Introduzione Una volta fummo uomini altrove Un cosacco in Frentania «Mi hanno salvato le icone», ha recentemente dichiarato Antonio Allegrini a chi scrive questa nota. L’affermazione di natura soteriologica, contemporaneamente e apparentemente fuori moda, fuori misura e vagamente esotica, si spiega invece con le vicende biografiche e letterarie dell’autore dei testi che qui proponiamo. Anche la vita di Allegrini, come quella di miliardi di individui e migliaia di artisti, è stata segnata da una ferita originaria. E all’origine del trauma è la sorte di un’intera stirpe incenerita, una stirpe nomade, dispersa e disgregata come tante altre, i cui destini hanno raccontato monumenti, libri, miti. Ma nemmeno in tale tragica circostanza sta la sua singolarità. Il singolare destino dello scrittore abruzzese è quello di essere da una parte uno degli ultimi eredi e forse l’estremo cantore, almeno nella nostra penisola, del sentire dell’eroico e bistrattato popolo cosacco, quello dei vari Taras Bulba, Sten’ka Razin, Emel’jan Ivanovič Pugacëv, Ivan Stepanovič Mazeppa spesso celebrati nella letteratura russa;1 dall’altra il praticante di un credo religioso singolare in occidente, originario dei padri, quei Vecchi Credenti (noti da noi per i romanzi dostoevskijani e il racconto leskoviano L’ angelo sigillato) che, guidati dal celeberrimo protopop Avvakum, si opposero nella seconda metà del XVII secolo alle riforme del patriarca Nikon, dalla chiesa ortodossa russa si separarono da scismatici (raskol’niki) e da scismatici furono trattati, perseguitati, uccisi, esiliati. Ed è una sorte di esilio e di perdita (della terra madre, del legame con i correligionari) 1 Del primo narra le vicende il famoso omonimo racconto gogoliano. Il secondo, fondatore nel 1670 della Repubblica Cosacca e sostenitore dell’uguaglianza sociale, fu catturato, torturato e squartato dalle autorità zariste; lo celebra il canto popolare Il sogno di Stepan Razin (Oj, to ne večer). Del terzo, la celeberrima guida della grande insurrezione contro Caterina II, scrisse Puškin ne La figlia del capitano. Il quarto, atamano dello Stato Cosacco, si schierò contro Pietro il Grande: i fatti che lo riguardano furono descritti dallo stesso Puškin, da Byron e da Hugo, la sua figura esaltata da alcuni componimenti musicali di Liszt e Čaikovskij. Del mondo kazak del Terek scrisse Tolstoj ne I cosacchi. Altre celebri imprese cosacche in prospettiva filorivoluzionaria narrarono Isaak Babel’ (L’armata a cavallo) e Michail Šolochov (I racconti del Don).