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Pisa, lunedì 27 settembre 2004 A Daniele De Robertis le tre settimane nell’infermeria erano sembrate lunghissime. Gli avevano curato una ferita d’arma da fuoco al polso destro, quello della mano con cui impugnava la pistola durante la sparatoria con la polizia. Già da tre giorni si trovava in quella cella con un letto a ca stello di metallo segnato in più punti dalla ruggine. Uno spazio angusto, tre metri quadri o poco più, un buco squallido che lo faceva sentire sempre e comunque in pericolo. Se non altro era solo: molti l’avrebbero considerato un privilegio, ma lui non ci aveva neppure fatto caso. Non gli sarebbe mai passata per la testa l’idea che qualcuno avesse voluto favorirlo. All’improvviso sentì una terribile sensazione di soffocamen to, come se la sua vita stesse per giungere al capolinea. Si guardò intorno, sopraffatto dal panico: anche le pareti, sudicie e di un colore ormai indefinibile, contribuivano a to gliergli il respiro. E poi c’erano quei maledetti odori di urina e di sudore che stagnavano nell’aria. Si erano insinuati nelle narici e non volevano abbandonarlo. Ma qualcos’altro non lo lasciava in pace. Erano quei cattivi 17
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ricordi che, nelle tre notti precedenti, erano riaffiorati più volte a rubargli il sonno. E che non lo avevano abbandonato mai, neppure allo spuntare delle luci del giorno. Traumi profondi, indelebili, lontani eppure così presenti, perché incisi a fuoco nella sua memoria. Continuava a mancargli il respiro. E lo tormentava anche tutto quello che accadeva al di fuori di quelle quattro mura: i colpi di tosse, la cacofonia di rumori, il puzzo esalato dalle cu cine, il mondo sotterraneo, invisibile, abitato da insetti orrendi che di notte parevano volerlo aggredire, torturarlo, strappar gli l’ultimo alito di vita. Gli sembrava addirittura di vedere un esercito di scarafaggi enormi sbucare dagli angoli, arrampicarsi sul letto e camminargli sul corpo. “Questo posto mi succhia l’anima, è peggio della morte. Qui sono un uomo già finito, a trentasei anni!” Avvertì un dolore sempre più intenso penetrare nelle ossa. I nervi si torcevano, avrebbe voluto prendere a morsi la sua stessa carne per non gridare. Sdraiato sul materasso, sottile e appiccicoso, cercò di ripren dere il controllo prima che tutte le energie lo abbandonassero. Lanciò un’occhiata alla finestra, al di là delle robuste grate di acciaio. Distinse granelli di polvere volteggiare davanti a lui e uno squarcio di cielo, terso e azzurro. Null’altro. Immaginò però, in lontananza, la sagoma delle colline che ondeggiava nella luce del sole. E, ancora oltre, la montagna dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Dove, proprio nel fiore degli anni, per un turpe gioco del destino sembrava essersi conclusa la sua vita. Quello era il luogo in cui era stato un ber saglio inerme prima e un assassino con molti conti in sospeso poi, fino a diventare la preda più ricercata. Senza alcuna via di scampo. 18
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Un’esistenza avvitata in un cerchio del male, la sua, una spi rale da cui era impossibile uscire. Tante domande nella testa. Troppi pensieri. Distolse lo sguardo dal mondo là fuori e lo riportò su quel le quattro mura. Oltre alle macchie di umido c’erano parec chie scritte, molte delle quali indecifrabili. Alcune erano veri e propri slogan, impressi con gli oggetti più impensabili da tutti quelli che l’avevano preceduto. Forse solo per combattere la noia, la tristezza, forse per lasciare un’ultima traccia di sé. Uno sembrava gridasse più degli altri: la libertà ha un prezzo alto, trova il coraggio! Stava riflettendo su quelle parole quando un rumore di pas si, sempre più distinto, lo fece voltare verso la porta. «Ehi, De Robertis! C’è una visita per te» gli annunciò il se condino con un accento spiccatamente calabrese. Nella mano destra il mazzo di chiavi che teneva fissato con una lunga cate nella al cinturone della divisa. Di malavoglia si alzò dal letto. Infilò le scarpe da tennis prive di stringhe e uscì senza cambiarsi, con indosso la tuta nera che usava anche per dormire. Sul viso, la barba di tre settimane. Sembrava un altro, uno qualunque, completamente anonimo. Come tante altre perso ne in quel luogo, d’altronde. Anche i capelli, spesso tinti dei colori più disparati, che insieme al fisico atletico di oltre un metro e novanta avevano così spesso attirato donne bellissime, ora erano stati rasati. Quegli occhi duri, gelidi, che potevano essere grigi, oppu re verdi o azzurri, a seconda delle circostanze, sembravano ormai un ricordo lontano. Ora erano infossati e inespressivi. Non aveva più quello sguardo spietato e freddo che raccontava
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di un’altra vita, fatta di troppe giornate buie e sofferte per un uomo così giovane. Fino a quel momento nessuno era andato a trovarlo, lui in fondo non si sarebbe mai aspettato una visita. L’unica persona che gli era rimasta viveva a Parigi e si muoveva su una carrozzi na elettrica. Era una ricca ereditiera settantenne, che aveva in vestito i propri capitali nell’acquisto di proprietà immobiliari in Francia e in Italia. Una donna dal cuore nobile che molto tem po prima aveva ottenuto il suo affidamento, e poi l’adozione. No, non poteva essere lei.
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Nella sala d’attesa del carcere di Pisa Don Bosco – il santo dei fanciulli – lo attendeva un uomo vicino ai sessant’anni, alto più di un metro e ottanta. I capelli, corti, erano spruzzati di grigio. Le basette completamente bianche. Sul viso, abbron zato da prolungate sedute al solarium, spiccavano un paio di baffi sottili alla Zorro e gli occhi chiari. Un bell’uomo, elegante e distinto in un abito scuro di alta sartoria reso ancora più serio da una ventiquattrore di pelle nera, lucidissima. «Avvicinati al tavolo» ordinò il secondino al detenuto, sfio randogli con la mano la spalla destra. Daniele De Robertis eseguì in silenzio, bloccandosi davan ti all’unico tavolo di metallo con i piedi avvitati al pavimento. Solo due, le sedie, di plastica grigia graffiata. La stanza, spoglia e fredda, era piccola e dello stesso colore indefinibile della cella. Al soffitto le pale di un ventilatore, che aveva conosciuto gior ni migliori, giravano pigramente sollevando polvere e zanzare morte. La luce cruda di un lampadario al neon emetteva un ron zio continuo. Unico ornamento, un cartello con scritto vietato fumare. Nell’aria gli inconfondibili odori di sudore e umidità. Il palazzo era ormai così fatiscente da cadere a pezzi. Gli intonaci si sgretolavano, una parte dello spogliatoio da tempo 21
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era chiusa a causa delle infiltrazioni d’acqua, alcune stanze inu tilizzate per il pericolo di crolli. L’uomo posò la ventiquattrore sul tavolo e gli andò incontro. Gli tese la mano destra, presentandosi con aria sicura. «Sono l’avvocato Amedeo Russo, con studio legale a Firenze e a Roma.» Daniele De Robertis gli strinse la mano e subito dopo, ritraen dola, disse: «Non capisco. Io non ho chiesto nessun avvocato». L’altro allargò le braccia. «Lo so, ma sono stato nominato d’ufficio dal procuratore della Repubblica di Firenze. Lei do vrà essere interrogato quanto prima e la legge richiede la pre senza di un avvocato.» Il detenuto fu colto da un senso di oppressione all’idea di dover affrontare interrogatori, processi, aule di giustizia, foto grafi, giornalisti e soprattutto il pubblico, che sicuramente non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione per fissarlo e trattarlo come una belva rara. E c’erano anche le tv. Qualche canale avrebbe trasmesso in diretta il processo, sperando nelle indiscrezioni di inquirenti, avvocati e testimoni al termine di ogni udienza. Al solo pensiero rimpianse quasi di non essere morto nel conflitto a fuoco. Quel poliziotto avrebbe dovuto colpirlo al cuore, non al polso. Il secondino gli diede una leggera spinta sulla spalla perché si sedesse. Poi, rivolto all’avvocato che stava a sua volta pren dendo posto, disse: «Mi faccia un segnale quando ha finito. Io sono dietro la porta. Non oltre mezz’ora, però». Quindi uscì per garantire la riservatezza del colloquio. Guardandolo di spalle, si notava la camicia della divisa appic cicata alla schiena dal sudore. Chiuse la porta con un irritante rumore metallico e si piazzò davanti allo spioncino. Da lì avreb be potuto osservare quanto succedeva all’interno della sala. 22
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Il detenuto cominciò a studiare l’avvocato nei dettagli. Le mani erano esili, lunghe e ben curate. Proprio come quelle di un pianista. Gli occhi, piccoli e sempre in movimento, sembra vano pronti a registrare ogni cosa. I lineamenti del viso erano perfetti, nonostante l’età. Gli ricordava vagamente un attore, ma non ebbe il tempo di capire quale. «Spero che la cella le piaccia» esordì Russo. «Ho saputo che, una volta dimesso dall’infermeria, volevano rinchiuderla nel reparto di massima sicurezza, ma per ora sta bene dove si trova» e si passò una mano fra i capelli. De Robertis dava l’impressione di non averlo neppure ascol tato, perso in pensieri tutti suoi. Stava seduto con la schiena curva e i muscoli contratti, ma lo sguardo era indecifrabile, come sospeso. Non sbatteva mai le palpebre. Il volto dell’avvo cato gli diceva qualcosa. All’improvviso ebbe un lampo. Sì, lo aveva già visto. I ricor di si facevano precisi, finalmente. Era uno di quei legali che portavano i loro clienti sotto i riflettori per accrescere la propria notorietà. Qualche anno pri ma lo aveva visto in tv durante un servizio del telegiornale. Con un’espressione trionfante, era stato ripreso accanto a un suo cliente appena scarcerato perché prosciolto da accuse gravissi me. Era stato un vero e proprio trionfo professionale, impreve dibile per chi aveva seguito quel caso. Gli tornò in mente anche il nome del cliente. Si chiamava Fiorenzo Muti, un criminale del cui passato lui conosceva un bel po’ di cose. Amedeo Russo intanto aveva portato lo sguardo sulla venti quattrore. Con due colpetti secchi, fece scattare i fermagli d’ac ciaio per aprirla.
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