Cent'anni della grande guerra (5)

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S T O R I A E C U R I O S I TÀ

Aeroporti di Aviano e Comina nella Grande Guerra Quando parliamo di Grande Guerra ci vengono subito in mente le trincee, i cannoneggiamenti, gli assalti per conquistare le posizioni nemiche. Ma quel conflitto ha visto anche, per la prima volta, la partecipazione su larga scala dell’Aviazione. Nella nostra zona, nel 1910, in località Comina, fu fondata la prima scuola di aviazione civile italiana e nel 1911 fu inaugurato il campo scuola militare di Aviano. In vista del conflitto contro l’Austria, molte squadriglie furono spostate, dalle altre regioni italiane, nel Veneto e nel Friuli e nel gennaio del 1915 venne costituito il Corpo Aeronautico dell’Esercito. Per la vicinanza al fronte, negli anni della guerra, furono centinaia le operazioni dei piloti e degli aerei di stanza ad Aviano. Alcune ebbero un esito disastroso. Il 18 febbraio 1916, come ritorsione ad una incursione austriaca su Milano e Monza, effettuata dagli austriaci quattro giorni prima, otto bombardieri Caproni decollarono da Aviano e dalla Comina alla volta di Lubiana. Gli aerei furono intercettati dai caccia nemici e dalla difesa contraerea. Furono distrutti quasi tutti gli aerei e persero la vita molti piloti. Tra questi, il tenente colonnello Alfredo Barbieri che, all’ultimo momento, sostituì in quella missione Gabriele D’Annunzio. Il primo agosto 1916, una formazione di ben 24 Caproni fu inviata su Fiume per bombardare una fabbrica d’armi. I caccia asburgici abbatterono 4 velivoli italiani. Altre incursioni furono più fortunate. Rimangono nella storia i bombardamenti sulla base di Pola, strenuamente voluti da Gabriele D’Annunzio, che nei suoi diari definisce il campo di Aviano «il più bello del mondo». La prima azione ebbe luogo la notte del 2 agosto 5°

I piloti Luigi Gori e Maurizio Pagliano davanti il loro aereo, nel 1917, poco tempo prima della loro morte. Da notare, sulla carlinga, l’elenco delle missioni portate a termine.

1917 con una flotta di 36 velivoli. Altri bombardamenti furono compiuti nei giorni successivi. Nel mese di ottobre dello stesso anno, un attacco simile venne portato alla base navale di Cattaro. Gabriele D’Annunzio era a bordo del velivolo «Asso di Picche» pilotato da Maurizio Pagliano e Luigi Gori. Due mesi dopo, il 30 dicembre 2017, i due piloti morirono in un combattimento aereo, sui cieli di Susegana. A loro, venne intitolato, su suggerimento del «sommo vate D’Annunzio», l’Aeroporto di Aviano. A causa della disfatta di Caporetto, i due gruppi di Aviano e Comina arretrarono a Padova e San Pelagio. La ritirata aveva gravemente menomato l’efficienza delle squadriglie, il cui personale aveva dovuto distruggere o abbandonare 32 > 33


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al nemico attrezzature, materiali e anche aerei. Nonostante le grandi perdite, l’aviazione italiana fu capace di riprendersi e contribuì l’anno successivo alla vittoria del conflitto. In quel periodo s’incominciò ad utilizzare gli aerei per la… raccolta di informazioni. È noto che la vittoria finale delle truppe italiane

Alcuni piloti in posa davanti a un «Caproni» nel campo della Comina.

iniziò con la capacità dell’esercito di resistere al furioso attacco delle truppe austroungariche sul Piave, noto come la Battaglia del Solstizio (giugno 1918). Le notizie dell’offensiva nemica erano state preannunciate dall’osservazione aerea quotidiana dell’aviazione leggera italiana, dal servizio di spionaggio e dalla assidua corrispondenza dei connazionali risiedenti aldilà del Piave, effettuata con i piccioni viaggiatori. Grazie a loro, i particolari del grande attacco erano ben noti ai comandi del Regio Esercito. Per quanto riguarda la nostra zona, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 1918, un aereo leggero partito da Marcon (Ve) trasportò oltre le linee nemiche due bersaglieri, vestiti da contadini, incaricati di raccogliere notizie. Erano chiamati i missionari. Uno di loro, Giovanni Bottecchia, era fratello del famoso campione di ciclismo, Ottavio, di San Martino di Colle Umberto. L’aereo atterrò al buio nei prati delle Forcate, a poca distanza dall’aeroporto avianese. I missionari portavano con loro una gabbietta

di piccioni viaggiatori indispensabili per trasmettere al comando i messaggi con le informazioni raccolte. Iniziava, così, l’utilizzo degli aerei spia che negli anni successivi, con l’utilizzo di tecnologie sempre più complesse, avrebbero avuto un largo utilizzo in tempo di guerra e anche in tempo di pace.

Gabriele D’Annunzio tra i piloti Pratesi, Pagliano e Gori accanto al «Caproni» Asso di Picche.

I MEZZI DI TRASPORTO BELLICI La giovane industria meccanica italiana reagisce alle necessità del conflitto con rapidità ed efficacia, incrementando la produzione di automobili, treni e altri mezzi di trasporto. Il 15 settembre 1916, sul fronte della Somme, dipartimento francese della regione della Nord-Passo di Calais-Piccardia, fa la sua comparsa il carro armato, cosicché l’esercito italiano ordina alla Fiat 1400 carri modello Rénault. Non un vero mezzo di trasporto ma emblema della velocità è l’aereo. L’industria aeronautica italiana produce migliaia di aerei necessari al conflitto, affidando alle ditte Fiat, Caproni, Ansaldo e Macchi la costruzione di quasi metà dei velivoli necessari. Nell’immaginario collettivo l’aereo è considerato il protagonista delle battaglie nei cieli, mentre il suo ruolo principale è stato quello di ricognizione e di rilievi fotografici per scoprire le strategie logistiche e la consistenza numerica dell’esercito nemico.


testimonianze

Testimonianza raccolta da Vittorio Janna e ricostruita sulla base di ricordi e di racconti del nonno Sante Ianna Tavàn

SANTE IANNA TAVÀN FU SEBASTIANO NATO A BUDOIA IL 4 LUGLIO 1883; ChIAMATO ALLE ARMI

...ero Artigliere sul Monte Mrzli

IL 14 LUGLIO 1916; NUMERO DI MATRICOLA 1082; ARRUOLATO NEL 9° REGGIMENTO

«Fummo catturati una mattina con la complicità dei gas lacrimogeni austro-ungarici sul Monte Merzli, sede del fronte italiano nella valle dell’Isonzo tra la Bainsizza e Caporetto, intruppati e poi portati in Germania. Dopo tre giorni di marcia senza cibo ed acqua, ci diedero un brodo di ghiande che ci fu ‘servito’ direttamente nel bombardin, l’elmetto militare che avevamo in dotazione. Avevo 34 anni, conoscevo la severità ed il rigore dei tedeschi perché ero già stato a lavorare in Germania quando avevo 18 anni. Ammonivo infatti spesso i miei compagni: «...qui siamo in Germania, non dobbiamo scherzare». E non scherzava di certo il freddo, l’umidità, il fango e la neve che la vigneva via a livel per colpa delle raffiche di vento che la spingevano come gigantesche palate parallelamente al terreno. Gli scarponi militari

avevano le suole consumate, piene di buchi e i piedi cominciavano a gelare. Bisognava inventarsi qualcosa. Nel campo c’era un vecio tedesco che gestiva una piccola falegnameria, dove faceva interventi di manutenzione per aggiustare i carrelli di una miniera vicina. Andai da lui e gli chiesi due pezzi di legno; con pochi strumenti di fortuna che avevo reperito nelle baracche li lavorai fino a trasformarli in suole per inchiodarci la tomaia delle scarpe e isolare i piedi dall’umidità. La mia ‘invenzione’ ebbe successo, alcuni miei compagni mi chiesero di fare anche per loro lo stesso trattamento ed anche il comandante del campo si incuriosì tanto da ordinarmi di farlo per tutti i prigionieri. Gli dissi che non avevo gli attrezzi adatti per una

ARTIGLIERIA FORTEzzA IL 24 LUGLIO 1916; GIUNTO IN TERRITORIO DI GUERRA IL 24 LUGLIO 1916; ASSEGNATO ALL’ 8° REGGIMENTO ARTIGLIERIA FORTEzzA IL 17 OTTOBRE 1916; CATTURATO E PRIGIONIERO DI GUERRA IN GERMANIA IL 24 OTTOBRE 1917; RIENTRATO AL DISTRETTO MILITARE DI UDINE DAL CAMPO DI PRIGIONIA L’11 FEBBRAIO 1919.

MONTE MRZLI, UNO DEI TERRITORI DI GUERRA Mrzli, Merzli, Mrzlwrich, Smerli, Smerle, nome storpiato nelle cronache, evocato quasi come una maledizione, divenne sinonimo di posizione impossibile, tanto da gettare nello sconforto anche ufficiali esperti, come un capitano della Brigata Salerno che, prima di far ritorno in linea perde il controllo e di fronte ai suoi uomini urla ad un tratto: «non ho voglia di morire senza scopo senza ottenere nulla; perché lo Smerli non si prende: son sei mesi che siamo a battere e battere su questo chiodo di ferro e di morte. Più in là non si va! La vetta non si piglia». La sua forma ricorda un cono, la sua cresta è lunga poco più di 300 metri, solcata interamente da un trincerone austriaco. Le truppe italiane, salendo dai paesi di Gabrje e Volarje, tentarono più volte

il contatto con il nemico appostato in vetta, si avvicinarono molto, quasi a quota 1200 m, ma non raggiunsero mai la cresta. Per arrestare i tentativi italiani, gli austriaci, favoriti dalla forte pendenza, lasciavano rotolare anche i sassi. Battaglioni di bersaglieri e alpini stavano arroccati in vertiginosa contropendenza sotto la pioggia, la neve, i massi e il fuoco nemico. I reparti di Artiglieria Fortezza in posizione sul Medio-Alto Isonzo tra il 1915 e il 1917 risultano appartenenti al 2°, 6° e 8° Reggimento. Difficile stabilire con certezza le loro collocazioni perché ogni Reggimento era suddiviso in Gruppi, e quindi in Batterie. Queste ultime unità avevano ampissima autonomia logistica e strategica, prendendo

posizioni anche in punti diametralmente opposti dal Comando di Reggimento. La linea italiana correva sulla dorsale dei monti Mrzli-Vodil-Sleme e fu attaccata dagli austrotedeschi nella 12a Battaglia dell’Isonzo o anche «Battaglia di Caporetto» tra il 24, 25, 26 ottobre 1917. Attorno al Mrzli dal 25 ottobre entrò in azione la 12a Divisione Slesiana che schierava 5 battaglioni di mitraglieri leggeri che piombando alle spalle dello schieramento italiano catturò 9 Batterie di obici da 149 mm e 9 Batterie di cannoni da campagna da 75 e 65 mm.

[tratto dal libro «Da Tolmino a Caporetto. I percorsi della Grande Guerra tra Italia e Slovenia» di Marco Mantini].

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Sante Ianna Tavàn (Dardago 1883-1972), seduto a destra, ritratto con alcuni compagni di prigionia nel campo ‘di lavoro’ in Germania (non identificabile la località). Ai piedi indossano le dalmene, i tradizionali zoccoli in legno delle nostre terre ‘fabbricati’ in loco: non una semplice nostalgia di casa, ma una necessità per affrontare le quotidianità della prigionia.

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‘produzione’ così ampia. Lui non si scompose e mi disse: «Tu disegna gli utensili e io te li farò forgiare». E così fu. Per starmene un po’ «al caldo» almeno durante il giorno decisi di chiedere al titolare della falegnameria che mi prendesse a lavorare con lui. Ne fu ben felice ed ottenni il permesso dal comandante. Ma quando venne il periodo primaverile, l’ambiente ed il lavoro al chiuso mi stavano un po’

i nostri eroi

1915

Angelo Andrea Fort di Giovanni e di Angela Lachin nasce il 27 aprile 1892 in Santa Lucia, nella casa in via Fort. *** È arruolato con il grado di soldato nell’8° Reggimento Alpini che dal giugno 1915 ha il compito della difesa della zona strategica del Pal Piccolo, nelle vicinanze di Monte Croce Carnico. Angelo muore per ferite riportate in combattimento nell’Infermeria Avanzata Timau, l’11 luglio. Il suo nome non appare nell’elenco dei sepolti nell’Ossario di Timau.

stretti. Avevo sentito che al campo cercavano manodopera edile per la costruzione di alcuni canali di irrigazione. Pensai di mettermi in fila per ottenere un nuovo posto. Quando il comandante mi vide in attesa del mio ‘colloquio’, tra lo sbigottito e l’irritato, mi urlò: «Bist du ein maurer?!» («Sei un muratore?!»). Io sorrisi e istintivamente strinsi le spalle quasi a scusarmi. Ma non gli bastò e volle sfidarmi davanti a tutti. Ordinò che mi fossero portati gli attrezzi e mi mise subito alla prova. Lo convinsi immediatamente e mi nominò caposquadra parché lui no ’l saveva che chel a’ l’era el mè vero mestier! Quando si dovette sposare il figlio del bürgermeister (il sindaco di un villaggio vicino al campo), fui mandato con una squadra di muratori a sistemare la futura casa degli sposi. Fu la nostra salvezza. Colazione prima di cominciare il lavoro, merenda a metà mattina, pranzo a mezzogiorno, spuntino nel pomeriggio e un ulteriore pasto prima di tornare alle baracche. Ma non ho mai dimenticato i miei compagni rimasti al campo e ogni giorno, dimezzando il mio pasto, glielo portavo per cercar di dare alla loro condizione di stretta prigionia un minimo di dignità e di umanità. E cussì me soi cjapàt un grun de benedithions!».

Eugenio Zambon Marin di Domenico e di Antonia Zambon nasce il 17 ottobre 1892, nelle case dei Marin, a Dardago. *** È arruolato nell’8° Reggimento Alpini, con il grado di caporal maggiore. Eugenio muore per le ferite riportate in combattimento, a Milano, il 13 luglio. Decorato di Medaglia di bronzo al Valore Militare, alla memoria. La notizia dell’onorificenza con la fotografia di Eugenio appare in «La Domenica del Corriere», supplemento illustrato del «Corriere della Sera» con uscita «ogni domenica» n. 37 – Anno XVIII, 10-17 settembre 1916, p. 7 «Decorati al valore». Il numero della rivista settimanale appartiene all’Archivio storico di Giovanni Bufalo.


la cronologia 1916 27 agosto La Romania dichiara guerra all’Austria.

Ferdinando Domenico Rizzo di Giuseppe e di Angela Serena nasce il 1° maggio 1892, in Santa Lucia nel vicolo dei Rizzo. *** È arruolato, con il grado di caporal maggiore, nel 96° Reggimento Fanteria, che, con il 95°, forma la ‘Brigata Udine’. Il 12 agosto 1916, la Brigata è trasferita nella zona di Gorizia e schierata sulla Vertoibizza (Medio Isonzo) col 96° in prima linea e il 95° in seconda. Il 14 agosto s’iniziano le azioni per la conquista delle quote 103 – 88 – 106 e, proprio il primo giorno di combattimento, Ferdinando muore appena ventiquattrenne per le ferite riportate.

riore. Si sposa il 19 febbraio 1908; di professione contadino. *** È arruolato nel 47° Reggimento Fanteria, Brigata Ferrara, con il grado di soldato. Muore in combattimento sul Carso, il 15 agosto, durante la Sesta battaglia dell’Isonzo, chiamata anche battaglia di Gorizia, combattuta dal 4 al 17 agosto 1916. Risulta disperso.

Angelo Steffinlongo di Valentino di Matteo e di Maria Angelin nasce il 15 o 17? aprile 1894, in Budoia. Risiede a Venezia, dove esercita la professione di falegname. *** È arruolato con il grado di soldato nel 46° Reggimento Fanteria, che, con il 45°, forma la ‘Brigata Reggio’. Angelo muore per malattia a Oristano, il 4 novembre.

1 settembre La Bulgaria dichiara guerra alla Romania. 14 settembre Cadorna ordina di dare «tre spallate» al nemico sul Carso per preparare lentamente le condizioni favorevoli per la liberazione di Trieste. Le tre battaglie (VII, VIII, IX) sull’Isonzo sono portate a termine entro i primi giorni di novembre.

di Luigi e di Elena Janna nasce il 12 settembre 1884 in Dardago. Di professione contadino e muratore. *** È arruolato con il grado di soldato nel 161° Reggimento Fanteria, che, con il 162°, forma la ‘Brigata Ivrea’. Angelo muore per le ferite riportate in combattimento sul Carso, il 15 settembre.

di Giosuè e di Caterina Trivelli nasce il 22 aprile 1893. Di professione muratore. È arruolato con il grado di soldato nel 134° Reggimento Fanteria, che con il 133°, forma la ‘Brigata Benevento’. Tra il 14 e il 15 agosto 1916, la Brigata è protagonista di un accanito e sanguinosissimo scontro per la conquista di posizioni nell’area del pianoro di Santa Caterina. Nel secondo giorno di combattimenti, in cui opera il solo 134°, il Reggimento cui appartiene Guglielmo, la controffensiva austriaca è tale da costringere gli uomini a ripiegare sulle loro linee di partenza. In tale tragica circostanza, Guglielmo è disperso in combattimento: è il 15 agosto.

28 agosto L’Italia dichiara guerra alla Germania e la Germania alla Romania. 30 agosto La Turchia dichiara guerra alla Romania.

Angelo Zambon Tarabin

Guglielmo Elia Del Maschio Danelin

27-28 agosto Una spaventosa tragedia è accaduta a Udine, nella frazione di Sant’Osvaldo: sono scoppiati depositi di bombe ed esplosivi destinati al fronte. Un disastro dalle dimensioni e dalle conseguenze di un terremoto: sono morti 29 militari e 27 civili.

Mario Soldà

Marco Basso di Lorenzo di Antonio e di Santa Rigo, nasce il 26 settembre 1895 nella casa di famiglia in fondo a via Rivetta, a Dardago. *** È fratello di Francesco, morto in guerra il 28 dicembre 1915 (vedi inserto 2 a pag. 13). Arruolato nel 138° Reggimento Fanteria che con il 137° forma la ‘Brigata Barletta’. Il Reggimento, all’inizio del 1916, dopo aver combattuto sul fronte isontino, viene trasferito sull’altopiano di Asiago dove sostiene una serie di sanguinose battaglie. Alla fine di agosto le truppe sono di nuovo in Friuli, nella zona di Oppacchiasella-Lokvica, in preparazione alla IX Battaglia dell’Isonzo. In uno scontro a fuoco, Marco rimane ferito e muore il 26 ottobre.

> 14 settembre. La prima «spallata» è sostenuta dalla Terza Armata. In tre giorni di combattimento non vengono conseguiti risultati soddisfacenti (VII battaglia sull’Isonzo). > 10 ottobre. È sferrata la seconda «spallata», che si esaurisce la sera dell’11: il nemico ripiega su tre posizioni (VIII battaglia sull’Isonzo). > 31 ottobre. ha inizio la terza battaglia; il primo giorno le truppe italiane ottengono un brillante successo, ma la sera del giorno seguente Cadorna ordina di fermare l’azione (IX battaglia sull’Isonzo). I morti italiani sono 77.321, gli austriaci 74.298. Malgrado tutto, le tre battaglie, unite alle vittorie («meravigliose scalate») del Trentino e di Gorizia (con la VI offensiva dell’Isonzo), provocano gravi fessure nella difesa austro-ungherese. 15 novembre A Chantilly si riunisce una nuova conferenza interalleata dei capi militari: le disposizioni per la prosecuzione della guerra nel 1917 non sono ispirate da alcuna idea nuova.

di Domenico e di Teresa Fedrigo nasce il 20 aprile 1887, in Santa Lucia.

Angelo Dedor Piai di Natale e di Maria Carlon nasce il 12 ottobre 1884 a Budoia, nella casa di via Lunga Supe-

*** È arruolato nel 34° Reggimento Fanteria, con il grado di soldato. Muore per le ferite riportate in combattimento, sul Carso, il 9 dicembre.

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la cronologia

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1916 21 novembre All’età di 86 anni muore Francesco Giuseppe; gli succede Carlo I all’età di 29 anni.

«LE MEMORIE» DI

Antonio Parmesan

12 dicembre Gli Imperi centrali propongono di iniziare trattative di pace. 18 dicembre Il ministro degli Affari Esteri, Sonnino, dichiara al Parlamento che la proposta non può essere presa in considerazione. Voto unanime sulla mobilitazione totale. In questa seduta parlamentare sono discusse l’epidemia di tubercolosi nell’esercito e i problemi degli invalidi e mutilati, del lavoro femminile e dell’imboscamento. 31 dicembre L’Intesa risponde ufficialmente che non è possibile porre fine alla guerra.

Gli Italiani hanno vissuto il momento di maggior entusiasmo nell’agosto del 1916, durante la VI Battaglia dell’Isonzo, con la liberazione di Gorizia, punto nevralgico delle posizioni austriache. Una straordinaria vittoria per l’Italia che ha però pagato con centinaia di migliaia di caduti.

Oggi siamo il 16 agosto e a sera tarda il nostro comandante di plotone ci ordina zaino in spalla e si parte. Dopo tanti ostacoli alle 9 del mattino si arriva a Dosso A..., entriamo in una baracca però con molta paura perché sappiamo che gli Austriaci di tanto in tanto sparano delle cannonate. Piantiamo le tende vicino alla trincea di resistenza. [...]. La sera del 26 andiamo in prima linea ai Caprioli in rinforzo al 3° plotone, però la mia squadra resta alla gran guardia, si fa solo servizio d’ispezione [...]. Il 28 mattina arriva la notizia che la Romania aveva dichiarato guerra all’Austria, per noi questa notizia è stata una consolazione, perché l’Austria deve combattere contro un altro nemico così speriamo che al più presto si arriverà al giorno della pace. Alle 5 arriva l’ordine che tutti devono gridare «Viva la Romania». Io ho l’incarico di portare tale ordine a tutti i piccoli posti. Tutti sono contenti. Al nostro grido gli Austriaci rispondono con una terribile scarica di fucileria e di mitragliatrici e con molte cannonate, noi però si risponde coraggiosamente. Alla mattina si sente che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Germania [...] Il 17 settembre si parte per andare nella postazione

dove si trova il 33° Fanteria e marciamo per circa 10 ore [...] e al compagno D’Agostini le viene male e a nulla valgono le cure perché due ore dopo lui muore. Arrivati al posto si fa le tende e si va a riposare. Qui trovo l’amico Domenico Lacchin [...] La mia compagnia, che è sempre stata la più sfortunata e la più sventurata, è destinata ad andare [...] nel fondo della valle assai bersagliato dalle cannonate nemiche [...]. Continuiamo ad alternare servizio e cambio [...] La notte dall’11 al 12 ottobre andiamo nelle baracche del Monte Milino, perché sotto la tenda nessuno aveva la forza di resistere [...] I giorni che non si va di pattuglia dall’alba al tramonto si deve lavorare, si mangia ogni 12 ore cioè alle sei del mattino e alle sei di sera. [...] Il giorno 8 si comincia sentire le chiacchere che fra brevi giorni si doveva cambiare fronte. Dove si va? La verità non si può saperla, alla sera abbiamo l’ordine ufficiale, tutti siamo nella più grande disperazione di dover abbandonare questi monti per noi già pieni di tanti ricordi. Abbiamo paura di esser condotti fra i sepolcri del Carso. Qui in 8 mesi abbiamo avuto 4 morti, sul Carso in pochi giorni sarà distrutta la compagnia, il Battaglione ed anche il Reggimento [...] Nelle prime ore del giorno 9 (novembre) arriva il 42° Reggimento Fanteria a darci il cambio e ci dicono che sono partiti dal Carso insanguinato, contenti di essere venuti in queste postazioni; alla sera loro vanno a occupare la prima linea e tutti i nostri compagni si uniscono a noi per tenersi pronti per la partenza [...] Il 12, alle 7 di sera, si parte e il 13 (novembre) a sera tarda si arriva a Palmanova; il mattino seguente si riposa e a piedi andiamo a Mortegliano. [...] Io abito in un fienile e si riposa assai bene. Il 15 alle 3 vedo il Rosso, figlio di Angelo Bocus di Dardago, vado a salutarlo e con lui cerchiamo suo fratello Luigi che si trova nel mio stesso reggimento. Dopo averlo trovato andiamo a bere un bicchiere di vino e subito dopo il Rosso parte per tornare a Dardago; io pure mando i saluti alla mia famiglia. [...] In breve tempo si parte per il Carso. Alla sera arriviamo vicino l’Isonzo e lo attraversiamo sul ponte di legno; nel vedere questo fiume il nostro cuore sente una stretta e ricordiamo quanti sono già morti per la grandezza della Patria. [...] A notte oscura arriviamo in una posizione che sembra essere una città, invece ci troviamo nel Vallone Vicentini dove ci sono i ricoveri e le misere tane scavate nella terra dove si trovano ricoverati milliaia e milliaia di soldati , che gridano dalla contentezza nel vedere il nostro arrivo.


Loro gridano: «Bravi amici, bravi fratelli, bravi Italiani. Siete venuti ad aiutarci». Non trovo riparo e passo la notte sotto la pioggia su un sasso. Al mattino si cerca di fare le tende ma è difficile perché il terreno è in discesa e è pieno di sassi. Il 22 si entra in una baracca in poco tempo costruita e quì si può riposare un po’ meglio, ma fa sempre freddo. In questo Vallone trovo tanti soldati di Fanteria e di Artiglieria [...]; nel fondo di questo Vallone c’è un cimitero mezzo occupato da Italiani e mezzo dagli Austriaci. Si vede che dopo morti si ritorna amici anche con gli Austriaci. La sera del 26 d’improvviso si parte per la prima linea e uno dietro l’altro si cammina silenziosi, mentre la pioggia continua e fa aumentare la nostra malinconia. È una delle posizioni più pericolose, i più bersagliati dalle cannonate che si trova in tutto il Carso. Il giorno 28 si comincia a capire quanto è brutta, quanto è faticosa, quanto è pericolosa la vita nelle trincee del Carso. Per chi era abituato nelle belle trincee del Monte Milino e della Valle Giudicaria, quì troviamo una grande differenza, quì non si può ripararsi ne dalla pioggia ne dalle cannonate che continuamente arrivano, si pensa però che non solo noi ci troviamo in queste condizioni ma molti e molti altri si trovano al pari nostro. Oggi giorno 29 (novembre) mi trovo riparato da un sasso, vicino compagno Tamburini, mentre attorno a noi salta in aria granate, bombe di aeroplani e bombe a mano: la terra trema, [...]. Il coraggio e il sangue freddo non manca mai, ma il momento è molto e molto brutto e pericoloso. Le cannonate aumentano e da un momento all’altro si crede che gli Austriaci cercassero di avanzare, noi siamo pronti a riceverli; li riceveremo in modo speciale e sapremo vendicare i nostri poveri compagni che in pochi giorni abbiamo già perduto. [...] Sembra di essere stati scoperti perché piovono granate e bombe, scoppiano in modo straordinario e spaventevole; ci troviamo tra il ferro e il fuoco. Dopo aver avuto dei morti e dei feriti ci ritiriamo nelle nostre trincee, ma tanto i morti che i feriti gravi dobbiamo abbandonarli altrimenti difficilmente si poteva salvarsi. La notte si presenta calma, ma di tratto in tratto si sente la voce di qualche ferito da noi abbandonato che grida chiamando soccorso. Il tenente del mio plotone si muove di compassione nel sentire quelle voci e rivolto a tutti noi ci disse: «Sentite i vostri compagni che vi chiamano, loro non si possono muovere perché feriti e ci chiamano per aiutarli e salvarli da una terribile morte» Poi a alta voce grida: «Avanti 4°

plotone, seguitemi e andiamo a salvare i nostri poveri fratelli». Tutti compatti si segue il nostro superiore. Gli Austriaci si mantengono calmi e noi con coraggio e tranquillità arriviamo vicini a questi poveri sventurati; molto pochi erano i vivi, la maggior parte erano già morti. Con l’amico Tamburini mi avicino al compagno Capello che sembra ancora vivo; con tutti i riguardi lo portiamo nella nostra trincea e quì vediamo che ancora era vivo ma si trova in condizioni da far pietà; pure gli altri ritornano chi con morti, chi con feriti. A questo punto gli Austriaci si sono accorti che noi siamo stati a ritirare i nostri compagni e dalla rabbia cominciano a sparare con fucili e mitragliatrici. Poi comincia anche l’Artiglieria, noi si risponde con il fucile e con le bombe a mano e la nostra Artiglieria spara in modo impressionante. Poco dopo la fucileria nemica non si sente più perché le nostre granate che le arrivavano facevano strage; gli Artiglieri però continuavano a sparare da ambi le parti. Noi intanto dobbiamo portare i nostri feriti al primo posto di medicazione. Io e Tamburini portiamo Capello agonizzante fra le nostre braccia e, dopo averlo disteso su una barella, noi ritorniamo in trincea. Purtroppo durante la notte Capello spirò. Così anche i giorni successivi. Il 4 dicembre il mio comandante di compagnia mi manda al posto telefonico; anche qui il pericolo è grande, ma mi trovo un po’ riparato dal freddo. Il 6 la compagnia riceve il cambio e andiamo nella dolina del fante, qui troviamo un macello. Oggi restò ferito l’unico paesano che tengo nella mia compagnia, cioè l’amico Giuseppe Zambon Pettenel di Budoia. Per me è stata però una grande fortuna che la compagnia riceva il cambio perché dopo poche ore che consegnai il posto telefonico ai nuovi telefonisti una grossa granata piombò sopra il misero barachino gettando in aria telefono e anche telefonisti. La sera del 7 mi ordinarono di aiutare i portaferiti per seppellire 9 poveri coscritti arrivati solo che il giorno prima. Poche ore dopo una granata li massacrò; sopra le loro sepolture non mancano le croci da noi stessi costruite con tronchi d’albero. Il giorno 8 si sente che le nostre Artiglierie sbagliarono il tiro e ammazzarono un ufficiale, un caporale e 6 soldati della 17a compagnia. L’11 a tarda notte c’è il cambio di Brigata: andiamo al posto che si trova il 5° e 6° Fanteria: la marcia non è lunga ma assai faticosa. Io mi sento male, cerco di darmi coraggio e seguo i miei compagni arrivando al posto destinato. Il giorno dopo marco visita ma la mia malattia non è tenuta in considerazione: mi

La linea tratteggiata indica il fronte prima della battaglia dell’Isonzo; la nera le posizioni raggiunte in tempi successivi.

Copertina della «La Domenica del Corriere». Settembre 1916. Il numero della rivista settimanale appartiene all’Archivio Storico di Giovanni Bufalo.

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«LE MEMORIE» DI

Antonio Parmesan

trovo con un forte riscaldo intestinale ma il medico non mi da nessun riposo. Il 15 si cambia di dolina; tutta la notte si lavora sotto la pioggia. Il 14 di nuovo marco visita e il medico mi da delle polverine e due giorni di riposo. Mangio solo limoni e cioccolata e mi trovo molto debole. Il 16 marco visita e il medico mi manda all’ospedale. Ritorno in Compagnia e dopo aver versato tutto il mio corredo, con altri ammalati parto per il Vallone. Qui trovo l’automobile della Croce Rossa e direttamente si parte, verso mezzanotte arrivo all’ospedale da campo n° 059. Entrando in questa casa e vedendo le brande mi sembra di rinascere, vado nel letto n° 145 e riposo tranquillamente. Il mattino del 17, il medico riconosce la mia malattia e comincia a farmi la cura. Resto qui fino al giorno 23. Alla sera di questo giorno ci trasportano al convalescenziario di Trevignano, il 24 il medico mi visita e mi trova assai debole e mi da qualche giorno di riposo. Il giorno del Santo Natale, sono contento di trovarmi all’ospedale piuttosto che in trincea. Il 26, dopo la solita visita medica, un soldato mi riferisce che un Carabiniere desidera parlarmi. Vado alla porta e trovo mio cognato GioMaria. Sono molto contento di vederlo dopo tanto tempo che non vedo nessuno della mia famiglia e si passa qualche ora a chiacchierare in compagnia. Mi rassicura che era stato a Dardago e aveva visto la famiglia; tutti si trovano in ottima salute, più di tutto mi parla dei miei bambini, non posso trattenere le lacrime. Lui riparte per Palmanova. Il 29 mi sembra di avere la febbre: ho 39.8. Il medico mi obbliga a non muovermi, ma la sera la febbre aumenta fino a 40.3. Nessuno si avvicina al mio letto: siamo destinati a morire, se non si muore in trincea si muore in ospedale. I miei compagni mi dicono che se la febbre continua mi portano nell’interno dell’Italia. Così ebbe fine l’anno 1916.

[CONTINUA]

testimonianze

1915

Marianna Carlon Nel nostro piccolo Comune sono due le concittadine ultracentenarie viventi, che possono attestare aver vissuto in prima persona la Prima Guerra: Marianna Carlon (1914) e Caterina Bocus (1915). Nel giorno del suo centoduesimo compleanno, Marianna raccontò con lucidità due avvenimenti accaduti in quei tragici momenti. Sono nata il 2 luglio 1914, anno d’inizio della Grande Guerra. Durante l’invasione del ’17 una parte della nostra casa fu requisita dal comando nemico. Le truppe austriache erano affamate, cercavano cibo nelle case e così tentarono di rubare anche nella nostra dispensa. Un giorno mia madre si ribellò, alzò un coltello contro un soldato, che voleva rubarle la polenta appena versata sul paiolo per noi due figlie piccole, Nilde ed io, ed esclamò: – Non ti permetterò mai di mangiare la polenta che è per le mie bambine! Costui indietreggiò e ubbidì senza replicare. Ricorda, inoltre: Mia madre, allora trentenne, fu anche minacciata di molestie da un austriaco, approfittando dell’assenza temporanea di mio padre; senza perdersi d’animo ella denunciò all’ufficiale le cattive intenzioni del soldato che fu subito richiamato e punito.

PELLEGRINAGGIO Valloncello dell’Albero Isolato, il 16 agosto 1916

di Giuseppe Ungaretti

In agguato in queste budella di macerie ore e ore ho strascicato la mia carcassa usata dal fango come una suola o come un seme di spinalba.

Ungaretti uomo di pena ti basta un’illusione per farti coraggio. Un riflettore di là mette un mare nella nebbia.

Giuseppe Ungaretti (a destra) con un commilitone sul fronte isontino.


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