l'Artugna 116-2009

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Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXVIII · Aprile 2009 · Numero 116

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

«Sera e mattina parlai intorno alla guerra...» Il Vescovo a Dardago La Pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo Traguardo raggiunto!


di Roberto Zambon

[ l’editoriale ]

N ovant’anni fa i nostri paesi erano appena usciti da più di tre anni di guerra. Molte famiglie piangevano i loro morti, altre accoglievano con gioia chi ritornava dal fronte o dalla prigionia, altre ancora erano disperate perché non conoscevano la sorte dei loro cari dispersi o prigionieri. Sono state molte le cerimonie e le manifestazioni organizzate per ricordare il novantesimo anniversario della fine della Grande Guerra; a Dardago abbiamo potuto ammirare la mostra fotografica «Dall’Artugna al Piave. In ricordo dei nostri veci» organizzata da Flavio Zambon, Luigi Basso e Roberto Dabrilli del sito www.artugna.it. Nello scorso numero di agosto abbiamo dedicato spazio alla

richiamato, venivano nominati i genitori che richiedevano la messa per i figli al fronte. Scorrendo l’elenco fa impressione scoprire che, molte volte, al fronte c’erano anche più appartenenti ad una stessa famiglia. Un altro elenco, molto più tragico, è quello ricavato dalle messe di suffragio e dal registro dei morti. L’elenco dei giovani che non sono più ritornati. L’articolo e gli elenchi dei soldati al fronte e dei caduti che pubblichiamo in questo numero, a pagina 6, vogliono essere un doveroso atto di riconoscenza per chi ha sofferto ed è morto combattendo per la Patria. Le celebrazioni devono anche rappresentare, però, motivo di ri-

Ricordare le guerre

per scongiurarle mostra e pubblicato le memorie di un nostro soldato al fronte. Per terminare il ciclo di articoli in ricordo della fine del primo conflitto mondiale, in questo numero descriviamo la guerra vissuta nei paesi, attingendo dagli appunti di don Romano Zambon, dardaghese e pievano di Dardago. Egli aveva l’abitudine di tenere una sorta di diario in cui, giorno per giorno, riportava le intenzioni delle messe celebrate, gli argomenti delle prediche festive, i vari avvenimenti, lieti o tristi, del paese. Il suo paziente lavoro ci ha permesso di conoscere molte notizie e curiosità. È anche possibile, dalle intenzioni delle messe celebrate, stilare un elenco di giovani dardaghesi che parteciparono alla Grande Guerra. Naturalmente, è una lista incompleta perché, spesso, al posto del nome del soldato o del 2

flessione sulla tragicità e sull’assurdità di ogni guerra, causa di morti, dispersi, prigionieri, sopprusi, violenze, odio, rancori; distruzioni morali e materiali. Ricordare tante e tali sofferenze patite anche dalla nostra gente può aiutarci a meglio comprendere l’appello di Pio XII, pochi giorni prima che Hitler, con l’invasione della Polonia, facesse scoppiare la seconda guerra mondiale: «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra». Ricordare, quindi; ma ricordare per scongiurare.


«Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale, l’umanità esulta su tutta la terra e con l’assemblea degli Angeli e dei Santi canta l’inno della tua gloria». Alleluja.

la lettera del

Plevàn Fratelli e sorelle, è Pasqua, il Signore è risorto! Consapevoli di questo grande mistero, la Chiesa si prepara spiritualmente al più grande evento della storia con la pratica del digiuno quaresimale e con la Settimana Santa. Il Triduo Pasquale è il fulcro della nostra fede: annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, attendiamo la tua venuta. Troppo grande ci appare il fatto che uno, vissuto con noi e come noi, messo fuori dalla storia con la più terribile forma di patibolo, la crocefissione, morto e deposto in un sepolcro, appaia risorto e glorioso. Sono passati più di duemila anni e adesso come allora «l’umanità esulta» e l’evento suscita in noi pienezza di gioia. La risurrezione del Maestro ha cambiato la storia e l’orizzonte di vita, non solo dei seguaci di Gesù di allora, ma di tutta l’umanità. La nostra speranza è ormai sicura e certa, guardiamo a Lui, incontriamo il Suo volto luminoso e già pregustiamo la gioia della certezza che la vita continuerà per sempre. Il quotidiano in cui siamo immersi, ci fa conoscere ansie, fatiche, attese, preoccupazioni, delusioni. La recessione ha colpito tutto

il cosmo. Non esistono Stati più ricchi e più poveri. Abbiamo visto che l’economia, senza la morale e senza Dio non produce nulla, solo preoccupazione. Tutti siamo colpiti, ma soprattutto coloro che sono i più deboli, gli anziani, i disoccupati, coloro che sono venuti da lontano per cercare qui un po’ di solidarietà. Il nostro Vescovo, nella lettera di Quaresima così scriveva: «la profonda crisi economica in questa nostra epoca di globalizzazione non ha risparmiato nessuno, però ha creato situazioni drammatiche per chi già prima viveva al limite della sussistenza; in coscienza non possiamo attenuare la nostra solidarietà fraterna, anche se ora ci richiede maggiore generosità. Confido nella colletta «Un pane per amor di Dio». Eppure ci scontriamo con questa cruda realtà e non sappiamo quale destino ci riserverà il futuro. Pensare a chi non ha nulla è altamente evangelico. I poveri li avremo sempre con noi. Al momento della creazione Dio pose l’uomo e la donna in un giardino e diede delle regole di vita, inclusa la felicità. Il peccato, la disobbedienza a queste regole, ci hanno allontanato da quel giardino, rompendo l’alleanza e la promessa di felicità vera.

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Ora in Cristo l’alleanza è ristabilita e per questo abbiamo accesso alla gioia, alla felicità vera. La gioia cristiana, prima di essere una conquista è un dono: Gesù l’ha promesso ai Suoi: «Questo vi ho detto perchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). L’augurio di vero cuore è che possiamo essere persone di vera gioia, ripiene della gioia pasquale come frutto della vita nello spirito (Gal 5,22) e che possiamo realizzare il mandato: «Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto». A questo augurio, unisco il grazie delle nostre Comunità a Monsignor Angelo Santarossa, (già capo servizio spirituale dei militari e già Parroco di Montereale, Andreis, Barcis) collaboratore festivo delle nostre Parrocchie; il Vescovo ce lo ha donato e lo ringraziamo di cuore per questo ulteriore segno della presenza di un prete solido, generoso e cordiale. Grazie anche a don Antonio Prikulis, sacerdote lettone, studente al Marcianum di Venezia, presente tra noi il fine settimana e a fra’ Egidio del Santuario Madonna del Monte di Marsure per la sua delicata presenza del mercoledì a Budoia. Cristo risusciti in tutti i cuori. Buona e gloriosa Pasqua a tutti. DON ADEL

La Risurrezione, Giorgio Igne, Centro Diocesano di Pordenone.

(prefazi di Pasqua)


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Matthias Perin di Cristian e Aiguana Foscarini – Arzene Alex Fort di Stefano e Monica Loisotto – Santa Lucia Edoardo Paganini di Andrea e Cristina Polonia – Budoia Leonardo Cauz di Roberto e Gabriella Barbarito – Budoia Zoe Marson di Olivo e Laura Fabbro – Budoia Alessandro Meremetidis di Giovanni e Nadia Rover – Dardago Rossella Buosi di Paolo e Korin Durat – Budoia Giulia Bufalo di Giovanni e Silvia Bravin – Budoia

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Lauree Edoardo Giove Pètol – Milano – Laurea Specialistica in Brand Management Claudio Zambon – Dardago – Laurea Specialistica in Informatica Michela Busetti – Santa Lucia – Laurea triennale Scienze dell’Architettura IUAV

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… Elsa Lachin di anni 95 – Santa Lucia Ernesto Zambon di anni 84 – Dardago Giuseppe Di Sessa di anni 75 – Dardago Nazareno Arno Talamini di anni 73 – Budoia Maria Janna di anni 84 – Dardago Solidea Zambon di anni 59 – Dardago Rosalina Cigognini di anni 90 – Santa Lucia Donald Gamble di anni 69 – U.S.A. Pierina Busetti di anni 65 – Venezia Andrea Fort di anni 55 – Santa Lucia Costante Zennaro di anni 83 – Santa Lucia Anna Maria Fort di anni 76 – Budoia Maria Celant di anni 89 – Santa Lucia Mafalda Ventura Lis di anni 90 – Budoia Manlio Prizzon di anni 68 – Dardago Cornelio Zambon di anni 86 – Dardago

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.


In copertina. Mater Doloris. Affresco dell’edicola de Tomè, in Santa Lucia.

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

«… O Fiol diletissimo, cosa saralo di Voi al Vendre Sant? O Mare mea diletissima, al Vendre Sant sarai soterat. O Fiol diletissimo, cosa saralo di Voi al Sabo Sant? O Mare mea diletissima, al Sabo Sant sarai come un garnèl de formént che nas par tera. O Fiol diletissimo, cosa saralo di Voi al dì de Pasqua? O Mare mea diletissima, al dì de Pasqua sarai paròn del Ciel e de la Tera. …» Alcune strofe della preghiera che era recitata durante la Settimana Santa; spesso veniva cantata a voce solista e coro.

Ricordare le guerre per scongiurarle di Roberto Zambon

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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La ruota della vita

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«Sera e mattina parlai intorno alla guerra...» di Roberto Zambon

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Il Vescovo a Dardago di Mario Povoledo

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116 sommario an

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it e-mail l.artugna@naonis.com

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Nuova luce per due opere d’arte a cura della Redazione

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La pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo a cura della Redazione

Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Vittorina Carlon, Rita Marson, Fulvia Mellina, Vittorio Janna, Massimo Zardo

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Lasciano un grande vuoto...

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Invito alla lettura a cura di Fabrizio Fucile

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Cronaca

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Inno alla vita

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I ne à scrit

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Palsa (Punture di spillo) a cura di Sante Ugo Janna e Ruggero Zambon

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Traguardo raggiunto! a cura del Consiglio Pastorale di Santa Lucia

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Vita in oratorio a cura di Fulvia Mellina

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Associazioni

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’N te la vetrina

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L’angolo della poesia

e inoltre...

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Quando il seme è chiamato a dare il frutto La Maria Bofa di Augusta Janes

Albero genealogico «Da Salvador Comin d.° Lachin ai Lacchin veneziani» a cura di Vittorina Carlon, Roberto Lacchin, Roberto Zambon

Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Adelaide Bastianello, Francesca Janna, Laura Pusiol, Espedito Zambon, Marta Zambon Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

Alessandro Gislon di Antonio Zambon e Barbara Giannelli

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Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Nazareno Arno Talamini di Mario Povoledo

Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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Bilancio 39

Programma religioso e auguri pasquali


Dagli appunti di don Romano, la Grande Guerra a Dardago

«Sera e mattina parlai intorno alla guerra...» di Roberto Zambon

A nno 1915. Già da sei mesi l’Europa era teatro di sanguinosi scontri tra gli eserciti della Triplice Alleanza e quelli della Triplice Intesa; l’Italia aveva dichiarato la sua neutralità. L’influenza degli interventisti portava, però, anche il nostro Paese verso il conflitto e la Chiesa si muoveva per evitare tale calamità. Il papa Benedetto XV era fermamente contrario alla guerra da lui definita «inutile strage» e «suicidio dell’Europa civile». Scorrendo tra gli appunti di don Romano, scopriamo che durante le messe del 31 gennaio venne letta la lettera pastorale del Vescovo circa la guerra e vennero recitate le preghiere per la pace. Due giorni dopo, il giorno della Candelora, si tenne il rosario con la recita della preghiera del Papa per la pace1 e la domenica successiva venne esposto il SS. Sacramento, dal mattino fino alle 4 del pomeriggio: una solenne supplica per evitare il disastro ormai imminente. «Sera e mattina parlai intorno alla guerra considerandola come cat-

tolici e come cittadini. Noi non la vogliamo». Queste le testuali parole scritte da don Romano tra gli appunti di quel giorno. Stranamente, dopo questa chiara presa di posizione, per due mesi non si fa più alcun cenno alla guerra che si avvicina. Intervenne qualche divieto? Arrivano le prime cartoline di richiamo. L’esercito ha bisogno di giovani per prepararsi agli eventi. Le famiglie sono preoccupate per la sorte dei lori figli. Il 28 aprile 1915 viene celebrata una messa per i giovani richiamati Ernesto Bastianello, Luigi e Gregorio Zambon e Antonio Basso (classi 1890-1891). Fu la prima delle tante messe per i giovani chiamati, o richiamati, dall’esercito.

Guerra! Lunedì 24 maggio, l’Italia entrò in guerra. Tra gli appunti di don Romano non c’è un riferimento preciso a questo evento ma durante la seconda messa di domenica 6 giugno, il parroco invocò la benedizione di Gesù sopra l’e6

sercito e sopra i soldati d’Italia e la domenica successiva lesse la lettera del Vescovo, Mons. Francesco Isola, circa la guerra. Nella nostra diocesi moltissimi sacerdoti erano schierati a favore della neutralità. Tra questi, il budoiese don Giuseppe Lozer, che per le sue idee fu anche incarcerato. Una volta dichiarata la guerra, però, come quasi tutti i neutralisti cattolici, essi, abbandonando le polemiche, si misero al servizio delle loro comunità in un momento tanto difficile. Nel bollettino della sua Pieve di Torre, il primo giugno, Don Lozer scrisse: «Se fino a ieri fummo neutralisti e abbiamo sperato e avremmo voluto che le rivendicazioni delle terre irredente si compissero con le armi del diritto e della giustizia.. oggi non discutiamo più.. oggi non è tempo di critica, ma di azione e di sacrificio». La prima grossa conseguenza della guerra fu la partenza di molti giovani per il fronte lasciando a casa, nell’angoscia, genitori, mogli e fidanzate.


Molte famiglie chiesero al Pievano di celebrare messe per i loro cari lontani. Dopo qualche mese, inevitabilmente, don Romano incominciò a celebrare le messe in suffragio dei soldati morti al fronte. La prima terribile notizia che arrivò in paese riguardava Antonio Zambon Ite, un ragazzo di vent’anni, sepolto a Treviso. Dopo di questa ne arrivarono molte altre. Negli appunti di don Romano troviamo notizia di 27 soldati caduti. Sul monumento della nostra piazza sono riportati i nomi di 26 giovani; manca quello di Antonio Zambon Bonaparte. C’erano dubbi sulle vere cause della sua morte avvenuta in Istria il 14 novembre 1915 per peritonite: molti affermavano, scrive don Romano, che il soldato era stato colpito dal fuoco degli austriaci. Pubblichiamo questi elenchi per onorare chi ha sofferto ed è morto combattendo per la Patria e come motivo di riflessione sulla tragicità e sull’assurdità di ogni guerra.

La guerra a Dardago: cambia il modo di vivere. La guerra, oltre alle molte gravi conseguenze come i morti, le distruzioni, le violenze, la miseria, comportò anche il cambiamento del modo di vivere nei paesi e quindi anche nella parrocchia. Non fu possibile, ad esempio, effettuare in quegli anni le processioni e tutte le abituali manifestazioni pubbliche. Nel primo anno di guerra, il 3 giugno, festa di Corpus Domini, «stante la proibizione militare non ebbe luogo la processione»; il 15 agosto, non si fece la processione ma la benedizione col S.S. Sacramento; il primo novembre a causa del divieto militare non si fece la processione al cimitero e durante la notte non si suonarono le campane 2. Il 21 aprile 1916, Venerdì Santo, «stante il divieto del Comando Militare non ebbe luogo la processione, bensì in chiesa, dopo l’inno Vexilla Regis, si cantò il Miserere»; il 29, 30 e 31 Maggio non si effettuarono le Rogazioni. Don Romano annotò: «Cantai i Vangeli alle tre porte della chiesa, indi cantai la Santa Messa per i defunti di tutte le famiglie».

Durante le funzioni della settimana santa del 1917 «non si suonarono i crotali».3 La sera del 5 gennaio 1918 non si bruciarono i panevin, la processione del 25 aprile fu fatta in chiesa («inter parietes ecclesia») e il 3 maggio la processione dei Torcoli4 si svolse «nel recinto della chiesa». I nostri paesi trascorsero i primi due anni e mezzo di guerra nel terrore per i soldati al fronte e per le tremende notizie dei soldati morti che, periodicamente, arrivavano tramite il comune. Ma gli eventi bellici si svolgevano abbastanza lontani. Il periodo più terribile doveva ancora arrivare.

L’an de la fàn. Il 24 ottobre 1917 cominciò per il Friuli e per l’Italia uno degli anni più terribili della storia moderna. A Caporetto le truppe austro-ungariche e tedesche travolsero l’esercito italiano, lasciando sul campo migliaia di giovani soldati. In pochi giorni città e paesi furono occupati. Distruzioni, incendi, furti, violenze erano all’ordine del giorno. La miseria, la paura degli invasori e del «Bando Cadorna» emanato il 4 novembre 1917, che disponeva la possibilità di requisire «per prestazione d’opere personali» tutti i maschi dai 15 ai 60 anni abitanti tra il Piave ed il Tagliamento, diede origine al grave

problema dei profughi e degli sfollati. Decine di migliaia di uomini e giovani del Veneto orientale e del Friuli occidentale, tra cui molti dardaghesi, fecero in tempo ad attraversare il Piave e si avviarono verso la Lombardia in cerca di rifugio e di lavoro. Molti altri friulani, anche loro in fuga verso il Piave, dovettero fermarsi nei nostri paesi perché la repentina invasione austro ungarica fu più veloce di loro. A Dardago i profughi e le truppe nemiche arrivarono quasi contemporaneamente nei primissimi giorni di novembre. Il 5 vennero occupati San Leonardo, San Foca, San Quirino e le avanguardie arrivarono fino ai nostri paesi. Il giorno dopo, in località Cial de Molin, un bersagliere ciclista e un borghese furono uccisi dalle truppe che stavano avanzando; altri bersaglieri morirono verso Polcenigo5. Venne tentata un’inutile resistenza, con qualche scaramuccia sul Livenza a Sacile, Cavolano, Fiaschetti e Polcenigo. Il 7 novembre, le truppe austro ungariche completarono l’occupazione della pedemontana fino a Sarone, Caneva e Cordignano. Don Romano, il 3 novembre annotò: «Giornata spaventosa», e il quattro: «Giornata terribile». Domenica 11, si celebrò una messa letta, «pro populo» a porte chiuse. Celebrarono anche due parroci profughi: don Luigi Rossi di Comelians e don Pietro Cozzi di Pielungo.

Anno 1918. Cortile della famiglia Zambon Biso. In piedi da sinistra: Pietro, Giuditta, Fiorina, Teresa. Seduti da sinistra: Marco, Attilio, Regina, Amelia, un soldato austriaco con in braccio Luisa, Maria con Annetta, Angelina e Maria (foto di proprietà di Silvana Zambon Biso).

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Nell’annotazione è citata, come originaria di Pielungo e profuga, anche la famiglia del Prof. Querini. I due sacerdoti si fermarono a Dardago fino a lunedì 26 novembre. Alcuni giorni prima di Natale, il 20 dicembre, entrarono nel paese altre truppe austriache e due tenenti presero alloggio in canonica. Per allentare la tensione, la domenica successiva, antivigilia di Natale, la banda (austriaca?) suonò per la popolazione. Ma la tensione rimase alta. Fu un Natale che don Romano descrisse in questo modo: 24 dicembre. Giornata orribile. Neve, freddo; suicidio di J.R.- Botte date dai germanici a Momoletti Geremia, a Bocus Lorenzo, a Basso Osvaldo ed a Pellegrini Angelo. Non si cantò la messa a mezzanotte. 25. Prima messa letta pei soldati e partiti al di là del Piave dardaghesi. Non ebbe luogo la messa di mezzanotte, né alcun discorso, stante la guerra ed i molti soldati in paese. Oltre a tutto questo, il povero pievano, in quei giorni era afflitto da laceranti attacchi di emicrania che spesso annotava nei suoi appunti. Dopo il mezzogiorno, dolore acutissimo di testa. Notte oltre ogni dire spaventosa: credeva di morire. Nei primi giorni del 1918, la nostra zona fu teatro di grossi movimenti di truppe. Alle prime luci dell’alba del 2 gennaio, i soldati austriaci lasciarono il paese rimpiazzati da altre truppe che arrivarono il 21. In canonica entrarono 5 soldati con i loro cavalli. Lo stesso giorno venne incarcerato (e rilasciato in giornata) Giacomo Zambon Pinal. «Passaggio pel paese di numerosa truppa di soldati austriaci diretti al Piave». Il 24, gli Austriaci partirono e arrivarono i Bosniaci. Il Comando austriaco con sede a Udine emise numerosi ordini e divieti per i territori occupati. Uno vietava ai sacerdoti di lasciare il proprio paese e un altro ordine, emanato il 23 gen-

naio dal Feldmaresciallo Boroevic von Bojna, prevedeva la requisizione delle campane. Tre giorni dopo «iniziarono i lavori per levare le due campane inferiori». A cavallo tra gennaio e febbraio, gli appunti di don Romano ci offrono due notizie, una curiosa e l’altra storica. La curiosa è che il 29 gennaio venne segato il Gelso Maggiore (scritto con le iniziali maiuscole). Chissà a quale gelso si riferiva. Oltre al balèr, c’era anche un morèr tanto famoso da meritare la menzione tra gli appunti di don Romano? L’1 febbraio, venerdì, il pievano

scrisse: «Questa mattina passaggio di S.M. l’Imperator d’Austria Carlo I per Budoia». Ecco la notizia storica! Il giovane Carlo d’Asburgo, figlio dell’arciduca Ottone d’Austria, divenne imperatore, nel bel mezzo della guerra, alla morte del vecchio Francesco Giuseppe. Carlo era sostanzialmente contrario alla guerra, ma anche per un imperatore è difficile fermare una guerra in corso. Si racconta che tentò di svolgere trattative segrete di pace ma senza esito. Durante la guerra fece molte visite alle truppe al fronte ed, evidente-

Elenco «parziale» di soldati chiamati al fronte nella guerra 1915-1918 Angelo Bastianello Thisa, Giuseppe, Antonio e Ernesto Bastianello, Vincenzo Bastianello; Antonio Basso, Augusto e Francesco Basso, Lorenzo Basso; Angelo, Vincenzo, Sebastiano Bocus Frith, Davide e Umberto Bocus Dolfin; Sante Bocus Frith; Mario Bravin; Giobatta Carlon Oca; Gio:Batta e Marco Janna, Bernardo e Andrea Janna Bocus, Umberto Janna Simon, Sante Janna Tavan; Valentino Mezzaroba; Andrea Quaia; Angelo e Severino Rigo Barisel, Raffaele Rigo Moreal; Giovanni Santin; Americo Soldà; Agostino Vettor, Aurelio Vettor; Angelo e Romano Zambon Tarabin, Antonio, Riccardo e Serafino Zambon Momoletti, Arcangelo Zambon, Cornelio e Romano Zambon Marin, Fedele Zambon, Fortunato Zambon, Giacomo Zambon, Guglielmo e Giuseppe Zambon, Giuseppe Zambon Sclofa, Giovanni Zambon Pala, Giomaria Zambon, Luigi e Gregorio Zambon Pinal, Marco, Angelo e Girolamo Zambon Tarabin, Patrizio Zambon Mao, Pietro Zambon Petol, Pietro Zambon Luthol, Pietro Zambon Pagoto, Romano Zambon Vialmin, Riccardo Zambon, Vincenzo Zambon.

tratto dagli appunti di don Romano Zambon (cfr. p. 2)


mente, dirigendosi verso il Piave (o al ritorno), passò per il nostro comune. Un imperatore fa sempre notizia e don Romano, doverosamente, prese nota di quell’evento tanto eccezionale. I soldati bosniaci rimasero a Dardago fino ai primi di aprile. Nei tre mesi di permanenza un sacerdote bosniaco celebrava e predicava per i soldati. Il loro comportamento con la popolazione fu, purtroppo, quello di ogni esercito occupante: razzie, violenze e soprusi. Non troviamo notizie specifiche ma, da qualche appunto, possiamo immaginare qualcosa. La notte del 17 marzo fu «insolen-

tissima da parte del personale di cucina» e il 30 marzo, Sabato Santo, venne annotato: «Notte infernale in canonica». Altre notizie le troviamo dal libro dei morti. Il 18 dicembre «se ne volò oggi alle regioni celesti» il piccolo Mario, di un paio di mesi, figlio di una ragazza dardaghese e di padre bosniaco. La ragazza era morta in ottobre poco dopo aver dato alla luce Mario. La guerra è anche questo! Periodicamente veniva celebrata una messa per «per tutti coloro che sono partiti al di là del Piave, per i sol-

Elenco dei soldati dardaghesi caduti in zona di guerra Basso Francesco* (m. 28/11/1915) Basso Marco* (m. 26/10/1916) Bocus Dolfin Giuseppe Bocus Frith Gio:Maria (m. 26/11/1915) Bocus Frith Sante (m. 31/5/1917) Cecchelin Battistela Angelo (m. 21/7/1916) Cecchelin Giuseppe (m. 26/8/1918) Janna Simon Valentino (m. 31/5/1917) Parmesan Eugenio (m. 20/9/1918) (Vincenzo sul monumento. È il nome esatto.) Pellegrini Luzzolo Daniele (m. 7/8/1916) Pellegrini Sante (m. 26/3/1916) Rigo Moreal Andrea (m. 30/1/1916) Vettor Agostino (m. 10/10/1918) Vettor Silvio (m. 27/5/1917) Zambon Bonaparte Antonio (m. 14/11/1915) Zambon Colus Eugenio (m. 19/3/1916) Zambon Ite Antonio (m. 23/11/1915) Zambon Marin Cornelio (m. 1918?) Zambon Marin Eugenio* (m. 13/7/1916) Zambon Marin Vincenzo* (m. 20/12/1915) Zambon Pala Antonio (m. 28/10/1918) Zambon Pala Luigi (m. 16/9/1917) Zambon Pinal Costante (m. 2/4/1916) Zambon Pinal Vincenzo (m. 20/6/1917 a Graz-prigioniero) Zambon Rosit Domenico (m. 24/1/1916) Zambon Sclofa Luigi (m. 28/9/1917) Zambon Trantheot Momoleti Antonio (m. 22/1/1917)

(* fratelli)

dati, per i prigionieri e i dispersi dardaghesi». Dardago non dimenticava i suoi soldati ed i suoi profughi. C’erano anche altri sfollati. Come in molti paesi tra il Piave e il Tagliamento, a Dardago arrivò un certo numero di famiglie provenienti dalle zone vicine alla linea del fronte che gli Austriaci stavano allestendo sul Piave. Questi fuggirono o per allontanarsi da una terra che era teatro di terribili e sanguinose battaglie o per ordine dei comandi militari austriaci. I primi profughi dal Piave arrivarono nel gennaio del ’18. Troviamo notizie di famiglie di Sernaglia, di Ponte di Piave, di Barbisano. Gente che doveva condividere la miseria con i dardaghesi. C’era tanta miseria in paese, privo della maggior parte degli uomini e dei giovani. Eloquente è la fotografia, pubblicata a pag. 27 de l’Artugna n. 80: in un caratteristico cortile a Dardago al tempo della Grande Guerra, le figure umane sono solo femminili, cinque donne e due bambine. Anche la magra mucca pronta a trainare il carro è l’immagine delle difficoltà in cui tutti vivevano. Le donne, vere padrone delle case, dovevano nascondere nei posti più impensati le poche provviste ed i paioli per paura delle razzie dei soldati. Era arrivato anche l’ordine di requisizione del rame! Don Romano spesso andava nei paesi vicini in cerca di viveri. Il 14 e il 15 maggio si recò, a piedi, a Zoppola e a Fiume Veneto «per trovar della biada». Il 13 giugno gli Austriaci asportarono anche l’unica campana rimasta, la grande. Sabato 15 giugno, il comando austriaco diede il via all’attacco che, nei loro progetti, avrebbe dovuto travolgere le difese italiane e permettere la conquista della pianura padana. Iniziava la Battaglia del Solstizio. Le artiglierie dei due eserciti non ebbero tregua. Il loro rombo si sentiva anche


1. La preghiera per implorare da Dio la pace, composta nel 1915 da Benedetto XV ebbe larga diffusione durante il periodo della guerra. Si rivolge al Cuore di Gesù per liberare il mondo da «odi funesti» e «orribili stragi». La parte finale è un appello alla Vergine. «Pietà vi prenda di tante madri angosciate per la sorte dei figli; pietà di tante famiglie orfane del loro capo; pietà della misera Europa su cui incombe tanta rovina. Ispirate Voi ai reggitori e ai popoli consigli di mitezza, componete i dissidi che lacerano le nazioni, fate che tornino gli uomini a darsi il bacio della pace, voi, che a prezzo del vostro sangue li rendeste fratelli. E come un giorno al supplice grido dell'apostolo Pietro: salvaci, o Signore, perché siamo perduti! rispondeste pietoso, acquetando il mare in procella, così oggi, alle nostre fidenti preghiere, rispondete placato, ritornando al mondo

Bombardieri del Re. Monfalcone, 1917. Il primo a sinistra è Adolfo Carlon Fassiner (foto di proprietà di Gabriella Carlon).

nei nostri paesi aumentando il terrore. Il giorno dopo don Romano celebrò la messa «senza predica, fatta dal cannone per l’offensiva austriaca incominciata jer l’altro notte». Il paese era continua meta di truppe austriache. Il dieci luglio arrivò il 13° Reggimento di Artiglieria Pesante da Campo. Approssimativamente arrivarono più di cento soldati con sei cannoni e sei obici. C’era pure un cappellano militare austriaco che celebrava ogni domenica per il reggimento. La miseria, il via vai di truppe, la scarsa igiene favorì l’insorgere ed il diffondersi di un’epidemia di tifo che procurò dolore e morte nel paese. Un anno veramente terribile! La guerra, però, stava volgendo a favore delle truppe italiane che, respinto l’attacco degli Austriaci, tentavano di contrattaccare. Contemporaneamente anche nel resto dell’Europa, gli eserciti alleati stavano sconfiggendo le truppe germaniche. Il 30 settembre «si sparsero delle voci circa l’abdicazione di Guglielmo, l’imperator della Germania»6. Le truppe italiane avanzavano velocemente, la resistenza austriaca si fece sempre più debole. Il 19 ottobre i cannoni spararono verso la località Coste sui monti sopra il paese. L’ultimo giorno di ottobre don Romano annotò: «Partenza o meglio fuga dei barbari». La guerra era finita ma, come sempre, la guerra lasciò i suoi velenosi frutti. Il tifo continuava a mietere vittime e il giorno della Madonna del-

la Salute si fece «una novena contro l’attuale epidemia». Lo spirito violento, come tante volte accade, si impadronì anche dei vincitori. Un gruppo di soldati italiani assalì la sede vescovile di Concordia. Il 24 novembre don Romano celebrò «una funzione di riparazione per gli spregi fatti al tabernacolo vescovile, agli oli santi ed al Vescovo nella avanzata degli italiani».

La bella abitudine che aveva don Romano di appuntarsi gli avvenimenti della parrocchia ci ha dato l’opportunità di conoscere alcune pagine, tra le più tristi, della storia del nostro paese. Ma gli appunti non terminano qui e possono offrici l’opportunità di capire meglio il paese di inizio del secolo scorso. Vedremo di provare a farlo in una prossima occasione.

sconvolto la tranquillità e la pace. Voi pure, o Vergine santissima, come in altri tempi di terribili prove, aiutateci, proteggeteci, salvateci. Così sia».

particolarmente numerosi nei mesi primaverili. La funzione probabilmente veniva celebrata per chiedere la protezione dei vigneti. In questi anni le culture erano afflitte dalla fillossera, un insetto particolarmente dannoso per la vite che arrivò nelle nostre zone alla fine del ’800 distruggendo moltissime coltivazioni. In tutta italia si svolgevano processioni contro tale flagello.

2. Nella notte tra la festa di Tutti i Santi e il giorno dei Morti c’era la consuetudine di suonare le campane, ad intervalli regolari, per tutta la notte. 3. Durante le funzioni del Giovedì e del Venerdì Santo non si suonavano le campane ed i campanelli. Nelle nostre chiese il loro suono era sostituito da grathole e batitòc (cfr. l’Artugna n. 80, marzo 1997, pag.18, Camillo Zambon). 4. La processione dei Torcui portava i fedeli a San Martino. Di norma, veniva effettuata il primo venerdì del mese di maggio. Con il nome Torcui venivano identificati alcuni coleotteri

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5. I fatti sono ricordati in un articolo di Umberto Sanson su l’Artugna n. 61, dicembre 1990, pag. 8, e da Bepin Ciampanèr (Giuseppe Burigana) su l’Artugna n. 77, aprile 1996, pag. 16. 6. Guglielmo II, imperatore tedesco e re di Prussia, abdicò il 9 novembre 1918.


Don Romano compilava anche il regolare Registro dei Morti nel quale, però, non sono riportati i dati di 10 giovani. Ciò, forse, perché la notizia della loro morte arrivò in paese molti mesi dopo. I loro corpi, come quelli di molti altri soldati caduti, furono sepolti in zona di guerra.

Dal Registro dei Morti della Pieve di Dardago Zambon It Antonio Il soldato Zambon Ite Antonio (It) di Gio:maria e di Bocus Teresa, d’anni 20 e 1/2, per ferita all’orecchio destro ricevuta al fronte in un attacco cogli austriaci, oggi (23 novembre 1915) nel Seminario di Treviso... passava a miglior vita. La sua salma venne religiosamente tumulata nel cimitero di Treviso. Zambon Bonaparte Antonio Zambon Bonaparte Antonio fu Angelo e di Maria Zambon, marito a Carlon Teresa, di anni 32, richiamato sotto le armi, li 14 Novembre 1915 colpito da peritonite, ovvero da fuoco austriaco (come opinano molti) passava a miglior vita. La sua salma venne tumulata nel cimitero di Lonzaris 1, terra redenta. Bocus Frith Gio:Maria Oggi si celebrano in questa chiesa, l’Ufficiatura, messa e solenni esequie, per l’anima del defunto soldato Bocus Frith Gio:Maria di Pietro e di fu Zambon Vincenza, celibe, d’anni 22, morto in guerra, colpito da una granata nemica, il 26 Novembre 1915. Zambon Marin Vincenzo Come da nota ufficiale avuta dal Municipio di Budoia, il Caporal Magg. Zambon Marin Vincenzo fu Osvaldo e di Zambon Antonia, d’anni 30, marito a Bravin Rosa, per malattia incontrata sotto le armi, nell’Ospedale di Via Pace, 9 a Milano, moriva il 20 Dicembre 1915. Basso Francesco Oggi dal Municipio di Budoia è partecipata la dolorosa notizia che il Caporal Magg. Basso Francesco di Lorenzo e di Rigo Santa, marito a Bastianello Santa, d’anni 29, colpito da una granata, sul campo della gloria, il 28 Novembre 1915 cessava di vivere sulla terra. Rigo Moreal Andrea Oggi in questa chiesa si celebrarono ufficiatura, messa cantata e solenni esequie al Catafalco Maggiore, scortato da ben 12 soldati dardaghesi, in alta tenuta, per l’anima del defunto soldato Rigo Moreal Andrea di Lorenzo e di fu Besa Rosa, d’anni 25 caduto sul Campo dell’onore, colpito da una granata nemica sul fronte il giorno 30 Gennaio 1916.

Zambon Colus Eugenio Oggi al Municipio di Budoia pervenne la notizia che il soldato Zambon Colus Eugenio di Giovanni e di Fagarazzi Regina, moriva li 19 marzo 1916 in un attacco al fronte, colpito da una palla nemica: era d’anni 25. La sua salma venne tumulata da’ suoi compagni di guerra. La notizia ai genitori venne partecipata dal sottoscritto Pievano. Zambon Pinal Costante Oggi ebbe luogo l’ufficiatura, la santa messa di deposizione con esequie al Catafalco Maggiore del defunto soldato Zambon Pinal Costante di Luigi e fu Del Maschio Ernesta, di anni 32, marito a Zambon Giovanna, morto in un Ospedale Militare di Padova il 2 Aprile 1916. Pellegrini Sante Oggi ebbe luogo l’ufficiatura, la santa messa e le esequie al Catafalco Maggiore pel soldato Alpino Pellegrini Sante di Gio:Maria e di Anna Barbot, d’anni 20, celibe, morto sul fronte li 26 Marzo 1916. Zambon Marin Eugenio Il caporal maggiore del Regg.to 8° Alpini, Comp.157 Zambon Marin Eugenio di Domenico e di Zambon Antonia, colpito da piombo nemico sul Trentino, nell’Ospedale del Seminario di Milano, munito di tutti i conforti religiosi, d’anni 24, oggi (13 Luglio 1916) gloriosamente passava all’eternità. La sua salma venne tumulata religiosamente nel Cimitero di Milano. Pellegrini Luzzolo Daniele Oggi in questa Chiesa Parrocchiale ebbero luogo i funerali o meglio le onoranze funebri pel soldato, caduto da prode sul campo dell’onore li 7 Agosto 1916 Pellegrini Luzzolo Daniele di Domenico e di Bocus Rosa, d’anni 23, celibe. Basso Marco Il soldato Basso Marco di Lorenzo e di Rigo Santa, nato li 6 ottobre 1895, celibe colpito da proiettile nemico sul Carso, cadeva gloriosamente per la patria il 26 Ottobre 1916. Per l’incertezza della sua morte, pel suffragio dell’anima si celebrarono gli uffici sacri di deposizione, settimo e trigesimo soltanto il 5, 6 e 7 marzo 1917.

Bocus Frith Sante Oggi 18 Giugno 1917 vennero celebrate in questa Chiesa Parrocchiale le onoranze funebri pel defunto soldato Bocus Frith Sante, morto colpito da una granata nemica li 31 Maggio 1917. La sua salma venne tumulata in zona di guerra. Janna Simon Valentino Oggi 20 Giugno 1917 in questa Chiesa Parrocchiale si celebrarono solenni funebri onoranze per l’anima del defunto soldato Janna Simon Valentino, di Pietro e di Zambon Maddalena, d’anni 26, celibe, morto colpito da un proiettile nemico li 31 Maggio 1917. La sua salma venne tumulata in zona di guerra. Vettor Luigi Silvio Oggi 25 Giugno 1917 in questa Chiesa Parrocchiale vennero celebrate solenni funebri onoranze per l’anima del defunto soldato Vettor Luigi Silvio di anni 33, marito a Bocus Clotilde, colpito da una granata nemica il giorno 27 Maggio 1917. La sua salma venne tumulata in zona di guerra. Zambon Pala Luigi Il soldato alpino Zambon Pala Luigi di Gio:Batta e di Caterina Janna, d’anni 24, colpito da una granata nemica il 4 corr. mese, munito sei SS.mi Sacramenti in Ospitale da Campo, questa sera (16 settembre 1917) cessava di vivere. La sua salma venne religiosamente tumulata in un cimitero da campo, coll’assistenza del suo Cappellano. Zambon Sclofa Luigi Il soldato Zambon Sclofa Luigi fu Giuseppe e di Zambon Maddalena, della classe 1879, per ferita ad una gamba, oggi (28 Settembre 1917), all’Ospedale da Campo 245 Reg. 253 Fanteria, cessava di vivere. La sua salma venne religiosamente tumulata nel cimitero da campo.

1 Forse trattasi di Lonzari o Loncari, rare case, oggi raccolte sotto il nome generico di Brgod o Montalto (Istria).


La comunità di Dardago ha partecipato all’inaugurazione dei lavori di restauro del campanile, dell’altar maggiore, navata e Presbiterio della Pieve, della Cappella feriale e del Santissimo Sacramento intitolata a Maria Bambina (finanziata grazie alla donazione della Cooperativa di Consumo «la

di Mario Povoledo

il Vescovo a Dardago

Martedì 6 gennaio 2009. Comunità dardaghese in festa in occasione della visita di S.E. Mons. Ovidio Poletto

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Fratellanza») e del nuovo salone parrocchiale situato sopra la scuola materna. Già all’ingresso della chiesa il Vescovo ha ammirato, complimentandosi, il restauro (finanziato dalla Regione, dalla Fondazione CRUP e in parte dal Comune e dalla generosità dei dardaghesi)


che ha permesso il consolidamento del tetto, l’imbiancatura dell’intera costruzione e la pulitura degli Altari laterali e in modo particolare di quello maggiore, con le statue in legno, (restaurate da Giancarlo Magri) della Vergine Assunta, di Sant’Andrea Apostolo e di Santa Lucia cui sono dedicate le chiese dei nostri paesi. La corale della Pieve ha sostenuto la Santa Messa concelebrata con il Parroco e don Alessandro Tracanelli Segretario del Vescovo, con brani di Gounod e canti natalizi. Mons. Poletto sia durante l’introduzione della celebrazione, sia all’omelia, ha concentrato il pensiero sulla ricorrenza. Ha augurato che i cristiani siano come i Re Magi: «cercatori della fede, della

suo splendore. Ha auspicato che le nostre chiese non restino solo dei freddi musei, perchè non sono solo un luogo di bellezza architettonica. Ha infine augurato un felice 2009, all’insegna della fede, della pace e della speranza, «nonostante nubi di crisi economica ed occupazionale si addensino all’orizzonte e siano fonte di preoccupazione sull’avvenire di molte famiglie alle quali siamo vicini con la nostra cristiana e concreta solidarietà. Con Dio nel cuore, siamo certi di superare anche queste difficoltà». Nell’indirizzo di saluto il Parroco don Adel, si è detto commosso e orgoglioso del risultato raggiunto, dopo tanto lavoro e ha avuto parole di gratitudine per tutti coloro che hanno finanziato

80 bambini. Ha preso, quindi, la parola il Direttore del periodico l’Artugna Roberto Zambon che ha dato lettura di un messaggio di don Maurizio Busetti, nativo di Dardago e consegnato al Vescovo il prezioso volume sulle pergamene della Pieve di Dardago, edito insieme all’autore Carlo Zoldan, nativo di Caneva; volume, che è stato pure donato ai Consigli Parrocchiali di Budoia, di Santa Lucia e all’arch. Ugo Perut, direttore dei lavori di restauro. Successivamente in corteo, è stata raggiunta l’uscita per la benedizione della torre campanaria, – cui è stato messo in luce il prezioso lavoro in sasso a vista e abbellita la balaustra della scala in pietra d’ingresso da una sobria composizione floreale – e del sa-

verità e di Dio», invocando il rispetto per la dignità delle persone, anche stranieri che tendono la mano per carcare un futuro dignitoso; aiuto e comprensione verso gli ultimi; la tutela e la salvaguardia della vita umana, sacra dal suo concepimento alla sua fine naturale; stima e apprezzamento verso tutti coloro che sono alla ricerca della Verità, fatta carne nel seno della Vergine Maria. Ha elogiato la fede dei nostri antenati che ci hanno consegnato una preziosa eredità che oggi viene riconsegnata in tutto il

e operato instancabilmente, con un grazie a Dio che ha preservato i diversi lavoratori da incidenti. Al termine del rito ha portato il saluto della comunità civile il primo cittadino di Budoia che si è soffermato sull’accordo tra Comune e la curia che ha permesso l’ampliamento della vecchia struttura della scuola materna con un nuovo stabile in grado di rispondere alle nuove esigenze create dal maggior numero di bambini frequentanti. Infatti si è passati dai 56 bambini in due sezioni del 1995, alle 3 sezioni con

lone polifunzionale, adibito a luogo di ritrovo e per le varie attività inerenti la vita parrocchiale. Monsignor Poletto si è poi affabilmente intrattenuto con i numerosi convenuti, presso il Teatro, ove è stato servito un rinfresco.

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Pagina accanto. S.E. mons. Ovidio Poletto, vescovo di Concordia-Pordenone, durante la Santa Messa di ringraziamento. Sopra a sinistra. Il saluto del sindaco, Antonio Zambon. Sopra a destra. Il Vescovo insieme con il direttore de l’Artugna Roberto Zambon e Carlo Zoldan, autore del libro «La pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo, le pergamene dell’archivio».


Nuova luce per due opere d’arte

Il Vescovo ammira il quadretto dell’ex voto restaurato.

Sono state tolte dall’abbandono due opere artistiche di proprietà della parrocchia di Dardago, un quadretto di ex voto di fine 1800 della budoiese Andreanna Stieffinlongo offerto alla Madonna della Salute, e l’urna del sepolcro utilizzata per le funzioni della Settimana Santa. Entrambe sono state restaurate recentemente da Giancarlo e Giovanni Magri.

note del restauratore Ex voto

L’urna del sepolcro

Il dipinto ex voto, olio su cartone, dalle dimensioni ridotte raffigura l’Ammalata giacente sul letto in atto di invocare la Beata Vergine seduta sulle nubi con il Bambino Gesù benedicente. Alla base, in una dicitura dai caratteri calligrafici, si può scorgere il nome della graziata: Stieffinlongo Zambon Andreanna P.G.R. 1898. Il dipinto, di buona fattura di ambito locale, è realizzato con un cromatismo soffuso condotto con una pennellata a tocco sfarfallato. La cornice coeva è arricchita da motivi a stucco dorati. L’opera ci è giunta in precario stato di conservazione. La superficie pittorica era offuscata e alterata dai depositi di varia natura. È stata oggetto di pulitura mediante una mista di solventi debolmente basici, di una disinfestazione e di limitate integrazioni pittoriche. La cornice, dissestata e sconnessa, è stata rincongiunta e risarcita nelle piccole rotture.

Il manufatto di fattura settecentesca di ambito veneto è costruito con legno di pioppo e di abete. Le forme sono stilizzate e bombate con specchiettature mistilinee laccate a toni verdi, le guarnizioni sono riccamente intagliate e dorate con oro ducale. Nella porticina del tabernacolo vi sono raffigurati ad intaglio i simboli della Passione. Nella zona terminale poggia una scultura raffigurante il Cristo. L’intervento di restauro è consistito nella pulitura con asportazione delle vernici alterate e delle ridipinture mediante solventi diversificati appropriati. In una disinfestazione del supporto ligneo con prodotti biocidi e in una successiva imbibizione con prodotti consolidanti, intervenendo nelle superfici interne. Le spaccature provocate dal ritiro del legno e le zone mutili cono state risarcite facendo uso di legno stagionato della stessa essenza. Fermatura dell’imprimitura gessosa che funge da coesione alle dorature. Le zone lacunose sono state colmate con gesso di Bologna e 14

colla Lapin. Le zone policrome e dorate con perdita dei pigmenti sono state oggetto di intervento con colori ad acquerello, ricucendo le cadute dove più recavano disturbo. Infine si è stesa la vernice protettiva Matt. Direzione dei lavori per la Soprintendenza è stata affidata alla dott.ssa Elisabetta Francescutti.

Mobiletto, urna del sepolcro per le funzioni della Settimana Santa (Giovedì e Venerdì Santo) di proprietà della Parrocchiale di Dardago.


PRESENTAZIONE DEL LIBRO SULLE PERGAMENE DELL’ARCHIVIO

la Pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo a cura della Redazione

PROPONIAMO UNA BREVE RECENSIONE DELL’OPERA, UTILIZZANDO ALCUNI PASSAGGI DELLA PRESENTAZIONE CHE CARLO ZOLDAN HA FATTO IL GIORNO 19 FEBBRAIO SCORSO PRESSO LA SEDE DELLA SOCIETÀ FILOLOGICA FRIULANA DI PORDENONE, ED EVIDENZIANDO QUELLE CHE LUI STESSO DEFINIVA «ORIGINALITÀ» DEI CONTENUTI DEL LIBRO.

La prima di queste «originalità» è proprio l’esistenza stessa del corpus di pergamene dell’antica pieve di Dardago, se si pensa a quanti documenti si sono persi nei secoli. Sono ben sessantadue e riportano atti relativi a livelli, affitti, compravendite, testamenti... di un periodo che va dal 1299, data della prima pergamena, al 1594, con una fuori mazzo del 1756. Un altro fatto curioso – ma questo non proprio così originale, perché molto ricorrente all’epoca – è la provenienza dei pievani: uno di questi, ad esempio, presente nel 1414, era pugliese e si chiamava Antonius de Apulia. Siamo in un periodo in cui i titolari di benefici ecclesiastici, per vari motivi, si spostavano da regione 15

a regione, quando non anche da nazione a nazione. Molti erano, quindi, i preti fuggiti in seguito alle invasioni, che venivano sistemati su benefici; vi erano comunque anche quelli scelti perché protetti o imparentati con prelati, signori o potenti. Inoltre le nomine dei pievani erano papali, per cui poco potevano su di esse i vescovi residenziali. La studiosa friulana Flavia De Vitt, in un suo studio riferisce che, nel XVI secolo, il 53% dei pievani in Friuli provenivano da fuori regione. Tutti gli atti registrati sulle pergamene contengono notizie interessanti, che ci aiutano a capire tante cose sulla vita nell’antica pieve di Dardago, ma soprattutto il processo di


formazione e conservazione del patrimonio della pieve stessa. Qua e là emerge qualcosa anche sull’aspetto religioso, ma è senz’altro quello economico a prevalere, anche se, nei testamenti, coloro che lasciano beni alla chiesa lo fanno per motivi di ordine spirituale: la salvezza della propria anima. C’è un atto che riguarda un aspetto più propriamente religioso, in particolare

di disobbedienza o insubordinazione da parte dei parrocchiani. L’interdetto è un provvedimento grave; il luogo sacro che ne viene colpito è disabilitato alle celebrazioni liturgiche e quindi anche chiuso ai fedeli. Normalmente la pena dell’interdetto veniva comminata in seguito a profanazione o spargimento di sangue all’interno del luogo sacro o anche sul

20 dicembre 2008. Teatro di Dardago, presentazione del volume. A sinistra don Adel, il sindaco Antonio Zambon, il professore Sante Bortolami, l’autore Carlo Zoldan e il grafico Vittorio Janna.

i comportamenti dei fedeli nei confronti dei precetti della Chiesa e delle norme di tutela dei luoghi sacri. Si tratta della riconsacrazione della chiesa pievanale, una reconciliatio, che induce l’autore a formulare qualche ipotesi, non essendo riportata la motivazione del fatto. Il 15 agosto 1440, Guglielmo, vescovo di Iesolo e suffraganeo di quello di Concordia Daniele, concede, anche a nome del titolare, quaranta giorni di indulgenza a chi si recherà, confessato e comunicato, a pregare presso l’altare della chiesa di Dardago, nel giorno anniversario della sua riconsacrazione appena avvenuta. Forse con questa riconciliazione viene tolto alla chiesa l’interdetto inflitto dal vescovo per qualche fatto grave successo al suo interno o per un atto

sagrato o cimitero circostante; vanno comunque tenute in considerazione le minacce di interdetto rivolte ai pievani o ai giurati delle chiese, riportate nelle relazioni delle visite pastorali, nel caso non avessero ottemperato ai mandata, che potevano anche essere semplicemente ordini di riparare suppellettili rovinate, di acquistare messali o cartegloria, di tenere in ordine i conti delle entrate ed uscite. Chissà cosa sarà successo! C’è poi un altro atto, che riguarda invece le necessità dei fedeli che partecipavano ai riti religiosi, nella fattispecie alle Rogazioni: a Dardago c’era un pievano proveniente dalla vicina Aviano, uno che conosceva le necessità dei suoi fedeli e anche ciò che egli poteva fare per venire loro incontro... deve essere stato un uomo d’azione, che si impegnava 16

Carlo Zoldan

Carlo Zoldan è approdato, «accidentalmente», alla paleografia medioevale e alla ricerca d’archivio una trentina d’anni fa, in occasione di un corso di dialettologia veneta, organizzato dal professor Manlio Cortelazzo dell’Università di Padova, nell’ambito del quale era stato chiamato a tenere lezioni di paleografia e avviamento all’archivio il professor Paolo Sambin. Seguirono poi oltre vent’anni di corsi di paleografia organizzati a Feltre e a Padova e ancora per corrispondenza epistolare. Il professor Sambin fu un grande maestro che, oltre al sapere e al saper insegnare, aveva anche un entusiasmo contagioso per la sua disciplina, che trasmise al nuovo allievo assieme alle competenze; lo incoraggiò e lo «adottò» come allievo da formare seriamente, fornendogli così gli strumenti per permettergli di affrontare pubblicazioni molto impegnative, tra cui quest’ultima, sulle pergamene della nostra antica pieve.

Sopra. L’autore consegna il volume al vescovo Ovidio Poletto.


in prima persona: è ad esempio presente, insieme ai giurati, di solito delegati a stipulare atti in nome della pieve, durante la stesura di contratti d’affittanza. Si chiamava Girolamo Campesio. Che cosa ha fatto questo pievano? Ha acquistato un piccolo appezzamento di terreno, di superficie pari a due volte la chiesetta di San Giorgio, presso la quale il martedì delle Rogazioni i fedeli di Dardago si recavano in processione, e questo per dare

falciare in un giorno (2418 mq), di carri, plaustrorum, di fieno prodotto, ma anche di calvie di frumento, di congi di vino. Nella pergamena n. 15, c’è pure un elenco di persone obbligate a versare decime alla chiesa di Dardago. Ma c’è anche un altro aspetto molto importante, che emerge dagli atti registrati sulle pergamene: quello della toponomastica e dell’onomastica. Per questo si è

nei casi in cui il sacerdote vi abita, spesso da solo, non è meno difficile poterlo fare, proprio perché egli non può garantire la sua presenza continua o comunque disponibilità di tempi lunghi da dedicare ai ricercatori. Pubblicazioni come questa possono avere un ruolo sostitutivo del ricorso all’archivio: essa, infatti, raccoglie anzitutto i manoscritti riprodotti da consultare, c’è poi la loro trascrizione, che spesso

loro la possibilità di sostare in tranquillità, mentre i camerari per l’occasione distribuivano pane ai poveri. Il contratto è bene articolato e prevede anche la possibilità per la controparte di partecipare alla merenda, che dovrà avvenire sul detto terreno anche se seminato o coltivato. Dalla quasi totalità dei documenti è comunque possibile, come s’è già detto, capire il processo di formazione e conservazione del patrimonio della pieve, attraverso lasciti testamentari, decime, livelli, affitti, per lo più in favore della luminaria, cioè del fondo riservato all’illuminazione dell’altare in cui era custodito il Santissimo Sacramento, della lampada per intendersi. Si parla dunque di campi, di prati, di appezzamenti più o meno coltivati o destinati a vigna, con relative dimensioni e rendite: di tot settori, estensioni di prato che un contadino riusciva a

pensato anche agli indici dei nomi e dei toponimi, tutti raccolti alla fine con tra parentesi le forme attuali, ove è stato possibile verificarle. Infine una parola sulla veste editoriale, frutto dell’opera paziente ed appassionata di Vittorio Janna. Facciamo solo una sintesi delle molte autorevoli valutazioni raccolte in questi due mesi: un vero capolavoro. Per concludere, sembra opportuno fare almeno una considerazione, anche come motivazione di tanto paziente lavoro, impiegato per realizzare quest’opera: sappiamo tutti che la situazione attuale delle parrocchie e soprattutto delle case parrocchiali in cui, di norma, sono custoditi gli archivi, è molto grave; la mancanza di sacerdoti, infatti, ha determinato per molte di esse la chiusura, con la conseguente impossibilità di accedere agli archivi. Inoltre,

costituisce un problema per gli studiosi, c’è la traduzione in italiano, che a volte costituisce un problema anche per i trascrittori, e ci sono altri interventi che possono tornare utili. Detto questo, e forti di alcuni autorevoli giudizi, possiamo anche affermare che l’operazione è indovinata, che potrà dare dei buoni frutti e, soprattutto, potrà costituire l’imput per altri interventi in questo senso. Forse la nostra è un’illusione, ma c’è già qualche segnale che la cosa interessa e ciò fa ben sperare.

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Il pubblico alla presentazione del libro al teatro di Dardago (a sinistra) e nella sede pordenonese della Società Filologica Friulana (a destra).


NON È PIÙ TRA NOI L’EX SINDACO ALESSANDRO GISLON. LO RICORDANO L’ATTUALE SINDACO E L’ASSESSORE ALLA CULTURA

Alessandro

Gislon Un sentito grazie per ciò che ha potuto fare Ogni persona ha una propria storia, porta con sé le esperienze vissute per la propria crescita e queste esperienze più sono difficili più hanno il bisogno di essere motivo di lotta per la crescita della democrazia nel proprio paese affinché migliori la qualità della vita nella comunità in cui si abita. Per quello che l’ho conosciuto, credo che Alessandro Gislon abbia avuto in sé delle motivazioni forti per intraprendere l’impegno politico. Senza motivazioni non si capirebbero le fatiche ed il tempo dedicato alla comunità per nessuno. È stato, infatti, consigliere comunale dal 1965, Assessore comunale dal 1970 e Sindaco dal 1975 al 1980. Socialista, ha amministrato il paese con equilibrio guardando sempre con affetto la sua piccola Santa Lucia che temeva schiacciata dalle forti rivalità fra il capoluogo Budoia e Dardago. In molti mi dicono che è stato un amministratore serio, ascoltava e cercava di venire incontro alle richieste della gente secondo la logica del buon padre di famiglia. Si è trovato in particolare a gestire il Comune negli anni del terremoto del 1976 ed a seguire le pratiche necessarie per la ricostruzione che, pur non essendoci stati a Budoia i problemi gravi di altre

località friulane, hanno avuto bisogno di particolare attenzione. Nel corso della sua amministrazione si sono dati il via ai servizi sociali quale supporto alle persone più anziane e bisognose, un tema sempre caro a Sandro. È stato pure il primo Presidente della Comunità Pedemontana del Livenza, trasferitasi a Santa Lucia per l’inagibilità degli spazi a Polcenigo. Terminato il suo impegno politico, si è dedicato al recupero della latteria della sua frazione. Ha creduto nell’obiettivo di farne un centro sociale e grazie all’impegno volontario di molti direi che ci è riuscito. Socio dell’AUSER, ha assunto il compito di segretario fino a quando la malattia non lo ha

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costretto in carrozzella. È stato veramente difficile per tutti noi vedere un uomo dal pensiero ancora vivo con delle difficoltà di espressione, doversi adattare a questa malattia, ma credo abbia ancora lottato dentro di sé per non pesare sui famigliari che gli sono sempre stati vicini. Sandro, in qualità di ex Sindaco, mi è sempre stato vicino e nelle occasioni in cui necessitava conoscere fatti passati e alla richiesta di un consiglio ha sempre dimostrato grande e pronta disponibilità. Da parte mia un commosso saluto e da parte della Comunità che rappresento un semplice, ma sentito grazie per ciò che ha potuto fare. ANTONIO ZAMBON


Con il cuore traboccante di gioia, di fede…

«8 settembre 1943 – cielo sereno – Gislon Alessandro – classe 1920 – mtr. 01213 del 74° Rgt. Fanteria – Compagnia Comando Reggimentale – Sergente addetto all’Ufficio Segreto di Operazioni, Informazioni, Spionaggio, in accantonamento a Karlovac (Croazia)». Comincia così il diario di Alessandro Gislon. Sulla prima di copertina in bella grafia K g f 232927, il suo numero da deportato, poi la didascalia: «Ventiquattro mesi di prigionia in Germania, durante la guerra mondiale 1930 – 1945, nel periodo che va dall’8 settembre 1943 al 21 settembre 1945». Sotto la didascalia un disegno: dietro ad un filo spinato, di profilo, la sagoma di un militare. La lettura del diario trasmette una profonda ed intensa emozione. Dopo l’8 settembre Alessandro e gli altri soldati diventeranno prigionieri. I 22 mila presenti a Karlovac vengono adunati per l’arruolamento nelle SS. Nessuno aderisce all’invito e da lì, alcuni giorni dopo, vengono trasferiti in treno a Lipsia in un Campo di

Lavoro. Alessandro, dopo due mesi di lavori forzati, grazie alla sua conoscenza del francese e del tedesco, lavorerà in infermeria. I bombardamenti, il freddo, la fame, la disperazione, ma anche il rifiuto della guerra e delle violenze, la «schiena dritta» di fronte alla malvagità dei tedeschi e la solidarietà profonda tra i compagni di prigionia rappresentano l’esperienza di vita che il giovane Alessandro, allora ventitreenne, ha vissuto e che ha contribuito a formare la sua coscienza civile. Chiacchierando con lui sulla drammatica esperienza del campo di lavoro traspariva la passione politica e sociale che hanno caratterizzato la sua partecipazione alla vita della nostra comunità. Il valore delle istituzioni, la voglia di costruire un futuro migliore, l’importanza del confronto e del dialogo, la partecipazione attiva alla politica e al mondo del volontariato riassumono la forte personalità di Alessandro Gislon. È con affetto che oggi scrivo di lui, ricordo la forte emozione 19

nei suoi racconti di prigionia sempre accompagnati dalle riflessioni sull’Italia di oggi, sugli ideali socialisti e sull’Europa. La speranza nel futuro e il dovere della memoria emergono con forza nell’ultima pagina del diario: «18/4 mercoledì – cielo coperto ... Evviva, i capi tedeschi del nostro campo sono scappati... Usciamo a vedere gli americani, ci sono fra loro molti figli di italiani. Ho raccolto molte cicche di buon tabacco, che fumate!……. I combattimenti continuano verso Augerbrucke ma noi intanto siamo liberati. Finalmente: è finita. Ho il cuore traboccante di gioia, di fede, di estasi. Ho voglia di pregare. Di pregare per tutti, anche per me, inginocchiato, curvo, come quando si riceve la benedizione. Quanta speranza ora, torneremo presto a casa? L’emozione non mi fa dormire.» E poi un’appendice scritta al rientro in Italia: «Perdono, mai!» solo i morti possono perdonare, i vivi hanno il dovere di ricordare. Chi non ricorda il proprio passato è destinato a riviverlo.» In questi giorni in cui riaffiorano segnali di razzismo ed in cui la solidarietà sembra essere un valore ormai sorpassato, ritengo che il diario di Alessandro Gislon e la sua partecipazione attiva alla vita della comunità rappresentino testimonianze da non dimenticare. BARBARA GIANNELLI

Pagina accanto. Il sindaco Gislon consegna un riconoscimento a Donatella Del Zotto. Sopra. Alessandro Gislon a Jasenak, nel 1941.


Traguardo raggiunto! Premio all’impegno ed alla solidarietà a cura del Consiglio Pastorale Parrocchiale di Santa Lucia

D omenica 23 novembre 2008 sono stati inaugurati e festeggiati i lavori di restauro del Capitello Tomè a Santa Lucia. Collocato all’angolo tra via Lachin e via Mons. Comin, già da molti anni soffriva per l’umidità e il conseguente deterioramento dei materiali di costruzione. Era necessario intervenire perché uno dei segni della devozione popolare del nostro paese non scomparisse del tutto. Gli affreschi avevano bisogno di essere «salvati» così come era necessario il risanamento dell’intera struttura. Di tale recupero ne aveva parlato per primo don Nillo Carniel al tempo della costruzione dell’organo e si era ripromesso che appena ultimata quell’opera avrebbe fatto qualcosa anche per il sacro di Via Lachin. Nel dicembre 2005 – in collaborazione con il Periodico l’Artugna – l’Insieme Vocale Elastico aveva organizzato una prima serata di raccolta fondi, impegnandosi a preparare per la fine degli stessi lo Stabat Mater di Pergolesi, eseguito poi il 15 marzo 2008. Da quel primo segnale e «richiesta di aiuto» al paese, sono seguiti altri momenti di sensibilizzazione con un

costante impegno del Consiglio Pastorale. L’Amministrazione Comunale, dopo aver ricevuto i contributi economici dell’Amministrazione Regionale e della Fondazione CRUP, ha individuato gli esperti del settore capaci di portare a termine l’opera. I restauri, iniziati nell’aprile 2007 e conclusi in agosto 2008 dal Centro Restauro di Portolan Renato, sono stati diretti dalla Soprintendenza B.A.S.P.A. dott.ssa Elisabetta Francescutti. La relazione tecnica presentata a conclusione dell’intervento è preceduta da una lettura della sequenza iconografica: «Sulla parete di fondo, sopra un altare con mensa in pietra di Aviano, è raffigurata la Madonna Addolorata trafitta dalle sette spade con il Cristo morto adagiato sulle ginocchia, quasi la copia di un Vesperbild (Madonna della sera). Alle spalle si erge la Croce mentre ai lati si trovano San Rocco ed un santo Vescovo. L’insieme, racchiuso da una finta architettura, insiste su un paesaggio pedemontano. Sulle pareti laterali campeggiano, su sfondo giallo ocra, 20

una serie di Santi e Sante (Apollonia, Lucia, Antonio Abate, ed un probabile Luca sulla parete di sinistra, Sebastiano, Floriano, Antonio da Padova e Martino sulla destra) mentre sulla volta a botte si impone la figura del Padre Eterno reggente il mondo, sovrastato dalla colomba». «… il termine santo, in italiano è più che palesemente correlato all’idea di salutare o provvidenziale per utilità o efficacia e ad un ipotetico intervento di protezione, di aiuto: qualche santo ci aiuterà; non so a che santo votarmi, tanto per citare due espressioni di uso comune». La chiave di lettura proposta da Portolan vedrebbe quindi contrapposto al mondo celeste «il mondo terreno con la figura del Cristo (fatto uomo e morto sulla croce) adagiato sulle ginocchia della madre, la Vergine Maria, trafitta dalle sette spade allusive ai sette dolori patiti, interpretazione letterale della profezia di Simeone. Quindi, rapportati alla comunità, la sofferenza della Madonna e la morte di Cristo diventano strumenti per la redenzione se sopportati attraverso l’intercessione di figure a tutti cono-


sciute per le sofferenze, le torture ed il martirio patito, e la conoscenza delle sacre scritture. Il seicento, in Friuli, è secolo di pesti ed epidemie e le pitture a mio avviso si riferiscono proprio al XVII secolo, e potrei anche suggerire come datazione intorno al 1635, ossia dopo la peste del 1630-1631 (a tutti conosciuta come la peste manzoniana) che oltre alle vittime comportò carestie ed epidemie di vario genere, o quella del 1634. La peste del 1681 mi sembra già troppo avanti come datazione delle pitture». Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, riportiamo integralmente la relazione:

Stato di conservazione Al momento dell’intervento il complesso versava in pessimo stato di conservazione, sia sotto il profilo statico che estetico. La puntellazione presente e documentata ad inizio lavori ben evidenziava gli importanti cedimenti della volta causati da dissesti statici delle pareti che peraltro risultavano fessurate e scollate dalla parete di fondo. A rimaneggiamenti accorsi durante il XX secolo si dovevano le finiture cementizie dell’esterno, la pavimentazione, lo zoccolo interno e la cancellata in ferro. Da rilevare che la parete nord, in concomitanza con il flusso delle acque meteoriche e di scarico, risultava alterata da un importante degrado biologico. Connesso alla precaria condizione statica della struttura, anche le pitture apparivano alterate e rimaneggiate: restaurate intorno agli anni 40-45 del secolo scorso dal pittore locale G. B. Soldà, presentavano fenomeni di decoesione, polverizzazione, erosione, distacco, esfoliazioni e lacune, mentre la riconoscibilità estetica ed iconografica era affidata all’intervento di restauro, sia di fantasia che di analogia, sopra citato.

Intervento di restauro Il recupero effettuato, a carattere statico, conservativo ed estetico nella triplice valenza storica-artistica ed architettonica, ha comportato, nelle fasi iniziali, un intervento congiunto tra restauratore ed impresa edile. Le specifiche competenze sono di seguito evidenziate dal carattere di stampa: tondo per l’impresa di restauro, in corsivo per l’impresa edile.

Struttura architettonica • Preconsolidamento, ancoraggio e

Durante il restauro degli affreschi.

protezione delle superfici interne decorate; • demolizione degli intonaci cementizi di rivestimento esterno; • demolizione della pavimentazione interna in getto cementizio; • manutenzione della copertura mediante: lievo di tegole; • rimozione sedimenti e consolidamento dell’estradosso; • restauro e manutenzione dell’orditura lignea; • posizione di guaina di impermeabilizzazione; riposizionamento delle tegole; • durante questa fase di lavoro, potendo intervenire dall’estradosso, è stato consolidato il voltino affrescato mediante posa di fasce, tiranti e perni di ancoraggio inghisati con resine termoindurenti; • pulitura, fugatura e sigillatura dei conci messi in luce; • posa di tavelle in cotto.

Ambiente esterno • Demolizione pavimentazione cementizia; • scavo drenante lungo la parete nord dell’edicola; • infossamento dello scarico discendente dall’edificio cui è addossata (lato destro) e suo collegamento con la rete comunale; • posa di ciottolato; • manutenzione cancello in ferro.

Pitture murali • Sigillatura dei piani fessurativi con impasti di calce e sabbia; • consolidamento mediante iniezioni di maltine adesivanti; • rimozione di intonaci e/o stuccature a carattere cementizio; • rimozione di ridipinture e rifacimenti 21

arbitrari, laddove vi erano ancora residui originari. I rifacimenti eseguiti direttamente sull’intonaco sono stati mantenuti per salvaguardare la continuità estetica delle superfici. • Trattamento biocida ed antifungino laddove necessario (volta, parete nord); • consolidamento delle cromie originali con soluzioni di bario idrato; • stuccatura delle lacune e delle mancanze con impasti analoghi ai materiali originari; • integrazioni pittoriche atte a recuperare l’unità d’insieme dell’opera con pigmenti stemperati in legante minerale; • documentazione fotografica delle fasi di lavoro. *** Il Consiglio Pastorale vuole ringraziare quanti hanno contribuito alla raccolta dei fondi necessari e a quanti hanno in diverso modo unito le forze perché il risultato fosse il migliore possibile. Speriamo che questo impegno e l’entusiasmo della collaborazione siano esempio per iniziative future che vedano unita la comunità religiosa e civile verso il traguardo desiderato. E ripetiamo una già recitata preghiera: Fino a quando avremo salda la nostra fede e la coscienza di quello che siamo e da dove veniamo, saremo al sicuro. E Maria addolorata, come ogni madre per ogni figlio che pena, ci darà la forza per sostenere la fatica, davanti alla quale non potremo soffermarci, se sappiamo che la strada giusta è quella dello sforzo comune. Ogni goccia di sudore sparsa sarà notata, ogni lacrima asciugata.


vita in oratorio a cura di Fulvia Mellina

8 dicembre Anche quest’anno la ricorrenza più amata e sentita dalla comunità parrocchiale di Budoia è associata al sostegno di iniziative rivolte ai giovani. Durante la Santa Messa, Padre Luigi Malamocco, missionario in Manila ha ripercorso le tappe della sua vita al servizio dei bambini poveri ricordando le necessità della sua attuale parrocchia, molto impegnata nell’assistenza, sia economica che scolastica, ai più piccoli. La raccolta delle elemosine durante le celebrazioni delle messe a Budoia, Dardago e Santa Lucia, è stata destinata a tale obiettivo. Gioiosa l’animazione a cura del Coro Giovani della Parrocchia di Vivaro, 20 ragazzi dai 10 ai 25 anni, accompagnati da chitarra, flauto e cembolo che hanno intonato inni alla Madonna e alla famiglia «anima del mondo, terra buona per il seme perché l’accoglienza e il perdono non mancano maiı», raccogliendo un meritato e affettuoso applauso finale. All’uscita, sul sagrato della Chiesa, tutto esaurito alla vendita delle torte preparate e offerte dalle famiglie in favore del «Progetto Area Giovani del CRO di Aviano» al quale, per il secondo anno consecutivo, è stato devoluto l’incasso di 575,00 euro. Un modo per essere vicini a una realtà che coinvolge il nostro

territorio, a adolescenti «malati di tumore che in questo ambito non hanno trovato solo le cure mediche più indicate ma soprattutto un’umanità e attenzione fuori del comune, testimonianza di forza e di speranza da condividere e far conoscere» (tratto da: Non chiedermi come sto ma dimmi cosa c’è fuori, ed. Mondadori, a cura dell’Area Giovani del CRO). Grande partecipazione al canto del Vespero e alla Processione nel pomeriggio, appuntamento tradizionale per tutte e tre le comunità parrocchiali, a cui ha fatto seguito, in chiusura,

La Befana La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, il cappello alla romana, viva viva la Befana! Con questo ritornello don Adel ha dato inizio alla Festa dell’Epifania delle Parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia presso l’oratorio di Budoia. Dopo la breve funzione religiosa in chiesa per la tradizionale benedizione dei bambini, tutti all’oratorio ad aspettare la Befana che è arrivata, tra le invocazioni

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il concerto d’organo e clarinetto, offerto dall’Associazione della Musica Sacra «Vincenzo Colombo» di Pordenone a cura del m° Roberto Cescut, in collaborazione con il m° Carlo Pinardi.


Perché Pinocchio Appuntamento a Santa Lucia di Budoia, il 15 febbraio, per la tradizionale benedizione del carro mascherato Pinocchio, organizzato dall’Oratorio delle Parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia. Centrotrenta fra pinocchi e fatine, Geppetto e il grillo parlante, il gatto e la volpe, Mangiafuoco e Lucignolo, la fata turchina, accompagnati da genitori, nonni e amici, hanno simpaticamente invaso la piazza della chiesa e partecipato alla Santa Messa. Degno del Paese di Balocchi il rinfresco finale preparato dai volontari di Santa Lucia che con il loro impegno hanno allietato l’incontro. Don Adel, nella sua omelia, riprende il concetto di unione simbolica delle tre parrocchie rappresentata da tutte le persone che hanno collaborato per portare avanti questa bella iniziativa: «in momenti difficili come quello che stiamo vivendo è importante stare insieme per superare le difficoltà, aiutarsi vicendevolmente». Proseguendo spiega il significato della favola di Pinocchio, non solo un libro di fantasticherie, di viaggi impossibili, di personaggi irreali ma anche un libro educativo. «Lo sapete bambini che la balena del vostro carro ricorda un episodio della Bibbia? A Giona, il profeta, Dio comanda di andare a predicare a Ninive, la mitica città del peccato. Egli però disobbedice fuggendo a Tarsis via nave. Ma la nave è investita da un fortunale e rischia di colare a picco: Giona viene

gettato in mare e una balena lo inghiotte. Dal suo ventre, dove rimane tre giorni e tre notti, Giona prega intensamente finché la balena lo vomita sulla spiaggia. Allora va a predicare a Ninive dove gli abitanti gli credono, si pentono ottenendo il perdono di Dio che risparmia la città. Ma Giona non è contento perché vorrebbe un Dio giustiziere e solo dopo un’altra prova (l’albero di ricino) comprende l’importanza della misericordia». Le avventure di Pinocchio, il più famoso romanzo italiano di sempre, fu scritto 120 anni fa da un autore di letteratura per

l’infanzia, Carlo Lorenzini, che si firmò con il nome del suo paese natale, Collodi. Pinocchio è anche un libro educativo e vuole insegnare come da burattini si possa diventare uomini acquisendo il senso del dovere degli adulti. La sua morale è modesta, affidata all’esperienza degli umili (Geppetto insegna la frugalità: metti vie le bucce che quando le pere son finite, riescono buone anche loro) o alla saggezza fantastica degli animali (il Grillo insegna l’amore per i genitori, il Granchio che bisogna studiare, la lumaca a essere paziente).

Carnevale con Pinocchio, Geppetto e... Anche quest’anno l’Oratorio di Budoia ha realizzato un carro mascherato a tema. Sul carro è stata costruita la balena, trainata dal trattore che rappresenta Pinocchio. La scena riproduce Pinocchio quando viene mangiato dalla balena. La realizzazione del carro, per la quale abbiamo impiegato quasi tutte le domeniche, è iniziata verso la fine del mese di settembre – inizio di ottobre. Incontrarci per costruirlo non è stato per niente faticoso, perché in quei momenti ci siamo divertiti molto e abbiamo avuto l’occasione di imparare cose nuove, ma soprattutto di conoscere persone nuove e di approfondire le nostre amicizie.

a gran voce, con la sua gerla carica di calzette piene di dolci per tutti i bambini. Pop corn, patatine, cioccolata calda e bibite per tutti, grandi e piccini, veramente numerosi. Poi tutti «al cinema» con la proiezione del film Kun Fu Panda. Una bella festa che ha coinvolto, con grande entusuiamo, bimbi, genitori e nonni delle tre Parrocchie, riuniti per l’occasione.

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Quest’anno le adesioni sono state ancora più numerose dell’anno scorso; infatti non hanno partecipato solo persone del posto ma anche quelle dei paesi vicini. I costumi di Pinocchio e di Fata Turchina erano indossati dai bambini e dalle bambine, mentre i costumi di Pinocchio nel Paese dei Balocchi, dagli adulti: c’erano anche il gatto, la volpe, Lucignolo, Mangiafuoco, il grillo parlante e Geppetto. È stata una bellissima esperienza, sia per quanto riguarda la costruzione che per i bei momenti trascorsi durante le varie sfilate. Speriamo che si ripeta anche il prossimo anno, con ancor più successo. I RAGAZZI DEL CARRO


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Gabriel Fauré «Requiem per me stesso» di Sara Zambon

«Sto componendo questo Requiem per me stesso. Servirà per il mio funerale». Il povero Mozart si mise in testa che quello sconosciuto non fosse un essere normale; che dovesse avere a che fare con l’altro mondo, e che gli fosse stato inviato per annunciargli la sua prossima fine. Reagì applicandosi con moltiplicato ardore al suo Requiem, che considerava il monumento più durevole del suo genio. Durante il lavoro, fu spesso vittima di allarmanti svenimenti. Infine, prima delle quattro settimane previste, l’opera fu terminata. Lo sconosciuto tornò al termine convenuto: Mozart era morto. STENDHAL – VITA DI MOZART

Un’emozione unica. Un’atmosfera creata dalle luci soffuse nella pieve gremita. Alcuni minuti in ascolto del silenzio. Un silenzio denso della nostra trepidazione, dei battiti dei nostri cuori, dei nostri respiri sincronizzati in attesa dell’accordo iniziale appoggiato sul pianoforte. Dopo quei primi istanti di sospensione, il Requiem di Mozart ci ha travolto con il suo impetuoso fluire di note trascinandoci in un turbinio di sensazioni dai toni 24

diversi. Dall’agitazione delle veloci fughe del Kyrie, alla dolcezza del Lacrimosa, dalla veemenza del Rex Tremenda o del Confutatis, all’amabilità del Benedictus e del Recordare. A fine estate scorsa, il direttore Emanuele Lachin ci aveva lanciato una proposta che in realtà pareva una sfida: allestire contemporaneamente due progetti di natura completamente diversa. Da un lato studiare alcuni arrangiamenti per coro misto di canzo-


Collis Chorus Let’s go… spel! Budoia-Gerusalemme di Roberto Cauz Dopo molte fatiche il Collis Chorus ha inciso il suo secondo disco; una bella soddisfazione per il gruppo che con sana caparbietà è riuscito a concludere un bel progetto di musica e di solidarietà. La felice aggregazione tra l’entusiasmo associativo del coro, l’iniziativa del Soroptimist International per la realizzazione delle proprie finalità e la munificenza di Dina Zaja, imprenditrice appassionata di musica, hanno reso possibile la produzione di questo cd che, oltre a raccogliere il meglio del repertorio che in questi ultimi anni ha caratterizzato il canto del sodalizio, vuole contribuire, attraverso le vostre offerte, al raggiungimento della pace in un luogo «simbolo» per la storia umana, sostenendo l’istituto musicale Magnificat di Gerusalemme dove, il suo fondatore Padre Armando Pierucci non chiede a nessuna delle persone che lo frequentano a quale popolo, religione o paese essi appartengano, ma semplicemente fa musica insieme. Aiutare la musica significa aiutare la pace. Questo è il messaggio che il coro, giunto ormai al suo ventiduesimo anno di attività, spera di poter condividere con tutti coloro che, ascoltando i nostri canti, saranno consapevoli di aver contribuito a diffondere la condivisione di una passione che non ha distingui, ma che aggrega le persone attraverso il dialogo ed il rispetto ed esalta quei valori fondamentali che sono alla base di qualsiasi credo. Il CD verrà ufficialmente presentato presso l’auditorium del seminario vescovile di Vittorio Veneto, il 28 marzo. Chi desiderasse richiederne copia può contattare personalmente qualsiasi corista, telefonare al 334 3695477 oppure inviare una e-mail all’indirizzo collischorus@virgilio.it

ni dei Beatles, dall’altro imbarcarsi nell’impresa di portare in concerto il Requiem di Mozart, una trascrizione di Carl Czerny per pianoforte a quattro mani, prima della Pasqua. La bella chiesa parrocchiale di Dardago ci ha ospitato per il primo concerto la sera della prima domenica di primavera. Ad accompagnare il coro, due pianisti d’eccezione, il m° Carlo Corazza e il m° Andrea Tomasi, dalle cui dita ha preso vita il suono di un’intera orchestra. Alla direzione inevitabile era la presenza del m° Emanuele Lachin. Egli non ci ha «unicamente» diretto durante il Requiem, ci ha trasmesso il Requiem. Oltre al si-

gnificato della straordinaria opera, Emanuele ha cercato di farci entrare nelle viscere anche gli sconvolgimenti interiori che il compositore provava mentre, irrequieto, faceva correre la penna sullo spartito. L’impegno di questi mesi è stato notevole ma la soddisfazione derivata dall’essere riusciti in questa nostra impresa e soprattutto dal calore manifestato dal pubblico ha superato nettamente ogni aspettativa. 25


Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

DARDAGO. CORTILE DEI FRITH, IN VIA CASTELLO. LA FAMIGLIA DI PAOLO BOCUS FRITH. DA SINISTRA: ALBINO, ADAMO, PAOLO, LA MOGLIE ANTONIA IANNA BERNARDO, ANGELA E ROSA. NEL GRUPPO FAMILIARE MANCANO CATERINA, LUIGIA E VINCENZA. (FOTO DI PROPRIETÀ DEGLI EREDI DI VITTORIA SANTIN)

PRIMA SANTA COMUNIONE – ANNO 1953 PRIMA FILA DA SINISTRA. EURIDICE DEL MASCHIO CUSSOL, SONIA GRASSI, ANGELA ZAMBON VIALMIN, ANNA ZAMBON VIALMIN, SANTINA ZAMBON, EDDA ZAMBON PINAL, GINO ZAMBON MOMOLETI. SECONDA FILA DA SINISTRA. SARA ZAMBON CANTA, BATTISTINA ZAMBON, RIZIERI ZAMBON MARIN, PIETRO JANNA THECO, LORIANA ZAMBON PALA, CLAUDIO PUPPIN. TERZA FILA DA SINISTRA. ?, OMERO BOCUS, PIETRO RIGO MOREAL, FRANCO JANNA BARNARDO, FERRUCCIO BOCUS FRITH. QUARTA FILA DA SINISTRA. ?, GIANCARLO PAULETTI, PIETRO ZAMBON TARABIN. (FOTO DI PROPRIETÀ DI PIETRO JANNA)

BUDOIA. INIZIO SECOLO SCORSO. I FRATELLINI SIGNORA – DOMENICO, ALDA E LUCIA – FIGLI DI ANDREA E OSVALDA CARLON FASSINER, NEL CORTILE DELLA LORO CASA. (FOTO DI PROPRIETÀ DI TERESINA SIGNORA)


L’angolo della poesia BENVENUTA BESA CODA CON IL MARITO LEONE BURIGANA REMONDIN, NEL 1910. (FOTO DI PROPRIETÀ DI LAURA DEDOR)

LA FAMIGLIA Il papà è nel dormiveglia a lui non serve mai la sveglia.

RITRATTO DI DUE GIOVANI SPOSI, LUCIA ANGELIN TONELA E IL MARITO SANSON, ALL’INIZIO DEL XX SECOLO, A VENEZIA. (FOTO DI PROPRIETÀ DI MARIA TERESA ANGELIN TONELA)

Al primo din don dan della campana balza in piè la nostra mamma, con lieve man m’accarezza il viso apro gli occhi, mi fa un sorriso e mette a ognuno il vestitino alla preghiera del mattino: «Oh Gesù che benedici, la preghiera esaudisci per parenti e cari amici». Entra luce dal balcone e nel giardino la mattina un uccellin canta giulivo e dondolar fa il ramoscel d’olivo. Già di sua luce splende il sole e va il papà al suo lavoro mamma sempre resta con noi e non ci fa mancar mai nulla. Arriva il papà sul finir del giorno e il suo viso è stanco, ha lavorato tanto. Ceniamo tutti assieme attorno al fogolar e prima di andare a letto il latte suo materno dona la mamma al più piccin. ANGELO JANNA TAVÀN

GIUSEPPE DEL MASCHIO CON LA MOGLIE ELENA RITRATTI NEL CORTILE DI CASA. (FOTO DI PROPRIETÀ DI PIETRO DEL MASCHIO FANTIN)


Quando il seme è chiamato a Arrivata a Santa Lucia negli ultimi giorni del 1944 (la foto la ritrae con il marito Giuseppe Lachin Bof il giorno del matrimonio), Maria Celant comincia a lavorare nel negozio di famiglia. Per tutti diventa la Maria Bofa. Al momento della chiusura del negozio, nel 1992, è ancora dietro il banco, e sono passati quarantotto anni. Ne passano ancora e Maria – prima con l’energia di sempre, poi fiaccata dagli acciacchi del tempo – continua il suo cammino

la Maria Bofa La morte di una persona cara ti pone sempre davanti ad un bilancio: cosa resterà di questa vita? Che senso ha avuto? Ci si sente sempre fragili ed impreparati di fronte alla morte. Tu, cara zia, hai fatto parte di una generazione di donne forti. Forti di fisico e forti di cuore, come tua mamma Rachele, come le tue sorelle Irma e Ida, donne che veramente rappresentavano tre colonne di una casa, donne che resistevano alle prove della vita e con tenacia guardavano avanti: donne di cui sembra persa la

fino al 17 febbraio di quest’anno. La nipote Augusta si fa interprete di tutti i Bof e di tutti gli Janes e la saluta con affetto in questo supremo e sublime momento, quando il seme è chiamato a dare il frutto.

di Augusta Janes

semenza. Vorrei ricordare ai ragazzi che ti hanno vista già avanti con gli anni quanto eri bella, una bellezza morbida, una coppia fantastica con lo zio Bepi che sembrava Hamphry Bogart. Una donna che pur non avendo studiato si era fatta da sola la sua cultura leggendo. E le piaceva leggere. E le piaceva la musica, anche difficile, ed il canto e le cose belle – aveva un gusto fantastico – e le piante, e i fiori e la terra. Sì, era come le sue sorelle, una donna di

terra. E che come la terra ha dato, dato gratis, cioè con amore, senza chiedere il conto, senza pretendere ringraziamenti o gratitudine. E in questo dare lei è stata prima figlia e poi madre, pur senza aver avuto figli. Ed è stata zia e nonna, e tutto quello che può essere una donna, una donna ammirevole, amabile. Ed infatti in tanti le abbiamo voluto bene e la ricorderemo. E da un altro punto di vista ci è stata di esempio, in questo nostro mondo di piccole pseudo famiglie nucleari e divise: nella relazione di amore che ha saputo avviare e mantenere all’interno della famiglia allargata dei Bof con la cognata Angelina e con Fausto e con i loro figli e con tutti i loro numerosi nipoti e parenti che sono stati anche i suoi figli e i suoi nipoti e che l’hanno accudita con grande amore quando è stata lei ad avere bisogno di loro. Ci sarebbero ancora tante cose da dire: è una porta che si chiude, la porta di un mondo ormai vecchio ed in estinzione. Ma noi sappiamo che se il seme non muore… non può dare frutto.


dare il frutto Ci ha lasciato in punta di piedi, senza arrecare disturbo, come sono state discrete la sua vita e la sua presenza attiva nella nostra Comunità.

Nazareno Arno Talamini Ci ha lasciati a 73 anni, Nazareno Arno, un veneto (nativo di Cordignano) ben radicato nella nostra Comunità ai piedi delle Prealpi. Budoia l’ha amata sin dalla sua venuta nel 1959, e la residenza dal 1963. Dopo il diploma all’Istituto «Ricati» di Treviso nell’anno 1957, si è subito tuffato nel lavoro da libero professionista che ha ininterrottamente seguito con passione e scrupolo per ben 40 anni, nei due studi tecnici a Cordignano e qui, meritandosi nel 2003 dal Collegio dei Geometri di Pordenone, il timbro d’oro per meriti professionali. A testimonianza del suo impegno di uomo onesto e sincero, che ascoltava e capiva, restano le varie costruzioni che ha ideato: l’ex Albergo «da Renè», lo Chalet Belvedere, il Cjastelat; alcuni insediamenti in Zona Industriale, l’ampliamento dei cimiteri, il tracciato della strada Pedemontana, centinaia di abitazioni private e la rilevazione altimetrica delle nostre montagne, restando per una settimana in malga con i suoi collaboratori, tanto per citare le opere in loco; ma ha lavorato anche in altre realtà in Veneto

di Mario Povoledo

e nel Pordenonese. Non era invadente Nazareno (nome impegnativo ndr), ma aveva un atteggiamento che sembrava distaccato al momento. Ma quando ci si avvicinava si capiva bene che il suo distacco era solamente un modo garbato di non intromissione. Poi si scioglieva e l’interlocutore poteva captare la sua preparazione, il suo stile sobrio, la sua bella parlata veneta, le sue riflessioni, le sue convinzioni. Ha lasciato un bel ricordo come persona, come cittadino, come professionista (geometra vecchio stampo con competenza a 360°) e anche come Amministratore per ben due lustri, accanto al Sindaco Del Maschio Fernando. Una presenza, la sua, di Assessore e di Vice Sindaco, (più un mandato di Consigliere) più tecnica e umana che politica. Lo ha ben ricordato il Sindaco Antonio Zambon, il giorno delle esequie nella nostra chiesa parrocchiale gremita di parenti, amici ed estimatori, venuti anche dai paesi vicini, per testimoniare a Rosetta sua moglie, che lo spessore dell’uomo era tale e tale rimarrà il ri-

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cordo. A Budoia ha voluto restare sino alla fine e riposare nel campo santo accanto a persone che ha conosciuto nei suoi anni di permanenza e che ha accompagnato a quell’estrema dimora terrena, conscio, da credente com’era, (come ha sottolineato don Adel nell’omelia) che la vita ha un inizio e avrà una fine quaggiù, ma per chi ha la fortuna di credere veramente, come ha creduto lui, avrà un seguito in quel luogo, che Dante descrive come: «sol luce e amor ha per confini». Grazie, geometra Arno, per la sincera amicizia e per il bene operato nella nostra Comunità e altrove. Riposa in pace.


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Mafalda Panizzut Ciao nonna! Grazie per tutte le feste, i Natali, le Pasque passati assieme. Grazie per tutte le tue premure, la tua generosità e anche per le «birichinate» delle quali ti chiedo perdono. Vicino a te mi sentivo un re, ti credevo immortale e non ho mai pensato a questo momento.

Io so che sei in un posto pieno di allegria e che mi proteggerai in tutti i momenti della mia vita. Eri la nonna che tutti vorrebbero avere. Per me resterai per sempre una nonna speciale. Ciao nonna. Grazie di tutto. TUO NIPOTE RUBEN

don Emilio Alfier Si è spento un amico de l’Artugna. L’estate scorsa ricevemmo il suo ultimo scritto, corredato da una generosa offerta, in cui esprimeva apprezzamenti sinceri per la rivista. L’avevo incontrato l’ultima volta nel settembre scorso, durante un incontro con i miei ex alunni, in oratorio, a Vigonovo. Era seduto all’ombra degli ulivi, nel giardino della canonica, com’era solito fare quotidianamente negli ultimi anni, e tra le mani teneva stretto il suo breviario. Mi avvicinai e mi abbracciò con la sua solita cordialità. Ripercorremmo i momenti educativi comuni trascorsi nella scuola di Vigonovo, dapprima ai tempi in cui l’insegnamento della religione era affidato al sacerdote e, poi, negli anni successivi quando, pur avvicendata

la figura ecclesiastica con quella dell’insegnante di classe, si continuava a collaborare alla preparazione della Prima Comunione e durante i momenti importanti dell’anno liturgico. Un rapporto sincero e di stima vicendevole. «Tutto se ne va – era solito ripetere agli alunni – resta solo l’Amore», quell’Amore che lo ha contraddistinto e lo ha sostenuto a visitare emigranti e realtà missionarie nel mondo, a dedicare la vita agli altri in parrocchia e fuori parrocchia. Di Lui mi rimane il ricordo di una persona generosa, intelligente, arguta, schietta, ironica. «Sono nato povero e morirò povero. Ci vedremo in Paradiso», le ultime espressioni del suo testamento. VITTORINA CARLON

Cornelio Zambon Marìn Ciao Cornelio.

Domàn, domàn mi tórne a ciàsa...

Domàn, domàn mi tórne a ciàsa...

Non era solo un semplice tuo verso, che Tina, la tua sposa, per noi ha messo in musica, ma il segno dell’amore che ti legava alle nostre crode.

Quante volte ci siamo salutati sulla piazza, lungo le strade di Dardago, nei boschi, sul greto dell’Artugna. Quanto discutere per quella smarrita sensibilità verso madre natura. Quanto amore seminato lungo i sentieri delle nostre montagne.

Domàn, domàn mi tórne a ciàsa... ciao Cornelio, ància ’sto àn le sisìle le tornàdhe... VITTORIO

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Invito alla lettura Perché rileggere il passato non sia solo un nostalgico idillio.

Enzo Bianchi Il pane di ieri Einaudi 2008, pp. 114

a cura di Fabrizio Fucile

Difficile operazione ricordare, rileggere e raccontare il proprio passato, il mondo di ieri nel quale abbiamo vissuto. Operazione in cui si corre non solo e non tanto il rischio della nostalgia, quanto quello di rendere idilliaco ciò che in realtà non lo era affatto: rischio ancor più facile se il nostro passato si situa in un mondo un po’ perduto, come quello della cultura contadina, e se i ricordi risalgono a un’età precedente quella della maturità (p. 3). Così si apre il libro di Enzo Bianchi che, pur prendendo in esame un ambiente che non è quello friulano (è il Piemonte della sua infanzia e adolescenza), aiuta a leggere gli anni cinquanta e sessanta nei nostri paesi, un saggio in forma di racconto da cui il passato ritorna nelle forme delle parole che filtrano ricordi personali inserendoli nell’atmosfera culturale dell’epoca, prescindendo dal mero contesto degli eventi, per un’analisi che diventa ponderazione sulle certezze ed i valori di oggi. Ecco perché il pane di ieri è buono domani: quanto viene dal passato può fornire un solido insegnamento per il futuro, a patto che il ripercorrere «il tempo che fu» non sia operazione sentimentale, ma vera riflessione. Giunto all’età matura, o meglio alle soglie della vecchiaia, l’autore ritiene opportuno far dono di tanta saggezza affinché sia nutrimento per le generazioni contemporanee, quasi in un ruolo di epico cantore, proprio come ai nostri vecchi, durante le lunghe serate del filò nella stalla, era dato di trasmettere così, naturalmente, senza enfasi, la loro esperienza: i ricordi cessavano di essere una questione personale e diventavano «storia» passata da cui emergeva il presente e si poteva riflettere sul futuro (p. 90). Per chi guarda alla storia come all’incontro degli eventi della memoria personale ed individuale con la storia collettiva, è sicuramente un’opera da leggere e da avere 31

in biblioteca. Ognuno troverà un pezzo di sè. Questo modesto contributo è un caloroso invito alla lettura di un libro che insegna, un saggio di didattica, un sillabario di etica. Molti gli spunti di riflessione dalla lettura dei vari capitoli in cui si articola il mémoire. Il senso del dovere e la capacità di affrontare la vita con serietà, ma anche con un pizzico di disincantata rassegnazione. La profonda fede in Dio, che rinuncia ad una totale e cieca fiducia nella scienza. Il riappropriarsi del linguaggio del cibo che, nella varietà degli ingredienti, spesso prodotti di paesi lontani e sulla tavola mescolati, serve a comunicare, a conoscere e scambiare le identità (p. 33). Pane e vino che nella tradizione mediterranea diventano cifra della capacità di condivisione (p. 43) e una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata (p. 50). La domenica che è la domenica e non l’weekend. Il canto del gallo nunzio del giorno e il suono delle campane interpreti della vita di comunità: un richiamo profondo alla comunicazione, in un’epoca in cui non siamo più abituati ad ascoltare, epoca in cui le orecchie sono spesso isolate da iPod ed mp3 e i siti web – più che le piazze e le case – sono i forum per eccellenza. Uno dei passaggi più illuminati e illuminante è quello che riguarda l’imparare a morire, e si impara soprattutto vedendo altri morire nella quotidianità, in comunione e nella pace, restituendo alla morte una dimensione familiare e comunitaria. Nulla di spaventoso in un evento pur così triste e doloroso, solo un commiato tra persone che magari avevano come tutti faticato ad amarsi, ma che avevano condiviso la vita e che in comunione vivevano la morte (p. 104). In un momento di grandi preoccupazioni e incertezze sul futuro come quello attuale, Il pane di ieri, è un catechismo anche per laici sui valori essenziali capaci ancora di infondere speranza.


Cronaca Cronaca Ància ’sto àn avòn fàt i madhi

Gero Zambon mostra orgoglioso il premio ricevuto.

Se parla de Dardàc ància a Berna Il 6 dicembre 2008 il ‘nostro’ Ruggero «Gero» Zambon Pinàl, lettore e collaboratore de l’Artugna sin dai primi numeri, riceve una targa di riconoscimento a Berna (Svizzera), quale socio fondatore, nel 1968, del Gruppo Arte della Casa d’Italia di Berna. L’occasione è stata il quarantesimo anniversario di nascita del Gruppo, uno dei più longevi d’Europa, che promuove l’arte e la cultura in Svizzera e che, proprio grazie alla passione di Ruggero e di alcuni amici immigrati come lui, si è consolidato nel tempo fino a rappresentare una delle più significative realtà italiane nella Confederazione.

La stessa Casa d’Italia che ospita il Gruppo Arte e che accoglie enti o associazione di qualsiasi nazionalità, compie settant’anni e rappresenta «un angolo d’Italia, ben integrato nella bella città di Berna, aperto e ospitale; un bene della comunità gestito in modo oculato, trasparente e con spirito di solidarietà». Italianità, solidarietà, valore della cultura e del lavoro che Ruggero Zambon ha sempre saputo rappresentare e che, come è stato ricordato durante la serata di premiazione, diventa uno degli esponenti positivi «di quella capacità italiana di associarsi per il raggiungimento di obiettivi comuni e della volontà di essere attivi in associazioni culturali, sociali e ricreative». 32

Anche quest’anno le feste natalizie seguono il programma abituale, con la differenza che il freddo e la neve caduta abbondante danno al paesaggio un aspetto invernale che da tempo mancava. Primo appuntamento la notte della vigilia, con la Santa Messa celebrata da don Adel e cantata in maniera mirabile dal coro, che ogni volta stupisce per la capacità di rinnovarsi nel repertorio e nel mantenere alta la qualità delle esecuzioni. La chiesa si presenta nel consueto abito natalizio: al centro della navata fanno bella mostra i madhi, ricchi della fantasia con cui vengono addobbati, utilizzando i materiali più diversi e caratteristici. Evidentemente la buona volontà e la costanza non mancano ai responsabili delle varie «contrade». A lato del fonte battesimale il presepio, questa volta allestito senza utilizzare le statue grandi, ancora fresche di restauro: il risultato ottenuto non risente della loro mancanza, forse meno imponente e di effetto è però semplice ed equilibrato, elegante. Alla fine della messa appuntamento sul sagrato con il brulè del CFD per gli auguri di rito: il freddo pungente comunque non ci impedisce di passare un po’ di tempo in chiacchiere. L’appuntamento successivo è per il Pan e Vin, realizzato in breve tempo grazie alla grande quantità di materiale depositato nel campo in fondo a via Rivetta. Un giro per il paese a ripulire orti e giardini è stato comunque fatto, come da tradizione, completato dalla pacifica invasione della piazza con i trattori per le foto di rito. Se l’anno scorso


la pioggia ci ha costretto al rinvio, quest’anno la neve e la pioggia cadute in novembre e dicembre rendono più difficile l’accensione del Pan e Vin, ma alla fine rimangono solo le braci. Se dobbiamo trarre auspici dal falò non basiamoci sul fumo, che stenta ad alzarsi verso il cielo, ma sull’impegno e la fatica necessari per far bruciare il Pan e Vin: sarà un anno difficile, ma lavorando duro e tutti assieme possiamo farcela. Tutto questo grazie all’impegno dei soliti noti che si sono prodigati

per la riuscita di tutte le manifestazioni, degnamente aiutati e sostenuti da un gruppo di giovani che aumenta nel numero e nell’impegno ogni anno: piacevole conferma e, questo sì, buon auspicio per il futuro. Come da consuetudine l’esposizione dei madhi è servita anche per raccogliere fondi da destinare, per buona parte, ai lavori di restauro della chiesetta di San Tomè. L’ammontare delle offerte è di 1107 euro di cui 200 utilizzati per l’acquisto (imprevisto) di 10 nuovi abeti.

Nóve attività pa’ la Gabriel Fauré Il programma dell’associazione musicale Gabriel Fauré per questo 2009 è molto intenso e impegnativo. I primi due mesi dell’anno hanno visto il Coro da Camera impegnato in una serie di concerti omaggio ai Beatles. Nel teatro di Dardago si è, poi, svolta la manifestazione Musica Arte &…, una nuova rassegna che, per tre fine settimana, ha proposto alcuni concerti inserito in una cornice di mostre d’arte allestite in collaborazione con l’Associazione Culturale Vastagamma. Dopo il ciclo dedicato al Requiem di Mozart (Dardago, Roveredo in Piano, Zoppola, Porcia, Pordenone), durante due domeniche tra fine maggio e inizio giugno, avrà luogo Note su 2 Ruote, manifestazione in cui i partecipanti saranno invitati a percorrere alcuni itinerari ciclistici che si concluderanno con dei concerti svolti all’interno di chiesette campestri. Quindi fra luglio e agosto sarà la volta dell’ormai consolidata Note Tra Le Malghe, che accomuna escursioni e concerti. Per i prossimi autunno e inverno sono in cantiere alcuni progetti ambiziosi, ma di questo ne parleremo più avanti… SARA ZAMBON

La Pro Loco de Buduóia la se rinova

La nutrita squadra di volontari che si è prodigata per allestire il Pan e Vin 2009 di Dardago.

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È stata la prima Assemblea Ordinaria, venerdì 13 febbraio, dopo il nuovo Statuto entrato in vigore a metà dello scorso anno. Presenti 45 Soci e 11 deleghe, la riunione è stata presieduta dal Presidente uscente Alessandro Baracchini; fra i punti all’o.d.g. l’elezione del nuovo Consiglio Direttivo che resterà in carica quattro anni e che ha visto la positiva


si impegnano durante i due fine settimana della Festa dei Funghi, fa ben sperare in una Associazione viva e capace di misurarsi con le sfide che l’attendono. La Segreteria dell’Associazione rimane aperta due pomeriggi la settimana: il martedì dalle ore 15.00 alle ore 19.00 e giovedì dalle ore 15.00 alle ore 17.00. Ai Soci viene inviato periodicamente un foglio notizie circa le attività che la Pro Loco propone, per far diventare realtà quello che prevede lo Statuto. Il presidente Baracchini consegna la targa al Socio Onorario Eugenio Cardazzo.

novità di ben 22 candidati (in particolar modo 6 giovani appena al di sopra dei vent’anni) e di 4 aspiranti al Collegio dei Revisori dei conti, altra novità introdotta. Dalle urne sono usciti eletti: Francesco Del Maschio, Federico Rigo, Emanuele Quaia (giovani) Alessandro Baracchini, Luigino Morson, Nadia Modolo, Roberto Andreazza, ricandidati; nuovi ingressi per Sara Cimolai, Gianna Lorenzin, Maurizio Carlon, Davide Fregona, Cleofe Lucchetta, Renato Poletto, Luigi Varnier, Mario Povoledo. Collegio dei Revisori: Stefano Brandimarte, Fernando Del Maschio, Sandrin Alberto. Positiva la relazione delle attività letta dal Presidente uscente e del Bilancio Consuntivo dell’esercizio 2008, che l’Assemblea ha votato con favore all’unanimità. Così come favorevole consenso ha suscitato, sottolineata da un prolungato applauso, la consegna di una targa a Cardazzo Eugenio, nominato Socio Onorario per la fedele ultraquarantennale presenza nella Pro Loco e la sua continua collaborazione. Un grazie, questo, rivolto a tutti coloro che credono ed operano instancabilmente per il nostro Sodalizio. Le nuove cariche sociali sono così distribuite: Presidente Alessandro Baracchini; Vice Presidenti Roberto Andreazza e Maurizio

Carlon; Segretario Coordinatore e addetto stampa Mario Povoledo, Tesoriere Marina Carlon (esterna); inoltre sono state distribuite le deleghe verso gli Enti cui la Pro Loco compartecipa: Consorzio Meduna-Livenza a Davide Fregona; Commissione Biblioteca a Renato Poletto; Cooperativa «le Anguane» a Gianpietro Fort. Anche il programma delle attività e relativo Bilancio di Previsione per l’esercizio in corso, ha avuto l’approvazione unanime dei Soci. Il lavoro è grande, ma ne vale la pena. I nostri paesi hanno le carte in regola per farsi conoscere a livello provinciale e regionale, hanno ancora un volontariato solido, genuino ed esemplare. La presenza di decine di giovani che

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MARIO POVOLEDO

La Nives la và in pension Dopo quasi trent'anni di attività nell'edicola di Dardago, Nives Dapas Zambon va in pensione. Da qualche settimana il negozio in piazza è gestito da Mara Santin, originaria di Fiaschetti ma abitante a San Giovanni di Polcenigo. l’Artugna desidera ringraziare pubblicamente Nives per la sua convinta collaborazione per la distribuzione della nostra rivista. Grazie, Nives! Sinceramente. A Mara che ha già assicurato la sua disponibilità per la distribuzione del periodico, vadano i nostri auguri per una proficua attività.


Bonjour! Salve! Mi chiamo Solal Basso e sono nato il giorno 1° novembre 2008, sono nipote di Antonio e pronipote di Domenico, la cui casa a Dardago è sul Plan de Lingoria. Sono il primogenito di Sylvain ed Alexandra Rafflegeau, abitiamo a Tourves in Francia.

Inno alla vita

Ciao! Sono Riccardo e sono nato il 1° agosto 2008, abito a Genazzano (Roma), ho un fratellino, di due anni, di nome Edoardo ed i miei genitori sono Ester Graziosi ed Alessio Zambon Tarabin Modola.

Eccomi tra le braccia di don Adel, il giorno del mio battesimo! Sono Giulia, figlia di Silvia Bravin e Giovanni Bufalo, nipote di Naida e Salvatore.

David Scandolo e Carine Malkassian nel giorno del loro matrimonio a Toronto in Canada. David è figlio di Gianpiero e Donatella Zambon Rosit.

Auguri dalla Redazione!

Il 15 gennaio di quest’anno i coniugi Lea Janna e Giuseppe Angelin hanno compiuto il loro sessantesimo anno di matrimonio. A festeggiarli i figli, i generi, i nipoti e il pronipote.


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Dardago, 12 febbraio 2009

Gentile Redazione, a 15 anni dalla morte di mio cugino Abramo, desidero ricordarlo nelle pagine del vostro periodico. Grazie per l’ospitalità. ROSALICE ZAMBON

Quando rimango sola e la memoria mi riporta a quel terribile 5 febbraio del 1994, riprovo la stessa sensazione di smarrimento, incredulità e rabbia come dopo aver ricevuto uno schiaffo inaspettato.

È così che mi sentii allora ed è così che mi sento ancora oggi. Caro Abby, ti scrivo queste poche righe perché i ricordi delle belle giornate trascorse insieme sono sempre vivi in me e sono sicura in tutti i nostri amici; lo dimostra il fatto che, nonostante siano passati già 15 anni, anche chi ti ha conosciuto solo per pochi mesi durante il servizio militare, si ricorda di portarti un fiore ad ogni anniversario. Né il trascorrere del tempo né le gioie presenti e future potranno allontanarti dal nostro cuore e dalla nostra mente.

Roveredo in Piano, 20 febbraio 2009

Spettabile Redazione, ieri sera nella sede della Filologica a Pordenone ci avete fatto un bel regalo e personalmente mi congratulo per il vostro lavoro, risultato eccellente di un team così unito, attento, appassionato, efficace e impegnato. Ciò ricordando anche i vostri 37 anni di intensa e proficua attività a pro della comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia. 37 anni di vita del bel periodico l’Artugna: davvero più che un buon esempio di stampa minore, un «esempio» sotto tutti i punti di vista, umano, grafico-editoriale, storico e culturale! Va ricordato e ringraziato anche Carlo Zoldan, curatore del volume sulle Pergamene dell’Archivio di Dardago. Complimenti anche per Si Queris, l’indice dei primi 100 numeri de l’Artugna, elegante, utile e moderno come concezione. Che dire ancora? Dirvi bravi, ormai, è scontato; e allora «auguri ed auguri» per il vostro futuro impegno, con l’auspicio che sia ancora ricco di soddisfazioni. Cordialmente, con vera amicizia. SERGIO GENTILINI

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[...dai conti correnti] Troppa grazia! Troppa abbondanza! Ad ogni modo La ringraziamo di cuore per le congratulazioni e per gli auguri. La nostra ricompensa sta nella soddisfazione dei nostri lettori. Grazie per il materiale relativo alle opere Sue e di Suo padre, il pittore Antonio Gentilini, che ha voluto donare alla Redazione.

Fiume Veneto-Dardago, 22 febbraio 2009

Pregiatissima Redazione, ancora vogliamo congratularci con voi per l’amore e l’impegno che impiegate nel redigere questa bella rivista: ogni numero è fonte di emozioni, curiosità e ricordi. Grazie se anche quest’anno continuerete ad inviarcela. PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON

Siamo noi che dobbiamo ringraziarvi per le belle parole, per l’affetto che nutrite verso l’Artugna e verso Dardago e… per la generosa offerta.

In memoria dei miei defunti. Cordiali saluti. YVONNE VETTOR TERRANEO

Ringrazio sentitamente per la pubblicazione dedicata alla memoria di papà Pasqualino Zambon.

LENTATE SUL SEVESO (MI)

ELENA ZAMBON – SARONNO (VARESE)

Grazie di cuore per l’Artugna. È sempre interessante e unica nel suo genere. Siete speciali. Auguri e saluti a tutti voi.

In memoria di mio padre. PIERO BURIGANA – GENOVA

Ringraziando per l’invio del giornale che leggiamo sempre con piacere.

In memoria di Vettor Agostino e Vittoria.

FABIO ZAMBON – BELLEGRA (RM)

CAMILLO ZAMBON – TRIESTE

In ricordo dei miei cari parenti defunti Panizzut Donisio, della mia mamma Iginia e di Sergio.

A voi tutti, auguri si una Santa Pasqua.

AURORA CERRONI AURELI – ROMA

SANTA MARGHERITA LIGURE

Auguri vivissimi per un felice e sereno anno nuovo a tutta la comunità.

Veniamo a Dardago sempre più di rado e ci dispiace ma arriva l’Artugna e ci consola! Grazie e sempre coraggio!

SILVANA ZAMBON – ROMA

In ricordo di Eutimia Pajalich.

DANIELA ANGELIN CARGIOLI

LAURA E SERAFINO ZAMBON

LOREDANA CARLON – VALLEGGIA (SV)

SAN DONÀ DI PIAVE

Grazie per la rivista che regolarmente ci arriva.

Per onorare la memoria di Irene De Carolis Zambon.

MARCELLINO ZAMBON – TORINO

CAMILLO ZAMBON – TRIESTE

Auguri per il 2009 a tutta l’Artugna. JOLANDA RIGO – SACILE

MARIA LUIGIA ZAMBON – GERENZANO (VA)

In memoria dei miei genitori e fratelli. GIORGIO PUSIOL – LUGANO (SVIZZERA)

ELDA BOCUS

RITA CHICCO – TORINO

JOLE ZAMBON PINAL – MILANO

Vi ringrazio per l’Artugna e vi faccio i miei complimenti.

Spettabile Redazione, attraverso l’Artugna vorrei ricordare mio fratello Vincenzo Bocus, nato a Dardago, là de Frith, il 18 settembre 1931 e vissuto con la sua famiglia a Murano e a Concordia Sagittaria. Vi ringrazio per avermi dato questa opportunità.

In ricordo di Rigo Marcellina.

Buon lavoro per il 2009. ANNA IANNA – MILANO

Riceviamo con affetto l’Artugna. BRUNO E MANUELA ZAMBON – MESTRE

Grata per l’impegno che sempre dimostrate, auguro a tutta la redazione un buon 2009. Cordiali saluti. DONATELLA ANGELIN – MILANO


Pasqua

Punture di spillo [AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]

a cura di Sante Ugo Janna e Ruggero Zambon Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. [Oriana Fallaci] 1

Perché si chiama contagocce se poi le gocce le devi contare tu? [Frost] 2

La grandezza fugge chi la cerca e segue chi la fugge. [Talmud] 3

I sessi... il primo, o uno dei primi, grandi esperimenti di divisione del lavoro. [Butler] 4

Notizia tragica. Suicida si sdraia sui binari della li1. Oriana Fallaci (Firenze 1929-2006) giornalista e scrittrice, ha seguito come corrispondente di guerra molti conflitti dal Vietnam al Medio Oriente. Fra i suoi libri: Penelope alla guerra (1962); Lettera a un bambino mai nato (1975); La rabbia e l’orgoglio (2001). 2. Robert Frost (1874-1963) poeta statunitense, alla vena elegiaca e campestre, sovrappose un tono moralizzante. 3. Talmud. Il complesso dell’esegesi della legge orale raccolto in due compilazioni dette: a) Talmud palestinese o di Gerusalemme (sec. IV d.C.) e b) Talmud babilonese (sec. V d.C.). Il talmud è formato dal testo della Mishnah e dalla discussione degli espositori o amorei (indicata con il nome di Gemerà o complemento) che mira al chiarimento dei punti oscuri e allo sviluppo di un’ampia casistica etico-rituale.

nea Milano-Reggio Calabria e... muore con 9 ore di ritardo! [Boldi]

Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti! [Porfirio Diaz] 5

L’ira è un’erbaccia; l’odio è l’albero. [Sant’agostino] 6

Oggi una ragazza che va in convento fa «Novizia». Frequentava le conferenze convinto che anche sbadigliando s’impara. Oh, i bei tempi di Vivaldi, quando le stagioni erano quattro.

4. Samuel Butler (1835-1902) scrittore inglese. Satireggiò la società vittoriana in romanzi d’avventure immaginarie. 5. Diaz José Porfirio (1830-1915) presidente del Messico dal 1876 al 1880 e dal 1884 al 1911, governò con metodi dittatoriali; favorì la modernizzazione economica; fu abbattuto dalla rivoluzione liberale di Madero Francisco Indalecio (1873-1913). 6. Agostino Aurelio (Tagate 354-Ippona 430) teologo e filosofo, padre della chiesa latina, santo. Insegnò retorica prima a Tagaste (373) e a Cartagine (374-383), poi a Roma e Milano, dove (384-387), per l’influenza di Sant’Ambrogio, maturò la conversione al cristianesimo, abbandonando il manicheismo, cui aveva aderito per 9 anni.

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 115

entrate

Costo per la realizzazione + sito web

uscite 3.939,50

Spedizioni e varie

156,50

Entrate dal 09.12.2008 al 21.03.2009

3.950,00

Totale

3.950,00 38

4.096,00

Cori di flauti esalano allegre melodie sconfinanti oggi tra l’erba e le rocce. Nella notte un Padre commosso narra la morte del Figlio per l’uomo ribelle che sfugge ghignando fra sassi rotondi. All’alba tenera luce piange e sogna la donna che corre al ritmo del sole nascente alla vita. Lontana s’ode la campana che suona e la fresca speranza: la nuova avventura incrina ora anche i sassi rotondi. LUISA VASSALLO [Da Nostalgia di cielo]

Bòna Pasqua... par ti, pa’ la to famea e duth i tiés Bòna Pasqua... par chiei, che no i la pensa come ti, par chiei, che no i te saludha. Bòna Pasqua... ancia a chiei che no i te capìs parché no i parla la to lenga.


SETTIMANA SANTA

DOMENICA DELLE PALME

programma religioso

• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione • Santa Messa Vespertina e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore

Dardago

Budoia

Santa Lucia

sagrato 11.00

piazza 9.30

sagrato 9.30

18.00

9.30/11.30

15.00/17.00

9.30

9.00/12.00 15.00/18.00 18.00

18.30

20.00

17.00

17.00 –

15.30 –

15.00 20.00

Ingresso di Gesù in Gerusalemme

LUNEDI, MARTEDI, MERCOLEDI SANTO • Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Santa Messa

17.00

GIOVEDI SANTO Ultima Cena

• Santa Messa Vespertina, lavanda dei piedi Riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro Raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» e presentazione comunicandi VENERDI SANTO Digiuno e astinenza

• Azione Liturgica, Santa Comunione • Via Crucis • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Budoia e conclusione nella Chiesa di Dardago [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Budoia]

20.00

SABATO SANTO Vigilia di Pasqua

• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione

20.30

22.30

20.30

DOMENICA DI PASQUA • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

LUNEDI DI PASQUA • Santa Messa

11.00

10.00

10.00

10.00/10.30 16.30/17.00 18.15/19.30

17.30/18.00 15.00/15.30 16.00/18.00

16.30/17.00 – 17.00/19.00

CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo


La vanessa io O La Vanessa io o Occhio di pavone è una delle farfalle più belle e colorate che possiamo ammirare sui nostri prati: deve infatti il suo nome a «Io», sacerdotessa di Giunone che per la sua eccezionale bellezza attirò l’attenzione di Giove. Appartenente alla famiglia delle Ninfalidi, genere Inachis, specie Inachis io, questa farfalla è diffusa in tutta Italia, dalla pianura fino ai 2000 metri di altitudine, frequenta zone aperte e radure, ma non disdegna i giardini cittadini. È una specie che non ha risentito in maniera particolare dell’estendersi delle attività umane: non mancano i campi incolti dove prosperano le ortiche di cui si cibano le sue larve. Ha una apertura alare di 5-6 cm, presenta zampe anteriori ridotte che nel maschio sono simili a spazzole e antenne clavate. Le macchie colorate presenti sulle ali dal colore rosso vivo simulano degli occhi e servono a spaventare i predatori. Il suo periodo di volo è molto lungo, inizia a febbraio/marzo rendendo piacevoli le prime tiepide giornate primaverili e continua, con varie generazioni, fino all’autunno. Molti ninfalidi, tra cui la nostra Vanessa io, svernano allo stadio adulto nascondendosi in luoghi ombrosi, in stato di ibernazione, da cui possono risvegliarsi nelle giornate più calde e soleggiate. L’esemplare della foto, ad esempio, volava tranquillamente sui prati del Ciastelat in una calda giornata di fine ottobre, quasi una promessa per la primavera ancora lontana. Testo e foto di Massimo Zardo


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