Guido Meda
il MiGlior teMpo
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Gilda. Viene tutto da lĂŹ ovvero Una Fiat 1100-103 Zagato
Rinchiuso Io sono un bambino di otto anni e da qui, dal mio nascondiglio, sento papà che parla di me. Dice: «Settimana scorsa il furto, ora anche l’aggressione e le lesioni. Lo manderemo in riformatorio». La sua voce rimbomba nell’enorme corridoio antico, le mattonelle, tling tling, si muovono sotto i suoi passi, ma riconosco il tono: papà non sa fngere, non è mai stato capace. Quanto a recitazione è proprio pessimo, nel senso che ora sta facendo l’arrabbiato, ma si capisce benissimo che dice per dire, magari perché la mamma gliel’ha chiesto. A lui in realtà quello che ho combinato non pare così terribile, ne sono certo, anche se di stupidate ne ho fatte due in un giorno solo e a pensarci bene pure belle grosse. È un avvocato, che difende i cattivi: secondo me sa come sono fatti quelli veri. Nel dubbio mi domando però come possa pensare di stanarmi dicendo delle cose così complicate e affatto rassicuranti. Il furto e le lesioni so cosa sono. Il riformatorio invece
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deve essere una specie di collegio dove i genitori arrabbiati sbattono i bambini quando esagerano con la cattiveria. Tipo una prigione. Se c’è una minima possibilità che io ci vada a fnire, davvero da qui non esco. Mi trovino loro, se ne sono capaci.
Credo di essermi nascosto piuttosto bene. È buio e ho tutto intorno un odore che deve essere quello degli anni Quaranta e non se ne vuole uscire dal naso. Certi odori passano, ci fai l’abitudine, questo no invece. È un po’ di muffa e un po’ di legno, un po’ di cuoio e un po’ di stoffa dopo che è passato tanto tempo, Guerra Mondiale compresa. Sotto il sedere ho una quantità di sandaletti e scarpine verniciate di quando mamma e zia erano piccole, mentre la testa è infilata tra vestitini penzolanti messi in fila. Davanti alla faccia ho certamente un paio di pantaloni tirolesi in pelle, li riconosco al tatto e dall’odore. Sono quelli di mamma da bambina, ma sono tali e quali ai miei. Io non li sopporto perché quando giochi nell’erba si rigano di verde e Gina dice che pulirli è difficilissimo. Non sono pantaloni intelligenti da mettere a un bambino che come è normale vuol giocare. E c’è quell’altro difetto che la pelle grigia di cui son fatti è ruvida e fa male qui alle cosce e all’inguine. Tutto il giorno. Se devi fare pipì è un altro guaio coi pantaloni tirolesi; con la pettorina, le bretelle e tutti quei bottoni. Si vede che in Tirolo la fanno solo al mattino appena svegli e alla sera prima di andare a dormire. Nonna non ha buttato niente delle bambine. Ed è curioso come continui a chiamarle
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«le bambine» anche se entrambe, mamma e zia, han già passato i trenta. Io invece sono un bambino vero. E mi son chiuso da solo, per via del furto e delle lesioni, dentro un armadio a muro della casa in campagna dei nonni materni. Ad Ameno. Quelli del paese che vengono su a portare la spesa dicono che vanno «in villa». È una casa grande grande in cima a una collina, con tanti prati e tanti alberi enormi. Da qui si fa presto ad andare giù al lago d’Orta o al lago Maggiore. So la strada a memoria io. L’altro ieri sera prima di dormire mi son fatto una guidata immaginaria con l’Alfa Romeo blu di papà da casa fno a Orta e poi anche da casa fno ad Arona e non ho sbagliato un incrocio. Giravo anche il volante, mettevo le marce schiacciando la frizione e acceleravo muovendo i piedi sotto le lenzuola di lino. Quelle con la cifra “P” ricamata, che Gina lava in un pentolone di acqua bollente nel quale versa la cenere. Onestamente non mi ricordo se frenavo, ma credo di no. Non ho ancora imparato a farlo, ma ci arriverò. Se proprio dovrò fuggire sarà importante anche saper frenare. Sento le porte che si aprono e sono tante qui nella villa. Urlano tutti il mio nome: papà, la zia e anche Gina. Mamma no perché è andata a portare Matteo all’ospedale. Non volevo fargli così male, lo prometto perché giurare non si fa. Mai. E non volevo nemmeno rubare per davvero. Fare un dispetto piuttosto. Che poi era solo un volante abbandonato.
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Un bel guaio Papà non dovrebbe essere poi tanto arrabbiato se ricorda quello che faceva lui da bambino o da ragazzino. Me l’ha raccontato tante volte e mi piace così tanto quando mi prende sulle gambe e attacca con le storie della guerra. Ho fatto un conto: lui è nato nel 1929, la guerra è durata dal 1940 al 1945. Quaranta meno ventinove fa undici, quindi aveva undici anni quando la guerra è iniziata. E quarantacinque meno ventinove fa sedici. E sedici sono gli anni che aveva quando è finita. Lui, papà, nel 1944 ne ha combinata una molto più grossa delle due per cui io sto qui chiuso nell’armadio. Siccome a Milano cadevano le bombe la sua famiglia si era trasferita a Inverigo che è un paese abbastanza vicino a Milano. Io posso arrivarci senza vomitare nemmeno una volta, per dire quanto è vicino. Anche quella è una bella casa, un po’ più piccola di questa di Ameno dove sto rinchiuso nell’armadio. Questa ha il parco, quella invece ha il giardino. Qui, una volta li ho contati, ci sono settantadue alberi grandi mentre a Inverigo saranno una decina al massimo. Penso che i nonni paterni, con sessanta alberi in meno, fossero un po’ più poveri di quelli materni. Comunque, quella volta lì nel 1944, quando papà aveva quindici anni, a Inverigo una sera arrivarono a bordo di una bella Lancia Aprilia Cabriolet Fuoriserie un uomo e una donna che si chiamavano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida e si fermarono al ristorante Il bosco marino dove la nonna ci porta ancora qualche volta a mangiare. Lei non so, ma lui
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secondo il racconto di papà era un uomo molto cattivo che voleva continuare a fare guerra anche se l’Italia praticamente aveva già perso, gli americani erano diventati nostri amici e ci stavano liberando. Per questo motivo Valenti, che gli americani non li amava per niente, stava con certi tipi che si facevano chiamare i repubblichini e andavano in giro ad attaccar briga, nonostante la gente ormai fosse stanca di combattere. Le mamme erano stufe di perdere i fgli grandi perché restavano a casa da sole con quelli piccoli che non potevano aiutarle in niente, oppure erano stufe di vedere i mariti che fnivano in prigione. Proprio come mio nonno Luigi che, quando papà combinò quel suo guaio, era uscito da poco dal carcere dove l’avevano rinchiuso i fascisti. Osvaldo Valenti e Luisa Ferida erano anche due attori famosi, quindi non ho ancora capito perché dovessero continuare a fare disastri pur essendo già ricchi sfondati. Insomma, questi due arrivarono con la loro Lancia a Inverigo e la parcheggiarono fuori dal ristorante. Mi piace questa cosa che papà ricorda tutte le auto legate a un episodio che ha vissuto. Quella sera lui passò di lì in bicicletta che la voce si era già sparsa. A Inverigo ormai sapevano tutti che la Lancia Aprilia Cabriolet Fuoriserie con la capote aperta era di Osvaldo Valenti seduto nel ristorante con questa Luisa, la sua fdanzata. Papà guardò dentro la macchina e vide sui sedili in marocchino rosso dei fucili mitragliatori e delle bombe a mano. Ecco, le bombe a mano. Lui, che di nascosto dai suoi genitori era già da qualche tempo un giovane partigiano, ne prese un paio dal sedile, se le cacciò in
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tasca e scappò via. I partigiani erano quelli che combattevano i repubblichini e i tedeschi, anche con le armi, ma senza essere militari; per aiutare gli americani a liberarci. Il nonno era addirittura un capo dei partigiani di Milano, quindi a papà sembrò di aver fatto qualcosa di fantastico per la causa in cui suo padre credeva. Va bene, ma ti pare che uno a quindici anni fa una cosa del genere? E ti pare che poi non la racconta a nessuno? Difatti papà andò subito a spiattellarla bello fero a un suo amico che poi riferì la storia a una zia, che poi lo disse al nonno. Insomma si sa come va a fnire con queste cose segrete. Così, mentre papà si sentiva un eroe, il nonno lo ricopriva di strilli perché aveva esposto a un rischio terribile tutta la famiglia. Gli diceva di lasciare che le armi le usassero i grandi e che se proprio voleva combattere era meglio che lo facesse con le idee. Papà racconta che capì molto bene la lezione e che da quel giorno lui e il nonno divennero più amici di prima. Si era rotto il ghiaccio, l’attività segreta di papà non era più segreta. A volte papà scappava di notte calandosi dalla grondaia per andare a fare qualche sabotaggio, tipo mettere la sabbia nelle ruote dei treni merci che partivano verso la Germania. Doveva essere divertente, molto. Mi sa che la nonna non sapeva niente, oppure aveva una gran pazienza. Mica c’era solo papà in casa! Erano in totale sei fgli, due femmine e quattro maschi, tutti piuttosto scatenati mi pare, almeno a guardar gli zii e le zie. La guerra dev’essere stata un bel guaio. Con questo fatto che il nonno era contro i fascisti capitò che un giorno se lo
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vennero a prendere con le manette e lo portarono via, chiudendolo in prigione – come dicevo prima – per sei mesi. La nonna faceva da mangiare per tutti, mandava avanti da sola la casa e la famiglia e da Inverigo andava tutti i giorni a Milano a parlare con quelli che comandavano per far liberare suo marito che di notte era in cella e di giorno se ne stava in un uffcio, con quel pigiama a righe dei prigionieri, a smistar pacchi per i suoi colleghi detenuti di San Vittore. Tra i quali c’era anche Mike Bongiorno. Proprio lui che stasera fa il Rischiatutto che io non vedrò perché sarò al riformatorio, oppure in fuga. La nonna insomma abbandonava i fgli a Inverigo tutto il giorno da soli per poi tornar di sera stanca morta ad accudirli. Ma ne valeva la pena, perché poi il nonno venne liberato e ricominciò a fare attività contro i fascisti proprio come prima. A me pareva esagerata questa cosa. Mi chiedevo: ma come, la nonna ha fatto tutti questi viaggi per convincerli a lasciarti libero e tu ricominci come prima? Finché papà mi ha spiegato che in quel periodo serviva proprio qualcuno che ci mettesse la testa e che rischiasse anche di farsi ammazzare per avere l’Italia libera davvero. È che a Inverigo nel frattempo i fgli andavano a pescare buttando bombe a mano nel fume; oppure scendevano per le scale scivolando sui corrimano e qualcuno a volte ci si spaccava pure la testa senza che ci fosse in giro nemmeno un cerotto. Poi era venuta la Liberazione. Quel giorno lì è stata proprio una festa perché la guerra era fnita e la gente poteva pensare di ricominciare a mangiare la carne dopo anni di polenta e latte. A me piace polenta e latte, intendiamoci, però papà
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e mamma dicono che dopo la quinta o sesta volta di fla ti vien voglia di cambiare...
Liberazione Sssst, silenzio. Papà è proprio qui, fuori dall’armadio. Pulisce per terra. Sento il rumore del vecchio secchio in metallo con l’acqua che sciaborda dentro. Lava via il sangue di Matteo dal parquet. Sto immobile, anche se vorrei saltar fuori a dirgli che gli voglio bene. Che io lo so che non mi sta odiando e sta facendo finta con quell’idea del riformatorio. Lui e mamma dicono che i genitori servono anche per perdonare i figli, sempre. Devono averla imparata dai loro genitori. Ecco, è andato via adesso. Ha fnito di pulire il sangue di Matteo... Per dire del perdono, la nonna nei giorni della Liberazione aveva svuotato gli armadi della casa di Inverigo per dare gli abiti civili ai repubblichini che erano in fuga vestiti da militari. Sì, proprio loro, quelli che avevano fatto soffrire tutta la famiglia e tanti italiani che non ne potevano più! Per la nonna erano comunque esseri umani che avevano sbagliato, ma che non per questo dovevano essere fucilati. Il nonno invece in quei giorni era a Milano, dove in una piazza i partigiani avevano appeso a testa in giù il capo dei nemici, Mussolini, e pure sua moglie. Uccisi. Morti, ma proprio del tutto. Fu il nonno a dire ai suoi partigiani che così si comportavano i selvaggi. Che la guerra era finita sì, ma il nemi-
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co morto andava rispettato. E li tirarono giù per seppellirli, morti com’erano, tutti sputati e rovinati dai calci della gente. Curiosamente quando il nonno tornò dalla sua famiglia, a Inverigo trovò un posto di blocco dove c’era proprio papà a prestar servizio. Il nonno era al volante di un macchinone nero: un’Alfa Romeo 6C 2500 Coupé carrozzata Touring (papà se la ricorda benissimo, anche questa) requisita a un capo repubblichino e continuava a sgasare forte col motore: wroom, wroom, wroom. Finché si accorse che quel giovane partigiano che lo stava fermando era proprio suo figlio. Avevano entrambi le lacrime agli occhi e non furono capaci di dirsi nemmeno una parola. Il nonno con la sua manona prese un braccio di papà e lo strinse forte forte senza dire nulla e poi ripartì. Questa è una storia che ho già sentito molte volte e il risultato è sempre lo stesso: mi viene qualcosa nel cuore e poi devo piangere. Anche adesso devo piangere. Un po’ perché l’ho ricordata, un po’ perché è passato già parecchio tempo dacché mi sono inflato nell’armadio e in casa non mi cercano più. Sento voci e rumori normali e lontani, come se ognuno avesse ripreso a far le sue cose. Non gli interesso più: mi stanno dimenticando. Ma non è giusto dimenticarsi tutto d’un tratto di un bambino di otto anni. Quando sono entrato ho chiuso bene. Ho tirato la grande porta in noce fnché ha fatto un clac defnitivo. È proprio una chiusura ermetica, totale. E qui dentro non c’è nessuna maniglia, ecco. Oh, ho la faccia piena di lacrime e la mia mano picchia
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sulla porta. È solo un rumore sordo da qui e la mia non è più una fuga, ma una prigionia. Per questo ora singhiozzo e sono disperato. Ma non dura molto, qualche secondo solamente. C’è qualcuno da fuori che apre. Tric trac, la maniglia che gira e la luce che entra di taglio. Poi si fa sempre più chiaro e vedo mio padre che mi guarda negli occhi. Sulla bocca ha un mezzo sorriso, nello sguardo qualcosa di dolce, qualcosa che sa di pace e perdono. Piangendo gli tendo le braccia e lui mi accoglie dicendo: «Pistola!». Papà dice sempre così se sgarri, se fai dei disastri. Se piangi per niente o se sei disperato. Dice: «Pistola!» e ti dà il suo consiglio, qualcosa che ti trae dall’impaccio. Sapevo che non mi avrebbe lasciato solo. Che la storia del perdono e dei genitori era vera. Mi fa due carezze sul capo, mi scompiglia i capelli e mi ridice: «Pistola, hai la tosse. E da fuori si sente». «Quando vengono a prendermi quelli del riformatorio?» gli chiedo preoccupato. «Non vengono. Non viene nessuno. L’hai già fatto, nell’armadio, il tuo riformatorio» dice lui. «E Matteo come sta?» «Matteo sta tornando con tre punti sul sopracciglio. Lui e la mamma saranno qui tra poco. Per fortuna la ferita era netta, ma poteva andare molto peggio. Non si fanno quelle cose, pistola. Ma lo sai già.» «Sì, lo so, ma non pensavo di combinare un pasticcio così grande. Lo prometto. È lui che ha tenuto il collo e la testa molli. Se solo faceva un po’ di muscoli...»
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Matteo è il mio amico che è venuto ospite da noi qualche giorno nella villa. Giocavamo insieme in camera mia, con le macchinine. Finché lui ha preso il mio Maggiolino tutto matto. Il modellino quello bello, con il pulsantino che divide in due la carrozzeria come succede alla fine del film. Ne avevo uno uguale anche qualche tempo fa. Comprato la mattina e caduto nel lago, attraverso un buco per lo scolo dell’acqua mentre eravamo in gita col barcone, nel pomeriggio. Quanto ho sofferto e quanto l’avevo sognato! E quanto ho dovuto pazientare per riaverlo, perché in tutti i negozi era andato esaurito. Matteo me l’ha preso e ha cominciato a schiacciare il pulsantino col rischio di rompermelo. Gli ho detto di no, di ridarmelo, subito, che è mio e ci tengo da matti. Lui per dispetto l’ha stretto tra le mani, è schizzato in piedi e si è messo davanti alla finestra a guardar fuori dicendo: «Son capacissimo di aprirlo da solo e non te lo do più». Ho perso la testa e da dietro ho spinto la sua. Un colpo violento, come uno schiaffo, un coppino, una cosa così. Matteo è partito in avanti, con la faccia nel vetro, di quelli soffati e sottili con le bollicine come si vedevano solo nelle case di una volta. Il vetro, sbrang, si è rotto. Matteo ha urlato e poi si è voltato verso di me, col sangue giù per tutta la faccia. È fuggito via gridando: «Aiuto, aiuto!» E io... Be’ io ho preso il Maggiolino e mi son chiuso nell’armadio per questo tempo che non saprei. Ecco, Matteo ora è tornato. Senza rabbia mi offre due caramelle di quattro che gli ha dato il dottore. Anche tra bambini si fa presto a perdonare e sarà meglio che me lo ricordi
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per la prossima volta, ma spero che abbia capito che il Maggiolino è una cosa proprio mia, di quelle che non si toccano. Che sia chiaro.
Imparare a correre È qualche ora dopo. Stiamo tornando a Milano, con l’Alfa, la GT Junior 1300 blu. Mamma, che è incinta, sta seduta dietro con Matteo incerottato mentre io sto davanti accanto a papà. Lo guardo mentre guida e gli osservo con molta attenzione mani e piedi. Come dicevo devo ancora imparare a frenare e cosa si fa con la frizione. Mi pare di capire che se si va piano piano e ci si deve fermare bisogna schiacciare la frizione, se invece si vuole solo rallentare basta frenare. «Io credo di saper guidare, sai papà?» «È molto probabile, ma penso che non arriveresti ancora ai pedali e non riusciresti a veder fuori per via dell’altezza. E poi non sei allenato a guardare intorno nel traffco. Hai l’illusione di saper guidare. Diciamo che stai imparando.» «Cos’è l’illusione?» «L’illusione è quando credi che si verifcherà una cosa e invece non si verifca, oppure se ne sta verifcando un’altra.» «Quando io ero nell’armadio avevo l’illusione che tu fossi arrabbiato con me?» «Non proprio. Speravi che io non lo fossi. Nella speranza c’è qualche possibilità, nell’illusione di solito no.» «Ah, allora speravo e basta. Tu come hai imparato a guidare? Avevi anche tu l’illusione?» gli chiedo.
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«Certo, era durante la guerra.» C’è sempre di mezzo la guerra nei racconti di papà. «Durante la guerra» continua «nel garage di Inverigo c’era la macchina di famiglia che era una Bianchi S5. Una macchina enorme, coi parafangoni di una volta, che stava ferma, sollevata sui ceppi perché di benzina in giro ce n’era poca e le gomme erano state requisite. Il nonno però la teneva in forma. Faceva girare il motore molto spesso. Così io di nascosto combinavo una pistolata. Con mio fratello Marco, quando il nonno e la nonna non c’erano, accendevo il motore. Poi provavo a mettere le marce. Stavo lì qualche minuto a guidare con le ruote senza gomme che giravano vorticosamente nel vuoto. Mi illudevo di guidare. Poi però cominciava a diffondersi una puzza così forte che mi veniva il mal di testa e dovevo smettere.» «E il nonno non se n’è mai accorto?» dico io. «Sì, un giorno è tornato e ci ha trovati lì col motore a cannone e i mozzi delle ruote che giravano. Si è arrabbiato da matti perché se la macchina fosse caduta dai ceppi si sarebbe distrutta e noi magari ci saremmo fatti male.» «Ahaha, avevi l’illusione che non se ne sarebbe accorto! Ma quindi tu hai imparato a guidare... da fermo.» «Esatto, da fermo.» «E dov’è ora quella macchina?» «L’ho vista andare per il suo destino. Dopo la guerra, trainata sui cerchioni da un carro a cavalli.» «Meno male, così siamo diventati alfsti! Noi siamo alfsti vero papà? Le Alfa sono proprio le macchine più sportive no?» «Sì, lo siamo. Però attenzione alle cose che fniscono
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in -ista. Molto spesso c’è dentro la fregatura. Bisogna fermarsi un po’ prima. Non è che, se tu ti senti alfsta, allora le Lancia o le Mercedes non ti devono piacere. Non è che, se sei interista, allora non sai ammettere quando il Milan gioca bene.» «Però, papà, una volta mi hai detto che uno che è comunista è cattivo. E invece potrebbe essere buono!» «Diffcile, ma quello è un altro discorso. Comunque, prima di diventare alfsti, in casa siam passati per le Fiat Balilla, le Fiat Topolino e una Vauxhall Victor a sei cilindri, inglese, inguidabile e brutta da morire.» Io la Balilla ce l’ho. Un modellino nero e amaranto della Rio che tengo nella mia piccola collezione di macchinine antiche. Quelle non le posso lanciare sul pavimento. Le devo conservare bene nelle loro scatolette trasparenti, mentre per fare le gare con gli incidenti posso usare le Politoys, le Corgi e le Dinky. «La Balilla era veramente un macchina antica, papà. Andavate in vacanza con quella tutti quanti?» «Tutti, schiacciati dentro, verso il mare, in Liguria, tra i cinquanta e i settanta all’ora. Mezzo asfalto e mezzo sterrato. E una volta ho pure accompagnato il nonno e la nonna a Salisburgo con la Balilla, al Festival della Musica a sentire il maestro Arturo Toscanini che era amico di famiglia e dirigeva l’orchestra. Milano-Salisburgo, due giorni per andare e due giorni per tornare. Oggi in sei ore sei là. Che tempi.» «Già, che tempi lunghi!» «E considera che il nonno era uno che guidava forte e non aveva paura di niente.»
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«È lui che ti ha messo addosso la passione per le corse?» «Certo. Andavo ad accompagnarlo a certe gare su strada, oppure a Monza a provare qualche macchina o a vedere i Gran Premi. Avevo quattro anni ed ero con lui quando nel 1933 morì Campari. E poi mi portava a Brescia o lungo le strade a veder partire o passare la Mille Miglia che per noi ragazzini era il massimo. Era una cosa che io volevo fare. Dicevo a me stesso che prima o poi l’avrei fatta. Ma prima di riuscirci ho fatto un po’ di anni di gare in moto, motorette anzi. Avevo il Guzzino A, la Motoleggera della Guzzi, sessantacinque di cilindrata, con la leva del cambio, a tre marce, sul serbatoio. Ci andavo in giro e poi nel fne settimana facevo le gare di regolarità.» «Cioè?» «Cioè gare in cui dovevi arrivare al traguardo a un’ora prestabilita. Ho fatto la Milano-Sanremo per dire. Erano gare più di resistenza che di velocità.» «Mi fai vedere come si andava forte nella Mille Miglia?» «Adesso? No, adesso no, è pericoloso. In Mille Miglia si poteva morire.» «E perché la facevate?» «Perché era una grande avventura.» Mentre papà senza dir nulla accelera fno a centosettanta per farmi contento io penso che se non rischi nemmeno un pochino di morire o di farti male un’avventura non è un’avventura vera. Per papà la guerra è stata una grande avventura, come la Mille Miglia. Si capisce dagli occhi e dalla voce quando racconta. Un altro che ha fatto tante cose come mio papà non credo che possa esistere al mondo.
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