Pietro Valsecchi - Squadra Antimafia Palermo Oggi

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Pietro Valsecchi

Squadra antimafia Palermo oggi


Proprietà letteraria riservata © 2013 RCS Libri S.p.A., Milano ISBN 978-88-451-9811-3

Prima edizione Fabbri Editori: agosto 2013

Il romanzo racconta la “storia originale” della quarta stagione di Squadra antimafa Palermo oggi. Pur essendo molto simile alla serie come l’avete vista in televisione, vi sono mille differenze che renderanno la lettura ancora più piacevole e appassionante.

Realizzazione editoriale: studio pym / Milano


CAPITOLO UNO

Tito Nerone si sistemò la giacca da controllore delle Ferrovie, indossò il cappello e si diede un’occhiata allo specchio. Qua­ rant’anni, fisico asciutto e muscoloso, sarebbe passato tran­ quillamente inosservato se nessuno avesse fatto caso al tatuag­ gio che gli spuntava dal polso e al codino nascosto nel colletto della camicia. Si voltò a guardare il vero controllore, imbavagliato e lega­ to sul pavimento, in mutande e canottiera. Era a lui che aveva sottratto la divisa. I loro sguardi si incrociarono per un istante, ma gli fu più che sufficiente per leggere il terrore negli occhi della vittima. Nerone sapeva di non avere scelta: il poveretto non c’entra­ va nulla con il lavoro che doveva fare, ma era un testimone e i testimoni hanno il brutto vizio di parlare. «Mi dispiace» sus­ surrò. Gli puntò la pistola silenziata al centro della fronte e sparò.

Il treno regionale per Palermo tagliava rapido l’assolata cam­ pagna siciliana. In attesa alla stazione di Termini Imerese, il vicequestore Calcaterra controllò l’orologio al polso. 7


Poco più di trent’anni, capelli scuri, barba appena accenna­ ta, occhi chiari e aria scanzonata: nessuno, guardando Dome­ nico Calcaterra, avrebbe mai immaginato che fosse uno dei po­ liziotti dell’Antimafia con più arresti all’attivo. La stessa cosa si poteva dire anche degli ispettori Sandro Pietrangeli e Luca Serino, che pochi metri più in là si confon­ devano alla perfezione tra i passeggeri. Quando incrociarono lo sguardo del loro capo si scambiarono un cenno d’intesa. C’erano quasi. Alto, magro, i tratti del viso duri, Pietrangeli dava l’idea di essere uno cui era meglio non dare fastidio. Più basso ma al­ trettanto magro, Serino era invece sempre pronto alla battuta e al sorriso. I due facevano coppia fissa ed erano i colleghi di cui Calcaterra si fidava di più. A parte il suo diretto superiore, il vicequestore Claudia Ma­ res, che proprio in quel momento si mise in contatto con lui dalla nuova sede della Duomo a Palermo. Il nome della sezio­ ne criminalità organizzata era rimasto lo stesso, nonostante il cambio di edificio. Loro erano La Duomo, ovunque si fossero spostati. «Tutto bene lì?» esordì Claudia. «Tutto bene» rispose Calcaterra parlando a bassa voce nell’au­ ricolare nascosto. «Tu piuttosto… non ti stai stancando un po’ troppo?» «Sono incinta, non invalida» ribatté lei, piccata. Calcaterra sapeva che Claudia non li aveva persi d’occhio neanche un momento: non sopportava di stare in Centra­ le mentre i suoi uomini erano in azione. Sarebbe potuta tran­ quillamente essere lì con loro: nonostante fosse al quinto mese 8


di gravidanza, il suo fisico era ancora abbastanza asciutto e la grinta di certo non le mancava. Ma nel suo stato faticava a muoversi agilmente, senza contare il rischio per il bambino. E poi c’erano quelle maledette nausee: le avevano detto che sa­ rebbero passate dopo il terzo mese, ma non era andata così. Al­ lora aveva dovuto accettare i consigli dei dottori e accontentar­ si dei monitor della Duomo, che trasmettevano le riprese delle microcamere che i poliziotti portavano addosso. «Palla, tienimela d’occhio tu» raccomandò Calcaterra all’ispettore capo Gaetano Palladino che sedeva al fianco di Claudia. Calcaterra era felice che lei non fosse da sola alla Duomo: il bambino che portava in grembo era suo, e lui si sentiva diviso tra una gioia incredibile e un’ansia che gli to­ glieva il fiato. «Ci penso io, dottore» rispose con una risata. Poco più che trentenne, ben piazzato, i capelli brizzolati che gli conferivano un fascino particolare, Palladino era stato so­ speso a tempo indeterminato dal servizio operativo per proble­ mi con l’alcol avuti qualche anno prima, ma era rimasto un fi­ dato membro della squadra. Calcaterra aveva lavorato con lui a Napoli, prima di essere trasferito all’Antimafia di Palermo come vice di Claudia, dove si erano ritrovati. «Smettetela voi due, non mi serve una balia» s’intromise la Mares. «Pensiamo piuttosto a prendere Nino Mezzanotte, sta­ volta.» Nino Mezzanotte, detto Don Ninnuzzo, era uno dei membri della Commissione Regionale di Cosa Nostra, latitante da anni. Una soffiata lo dava in viaggio per Palermo via treno. Solo che il confidente non aveva specificato con quale treno sarebbe ar­ 9


rivato, e a partire dall’alba la Duomo saliva e scendeva da tutti i convogli in transito. «Speriamo che sia la volta buona» ribatté Calcaterra. «An­ cora un po’ e ci danno la CartaFreccia…» «Prima dobbiamo riuscire a identificarlo…» intervenne San­ dro. Anche lui, come Luca, era in collegamento con la Centra­ le. Ora erano entrambi seduti su una panchina accanto al bar della stazione. Visualizzarono sul cellulare un identikit, ma era una ricostruzione virtuale fatta al computer e basata su pochis­ simi dati. L’uomo ritratto poteva essere chiunque. «Noi non l’abbiamo mai visto, e non abbiamo foto recenti. Se solo si è messo un paio di baffi rischiamo di non riconoscerlo.» «Per l’identificazione qualcuno ci darà una mano. Sono riu­ scita ad avere il permesso» disse Claudia. «Permesso per cosa?» chiese Calcaterra, stupito. «Per qualcosa che non ti piacerà…» rispose lei.

Un furgone della Polizia Penitenziaria si fermò sul retro della Duomo. Subito due agenti smontarono e aprirono il vano po­ steriore, facendo scendere una detenuta ammanettata con la testa coperta da un giubbotto. Si poteva intravedere solo una ciocca di capelli scuri. I poliziotti, sempre muovendosi in fretta come se nessuno – nemmeno qualche collega – dovesse vedere quello che sta­ va accadendo, scortarono la donna all’interno della Centrale e l’ammanettarono a una sedia. Solo a quel punto le scoprirono il volto. Era Rosy Abate, la più giovane e potente boss della mafia palermitana, ultima erede del clan. Per le sue azioni si era me­ 10


ritata il soprannome Regina di Palermo, e soltanto con molta difficoltà la Duomo era riuscita, due mesi prima, a sgominare il suo gruppo e rinchiuderla dietro le sbarre. Vedendola, Claudia non riuscì a non provare una stretta al cuore. Erano amiche, un tempo, prima che Rosy si desse al crimine, prima che uccidesse Ivan Di Meo, l’uomo che entrambe amavano. «Benvenuta, Rosy» esordì la Mares con tono professionale. Poi, agli agenti della Penitenziaria: «Voi potete andare, grazie». I quattro poliziotti presenti nella sala operativa avevano fis­ sato la scena con sgomento, e anche Palladino, colto di sorpre­ sa, aveva rischiato di strozzarsi con il caffè. Si avvicinò a Clau­ dia e le parlò a bassa voce, mentre Rosy si guardava attorno, studiando l’ambiente in cui si trovava. «Dottoressa, è sicura di quello che sta facendo?» chiese. «Quella è Rosy Abate.» «Pensi che non lo sappia?» «È pericoloso averla qui.» Claudia lo prese per un braccio e si allontanò con lui di qual­ che passo. «Rosy non è più pericolosa per nessuno, Gaetano.» «Dottoressa, quella è una mafiosa. Quanti ne ha ammaz­ zati?» «Tanti» rispose Claudia, con un lampo di dolore negli occhi. «Ma era un’altra vita. Se l’è lasciata alle spalle.» «Non si è pentita, però.» «No. Perché il suo… onore glielo impedisce.» Claudia pro­ nunciò “onore” come fosse una parolaccia. «Ma quando Rosy è stata arrestata, ha lasciato che le sequestrassimo la lista Gre­ co, quel dossier dei Servizi deviati con i nomi dei latitanti, dei fiancheggiatori, i conti correnti e tutto il resto. Ci è servita per 11


arresti importanti e lei ha rischiato di farsi uccidere. Adesso non ha più nulla. Non è più nulla.» «E crede che ci aiuterà a prendere Mezzanotte?» Claudia sorrise. «Solo se potrà fingere di avere un motivo.» Il vicequestore e Palladino tornarono verso Rosy, che li guar­ dò con scherno. «Che è questa sceneggiata, Claudia?» disse. «Te lo ricordi Don Ninnuzzo, Rosy?» La detenuta annuì seccamente. «È sparito.» «Prima di sparire, però, ha ucciso uomini che ti erano fedeli. Con le loro famiglie.» «Dimmi qualcosa che non so.» «Sta tornando a Palermo.» «Buon per lui.» «Noi lo stiamo cercando, e tu puoi darci una mano.» «E come? Non so dove sta. Ti sei dimenticata dove vivo da mesi?» chiese Rosy con sarcasmo. «Ti do un indizio: ci sono le sbarre alle finestre.» «Sappiamo che è in viaggio con un treno dalla Svizzera. E arriverà oggi. Tu, tra tutti quelli che conosco, sei l’unica che l’ha visto in faccia.» «E mi mandi sul treno con lui?» Claudia indicò i monitor. «No, puoi vederlo da qui. Dicci se lo riconosci, o se riconosci uno dei suoi.» Rosy la fissò. «Perché dovrei farlo?» «Per pareggiare i conti. E fare un favore a una vecchia amica.» Rosy continuò a fissarla per qualche istante, poi sollevò i polsi imprigionati nelle manette. «Toglimi queste.» Claudia fece un cenno a Palladino, che alzò gli occhi al cie­ lo. «Dottoressa…» 12


«Muoviti Palla» ordinò Claudia con un tono che non am­ metteva repliche. L’ispettore capo obbedì. Proprio in quel momento il convoglio entrò in stazione. Ne­ rone, seminascosto dal sostegno di un cartellone pubblicitario, si preparò a salire a bordo.

Sulla banchina, mentre il treno si fermava, Calcaterra comuni­ cò via radio con Sandro e Luca: «Voi due entrate in coda, io in testa. Ci ritroviamo al centro». Dopodiché aprì la porta del pri­ mo vagone, saltò su e cominciò ad avanzare in direzione con­ traria a quella dei suoi colleghi. Calcaterra si muoveva con cal­ ma, cercando di spiare all’interno degli scompartimenti senza dare nell’occhio. I due ispettori, invece, spalancavano le porte fingendo di essersi sbagliati. Sandro stava alle spalle di Luca con la mano sulla pistola, mentre all’altro spettava il compito di tranquillizzare i passeggeri con una battuta. Le ragazze di so­ lito sorridevano e Luca ne approfittava per attaccare bottone, subito richiamato al dovere da Sandro. Alla Duomo, Rosy osservava la scena sui monitor. Decine di facce si susseguivano nelle inquadrature mosse delle microca­ mere fissate sul bavero dei poliziotti. «Riconosci qualcuno?» le chiese Claudia. «No.» Rosy distolse lo sguardo per un momento e non poté fare a meno di notare il pancione di Claudia. «Allora, come ti senti con il picciriddu in arrivo?» La Mares esitò un istante prima di rispondere. «Felice. E preoccupata» disse poi. «So com’è» si limitò a commentare Rosy. 13


Claudia fece una smorfia. «Davvero? Pensavo ti fossi di­ menticata di tuo figlio.» Prima di uccidere Di Meo, Rosy aveva avuto un bambino da lui, e ora era Claudia a occuparsene come tutrice legale. Un ul­ teriore punto di contatto tra le due donne. «Io a Leonardino ci penso sempre. Ogni giorno. Ogni ora. Ogni minuto» rispose Rosy, con voce rotta. «E allora perché non vuoi vederlo?» «Perché è meglio se si dimentica di una madre che non usci­ rà mai dalla galera.» E perché, come madre, forse Claudia era meglio di lei. Ma questo non lo disse. Tornò a fissare i monitor. Era ora inquadrato un uomo che pagava due bottiglie d’acqua al carrellino del bar, ripreso dalla microcamera di Sandro. «Quello!» esclamò. «Chi è?» domandò Claudia. «So che si chiama Gino, e che era un soldato della famiglia LoPane. Però i LoPane ormai sono morti tutti…» «Quindi forse ha cambiato padrone… Don Ninnuzzo.»

Nino Mezzanotte guardò dal finestrino del suo scompartimen­ to il paesaggio che scorreva. Stava tornando a casa, avrebbe do­ vuto essere contento, invece si sentiva nervoso e non riusciva a mascherarlo. Si asciugò il sudore dal viso. Aveva caldo, e l’inquietudine aumentava mentre la distanza da Palermo diminuiva. Aveva la netta sensazione di stare per cacciarsi in una trappola. Per evi­ tare che i suoi uomini se ne accorgessero, fece un sorriso fero­ 14


ce. «Ma dove minchia si è cacciato Gino? A prendere l’acqua l’ho mandato… Che, l’ha dovuta fabbricare?» Gli altri risero, e Mezzanotte finse di divertirsi con loro. In quel momento la porta della cabina si aprì e Gino fece capolino con le due bottiglie in mano. «Era ora!» gridò Mezzanotte. «Scusi Don. C’era un sacco di gente.» «Sì, sì, ho capito. Entra e chiudi.» Prima che riuscisse a farlo, dietro Gino apparve la sagoma di Nerone. «Biglietti» chiese. Uno dei tre uomini si alzò e cominciò a frugarsi nelle tasche della giacca. Don Ninnuzzo sollevò lo sguardo sul controllore, e qualco­ sa, una particolare postura, un’aria minacciosa che nemmeno la divisa riusciva a nascondere, lo mise in allarme. Ma era già troppo tardi. Nerone estrasse una pistola silenziata e sparò rapido quattro colpi, coperti dal frastuono del vecchio treno. Gli uomini non ebbero nemmeno il tempo di reagire. Il primo a morire fu Don Ninnuzzo, colpito al cuore, il secondo Gino, con due proiet­ tili che gli trapassarono la schiena. L’ultimo fu freddato men­ tre cercava di afferrare la sua arma infilata tra i sedili. Nerone si sporse verso Don Ninnuzzo e gli vuotò il caricatore in pieno volto, per sicurezza. Era lui il suo obiettivo, non poteva lasciare nulla al caso. Poi ricaricò la pistola e uscì. Da quando era spun­ tato alle spalle di Gino, erano trascorsi in tutto venti secondi. Richiuse la porta fingendo di salutare per non attirare l’at­ tenzione di Luca e Sandro, che lo stavano osservando a di­ stanza. Avevano seguito Gino sino allo scompartimento, ma 15


avevano rallentato vedendo il controllore entrare. Non vole­ vano che quello che credevano un civile si mettesse di mezzo. Nerone si calcò il berretto sulla fronte e si diresse dalla parte opposta. Fu in quel momento che Luca vide un rivolo di san­ gue uscire dalla cabina. Si chinò per esaminarlo e ricostruì su­ bito l’accaduto, mentre l’assassino, ormai in fondo al vagone, capì di essere stato scoperto. Altri testimoni, pensò. Altri dan­ ni collaterali. Si voltò con la pistola in pugno e la puntò verso Luca, che si stava rialzando. «Attento!» fece appena in tempo a urlare Sandro prima che il collega fosse centrato da tre colpi al petto. Sandro tentò di reagire, di recuperare la sua arma, ma il collega gli crollò ad­ dosso immobilizzandolo. E non riuscì a impedire al killer di fuggire. Poté solo avvertire Calcaterra via radio: «È il controllore! Ha sparato a Luca…».

Calcaterra lo individuò a un vagone di distanza, attraverso il vetro della porta. Ma anche il sicario lo notò, e fu veloce a pun­ tare e sparare. Il vetro andò in frantumi e il vicequestore dovette gettarsi a terra. Quando si rialzò, vide i passeggeri, terrorizzati, che cer­ cavano di fuggire. Calcaterra gridò: «Polizia, state dentro, non muovetevi». Corse verso il killer, ma in quella confusione sapeva di non poter usare la pistola: avrebbe corso il rischio di colpire qual­ cuno. 16


L’assassino rimase immobile per un istante, come se lo stes­ se aspettando. Poi all’improvviso tirò il freno d’emergenza. Il contraccolpo scaraventò Calcaterra contro una parete del va­ gone, e lui ne approfittò per saltare giù dal treno ormai fermo. Una volta sceso, prese una chiave da una tasca e chiuse la porta della carrozza. Quindi fuggì. Appena si rialzò, Calcaterra provò inutilmente ad aprire la porta, quindi con un calcio sfondò uno dei finestrini e si gettò all’inseguimento. Vide il killer che correva. Non lo avrebbe mai raggiunto. «Claudia…» disse al microfono. «Abbiamo visto tutto» rispose la Mares. «Mando subito un’ambulanza e le volanti.» Rosy, accanto a lei, taceva. Non sapeva chi fosse quell’uomo, ma era certa che non lo avrebbero catturato. Sui monitor, ripreso dalla microcamera di Sandro, il volto sofferente di Luca. L’agente, in ginocchio, lo stringeva a sé e intanto lo chiamava: «Luca? Luca, resisti, ti prego… L’ambu­ lanza sta arrivando, e lo stronzo che ti ha sparato lo becchiamo. Quindi, non fare cazzate e resta con me…». Luca abbozzò un sorriso, le labbra sporche di sangue. La voce gli uscì debole: «Se mi abbracci così, penseranno male…». Anche Sandro sorrise: «Ecco, bravo, continua a dire cazza­ te, ma non mi mollare, ok? Non mi mollare…». Luca lo fissò. Ma il suo sguardo si stava allontanando. Sandro lo chiamò ancora: «Resta qui, resta qui, andiamo…». I suoi occhi si spensero. Era finita.

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