Parte I Una guerra civile
«La più feroce e la più sincera di tutte le guerre.» Concetto Marchesi, «Nuova Antologia», febbraio 1946 «Siamo quelli che hanno odiato di più.» Carlo Dionisotti, «Corriere della Sera», 3 gennaio 1989 «La guerra civile, la più vergognosa, la più dura, la più empia, la più invisa agli dei e agli uomini.» Cleocrito, araldo dei Misteri Eleusini
1 404 a.C.: «estirpare» Atene? (da Senofonte, Elleniche)
Atene, estate 405 Nella notte, all’arrivo della nave Paralos, la notizia del disastro dilagò. Mentre passava di bocca in bocca, il pianto e il lamento, dal Pireo, attraversavano le lunghe mura giungendo fino in città. Quella notte nessuno dormì. Piangevano i loro morti, ma ancor più commiseravano se stessi. L’incubo era di dover patire quello che proprio loro avevano inflitto ai Melii, coloni spartani, quando li avevano strangolati con un assedio e poi schiacciati. E lo stesso avevano fatto – ben lo ricordavano – a Estiea, a Skione, Torone, Egina e a molti altri Greci. Il giorno dopo tennero un’assemblea, nella quale decisero di bloccare tutti gli approdi tranne uno, di tener pronte le mura, piazzarvi delle guarnigioni di guardia e preparare in tutto e per tutto la città all’assedio. Mentre loro erano impegnati in questi preparativi, Lisandro con duecento navi lasciava l’Ellesponto diretto a Lesbo. Lì “normalizzò” la situazione in tutte le città, tra cui Mitilene. In Tracia mandò Eteonico con dieci triremi, e costui riuscì a far passare tutta la regione dalla parte di Sparta. Di conseguenza, dopo Egospotami, tutto il resto della Grecia defezionava da Atene 9
La guerra civile ateniese
tranne Samo. I Samii infatti trucidarono un bel po’ di notabili e così tenevano in pugno la città. Dopo di che Lisandro mandò messi ad Agide, a Decelea e a Sparta per annunciare che stava puntando su Atene con duecento navi. A questo punto gli Spartani si mobilitarono in massa, in armi, e con loro tutti i Peloponnesiaci, tranne gli Argivi, su ordine dell’altro re, Pausania. Completata la mobilitazione, Pausania assunse il comando dell’intero esercito peloponnesiaco e pose l’accampamento nei pressi di Atene – fuori le mura – nel ginnasio chiamato Accademia.1 Intanto Lisandro sbarcò ad Egina e restituì la città agli Egineti, dopo aver cercato di racimolare i sopravvissuti. E lo stesso fece coi Melii e con quanti altri erano stati privati dagli Ateniesi della loro terra. Dopo di che fece saccheggiare l’isola di Salamina e mise l’ancora nel Pireo con centocinquanta navi in maniera da bloccare qualunque tentativo di accesso ad eventuali navi da carico o imbarcazioni d’altro genere. Inverno 405/404 Gli Ateniesi assediati sia da terra sia da mare non erano più in grado di rispondere alla domanda: che fare? Non c’erano più navi, gli alleati avevano defezionato, non c’era più grano. Non 1
Diodoro (cioè Eforo, fedelmente assunto come base da Diodoro nei libri XIII-XIV) sostiene che Pausania «poiché l’assedio si rivelava difficoltoso» si riportò indietro le truppe (XIII, 107, 3). Questo sarebbe un esempio lampante dell’incapacità degli Spartani di condurre una campagna troppo lunga lontani dalle proprie basi. Il silenzio delle Elleniche su questo punto è sconcertante. Se ciò che Diodoro racconta è esatto, si deve immaginare l’entusiasmo ad Atene per l’insperata ritirata spartana. È facile figurarsi la scena degli Ateniesi accampati fra le lunghe mura, informati dai corpi di guardia stabiliti sin da subito a protezione delle mura, dell’inattesa ritirata del nemico fino a quel momento accampato minacciosamente addirittura a ridosso delle mura a nord-ovest della città, negli spazi del grande ginnasio «di Academo». Per chi spingeva alla resistenza a oltranza questo era un aiuto insperato.
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c’era più scampo, pensavano: avrebbero subito la stessa sorte che, senza alcuna ragione, neanche quella di esercitare una legittima punizione, avevano inflitto ad altri quando per mero spirito di sopraffazione avevano calpestato il buon diritto di piccole comunità colpevoli unicamente di <non> combattere al loro fianco.2 Di conseguenza per prima cosa annullarono le condanne alla «privazione dei diritti politici» (a suo tempo inflitte a chi si era compromesso con l’oligarchia), e si apprestarono alla resistenza. Intanto tanta gente moriva di fame in città, e però loro non accettavano di trattare un qualche accordo di resa. Quando le riserve di grano furono completamente esaurite, mandarono ambasciatori presso il re spartano Agide3 con questa proposta di accordo: Atene si offriva di essere alleata di Sparta ma chiedeva la garanzia che non si toccassero né le mura né il Pireo. Agide rispose: andate a Sparta. Lui, disse, non aveva il potere di decidere in merito. Gli inviati tornarono ad Atene e riferirono. Furono mandati a Sparta. Quando giunsero a Sellasia4 e gli efori seppero le loro proposte – che erano le stesse che avevano fatto ad Agide – ordinarono loro di andarsene, e di tornare con proposte mi2 Di norma qui gli interpreti traducono «se non perché collaboravano con quelli (= con gli Spartani)». Ma non dà senso dire che non vi era giustificazione nel punire chi collaborava col nemico. Invece il senso è che – com’era accaduto coi Melii (μικροπολῖται), secondo la versione dei fatti prospettata da Tucidide (V, 84-116) – gli Ateniesi avevano infierito contro una piccola comunità sol perché voleva restare neutrale. Perciò si impone l’integrazione di un «non» (οὐ) prima di συνεμάχουν: ovvio errore di aplografia, favorito dal non aver compreso l’uso di ἐκείνοις = ἑαυτοῖς (su cui cfr. Kühner-Gerth, Satzlehre, II, p. 649). Isocrate, che polemizza proprio contro questa accusa fondata sulla vicenda di Melo (Panegirico, 100 ss.; Panatenaico, 70 e 89), dice νησύδρια («isolette») per riferirsi pur sempre alla vicenda di Melo cui qui si allude con μικροπολῖται. 3
Che era accampato in Attica e occupava il demo di Decelea.
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È l’ultima “stazione” prima di raggiungere Sparta.
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gliori, se davvero volevano la pace. Quando gli ambasciatori rientrarono in Atene e riferirono, la resistenza psicologica di tutti crollò. Ormai, pensavano, sarebbero stati fatti schiavi! E si rendevano conto che, fino alla prossima ambasceria, molta altra gente sarebbe morta di fame. Ma nessuno voleva che si portasse in discussione il destino delle mura. Archestrato,5 per aver detto – non in pubblico ma semplicemente in una riunione del Consiglio – che la cosa migliore era fare la pace con Sparta alle condizioni volute da loro, fu arrestato! Le condizioni poste dagli Spartani erano che si distruggesse un tratto di dieci stadi delle lunghe mura, su entrambi i versanti. Fu approvato un decreto che vietava di portare in discussione questa materia. A questo punto, Teramene parlò in assemblea e disse: se mi inviate presso Lisandro,6 tornerò avendo accertato se gli Spartani intendono ridurre in schiavitù la città, e perciò si ostinano sulla questione delle mura, o invece avanzano quella richiesta perché pretendono una garanzia (in sostanza per impedire, in quel modo, che un domani Atene scatenasse altre guerre). Fu inviato. Ma restò presso Lisandro ben tre mesi e più: spiava il momento in cui gli Ateniesi, totalmente privi di grano, avrebbero accettato qualunque proposta. Il quarto mese tornò. Davanti all’assemblea dichiarò che Lisandro lo aveva trattenuto fino a quel momento e che alla fine gli aveva detto di recarsi a Sparta perché lui, Lisandro, non aveva poteri in merito alla questione che gli veniva posta: lo si doveva chiedere agli efori. Dopo di che, Teramene fu eletto, con altri nove, ambasciatore plenipotenziario a Sparta. 5 Presentato come persona nota, ma non sappiamo null’altro di lui. Il nome è molto diffuso. 6
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In quel momento impegnato nelle operazioni in Egeo.
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Nel frattempo Lisandro, che era a Samo, inviò a Sparta una delegazione tutta di Spartani – ma ne faceva parte anche Aristotele,7 esule ateniese –, col compito di riferire agli efori ciò che lui aveva risposto a Teramene: che cioè spettava a loro, efori, decidere sulla pace e sulla guerra. Teramene e gli altri nove ambasciatori giunsero a Sellasia. Lì furono fermati e fu chiesto loro con quale proposta si fossero presentati. Risposero: con pieni poteri sulla questione della pace. Solo allora gli efori li ricevettero. Aprile 404 Alla loro presenza8 si svolse una riunione plenaria degli Spartani con gli alleati. Corinzi e Tebani soprattutto, ma anche molti altri Greci si opponevano ad ogni ipotesi di accordo: non ci si può accordare con gli Ateniesi, vanno estirpati, soppressi! Gli Spartani risposero che non avrebbero ridotto in schiavitù una città che aveva avuto grandi meriti nel momento in cui la Grecia aveva corso il massimo pericolo.9 Indicarono perciò le seguenti condizioni di pace: distruggere le grandi mura ed il Pireo; consegnare tutte le navi tranne dodici; far rientrare gli esuli; diventare alleati di Sparta e seguire dovunque e comunque gli Spartani in pace e in guerra. Teramene e gli altri nove ambasciatori che erano con lui tornarono ad Atene recando con sé questo ultimatum. 7
Era stato, tra i Quattrocento, dalla parte di Antifonte e sarà poi uno dei Trenta (Elleniche, II, 3, 2). Era esule come del resto Crizia. Dunque si era illustrato come nemico assoluto della democrazia. 8
Questo sembra suggerire il serratissimo racconto delle Elleniche.
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Come ogni stato-guida che si rispetti, Sparta conta più di tutti gli alleati messi insieme. E non intende lasciare a Tebe il predominio nella Grecia centrale facendo scomparire Atene. Sa anche adottare un bell’argomento nobile e “panellenico” per ammantare una scelta squisitamente di potenza. È la ben nota “ipocrisia spartana” (Euripide, Andromaca, 445-446) che non si smentisce mai.
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Mentre entravano in città una folla enorme li attorniava. Temevano che fossero tornati a mani vuote. Non era più possibile indugiare, o tirare in lungo, tale era la massa di gente che moriva di fame. Il giorno dopo gli ambasciatori parlarono davanti all’assemblea e resero note le condizioni ultimative degli Spartani per concedere la pace. Primo a parlare fu Teramene. Disse molto chiaramente che bisognava obbedire agli Spartani e abbattere le mura. Alcuni si levarono a parlare per opporsi. Molti di più si dissero, invece, d’accordo. Fu varato un decreto: «le condizioni di pace sono accettate». A questo punto Lisandro sbarcava al Pireo. Tornavano gli esuli. E distruggevano le mura al ritmo scandito dalle flautiste: con tutto lo zelo possibile. Pensavano che in quel giorno incominciasse la libertà per la Grecia. 1. In questo resoconto essenziale, drammatico, a tratti fin troppo compendiario, che leggiamo nel secondo libro delle Elleniche (messo insieme da Senofonte sulla base del lascito incompiuto di Tucidide) due parole ricorrono con insistenza, le quali innervano l’asse narrativo e suggeriscono la chiave interpretativa degli avvenimenti: fame e schiavitù (λιμός e ἀνδραποδισμός). Queste sono tra le pagine più ambigue e problematiche della superstite letteratura antica. Esse provengono da Tucidide (del quale è detto chiaro che aveva terminato il racconto della guerra)10 e nondimeno sono redatte da Senofonte che, per ragioni che possiamo solo congetturare, ne fu l’erede.11 Dunque si può solo presumere – ma non è indebita illazione
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Tucidide, V, 26, 1.
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Cfr. infra, Parte II, cap. III (Senofonte tra storia e diario).
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– che esse rispecchino sostanzialmente ciò che Tucidide pensava sul modo in cui si era conclusa la guerra e la città si era arresa. È sintomatica la freddezza oggettiva verso Teramene, così come la raffigurazione cruda e senza sconti della “irresponsabile” spinta alla guerra a oltranza da parte dei capi popolari. 12 Perciò ben si comprende la lucidità inesorabile con cui – in queste pagine – viene segnalato il progressivo esaurirsi delle scorte di grano e il divampare della carestia e delle morti per fame. Quello è, per lo storico, il fatto principale. Ed è ovvio, se si pensa alla diagnosi solo all’apparenza paradossale che Tucidide dava sugli effetti della perdita dell’Eubea, cioè della principale fornitrice di grano. Sventura «immensa», aveva scritto: «neanche il disastro in Sicilia, per quanto grande, li atterrì allo stesso modo», perché dall’Eubea «traevano più vantaggi che dalla stessa Attica». Quando poi Lisandro, con l’insperato successo di Egospotami (estate 405), prese il controllo degli stretti all’imboccatura del Mar Nero, la partita era chiusa: Atene sarebbe caduta per fame. Questo, Tucidide (il cui pensiero leggiamo attraverso quelle pagine delle Elleniche) lo aveva chiarissimo: non solo perché uomo dai grandi interessi economici in Tracia (appalti delle miniere e possedimenti e legami con i notabili locali) ma per la sua visione del peso determinante dei fattori materiali (economici, tecnico-militari) nella comprensione della politica.13 È evidente perciò che il “titanismo” dei capi popolari protesi ad impedire qualunque cedimento sulla integrità delle mu12
È impossibile che Tucidide non avesse maturato una sua valutazione del regime dei Trenta e dei Dieci, ma forse non sapremo mai quanto (e se) Senofonte abbia condiviso tale valutazione. 13
Cfr. il profilo della storia greca arcaica all’inizio del libro I: forse, il capolavoro tucidideo.
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ra gli appaia in una luce quasi grottesca. Donde la notazione oggettiva e sarcastica al tempo stesso: «Archestrato per il solo fatto di aver detto, nella Boulé [dunque non in pubblico, all’assemblea!] che la cosa migliore sarebbe stata tener conto delle richieste spartane [quando ancora la richiesta si limitava a dieci stadi delle lunghe mura e non toccava il Pireo], fu arrestato!». E subito dopo i capi popolari – dei quali Aristotele ritrae Cleofonte «ubriaco e con la corazza in dosso» che blocca ogni proposta di pace con Sparta14 – «fecero approvare un decreto che vietava addirittura di portare in discussione ogni richiesta relativa alle mura». Nella ricostruzione offerta da Lisia, invece, il problema della fame e dell’esaurimento delle scorte di grano non appare nemmeno. Sembra quasi che tutto dipenda dal tradimento di Teramene. Nel Contro Agorato, Lisia si mostra sicuro di tale diagnosi e addirittura eccita il pubblico degli ascoltatori ricordando loro come avessero appoggiato Cleofonte: Quando ebbe luogo la prima assemblea sulla questione della pace e i messi ritornati da Sparta riferirono la condizione posta dagli Spartani – e cioè l’abbattimento di un tratto di dieci stadi delle lunghe mura –, ebbene allora voi, Ateniesi, non sopportaste che si parlasse di distruzione delle mura, e Cleofonte, levatosi a parlare a nome e in difesa di voi tutti, disse chiaro e tondo che questo non poteva accadere in alcun modo! Dopo di che Teramene, tessitore di inganni a danno di voi popolo di Atene, si levò a parlare e chiese di essere inviato ambasciatore con pieni poteri, perché così avrebbe impedito non solo attentati alle mura ma qualunque altro danno (§§ 8-9).
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AP, 34, 1 a proposito del tentativo di pace dopo le Arginuse.
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Manca, in Lisia, che pure ha rievocato reiteratamente questa vicenda, anche l’altro filo conduttore del resoconto tucidideosenofonteo: il terrore di fare la fine dei Melii. La pagina delle Elleniche che descrive l’annuncio, di notte, della sconfitta di Egospotami e della perdita dell’ultima flotta è memorabile: «La nave Paralos, portatrice della terribile notizia, approdò al Pireo di notte. Si levò allora un lungo lamento che si propagò, di bocca in bocca, attraverso le lunghe mura, dal Pireo ad Atene». (Tantissimi erano accampati lì, dentro il corridoio formato dalle mura, come al tempo della peste, perché l’Attica era quasi del tutto sotto il controllo o la minaccia delle truppe spartane accampate a Decelea.) «Perciò quella notte nessuno dormì. Non solo piangevano i loro morti, ma molto di più [notazione pungente] compiangevano se stessi pensando che avrebbero subito la sorte che avevano a suo tempo inflitto ai Melii, coloni spartani che loro avevano assediato e schiacciato. E lo stesso avevano fatto – ben lo ricordavano – a Estiea, a Skione, Torone, Egina e a molti altri Greci.»15 Questo soprassalto della memoria, come viene qui presentato dallo storico, è una specie di rassegna delle sopraffazioni imperiali di Atene. Gli episodi rievocati si dislocano lungo un ampio arco di tempo. L’assedio e repressione di Egina risaliva al 457 (Tucidide, I, 108). E nel 431, allo scoppio della guerra, gli Spartani avevano voluto risarcire gli Egineti superstiti sistemandoli a Tirea (Tucidide, II, 27). La cacciata degli Estiei dalla loro città (sulla costa settentrionale dell’Eubea) risaliva al 446, al tempo della repressione della defezione dell’Eubea (Tucidide, I, 114). Skione e Torone sono le città-martiri della campagna di Cleone in Tracia (423/22) conseguente alla defezione di Anfipoli (Tucidide, V, 3 e 32). Melo, attaccata una prima volta nel
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Elleniche, II, 2, 3.
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426, era stata assediata e schiacciata nel 416 (Tucidide, V, 84116). E Alcibiade in persona aveva fatto approvare in assemblea il decreto che ordinava il trattamento di massima durezza contro i Melii (ἀνδραποδίζεσθαι: pseudo-Andocide, Contro Alcibiade, 22-23).16 Colpisce, già a prima vista (e torneremo su questo punto), che questo “riepilogo” in negativo della potenza imperiale ateniese sia costruito con i dati che si cavano dall’opera di Tucidide (dalla storia del “cinquantennio” non meno che dal racconto della guerra), si disponga su di un arco di tempo di un quarantennio (457-416) e collochi in prima posizione Melo, che è l’episodio, tra tutti quelli qui elencati, cui Tucidide ha di gran lunga dato il maggior rilievo con l’escogitazione del “terribile dialogo”. Insomma questo è un classico esempio del modo in cui gli storici antichi non esitano ad attribuire ai protagonisti (in questo caso ad un protagonista collettivo: gli Ateniesi) le proprie riflessioni o meglio ad integrare un presumibile stato d’animo o sentimento (in questo caso collettivo) con le proprie considerazioni etico-politiche. Va da sé che non è credibile ad litteram che «gli Ateniesi» riepilogassero gli eventi principali e più nefasti del loro lungo predominio imperiale nella notte insonne della ferale notizia. È Tucidide che sta così “chiudendo il cerchio” del suo capolavoro politico, che si apre, si snoda e si chiude sul tema dell’impero-tirannide: dalla individuazione della “causa verissima” della guerra, che è appunto l’impero ateniese intollerabile per Sparta; alla «storia del cinquantennio», che si apre con la descrizione della parabola dell’impero (da alleanza a dominio); alla brutale diagnosi gettata in faccia da Pericle agli Ateniesi («l’impero è tirannide!»); alle rappresaglie spietate di Cleone in Tracia; all’apice di quella spirale («non si può uscire dall’impero» aveva
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Cfr. anche Plutarco, Vita di Alcibiade, 16, 6.
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detto Pericle) che è l’operazione Melo, secondo l’enfasi posta da Tucidide su quella vicenda; alla (presunta) consapevolezza collettiva, nel momento della disfatta, di dover “pagare” per tutto questo. È la profonda unità di questo filo conduttore, e di questa diagnosi, che ci assicura che, in queste pagine delle Elleniche, noi leggiamo, in sostanza, Tucidide. L’incubo di finire come «le piccole comunità che loro avevano schiacciato per mero spirito di sopraffazione perché si rifiutavano di combattere al loro fianco»17 ritorna subito dopo, quando ormai le truppe spartane hanno dilagato per tutta l’Attica e si sono venute ad accampare sotto le mura, mentre la flotta spartana blocca il Pireo impedendo l’approdo di qualunque nave frumentaria. È Tucidide lo storico che ha monumentalizzato, e drammatizzato, ricorrendo all’insolita trovata di un imponente dialogo tra vittime e carnefici, la vicenda di Melo. Innalzandola ad evento emblematico della ferocia imperiale di Atene, della spietata logica insita nell’impero, egli ne ha fatto il centro concettuale di tutta la sua narrazione18 e ha voluto che risultasse anche chiaro con quanta lucida consapevolezza dei loro atti gli Ateniesi (capi e gregari) avessero attuato quella «spedizione punitiva» mirante a servire da esempio, a mettere in riga chiunque cercasse di uscire dall’impero. È dunque lo stesso Tucidide, o al più qualcuno allevato e formato nella sua cerchia, che immagina (o intuisce) questo bruciante e tardivo “rimorso” degli Ateniesi messi brutalmente, dall’inopinata disfatta dell’ultima flotta, di fronte alla fine catastrofica della loro avventura imperiale. Solo Tucidide può aver scritto «e compiangevano molto più se stessi pensando di dovere ormai subire quanto avevano fatto ai Melii». 17
Elleniche, II, 2, 10.
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Solo Isocrate, Panegirico, 100-112 cercherà di contestarlo, ma a livelli concettualmente più modesti.
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Pensavano cioè che il rischio imminente fosse non la semplice disfatta ma «l’asservimento» (ἀνδραποδισθήσεσθαι). La parola ritorna più volte (Elleniche, II, 2, 14; 16; 20), affiancata dalla variante «estirpare», «cancellare» (ἐξαιρεῖν: II, 2, 19). Giacché appunto «estirpare Atene» fu la proposta dei nemici acerrimi (Corinto, Tebe) e degli ex sudditi (πολλοὶ ἄλλοι τῶν Ἑλλήνων):19 a conferma della profezia post eventum che campeggia al centro del dialogo melio-ateniese.20 Lì c’è, sulla bocca dei minacciosi generali ateniesi che stanno esigendo la resa di Melo, anche l’altra profezia: che cioè gli ex alleati sarebbero stati più feroci degli Spartani, al momento di un eventuale crollo dell’impero ateniese. Ciò che puntualmente si legge nel racconto concitato, e di elevatissimo tono, in questa pagina delle Elleniche: «Gli Spartani si opposero [alla proposta di estirpare (ἐξαιρεῖν) Atene]: negarono che si potesse rendere schiava (ἀνδραποδιεῖν) una città che aveva avuto così grandi meriti nei confronti di tutta la Grecia nel momento dei massimi pericoli».21 La coerenza “artistica”, la rispondenza tra il dialogo che sta al centro di tutta l’opera e la pagina che descrive l’agonia di Atene e dell’impero non può che essere dovuta ad un unico pensatore: Tucidide appunto. «Riduzione in schiavitù» (ἀνδραποδισμός) vuol dire esattamente il trattamento che era stato inflitto ai Melii su proposta di Alcibiade: maschi adulti passati per le armi, donne e minori ridotti in schiavitù. È questo l’incubo che gli Ateniesi, da quella notte insonne in avanti, hanno – secondo lo storico cui dobbiamo queste pagine memorabili – covato dentro di sé. Perciò quella terribile parola, che Isocrate nella sua “replica” (nel Pane-
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Elleniche, II, 2, 19.
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Tucidide, V, 91, 1.
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Elleniche, II, 2, 20.
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girico) usa alla leggera, è – insieme con la fame – il filo conduttore di questa ricostruzione della vicenda, secondo lo storico oligarca.22 Nelle parole di Lisia invece questo elemento disgregatore della coscienza e del morale degli assediati è del tutto assente. E la vicenda viene raccontata dall’avvocato democratico, davanti ad un pubblico che forse ha già dimenticato quei giorni e che comunque è passato nel frattempo attraverso la bufera della guerra civile, con il tono baldanzoso di chi, quasi tentato dalla storia controfattuale, vuol sostenere che senza il tradimento di alcuni la guerra non sarebbe finita così. 2. La polarità sin qui descritta non riguarda soltanto la diversa indole dei due grandi testimoni. È una polarità politica. Il “salvataggio” delle carte tucididee relative al finale della guerra ci consente di recuperare l’elemento decisivo che dà unità all’intera interpretazione tucididea del grande conflitto e del destino dell’impero. Quando si parla di “materiali” tucididei che Senofonte pubblicò (da Diogene Laerzio [II, 57] a Ludwig Breitenbach a Friedrich Haacke etc.) non ci si domanda, di norma, come concretamente si sarà configurato questo lascito incompiuto. Ebbene, non poté trattarsi che di un insieme di schede da sviluppare, parti solo abbozzate (la bozza dell’apologia di Alcibiade [Elleniche, I, 4, 13-20]) o lacunose, parti perfettamente compiute (il processo degli strateghi [Elleniche, I, 7] o la subito precedente magistrale descrizione della battaglia alle Arginuse), parti di speciale impegno artistico, come queste pagine finali, che hanno lo stesso andamento incalzante di quelle sull’epilogo della catastrofe siciliana (al termine del libro VII). Senofonte
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Cfr. infra, Parte II, cap. V (Una guerra civile tra storici).
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diede vita ad una poco più che meccanica “redazione” di tutto questo materiale lasciando spazio ai moderni critici, e ipercritici, per le loro sofferte elucubrazioni. Nell’ultima frase di queste memorabili pagine sulla fine della grande Atene imperiale vi è un “sigillo” tucidideo: «pensando che quel giorno segnasse per la Grecia l’inizio della libertà» (Elleniche, II, 2, 23). Ancora una volta lo storico si fa interprete di una psicologia collettiva. In quel «pensando che» (νομίζοντες) vi è tutto lo scetticismo di chi sa che si trattava di un’illusione: visione incongrua rispetto al notorio filo-laconismo senofonteo. E si tratta inoltre della puntuale, intenzionale ripresa “ad anello” delle parole con cui nel 431 era stato espresso l’ultimatum spartano agli Ateniesi, da cui era scaturita – come entrambe le parti si aspettavano – la guerra: «Gli Spartani vogliono la pace, ma ci sarà se lascerete liberi i Greci» (Tucidide, I, 139, 3). E poco dopo, narrata la brutale aggressione spartana contro Platea subito all’inizio delle ostilità, Tucidide soggiunge che, nonostante tutto, «il favore dei Greci in quel momento andava piuttosto agli Spartani soprattutto perché andavano dicendo che avrebbero dato la libertà ai Greci» (II, 8, 4). Ognuno vede in questo insistito richiamo a distanza il nesso tra l’apertura e la chiusura della grande costruzione storico-politica tucididea. E ognuno nota la presa di distanze, rispetto alla propaganda spartana imperniata sull’“esportazione” della libertà, tanto in questo iniziale «andavano dicendo che» quanto nel conclusivo «pensando che quel giorno avrebbe segnato l’inizio della libertà per la Grecia».