the new's room 02

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COVER STORY

Hackers. Movimento democratico o nuovo terrorismo?

APPROFONDIMENTI

Blue Whale dalla Russia al Brasile

issue 02

bimestrale tematico luglio - agosto 2017

UMANO VS VIRTUALE

IL PERSONAGGIO

Intervista ad Andrea Pezzi

restare umani nell’epoca dell’iperdigitalizzazione



LA PRIMA RIVISTA SCRITTA, DIRETTA E VOLUTA DA PROFESSIONISTI

UNDER 35

Ogni numero della rivista si caratterizza per la scelta di una tematica da indagare. Lo scopo di The New’s Room è quello di offrire, in ogni sua release, un punto di vista diverso, snello e specifico riguardo ad un argomento di largo interesse. FONDATORI Pierangelo Fabiano Raffaele Dipierdomenico DIRETTORE Sofia Gorgoni DIRETTORI EDITORIALI Sara D’Agati Lorenzo Castellani

REDAZIONE Velia Angiolillo Davide Bartoccini Antonio Carnevale Cinzia Maria Caserio Claudia Cavaliere Carlo Cauti Ilaria Danesi Matteo Di Paolo Gerardo Fortuna Maurizio Franco Maria Genovesi Barbara Hugonin Marta Leggio Andrea Palazzo Niccolò Piccioni Luigi Maria Rossiello Cosimo Rubino Simone Rubino Mariastella Ruvolo Nicolò Scarano


cover story 11 12 14

“Wannacry” e i programmi di sorveglianza d i massa dei governi Maurizio Franco Hackers. Movimento democratico o nuovo terrorismo? Andrea Palazzo Cyber attacchi. Chi guadagna dagli attacchi informatici e come contrastarli Claudia Cavaliere

editoriale

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Alessandro Ferrucci approfondimenti

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16 18 Di una nuova, più vasta, emergenza 19 migratoria. Quella dal mondo reale al mondo virtuale Sara D’Agati 21 Reale e virtuale: i nuovi percorsi della politica 22 Lorenzo Castellani La politica tra social e democrazia 23 immediata Sofia Gorgoni 24 25 26

Blue Whale dalla Russia al Brasile. Carlo Cauti Realtà virtuale e realtà aumentata, tra ritardi e speranze Antonio Carnevale Il giornalismo del futuro è senza giornalisti? Simone Rubino La fabbrica dei fatti Ilaria Danesi Stay productive, stay human Gerardo Fortuna Your afternoon Cosimo Rubino La vita al tempo dell’Internet of Things Niccolò Piccioni La guerra di domani si combatte nel cyber spazio Davide Bartoccini Come le nuove tecnologie cambiano i linguaggi dell’intrattenimento Maria Genovesi


rubriche 28 29 31 34 35 37 38 39

Innovazione e territorio Velia Angiolillo Speciale turismo Ilaria Danesi Il punto di vista delle aziende Cinzia Caserio Sofia Gorgoni Start up world Antonio Carnevale Scuola e università Nicolò Scarano I lavori del futuro Andrea Palazzo Health & science Barbara Hugonin Policy room Reti

in the mood 42

44

Food and Furious Mariastella Ruvolo Il Personaggio Matteo Di Paolo

45 Lifestyle

Luigi Rossiello

46 Lifestyle

Marta Leggio



il coach

EDITORIALE Seduti, partecipi, commossi. Senza tempo, senza l’orologio a scandire la vita, senza la fretta a prescindere, l’adrenalina a battere, la smania del né qui né altrove, l’unico desiderio era quello di aggrapparsi ai ricordi, di supplicare i secondi di non scorrere veloci. Gli ultimi secondi. Poi addio. Se c’è un manifesto sul quale riflettere rispetto alla modernità, quel manifesto oggi può arrivare dall’ultima di Francesco Totti dentro lo stadio Olimpico: 28 maggio, ore 19, qualcosa è accaduto; il “corri, corri, corri e non ti fermare” cantato da Pierangelo Bertoli per una volta non è stato ascoltato, quel deficit di attenzione denunciato da tutti, elaborato da troppi, esaminato anche da Microsoft che ha rivelato: “Siamo sotto i nove secondi consecutivi, meno dei pesci rossi”, è stato sbugiardato. Tutti immobili. Disperati. Qualcosa non va. “Attenzione” vuol dire memoria, memoria a volte è il prodotto di una sintesi nata da una riflessione, non solo da una suggestione, è un’azione che si tramuta in conseguenza, moltiplicatore infinito della nostra società, una “cottura” lenta della nostra vita, sviluppata in stratificazioni. Lo sanno benissimo i capitani d’industria, quelli abituati a guardare oltre, oltre le fantasie alla Blade Runner, abituati alla forma mutuata in sostanza, e basta guardare cosa è accaduto con Bill Gates, lesto ad acquistare una delle più grandi collezioni di foto e video del mondo, oltre centro milioni di immagini, memoria collettiva, per poi rivenderla nel 2016 alla Visual China Group. I veri padroni. O i nuovi padroni. Memoria e sapere sono la vera forza. Gli otto secondi della nostra attenzione sono un moltiplicatore del loro controllo sulle nostre vite, solo “l’ignoranza ci dona la vera libertà”, spiega Michael Smithson, professore della Research School of Psychology. Tablet, cellulare, internet; internet, ancora tablet, messaggino, chat delle mamme, oddio guardiamo il meteo? e facebook? Subito un link. Altro che otto secondi. È una sbornia continua, non c’è tempo, pensieri corti e decisi, gridare, gridare, gridare, si crea il giusto stordimento, l’adrenalina è lo stato giusto della mente, le endorfine le nostre vitamine della giornata, “corri, corri, corri e non ti fermare”, evitare di capire, planare sui pensieri, affidarsi alle notizie, se sono fake non importa, la rete trattiene qualunque cosa, l’importante è eliminare ogni forma di mediazione. Agenzie di viaggio, via; edicole per carità, giornalisti categoria superata, la musica non si paga, si scarica, i film come la musica, anche i personal trainer sono “vecchi”, basta scegliere un’app. Le diagnosi mediche? “Inserire i sintomi”. Risposta ottenuta. Neanche la guerra si fa più corpo a corpo, bene direbbe qualcuno, si muore di meno. E no. Si muore ugualmente (solo in Siria sono 270mila i decessi negli ultimi cinque anni), ma sono i civili i più coinvolti, sia fisicamente che economicamente: alle bombe esplose, ora si sommano i disastri finanziari causati dagli hacker, ma se un tempo dalla “pistola” potevi anche difenderti, con l’attacco informatico siamo tutti più nudi. Perché non sappiamo. Non capiamo. E non possiamo ottenere i giusti strumenti di comprensione, quegli strumenti sono per pochi, per chi ha deciso i nostri otto secondi, mentre ha il tempo di sedersi in poltrona e magari sfogliare una delle foto collezionate e acquistate. “Corri, corri, corri”, ma ogni tanto fermati, anche se la partita di Totti è finita.

Alessandro Ferrucci Il Fatto quotidiano 5


Sara D’Agati

Di una nuova, più vasta, emergenza migratoria

Quella dal mondo reale al mondo virtuale Secondo una recente analisi Digi-capital, l’era della realtà virtuale non è che all’inizio, ed è una scommessa su cui stanno investendo tutti i principali colossi, da Facebook alla Apple alla Sony; e che è destinata a cambiare radicalmente la nostra percezione della realtà. “Non è che all’inizio”, penso mentre osservo la coppia seduta al tavolo di fronte a me, ciascuno testa china sull’iphone a scrollare compulsivamente la home di Instagram; e il ragazzino al tavolo accanto, Nintendo 3DS in mano, con la madre che ogni tanto gli schiaffa una forchettata in bocca senza che lui distolga lo sguardo dallo schermo. “Non è che all’inizio” penso, mentre la mia amica mi racconta che lui visualizza e non risponde su whatssup, però continua a metterle like alle foto su Facebook “e che significa seconde te?”. Soltanto in Italia, sono 3 milioni le persone che dicono di aver avvistato un Ufo. La sociologia ci dice che non è vero che con la secolarizzazione decresce l’indice di religiosità nelle persone, altrimenti non si spiegherebbe perché negli Stati Uniti non solo non diminuisce il numero di credenti, ma c’è la più elevata percentuale di persone che passa da una religione all’altra anche più di una volta nell’arco della vita, in una costante, inarrestabile, ricerca spirituale. Il consumo di droga aumenta vorticosamente ovunque, in tutte le fasce d’età, e sono di nuovo in voga gli allucinogeni, ammesso che fossero mai passati di moda. “Non è che all’inizio”. Perché la verità è che a noi, la realtà così com’è, non ci piace. Non ci è mai piaciuta. Non riusciamo a tollerarla (sfido io, non è mica facile). E allora ne costruiamo di nuove. E non ci piacciamo molto neppure noi stessi. Anzi, nella maggior parte dei casi non ci piacciamo affatto. Prima tutt’al più si mentiva: sul proprio lavoro, sul proprio passato, sul proprio stipendio, si esagerava con il trucco, si esagerava con la palestra. Oggi esiste la possibilità di costruire avatar a nostra immagine e somiglianza, di spacciarsi per questo o per quello in centinaia di chat parallele. Ritoccare foto, tagliare, dimagrire, ingrandire, illuminare. Sempre tutti divertiti, splendenti, performanti. Con un numero di post gloriosi direttamente proporzionale a quanto è buio il periodo che si sta attraversando. 6

Così, la realtà virtuale diventa la risposta moderna alla costante ricerca dell’uomo di mondi altri. Un tempo l’evasione avveniva su un piano mistico/spirituale; oggi il mondo occidentale -così come negli anni cinquanta ci rese tutti familiari con l’assioma democrazia=uguale libertà di scegliere tra dieci scatole di cereale e dieci marche di elettrodomestici diversi- ci offre la libertà di scegliere tra centinaia di identità, realtà, corpi diversi. Se non ti piace il tuo aspetto, ne puoi costruire un altro a colpi di Photoshop e filtri lark; se non ti piace la tua vita, non devi per forza cambiare qualcosa dall’interno, puoi inventarne un’altra ad uso e consumo degli altri. Distratti dalla retorica allarmistica dell’emergenza migratoria, non ci accorgiamo che è in atto un’altra, ben più pericolosa, migrazione: quella dal mondo reale verso quello virtuale. Ed è ovvio che questo è soltanto un aspetto della rivoluzione virtuale, i cui effetti positivi sono sotto gli occhi di tutti. La rete offre strumenti ed occasioni di connessione irripetibili, il crescente processo di digitalizzazione ha trasformato il concetto di impresa rendendo possibile la realizzazione di idee e progetti che mai altrimenti avrebbero preso forma, sta progressivamente semplificando la fruizione di beni e servizi e i processi all’interno di pubbliche amministrazioni, banche e aziende - salvo cyber attacchi, si intende - per non parlare dell’estensione dell’accesso alle informazioni grazie a internet. Negli ultimi anni, tuttavia, ho notato una pericolosa deriva tecno-entusiasta del mondo intellettuale. Fino a qualche anno fa, in ambiente accademico, nei think-tank e a conferenze e convegni in giro per l’Italia, si parlava di diritti sociali, sistemi politici, forme di governo; oggi si parla di smart cities, google glass e intelligenza artificiale. Come accade con i vari trend, sono saliti tutti sul carro dell’innovazione, e se qualcuno si azzarda ad aprire una crepa in tanto entusiasmo, come è accaduto con Eco, Scalfari o Diamanti, viene immediatamente etichettato come simbolo di una generazione andata che, in virtù di un preteso ‘monopolio della conoscenza’, si ribella all’innovazione un po’ come gli amanuensi si ribellarono all’invenzione della tipografia, la carta stampata alla televisione, e via dicendo.


Sarebbe bello, invece, se nell’epoca dell’elogio dell’informatizzazione -in cui la rete viene elevata a ‘santuario’ della democrazia diretta e partecipata, sorgente della conoscenza e baluardo di libertà- si potessero evidenziare i rischi della progressiva trasmigrazione da reale a virtuale al di fuori della cornice dicotomica, tipicamente italiana: tecno-entusiasti vs nostalgici dei tempi andati. Con lo scoppio della bolla delle fake news, gli allarmi sulla sicurezza informatica e le “incongruenze” della democrazia del web targata 5 Stelle , si sta muovendo qualche passo nella direzione di un dibattito più ampio e multi-sfaccettato sul tema. La questione qui, non è se utilizzare le immense opportunità offerte dalla rete, ma come; e quale sia il limite ed i rischi di un sistema in cui la quantità, spesso, sostituisce la qualità degli stimoli. Al di là dei rischi più dibattuti, primo tra tutti quello di una democratizzazione della conoscenza che troppo spesso diventa però passiva, superficiale, non trattenuta abbastanza da essere rielaborata e divenire davvero nostra; ve ne sono altri meno evidenti, ma più profondi. C’è il tema dell’etero-direzione degli strumenti di comunicazione virtuale, che consegnano ad organismi privati informazioni sensibili che, se da un lato possono essere utilizzate per semplificarci la vita, dall’altro possono trasformarsi in uno strumento di controllo e di concentrazione di potere e di capitali. Segue la questione della crescente automazione che porterà alla sostituzione di manodopera umana in diversi settori. Quale sarà il reale impatto sul mondo del lavoro in termini reali è ancora oggetto di dibattito, quel che è certo è che non esiste una strategia chiara da parte dei governi per far fronte al radicale mutamento del mercato del lavoro in atto. Più importanti ancora, a mio avviso, le conseguenze sui rapporti umani. L’illusione generata dalla rete di essere sempre connessi, sempre insieme; ciascuno per conto proprio, lontano dagli altri, in un “non luogo” che non appartiene a nessuno; porta a relazioni dirette ma non empatiche, che alla lunga non fanno che renderci più soli. Comunichiamo senza la cognizione reale degli effetti che ciò che scriviamo hanno sull’altra persona, siamo autoreferenziali e diventa sempre più semplice mentire, lasciare frasi a metà, sparire e

ricomparire in una strategia a somma zero che non ha vincitori né vinti. Protetti da troppi schermi che fanno da filtro alle nostre paure, si finisce senza rendersene conto per assumere comportamenti virtuali nel mondo reale, con il rischio di non mettersi in gioco mai. E questo spiega le relazioni che non escono mai dalle chat per affrontare la vita vera, l’incapacità di vivere il momento se non per mostrarlo all’esterno, di tollerare opinioni altrui perché la condivisione ha sostituito la discussione e gli sfoghi politico-sociali che non si trasformano mai in azioni concrete. Più, infatti, gli strumenti comunicativi diventano virtuali, immateriali; più si riduce il nostro contatto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità di intervenire sulla realtà e modificarla. Nell’era del virtuale, secondo Alberto Magnaghi, alla coscienza di classe, oramai démodé, va sostituita una “coscienza di luogo”. La necessità, cioè, di costruire tra coloro che vi abitano la consapevolezza di appartenere allo stesso territorio, che diventa spazio fisico di costruzione e progettualità dal quale non solo non bisogna prescindere, ma da cui è fondamentale partire, prendendosi cura dello spazio e delle relazioni, per dare forma alla realtà come la vorremmo. Uno strumento, quindi, non un fine il virtuale; che se serve a connettere, costruire, creare opportunità, ben venga. Non da eliminare, quindi, ma da utilizzare come ausilio alle relazioni dirette, agli spazi condivisi. Alla realtà reale. Alla vita vera. Di cui dobbiamo prenderci cura, ogni giorno, senza cedere a facili scappatoie. “Sara!” mi richiama all’ordine la mia amica, “che significa secondo te?” “Non lo so. Secondo te, siamo più felici?” “Non lo so.”

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Lorenzo Castellani

Reale e virtuale:

i nuovi percorsi della politica La politica è, senza dubbio, una delle attività umanemaggiormente trasformante dall’avvento delle nuove tecnologie. Nell’arco di dieci anni i gazebo, i comizi, volantini e manifesti sono stati rapidamente sostituiti da video su Youtube, pagine Facebook, tweet, messaggi whatsapp e blog. Oggi ci si accorge di una campagna elettorale più aprendo lo smartphone che passeggiando per la propria città. Non solo, ma la politica 2.0 ha anche aumentato il livello di personalizzazione della politica stessa: oggi in politica contano le persone, non i partiti non le ideologie. I leader che non riempiono più le piazze, ma che fanno il pieno di “mi piace” e visualizzazioni. Gli elettori, come sottolinea Matthew Finders della Sheffield University, vivono la politica come un mercato e trattano l’offerta politica in modo analogo a quello con cui scelgono prodotti su Amazon. È finito il tempo della fedeltà ad un partito, che in passato poteva durare decenni, sostituito dalla scelta del leader che si ritiene più adatto in quel momento. La volatilità elettorale non è mai stata così elevata: ci si stufa presto, si cambia cavallo politico su cui puntare e molte di queste scelte si basano sull’efficacia della comunicazione amplificata proprio dal virtuale. Come spiega il sociologo Salmon, le democrazie sono diventate sempre più emotive, il cosiddetto storytelling, non è altro che un meccanismo evocativo intorno ad un leader per suscitare l’emozione dei cittadini e canalizzarne il consenso. Se fino a qualche decennio fa erano le opinioni a dominare il dibattito politico, oggi sono le emozioni amplificate dal meccanismo di massa che si propaga attraverso le fibre ottiche. Questi cambiamenti hanno toccato anche le istituzioni. In tutte le democrazie occidentali, il capo del governo è diventato sempre più centrale nella vita politica, infatti questo è oggetto di attenzioni continue da parte di media e social, si contorna di staff e spin doctors, è protagonista della politica estera, gestisce le scelte economiche, stabilisce le riforme con buona pace dei ministri, ridotti sempre più a meri esecutori. È il leader a cui i cittadini 8

di una società sempre più connessa e veloce chiedono di risolvere rapidamente tutti i loro problemi. Anche le pubbliche amministrazioni si stanno trasformando, seppur più lentamente, come mostrano le ricerche del Center for Public Impact del Boston Consulting Group: si punta sempre di più sull’e-government, sono presenti sui social network, cercano di emulare l’organizzazione delle grandi aziende private, svolgono consultazioni on-line e opinion polls per valutare i servizi pubblici. I parlamenti stanno cambiando le proprie funzioni passando, come sostiene Pierre Rosanvallon, uno dei più eminenti intellettuali francesi, da organi di legislazione a organi di controllo e suggerimento nei confronti del governo. Non è da escludere che, nel lungo periodo, essi possano rimanere soltanto un ricordo venendo sostituiti da consultazioni on-line, sistemi di voto personalizzati a seconda delle issues che interessano un certo gruppo di cittadini, nuove istituzioni meno politiche e più tecnocratiche. Un’opinione che veniva condivisa anche dal politologo Gianfranco Miglio in un libro del 1990. In un mondo sempre più virtuale e complesso i Parlamenti stanno cedendo il passo ad organi sovranazionali, non elettivi e composti da tecnici competenti, che regolano importanti settori come Internet, commercio internazionale, ambiente e finanza. Da ultimo, le intelligenze artificiali potrebbero, entro qualche decennio, essere in grado di scrivere bozze di leggi e di emanare sentenze nei tribunali al posto dei giudici virtualizzando sempre di più la politica, almeno secondo quanto raccontano i futurologi della Singularity University. Certo, non mancheranno le difficoltà in questo processo. Spesso reale e virtuale si allontano troppo e allora la politica virtuale, piena di promesse e capace di suscitare aspettative, si scontra con il governo reale, traboccante di complessità e veti incrociati. La sfida del futuro delle democrazie è tutta qui: conciliare una politica sempre più virtuale con il “vecchio” governo, fatto di regole, tasse e gruppi contrapposti, degli interessi plurali.


IL GIOCO PUÒ CAUSARE DIPENDENZA PATOLOGICA

IL GIOCO È VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI


Sofia Gorgoni

Come cambia il rapporto tra politici e cittadini

La politica tra social e democrazia immediata Non passa giorno senza che i mainstream media (televisione e stampa) non facciano riferimento almeno a un post pubblicato su qualche social network da politici o influencer. È la disintermediazione, il fenomeno che ha dato il via alle profonde trasformazioni della società contemporanea. Proposte di legge, azioni di movimenti collettivi o campagne elettorali oggi vengono raccontati e commentati sul web in tempo reale, grazie all’hashtag che indirizza la conversazione. I cittadini prendono la parola in prima persona, i politici interagiscono direttamente con il pubblico e fanno a meno dei giornalisti, questi ultimi ricorrono ai social come a un flusso continuo di narrazioni al quale attingere. Grazie all’opportunità di presa di parola, garantita dagli account personali, nascono nuove forme di interazione, prive di mediazioni esterne ed evocative di una vicinanza e intimità un tempo impensabili. Le risposte dei politici a una proposta o a un attacco, un tempo affidate ai media, sono ora immediate, talvolta in contemporanea. Si produce così un affastellamento di dichiarazioni, proposte e reazioni che perdono la loro rilevanza in un arco di tempo brevissimo. A una comunicazione immediata, consentita dai social, si accompagna una “democrazia immediata”, dove tutti sono nella condizione di partecipare al dibattito. Lo scambio diretto tra leader e opinione pubblica viene definito da Manin come “democrazia del pubblico”, in quanto una pluralità di attori può attivare o partecipare a discussioni pubbliche. Il popolo virtuale diventa un nuovo modello di associazionismo, dando vita a una forma di contratto sociale, come quello descritto da Rousseau. Il movimento cinque stelle ne è un esempio tutto italiano. I social possono essere anche strumenti di democrazia e denuncia. Per averne dimostrazione occorre fare un passo indietro. Giugno 2009: in Iran le elezioni 10

sanciscono la riconferma del Presidente. L’opposizione contesta i risultati del voto, denuncia brogli e scende in strada. Gli scontri portano all’uccisione di una giovane iraniana. I video amatoriali che riprendono la scena fanno in pochi minuti il giro del web e finiscono sui media tradizionali, diventando il simbolo della lotta del popolo iraniano (la cosiddetta “Rivoluzione verde” o “Twitter revolution”). Twitter in quel momento ha un ruolo cruciale nella diffusione delle informazioni sulla protesta e si piazza al fianco della democrazia contro la censura. Secondo i dati (della società di monitoraggio Symos), solo il 23 per cento dei tweet, durante la protesta, venivano dall’Iran, e ben due terzi provenivano da altri paesi. Gli utenti più attivi erano statunitensi, turchi e svizzeri. Tuttavia il governo iraniano scelse la linea dura con provvedimenti come l’impossibilità di accedere ad alcuni siti, controllo sugli utenti e sul loro telefono. Quindi non ha senso parlare di Twitter Revolution, ma i fatti confermano l’uso della piattaforma da parte dei cittadini iraniani per condividere informazioni su ciò che stava accadendo, aumentando così (grazie al resto del mondo che condivideva in tempo reale), la visibilità e la ‘notiziabilità’. Twitter è stato artefice di un’azione collettiva. I fatti del 2009 in Iran e i movimenti di protesta in tutto il mondo sanciscono nuovi modelli di attività politica e nuove forme di protesta. Il ruolo svolto dalle nuove tecnologie si realizza dal momento in cui si passa dal concetto di “azione collettiva” a quello di “azione connettiva” (spiegato da Bennett e Segerberg), dove i media digitali nella veste di agenti organizzativi, permettono un’aggregazione di soggetti estranei verso un’unica causa come i ‘Flash mob’.


cover story

Maurizio Franco

Le rivelazioni shock: lo script alla base del pericoloso “ransomware” è di proprietà della NSA

“Wannacry” e i programmi di sorveglianza di massa dei governi “A dispetto degli avvenimenti, la NSA ha costruito pericolosi strumenti d’attacco in grado di colpire software occidentali. E oggi ne paghiamo i costi”. All’indomani del più grande “attacco hacker globale” dell’ultimo decennio, a puntare il dito contro la National Security Agency è ancora Edward Snowden, l’ex tecnico della CIA, in “esilio” per le rivelazioni riguardanti i programmi di sorveglianza di massa del governo americano. “Wannacry” – denuncia il whistleblower della Carolina del Nord – non è nient’altro che il prodotto della più potente e tecnologicamente avanzata agenzia di sicurezza del mondo. Una volta partorito, lo script sarebbe poi finito nelle mani di Shadow Brokers, che già il 13 agosto 2016 aveva annunciato di possedere gli armamenti digitali degli Stati Uniti d’America. In quei giorni girava la notizia – riportata dal New York Times – che il fantomatico gruppo cracker aveva bucato i sistemi di sicurezza della NSA, trafugando informazioni e dati. Nel bottino, luccicante come l’oro, i cyber-criminali avrebbero trovato EternalBlue, l’exploit utilizzato – secondo gli esperti – per il micidiale bombardamento informatico che ha messo in ginocchio centinaia di migliaia di computer targati Windows. L’opinione pubblica, sciolta in un pianto isterico di grida e urla, ha ver-

sato fiumi di inchiostro e lacrime per l’oscura minaccia hacker, invocando l’intervento delle autorità. La privacy – sembra dire l’utente medio di internet nella società dell’esibizionismo digitale è un bene che va preservato con regole e proscrizioni. Ma quando sono le stesse autorità a compromettere un sistema rodato di relazione, file e documenti, cosa succede? Il panico securitario è all’orizzonte e l’epico scontro tra i colossi della Silicon Valley e l’intelligence a stelle e strisce, è pronto ad esplodere nuovamente. La miccia sono le Zero Days, falle di sistema scoperte dai servizi segreti o da criminali “smanettoni” e non comunicate all’azienda di riferimento, con cui entrare in qualunque computer. “Questo attacco è un ulteriore esempio di come la catalogazione e conservazione di vulnerabilità dei sistemi da parte del governo sia un problema” scrive il presidente e Chief Legal Officer di Microsoft, Brad Smith, in un post sul blog della società. Fuoco alle polveri, con un arsenale disperso di armi cibernetiche fuori controllo e un buco di milioni di bitcoin da tappare. “Questo attacco – continua Smith – rappresenta un collegamento sconcertante, anche se non voluto, tra le due più pericolose minacce di cybersicurezza nel mondo: le azioni degli Stati e quelle della criminalità organizzata”.

Perché la NSA e la CIA accumulano le vulnerabilità dei sistemi dove milioni di esistenze provano a dispiegarsi in un alterco di mail e like, senza proferire parola? A rispondere è Wikileakes, il sito di Julian Assange, che il 14 marzo aveva dimostrato come la strategia di spionaggio delle due agenzie governative fosse fondata su Athena, un programma di raccolta di falle nella sicurezza di software e dispositivi Windows. Invece di “proteggerci” la NSA e la CIA spiava i nostri movimenti, prestando addirittura il fianco a cyber-terroristi che con un click hanno rubato le chiavi d’accesso dei segreti più intimi dell’umanità. Una guerriglia combattuta sui terminali dei computer di tutto il mondo, con codici sorgenti da estrapolare e malware da diffondere: la sfida è garantirsi un’entrata di servizio in tutte le case, i bugigattoli e gli scantinati digitali di tutto il globo per sorvegliare e monitorare. Fatto il programma, è ora di infettarlo: Smartphone, tv e videocamere, qualsiasi oggetto che sia connesso ad una rete. Per controllare cosa? Terroristi e organizzazioni criminali – che di fatto non userebbero sistemi così standardizzati e facilmente decriptabili - o tutta l’umanità coricata sopra un computer? Il confine è labile ed espressioni come sicurezza nazionale, controllo del territorio e prevenzione si sovrappongono spesso a repressione del dissenso e negazione delle libertà fondamentali. 11


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Andrea Palazzo

Hackers. Movimento democratico o nuovo terrorismo? Maggio 2017, oltre duecentotrentamila computer in più di centocinquanta paesi nel mondo vengono colpiti dal ransomware WannaCry: l’ultimo (per il momento) grande attacco hacker della storia. Da un giorno all’altro i sistemi informatici di ospedali, enti pubblici, multinazionali vanno in tilt. I documenti diventano illeggibili e in cambio arriva una sola richiesta: pagamento di un riscatto in bitcoin (moneta elettronica impossibile da tracciare). Eppure, pochi mesi prima, il 2017 si era aperto con i riflettori accesi su Sijmen Ruwhof: esperto di sicurezza informatica e hacker professionista acclamato come baluardo della democrazia, capace di mettere in guardia l’opinione pubblica sulle vulnerabilità del software di conteggio utilizzato per le ultime elezioni parlamentari olandesi. Due immagini, due rappresentazioni diverse del fenomeno hacker tra minaccia e salvezza. Tanto umano e tanto digitale. Il mondo hacker è ciò che oggi racchiude al meglio il profondo conflitto, e lo stretto legame, tra umano e digitale. Troppo digitale perché è qui che trova origine, è questo l’humus dove muove tutti i suoi passi. Troppo umano perché, tra codici di accesso e pagine criptate, dietro la tastiera ci sono sempre teste pensanti, cuori pulsanti, intenzionalità in carne ed ossa. Dalle origini ai giorni nostri. Se ne è fatta di strada dalla fine degli 12

anni ‘50, quando gli hacker nacquero presso il Massachussetts Institute of Technology di Cambridge. Nei laboratori del MIT alcuni studenti iniziano ad interessarsi all’informatica e alla programmazione. Sperimentano e scoprono che anche all’interno di sistemi rigorosi c’è modo di trovare una falla, una chiave d’accesso per controllare gli strumenti e impossessarsene. Sarà con l’avvento del web che il fenomeno hacker troverà linfa vitale. Secondo l’edizione 2017 del Rapporto Clusit sulla sicurezza Ict nell’anno precedente sono stati 1.050 i crimini informatici a livello globale: dal blocco del sistema informativo dell’Hollywood Presbyterian Medical Center al furto dati della piattaforma di appuntamenti FriendFinder Networks, passando per l’infiltrazione nelle transazioni della Banca centrale del Bangladesh. Eppure la storia recente è costellata anche di esempi positivi come quello dell’attivista Edward Snowden, famoso per aver portato alla luce un dossier segreto sulla sorveglianza di cittadini e capi di Stato da parte del governo statunitense. Chi sono questi hacker? WannaCry ha avuto l’effetto di riaccendere un dibattito mai veramente sopito: chi sono allora questi hacker? Vanno considerati come dei pirati informatici senza scrupoli in grado di ricattarci a loro piacimento, oppure come movimento antisistema, gli unici davvero in grado di realizzare una piena democrazia sul web? Data la presenza di due poli opposti

inizia ad andare stretta anche l’esistenza di una sola definizione. La questione terminologica non è di poco conto, così ci è divisi in black hat (o cracker) e white hat: i primi rei di agire per scopi illeciti, i secondi visti come angeli custodi. Tra buoni e cattivi, uomini. C’è un minimo comun denominatore, tra stereotipi e luoghi comuni, per chi pensa agli hacker: da una semplice ricerca su Google le sole immagini ricorrenti sono quelle di uomini vestiti di nero, incappucciati e irriconoscibili. Non è un caso infatti che la maschera di Guy Fawkes, protagonista di V per Vendetta, sia utilizzata come simbolo anche dal gruppo Anonymous nato nel 2003 come “libera coalizione degli abitanti di Internet” e ritenuto oggi il gruppo di hacker più famoso al mondo. Dopo le iniziative contro Scientology, il sostegno nell’operazione Wikileaks ed una fantomatica guerra dichiarata all’Isis, anche per Anonymous la classificazione è incerta e oscilla tra chi li definisce pirati e chi eroi. Kevin David Mitnick, nel saggio autobiografico “L’arte dell’inganno. I consigli dell’hacker più famoso del mondo” raccontava i suoi segreti per ottenere password e informazioni delicate dalle aziende spiegando come «il fattore umano è sul serio l’anello più debole della sicurezza». E forse, nella diatriba tra minaccia terroristica e liberatori al servizio della comunità, tra buoni e cattivi, la risposta è che gli hacker rimangono sempre e comunque uomini.


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Claudia Cavaliere

Cyber attacchi. Chi guadagna dagli attacchi informatici e come contrastarli A. è a Mosca, davanti al suo computer in ufficio. Sta per lanciare una campagna di phishing, una serie di mail infettate, che raggiungerà i suoi bersagli in Europa Nord America e Oceania. Dovrà attendere che qualcuno apra file. Obiettivo raggiunto, è nel sistema e adesso potrà spostarsi nella rete aziendale e rubarne le informazioni sensibili.

I 75mila cyber attacchi che hanno colpito 150 Paesi, imprese, uffici pubblici e ospedali, hanno fatto schizzare i titoli delle aziende che operano nel settore della sicurezza informatica. Ottime le performance delle aziende che operano nel campo come la britannica Sophos che ha guadagnato sulla Borsa di Londra e di FireEye cresciuta a Wall Street. Le azioni della californiana Palo Alto Networks salgono e migliorano anche quelle di Cysco System, anch’essa operante nel campo della sicurezza informatica e con un fatturato di 49 miliardi di dollari. Questo brillante risultato per le compagnie, deriva dalla presa di coscienza per cui non è sufficiente investire nella componente digitale e nel settore di ricerca e sviluppo tecnologico se a queste operazioni non seguono investimenti in materia di cyber security e nella componente umana, promuovendo la sensibilizzazione degli utenti sulla rilevanza del tema. Se i due campi dovessero continuare a muoversi su binari indipendenti, si incorrerebbe in problemi legati al blocco 14

della produzione, al furto di dati sensibili e alla conseguente perdita di fiducia dei consumatori, rischi che nessuna impresa può assumersi.

Ma chi guadagna dagli attacchi informatici? L’organizzazione criminale che orchestra l’attacco, prima di tutti. Nonostante la somma richiesta per sbloccare i computer possa sembrare irrisoria, da 300 a 600 dollari in bitcoin come nel caso del reato del 12 maggio, è sul numero dei dispositivi infettati che gli hacker fanno potenzialmente lievitare il giro di affari. Ogni attacco è curato nel minimo dettaglio e affidato a personale umano competente ed esperto. Senza dimenticare il costo del lavoro di un criminale virtuale: secondo le statistiche della società Recorded Future un hacker guadagna da 1.000 a 3.000 dollari al mese, ma i più esperti possono intascare da 20mila a 200mila dollari e le richieste di riscatto sono sempre un extra. Ma chi sono questi hackers? In alcuni casi sono lupi solitari con fedina penale immacolata ed un lavoro stabile, in altri, quando si parla di gruppi organizzati di cybercriminali, l’indagine spiega che il team si compone di persone che lavorano in banca, ingegneri informatici, alle volte ex agenti di polizia, persone che hanno un forte radicamento nella società e, nella maggior parte dei casi, con carriere di successo. Nonostante secondo un’indagine Eurispes nel 2016 i cyber attacchi abbiano causato danni per 9 miliardi di euro soltanto in Italia, la per-


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centuale di aziende che hanno sviluppato un approccio strategico e tecnologico lungimirante in fatto di sicurezza informatica è bassa, attestandosi intorno ai 19 punti percentuali. Entro il 2020 è previsto un aumento degli investimenti in politiche di sicurezza in Europa. Secondo l’Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano è imprescindibile comprendere l’importanza del tema dell’information security e dell’impatto che essa ha sulla vita delle persone. Nel 2016, gli investimenti in materia di sicurezza informatica erano di poco inferiori al miliardo di euro: spesa irrisoria per coprire strategie di governance aziendale, investimenti tecnologici e formazione. In Italia solo un’azienda su due ha una figura preposta alla gestione delle anomalie in materia di sicurezza informatica e spesso non è inserita nel CdA aziendale, come accade invece nei paesi più avanzati.

Le procedure da seguire per ridurre la vulnerabilità dei sistemi informatici tracciate nell’Italian Cyber Security Report 2016 invitano a diversificare le password, salvare i dati con frequenza settimanale, sensibilizzare gli utenti, criptare le email e non dimenticare di aggiornare costantemente i software. Si tratta di uno schema Win - Win, dove tutti i giocatori in campo, se adeguatamente equipaggiati, possono vincere.

Un hacker guadagna da 1.000 a 3.000 dollari al mese, ma i più esperti possono intascare da 20mila a 200mila dollari

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Carlo Cauti @San Paolo

Blue Whale dalla Russia al Brasile Non un gioco online, ma lo specchio di società al collasso Da settimane i media di tutto il pianeta parlano in modo quasi ossessivo del fenomeno “Blue Whale”. Una specie di “gioco della morta” apparso di recente in Russia e che si starebbe rapidamente diffondendo tra gli adolescenti di tutto il mondo. Descritta come una macabra gincana sorta sui social network, che imporrebbe una serie di regole ai partecipanti, giovanissimi o adolescenti, basate su comportamenti autolesionisti, da incidere frasi o disegni con lamette sul corpo, a guardare film horror per tutta la notte e ascoltare musica deprimente, sino alla prova finale: il suicidio. In Russia si sarebbero già registrati circa 150 suicidi tra ragazzi, tutti presunti partecipanti a questo gioco della morte digitale.

Qualcosa di talmente folle che risulta difficile credere sia vero. E a ben vedere, potrebbe non esserlo. Da anni i Paesi dell’ex Unione Sovietica registrano un tasso di suicidi drammaticamente elevato. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Lituania ha un tasso di suicidi ufficiale di 26,1 per ogni 100 mila abitanti, la Bielorussia di 19,1. La Russia 17,9. Il Kazakistan ha il maggior numero di suicidi al mondo tra le ragazze dai 15 ai 19 anni. Per dare un‘idea, in Italia il tasso di suicidi non supera il 5,4. E si tratta di cifre da rivedere al rialzo, dato che potrebbero essere fallate dalla volontà dei governi locali di non pubblicizzare troppo il fenomeno (oltre a non suddividere le vittime per classi d’età), sia per ragioni politiche che per il rischio di emulazione. Stagnazione economica prolungata, ascensori sociali bloccati, corruzione endemica, stato sociale quasi inesistente, povertà diffusa, alcolismo devastante e violenza urbana, solo per citarne alcuni. Sono queste le vere causa dell’olocausto giovanile venuto alla ribalta delle cronache con “Blue Whale”. Non un semplice gioco in rete, ma la punta dell’iceberg di una società al collasso. Non è un caso che il fenomeno stia assumendo contorni preoccupanti anche in Brasile, dove il numero di suicidi tra giovani è aumentato sensibilmente negli ultimi mesi. In diversi stati brasiliani le autorità locali hanno aperto in16

dagini su suicidi e mutilazioni che secondo la stampa locale sarebbero legate al Blue Whale. All’Università di San Paolo del Brasile (USP) lo scorso aprile si è registrata “un’epidemia di suicidi”, tanto che le autorità accademiche hanno preso provvedimenti, creando ad esempio una linea telefonica “anti-suicidio” attiva 24h a cui i ragazzi possono rivolgersi in caso di emergenza. Ma un altro sintomo di quanto la questione sia grave è l’impatto avuto dalla serie TV americana “13 Reasons Why”. Lunghi episodi che raccontano la storia di un’adolescente che si suicida. Dettagli inclusi. Secondo il Centro de Valorização da Vida, ONG brasiliana che cerca di prevenire il suicidio, dal 1° al 10 aprile (periodo di lancio della serie) sono state ricevute 1840 mail con richieste di aiuto, contro le 635 dello stesso periodo del 2016. In un Paese come il Brasile, dove la crisi economica sta colpendo duramente soprattutto i più giovani, che soffrono con una disoccupazione del 30%, con turbolenze politiche e continui scandali di corruzione che sembrano non dare alcuna prospettiva di uscita da questo tunnel di sofferenza, con circa la metà della popolazione che vive in povertà, un quarto degli abitanti che non conosce il nome del proprio padre e dove lo Stato sociale praticamente non esiste, l’angoscia prolungata può tradursi in atti autolesionisti. La pressione mediatica spesso peggiora le cose. Secondo l’OMS, se la questione dei sucidi è trattata in maniera inadeguata dalla stampa, solo cercando audience o sensazionalismo, il risultato può essere devastante, portando ad un loro aumento. È il cosiddetto “effetto Werther”, dal nome del protagonista del libro di Goethe. La pubblicazione di questa popolare opera, nel 1774, scatenò un’impennata di sucidi tra i giovani europei. Anche il quel caso il malessere era preesistente, benché tamponato dalle rigide strutture sociali. Ma fu sufficiente un romanzo per accendere la miccia di una tragica bomba sociale. Blue Whale, 13 Reasons Why o altri fenomeni simili potrebbero essere una ripetizione, a distanza di oltre due secoli, dello stesso fenomeno. Questa volta, però, amplificato esponenzialmente grazie alla portata capillare dei social network.


con gli interventi di

marco bardazzi (Direttore comunicazione ENI) federico fabretti (Direttore relazioni esterne Leonardo) antonio funiciello (Capo staff del Presidente del Consiglio) maurizio gasparri (Vice Presidente del Senato) mario sechi (Giornalista ) carlotta ventura (Direttore Centrale Brand Strategy e Comunicazione) in tutte le migliori librerie


Antonio Carnevale

Realtà virtuale e realtà aumentata, tra ritardi e speranze Se ne parla almeno dagli anni Novanta ma, a tutt’oggi, il settore della realtà virtuale non sembra aver ancora imboccato la strada giusta. Va meglio la realtà aumentata, grazie soprattutto al mobile. Scopriamo cosa aspettarci allora per il prossimo futuro. Una rivoluzione attesa da tanti, forse troppi anni. Parliamo della realtà virtuale, per molti ancora la grande speranza dell’informatica, per qualcuno già oggi il trend tecnologico del momento. Per molti altri solo una grande delusione. Ma è possibile che la realtà virtuale sia già morta? Non è proprio così. È vero, ne sentiamo parlare ormai da oltre vent’anni. Ed è altrettanto innegabile che il suo sviluppo sia stato più lento del previsto. Ora però potrebbe essere arrivato il momento della svolta. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Il 2016 non è stato un anno positivo dal punto di vista dei numeri. La realtà virtuale ha raggiunto un totale di 2,7 miliardi di dollari, contro i 3,8 attesi. Migliori le performance della realtà aumentata, con un totale di 1,2 miliardi di dollari, il doppio delle aspettative (vi dice niente il fenomeno Pokémon Go?). In effetti, secondo i dati diffusi da TechCrunch, entro il 2021 la realtà aumentata per dispositivi mobile potrebbe diventare il driver primario di un mercato da ben 108 miliardi. Nel quale la realtà aumentata varrebbe 83 miliardi di dollari contro i “soli” 25 della realtà virtuale. I motivi di questo divario hanno a che fare con un unico, grande problema: i costi. In tutti questi anni la realtà virtuale non ha prodotto risultati paragonabili alle attese e il settore dei videogiochi è forse l’unico ad averne tratto vantaggio. Per decollare, sia VR che AR, hanno ora bisogno di raggiungere il grande pubblico. Due le strade: puntare forte sul mobile, come stanno già facendo giganti come Apple e Samsung. E sviluppare dispositivi dai prezzi più contenuti, come sta facendo Microsoft. Questo dovrebbe portare, secondo IDC, ad una crescita esponenziale del numero di visori venduti. Quasi cento milioni entro il 2021. 18

È chiaro che i campi di applicazioni non si esauriscono qui. Basti pensare che lo scorso anno è stato quello degli investimenti nelle startup AR/VR, che hanno ricevuto ben 1,8 miliardi di dollari. Segnale che i fondi di investimento si aspettano grandi novità da questo settore. Soltanto in Cina, in due anni, sono nati 1600 incubatori hi-tech e 200 startup nel campo della virtual reality. E sono diverse le applicazioni business per le tecnologie VR e AR, dal cinema al giornalismo, passando per il design. La realtà virtuale viene applicata, ad esempio, nel settore della formazione a distanza, nell’addestramento dei piloti e degli ingegneri impegnati sulle piattaforme estrattive. O ancora in medicina, per i trattamenti terapeutici più complessi. Anche in Italia. Già oggi, all’interno dell’Auxologico di Milano, si utilizzano le “Cave”. Sono delle sale particolari, ricoperte di schermi retroproiettati, utilizzate per fare riabilitazione sfruttando la realtà virtuale. Parliamo di pazienti con problemi motori, patologie legate all’ansia e allo stress: in un ambiente protetto, possono così sperimentare il ritorno alla vita quotidiana. Insomma la realtà virtuale ( e tutte le sue declinazioni) è più viva che mai. Già oggi possiamo immergerci in un mondo parallelo, muoverci, raccogliere oggetti e andare oltre i nostri limiti fisici. Per divertirci, ma non solo. Imparare, progettare, curarci. Certo non sarà sempre semplice. Ricordiamo che i primi visori VR creavano dei problemi non indifferenti, come nausea, spossatezza, disorientamento. È la cosiddetta “stanchezza da realtà virtuale”. Basterà usarla con parsimonia? E come superare lo straniamento dovuto all’immersione completa in un mondo virtuale? Per una risposta definitiva dovremo aspettare. Ci vorrà almeno un’altra decina d’anni per una realtà virtuale “matura”. Parola di Mark Zuckerberg. dell’entertainment, e l’arte come esperienza umana, interiore e soggettiva.


Simone Rubino Un robot in redazione

Il giornalismo del futuro è senza giornalisti? Tutto è iniziato a Los Angeles con un terremoto. All’alba del 17 marzo 2014 una forte scossa ha colpito Beverly Hills. Questa per il giornalista è una notizia che deve essere “coperta” quanto prima: la sfida del darla per primo l’ha vinta il “Los Angeles Times” grazie ad un robot che non è un umanoide, ma un software capace, grazie ai suoi algoritmi, di recepire informazioni e rielaborarle in testo.

La piattaforma Quakebot, sviluppata dal programmatore e giornalista Ken Schwencke, ha ricevuto le informazioni dai database e ha scritto la cronaca. Schwencke ha solo riletto e pubblicato: in cinque minuti Quakebot ha battuto in velocità l’uomo ed aperto le porte delle redazioni all’Intelligenza artificiale (IA). Ma a raccogliere le testimonianze delle persone sul pericolo scampato sono poi andati i giornalisti in carne ed ossa. Alla competizione virtuale ha preso parte anche l’“Associated Press” (AP), che ha fatto seguire ai robot le analisi di Borsa e la Minor League Baseball. Il software utilizzato si chiama Wordsmith ed è stato realizzato dalla società Automated Insights. L’AP è la prima agenzia di stampa internazionale e la sua forza è costituita dalle 242 sedi sparse in giro per il mondo e soprattutto dalla capillarità della rete dei suoi corrispondenti. Il passo in avanti è stato compiuto dal “Washington Post” (WP) grazie ad Heliograf, che oggi è il robot più avanzato in virtù della sua capacità di scrittura. Ha esordito alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016 fornendo i risultati e le statistiche delle gare. Le elezioni americane dello scorso novembre sono state un altro banco di prova: Heliograf, grazie alle informazioni ricevute dai programmatori e dalle banche dati come votesmart.org, ha raccontato l’ascesa di Donald Trump. Jeremy Gilbert, direttore delle Strategic Initiatives del WP, ha dichiarato in un’intervista a “La Stampa”: «Per scoprire il Watergate (scandalo che nel 1972 portò all’impeachment e alle dimissioni dell’allora presidente degli Usa Richard Nixon, ndr) continueranno a servire grandi giornalisti come Bob Woodward e Carl Bernstein. Le macchine potranno sollevarli dai compiti più scoccianti o aiutarli con l’analisi dei dati, così saranno liberi di concentrarsi sulle storie di qualità».

Non tutti guardano a ciò con la stessa fiducia. Già nel 2008, quando si stavano ancora sviluppando i primi progetti, Waseem Zakir, allora giornalista della “BBC Scotland”, criticò il trend robotico: mixando “churn out” (cioè sfornare, pensando più alla quantità che alla qualità) e “journalism” coniò il neologismo “churnalism”, denunciando i rischi della pratica adoperata dai giornalisti così come dai robot del copiare e incollare le agenzie stampa senza cambiare una virgola, correggere gli errori e verificare le notizie. La robotica sta mettendo piede anche nei giornali europei. I primi esperimenti sono stati fatti al “Financial Times” di Londra con un software prodotto dalla Stealth di nome Emma, che si è guadagnato un posto in redazione, ed a Parigi, dove “L’Equipe” sta usando una serie di bot per fare la cronaca sui social delle partite di rugby e calcio. L’IA è un altro interrogativo che si aggiunge sul tavolo dell’odierna crisi del giornalismo: può essere considerato come freno (al mestiere giornalistico) o come stimolo (per puntare sulla qualità). “Non sarà la fine del giornalismo”, dicono i più, anche se Kristian Hammond, cofondatore della “Narrative Science” ed esperto di generazione automatica dei testi, ha scommesso che entro il 2025 il 90% delle notizie sarà prodotto da un computer con poco o nessun aiuto umano.

Non solo robot. Il futuro del giornalismo passa anche attraverso la realtà virtuale. Niente di nuovo, verrebbe da dire. La realtà virtuale (o aumentata) nel giornalismo è in via di sperimentazione già dagli anni Novanta. Era il 1996 quando il New York Times pubblicò il suo primo tentativo di giornalismo immersivo con il reportage (con immagini panoramiche a 360 gradi) “Bosnia: Uncertain paths to peace”. La possibilità di immergere gli utenti in ambienti e situazioni lontani dalla loro quotidianità influisce positivamente sul racconto. Viene meno la mediazione del giornalista, l’informazione acquista maggiore neutralità. D’altro canto non si tratta di un’opzione economica e richiede tempo, sia per la realizzazione tecnica che per permettere la crescita di una maggiore consapevolezza nello spettatore. In ogni caso, negli ultimi mesi ci sono stati diversi esempi eclatanti, dallo stesso New York Times alla Bbc, dal The Guardian al Corriere della Sera. L’era del giornalismo immersivo insomma, è ufficialmente iniziata. Antonio Carnevale

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Ilaria Danesi

La fabbrica dei fatti

Perché crediamo alle fake news? Steven Spielberg ha ucciso un triceratopo; Nostradamus ha previsto più o meno tutto; Obama non è americano. Il web è costellato da notizie dalla dubbia credibilità, che ogni tanto ci fanno sorridere, sempre più spesso però, preoccupano. In qualche modo sono sempre esistite, eppure un salto di qualità c’è stato se il World Economic Forum ha inserito la disinformazione digitale tra i grandi rischi globali del nostro tempo, e un termine come post-verità è stato scelto come parola simbolo del 2016 dall’Oxford Dictionary. Le notizie false sono all’ordine del giorno: si insinuano nelle bacheche di Facebook, rimbalzano sui media tradizionali, vengono elaborate ed utilizzate come strumento di propaganda politica. In definitiva, influiscono in maniera concreta sulle nostre opinioni.

Ma perché crediamo alle bufale? La risposta è in un insieme di meccanismi psicologici e di considerazioni sociologiche, su cui insistono prepotentemente alcune caratteristiche dei nuovi media. Alla base anzitutto la complessità della società in cui viviamo, di fronte ai cui continui input il cervello tende a semplificare, evitando troppi sforzi di elaborazione. C’è poi una regola ben nota agli esperti di marketing: se qualcosa, in questo caso una notizia, “ci piace”, sarà più semplice considerarla valida. Perché siamo esseri umani fatti di razionalità ed emotività, ma è l’area del cervello deputata a quest’ultima la prima ad attivarsi di fronte a un impulso, e con essa quei bias di conferma verso le fonti che ci assecondano, alla ricerca di una coerenza narrativa molto difficile da scalfire una volta formatasi.

Ovviamente, le convinzioni personali sono influenzate dai nostri punti di riferimento e il credito che diamo ad una notizia aumenta in base all’affinità con il contesto da cui questa proviene. L’influenza della propria cerchia sociale è antica quanto l’uomo, ma sui social il fenomeno viene enormemente enfatizzato dalla cosiddetta filter bubble: è un algoritmo a suggerci cosa leggere in base alle informazioni recepite su di noi e a restituirci proposte che non si allontaneranno da ciò che già pensiamo. È un ecosistema a compartimenti stagni, che non favorisce il dialogo tra posizioni opposte, al contrario alimenta quella polarizzazione delle opinioni che sembra caratterizzare il nostro tempo. Il peso di questa sorta di camera dell’eco è dibattuto, di certo sembra innestarsi su meccanismi psicologici facilmente riconoscibili, quali il narcisismo e il bisogno di mostrare un’opinione su ogni argomento, di ostentare e spesso di seguire il flusso delle opinioni (è il cosiddetto effetto bandwagon, per cui tendiamo a replicare quello che la maggioranza della

gente fa, e che ci consegna sequele di commenti ridondanti sulle bacheche dei quotidiani). Opinioni spesso ciniche e disilluse, perché in buona sostanza la diffusione delle fake news è figlia della sfiducia verso le figure di riferimento tradizionali, siano esse istituzioni, media o studiosi: è il principale effetto collaterale di quella “democraticizzazione” del sapere che internet, facilitando come mai prima l’accesso all’informazione, ha rappresentato. Oggi la disintermediazione dei nuovi media mostra il suo volto negativo e si prova a correre ai ripari. Serviranno nuove regole, da parte del legislatore e di chi controlla i social, e una presa di coscienza da parte di chi fa informazione per mestiere, per non arrendersi al giornalismo da clickbait. Serviranno studi che uniscano competenze diverse, dalla statistica alla psicologia. E servirà soprattutto un’educazione più attenta alla formazione di un pensiero critico, che offra alle generazioni future gli strumenti per orientarsi e la curiosità per uscire dal proprio giardino.

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Gerardo Fortuna

Stay productive, stay human La chiamata agli uffici di IBM, la grande paura di Elon Musk, il flop del data farming. Come il fattore umano tiene botta e sta cambiando le scelte di aziende e investitori Siamo soliti pensare che la virtualizzazione delle nostre vite sia qualcosa di inesorabile, a cui tutti dovranno prima o poi arrendersi. Il percorso non è invece così scontato e i passaggi a vuoto abbondano. Succede a volte che chi ha puntato sulla dematerializzazione di alcuni aspetti della realtà possa, se non tirare il freno, quantomeno rallentare. È quello che si evince guardando agli investimenti e alle scelte di politica aziendale. Scelte come quella di IBM, che a inizio maggio ha messo davanti a un bivio buona parte dei suoi remote workers: tornate agli uffici o lasciate la compagnia. Una vera inversione di tendenza per un pioniere della virtualizzazione del lavoro, sempre fiero di un personale attivo in ogni momento e ovunque. Molti sono entrati in Big Blue per questo, per lavorare restando a casa grazie a servizi aziendali di messagistica istantanea come Sametime. Perché allora smantellare questa rete? Sorpresa, i capi di IBM hanno scoperto che il genere umano rende di più in una dimensione non alienata e che la collaborazione tra colleghi è più immediata se si condivide lo stesso tavolo. Ma non è solo questione di ritmo del lavoro 22

o morale alto: dal telelavoro si aspettavano più risparmi in termini di costi immobiliari e d’ufficio. Non essendosi materializzati i vantaggi della smaterializzazione del lavoro, il fattore umano ha avuto la sua rivincita. Chi resta fiducioso sui vantaggi del virtuale è il think tank progressista ITIF che ogni anno organizza il Luddite Award, una sorta di Nobel per tecnofobi. Nel 2015 ha puntato il dito contro i firmatari di una lettera aperta sui pericoli dell’intelligenza artificiale, definiti una “coalizione di perdenti”. Tra questi allarmisti dell’AI, nomi noti come Stephen Hawking e Bill Gates. Ma anche Elon Musk: lo Steve Jobs dell’auto elettrica, co-fondatore di PayPal e avanguardista della colonizzazione di altri pianeti. Uno che sogna di morire su Marte (ma non nell’impatto), rivoluzionario per vocazione insomma. Ma che considera l’AI la più grande minaccia all’esistenza dell’umanità. Eppure Musk aveva investito in DeepMind, tra le prime società attive nell’AI e nel 2014 fagocitata da Google. Quello che ha visto dentro questo mondo deve averlo spaventato ed è tornato sui suoi passi. Oggi è il principale finanziatore di OpenAI, no profit con la missione di assicurare un utilizzo dell’AI sicuro e che corra su binari etici. Un altro tentativo, estremo, di digitalizzazione del reale, riguarda il campo agricolo. Già così, un ossimoro: non c’è niente di più materico della terra. Il 1 ottobre 2013 Monsanto compra la società di big data Climate Corp con una

transazione record da 1 miliardo. Usare dati per aumentare la produttività agricola era considerata una specie di pietra filosofale e si pensava avrebbe aperto una nuova frontiera per il settore. L’era dell’internet of farming si sta però svuotando da sola. Nel 2016 gli investimenti in agricoltura di precisione hanno segnato un -39% mentre FarmLink LLC, la startup con la posizione finanziaria più solida, è andata in liquidazione a febbraio. In questo caso le promesse tecnologiche non hanno retto l’aspettativa e le aziende hanno cambiato approccio, tornando a investire su strumenti ed equipaggiamento agricolo, e meno in statistiche. Nella debacle c’è anche un aspetto di resistenza umana. Molti produttori non sanno che farsene di tutti questi dati, né sono avvezzi all’uso di software specifici. L’assenza di linea cellulare nelle aree rurali fa il resto, non permettendo l’integrazione di più dispositivi. Tra chi ha riscoperto il valore della cooperazione umana, chi ha paura delle macchine intelligenti e chi semplicemente pronto ancora non lo è, c’è anche chi ancora non si fida. In una rilevazione di HBSC su 12mila consumatori europei, solo il 7% degli intervistati si è detto disposto a farsi gestire i propri risparmi da robo-advisor. E questo nonostante i super algoritmi del trading siano in realtà capaci di processare masse enormi di dati per prevedere trend di mercati e andamenti di aziende.


Cosimo Rubino

Un pomeriggio in cameretta per gli adolescenti di inizio millennio.

Domani, 31 luglio 2027, aprirà al pubblico Your Afternoon, il primo parco tematico virtuale in Italia. Lo spazio, inaugurato con la stampa il 18 luglio scorso, è pronto a mostrarsi agli oltre quindicimila visitatori che hanno acquistato il biglietto per il primo giorno di apertura: una costruzione in alluminio estesa per un ettaro di terreno e disseminata al suo interno con cinquemila postazioni di gioco. Qui, grazie a una delle più avanzate tecnologie di realtà virtuale esistenti, i giocatori verranno trasportati indietro nel tempo, precisamente negli anni a cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio, per rivivere le sensazioni di un pomeriggio d’epoca nella loro vecchia cameretta. Un’esperienza senza dubbio peculiare, che abbiamo avuto l’onore di provare in anteprima. L’equipaggiamento in dotazione in ognuna delle postazioni consiste nella rivoluzionaria tuta Heiligsuit, capace di immergere il corpo del giocatore nell’iperspazio, e in un casco RealEyes 4, il migliore visore per la realtà virtuale sul mercato. Così equipaggiati, si passa all’ultima fase di preparazione. Il software, grazie alla sola analisi dei ricordi adolescenziali postati dall’utente sui social, è in grado di personalizzare l’ambiente di gioco, rendendo la cameretta virtuale perfettamente aderente a quella in cui l’utente è cresciuto. Breve nota a margine: alla fine di questa procedura il sistema offre un resoconto statistico sull’uso dei ricordi come contenuti social; nel nostro caso, ha rilevato circa cinquemila post “nostalgici” in vent’anni, il 67% del totale dei post. Entrati finalmente nella stanza, ci siamo velocemente liberati dello zaino Invicta e abbiamo avviato il Windows 98 Pentium III. Dopo qualche minuto di chat su MSN abbiamo acceso la TV per goderci la quotidiana puntata di Beverly Hills 90210, “telefilm” culto in un tempo in cui le serie si seguivano in televisione. Nel frattempo però, un’ amica (virtuale, si inten-

de. E comunque solo un’amica), seccata dalla nostra mancata risposta in chat, ha pensato bene di farci riprovare il brivido del trillo di MSN, causando qualche rischio a un cuore (quello sì, reale) non più allenato e soprattutto non più giovane. Dopodiché, mentre nelle casse dello stereo Kenwood RXD-355 risuonava ipnotico Scatman, le nostra dita hanno consumato gli analogici del Controller DualShock per aiutare Lara Croft a trovare la mitica Pietra Infada in Tomb Raider 3 per PlayStation. Infine, colpo di scena: a segnalare la fine del tempo a disposizione sono nientepopodimeno che le urla fuori campo di mamma (con che voce? Quella universale delle urla delle mamme, ovviamente) che ci richiama a tavola per cena, ma solo dopo essersi raccomandata di lavarci meticolosamente le mani. Terminata l’esperienza, abbiamo dovuto ingoiare in fretta la malinconia per fare due chiacchiere con gli ideatori del progetto, Giacomo Ferraro e Daniele Lo Patino: “È un’idea che avevamo in mente da tempo - ci dice Giacomo, classe 2003, ingegnere informatico con la passione per l’arte classica - La nostra generazione è cresciuta accompagnata dal mito degli anni ‘90 e dell’inizio del 2000, così abbiamo pensato di far rivivere i fasti dell’adolescenza a chi questo mito l’ha creato e alimentato.” Un’idea che ai millennials pare essere piaciuta molto, visto che il 78% dei biglietti per il primo mese di apertura del parco è stato acquistato proprio da uomini e donne nati fra il 1985 e il 1995. “Il nostro target principale sono loro, questo è certo” - aggiunge Daniele, 23 anni, mente creativa del duo - “A nessuno al mondo verrebbe in mente di spendere dei soldi e sfruttare una tecnologia così avanzata, per vivere un pomeriggio all’insegna di tecnologie obsolete da decenni. A nessuno, se non a loro. Your Afternoon è la risposta a una richiesta che questa generazione urla da sempre: restare in cameretta a giocare, anche se la cena è pronta.”

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Niccolò Piccioni

La vita al tempo dell’Internet of Things È possibile essere liberi pur dipendendo completamente dalla tecnologia? Luca, 34 anni, compie ogni azione quotidiana attraverso il suo smartphone. Accettabile? Ecco la sua vita al tempo dell’Internet Of Things. «La sveglia suona presto, alle 6:30. Aperti gli occhi, controllo i valori del sonno attraverso Sleep Cycle Alarm Clock e li invio al mio medico. Accendo la caffettiera e programmo la temperatura della doccia, contemporaneamente, attraverso il tablet. Prima di uscire, grazie all’assistente vocale Samsung, controllo le previsioni meteo e gli impegni della giornata. Grazie ad Argo apro la porta di casa ed esco. La mia è un’esistenza 2.0» racconta Luca, 32 anni, Creative Director in un’ agenzia di Milano, «se non fosse per la tecnologia, non so se riuscirei a vivere.» Si parla sempre più spesso di Internet of Things, cioè, la capacità di un oggetto di essere connesso, interconnesso e controllabile, anche a distanza, tramite un device. Secondo gli Osservatori di Digital Innovation del Politecnico di Milano, cresce ogni giorno il numero di oggetti connessi, dalle automobili che leggono gli sms ai device che si accendono e spengono a distanza. Sempre più persone, quindi, conducono attività di ogni tipo attraverso smartphone o tablet. «Wunderlist mi ricorda riunioni, consegne ed impegni e Maps mi aggiorna sulla situazione mentre attraverso l’orologio continuo a tenere sott’occhio il mio stato di salute. Alle 18:45, poco prima di staccare, accendo a distanza il condizionatore 24

di casa, così da trovarla a temperatura al rientro. Salvo appuntamenti serali, regolo le luci prima di entrare in casa per non stressare la vista ed apro la porta tramite APP. Quindi mangio e, dopo qualche minuto di televisione, vado a letto». E l’amore? «La mia compagna vive a Tokyo e dovrà restare lì per un po’. Durante la nostra chiamata Skype serale, ci concediamo del piacere attraverso i giochi erotici Lovenseche permettono di simulare l’atto erotico attraverso smarthpne. In questo modo, riusciamo a soddisfare, per quanto possibile, gli impulsi fisici». Folle, anormale, direte voi. Schiavo della tecnologia anche per compiere i più piccoli, semplici, gesti quotidiani. Ma è davvero così? Due anni fa Luca è rimasto paralizzato a seguito di un incidente. «Sono cambiate molte cose da allora. La tecnologia mi rende libero, ‘normale’. Mi consente di compiere ogni azione senza dover pesare su

nessuno. Sono autonomo - continua - Per carità: se potessi, sarei il primo a giocare a calcetto o a fare la spesa di notte – e provo ribrezzo per le persone che non sfruttano tutte le potenzialità del corpo e del cervello. Tuttavia, non posso farlo, soprattutto in Italia». «Sento spesso dire che l’ipertecnologizzazione ci rende schiavi, che si stava meglio prima. Ma come in tutte le cose, il punto non è lo strumento, ma l’uso che se ne fa, e le ragione per le quali si utilizza. Serve maggiore consapevolezza, maggiore informazione rispetto al suo corretto utilizzo e alle sue potenzialità. Molte cose, rendono l’uomo libero o schiavo, a seconda dell’uso che se ne fa.» In fondo, come scrisse Eco, «Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide; piuttosto è una macchina stupida che funziona soltanto nelle mani delle persone intelligenti».


Davide Bartoccini

La guerra di domani

si combatte nel cyber spazio Seduto sotto dieci metri di cemento armato in una base inaccessibile che ufficialmente non esiste, un soldato in mimetica MARPAT -lo schema digitale - è pronto a posare il dito sul bottone. Davanti a se ha decine di schermi che ricordano il cult movie ‘WAR GAMES’. Ma lui non lancerà un ICBM ( Missile Balistico Intercontinentale), non impartirà un comando destinato a divisioni meccanizzate in attesa dell’ora X. Premerà il bottone e infetterà i sistemi informati del nemico per sventare la minaccia. Perché nel futuro, la guerra si combatte nel Cyber Spazio. Nessun D-Day con “aerei che riempiono il cielo”, nessuna grande invasione di terra o imponente manovra navale verrà condotta; i conflitti come li abbiamo studiati sui libri di storia appartengono al passato. Nell’era del digitale e dell’ iperteconologizzazione, il futuro dei conflitti formalmente ‘non ha luogo’ e appartiene sempre di più agli hacker militari: operatori d’élite che combattono dietro lo schermo di un computer, dislocati in basi segrete, seduti alla loro postazione con l’aria condizionata e una tazza di caffè solubile in mano. Il tempo delle armi convenzionali ha lasciato il campo a missili balistici intercontinentali, operazioni di intelligence e incursioni ‘telematiche’ di divisioni addestrate alla Cyber Warfare e al Cyber Spionaggio. In questa nuova

guerra ‘ibrida’, gli hacker militari violano i database delle fazioni avversarie, manipolano account di alto profilo, rubano informazioni ‘classificate’ e ne diffondono di false per confondere il nemico, cancellano dati per sabotare oleodotti, impianti industriali: magari test di missili a lungo raggio. Tra le azioni più comuni, c’è il blocco dei terminali petroliferi fondamentali per l’approvvigionamento, come è accaduto in Iran (2010), il blocco dei fondi bancari per l’acquisto di armamenti o per il finanziamento di cellule terroristiche, come sta facendo la Coalizione Internazionale con Daesh. Decine di paesi, tra i quali primeggiano Stati Uniti, Gran Bretagna, Federazione Russa, le due Coree, Israele e Cina; hanno addestrato negli ultimi anni i migliori ‘cervelli’ delle forze armate e delle agenzie governative per inquadrarli in unità speciali: come i nuovi ‘Chindits’ britannici (la 77th Brigade), la divisione TAO della National Security Agency (NSA), e l’US Army Cyber Protection Brigade americana, o le divisioni agli ordini dell’FSB e GRU del Cremlino, che raccolgono quelle che in Russia vengono chiamate kibervoyskami:‘cyber truppe’. Virus e worm (malware capaci di autoreplicarsi) elaborati per spiare e colpire il nemico dietro le proprie linee vengono lanciati con un semplice click dall’interno delle basi; consentendo agli eserciti di diminuire

di numero e mezzi convenzionali, e di prendere gradualmente sempre maggiore distanza dall’azione, lasciando nelle mani di pochi specialisti ‘ pacchetti’ di malware e algoritmi letali per l’economia, le comunicazioni e le capacità di un nemico sempre più vacuo, invisibile e poliforme. Questa nuova dimensione dei conflitti, ancora in parte inesplorata e dalle conseguenze letali, potrebbe sfociare in una guerra ‘totale’ di carattere digitale: capace di colpire, insieme ai suoi obiettivi, le popolazioni civili ed agire in maniera irreversibile sulle vite di milioni di persone. La corsa agli armamenti ‘virtuali’, incominciata nei primi anni nel secolo e sempre in più rapida ascesa nell’ultimo quinquennio, è stata la conseguenza di nuovi scenari nei quali gli avversari non si misurano più sui campi di battaglia, ma nel Cyber Spazio, portando il mondo occidentale sulla via giusta per accontentare il poeta statunitense Carl Sandburg, che invocava il giorno in cui verrà fatta ‘una guerra alla quale nessuno parteciperà’. Tale guerra ‘senza luogo’ e senza soldati, dove nessuno sentirà il fango sotto i piedi, patirà il freddo o il caldo; senza il fragore delle bombe, senza divise, non vedrà eroi ne’ vincitori e vinti sul campo: non sarà guerra. Eppure nessuno potrà ritenersi al sicuro. Perché sarà totale.

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Maria Genovesi

L’arte da sublimazione dell’io a spettacolarizzazione e instant live stream

Come le nuove tecnologie cambiano i linguaggi dell’intrattenimento Meno di dieci anni fa, si andava ai concerti con le fotocamere compatte, sperando di rubare qualche bello scatto da scaricare poi sul computer e da attaccare al muro, o tuttalpiù da condividere su una bacheca facebook ancora timida e silenziosa. Oggi, ci siamo già abituati ad uno stuolo di smartphone che, puntati verso il palco, riprendono il concerto minuto per minuto, come una sorta di coreografia che ha sostituito i vecchi accendini. Gli accendini però, comparivano in un paio di brani ad accentuare un momento di particolare pathos, i telefonini restano per tutto il tempo a documentare live il concerto per poi condividerlo real time. Per non parlare degli effetti speciali a disposizione degli artisti, basti pensare alle performance di Beyoncé o all’ultimo video “Up&up” dei Coldplay. In poco tempo, l’intrattenimento è diventato spettacolarizzazione e condivisione immediata: grazie a device mobili sempre più evoluti, alle nuove funzioni delle piattaforme social (basti pensare ai facebook live stream, alle immagini e video a 360°, agli instant articles, alle Instagram stories, ai tag). Abilità di stupire e creazione dell’effetto virale, sono i nuovi mantra. Tutte le forme di arte l’hanno compreso, e si stanno adattando per sfruttare le potenzialità offerte dall’iper-tecnologizzazione e dal digitale. I contenuti, dai video musicali alle news, pilastro dell’entertainment, hanno cambiato forma facendosi sempre più brevi e concisi. Pillole, in molti casi, che seguono due principi fondamentali: catturare l’attenzione, oggi sempre più labile e dispersiva, e generare traffico, condivisioni e click. Capita spesso di ascoltare in conferenze di settore, che se prima il picco di attenzione dello spettatore risiedeva nel momento centrale della fruizione del contenuto, adesso è anticipato ai primi 5 secondi. E non è soltanto un tema di contenuto, ma di mezzo. Con l’avvento degli smartphone, infatti, la tendenza alla creazione di contenuti mobile first avvenuta un anno fa, oggi è regola: i video vengono ideati in formato verticale e con un’alta attenzione alla fruizione sound-off (senza audio), i siti web sono disegnati partendo dalla considerazione che devono essere 26

sintetici ed essenziali perché contenuti in 7cm di schermo. Lo stesso facebook ha dichiarato che il 90% della propria navigazione proviene da mobile. Anche la forma d’intrattenimento più “human based” che c’è, ossia gli spettacoli dal vivo, dalle rappresentazioni teatrali ai concerti, è stata rivoluzionata dall’ondata tech. Se nel 1500, l’entrata in scena del fantasma di Amleto nel Macbeth di Shakespeare era segnata dal rumore dei passi riprodotto da qualcuno che bussava sul legno dal retroscena, oggi è possibile far apparire tramite un ologramma fluttuante tra il pubblico. Negli anni ‘90 i concerti di Michael Jackson o Madonna apparivano rivoluzionari mentre oggi assistiamo a Katy Perry vestita di fiamme che durante il Super Bowl cavalca un gigantesco leone meccanico. Anche realtà più classiche hanno trovato il modo di stare al passo con i tempi. L’Arena di Verona, ad esempio, ha deciso quest’anno di festeggiare il centenario della storica “Aida” di Giuseppe Verdi avvalendosi del supporto de La Fura dels Baus, celebre e futuristica compagnia teatrale spagnola che introdurrà espedienti robotici, animali meccanici e scenografie di fuoco e acqua. Il Museo Egizio di Torino, invece, si è affidato a Dante Ferretti, pluripremiato scenografo italiano (solo di Oscar ne ha vinti tre) che ha collaborato alla realizzazione di un percorso multimediale in 3D che accompagna i visitatori nell’antico Egitto del 4000 a.C. fino al 700 d.C. L’arte, da secoli massima rappresentazione della sublimazione dell’io, e quindi dell’umano; si fa sempre più virtuale. Qual è il limite, se esiste, tra un arte che sia autenticamente umana, e un prodotto altamente tecnologico tutto effetti speciali? Quanto spazio lascia, all’immaginazione, il potenziale ‘immersivo’ di questi nuovi strumenti? E ancora, vale più l‘esperienza, o la sua condivisione? I Rolling Stones, gli Ac/Dc, Adele, Renato Zero, sono sempre di più gli artisti che chiedono ai fans, con toni più o meno forti, di abbassare i telefonini e godersi il concerto. Hanno ragione? Forse è il momento di fermarsi un momento, e cercare un nuovo equilibro tra la curiosità e l’attrazione verso le nuove tendenze dell’entertainment, e l’arte come esperienza umana, interiore e soggettiva.


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innovazione e territorio Velia Angiolillo

Governare digitale. San Donà di Piave La digitalizzazione ha un impatto ambiguo sui rapporti personali: annulla la distanza fisica, ma ci separa da chi abbiamo attorno inchiodandoci allo schermo del telefono. Ma c’è chi cavalca proprio la tecnologia per superare questo paradosso e creare un nuovo senso di comunità. Ce lo spiega Daniele Terzariol, giovane consigliere comunale di San Donà di Piave (VE), una città che sta pensando nuove forme di governo unendo freddezza digitale e calore umano. Partiamo dall’inizio. Da quando siete in carica avete puntato molto sul lato umano della città. Come mai? «Per governare una città l’aspetto umano è centrale per due motivi: primo, le relazioni sono un capitale essenziale per creare valore economico e culturale; secondo, dialogare con i residenti ci permette come Comune di tenere meglio il polso della città e arrivare dove serve davvero. Per questo abbiamo lanciato City Centre Doctor, un progetto finanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale, che aiuta centri piccoli come il nostro che vivono all’ombra delle metropoli a non ridursi a semplici città-dormitorio ma a “brillare di luce propria” se così si può dire. Con noi partecipano altre nove città europee, con cui scambiamo idee e strategie di sviluppo economico, culturale, turistico e di uso intelligente delle risorse partendo dai bisogni reali delle persone. Il piano prevede di tutto: attività di city branding, riqualificazione territoriale, mobilità sostenibile etc. Solo che invece di calare dall’alto, i progetti sono tutti pensati e realizzati coinvolgendo direttamente i cittadini. » La tecnologia c’entra? «Si, anche se il risvolto digitale fa parte di WeGovNow, un altro esperimento europeo al quale partecipiamo con città come Londra, Manchester e Torino. La tecnologia qui è la spina dorsale perché mettendo in contatto in maniera più fluida individui, gruppi e amministrazione, favorisce la co-produzione dei servizi, e quindi il loro miglioramento qualitativo e quantitativo. In realtà WeGovNow e City Centre Doctor sono 28

distinti solo su carta, dato che l’obiettivo finale è lo stesso: passare da un modello gerarchico di governo a uno più diffuso e aperto ai contributi dal basso.» Più concretamente? «Con WeGovNow abbiamo ideato l’app GeoLocalizzati, che lanceremo nel 2018 e che contiene strumenti utili per vivere più attivamente la città. Ci sono parti dedicate al voto elettronico al Bilancio Partecipato (la frazione di bilancio comunale dedicata a iniziative scelte dai residenti) e al Regolamento dei beni comuni cittadini, con cui si possono “adottare” e curare autonomamente aree di verde pubblico, monumenti, persino panchine. C’è poi una mappa georeferenziata che permette di localizzare in tempo reale eventi, esercizi commerciali, risorse condivisibili.» Risorse condivisibili? «Esempio: se un gruppo cerca una sala prove, sulla mappa può trovare associazioni o privati disposti a prestarne una o ad affittarla ad un minicanone concordato col Comune. Così non solo sfruttiamo risorse bypassando le lungaggini burocratiche, ma incoraggiamo l’incontro fra realtà che potranno costruire qualcosa insieme indipendentemente da chi governerà San Donà in futuro. Il bello è che è una mappa viva poiché chiunque può contribuire ad arricchirla.» Al ForumPA 2017 si è parlato molto di “burocrazia difensiva”. I vostri metodi si possono esportare su scala nazionale o vincerà la resistenza? «Coinvolgendo la comunità puoi gestire la città meglio, più capillarmente e a costi ridotti; per dire WeGovNow ci permetterà un risparmio in monte stipendi di 350.000 euro, che possiamo reinvestire altrove. Il punto è che in Italia la burocrazia non ha paura solo della tecnologia, ma sopratutto di perdere poteri delegando, quando invece è proprio delegando che si migliora l’efficienza e si costruisce un rapporto reciproco di fiducia fra PA e cittadini. Vale la pena opporsi?»


speciale turismo Ilaria Danesi

Il mare d’inverno Le grandi sfide per un Sud più attrattivo Superare la stagionalità, migliorare le infrastrutture, incentivare la cooperazione: le sfide del Turismo nel Sud che stenta e le ricette per affrontarle. Ne parliamo con Gianluca Callipo.

In collaborazione con

Pizzo Calabro è un’incantevole cittadina arroccata su un promontorio che si getta nel Tirreno. È una di quelle località di cui tutti hanno sentito parlare ma che per qualche motivo non riescono a trasformare in turismo ciò che natura e storia hanno dato loro in termini di fascino. Quali siano le cause, e quali le possibili risposte, l’abbiamo chiesto a Gianluca Callipo, Sindaco di Pizzo e coordinatore ANCI giovani. Partendo da un male italiano, al Sud ancora più marcato: l’insufficienza delle infrastrutture. «L’alta velocità arriva solo fino a Salerno, gli aeroporti regionali sono in crisi e ci sono vuoti nei trasporti locali cui come amministratori comunali cerchiamo di supplire, ad esempio migliorando i collegamenti tra i villaggi turistici della costa e l’entroterra, ma non basta» Soprattutto se le soluzioni sono lasciate all’iniziativa e alle esauste casse comunali, laddove servirebbe una progettualità regionale: «Le grandi infrastrutture sono un problema nazionale, ma se parliamo di gestione dell’offerta turistica, di individuazione e promozione di un prodotto e collocamento sul mercato in base ai propri obiettivi, è a livello regionale che dovremmo a muoverci. Con una visione strategica, costruita chiamando al tavolo comuni e altri organi, istituzionali e non, per definire linee guida in grado di ottimizzare energie e risorse». Quello delle scarse risorse è in parte un falso problema: «Ci sono fondi europei non assegnati o che non producono gli effetti sperati e anche i progetti istituzionali sono spesso fini a se stessi, iniziative “spot” che non escono dalla dimensione mediatica e contingente del singolo evento». Servirebbero soluzioni di ampio respiro («specialmente in aree prive di grandi città è necessario fare sistema per riservare al turista un prodotto completo, in grado di attirarlo e soddisfare le sue esigenze, lasciandolo partire con un’immagine positiva da divulgare»), incentrate su qualità e varietà dell’offerta: «l’eccessiva stagionalità è un problema, anche perché comporta improvvisazione. È invece importante una formazione professionale al turismo». Qualità, coordinamento, professionalità e investimenti. Ma per proporre che tipo di turismo? «Per distinguerci dobbiamo andare oltre la bellezza del nostro mare. Abbiamo risorse naturalistiche, tradizioni, culture e specialità locali uniche al mondo e su queste dobbiamo puntare a livello di investimenti e di marketing. Le pubbliche amministrazioni possono aiutare promuovendo progetti che mettano a rete realtà del territorio, e a volte possono anche fare un passo indietro: uno dei nostri musei comunali ha incrementato visite, personale impiegato ed introiti quando ha parzialmente aperto ad una gestione esterna» Esaltare la specificità locale: come farlo promuovendo al tempo stesso un’immagine forte e coesa del brand Italia all’estero? «È la grande sfida. Le piccole realtà non possono promuoversi da sole, è positivo che si cerchi un’immagine coerente immediatamente riconoscibile, ma le anime del Paese devono confluire in quella immagine, non venirne schiacciate. Su come farlo non ho una risposta perché non c’è una ricetta univoca, ma so che il futuro del turismo italiano passa da qui». 29



il punto di vista delle aziende Cinzia Caserio

Viaggio nella Smart Home di Samsung, esperienza al confine tra umano e virtuale

La casa del futuro? Si apre con il bluetooth Per fare surf non dovremo più prendere un aereo e aspettare il giorno della partenza: basterà entrare in salotto dopo cena. Nelle case del futuro non ci si limiterà a sedersi davanti alla televisione, ma si potrà addirittura viaggiare indossando un paio di occhiali per la realtà virtuale. Tutto questo succede già oggi nella Smart Home di Samsung, che con il suo allestimento ipertecnologico offre una perfetta visuale sul futuro. Nel cuore dell’hub finanzario di Milano, ad un passo dal Bosco Verticale e dall’Unicredit Tower, la casa intelligente ci invita a chiudere gli occhi e a fare un salto nel futuro. Quando li riapriamo ci troviamo a letto, un attimo prima di sentire il trillo della sveglia. In quel momento si accendono in contemporanea le luci della camera da letto e della cucina, le tapparelle si sollevano da sole e sullo schermo del televisore ricompare lo screensaver. Tutto ciò è possibile grazie all’internet of things, in breve IOT: gli oggetti comunicano con l’uomo, forniscono dati e informazioni, diventando nostri interlocutori. In questo caso, basta salvare gli orari connessi alle proprie abitudini per ottenere i risultati desiderati. Gli elettrodomestici dialogano anche fra di loro grazie al framework, un linguaggio particolare che rende la casa di Samsung realmente interconnessa. Appena alzati, un ampio pannello sulla superficie del frigo ci dà tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno: meteo, temperatura esterna, traffico, principali notizie della giornata, appun-

tamenti, tempo previsto per arrivare in ufficio e orario consigliato per uscire di casa. Al posto dei magneti-souvenir, sul frigo appariranno direttamente le foto che abbiamo scattato in vacanza. Volete un caffè? Il pannello luminoso potrebbe chiedervi se preferite un brasiliano o un ciocco-macchiato e vi fornirà una serie di ricette. E se le capsule stanno per finire si possono aggiungere nel carrello virtuale: non tarderanno ad arrivare. Mentre facciamo colazione possiamo anche ascoltare la musica, la radio, oppure guardare la nostra serie tv preferita; il frigo diventa uno smartphone o un pc tuttofare. Poi usciamo di casa, ma lei non si separa mai dai suoi proprietari. A distanza è possibile attivare l’aspirapolvere, e se il postino citofona si riceve una telefonata sul cellulare, in modo tale da poter comunicare con lui. La fine della giornata si avvicina e non sappiamo cosa preparare per cena? Lo smartphone – collegato al software del frigo –, avvisa che uova, formaggio e latte stanno per scadere e consiglia le migliori ricette per consumarli tutti assieme. E dopo aver messo la birra in freezer, lo schermo ricorda ai più distratti che va tirata fuori; lo stesso vale per la carne marinata. Ma è la porta d’ingresso a riservare le maggiori sorprese. Senza bisogno di chiavi né di serratura, semplicemente avvicinando il cellulare al pomello, si rientra a casa. Magia? Forza del pensiero? Niente di tutto questo: un’app installata sullo smartphone comunica

con la porta, riconosce un codice e la sblocca grazie al bluetooth. L’operazione avviene in tutta sicurezza, e in più si potranno sempre controllare gli accessi in casa sul proprio dispositivo (gli adolescenti sono avvisati). Il relax non è immune dalla tecnologia: in salotto c’è la Frame Tv, cioè una serie di finti quadri in mezzo ai quali si nasconde una televisione a schermo piatto, dotata di screensaver. Puro divertissement per confondere e ammaliare gli ospiti. Nella casa del futuro potrebbe esserci anche una stanza adibita allo svago, con poltrone a forma di capsula dove indossare gli occhiali per la realtà virtuale. Le tecnologie immersive possono portarci in tempo zero su una tavola da surf a Tahiti, come succede nella Smart Home. E ora torniamo al presente. Se ci guardiamo attorno, cosa vediamo? Persone che consultano smartphone, computer portatili, orologi digitali, navigatori e tablet; non ce ne separiamo mai perché informano, guidano, divertono e consigliano. La Samsung Home non è solo un insieme di elettrodomestici intelligenti: è una realtà che in parte conosciamo già, fatta di relazioni sempre più strette fra uomo e oggetti, fra umano e virtuale. In un futuro non molto lontano saremo immersi in un mondo fluido fatto di informazioni, dove tra un tuffo in mare e uno in poltrona ci saranno sempre meno differenze.

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il punto di vista delle aziende Sofia Gorgoni

Come cambia il rapporto tra aziende e utenti nell’era dei ‘machine learning’

L’importanza del fattore umano Dove il software non arriva Una chiacchierata con Danilo Gismondi, responsabile direzione sistemi informativi di Trenitalia. Per prenotare il treno basta un’App sul telefonino e tramite i social network si dialoga con l’azienda. «Oggi c’è un team che si occupa di rispondere ai clienti in rete e questo ha richiesto la definizione di una nuova figura professionale - spiega Danilo Gismondi, responsabile direzione sistemi informativi di Trenitalia. «Con l’analisi del ‘sentiment’ della clientela si cerca di capire non soltanto chi direttamente ci coinvolge mandandoci un tweet o ingaggiandoci attraverso Instagram, ma anche chi esprime pareri e opinioni sui nostri servizi. Si creano racconta - connubi nuovi tra macchina, quindi software, e persone che danno un senso alla marea di dati che provengono da tutte le parti». Sempre più scrittori stanno interpretando il modo in cui gli esseri umani si rapportano alla tecnologia, dall’esplosione dei social alle capacità cognitive dei sistemi. «I contact center hanno un’interazione vocale tra uomo e uomo - spiega Gismondi - perché ci sono due persone al di là del filo, ma oggi si stanno utilizzando anche software che attraverso il ‘machine learning’ sono in grado di dare risposte sia con messaggi preregistrati ma anche facendo quello che si chiama text-to-text: a un messaggio risponde sempre più spesso la macchina». «Questo caso noi lo stiamo

studiando - racconta - perché crediamo che non ci sarà mai la completa sostituzione delle persone, in quanto determinate richieste necessitano del calore umano. Ci sarà chi è esperto ad insegnare alle macchine come rispondere - un nuovo mestiere che sta emergendo - e chi a prendere in carico dalla macchina risposte che richiedono certi tipi di interpretazione». La parte sana, per Gismondi, è quella in cui rimane una componente umana: «questo in ferrovie è un paradigma che pensiamo di mantenere sempre vivo». Il rapporto con il cliente, che in passato veniva delegato principalmente al personale di front-end (ad esempio chi lavora nelle biglietterie o in stazione), oggi è velocizzato dalla rete. «Un esempio è quello che noi chiamiamo Digital caring - spiega - quel rapporto di cura e assistenza della clientela che fa leva sull’utilizzo di notifiche e informazioni Push che arrivano direttamente sugli smartphone dei nostri clienti». «C’è una serie di messaggistica completamente automatizzata - continua - il software in base alle preferenze del cliente lo informa sull’andamento di un treno o sullo stato del traffico della linea ferroviaria ad esso associata. Ci sono poi una serie di informazioni che richiedono un’interazione umana». Il software, anche quello più esperto che si basa sul paradigma di machine learning, «richiede di comprendere effettivamente se il cliente ha bisogno di quell’informazione o se stiamo semplicemente riempiendo

l’app di notifiche». Ecco perché, conclude Danilo Gismondi, il personale monitora costantemente ciò che avviene durante il giorno e la notte su tutta la rete, creando una forte sinergia tra le attività operative del trasporto ferroviario e quelle di assistenza alla clientela.

Personale e clienti Trenitalia Danilo Gismondi responsabile direzione sistemi informativi di Trenitalia

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start-up world Antonio Carnevale

Giochi di ruolo e Startup: il sottile confine tra reale e virtuale Dopo il boom generato da Second Life, vivere un vita virtuale è diventata la nuova frontiera del navigare su internet. E anche un business piuttosto ricco. Nel quale sono entrate anche le grandi aziende del digitale. I giochi di ruolo infatti aiutano a sviluppare capacità manageriali e stanno già formando i nuovi startupper di domani. C’erano una volta i giochi di ruolo. Quelli che si svolgevano intorno a un tavolo, con tanto di manuali, schede dei personaggi, dadi, matite e un master a “guidare” la storia. Oggi quel mondo si è spostato sul web. Dopo il boom di Second Life – ancora oggi il più popoloso, sebbene in calo, con circa un milione di utenti attivi ogni mese -, vivere un vita virtuale è diventata la nuova frontiera del navigare su internet. E anche un business piuttosto ricco. Tra Mmorpg (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game) come World of Warcraft – in America 5 adulti su 10 si sfidano in giochi online, secondo la Forrester Research - giochi in rete e universi virtuali in 3D, ogni giorno milioni di persone cambiano mondo e indossano nuove identità. Ci si relaziona con gli altri attraverso la creazione 34

di un proprio “avatar” (ricordate cosa succedeva nel famoso film di James Cameron?), una immagine virtuale di sé. In questo modo si potrà interagire con altri attraverso chat online, esplorare il mondo virtuale, socializzare, fare sesso virtuale, costruire case, andare a fare la spesa, pagare le tasse. Insomma, vivere una vera vita alternativa a quella reale. O, molto più semplicemente, ci si accontenta di fare nuove amicizie costruendo una biografia alternativa, nella quale modificare dettagli personali, dal proprio volto all’età o il sesso. Ad ogni modo, gli universi virtuali continuano a guadagnare terreno nella vita quotidiana. Con i suoi pro e i suoi contro. Il rischio, come emerso dal progetto Progetto “Generazioni Connesse”, co-finanziato dalla Commissione europea, è quello di alienarsi. Perdersi in realtà parallele che competono, e a volte sostituiscono, quella quotidiana. Ma c’è chi sottolinea come i giochi di ruolo online, utilizzati correttamente, aiutino a sviluppare inedite capacità di organizzazione e collaborazione. L’esercito americano, ad esempio, utilizza da sempre i giochi di ruolo per la formazione dei suoi ufficiali, seguendo il principio del “learning by doing”: imparare attraverso l’esperienza diretta. IBM, collaborando col MIT di Boston, l’università di Stanford e con una startup software chiamata Seriosity, è stata una delle prime aziende ad intuire le potenzialità dei giochi di ruolo nella formazione dei manager. Una ricerca,

commissionata dalla stessa IBM, ha svelato come i comportamenti adottati durante le sessioni di gioco, soprattutto per quanto riguarda la gestione di un gruppo e la risoluzione dei problemi, rappresentino dei modelli di leadership utili in campo aziendale. Tanto che imprese digitali, come Google e Yahoo, reclutano volentieri utenti di World of Warcraft per le loro competenze manageriali. C’è di più. Cominciano ora a nascere giochi di ruolo online dedicati esclusivamente alla formazione dei nuovi startupper. Direttamente dalla Silicon Valley è già online “The Founder”. Un’idea da poco ripresa anche da una startup italiana, GeniUp. Immersi nel mondo virtuale, ci troviamo alla guida della nostra startup, con l’obiettivo di costruire qualcosa di disruptive. Sarà necessario realizzare nuovi prodotti, promuoversi sui social, mantenere alti i livelli di felicità di dipendenti e investitori e (se necessario) fare pressioni sui politici attraverso i lobbisti. Ma attenzione. Bisognerà anche vedersela con gli altri competitors (giocatori) sul mercato. Perché il virtuale oggi è strettamente connesso con il reale. Anzi, nel caso delle startup, può rappresentarlo in pieno. Attendiamo ora i provetti startupper virtuali alla prova del nove nel mondo reale. O chissà, magari nel frattempo, l’amministratore delegato dell’azienda per la quale lavoriamo verrà sostituito da un avatar. Il confine tra reale e virtuale continua a farsi sempre più sottile.


scuola e università Nicolò Scarano

Per riavvicinare umano e virtuale, un “linguaggio” comune: impariamo il codice Nell’epoca in cui AlphaGo, il software creato da Google e animato da un algoritmo di deep learning, riesce a prevalere per ben tre volte contro il giovane campione dell’antichissimo gioco di strategia cinese Go, dobbiamo davvero iniziare a preoccuparci di una futura supremazia della macchina sull’uomo, come nelle più classiche distopie fantascientifiche? A ben vedere, quel momento non è ancora arrivato. Ma in questa crescente simbiosi tra noi e il nostro alter ego virtuale, che si articola nei vari profili social, nel blog personale, e più subdolamente nel monitoraggio costante da parte degli sterminati contenitori di big data di Google, Facebook e Amazon; una mossa per riprendere il controllo, l’umanità dovrà pur escogitarla. Sempre dalla Cina, viene il noto passo dell’Arte della Guerra di Sun-Tzu: “Conosci il tuo avversario.” E per conoscere chi abbiamo di fronte, non c’è nulla di più efficace che comprenderne i codici, il suo linguaggio. Il mondo virtuale è composto da miliardi e miliardi di righe di codice sorgente che, seppure all’apparenza invisibili, ci scorrono davanti agli occhi ad ogni click. Un codice scritto e programmato per rispondere alle nostre richieste nel modo più accurato e veloce possibile. La sola chiave per sfidare e controllare il virtuale, nel lungo periodo, è

dunque apprenderne il linguaggio sin da bambini. Proprio come si fa con le lingue, che imparate da piccoli entrano in testa molto meglio.

“Ma il linguaggio non basta. Serve imparare il processo che lo genera, ovvero il pensiero procedurale, o computazionale” spiega Leonardo Zaccone, che con il suo progetto Minimakers porta nelle scuole i FabLab - laboratori di robotronica e creatività digitale. Un tema che sta entrando prepotentemente anche nella politica statunitense: il candidato alle primarie democratiche nello stato del Maryland, Alec Ross, punta a fare del coding un programma base nelle scuole elementari. Sin dal 2011, anno in cui nasce Code Academy, primo portale in cui agli utenti è permesso costruire un vero e proprio programma di auto-apprendimento nella computer science, si sono moltiplicate negli Stati Uniti le iniziative di visionari, start-up e vere e proprie scuole di coding. Tra queste anche Code.org, o la Khan Academy, che si pongono come obiettivo una vera e propria democratizzazione del sapere informatico, per non parlare dei corsi estivi di coding

per bambini, come Coderkids, e quelli promossi da università come la George Washington. E in Italia? Il Piano Nazionale Scuola Digitale, appena varato dal Ministero dell’Istruzione in seno alle iniziative per la Buona Scuola, incoraggia le classi, con un fondo dedicato, ad inserire “L’Ora di Codice” - così viene chiamata dal braccio operativo del piano “Programma il Futuro” - all’interno del programma scolastico. “I bambini devono imparare come si dialoga con un computer, e chiaramente lo possono fare solo giocando, esprimendosi in modo creativo, artistico. Il FabLab è proprio quello spazio che riconduce il mondo del digitale dal virtuale al concreto. Dai bit agli atomi”, spiega Zaccone. Da non sottovalutare, infine, anche il potenziale di innovazione sociale contenuto nell’insegnamento del coding: “Chi è stato ed è fuori dai processi di generazione del valore può oggi avere un nuovo canale di accesso, il coding, che, a differenza di quelli precedenti, consente di mettere in gioco la propria idea a prescindere dalle condizioni di partenza”, spiega Luigi Corvo, tra gli animatori di un’altra proposta di casa nostra, Coder{360}. “Mobilità sociale, quindi, che diviene innovazione quando il digitale è usato per mettere a frutto l’ingegno collettivo”.

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i lavori del futuro Andrea Palazzo

Siamo tutti sostituibili? I mestieri a rischio digitale Un esercito di freelance è lo spettro che si aggira per il mondo e le innovazioni digitali segnano l’avvento di nuove professioni. Il risultato è oggi un mondo del lavoro completamente differente da quello cui eravamo stati abituati. Prendete carta e penna e scrivete una lista dei mestieri che vi vengono in mente. Fatto? La metà delle voci cui avrete pensato è a rischio automazione secondo il rapporto McKinsey 2017 “A Future That Works: Automation, Employment, and Productivity”. L’Italia non fa eccezione, nel nostro paese il tasso di sostituzione si aggirerebbe tra il 49 e il 51 per cento: un italiano su due, domani, potrebbe essere scambiato con una macchina.

ste professioni. Occorre chiedersi, allora, quali saranno i mestieri che davvero non esisteranno più nel giro di qualche decennio. La risposta è in un’inchiesta pubblicata ad inizio 2017 dal Financial Times: saranno tutti quei lavori dove l’intermediazione diventerà superflua. Il podio delle posizioni lavorative destinate a tramontare è occupato dalle agenzie di viaggio, dai venditori di polizze auto e dai consulenti finanziari. Se le agenzie di viaggio saranno soppiantate dai turisti “fai da te”, i venditori di polizze RC auto saranno vittime degli acquisti online, mentre i consulenti finanziari spariranno con la gestione dei risparmi affidata a piattaforme web basate su algoritmi.

Mestieri a rischio. Ogni anno il sito CareerCast, primo portale specializzato nell’incontro tra domanda e offerta di impiego, elabora una lista dei dieci mestieri in maggiore contrazione: nell’ultimo rapporto in testa ci sono i postini, seguiti dai lettori di contatori e dagli agricoltori. Appare difficile, però, immaginare una scomparsa radicale di que-

C’è anche chi resiste. Se da un lato ci sono professioni a rischio, dall’altro ci sono mestieri che il digitale non potrà soppiantare. Nel 2014 uno studio commissionato per l’Italia alla società di consulenza Roland Berger ha individuato sempre nei ruoli di intermediazione i profili più a rischio; tra le professioni maggiormente capaci di resistere

all’urto del digitale, invece, lo studio ha messo ai primi posti tutti quei lavori legati alla cura della persona: dagli insegnati agli impieghi nei servizi sociali, dalle professioni in ambito medico alla psicoterapia. Una storia tutta da scrivere. Già Keynes all’inizio del Novecento aveva introdotto il concetto di “disoccupazione tecnologica” sostenendo che l’automazione avrebbe progressivamente tolto l’uomo dal mercato del lavoro sostituendolo con macchine più efficienti. Tuttavia, come sottolineato dal report “Technology at work. The Future of Innovation and Employment” della Oxford Martin School e Citi Research «l’età digitale risulta in grado di generare sconvolgimenti maggiori rispetto a tutte le rivoluzioni tecnologiche degli anni passati». L’unico antidoto, suggerito dal rapporto stesso, sarà quello di cambiare il nostro modo di pensare e vivere anche l’approccio al lavoro puntando sulla continua acquisizione di nuove competenze per essere davvero insostituibili. “Chi si ferma è perduto” diremmo dalle nostre parti, così come recentemente nel contesto statunitense si è introdotto il concetto di “Uber Syndrome”: l’ingresso nel mercato di nuovi attori (come il servizio di trasporto Uber) con nuovi modelli di business in grado di rivoluzionare quelli esistenti. Il fattore umano in campo lavorativo, quindi, rimarrà ancora indispensabile, legato però ad un aggiornamento continuo e alla capacità di reinventarsi.

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health & science Barbara Hugonin

il mondo digitale è uno strumento prezioso per la scienza ma può creare abitudini pericolose.

La medicina sul web tra utilità e pseudoscienza Internet e la tecnologia hanno rivoluzionato anche l’ambito sanitario, tra telemedicina, ehealth e sanità digitale. Oggi con un’applicazione si può accedere a servizi per la salute di ogni tipo: come avere informazioni mediche, consulenze specialistiche e gestire le cronicità. Per non parlare dell’impiego della tecnologia wireless alle procedure diagnostiche più sofisticate o dell’evoluzione dei sistemi riabilitativi, con terapisti virtuali collegati in rete che monitorano l’evoluzione del paziente. Grazie al web gli studiosi possono accedere alle ricerche più aggiornate, partecipare a teleconferenze e scambiarsi consulti. La rete fa da supporto al lavoro dei medici e ai bisogni del paziente e in questi casi si può parlare positivamente di “rivoluzione digitale in medicina”. A parità d’investimento inoltre si avrebbe un risparmio di oltre 7 miliardi nella spesa sanitaria annua, considerando che il 65% dei cittadini sarebbe favorevole alla “e-medicine”. Il problema sorge nei casi in cui il web diventa il primo strumento a cui ricorrere per un parere medico, incappando molto spesso in dati privi di validità scientifica. Negli ultimi anni si è parlato spesso del fenomeno della cybercondria, ovvero la tendenza delle persone a cercare i sintomi di possibili ma “improbabili” malattie e convincersi di averli. Tra gli argomenti più citati nei principali motori di ricerca ci sono proprio quelli relativi a: medicina, terapie, effetti collaterali e sintomi. Sono oltre il 35% gli italiani che ricorrono al dottor Google per qualsiasi cosa. Se in internet 38

si possono trovare anche dati attendibili, allo stesso modo ci si può imbattere in un’infinità di blog, forum o siti di opinionisti, pseudo esperti e sostenitori di terapie inaffidabili. La rete ha il potere di amplificare nel bene o nel male qualsiasi cosa ed ultimamente si è assistito al dilagante fenomeno dei “medici fai da te” e delle “health fake news”, vere e proprie fazioni di contestatori della medicina ufficiale. Un caso tra i più noti, ad esempio, è la nascita della corrente “antivaccinista”, che ha trovato terreno fertile in internet, con tanto di gruppi agguerriti di genitori contrari alle vaccinazioni, con corredo di post a difesa delle proprie teorie. La disinformazione in internet corre anche più velocemente della corretta informazione, tra credenze, opinioni di ‘complottisti’ e associazioni di ‘pseudoscienziati’ pronti a giurare che il vaccino in ogni caso faccia male. Con il web sono nate anche le cyber-sette che inneggiano all’anoressia e propongono diete e metodi che peggiorano la malattia. La rete in questo caso unisce in maniera pericolosa utenti affetti dallo stesso disturbo, gli effetti sono imprevedibili. Per non parlare poi dei seguaci delle cure naturali per il cancro e per il diabete. In molti casi, una fetta della popolazione più fragile e toccata da situazioni personali difficili può diventare preda di chi si propone con titoli non ben specificati e linguaggi da similsantoni. I risvolti, come insegna la cronaca, possono essere anche drammatici. I dati sono sempre più inquietanti. È qui che subentra il ruolo della comunità scientifica, che ha il compito di vigilare e riappropriarsi del fattore umano della medicina, e delle istituzioni che devono educare attraverso la corretta informazione.


policy room

A CURA DI RETI

Il diritto delicato: la privacy tra reale e virtuale Il concetto di riservatezza ha una storia oramai consolidata nella giurisprudenza, ma resta un diritto giovane e per questo in piena evoluzione. Le origini dell’applicazione pratica del “diritto all’essere lasciati da soli” risalgono alla fine del 1800 negli Stati Uniti quando Samuel Warren, un giovane avvocato di Boston, si scagliò contro un giornale locale a suo giudizio troppo zelante nel raccontare le avventure extra-coniugali dell’epoca. Warren e il suo collega Brandeis decisero così di scrivere nel 1890 un articolo sulla Harward Law Review capace di porre le basi del diritto alla privacy moderno.

L’evoluzione tecnologica del nostro tempo, il progressivo scambio di informazioni e lo sviluppo di internet hanno portato poi ad un focus sempre maggiore sui dati personali e sul relativo utilizzo a fini commerciali. In qualche modo la dicotomia “Umano vs Virtuale” trova in questo scenario una concreta e attualissima declinazione. Il passo è stato breve dalla privacy intimacy alla informational privacy con la proiezione verso un modello di tutela dei singoli utenti dalla raccolta, registrazione e utilizzo da parte di terzi dei propri dati personali. L’Unione Europea rappresenta a livello globale l’ordinamento più avanzato sulla tutela della privacy. La sentenza Schrems vs Facebook della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha invalidato il Safe Harbour, la decisione del 2000 con cui gli Stati Uniti d’America erano stati considerati un “porto sicuro” capaci cioè

di garantire un livello di protezione dei dati personali adeguato. I lunghi e difficili negoziati UE-USA hanno condotto lo scorso anno al Privacy Shield, lo scudo transatlantico per la privacy: con maggiori oneri di trasparenza per le società che operano sul trasferimento di dati personali verso server extra-UE. All’esito di questi sviluppi e nell’ambito del “pacchetto privacy”, l’Unione Europea ha approvato in via definitiva il 24 maggio 2016 il Regolamento UE 2016/679 in materia di protezione dei dati personali che sarà pienamente e direttamente efficace in tutti gli stati membri dal 25 maggio 2018 (superando anche il nostro Codice italiano della Privacy). Unica ed uniforme base normativa per la privacy di tutta l’Europa. Tra le novità: la previsione di un Data Privacy Officer per ogni azienda del settore, la previsione del cd. diritto all’oblio sul web, l’introduzione di misure stringenti sulla trasferibilità dei dati al di fuori dell’Unione Europea e molto altro. In conclusione, il diritto alla protezione dei dati personali applicato alla rete è il risultato del pensiero liberale americano che ha favorito l’autoregolamentazione da parte dei privati in contrapposizione alla concezione europea iperregolatrice. Le nuove frontiere degli smartphone e dei wearable device combinate con i social e con lo status (quasi permanentemente) online di milioni di utenti, porta ad affrontare il nodo cruciale della informational privacy: come vengono trattate le informazioni relative a sé stessi? Il timore più grande, tuttavia, è che gli Stati Uniti rimangano a lungo patria dell’innovazione tecnologica mentre l’Unione Europea il luogo della burocrazia e delle costrizioni regolamentari. Una soluzione di compromesso, probabilmente, sarebbe la più auspicabile. 39


Coltiviamo l’Italia

#coltiviamolitalia #noisiamoconfagricoltura www.confagricoltura.it


l’unicorno food and furious fashion

lifestyle

l’unicorno


food and furious Mariastella Ruvolo

A modo Bio

come le colture intensive e l’iper-tecnologizzazione dell’agricoltura hanno reso ciò che è “naturale” prezioso.

Vegano, macrobiotico, biodinamico, colture che seguono le fasi lunari: oggi la ricerca del cibo genuino, sano, dal produttore al consumatore, è il nuovo vangelo. Ad ogni angolo, nelle grandi città, da Londra a New York a Parigi a Milano e negli ultimi due anni anche a Roma, spuntano Bio bar, ristoranti vegani, corner di centrifughe; mentre si moltiplicano App e Piattaforme come Zolle, MagiorDomus e Flash Market che consegnano direttamente a casa prodptti Bio e Km 0 ogni settimana.

Ma come è accaduto? Fino a qualche anno sembrava che il trend fossero le angurie quadrate da impilare perfettamente nel frigo, l’uva modificata geneticamente per evitare fastidiosi acini; mele sempre più belle, sempre più grandi, e sempre più insapore. Oggi tutto questo sta cambiando. Merito anche del graduale affermarsi del movimento slow food, che si è impegnato negli anni non solo contro il dilagare del fast food, ma anche contro l’agricoltura massiva, l’omologazione dei sapori e le manipolazioni genetiche. Da una preoccupazione marginale, nel giro di un paio d’anni, il bio -inteso come metodo di coltivazione ed allevamento che ammette soltanto l’impiego di sostanze naturali, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica (concimi, diserbanti, insetticidi)- interessa una fetta sempre più ampia di popolazione e spopola anche tra i giovani. Lo dimostrano non soltanto il proliferare di shop 42

e ristoranti, ma anche una serie di trend che vedono sempre più persone impegnarsi attivamente nella coltura di prodotti bio, dagli orti urbani –orti sui tetti dei palazzi a servizio dei cittadini- un progetto lanciato a Torino e che oggi si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta Italia, al “ritorno alla campagna” che vede protagonista una percentuale sempre più elevata di persone che scelgono di allontanarsi dalla città per riavvicinarsi alla terra. Un’ottima notizia, quindi. Non fosse che, per quanto in crescita, il Bio, soprattutto in città, resta comunque un lusso per pochi. La varietà di questi prodotti al supermercato è limitata, il costo molto più elevato, e non tutti sono disposti a pagare di più per una zucchina e o un pomodoro all’apparenza più piccoli e rinsecchiti. Decenni di colture intensive per una produzione di massa, hanno creato quindi un paradosso artificiale, che ci ha costretto a mettere un etichetta “speciale”, e a farla pagare fior di quattrini, su qualcosa che altro non è che la realtà: la verità di un prodotto così com’è in natura. Uno spunto di riflessione quindi, su una tecnologia che troppo spesso, in nome del consumo e del progresso, ci spinge a creare prodotti, o fenomeni, che alterano la natura delle cose, per poi costringerci a pagarla a caro prezzo, la realtà, se desideriamo riaverla.


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Gabriele Gurrola@unsplash


IL PERSONAGGIO Matteo Di Paolo

Che ne sarà di noi? Andrea Pezzi, da MTV a imprenditore digitale di successo, ci parla di umano e virtuale. Andrea Pezzi è un imprenditore di grande successo, con una serie di attività nel mondo digitale che valgono 150 mln di €. Se siete giovani, ve lo ricordate sicuramente come una delle star del periodo d’oro di Mtv. Se siete appassionati di gossip, lo conoscete per i suoi affari di cuore. Leggere la sua visione della realtà dell’uomo che incontra il virtuale vi darà un punto di vista diverso, soprattutto perché proveniente da qualcuno che ne ha fatto un business.

Parlando delle visioni di Ray Kurzweil (sostenitore del transumanesimo, movimento che sostiene l’utilizzo della tecnologia per incrementare le potenzialità cognitive dell’uomo, ndr), lei ha detto che l’uomo è progettualità. Nella sua visione il problema per l’uomo tra reale e virtuale è quindi la mancanza di una identità? «Al contrario. L’identità è il criterio del progetto stesso. Il problema è che l’uomo non conosce se stesso, non sa di avere un suo criterio interiore che lo determina e che potrebbe guidarlo in tutto il suo procedere esistenziale garantendogli la realizzazione nel senso più profondo. » Non c’è il rischio che questo valga solo nella Londra “fighetta” e sia più difficile nelle periferie delle nostre città? «Cosa significa? L’anima mica ce l’hanno solo nella “Londra fighetta” come dice lei. Al contrario. Il problema della realizzazione interiore è un problema di tutti a tutti i livelli, ognuno nel suo cielo.» L’evoluzione dei rapporti umani nel mondo virtuale pare renderli terribilmente diversi. È solo un problema di mezzo o stiamo diventando esseri sociali diversi? «La tecnologia certamente accelera il processo di schizofrenia delle masse, ma contemporaneamente obbliga i singoli individui a risolversi come persone. È un processo inarrestabile, oggi come sempre nella storia il sistema obbliga sempre di più l’essere umano ad andare alla radice di se stesso. Chi non ci riesce diventa poco più di un chip del sistema... beh, una volta si sarebbe detto ingranaggio.» Si trova del tutto a suo agio in questa società? Ogni tanto, non le capita un pò di nostalgia da “piccolo mondo antico”? «Non sono nostalgico anche perché non credo che la tecnologia mi abbia cambiato. Non credevo da bambino alle fesserie da piccolo mondo antico e allo stesso modo non credo oggi a quelle del grande e più moderno mondo tecnologico. Semplicemente continuo ad usare quello che il mio tempo mi mette a disposizione per realizzarmi. Non credo mai a quello che il mio tempo stabilisce come reale, lo rispetto certo, ma per la realtà il mio criterio di valore resta quello di cui sopra.» L’uso dei nostri dati, in possesso di grandi compagnie, può distorcere la nostra capacità di formarci senza trovarci in una bolla in cui siamo sempre con chi la pensa come noi? «L’unità che l’uomo deve ricercare non è sociale ma è con se stesso, a mio avviso. La tecnologia non può mutare nulla dentro di me, del resto noi viviamo già in un mondo di autoreferenzialità totale, con o senza la robotica o i dati. Pensiamo al terrorismo, alla ricchezza, alla famiglia e persino a noi stessi per come la nostra bolla consente. La via d’uscita esiste solo dalla scoperta di quel principio semovente che fonda il mio reale, la mia vita. Parlo di quel punto “prima” del quale è il nulla e a partire dal quale Io Sono. » Possiamo dire con convinzione che il mondo che verrà sarà migliore di quello che abbiamo trovato? «Penso che il mondo andrà sempre peggio. Per questo penso che l’uomo che verrà, se vorrà essere ancora dignitosamente uomo, dovrà evolversi e centrarsi sempre di più perché per risolversi in un contesto sempre più complesso non ci sono alternative alla evoluzione interiore.»


lifestyle Luigi Rossiello

Quando il volante sarà solo un ricordo

Giulia berlina vs Waymo Il progresso tecnologico che sta investendo il settore automobilistico potrebbe portare presto ad una vera rivoluzione: auto che si guidano da sole. Volante in radica, sedili in pelle, cilindrata di 1.570 cc, freni a tamburo (almeno in principio), alimentazione a benzina. È la carta d’indentità della Giulia berlina 1.600 TI, prodotta – in varie versioni - dall’Alfa Romeo dal 1962 al 1977. Schermo touch da 7” full hd, sedili in pelle sintetica massaggianti e riscaldabili, un abitacolo adibito a salottino, alimentazione elettrica o ibrida, tecnologia di bordo sviluppata da Waymo, divisione indipendente di Google Alphabet che si sta occupando di produrre un equipaggiamento, in particolare computer, sensori ed altri sistemi di monitoraggio per avviare poi la produzione di auto a guida autonoma. Saranno più o meno così le auto del futuro. Che il viaggio abbia inizio. Chiave nella serratura dello sportello metallico e si è dentro. Chiave al quadro, mezzo giro verso destra e l’abitacolo della Giulia è pervaso da un rombo, una voce, un canto. Le vibrazioni sono ovunque. Lo sterzo non assistito, gira a fatica sotto l’impulso di spalle, bicipiti e avanbracci per far uscire l’auto dal parcheggio. Prima, seconda e così fino alla quinta marcia. C’è un semaforo. È rosso. Si scalano rapidamente le marce, magari effettuando una ormai mitologica “doppietta” con un rapido gioco di pedali frizione/acceleratore per far entrare le marce più dolcemente e non passare inosservati. In parte si rallenta anche usando i freni. L’auto è ferma. Vari giri di manovella applicata sullo sportello e il finestrino è aperto. Insieme all’aria il sussurare del motore parla al conducente, in un dialogo a due da censurare. È di nuovo verde. Stessa storia Waymo? Non proprio. Il semaforo è rosso. La telecamera, il sensore dell’auto senza pilota che sostituisce la vista umana, lo percepisce e inizia a

rallentare fino alla linea dello stop o a ridosso dell’auto che ci precede. Siamo magicamente fermi, anche se fa poca differenza, intenti come saremo a postare su Facebook, Twittare o a chattare su Whatsapp, grazie alla connessione Wifi di serie. “Sei arrivato a destinazione”, dirà Kitt Supercar e contemporaneamente un rumore elettrico, un sibilo, aprirà lo sportello per farci scendere. Al di là di tutto questo uno degli obiettivi delle auto driverless sarà quello di ridurre ulteriormente gli incidenti e di conseguenza le vittime della strada. Sulle auto a guida autonoma è però già polemica. D’avanti ad un gruppo di pedoni, ormai impossibile da evitare senza conseguenze per loro o per i passeggeri dell’auto, quale sarà la decisione dell’intelligenza artificiale? Di chi sarà poi la responsabilità di ogni incidente? Come si disciplinerà il sistema assicurativo? I dilemmi sono tanti e c’è chi prova a trovare soluzioni. In Germania, proprio in vista della circolazione delle vetture robot, è già stato presentato un pionieristico disegno di legge che fissa alcuni punti: al posto di guida dovrà sedere comunque un patentato, ritenuto responsabile in caso di incidente. Concetto che si scontra con chi ritiene che a pagare in caso di malfunzionamento della guida autonoma debbano essere i produttori. Le auto saranno poi dotate di scatola nera in grado di memorizzare le situazioni di criticità dei diversi sistemi di bordo, oltre a percorsi e orari. Elemento che fa sorgere problemi in tema di privacy e su come verranno protetti i dati immagazzinati. I prossimi test serviranno ad elaborare un sistema che tenga conto di tutto. Intanto godetevi gli ultimi chilometri da padroni della strada.

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lifestyle Marta Leggio

Dai negozietti vintage a Zalando, il futuro dello shopping è online?

Postalmarket 2.0: come rifarsi il guardaroba con un click Come la globalizzazione ha due facce della medaglia, l’omogeneizzazione e il rafforzamento delle identità locali, l’iper-tecnologizzazione e la resistenza ad essa, così lo shopping, madre di tutti gli hobby, si polarizza: da un lato il ritorno al vintage in tutte le sue forme, dall’altro l’esplosione degli acquisti on-line. La crisi economica, gli orari lavorativi sempre più lunghi e l’avvento di internet, hanno rivoluzionato il mercato delle vendite. Sono sempre di più le persone che in pausa pranzo, o nei tragitti per andare o tornare dal lavoro, in autobus o in treno, ne approfittano per fare qualche acquisto on-line. Un trend in crescita in Europa, dove fa da capolista l’Inghilterra con l’83% di utilizzo dei servizi e-commerce. In Italia, secondo i dati Eurostat, il trend è in crescita con circa il 30% della popolazione che ha effettuato un acquisto online nell’ultimo anno. Secondo la Total Retail Survey 2017 di Pwc, il 20% dei consumatori italiani acquista tramite smartphone almeno una volta la settimana, il 19% acquista via tablet e il 32% compra tramite PC. Il retail, è quindi uno dei processi su cui la digitalizzazione sta incidendo in misura maggiore, si è trattato però di un processo graduale, che ha visto il progressivo scollamento del rapporto diretto, e spesso consolidato, tra venditore ed acquirente nelle boutique Italiane. Prima del digitale, infatti, a travolgere i piccoli negozi d’abbigliamento è stato l’arrivo in Italia di colossi del Fast Fashion come Zara nel 2001 o H&M nel 2003. Questi, hanno fatto da ponte sfruttando quasi subito le possibilità offerte dall’e-commerce, predisponendo prima degli altri piattaforme d’acquisto on-line. Esempi sono il Click & Collect di Zara, in cui si compra sul sito e si ritira la merce in negozio, o la modalità di acquisto di Mark & Spencer, in cui si comprano i capi direttamente in negozio tramite tablet. In Italia tuttavia, esiste una discrepanza tra la crescente disponibilità degli utenti ad acquistare on-line, circa 15 milioni ad oggi dichiarano di essere disposti ad acquistare in rete, e le scelte strategiche dei retailer. 46

Basti pensare che i Top retailer italiani, inclusi brand noti come Calzedonia e Alcott, investono meno dell’1 per cento del fatturato nel digitale e solo un terzo di loro ha già progettato una strategia online, mentre il settore dell’abbigliamento sta sempre più convergendo su piattaforme on-line come la tedesca Zalando e l’inglese Asos. L’Italia non sarà la prima della classe, eppure l’evoluzione del mercato retail è già in atto: il valore degli acquisti in rete ha raggiunto quest’anno la quota di 23,1 miliardi di euro, con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Un settore, quello dell’abbigliamento, che si avvia sempre di più verso la multicanalità, dove digitale e reale si integrano per migliorare l’esperienza di acquisto del cliente. Il 24% compra più spesso online, il 35% indifferentemente acquista sul web e in store, mentre il 38% è un fedele frequentatore del negozio. La tecnologia può inoltre abilitare nuovi percorsi del cliente, dalla conoscenza del brand tramite le APP come Papem, alla semplificazione dei servizi di acquisto come l’Apple Pay. “In futuro non si parlerà più di commercio online, ma solamente di commercio”, spiega afferma Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, “Il mondo fisico ha e avrà un ruolo importante. Siamo nel paradigma del retail always connected: l’acquisto è un processo e non più un atto, in cui sta venendo meno la differenza fra B2B e B2C”.


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The New’s Room bimestrale tematico anno 1 - numero 2 luglio - agosto 2017 Fondatori Pierangelo Fabiano @PierangeloFab Raffaele Dipierdomenico

Art direction e progetto grafico Anna Mercurio annamercurio.it

Direttore responsabile Sofia Gorgoni @GorgoniSofia

Art direction e progetto digital Blind Sight

Direttori editoriali Sara D’Agati @sara_dagati Lorenzo Castellani @LorenzoCast89 Coach Franco Ferraro Editore The New’s Room srl Resp. segreteria organizzativa Flaminia Di Meo Team supervisor Claudio Velardi Giornalisti Velia Angiolillo @veliamente Davide Bartoccini @DBinTweet Antonio Carnevale @antcar83 Cinzia Maria Caserio @CinziaCaserio Claudia Cavaliere @CCavaliere3 Carlo Cauti @carlocauti Ilaria Danesi @Ilaria_Danesi Matteo Di Paolo @matteodipaolo89 Gerardo Fortuna @gerardofortuna Maurizio Franco @maofranco56 Maria Genovesi Barbara Hugonin @barbarahugonin Marta Leggio @martaleggio1 Andrea Palazzo @andreapalazzo Niccolò Piccioni @MrArancione Luigi Maria Rossiello @luigirossiello Cosimo Rubino @lockedusername Simone Rubino @srubino0 Mariastella Ruvolo @mariastella_ruv Nicolò Scarano @nicoloscarano

Responsabile comunicazione Sofia Piomboni (Blind Sight) Responsabile PR Stefano Ragugini Crediti Fotografici Unsplash Stampato presso POSTEL SPA Via Carlo Spinola 11 00154 Roma Registrazione Tribunale di Roma N.68 del 6/4/2017 Informazioni e pubblicità Via Isonzo 34 - 00198 Roma t. +39 0697848156 www.the-newsroom.it/ thenewsroom@agol.it Crediti fotografici: Unspalsh Warren Wong Jon Tyson Gandosh Giaanbatar Shuto Araki Crew Stijn Swinnen Artem Sapegin Patryk Gradys Timothy Muza Brooke Cagle Alvin Fabry

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