Simone Moro - Everest

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«Da sempre ho sognato di essere un alpinista, un himalaysta, un esploratore, un cercatore di avventura verticale.»

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capitolo 1

la prima spedizione 1992

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un sogno bianco

ll’inizio, il bianco per me era il colore delle montagne della mia Bergamo, un bianco che oggi, stranamente, non appare sbiadito nella mia pessima memoria. Erano anni in cui ero ancora un bambino, dove tutto ciò che scivolava era gioia, e bastava un prato imbiancato per occupare la giornata e i sogni notturni. Mio padre ci aveva sin da subito portati a slittare e sciare. Ricordo i viaggi assieme ai miei fratelli Matteo e Marcello verso Foppolo, San Simone, Piazzatorre, Zambla, Selvino, Monte Pora, Schilpario, Colere, Spiazzi di Gromo… Tutti nomi poco conosciuti al mondo dello sci “vip”, di tendenza, ma che a noi consentivano felici fughe a portata di portafoglio, a bordo del nostro Maggiolino Volkswagen. Di quel mondo bianco ho in mente l’abbondanza della neve, strade che sembravano scavate come tunnel dentro una montagna ibernata, coperta da un uniforme manto bianco. Ricordo con grande nostalgia le mani di mio papà: erano sempre calde, pronte ad avvolgere i miei piedini o le mie mani quando le sentivo gelate. Gli ultimi anni di quel periodo della mia vita li passai con gli sci da fondo, una tutina attillata in lycra, anche quella tutta bianca con il colletto azzurro, qualche volta con un pettorale e il cuore che batteva a mille mentre cercavo di arrivare più veloce degli altri in cima alla salita, sulla linea del traguardo.

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Nella pagina precedente: la parete sud-ovest dell’everest. A sinistra: in cima a una delle mie prime vie ferrate sulle dolomiti. da sinistra: mauro andreini, io, mio fratello matteo e pierluigi andreini.

Negli anni successivi, ho conosciuto bene il bianco della polvere di magnesio, quello che dovevo intuire scrutando gli appigli delle lisce pareti che cercavo di salire. Il bianco era un colore che ritmicamente depositavo sulle dita e sul palmo, infilando con regolarità la mano nel sacchettino di magnesite che tenevo legato in vita. Dovevo stare appeso con una mano, spesso stringendo appigli piccolissimi, sognando di saper un giorno utilizzare anche quelli che sembravano microscopici, lontani, nascosti. Faceva parte del gioco dell’arrampicata sportiva. Quando si arrampicava, anche i pantaloni dovevano essere bianchi: a pensarci è un colore quasi irriverente per un’attività sportiva che ha a che fare con rocce, pareti, sudore, attriti. Possibilmente si doveva stare a torso nudo, in forma perfetta, con un fisico quasi scultoreo. Il bianco era il colore dei chili di yogurt che mangiavo, tassativamente magro con meno calorie possibile. Bianche erano anche le pillole di zucchero ipocalorico (aspartame, perché lo si riteneva meno cancerogeno della saccarina), che servivano a nutrirsi rimanendo nel limite delle 1000 calorie al giorno, non una di più. Il tutto durava settimane, a volte mesi, finché non saltava il tappo una sera e ci si concedeva di sforare ampiamente il tetto calorico. Se ciò avveniva nei periodi di rigida preparazione e dieta, i giorni

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successivi si aggiungevano chilometri su chilometri alla corsa quotidiana. È dunque stato un colore chiave della mia vita il bianco, me ne accorgo proprio ora mentre sto scrivendo e ripercorrendo la mia storia. Ma il bianco che mi aveva accompagnato negli anni prima di quello strano giorno della primavera del 1992 era completamente diverso da quello che ora stavo per conoscere, toccare e calpestare…

l’allenamento Da giovane arrampicavo senza l’affanno di nella cava voler essere il migliore a tutti i costi, dando tempo al tempo, senza bruciare le tappe ma con la consapevolezza che avrei potuto farlo bene, magari dannatamente bene, di sicuro senza risparmiare energie, con dedizione e amore totale. Ero ancora un ragazzino quando nella mia mente è scattata l’idea di diventare un arrampicatore a tempo pieno. A dire la verità, da sempre ho sognato di essere un alpinista, un himalaysta, un esploratore, un cercatore di avventura… verticale. Attaccavo i poster e gli articoli di giornale di Reinhold Messner sopra il mio letto, leggevo delle sue imprese e mi incantava la sequenza impressionante di successi che aveva messo a segno, ma soprattutto la sua capacità di superare ogni limite tecnico e fisiologico, spostando sempre un po’ più in là il confine dell’impossibile. Non mi era però sfuggito che Messner era stato un grande, grandissimo rocciatore prima che un alpinista formidabile. Essere un arrampicatore, un climber, era dunque una prerogativa necessaria a dare sostanza al mio sogno di diventare un giorno “come lui”, di vivere anche io di alpinismo come faceva il mio idolo. All’inizio degli anni ’80 stava nascendo l’arrampicata sportiva; nello stesso periodo vennero alla luce anche i miei sogni. Innamorarsi di quella forma così libera e semplice di arrampicata fu davvero facile e fu una passione travolgente, totale e sincera. Chiamare “free climbing”, all’inglese, quel modo di scalare e di vivere mi fa sorridere, ma allo stesso tempo ripensare a un periodo così gioioso e spensierato della mia esistenza mi evoca dolcezza e ingenuità. Le mie spedizioni verso le rocce dove poter scalare, sfinirmi fisicamente ma viaggiare con l’immaginazione, le facevo a bordo delle auto di amici molto più grandi di me, di cui avrei potuto essere figlio o addirittura nipote. Teneramente mi portavano con loro per assecondare questo scatenato entusiasmo che emanavo da ogni poro della pelle, da ogni parola. Tutti i

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weekend, puntualmente, sapevo di avere appuntamento con la montagna e le sue rocce: era un momento che attendevo con ansia, lo desideravo così tanto che spesso mimavo i movimenti di scalata a occhi chiusi, mentre ascoltavo musica nella stanza da letto che condividevo con i miei fratelli. Le condizioni meteo non erano certo un impedimento. Quando pioveva o faceva freddo, andavamo a pochi chilometri da Bergamo, alla Cava di Nembro, un luogo che difficilmente può essere definito “bello” ma che da sempre è la palestra di roccia di generazioni di bergamaschi incalliti, incapaci di starsene a casa anche quando le nuvole o la neve rendevano teoricamente impossibile l’attività arrampicatoria all’aperto. Era una cava abbandonata e scavata nel ventre di una collina, una sorta di grotta artificiale alta e ampia come una grande chiesa, al cui interno si rimaneva riparati dalla pioggia battente e dove l’arrampicata no stop era interrotta solo dal buio. I più irriducibili percorrevano una vecchia stradina, creata all’epoca per i camion, quindi entravano con l’auto nella cava e arrampicavano anche di notte, alla luce dei fari delle loro vetture. La Cava di Nembro era dunque un infallibile piano B e si trovava a soli 13 km da Bergamo. La breve distanza, per un ragazzo senza patente e ancora minorenne, divenne presto il pretesto per sognare quel luogo anche durante la settimana. Mi prudevano troppo le mani per aspettare il weekend e l’entusiasmo che provavo mi convinse che avrei potuto benissimo andarci ogni giorno. La bici divenne, per i primissimi anni, il mezzo con cui andavo e tornavo dalla cava. Poi arrivò il primo motorino scassato, comprato con i soldi guadagnati in qualche lavoretto estivo o pomeridiano; poi una motoretta più bella, e infine saltò fuori una moto appartenuta a mio nonno, un Guzzi Cardellino 65 a tre marce azionate da una leva a fianco del serbatoio. Era vecchissima ma di cilindrata maggiore del cinquantino che avevo sino ad allora cavalcato e per di più aveva due posti. Passai degli anni splendidi in quel luogo: mi sembrava meraviglioso, era la mia capanna sull’albero dove non c’erano regole, orari, doveri. Lì si praticava già da tempo quello che oggi viene chiamato bouldering o sassismo, ovvero l’arrampicata su blocchi. Quel modo di arrampicare senza corda, concentrando in tre o quattro metri massimo di altezza la propria capacità di rimanere attaccati ad appigli piccolissimi o arrotondati, fu la disciplina di cui feci indigestione per settimane, mesi, anni. In cava, quando ero solo, arrampicavo in traverso a uno o due metri da terra senza mai scendere e senza mai permettere ai muscoli di riposare. Era un traverso di 200 metri

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di sviluppo, con rischio zero ma con intensità buona. Poi si affrontavano passaggi verticali (detti appunto boulder) e si saltava a terra una volta raggiunto l’appiglio finale. Ma anche, ovviamente, tutte le volte che si falliva e si mollava la presa… Ricordo che alcune volte venne anche mio padre con me, nei weekend piovosi. Voleva vedere come fosse quel posto dove io passavo così tanto tempo e che desideravo così tanto. Piacque anche a lui: capì subito quanto fosse utile, comodo, senza rischi. Non dimenticherò mai che fu proprio lui a fare le manovre di sicurezza con la corda durante l’apertura della mia prima via nella cava. Anziché muovermi in traverso o salire i pochi metri dei boulder, decisi che volevo aprire una via dalla base sino al soffitto della grotta. Con tecniche di arrampicata artificiale, allungandomi il più possibile verso l’alto e rimanendo appeso ai chiodi che piantai lentamente, battendo con il martello sul perforatore (una sorta di punteruolo), riuscii in due pomeriggi a realizzare un itinerario valutato di grado 7b, quasi 9° grado di arrampicata nella palestra difficoltà, che chiamai “Mr. Magù”. All’epoca ero ancora un un’ di introbio, in provincia di ragazzo che leggeva fumetti, con le foto di Messner o Bonatti lecco, con alberto consonni.

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appese in camera. Ero quello che saliva sulla bici e si precipitava alla cava, a volte anche al posto di andare a scuola. I miei coetanei già correvano dietro alle ragazze, fumavano le sigarette, andavano a ballare. Io invece ero “perso” in una strada alternativa, dove il tempo non era scandito dall’ormone e dalla smania di diventare adulto, ma solo dalla voglia di aggrapparmi, di salire più in alto del calpestio dove la gente passa normalmente l’intera vita. La cava non fu il luogo dove imparai davvero verso la montagna ad arrampicare, quello lo feci in Cornagera vicino a Selvino, poi in Dolomiti, in Grigna, ma di sicuro fu il posto dove capii che potevo davvero sperare di farlo per sempre, magari in modo professionale. Nella cava, insomma, diedi sostanza al mio sogno e da lì iniziai a guardarmi intorno, alla ricerca di un nuovo punto di fuga in verticale. Fu così che un giorno trovai il mio nuovo paradiso, il mio nuovo luogo d’azione. Non solo la falesia della mia vita, ma anche l’amico e il maestro chiave di quel periodo della mia esistenza. una gara di campionato Si trattava di una vera parete a 900 metri di quota, in Val italiano lead di arrampicata Serina, a una trentina di chilometri da casa, tutto sommato al palavela di torino, nel 1988. ancora vicina e raggiungibile in bici e in moto. Era Cornalba, la mecca dell’arrampicata sportiva lombarda di alto livello. Lì conobbi il suo custode, di fatto il suo vero scopritore, Bruno Tassi detto Camos. Fu lui a prendermi per mano, trattandomi come un suo giovane fratello. Mi disse che quella roccia, la sua roccia, la chiamavano “Corna Bianca” (ancora il bianco, ancora quel colore che costantemente attraversava il mio cammino, lasciando una traccia importante). Bianca fu anche l’auto che Camos mi regalò appena presi la patente. Non era di certo ricco il mio maestro, e la vettura che mi fece avere, una scassatissima Fiat 127 Familiare Coriasco, l’aveva pagata una gallina (sì, proprio il prezzo di un pennuto). Durante gli indimenticabili anni alla Cava di Nembro incontravo spesso un alpinista di trent’anni più vecchio di me, Luigi Rota. Era forte e molto meticoloso nella preparazione; usava scarponi rigidi, simulando arrampicate d’alta quota o di stile decisamente alpinistico e non certo da free climber. Nel 1981, durante una spedizione al Nanga Parbat, aveva subito l’amputazione degli alluci, dopo che aveva soccorso un compagno ormai stremato e abbandonato a se stesso sulla parte alta della montagna. Lo aveva trovato agonizzante, senza scarponi, e gli aveva dato i suoi per salvargli i piedi ormai

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congelati. Lui era sceso con due paia di calze, aiutandolo a trascinarsi fino al Campo base. Un gesto generoso, che gli era costato quella mutilazione. Ora mi rendo conto che Luigi Rota, detto il Gigi, è stato un personaggio chiave per la mia crescita alpinistica. Un po’ alla volta avevamo imparato a conoscerci dentro la cava, e Gigi aveva intuito che i miei orizzonti non si sarebbero fermati alle vie di roccia di estrema difficoltà: quelle salite mi piacevano, certo; mi davano gioia, soddisfazione, ma costituivano solo un passaggio, una tappa del mio percorso di vita verticale. Gigi sapeva che amavo andare sulle Dolomiti, con la neve e il ghiaccio. Avevo fatto le classiche su alcuni Quattromila delle Alpi e mi preparavo aerobicamente, correndo e facendo sci di fondo anche quando ero nel pieno della stagione delle arrampicate sportive. Insomma, aveva capito che amavo sentire il cuore che mi batteva forte nel petto e che avevo i polmoni e l’indole di un uomo portato più alla fatica che non all’acrobazia atletica. Forse anche per questo provava simpatia per me: aveva una mentalità molto aperta e vedeva cava di nembro, di buon occhio anche l’arrampicata sportiva, così diversa e la il luogo dove mi sono lontana dall’alpinismo che conosceva e praticava, quindi ap- formato da ragazzo.

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prezzava chi, come lui, era propenso a mescolare i vari mondi verticali. Io ammiravo stupito la sua costanza nel prepararsi, da vero atleta, nonostante lavorasse a tempo pieno e avesse una famiglia. Integro nel fisico e nella mente, era rispettato da tutti i frequentatori della cava, che lo riconoscevano anche come una sorta di “guardiano”. Se Camos lo era per Coralba, Gigi era di sicuro il miglior conoscitore della cava e chiunque avesse bisogno di un’informazione su quel luogo si rivolgeva a lui. Una domenica di pioggia, all’inizio del 1992, la telefonata di gigi alla cava è arrivato un personaggio, Agostino Da Polenza, che non era solito frequentare quel posto. Era lì perché cercava qualcuno, ovvero Gigi. Il suo scopo non era scambiare due chiacchiere o invitarlo a bere un caffè, ma qualcosa di molto più serio. Da Polenza era stato un buon alpinista, o meglio un buon potenziale alpinista, ma aveva interrotto la sua carriera sportiva molto presto, a soli ventinove anni, dopo aver salito due montagne da 8000 metri: il K2 dal versante Nord e il Gasherbrum I per una nuova via. Dopo quelle imprese, si era dedicato all’attività manageriale di organizzatore di spedizioni e progetti scientifici, senza però salire con le squadre di alpinisti che dirigeva. Ci riprovò nel 1986, a trentun anni, sul K2, ma dovette desistere. L’allenamento e la forma fisica purtroppo erano stati sacrificati alla logistica, alla ricerca di sponsor e ai contatti con i media. Agostino era venuto alla cava perché stava organizzando una grande spedizione sull’Everest per l’autunno dello stesso anno. Sarebbe stata una spedizione nazionale, con alpinisti provenienti da tutto l’arco alpino. La squadra, oltre a scalare l’Everest, avrebbe dovuto collocare sulla cima della montagna un treppiede metallico con cui effettuare nuove misurazioni della quota. Si trattava di una spedizione alpinistico-scientifica non molto diversa da quelle del passato, ricordava la famosa e discussa missione sul K2 di Ardito Desio nel 1954 e quella di Guido Monzino del 1973 proprio all’Everest; seppur non altrettanto mastodontico, il progetto aveva uno stile e taglio molto simili. Agostino chiese a Gigi di prendere parte alla spedizione come componente della sezione “Alpi centrali”, insieme ai lecchesi Lorenzo Mazzoleni e Mario Panzeri. Sapeva che sarebbe stato un valido aiuto grazie alla sua forza fisica e alla sua esperienza in alta quota. E così Gigi ricevette l’invito tra le pareti rimbombanti della cava: ne fu lusingato, ma rispose subito

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che non avrebbe partecipato, perché aveva già preso un impegno con un amico, Augusto Zanotti, per un’altra impresa, sempre all’Everest. Insieme avrebbero tentato la scalata per la cresta Ovest, con partenza dal Campo base tibetano. Così Agostino gli chiese di suggerirgli qualche altro nome. La sera stessa, a casa, Gigi ne parlò con la moglie. E, chiacchierando, ebbe un’idea: indicare me come suo sostituto. Mi riteneva forte e in gamba, e gli parve una buona idea, così telefonò subito ad Agostino Da Polenza. Questi conosceva il mio nome e, sapendo che ero un climber, restò perplesso. Sarei stato pronto per l’alpinismo classico? Gigi gli assicurò che ero portato per gli sport di fatica e che andavo sempre a correre. Conosceva bene il mio sogno di diventare un alpinista professionista. Quella telefonata di Gigi stava per aprirmi le porte di un mondo che avevo sempre soltanto sognato e in cui avevo creduto con tutta la mia determinazione. La mia vita era focalizzata su quell’obiettivo quasi impossibile, su quel progetto di vita folle, irrazionale, sconveniente, inutile e forse assurdo. Leggevo libri di alpinismo, facevo trazioni, preparavo lo zaino, andavo a letto presto. Niente fumo, niente alcool, niente discoteca, niente ragazze da corteggiare, massima concentrazione. Mentre i miei coetanei si godevano il presente, io preparavo il mio futuro. E se qualcuno sorrideva o peggio derideva la mia convinzione di diventare un alpinista professionista, l’effetto su di me era quello di crederci ancora di più. Ero certo che la ruota avrebbe girato e che avrei goduto più tardi ma anche più a lungo, se avessi fatto della mia passione la mia vita. Sapevo insomma che i conti li avrei fatti in un secondo momento, quando l’età spensierata avrebbe lasciato lo spazio a quella della razionalità. Il cammino che mi ha portato a farcela, e forse anche a meritare la telefonata di Gigi Rota ad Agostino, è stato estremamente bello, intenso ed entusiasmante. Non posso e non voglio però dimenticare gli ostacoli che ho dovuto superare. Non venivo da una famiglia benestante, non abitavo né a Cortina né a Courmayeur, non avevo una tradizione alpinistica famigliare alle spalle ed ero della generazione che veniva dopo quella di Messner, colui che aveva fatto tutto (o quasi) quello che si poteva fare. Insomma, le carte che potevo giocarmi non erano le migliori, avrei dovuto sudare. La scuola e alcuni professori furono i primi a mettermi in difficoltà. Ricordo come se fosse adesso i loro volti e i loro giudizi spietati, quando mi dicevano che non avrei combinato niente nella vita, che non sarei mai riuscito a spiccicare neppure due parole in inglese, che avrei fatto meglio a fare il muratore…

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con emilio previtali e i miei occhiali rosso fiammante al palavela di torino durante una gara del campionato di arrampicata.

A pensarci ora, fu davvero pericoloso. Se non fossi stato così cocciuto e determinato, se non avessi avuto genitori che mi sostenevano e incoraggiavano pur soffrendo per il mio rendimento scolastico altalenante, forse avrei deragliato dal mio percorso verso la vetta. Chissà che cosa penserebbero ora alcune mie insegnanti, se sapessero che quel loro allievo scapestrato e svogliato ha imparato cinque lingue e si è laureato con lode, oltre ad aver raggiunto l’Everest, non solo la montagna vera e propria, ma anche il suo “Everest” personale. Ci sono sassolini che bisogna togliersi dalla scarpa, prima o poi… E così, Agostino da Polenza mi telefonò e mi invitò a raggiungerlo pochi giorni dopo nel suo ufficio. Il Gigi mi aveva già accennato qualcosa: ero felice ed eccitato all’idea di poter fare un’esperienza sull’Himalaya ed ero curioso di scoprire che incarico era stato pensato per me. Mi informai su chi fosse e cosa avesse fatto Agostino alpinisticamente, oltre che sul suo lavoro. Ricordavo che era stato l’artefice del progetto “Quota 8000”, per il quale una squadra era stata pagata per scalare in cinque anni tutti i quattordici Ottomila del mondo. La sua società aveva come obiettivo statutario proprio l’alpinismo. Erano cose un po’ strane per me, così diverse dall’alpinismo di cui avevo letto e a cui mi ero appassionato. I miei riferimenti erano Reinhold Messner, Renato Casarotto, Walter Bonatti, Riccardo Cassin, Hermann Buhl, Jean-Marc Boivin, Christophe Profit, Eric Escoffier, con le

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loro storie quasi leggendarie di forte individualità. Pensare il team della spedizione del 1992 che ci potesse essere ancora una sorta di squadra organizza- all’everest al gran completo. ta, con un regista al Campo base che decideva e coordinava l’azione sulla montagna, mi stupiva e onestamente mi spaventava. Pensavo che quell’alpinismo fosse finito con le spedizioni nazionali “di conquista” tipiche degli anni ’50 e ’60. “Mountain Equipe Srl”, diceva la targhetta sopra il campanello. Venni ricevuto cortesemente in un ufficio con segretaria e collaboratori alle scrivanie. Alle pareti c’erano fotografie di splendide montagne, mappe e carte topografiche incorniciate oltre che immagini di alpinisti impegnati su pareti scintillanti, qua e là qualche tavola scientifica. E poi una figura che compariva più volte, anche in forma stilizzata: una piramide di vetro, una costruzione dalla forma perfetta, alla base di una montagna grossolanamente piramidale. Mi trovavo nella sala di regia del progetto “Ev-K2CNR”, finanziato dal Ministero della Ricerca Italiana e di cui Agostino era l’ideatore e il presidente. La chiacchierata fu cordiale e molto concreta: dopo esserci raccontati reciprocamente, Agostino mi chiese a bruciapelo se mi interessava salire

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sull’Everest. Ovviamente risposi di sì. Mi spiegò che l’obiettivo era raggiungere la vetta, posizionare un treppiede metallico su cui erano montati prismi riflettenti ed effettuare misurazioni per stabilire con estrema precisione quanto fosse alta la montagna. Questi prismi servivano per ricevere e riflettere un fascio di luce laser inviato contemporaneamente sia dal lato nepalese (a Sud) sia da quello tibetano (a Nord): la distanza percorsa dai fasci di luce e il tempo impiegato sarebbero poi stati rapportati a una serie di dati e integrati con altri di diversa natura. Sulla cima si sarebbe anche scandagliato con delle sonde l’ultimo affioramento roccioso per stabilire la quota esatta di quel punto (a differenza della coltre nevosa sommitale, era un punto certo e non influenzato dalle variabili dovute alle precipitazioni). Era un progetto serio, costoso, non solo alpinistico e per il quale intuivo che non fosse ammesso il fallimento. La squadra, molto numerosa, sarebbe stata composta da rappresentanti delle varie località e settori geografici delle Alpi: cinque valdostani, quattro provenienti dalle Alpi centrali, fra cui due lecchesi e due bergamaschi, Marco Dalla Longa e io, due veneti (uno di Padova e uno di Rovigo) e un altoatesino, Oswald Santin, che già avevo incontrato lungo il mio percorso da arrampicatore sportivo. C’erano poi un medico e un logista toscani, Sandro Bianchini e Bruno Giovannetti, che erano stati gli ideatori della spedizione, nonché una serie di ricercatori e scienziati preposti alla parte scientifica e infine il cameraman Pierre Royer. Il capo spedizione sarebbe stato Agostino; il suo vice, nonché capo della squadra di alpinisti, il francese Benoît Chamoux, uno scalatore con numerose esperienze in alta quota tra cui un record di velocità di salita al K2. Agostino e Benoît erano amici di lunga data e insieme avevano organizzato nel 1988 un progetto chiamato “Esprit d’équipe”, simile a quello di “Quota 8000” negli intenti, ma che aveva anche come obiettivo la valorizzazione del lavoro di gruppo, come indicava il nome. L’iniziativa era stata sponsorizzata dalla Bull, una multinazionale produttrice di computer che già aveva sostenuto un progetto sportivo simile nel mondo della vela. Accettai di partecipare a una spedizione che non era quella che mi sarei aspettato come inizio di una carriera o come realizzazione dei miei sogni himalayani, ma era un’occasione importate, con tanta gente esperta, e per giunta a costo zero. Oltre che dal Ministero della Ricerca, la spedizione sarebbe infatti stata finanziata dalla Baume & Mercier, l’azienda svizzera di orologi, coinvolta nell’operazione da Benoît.

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noel odell, il geologo inglese che partecipò alla spedizione del 1924, fotografato mentre osservava mallory e irvine che si dirigevano con determinazione verso la vetta. odell fu l’ultima persona a vederli vivi.

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finato: venne accolto nel circolo letterario inglese di Bloomsbury, dove diventa amico di Virginia Woolf. Al Campo base dell’Everest leggeva ai compagni passi di Amleto e Re Lear e si entusiasmava parlando dei suoi ideali. Con un amico avrebbe voluto fondare la “scuola del futuro”, per diffondere un progetto di riforme per una società più equa e aperta. Era un tipo complesso, a volte molto lunatico: romantico, idealista, sensibile ma capace di prove titaniche, con una resistenza al dolore ai confini della realtà. Nel 1909, a 23 anni, cadde mentre stava scalando una cava abbandonata sotto gli occhi terrorizzati delle due sorelle e si fece male a una caviglia. In realtà si trattava di una frattura, ma questo lo si scoprì solo nel 1918, quando venne operato dopo essere stato rispedito a casa dal fronte di guerra per un dolore diventato insopportabile. Il piede non andò mai a posto, ma per lui questo non fu certo un freno. Quando si avvicinò per la prima volta al versante tibetano dell’Everest nell’estate del 1921, coprendo a piedi i circa 600 km che allora le spedizioni dovevano fare partendo da Darjeeling, lo descrisse così: «A poco a poco, molto gradualmente, scorgemmo i fianchi, i ghiacciai e le creste della montagna. Ora un frammento, ora un altro, attraverso gli squarci fluttuanti, finché più alta nel cielo di quanto si osasse immaginare apparve la vetta bianca dell’Everest, e fummo in grado di interpretare il sogno». Un sogno da cui non si risvegliò più, stretto in un abbraccio mortale con l’idea di essere il primo uomo a salire sulla cima del mondo.

schema tracciato da edward norton, che partecipò alle spedizioni sull’everest del 1922 e del 1924, sul retro di una lettera che scrisse all’astronomo e geografo britannico arthur robert hinks, in cui abbozzò l’everest e le altezze raggiunte da vari scalatori, fra cui mallory e irvine.

più saliva. A volte dovevano andare a riprenderlo, come un’estate quando la marea stava per sommergere lo scoglio sul quale era salito a nove anni. «Non c’è dubbio che per tutta la vita abbia amato rischiare», ricorda un amico. Ma questo non lo allontanò dagli studi, che svolse a Cambridge, dove conobbe i compagni con cui iniziò a mettere a frutto le sue doti naturali di alpinista. Già dalle prime scalate che effettuarono sulle Alpi emersero luci e ombre del suo stile: forza e resistenza fisica straordinaria, intuito, riflessi, ma anche un coraggio ai confini dell’incoscienza, e un’impulsività a volte fuori controllo. Geoffrey Young, amico e primo compagno di scalate, ricordava che «la protezione di una corda per lui non significò mai nulla. Aveva il passo fermo ed era svelto a rimettersi in piedi, come un camoscio». Mallory aveva grazia atletica, era bello ed era un giovane colto e raf-

LA STRADA VERSO LA VETTA Durante questa prima esplorazione, con fini più esplorativi che alpinistici, Mallory raggiunse la terrazza inferiore del Colle Nord, a circa 7400 metri. Avrebbe voluto proseguire ancora ma i due compagni, Guy Bullock ed Edward Wheeler, erano troppo stanchi. Erano stati giorni durissimi per tutti, in una spedizione minata da tensioni e difficoltà: vestiti poco più che in un normale inverno londinese avevano fatto i conti con temperature a -40 °C e bufere 54

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di neve con venti sopra i 100 km all’ora. Ma la strada verso la vetta era stata individuata, passava dal Colle Nord, e l’intera Inghilterra aveva iniziato a condividere il sogno di Mallory. L’anno successivo, l’organizzazione fu molto più accurata. Inoltre, per la prima volta nella storia, si decise di portare l’ossigeno. Mallory naturalmente non ne voleva sapere, nonostante un test della Raf ne mostrasse l’efficacia. Furono però affidabilità e peso dell’attrezzatura a rimettere di nuovo tutto in discussione: tra bombole d’acciaio, tubi, maschere e valvole, si sfioravano i 15 kg. Mallory ribadisce che l’uso “di aria inglese” non fa per lui e mina la sua concezione di confronto aperto tra uomo e montagna. Punta più sulla natura, la sua, che sulla scienza. Il piano della spedizione prevede l’attacco alla cima, sempre seguendo la via del Colle Nord, da parte di due squadre: la prima, senza ossigeno, era composta da Mallory, Howard Somervell, Edward Norton e Henry Morshaed. Quest’ultimo, semiassiderato, il 21 maggio si fermò a quota 7600; gli altri, 600 metri più sopra. La discesa fu una lotta per la sopravvivenza, con Morshaed in preda alle allucinazioni e incapace di reggersi in piedi. Scivolarono in un canalone e Mallory riuscì a conficcare la piccozza appena in tempo per evitare la tragedia. Rientrarono al Campo 4 alle 23.30, sfiniti e disidratati. Ma gli sherpa, per un malinteso, avevano portato in basso le pentole, indispensabili per sciogliere la neve. I quattro si salvarono preparando un intruglio di marmellata, latte condensato e neve sbattuta in un barattolo. Il giorno dopo, scesi al Campo 3, bevvero decine di tazze di tè a testa. La seconda cordata, con l’ossigeno, composta da George Finch, Charles Bruce, il Gurkha Tejbir Bura e John Noel, dopo due notti a 7800 metri riesce a raggiungere quota 8320 metri, record di altitudine mai raggiunto prima, a dimostrare, anche a Mallory, che l’ossigeno può fare la differenza. Al Campo base la situazione però è drammatica: gli uomini sono stremati. Morshead aveva crisi di pianto per i dolori alle dita, che in India gli verranno poi amputate. Il medico della spedizione, Tom

Longstaff, dopo una serie di visite, scrisse che nessuno era più nelle condizione di fare nuovi tentativi. Mallory, che aveva alcune dita congelate e accusava episodi di aritmia cardiaca, scrisse: «Longstaff ha uno dei suoi eccessi di iperattivismo. Quando è così diventa tedioso, impiccione, borioso». Quindi, ovviamente, non gli diede retta e il prezzo fu altissimo: la spedizione finì nella tragedia. Il 7 giugno la squadra composta da Mallory, Somervell, Colin Crawford e tredici sherpa venne travolta da una valanga lungo la direttrice del Colle Nord sulla quale stava salendo. Sette portatori morirono. «Le conseguenze del mio errore sono terribili», scrisse Mallory alla moglie Ruth, «sembra incredibile che sia accaduto veramente e che ormai non possa fare niente per porvi rimedio. Non c’è obbligo che io abbia mai inteso onorare quanto quello di prendermi cura di questi uomini; di fronte ai pericoli della montagna sono come bambini e si danno tanto da fare per noi. Ora per colpa mia sette di loro sono morti». L’intera squadra, che ammirava le doti alpinistiche e la lealtà degli sherpa, rimase sconvolta. «Perché nessuno di noi inglesi ha condiviso la loro sorte?» scriverà più tardi Somervell. Il 1 giugno 1922, sei giorni prima della tragedia, Mallory aveva scritto all’amico David Pye: «È una montagna infernale; gelida e infida… Forse è pura follia salire di nuovo. Ma come posso non essere della partita?». Dall’Everest Mallory ormai non poteva più scendere. La morte di quei sette uomini che amava e di cui si sentiva responsabile, era la spinta finale verso la vetta. Il sogno si era trasformato in un incubo e il risveglio non era possibile.

DAL SOGNO ALL’INCUBO La squadra selezionata per la spedizione del 1924 prevedeva un gruppo scelto di alpinisti, molti dei quali già impegnati in quella del 1922, a cui si aggiunsero quattro indiani del Secondo e Sesto fucilieri Gurkha. A guidarla era ancora il generale Charles Bruce mentre tra gli alpinisti si aggiungevano il fortissimo Noel Odell e Bentley Beetham. Anche Richard Graham 55

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era stato convocato, ma essendosi rifiutato di combattere durante la Prima guerra mondiale, era stato scartato perché non ritenuto abbastanza "degno" di prendere parte all'impresa. L’ultimo a unirsi alla spedizione fu, in modo abbastanza casuale, Andrew Irvine: ventiduenne studente d’Ingegneria a Oxford, fisico d’acciaio, con poche esperienze alpinistiche ma

abilissimo nei lavori tecnici sulle apparecchiature per l’ossigeno e, in generale, a riparare qualsiasi aggeggio meccanico. Durante il viaggio in nave Irvine divenne grande amico di Mallory, con il quale strinse una relazione forte, fatta di ammirazione e stima reciproche, nonostante i sedici anni di differenza di età. «Il nostro ragazzo di Oxford dagli occhi azzurri», scrisse Somervell, «è molto più giovane di tutti noi, ed è davvero un buon tipo. È senz’altro un uomo (o meglio, un ragazzo) concreto, ma dagli ideali elevati; è molto garbato con i portatori». La spedizione raggiunse il Campo base a Rongbuk, con una parte della squadra debilitata dalle malattie contratte lungo il viaggio in Tibet: febbre, mal di gola, diarrea, nausea. Irvine non si sentiva bene e tentava di curarsi con oppio e piombo. Anche

Nella pagina accanto: la locandina del film girato sull’everest nel 1922 dal capitano john noel, che documentò il tentativo di conquista della vetta. Sopra: i membri della spedizione del 1924. dietro, da sinistra a destra: andrew irvine, george mallory, edward norton, noel odell e john macdonald. davanti, da sinistra a destra: edward shebbeare, geoffrey bruce, howard somervell e bentley beetham.

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Furono loro a pianificare l’attacco alla vetta e la serie di Campi elevati: il quinto fissato a 7750, il sesto a 8000 e l’ultimo a 8300 metri. Ma, per quasi tutto il mese di maggio, i vari tentativi di salire vennero frustrati da nevicate, venti artici e temperature fino a -50 °C. Il 12 maggio Norton ordinò a tutti, portatori e alpinisti, il rientro al Campo base, ma questo non evitò le prime due vittime: una per embolia cerebrale, l’altra per arresto cardiaco. Il 23 maggio quattro sherpa rimasero bloccati senza viveri al Campo 4. Il giorno dopo Norton, Mallory e Somervell, dopo molte peripezie, riuscirono a salire e a riportarli a valle. Il maltempo non dà tregua ed è come se penetrasse anche nelle tende del Campo base, dove molti uomini continuano a lamentare malesseri. Persino Mallory appariva sfiduciato. Il 27 maggio, nella sua ultima lettera alla moglie, scrisse: «Cara ragazza, questo è stato proprio un brutto periodo: rivivo gli sforzi tremendi, lo sfinimento e la depressione e osservo fuori dalla tenda un tetro mondo di neve e speranze che svaniscono. Eppure, eppure, eppure non è stato tutto così negativo. L’unica possibilità adesso è rimettersi in forma e seguire un piano più semplice e rapido… ma dubito molto di riuscire a tornare in forma… Cara, ti auguro tutto il bene possibile, che la tua ansia finisca prima che tu riceva questa lettera e spero di darti presto buone notizie. Ci sono cinquanta probabilità contro una a nostro favore, però faremo la nostra parte con dignità. Ti amo tanto. Il tuo sempre devoto, George». Ma il 29 maggio il tempo migliorò, e così anche l’umore. Il giorno successivo le cordate di punta erano già tutte al Campo 3 e da lì partirono con gli sherpa per allestire gli ultimi campi. Gli alpinisti si mossero in cordate a due: Mallory e Geoffrey Bruce, Norton e Somervell, Odell e Irvine. Si alternarono dal Colle Nord sempre più in alto, e poi ridiscendendo, a seconda delle condizioni del tempo, delle gambe e della testa. All’inizio Norton arrivò più in alto di tutti, a 8573 metri, impresa che gli costò tre giorni di cecità assoluta e un dolore atroce agli occhi, dovuto a un’oftalmia causata dall’imprudenza di essersi tolto gli occhiali da sole

le impronte degli sherpa sul documento che dimostra il pagamento del loro ingaggio per la spedizione sull’everest del 1922. Nella pagina accanto: george mallory e andrew irvine si preparano a lasciare il colle nord dell’everest in uno scatto di noel odell. è il loro ultimo ritratto.

Mallory accusava forti dolori addominali e temeva che si trattasse di appendicite, che però scomparve quando Somervell, che nella vita civile era un bravo chirurgo, gli mostrò i ferri che avrebbe usato per l’operazione. Colpito dalla malaria, Charles Bruce fu costretto a ritirarsi e il comando venne assunto da Norton, che nominò Mallory capo degli alpinisti. 58

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per vedere meglio un tratto su rocce scure. Il 6 giugno toccò a Mallory tentare. Per salire con lui scelse Irvine, andando contro il consiglio di Norton, che indicava in Odell il compagno in quel momento più in forma. Ma Mallory, oltre che per la forte amicizia che lo legava a Irvine, lo preferì per la sua abilità nel maneggiare le bombole d’ossigeno che lui non sapeva nemmeno collegare alla maschera. Fino al Campo 5 tutto andò bene, il tempo era perfetto e salirono con otto sherpa. Dopo la notte, partirono per il Campo 6, con quattro sherpa. Lo raggiunsero e si fermarono a dormire, mentre gli sherpa scesero con un biglietto di Mallory. «Caro Odell, siamo terribilmente spiacenti di aver lasciato tutto così in disordine. All’ultimo momento il nostro fornello Unna è rotolato giù dal dirupo. Dovrei aver dimenticato una bussola nella tenda: per amor del cielo, recuperamela, siamo senza. Ci rimangono 90 atmosfere per due giorni, perciò probabilmente proseguiremo con due bombole, ma è un dannato carico per arrampicare. Tempo perfetto per il lavoro. Sempre tuo, G. Mallory». Si credeva che queste fossero le sue ultime parole, ma altre furono poi trovate nella tasca della sua giacca quando venne ritrovato il suo corpo, nel 1999. L’8 giugno cominciarono la salita, ma verso le 9 com-

parvero le prime nuvole. Nessuno può sapere a che ora si fossero mossi i due scalatori; si sa invece per certo che Mallory aveva dimenticato in tenda torcia, lanterna e razzi di segnalazione. Odell, nel frattempo, si mosse verso il Campo 6 e, a quota 7900, salì su un pinnacolo per guardare la cima. Erano le 12.50. «All’improvviso l’atmosfera si schiarì e riuscii a scorgere tutta la cresta fino alla vetta dell’Everest. Fissai una piccola macchia nera che si stagliava su di un basso crinale nevoso sotto un gradino di roccia lungo la cresta; la macchia nera era in movimento. Apparve una seconda macchia nera che risaliva il crinale nevoso per raggiungere l’altra figura sulla cresta. La prima si avvicinò al grande gradino di roccia e fece brevemente capolino sulla cima, la seconda fece altrettanto. Poi l’affascinante visione sparì, di nuovo inghiottita dalle nuvole». È questa l’ultima volta che i due amici Mallory e Irvine furono visti. Così insieme conquistarono il cuore dell’Everest ed entrambi sono rimasti là a tenerselo stretto, senza svelare se siano stati loro i primi uomini a salire sulla cima del mondo. Si sa solo che la foto della moglie che Mallory aveva portato con sé per lasciarla in vetta, quando il suo corpo venne ritrovato 75 anni dopo, nelle sue tasche non c’era più. 59

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