Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
Anno XXXV · Aprile 2006 · Numero 107
A chi dà fastidio il Crocifisso? Grande folla per lui Chaberton, una tragedia dardaghese Bianca, Paona... 500 anni di nomi bovini Rientro in Patria di Guido Bocus
di Roberto Zambon
[ l’editoriale ]
A chi dà fastidio
il Crocifisso? È Pasqua! Abbiamo appena superato la quaresima che ha celebrato, nella Settimana Santa, la Passione di Gesù Cristo. Nella Via Crucis, che noi abbiamo celebrato in forma comunitaria partendo dalla chiesa di Dardago per giungere in quella di Budoia, il mondo cristiano esalta la croce quale strumento di salvezza dell’intera umanità. Nei secoli, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, lentamente il seme cristiano è germogliato in modo tale che la nostra civiltà, la nostra storia e la nostra cultura sono profondamente legate ai valori del cristianesimo. Anche se nella Costituzione Europea non si è voluto riconoscere tale fortunata realtà, nessuno può disconoscere che se tutti, almeno a parole, affermiamo che la nostra società è fondata sulla
libertà, sull’uguaglianza, sul rispetto, sulla negazione della guerra come mezzo per derimere le controversie, significa che i valori del cristianesimo sono i cardini su cui poggia la nostra civiltà. Anche la nostra cultura, quella vera, è permeata dei valori cristiani. Se pensiamo alla grande pittura e scultura italiane ed europee, non c’è artista che non abbia affrontato nelle sue opere il tema della croce: da Michelangelo a Velasquez, da Giotto a Raffaello, solo per citarne alcuni. La croce come simbolo della fede cristiana è presente nei luoghi di culto, la troviamo agli incroci, su molte vette montane, ma come simbolo dei valori che porta in sé, troviamo il crocifisso anche in molte aule scolastiche e in molti edifici pubblici.
Sembra che ciò dia fastidio a qualcuno. Non mi riferisco agli extracomunitari seguaci di Maometto. È recente la sentenza del Consiglio di Stato che è intervenuto, su richiesta di una cittadina finlandese, Soile Lauti, che chiedeva la rimozione del crocifisso dalla scuola media frequentata dai suoi figli ad Abano Terme (Padova). La sentenza dà torto alla signora Soile perché, secondo l'organo d'appello della giustizia amministrativa, il crocifisso «è un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili» (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, etc...) che hanno un'origine religiosa, ma «che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato». «È evidente che in Italia il crocifisso esprime l'origine religiosa dei valori che connotano la civiltà italiana. Si tratta di valori che – prosegue la sentenza – hanno impregnato di sè tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano e che soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta Costituzionale». Questa sentenza, certamente, non mette la parola fine sulla questione, perché periodicamente qualcuno ne chiede con forza la rimozione. C’è da chiedersi se l’atteggiamento della signora Soile e di chi non vuole il crocifisso negli edifici pubblici non sia un atteggiamento di prepotenza e di intransigenza verso coloro, la maggioranza, ai quali il crocifisso non dà alcun fastidio.
* «...nel Battesimo siamo stati sepolti insieme con Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm. 6-3-11)
la lettera del
Plevàn Risorti e viventi con Cristo L’apostolo Paolo ci aiuta a vivere questa Pasqua di Risurrezione 2006, nello spirito del nostro Battesimo. Da quel gesto dell’acqua che scende sulla nostra fronte, parte la nostra avventura cristiana; inizia la «vita nuova»! La Quaresima, tempo forte di preparazione spirituale, di ascolto silenzioso, di mortificazione, di carità, ci prepara a vivere con coerenza la Settimana di Passione e la Pasqua. Sul Monte Tabor, Gesù mette Pietro, Giacomo e Giovanni a parte di una esperienza straordinaria: la Trasfigurazione. In tal modo li prepara ad affrontare il doloroso e straziante spettacolo della sua passione. Anche noi come loro siamo idealmente invitati a salire sul monte per avere il coraggio di ridiscendere, forti della gloria che ci attenderà. Attraverso la passione, la sofferenza fisica e morale, giungeremo alla Risurrezione. Questo ci fa ripetere nel nostro intimo le stesse parole degli sbigottiti apostoli: «Signore è
bello per noi stare qui con Te». Sul Golgota, il buon ladrone chiede a Gesù di ricordarsi di lui: «Ricordati di me quando entrerai nel Tuo regno» e Gesù premia la sua fede nella risurrezione: «Oggi sarai con me in Paradiso»; ecco l’eredità del nostro SI battesimale. Dalla croce il Figlio di Dio grida: «Tutto è compiuto» e dal suo fianco squarciato dalla lancia del soldato esce sangue ed acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa. Ecco allora il «sensus fidei», il nostro credere, sperare ed amare. Ecco svelarsi il mistero battesimale della «vita nuova». Il Crocifisso ci ama e ci perdona è pronto a rialzare l’umanità caduta nel peccato, per rivestirla della luce nuova. Coraggio quindi: ripercorriamo anche noi, come i due discepoli di Emmaus, la stessa strada con quel misterioso Viandante. Egli ci spiegherà le scritture, ci svelerà la vera fede, fatta non di parole vuote e di gesti scontati. Ci dirà: «Non temete, sono io. Sono risorto» come aveva promesso. Farà ardere dentro di
noi il nostro cuore con la dolcezza delle sue parole. Allora anche noi lo riconosceremo nello spezzare il pane nella Messa domenicale. Capiremo sino in fondo che la Parola e il Pane dell’Eucaristia, Mistero e Dono della Pasqua, restano nei secoli come memoria perenne della passione, morte e risurrezione di Cristo. Noi, cristiani di oggi, supplichiamo Gesù, divino Viandante, di rimanere con noi. Egli è morto e risorto per fare una sola grande famiglia, nella pace, nella tranquillità di un cosmo consacrato dal suo sangue e da quello dei martiri e delle tante vittime innocenti delle guerre e del terrorismo. Egli ci infonde pure la forza di una solidarietà generosa verso le moltitudini che, ancor oggi, soffrono e muoiono di miseria e di fame, decimate da epidemie letali o prostrate da immani catastrofi naturali. Da qui l’auspicio che il progresso materiale dei popoli non soffochi i valori spirituali che sono l’anima delle loro civiltà. Riconoscenti a Cristo, che ha solo «parole di vita eterna» gli chiediamo con rinnovata fede: «Mane nobiscum Domine». Rimani con noi Signore, sempre. Rimani con noi. Alleluja. CRISTO RISUSCITI IN TUTTI I CUORI. BUONA E SANTA PASQUA. DON ADEL
[ la ruota della vita]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Alessandro Cauz di Roberto e Gabriella Barbarito – Budoia Alessio Valdevit di Dino e Sabrina Zambon – Rorai Grande (Pordenone) Federico Bastianello di Andrea e Elena Modolo – Dardago Alessandro Conzato di Ottaviano e Antonella Maccioccu – Roveredo in Piano Tommaso Colombo di Marco e di Elisabetta Carlon – Sacile Anna Pulcini di Terenzio e Lorena Zambon – Praturlone (Pordenone)
M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Lucio Cosmo e Francesca Maletti – Polcenigo – Formigine (Mo)
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…
IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
Rosa Busetti di anni 88 – Santa Lucia Andreanna Busetti Morelli di anni 91 – Dardago Cunegonda Zambon di anni 99 – Dardago Maria Zambon di anni 83 – Dardago Antonia Parmesan di anni 93 – Dardago Alfredo Busetti di anni 85 – Dardago Giuseppe Rigo di anni 88 – Budoia Gianni Zambon di anni 41 – Parigi Massimiliano Rizzo di anni 90 – Santa Lucia Agata Casagrande Berton di anni 92 – Dardago Domenico Comin di anni 73 – Santa Lucia Girolamo Zambon di anni 90 – Milano Giuseppina Egidi Caprani di anni 93 – Budoia Padre Rito Luigi Cosmo di anni 80 – Santa Lucia
Periodico quadrimestrale della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia (Pn)
In copertina RISVEGLIO E FIDUCIA
Dopo giornate di pioggia e di nebbie, primavera appare con i suoi canti che risuonano tra i colli e inizia a diffondersi un po’ di verde intorno ai brulli rami, e – prima ancora – un po’ di bianco intorno al ciliegio e di roseo intorno al pesco e al mandorlo. Intanto bada ai prati dove dal verde brillano ciuffi di viole, di primule selvatiche d’un giallo tenero e, sotto le dure siepi spinose, strisciano catenelle di pervinche, azzurro interrotto dal candore dei bucaneve che ancora agitano nell’aria lo squillo della loro campanella. E il cielo ne ride così limpido che lascia trasparire in fondo all’immensa pianura la fiducia nel tempo.
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A chi dà fastidio il Crocifisso? di Roberto Zambon
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Un tuffo sulla neve finlandese di Andrea Rui
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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr
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Dardàc de ’na volta di Yolanda Rigo
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La ruota della vita
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L’angolo della poesia
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Grande folla per lui di Anna Pinàl
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La Menega de la Santissima di Padre Rito Luigi Cosmo
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Don Alberto a Dardago... di Pietro Janna
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...e a Roveredo in Piano di Sergio Gentilini
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’N te la vetrina
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Il Gruppo Artugna e la trasferta a Monaco di Sara Vita, Marina Carlon, Michela De Marco
o XXXV ann
(foto di Rita Marson Zambon)
prile 2006 ·a
107 sommario
Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594
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Lavoratori italiani in Germania di Mario Cosmo
Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it
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Essen: un ricordo di bambino di Vittorio Janna Tavàn
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e-mail l.artugna@naonis.com
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Chaberton, una tragedia dardaghese di Luigi Zambon Pala
Assicurata la continuità di Roberto Cauz
Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616
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Bepi de la Tina: un «Amirino» dimenticato di Donatella Angelin
Panevin 2006 di Francesca Romana Zambon
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Lasciano un grande vuoto...
Bianca, Paona, Volpe, Padovana... cinquecento anni di nomi bovini di Carlo Zoldan
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Cronaca
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Inno alla vita
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I ne à scrit
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Bilancio
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Programma della Settimana Santa · Auguri
Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna
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Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Adelaide Bastianello, Francesca Janna Espedito Zambon, Marta Zambon
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Una vita sul ring di Sara Zambon e di Stefano Di Maria
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Mariuccia Frey Zambon di Roberto Zambon (Vaticano)
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Rientro in Patria di Guido Bocus di Daniele Pellissetti
Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn
Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
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Le Agane: storia e leggenda di un’antica divinità di Marco Moretti, Silvia Malnis e Mauro Fracas
ed inoltre... Albero genealogico della famiglia Zambon Pinàl a cura di Roberto Zambon [sedicesimo inserto]
Grande folla per lui di Anna Pinàl
Don Semeja Sacerdote. Grande folla a salutarlo in quel giorno, come in altri suoi addii. Sarebbe rimasto sorpreso, incredulo nel vedere quanta presenza è lì per lui e solo per lui. Avrebbe cercato, come è stato nel suo carattere qualche ragione che non fosse lui stesso. Trattenuto da quell’umiltà interiore che all’esterno appare come pessimismo. Il terribile dell’umiltà: non ha mai pieno successo. 6
Dietro i suoi sorrisi, rari e appena accennati, c’è la grandezza dell’uomo che vede le cose con troppa ampiezza e profondità per sbilanciarsi in esuberanze. Il volto pensoso, ma pronto alla cortesia, è sempre intrigato in chissà quali sentieri della mente, nella ricerca di dire cose difficili in modo limpido e completo. A smontare concetti stanchi e logori, in grosse verità da scoprire, velate dal tempo e dalla superficialità, che appaiono come annunci impensati. Uomini e donne sono uguali. Il vangelo è pieno di dimostrazioni. In chiesa siano affiancati e non irreggimentati con priorità illogiche e superate. Un bel segno di visuale moderna del mondo, messa in atto da lui. Al suo arrivo, subito eliminato il blocco degli uomini davanti e le donne dietro. Filosofo negli studi, ai massimi livelli, filosofo nei fatti della vita, nella ricerca del peso e dei significati delle parole di Dio, don Semeja è entrato a inaugurare tempi nuovi. Anche il contadino a suo modo è filosofo. Ma percorre i sentieri della natura, con le sue ripetitività, i suoi sgarri, per imparare a fidarti meno di te stesso. Confida solo nella buona sorte, cioè in tutto quello che può venire dal cielo, compresa la pioggia, sempre concessa con parsimonia e spesso fuori tempo. Due mondi che sembrano vicini ma non è così. Il filosofo si porta dietro gli sforzi di altri uomini, in una catena, e cerca di metterci il suo anello. Per aiutare i suoi fratelli a capire i tanti meccanismi della conoscenza e della riflessione. È uno che smonta e ricuce visuali e te le consegna perché tu possa essere felice con tutto quello che sai del tuo Dio e con quello che ti ha rivelato. È uomo di pazienza con una forza tranquilla e profonda che mette il suo sapere dentro nelle parole. Si appropria delle esperienze, viste co-
me panorami da spiegare e organizzare in ordine logico. Impara dai libri e dalle sconfitte e dalla preghiera. Il contadino impara dai silenzi e ne fa il suo linguaggio principale. Il filosofo si tuffa nelle parole alla ricerca delle impalcature per distribuirle come pane dello spirito. Si appoggia sull’affanno della vita e di lì cerca la via per comunicare. L’uomo che indaga l’uomo, e quello che indaga la natura: due mondi che si tengono a distanza e si fronteggiano. Per don Semeja il dilemma della separazione
don Alberto a Dardago... di Pietro Janna
PAGINA ACCANTO. DON ALBERTO, IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’ORDINAZIONE SACERDOTALE, NEL 1996. SOPRA. DARDAGO 1965. FESTA DI NATALE IN ASILO. MOLTI DEI BAMBINI QUI FOTOGRAFATI PROVENIVANO DA BUDOIA, CASTELLO D’AVIANO, VILLOTTA E DA FAMIGLIE STATUNITENSI PRESENTI NEI NOSTRI PAESI. SI RICONOSCONO DAVANTI A DON ALBERTO: MANUELA ZAMBON, MODESTA BOCUS, GIANPIETRO FORT (L’ULTIMO A DESTRA).
non poteva essere maggiore e ne soffriva in silenzio. Ma dopo le iniziali perplessità, il paese ha cominciato a percepire la fortuna che gli era toccata. E lui a sentirsi inserito. E allora i due mondi si accordarono pure senza mescolarsi. L’attuazione del progetto dell’asilo ha messo in luce le capacità straordinarie di don Alberto nel gestire e portare a compimento il progetto dell’asilo e nell’attivare la partecipazione di tutto il paese, a lungo nel più spettacolare volontariato che si ricordi. Merito
delle sue finezze e della sua infaticabile presenza, che senza parere insegnava quello stile nel trattare, che rende ogni impegno un successo. Mai in intellettuale ha armato un paese fracassone e baldanzoso, come fosse il mondo a lui più gradito. Ci ha amato come eravamo, con tutte le ruvidezze che avevamo, e che ci sono rimaste, senza che ce le facesse pesare. Per lui andavamo bene così. Nei nostri silenzi c’era una stima grandissima. Mai pronunciata ma sicuramente da lui percepita.
Lunedì 13 febbraio dopo una lunga sofferenza affrontata con grande serenità e fiducia nel Signore è venuto a mancare don Alberto Semeja per 15 anni nostro pievano. La chiesa parrocchiale di Roveredo in Piano, dove don Alberto aveva trascorso 28 anni come collaboratore del parroco, era gremita di fedeli per porgergli l’ultimo saluto assieme al vescovo e ad oltre una cinquantina di sacerdoti. Numerose le Associazioni presenti, tra cui l’Associazione Nazionale Friuli Venezia Giulia e Dalmazia. Al canto dell’accoglienza la comunità roveredana ha espresso la
sua gratitudine per «il dono fattoci dal Signore di don Alberto che è vissuto fra noi servendo il Signore con competenza, fedeltà, umiltà evangelica». «Il Signore è venuto a prenderlo» ha sottolineato il vescovo nella sua omelia dopo aver ricordato la testimonianza data da don Alberto sacerdote: una storia di grazia che sfocia nell’eternità. «Sacerdote fino in fondo è stato don Semeja» – prosegue il vescovo – «che nel suo testamento si è rivolto a Maria Santissima per chiedere che qualche giovane risponda alla chiamata del Signore per andare al suo servizio».
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Sono state molte le prove e le sofferenze che don Alberto ha dovuto affrontare nella vita: dall’abbandono degli affetti e della terra natia come esule giuliano, alla perdita, nel giro di pochi mesi, dei genitori ancora giovani: vicissitudini, che oltre che averlo lasciato solo e privo di affetti su cui contare al momento del bisogno, hanno influito notevolmente sul suo carattere e sulla sua salute. Prove che ha affrontato con grande fede e dignità senza cercare facile compassione tra gli uomini ma cercando forza e conforto nella preghiera. Aveva un carattere chiuso e burbero che induceva alla soggezione, ma aperto e disponibile all’ascolto e al consiglio: si interessava di tutto e di tutti ma con una grande discrezione e riservatezza senza indugiare o dare credito a pettegolezzi o a critiche e giudizi verso le persone, fossero queste anche suoi detrattori o causa di sue sofferenze. Leggeva molto, si aggiornava sui documenti del magistero, era entrato in pieno nello spirito del concilio, seguiva l’evoluzione della Chiesa con spirito aperto: era senz’altro un post-conciliare. Nella pratica religiosa era molto esigente e rigoroso: poco incline all’ipocrisia o al compromesso: non barattava il rispetto delle regole e dei principi per ottenere consenso o simpatia a suo fa-
vore. Era il primo ad entrare in chiesa e l’ultimo, assieme ad Ovidio, ad uscire: si metteva vicino al confessionale recitando il breviario, preparava con scrupolo la liturgia, senza improvvisare e lasciare nulla al caso; esigeva il silenzio e il rispetto del luogo sacro e la partecipazione comunitaria alle celebrazioni religiose. Non trascurava la formazione sia dei giovani che degli adulti, in particolare i genitori: promuoveva incontri ai quali si preparava con scrupolo e invitava anche degli esperti. Arriva a Dardago il 21 gennaio 1956 come amministratore parrocchiale e pievano il 15 giugno dello stesso anno. Per prima cosa apre la canonica a noi ragazzi riempiendo due stanze di vari giochi come il calcetto da tavolo, il ping-pong, il biliardino: e noi tra i giochi e la dottrina, la cui frequenza era la condizione essenziale per poter accedere ai giochi, passavamo lì tutto il pomeriggio. Eravamo in molti e non tanto tranquilli e il don era sempre presente nel suo studio pronto ad intervenire e qualche volta a calmare la Gilda, ve la ricordate?, la sua prima di tante perpetue. Più avanti comprò un televisione e nel tardo pomeriggio, dopo aver esibito la «pleca», attestante la frequentazione della dottrina, guardavamo assieme «Rin Tin 8
Tin» o «Stanlio e Ollio»; lui però era sempre vigile, pronto ad annebbiare lo schermo se per caso appariva una ballerina con le gambe scoperte. Alla sera la sala della televisione era aperta agli adulti. Poi venne il campo da calcio dove passavamo interi pomeriggi: partite che duravano ore. Aveva una grandissima attenzione verso i problemi giovanili e cercava in tutti i modi di venire incontro con gli orari o con altre
IN ALTO. DON ALBERTO CON UN GRUPPO DI DARDAGHESI A MILANO, NEI PRIMI ANNI ’60. A LATO. DARDAGO, 2 GIUGNO 1968. SANTA MESSA DI PRIMA COMUNIONE. DA SINISTRA, PRIMA FILA: LUCIA BASSO, MARINA MARASCHINO, MANUELA ZAMBON, CORA CARLON E MARISA LACHIN. IN SECONDA FILA: LORIS ZAMBON ROSIT, DON ALBERTO SEMEJA E ROMANO ZAMBON ROSIT.
Grande folla per lui iniziative affinché ci fosse la massima partecipazione alla pratica religiosa e alla formazione: soffriva molto per la disaffezione alla Chiesa e ai suoi insegnamenti. Il circolo culturale giovanile che per diversi anni raggruppò i giovani delle tre parrocchie, con sede in canonica, fu una sua «invenzione» per sopperire alla disaffezione dei giovani nei confronti dell’azione cattolica e per creare un punto di incontro e di dialogo tra le varie realtà giovanili. Nel maggio del 1956 diede il via ai lavori di costruzione dell’asilo che portò a termine nel 1960; per molti anni tutti i giorni andava a prendere e portare i bambini all’asilo facendo il giro di tutte le
vie di Budoia, Santa Lucia, Castello, Villotta con grande spirito di servizio e umiltà senza pretendere riconoscimenti da parte di alcuno. Quotidiana era poi la sua presenza in asilo, attento ai problemi e alle necessità che tale istituzione richiedeva. Molti sono stati i lavori eseguiti in chiesa negli anni in cui fu pievano: ricordiamo la levigazione del pavimento della navata, i banchi nuovi, l’impianto di riscaldamento, l’elettrificazione delle campane ed altri interventi di manutenzione. In occasione dei suoi 50 anni di ordinazione sacerdotale dopo aver espresso riconoscenza al Signore, alla Madonna e a quanti lo hanno aiutato a svolgere il
servizio sacerdotale chiede perdono a Dio e ai fratelli se la sua corrispondenza alla vocazione non è stata generosa ed esprime «rincrescimento se non sempre per temperamento e per salute ho corrisposto alle aspettative della comunità che si è dimostrata comprensiva, cui ancora chiedo preghiere…». Don Alberto, grazie per quello che hai fatto per la nostra comunità, grazie per l’esempio di fedeltà, di bontà, di rettitudine costante e dignitosa e preghiamo il Signore che ti accolga nella sua pace e ti affidiamo alla tenerezza di Maria che, dopo tante prove ma anche tanto servizio, ti accolga fra le sue braccia.
... e a Roveredo in Piano di Sergio Gentilini
Nato il 12 luglio 1918 a Montona d’Istria da padre istriano, Stefano e da madre friulana, Maria, di Ranzano di Fontanafredda, viene battezzato a Parenzo dove poi inizia la sua esperienza giovanile nell’Azione Cattolica e matura la sua vocazione, incoraggiato anche dal vescovo mons. Raffaele Radossi. Dopo aver frequentato l’Università Cattolica a Milano (dal 1936 al 1943), laureandosi in Pedagogia, nel 1936 entra in Seminario a Udine dove (dopo il periodo militare dal ’41 al ’43) verrà ordinato Sacerdote il 7 luglio 1946 dall’arciv. Mons. Giuseppe Nogara (‘abbiamo visto – ha scritto Mario Grabar – un tal professor Alberto Semeja fare apostolato tra i banchi di scuola assai prima di indossare la veste talare’). Celebrata la sua prima Santa Messa a Ranzano nella chiesa di San Paolo apostolo, inizia il servizio pastorale a San Giovanni di Casarsa nel ’52 come vicario parrocchiale a San Nicolò; nel ’53 9
è a Marsure di Aviano quale collaboratore del defunto mons. Dino De Carlo, poi nel ’56 parroco di Dardago, e nel 1970 a Sant’Odorico di Sacile; nel 1975 è a Fanna come rettore del Santuario della Madonna di Strada fino al 1977, anno in cui viene destinato a Roveredo in Piano come collaboratore del parroco don Mario Del Bosco e poi del parroco don Ruggero Mazzega: vi resterà per 28 anni (quasi la metà della sua vita sacerdotale), un lungo servizio svolto con fede profonda, competenza e discrezione, silenziosa e paziente, dedicando ogni sua migliore energia alla comunità roveredana. Di carattere un po’ burbero e rude, e fors’anco tantino brontolone «per temperamento» ma sempre disponibile e attento, capace di gesti nobili e delicati è partecipe di ogni aspetto della vita pastorale e sociale di Roveredo, anche se assai poco incline ad ‘apparire’.
Grande folla per lui Il confessionale diventa la sua seconda casa, con i suoi libri di preghiera, l’amico breviario e il giornale (più d’uno) per trovarsi sempre aggiornato anche dei fatti meno salienti. Con assiduità si reca in visita agli ammalati, anche in ospedale, presente ad ogni funerale ed in ogni altra circostanza lieta e triste della comunità roveredana: suo grande rammarico in questi tempi (si confiderà) «la mancanza di ricerca di valori spirituali e anche umani, il diffuso egoismo e, per i battezzati, il poco impegno per conoscere le realtà cristiane e viverle con generosità». Esperto conoscitore del vecchio ceppo dei roveredani, cura con meticolosità l’anagrafe della parrocchia, prestandosi se richiesto anche a diverse ricerche d’archivio. Accoglie tutti sempre con affettuosa benevolenza, e con quella delicatezza e discrezione che lo contraddistinguono. Guarda ai giovani con paterna preoccupazione, per il loro diffuso disinteresse per ogni serio impegno per l’attività formative e sociali… senza una vera amicizia. Per l’omelia della Santa Messa si prepara con grande scrupolo, dal tono dimesso e sobrio, semplice ma preciso, l’andamento lento e pacato, come il suo caratteristico incedere, tra il frettoloso e il pensieroso: e per questo, amato molto specialmente dai più anziani (me lo confidava il defunto Marcellino) che lui sa
comprendere paternamente, con prudenza, e paziente amabilità. Poche le gioie, molte le ‘prove’: ricorda sempre con commozione la ‘sua natale terra istriana’: e l’incontro con la stretta di mano al Papa nel 1985 durante l’udienza concessa agli esuli giuliani e dalmati; e poi la festa per il suo 50° di sacerdozio nel 1996, festeggiato dall’intera comunità roveredana presente anche una folta delegazione di amici della grande Famiglia Parentina e del Circolo Norma Cossetto, che gli avevano donato ‘con gratitudine per il bene generosamente svolto’ una preziosa pergamena che nell’intestazione riporta il biblico «Justus ut palma florebit»; (per l’occasione nel suo ‘santino a ricordo’ aveva fatto scrivere «l’anima mia magnifica il Signore») gli era stata dedicata una pubblicazione e nell’intervista da me curata chiedeva «perdono a Dio e ai fratelli se la mia corrispondenza alla vocazione non è stata generosa!». Non solo ma per suo preciso desiderio «al posto di eventuali regali si partecipi invece alla tradizionale raccolta pro opere parrocchiali in
occasione della festività del Patrono San Bartolomeo». Festa che si era ripetuta nel 2001 con i molti suoi confratelli nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo a Roveredo in occasione del 55° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Negli ultimi anni della sua vita, colpito e afflitto da diversi affanni e difficoltà fisiche si decide per il ricovero nella casa di riposo per il clero a San Vito al Tagliamento, dove continua a manifestare il suo interesse per i roveredani (legge ogni volta d’un fiato La Voce di Roveredo), gratissimo sempre per ogni visita ricevuta, fin negli ultimi giorni quando si spegne serenamente: tra qualche mese, in luglio avrebbe compiuto 88 anni di età e celebrato il 60° di sacerdozio. Anche nelle esequie e nell’estremo suo viaggio, è stato accompagnato dalla comunità con l’affetto di sempre: ora riposa nella tomba di famiglia a Vigonovo di Fontanafredda. Siamo certi che il Signore lo ha accolto per ricompensarlo del bene compiuto, perché «preziosa è agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli», lui fedele servitore del Vangelo: in memoria aeterna erit iustus, recita ancora il biblico versetto, a lode e gloria, nella luce perpetua e nella visione beatifica del Creatore.
GRUPPO DI POLCENIGHESI NEL 1912. SI SONO RICONOSCIUTI MARCO BOSCO, GIUSEPPE DELLA TOFFOLA, ANTONIO COSMO, DOMENICO ZANOLIN E UMBERTO DEL SOLDÀ.
Lavoratori italiani
in Germania di Mario Cosmo
N el luglio 2004 è giunta al Comune di Polcenigo, da parte del Museo etnografico della Città di Bottrop, la richiesta di collaborare alla realizzazione di una mostra sui lavoratori italiani «tecnici e operai che hanno collaborato alla prosperità della Città di Bottrop a partire dal 1878»; mostra da loro programmata per maggio-luglio 2005. Alla richiesta era allegato un elenco di 69 nomi e cognomi di lavoratori di Polcenigo. Sono seguite due visite del curatore del Museo, signor Martin Walders, e della direttrice dell’Archivio di Stato Civile signora Heike Biskup; nella seconda, il 12 novembre 2004, hanno incontrato in municipio a Polcenigo discendenti di prima e seconda generazione degli emigranti compresi nell’elenco e preso in consegna del significativo materiale documentario. Hanno parlato in particolare con Corrado Zanolin, classe 1909, che ha rievocato la sua in-
fanzia a Bottrop dove ha frequentato la prima classe elementare (Corrado è morto l’anno scorso), Antonietta Bravin, moglie di Ciliano Dorigo, nipote di Giacomo Bravin col quale ha vissuto fino a 10 anni. Giacomo Bravin, classe 1883, andò a Bottrop per lavora-
Bottrop è una cittadina del Nord della Germania nella Ruhr, vicina ad Essen, nel land della Renania Westfalia, di circa 120.000 abitanti. È di formazione recente: nel 1840 contava circa 3.000 abitanti e successivamente si ingrandì con lo sviluppo dell’industria dell’estrazione di carbone: circa 8.000 nel 1880, il quadruplo nel 1904; nel 1919 aveva 72.000 abitanti. Dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale la città si riprese e superò i 100.000 abitanti; le attività economiche si diversificarono e dal 1950 al 1964 la popolazione impiegata nel settore minerario passò dal 53,4% al 32%. Tuttora l’attività di estrazione e stoccaggio
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re alla miniera Prosper. Dopo un lungo periodo in ospedale ritornò dalla moglie e dai figli, nel 1920, con una valigia piena di denaro e come un uomo apparentemente di successo; quando arrivò però il suo denaro, guadagnato con così duro lavoro, era solo «dena-
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Bottrop (Westfalia) del carbone rappresenta un ruolo importante nell’economia della città ma si sono sviluppate anche industrie chimiche, metallurgiche, alimentari, elettroniche e commerciali che creano ricchezza e stabilità. La città si è anche sviluppata culturalmente; ha musei e teatri ed organizza mostre, festival ecc. È una «città verde» perché più del 50% del territorio è rappresentato da boschi, spazi liberi e campi. Ci sono 124 sport club e si possono praticare tutti i tipi di sport.
ro giocattolo» a causa dell’inflazione: Antonietta ricorda di averci giocato con le amiche a Monopoli! Importante poi il contributo documentario messo a disposizione dei due ricercatori da Maria Carla Pezzutto, che ha fornito tra l’altro, la foto che è diventata il logo della Mostra. Nel febbraio 2005 la lista di lavoratori, grazie al lavoro di ricerca nel frattempo effettuato dal Museo, si è ampliata. Parte dal primo emigrante italiano censito nel 1817, Peter Borelli, un bracciante agricolo proveniente dal Piemonte e, per quanto riguarda i Comuni dell’attuale Regione Friuli Venezia Giulia, comprende circa 170 nominativi di Polcenigo ma anche 5 di Budoia,1 di Andreis, 2 di Aviano, 1 di Azzano Decimo, 4 di Barcis, 10 di Caneva, 1 di Cividale, 3 di Fanna, 1 di Gemona, 15 di Lauco, 7 di Ovaro, 2 di Pasian di Prato, 2 di Pordenone, 2 di Prato Carnico, 1 di Rivignano, 1 di Sacile, 1 di San Quirino, 1 di Tolmezzo, 1 di Travesio, 5 di Udine, 1 di Venzone; quindi, su 240 persone provenienti dai Comuni della Regione Friuli Venezia Giulia, circa i 3/4 provenivano da Polcenigo. La Mostra si articola in una prima sezione con temi diversi sviluppati su 15 cartelloni, formato 2,40 x 1,40 m, e un’altra sezione col vagone di un treno di terza classe del 1911 e l’interno di una baracca del 1950; a parte, pannelli illustrativi della Città di Bottrop e dell’attività di estrazione del carbone. L’accordo bilaterale tra Italia e Germania (Roma, dicembre 1955) per il reclutamento di manodopera ha offerto l’occasione della Mostra che però ha abbracciato un periodo molto più ampio, iniziando quindi all’epoca della prima industrializzazione, ai primi dell’800. Diversamente dalle numerose braccia reclutate nella Slesia settentrionale ed in Polonia, gli operai
italiani del XIX secolo dovettero conquistare con le proprie forze il mercato del lavoro tedesco. Specialisti nella costruzione di tunnel vennero presto accettati come costruttori di pozzi e gallerie, nelle prime profonde miniere di Bottrop. L’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale troncò improvvisamente questo flusso. La seconda sezione della Mostra tratta l’oscuro capitolo dei legami tra l’Italia fascista e la Ger-
mania nazionalsocialista, terminati con l’internamento militare e con il lavoro coatto per circa 600.000 militari. La terza sezione mostra il percorso di alcuni cittadini italiani a Bottrop che, dopo il 1955 e dopo un periodo di “scarso amore” da parte della popolazione locale, riuscirono, soprattutto nel campo della gastronomia, ad avviare numerosi esercizi di successo. Un arricchimento sociale e culturale
Emigrazione budoiese a Bottrop (Essen)
Ai polcenighesi si sono unite alcune persone del nostro Comune. Davide Busetti (n. 6/4/1869 – m. ?) di Giomaria di Giovanni e di Antonia Celant. Era il secondogenito di tre fratelli. Probabilmente del ramo dei Busetti di Santa Lucia. Valentino/Sante Puppin (n. 28/1/1882 – m. ?) di Budoia, terzogenito di Giuseppe di Valentino e di Maria Carlon. Apparteneva al ramo dei Putelate. 12
Angelo Signora (n. 27/8/1882 – m. ?). Non siamo riusciti ad individuarne le generalità. Potrebbe trattarsi del figlio di Giuseppe di Angel e di Luigia Carlon, nato il 22.10.1883, originario di Budoia. Inoltre, Giovanni Fort (n. 16/2/1870) e Gerardo De Fort (17/2/1869), di cui pure s’ignorano le generalità. Con ogni probabilità sono state errate le trascrizioni dei dati anagrafici da parte dell’ufficio emigrazione.
A SINISTRA. IN PIAZZA A POLCENIGO IN OCCASIONE DELLA VISITA DEI CURATORI DELLA MOSTRA IL 12 NOVEMBRE 2004 COL SINDACO DI POLCENIGO (QUARTO DA SINISTRA) CORRADO ZANOLIN (AL CENTRO), ANTONIETTA BRAVIN (AL CENTRO CON UN FOGLIO IN MANO), MARIA CARLA PEZZUTTO (QUARTA DA DESTRA) ED I CURATORI SIGNORI HEIKE BISKUP E MARTIN WALDERS (SECONDA E TERZO A DESTRA) ASSIEME AD ALCUNI COLLABORATORI. A DESTRA. IN MUNICIPIO A BOTTROP CON
L’INGRESSO STORICO DI UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI MINIERE DI CARBONE, LA «PROSPER II»
oggi difficilmente cancellabile. Nel luglio dello scorso 2005, nel periodo di apertura della Mostra (12 maggio-24 luglio), una delegazione di Polcenigo e della Comunità Montana si è recata a Bottrop ed ha potuto apprezzare l’iniziativa che quest’anno verrà riproposta, per quanto possibile, con il contributo della Regione e di «Friuli nel mondo», a Polcenigo dall’8 al 25 aprile nei locali dell’Ex Convento di San Giacomo.
Nell’unico cassetto del tavolino della camera dei nonni tra le ‘ciarte’più importanti della famiglia erano conservate poche fotografie. Quando il nonno Sante o la nonna Anna lo aprivano per necessità di consultazione, capitava che qualche volta io fossi presente e la mia curiosità era subito attratta da quelle immagini di color seppia che affrescavano il piccolo archivio di famiglia. Le risposte, per quanto ripetitive come quelle di chi ha fissato vividamente la memoria di una vita in poche luci di ricordi, arginavano le mie insistenti domande ma stimolavano fortemente la mia immaginazione. C’era una foto in particolare che mi affascinava più di altre. Ritraeva mio nonno nella posa dei diciott’anni quando emigrò in Germania per lavoro. Era datata 1901, il volto di un chiaroscuro tre quarti, lo sguardo di malinconica sicurezza ma fiero per l’austera eleganza con tre sigari nel taschino della giacca, quasi a rivendicare, per vizio di necessità, di vanità o di conquista di un primo benessere economico, il suo sentirsi uomo prima ancora di essere adulto. Ma c’era nell’esperienza dell’emigrazione di quegli anni la brusca accelerazione dei tempi che falsificava le apparenze dell’età e del carattere, graffiata dal duro lavoro e dalla nuova esperienza di vita, troppo lontana dal silenzio dei monti dardaghesi, troppo vicina per l’affanno della sopravvivenza. Lavorava in una fabbrica di
mattonelle di carbone ad Essen (o nelle sue vicinanze) in Westfalia; nel suo ricordare da adulto mi raccontava della vita e del lavoro, senza tralasciare i particolari più drammatici di alcuni incidenti capitati ai colleghi, emigranti come lui. Non indugiava nei dettagli per il gusto del macabro o la volontà di impressionarmi; era solo lo schiaffo del realismo che si faceva messaggio senza retorica su quanto la vita, per quanto dura, sia stata a conti fatti con lui benevola. Allo stesso modo mi parlava della guerra e dei compagni persi, delle scene raccapriccianti di morte e devastazione, di prigionia, di fame che sembrava non lasciare respiro. * Sono stato anch’io ad Essen, 20 anni fa. La casualità mi ha portato a dormire in un albergo della cittadina tedesca durante la mia visita ad una fiera a Düsseldorf. Quella domenica mattina, ricordo solo di aver giocato d’anticipo, sull’appuntamento con i colleghi, alzandomi un’ora prima per poter guardare un pezzetto di Essen risvegliarsi. Un mattino di chiaroscuro che ho potuto finalmente rivedere senza fare tante domande. VITTORIO JANNA TAVÀN RITRATTO DI SANTE JANNA TAVÀN (N. 4.7.1883, M. 28.10.1972), INVIATO A DARDAGO ALLA MAMMA LUIGIA, SCATTATO AD ESSEN (1901?) PRESSO LO STUDIO FOTOGRAFICO WINK (O WINKJ).
Essen: un ricordo di bambino
IL SINDACO PETER NOETZEL (SECONDO DA DESTRA).
Chaberton
Cesana, Claviere: in questi mesi abbiamo più volte sentito nominare queste località in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino. Molti anni fa, questi luoghi erano conosciuti dai Dardaghesi perché tanti compaesani vi lavoravano. Poi, una notte, improvvisa la tragedia.
una tragedia dardaghese di Luigi Zambon Pala
11 agosto 1934. Un urlo nella notte, un corpo che cade in un cunicolo aperto nel ventre della montagna, un cuore cessa di battere. Si concludeva la giovane vita di Zambon Luigi Pala. Una giovane vita, iniziata a Dardago 17 anni prima, terminava così, come si può ancora leggere oggi su una piccola tomba nel cimitero di Dardago, «a Cesena ( ma è errato, va letto Cesana) in tragico fatto», un paese lontano. E sì. Era mio zio, fratello di mio papà! No, non l’ho conosciuto. Ma ne porto il nome essendo nato qualche anno dopo. Allora si usava! Anche lui portava il nome di un suo zio, fratello di mio nonno! Ma questo, era morto vecchio! Mio padre era, allora, come capocantiere in Piemonte, impegnato nella realizzazione di importanti opere murarie di fortificazione lungo il confine con la Francia. Stava realizzando interventi di ri-
strutturazione del forte Chaberton. Sulla vetta di questa montagna che domina dai suoi 3130 metri tutta l’alta Val di Susa, una gigantesca opera di ingegneria militare aveva installato un articolato sistema di cannoni da marina. Si trattava di otto cannoni 149/35. L’espressione 149/35 vuol significare: diametro interno della bocca da fuoco 149 mm, lunghezza della bocca da fuoco pari a 35 volte il suddetto diametro cioè 5219 mm (149x35). In realtà, la lunghezza effettiva della bocca da fuoco fu portata a 5464 mm. I cannoni erano capaci, con una gittata di oltre 16000 metri, di colpire e distruggere tutta la conca di Briançon. Alla prova dei fatti, però, durante la breve guerra con la Francia, i potenti cannoni dello Chaberton furono subito messi fuori uso da pochi tiri dei mortai francesi! Quanto lavoro e quante tragedie inutili! Lungo i fianchi di questa montagna, a quota più bassa, so14
SOPRA DA SINISTRA: RINO ZAMBON PINÀL, VITTORIO ZAMBON PALA, BRUNO ZAMBON PALA. IN PIEDI DA SINISTRA: PIETRO ZAMBON PINÀL, GIROLAMO ZAMBON TARABÌN, ETTORE ZAMBON THAMPÈLA, UN MURATORE BERGAMASCO.
ACCANTO. L’IMMAGINE DEL GIOVANISSIMO LUIGI COSÌ COME I DARDAGHESI LO RICORDANO NEL CIMITERO DEL PAESE.
no state eseguite altre opere di fortificazione denominate batterie basse e batterie alte. Un intricato percorso in galleria collegava internamente il tutto. In pratica tutta la montagna, a partire da Cesana, che sta alla base, alla vetta, è un alveare unico. I lavori sono durati diversi anni. Mio padre per molti anni, fino al conflitto con la Francia, giugno 1940, ne ha seguito i lavori. All’inizio dei lavori sullo Chaberton, assieme a tanti altri compaesani di Dardago, mio padre arruolò nell’enorme cantiere che si andava configurando, anche il suo giovane fratello Luigi, diciassettenne. Immagino le raccomandazioni che avrà fatto la mia cara nonna Pierina al figlio Vittorio, di stare molto attento a Luigi, molto più giovane. Aveva la fama di essere uno scavezzacollo, molto esuberante e irrequieto. Volle infatti far parte della squadra che lavorava anche di notte. Avevano una piccola integrazione al magro salario. Ma una notte… Penso sia stato terribile per mio padre riportare il suo giovane fratello alla madre, a Dardago, entro quattro tavole di legno. Ancora dopo molti anni, ricordo e rivedo mia nonna, ritirata vicino alla lapide in cimitero, con il viso coperto dal fatholet, coprire e quasi voler nascondere il suo dolore. Piangere in silenzio...
Quando si nominava questo fatto, come a volerlo esorcizzare, mio padre cambiava sempre argomento. Confesso che anch’io avrei voluto conoscere altri dettagli su questa tragedia, ma non ho mai osato farlo per non turbare quella sofferenza interna che lo ha segnato per tutta la vita. Credo che ormai non ci siano più a Dardago superstiti che in qualche modo conoscano i fatti che ho narrato, ma se ci fossero, sarebbe per me una grande gioia poterne parlare. Alcuni anni fa sono salito sullo Chaberton. Non potevo farne a meno. Siamo saliti dal versante francese, meno impervio del lato italiano, ma pur sempre salita aspra e faticosa. Arrivati a Cesana, da Torino, si prosegue sino a Claviere. Attraversato il confine di Stato, si entra in Francia. Poco dopo si gira a destra, si parcheggia e si inizia, a piedi, la lunga salita che, in circa 4 ore di dura marcia e oltre 1500 metri di dislivello, si conclude sulla vetta del Monte Chaberton, (3130 metri). Panorama mozzafiato per 360 gradi. Di fronte a noi la Francia, alle nostre spalle l’Italia. La cima è costituita da un grande piazzale su cui brandeggiavano gli otto cannoni che, posizionati su otto torrette, da quella 15
eccezionale posizione hanno rappresentato una grave minaccia per tutta la zona di Briançon. La vetta è accessibile anche con adeguati mezzi meccanici come auto fuoristrada, moto da trial o, per i più coraggiosi, con mountain bike. Si tratta di percorrere circa 16 km e circa 2000 metri di dislivello! Località di partenza Fenils, vicino a Cesana. Strada orrenda, ripida e stretta. Gli ultimi tornanti sono talmente stretti che le macchine fuori strada, non potendo eseguire la rotazione completa della curva, debbono usare la tecnica del pendolo. Vuol dire percorrere, dei tratti alternati, in retromarcia, su paurosi baratri! Le otto torri sono ancora lì, malconce e melanconicamente disastrate, monumento all’imbecillità umana.
Rif. bibliografico: Edoardo Castellano, Distruggete lo Chaberton, Edizioni il Capitello Torino.
un «Amirino» dimenticato
Bepi de la Tina
Una affezionata lettrice ci ha fatto pervenire una sua nota con la quale desidera ricordare la figura del padre il cui nome appare nell’albo dell’AMIRA.
Ha colpito la mia attenzione ed il mio interesse l’articolo apparso su l’Artugna N. 98 pag.17 relativo all’Associazione AMIRA, Associazione Maitre Italiani Ristoranti Alberghi. Leggendo l’articolo è balzato vivido alla mia mente il ricordo di mio padre, Giuseppe Angelin, meglio conosciuto come Bepi de la Tina e mi sono chiesta: «Ma nessuno si ricorderà del mio papà?» Certo, stiamo parlando di quasi 30/40 anni fa e spesso il tempo cancella i ricordi, ma non ai suoi cari! Papà, classe 1908, è stato nel 1955 uno dei soci fondatori e probiviro di questa Associazione: il probiviro aveva il compito di tutelare il comportamento etico, morale e disciplinare di ogni socio. Nel 1975, in occasione dei vent’anni dalla fondazione dell’AMIRA, gli è stata riconosciuta una medaglia Premio Fedeltà come Socio Benemerito. Anche lui, come Pietro Vettor e tanti altri giovani dell’epoca, ha fatto lo stesso percorso di vita, qualche decennio prima però, esattamente negli anni ’30-’40. Ha lasciato giovanissimo il suo paese per andare prima a Trieste, poi a Venezia, Milano, successivamente in Svizzera, Inghilterra ed infine in Germania per fare apprendistato, perfezionarsi nel lavoro e acquisire quella esperienza e professionalità che gli avrebbero permesso poi di lavorare nei migliori e più rinomati ristoranti. 16
Infine l’arrivo e la sistemazione definitiva a Milano dove diresse ristoranti di fama internazionale frequentati dall’elite italiana e straniera. Un articolo apparso nel ’57 su una rivista di settore, così parlò di lui dopo aver enumerato tutti gli alberghi e ristoranti dove papà aveva prestato la sua opera: «…a questo invidiabile stato di servizio viene ad aggiungersi la sua personalità modesta e signorile nello stesso tempo, di indiscussa capacità, onesto e buono, meritandosi la sua giusta considerazione e stima da parte dei suoi superiori e dipendenti... Giuseppe Angelin, si può ben definire in senso comune un uomo che viene dalla gavetta». Questa mia precisazione solo per completezza di informazione e dovere di cronaca e anche perché sono sicura che anche papà sarebbe stato orgoglioso di essere ricordato, insieme a tanti suoi compaesani, come persona che ha fatto conoscere all’Italia e all’estero il valore e l’onestà nel lavoro dei friulani. Con lui ora sono ben sei le persone del nostro comune che all’interno dell’AMIRA hanno ricevuto un riconoscimento professionale ed esattamente, da Dardago: Pietro Vettor, Alfredo Zambon, Giancarlo Zambon, Luigi Zambon; da S. Lucia: Evaristo Busetti ed infine da Budoia: mio papà, Giuseppe Angelin. DONATELLA ANGELIN
Bianca, Paona, Volpe, Padovana... Cinquecento anni di nomi bovini di Carlo Zoldan
IMMAGINE D’ALTRI TEMPI. LA ROSSANDA BOCUS FRITH CON UN BEL ESEMPLARE BOVINO. (PROPRIETÀ DI VITTORIA SANTIN)
Il 14 novembre 1567, a Sacile nella Locanda del Bove – guarda caso! –, alla presenza di due testimoni, tra cui un ospite della stessa locanda, certo Giovanni Maria Maltempo, il nobile vicentino Giovanni Battista Del Monte, perfeziona un contratto di locazione 1, già stipulato il 24 giugno dello stesso anno, con ser Raynaldo Zanette originario di Fregona, vaccaro, e gli affida, per il periodo in cui lasciano la montagna, 40 bovini: 1 toro, 22 vacche, di cui 19 gravide, 12 manze, di
cui 5 gravide, 4 vitelle e un vitello di un anno. Nei contratti d’affitto, ma anche nelle compravendite nel XVI secolo compaiono spesso dei vaccari; erano evidentemente dei «professionisti» nell’accudire il bestiame che, dopo la smonticazione, doveva essere tenuto nelle stalle fino alla successiva monticazione. Da un’analisi approfondita dell’atto, si potrebbero ricavare molte notizie relative alle razze bovine, ai sistemi di allevamento, ai contratti di soccida, all’alpeggio...
Bianca, Paona, Volpe, Padovana...
Non ce lo permettono spazio e tempo ed anche la scarsa competenza in merito. Si può tuttavia tentare qualche considerazione. Osservando l’elenco degli animali balzano subito agli occhi alcuni tratti descrittivi di ognuno di essi: sesso, colore, nome, «stato civile», età... Vediamo così, ad esempio, che le vacche, ma anche le manze, sono per lo più gravide e questo denota subito l’abitudine, dettata del resto dalla necessità, di far partorire le vacche possibilmente durante l’inverno, nelle stalle, in modo da avere per il momento della monticazione tutti animali adulti o quantomeno autosufficienti. Il toro seguiva le vacche e le manze in montagna, ma queste erano già quasi tutte gravide alla partenza, in modo da essere pronte per partorire alla discesa dai monti, tra ottobre e gennaio – quelle nominate con data di nascita nel documento sono tutte di gennaio, zenèr – e ad essere di nuovo ingravidate prima della nuova monticazione 2. Il discorso sulla monticazione e sulle sue problematiche sarebbe lungo, ma, forse è preferibile, per questa volta, soffermarci sui colori e sui nomi degli animali nominati nel contratto. Colori tipici dei bovini più diffusi nelle nostre zone nei secoli passati: vacche
lòre, cioè screziate, rosse e bianche o nere e bianche; balzane, cioè con la parte inferiore delle zampe di colore bianco, con la balza; negre, nere; beretine, grigie; rosse, brune, chiare... Queste razze, come dice anche Antonio Maresio Bazolle, possidente agronomo bellunese dell’Ottocento, vanno scompa-
rendo proprio in quel periodo: «I bovini rossi, o screziati di rosso e nero, di rosso e bianco, o di nero e bianco – lòri – vanno sempre più scomparendo, e soltanto v’è qualche tolleranza per le vacche scure anche molto, balzane o lòre, perché sono queste ritenute più da latte che non le belle bigie»3.
Riportiamo per intero la parte in italiano del manoscritto, tralasciando tutta la prima e il formulario, che sono scritti in latino. Inoltre la pagina è rovinata dall’acqua e manca proprio l’ultima frase del protocollo; si riesce a leggere solamente tenor subsequitur, videlicet, segue il tenore [dell’elenco degli animali].
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NOTE 1. Il manoscritto si trova nell’Archivio di Stato di Pordenone: ASPN, b.897, f. 6247, p. 116r-v. 2. A. MARESIO BAZOLLE, Il possidente bellunese, Feltre, Comunità Montana Feltrina, Comune di Belluno, 1986, a cura di Daniela Perco, vol. I, p.160. 3. MARESIO BAZOLLE, Il possidente bellunese, vol. I, p.158. 4. Salvina, per il Pirona è nome proprio di vacca, ma in questo elenco verrebbe da pensare piuttosto ad un colore o ad una razza... Cfr. G.A. PIRONA, E. CARLETTI, G.B. CORGNALI, Il nuovo Pirona. Vocabolario Friulano, Udine, Società Filologica Friulana, 1979, ad vocem. 5. Lóra, variopinta, PIRONA, CARLETTI, CORGNALI, Il nuovo Pirona, ad vocem.
PAGINA ACCANTO. L’ALLEVAMENTO BOVINO NELLE NOSTRE MONTAGNE: IN MALGA VAL, PRA’ DE BISE E AL COL DE LE PALSE.
Per quanto riguarda i nomi, si può dire che già all’epoca del nostro contratto, se ne trovano che si rifanno al colore, al carattere, al comportamento, all’origine, all’estetica dell’animale: Bianca, Volpe, Boccarda, Padovana, Donzella, Belladonna, Bellacoda... Siamo nel periodo in cui per gli uomini si vanno consolidando i
cognomi, molti dei quali, guarda caso, seguono lo stesso percorso dei nomi o soprannomi degli animali: di provenienza, relativi al comportamento e al carattere, ai difetti fisici... ma questo è un altro discorso. Per gli animali i nomi sono rimasti gli stessi nei secoli e per noi ora è anche piacevole constatare
Un toro una vacca rossa (...) [bia]nca ditta la Bella coda, piena, di età d’anni 9 una vacca bianca ditta la Bella donna, piena, di età d’anni 9 una vacca rossa con il fronte bianco et meza la coda ditta la Signora, piena, d’anni 7 una vacca rossa ma chiara ditta la Ridonda, piena, di anni 9 una vacca rossa ditta il Rossignuol, piena, d’anni 9 una vacca salvina 4 che tra al brun ditta la Brugnola, non piena, de anni 9 una vacca bianca tutta ditta l’Armellin, piena, de anni 8 una vacca rossa ditta la Subia, piena, de anni 6 una vacca chiara con il fronte bianco ditta la Boccarda, piena, de anni 6 una vacca chiara senza segno ditta la Pepola, piena, de anni 9 una vacca rossa ditta la Svizera, non piena, d’anni 6 una vacca chiara ditta la Padovana, piena, de anni 5 una vacca lora ditta la Sforada, piena, de anni 4 una vacca rossa ditta il Falcon, piena, de anni 4 una vacca chiara ditta la Paona, piena, de anni 5 una vacca bruna ditta la Scura, piena, de anni 4 una vacca lora5, cioè bianca e negra ditta la Bianca, piena, d’anni 4 a questo zenèr una vacca bianca o sia chiara ditta la Rizza, piena, de anni 3 a questo zenèr una vacca negra con il fronte bianco ditta la Mascara, non piena, de anni 3 a questo zenèr
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che nel Cinquecento già circolavano più o meno quelli di oggi; nomi famigliari, che ci fanno scaturire piacevoli ricordi e che ci danno qualche notizia in più sulla storia e il modo di vivere della nostra gente contadina.
una vacca rossa che tra al brun ditta la Perla, non piena, de anni 3 a questo zenèr una vacca rossa con stella in fronte e balzana ditta Balzana, piena, d’anni 4 a zenèr una vacca scura ditta la Pellosa, piena, de anni 4 ut supra una manza negra ditta la Mora, piena, de anni 3 a zenèr ut supra una manza berettina ditta la Turca, piena, de anni 3 una manza negra con coda bianca ditta la Merla, piena, de anni 3 una manza rossa ditta la Donzella, piena de anni 3 una manza lora, cioè bianca e rossa ditta la Fantina, piena, d’anni 3 una manza rossa tra al chiaro con stella in fronte ditta Rossa, non piena, de anni 3 una manza negra con stella in fronte ditta la Ciliga, de anni 2 a questo zenèr una manza negra con poca stella in fronte ditta la Bergamina de anni 2 una manza negra con la coda bianca ditta la Ferrarese, de anni 2 una manza negra ditta la Volpe de anni 2 una manza lora, cioè rossa e bianca ditta la Segnada, de anni 2 una manza rossa chiara con stella in fronte ditta il Marchetto, de anni 2 vedelle de uno anno n.o 4 vedelli de uno anno n.o 1.
Mio nonno Pasqualino Zambon Canta è nato e ha trascorso tutta la sua giovinezza a Dardago, dove anch’io ho trascorso vacanze indimenticabili. Sembra che Dardago, protetto dalle sue montagne, sia riuscito a fermare il tempo e a mantenere le sue caratteristiche originarie evitando la contaminazione della «modernità». Il vostro giornale l’Artugna, al quale faccio i miei più vivi complimenti, arriva puntualmente nella nostra casa portando il profumo dei luoghi cari, delle vecchie case e delle antiche tradizioni. I vostri servizi, sempre suggestivi e originali, mi hanno suggerito di inviarvi l’articolo allegato che il quotidiano di Varese «La Prealpina» in data 3 marzo 2006, ha voluto dedicare proprio al mio caro nonno Pasqualino, in occasione del trentesimo anno di dialisi:
trattamento indispensabile alla sua sopravvivenza. La causa della sua malattia sono state le gravi ferite subite durante un rastrellamento dei tedeschi, nel lontano 1944, avvenuto proprio sui monti della Val Granda vicino Dardago. La pubblicazione di questa inserzione, sono certa, susciterà vecchi e cari ricordi e un piacevole interesse fra i suoi coetanei e tutti coloro che l’hanno conosciuto. È stato ammirevole il suo impegno nel restaurare la sua amata casa paterna, spinto dal desiderio di ritornarci per trascorrere qualche breve vacanza in quei luoghi che l’hanno visto giovane e sano, spensierato e felice. Sono sicura che questa mia idea farà molto piacere anche al mio amatissimo nonno Pasqualino che proprio quest’anno a Pasqua il 16 aprile 2006 compirà il suo 79° compleanno. SARA ZAMBON
DIALIZZATO DA TRENT’ANNI
Una vita
sul ring
Nel el centro dializzati dell’ospedale cittadino è stato soprannominato «Roccia». In effetti, Pasqualino Zambon ha raggiunto un traguardo che non avrebbe mai pensato di tagliare: trent’anni di dialisi. Convive con un rene artificiale dal febbraio del 1976. Un «compleanno» importante, che ha voluto festeggiare con tutto il reparto: vincendo la stanchezza che si porta dietro per i suoi 78 anni, si è presentato con un gran sorriso stampato in volto, distribuendo cioccolatini ai conoscenti e al personale medico. Tre decenni di dialisi sono un caso raro, forse l’unico in Italia. Non che il saronnese non abbia mai subito complicazioni, ma è riuscito sempre a superarle, sfidando testardamente quello stesso macchinario che lo tiene in vita. Il rene artificiale ha la funzione di purificare il sangue: dopo il procedimento, che dura circa quattro ore, si accusano spossatezza e talvolta malori. La storia di Pasqualino Zambon inizia nel lontano 1944, quando a sedici anni fu colpito ad una gamba da una raffica di mitragliatrice, nel corso di un rastrellamento dei tedeschi in Friuli. «Stavo andando in montagna per portare da mangiare ai miei fratelli che si erano nascosti», ricorda: «Purtroppo ho perso molto sangue e devo aver subito un’infezione alle ferite, perché da allora ho continuato a sentirmi sempre più debole, anche dopo essere guarito». Diagnosticatagli la glomerulo nefrite, una perdita di albumina e glomeruli nel sangue, riuscì a convivere con la cronicità della malattia fino a 48 anni, quando le sue condizioni divennero gravi per altissimi livelli di azotemia.
PASQUALINO ZAMBON INSIEME AL FIGLIO FRANCESCO E AI NIPOTI SARA E MARCO.
Mariuccia Frey Zambon Ad un anno dalla sua scomparsa, due foto per ricordarla a tutti quanti noi che l’abbiamo conosciuta. La prima è stata scattata in Svizzera il giorno del fidanzamento col futuro marito Ferruccio Pinàl; testimoni tutti gli altri dardaghesi che in quel periodo lavoravano al famoso Palace Hotel di Gstaad. La seconda invece la raffigura, 55 anni dopo, bisnonna felice con figlia, nipote e, appunto, pro-nipote. ROBERTO ZAMBON PINÀL (VATICANO)
3 AGOSTO 1948 ALL’OLDEN BAR DI GSTAAD (SVIZZERA); DA SINISTRA A DESTRA: COSTANTE ZAMBON PINÀL, MARIO ZAMBON ITE, ANGELO RIGO BARTHAN, FERRUCCIO ZAMBON TARABIN, FERRUCCIO ZAMBON PINÀL, ELPIDIO BOCUS CIUTI, SAURO VETTOR MUCI, DUE RAGAZZE SVIZZERE SCONOSCIUTE E MARIA FREY.
VACCIAGO (NO) NELL’AGOSTO 2003; MARIUCCIA FREY ZAMBON CON LA FIGLIA ANGELA ZAMBON, LA NIPOTE VALENTINA GASTALDI E LA PRONIPOTE GIORGIA ZANDONELLA.
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STEFANO DI MARIA
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Cominciata la dialisi all’ospedale di circolo di Varese, si cercò una soluzione per evitare di dover fare continuamente la spola da Saronno e, grazie all’intervento di un medico che prese a cuore il suo caso, Zambon riuscì ad ottenere un rene artificiale al domicilio, a patto che ci fosse qualcuno in grado di assisterlo. Quel qualcuno fu il figlio diciottenne Francesco, che per aiutare il padre – facendosi carico di una grossa responsabilità – non esitò ad eseguire il trattamento in una stanza allestita nell’appartamento dove abitavano. «Non ha mai sbagliato a infilare gli aghi», dice orgoglioso Pasqualino. «Non ha mai commesso errori che abbiano compromesso la mia vita. Del resto, per due mesi mi aveva accompagnato all’ospedale di Varese osservando attentamente come si svolgevano le procedure per imparare». Quando fu finalmente aperto un centro dialisi all’ospedale di Saronno, che dipendeva dal nosocomio di Bollate e successivamente passato sotto la direzione di quello di Busto Arsizio, fu un sollievo per tutta la famiglia Zambon. Finalmente c’era una struttura – pur priva di personale medico – dove potersi sottoporre alla dialisi a cinque minuti di auto da casa. «Se sono riuscito a restare in vita», afferma il saronnese, «è merito dei progressi della medicina, ma io e mia moglie vogliamo esprimere i nostri più sinceri ringraziamenti ai medici e paramedici che in tutti questi anni mi hanno seguito e aiutato». Che cosa prova mentre si appresta a sottoporsi alla dialisi? «È come se salissi sul ring», risponde Pasqualino. Ogni volta, vista la sua età avanzata, esce dall’incontro di boxe a pezzi, ma sempre stringendo fra le mani una medaglia.
Dardago, commosso, ha accolto solennemente le spoglie mortali del suo caro fante Guido Bocus, deceduto il 20 ottobre 1944, in Germania durante un bombardamento aereo.
Rientro in Patria di
Guido Bocus di Daniele Pellissetti
La popolazione della ridente località della nostra Pedemontana, lunedì 26 dicembre 2005, giorno di Santo Stefano, si è raccolta nella chiesa parrocchiale con una mesta e significativa cerimonia, allietata con canti natalizi e il canto dell’Ave Maria di Bepi De Marzi eseguiti dal Coro parrocchiale, per rendere doveroso omaggio alle spoglie mortali del C.M. Fante Guido Bocus, caduto a seguito del bombardamento aereo del 20 ottobre 1944 sul campo di prigionia di Brebach – Saar (Germania). Una delegazione dell’Associazione Fanti d’Arresto col proprio
Labaro rendeva gli Onori militari, accompagnata dal Presidente Remigio Siri, dai Generali S. Tantulli, P. Maccagnano e da un folto gruppo di fanti in congedo. Erano anche presenti il Gonfalone del Comune di Budoia, il C.te della Stazione CC. di Polcenigo, M.llo Aiutante Claudio Zambon con il Vice C.te Dino Rapazzo, la Bandiera dell’Ass. del Fante, una rappresentanza dell’Ass. Bersaglieri di Budoia e Dardago, la Bandiera dell’Ass. Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra con la Presidente Julia Marchi e la Segretaria Vally Cum, il Vessillo del1
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l’Ass. Ex Deportati Politici ed il Vessillo dei Donatori di Sangue di Dardago. Partecipavano anche i Gagliardetti e le rappresentanze degli Alpini dei Gruppi di Budoia, Milano-Crescenzago, Aviano e Vallenoncello, mentre l’organizzazione della cerimonia era curata dal Delegato di Zona Mario Povoledo ed accompagnata dal Trombettiere Pasut Bruno. Le spoglie mortali di Guido Bocus raccolte in una cassetta erano state collocate davanti all’altare nella chiesa che lo aveva visto bambino e nella quale si era spo2
sato. Quattro Fanti d’Arresto schierati ai lati del piccolo feretro avvolto nel Tricolore vegliavano le spoglie del Caduto. Durante la Santa Messa, Don Adel ricordava l’aspetto doloroso del distacco del giovane Guido costretto a lasciare la moglie e il figlio ancora in fasce per rispondere al dovere. Ricordava le tante tensioni ancora esistenti nel mondo, causa di simili sofferenze. Prendeva poi la parola il Sindaco di Budoia, Antonio Zambon che, con grande sensibilità, tracciava il percorso della vita militare di Guido Bocus, classe 1911, il quale, arruolato nel 74° Rgt. Fanteria, aveva svolto il Servizio Militare nel 1932 a Pola. Il 74° formava col 73° Rgt. la Brigata Lombardia, nella quale tanti friulani hanno servito nel dopoguerra nella zona di Arzene. Guido Bocus, partecipò quale valoroso combattente nella campagna d’Etiopia nel 1935-36. Rientrato in Patria, si sposò nel gennaio del 1941. Qualche giorno dopo dovette partire per il fronte e non potè essere presente quando nacque il figlio Angelo nel settembre dello stesso anno. Guido ebbe, per pochi giorni, la gioia di conoscere il figlio nel febbraio del 1943. Dopo il fronte francese, il trasferimento nei Balcani, dove combatté fino in Montenegro e qui lo colse l’8 settembre. Fatto prigioniero venne deportato in Germania
e internato dividendo la sorte di altri 600.000 italiani. Poi l’epilogo con la tragica fine. Nel dopoguerra, la vedova si trasferiva a Milano per poter lavorare e crescere dignitosamente il figlio: una vicenda simile a tante nel nostro Friuli. Infine, il figlio ottiene il rientro del padre attraverso il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra. Il Sindaco Zambon concludeva auspicando un futuro di pace e comprensione tra i popoli. Successivamente, prendeva la parola il Col. dott. Mario Ponte, Reduce di Russia, che ricordava il senso del dovere dei militari italiani che combatterono nei vari fronti in condizioni difficilissime, coerenti il proprio giuramento di fedeltà. La preghiera del Caduto, letta dalla Presidente Julia Marchi, Orfana di Guerra, concludeva la cerimonia mentre gli squilli del «Silenzio» penetravano nei cuori dei presenti. Ma certamente quegli squilli diventavano come un saluto di bentornato a casa a Guido Bocus che, al termine di tante sofferenze, poteva ricevere l’onore di essere nuovamente nella sua terra, circondato dall’amore della propria famiglia e dal rispetto della propria comunità, riconoscente verso un figlio della loro terra che aveva pagato il prezzo alla storia anche per loro. Si formava quindi il corteo e la piccola bara, preceduta dalla Presidente Julia Marchi che reggeva un cuscino con le 3
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decorazioni, veniva portata a spalla da 4 Fanti d’Arresto fino al Cimitero di Dardago, dove veniva tumulata in attesa di potersi ricongiungere per sempre con la fedele sposa che l’aveva atteso per tutta la vita. Una storia che può apparire d’altri tempi ed invece è realtà d’oggi, che ci ha fatto rivivere la terribile esperienza della guerra da cui è tuttavia germogliato un esempio di come l’amore può comunque riuscire a mantenere vivo in una famiglia il ricordo del proprio caro, senza dimenticarlo, fino a poterlo infine spiritualmente riabbracciare. Questi sentimenti così veri e così solidi costituiscono un esempio dal quale i giovani possono trarre una preziosa testimonianza per le loro scelte future.
FOTO 1. VESSILLI E LABARI RENDONO OMAGGIO ALLE SPOGLIE MORTALI DI GUIDO BOCUS. FOTO 2. DON ADEL BENEDICE LA CASSETTA AVVOLTA NEL TRICOLORE. FOTO 3. IL SINDACO ANTONIO ZAMBON CONSEGNA IL TRICOLORE ALLA VEDOVA ED AL FIGLIO DI GUIDO BOCUS. FOTO 4. IN CORTEO, CIRCONDATO DALL'AMORE E DAL RISPETTO DI TUTTA LA SUA COMUNITÀ, GUIDO BOCUS VIENE ACCOMPAGNATO AL PICCOLO E ORDINATO CIMITERO DOVE POTRÀ RIPOSARE NELLA SUA TERRA.
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STORIA E LEGGENDA DI UN’ANTICA DIVINITÀ
Le Agane I racconti delle genti di montagna sono popolati da figure un po’ particolari, fanciulle dall’aspetto spesso ferino, dal volto aggraziato ma con piedi di capra, capaci di ammaliare come di punire: sono le Agane, spesso considerate semplici creature dell’immaginario popolare (se non dei veri e propri «personaggi da favola») ma in verità divinità dall’origine remotissima. Le Agane si possono infatti considerare le equivalenti celtiche delle Ninfe greche e romane, che erano divinità che abitavano boschi e sorgenti, tanto che anche a Polcenigo vi è una collina che porta il loro nome. Esse appaiono menzionate in diverse iscrizioni di epoca romana, tra cui particolarmente importante è quella relativa ad una sorta di ex-voto trovata a Galliano, in provincia di Como, presso Cantù, che cita «Niger Tertullius Severus Matronis et Adganais V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito)» (traducibile letteralmente in «meritatamente, Tertullio Severo detto il Moro ha esaudito volentieri il voto promesso alle Matrone e alle Agane»), in cui un certo Tertullio Severo ringrazia per «grazia ricevuta» le Matrone e le Agane, che dunque sono
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fatte oggetto di preghiera alla stregua di vere e proprie divinità. Si noti inoltre che qui le Agane vengono accomunate alle Matrone, note divinità femminili la cui venerazione è molto sentita in tutti i territori celtici, e che vanno connesse con un culto pre-indoeuropeo della Dea Madre. In altre iscrizioni, è menzionato anche Jupiter Agganaicus (Adceneicus), termine di origine celtica che significa «relativo alle Agane», associando in tal modo la più importante divinità del pantheon classico, ossia Giove (Jupiter) alle Agane stesse. Per quel che riguarda la radice del nome, non si sono trovate convincenti etimologie, anche se probabilmente il significato primo è quello di «acqua», come principale espressione della potenza generatrice e rinnovatrice della Natura. La loro venerazione si mantenne viva durante l’Impero romano e perdurò ben oltre il tramonto del mondo classico, tanto che la Chiesa tentò in ogni modo di avversarne il culto, ad esempio punendo coloro che venivano scoperti a portar cibi ed altre offerte presso certe fonti sacre, o, in maniera più raffinata, associandone l’immagine a quella di demoni e streghe, così da
ridurre la credenza in queste divinità a mera superstizione. Gli effetti di questa azione sono visibili ancor oggi, visto che le Agane, ancor quando il ricordo non è del tutto scomparso, sono considerate al più spauracchio per bambini, e vengono accanitamente ridicolizzate persino da ampi settori della «cultura ufficiale». Per il resto, in varie altre parti d’Europa si nota la presenza di figure del tutto simili. Ad esempio nel Paese Basco è diffusa la credenza nelle Lamiak (Lamiñak) sono descritte come donne bellissime ma che camminano su piedi di capra. Queste creature vivrebbero secondo la tradizione, analogamente alla Agane, in luoghi impervi, nei pressi di fonti e di dirupi, eviterebbero il contatto con gli umani ma all’occorrenza non mancherebbero di sedurre i viandanti per poi farli annegare o precipitare dai dirupi. Questo carattere duplice (bellezza/pericolo) non riconducibile alla morale corrente, che è tipico delle Lamiak come delle Agane, è senz’altro segno del carattere arcaico e pre-cristiano della credenza in queste creature. MARCO MORETTI, SILVIA MALNIS E MAURO FRACAS
Le Anguane «L’immaginario folklorico budoiese è popolato da esseri mitici che meritano attenzione ed ulteriori ricerche per tentare di delineare l’origine delle nostre genti, legata soprattutto al periodo preromano, poiché è risaputo che la gran parte delle tradizioni del vecchio continente affonda le proprie radici nella preistoria…»
In tel Bus de le Anguane e dhó a Fontana ’na volta l’era una busa de aga fonda e dentro l’era le anguane. Le era fémene che no le feva del mal; le viveva in te l’aga, come le sirene, ma le aveva i piés de ciara e i ciavei longi. Le aveva ancia fioi e un dì un de ’sti fioi el s’à perdùt in tel bosc de Fontana. Ciamina, ciamina ’l era rivat vithin de ’na ciasa de Buduoia.
Sò mare, desperada, l’é rivada fin a le prime ciase e i lo clamava: «Turi Buri! Turi Buri!». ’Sto canai ’l à sentùt che i lo clamava e ’l à dit: «Oh! Senti! Mama mia clama me!». Al é s’ciampat via e al é coret da sò mare. AGOSTINO CARLON N.C.* In località «Bus de le Anguane» vivevano un tempo nell’acqua delle donne con lunghi capelli e piedi di capra che avevano con sé anche dei figli.
Tratto da: Racconti Popolari Friulani di Elvia e Renato Appi, Umberto Sanson, Magda e Vittorina Carlon, Società Filologica Friulana (1971) 1999.
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Un tuffo sulla neve
finlandese di Andrea Rui
D iciamocelo, sono un grande appassionato della neve! Lo scambio culturale proposto da «Montagna Leader» nell’ambito del progetto «Improve» era assolutamente un’occasione da non sprecare… e così, con altri 8 ragazzi sono partito dall’aeroporto «Marco Polo» di Venezia per Haapavesi, cittadina nel nord della Finlandia, a circa 100 km dal circolo polare artico. La prima sorpresa, in Finlandia, fu la temperatura! E sì, tutti noi eravamo partiti con l’idea di trovare temperature abbastanza rigide, della serie circa 20 °C sotto zero, ma a Helsinki la temperatura era solo di 3 °C sotto lo 0. Dopo un perfetto atterraggio sulla pista ghiacciata del piccolo aeroporto di Oulu, abbiamo incontrato la nostra prima accompagnatrice finlandese: Elina con la quale abbiamo scoperto di avere una conoscenza in comune: il nostro Sindaco Antonio Zambon. Quanto è piccolo il mondo! Dopo circa due
ore di viaggio tra la foresta e paesaggi che sembravano mozzafiato, alle 23 circa siamo arrivati alla nostra destinazione: la scuola superiore di Haapavesi. Qui siamo stati accolti da un’altra allegra compagnia di ragazzi: erano i nostri compagni di viaggio finlandesi. Il giorno successivo siamo stati svegliati da alcuni fiocchi di neve che placidamente scendevano assieme ad un vento gelido, ma la temperatura non voleva abbassarsi. Il programma del giorno prevedeva di andare a cucinare prodotti tipici in mezzo alla foresta: questo perché il progetto «Improve» prevede uno sviluppo tra le aziende che operano nel settore alimentare e a far scoprire ai giovani dei due Paesi gli aspetti culinari, ma non solo, più importanti. Mentre un pulmino ci portava verso il luogo scelto per cucinare, il buio stava lasciando spazio ad un po’ di luce che ci ha permesso per la prima volta di ammirare le bellezze paesaggisti25
che. La nostra destinazione erano delle capanne di legno costruite proprio in mezzo alla foresta dove gli unici suoni che si sentivano erano le nostre vivaci voci e il canto del vento tra gli alberi. Tra una battaglia a palle di neve e qualche improvvisato incontro amichevole di wrestling tra ragazzi e ragazze di entrambi i Paesi, in due orette il pasto era pronto: l’attesa per mettere qualcosa di caldo sotto i denti era giustificata. Tutti i piatti, cucinati da noi ragazzi con la supervisione paziente di qualche adulto, erano squisiti! Dopo aver gustato il sostanzioso pranzo, abbiamo avuto subito la possibilità di smaltirlo: il ritorno alla scuola non era in pulmino, bensì su delle slitte. E così, i baldi ragazzi italiani si sono caricati le ragazze finlandesi sulle slitte e via tutti a spingere il più forte possibile, ma poco dopo la metà del tragitto la spavalderia dei valorosi italiani ha lasciato il posto alla fatica e all’inesperienza, tanto che con la scusa di provare l’emozione di farsi portare su una slitta le parti ragazzi – ragazze si sono invertite più volte. Una volta arrivati, un vicino allevamento di cavalli ci ha dato la possibilità di cavalcare e di essere trainati su degli slittini: il divertimento è stato assicurato e per chi, come me, saliva per la prima volta su un cavallo, è stata l’occasione di provare un’emozione nuova e particolare. Malgrado fossero più o meno le 5 del pomeriggio quando siamo ritornati nella scuola, Markus ci ha avvisato di prepararci alla cena… Eh sì! Lì è abitudine mangiare molto presto alla sera e poi fare uno spuntino prima di andare a letto. Così, con l’idea di non mangiare tanto, ci siamo trovati nella mensa della scuola dove le cuoche (studentesse, visto che si può definire quella scuola come un nostro istituto alberghiero) ci avevano preparato una cena regale… da leccarsi i baffi! Altra sorpresa alla fine della cena: i nostri amici finlandesi ci hanno portato in una sauna! Questa, co-
struita vicino ad un lago, aveva, oltre agli spogliatoi e alla sauna vera e propria, un salotto dove poter chiacchierare e stare in compagnia. Così, dopo la sauna, i ragazzi hanno trovato il coraggio di provare la «specialità» del luogo: una toccata e fuga dentro il lago ghiacciato! Una bella buca circolare scavata nello strato del ghiaccio che ricopriva gelosamente le acque dolci del lago con una scala che portava verso il fondo e che permetteva un’immersione completa… Esperienza emozionante! Non contenti, su consiglio dei finlandesi, invece di rituffarci nel lago, alla seconda uscita dalla calda sauna, ci siamo rotolati nella neve fresca: da brividi! Devo dire che se entrare nell’acqua del lago possa sembrare più difficile a livello psicologico, da un punto di vista di sensazioni invece è meglio: questo perché l’acqua non si attacca al corpo e graffia la pelle come fa la neve! Dopo un’ora
il nostro viaggio, seguito da soffici fiocchi di neve, di circa 250 km, abbiamo fatto tappa a Saarijärvi, dove ospiti di un panificio abbiamo avuto la possibilità di cucinare altre specialità locali e anche di cucinare noi stessi delle crostate e delle buone torte, simili a quelle delle nostre nonne. E bisogna dirlo, il tutto è stato veramente gradito. Una volta arrivati al nostro «campeggio» e conosciuto la nostra seconda guida finlandese, Leena, ci siamo resi conto di essere veramente in paradiso! Infatti, definire quel luogo «campeggio» è riduttivo: a fianco delle strutture di uso comune, come la reception, il ristorante e altre che abbiamo scoperto successivamente, rigorosamente in legno, gli ospiti erano alloggiati in comode casupole tipiche, anch’esse in legno, il tutto nello splendore della foresta innevata! E dopo la cena servita all’ora dell’english tea, abbiamo avuto giusto il tempo di sistemare i
di quelle che possono sembrare pazzie, abbiamo lasciato spazio alle ragazze. Una volta ricomposto il gruppo per intero, il risultato è stato tanto divertimento e una rigenerazione del corpo dopo la sauna. Il nostro terzo giorno di viaggio prevedeva il trasferimento del gruppo in un «campeggio» situato nella regione dei laghi, a circa un’ora di strada da Jyväskulä, il centro più importante nelle vicinanze. Durante
bagagli nelle stanze prima di rituffarci in una serata sport, sauna, spuntino e divertimento. Infatti, a fianco della reception c’era una palestra con i fiocchi, dove una partita a basket, Finlandia – Italia, senza esclusione di colpi ha avuto luogo. E mentre la serata scorreva veloce tra le solite salsicce e i giochi che i ragazzi finlandesi ci insegnavano, la voglia di restare in Finlandia era sempre più forte. 26
Il quarto giorno ci ha permesso di scoprire altre strutture del «campeggio» che ci ospitava. Dopo la colazione due gentili ragazze dell’«EVS» (European Voluntary Service) ci hanno accudito durante tutta la mattinata mentre dipingevamo delle magliette, che ognuno di noi ora gelosamente custodisce nel proprio armadio come uno dei ricordi di questo viaggio! La vena artistica era molta, tanto che l’ora di pranzo era arrivata in un batter d’occhio. E il programma del pomeriggio sembrava dovesse far volare ancora più velocemente il tempo… e così è stato! Dopo aver accettato l’idea di dover rinunciare a una seduta di pesca su ghiaccio, sempre per colpa del sottile strato che non garantiva le necessarie sicurezze, gli animatori del «campeggio» ci hanno dato degli slittini e delle ciaspore e tutti insieme siamo partiti per una scampagnata in mezzo al bosco, inseguiti da una giornalista che ci riprendeva nelle nostre peripezie e si faceva quattro risate con le nostre battute! Dopo circa mezz’oretta di cammino, sfiorati dai rami pendenti dal peso della neve dei pini, abbiamo scoperto a cosa servivano gli slittini. La guida ci aveva condotto a una pista fatta apposta per slittini: un’ora di peripezie indicibili è passata come fosse un minuto. Al ritorno, in una delle sale conferenze noi ragazzi italiani abbiamo illustrato i nostri paesi dove abitiamo con le loro caratteristiche e bellezze. Il quinto giorno era dedicato ad un’escursione a Jyväskulä. Qui siamo stati liberi di girare il piccolo centro (basti pensare che Helsinki, la capitale è la città più popolosa della Finlandia, con le sue periferie raggiunge solo 600 mila abitanti), durante la mattina. Il pranzo era previsto in un ristorante e, nonostante l’opinione comune fosse di voler mangiare specialità finlandesi, i nostri accompagnatori ci hanno condotto in un locale rinomato in città ma dove c’erano specialità di tutto il mondo tranne che finlandesi! E così io mi sono mangiato un buon piatto
arabo e Leena una pizza italianissima, solo che molto più grande delle nostre e, a detta di chi l’ha assaggiata, non proprio gustosa come quelle che i nostri pizzaioli sanno fare! Il pomeriggio è passato veloce tra la visita allo spaccio di una ditta di dolciumi, e ad un centro commerciale, dove ci siamo potuti rendere conto di come la Finlandia e la Scandinavia in generale siano molto care… Il ritorno alla nostra base tra i boschi è stato seguito da uno spettacolo che penso mi ricorderò per sempre: le nuvole avevano lasciato il posto all’azzurro del cielo limpido, intervallato da quelle che noi definiremo nuvole a «pecorelle», e all’ora del tramonto la natura ha mostrato di essere un’artista senza pari. Il rosso vivo del sole si scagliava sulle innocenti nuvolette emozionandole a tal punto che sembravano tanti batuffoli di cotone rossi e arancioni, il tutto sullo sfondo dei laghi ghiacciati e dei boschi bianchi.
illuminati da candele e dal fuoco del camino. E come abitudine, i ragazzi ci hanno portato in una sauna in una capanna vicina. Questa era una sauna vecchio tipo, con caldaia a legna e, bisogna dirlo, se i giorni precedenti non abbiamo sentito bruciare la pelle, qui è successo quasi per tutto il tempo, soprattutto quando un ragazzo finlandese ha avuto la brillante idea di farci provare quella che diceva una «swedish sauna» (ci raccontava che la differenza è che gli svedesi stanno meno dentro ma con temperature più alte, mentre i finlandesi stanno più tempo dentro ma con temperature più basse), tanto che i rotolamenti nella neve si sono moltiplicati quella sera e si riusciva a stare fermi all’aria aperta con circa 6-7 °C sotto zero nudi per più di dieci minuti senza sentire minimamente freddo! Dopo la sauna e le solite salsicce, ci siamo ritrovati di nuovo tutti assieme in questa ca-
L’ultimo giorno siamo partiti subito dopo colazione per l’aeroporto di Jyväskulä, anche se la voglia di tornare in patria era nulla! Ad Helsinki il nostro amico Markus ci ha portato per le vie del centro. Dal quindicesimo piano di un palazzo abbiamo potuto ammirare la città, il suo porto ed un altro fantastico tramonto: le scaglie dorate dei raggi del sole si riflettevano luccicanti sul mare placido che bagna la città. Il viaggio di ritorno fu abbastanza tormentato da diversi intoppi. E così, con una mattina di ritardo, si è concluso il mio viaggio in una terra fantastica… terra che conoscevo solo attraverso i libri e i videogiochi di rally e che sicuramente ci tenevo a visitare. Posso inoltre dire che è stato uno dei miei viaggi più belli, anche se ogni parte del mondo ti sa regalare emozioni uniche e sempre diverse… emozioni che spero di avervi trasmesso in questo mio racconto…
Anche se diverso, uno spettacolo simile di colori, che ti regala emozioni così forti, l’ho vissuto solo nel deserto, dove al tramonto tutto si colora di rosa a perdita d’occhio! Incredibile! La sera, dopo la solita cena consumata presto, è stato forse uno dei momenti più emozionanti, visto che era la sera dei saluti. Il mattino successivo ci aspettava il viaggio di ritorno… Ci siamo ritrovati tutti in una capanna di pescatori,
panna di pescatori a scrivere su dei foglietti i nostri commenti e dediche ai nostri compagni di viaggio e ad aprire i regali che i ragazzi finlandesi ci avevano comprato! Veramente un bel gesto! E dopo questa bella serata, ragazzi e ragazze ci siamo ritrovati nella stanza di noi uomini che, da bravi mediterranei, abbiamo dato una piccola festa di saluto… molto gradita anche dai finlandesi!
ANDREA CON GLI AMICI DURANTE
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LE SUE AVVENTURE IN FILANDIA
Dardàc de ’na volta Yolanda e le sue poesie Così ci ha scritto Yolanda Rigo, sorella di Ida Rigo, che i lettori de l’Artugna hanno già conosciuto leggendo alcuni suoi momenti di vita negli scorsi numeri.
Mi rivolgo a voi per una cosa che mi sta a cuore, visto la mia età e la salute malferma. Mi chiamo Rigo Yolanda e sono nata in Francia, il 17 Agosto 1922, da Isidoro Rigo Moreàl e da Andreana Busetti Caporàl, entrambi da Dardago. Ho vissuto e lavorato in Francia e Svizzera negli anni difficili della guerra e del dopoguerra. Ora vivo a Sacile da parecchi anni, vicino alle mie quattro sorelle. Ho un ricordo sempre vivo dei miei nonni, Luigi Busetti Caporàl e Santa Del Maschio presso i quali passavo le vacanze nella loro vecchia casa. Per me sono stati i più bei momenti della mia infanzia e giovinezza. Da mia nonna ho imparato tante cose, il dialetto e il modo di vivere di quel tempo. Io osservavo, ascoltavo e scrivevo su un quaderno gli usi e costumi della gente di Dardago. Poi la vita, il lavoro, le difficoltà e la malattia mi hanno assorbita in tanti modi e luoghi diversi. Ma c’era sempre un punto fermo nella mia mente che mi ridava coraggio. Erano sempre vivi i miei ricordi di Dardago, dove sognavo di ritornare stabilmente un giorno non lontano. Ma i sogni e i desideri non sempre si avverano! Ora sono vecchia e ammalata. Non posso camminare se non sostenuta, ho le spalle immobilizzate da un male invadente. Con la mano destra
riesco ancora a scrivere con fatica perché voglio che i ricordi lontani, scritti da me non vadano perduti o dispersi dopo la mia morte. Sono vedova da molti anni, non ho figli. Ma numerosi nipoti e pronipoti, anche stranieri, tutti rivolti verso le tecnologie d’avanguardia, nuovi «dei» di quest’epoca così povera di valori e vuota di buon senso. Nessuno di loro si interessa ai ricordi, scritti in dialetto poi, delle vecchie zie come me! Così ho deciso di inviare a l’Artugna queste pagine del tempo che fu, prima che vadano distrutte, alimentando qualche panevin di paese.
El Dardac de ’na volta
Ains passadi
Me nona la filava sentada n ’tel ciantòn, me nono al pareciava i venc par un thestòn. ’Ntel foghèr brusava un bel thoc de talpòn, le bore le ciantava de sot al padelòn le ciastegne s’clopava e le savea da bon. Me nona destudava al so vecio lampiòn, al foghèr ’l bastava pa’ dise le rathiòn, dopo la me contava la storia del ladròn che de not ’l robava le pite e i pitòn.
El Dardac de ’na volta no se lo desmèntia mai, a chei dòvins che i ne scolta i lo conte come sai… Col ruiàl dòngia le strade co’ i so murs duti de crode co’ le panòle poiàde sul piòl de lenc de le ciase co’ i portons de ciastignèr pi veci de i veci sentadi la sera intor al foghèr. No l’era tanta bondanthia, i dòvins i dheva lontan su pa ’l Belgio o pa’ la Frantha pa ’vè da magnà doman. Duti no i saveva liède ma i saveva lavorà a dì a passòn co’ le fede poc s’impara e tant se vede.
Al fus ’l se fermava, col ciàf de picolòn me nona la palsàva le man ’ntel palegrèn.
Chei che i ’veva un toc de ciamp, co’ pi sass che tera bona, i tociava sudà tant pa’ tò su qualche panòla.
Me nono intorgolava le mantie del thestòn e dopo ’l tabacava co’ un gran fatholetòn.
Co’ doe vacie ’ntel stale pa ’vè late e formai bon, quatro fede pa ’vè lana da fà gucie e cialthetòn
De fora i ciaminava, passava un caretòn me nono ’l me contava che ’l era un diavolòn.
doe, tre pite pa’ i vòf, drio la ciasa un toc de ort le famèe le se rangiava ma i comprava poc de nof.
I bupàt i ciantava drio ’l nostre portòn el foc se consumava e mi ciapàve ’l siòn
Brave l’era chele femene col fatholet scur su pal ciaf sempre vestide de negre col sial de lana incrosat le sapàva, le moldèva e le dheva ancia ’ntel bosc, co’ la rocca e la gorleta le filava tanta lana, cialthe e gucie che le feva l’era cialde e le durava.
me nona me sgorlava: «Su… ’l è ora che dòn».
Co’ le forfe e le gusele l’era bone a fà de dhut ancia a fà le s’ciampinèle coi ricami sul velùt. Le levava bonoreta
LA SANTA LUTHOLA ZAMBON INTANT CHE LA CURA LA RADICIA CHE ’L À ’NTEL PALEGREN. AI SO PIES, LE PITE LE MAGNA CHELA MANCO BÒNA CHE ’L À TRAT VIA.
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pa’ tò l’aga a la fontana le portava al thampedòn co chei bei seci de ran che i parèa de oro bon sempre lustri dhut l’an. Quan che le fede le tornava coi cian e i mus da la mont dhuti i canàis i spetava e saludava i barbons. Se la Neta la passava co’ la mussa e ’l caretin co’ doi tre schei la ne dava un bon pon e un mandarin. Ma me nona me cridava: «Tin i schei ’ntel tacuìn, la polenta brustolada no’ la costa e la fà bin». E me agna me clamava: «Vin cà, màgna un bocón la polenta ’l è sartada e ’l formai ’l è de chel bon». Se duiava su la strada sentha le pure d’uncuoi e la mussa se fermava quan che la vedea i fioi. Me vin in ment tanti nomi che me nona la savea: l’Armellina del Plevàn e la Santa Caporala, chei de Luthol, de Bavàn, chei de Thisa, chei de Pala, Ciampaner e Sartorel, chei de Jana, de Zambon, chei de Cusssol, de Carlon, de Colus e de Vetor Caporal e Moreàl. Chei de Frith e de Pinàl de Tesser e Tarabin chei de Sclofa e tanti altres. Ma tant temp ’l è passàt e Dardàc ’l è cambiàt ma me torna sempre in ment chel de tanti ains fa. ’N tel Dardac de ’na volta ’l era tanta brava dhent e chei dòvins che i ne scolta i à da tìgnelo in a ment!
L’angolo della poesia Al nostro Castello
Al mio paese
Caro e piccolo bel paese alle falde delle montagne friulane, ricordo di pace, di gioia e di tristezza. Castello: vedo in te i sogni miei perduti vane le promesse al chiaro di luna. Rivedo! Il campanile della tua chiesa, la gente si affolla alla preghiera; la piazza deserta e silenziosa le strade son di ghiaia e ben pulite. Gli Amici! Mi guardano con simpatia: sanno un po’ i miei segreti conoscono la storia del mio cuore, Castello sei per me il vero amore…
Dedico a te questa modesta poesia con tutto il cuore dell’anima mia. Nella tua terra ci sono nata ora, lontana, mi sento onorata. Ricordo i giorni della fanciulezza, anni di gioia e di spensieratezza ti penso tanto con immenso ardore perché m’hai dato il primo amore. Scordar non posso tanto m’è vivo quello che ho perso è là nel Divino. Tu sei un paese di tante chiese belle: alti i campanili son tra le stelle. Il tuo passato rivive nella storia di uomini dotti, insigniti di gloria, di uva abbondi, di grano d’oro della tavola sei tu il dono. MARIA D’ANDREA
MARIA D’ANDREA
Il Padre Nostro par «furlan» Durante un mio pellegrinaggio a Gerusalemme ho visitato, tra l’altro, la basilica del Sacro Cuore. Nella basilica, tutte le pareti perimetrali sono rivestite con pannellature di piastrelle di maiolica sulle quali è riprodotto il «Padre Nostro» in quasi tutte le lingue del mondo. Tra le quali il «Furlan». Non nascondo l’emozione che ho provato quando ho fatto questa scoperta. Gerusalemme è già tutta un’emozione. La basilica del Sacro Cuore, più confidenzialmente detta la «Chiesa del Padre Nostro», è stata ricostruita alla fine del 1800 sulle rovine di una chiesa ben più antica, edificata sul luogo in cui Gesù insegnò agli apostoli la preghiera con cui noi, figli, possiamo rivolgerci al Padre che sta nei cieli. Oggi è mèta di moltissimi pellegrini e ognuno va alla ricerca del «suo» Padre Nostro.
IL PADRE NOSTRO NELLA VERSIONE FRIULANA, COSÌ COME È ESPOSTO NELLA BASILICA DEL SACRO CUORE IN GERUSALEMME, E NELLA VERSIONE DARDAGHESE, PUBBLICATA NELLA COPERTINA DEL N. 74 DE L’ARTUGNA.
LUIGI ZAMBON PALA
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Triste è la notizia giuntaci in queste ore: padre Rito Luigi Cosmo ha raggiunto la Casa del Padre. Questa pagina era già predisposta per un suo articolo, che – come sempre – egli inviava con affetto, perché si sentiva parte integrante della nostra comunità.
A lui riserveremo maggior spazio nel prossimo numero.
Padre Rito
un amico de l’Artugna Si è spenta una voce, una delle più affezionate, delle più sincere tra quelle dei nostri collaboratori. Preciso e puntuale si faceva sentire con le sue riflessioni sulla società d’oggi che comparava a quella del suo tempo, tempo di sacrifici, di difficoltà, tempo della
sua infanzia, della giovinezza, dell’affetto dei suoi cari, del suo vivere semplice ma profondamente intriso di valori cristiani. Si rivolgeva ai nostri lettori nominando persone e figure che emergevano vive dai suoi ricordi. Così anche alla fine dei suoi giorni ter-
reni la voce ha continuato a denunciare le conseguenze del benessere, del superfluo, della banalità. Lo ricorderemo anche per la sua presenza assidua alle importanti manifestazioni de l’Artugna, pronto a trasferire in rima le sue forti emozioni. LA REDAZIONE
La Menega de la Santissima Credo opportuno raccontare questo episodio, perché dimostra quanta fede avevano i nostri vecchi nella loro semplicità. Menega Marcandella era, con suo marito, custode e sacrestana della chiesa-santuario della Santissima a Coltura, alle sorgenti del fiume Livenza. Non so che relazioni ci fossero tra lei e la nostra famiglia (mio papà era di Coltura) ma quando andavamo al santuario (generalmente l’ultima domenica del mese) a piedi da Santa Lucia, andavamo a trovarla. Era usanza andare dalle famiglie dei paesi vicini a raccogliere offerte per Pasqua (uova) e, a fine ottobre, vino. I prodotti venivano poi venduti e l’incasso serviva come offerta per i lavori di manutenzione. Naturalmente un bicchiere di vino veniva facilmente offerto, ma la somma di tanti goti si può capire dove finiva. Più di una volta il buon uomo fu portato a casa ubriaco. 31
La buona Menega logicamente non era contenta di questo e una volta scese in chiesa, davanti all’altare e chiese grazie, facendo una promessa: «Pìtost che cussì, me lo reméne par dhuta la vita». Il Signore l’ascoltò e poco dopo il marito rimase paralitico. Lei per parecchi anni «se lo remenò» sul letto e in cucina con tanto affetto. Abbiamo oggi il coraggio di chiedere «grazie» di questo genere al Signore? Stiamo già vedendo le conseguenze (specialmente nei giovani) di questo «benessere». Non c’è tempo per andare a Messa alla domenica, perché siamo stanchi delle nottate in discoteca e con i bicchierini di troppo non vediamo i paracarri, che non si muovono. Le cronache locali ogni lunedì mattina parlano spesso di queste «sviste». PADRE RITO LUIGI COSMO
UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI
Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.
’N te la vetrina
UN ALLEGRO GRUPPO DI GIOVANI BUDOIESI A MEZZOMONTE. È IL 17 GENNAIO 1954, SAGRA DE SANT’ANTONE. DIETRO, DA SINISTRA: SEVERINO CARLON BROLO, GIGI BOCUS PASQUA, ANGELO VARNIER COCA, LILIANA PUPPIN PUTELATE, PIERO BURIGANA SPINEL, ALBANO RIZZO. DAVANTI: EMILIO PUPPIN PUTELATE, CORRADO VARNIER COCA, GENNARO ZAMBON, ANDREA CARLON BROLO, MARIANGELA VARNIER COCA, GINO CARLON ROS. (TESTO E FOTO DI LILIANA PUPPIN)
EMIGRAZIONE IN FRANCIA. NEL 1936, GIUSEPPE ZAMBON AVEVA PORTATO CON SÉ LA FAMIGLIA. CON LUI, NELLA FOTO, I FIGLI INES ED ILARIO. (PROPRIETÀ DI INES ZAMBON PUPPIN)
1959. I COSCRITTI DEL 1909 S’INCONTRANO PER FESTEGGIARE I LORO 50 ANNI. DIETRO, DA SINISTRA: TINA CARLON FRUSTOL, TERESINA CARLON FAVRE, LIBERALE CARLON, GIUSEPPE PILOT, ANTONIO ANDREAZZA, GIOBATTA DEL ZOTTO. ALL’ESTREMA SINISTRA, APPENA VISIBILE È CARMELA DEL ZOTTO. DAVANTI, DA SINISTRA: GIOSUÈ PANIZZUT CON FAUSTO PUPPIN PUTELATE. (PROPRIETÀ DI INES ZAMBON PUPPIN)
VICENZA, 1912 LEONE BURIGANA CIAMPANÈR, CLASSE 1879, FOTOGRAFATO CON LA FAMIGLIA A VICENZA DOVE LAVORAVA. LA MOGLIE IRENE ZAMBON (1881) TIENE IN BRACCIO GIUSEPPE (BEPIN CIAMPANÈR) NATO IL 30 NOVEMBRE 1911. IN PIEDI LE DUE FIGLIE: A SINISTRA IRMA (1904), A DESTRA VINCENZA (1906).
NEL RETRO DELLA FOTO È SCRITTO: 1965, 50 ANNI, COMUNE DI BUDOIA A SAN TOMÈ. DA SINISTRA A DESTRA: (?), GUERRINO ZAMBON LUTHOL, ANGELO DEL MASCHIO MOS’CION, (?). SECONDA FILA: MAESTRO UMBERTO SANSON, BRUNO ZAMBON PALA. TERZA FILA: GUERRINO PANIZZUT CUTHO, (?), PIETRO RIGO COLUS, DANILO ZAMBON GLIR, MARIO BUSETTI CAPORAL, DON ALBERTO SEMEJA, UMBERTO ANDREAZZA, MARIO BOCUS FRITH. QUARTA FILA (ACCOSCIATI): MAESTRO ARMANDO DEL MASCHIO, MAESTRO VINCENZO BESA, (?).
INIZIO ANNI ’30. SCOLARI DARDAGHESI NATI NEGLI ANNI 1921/22/23. IN ALTO, DA SINISTRA: ESPERIA BOCUS, LAURA CARLON SCOPIO, VITTORIA ZAMBON SLOFA, MARIA ?, LUIGI BOCUS, ?, LUIGI ZAMBON MOMOLETI, FERRUCCIO ZAMBON TARABIN, SILVIO ZAMBON COLUS, NANDO RIGO MOREAL, ?, CARLO BASSO. AL CENTRO, DA SINISTRA: MARIA ZAMBON, ANNA BASSO, ANNA ZAMBON PETOL, MARIA GEROMIN, GEMMA BUSETTI CAPORAL, GAETANO BUSETTI CAPORAL, ANGELO ? , BENITO ZAMBON MARESCIAL, MARIO ZAMBON NONTHOLO, CORNELIO ZAMBON MARIN, ENRICO ZAMBON, GIGETTO ?, BRUNO PIOL. IN BASSO, DA SINISTRA: FLORA ZAMBON CUCOLA, AUGUSTA ?, TEA BOCUS CON UN BAMBINO IN BRACCIO, GIOVANNINA?, LIDIA ?, MAESTRA POLETTO, GEMELLE BASSO, LIDIA BASTIANELLO, BRUNA, ANGELA, ROSINA ZAMBON MAO. (TESTO E FOTO DI CORNELIO ZAMBON MARIN)
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Il gruppo
M eta della più recente trasferta del gruppo Artugna è stata la città di Monaco, in Germania. La partenza, essendo fissata come il solito in tarda notte, ci ha permesso di fare tappa di prima mattina al campo di concentramento di Dachau. La visita al lager nazista si è rivelata assai interessante dal punto di vista storico, ma agghiacciante emotivamente. Infatti la visione dei forni crematori, dei dormitori, della camera a gas, nonché la spiegazione dei terribili esperimenti che venivano effettuati sugli internati fa riflettere, specialmente ora che qualcuno ha ancora il coraggio di sostene-
Artugna e la trasferta a Monaco
SOPRA. SULLA SCALINATA ALL’ESTERNO DELLA CHIESA DI SANT’ANDREA DOPO AVER CANTATO LA MESSA. A DESTRA. I CANTI DELL’ARTUGNA RALLEGRANO LA FESTA DI CARNEVALE PRESSO LA PARROCCHA DI SANT’ANDREA.
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re che l’olocausto non sia mai avvenuto. Successivamente ci siamo recati a Monaco: qui abbiamo pranzato e conosciuto don Franco, che ci ha guidato nella visita del Duomo di Monaco, dove per alcuni anni l’attuale Papa Benedetto XVI è stato Cardinale. La città di Monaco ci ha presentato la sua piazza principale con la famosa torre campanaria che allo scoccare delle ore 12 si esibisce con i suoi personaggi danzanti. Inoltre abbiamo avuto l’opportunità di gustare la speciale birra tedesca prodotta nel birrificio «Hofbräuhaus», famoso per la sua grandezza. Don Franco, il nostro ospite, appartiene all’ordine degli Scalabriniani e, come il suo fondatore, si dedica all’integrazione con la popolazione tedesca delle varie etnie presenti nella parrocchia di Sant’Andrea, in passato composta solo da emigranti italiani. Dopo averlo salutato ci siamo sistemati in hotel, per poi ripartire alla volta della nostra esibizione. Nell’oratorio della comunità abbiamo intrattenuto con danze e canti bambini e anziani del luogo che stavano festeggiando il carnevale, portando gioia e allegria. Lo spettacolo è stato coinvolgente per i ragazzi presenti, ma anche gli adulti hanno partecipato con entusiasmo alla nostra esibizione.
La cena si è tenuta in un ristorante friulano, dove abbiamo degustato specialità… calabresi! La mattina seguente abbiamo allietato la Messa, celebrata da don Franco, assieme al coro locale. Dopo la cerimonia ci siamo esibiti con alcuni balli del nostro repertorio sul sagrato della chiesa. Lungo la strada del ritorno abbiamo ammirato stupendi paesaggi alpini imbiancati dalla neve e, tra l’altro, abbiamo potuto intravedere il castello di Ludovico II sul Chiemsee e il Nido dell’Aquila, dimora tra i monti dove Hitler e i suoi fedelissimi presero tragiche decisioni. Per pranzo ci siamo fermati a Salisburgo, la splendida città natale di Mozart. Nelle due ore a nostra disposizione abbiamo passeggiato nella città vecchia, dove abbiamo visto la piazza del Duomo, la Residenza, la casa dove nacque Mozart, le vie con i negozietti tipici e il fiume Salzach, che come Salisburgo deve il nome al sale, che in passato ha costituito la fortuna della città e dei suoi principi. È giunto velocemente il momento di ripartire, non prima di aver gustato la mitica Sacher, torta tradizionale del luogo, e comprato i cioccolatini di Mozart. SARA VITA, MARINA CARLON, MICHELA DE MARCO
CAMBIO ALLA GUIDA ARTISTICA DEL COLLIS CHORUS
Assicurata la continuità
Il tradizionale concerto paesano del 26 dicembre scorso ha rappresentato l’ultima esibizione da direttore del sottoscritto. Un cambio alla guida artistica del gruppo dopo cinque anni illuminati principalmente dai «colori» del gospel e dalle «preghiere» dello spiritual. Un grazie personale a tutti coloro che hanno condiviso il gruppo durante i miei anni di direzione; un’altalena di soddisfazioni, collaborazioni, progetti, incomprensioni, idee, sorprese, delusioni, conferme, abbandoni e «new entry»; colori chiaro-scuri, che tramite pregi e difetti degli attori in campo, hanno testimoniato una importante vitalità associativa del nostro paese, ed hanno permesso di festeggiare il nostro diciottesimo anno di attività corale. Da «maggiorenni», speriamo di poter continuare a divertirci in armonia, facendo risuonare la nostra voce sempre al meglio 35
per suscitare in chi ci ascolta quegli applausi che costituiscono il premio di tutti i nostri sforzi. Un grazie a chi, molti anni fa, ha creato dal nulla questa realtà, che nel corso degli anni ha costituito un importante riferimento per molti paesani ed ha anche dato vita ad altre realtà musicali in un paese piccolo come il nostro. Un grazie al mio successore che ha accettato la sfida del futuro ed al quale assicuro tutto il mio impegno da presidente a favore dell’associazione, nella quale ho sempre creduto e continuo a credere. Un grazie a coloro che ci hanno fin qui seguito ed aiutato con la speranza che continuino a farlo ed a tutti voi lettori de l’Artugna un invito a provare l’emozione di cantare con noi. IL PRESIDENTE ROBERTO CAUZ
Panevin 2006 Vorrei raccontare a tutti i lettori del periodico l’Artugna come grandi e piccoli del paese di Dardago sono riusciti anche quest’anno, scherzando, ma anche lavorando, a fare lo splendido panevin. Il gruppo si è ritrovato la mattina del 4 gennaio 2006 in via Rivetta presso un prato dei fratelli Vettor Cariola, luogo scelto per il panevin. Il gruppo si è diviso in due per raccogliere le ramaglie. Io ero con Matteo e Marco Bocus, Flavio Zambon, Massimo Zardo, Alberto Lorenzini e Bruno Zambon ed ero la «fotografa». Matteo guidava il trattore e gli altri caricavano le ramaglie. Fatto un bel carico, eravamo pronti per avviarci a scaricarlo ma nella strada campestre al di là dell’Artugna c’era un forte avvallamento e, siccome il carico era abbondante, il carro ebbe una scossa e parte del carico si rovesciò trascinando con sé Marco Bocus. Per fortuna non si è fatto niente; subito gli chiesi se mi
poteva fare un replay perché non ero riuscita a fargli una foto. Tutti erano un po’ arrabbiati per il carico perso ma anche divertiti per quello che era accaduto e per la battuta che io avevo fatto. L’altro gruppo aveva raccolto altre ramaglie. Ritrovati nel prato di via Rivetta dopo il punto della situazione, fatto da Gigi Basso, soprannominato da tutti «il capo», ci siamo messi a mangiare pane, salame e formaggio e a bere un bel bicchiere di vino, gli adulti, ed aranciata, i giovani. Il giorno dopo ci siamo ritrovati, e siamo partiti per andare a prendere altre ramaglie. Questa volta, però, a caricare spine e rami è stato un trattore con un’apposita benna. Massimo, da Castello, intanto aveva cominciato a costruire il panevin con il suo mezzo meccanico. Massimo Zardo e i ragazzi erano andati a tagliare un albero con dell’edera, per metterlo sulla sommità del panevin. Una volta portato sul posto, Massimo, col suo
mezzo, lo mise sulla cima del panevin. Come ogni anno tutti, poi, si sono riuniti davanti al panevin per le foto ricordo. Ci siamo dati appuntamento il pomeriggio per i ritocchi finali quali la pulizia del prato, la sistemazione dei tavoli per le vivande e dei fari per illuminare la serata. Gigi Basso e Marco Lachin sono saliti sul panevin per sistemarlo, mentre gli altri pulivano i rami e le foglie rimaste intorno. Poi si prepararono i tavoli e le luci, venne scattata la foto finale con il panevin finalmente terminato. Non erano ancora le 20.00 e già della gente stava arrivando. Don Adel, verso le 20.15, arrivò per dare la solenne benedizione al falò; decise di aspettare qualche minuto prima di benedirlo perché molta gente stava arrivando. Data la benedizione, il panevin fece un po’ fatica ad accendersi. Alcune donne, aiutate anche da Pietro Janna, hanno intonato le tradizionali litanie dei Santi. La popolazione di Dardago ed anche dei paesi vicini anche quest’anno ha partecipato numerosa, ed ha potuto gustare le prelibatezze che venivano offerte, fra cui un ottimo brulé preparato da Bruno Zambon. Un tempo gli anziani, osservando la direzione del fumo del panevin cercavano di indovinare come sarebbe andato l’anno agricolo e quest’anno dovrebbe essere un anno molto favorevole. Io e tutto il gruppo ringraziamo le persone che hanno partecipato all’accensione, sia di Dardago che non. Un po’ mi è dispiaciuto che sia finito tutto, perché siamo stati un gruppo unito che scherzava ma anche che discuteva e ragionava per la miglior riuscita del panevin; comunque di una cosa sono certa: anche l’anno prossimo saremo pronti per farne un altro e ancora più bello. All’anno prossimo! FRANCESCA ROMANA ZAMBON
RUGGERO ZAMBON
Girolamo Zambon Pétol Caro nonno Momi, l’ 8 marzo sei volato in cielo vicino al «Bon Dio», noi ti ringraziamo per il grande affetto e amore che ci hai dato, resterai per sempre nei nostri cuori. I TUOI NIPOTI MARTA, EDOARDO, SIMONE MILANO – MESTRE
l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Cara zia, ora non vedrai più il tuo giardino diventar verde a primavera. In quel giardino, che tanto hai amato, più non vedrai sbocciare i fiori. La morte ha chiamato, la tua vita è fuggita. Il tempo dei dolori e degli affanni è passato. Un po’ di storia di paese, di parrocchia, di famiglia è scomparsa con te. Il nostro ‘grazie’ è assai poco se penso all’intenso tuo lavoro e al fecondo amore che hai saputo donarci. Ora dalla finestra del fogher la tua mano non saluterà più i miei passi e il tuo sorriso non rallegrerà più il mio cuore. Ciò che io, che noi abbiamo perso non lo sapremo mai.
Lasciano un grande vuoto...
Cunegonda Zambon
Gianni Zambon Il giorno 19 febbraio Gianni Zambon ci ha lasciati per raggiungere la Casa del Padre. Avrebbe a breve compiuto 42 anni e da circa 16 sopportava con serenità e coraggio una lunga malattia. Tutti noi ricordiamo la sua gioia nel tornare a Dardago, ogni estate dalla Francia, e il suo calore nel ritrovarvi i «vecchi amici». L’ultima volta era stato nel 1990 e ancora una volta Gianni aveva saputo comunicarci il suo entusiasmo per le iniziative sportive e le manifestazioni locali programmate in occasione della Sagra per la Madonna d’Agosto. Da ragazzo semplice e disponibile Gianni aveva fatto parte del Coro dell’Artugna, sotto la guida di don Perin e ne era orgoglioso. Ciao Gianni, gli amici ti ringraziano con affetto e faranno tesoro del tuo coraggioso esempio.
GIANNI, ALLA SINISTRA DI DON GIOVANNI, AGLI INIZI DEGLI ANNI ’70 AD
I GENITORI
UN DARDAGOSTO.
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Cronaca
Cronaca Cronaca a cura di Marta Zambon
CFD, thena ’nte le scóle
Sabato 5 novembre 2005 presso le ex scuole elementari di Dardago il CFD da organizzato la cena annuale tra i suoi collaboratori e non solo. Numerose, infatti, sono state le persone – di altre associazioni del paese – che hanno «risposto» positivamente all’invito degli organizzatori. Una serata per stare insieme, per confrontarsi per ribadire – ancora una volta – l’importanza del «contributo» che ognuno di noi può dare per le varie iniziative in favore del paese. Come, ad esempio, in occasione delle feste natalizie gli auguri «luminosi» del CFD e dell’AFDS si univano agli addobbi del campanile e della piazza per rendere ancor più suggestiva l’atmosfera natalizia.
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Nadhal in platha
...e la piazza di Dardago è stata adornata per le festività grazie alla buona volontà di Doria, Francesca, Genny, Lisa e Marcella che hanno cercato di ottenere il massimo effetto con quello che il Comune ha messo loro a disposizione. L’effetto è stato fantastico! Ben cinque pini addobbati con fiocchi e luci hanno brillato per tutta la durata delle feste natalizie dando luminosità ed una sensazione di allegria a tutta la piazza.
SOS pa’ l’Altarol de Tomè
Ha avuto successo l’iniziativa lanciata da «Insieme Vocale Elastico», in collaborazione con l’Artugna, per la sensibilizzazione a favore del restauro dell’Altarol de Tomè, il 29 dicembre. In tale occasione, la chiesa parrocchiale di Santa Lucia era gremita di gente, richiamata dalle splendide voci e dalle note musicali del gruppo diretto da Fabrizio Fucile. L’antico segno di devozione popolare, titolato alla Mater Doloris, rinnova l’appello per la sua salvaguardia a chiunque abbia a cuore la storia religiosa e culturale del paese e, quindi, la propria identità. Rinnoviamo l’augurio che l’impegno di tutti trovi l’entusiasmo della collaborazione.
DAL MONUMENTO IL FANTE SEMBRA AMMONIRCI: «DALLO SCORSO DICEMBRE LA COLONNA È STATA DIVELTA E, DA ALLORA, NECESSITA DI MANUTENZIONE. PER FAVORE SISTEMATELA. SE POTESSI... LO FAREI IO!».
Vandali a Dardàc
«A Natale bisogna tutti essere un po’ più buoni!…»: è un detto che purtroppo non tutti osservano. Non viene certo osservato da quel trio di ragazzi e ragazzini che durante le feste di Natale si sono divertiti a spaccare la colonnina posta a recinzione del monumento nella piazza di Dardago. Quelle colonnine sono state divelte più volte in questi ultimi anni. Una volta il massimo divertimento tra i giovani era duià a campanon in piazza; poi, alle generazioni successive piaceva passare ore a chiacchierare e scherzare con gli amici sulle panchine o sul «muretto»; ora sembra che il massimo divertimento si ottenga rompendo, distruggendo, spaccando la roba (degli altri, naturalmente!). Durante le feste eccitazione massima è stato rompere le colonne del monumento, buttare in terra gli alberi di Natale posti davanti alla fontana, danneggiare le statue del presepe poste sul sagrato, far scoppiare petardi dentro la fontana o sotto gli alberi di Natale o, peggio ancora, prendere a pallonate, fino a rovinarla completamente, l’immagine sacra posta sul muro della canonica (questo è stato un «gioco» dello scorso inverno). È da dire che quei giovani sanno benissimo che stanno compiendo una
azione spregevole, perché sono così codardi da scappare appena arrecato il danno. Peccato per loro che nella piazza molta gente passa ed è facile che questi bravi giovani siano riconosciuti, anche perché sono sempre gli stessi.
’Na pleif co’ quatro presepi
La bella Pieve di Dardago questo Natale oltre alla ormai tradizionale esposizione dei Madhi, tradizione ripristinata quattro anni fa, si è abbellita di ben quattro presepi. Il primo, più grande e rilevante è stato quello posto ai piedi dell’altare della Crocefissione preparato da Bruno Zambon e Gigi Basso con la
collaborazione di una «new entry», il nipote Michele che ha aiutato lo zio nell’allestimento. Il secondo presepe, posto sull’altare della Madonna del Rosario, è stato preparato da Annamaria Busetti: un presepe molto singolare ambientato dentro una cialdiera de la polenta. L’altare di S. Antonio era adornato invece dal terzo presepe, in legno, fatto a mano e riproposto da Bruno Zambon Rosit. Il quarto dava il benvenuto ai paesani sul sagrato della Pieve. Gran fermento alla vigilia di Natale per l’allestimento di questo presepe che ha coinvolto molti volontari: un grazie particolare a Vittorio Janna per l’idea e la realizzazione delle sagome, a Corrado Zambon che aiutato da Ugo Pala, Omero Bocus e Bruno Zambon si è dato da fare per preparare la capanna e tutto quanto è stato necessario per la buona riuscita dell’opera. Finita la Santa Messa di mezzanotte, grazie anche all’aiuto del C.F.D., è stato molto piacevole scambiarci gli auguri di Buon Natale sul sagrato, davanti al «neonato» presepe, bevendo un ottimo vin brulé, donato da Luciano Zambon. Un ringraziamento va rivolto, infine, a tutti coloro che – nonostante il freddo pungente – hanno «gradito» l’iniziativa, durante la quale sono stati raccolti 120 euro devoluti per le attività parrocchiali.
GESÙ BAMBINO È IL MENO RIPARATO DALLA NEVE. «È DURA»... FIN DALL’INIZIO! (FOTO DI MARCO GIGANTE)
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A Walter, in ricordo de so pare
Giuseppe Arzaretti è passato dalla sua alla Casa del Padre, purificato dalla malattia, sopportata con grande dignità e confortato dalle amorevoli cure della moglie Idelmina e dei figli Walter e Denis. Nato nel 1928, conosce presto l’emigrazione, e al rientro dal Canada avvia una stimata ditta di pittore edile e decoratore. La fedeltà, l’attaccamento alla famiglia, la verità e la giustizia hanno temprato la sua figura di uomo onesto e saggio. Davvero gli si può
tessere lo stesso elogio che la Sacra Scrittura riserva a San Giuseppe: «Uomo giusto». Il commiato cristiano gli è stato tributato nella chiesa di Rorai Grande, colma di amici ed estimatori, solidali e vicini al dolore e alla speranza della sua famiglia. Monsignor Umberto Marcuzzi ha presieduto l’Eucaristia concelebrata con una quindicina fra sacerdoti e cappuccini (notata la rappresentanza della Chiesa di Gorizia e di Udine). Padre Venanzio Renier ha tenuto una elevata omelia, nel commentare le letture proclamate, affidando Giuseppe alla misericordia del Dio della vita. Sicuramente, per la famiglia Arzaretti, un grande conforto nel momento supremo del distacco terreno e la certezza che ora, più che mai, Giuseppe li amerà e li proteggerà dal cielo, perché neanche la morte ci separerà da coloro che abbiamo voluto bene sulla terra. A loro, le rinnovate cristiane condoglianze. MARIO POVOLEDO
Nella speranza di non dimenticare qualcuno, il nostro grazie va dunque a Espedito, Maria, Anna Maria, Angelo, Lidia, Anna, Bruna, Silvestro, Cencina, Cinzia, Daniela, Bruno, Bruna, Ugo, Bettina, Rita, Genny, Santino, Francesca, Doria, Marcella, Vittoria, Franzina. Terminato il periodo natalizio vengono raccolte le offerte, le quali ammontano a 1.321,00 euro comprensive della riserva di 150,00 euro precedentemente accantonate per l’eventuale acquisto di nuovi abeti. Nel corso della riunione tenutasi in canonica numerose sono le proposte e le richieste di intervento: – acquisto di un timer per regolare le luci esterne alla chiesa e al campanile; – intervento di restauro al tetto dell’absidiola della chiesa di San Tomè; – fiori per la chiesa; – restauro delle grandi statue del vecchio presepio.
Considerate le richieste e la cifra a disposizione si è così provveduto Apertura di un fondo cassa
I Madhi 2005
Dalla sera del 24 dicembre al giorno 6 gennaio, in chiesa a Dardago si è ripetuta la tradizionale esposizione dei madhi. Lungo la corsia centrale dieci peth (abeti) addobbati con semplici cose (frutta fresca e secca, fiocchi di cotone, immagini sacre e fili di lana colorata) hanno rappresentato le famiglie di tutte le vie di Dardago. Durante la Santa Messa di mezzanotte il pievano don Adel li ha benedetti. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito ad allestire i madhi e che, successivamente, si sono prodigati per la raccolta delle offerte presso la popolazione. 40
a disposizione per i primi lavori
euro
500,00
Per l’acquisto di fiori
euro
100,00
Deposito sul c/c bancario
euro
721,00
TOTALE
euro 1.321,00
Carnavàl coi canais
Tantissime maschere hanno affollato l’oratorio di Budoia per festeggiare il Carnevale domenica 26 febbraio. Il pomeriggio è trascorso in allegria tra giochi, musica, crostoli e frittelle. Anche il cielo si è colorato con le decine di palloncini liberati dai bambini, come fossero una manciata di coriando-
li. Quando la stanchezza ha dato i primi segnali, tutti si sono accomodati nella sala cinema per vedere il cartone animato proiettato con l’impianto appena acquistato.
Scòe, restiei e... dhuti insieme...
Sabato 18 e domenica 19 marzo, si svolgono le due «Giornate ecologiche», grazie alla collaborazione tra Pro Loco, Comune e associazioni locali. L’iniziativa si tiene contemporaneamente anche nei comuni di Aviano, Caneva e Polcenigo, con la coordinazione della nostra Pro Loco. Anche la Provincia di Pordenone ha aderito al progetto, concedendo il suo patrocinio, in modo da dare un’ade-
guata e giusta risonanza sovracomunale. I volontari sono organizzati in diverse squadre che ripuliscono alcune tra le zone naturalisticamente più rilevanti del territorio e soggette a degrado. L’iniziativa si pone il fine di sensibilizzare la popolazione, da una parte sul rispetto dell’ambiente che ci circonda, dall’altra sulla corretta gestione dei rifiuti. Que-
sti, infatti, sono gestiti secondo i criteri della raccolta differenziata, separando carta, lattine, vetro e rifiuto secco. Nonostante la gran mole di lavoro, la giornata passa in allegria e alla fine tutti sono premiati da una pastasciutta gustata insieme. Un ringraziamento a tutte le associazioni e ai cittadini che hanno collaborato, dimostrando il loro amore per la natura e i nostri paesi.
GIOVANI VOLONTARI ALL'OPERA PER UN AMBIENTE PIÙ PULITO.
A tordion pal Carso
Per la serie Conosciamo il Friuli Venezia Giulia, la Pro Loco organizza una gita sul Carso sabato 25 marzo. L’itinerario inizia al castello di Duino, dove è ancora possibile vedere l'antica rocca che risale all'anno 1000. Si narra che nel XIII secolo ospite del castello fu il poeta Dante e all'inizio del 1900 il poeta Rilke. Tantissimi personaggi illustri hanno lasciato qui la loro firma: tra questi anche il principe Carlo d’Inghilterra, imparentato con i proprietari. La comitiva intraprende poi il «sentiero Rilke», che si snoda da Duino a Sistiana. Qui 41
Inno alla vita mare e Carso si incontrano intimamente: questi due elementi hanno dato origine (grazie all’erosione delle rocce) a impressionanti dirupi, chiamati «falesie», ricchi di canaloni e pinnacoli suggestivi. Sembra che il poeta Rilke abbia tratto l'ispirazione per le sue Elegie Duinesi proprio dagli incantevoli panorami che si godono da qui. Il pomeriggio si svolge a Trieste, dove, in occasione della Giornata FAI di Primavera sono visibili monumenti solitamente inaccessibili al pubblico. I siti scelti vogliono evidenziare la convivenza pacifica a Trieste di varie religioni, con l’apertura della Basilica di San Silvestro, la Chiesa Evangelico – Luterana di confessione Augustana e il Tempio di San Spiridione.
Via Crucis co’ i ’mericans
I quaranta giorni della Quaresima sono scanditi nelle nostre comunità dalla Via Crucis, che si ripete in chiesa ogni venerdì, tranne quella all’aperto del Venerdì Santo. La novità di quest’anno è la partecipazione della comunità americana della Base di Aviano,
che già in più occasioni abbiamo avuto modo di conoscere. Accogliamo con gioia la loro richiesta, perché ci dà il senso di quanto la passione e la morte di Gesù siano un dono per tutta l’umanità. Allo stesso tempo rimaniamo stupiti nel notare quante famiglie e giovani partecipino alla funzione, facendoci scoprire un volto dell’America diverso da quello superficiale e consumista, più noto e più imitato da noi che spesso sappiamo copiare dagli altri i difetti meglio che i pregi.
La piccola Anna, di 5 mesi, figlia di Lorena Zambon e Terenzio Pulcini di Praturlone (Pn). I suoi sorrisi sono la gioia di tutta la famiglia ed, in particolare, dei nonni Pietro e Irene Zambon.
La Pro Loco par television
Martedì 18 aprile 2006 alle ore 21.00 e in replica domenica 23 aprile alle ore 13.15 la Pro Loco di Budoia partecipa su Telefriuli alla trasmissione DZ Show condotta da Dario Zampa. Si tratta di un varietà friulano in cui saranno protagoniste le Pro Loco di Budoia e di S. Maria La Longa. Vengono presentati il nostro paese e le principali iniziative dell’associazione. I telespettatori possono intervenire da casa per giocare con la storia e le tradizioni locali. 42
12 marzo 2006, 65° di matrimonio, Angelo Zambon Pinal con Stanislava Kresceveç.
Quattro generazioni. La piccola Greta Carlon Brolo di cinque anni insieme con la bisnonna Ines Zambon Puppin, la nonna Liliana Puppin Carlon e il papà Diego.
L’11 febbraio 2006, Caterina Bocus in Del Maschio ha raggiunto il traguardo dei 90 anni. Ogni giorno è circondata dall’affetto dei suoi nipoti – Monica, Laura, Davide, Doriano e Olivo – e dei piccoli pronipoti Cristian e Riccardo, che la portano sempre nel cuore. A una nonna speciale vogliamo ricordare, in questo giorno memorabile, il nostro grande affetto.
Luca Tanzilo con il papà Bobby ci saluta dagli Stati Uniti.
LE QUATTRO GENERAZIONI DELLA FAMIGLIA BOCUS FRITH. NELLA FOTO DA SINISTRA: NONNO ENRICO, CON LA PICCOLA LETIZIA, BISNONNO OSVALDO, E PAPÀ PIERFRANCESCO CON LA PICCOLA ROBERTA.
Osvaldo Bocus Frith, per tutti Svaldin, prossimo alla tenera età di 94 anni, ha avuto la gioia di accogliere in famiglia le ultime nate: Roberta e Letizia, (nate il 28.07.2005). È stata grande la gioia di questo arrivo in tandem, proprio com’è in ogni famiglia che saluta la nuova vita, ma in questo caso ancora di più, perché c’era il SUPERBISNONNO: nono-
stante tutte le sue lamentele e paure, ha resistito! E guardate bene la foto delle quattro generazioni riunite: troverete negli occhi delle piccole e di nonno Enrico, anche bisnonna Ester che ci abbraccia tutti. Caro Frith il prossimo traguardo è diventare trisnonno, in questo caso la responsabilità è di Luca che è ormai ventenne.
Carissimo Svaldin, sei stato e sarai sempre per noi, un papà, nonno e bisnonno eccezionale! Ti vogliamo un immenso bene, e ti ringraziamo per i tuoi sacrifici e per il grande amore che sempre ci hai donato. I FIGLI, NIPOTI, PRONIPOTI E AMICI TUTTI.
Auguri dalla Redazione!
NIPOTI E PRONIPOTI
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limpide memorie di dardaghese novantaquattrenne. Nello spazio dedicato alle foto storiche può trovare la foto che ci ha inviato. Grazie di tutto, caro Bepin, anche dell’assegno allegato.
Milwaukee (USA), 14 febbraio 2006
Sori, 6 dicembre 2005
Carissimi amici, sento tanto la nostalgia per il mio paese e il 3 maggio sono stato a Dardago per poche ore dalla Mirella, con una pioggia che non finiva, e poi siamo stati a Budoia perché non c’era posto da Moreàl (‘l era seràt). Ho incontrato solo la Berta de Theco. Quanti ricordi ho di Dardago! Il 21 novembre è stata la Madonna della Salute e ricordo la festa e la processione con don Romano. Dardago è sempre stato un paese pieno di iniziative. Ha fatto venire la luce da Aviano; Budoia e Santa Lucia non volevano e dopo due anni si sono attaccati a noi. A Dardago siamo stati i primi a fare le campane portate via dai tedeschi. Ricordo che il primo monumento ai caduti fu a Santa Lucia e a Villotta, poi noi nel novembre del 1921. Ricordo l’assicurazione contro la grandine, la Cooperativa e il teatro che è stato un gran successo. D’inverno i volontari lavoravano di notte, con la luce.
Ricordo il nome di tanti benemeriti, pieni di entusiasmo e di creatività: Serafino Ponte, Carlo Moreàl, Toni Luthol, Piero Scopio… Scusate per la lunga storia ma la speranza di tornare a ciasa mi fa vivere. Allego una foto della mia famiglia nel 1912 a Vicenza dove lavorava mio padre e stavamo solo nei mesi invernali perché, negli altri mesi, venivamo a Dardago con mia madre che rientrava per aiutare mia nonna paterna e mia zia. Complimenti per l’Artugna e per le notizie. Quando arriva mi si stringe il cuore. Scusatemi, mi onora la vostra indulgenza verso i ripetitivi miei ricordi. Con tanta stima e considerazione. BEPIN CIAMPANÈR
Carissimo Bepin, non deve scusarsi di niente. I suoi ricordi sono importanti per Lei e lo sono anche per noi e per i nostri lettori. Su l’Artugna c’è sempre spazio per Lei, per le sue 44
Spett. Redazione, ho ricevuto con piacere il nuovo numero de l'Artugna oggi. Grazie! Vedo che un gruppo del vostro comune è andato a Moncalvo per la fiera del tartufo. Che bello! Dardago e il mio Monferrato si incontrano. In dicembre sono stato ad Asti per tre giorni. Ho vinto il premio di giornalismo promosso dalla città. Un bellissimo regalo di Natale! Nello stesso mese di dicembre i miei amici piemontesi, il gruppo Ariondassa, hanno suonato a Sacile con il Coro Livenza. I due gruppi si erano incontrati qui a Milwaukee, durante la Festa Italiana a luglio, il coro Livenza aveva invitato l’Ariondassa a Sacile per un concerto. In ottobre è nato nostro figlio Luca; lo abbiamo portato con noi a Dardago in aprile. Vi invio una foto. Io e mio figlio con la sua cosa preferita: un poster della giostra del Pitu di Tonco (Asti). Lui sorride sempre quando lo vede. Sono felice di leggere le notizie di Dardago. BOBBY TANZILO
Caro Bobby, vedi come è piccolo il mondo e
[...dai conti correnti]
come anche l’Artugna riesce a renderlo ancor più piccolo! Veramente sono sempre più numerosi i rapporti tra i vari popoli! Speriamo che servano per allontanare le incomprensioni e le guerre! Complimenti a te e alla moglie per il bel bambino. Pubblichiamo la foto nella rubrica «Inno alla vita». Continua a seguirci. A presto.
Con gli auguri più fervidi per tutta la comunità de l’Artugna. SILVANA ZAMBON – ROMA
Tanti auguri di buon anno 2006 e sempre avanti con l’Artugna. REMIGIO IANNA – VENEZIA
In memoria di Rigo Ferdinando. ADELE RIGO – TORINO
La mia offerta per le spese del periodico. YOLANDA RIGO – SACILE
Saluti e auguri di buon lavoro a tutta la redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO
Buon lavoro per il 2006. ANNA JANNA – MILANO Jouy aux Arches, 4 gennaio 2006
Spett. Redazione, sono residente in Francia dal 1947. Aspetto il vostro periodico che leggo e rileggo sempre con gran piacere e che mi riporta con la memoria ai giorni felici della mia infanzia. Come rispondete alla signora Leonida di Toronto, anche per me c’è ancora un filo sempre teso che mi lega a Dardago, alle mie radici. Ogni tanto ritorno con piacere a rivedere i parenti, il paese e le mie montagne. Con queste righe troverete un contributo per la rivista e i miei più sinceri auguri. Cordialmente.
Invio la mia offerta in memoria della sorella Gonda. MARIO ZAMBON – MESTRE
Tanti auguri a tutta la redazione. DORINA DELLA VECCHIA ZAMBON GALLIERA VENETA
In memoria dei miei cari defunti. CAMILLO ZAMBON – TRIESTE
In memoria di Giuseppe Bastianello. MARIA VIDALE BASTIANELLO – VENEZIA
Carissima Redazione, l’Artugna mi era cara, da oggi lo è doppiamente. Grazie infinite. AURORA CERRONI AURELI – ROMA
Grazie per l’Artugna che ricevo regolarmente. VINCENZO BURIGANA (NINO POE) – USA
MICHELE BASSO
Caro Michele, la Sua lettera ci fa molto riflettere. Da quasi sessant’anni ha lasciato Dardago per trovare lavoro in Francia: una vita intera lontana dal suo paese natale. Nuovi luoghi, nuove occupazioni, nuovi amici; ma non può dimenticare Dardago. Siamo felici che l’Artugna la aiuti ad essere ancora più vicino alle sue radici. Grazie di tutto!
Pro l’Artugna – In memoria di Alfredo Busetti. THE BOSTON CONSULTING GROUP – MILANO
Tanti saluti a tutti. ALESSIO ZAMBON E ESTER GRAZIOSI GENAZZANO (ROMA)
In memoria di Ruggero Bonetti. NIRVANA E MAURIZIO MANFREDI – MILANO
Carissimi amici de l’Artugna, rinnoviamo il nostro grazie per il vostro contributo nel realizzare una rivista a noi così cara. FAMIGLIA PIETRO ZAMBON – PRATURLONE (PN)
Punture di spillo [AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]
a cura di Sante Ugo Janna Non vi sono figli illegittimi, ma solo genitori illegittimi.
Partecipiamo alle sventure degli amici non con lamentazioni da funerale, ma dandoci da fare.
[ Anthony Burgess] 1
[ Epicuro] 3
Sii forte e coraggioso! Non temere e non avvilirti, perché è con te, in ogni tuo passo, Dio, tuo Signore.
Agricoltore trentottenne desidera conoscere nubile trentenne, proprietaria trattore, scopo matrimonio. Pregasi inviare foto trattore. [ giornale francese di provincia]
Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori.
[ Giosuè 1,6,7] 2
[ Guzzanti] 4 3. Epicuro (Samo 341 – Atene 271-270 a.C.) Filosofo greco, fondatore dell’epicureismo. Epicuro concepisce la divinità come perfezione senza turbamento, ma estranea alle vicende umane; per questo il saggio non si preoccupa del destino, né della morte. La felicità consiste nel piacere, inteso come assenza di sofferenze corporee (aponìa) e di turbamenti dell’animo (atarassìa) e non disgiunto dall’onestà e dalla giustizia.
1. Anthony Burgess (1917-1993). Scrittore e giornalista inglese. «Un’arancia a orologeria» (1962), da cui S. Kubrick ha tratto il film «L’Arancia Meccanica». 2. Giosuè (secolo XIII a.C.). Condottiero ebreo, successore di Mosè e protagonista del libro biblico omonimo. Guidò le 12 tribù di Istraele attraverso il Giordano a occupare la terra promessa.
Novità editoriale
[ SE CERCHI ] Lo scorso mese di dicembre è uscito Si quæris, il volume che raccoglie gli
indici dei primi cento numeri de l’Artugna. Il volume è a disposizione presso i consueti punti di distribuzione o può essere richiesto alla redazione, con un contributo di 5 euro.
bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 106
entrate
Costo per la realizzazione + sito web Spedizioni e varie Entrate dal 1.12.2005 al 25.03.2006
4.125,00
Totale
4.125,00
uscite 4.286,00 280,00
46
4.566,00
Se offendi un partigiano reggiano… ti trovi una grana!
4. Guzzanti Sabina (Roma 1963). Attrice ed autrice comica di teatro, cinema e TV. Apprezzate le sue caricaturali imitazioni di Moana Pozzi, Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Guzzanti Corrado. (Roma 1965). Fratello di Sabina, comico e imitatore TV di vena satirica e surreale.
Budoia 9.30 –
Dardago 11.00 15.00
18.00
–
LUNEDI, MARTEDI, MERCOLEDI SANTO • Santa Messa e apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Chiusura dell’Adorazione Eucaristica
9.00 18.00
9.30 12.00
GIOVEDI SANTO • Santa Messa Vespertina «In Cœna Domini», riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro, spogliazione degli altari e adorazione. Raccolta salvadanai «un pane per amor di Dio»
20.00
18.30
15.00
–
15.30
16.30
VENERDI SANTO • Suono dei 33 rintocchi «nell’ora della morte di Cristo» • Azione Liturgica della morte di Gesù, Adorazione della Croce e Santa Comunione • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Dardago e conclusione nella Chiesa di Budoia (in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Dardago)
–
20.00
SABATO SANTO • Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale, benedizione dell’acqua con rinnovazione delle promesse battesimali e Santa Messa di Risurrezione
22.00
20.30
DOMENICA DI PASQUA • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina
10.00 18.00
11.00 –
LUNEDI DI PASQUA • Santa Messa
10.00
11.00
CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo Bambini e ragazzi (con l’orario del Catechismo)
«Cerco per tutta la storia il Tuo Corpo, cerco la Tua profondità… Dalla vita passare nella morte – è questa l’esperienza, l’evidenza. Attraverso la morte passare nella vita – è questo il mistero». (Karol Wojtyla)
17.00/18.00 14.45/15.20 16.30/18.00
10.00/10.30 17.30/18.30 14.30/16.00
Bòna
DOMENICA DELLE PALME • Benedizione dell’Ulivo sul sagrato, processione e Santa Messa di Passione • Vespero e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Santa Messa Vespertina e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore
a duth quàins
DELLA SETTIMANA SANTA
Pasqua
programma
O crux benedicta que sola fuisti digna portare regem celorum et Dominum alleluia, Seculorum.
O A Parigi lungo la Senna si vendono stampe, vecchi libri, oggetti antichi. Quel giorno, dall’antiquario c’era un messale manoscritto. Le sue pagine strappate, separate e stimate solo per le decorazioni… anch’io ne comprai una. Ora spesso mi interrogo. Chi mai avrà tracciato quei segni? Quali mani avranno sfogliato quella pagina fino a consumarne un angolo? Quali le vite che avranno letto e cantato quella «parola»? Domande senza risposta. Ma sempre grande è il mio rispetto; maggiore e ancor più profondo il mistero racchiuso in quelle righe. Da un messale in pergamena, pagina di cm 34x49 scritto con inchiostro nero e rosso.