l'Artugna 115-2008

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Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXVII · Dicembre 2008 · Numero 115

la Novena de Nadhal

il Cjastelàt

l’inutilità delle guerre

riqualificazione delle piazze


N on sono passati molti anni – anche se dobbiamo tornare al secolo scorso – da quando nelle nostre chiese, dal 16 al 23 dicembre di ogni anno si cantava la Novena di Natale. Negli ultimi anni una forma abbreviata anticipava la celebrazione della Messa feriale, ma fino alla fine degli anni Settanta la novena aveva la sua propria collocazione nell’ora vespertina, prima o dopo cena, con largo concorso di fedeli.

la Novena

de Nadhal di Fabrizio Fucile

L’atmosfera era quella dell’attesa, propria del periodo dell’Avvento. Conclusi i festeggiamenti delle sagre invernali si entrava nell’atmosfera del Natale e all’invito del celebrante Regem venturum dominum, venite adoremus tutti si univano ripetendo il conosciuto ritornello. La novena è una pratica devozionale, individuale o comunitaria, sconosciuta ai canonici libri liturgici, anche se nell’arco dei secoli ha sempre affiancato le celebrazioni ufficiali. È annoverata nel grande elenco dei pii esercizi che si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell’epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle difficili sorgenti delle sacre scritture. Basta dare un’occhiata alle numerose edizioni setteottocentesche presenti nei cataloghi delle maggiori biblioteche nazionali, o fare una rapida ricerca in internet (www.preghiereagesuemaria.it), per rendersi conto di quanti possano essere i destinatari di questa preghiera, dai santi e beati della tradizione cristiana alle vitti2

me dell’11 settembre 2001. In alcuni casi l’uso superstizioso delle stesse ha fatto sì che le novene venissero sconsigliate, se non proibite dalla Chiesa, ma le ritroviamo spesso nella pietà popolare come pratica diffusa per onorare il Signore o la Vergine, in preparazione di una festa patronale o per domandare una grazia particolare. L’antecedente di questo momento di raccoglimento e preghiera comunitaria, o meglio l’esempio illustre, pare essere l’episodio scritturale degli Atti degli Apostoli (Luca 24, 49 e Atti, I, 14) che vede i discepoli riuniti con Maria nel cenacolo in attesa dello Spirito Santo. Il periodo di nove giorni che separano l’Ascensione dalla vigilia di Pentecoste sarebbe dunque l’embrione della formula «novenaria». Ma sul perché di questa scansione ci sono altre ipotesi. Per alcuni (tesi non molto condivisa) si tratterebbe della copia cristiana dei ludi novendiales o novendiali con cui gli antichi romani onoravano le esequie dei morti facendo durare le celebrazioni per nove giorni continui. Altri hanno visto una figurazione dell’anima terrena che liberata dai peccati viene onorata dai nove cori angelici; altri ancora pensano ad un triplo triduo, cioè un perfezionamento del periodo dei tre giorni di attesa della resurrezione. Quella più poetica vede in ogni giorno la memoria di ciascuno dei nove mesi dell’Incarnazione di Gesù. Una Novena in preparazione del Natale è già ricordata nel concilio di Toledo (694). Su spinta di Sant’Idelfonso, arcivescovo della città, si diffuse in tutta la Spagna. Fu presto praticata anche in Francia. In Italia, pare che l’uso sia stato introdotto a Roma, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva nel 1618. Concepita dal domenicano padre Cotta come attesa del promesso Messia e chiamata No-

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«Non temere Maria perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (Lc. 1,26,38)

la lettera del

Plevàn

Fratelli e sorelle, in Maria si è adempiuta la promessa di Dio; e come se, partendo dall’eternità, l’obiettivo stringesse sempre di più fino a raggiungere quella creatura senza macchia di peccato. Il Padre ci ha amati e ci ha donato il Salvatore. Dio entra nella storia umana da vero Dio e vero uomo e la percorrerà come ciascuno di noi, escluso il peccato. Quel Figlio sarà segno di rovina e di risurrezione per molti, segno di contraddizione perchè siano svelati i pensieri di molti cuori.

Nel Natale del Signore l’ombra di morte e di tenebra che avvolgeva le nazioni scompare, si dissolve. Un Bambino è nato per noi, un Figlio ci è stato donato per portare luce a quanti stanno nelle tenebre dell’errore. Lontani da Dio, siamo nelle tenebre e facilmente cadiamo nell’errore di dimenticare la nostra sorte; siamo partiti da Lui e a Lui ritorneremo. La logica umana non va mai a passo con la logica di Dio. Dio ci lascia liberi di scegliere e di decidere il nostro futuro. Ma a Lui dovremo rendere conto della nostra vita. Viviamo, fratelli e sorelle, il Natale del Signore con cuore rinnovato e libero dagli affanni di questo tempo. In un mondo ove la povertà è sempre in agguato, ove la giustizia molte volte non viene praticata, ove l’egoismo sorpassa la generosità, ove la fede è messa a dura prova dalla malattia, dall’angoscia, dal dolore fisico e morale, dall’abbattimento e da altri frutti che l’albero cattivo di Satana spirito del male produce a piene mani, il nostro atteggiamento deve essere come quello di Maria e dei Pastori: riscoprire il senso beato della pace con il Creatore, con noi stessi, con il creato. Solo così gusteremo appieno questa festa di luce, di grazia, di perdono; vivremo la gioia della venuta del Figlio di Dio e capiremo che la sua bontà ci trasformerà e ci modellerà a sua immagine. Alle famiglie delle Comunità di Budoia, Dardago e Santa Lucia, ai lettori del nostro periodico a quanti giungeranno nei nostri paesi per ricongiungersi con le famiglie e vivere assieme questa bella festa di Dio, ai bambini e giovani speranza della chiesa e dell’umanità, agli ammalati e anziani nelle nostre case, negli ospedali e case di riposo, l’augurio sincero di un sereno Santo Natale accompagnato dal voto di un anno 2009 ricco di fede, gioia, salute, prosperità. Un augurio e un grazie lo rivolgo ai sacerdoti don Romas, don Antonio, don Giacinto e don Giovanni e fra’ Egidio, che mi aiutano nel servizio festivo alle nostre chiese, agli operatori pastorali, ai miei Consiglieri e a coloro che a vario titolo offrono con cuore il servizio di volontariato nelle nostre Comunità cristiane. DON ADEL


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Caterina Curattolo di Giuseppe e Francesca Canarini – Budoia Giorgia Piccoli di Roberto e Miriam Poletto – Budoia Martina Ballestreri di Luca e Sandra Santarossa – Budoia Alina Malisan di Gianluca e Roberta Sartor – Budoia Giampiero Giacomelli di Matteo e Francesca Zanelli – Budoia Pietro Fucile di Massimo e Flavia Zambon – Budoia Cecilia Cesaro di Federico e Monica Luchin – Padova Pietro Del Maschio di Alberto e Luigina Poletto – Budoia Rachele Magris di Luca e Rosalice Zambon – Dardago Giorgia Burigana di Andrea e Giulia Del Gobbo – Budoia Simone Valdevit di Dino e Sabrina Zambon – Dardago Giulia Carlon di Franco e Cristina – Annemasse (Francia) Giulia Zanus Perelda di Matteo e Luciana Eplite – Pordenone Luca Fabris di Andrea e Denise Romani – Milano Sofia Santarossa di Stefano e Claudia Pez – Pordenone Alexander Lorenzini di Emiliano e Mirela Manxhari – Dardago

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Cristopher Dean Brunetti e Kristin Fischer – Budoia Ferdinando Cecchini e Gianna Valentini – Budoia Federico Piccini e Elisa Vettor – San Donato Milanese (Milano) 60° di matrimonio Girolamo Momi Pinal e Mariuccia Zambon – Torino 65° di matrimonio Camillo Zambon Pinal e Lidia Zambon Glir – Dardago

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Francesco Basso di anni 86 – Dardago Maria Zambon di anni 87 – Dardago Bianca Comin di anni 93 – Santa Lucia Attilio Carlon di anni 84 – Budoia Nives Zambon di anni 77 – Milano Vito Taurian di anni 71 – Budoia Alessandro Gislon di anni 88 – Santa Lucia Vinicio Bastianello di anni 82 – Dardago Eutimia Paialich di anni 95 – Budoia Agostino Vettor di anni 86 – Dardago Virginia Carlon di anni 99 – Budoia Argelia Lachin di anni 101 – Mestre Firmino Del Ponte di anni 88 – Aviano Cesarina Zambon di anni 81 – Francia Mariu Parmesan di anni 8 – Udine Aldo Del Maschio di anni 83 – Budoia Enrico Zambon di anni 85 – Dardago Vincenzo Bocus di anni 76 – Dardago Vincenza Bocus di anni 85 – Dardago Rosa Janna di anni 100 – Dardago Giovanni Battista Bravin di anni 94 – Santa Lucia Maria Bocus di anni 94 – Milano Amabile Battiston di anni 88 – Chions Giovanni Besa di anni 81 – Trieste


In copertina. Sacra Famiglia, olio su tela, opera appartenente alla parrocchiale di Santa Lucia.

La Novena de Nadhal di Fabrizio Fucile

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Ancia nealtre podhon! di Adelaide Bastianello

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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Recensione

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’N te la vetrina

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Lasciano un grande vuoto...

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La ruota della vita

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Il Cjastelàt La «resistenza» dei segni territoriali e l’archeologia del paesaggio di Moreno Baccichet

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Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

an Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it e-mail l.artugna@naonis.com

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La Novena de Nadhal (continuazione)

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Cronaca

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Padre Venanzio è in paradiso con Padre Marco di Walter Arzaretti

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Inno alla vita

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I ne à scrit

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Palsa (Punture di spillo) a cura di Sante Ugo Janna

Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Luigi Bocus, Vittorina Carlon, Vittorio Janna, Angelo Modolo, Angelo Varnier, Massimo Zardo

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L’inutilità delle guerre di Rosella Zambon

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Ricordando i nostri soldati

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Dall’Artugna al Piave di Massimo Zardo

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Nuova vita al capitel de Tomè di Leontina Busetti

Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Adelaide Bastianello, Francesca Janna, Espedito Zambon, Marta Zambon Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

Bilancio 39

Programma natalizio Auguri

Recensione

e inoltre...

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Per i 100 anni di Wilgeforte di Chiara e padre Agostino Selva

Inserto a colori Riqualificazione delle piazze di Dardago e Budoia (a cura di Pietro Janna)

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’Na fia morta cussì, ’l é robadha di Rosalia Bocus

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Pa’ consumà manco metano a cura della Redazione

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Thiespe, brombui e perseghi col pel di Pia Zambon Sclofa

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Peppino e Mariuccia di Gabrì

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il Cjastelàt di Moreno Baccichet

la «resistenza» dei segni territoriali e l’archeologia del paesaggio PER UN APPROFONDIMENTO DEL TOPONIMO

In alto. Visione dal satellite del colle del Cjastelàt adiacente l’abitato di Dardago. Il torrente Artugna lo separa dal colle di Sant’Angelo. A destra. Una fase del rilievo topografico dell’area, oggetto della ricerca. Nella pagina seguente. La planimetria topografica della sommità del colle del Cjastelàt. Le zone in cui le curve di livello sono più fitte identificano il probabile fossato difensivo.

Il paesaggio attuale non corrisponde solo a ciò che si percepisce delle trasformazioni territoriali in corso, ma è il risultato di una sedimentazione di segni territoriali dei quali le nuove forme di evoluzione devono tener conto. In pratica il paesaggio, qualsiasi sia la lettura sincronica che ne diamo, è composto dall’effetto di azioni economiche in corso (accesso alle risorse da parte della comunità) e dalla resistenza di alcuni segni più antichi. Questi segni possono essere anche solo dei «fossili» di organismi economici ormai scomparsi, e quindi residui privi di funzionalità, oppure possono essere oggetti territoriali anche estesi, che sono stati completamente reinterpretati al mutare delle condizioni economiche e sociali. Costruire un parallelismo con i paesaggi urbani della città è fin troppo facile. Interi quartieri medievali costruiti per la società dei mercanti sono ora impiegati e riutilizzati da aziende che hanno un diverso orizzonte economico. Anche i brani delle campagne meglio conservate in realtà sono utilizzati con modalità molto diverse da quelle che avevano pianificato la costruzione di specifici tecnotopi, cioè di ambiti territoriali nei quali, attraverso un sistema di tecniche che garantivano la conservazione delle risorse, le comunità locali potevano 6

attingere a un prodotto rinnovabile nel tempo. Il concetto di tecnotopo si contrappone a quello di biotopo esprimendo l’ambiente umanizzato come il risultato di una cultura tecnologica adattata a un ambiente fisico dato. Il tecnotopo è l’interpretazione umana del paesaggio fisico via via addomesticato dalle tecniche prodotte dalla società. Il termine esprime l’incontro tra le tecniche e l’ambiente mediate dalle pratiche e dalle strategie di una comunità rispetto al suo territorio. Si tratta di unità spaziali omogenee nelle quali la società esprime le tecniche locali di utilizzo delle risorse territoriali.


Gli ambiti territoriali si esprimono con unità funzionali e formali a scala di dettaglio, per esempio, il sistema delle malghe, le «tavelle» adiacenti all’abitato, le praterie artificiali falciate o pascolate dalle comunità, ecc. Nella stessa unità di paesaggio morfologico o geografico si incontrano molteplici tecnotopi in trasformazione a causa delle politiche di colonizzazione o di abbandono delle risorse agricole. La montagna, negli ultimi decenni, ha registrato i principali effetti della decolonizzazione delle aree più difficili da coltivare come effetto diretto di nuove dinamiche produttive e abitative. Su questi territori più che in altri settori l’abbandono di tecniche produttive più o meno antiche ha comportato la naturale costituzione dei «paesaggi dell’abbandono». L’archeologia del paesaggio indaga la diffusione e le tipologie degli insediamenti umani distribuiti su un territorio dato. La distribuzione degli oggetti territoriali e le forme antiche delle ampie superfici coltivate utilizzando il metodo della ricerca sul campo e incrociando i dati con l’indagine cartografica, bibliografica ed archivistica. La disciplina, che sta solo ora assumendo un carattere definito, ha un carattere estensivo e dilatato nel tempo e nello spazio. Si interessa a definire l’evoluzione dei diversi quadri paesaggistici frutto della storia del popolamento di un’area cogliendone le fasi di espansione e quelle di crisi. Indaga i segni ancora riconoscibili in palinsesti territoriali complessi e a volte contraddittori, evidenziando il rapporto tra l’uomo e le risorse ambientali. Questo viene colto attraverso operazioni di censimento e di lettura delle attrezzature abbandonate o ancora mantenute da una determinata comunità, cogliendo gli effetti paesaggistici di una specifica cultura materiale applicata ai caratteri geografici e morfologici del suolo. Il territorio viene letto come un mosaico di oggetti e superfici soggette a pratiche diverse e anche a riutilizzi. L’ambiente umanizzato viene descritto nella sua evoluzione temporale riconoscendolo come il frutto di un rapporto in continua mo-

dificazione anche quando l’uomo sembra aver abbandonato in modo definitivo i luoghi o un interesse produttivo per gli stessi. Il rapporto natura-cultura-società viene letto attraverso la successiva ricostruzione di quadri sincronici costruiti attraverso l’uso di «carte» interpretative. Da alcuni anni in Comune di Budoia si sta consolidando un progetto teso a ricostruire il quadro delle stratificazioni paesaggistiche di un territorio prealpino che ha la particolarità di distribuire le diverse attività umane su una parete inclinata che

essere riconosciuto e cartografato con il fine di costruire un quadro delle successive fasi della colonizzazione alpina a partire dal medioevo. Durante le ricognizioni sul campo e quelle archivistiche, sono emerse delle scoperte di rilevante interesse per la storia del popolamento in quest’area. In modo particolare il ritrovamento dei resti di una fortezza altomedievale di terra e legno, costruita sopra l’attuale abitato di Dardago. Una costruzione che nella tipologia anticipa i castelli bassomedievali e che fu utilizzata per breve tempo. In questo modo l’architettura di terra si è conservata

sorge a circa 100 metri di quota e raggiunge i 1900 m. Su questo piano inclinato già l’ambiente impone quadri naturali differenziati in base alla quota altimetrica. La stratificazione degli assetti territoriali antropizzati si distribuisce ancor meglio in base alla distanza altimetrica tra risorse territoriali e villaggi, tanto che nei secoli ha comportato la costruzione di una sequenza di aree e di utilizzi frutto delle convenienze economiche intraviste nell’interpretazione dei luoghi. Lungo la scarpata cansigliese un complesso palinsesto di segni può

perfettamente visto che il colle fu privatizzato solo nella seconda metà dell’800 e che le opere messe in campo dai nuovi proprietari per attrezzare prati e pascoli non danneggiarono la struttura. L’altra scoperta di rilevante interesse è stata quella che ha permesso di ricondurre un insediamento di stalle chiamato Longiarezze al modello originario di un villaggio costituito da aziende agricole organizzate per masi affiancati. Il villaggio, posto su un terrazzo dotato di suoli particolarmente fertili e di acqua sorgiva, era coltivato con campi di

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Modello tridimensionale dell’area di studio.

cereali e prati, ma a partire dal XV secolo fu abbandonato e usato come insediamento temporaneo. La frantumazione delle originarie proprietà modificò il sistema d’uso della borgata. Le case in muro a secco e coperture in paglia furono trasformate in stalle, i nuovi proprietari costruirono altri ricoveri per gli animali, acquistarono e frazionarono le limitrofe terre del comune conducendo grandi operazioni di spietramento e di miglioramento del suolo. All’inizio del secolo scorso la manutenzione di questo differenziato paesaggio inclinato entrò in profonda crisi e iniziò a deperire. Ai paesaggi della colonizzazione e dello sfruttamento intensivo di suoli tanto poveri, si contrapposero i paesaggi dell’abbandono, della rivincita del selvatico. Oggi questi complessi manufatti territoriali fatti di sentieri, opere di spietramento, recinti, campi e prati privati costruiti in circa 700 anni di storia sono ancora li ben evidenti per chi voglia leggerli. Per questo e altri territori potremmo usare la metafora di un quadro deturpato da ridisegni e pennellate successive e tese a reinterpretare l’immagine originale. Con questo intervento di archeologia del paesaggio intendiamo fornire alla comunità locale gli strumenti per rileggere e ripercorrere anche fisicamente i luoghi del proprio territorio riscoprendoli come un fattore identitario. La costruzione di una sorta di carta archeologica deve essere funzionale da un lato alla costruzione di

una mappa di comunità che permetta di disegnare l’immagine che gli abitanti hanno del loro territorio e dall’altro alla riscoperta dei luoghi al-

sultabili presso l’Archivio di Stato di Pordenone. Per Budoia l’uso della documentazione veneziana fu infruttuoso. I Sommarioni napoleonici proprio in occasione dei mappali che definiscono il colle del Cjastelàt sono, infatti «muti». Il documento fiscale attribuisce le particelle del terreno senza definirne la proprietà, le dimensioni, l’uso agrario e tantomeno il toponimo. Meno criptica invece è la carta del Lombardo Veneto conservata a Pordenone, che correttamente descriveva il rilievo posto a monte di Dardago come il Colle Castelat. Il toponimo era stato già registrato come Ciastelàt da Umberto Sanson che lo giustificava come un «toponimo che fa pensare ad un luogo fortificato1». La traccia toponomastica era

Modello tridimensionale più ampio in cui si individuano il colle Sant’Angelo, il corso dell’Artugna e il colle del Cjastelàt.

l’interno del progetto ecomuseale che Budoia persegue da alcuni anni aderendo all’Ecomuseo Lis Aganis.

La fortezza di Dardago L’identificazione della struttura fortificata di Dardago è il frutto di una ricerca sulla microtoponomastica estesa a tutta la provincia di Pordenone nel 2003. In quell’occasione l’indagine interessò le indicazioni toponomastiche contenute nei Sommarioni del Catasto Napoleonico conservati presso l’Archivio di Stato di Venezia e le cartografie del catasto del Lombardo Veneto con8

evidente e si trattava per lo più di verificare il carattere dei resti di una struttura fortificata che già nel nome rilevava il carattere di profondo degrado attribuitogli dagli abitanti. Il «Castellaccio», così potrebbe essere tradotto il toponimo, doveva essersi molto degradato nel tempo. I primi sopralluoghi condotti con Walter Coletto e Maurizio Cella ci permisero fin da subito di localizzare un manufatto di difficile lettura a causa delle condizioni della sommità del colle. La cima del Col Nosleit, come viene impropriamente definito nelle tavolette dell’IGM per una originale deriva del toponimo


che si trovava a nord-ovest, era invasa da rovi e vegetazione, eppure era possibile riconoscere una serie di lavori di sbancamento e di riporto assolutamente innaturali. Sembrava di poter leggere un disegno funzionale nei fossati che in parte circondavano la sommità del colle. Per meglio comprendere lo stato dei luoghi costruimmo un modello tridimensionale del territorio capace di esaltare il carattere morfologico del colle nel contesto della parte inferiore della Val di Croda. Il modesto dosso sorgeva quasi isolato ai piedi della ripida scarpata e aveva la parete verso l’Artugna particolarmente scoscesa e imprendibile in caso di attacchi. Se il lato nord era difeso naturalmente gli altri tre lati dovettero essere protetti costruendo delle opere artificiali che fin dal primo momento identificavamo essere precedenti alla ripresa delle costruzioni militari in muratura. Per riuscire a definire la forma di

un manufatto costruito originariamente in terra e legno e ormai completamente degradato si rendeva indispensabile produrre un rilievo preciso del colle, capace di rendere evidente ogni piccola modifica del suolo. Il crollo delle opere lignee e l’azione del dilavamento, affiancato all’uso pastorale che per secoli si era fatto della cima del colle, rendeva difficile apprezzare altrimenti la forma originaria delle difese. Si intuiva chiaramente un primo recinto come una sorta di semicirconferenza che si appoggiava alla scoscesa parete nord, ma non si riusciva a leggere quale doveva essere stato il luogo dell’ingresso, né se ci fosse stata una seconda linea di difesa. Con l’attività di volontari la vetta del colle fu ripulita dai rovi e dalla vegetazione eccedente. Questa operazione fu seguita da un dettagliato rilievo condotto dal prof. Giuseppe Marino dell’Istituto Tecnico per Geometri di Pordenone che, con una

A

B

classe di studenti, misurò tutta la sommità del rilievo con l’uso di strumentazione di alta precisione (Gps e stazioni topografiche totali). Il rilievo ha dato degli esiti molto positivi. La conferma che ci si trovasse di fronte a una struttura molto diversa da quella di un castello basso medievale apriva il campo a nuove ipotesi. La fortezza definita da due diversi recinti difensivi apparteneva a quale epoca storica? Eravamo in presenza di un villaggio protostorico arginato, di una specola d’età romana o di un recinto altomedievale? Quale poteva essere l’originaria funzione di una costruzione così grande? È evidente che la parola decisiva su questa fondamentale questione potrà venire solo con uno scavo archeologico e non con il sistema di elaborazioni territoriali da noi predisposto. Vanno però rilevati alcuni caratteri geografici e storici che ci possono essere d’aiuto se incrociati con i dati, ora certi, della distribuzione e forma del manufatto. Per cominciare si può notare l’assenza della calce e di ogni opera in muratura che non sia il frutto di moderne marginature e spietramenti. Questo ci può permettere di escludere il periodo romano e antico, caratterizzati da opere realizzate con materiale da costruzione raffinato. Se ci fosse stata una specola non si giustificherebbe un recinto così grande per una postazione di pura osservazione. Cosa si voleva difendere con una doppia cinta di mura? Se ci fosse stata una guarni-

C

Ricostruzione di tipologie di cinta in legno altomedievale. Le barriere difensive sul Cjastelàt, presumibilmente potevano essere di questo tipo. Si noti nell’esempio A la prima linea difensiva, il fossato e la seconda cinta più solida. Nella figura B le mura rientranti a difesa dell’ingresso, nella C esempio di barriera strutturata con l’utilizzo di pali di legno, terra e pietre.

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1 Umberto Sanson, Budoia e il suo territorio. L’antica toponomastica di Budoia e Dardago, vol.II, Budoia, Comune di Budoia, 2000, 39. Questo indizio fu trascurato anche in occasione di studi recenti. Vedi: Pier Carlo Begotti, Il territorio di Budoia lungo la storia, in Budoia. Dhent, ciase, crode e storie, a cura di P.C. Begotti, Budoia, Comune di Budoia, 2005, 45-69. Vespo invece vorrebbe questo luogo come una torre di avvistamento tanto da riportare la notizia di un non documentato «ritrovamento delle fondamenta di una struttura circolare». Giuseppe Vespo, Aspetti del paesaggio e dell’insediamento, in Budoia. Dhent …, cit., 78.


Cjastelàt. Caratteristiche morfologiche del rilievo che evidenziano parte del fossato.

gione consistente (ma poi per quale motivo?) questa avrebbe approntato opere militari tali da potersi porre al lato della strada che transitava lungo la pedemontana, costruendo difese in muratura e calce. I recinti descritti dal rilievo sono al contrario troppo piccoli per essere ricondotti a un villaggio protostorico. È vero che anche in quel periodo era frequente la costruzione di recinti con cassoni di legno e terra, ma all’interno del luogo cinto stava l’intero villaggio, composto da molte capanne e da ampi recinti nei quali raccogliere gli animali per la notte. Lo spazio attrezzabile era solo quello del recinto superiore, la vetta spianata del colle del Cjastelàt, ma le sue dimensioni sono molto piccole e poco adatte per poterci riconoscere questa particolare forma di insediamento. Il castelliere è un villaggio arginato con la presenza stabile di una comunità, ma questo solitamente comporta una certa facilità di accesso, e uno spazio agricolo limitrofo ben modellato dalle attività agricole. Invece a Dardago le pendici del colle non sono mai state interessate da quelle opere di attrezzatura di una primordiale società agricola e viene difficile credere ad una località di arrocco in età preromana. Coltivare i terreni a Dardago e abitare sulla vetta del colle era senza dubbio poco funzionale durante il periodo del ferro o del bronzo. Mi sembra sia invece più facile credere che la struttura sul colle sia

stata realizzata in età altomedievale, cioè in quel periodo che fu caratterizzato dalla perdita delle conoscenze di un’edilizia in muratura e calce. Dal VI all’XI secolo, in Friuli, le costruzioni con tecniche murarie sono rarissime e per lo più legate alle sedi della committenza più prestigiosa (Aquileia, Cividale). Nel resto del territorio si costruivano case ed edifici civili in legno, un materiale facilmente reperibile e utilizzabile da qualsiasi contadino. Un materiale che non aveva la necessità di speciali conoscenze tecniche, ma che poteva essere usato da chiunque. Le funzioni di questo luogo difeso potevano essere di due tipi: una sorta di presidio militare con una guarnigione alle dipendenze statali e posta in quel punto per controllare la strada pedemontana, oppure un ricetto per la popolazione che viveva a Dardago e a Budoia e che in caso di pericolo avrebbe dovuto abbandonare le proprie case e ripararsi con i beni più preziosi e gli animali nel recinto. Tra le due ipotesi, però, la prima mi sembra la più probabile e giustificherebbe meglio l’abbandono del colle e il degrado del castello in «castelat». Va detto che il ruolo del recinto di Dardago nel panorama geostorico del Friuli in età altomedievale ha un carattere particolare se pensiamo che nel X secolo, con le prime attestazioni documentarie del territorio, quel piccolo colle si trovava sul limite orientale di un importante confine. Almeno a partire 10

dal 923 ai piedi del colle, lungo il letto dell’Artugna, passava il confine tra i territori sottoposti alla giurisdizione friulana e quelli tributari al Vescovo di Belluno. In questo senso la fortificazione poteva essere un elemento del controllo territoriale precedente al castello di Polcenigo e avere quelle funzioni di presidio che di li a poco assumerà, per la parte patriarcale, il castello avianese a sua volta posto a ridosso del confine giurisdizionale. La costruzione del nuovo castello polcenighese, su un colle già utilizzato in epoca protostorica, determinò l’abbandono del vecchio presidio militare e il suo progressivo degrado. Resta da chiedersi se questi resti corrispondono alla Clusas de Abincione, que pertinent de marcha Foro Julii che Berengario donò nel 923 al Vescovo di Belluno. Infatti, le chiuse erano dei presidi militari posti lungo le strade principali dell’impero, e quella che transitava ai piedi del colle era, appunto, la «strada regia», uno degli assi più importanti del collegamento tra la sede imperiale e la penisola italica.

Nuovi progetti di valorizzazione Oggi cosa bisogna fare per continuare la ricerca e venire a capo del misterioso manufatto? Per prima cosa siamo convinti che si debba continuare un’opera di presidio e pulizia della vetta del colle in modo da rendere più evidente il perimetro della cinta esterna. Dall’altro lato crediamo che il Cjastelàt e l’insediamento di Longiarezze debbano diventare due punti focali del recupero ecomuseale della scarpata cansigliese. La costruzione di un itinerario di archeologia medievale e postmedievale è un obiettivo che si può raggiungere anche in tempi molto brevi. Contemporaneamente si potrà organizzare uno scavo archeologico (anche solo un sondaggio) in modo da poter arrivare a comprendere origini e fini del manufatto. Solo dopo quest’ultima fase si potrà confermare o meno una delle precedenti ipotesi inerpretative.


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la Novena

de Nadhal vena di Maria, è conosciuta anche come «novena dei versetti» in quanto venivano recitati i versi dei profeti relativi all’avvento messianico. Quella cantata nelle nostre chiese – a cui per diffusione spetta un indiscusso primato – è stata composta da Carlo Antonio Vacchetta (1665-1747), della Congregazione di San Vincenzo de’ Paoli ed eseguita a Torino per il Natale del 1720 nella chiesa dell’Immacolata. La marchesa Gabriella Marolles delle Lanze che frequentava la chiesa pare sia essere stata la sostenitrice della composizione in quanto devota verso il mistero dell’incarnazione e della nascita di Cristo. Sicuramente fissò nel suo testamento un lascito consistente affinché la si celebrasse ogni anno. Anche la melodia che accompagna il testo è attribuita allo stesso autore, insegnante di liturgia, nonché compositore di altri testi musicali. Veniva eseguita all’unisono. Per opera dei missionari e dei sacerdoti che in avvento facevano gli esercizi spirituali e frequentavano la funzione, la pratica si allargò al Piemonte e alle altre regioni del nord Italia. Con i salesiani di don Bosco raggiunse in breve il mondo. Documentazione e memoria inesistenti non consentono di supporre che nelle nostre parrocchie – come in molte altre della diocesi – fosse diffusa l’usanza tipica di Aquileia di iniziare la novena con il canto del Missus, passo evangelico in cui si riferisce dell’annuncio dell’angelo a Maria (Luca 1, 26-38) per poi proseguire con le altre orazioni ed il canto del Rorate coeli. Padre Vacchetta scelse i testi dall’ufficio del giorno, mattutini e

vesperi, mescolando la struttura degli stessi e raramente attingendo dai brani liturgici. La forma tramandata ha la seguente struttura: Invitatorio (il già ricordato Regem venturum dominum ripetuto dopo ogni profezia); Profezie, sette passaggi di varia lunghezza (a cui se ne aggiunge un ottavo da cantare solo il 24 dicembre), composti utilizzando varie fonti, soprattutto antifone e salmi. Basate su testi biblici con una rielaborazione di estro poetico, hanno tutte come contenuto la venuta del Salvatore, figlio della casa di Davide, re e santo d’Israele e l’invito a gioire perché sulla terra regnerà pace e giustizia. Segue il Cantico, Laetentur Caeli, una composizione di versi tratti dai Salmi e da Isaia nel quale si implora il Signore a non tardare e a portare al mondo salvezza e liberazione. La Lettura breve (Ebrei, 6-7) esalta l’eternità del regno di Dio e l’inno che la segue, En clara vox (tratto dall’ufficio per l’avvento e per il Natale) sottolinea che Cristo, incarnandosi in Maria, scelse di vestire un corpo mortale per la

salvezza dell’uomo. Per ogni giorno vi è poi una particolare antifona seguita dal Magnificat (Luca 1, 46-55) intonato con il segno della croce come nei Vesperi. La celebrazione si conclude con la Colletta e tradizionalmente seguiva la benedizione col Santissimo. Pur non essendo una preghiera ufficiale della Chiesa, la novena costituisce un momento ecclesiale molto significativo. Parteciparvi, nei nostri paesi, oltre che prepararsi spiritualmente al Natale, voleva dire riempire le strade d’inverno deserte; ritrovarsi uniti in un’attesa comune che era desiderio di giustizia, di pace, di salute, ma anche semplice anelito di socialità. Attardarsi a chiacchierare sulla strada del ritorno. Un altro tassello scomparso del nostro stare insieme.

Bibliografia: Enciclopedia Ecclesiastica, Vallardi, Milano 1963, vol. VII, p. 602; New Catholic Encyclopedia, Washington DC 1967, vol. 10, p. 543; John Rybolt, The Christmas Novena, «Vincentian Heritage Journal», vol. 6, issue 2, 1985, article 6.


Padre Venanzio in paradiso con Padre Marco Un grande amico della comunità budoiese. Apostolo e promotore di Beato Marco d’Aviano.

di Walter Arzaretti

C ome avevamo annunciato nel precedente numero, ci ha lasciati inaspettatamente padre Venanzio Renier che tutti identificavamo con il Beato Marco d’Aviano. La morte è intervenuta in un contesto di eventi del tutto particolare che ci fa esclamare: «Come padre Venanzio era vissuto fino ai 99 anni con la predica in bocca (era un predicatore di grande talento), così padre Venanzio è caduto (e poi morto) con la predica in mano». Stava, infatti, alzandosi il pomeriggio del Corpus Domini dallo scrittoio, dove aveva appena appuntato dei pensieri da sviluppare nell’omelia da tenersi subito dopo presso la casa delle Suore Francescane di Cristo Re di Tarzo, quando ha perso l’equilibrio. Alla frattura del femore è seguito il ricovero e l’operazione, quindi il ritorno in convento di Conegliano, dove la morte del giusto lo ha colto quasi d’improvviso nella prima ora del 17 giugno scorso. Padre Venanzio lo ricordiamo con stampato in faccia il suo sorriso ammiccante. Ha frequentato i nostri paesi per un ventennio (trascorse diciassette intensissimi anni nella chiesa del Cristo a Pordenone), portandosi qui spesso per celebrazioni, la confessione o anche solo visite di amicizia (ricordiamo il suo legame con i fratelli monsignor Aurelio e Mario Signora, ricco di memorie veneziane). I nostri parroci lo chiamavano spesso a condividere la vita comunitaria: per il padre era una gioia sentire l’affetto di una comunità cristiana, che ricambiava con la sua parola nutrita di preghiera, di vangelo assimilato in vita e di una rara sintesi della sapienza dell’intelletto e quella del cuore. Marco d’Aviano ha originato questo rapporto, lo ha intensificato negli anni di lavoro per farlo riscoprire al nostro popolo, lo ha suggellato con la beatificazione cinque anni fa, lo rende perenne ora che padre Venanzio ha raggiunto il suo antico confratello, nostro conterraneo. Padre Venanzio 12

sarà sempre ricordato, perché il Beato Marco sarà sempre onorato da noi! La sua vita è caratterizzata dai molti impegni particolarmente gravosi anche negli anni della terza e – si direbbe – «quarta» età nella veste di vicepostulatore (dal 1977) della causa di Padre Marco. Questa era abbandonata da tempo ed era senza prospettive di concreta definizione. Padre Venanzio non si diede mai per vinto: chiarì fatti e contesti della vicenda storica del grande taumaturgo, predicatore e consigliere dell’imperatore d’Austria, legato pontificio negli eventi drammatici delle liberazioni di Vienna, dell’Ungheria e dei Balcani e definito, per questo, «salvatore dell’Europa». Determinante fu la sua opera di chiarimento (era un valente giurista) delle modalità del miracolo accaduto a Padova in favore di un bambino di cinque anni affetto da meningite e per il quale San Leopoldo aveva invitato a pregare l’intercessione di Marco d’Aviano: per l’approvazione di detto fatto straordinario, a lungo non compreso, padre Venanzio fu tenace e caparbio come pochi altri. Non si arrese mai, nemmeno di fronte a quanti lo scoraggiavano a continuare nella difficile causa storica. Era sicuro della santità canonizzabile di Padre Marco e deciso a proporne le virtù e la potenza presso Dio a tutti. Così, a età già veneranda (chi scrive iniziò a lavorare accanto a lui quando aveva 83 anni e si continuò senza soste per altri 16!), girò per parrocchie, comunità religiose, diocesi, forte anche della stima di cui godeva presso i vescovi e il clero e in molti ambienti culturali. Per questo fu molto amato dalla nostra gente, tra la quale accolse l’invito a restare con il suo corpo mortale, che attende la risurrezione in una tomba voluta dall’Amministrazione Comunale nel cimitero di Aviano. Del vicino comune era, infatti, l’unico cittadino onorario (i suoi natali erano stati a Chioggia il 1° maggio 1909). Riposi dalle sue inesauste fatiche apostoliche e – nella compagnia del Beato Marco che ora gode – ottenga alle nostre comunità parrocchiali, che ha amato con squisita amicizia, la grazia di vivere la sequela del Signore con quell’autenticità che gli era propria. Ottenga pure vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa che padre Venanzio abbracciò ancora bambino di nove anni. Grazie, padre Venanzio, e – come Lei ripeteva – Arrivederci in Paradiso!


di Rosella Zambon

l’inutilità delle guerre Così mio padre, Angelo Zambon (2 giugno 1897- 22 luglio1993), raccontò le vicende della Prima Guerra Mondiale da lui vissuta.

Sul foglio di congedo illimitato si legge «Durante il tempo passato sotto le armi ha tenuto buona condotta ed ha servito con fedeltà ed onore». Sopra. La foto è stata scattata a Gradisca a guerra finita.

«Nel 1915 mi trovavo a Capodistria per lavoro e poco prima della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria feci ritorno a Dardago, anche se le autorità austriache mi avevano assicurato che potevo tranquillamente rimanere, perché mai mi avrebbero internato. Nel 1916 chiamato alla visita militare a Pordenone, fui giudicato «rivedibile» e nel gennaio 1917 in una seconda visita fui dichiarato «abile per mobilitazione» e dal Distretto di Sacile fui inviato al 58° Fanteria di Padova. Dopo un mese e mezzo di addestramento ad Este, partimmo per il fronte. Abbiamo sostato a Basaldella, a Dolegna, a San Martino-Quisca e con il 242° Reggimento Fanteria Brigata Teramo siamo giunti in prima linea in trincea sul Monte Cucco (1 maggio 1917). Attraversato l’Isonzo, ci siamo attestati sulla linea M. Cucco-M. SantoVodice. Ho partecipato alle battaglie per la presa di questi monti; ricordo in particolare la decima battaglia dell’Isonzo con inizio il 12 maggio e la sanguinosissima undicesima battaglia dell’Isonzo iniziata nella notte dal 18 al 19 agosto. Alla battaglia di maggio ho partecipato come truppa di rincalzo, in quella di agosto ho combattuto in prima linea. Ho visto morire tantissimi uomini. Le trincee nemiche 13

erano a 100 metri da noi. La preparazione di fuoco era intensissima, l’artiglieria sparava dal Sabotino, le granate passavano sopra le nostre teste, poi si usciva all’assalto. Anche le nostre postazioni furono colpite dai nostri. Siamo avanzati per giornate intere fino ai piedi della Bainsizza. Prima avevamo in dotazione il fucile Vetterli, molto vecchio e pesante, in trincea invece ci hanno dato il fucile ‘91 e bombe a mano. Avevamo anche la maschera antigas, ma non si resisteva a tenerla a lungo; successivamente fu sostituita da una maschera di fabbricazione inglese più sopportabile. Durante l’offensiva i viveri non arrivavano; quando eravamo in trincea il rancio giungeva solo di notte. Ricordo un episodio particolarmente doloroso. In una trincea vicina alla mia i soldati si sono rifiutati di andare all’assalto; sono stati tutti passati per le armi sul posto. Toccò allora a noi uscire all’assalto, siamo ritornati vivi in cinque. Dopo l’offensiva siamo andati in riposo a San Martino-Quisca, anche per ricostruire il battaglione ormai inesistente. A causa del micidiale gas, l’yprite, che avevo respirato, mi ammalai (vomito, difficoltà respiratorie con forti dolori) e con la CRI fui portato ad


Udine in un ospedale da campo. In seguito alla ritirata di Caporetto con il treno della CRI sono stato portato a Vigevano in un ospedale militare e poi sono stato ospite dell’ottima famiglia del capitano Barbiero, pure ferito, che avevo aiutato durante la degenza. Finita la convalescenza sono stato mandato al 40° Fanteria a Benevento (10 novembre 1917) e dopo una settimana siamo partiti per il fronte. Lasciata Padova, siamo passati per Cittadella, Bassano, fino a Semonzetto, Romano Alto e di nuovo in trincea, là dov’era la linea inglese. Nella primavera del ’18 sono stato trasferito al 58° Fanteria Brigata Abruzzo. A Semonzetto eravamo in una trincea inglese come truppa di rincalzo. Quindi siamo passati sul Monte Grappa e sull’Asolone in prima linea.

Cominciata l’offensiva di ottobre, durata 8/10 giorni, abbiamo sfondato le linee: sparavano da tutte le parti, tante volte la morte mi è passata vicino. A piedi siamo giunti a Fonzaso, Lamon, Strigno. La guerra ormai era finita. Dopo una licenza di 15 giorni a Dardago, ho raggiunto il Reggimento a Codroipo e poi ci siamo accampati a Duino per recuperare il materiale bellico sparso sul Carso, facendo parte dei corpi speciali. Siamo ritornati a Padova nella caserma di Prato della Valle, rimanendovi fino al congedo (10 aprile 1920). Ho ripreso il mio lavoro a Capodistria, dove ho trascorso con la mia famiglia tanti anni felici».

guerra, ma anche perché aveva impressa nel cuore e nella mente un’altra dolorosa data: 16 giugno 1953. Dopo otto anni di durissimo comunismo sotto il regime di Tito, sopportati con la speranza di un cambiamento, privato della casa e del lavoro, scacciato, con la possibilità di andare via solo dopo il pagamento di una cospicua somma di denaro, quel giorno lasciava per sempre quella nobile ed amata terra che combattendo con tanto sacrificio e lealtà aveva contribuito a rendere libera. Si sentiva offeso ed umiliato nel suo essere uomo ed essere cristiano ed essere italiano. E rifletteva sull’inutilità delle guerre e l’ingiustizia di trattati di pace.

*** A questo punto mio padre si chiudeva in un muto indicibile dolore, non solo perché riviveva gli orrori della

Ricordando i nostri soldati Nel 1968, in occasione del 50° anno dalla fine della Prima Guerra Mondiale, lo Stato conferì l’onorificenza di Cavalierato dell’Ordine di Vittorio Veneto agli ex combattenti, per riconosciuti meriti combattentistici (art. 4 della Legge 18 marzo 1968 n. 263). A Budoia le onorificenze furono consegnate in tre momenti distinti. I primi quindici ex combattenti furono nominati nel febbraio 1969. Così riportava Il Gazzettino dell’epoca.

il vice sindaco maestro Besa, ex ufficiale degli alpini. Il Sindaco ha appuntato le onorificenze personalmente, mentre quella assegnata a Egidio Ruffilli, sottufficiale della marina deceduto recentemente, è stata data alla figlia. Il primo gruppo di insigniti del Comune di Budoia comprende Romolo Cipriano Angelin, Angelo Bastianello, Giuseppe Bastianello, Umberto Bocus, Osvaldo Carlon, Ermolao Del Maschio, Giovanni Maria Fort, Paolo Fort, Maurizio Gislon, Vincenzo Ianna, Riccardo Panizzut, Giuseppe Rizzo, Eligio Ruffilli, Iginio Santin e Costante Zambon.

NEO CAVALIERI DI BUDOIA Anche a Budoia, con austera solennità, si è svolta la cerimonia della consegna delle insegne della Vittoria a quindici ex combattenti della Grande Guerra (uno alla memoria). Ha aperto i discorsi di prammatica il sindaco maestro Armando Del Maschio e ha tenuto la commemorazione ufficiale

In alto. Foto di gruppo dei neo-cavalieri con il sindaco Armando Del Maschio. A lato. Momenti della cerimonia, nella piazza di Budoia.

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Giovanni Davide Bocus

A lato. Giovanni Davide Bocus, sergente maggiore dal 10 giugno 1915 e dall’1 luglio 1917 aiutante di Battaglia, un grado militare istituito per la durata della guerra. Operò tra Podgora, Oslavia e il Trentino e nuovamente nel Carso e in Carnia. Fu fatto prigioniero con la 1a Compagnia del Reggimento Fanteria il 6 novembre 1917 e rimpatriato un anno dopo, il 20 novembre 1918. Sopra. Giovanni Davide Bocus, durante il periodo di prigionia. Sul retro si legge: «Ricordo della prigionia. 10 novembre 1918 Hern Clkuccacek Krieg (guerra) 1914-18». (proprietà di Luigi Bocus).

NEL 90° ANNIVERSARIO DELLA FINE DELLA GRANDE GUERRA, DARDAGO HA RICORDATO IL SACRIFICIO DEI SUOI SOLDATI

dall’Artugna al Piave

Mostra fotografica

di Massimo Zardo

Sono passati novant’anni dal 4 novembre 1918: la battaglia di Vittorio Veneto e la successiva pace misero la parola fine ad una lunga guerra, costata all’Italia più di 600.000 morti e quasi un milione tra feriti e mutilati, e a tre lunghi anni di sofferenze per le popolazioni del Veneto, del Friuli e dei territori contesi. All’inizio della guerra, come ai tempi dei romani, delle scorrerie turche, della guerre tra Venezia e gli Asburgo, di Napoleone, il Friuli fu ridotto a terra di passaggio per gli eserciti e a campo di battaglia. All’inizio retrovia del fronte, vide partire i giovani, richiamati alle armi, e le famiglie private delle loro braccia si dovettero reggere su quelle dei vecchi e delle donne, in una economia basata soprattutto sul lavoro nei campi e nei boschi. Fu un lungo periodo di sofferenze, in attesa di una vittoria che tardava a venire. Nel 1917

la ritirata di Caporetto ebbe drammatiche conseguenze: abbandonare le case e fuggire profughi fu inevitabile per molti, gli altri rimasero nei paesi occupati dal nemico, obbligati a fornire alloggio e cibo alle truppe austroungariche, i bosgnachi. Oltre a questo la disperazione di non conoscere il destino dei familiari ancora impegnati al fronte. La mostra 1918-2008 Dall’Artugna al Piave in ricordo dei nostre veci, organizzata presso il Teatro di Dardago da www.artugna.it con il Patrocinio del Comune di Budoia e la collaborazione della redazione de l’Artugna, ci racconta tutto questo attraverso le numerose testimonianze fotografiche e documentali raccolte durante il lavoro di ricerca presso le famiglie del comune che Gigi Basso e Flavio Zambon hanno da anni intrapreso. 15


L’abbondanza del materiale a disposizione e l’occasione storica hanno fatto da levatrici alla mostra: un lavoro lungo di cernita e di restauro, di ricerca dei nomi di persone e luoghi culminato nella giornata del 13 agosto. L’inaugurazione è stata particolarmente affollata: accanto agli organizzatori ed alle autorità locali erano presenti moltissimi compaesani, che già prima dei discorsi ufficiali

durante la vita di retrovia, vediamo foto che raccontano la vita dei soldati nei momenti di pausa, fatte per dire a casa: «Siamo qui, siamo vivi».

cercavano nei volti ritratti sulle foto quelli di nonni e parenti di cui forse avevano solo sentito parlare. Al di là dei discorsi di rito, è il sindaco Antonio Zambon a cogliere il senso vero della mostra, raccontando un episodio accaduto a sua madre, neonata all’epoca dei fatti, quando con il suo pianto, inconsapevole, salvò non solo i viveri nascosti nella sua culla, ma anche la famiglia da possibili rappresaglie austriache. In questa ricca esposizione di documenti infatti noi non troviamo foto di combattimenti, come in molti dei musei grandi e piccoli dedicati alla Prima Guerra Mondiale, vediamo piuttosto le foto ricordo, spesso fatte in studio, che figli e mariti mandano a casa, vediamo soldati che mangiano o riposano nel cortile di una casa di Budoia,

in piazza, per le strade, fieri della loro medaglia di Cavalieri di Vittorio Veneto nei giorni delle ricorrenze. Una lunga carrellata che ci commuove, che ci ricorda come quegli uomini vissero e combatterono, morirono, ma sono soprattutto i ricordi dei presenti che integrano le didascalie, sono le memorie e i racconti dei nostre veci a dare vitalità alla mostra che diventa occasione per rievocare episodi di battaglie, di vita di retrovia o di prigionia: fioriscono le storie di alpini e fanti, di donne rimaste a casa, episodi a volte comici, a volte tragici. La Storia si perde in tanti piccoli frammenti, diventa storia di uomini, quella dei nostre veci: in molti siamo tornati a visitarla più volte, la mostra, per incontrare nuove persone e ascoltare nuove storie o per

Sono volti seri, di uomini giovani ma già provati, ritratti durante il servizio o la prigionia, volti sempre fieri: tra loro quelli di persone che abbiamo conosciuto, dei nostri nonni e zii, dei vecchi che incontravamo

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raccontarne a nuovi visitatori. Nella parte dedicata ai documenti, particolarmente ricca di testimonianze, erano invece esposte le lettere dal fronte, i certificati di morte, le onorificenze militari. Nelle lettere troviamo la preoccupazione per il fratello in guerra in altra zona del fronte, per la famiglia, per la vendemmia, il pensiero sempre rivolto a casa, nei documenti ufficiali la parte fredda e

burocratica della Storia che riprende il suo posto. La mostra era integrata dagli oggetti provenienti dalla collezione di Norman Urban: uno spaccato sulla vita in trincea di grande interesse storico che spazia dagli oggetti personali agli equipaggiamenti. Il numero e l’entusiasmo dei visitatori non lasciano dubbi sul valore di questa mostra, non solo fotografica alla fine, e sull’interesse per l’argomento: ne deriva l’invito per gli organizzatori a continuare nella ricerca e catalogazione, puntando magari all’edizione del centenario.

* Chi volesse vedere le fotografie della mostra può trovarle, integrate da numerose altre, sul sito www.artugna.it

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Nuova vita al capitel de Tomè di Leontina Busetti

Chi domenica 23 novembre non si trovava a Santa Lucia ha perso un’occasione di festa di paese, non comandata e non rituale. Alle 9.45 appuntamento in platha de Tomè: dopo un anno di restauri e molti di degrado è stato inaugurato e festeggiato il capitello. Ora tutti sappiamo che è un esempio unico in regione con così tante figure di santi, e molti di noi ora conoscono uno per uno i santi dipinti. Ne siamo tutti fieri, molti fieri. All’esterno è riapparsa anche la pietra viva, di una tonalità rosa, forse per effetto delle curatissime fughe, che rendono quel capitello secentesco alquanto ridente. È stato un vero piacere e un’intima soddisfazione sentire la descrizione che ha fatto il restauratore, il quale ha lavorato

La comunità di Santa Lucia si è raccolta insieme al parroco, alle autorità civili – sindaco ed assessori – e al coro del Collis Chorus attorno all’edicola sacra della Mater Doloris, in occasione dell’inaugurazione e benedizione dei restauri.

anche alla Rotonda, la splendida villa palladiana. Alla fine ricco rinfresco, anzi, data l’ora, un vero pranzo in piedi per tutti al centro sociale. Il tutto in una splendida giornata di sole. La soddisfazione è stata tale che,

orgogliosi di possedere un vero gioiello artistico, molti pensano di recuperarne un altro, quello sulla casa di Romano Scarper.

È un’intelligente metafora che propone una rilettura dell’architettura contemporanea attraverso un continuo parallelismo con l’arte culinaria, la prima monografia dedicata ai progetti di ELASTICO SPA, studio di cui il nostro conterraneo Stefano Pujatti è titolare. Uno scritto sagace ed intelligente, che descrive in cinque capitoli la capacità di chi cerca di migliorare, indagando, sperimentando e costruendo il senso stesso del fare architettura. Idee, tante idee presentate abilmente da Corrado Curti e dallo stesso Stefano nel saggio pungente che apre l’opera e che si assapora in pietanze accattivanti scandite dai titoli metaforici dei sottocapitoli. Il tutto, servito in un

vassoio d’argento insieme con Progetti* – Schede tecniche – Pensieri, Parole, Opere e Ossessioni – ELASTICO SPA curricula, in cui si scopre, pagina dopo pagina, la seria e fattiva professionalità di uno degli studi d’architettura fra i più interessanti in Italia. L’impaginazione, accattivante ed inconsueta, rende desiderabile e saporito il volume anche come oggetto da fruire a livello sensoriale. La seconda monografia? In attesa di essere gustata come la prima! Complimenti, Stefano!

Sull’argomento sarà riservato uno spazio maggiore nel prossimo numero.

[ recensione ] ELASTICO SPA Stefano Pujatti Architetti Architettura al sangue rare Architecture a cura di Luca Maria Francesco Fabris, Maggiori Editore, Dogana, 2008

Lo si può trovare nelle migliori librerie

* Dei 28 progetti presentati, alcuni sono realizzati anche con la collaborazione dello studio ELASTICO 3 di Alberto Del Maschio.


Auguri

per i 100 anni di Wilgeforte Un secolo di vita tra Dardago e Venezia Eravamo veramente in tanti il pomeriggio del 26 agosto 2008 a festeggiare il 100° compleanno di zia Wilge insieme ai suoi quattro figli, ai suoi sei nipoti e ai due piccoli pronipoti Riccardo e Marco ed è stata una grande, bellissima festa organizzata nel cortile della casa madre dei Bastianello Fuser Codif dove sotto bianchi gazebo e attorno a tanti tavoli infiorati e a tante buone cose da gustare decine di persone si sono strette vicino a lei, hanno goduto della sua presenza ed hanno ascoltato la Santa Messa, celebrata da suo nipote padre Agostino Selva. È stato un pomeriggio per molti dei presenti di grande intensità emotiva perché è stato un riandare indietro nel tempo a ricordare tanti momenti felici vissuti in quel cortile e in quella casa. La vita della Zia è stata laboriosa, esemplare, costellata di momenti difficili e gioiosi, una vita che corre tra Dardago e Venezia, dove ancora vive insieme a Daniela, sua figlia, che la cura in modo ammirevole. Ogni estate torna a Dardago per trascorrere i mesi caldi e riunire attorno a sé le persone più care nel giorno del suo compleanno. Una vita iniziata a Venezia il 26 agosto 1908, ultima di sette fratelli: Santa, Romano, Letizia,

Cornelia, Tiziano, Giovanni, tutte persone ben conosciute a Dardago. Santa e Letizia hanno trascorso qui la loro vita, gli altri, come lei, hanno vissuto a Venezia, ma hanno mantenuto stretto il legame con questo paese. Nel 1942 si è sposata con Aldo Balliana ha avuto quattro figli, è diventata nonna e bisnonna. Nonostante la numerosa famiglia, le sue case di Venezia e di Dardago sono sempre state aperte a parenti ed amici, che hanno condiviso con lei momenti tristi e momenti lieti, sono stati da lei consolati, aiutati, rallegrati. Molti sono, inevitabilmente per una vita così lunga, i vuoti lasciati da chi non

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c’è più, ma molte ancora sono le persone che possono testimoniare questa sua generosità e che sono accorsi felici e riconoscenti per festeggiarla. Ancora una volta lei è riuscita a riunire tante persone; ancora oggi, pur centenaria e non più al massimo delle sue forze, rappresenta un punto di riferimento, di affetto insostituibile. Davanti ad una torta regale, coperta di rose, appositamente preparata per lei da Emanuela, l’altra figlia, tutti noi l’abbiamo applaudita augurando a lei, mamma, nonna, zia, amica, testimone di un tempo e di una realtà tanto diversa dalla nostra, ancora lunga vita. CHIARA


Riportiamo l’omelia di Padre Agostino Selva in occasione della Messa di ringraziamento

Fede, preghiera e fiducia nella Provvidenza Dardago, 26 agosto 2008 Carissima zia Wilge, non è certo, il momento di fare un discorso, ma una parola di circostanza è necessaria perché voi, Gian Battista, Gian Paolo, Daniela, Emanuela e figli, vivete con noi, oggi, un momento di vita veramente eccezionale e sotto molteplici aspetti. Il primo, è naturalmente il 100° compleanno di vostra madre, che per noi tutti è la zia Wilge. A Lei noi tutti dobbiamo molta gratitudine. Dopo una esistenza laboriosa, esemplare, naturalmente sofferta (basti pensare alla prigionia dello zio Aldo), ai molteplici problemi e affanni che una vita così lunga e impegnata pur rallegrata dalla nascita di figli e nipoti, nonostante le prove anche fisiche di questi ultimi anni, vostra madre, ha raggiunto una meta consentita a pochi, e certamente nel suo cuore gioisce nel vedersi attorniata da noi tutti. Mia madre è stata la prima a la-

sciarci, ma la zia Santa, lo zio Romano, la indimenticabile nonna Angela, hanno quasi sfiorato questa meta. Opportunamente ho scelto come prima lettura un famoso testo dei Proverbi, nel quale si fa l’elogio della donna virtuosa. Un secondo motivo che rende eccezionale questo giorno, sta nel fatto che la zia Wilge è presente oggi attorniata da tutti i suoi 4 figli, dai nipoti e proprio mentre celebra i suoi 100 anni, Martina gli ha dato il suo secondo figlio Marco, nato pochi giorni fa. Chi di noi, che da bambini ci divertivamo in questo cortile a correre sul patùs, a piedi nudi e magari con le ginocchia sbucciate, chi poteva pensare allora di vivere questo giorno e di partecipare alla sua gioia di donna pienamente realizzata? È un fatto stupendo per noi che abbiamo vissuto quei tempi, e lo dico, in particolare ai più giovani fra voi: quale grazia! E quale segno della benedizione del Signore. Un terzo motivo che rende eccezionale questo giorno sta nel fatto in questo cortile, in questa casa dove decine di nostri parenti hanno vissuto in modo esemplare la loro religiosità e la loro fede, viene celebrata la Santa Messa di ringraziamento, da uno di voi, che è stato chiamato da Dio ed ha la possibilità di ringraziare con voi il Signore. Chi poteva pensare che proprio uno della famiglia – ormai avanzato in età – potesse essere con voi oggi per ringraziare il Signore, per tanti suoi benedici elargiti, proprio in questo luogo e in questa casa! Chi poteva pensare allora ad un tale evento? Io ricordo sempre, la figura scarna e severa, di don Romano, il fratello della nonna Angela, che per 50 anni è stato parro19

co a Dardago e ricordo il timore che ci incuteva, ma anche la sua esemplarità. E rivedo sempre con commozione il giorno (era l’ Assunta del 1954 e Parroco era Don Nicolò) nel quale ho celebrato la mia prima Messa solenne in questo paese tanto caro. Questo momento religioso deve restare nel cuore dei più giovani fra voi, come un momento importante della vostra vita e per noi, ormai maturi, un tempo di riflessione, di ringraziamento, e di impegno interiore. Chi di noi non ricorda, le lunghe preghiere che la nonna Angela ci faceva recitare alla sera prima di andare a letto. Il nostro tempo rispetto a quel tempo, è certamente spiritualmente più povero e la fede di molti vacilla. Ritrovarci qui oggi, attorno alla zia Wilge oltre che un momento di festa e di gioia deve rappresentare un momento di riflessione: questa donna, che oggi compie 100 anni, ha trovato nella fede, nella preghiera, nella fiducia nella Provvidenza, la fonte della sua vitalità e della sua esemplarità. La Zia è stata ed è veramente una donna «forte» come lo dice il suo nome, un po’ singolare: Wilgeforte. Per questo ho scelto il vangelo di Luca che ci racconta di Sant’Anna, vedova, che è rimasta tutta la vita attorno al tempio del Signore, nell’attesa fiduciosa del Messia che un giorno ha potuto prendere in braccio come il vecchio Simeone (Lc 2, 36 – 39). Fa bene ricordare questi momenti di vita semplice e laboriosa, quando, ragazzi, andavamo alla fontana col bigol per prendere l’acqua e alla sera ci sedevamo attorno a tavola, per mangiare la polenta e ciascuno di noi aveva il suo taglierino che lo zio Romano aveva preparato con il nome di ciascuno di noi. Quanti ricordi, e quanti vuoti ormai dei nostri cari che ci hanno lasciato e che domani ricorderemo in una Santa Messa che celebrerò in Chiesa per tutti i nostri famigliari. Questo giorno è eccezionale anche perché i ricordi del tempo che abbiamo vissuto ci consentono di rinsaldare i vincoli che hanno legato i nostri cari, e che nella zia Wilge trovano un forte punto di riferimento, di affetto, e di fiducia. Ringraziamo tutti il Signore per tanti benefici che ha donato alla zia Wilge, alla sua famiglia e a noi tutti che siamo sempre stati legati a Lei. E cosi sia. PADRE AGOSTINO SELVA


di Rosalia Bocus

’Na fia morta cussì,

’l é robadha S ono ben pochi ormai coloro che hanno un ricordo di questo tragico episodio, ma proprio per questo voglio raccontarlo. È mia ferma convinzione infatti che il passato debba lasciare una traccia anche se solo con una testimonianza. Era il lontano 5 gennaio 1948, quindi esattamente sessant’anni fa, quando a quasi tre anni dalla fine della seconda guerra mondiale, mia zia Adelia Zambon Biso, non ancora ventenne, morì a causa di un residuo bellico. A quei tempi, come tante giovani dei nostri paesi, Adelia era a servizio di una ricca famiglia veneziana. Essa abitava in un ampio e sontuoso appartamento, chiuso da una robustissima porta e riscaldato da una grande stufa di ghisa. La zia, verso le 16.30 di quel pomeriggio, gettò una palettata di carbone nella stufa e all’improvviso ci fu un’enorme esplosione. Tra i pezzi di carbone c’era una bomba che la colpì e la fece cadere a terra ferita. Il grande boato si ripercosse in tutta la città, ma i soccorsi attardarono, poiché si pensò che lo scoppio fosse avvenuto nell’appartamento sottostante, sede di un’associazione politica. Ci fu quindi qualche timore nell’intervenire. Una volta giunti sul posto, ai soccorritori si presentò un ostacolo: aprire la pesante porta d’ingresso. Riusciti ad abbatterla, si trovarono davanti la zia coperta di sangue, con gli abiti e i capelli bruciacchiati; ma fu lei ad indicare loro il luogo dove avrebbero trovato una coperta per avvolgerla e trasportarla. Non si potè caricarla sulla lancia

per accompagnarla all’ospedale, perché il canale era in secca. Quel giorno a Venezia c’era poca acqua. Fu trasportata a braccia, zigzagando tra le calli. Il tempo, così determinante e prezioso, intanto correva. All’ospedale Adelia fu raggiunta dal fratello Ermido, allora solo quattordicenne. Era consapevole delle sue condizioni e quando lui cercò di tranquilizzarla, comunicandole che prima di mattina i suoi genitori l’avrebbero raggiunta, lei rispose che non sarebbe vissuta fino ad allora. Mandò un saluto ai suoi cari, nominandoli tutti ad uno a uno. Alle ventitré circa spirò per dissanguamento. Ma i disguidi per la famiglia continuarono. Quella sera a Dardago tutti erano andati ad assistere al pan e vin in te la Solvela. Allora esisteva solo il telefono pubblico in un osteria di Budoia. Una volta giunta la notizia da Venezia, un giovane di Mezzomonte, che non conosceva la famiglia, dopo aver chiesto informazioni a destra e a sinistra, raggiunse la casa della zia, ma non vi trovò nessuno. Finalmente informati, i genitori dovettero però attendere il mattino per poter partire. Con che mezzo avrebbero raggiunto Venezia a quei tempi e a quell’ora? Una volta giunti alla stazione, trovarono dei parenti ad attenderli e a comunicare loro la tragica notizia. *** Questo racconto non può naturalmente limitarsi ad una fredda cronaca, ma è motivo di alcune riflessioni. Io allora avevo solo un anno e mezzo e quindi non ho il minimo ricordo di nessun particolare di quel 20

tragico avvenimento, ma il racconto, nei dettagli, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Trascorrevo l’estate dai nonni e la nonna, in particolare, me lo ripeteva. Ricordo che mi mostrava i frammenti della bomba e un pezzetto di stoffa bruciacchiata del vestito che la zia indossava in quel momento. Conservava una sua foto sul comò e tutte le sere, prima di coricarsi, ci mettevamo lì davanti e insieme recitavamo il De Profundis. Ogni domenica andavamo al cimitero a cambiare i fiori, che dovevano essere necessariamente bianchi, perché – la zia è morta giovane – diceva la nonna. Coltivava appositamente per lei delle grosse margherite e degli astri. Naturalmente a quell’età tutto ciò non era per me comprensibile in tutta la sua essenza, ma a mano che sono cresciuta, ho potuto rendermi conto che il dolore di una simile tragedia sconvolge e segna la vita. La nonna era solita ripetere: ’na fia morta cussì, ’l é robadha, ritenendo che, forse, in seguito a una malattia, la morte diventa più accettabile, se così si può dire, che non in seguito ad un incidente di tale portata. Un’altra riflessione che con rammarico noi parenti ci scambiamo, è questa: se tale fatto fosse accaduto oggi, probabilmente Adelia si sarebbe salvata. Ora, tra i suoi cari, gli unici testimoni viventi sono solo la sorella Ornella e il fratello Renato, che allora era un bambino di poco più di sei anni. Tutti in famiglia abbiamo convissuto con il racconto di questa tragedia che in ognuno, sia pur in forma diversa, ha lasciato un segno.


Pa’ consumà manco metano Il Comune di Budoia ha convertito il vecchio impianto termico sostituendo le cinque caldaie a metano – che fornivano l’acqua calda ed il riscaldamento al municipio, agli edifici scolastici, alla Cjasa del Comun e al poliambulatorio – con un unico impianto centralizzato a legno cippato. La nuova caldaia è in grado di fornire una potenza termica di 700 kW ed è stata dimensionata in previsione del futuro allacciamento di altri edifici. La caldaia regolata da un sistema automatico e in cui il cippato viene sottoposto ad una doppia combustione (gassificazione e ossidazione dei gas di legno) ha emissioni significativamente inferiori a quanto prevede la normativa. Con questa scelta, uno degli obiettivi del Comune è quello di attivare filiere forestali che coinvolgano non solo i boschi demaniali ma anche i proprietari locali garantendo e stimolando la gestione del territorio. Con una spesa di 334.500 euro (sostenuta per metà dalla Regione), il Comune risparmierà ogni anno oltre 30 mila metri cubi di metano, rimpiazzati da 130 tonnellate circa di cippato, che costano attorno ai 10 mila euro; un investimento che si ripagherà in circa 15 anni, e che permetterà di evitare ogni anno l’emissione di 74 tonnellate di anidride carbonica. Restando sempre in tema di energia rinnovabile va ricordato che, da tempo, il Comune ha

installato sui tetti del municipio, dell’area scolastica e della biblioteca alcune batterie di pannelli fotovoltaici. Il nuovo impianto è stato presentato ed inaugurato lo scorso 20 settembre. Inaugurazione del nuovo impianto centralizzato a legno cippato.

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Thiespe, brombui e perseghi col pel Cara zia Angelina,

Milano 1928. A sinistra l’Angelina Sclofa e a destra la Cencina Tarabin.

più di un anno ormai è trascorso da quando ci hai lasciati, in breve tempo e quasi in punta di piedi par no disturbà nissun. In cielo sei volata per unirti alla schiera ormai molto numerosa dei famigliari che ti hanno preceduta e che forse da tempo aspettavano il tuo arrivo. Il 1° dicembre 2007 infatti avresti compiuto la veneranda età di novantacinque anni, bruciando ogni record precedente di longevità familiare. Tanti anni di vita, spesi nel duro e silenzioso lavoro dei campi, a sgrafà morena e a tirà su patate. Pui, pite e cunici riempivano el cortif de la to ciasa e regalavano uova fresche e carne sana senza ormoni e antibiotici. La tua robusta tempra, sia nel fisico che nella psiche, il tuo saldo equilibrio ti hanno permesso di reggere bene di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. E anche quando il vento soffiava contrario, mai ti hanno abbattuta le violenti raffiche. Sempre lucida nella mente, incline ad incoraggiare i tuoi cari a fa sempre pulido, di carattere riservato, poco per te hai preteso e poche sono state le occasioni di distrazioni e divertimento sia pur nella tua lunga vita. Da adolescente fosti costretta, come tante altre tue coetanee a lasciare il paesello natio, per necessità economiche, andando alla ricerca di un lavoro nelle grandi città. Milano prima e Trieste poi sono state le tue mete preferite. La foto, qui pubblicata infatti ritrae te, alla sinistra e la Cencina Tarabin alla destra, mentre godevate di qualche pausa dal lavoro, passeggiando in un parco della città. In seguito la Cencina diverrà poi tua cognata, sposando nell’anno millenovecentotrentaquattro il tuo fratello Guerrino Sclofa che a soli 22

dodici anni era arrivato da Dardago a Trieste per imparare il mestiere di cameriere e poter così guadagnarsi da vivere e mandar le palanche ai genitori. Più tardi anche tu qui lo raggiunsi e al ristorante «Pordenone», sito nello splendido viale XX Settembre, trovasti impiego come aiutante tuttofare di cucina. Fortunato Pellegrini, detto Nato, tuo compaesano, era proprietario di quel locale, punto di ritrovo di tanti altri Dardaghesi e dove si potevano degustare tipici piatti friulani. Tra le figure Dardaghesi spiccava la Rina, nipote del proprietario. Con lei hai condiviso fatiche e vissuto anche spassosi episodi che ancor’oggi Rina molto vivacemente ricorda. Per giustificare il titolo, un po’ spiritoso, del presente articolo è da dire che la sottoscritta, fino alla conclusione degli studi liceali, compiuti a Trieste, trascorreva le vacanze estive nella realtà contadina di Dardago. E con naturalezza si inseriva in quel mondo di cui oggi più che mai apprezza l’apporto formativo impresso al suo carattere. E qui, durante l’estate, la zia Angelina, incurante della calura, da Castello, dove risiedeva da sposata, frequentemente saliva in bicicletta fino a Dardago. Nell’ampia sporta, fatta di paglia, portava in dono i frutti della sua vigna: thiespe, dolci e mature, ancora ricoperte dalla naturale pruina (e non da anidride solforosa come quelle che oggi si comprano nei supermercati cittadini), i perseghi col pel, piccoli ma gustosi, che i molava l’os lasciando la cavità interna corrugata di un color rosso vivo, che mai più in città la sottoscritta ha ritrovato. Grazie, zia Angelina, dell’esempio luminoso che ci hai donato con la sobrietà della tua vita. LA NIPOTE PIA SCLOFA


Storia di Natale

Peppino e Mariuccia di Gabrì

C’era una volta il Natale di quest’anno. Maria, come ogni anno, aveva la pancia gonfia perché dentro c’era il piccolo Gesù, quasi pronto per venire al mondo. Siccome mancava poco, una mattina Maria disse al marito: – Peppino, ascolta, sento che il piccolo sta per nascere: per favore cercami un buon posto per partorire. – Che ne dici di un posto un po’ più comodo questa volta Mariuccina? Non sei stanca di mettere al mondo ogni anno il bambino dove non c’è riscaldamento o assistenza, nemmeno una piccola comodità? L’anno scorso l’hai fatto nascere a Baghdad, in mezzo agli spari, due anni fa in Amazzonia, con quell’umidità! E tre anni fa poi... – Lo sai Peppino, il nostro non è un bambino che nasce in un posto qualsiasi; ha bisogno di molta attesa, di molto desiderio... Non vorrai mica farlo nascere in una città qualunque, con tutto quel baccano, quel traffico, tutta quella roba da vendere e comprare e tutti che sanno già quello che vogliono perché l’hanno visto nelle vetrine... – Hai ragione, Mariolina, disse Giuseppe. Ma non ti piacerebbe quest’anno, farlo nascere a Betlemme dove il bambino è nato la prima

volta? Ricordi la grotta, l’asino, il bue e quella brava gente che veniva a portarci i doni, e gli angeli... Forse dopo tanto tempo sarà cambiato qualcosa laggiù... Mamma Maria sospirò: – La grotta, certo che ricordo. Sì, mi piacerebbe... Va a dare un’occhiata, Peppino! E Giuseppe, che faceva il falegname, si mise a costruire una bicicletta che volava, la chiamò ‘bivoletta’, la inforcò e via per il cielo verso la Palestina... Arrivò laggiù abbastanza in fretta, ma faticò non poco a trovare il posto perché era davvero tutto cambiato. La grotta c’era ancora ma era diventata il deposito di camion e bidoni vuoti di benzina. Non c’erano né bue né asino, solo due galline spennacchiate che beccavano vermetti neri di petrolio. E c’era un gran via vai di gente armata, camionette rombanti, ambulanze con la sirena... Giuseppe, un po’ spaesato si guardò attorno, salì sulla ‘bivoletta’, tornò da Maria e le raccontò ogni cosa. – La grotta non è più quella, capisci Mariolina? E poi c’è un’atmosfera tesa, sono tutti nervosi, non va bene tornare laggiù, te lo assicuro Mariuccina mia! Mamma Maria non rispose e acca23

rezzò la pancia che era grossa e tesa: ogni tanto si vedevano dei piccoli movimenti. Il bambino aveva voglia di nascere. – Peppino va a vedere se c’è un buon posto su, al nord, dove vive Babbo Natale: è un vecchione simpatico e cordiale e poi ci sono le renne che sono un po’ come l’asino e il bue... Mi piacerebbe far nascere il bambino in una di quelle casette di legno nella foresta... Detto fatto Giuseppe riprese la sua ‘bivoletta’, volò, volò e scese proprio sopra la casa di Babbo Natale, in mezzo a campi e boschi coperti di neve. Posteggiò vicino alla slitta e bussò pregustandosi una bella tazza di the caldo nella pace e nel calore della casa di Babbo Natale. La porta si aprì e apparve una signorina bionda, truccatissima e vestita da Babbo Natale che disse: – Cosa desidera? – Vorrei vedere Babbo Natale, io sono Giuseppe, lo sposo di Maria... – Ha un appuntamento? – Beh, io, credo di sì – mentì Giuseppe. – Allora si accomodi! E lo accompagnò sculettando in un gran salone pieno zeppo di pacchi, scatoloni, casse, sacchi di tutte le grandezze e in mezzo a tutto quel macello, chino sul suo computer, c’era Babbo


po’ di musica di sicuro... poco distante da lì ci sono le sagre e si balla tutto il giorno. Vedrai, Mariolina mia, sarà bello... E così ecco Peppino e Mariuccia sulla bivoletta roteare per il cielo e atterrare davanti alla grotta dove da lì a poco sarebbe nato il piccolo Gesù,

Natale pallido e agitato che batteva nervosamente sui tasti e scorreva con gli occhi arrossati lo schermo. – Ciao Babbo Natale! – disse Giuseppe un po’ intimidito. – Attenda un attimo per favore, sono su internet... – disse Babbo Natale senza neanche sollevare lo sguardo. L’attimo diventò mezz’ora. – Mi dica in fretta… – Beh, Babbo Natale, sai anche quest’anno sta per nascere il bambino e io e Maria... – Il bambino, quale bambino? Il nome per favore... – disse Babbo Natale. – Beh... Gesù – rispose Giuseppe. – G...E...S...Ù – digitò Babbo Natale. Vediamo: no qui non ho nessuna ordinazione per questo Gesù, non visualizzo nessun regalo per lui. – Ma, Babbo Natale, non si tratta di... – balbettò Giuseppe. Ma Babbo Natale non ascoltava più e con la mano sinistra gli faceva segno di andarsene mentre con la destra spostava il mouse velocemente. Giuseppe si alzò, passò tra i pacchi, rimontò in sella e si mise a pedalare velocemente per tornare a casa. Quando ebbe sentito quello che era successo, Maria rimase in silenzio tastando il pancione e poi disse: – È quasi ora, Peppino, vai ancora a fare un giro trova un posto, un buon posto qualsiasi. Non c’è più molto tempo... Peppino inforcò di nuovo la ‘bivoletta’ e via per i cieli. Adesso era proprio in ansia, doveva trovare a tutti i costi un posto dove far nascere il bambino. Ma dove?

C’era una tale agitazione ovunque... D’improvviso eccolo lì, il posto ideale: una distesa grandissima di prati con intorno colline e montagne e più in là paesi piccoli con gente semplice, cordiale, accogliente... – Mariuccina, dai preparati, il posto è proprio come lo volevi tu: una grotticina che si chiama Busa del Glath in Friuli. C’è intorno una gran pace. Fa un po’ freddo è vero ma con un paio di stufette De Longhi ci riscaldiamo bene. Il bambino sarà felice di nascere lì. E poi la gente è cordialissima, sono già in agitazione e stanno preparando grappe e formaggi... La levatrice è già pronta che ti aspetta. Non ti garantisco gli angeli che cantano, ma un bel

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nella pace e nella tranquillità, nella maestosità della natura e nel tepore delle cose semplici. Voi dite la vostra, io ho detto la mia: Buon Natale a voi, a Giuseppe e Maria. A tutti quelli che arriveranno fin qui: Buon Natale e uno strafelice 2009.


DARDAGOSTO 2008… ED È STATA FESTA PER TUTTI!

Ancia nealtre podhon!

di Adelaide Bastianello

Che bello il Dargagosto 2008! Senz’altro allegra è stata la serata musicale con Fabrizio e la sua prestigiosa band, veramente ottima la cucina di Franco e di tutti i suoi collaboratori che durante le feste ha soddisfatto «le voglie e gli appetiti» degli ospiti, bravi e divertenti i «mangiafuoco», ricca la Pesca di Beneficenza che ha divertito bambini, giovani e... non più giovani con la solita domanda «sarà rosso o nero?» Così pure il torneo di bocce organizzato da Mario e vinto da Francesca e Marco. Che dire poi del chiosco, gestito da Stefano, Elena e Daniele, che ha accompagnato tutte le serate del torneo, offrendo anguria a chi desiderava qualcosa di fresco oppure pane e salame o porchetta per coloro che giocando avevano bisogno di... trovare nuove energie. Interessante e toccante la mostra fotografica in ricordo dei 90 anni della Prima Guerra Mondiale. Gigi, Flavio e Roberto sono stati impegnati a lungo per reperire foto e studiarne l’elaborazione tecnica e con la collaborazione di Vittorio e Tino hanno allestito nella sala del Teatro questa bella mostra di grande interesse storico-sociale. Ultime, ma non meno degne di attenzione, le due mostre di artigianato artistico

nelle due salette dell’asilo relative a pittura e statue in legno preparate da Maria Grazia e Renato. Anche il nostro baler ha voluto dare un contributo alla festività «ospitando» sotto le sue fronde l’associazione onlus «gli Amici di Totò» per far conoscere e avvicinare anche i più piccoli all’onoterapia. Infine, nel pomeriggio, gli immancabili giochi per i bimbi condotti con maestria ed esperienza da Roberto e preparati con la collaborazione dell’insostituibile Raffaele. La festa

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dell’Assunta si è conclusa la sera con un incontro musicale nella nostra bella Pieve con il concerto del quartetto InCantus Quartet del quale fa parte la nostra brava Sara. Ma il particolare successo della festa è stato possibile grazie alla straordinaria e generosa mobilitazione di tantissime persone. Ho gioito nel vedere la quantità di donne, uomini e ragazzi che si sono proposti per costruire insieme il nostro Dardagosto.

Sotto la «chiamata alle armi» di Marta, Elena, Stefano e Daniele si sono mossi in tanti. È assolutamente impossibile nominarli tutti, perché erano più di settanta persone e senz’altro ne dimenticherei qualcuno. Di giorno Marta e Francesca Romana facevano acquisti per la pesca di beneficenza, la sera le donne in canonica arrotolavano biglietti raccontandosi e ricordando i tempi passati: te te ricorde quan che deane a scola… Nel Teatro c’era chi martellava, chi trapanava, chi spostava e montava pannelli, chi attaccava foto, chi puliva, chi dirigeva. Bruno tagliava siepi ed erba sul sagrato con Flavio e facevano tutto pulito per il grande giorno; Stefano e Tonino lavoravano duramente sotto un sole implacabile per preparare il campo di bocce. Intanto che Daniele ed Elena gestivano i chioschi, alla pesca di beneficenza si alternavano un numero incredibile di ragazzi e «giovani leve» per distribuire i premi. Nel cortile delle scuole, mentre

Franco con la sua efficiente squadra lavorava alacremente nella cucina, un gruppo di ragazzi serviva ai tavoli e distribuiva le bibite. E tutto ciò in armonia e con vero spirito di gruppo, divertendosi: erano molti anni che non vedevo una partecipazione cosi numerosa dì tutto il paese. È esattamente questo lo spirito col quale dobbiamo prepararci anche nei prossimi anni, tutti insieme per un unico scopo: il «nostro» Dardagosto. E pur se il tempo ci è stato avverso per tutta la settimana, la tenacia e l’entusiasmo di tutti era così coinvolgente che le persone uscivano comunque per partecipare alla «Festa dell’Assunta»: nessuno voleva mancare … ed è stata festa per tutti. Un «grazie» speciale ad Elena, Daniele, Marta e Stefano che si sono assunti l’impegno dell’organizzazione e sono stati il motore trainante di tutte le attività di intrattenimento. Ed ora, come ha detto Elena nei suoi ringraziamenti «Appuntamento a tutti al Dardagosto 2009!»

La pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo LE PERGAMENE DELL’ARCHIVIO di Carlo Zoldan

edizioni

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Dagli archivi della pieve di Dardago, 23 notai ‘raccontano’ la loro epoca, le relazioni, la vita, la cultura dei paesi della Pedemontana pordenonese attraverso 62 pergamene rogate tra il 1299 e il 1756. 26

Un documento d’eccezione, 288 pagine brossurate e cartonate, con riproduzione delle pergamene originali e dei signa notarili, testo latino medievale e traduzione.

Contributo 40,00 euro Disponibile a Dardago presso l’edicola «da Nives». Oppure telefonicamente 0434.654616·0434.242520 0434.654084


’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

1963: FOTO SULLA DIGA. QUARANTACINQUE ANNI FA IL NOME VAJONT FECE IL GIRO DEL MONDO. IL 9 OTTOBRE 1963 UN’IMMENSA FRANA, DI DIVERSI MILIONI DI METRI CUBI DI ROCCIA E TERRA, SI STACCÒ DAL MONTE TOC PRECIPITANDO NEL LAGO ARTIFICIALE, FORMATO DALLA DIGA CHE CHIUDEVA L’OMONIMA VALLE, PROVOCANDO UN’ONDA CHE TRAVOLSE, DISTRUGGENDOLI, I PAESI DI LONGARONE, CODISSAGO, CASTELLAVAZZO, ERTO E CASSO. CIRCA 2000 PERSONE PERSERO A VITA. QUALCHE GIORNO PRIMA, IL 27 SETTEMBRE, MICHEL LOUIS BASSO CON LA MAMMA GILDA ZAMBON, LA NONNA GIOVANNA IANNA, LA CUGINA CLARA ZAMBON PALA E LA ZIA EUGENIA ZAMBON THAMPOGNA PARTIRONO DA DARDAGO PER VISITARE LA DIGA APPENA ENTRATA IN FUNZIONE E CHE GIÀ FACEVA TANTO PARLARE DI SÉ. LE FOTO PUBBLICATE SONO TRA LE ULTIME SCATTATE IN QUEI LUOGHI PRIMA DELL’IMMANE TRAGEDIA. (TESTO E FOTO DI MICHEL LOUIS BASSO)

SPOSI D’ALTRI TEMPI. ERA IL 1940 QUANDO BEPI E CATINA – GIUSEPPE CARLON SACCON E CATERINA DEL MASCHIO ANDOLET – NOVELLI SPOSI, GIUNSERO A VENEZIA PER IL LORO VIAGGIO DI NOZZE.

UN NATALE DEGLI ANNI SESSANTA.TERESA DEL MASCHIO CON LA FIGLIA BENVENUTA, ACCANTO AD ALBERO E PRESEPE ALLESTITI DALLE NIPOTI LAURA E ELENA CARLON SACCON. (FOTO DI PROPRIETÀ DI ELENA CARLON SACCON)


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Agostino Vettor Ciao papà, questo è il saluto che in ogni momento ci rimane nella mente. Te ne sei andato in sordina dopo una breve malattia cominciata con una serie di cadute. Non ti è bastato l’affetto della tua famiglia; ti è mancata di più colei che pazientemente per 60 anni è stata la tua compagna di vita. Ora tu manchi oltre che a noi anche agli amici, al mattino per il caffè e la domenica dopo la Santa Messa per una bicchierata al bar Montecavallo, dove tu hai passato la tua vita di lavoro. Questo Natale per noi sarà molto triste, perché in dieci mesi ci avete lasciato tutti e due, ma ci consola il pensiero che da lassù ci guiderete e proteggerete. LE TUE FIGLIE

* Non ero più tornato in quella casa, così quando Daniela aprì la porta avvertii una fitta allo stomaco: l’ingresso con i suoi quadri alle pareti, la cucina dove sulla credenza in bella vista c’è la foto scattata qualche anno fa a Jesolo durante una vacanza spensierata, la tavola con la sedia legger-

mente spostata, segno di una persona uscita un attimo per acquistare un giornale o salutare un amico. In quel locale che tantissime volte ci ha visti condividere ore liete ricche di ciacole, di ricordi, di sogni, regna ora un silenzio innaturale. Quel silenzio che normalmente è leggero come falde di neve, suadente come il fruscio di un vento estivo, lento come il movimento degli astri, è d’un tratto, grave, pesante, insopportabile. Così voglio ricordare solo i momenti felici, i momenti migliori, quando tornavo e venivo a salutarti, quando la zia Vittoria preparava una delle sue fantastiche ricette, e la tavola diventava così un magico momento di incontro di gioia, di piacere di stare insieme. Ma la vita è così, a volte il vento cambia direzione velocemente, trascinando con sè, come foglie d’autunno, i nostri affetti più cari, i nostri desideri e coloro che se ne vanno lasciano fortunatamente un segno del loro passaggio, le loro impronte ben visibili nella sabbia del tempo. Ciao Zio Agostino. ENRICO VETTOR

Alessandro Gislon Sandro, il 29 agosto, dopo lunghi anni di malattia, ci hai lasciato. La malattia ti ha impedito di parlare ma non di ringraziare con un sorriso tutti coloro che ti venivano a trovare per dimostrare ancora la loro gratitudine per quello che hai fatto per la tua comunità. Ci lasci un grande vuoto, ma porteremo sempre dentro di noi i principi di rettitudine e di onestà che ti appartenevano e che ci hai trasmesso. I tuoi adorati nipoti ricorderanno sempre il loro nonno che, paziente e affettuoso, ha saputo insegnare con l’esempio, ha raccontato tante storie, e, sempre curioso, si 28

è anche avvicinato con loro alle nuove tecnologie. La tua famiglia ringrazia di cuore tutti coloro che le sono stati vicini in questi anni.


Aldo Del Maschio Cari amici, giunti a rendere omaggio al nostro caro Aldo, un doveroso saluto all’anziana zia Teresa e un abbraccio a Giorgio con tutte le persone di Milano. La tua cara Milano, o Aldo, che ti ha visto residente ed operatore al Gruppo Mondadori. Un commosso ricordo va a tua mamma Maria e a papà Fortunato, che ti hanno dato la vita. Un meraviglioso pensiero va alla tua seconda mamma, Rosa, che ti ha aiutato nella crescita umana e spirituale. Purtroppo sei stato anche tu giovane orfano, bisognoso di aiuto e di affetto. Ai tuoi parenti più prossimi, che ti hanno assistito amorevolmente, il nostro sentito cordoglio e la nostra vicinanza. Un grazie riconoscente al dr. Giovanni Della Valentina, al Personale dell’Azienda Ospedaliera di Pordenone e di Sacile, a tutti gli operatori di Casa Colvera a Pordenone; all’opera meritoria ed insostituibile di Carmen Gallini, con tutte le persone di buona volontà dell’Hospice Via di Natale che con affetto e premura ti hanno assistito fino al termine della corsa. Mi vengono alla mente le parole di

San Paolo: Il mio sangue sta per essere sparso in libagione. Ho conosciuto le battaglie, terminata la mia corsa, ho conservato la Fede. Nella tua vita sei stato atleta, portiere sportivo, dirigente, un vero galantuomo, mai banale. Esprimiamo il sentimento di riconoscenza di tutte le associazioni per le quali ti sei speso sempre con generosità ed altruismo disinteressato: la parrocchia, la Pro Loco di Budoia, il Budoia - Calcio, che ti ha visto tra i fondatori, la Pro Aviano nella stagione 2001-02, gli amici dell’Associazione Sclerosi Multipla e quanti omettiamo in questo momento. Con te se ne va un Amico, una persona cara sempre disponibile con un prezioso consiglio, presente nei momenti di difficoltà e sofferenza. Prima di lasciarci un ultimo ricordo va a don Aldo della parrocchia del Sacro Cuore di Pordenone, che ti è stato vicino come amico e consigliere spirituale. Ci facciamo forza, sorretti dalla Fede, rinfrancati nella speranza e operanti nella Carità. GIOVANNI CAO

Rosa Janna Si è spenta, con la grazia e il delicato silenzio di una candela al termine della cera, «zia Rosa», classe 1908. Da poco centenaria la Comunità e i lettori de l’Artugna avevano festeggiato il suo traguardo. Ricordo la sua vita al servizio della grande casa patriarcale, specialmente verso gli anziani di quella famiglia che l’aveva accolta come giovane sposa di Giovanni, mio zio, e ai quali aveva dedicato amore e cura per dar loro conforto e sostegno nella vecchiaia. In cento anni aveva visto, sofferto, gioito e lavorato senza sosta. A noi rimane il suo esempio ed il ram29

marico, come diceva il francescano padre Mariano, che «le mamme hanno un solo torto, quello di morire sempre troppo presto». VITTORIO JANNA TAVÀN


Cronaca Cronaca Restauro del campanile: le sfere della croce Ai primi di agosto, a fine restauro del campanile di Dardago, si è scoperto che alcune delle quindici sfere di vetro di Murano che arricchivano la doppia croce posta sulla punta erano andate o completamente o parzialmente distrutte. Si è dovuto quindi pensare velocemente a farle di nuovo. Chi meglio di Antonio Zambon Mao poteva aiutare in questa ricerca? Egli è stato per ben quarant’anni dipendente della Stazione Sperimentale del Vetro a Murano. È stato quindi subito interpellato e Toni, come capita sempre quando gli viene chiesto un favore, ha dato la sua piena disponibilità ad interessarsi della cosa. Pur sapendo che in agosto la maggior parte delle aziende chiudeva, è partito immediatamente alla volta di Murano con le «sue» sfere colorate in borsa e ha

provveduto a farle realizzare presso la Vetreria Vamsa di Murano e le ha gentilmente offerte in dono. A settembre le quindici sfere, create in tre colori: acquamarina, ambra e giallo marmorizzato, tre per ogni lato della croce, erano pronte e installate al loro posto in cima al campanile.

compleanno nella nostra bellissima chiesa di Santa Maria Maggiore per la Santa Messa. Poi al ristorante abbiamo ricordato i tempi passati. Il nostro pensiero è andato ai nostri coscritti «andati avanti». Con l’augurio di ritrovarci nei prossimi anni, ci siamo salutati con un caloroso arrivederci. COSCRITTI DEL ’38

I coscriti del ’38…

…A Dardago Il 10 agosto, noi coscritti del 1938 di Dardago ci siamo ritrovati per festeggiare il nostro 70°

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… A Budoia Il 24 agosto 2008 noi ragazzi del ’38 ci siamo incontrati per festeggiare un avvenimento che ci ha reso felici, il raggiungimento del 70° anno d’età, e abbiamo voluto far partecipi di ciò tutti gli amici di Budoia. Secondo tradizione la giornata ha avuto inizio con la Santa Messa, nella parrocchiale di Budoia. All’uscita dalla chiesa la prima tappa è stata il bar di Rosapia e René dove ci attendeva un gradevolissimo rinfresco, primo assaggio della luculliana giornata. L’atmosfera era goliardica e lo scambio di affettuose cordialità, aggiornamenti sulle ultime esperienze di ciascuno, pettegolezzi e «grasse» allusioni, ricordando i bei tempi passati, facevano dimenticare che i decenni erano trascorsi, ma l’atmosfera era come se il tempo si fosse fermato a tanti anni prima.


Stavamo festeggiando i 70 anni, con tanta voglia di vivere e di tenere duro. La tappa successiva è stata il ristorante Ponte Antoi a Barcis per il pranzo. Il confortevole ambiente, ma soprattutto le saporite e abbondanti pietanze hanno appagato egregiamente l’appetito di tutti. I traguardi si fanno sempre più ardui, raggiungerli sempre più faticoso, ma lo spirito, la voglia di vivere siamo certi ci sosterranno. Auguri a tutti. UMBERTO, UNO DEL ’38

La Purthithion co’ la Sunta La statua della Madonna Assunta che occupa il centro dell’altar maggiore della nostra chiesa è stata sottoposta ad un lungo ed accurato restauro che le ha restituito l’antica bellezza e ci ha consentito di ammirare da vicino il suo volto scolpito nel legno, ammirando l’abilità dello scultore che ha saputo dare al suo sguardo una profondità che spinge an-

che noi a guardare verso la luce. Questa statua era portata regolarmente in processione con grande devozione e solennità il giorno di ferragosto, festa dell’Assunzione, ma la tradizione si è interrotta circa 50 anni fa: ecco che l’occasione per rinnovare il rito si presenta. Tutto è organizzato, ci si accorda per orario e per i portatori, ferve la discussione sul reale numero degli anni trascorsi dall’ultima processione, e anche, inevitabilmente, sul restauro . Come spesso accaduto negli ultimi anni ad agosto ecco il maltempo a rovinare i programmi, a farci stare con il naso all’insù sperando che spiova. La Madonna attende, la gente spera, così tutti in chiesa, fiduciosi e non. All’orario fissato per la processione la pioggia cessa di cadere, come obbedendo ad un preciso ordine, e, chiamati velocemente a raccolta i fedeli ed i portatori, la processione inizia, magari solo un giro attorno al monumento, non si sa mai, ma la Madonna Assunta esce dalla chiesa a rivedere la piazza dopo mezzo secolo, al culmine dei tanti lavori di restauro che hanno rinnovato il volto della chiesa e del campanile. A guardarla con curiosità un gruppo di donne e ragazze indù, vestite di sari colorati, contrastante segnale di una società che cambia. Adesso la statua è tornata al suo posto sull’altare maggiore, ma ci

sembra più vicina, come una persona conosciuta per un tempo breve, di cui si è sempre sentito parlare e che adesso sembra più vera. Non credo che ci sarà un’altra occasione, ma forse, a chi c’era, non servirà. MASSIMO ZARDO

Nealtre del ’48 in fón 60! Sabato 6 settembre Andrea Biscontin Mastela ha chiamato a raccolta i suoi amici coscritti per festeggiare insieme una tappa importante: i nostri «primi» 60 anni! Andrea è riuscito ad organizzare veramente una bellissima giornata: ha regalato a tutti noi un piacevole, dolce e indimenticabile ricordo. Meta della nostra gita: la Carinzia, in Austria. Siamo partiti con freddo, acqua e le peggiori previsioni per la giornata, invece Klagenfurt ci ha accolto con cielo terso ed un sole meraviglioso e un’esperta guida ci ha mostrato le bellezze della città. Dopo il pranzo in un vicino agriturismo, eccoci al Minimondo per un rapido giro intorno al mondo… in 50 minuti. La giornata si è conclusa poi in bellezza con una dolce e distensiva minicrociera sul lago di Velden. La compagnia era piacevole ed allegra e tutto è andato


nel modo migliore. Dopo la fatidica foto di gruppo per immortalare la memorabile giornata, il ritorno a casa sotto un’acqua torrenziale. Ma che importava, ormai avevamo già avuto tutto il meglio. W Andrea e W il ’48!

Memorial Abramo Prizzon Anche quest’anno, per la quindicesima volta, il Comitato Festeggiamenti Dardago ha organizzato il torneo di calcetto per onorare la memoria di Abramo. L’organizzazione composta di una decina di persone si è prodigata per la buona riuscita della manifestazione svoltasi nel campo delle ex scuole di Dardago. Al termine delle partite, Manlio, il papà di Abramo, ha consegnato i premi destinati al vincitori delle varie classifiche. Grazie a tutti i collaboratori. GIORGIO BOCUS

Alpins de Buduoia in Planciaval Nelle varie manifestazioni che si sono svolte in diversi Gruppi della nostra provincia, particolarmente sentito è l’annuale raduno al Piancavallo, in occasione della festa organizzata dal Gruppo di Aviano. Quest’anno, nel 40° della costruzione della chiesetta dedi-

cata alla Madonna delle Nevi, era presente il Presidente Nazionale Corrado Perona che ha posato con la delegazione degli alpini locali. Da destra il capogruppo di Aviano Della Puppa, il Presidente della Sezione Gasparet, il Presidente Nazionale Perona, il nostro capogruppo Andreazza, Gio Batta Carlon, René Del Zotto ed Osvaldo Signora. MARIO POVOLEDO

In tor a la Sicilia

Fernando Del Maschio organizza per le genti dei nostri paesi un tour della Sicilia dal 30 settembre all’8 ottobre 2008. Da Palermo a Palermo, costeggiando tutta l’isola, si assapora fin da subito la cultura e la meraviglia di questa terra, crocevia di antiche culture, a partire dal capoluogo,

da Monreale e da Segesta per poi proseguire a Erice e Marsala con le sue cantine. L’isola di Monthia e le saline, Selinute ed Eraclea Minoa inaugurano la parte dedicata agli scavi archeologici ed ai teatri antichi (straordinari quelli di Siracusa e Taormina), quindi la Valle dei Templi di Agrigento, i mosaici di Piazza Armerina e il barocco di Noto. Di diverso stupore l’Etna, con il suo spettacolare e particolare paesaggio, e poi Messina e Cefalù prima del rientro a Palermo ed il ritorno a Budoia.

A la Madona de la Salute Di solito a novembre il cielo è grigio e ci regala nebbia e pioggia, specie nella terza decade, ma stavolta c’è solo un vento freddo


sull’evento in onore dei nostri soldati caduti in battaglia e del loro valore. Al termine della cerimonia, nel cortile delle ex scuole elementari, segue un rinfresco.

che anticipa l’inverno e la statua della Madonna della salute può fare il suo giro per il paese. La scenografia è la solita, allietata dal sole, la piazza non è più ingombra di impalcature, ma siamo sempre meno. Come ricordava il sacerdote, rispetto al numero degli attuali residenti sono sempre meno le persone che partecipano a queste ricorrenze. Il fatto è che ci sono sempre meno dardaghesi, legati a questa e ad altre tradizioni, rispetto ai residenti effettivi del paese. Così la nostra identità continua a perdersi, ciò che dovrebbe unire passa inosservato: i nuovi partecipano poco alla vita del paese, mancano la socializzazione e lo scambio. L’appuntamento resta per il prossimo 21 novembre, con la speranza di vedere volti nuovi. MASSIMO ZARDO

Pa’ no dismintià Giovanni Nel giorno della festa dell’Assunta sono stati inaugurati i due nuovi dipinti del presbiterio. Alla cerimonia erano presenti i donatori tra i quali i genitori del giovane Giovanni Pujatti morto tragicamente cinque anni fa. Alla sua memoria i genitori hanno offerto il dipinto raffigurante la

Natività ed il restauro di un altare laterale. La comunità parrocchiale ringrazia vivamente la famiglia Pujatti.

Pa’ i nostre soldadhi

Domenica 9 novembre 2008, in occasione delle celebrazioni ufficiali del 4 novembre, a novant’anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, si svolge a Dardago la consueta cerimonia commemorativa con la Santa Messa, la benedizione di don Adel e don Antonio e la deposizione di una corona di alloro al Monumento ai Caduti in piazza (in seguito anche a Budoia e Santa Lucia). Alla presenza della popolazione e degli alpini della locale sezione, il vice Sindaco Pietro Janna tiene un sentito ed accorato discorso 33

Scola pì granda

Sono iniziati, il mese scorso, i lavori di ampliamento delle scuole elementari di Budoia. Dopo la ristrutturazione della scuola per l’infanzia di Dardago si è reso necessario questo ampliamen-


Inno alla vita

to per venire incontro all’aumento della popolazione scolastica. Infatti, nel nostro comune si registra un notevole incremento demografico e l’arrivo di giovani nuclei famigliari. La popolazione residente alla fine di ottobre era di 2515 unità, con una popolazione scolastica di 120 alunni alle elementari e di 80 alla scuola materna. La natalità nel 2008 è stata di 26 unità, mai così alta da tanti decenni. Verrà costruita un’ala a ridosso dell’attuale edificio adibito a mensa per ricavare, a piano terra, alcune aule e, nel seminterrato, un’aula di circa 400 mq. I lavori di ampliamento della scuola, spese tecniche e oneri compresi, ammontano a 600.000 euro (100.000 coperti da contributo in conto capitale, 200.000 con mutuo ventennale totalmente a carico della Regione e 300.000 con mutuo assistito dalla Cassa Depositi e Prestiti). Per il completamento del seminterrato la Regione ha già stanziato un contributo di 300.000 euro.

Ciao, mi chiamo Sofia e sono nata il 25 novembre 2008. I miei genitori sono Stefano Santarossa e Claudia Pez, figlia di Alberto e Lucia Bastianello Thisa. Auguri di Buone Feste a tutti!

Sono Rachele, figlia di Rosalice Zambon e Luca Magris, nata il 17 settembre 2008.

Il 10 luglio 2008, a Pordenone, è arrivata Giorgia, figlia di Andrea Burigana e di Giulia Del Gobbo.

La benedithion del Vescóvo Il prossimo 6 gennaio, festa dell’Epifania, il Vescovo sarà a Dardago in occasione dell’inaugurazione ufficiale dei vari lavori eseguiti in questi anni nella nostra parrocchia. Il parroco e i consigli pastorale e per gli affari economici hanno voluto invitare mons. Ovidio Poletto alla cerimonia per illustrargli le complesse opere di restauro e di consolidamento che hanno interessato la chiesa e il campanile. Egli non ha voluto mancare ed è riuscito a trovare qualche ora in un’agenda gremita di impegni. Nell’occasione, l’Artugna donerà al Vescovo una copia del libro Dardago tra il XIII e XVI secolo. Le pergamene dell’Archivio.

Salve a tutti, sono Arianna e sono l’ultima arrivata nella famiglia dei miei bisnonni Angelin e Stana Pinal. Anche se vivo a Roma, dove sono nata lo scorso gennaio, ho voluto festeggiare il mio primo ferragosto tra le montagne di Dardago. Eccomi qui, proprio quel giorno tra le braccia di mamma Claudia con la nonna e bisnonna. Quattro generazioni al femminile con tanta felicità. Evviva la vita!


Quattro generazioni insieme. Con il piccolo Alberto Burigana, il bisnonno Romualdo Zambon Rosit (ultimo a destra), la nonna Orietta Zambon e il papà Andrea.

Nella famiglia di Pietro Zambon Vialmin, il 14 aprile 2008, è arrivato Mathieu, figlio di Silvie e Frédéric (Annemasse, Francia). Nella foto, Mathieu, assieme a Regina e al nonno nel suo primo soggiorno a Dardago.

Momenti di gioia per Elisa Franceschi (nata il 15 ottobre 2007 a Pordenone), in braccio alla mamma, Susanna Coassin, nel giorno del suo battesimo...

... e la festa continua in casa di nonno Umberto con Elisa attorniata da Maria, la sorellina maggiore, e da Francesco e Alessandro, figli di Luca.

Ad allietare le famiglie Valdevit e Zambon, Simone si è aggiunto al fratellino Alessio per la gioia dei genitori Dino e Sabrina e dei nonni Espedito e Anna Maria. Eccolo tra i cugini Riccardo e Beatrice Santarossa (ai lati) ed il fratello Alessio.

Alexander, nato il 26 agosto 2008. Per la gioia di papà Emiliano Lorenzini e mamma Mirela Manxhari.


Inno alla vita In casa di Monica e Federico Cesaro, il 14 agosto 2008 è arrivata Cecilia, nipote di Elena Carlon Saccon e di Lino Cesaro. Eccola in braccio alla cugina Silvia (nipote di Laura Carlon Saccon e di Mario Camporese) e accanto al fratellino Giacomo con gli altri cuginetti Matteo e Gabriele, figli di Massimo e nipoti di Elena e Lino. Gianna Valentini e Ferdinando Cecchini il giorno del loro matrimonio (27 aprile 2008) al Santuario della Santissima Trinità di Coltura.

Gli sposi Elisa Vettor e Federico Piccini con la nonna Lidia.

Lunedì 21 agosto 2008, si sono felicemente uniti in matrimonio Carlos Acevedo e Maria Cristina Soldà, figlia di Eligio e Margot. Eccoli sulla spiaggia delle Hawaii. Augurissimi da papà e sorella Katia.

Auguri dalla Redazione! Girolamo Zambon, Momi Pinal, con la moglie Mariuccia nel giorno del loro 60° di matrimonio.


(Pn )

un gna a @n aon e-m ai is.c om l...

· 33 07 0D ard ago

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oi nv iar l.ar e tu

l’Ar otet es tug cri na ·V ia d vere ... ella Ch ies a, 1

I ne à scrit Torino, 10 settembre 2008

Sondrio, 30 giugno 2008

Con grandissimo piacere mio papà – Zambon Girolamo Momi Pinal ha ricevuto l’ultimo numero di agosto del Vostro bellissimo periodico. Ogni volta che lo sfoglia torna con la memoria al suo bel paese che ha lasciato da quando aveva 9 anni per trasferirsi con la famiglia (il padre: Zambon Giovanni Maria detto Bia Pinal, la mamma Zambon Cecilia con il fratello Marcello e la sorella Virginia). Ora che di anni ne ha 88 non ha più la salute per affrontare un viaggio da Torino a Dardago e rivedere ancora una volta il paese che ha sempre nel cuore. Vi chiedo se possibile fargli una sorpresa e pubblicare sul Vostro giornale la foto che lo ritrae con la moglie Mariuccia il giorno del loro 60° anniversario di matrimonio avvenuto il 31 luglio 2008. Grazie in anticipo per la cortesia, e ancora congratulazioni per la riuscita della Vostra rivista. Molto cordialmente.

Sono la figlia Elena di Zambon Pasqualino e con la presente Vi comunico, con profondo dolore, anche a nome della mia famiglia, che il 31 maggio scorso il papa è mancato. Si è spento serenamente e con grande coraggio, così come ha sempre vissuto, nella propria casa e con i suoi cari accanto, così come avrebbe voluto. Vi invio una sua fotografìa scattata a Dardago, mentre era intento ad aiutare il padre Pietro Zambon Canta nel lavoro dei campi. È così che a mia madre piace ricordarlo, così come lo conobbe e lo amò per tutta la vita. Vi chiedo anche la cortesia di pubblicare, accanto alla foto, una poesia da me scritta in suo onore e in suo ricordo, il giorno della sua morte. Vi ringrazio per l’attenzione e per i bei servizi che anche in passato avete dedicato al mio amato padre.

LAURA ZAMBON

Nella rubrica Inno alla vita fa bella mostra la foto dei tuoi genitori. Momi sarà contento. Auguri a Girolamo e a Mariuccia dalla Redazione.

ELENA ZAMBON

Non mi arrenderò, Signore. lotterò ancora senza tregua. Come l’onda che corre verso la riva senza fine e non si ferma anche se si infrange sugli scogli. Non mi arrenderò, Signore e non mi fermerò. Voglio giungere sino alla mia riva sino a Te per risorgere come l’alba con Te, Signore. LA FIGLIA ELENA


[...dai conti correnti]

Punture di spillo [AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]

a cura di Sante Ugo Janna Invio questa offerta in memoria di Alfredo Zambon. LORIS ZAMBON – ROMA

Ringrazio la redazione per l’attenzione dimostratami. PASQUALINO ZAMBON – SARONNO

L’Artugna è sempre gradita. MARCELLINO ZAMBON – TORINO

La pittura è poesia silenziosa, la poesia è pittura che parla. [Simonide] 1

Tra un maiale ed un avaro non vi è alcuna differenza tutti e due si rendono utili solo dopo la morte. [Anonimo]

Grazie, ho trascorso una serata veramente meravigliosa. ma non è questa. [Groucho Marx] 2

Per l’Artugna che aspettiamo impazienti e che è un piacere ricevere. Buon lavoro e saluti. SILVANA BOCUS PISU – SUSEGANA

La più bella rivista del mondo. Complimenti a tutti. Continuate sempre così. Grazie! DON EMILIO ALFIER – VIGONOVO

In memoria dei defunti famiglia Rigo Moreal. PAOLA RIGO – TORINO

In memoria di Bepin Ciampaner e di Alfredo Pala. CAMILLO ZAMBON – TRIESTE

Compra soltanto ciò che è necessario; quello che non ti occorre è caro anche se costa pochissimo.

Un carro – il ponte oltrepassò – d’erbe ripieno – e tutta ne odora – la silvestre via – Sappi fare anche tu – come quel carro – anima mia. [?]

La vera felicità sta nel risalire la scarpata, non nel vivere sulla cima della montagna. [Scout]

Vivere è come scolpire: occorre togliere, tirar via il più per vedere dentro... «vai e scolpisci». [Baden-Powell] 5

[Seneca] 3

Non serve a niente essere vivi, se bisogna lavorare. [André Breton] 4

1. Simonide (ca. 556-468 a.C.) poeta lirico greco di Ceo. Celebrò le vittorie sui Persiani (carme per i combattenti delle Termopili, epitaffio per i caduti di Maratona). 2. Fratelli Marx attori del varietà e del cinema statunitense: Leonard detto Chico (1891-1961), Adolph Arthur detto Harpo (1893-1964), Julius detto Groucho (1895-1977), Herbet detto Zeppo (1901-1979). Attori dalla comicità aggressiva e surreale.

Piaone (65) ebbe dall’imperatore l’ordine di uccidersi. 4. André Breton (1896-1966) poeta e critico francese, iniziatore e animatore del surrealismo, Manifesto del surrealismo (1929). In poesia sperimentò una scrittura «automatica», priva di strutture logiche. 5. Baden-Powell Robert Stephenson Smyth (1857-1941), generale inglese, fondatore (1908) della organizzazione giovanile dei boy-scout.

3. Seneca Lucio Anneo (4 a.C.-65 d.C.) filosofo e scrittore latino di Còrdoba, figlio di S. il Retore. Coinvolto in un intrigo, fu esiliato da Claudio in Corsica (41-49); fu poi precettore e consigliere di Nerone, fino al 62. Implicato nella congiura di

In ricordo di Romano Zambon. LA MOGLIE ROSINA ZAMBON – TORINO

Ho ricevuto con piacere l’Artugna e vi ringrazio. MIRKO DEL ZOTTO – LAZISE (VR)

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 114

entrate

Costo per la realizzazione + sito web

3.939,50

Spedizioni e varie

100,50

Entrate dal 26.07.2008 al 08.12.2008

4.516,00

Totale

4.516,00

38

uscite

4.040,00


programma religioso natalizio

MERCOLEDÌ 24 DICEMBRE 2008 VIGILIA DEL SANTO NATALE • Santa Messa in nocte

Dardago

Budoia

Santa Lucia

24.00

22.30

22.00

GIOVEDÌ 25 DICEMBRE 2008 SANTO NATALE • Santa Messa solenne • Santa Messa vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

VENERDÌ 26 DICEMBRE 2008 SANTO STEFANO • Santa Messa

11.00

10.00

10.00

DOMENICA 28 DICEMBRE 2008 • Santa Messa • Santa Messa vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

MERCOLEDÌ 31 DICEMBRE 2008 • Santa Messa e canto del Te Deum

18.00

17.00

17.00

GIOVEDÌ 1 GENNAIO 2009 SANTA MADRE DI DIO GIORNATA MONDIALE DELLA PACE • Santa Messa solenne Veni Creator • Santa Messa vespertina

– 18.00

11.00 –

11.00 –

18.00

17.00

17.00

LUNEDÌ 5 GENNAIO 2009 VIGILIA DELL’EPIFANIA • Santa Messa vespertina e benedizione acqua, sale e frutta

Segue nelle rispettive comunità la tradizionale accensione dei panevin MARTEDÌ 6 GENNAIO 2009 EPIFANIA DEL SIGNORE • Santa Messa solenne Presiede mons. Vescovo e benedice i lavori del campanile e della Pieve • Benedizione dei bambini e arrivo della Befana • Santa Messa vespertina

10.00

10.00

10.30 –

15.00

18.00

CONFESSIONI Bambini sabato 20 dicembre, durante il catechismo Budoia: prima della Messa della sera e mercoledì 24 dalle 15.00 alle 17.00 Dardago: prima della Messa della sera e mercoledì 24 dalle 17.00 alle 19.00 Santa Lucia: prima delle Messe serali e mercoledì 24 dalle 15.00 alle 17.00

26 dicembre 2008 · ore 17.00 Chiesa Parrocchiale di Budoia Concerto di Santo Stefano del Collis Chorus

A NATALE Signore Gesù, ti contempliamo nella povertà di Betlemme, rendici testimoni del tuo amore, di quell'amore che ti ha spinto a spogliarti della gloria divina, per venire a nascere fra gli uomini e a morire per noi. Infondi in noi il tuo Spirito, perché la grazia dell'Incarnazione susciti in ogni credente l'impegno di una più generosa corrispondenza alla vita nuova ricevuta nel Battesimo. Fa' che la luce di questa notte più splendente del giorno si proietti sul futuro e orienti i passi dell'umanità sulla via della pace. Tu, Principe della Pace, tu, Salvatore nato oggi per noi, cammina con la Chiesa sulla strada che le si apre dinanzi nel nuovo millennio. GIOVANNI PAOLO II

Auguri


Pettirosso Petiros – Erithacus rubecula

O Questo piccolo uccello insettivoro, dell’ordine dei passeriformi, è caratterizzato dalle piume rosso-arancioni del petto, da occhi e becco scuri e dal piumaggio grigio oliva. Migra dal Nord Europa per sfuggire al freddo e la sua comparsa annuncia l’approssimarsi dell’inverno. Non è un uccello particolarmente timido, anzi è decisamente aggressivo nel difendere il suo territorio dagli intrusi. È uno dei più frequenti abitatori dei boschi, si avvicina all’uomo nella speranza di trovare cibo e lo vediamo saltellare nei giardini e lungo le siepi, attento ai nostri movimenti senza esserne intimorito. È molto utile per l’agricoltura e in passato era spesso vittima dell’uccellagione e del piccolo bracconaggio (archetti e lacci). Sull’origine del suo piumaggio rosso c’è una antica leggenda: assistendo alla crocifissione, meravigliato che nessuno cercasse di alleviare le sofferenze di Cristo, si avvicinò alla sua testa cercando di togliere una delle spine della corona. Così facendo si macchiò di sangue le piume del petto, che rimasero rosse a ricordo del suo gesto di pietà. Testo e foto di Massimo Zardo


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