Gillian Flynn - L'amore bugiardo

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Prima parte

DOVE IL RAGAZZO PERDE LA RAGAZZA


NICK DUNNE il giorno che

Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Alla forma che ha, per cominciare. La prima volta che l’ho vista, è stata la sua nuca che ho notato, e nelle sue curve c’era qualcosa d’incantevole. Come un chicco di mais, duro e lucente, o un fossile nel greto di un fiume. La sua è quella che i vittoriani definirebbero una testa dalle proporzioni squisite, che lascia intuire la forma del cranio. La riconoscerei ovunque, quella testa. E ciò che contiene. Penso anche a quello: la sua mente. Il suo cervello, con tutte quelle circonvoluzioni, e i suoi pensieri che fanno avanti e indietro rapidi e frenetici come scolopendre. Con la curiosità di un bambino, m’immagino di aprirle il cranio, srotolarle il cervello e frugarci dentro, per catturare i suoi pensieri. A cosa pensi, Amy? La domanda che ho fatto più spesso durante il nostro matrimonio, magari non ad alta voce, magari non alla persona che avrebbe potuto rispondermi. Suppongo che domande simili incombano come nuvole nere su ogni matrimonio: A cosa pensi? Come ti senti? Chi sei veramente? Che cosa ci siamo fatti? Cosa faremo? I miei occhi si sono spalancati alle sei di mattina in punto. Nessuno stormir di ciglia, nessun battito preliminare in direzione della coscienza. Il risveglio è stato meccanico. Un inquietante scatto di palpebre, come il pupazzo di un ventriloquo: il mondo è buio, quando d’un tratto, ecco che si va in scena! 6-0-0, diceva l’orologio, fissandomi; la prima cosa che ho visto. Curiosa sensazione. Di rado apro gli occhi a un’ora tanto esatta. Sono un uomo dai risvegli frastagliati: 8:43, 11:51, 9:26. La mia è una vita senza suonerie. In quel preciso istante, alle 6-0-0, il sole spuntava sopra le sagome delle querce, rivelandosi in tutta la sua divina collera estiva. Il 13


suo riflesso divampava oltre il fiume, un lungo dito fiammeggiante puntato contro di me attraverso le tende sottili della camera da letto. Mi accusava: Sei stato scoperto. Non puoi più nasconderti. Sono rimasto a oziare nel letto, quello che abbiamo portato da New York nella nostra nuova casa, che chiamiamo ancora nuova casa anche se siamo qui da due anni. È una casa in affitto affacciata sul Mississippi, un posto da nuovi ricchi di periferia, del genere a cui, ancora bambino, aspiravo, nella mia parte di città fatta di ammezzati e moquette alta due dita. Il genere che riconosci subito: vagamente maestosa, rassicurante, nuova, nuovissima, un posto che mia moglie avrebbe detestato, e che di fatto appassionatamente detestava. «Devo sfilarmi l’anima prima di entrare?» era stato il suo primo commento all’arrivo. Si trattava di un compromesso: Amy aveva preteso che affittassimo, e non comprassimo, nella mia piccola città natale del Missouri, nella convinzione tenace che non saremmo rimasti lì a lungo. Ma le uniche case in affitto erano ammucchiate in quel lotto abortito: un quartiere fantasma di ville ormai in mano alle banche, colpito dalla recessione, deprezzato, un quartiere chiuso prima ancora di essere aperto. Era un compromesso, ma Amy non la vedeva affatto così. Per lei quella casa era parte di un piano da me escogitato per punirla, un modo crudele ed egoista di infierire contro di lei. L’avevo trascinata come un cavernicolo in una città che fino a quel momento aveva evitato con tutte le forze, costringendola a vivere in una casa che disprezzava. Suppongo che non si possa parlare di compromesso se solo una delle due parti lo considera tale, ma fra di noi andava più o meno così: uno dei due era sempre scontento. Amy, di solito. Non prendertela con me anche per questa disgrazia, Amy. La Disgrazia del Missouri. Prenditela con l’economia, con la sfortuna, con i miei genitori, con i tuoi, con Internet, con quelli che lo usano. Una volta ero uno scrittore. Uno che scriveva di tv, cinema e libri. Quando la gente ancora leggeva su carta, quando a qualcuno ancora importava delle mie opinioni. Ero arrivato a New York alla fine degli anni Novanta, l’ultimo barlume dei tempi d’oro, anche se all’epoca nessuno lo immaginava. New York era piena di scrittori, scrittori veri, perché c’erano riviste, riviste vere, a decine. Quando Internet era ancora una specie di animale esotico che l’edi14


toria teneva in un angolo, per lanciargli un boccone ogni tanto e guardarlo ballare al guinzaglio, oh, che carino, di certo non ci può ammazzare nel sonno. Pensateci: tempi in cui i ragazzi venivano a New York freschi di college e venivano pagati per scrivere. Non sospettavamo di iniziare carriere che nel giro di dieci anni sarebbero svanite come neve al sole. Ho avuto un lavoro per undici anni e poi di colpo sono rimasto senza, così. In tutto il Paese le riviste chiudevano i battenti, soccombendo a un’infezione improvvisa causata dall’economia in rovina. Gli scrittori (del genere a cui appartengo io: aspiranti romanzieri, intellettuali meditabondi, gente il cui cervello non è abbastanza veloce per bloggare, linkare o twittare, in poche parole vecchi sbruffoni cocciuti) erano finiti. Eravamo come cappellai per signore o fabbricanti di frustini: il nostro tempo era tramontato. Tre mesi dopo il mio licenziamento, anche Amy perse il lavoro, se così si poteva chiamare. (Me la vedo sbirciare da dietro la mia spalla, indignata per tutto il tempo che ho trascorso a parlare della mia carriera e delle mie sventure, per poi liquidare le sue in un’unica frase. Lei vi direbbe che è tipico. Proprio tipico di Nick. Era il suo ritornello: Tipico di Nick, fare così… e qualunque cosa fosse tipica di me era sbagliata.) Entrambi disoccupati, passammo settimane a vagare per la nostra elegante casa di Brooklyn in pigiama e calzini, ignorando il futuro, sparpagliando posta inevasa sui tavoli e i divani, mangiando gelato alle dieci del mattino e schiacciando lunghi pisolini pomeridiani. Poi un giorno era squillato il telefono. All’altro capo c’era la mia sorella gemella. Margo era tornata a casa – in Missouri – l’anno prima, dopo essere stata licenziata anche lei; quella ragazza mi precede sempre in tutto, anche nella sfiga. E adesso Margo mi chiamava dalla cara vecchia North Carthage, dalla casa in cui eravamo cresciuti. Ascoltando la sua voce riuscivo a rivederla a dieci anni, con il caschetto di capelli scuri e la salopette corta, seduta sul molo dietro la casa dei nonni, afflosciata in avanti come un vecchio cuscino, le gambette secche penzoloni nell’acqua, a guardare il fiume che le bagnava i piedi bianchi come pesci. Così assorta, così padrona di sé fin da bambina. La voce di Go era calda e crepitante anche nel darmi la gelida notizia: la nostra indomita madre stava morendo. Nostro padre era 15


già praticamente andato, la sua (odiosa) mente e il suo (spregevole) cuore entrambi annebbiati mentre avanzava a passi incerti verso il vasto grigiore dell’aldilà. Ma a quanto pareva nostra madre stava per batterlo sul tempo. Le restavano circa sei mesi, un anno, magari. Capii che Go era andata di persona a parlare col medico, che aveva preso diligentemente appunti con la sua grafia disordinata, e che era in lacrime mentre cercava di decifrare ciò che lei stessa aveva scritto. Modalità e dosaggi. «Ma che cazzo, non so nemmeno cos’è questo, un nove? Non si capisce niente!» aveva esclamato, e io l’avevo interrotta. Ecco finalmente un compito, uno scopo, che mia sorella mi porgeva su un piatto d’argento. Mi era quasi venuto da piangere per il sollievo. «Vengo lì, Go. Torneremo a casa. Non puoi affrontare tutto questo da sola.» Non mi aveva creduto. Sentivo il suo respiro all’altro capo del telefono. «Dico sul serio, Go. Perché no? Qui non c’è più niente per noi.» Un lungo sospiro. «E come farai con Amy?» Su questo punto non mi ero soffermato a riflettere. Contavo semplicemente di impacchettare la mia moglie newyorkese, con i suoi interessi newyorkesi e il suo orgoglio newyorkese, e di portarla lontano dai suoi genitori newyorkesi – lasciandoci alle spalle quella gigantesca, frenetica, elettrizzante promessa di futuro che è Manhattan – per trapiantarla in una cittadina fluviale del Missouri, e ogni cosa sarebbe andata per il meglio. Non comprendevo ancora quanto quell’idea fosse stupida, ottimistica, tipica di Nick. Non sospettavo l’infelicità a cui avrebbe portato. «Amy si troverà bene. Amy…» E qui avrei dovuto dire: «Amy adora la mamma». Ma non potevo dire a Go che Amy voleva bene a nostra madre, perché anche dopo tutto quel tempo Amy la conosceva a malapena. I loro rari incontri le avevano lasciate entrambe sconcertate. Amy passava i giorni successivi a sezionare le conversazioni – «E cosa intendeva con…» – come se mia madre fosse l’unica superstite di un’antica tribù, venuta dalla tundra con un fagotto di carne di yak sottobraccio e dei bottoni da barattare con qualcosa che lei non era disposta a offrirle. Ad Amy non interessava 16


conoscere la mia famiglia, non voleva vedere i luoghi in cui ero nato, eppure, per qualche ragione, continuavo a pensare che tornare a casa fosse una buona idea. Il mio respiro mattutino scaldava il guanciale, e mentalmente ho cambiato argomento. Non era giorno da ripensamenti o rimpianti, era un giorno fatto per agire. Dal piano di sotto giungeva un suono dimenticato da tempo: Amy che preparava la colazione. Lo sbattere di ante di legno (rump-tump!), il tintinnio di contenitori di vetro e latta (ding-ring!), lo strisciare di un assortimento di pentole di metallo e tegami di ferro (ruzz-shzz!). Un’orchestra culinaria che accordava gli strumenti, strepitando sempre più forte verso il finale, uno stampo per le torte che rotolava tamburellando sul pavimento per poi colpire la parete con il fragore di un gong. Era in preparazione qualcosa di notevole, probabilmente una crêpe, perché le crêpe sono speciali, e quel giorno Amy voleva cucinare qualcosa di speciale. Era il nostro quinto anniversario di matrimonio. Sono arrivato a piedi nudi fino alle scale e sono rimasto in ascolto, affondando gli alluci nella spessa moquette che Amy detestava per principio, cercando di decidere se fossi pronto a raggiungere mia moglie. Amy era in cucina, ignara dei miei tentennamenti. Canticchiava una canzone malinconica e familiare. Ho teso l’orecchio per sentire meglio – un motivetto folk? una ninna nanna? – e mi sono reso conto che era la sigla di m*a*s*h. Sono sceso al piano di sotto. Sono rimasto sulla soglia a osservare mia moglie. I suoi capelli giallo burro erano raccolti, la matassa della coda di cavallo oscillava festosa come una corda per saltare, e lei canticchiava, succhiandosi distratta un dito scottato. Amy è impareggiabile nel confondere le parole. Una volta, durante uno dei nostri primi appuntamenti, alla radio era partita una canzone dei Genesis: «Lei ha un tocco invisibile», e Amy aveva gorgheggiato: «Lei ha un colbacco incredibile». Le chiesi come poteva pensare che quelle parole fossero anche solo vagamente corrette, e lei mi rispose di aver sempre creduto che l’uomo della canzone amasse la sua donna perché aveva un colbacco incredibile. In quel momento capii che mi piaceva, che mi piaceva davvero quella ragazza che aveva una spiegazione per ogni cosa. 17


C’è un che di inquietante nell’evocare un caro ricordo e nel provare solo freddezza. Amy ha gettato un’occhiata alla crêpe che sfrigolava nel tegame e si è leccata via qualcosa dal polso. Aveva un’aria trionfante, da moglie perfetta. Se l’avessi presa fra le braccia, avrei sentito un profumo di frutti di bosco e zucchero a velo. Quando mi ha visto appostato lì con addosso un paio di boxer luridi e i capelli dritti come quelli di un bambolotto punk, si è appoggiata al piano della cucina e ha detto: «Buongiorno, bellezza». Ho sentito la bile e il terrore salirmi lentamente in gola. Ho pensato: Okay, coraggio. Ci ho messo un pezzo ad arrivare al lavoro. Io e mia sorella abbiamo fatto una follia quando ci siamo ritrovati entrambi a North Carthage. Abbiamo realizzato il sogno di cui parlavamo da sempre: aprire un bar. E per farlo abbiamo preso del denaro in prestito da Amy, ottantamila dollari, che una volta per lei sarebbero stati un’inezia, ma ormai erano quasi tutto ciò che possedeva. Le ho giurato di restituirglieli con gli interessi. Non volevo essere un uomo che prende a prestito dalla moglie; potevo vedere le labbra di mio padre arricciarsi alla sola idea. Be’, ci sono uomini di ogni tipo era la sua frase più sprezzante, che sottintendeva: tu sei del tipo sbagliato. Ma in realtà si è trattato di una decisione logica, dettata solo dal pragmatismo. Sia io sia Amy avevamo bisogno di un nuovo lavoro. In futuro forse ne avremmo trovato uno migliore, o forse no; intanto però il bar sarebbe stata la nostra fonte di reddito, grazie a ciò che restava del fondo fiduciario di Amy. Come la Casa dei Sogni che avevo affittato, il bar era una presenza simbolica nei miei ricordi d’infanzia: un posto dove vanno solo i grandi a fare cose da grandi. Forse è per questo che ho insistito tanto per comprarlo dopo essere rimasto senza uno stipendio fisso. Dimostra che sono un adulto, un uomo fatto, un membro produttivo della società, anche dopo che ho perso il lavoro che mi aveva reso tale. Non ripeterò due volte lo stesso errore: il gregge, una volta numeroso, di chi scrive per le riviste continuerà a essere decimato, da Internet, dalla recessione, dal pubblico americano che preferisce guardare la tv, giocare ai videogiochi o comunicare agli amici per via 18


elettronica che ehi, la pioggia fa schifo! Ma non esiste un’app che ti serva il bourbon perfetto durante una giornata calda nella fresca penombra di un bar. Il mondo avrà sempre bisogno di un drink. Il nostro è un bar d’angolo dall’estetica raffazzonata. Il pezzo forte è la grande parete dietro il bancone in stile vittoriano, con le teste di drago e gli angioletti scolpiti nel legno di quercia: uno stravagante lavoro di intaglio in tempi di plastica merdosa. E infatti il resto del bar è una merda, un campionario degli stili più squallidi di ogni decennio: c’è un pavimento in linoleum dell’epoca di Eisenhower, con i bordi che si arricciano come toast bruciacchiati; ci sono pareti rivestite di legno che sembrano uscite da un porno amatoriale degli anni Settanta e lampade alogene a stelo che sono un omaggio accidentale alla mia stanza da studente negli anni Novanta. L’effetto complessivo è stranamente domestico: più che un bar sembra una casa che il proprietario ha benevolmente trascurato. Il parcheggio è in comune con il bowling del posto, e quando la nostra porta si spalanca l’ingresso del cliente di turno è salutato dal clamore degli strike. Lo abbiamo chiamato Il Bar, in base al ragionamento di mia sorella: «La gente penserà che siamo ironici, anziché privi di immaginazione». Sì, ci credevamo dei furbi newyorkesi. Il nome ci sembrava uno scherzo che nessun altro avrebbe capito, o comunque apprezzato quanto noi. Non ne avrebbero colto il metasenso. Gli ingenui locali avrebbero storto il naso: perché lo avete chiamato Il Bar? Ma la nostra prima cliente, una donna con i capelli grigi, lenti bifocali e tuta rosa, ha sentenziato: «Mi piace il nome. Come in Colazione da Tiffany, dove il gatto di Audrey Hepburn si chiama Gatto». Da allora ci sentiamo molto meno superiori, il che è sicuramente un bene. Mi sono fermato nel parcheggio. Ho atteso finché dalla pista del bowling è arrivato il fragore di uno strike – grazie, grazie, amici –, poi sono sceso dall’auto. Ho ammirato il panorama, la vista familiare che non mi è ancora venuta a noia: il basso e tozzo ufficio postale di mattoni gialli dall’altro lato della strada (ora chiuso di sabato), la modesta palazzina di uffici beige poco oltre (ora chiusa e basta). Non si può proprio dire che la cittadina sia prospera, non più, almeno. E a dire il vero non è nemmeno originale, essen19


do una delle due Carthage del Missouri; tecnicamente la nostra è North Carthage, cosa che la fa sembrare un prolungamento dell’altra, che però si trova a centinaia di chilometri di distanza ed è più grande. Il nostro è un pittoresco paesotto degli anni Cinquanta, gonfiatosi fino a diventare una periferia come tante in nome del progresso. Ma è pur sempre il luogo in cui mia madre è cresciuta e ha allevato me e Go, quindi un po’ di storia ce l’ha. Almeno dal mio punto di vista. Mentre attraversavo il parcheggio di cemento cosparso di erbacce in direzione del bar, ho guardato in fondo alla strada e ho visto il fiume. È ciò che ho sempre amato di Carthage: non è costruita su qualche promontorio sicuro, a picco sul Mississippi, è sopra il Mississippi. Avrei potuto percorrere la strada e finire dritto nella corrente: un salto di neppure un metro, e mi avrebbe trasportato fino al Tennessee. Ogni edificio in città porta segnato a mano il livello raggiunto dall’acqua nelle piene del ’61, del ’75, dell’84, del ’93, del 2008 e del 2011. E così via. Il fiume non era in piena, ma scorreva con urgenza in forti correnti nodose. Allo stesso ritmo si snodava una lunga fila di uomini, occhi puntati a terra, spalle rigide, che camminavano con passo deciso, diretti da nessuna parte. Mentre li osservavo, uno di loro all’improvviso ha alzato gli occhi. Aveva il volto in ombra, un ovale nero. Ho distolto lo sguardo. Ho sentito un immediato, impellente bisogno di entrare nel Bar. Ho fatto altri sei metri e il sudore mi è affiorato sulla nuca. Il sole era ancora un occhio irato nel cielo. Sei stato scoperto. Ho provato una fitta allo stomaco e ho affrettato il passo. Avevo bisogno di un drink.

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