionalità e dedizione di quanti (Ufficiali e Sottufficiali ammcom), affrontano, quotidianamente, un ginepraio normativo nell’intento di fornire agli utenti un servizio adeguato.
E finalmente per il dipendente dell’Amministrazione Difesa la tanto attesa (o temuta) data del pensionamento era alle porte (amen!). Seguendo, titubante, le indicazioni avute in precedenza da quel curioso omino, originario della cosiddetta, in gergo, «perduta tribù degli amministratori», in servizio presso la Sezione staccata del C.A.E.I. di Roma con sede nella sua città (vedasi capitolo primo, visionabile sul sito di quest’ultimo: www.caeipa.esercito.difesa.it, alla voce: «Professionalità con le stellette»), qualche giorno prima della fine del servizio si recò presso la propria amministrazione. Ivi giunto provvide ad espletare quelle strane (sic!) scartoffie burocratiche, altrimenti dette, dagli addetti ai lavori, pomposamente «pratiche pensionistiche». Ricordava ancora, nell’attesa della definizione della sua documentazione, quasi con malcelata insofferenza, il momento in cui si era presentato in quei locali dove viveva quella particolare razza semisconosciuta, ormai in via di estinzione, di omini di cui sopra. Ai suoi occhi di operativo, homo sapiens, erano apparsi come dei superstiti neandertaliani, usciti dalle profondità di un lontano passato preistorico, che fra di loro comunicavano attraverso un particolare idioma costellato di termini astrusi e di difficile interpretazione come: decreti, atti dispositivi, trattamento provvisorio di quiescenza, INPDAP, INPS, D.P.R., ecc.. Tant’è, rammentava, che alla fine era uscito da quei luoghi, come è uso dire nelle colonie, «più confuso che persuaso» (per il relativo significato si consiglia INTERNET). Fortunatamente per lui quanto ascoltato in quella sede era stato, invece, brillantemente e fa-
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cilmente decriptato dal personale del suo Ufficio Amministrazione aiutato forse dal fatto che, come venne a sapere a posteriori, era imparentato con quella razza. Adempiuto infine a tutte le pratiche, superato vittoriosamente quel limbo amletico, uscito pertanto indenne dalle nebbie amministrative, quasi come dall’antro che conduceva all’antico Ade, sollevato ritornò a casa. L’indomani, dopo una notte inspiegabilmente trascorsa non del tutto tranquilla, si svegliò all’orario che da quarant’anni scandiva l’inizio delle sue giornate, ore sei. Effettuate le consuete e normali esigenze mattutine, ancora assonnato, aprí automaticamente l’armadio alla ricerca della sua tuta mimetica. Con inquieto stupore, fra uno sbadiglio e l’altro, non la trovò al solito posto. Poi, un po’ frastornato, dopo la seconda tazza di caffè ristretto, come ad un novello Archimede Pitagorico disneiniano, gli si accese la lampadina in testa. Ricordò!!! Era in pensione e non doveva più recarsi in servizio. La moglie, povera donna, come in seguito ebbe modo di appurare, molto coscienziosamente e prontamente aveva (finalmente) liberato l’armadio di tutti gli indumenti militari relegandoli in cantina e guadagnando cosí il tanto sospirato (da quaranta lunghi anni) spazio vitale. Ancora confuso dalla novità fu invitato, dolcemente (???), dalla consorte a fare una passeggiata. Uscito di casa, nel gironzolare qua e là a caso, incontrò nuovamente il collega, già in quiescenza, che precedentemente, in prossimità del suo congedo, lo aveva indirizzato in quel particolare Ufficio.
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Nel corso della conversazione quest’ultimo dissertava, fra l’altro, sulle iniziali difficoltà che avrebbe provato, come era successo anche a lui, nell’adattarsi alla nuova posizione da pensionato. Dissertando, dissertando l’oggetto del dire non poteva non cadere, come immancabilmente avviene tra tutti i pensionati, sull’aspetto economico del nuovo status rispetto al precedente in attività di servizio. Il collega, ormai un esperto veterano della materia pensionistica (infatti nei pochissimi anni da pensionato, entrando ed uscendo da quell’antro misterioso suindicato, aveva appreso tanto sul tema quanto non era riuscito a saperne nei quarant’ anni di servizio), gli chiese se aveva presentato la domanda per la P.P.O.. A questo punto al nostro eroe saltò subito in mente la domanda che si pose, con giustificata apprensione, il Don Abbondio di manzoniana memoria: «chi è costui?», adattata in questo caso in «cos’è costei?». Allarmato pensò, fra sé e sé, che anche il collega si esprimeva, forse a causa dei frequenti contatti con quei tipi cosí indefinibili, usando il loro stesso enigmatico ed ancestrale linguaggio. Per un momento ebbe la vaga impressione che la pensione potesse essere una malattia sconosciuta e contagiosa. Ma, ad onor del vero, fu solo un momento e scacciò subito dalla mente tale ipotesi. Nonostante ciò rincuorandosi e facendo, come si usa dire sempre nelle colonie, «buon viso a cattivo gioco» con nochalance chiese cosa fosse questa P.P.O.. Venne cosí a sapere che tale sigla non era l’acronimo di «Procedura Pari Opportunità», come aveva inizialmente pensato, ma stava per Pensione Privilegiata Ordinaria. Anche in tale occasione il collega, rendendosi conto della sua poca cognizione in materia, lo esortò a ritornare, per acquisire maggiori notizie, da quell’omino famoso che, nonostante la sua iniziale perplessità, lo aveva già esaustivamente ragguagliato in precedenza. Ciò nonostante il pensiero di rientrare in quel luogo misterioso lo metteva a disagio. Si vedeva alla stessa stregua degli inviati delle antiche Polis greche che, con reverenziale apprensione, si recavano presso i vari oracoli per chiedere responsi sul loro futuro. Probabilmente, fu costretto ad ammettere, in entrambi i casi il timore aveva origine dalla consapevolezza della mancanza del «sapere».
Comunque, riprendendo con baldanza l’atavica fermezza dei suoi trascorsi militari, decise di recarvisi. Anche in questa occasione l’omino, pazientemente ed in maniera semplice e chiara, non disgiunta da elevata professionalità, gli spiegò che tale Pensione Privilegiata Ordinaria rappresentava un quantum in più, pari al 10%, del Trattamento di Quiescenza Ordinario spettante al personale militare che, durante il servizio, aveva contratto malattie e/o infermità dipendenti da causa di servizio. Gli fece notare, fra l’altro, che a proprio avviso era tempo di sgomberare il campo dai vari pregiudizi, in quanto tale termine «privilegiata» era ormai da ritenere quanto mai vetusto ed anacronistico e non rispondente più alla realtà. Infatti, in difesa di quanto da lui affermato, sul fatto che la stessa non andava considerata come un «privilegio», nel senso letterale della parola, veniva in soccorso il dettato dell’art. 67 del D.P.R. 1092/73. In tale enunciato questo trattamento economico era considerato un riconoscimento della circostanza che il servizio prestato era stato causa o concausa, efficiente e determinante della lesione e/o delle infermità che avevano tratto a morte il dipendente, ovvero, come nel suo caso, avevano reso l’idoneità dello stesso un po’ menomata. Fatta questa doverosa premessa l’omino passò a spiegargli le fasi burocratiche necessarie per ottenere quanto in argomento. Considerato che a tutt’oggi il corpo legislativo fondamentale rimane sempre il D.P.R. 1092/73 questi, tuttavia, è stato parzialmente modificato
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proceduralmente dal D.P.R. 461 del 29/10/2001: «Regolamento recante semplificazione dei procedimenti per il riconoscimento della dipendenza delle infermità da causa di servizio, per la concessione della P.P.O. e dell’Equo Indennizzo, nonché per il funzionamento e la composizione del Comitato delle P.P.O.», nel quale sono reperibili le nuove modalità da mettere in atto. Pertanto, in ossequio all’art. 2 del suindicato decreto egli doveva: • presentare domanda. Questa, al momento del congedo, andava presentata al proprio ultimo Ente di servizio per il riconoscimento di tale tipologia pensionistica in relazione alle infermità già riconosciute dipendenti da causa di servizio e per le quali era stato, fra l’altro, percepito il relativo Equo Indennizzo. Gli fece notare, altresí, che qualora tale domanda fosse presentata dopo due anni dal congedamento, la pensione in esame sarebbe stata non da tale data ma dal primo giorno del mese successivo alla presentazione. L’Ente ricevente la domanda provvedeva, quindi, ad allegarvi tutta la documentazione attestante la e/o le malattie già dipendenti da causa di servizio, i relativi decreti di Equo Indennizzo, lo Stato di Servizio aggiornato, i verbali delle CC.MM.OO. e quant’altro necessario all’espletamento della pratica, per il successivo inoltro alla competente C.M.O. territoriale. • Effettuare visite mediche. La C.M.O., ricevuta la suindicata domanda, lo avrebbe invitato per sottoporlo ad idonei accertamenti sanitari per la stesura del relativo Processo Verbale di riconoscimento della pensione in argomento, con contestuale successivo invio all’Ente che aveva inoltrato la domanda. Al termine di tale procedura quest’ultimo avrebbe provveduto, a sua volta, a trasmettere la documentazione sanitaria di cui sopra alla Direzione Generale delle pensioni militari, del collocamento al lavoro, dei volontari congedati e della Leva (PREVIMIL), deputata all’approvazione nonché alla emissione del relativo Decreto Ministeriale di concessione. In base alle indicazioni fornite dalla C.M.O. periferica, questa concessione poteva essere attribuita: per anni quattro, o a vita se iscritta a una delle categoria della Tabella «A», annessa alla L. 834/80. Nel caso di concessione quadriennale, alla naturale scadenza, su input del Ministero, sarebbe stato risottoposto dalla C.M.O. a nuovi riscontri specialistici e conseguente nuovo iter, simile a
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quello iniziale, con PREVIMIL per il definitivo Decreto di concessione a vita di tale trattamento pensionistico. Oltre a quanto su esposto, gli rappresentò anche la facoltà di poter avanzare ulteriore richiesta di riconoscimento di infermità per cause di servizio riscontrate dopo il congedo. In tale ipotesi, il limite temporale per il riscontro era di cinque anni dalla data del congedo, elevabile a dieci anni per invalidità derivante da infermità ad eziopatogenesi non definita o idiopatica. In tal caso la P.P.O. veniva concessa d’ufficio qualora, ovviamente, fosse riconosciuta dipendente da causa di servizio. Fu messo a conoscenza, ancora, che all’atto del Decreto definitivo di attribuzione della P.P.O., se-
condo quanto previsto dalla legge, per le malattie per le quali aveva percepito l’Equo Indennizzo avrebbe dovuto restituire il 50% di quest’ultimo mediante trattenute mensili sul medesimo trattamento economico, pari ad un decimo del suo ammontare. A completamento dell’iter suindicato, alquanto farraginoso, non rimaneva che aspettare, aspettare e ancora aspettare!!! Attesa che, come è notorio, gli evidenziò l’omino, si appalesava alquanto lunga dal momento che PREVIMIL per poter emettere il Decreto di P.P.O. aveva bisogno del relativo Decreto di Pensione Ordinaria. L’elaborazione di quest’ultimo, a cura del C.A.E.I. di Roma, poteva richiedere un lasso di tempo più o meno lungo a seconda delle sottoindicate varie posizioni di stato assunte all’atto della cessazione dal servizio: • congedo assoluto: •• personale dirigente equiparato: nell’arco dell’anno di congedamento; •• personale parametrizzato: alla definizione della vigenza contrattuale;
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• riserva: •• a domanda: vale quanto detto al precedente primo alinea; •• per motivi sanitari: il Decreto può essere emesso trascorso un periodo analogo previsto di permanenza per gli Ufficiali collocati in ausiliaria. Per coloro i quali invece rinunciano al beneficio di cui all’art. 56 del D.P.R. 1092/73 vale quanto detto alla precedente lett. a. primo alinea; • ausiliaria: attualmente il periodo è statuito in cinque anni, per cui il Decreto di Pensione Ordinaria può essere emanato solo a tale scadenza. Emesso, finalmente, tale Decreto lo stesso andava poi sottoposto al vaglio della Ragioneria, quale organo di controllo, nonché successivamente anche a quello della Corte dei Conti. Dopo il visto della Ragioneria, per il quale mediamente occorre circa un anno, il provvedimento di che trattasi veniva indirizzato a PREVIMIL. Con l’acquisizione di tale Atto di Stato la suindicata D.G. dava inizio alla procedura per la lavorazione, come già suaccennato, del conseguente Decreto di P.P.O. che a sua volta, similmente a quello di pensione ordinaria, andava inviato al controllo della Ragioneria e Corte dei Conti con conseguenti lunghi tempi canonici. Tuttavia l’omino gli fece altresí presente che, per addivenire alle aspettative del personale, la stessa D.G., su esplicita domanda di coloro che avevano già ottenuto l’Equo Indennizzo per le malattie riconosciute dipendenti da causa di servizio, poteva autorizzare, in base alla circolare n. 1000/282/468/87/D.G. del 25 luglio 1994 di DIFEPENSIONI a tutt’oggi in vigore, quale trattamento pensionistico privilegiato, il pagamento a titolo provvisorio dell’aumento del decimo della pensione ordinaria. Al termine della lunga e angosciosa disquisizione il povero pensionato lasciò quel luogo più avvilito e amareggiato che mai. Si stava lentamente rendendo conto di quanto fosse aggrovigliata la burocrazia amministrativa. La notte non riusciva a prendere sonno. Veniva tormentato dagli incubi, si vedeva all’interno di una fitta giungla avviluppato da lunghe liane che volevano soffocarlo e dalle quali non riusciva a liberarsi. Su ogni liana che gli si attorcigliava addosso c’era una scritta: P.P.O., decreto, domanda, Equo Indennizzo, pensione, Ragioneria, Corte dei Conti, autorizzazione provvisoria, ecc.. Con uno sforzo disumano, madido di sudore,
riuscí finalmente ad emergere da quell’incubo gridando. Nel girarsi urlò di nuovo alla vista della moglie che, svegliatasi a sua volta terrorizzata, lo guardava con gli occhi sbarrati ed i bigodini che le si erano rizzati in testa dalla paura. Ripresosi, rassicurata alquanto la moglie, mentre andava a bere un po’ d’acqua rifletteva sul fatto che neanche alla testa del suo ex reggimento carri sarebbe riuscito a battere la giungla burocratica. Lui, che per anni aveva pianificato (a tavolino) strategici e vittoriosi piani di battaglia, si doveva alla fine piegare sconfitto da un elefantiaco mostro di carta. Rassegnato ritornò a letto dove la moglie, poveretta, stava ancora tremando dallo shock. Dopo qualche tempo fu convocato dalla C.M.O. della sua circoscrizione per l’espletamento delle iniziali fasi per il riconoscimento della P.P.O. in argomento. In tale circostanza poté constatare l’accurata rispondenza di quanto gli era stato evidenziato da quell’omino, che tutto sommato cominciava a diventargli un po’ simpatico, con le procedure tecniche sul campo. Ebbe termine, così, il periglioso viaggio che il nostro povero pensionato, seguendo un sogno millenario, come novello Ulisse, aveva suo malgrado intrapreso nel tempestoso mare di leggi, leggine e direttive varie alla disperata ricerca della «conoscenza», consapevole che, come recita un antico detto arabo, «la paura del mondo è il tempo». Nel concludere questo excursus , più o meno tecnico, che volutamente è stato esposto in maniera meno drammatica possibile, si ringrazia chi ha avuto la pazienza di leggerlo fino in fondo senza eccedere in sbadigli o, peggio ancora, senza averlo cestinato. Nel rammentare che ogni riferimento a fatti, nomi e concause è meramente casuale (!!!), si prega di astenersi da applausi e/o ringraziamenti stante la materia trattata di poco interesse (forse!!!). Infatti, il presente scritto non ha nessuna velleità editoriale, orbato com’è di voli pindarici di alto spessore strategico (sic), ma va considerato nella sua semplicità come una amena (???) lettura per pensionati senza sofferenza cardiaca, in poltrona e pantofole, scevra altresì di elementi critici atta a fornire una anamnesi sintetica delle complesse e poco note (ai più) vicende burocratiche post servizio. Alessandro Germanà Pistone Generale di Brigata (aus.)
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LO SBARCO IN SICILIA Tre eventi particolari Prosegue la collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università «Cesare Alfieri» di Firenze, in particolare con gli allievi del corso di storia militare della Professoressa Carla Sodini. In questo numero proponiamo tre episodi particolarmente interessanti della campagna di Sicilia del 1943, che vide contrapposte le forze Alleate alle esigue forze dell’Asse. I tre argomenti sono estratti da una Tesi di Laurea di Storia Militare dal titolo: «Le Operazioni militari collegate allo sbarco in Sicilia».
LA BATTAGLIA DI GELA La controffensiva sulla testa di sbarco di Gela fu pianificata sin dal pomeriggio del 10 luglio; il Generale Rossi, Comandante del XVI Corpo d'Armata, diede disposizioni al Generale Chirieleison, Comandante della Divisione «Livorno», e al Generale Conrath, Comandante della Divisione «Goering», affinché eseguissero contemporaneamente un attacco «a testa bassa». La Divisione «Livorno», con i resti del Gruppo mobile E, avrebbe attaccato a ovest della statale n. 117 (vedi cartina), mentre la «Goering» ad est, in maniera da isolare la testa di sbarco dalle spiagge («manovra a tenaglia»). La fase di avvicinamento alle basi di partenza per il contrattacco del mattino seguente non fu affatto facile; difatti sia i reparti della «Goering», che provenivano da Caltagirone e Niscemi, sia i reparti della «Livorno», provenienti da San Cataldo (vicino Caltanissetta), subirono pesantissimi bombardamenti e mitragliamenti aerei che causarono loro ingenti perdite. L'aviazione fu totalmente assente lungo tutto il percorso di avvicinamento e le truppe dell'Asse si mossero senza la minima copertura. Il mattino seguente, mentre le truppe statunitensi arrancavano nelle spiagge di Gela, anch'esse prive della copertura aerea - le squadriglie da caccia non poterono decollare da Malta e Pantelleria a causa della nebbia - alle ore 06.15, come previsto, il Generale Conrath lanciò all'attacco le sue tre colonne. Nel frattempo il Generale Chirieleison, che non aveva avuto nessun contatto con Conrath e non aveva avuto alcuna notizia della Goering, decise di rinviare di un'ora e un quarto l'offensiva. Questa deficienza delle vie di comu-
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nicazione telefoniche e radio sarebbe stato un aspetto costante, soprattutto nel campo italo-tedesco, durante tutti i 48 giorni di invasione. Il contrattacco italo-tedesco risultò così totalmente scoordinato e perse l'effetto «tenaglia» che avrebbe isolato le truppe americane in grande difficoltà. Una sola colonna della «Livorno», quella del Tenente Colonnello Leonardi, che si trovava più a contatto con la «Goering», vedendo che i tedeschi avevano iniziato l'attacco, prese ad avanzare di sua iniziativa. Nonostante fossero privi di qualsiasi copertura aerea e di artiglieria il loro attacco fece indietreggiare gli americani fino alle porte di Gela. Ma ben presto, intorno alle 09.20 entrò in azione contro di loro anche l'artiglieria navale con i suoi grossi calibri; e non ci fu niente da fare. Il Tenente Colonnello Leonardi scrisse: «Fu questo il momento più grave della lotta, che causò la decimazione quasi della 10a compagnia. In breve, il terreno fu seminato di morti e feriti e la 10a compagnia rimase senza Ufficiali e con pochi uomini». I soldati della colonna Leonardi si batterono con ardore e coraggio; alle 11.00 riuscirono persino a sfondare la seconda linea americana, finché il loro impeto non finì per mancanza di uomini. Mentre la 10a compagnia teneva testa presso Monte Castelluccio alle truppe statunitensi, i carri armati della «Goering», dopo aver travolto i primi avamposti nemici, conversero verso la pianura in direzione delle teste di sbarco americano. Nonostante l'intenso fuoco da parte dell'artiglieria navale, i carri armati della «Goering» apparvero inarrestabili: alle 11.30 sembrava che l'offensiva fosse andata a buon fine, tanto da costringere il Generale Patton, secondo alcune fonti, a diramare
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l'ordine di reimbarco (ma gli americani hanno sempre negato che questo messaggio fosse stato diramato). Fu proprio a questo punto che la situazione volse al peggio per i difensori; gli americani riuscirono a sbarcare un buon numero di pezzi di artiglieria che subito aprirono il fuoco contro i carri armati tedeschi, che si trovavano già in prossimità della spiaggia. Alle ore 14.00 un terzo della forza della «Goering» fu distrutta e Conrath si decise a interrompere l'attacco. Nel frattempo la colonna del Colonnello Mona, che stava convergendo verso la «Goering», fu costretta a fermarsi di fronte ai carri armati ameri-
cani appena sbarcati a Licata. Anche il Generale Chirieleison, data l'impossibilità di avanzare, passò a posizioni di difesa. La controffensiva era fallita e la «Livorno» uscì distrutta dalla battaglia; nella battaglia di Gela morirono 214 Ufficiali e 7 000 tra Sottufficiali e truppa su 11 400 effettivi. Alla «Goering» andò meglio, i morti furono 630 su un totale di 8 739 effettivi. Molto si è dibattuto sulla battaglia di Gela e sull'utilità di operare tale attacco. Come già accennato anche il Generale Guzzoni era convinto che fosse inutile reagire contro un nemico di cui si conosceva la notevole superiorità
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Il Generale Patton e il Tenente Colonnello Lyle Bernard, quest’ultimo Comandante del 30° reggimento di fanteria statunitense, ripresi nelle vicinanze di Brolo.
e la poderosa protezione delle sue artiglierie navali; era proprio opportuno attaccarlo in maniera così frontale e senza appoggio aereo? Si deve comunque considerare che l'esito fallimentare del contrattacco su Gela fu dovuto soprattutto alla non prevista precisione del tiro navale alleato. Il bombardamento navale riuscì a sopperire all’iniziale mancanza in campo americano di aerei tattici, di mezzi corazzati e di cannoni anticarro. Anche a proposito di questa vicenda viene spontaneo chiedersi quale sarebbe stato l'esito della battaglia se la flotta americana avesse trovato l'opposizione della Regia Marina italiana e non avesse potuto agire indisturbata. L'AVANZATA INGLESE SU CATANIA. LA BATTAGLIA DI PRIMOSOLE Nel frattempo Montgomery, deciso ad aprire un corridoio di penetrazione verso Catania, decise di lanciare solamente il 2° battaglione della 1° Brigata inglese (composto da 1 800 uomini), i «Diavoli Rossi», per conquistare il Ponte di Primosole, che avrebbe consentito di attraversare il fiume Simeto, situato a meno di dieci chilometri da Catania. Montgomery voleva occupare immediatamente Catania, il suo porto, l'aeroporto e i campi di
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aviazione limitrofi, in modo da poter rifornire direttamente i soldati della prima e della seconda linea per la successiva avanzata verso Messina. La conquista del ponte di Primosole era indispensabile e il Generale inglese intendeva raggiungere l'obiettivo già la sera del 14. Come era avvenuto con Ladbrock , anche questa operazione aerea - denominata «Fustian» fu quasi un fallimento; quando gli alianti Waco e Horsa dei parà inglesi giunsero nei pressi delle coste siciliane, le stesse contraeree alleate cominciarono a sparare sui velivoli. Il risultato fu che molti alianti furono abbattuti o danneggiati; molti parà si dispersero nell'entroterra e soltanto in 12 Ufficiali e 283 paracadutisti riuscirono a raggiungere l'obiettivo. Nonostante le difficoltà, i pochi che giunsero a destinazione riuscirono a impossessarsi per primi del ponte di Primosole, ma in quelle condizioni sarebbe stato molto difficile rispondere ai contrattacchi tedeschi. I «Diavoli rossi» si trovarono di fronte il Gruppo «Schmalz», a cui avrebbero dovuto aggiungersi i paracadutisti tedeschi del 3° reggimento della 1a Divisione, i cosiddetti «Diavoli verdi». Ma il Colonnello Heilmann con i suoi parà si rifiutò di indietreggiare da Lentini, ritardando di ben tre giorni il suo arrivo a ovest di Primosole (arrivò solo il 17), lasciando gli uomini di Schmalz a combattere da soli. Dal momento del suo arrivo in Sicilia, i rapporti tra Heilmann e Schmalz furono molto freddi; Heilmann non tollerò mai il fatto che i suoi paracadutisti specializzati fossero sotto il Comando di un piccolo gruppo di soldati, come quelli del Gruppo «Schmalz», per questo decise di fare di testa sua. Nel pomeriggio del 14 luglio iniziarono i primi durissimi scontri tra i «Diavoli rossi» e i soldati del Gruppo «Schmalz»; gli inglesi, dopo un vano tentativo di avanzata, dovettero ritirarsi sulle colline a sud del ponte. Le posizioni tedesche a difesa del ponte erano consolidate e ben presto gli inglesi si resero conto che sarebbero stati sopraffatti, se non addirittura catturati; alle 18.30, dopo sole sedici ore in mano dei parà inglesi, il ponte di Primosole venne ceduto ai tedeschi. Montgomery si rese subito conto che non sarebbe stato possibile conquistare il ponte Primosole in soli due giorni e così ordinò alla 50 a Divisione di fanteria, che si trovava nei pressi di Lentini, di raggiungere la 1a Brigata di paracadutisti. Dopo due giorni di feroci combattimenti uomo contro uomo, durante la notte del 17 luglio, gli
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inglesi riuscirono a rompere la strenua difesa dei parà del Colonnello Helmann, nel frattempo giunti a dar man forte al Gruppo «Schmalz». I tedeschi a quel punto non poterono far altro che indietreggiare verso Catania. Alla fine della battaglia di Primosole gli inglesi persero circa 150 uomini, i tedeschi più del doppio; per capire quale fosse stato il coraggio e l'ardore dei soldati tedeschi basta scorrere le pagine del «Times» di Londra, che il 23 agosto, a proposito della battaglia di Primosole, scrisse: «Erano truppe di alta qualità, di un coraggio fantastico. Combattere contro di esse fu un insegnamento per ogni soldato». Anche Montgomery fu costretto ad ammettere che la battaglia di Primosole «è stata una delle più difficili che io abbia mai combattuto ... è stato veramente un sanguinoso e mortale combattimento». Lo storico Carlo D'Este sostiene che la prudenza di Montgomery fu assolutamente eccessiva; secondo lui se il Generale inglese avesse deciso di utilizzare l'intera 1a Brigata paracadutisti, invece di un solo battaglione, coadiuvata da una consistente forza di fanteria, il Ponte di Primosole avrebbe potuto essere conquistato già la notte del 14 luglio e la campagna di Sicilia sarebbe stata vinta in soli dieci giorni dato che i tedeschi, a quel punto, non avrebbero più avuto il tempo per organizzare un’efficiente linea difensiva ai piedi dell'Etna. La conquista di Catania sarebbe stata lenta e faticosa. GLI «INCIDENTI» DI BISCARI Uno degli episodi più spiacevoli e più tristi della campagna di Sicilia fu il duplice eccidio americano di prigionieri italiani nei pressi di Biscari, la mattina del 14 luglio. Quando la 45 a Divisione statunitense del Generale Middleton giunse nei pressi dell'aeroporto di Biscari, lungo la statale 115, incontrò una durissima resistenza da parte della Divisione «Goering» e da un piccolo gruppo di cecchini italiani. Per i soldati americani, che erano al «battesimo di fuoco» (ancora non avevano mai combattuto), fu molto difficile avere la meglio sugli esperti soldati tedeschi e italiani. In tarda mattinata la compagnia «A» della 45a Divisione catturò 45 soldati italiani e tre tedeschi; il Sergente H. T. West ricevette l'ordine di condurre 37 di loro nelle retrovie per farli inter-
Il Generale Bernard Montgomery in Sicilia.
rogare dal servizio informazioni del reggimento. A un certo punto però, lungo il percorso in direzione di Acate, West si fece dare da un soldato un mitragliatore e li uccise uno per volta. Stessa sorte toccò a 36 soldati italiani che, sempre il 14 luglio, si arresero alla compagnia «C» della 45a Divisione; come il suo collega, anche il Capitano John T. Compton, senza attendere ordini superiori, ordinò l'uccisione di tutti i prigionieri. I loro corpi vennero lasciati nel mezzo di una strada. Entrambi i massacri non passarono inosservati. Il Comandante del Corpo d'Armata, Generale Bradley, ne venne a conoscenza il giorno seguente e subito informò il Generale Patton. Il Comandante della settima Armata minimizzò l'accaduto; la reazione di Bradley fu invece esattamente opposta: West e Compton furono deferiti davanti alla Corte Marziale, con l'accusa di omicidio premeditato di 73 prigionieri di guerra. West fu condannato all'ergastolo, ma senza l'aggravante della degradazione; fu rilasciato dopo meno di un anno e, dopo essersi arruolato nuovamente nell'Esercito, combatté in Normandia dove perse la vita. Il Capitano Compton, invece, fu prosciolto dall'accusa. Marco Fusaro
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LA MIA ESPERIENZA IN AFGHANISTAN Una giornata in pattuglia con l’Esercito Italiano. La testimonianza del Capitano Matteo Epifani L’immagine scattata dal satellite statunitense è chiara e inequivocabile. Dall’alto sembra solo un rettangolo ma i sensori termici della lente evidenziano un cambiamento anomalo dello spettro, in quel punto che dovrebbe ospitare solo acqua e sassi. Si tratta di nitrato d’ammonio, un composto chimico impiegato anche come fertilizzante ma che, opportunamente trattato, può essere utilizzato per confezionare ordigni esplosivi. È un cachée, un deposito occultato sotto il letto del fiume Farah Rud e deve essere sequestrato! Sabato 25 luglio 2009, il sole è già alto alle sei e trenta quando iniziamo il movimento verso il distretto di Bala Boluk. Villaggi di case ammassate, costruite con paglia e fango, si susseguono, per una decina di chilometri, tra la famigerata Route 517 e il fiume che assegna il nome alla regione, il Farah Rud. Campi sterminati di papavero da oppio, piantagioni di marijuana e canali d’irrigazione artificiali, rendono particolarmente ardua la circolazione, costringendoci a utilizzare spesso gli stessi itinerari. Lì, tra quelle case, si nascondono i
più pericolosi leader degli insorti dell’area sotto la responsabilità del contingente italiano. Lì vengono pianificati gli attentati alle forze di sicurezza afghane e alle truppe di ISAF che sono qui in loro supporto. Lì sono stati confezionati i terribili ordigni le cui esplosioni hanno coinvolto la mia compagnia tra maggio e luglio, senza mai riuscire a infliggere perdite tra i miei uomini. Solo il 14 luglio non si è riusciti a evitare il peggio e il 1° Caporal Maggiore Alessandro Di Lisio, accortosi della presenza di un’anomalia nel manto stradale, nel tentativo di salvare i propri colleghi, non è riuscito a mettersi al riparo ed è stato investito da un’esplosione che non dimenticherò mai per tutta la mia vita, un’esplosione causata, sembrerebbe, da nitrato d’ammonio. Noi abbiamo il dovere di aiutare i colleghi afghani a impedire che altre vite umane siano messe in pericolo. Muoviamo a bordo dei «Dardo», veicoli cingolati da combattimento, e a bordo dei «Lince», mezzi ruotati, recentemente dotati di una torretta Hitrole Light a controllo remoto, concepiti per resistere a quella che è considerata come la minaccia più probabile e più pericolosa, gli IED (Improvised Explosive Devices). Confezionati artigianalmente, mascherati utilizzando immondizia, sassi o oggetti comunemente presenti lungo le strade oppure interrati sotto il manto stradale, gli ordigni esplosivi improvvisati possono essere attivati mediante cavo, oppure via radio, o ancora con una combinazione di entrambi. Dopo circa un’ora di strada, attraversiamo il villaggio di Gerani, che pochi mesi prima era stato teatro di un aspro combattimento tra le forze statunitensi e gli insorti. La situazione appare tranquilla, la gente è come al solito per strada e qualche bambino accenna un timido saluto. Arriviamo sul letto del fiume Farah Rud e ci disponiamo in modo da garantire una cornice di sicurezza a 360°, all’interno della quale ricercheremo il deposito. Non appena Il Capitano Matteo Epifani.
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scendiamo si scatena l’inferno. Non riesco subito a capire cosa stia accadendo poiché, in una manciata di secondi, avverto diverse esplosioni in lontananza, susseguite dall’impatto di quattro ordigni a poche decine di metri dalla mia posizione. Colonne d’acqua schiumosa, una pioggia di sassi e nulla più. Tutti reagiscono prontamente urlando «Attivazione! Attivazione!» e, proprio mentre attraverso una lingua d’acqua profonda poco più del mio stivaletto da lancio, con la mia personal role radio (PRR) H4855, tento di ripristinare il contatto radio con i miei uomini, ma è inutile perché uno di loro non smette di gridare «Ferito! Ferito!». Sposto la mia PRR sulla frequenza di riserva nella convinzione che anche i miei uomini facciano altrettanto. L’adrenalina ha ormai già accelerato ogni mia percezione e sembra che il tempo vada a rallentatore. Entro nel «Lince» di slancio, impugno il microtelefono della radio veicolare e immediatamente richiedo un rapporto di situazione da tutti i miei Comandanti di plotone e di squadra per capire chi è il ferito, quali siano le sue condizioni e quale sia la sua posizione: mi comunicano solo il nome. Faccio mente locale e parto con la mia squadra e con il team di soccorso medico verso la posizione del «Dardo» su cui viaggiava il soldato
VCC «Dardo» e VTLM «Lince» in Afghanistan.
colpito. Una colonna di fumo bianco mi segnala inequivocabilmente il punto: anche il «Dardo» era stato colpito. Il conduttore del mezzo compie una manovra tra le case portandosi a ridosso di un muro, per tentare di avere almeno un lato riparato. Non facciamo in tempo a raggiungere quella posizione che un’altra bomba esplode a pochi metri da noi, alzando una nube di polvere e proiettando schegge e sassi in tutte le direzioni. Scorgo alcuni individui correre sui tetti di un edificio a circa cento metri dalla nostra posizione. Si fermano, si girano verso di noi e il primo, che imbraccia un AK 47, fa partire una raffica mentre l’altro estrae un lanciarazzi e se lo porta sulla spalla. Premo il PTT (Push-To-Talk) della mia PRR e ordino al mitragliere di aprire il fuoco verso la minaccia. I colpi battono il muro immediatamente sotto la posizione degli insorti che si mettono in fuga. Per radio riesco finalmente a capire che il «Dardo» colpito è ancora in grado di muovere e ordino di arretrare immediatamente. Passano pochi istanti e il Comandante del plotone mi comu-
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VTLM «Lince» di cui uno con la nuova protezione per il mitragliere.
nica sulla maglia radio principale che il «Dardo» è in una posizione coperta al tiro diretto e finalmente posso distaccare il team medico per soccorrere il ferito. Ordino di aprire il fuoco per coprire il movimento del mezzo di soccorso, ma da un cespuglio parte un razzo che impatta nelle immediate vicinanze del nostro veicolo, così afferro il mitragliere e lo tiro giù all’interno dell’abitacolo. «Ci vedono! Dobbiamo cambiare posizione! Entra in quel gruppo di case e tieniti vicino ai muri! Vai! Vai!» ordino al conduttore. Non appena iniziamo il movimento sul mio finestrino impattano in rapida successione almeno tre colpi che incrinano leggermente il vetro esterno. Entriamo nel cortile di un’abitazione apparentemente disabitata. «Ci stanno osservando, dobbiamo metterci al riparo! Accostati alla casa e scendiamo!». Non riesco neanche a finire la frase che una pioggia di colpi ci investe. Esco dal mezzo e striscio verso l’interno dell’abitazione.
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In una frazione di secondo siamo tutti dentro l’edificio. Siamo a pochi metri gli uni dagli altri ma utilizziamo comunque le PRR per fare meno rumore possibile. I miei soldati stanno bene e il mezzo, di fronte a noi, è ancora in moto nonostante i colpi ricevuti. Devo chiedere i rinforzi. Cambio canale e mi metto sulla frequenza interna del secondo plotone. Mi riceve subito il Comandante del plotone che mi comunica le condizioni stabili e non gravi del ferito; la richiesta d’evacuazione medica è già partita e lui è pronto a venire in nostro supporto. Passano pochi minuti e tutto intorno a noi inizia a tremare ma, per la prima volta in quel giorno, un sorriso si accende sui nostri volti simultaneamente: sono i «Dardo» del secondo plotone che sbucano dall’angolo della strada a tutta velocità. Sono arrivati per tirarci fuori. Matteo Epifani Capitano, già Comandante della compagnia «Charlie» dal 19 marzo al 5 ottobre 2009 RC-West Task Force South Farah
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te la dottrina e le esperienze maturate sul campo nel corso della Guerra d’Algeria.
Riflettori sulla crisi yemenita, di Antonio Picasso (pag. 4). Un Paese con forti elementi di instabilità interna a cui si aggiunge una critica posizione geografica: la vicinanza della Somalia, posta di fronte, e il Mar Rosso con il problema della pirateria. Ma la preoccupazione maggiore deriva dalla presenza sul territorio yemenita di un’attiva cellula qaedista, alimentata dalla conflittualità locale e dalla povertà. Diverse sono le linee d’azione della Comunità internazionale per aiutare questo Paese, che versa in una situazione a dir poco drammatica, a intraprendere un cammino di normalizzazione. Pianeta Afghanistan, di Daniele Cellamare (pag. 14). Punto di incontro delle tre grandi regioni fisiche e culturali che oggi ne delineano i confini, dall’altopiano iranico ad ovest, dalle steppe turaniche a nord e dal subcontinente indiano a sud-est. Soggetto alle invasioni dei popoli provenienti da queste aree, ha fortemente risentito delle loro influenze e sino al XVIII secolo il suo territorio è rimasto diviso tra le regioni più fertili e popolate che lo circondano. Il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito, di Antonio Dibello (pag. 26). La scelta del personale candidato a far parte di un’organizzazione, in maniera temporanea o permanente, costituisce un momento di massima importanza e delicatezza proprio perché ai risultati di questa attività sono legate l’efficienza e le potenzialità dell’organizzazione stessa. Con i provvedimenti legislativi approvati a partire dal 1995 le Forze Armate, e l’Esercito in particolare, hanno dato un impulso straordinario alla professionalizzazione tale da portare ad adottare, senza eccessivi traumi, la sospensione della leva. Per la selezione del proprio personale l’Esercito individuò nel 1996 la caserma «Ferrante Gonzaga del Vodice» in Foligno (Perugia), costituendovi il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito (CSRNE), Ente deputato allo svolgimento dei concorsi per il reclutamento di tutto il personale che chiede di entrare a far parte dell’Esercito per più di un anno. «Contro-rribellione»: la dottrina francese, di Giosuè Tortorella (pag. 34). Con i recenti conflitti in Iraq e Afghanistan si è riproposta, per l’Esercito francese, la necessità di rielaborare le modalità operative a livello tattico della contro-ribellione. Di grande ausilio sono sta-
il contributo degli antropologi alle Peace Supporrt Operration ns di Chiara Galli (pag. 44). L’antropologia culturale può rivelarsi utile per il personale in partenza per i teatri operativi, in quanto fornisce una conoscenza degli usi e dei costumi dei popoli. Può anche avere una possibile funzione operativa all’interno del processo decisionale che i Comandanti utilizzano al fine di decidere strategie e condotte per l’assolvimento del compito assegnato in teatro. L’Armata rossa in Afghanistan: analisi di una sconfitta, di Gianluca Bonci (pag. 52). L’invasione dell’Afghanistan, il 24 dicembre 1979, da parte dell’Unione Sovietica segnò, inconsapevolmente, l’inizio di un progressivo declino che portò il regime comunista al collasso. L’Armata Rossa, all’epoca considerata come il più potente Esercito del mondo, fu bloccata sulle montagne afghane da un pugno di guerriglieri islamici male armati, ma determinati a conseguire la vittoria finale in uno scontro ideologico e militare senza quartiere. Questo articolo non si limita a una mera elencazione cronologica dei fatti, ma vuole presentare l’organizzazione, le tecniche e le tattiche impiegate dall’Armata Rossa, nel tragico decennio afghano, fornendo approfondimenti sugli errori tattici e operativi commessi che contribuirono in modo determinante alla sconfitta finale. Pianificazione strategica: priorità e criticità, di Angelo Ionta (pag. 80). Ogni Comandante è un pianificatore. È vero. Gli eroi della storia, i condottieri, Comandanti per eccellenza, si distinguevano per intelligenza, carattere e genialità, le tre potenze dell’animo. Lo «scherzo» della selva, di Giuliano Da Frè (pag. 90). Un alone di mistero circonda il personaggio di Marco Celio, Capo della XVIII Legione, caduto nella battaglia di Teutoburgo in circostanze tuttora ignote. Sullo sfondo delle guerre romano-germaniche si erge la figura di questo valoroso Ufficiale, la cui disciplina, capacità tecnica, destrezza militare furono il cuore delle legioni romane. Il Generale Stefanik e i legionari cecoslovacchi nella Grande Guerra, di Giovanni Bucciol (pag. 104). Hanno dato un contributo notevole alla vittoria finale nella Prima guerra mondiale i legionari di etnia ceca e slovacca, arruolati dal Governo italiano tra i prigionieri e i disertori degli Asburgo, dopo un lungo periodo di ripensamento. Fondatore e maestro di quel Corpo d’Armata di volontari è stato il Generale Milan Rastislav Stefanik, slovacco naturalizzato francese, morto a 39 anni in un incidente aereo, mentre tornava in Patria per risolvere grossi problemi inerenti la giovane Cecoslovacchia.
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level. The doctrine and experience matured on the field during the War in Algeria were of great help.
Spotlight on the Crisis in Yemen, by Antonio Picasso (p. 4). A Country with strong elements of internal instability in addition to a critical geographic position: the closeness of Somalia, located in front of it, and the Red Sea with the piracy problem. But the biggest concern comes from an active presence on the Yemenite territory of an active al-Qaeda cell fed by local conflicts and by poverty. There are different lines of action of the international community aimed at helping this Country, which is facing a dramatic situation to say the least, to undertake a process of normalization. Planet Afghanistan, by Daniele Cellamare (p. 14). Meeting point of three major physical and cultural regions that today delineate its boundaries: the Iranian plateau to the west, the Turanian steppes to the north and the Indian subcontinent to the southeast. Subject to the invasions of peoples coming from these areas, Afghanistan was greatly affected by their influences and until the eighteenth century its territory has remained divided among the more fertile and populated surrounding regions. The National Selection and Recruitment Centre of the Army, by Antonio Dibello (p. 26). The selection of the personnel candidate to be part of an organization on a temporary or permanent basis, is an extremely important and delicate moment, precisely because the results of this activity are related to the efficiency and potential of the organization itself With the legislative measures adopted since 1995 the Armed Forces, and the Army in particular, have given an extraordinary impetus to professionalization, which has lead to adopt the suspension of conscription without excessive traumas. For the selection of its personnel and the conduct of the relevant competitions, in 1996 the Army chose the «Ferrante Gonzaga del Vodice» barracks in Foligno, in the province of Perugia, establishing the Centre for National Selection and Recruitment of the Army (CSRNE), a Body charged with the conduct of the competitions for the recruitment of all personnel who ask to join the Army for more than a year. «Counterinsurgency»: The French Doctrine, by Giosuè Tortorella (p. 34). With the recent conflicts in Iraq and Afghanistan, the French Army was compelled to revise the operating procedures of counterinsurgency at tactical
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The Contribution of Anthropologists to Peace Support Operations, by Chiara Galli (p. 44). Cultural anthropology can be useful for personnel leaving for the operational theatres, because it gives an understanding of the habits and customs of peoples. It may also have a possible operational function within the decision-making process used by the Commanders to decide strategies and conducts in order to carry out the assigned task in the theatre. The Red Army in Afghanistan: Analysis of a Defeat, by Gianluca Bonci (p. 52). The invasion of Afghanistan by the Soviet Union on December 24 1979, unwittingly marked the beginning of a progressive decline that led to the collapse of the Communist regime. The Red Army, at that time considered the most powerful in the world, was blocked on the Afghan mountains by a handful of Islamic guerrillas, ill-armed but determined to achieve the final victory in an ideological and military struggle with no quarter. This article is not limited to a mere chronological listing of events, but intends to present the organization, techniques and tactics used by the Red Army during the tragic Afghan decade, providing insights on the tactical and operational mistakes which significantly contributed to its final defeat. Strategic Planning: Priorities and Criticalities, by Angelo Ionta (p. 80). Every Commander is a planner. It is true. The heroes of history, the condottieri, Commanders par excellence, distinguished themselves for their intelligence, character and genius, the three powers of the soul. The «Joke» of the Forest, by Giuliano Da Frè (p. 90). An aura of mystery surrounds the figure of Marcus Celius, leader of the XVIII Legion, killed in the battle of Teutoburg in circumstances still unknown In the background of the Roman-Germanic wars, stands up the figure of this brave officer, whose discipline, technical ability and military skill were the heart of the Roman legions. General Stefanik and the Czechoslovak Legionaries in the First World War, by Giovanni Bucciol (p. 104). The legionaries of the Czech and Slovak ethnic groups, enlisted by the Italian Government among the prisoners and soldiers who deserted from the Hapsburgs after a long period of second thoughts, gave a significant contribution to the final victory in the First World War. Founder and master of that Corps of volunteers was General Milan Rastislav Stefanik, a Slovak naturalized French, who died at 39 in a plane crash while returning home to solve a number of big problems in young Czechoslovakia.
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La crise yéménite à la une, par Antonio Picasso (p. 4). Un pays fortement caractérisé par une instabilité interne à laquelle vient s’ajouter une position géographique critique: la proximité de la Somalie, en face, et de la Mer Rouge où sévit le problème de la piraterie. Mais la plus grande inquiétude réside en la présence sur le territoire yéménite d’une cellule active de Al-Qaeda, alimentée par les conflits locaux et la pauvreté. La Communauté internationale a adopté plusieurs lignes d’action visant à aider ce pays à sortir de cette situation dramatique et à s’engager sur le chemin de la stabilisation. Planète Afghanistan, par Daniele Cellamare (p. 14). Point de rencontre des trois régions physiques et culturelles qui en définissent les frontières: le haut plateau iranien à l’ouest les steppes au nord et le sub-continent indien au sud-est. Ayant fait l’objet des invasions des peuples provenant de ces régions, ce pays en a ressenti fortement l’influence et jusqu’au XVIII s son territoire a été divisé entre les régions plus fertiles et plus peuplées qui l’entourent. Le Centre de Sélection et Recrutement National de l’Armée, par Antonio Dibello (p. 26). Le choix du personnel candidat à un poste fixe ou temporaire au sein d’une Organisation représente un moment délicat et important d’autant que c’est de cette opération que dépendront l’efficience et les potentialités de l’organisation même. Dans le cadre des mesures législatives adoptées à partir de 1995 les Forces armées et l’Armée en particulier ont donné un nouvel élan à la professionnalisation, si bien que la suspension du service militaire s’est effectuée sans traumatismes excessifs. Pour la sélection du personnel et l’organisation des concours y relatifs, l’Armée a choisi, en 1996, la caserne «Ferrante Gonzaga del Vodice» à Foligno (Pérouse) y créant à cet effet le Centre National de Sélection et Recrutement de l’Armée (CSRNE), destiné aux concours pour le recrutement de l’ensemble du personnel demandant à entrer dans l’Armée pour plus d’un an. La «Contre-rrébellion»: la doctrine française, par Giosuè Tortorella (p. 34). Face aux conflits récents en Iraq et Afghanistan, le besoin s’est fait sentir, pour l’Armée française, de revoir les modalités opérationnelles sur le plan tactique de la contre-rebéllion. A cet effet, la doctrine et les expériences acquises sur le terrain pendant la guerre d’Algérie, se sont avérées fort utiles. Le concours des anthropologues aux Peace Support Operations, par Chiara Galli (p. 44).
L’anthropologie culturelle peut s’avérer très utile pour le personnel qui s’apprête à partir pour les théâtres opérationnels, d’autant qu’elle fournit des connaissances sur les us et costumes des peuples. Elle peut également jouer un rôle opérationnel dans le cadre du processus de prise de décision de la part des Commandants au moment de définir les stratégies et les conduites nécessaires pour remplir les fonctions attribuées sur les théâtres. L’Armée rouge en Afghanistan: analyse d’une défaite, par Gianluca Bonci (p. 52). L’invasion de l’Afghanistan, le 24 décembre 1979, de la part de l’Union Soviétique, a marqué, sans le vouloir, le début d’un déclin progressif qui a abouti à l’effondrement du régime communiste. L’Armée rouge, considérée alors comme l’armée la plus puissante du monde, fut bloquée sur les montagnes afghanes par une poignée de guerriers islamiques mal armés mais résolus à remporter la victoire finale dans une lutte idéologique et militaire sans quartier. Ne se limitant pas à dresser une liste chronologique des faits, cet article se propose de décrire l’organisation, les techniques et les tactiques de l’Armée rouge pendant la triste décennie afghane, avec des approfondissements sur les erreurs commises, sur le plan tactique et opérationnel, qui contribuèrent de façon déterminante à la défaite finale. Planification stratégique: priorités et points critiques, par Angelo Ionta (p. 80). Tout Commandant est un planificateur. C’est vrai. Les héros de l’histoire, les condottieri, Comandants par excellence, se distinguaient de par leur intelligence, leur caractère et leur génialité: les trois pouvoirs de l’esprit. Le «mauvais tour» de la forêt, par Giuliano da Frè (p. 90). Un halo de mystère entoure le personnage de Marco Celio, Chef de la XVIII Légion, qui trouva la mort à la bataille de Teutoburg dans des circonstances encore inconnues. Dans le théâtre des guerres romanogermaniques, se distingue la figure de cet officier courageux dont la discipline, la capacité technique et l’adresse militaire furent le cœur même des légions romaines Le Général Stefanik et les légionnaires tchécoslovaques dans la Première Guerre mondiale, par Giovanni Bucciol (p. 104). La victoire finale lors de la Première Guerre mondiale a été remportée grâce à la contribution significative des Légionnaires tchèques et slovaques recrutés par le Gouvernement italien parmi les prisonniers et les déserteurs des Habsbourg, après une longue période de réflexion. Le fondateur et le maître de ce corps d’armée de volontaires fut le Général Milan Rastislav Stefanik, slovaque naturalisé français, qui trouva la mort à 39 ans dans un accident d’avion lorsqu’il rentrait dans sa patrie pour résoudre de graves problèmes auxquels devait faire face la jeune Tchécoslovaquie.
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ben sich die im Laufe des Algerienkrieges angewandte Doktrin und die im Feld gesammelten Erfahrungen als besonders wertvoll erwiesen.
Die Yemen-K Krise unter der Lupe, di Antonio Picasso (S. 4). Ein Land mit großer interner Unstabilität, zu der eine geografisch kritische Position erschwerend hinzukommt: die Nähe des gegenüber liegenden Somaliland und das Rote Meer mit dem Problem der Seepiraten. Doch die größte Sorge entsteht durch die Anwesenheit, auf yemenitischem Boden, einer Al Quaida Zelle, deren Handeln durch die lokale Konfliktsituation und durch die Armut geschürt wird. Die internationale Gemeinschaft hat verschiedene Aktionslinien beschlossen um diesem Land, das sich in einer - gelinde gesagt - dramatischen Situation befindet, bei der Wiederherstellung der Normalität zu helfen. Planet Afghanistan, von Daniele Cellamare (S. 14). Schnittstelle dreier großer territorialer und kultureller Regionen, die heute Afghanistans Grenzen bilden, von der iranischen Hochebene im Westen, zu den turanischen Steppen im Norden, zum indischen Subkontinent im Südosten. Den Invasionen durch die Völker dieser Gebiete ausgeliefert, hat es deren Einflüsse sehr stark aufgenommen; bis zum 18. Jahrhundert hatten sich die fruchtbareren und dichter bevölkerten Regionen, die es umgeben, dieses Gebiet untereinander unterteilt. Das Nationale Auswahl- und Rekrutierungszentrum des Heeres, von Antonio Dibello (S. 26). Die Auswahl des Personals, das vorübergehend oder permanent einer Organisation angehören soll, ist ein äußerst bedeutender und sehr heikler Moment, denn gerade von den Resultaten dieses Vorgangs hängen die Effizienz und die Potentialitäten der entsprechenden Organisation ab. Mit den ab 1995 verabschiedeten Vorschriften haben die verbundenen Streitkräfte und insbesondere das Heer, der Professionalisierung einen außergewöhnlichen Impuls gegeben, so weit, dass die Aufhebung der Wehrpflicht nun ohne große Rückschläge bewältigt werden kann. Für die Auswahlverfahren des eigenen Personals und zur Durchführung der entsprechenden Wettbewerbe, hat das Heer 1996 die Kaserne «Gonzaga del Vodice Ferrante» in Foligno (Perugia) auserkoren, und hat dort das Nationale Auswahl- und Rekrutierungszentrum des Heeres (CSRNE) eingerichtet. Dieses Zentrum ist mit der Durchführung der Wettbewerbe beauftragt, die zur Rekrutierung des gesamten Personals dienen, das für eine mehr als einjährige Dienstzeit im Heer kandidiert. «Gegen-A Aufstand»: die französische Doktrin, von Gio suè Tortorella (S. 34). Durch die jüngsten Konflikte im Irak und in Afghanistan entstand für das französische Heer die Notwendigkeit, hinsichtlich des Gegen-Aufstandes, das operative Vorgehen auf taktischer Ebene zu revidieren; diesbezüglich ha-
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Der Beitrag der Anthropologen zu den Peace Support Operations, von Chiara Galli (S. 44). Für das Personal, das zum Einsatz in operativen Schauplätzen entsendet wird, kann sich Kulturanthropologie als sehr hilfreich erweisen, da sie ein Wissen über Bräuche und Traditionen der Völker vermittelt. Des Weiteren vermag sie sich auch als operativ wichtig erweisen, im Rahmen der Entscheidungsprozesse der Befehlshaber, bei der Ausarbeitung von Strategien und Verfahren zur Erfüllung der zugewiesenen Aufgabe. Die Rote Armee in Afghanistan: Analyse einer Nieder lage, von Gianluca Bonci (S. 52). Die Invasion Afghanistans seitens der Sowjetunion, am 24. Dezember 1979, zeichnete unbewusst den Beginn eines schrittweisen Niedergangs, der das kommunistische Regime zum Zusammenbruch führte. Die Rote Armee, die damals als das mächtigste Heer der Welt galt, wurde im Gebirge Afghanistans von einer Handvoll schlecht bewaffneter islamischer Guerriliakämpfer zurückgewiesen, die jedoch absolut entschlossen waren, in einer ideologischen und militärischen Auseinandersetzung den Endsieg davonzutragen. Dieser Artikel beschränkt sich nicht auf die rein chronologische Auflistung der Tatsachen, sondern bemüht sich, die Organisation, die Taktiken und Techniken der Roten Armee vorzustellen, im Laufe des tragischen Afghanistan-Jahrzehnts; es werden auch tiefer gehende Betrachtungen zu den taktischen und operativen Fehlern angestellt, die bestimmend zur abschließenden Niederlage beitrugen. Strategische Planung: Prioritäten und kritische Aspek te, von Angelo Ionta (S. 80). Jeder Befehlshaber ist ein Planer. Das stimmt. Die Helden der Geschichte, die Feldherren, Befehlshaber par excellence, zeichneten sich durch Intelligenz, Charakter und Genialität aus - den drei Stärken des menschlichen Wesens. Der «Scherz» mit dem Wald, von Giuliano Da Frè (S. 90). Der Hauch des Geheimnisvollen umgibt die Gestalt des Marco Celio, Befehlshaber der XVIII. Legion, der unter bisher unbekannten Umständen im Laufe der Schlacht im Teutoburger Wald fiel. Vor dem Hintergrund der römisch-germanischen Schlachten hebt sich die Gestalt dieses tapferen Offiziers ab, dessen Disziplin, technische Fähigkeiten und militärisches Können, das Herz der römischen Legionen bildeten. General Stefanik und die tschechoslowakischen Legionäre im Ersten Weltkrieg, von Giovanni Bucciol (S. 104). Die nach langen Erwägungen vom italienischen Heer eingezogenen, tschechischen und slowakischen Legionäre, ausgewählt unter den Habsburger Gefangenen und Deserteuren, haben einen bedeutenden Beitrag zum Endsieg im Ersten Weltkrieg geleistet. Begründer und Lehrmeister jenes Freiwilligenkorps war General Milan Rastislav Stefanik, ein in Frankreich eingebürgerter Slowake, der 39jährig bei einem Flugzeugunglück ums Leben kam, als er sich auf dem Rückflug in die Heimat befand, um der neu entstandenen Tschechoslowakei zu helfen, ihre großen Probleme zu lösen.
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doctrina y las experiencias adquiridas durante la guerra de Argelia.
La crisis yemení en el candelero, Antonio Picasso (pág. 4). Un país marcadamente caracterizado por elementos de instabilidad, agravados por una posición geográfica crítica: la cercanía de Somalia, en frente, y del Mar Rojo con el problema de la piratería. Pero la mayor preocupación la produce la presencia en el territorio yemení de una activa célula de Al Qaeda, alimentada por los conflictos locales y la pobreza. La Comunidad internacional adoptó varias líneas de acción para ayudar este país que se halla en una situación dramática, a tomar el camino de la normalización. Planeta Afganistán, Daniele Cellamare (pág. 14). Punto de encuentro de las tres grandes regiones físicas y culturales que definen sus fronteras con el altiplano iraní al oeste, las estepas turánicas al norte, y el subcontinente indio la sureste. Expuesto a las invasiones de los pueblos procedentes de esas regiones, el país sintió su influencia y hasta el siglo XVIII su territorio permaneció dividido entre las regiones más fértiles y pobladas que lo rodeaban. El Centro del Selección y Reclutamiento Nacional del Ejército, Antonio Dibello (pág. 26). La selección del personal candidato a ingresar en una organización tanto temporal como permanentemente, representa un momento delicado de suma importancia ya que a los resultados de este reclutamiento quedan supeditadas la eficiencia y las potencialidades de la organización. De conformidad con lo dispuesto en las normas legislativas aprobadas a partir de 1995 las Fuerzas armadas y el Ejército en particular, le han dado a la profesionalización un impulso tan extraordinario que la suspensión del servicio militar se asumió sin traumas excesivos. Para seleccionar su propio personal y para organizar las convocatorias, el Ejército optó, en 1996, por el Cuartel «Gonzaga del Vodice Ferrante» en Foligno (Perugia), donde creó el Centro de Selección y Reclutamiento del Ejército (CSRNE), en el que se organizan la convocatorias par el reclutamiento de todo el personal que postula para ingresar en el Ejército por más de un año. «Contra-rrebelión»: la doctrina francesa, Giosuè Tortorella (pág. 34). Con los recientes conflictos en Irak y Afganistán, se volvió necesario, para el Ejército francés, replantear las modalidades operativas tácticas de la contra-rebelión. A estos efectos, resultaron muy útiles la
La aportación de los antropólogos en las Operaciones de Peace Keeping, Chiara Galli (pág. 44). La antropología cultural puede resultarle útil al personal que está a punto de salir para los teatros operacionales ya que facilita datos e informaciones sobre los usos y las costumbres de los pueblos. También puede desempeñar una función operativa dentro del marco del proceso decisional que los comandantes adoptan a la hora de definir las estrategias y actuaciones necesarias para cumplir las tareas asignadas en los teatros El Ejército rojo en Afganistán: análisis de una derrota, Gianluca Bonci (pág. 52). La invasión de Afganistán, el 24 de diciembre de 1997, por la Unión Soviética, marcó el principio de un declino progresivo que desmoronó el régimen comunista. El Ejército rojo, en aquel entonces considerado como el más poderoso del mundo, fue detenido en las montañas afganas por un puñado de guerrilleros islámicos mal armados pero resueltos a conseguir la victoria final en un enfrentamiento ideológico y militar sin cuartel. Este artículo no se limita a hacer una mera lista cronológica de los acontecimientos, sino que pretende describir la organización, las técnicas y las tácticas adoptadas por el Ejército Rojo en aquel trágico decenio afgano, ahondando en los errores cometidos, tanto a nivel táctico como operacional, que contribuyeron en forma decisiva a la derrota final. Planificación estratégica: prioridades y puntos críticos, Angelo Ionta (pág. 80). Todo Comandante es un planificador. Es cierto. Los héroes de la historia, los condotieros, Comandantes por excelencia, se distinguían por su inteligencia, carácter y genialidad, las tres potencias del espíritu. La «mala jugada» de la selva, Giuliano Da Frè (pág. 90). Un aureola de misterio rodea el personaje de Marco Celio, Jefe de la XVIII Legión, muerto en la batalla de Teutoburg en circunstancias aun desconocidas. En el teatro de las guerras romano-germánicas destaca la figura de este valiente oficial cuya disciplina, capacidad técnica y destreza militar fueron el mismísimo corazón de las legiones romanas. El General Stefanik y los legionarios checoeslovacos en la Primera Guerra mundial, Giovanni Bucciol (pág. 104). Los legionarios checos y eslovacos reclutados por el Gobierno italiano entre los presos y desertores de los Habsburgo, tras un largo periodo de reflexión, desempeñaron un papel importante en la Primera guerra mundial. El fundador y maestro de aquel cuerpo de ejército de voluntarios fue el general Milan Rastislav Stefanik, eslovaco naturalizado francés, muerto a los 39 años en un accidente de avión al volver a su Patria para resolver algunos de los graves problemas que estaba experimentando la joven Checoslovaquia.
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doutrina e as experiências maturadas no campo no decorrer da Guerra da Algéria.
Reflectores sobre a crise do Yemen, de Antonio Pi casso (pág. 4). Um país com fortes elementos de instabilidade interna à qual se junta uma crítica posição geográfica: a proximidade da Somália, posta de frente, e o Mar Vermelho com o problema da pirataria. Mas a preocupação maior deriva da presença, no território do Yemen, de uma célula activa Qaedista, alimentada pelo conflito local e pela pobreza. Diferentes são as linhas de acção da Comunidade internacional para ajudar este país, que vive uma situação bastante dramática, a tomar um caminho de normalização. Planeta Afeganistão, de Daniele Cellamare (pág. 14). Ponto de encontro das três grandes regiões físicas e culturais que hoje deliniam os seus confins, desde o planalto irânico a Oeste, desde as estepes turânicas a norte e desde o sub-continente indiano a Sudeste. Sujeito às invasões dos povos provenientes destas áreas, ressentiu fortemente as suas influências e até ao século XVIII o seu território permaneceu dividido entre as regiões mais férteis e povoadas que o circundam. O Centro de Selecção e Recrutamento Nacional do Exército, de Antonio Dibello (pág. 26). A escolha do pessoal candidato a fazer parte de uma organização de modo temporário ou permanente, constitui um momento de máxima importância e delicadeza precisamente porque aos resultados desta actividade estão ligados à eficiência e o potencial da própria organização. Com as medidas legislativas aprovadas a partir de 1995 as Forças Armadas e o Exército em particular, deram um impulso extraordinário à profissionalização de tal forma a levar a adoptar, sem excessivos traumas, a suspensão da recruta. Para a selecção do próprio pessoal e o desenrolar dos respectivos concursos, o Exército identificou, em 1996, o Quartel «Gonzaga del Vodice Ferrante» em Foligno (Perugia), constituindo o Centro de Selecção e Recrutamento Nacional do Exército (CSRNE), Ente deputato na realização dos concursos para o recrutamento de todo o pessoal que pede para entrar a fazer parte do Exército por mais de um ano. «Contra-rrebelião»: a doutrina francesa, de Giosuè Tortorella (pág. 34). Com os recentes conflitos no Iraque e Afeganistão repropôs-se, para o Exército Francês, a necessidade de reelaborar as modalidades operativas a nível táctico, da contra-rebelião, de grande auxílio foram a
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O contributo dos antropólogos às Peace Support Operations, de Chiara Galli (pág. 44). A Antropologia Cultural pode revelar-se útil para o pessoal de partida para os teatros operativos, enquanto fornece conhecimentos dos usos e costumes dos povos. Pode também ter uma possível função operativa no interno do processo de decisão que os Comandantes utilizam com o fim de decidir estratégias e condutas para a isenção da tarefa atribuída em teatro. A Armada Vermelha no Afeganistão, análise de uma derrota, de Gianluca Bonci (pág. 52). A invasão do Afeganistão, a 24 de Dezembro de 1979, pela União Soviética marcou, inconscientemente, o início de um progressivo declínio que levou o regime comunista ao colapso. A Armada Russa, na época considerada como o mais potente exército do Mundo, foi bloqueada nas montanhas afegãs por um punhado de guerrilheiros islâmicos mal armados, mas determinados a conseguir a vitória final num confronto ideológico e militar sem «bairro». Este artigo não se limita a uma mera listagem cronológica dos factos, mas pretende apresentar a organização, as técnicas e as tácticas empregadas pela Armada Vermelha, na trágica década afegã, fornecendo aprofundamentos acerca dos erros tácticos e operativos cometidos, que contribuíram de modo determinante para a derrota final. Planificação estratégica: prioridade e criticabilidade, de Ângelo Ionta (pág. 80). Cada Comandante é um planificador. É verdade. Os heróis da História, os Condottieri, Comandantes por excelência, distinguiam-se pela inteligência, pelo carácter e pela genialidade, as três potências da alma. A «partida» da selva, de Giuliano Da Frè (pág. 90). Uma auréola de mistério circunda a personagem de Marco Celio, Chefe da XVIII Legião, caído na batalha de Teutoburgo em circunstâncias ainda hoje desconhecidas. No cenário das guerras romano-germânicas ergue-se a figura deste destemido Oficial, cuja disciplina, capacidade técnica, destreza militar foram o coração das legiões romanas. O General Stefanik e os legionários checoslovacos na Grande Guerra, de Giovanni Bucciol (pág. 104). Deram um contributo notável à vitória final na Primeira Guerra Mundial, os legionários de etnia checa e eslovaca, alistados pelo Governo Italiano entre os prisioneiros e os desertores dos Asburgo, após um período de reconsideração. Fundador e maestro deste Corpo da Armada de voluntários foi o General Milan Rastislav Stefanik, eslovaco naturalizado francês, morto aos 39 anos num acidente aéreo, enquanto voltava à pátria para resolver grandes problemas inerentes à jovem Checoslováquia.