Anno XLIII · Aprile 2014 · Numero 131
Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
87a Adunata Nazionale Alpini
Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
se vedhòn!
una nuova iniziativa de l’Artugna
Adotta un libre di don Maurizio Busetti
S ul tramontar del 1563, il Concilio di Trento deliberò in fatto di nascite, sepolture, battesimi, cresime e matrimoni stabilendo che per ogni sacerdote corresse l’obbligo di redigere, su voluminosi registri, eventi anagrafici e sacramenti impartiti nella propria parrocchia. «Il parroco tenga un libro – vi si legge negli atti in riferimento al matrimonio – nel quale siano annotati i nomi degli sposi e dei testimoni, il luogo e il giorno del contratto di matrimonio, lo custodisca diligentemente presso di sé e ad esso si attribuisca il valore di prova dei matrimoni effettuati». Con quella secentesca sentenza si sanciva così un nuovo battesimo, quello degli archivi parrocchiali, ancora ampiamente in uso. Certamente non fu l’atto più significativo della Controriforma ma ciò che sembra oggi una consuetudine anche civile, regolamentata dalla burocrazia quotidiana, ha in sé un valore molto più rappresentativo. Un valore che abbraccia la nostra stessa identità di persone, la testimonianza delle radici dirette grazie ad una documentazione che attesta la nostra discendenza ben oltre la memoria biologica delle singole persone. I registri parrocchiali sono infatti un’importantissima fonte di informazioni demografiche, una mappa essenziale del nostro percorso genealogico. L’Artugna stessa vi attinge ogniqualvolta debba ricostruire, attraverso l’albero genealogico, la storia di una persona o di una famiglia del paese. Quanto siano importanti anche dal punto di vista simbolico è
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Q uante volte abbiamo udito queste parole. Ogni volta che si fa una commemorazione del «Papa Buono», così era chiamato all’epoca Giovanni XXIII, vengono sempre citate queste famosissime parole, pronunciate nel «Discorso alla luna» in quel lontano 11 ottobre 1962, giorno di inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, alla sera. Testimonianza di una dolcezza che questo Papa aveva vissuto, dal suo sorgere a Sotto il Monte, piccolo paese rurale della bergamasca, il 25 novembre 1881 e che lo accompagnerà per tutta l’esistenza, facendolo amare da tutti i cristiani e facendolo apprezzare anche da molti lontani e contrari al suo insegnamento. I suoi inizi semplici ed umili in una numerosa famiglia contadina dove regnava una grande fede e una dignitosa povertà, un po’ come nelle nostre famiglie di quell’epoca. Inizi stentati, difficoltà d’ogni genere, grandi sacrifici. «Vengo dall’umiltà e fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e che protegge il fiorire delle virtù più nobili e alte e preparate alle elevate ascensioni della vita» (Discorso di saluto ai veneziani in occasione dell’ingresso come Patriarca di Venezia il 15 marzo 1953). Queste parole hanno voluto ricordare le «ascensioni» continue che il Signore gli ha riservato nella vita e nella Chiesa. Grazie al finanziamento dello zio Zaverio che gli ha permesso gli studi nel Seminario di Bergamo e alla sua indole di sgobbone unitamente alla sua lucida intelligenza e facilità di espressione ha potuto conseguire i più alti titoli accademi2
ci. Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Roma il 10 agosto 1904, la pronta obbedienza e la sua umiltà lo aiutano ad assumere dei compiti non sempre esaltanti e di primo piano nella Chiesa ma che lo preparano all’alto compito di Pastore della Chiesa Universale. Dapprima segretario del vescovo di Bergamo Radini Tedeschi e giornalista dove conosce i problemi del mondo operaio che incominciava ad alzare la testa guidato dal sorgere dei sindacati, alla partecipazione alla prima guerra mondiale, nelle trincee accanto ai soldati che necessitano di vicinanza morale e di assistenza per i numerosi bisogni di chi si trova in una situazione di estremo pericolo e di disagio, lontano dai propri cari. Rientrato in diocesi, viene destinato alla propaganda missionaria, alla direzione spirituale del Seminario mentre cerca di dedicarsi ai suoi diletti studi sulla storia della Chiesa. Pio XI lo nomina nel 1925 Delegato Apostolico in Bulgaria e ordinandolo arcivescovo e poi in Turchia. Luoghi dove nessuno aspirava ad andare perché paesi non cattolici e di scarso valore per la promozione nella carriera ecclesiastica, carichi di problemi finanziari e di difficili rapporti con gli ortodossi. Qui ha la possibilità di vedere la grande sofferenza della Chiesa per le divisioni dei cristiani e l’aspirazione delle anime semplici nella ricerca dell’unità. Vive la dolorosa stagione della seconda guerra mondiale, la tragedia degli ebrei braccati dai nazisti e si adopera per ottenere lasciapassare per questi ultimi così
la lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
«Tornando a casa troverete i bambini, date loro una carezza e dite: questa è la carezza del Papa» da poter raggiungere Israele e trovare la salvezza. Nel 1944, nonostante le resistenze di molti in Vaticano che lo consideravano un sempliciotto e di scarsa levatura e personalità, Pio XII lo nomina nunzio apostolico in Francia, dove avrà l’incarico di contribuire a risolvere problemi delicati di rapporti tra lo Stato e la Chiesa con una personalità forte e autoritaria come il generale De Gaulle. Grazie alla finezza della sua azione diplomatica ed al suo carattere aperto e disponibile riuscì ad ottenere risultati veramente importanti. Nel 1953 Pio XII lo nomina Cardinale e patriarca di Venezia. Lo toglie da una lunga vita spesa nella diplomazia vaticana per fargli sperimentare l’attività pastorale diretta. Finalmente Angelo Giuseppe Roncalli che aveva sognato fino da ragazzo di poter essere parroco, magari di campagna, può coronare il suo desiderio dedicandosi in maniera piena all’attività di Pastore che prediligeva. A Venezia rimarrà il ricordo di questo patriarca vicino alla gente, che viaggiava sul vaporetto che camminava per le strade fermandosi a chiacchierare con tutti coloro che incontrava, con i gondolieri, accarezzando i bambini, visitando gli ammalati. Il 28 ottobre 1958 viene eletto Papa. Occorreva, dopo il lungo, impegnativo e grande pontificato di Pacelli mettere un uomo che facesse da cuscinetto tra il grande pontefice defunto ed un altro che potesse essere all’altezza di tale successione. Occorreva un Papa di transizione. Così si diceva. Si comporta completamente all’opposto di un papa di transizione. Amabile nei
modi e negli approcci ma deciso nel condurre la Chiesa sulle nuove strade che indicava lo Spirito. Scevro da manie di grandezza e di potere umano si interessa subito degli umili e dei poveri, di quanti sono martoriati nell’anima e nel corpo. Eccolo ad aumentare lo stipendio dei giardinieri ed operai vaticani decurtando quello delle alte sfere prelatizie. Eccolo andare di testa sua senza consultare nessuno all’Ospedale dell’Infanzia Bambin Gesù di Roma per far Natale con i bimbi sofferenti. Eccolo visitare i carcerati di Regina Coeli. Eccolo prendere contatti con Russia e America scongiurando un nuovo conflitto che avrebbe avuto esiti disastrosi per l’umanità. Come non ricordare l’incontro con il primate della Chiesa Anglicana Geoffrey Fisher (erano quattro secoli che i capi delle due Chiese non si parlavano più). L’apertura nei rapporti con Kruscev permette la liberazione dalle prigioni della Siberia del capo della Chiesa Orientale cattolica ucraina Mons. Slipiy. Sarà il primo Papa dopo oltre un secolo ad uscire da Roma per andare pellegrino ad Assisi e a Loreto. Ma il fatto più sconvolgente l’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II che lascia muti ed allibiti i cardinali di Curia convocati in fretta e in furia in San Paolo fuori le Mura in quel 25 gennaio 1959. Ma cosa si era messo in testa questo vecchio settantasettenne messo lì per tirare avanti tranquillamente in attesa di passare la mano ad un altro. Un Concilio di cui vedrà l’inizio, ne intuirà la direzione che oltrepassava le sue stes3
se attese, ma non vedrà la fine. Il Concilio andrà avanti per oltre due anni dopo la sua morte che avverrà nel quieto e soleggiato vespero del 3 giugno 1963, causata da un cancro allo stomaco doloroso e crocifiggente che non gli toglierà la forza e la lucidità di offrire la sua vita per il buon esito del Concilio. Paolo VI ne raccoglierà l’eredità e concluderà il Concilio il 7 dicembre 1965. Alcune espressioni del Papa Buono rimaste impresse nella vita della Chiesa hanno segnato la storia successiva della comunità di Cristo. «Dobbiamo cercare di più ciò che ci unisce che ciò che ci divide» e «la Chiesa è come una stanza rimasta chiusa per troppo tempo. Bisogna aprire le finestre perché esca l’odore di muffa e di chiuso ed entri aria nuova». Se i Papi successivi hanno potuto far scelte ardite, impensabili fino a poco prima è perché Papa Giovanni XXIII ha aperto la strada, sfatando definitivamente la fama di contadino sempliciotto con vocazione di povero parroco di campagna. La Pasqua di Cristo inonda di luce immortale quell’uomo, quel sacerdote, quel Vescovo di Roma che ha tracciato nuovi sentieri attraverso i quali la Sposa di Cristo può portare il Vangelo del suo Signore all’uomo travagliato del nostro tempo.
A tutti i Parrocchiani ed ai lettori de l’Artugna i migliori auguri di una lieta e Santa Pasqua nel Signore Risorto.
[ la ruota della vita ]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Giorgia Lionello di Cristian e di Milena Bocus – Fontanafredda Gaia Cosmo di Tomas e di Maria Candia – Fontanafredda Alessandro Grassi di Ivan e di Yurima Sanchez – Dardago Giorgia Poletti di Marco e di Giovanna Tagliapietra – Dardago Noemi Polese di Natalino e di Olivia Todone – Budoia Gaia Sogne di Marco e di Chiara De Robertis – Brugherio (Milano)
MATRIMONI Felicitazioni a... Nozze d’oro Gioconda Carlon e Pietro Del Maschio – Budoia Luigia Bocus e Tiziano Basso – Dardago
LAUREE, DIPLOMI Complimenti! Cristina Lauritano – Scienze dell’Educazione – Santa Lucia Marcello Callegari – Paesaggio, parchi e giardini – Budoia Alice Zardo – Laurea Magistrale in Traduzione e Mediazione culturale – Dardago
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… Ornella Fabbro di anni 60 – Dardago Napoleone Soldà di anni 80 – Santa Lucia Dante Falcon di anni 67 – Santa Lucia Teresina Romanin di anni 90 – Santa Lucia Dosolina Pagnin di anni 90 – Santa Lucia Clelia Cominotto di anni 82 – Budoia Santa Carlon di anni 102 – Vigonovo Mirella Zambon di 77 anni – Milano Giovanni Zambon di anni 77 – Sacile Battista Lachin di anni 85 – Santa Lucia Luigia Ianna di anni 87 – Dardago Santo Zambon di anni 91 – Londra Sauro Zambon di anni 87 – Dardago Don Bruno Della Rossa di anni 75 – Aviano Frida Luisa Rizzo di anni 75 – Budoia Gastone Penso di anni 88 – Budoia Angela Maria Bosco di anni 74 – Budoia Tiziano Biasi di anni 77 – Budoia Teolindo Zambon di anni 89 – Torino IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
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In copertina.
anno XL
L’aquila del cippo di Val de Croda, il nostro personale omaggio agli Alpini di cui si celebra, a Pordenone nel mese di maggio, l’87a Adunata Nazionale. L’aquila infatti – sintetizzata dalla relativa penna portata sul cappello alpino – è da sempre il simbolo che li caratterizza. L’origine è antica: emblema di forza e temerarietà, nella tradizione classica era considerata come l’unico animale in grado di fissare il sole senza abbassare gli occhi e ritenuta addirittura sacra per i latini laddove era descritta come «fedele interprete dei voleri di Giove». Diventò insegna militare proprio in epoca romana quando si coniò il motto «un’aquila per legione e nessuna legione senz’aquila»; la sua figura con ali spiegate e folgori tra gli artigli campeggiò su drappi, elmi e corazze. Relegata a semplice simbolo araldico nelle epoche successive fu poi ripresa proprio dagli Alpini che vi intravidero l’emblema del loro dominio sulle vette. Si dice infatti che «gli alpini arrivano a piedi là dove giunge soltanto la fede alata».
Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia
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Adotta un libre di don Maurizio Busetti
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La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
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La ruota della vita
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L’orsoglio nelle ciase dei Fort Salute di Roberto Zambon
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Qualche novità sui taiapiera Antonelli di Alessandro Fadelli
sommario
· aprile 2014 III
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Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594
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Un cippo per Giovanni Battista Soldà di Mario Bolzan
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...«Se vedhón a le nove da Nino» di Sante Ugo e Vittorio Janna Tavàn
Internet www.artugna.blogspot.com
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Lettera da Kaschau di Roberto Zambon
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and... the winner is... Francesca Cima di Francesco Guazzoni
e-mail direzione.artugna@gmail.com
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L’angolo della poesia
Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616
Una generazione che… c’è ancora di Carlo Salvagno
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Un sogno divenuto ora realtà di Mario Povoledo
Per la santificazione di Papa Giovanni XXIII di Osvaldo Puppin
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Amicizia alpina di Giancarlo Bianchi 10 febbraio, giorno del Ricordo di Liliana Zambon Minca
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Collis Chorus Concerto del cuore di Bruno Fort
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’N te la vetrina
La restauratrice dei paramenti ecclesiastici di Gabriella Panizzut
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Lasciano un grande vuoto...
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Cronaca
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Inno alla vita
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I ne à scrit...
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Palsa e bilancio
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Programma religioso
Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna
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Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Gionata Asti, Pietro Janna, Vittorio Janna, Marco Tabaro, Diego Zambon, Francesca Romana Zambon, Valentino Zambon Ite
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Spedizione Francesca Fort
...a sei anni imparai... di Noemi Alberta Panizzut
Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Espedito Zambon
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Stampa Sincromia · Roveredo in Piano/Pn
Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
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Un «giallo» di successo: lo zafferano di Dardago di Vittorio Janna Tavàn
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Orgoglio dardaghese. Grazie, Flavio! di Adelaide Bastianello Thisa
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Legame ancora vivo tra le due città di Giulia Tabaro
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Persone veramente speciali di Valentino Zambon Ite
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Un’oasi in un deserto di sofferenza di Pietro Janna Theco
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di Roberto Zambon
l’orsoglio nelle ciase de i
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N el numero 130 de l’Artugna, pubblicato lo scorso Natale, abbiamo dedicato grande spazio all’orsoglio alla bolognese, costruito a Dardago tra il 1669 e il 1670. Fu il primo esemplare di questo tipo costruito in Friuli. Nell’ articolo era stata formulata l’ipotesi che la sua ubicazione fosse in corrispondenza delle Ciase dei Fort Salute poste di fronte alle scuole elementari del paese. Quelle case sono molto antiche. Reddi Fort (1958), l’ultimo della famiglia ad abitarvi, ricorda che la nonna gli diceva che sul
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vecchio arco, ora demolito, la chiave di volta riportava una data del ’600. L’ipotesi sopra esposta ha stimolato la memoria di Reddi che ha ricercato tra le vecchie fotografie e ha ripensato ad alcuni interrogativi che ora possono, finalmente, trovare risposta. In famiglia spesso si chiedevano a cosa potesse essere servito il palo di castagno, di circa 6 metri, utilizzato per sostenere il tetto sopra le scale, ma che era preesistente alla costruzione. Inoltre, nelle vicinanze del palo, 6
a un paio di metri di distanza e a una profondità di circa 50 centimetri, furono trovati alcuni basamenti a cui nessuno sapeva dare un significato. Considerati questi elementi e il fatto che i basamenti si trovano due metri sotto il piano stradale, si può ritenere molto plausibile l’ipotesi che l’ubicazione del primo orsoglio friulano fosse proprio in questo sito. Il palo di oltre 6 metri costituiva l’albero centrale a cui era collegata la giostra del filatoio composta da montanti, piani inclinati, aspi, roc-
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Fort Salute Foto 1. Mappa datata 1775 in cui viene indicato l’Edifficio da Orsoglio investito al q.m Simon Follini l’anno 1670: 27 Febbraio giusto il Disegno di Francesco Alberti 15 Dicembre 1669. Il ruial, dopo aver sceso l’attuale via San Tomè, allora chiamata via dei Zamboni, costeggiava la piazza e, appena iniziata l’attuale Via Brait, l’attraversava per portare l’acqua all’orsoglio che si trovava nelle case a lungo abitate dai Fort Salute. Foto 2. Particolare del filatoio Monti di Abbadia Lariana (Lc). Si notano i rocchetti e gli aspi. Il filo dei rocchetti, passando per una serie di guidafili veniva sottoposto a trazione e torsione e poi raccolto sugli aspi, pronto per essere filato. L’orsoglio preparava vari tipi di filati per trame e orditi. Il più famoso era l’organzino: un ordito ottenuto dalla torsione congiunta di due fili precedentemente torti separatamente.
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chelli, fusi ecc. La sua altezza di oltre 6 metri corrisponde a quella del torcitoio e dell’incannatoio1 che erano situati su due piani del fabbricato. I resti dei basamenti erano, molto probabilmente, la base su cui poggiava tutta la complessa macchina la quale era azionata da una ruota idraulica a cassette alimentata dall’acqua del ruial. Il salto di un metro e mezzo dalla strada era sufficiente per azionare il meccanismo. Finalmente, dopo molto tempo, con individuazione del edifficio
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da orsoglio, si può aggiungere un fondamentale tassello per la conoscenza di un’importante pagina di storia della nostra comunità scritta da Simone Fullini quasi 350 anni fa. Notizie tecniche e foto tratte da «Scuolaofficina» Periodico di Cultura Tecnica, Anno settimo, n. 2, luglio 1988 (Bologna).
Foto 3. Il filatoio di Abbadia Lariana visto dall’alto. La ruota idraulica, posta nello scantinato, muoveva in senso antiorario l’albero a cui era collegata la giostra. Questa era formata da montanti verticali, da piani inclinati – chiamati serpi – da ingranaggi, aspi, rocchelli. L’albero faceva girare anche l’incannatoio posto al piano superiore. Questo serviva per trasferire automaticamente il filo di seta, arrivato dalle filande, ai rocchetti. Il torcitoio poteva lavorare solo fili avvolti in rocchetti. Foto 4. Le ciase dei Fort Salute, come appaiono attualmente. L’edifficio da orsoglio era il fabbricato basso (secondo da sinistra). Foto 5. Cortile dei Fort Salute. L’antico palo utilizzato per sostenere il tetto. Alla sua base sono stati rinvenuti alcuni antichi basamenti. Foto 6. La bisnonna di Reddi Fort, Anna Busetti (1877), moglie di Luigi (1874), nel cortile dei Fort Salute. Alle sue spalle si nota il lungo palo che fungeva da albero centrale dell’orsoglio.
NOTE 1. Vedi l’Artugna n. 130, dicembre 2013, pagg. 6-9.
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Foto 7. I Fort Salute hanno abitato queste case fino al 2003. Nella foto, Luigi (1930) e Lilliana (1929), figli di Giovanni e di Vincenza Bocus che si intravvede sullo sfondo con una bambina non identificata.
qualche novità
sui taiapiera Antonelli di Alessandro Fadelli
Taiapiera al lavoro in un disegno settecentesco.
S ulla famiglia dardaghese degli Antonelli, valenti taiapiera (o scalpellini, o lapicidi che dir si voglia) attivi fra Sei e Ottocento, molto si è già scritto: penso soprattutto all’articolo di Vittorina Carlon Gli Antonelli, lapicidi dardaghesi, apparso ne l’Artugna n. 99 dell’agosto del 2003, pp. 9-13 (poi ristampato anche in Paesi di pietra, Budoia 2006, pp. 42-47), nel quale si delineava un quadro dettagliato dei lavori sicuramente o probabilmente attribuibili a vari membri della famiglia e si stendeva un ampio albero genealogico che andava dal capostipite seicentesco Bernardin (Bedin) agli ultimissimi nati in paese, fra il 1867 e il 1874 (la famiglia si è poi estinta, almeno a Budoia); penso anche all’accurata scheda, redatta sempre dall’amica Vittorina, che è comparsa alle pp. 148-150 del libro Storia di Budoia, da me curato nel 2009 per la Biblioteca dell’Immagine di Pordenone. Gli Antonelli erano artigiani, ma meglio sarebbe dire artisti, della pietra che
hanno lasciato tracce della loro abilità in diversi manufatti non solo nel comune di Budoia, ma anche in altre località del Friuli Occidentale, da Marsure a Domanins, da Maniago a Rauscedo (il loro catalogo è comunque di sicuro destinato ad essere arricchito in futuro); sono entrati così a buon diritto nella lunga e gloriosa serie di scalpellini pedemontani che per secoli hanno onorato con il loro mestiere i paesi d’origine e arricchito di opere d’arte il Friuli, e non solo. L’occasione per riprendere qui il discorso sugli Antonelli viene da alcune piccole novità documentarie, casualmente apparse di recente durante ricerche archivistiche su tutt’altri argomenti oppure riemerse da vecchi studi. Le prime tre sono semplici aggiunte e precisazioni al già citato albero genealogico della famiglia; un albero a dir il vero piuttosto intricato per la mancanza di alcuni dati anagrafici e per la ripetuta presenza degli stessi nomi di battesimo nelle varie generazio8
ni, come ben si vedrà anche nelle righe che seguono. Sulla scorta dei nuovi documenti reperiti, possiamo dunque affermare che Maria, sesta di otto tra figli e figlie di Giambatta (Gio Batta o Battista) Antonelli, nata a Dardago il 29 maggio 1761, era andata in sposa poco lontano da casa ad Angelo Santin Buset del fu Osvaldo di Mezzomonte, nato a sua volta nel 1757, e con lui aveva avuto dei figli, fra i quali Angelo, nato nel 1786, e Antonio, nato nel 1790. Secondo una dettagliata anagrafe parrocchiale polcenighese, Maria era ancora viva e residente a Mezzomonte intorno al 1812 con il marito e i due figli maschi, evidentemente non ancora sposati.1 Un’altra omonima Maria Antonelli si era invece maritata con Francesco Fregona di Coltura e moriva a 65 anni il 24 agosto 1843 nella frazione polcenighese. Questa seconda Maria era figlia del fu Domenico e della fu Lucia Perelda di Aviano (in altri documenti detta
Lucia Spagnol, forse per via di un soprannome di famiglia).2 Non risulta però nel predetto albero genealogico: a meno di un clamoroso, ma non impossibile, abbaglio anagrafico del parroco, non sembrerebbe infatti essere quell’Anna Maria nata nel 1771, che nel 1843 avrebbe dovuto avere ben 72 anni, e non soltanto 65. Il 17 aprile 1800 muore invece sicuramente a Marsure, dove viveva ormai da lungo tempo, Zuanne (Giovanni) Antonelli, zio di entrambe le Marie appena viste.4 Era nato 55 anni prima, il 10 ottobre 1741, a Dardago, decimo e ultimo figlio di Anzolo (Angelo) e di Valentina Santin: proprio quell’Anzolo che intorno al 1751 aveva realizzato un altare dedicato al Rosario per la chiesa di San Lorenzo di Marsure, mentre il figlio Gio Batta/Battista,
fratello maggiore di Giovanni e padre della prima Maria, vi aveva svolto altri lavori in pietra (sull’altare maggiore?) presumibilmente fra il 1755 e il 1767.4 Nel vicino paese pedemontano Giovanni Antonelli s’era accasato nel 1769 con Giovanna di Daniele Puppat detto Peretto di Costa di Aviano.5 Nell’atto di morte si segnala infatti che Giovanni risultava «erede Peretto di Costa». Non abbiamo per ora notizie tali da far credere che abbia anche lui intrapreso l’arte lapicida paterna e familiare, e tanto meno possediamo traccia di sue eventuali opere, ma non è da escludere che si fosse anch’egli incamminato sulla stessa strada. Sicuramente quella strada aveva seguito invece Domenico, fratello maggiore di Giovanni e padre della seconda Maria più indietro ci-
La chiesa di San Lorenzo a Marsure in un’immagine risalente al 1930 circa (da G. Tassan-M. Tassan Toffola, Dient e claps. Gente e sassi, Marsure 2005, p. 55).
tata, quella che s’era sposata con un Fregona: lo sappiamo dal suo atto di morte, avvenuta per cause sconosciute a Sacile il 17 novembre 1782, nel quale Domenico è definito chiaramente come «taglia pietra», con l’interessante precisazione da parte del parroco sacilese che il decesso era accaduto «mentre lavorava in Ca Doro».6 I Doro erano allora una delle più ricche e prestigiose famiglie di Sacile, pur se diventata nobile solo assai tardivamente, verso la metà del Settecento; vi uscirono fra l’altro proprio in quel secolo due noti medici, ossia Leonardo, attivo e famoso anche a Venezia (fu lui il primo della sua casata a essere nobilitato), e il figlio Francesco (1712-1789), a lungo stimato medico condotto a Sacile.7 Non sappiamo con certezza su quale edificio sacilese appartenente ai Doro lavorasse Domenico Antonelli al momento della sua scomparsa. Possiamo però ipotizzare che fosse impegnato nella decorazione lapidea, interna o esterna, del bel palazzo con doppia balconata e timpano triangolare ancor oggi visibile sulla destra di Via Garibaldi, poco dopo l’ex chiesa di San Gregorio e prima di Piazza IV Novembre, già dei nobili veneziani Tiepolo e più tardi passato ai Vazzoler, piuttosto che nell’altra residenza dei Doro, ossia il palazzo in Piazza del Popolo poi andato ai Pegolo.8 Forse – ma siamo sempre nel campo minato delle ipotesi... – c’era anche qualche altro familiare al lavoro insieme a lui con mazze e scalpelli per abbellire la residenza dei Doro. Domenico, anche lui figlio di Anzolo e fratello maggiore di Giovanni, era nato a Dardago il 13 gennaio 1728 e aveva dunque quasi 54 anni al momento della morte a Sacile, cittadina nella quale – si passi l’inciso – trovarono più volte lavoro in quel secolo vari capimastri e muratori budoiesi, i Cardazzo Martin su tutti, sia in edifici religiosi che, probabilmente, in abi-
tazioni private, magari talvolta in team con i compaesani lapicidi.9 E dove – ci sia concessa un’ulteriore digressione – nel maggio del 1748 aveva trovato la morte, sempre per cause ignote, anche un altro dardaghese, il trentottenne Giovanni di Battista Zambon, forse anche lui al lavoro – quale? – in riva alla Livenza, poi sepolto come altri forastieri nella chiesa oggi sconsacrata di San Gregorio.10 Palazzo Doro in Via Garibaldi a Sacile.
NOTE 1. Archivio Parrocchiale di Polcenigo, Stato delle anime, anno 1812 ca. 2. Ivi, Registro morti ecclesiastico 18121845, ad annum. 3. Archivio Parrocchiale di Marsure, Registro morti 1766-1822, ad annum. Nel Settecento risultano stabilmente residenti a Marsure anche altri Dardaghesi, come un Giovanni Zambon, più volte ricordato nella prima metà del secolo, e un certo mistro Giovanni Boz (o Bozzo), menzionato nel 1745. 4. Cenni invero non proprio chiarissimi su di lui e sul suo operato nella chiesa di San Lorenzo si trovano in G. TASSAN, Sot Tama-
rethe. Marsure e l’Avianese nei secoli, Marsure 2000, p. 108; cfr. anche Aviano. Guida artistica, a cura di G. BERGAMINI, Fiume Veneto 1994, p. 95, con informazioni in parte diverse. Su tali opere sta comunque svolgendo ricerche più approfondite Vittorina Carlon. 5. Archivio Parrocchiale di Marsure, Registro matrimoni 1752-1790, ad annum. 6. Archivio Parrocchiale di Sacile, Registro morti 1737-1793, ad annum. 7. Per la famiglia Doro cfr. Nobili di Sacile (1481-1797). Momenti di vita pubblica e privata tratti da documenti d’archivio, catalogo della mostra a cura di N. ROMAN, Saci-
le 1994, soprattutto pp. 146-147; sui due medici cfr. A. FADELLI, Medici a Sacile e Polcenigo nel Settecento, in Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Aspetti della sanità nelle Prealpi venete, atti del convegno (Vittorio Veneto, 26 maggio 2012), Vittorio Veneto 2012, pp. 319-350. 8. Sul palazzo in Via Garibaldi vedi anche N. ROMAN, Benvenuti a Sacile. Guida storico-artistica della città, Godega di S. Urbano 2001, p. 62. 9. Cfr. A. FADELLI, I «taiapiera», il sarto e gli altri, l’Artugna, XXVIII (1998), 83, pp. 7-8. 10. Archivio Parrocchiale di Sacile, Registro morti 1737-1793, ad annum.
Posa del Cippo in memoria di Giovan Battista Soldà (detto Tita Maniach) sul monumento ai caduti di Santa Lucia
un cippo per Giovan Battista Soldà di Mario Bolzan
Il 15 dicembre si è svolta la festa di Santa Lucia di Budoia con la consueta processione della Santa portata a spalla per le vie del paese. Il pomeriggio è stato rallegrato anche da una carrozza trainata da due cavalli che ha trasportato bambini e adulti in giro per il paese fino all’imbrunire. Durante la festa, alle ore 11, accanto al monumento ai caduti di Santa Lucia della Grande Guerra è stato posto un cippo, patrocinato dal Comune 10
La figlia dello scultore con il sindaco Roberto De Marchi.
Lo scultore Giovan Battista Soldà detto Tita Maniach.
di Budoia, in onore dell’autore del monumento: lo scultore Giovan Battista Soldà detto Tita Maniach. Sul cippo oltre alle date di nascita e morte dello scultore è riportata la dicitura «Un uomo dal carattere forte, vissuto sempre in povertà e libertà di pensiero». Alla posa del cippo hanno partecipato le autorità del Comune di Budoia, una delegazione degli alpini del Gruppo di Budoia e molti cittadini presenti. Dopo un breve discorso in memoria, da parte di don Maurizio e del sindaco Roberto De Marchi, ha preso la parola la figlia di Tita Maniach, Maria Soldà di 83 anni. Maria ha ringraziato le autorità e tutti i presenti e ha ricordato la figura del genitore raccontando anche un aneddoto: aveva circa sette anni quando Tita Maniach realizzò l’opera e lei osservandola espresse ingenuamente il suo disappunto al padre scultore perchè trovava sproporzionata la mano e innaturale la posizione della stessa. Tita Maniach spiegò alla figlia in modo paterno e artistico che la scultura rappresentava un giovane con la mano protesa alla ricerca
di disperato aiuto in quanto stava morendo. Inoltre, era un uomo forte e di osservare bene quanto era grosso il ginocchio, l’addome e la testa e che quindi tutto era in proporzione. Maria Soldà, entusiasta della giornata, ha poi offerto un rinfresco a tutti i presenti presso l’Auser di Santa Lucia. Per l’occasione è stato distribuito ai presenti un pieghevole, sempre patrocinato dal Comune di Budoia, dove è riportata una foto dell’artista, la sua storia, le sue opere e un breve saggio sulla sua opera coraggiosa relativa al
Il monumento ai caduti.
monumento ai caduti di Santa Lucia (a cura di Corrado Besa). Benché in passato (nell’87 e 2004) l’Artugna abbia già pubblicato parte della descrizione delle opere dell’artista e della sua vita, riportate anche nel pieghevole, si ritiene che questa occasione sia propizia per una nuova pubblicazione anche per ricordare nuovamente l’illustre scultore nonché nostro concittadino e la sua opera egregia del monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale di Santa Lucia.
Il diploma rilasciato ad Antonio Parmesan. L’alto Ministero / regio ungherese per la cultura e l’istruzione / dispone sub Z 4.905 del 22.2.1887 che allo scalpellino / Parmesan Antonio in occasione del suo / 50° giubileo / in qualità di scalpellino vengano consegnate / 5 monete d’oro da 20 franchi Cantiere del Duomo di Kaschau, 5 marzo 1887 la Direzione lavori del Duomo
LA MEMORIA DELL’EMIGRAZIONE
lettera da Kaschau di Roberto Zambon Kaschau,1 sabato 12 marzo 1881. Antonio Parmesan Danùt, scalpellino dardaghese, da molti anni è impegnato nel cantiere del duomo2 della città. Dopo una giornata di lavoro si è riproposto di rispondere a una lettera al figlio Francesco. Era arrivata da qualche giorno ma Antonio aveva atteso la sera di sabato per prendere carta e penna. Aveva bisogno di tempo per pensare alla risposta perché l’argomento era molto importante. Francesco, infatti, gli aveva annunciato l’idea di sposarsi e Antonio era molto preoccupato.
Aveva dormito poco, le notti precedenti. Pensava e ripensava continuamente alla sua vita vissuta lontano dalla famiglia. Si era sposato con Maddalena Ianna e aveva avuto due figli, Francesco nel 1858 e Giuseppe tre anni più tardi. Il suo mestiere di scalpellino lo teneva lontano da Dardago. Di tanto in tanto ritornava a casa portando con sé la pesante cassetta degli attrezzi. Non aveva potuto godere la crescita dei figli: da qualche tempo Francesco lo aveva «sostituito» come uomo di casa. Ora aveva 23 anni. La volontà del primogenito di sposare la «morosa» Santa Zambon lo aveva turbato. Era preoccupato che questo passo potesse distrarre Francesco dall’assistenza verso l’anziana madre e il giovane fratello. E poi… la casa non era abbastanza grande per una nuova famiglia! Non era molto facile, per Antonio, mettere per iscritto queste sue preoccupazioni!
«[…] Io, per ora, non posso essere molto d’accordo del tuo pensare e della tua scelta […] ti dico ancora di riflettere […] bisogna fare come i merli che apparecchiano il nido, perché il mio nido serve per me… bisogna, secondo me, fabbricare la stalla e avere il comodo della camera […] non pensare che io provveda. Intanto rifletti il tutto e poi mi farai vedere il tuo disegno. Frattanto ti saluto e sono tuo padre. Antonio Parmesan».
Quando scrisse la lettera, Antonio aveva quasi 60 anni: lavorò a Kaschau almeno fino al 1887, quando in occasione del Giubileo dei lavori del Duomo venne premiato con un diploma e cinque monete d’oro da venti Franchi. Francesco e Santa si sposarono e ebbero tre figli: Anna (1884), Antonio (1887) e Rosa (1890). Seguendo le orme del padre, lavorò a Venezia come scalpellino.
Notizie di Francesca Catullo, nipote di Antonio (1887).
A sinistra. Alcuni dei preziosi àrtes di Antonio Parmesan e la sua inseparabile cassetta. All’interno sul coperchio, si può ancora leggere parte dell’elenco originario del contenuto... punte 51... 34 fini, bocciarde 8, martelli 15, mazzette 4...
NOTE 1. Kaschau è il nome tedesco di Košice, importante città della Slovacchia orientale. 2. Forse si tratta della Cattedrale di Santa Elisabetta che è la più grande chiesa del
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Paese e la cattedrale gotica più orientale d’Europa. Fu molto danneggiata da un terremoto nell’anno 1834. Seguirono lunghi lavori di restauro.
STORIE DI FAMIGLIE
Sul numero 130 de l’Artugna è stato pubblicato a pagina 24 un articolo di mio cugino Paolo Emilio Sfriso: «una generazione che non c’è più». Desidero completare le informazioni con la foto di nonno Valentino Lachin morto agli inizi degli anni ’30 e di nonna Paolina Monego morta a Venezia nel 1977. A Venezia si erano conosciuti dove lavoravano, come si usava a quei tempi, presso l’Albergo Bonvecchiati. Nonna Paolina Monego.
Nonno Valentino Lachin.
una generazione che… c’è ancora di Carlo Salvagno Questa (a destra) è l’ultima foto scattata insieme ai quattro fratelli Lachin Maria (Anna), Lucia, Gepe e Gioconda probabilmente a Polcenigo negli anni ’90. Completa la serie la foto (a destra) della generazione che… c’è ancora: (da sinistra) Renato Sfriso e Paolo Sfriso (figli di Maria), Silvana e Carlo Salvagno (figli di Gioconda), Claudio Lachin (figlio di Gepe) e Roberto Sfriso (figlio di Maria). In quattro siamo nati Santa Lucia mentre Renato e Roberto sono veneziani. Abitiamo un po’ sparsi fra Venezia, Mestre, Marcon, Padova e addirittura Perugia, abbiamo tutti famiglia e figli e le nostre vite. Ma portiamo tutti il paese delle nostre radici nel cuore.
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87a Adunata Nazionale degli Alpini a Pordenone
un sogno divenuto ora realtà di Mario Povoledo*
E ra da tempo che il Presidente della Sezione di Pordenone, Giovanni Gasparet, spronato dalle autorità regionali, provinciali e cittadine e da svariati Sindaci della Provincia, coltivava il sogno ora divenuto realtà: l’87a Adunata Nazionale si tiene, finalmente, a Pordenone. Chi non vive la nostra realtà associativa, non ha la più pallida idea di cosa significhi per un Alpino, la partecipazione alle nostre Adunate e ai raduni: è l’apoteosi di un impegno, quasi uno sfogo liberatorio che viene dai nostri circa 400 mila soci. L’Associazione è di carattere militare ma fortemente ancorata e presente nella realtà nazionale e locale. Noi Alpini – dopo i vari fronti di guerra: Africa, Grecia-Albania, Russia, Libano, Sarajevo, Afghanistan, dove sono morti migliaia di nostri giovani – siamo, ora, impegnati su fronti creati dalle calamità, più o meno naturali, e dall’incuria dell’uomo. Terremoti e alluvioni sfigurano la geografia di questa bella Italia che noi non ci vergogniamo di chiamare Patria, con la P maiuscola, e per la quale siamo sempre pronti a donarci con il volontariato più genuino, mettendoci nostri valori, quelli della solidarietà alpina, riconosciuti ed apprezzati anche all’estero. Fatta questa doverosa premessa, l’ospitale città di Pordenone con la sua provincia è pronta a ricevere con le braccia aperte 300400 mila fra iscritti e loro famigliari,
in un clima di gioia, di festa. Qualche disagio, sicuramente ci sarà, basti pensare alla viabilità cittadina che cambierà per poter permettere alla lunga teoria di uomini e donne di poter liberamente muoversi. L’Adunata ha anche un costo, ma il ritorno nelle nostre realtà sarà ampiamente compensato. Già, perché noi Alpini siamo abituati ad andare alle nostre feste, ai nostri raduni, pagando di tasca nostra. Non abbiamo nessun Ente a cui girare gli eventuali scontrini fiscali, mettendo in risalto una emergente e pietosa realtà che stiamo vivendo in ogni regione d’Italia, con esempi poco edificanti da parte di molti politici e che dopo devono pur giustificare e rendere amaramente conto. Noi Alpini siamo fatti così e l’Italia ci vuole bene e ci segue, si
aspetta sempre qualcosa da noi e noi, sempre pronti, ricambiamo questo affetto con il sorriso, l’onestà, la nostra cristallina amicizia. L’Adunata Nazionale è anche occasione di stringere le mani ad Alpini Italiani ed Esteri, è un momento di vera fraternità. Noi del Gruppo di Budoia, rinnoveremo il nostro gemellaggio con MilanoCrescenzago, il Gruppo che ci ha visti affratellati dopo la catastrofe del terremoto che sconvolse il Friuli e anche con gli amici di Col San Martino, Sezione di Valdobbiadene. Anche a Budoia, nel nostro piccolo, respireremo a pieni polmoni l’aria di festa che vivrà la città di Pordenone, i vari momenti di allegria sana li offriremo anche ai nostri compaesani. Già sin d’ora li invitiamo ai vari appuntamenti. Le nostre piazze saranno imbandiera-
Cerimonia per la consegna dell’aula delle ex scuole di Dardago come sede del Gruppo. Al centro, il vice sindaco Pietro Janna e il Capo Gruppo Mario Andreazza.
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te, il Tricolore lo consegneremo alle nostre famiglie e già dal 26 di aprile lo esporremo alle finestre. È questo il benvenuto ai nostri ospiti. Sotto la Bandiera Tricolore, noi abbiamo sempre fatto festa perché ci rappresenta tutti. Benvenuti Alpini nella nostra bella e storica realtà della destra Tagliamento, porterete gioia ed allegria in un momento di crisi planetaria di valori e di coscienze, ove
realtà affermate che davano pane e lavoro sono offuscate da questa crisi e dove, purtroppo, ci sarebbe poco da festeggiare. Ma con gli Alpini vicini, almeno nei giorni 9-10-11 maggio avremo uno squarcio di luce intensa che, speriamo, spazzi via queste dense nuvole nere. Sarà una festa di popolo, che vivremo a fianco a fianco con i Piemontesi, i Valdostani, i Veneti, gli
Abruzzesi, i Marchigiani, i Lombardi, gli iscritti delle Isole. Una marea festante che porterà una grande felicità nei nostri cuori. Il giorno dopo, passata la festa, ve lo assicuro, ci sentiremo più soli ma, statene certi, finché ci saremo, l’Italia potrà contare su di noi.
Viva gli Alpini! * Consigliere-Delegato ANA Zona Pedemontana
TRA BUDOIA E MILANO-CRESCENZAGO
amicizia alpina Gli ormai consolidati rapporti di gemellaggio, del quale siamo onorati e fieri, a suo tempo instaurati con il Gruppo Alpini «Bepi Rosa» di Budoia, ci fanno aderire, con vivo piacere, al vostro invito di completare con un nostro breve scritto quanto da voi dedicato agli Alpini su l’Artugna, sempre presente nella nostra sede sul tavolo della «stampa alpina». Il nostro Gruppo Alpini Milano Crescenzago è stato inaugurato il 23 maggio 1971 e intitolato al Ten. Col. degli Alpini Angelo Galimberti (1881-1965) valoroso combattente nella Grande Guerra (M.A.V.M. e Croce al V.M.) e uno tra i Soci Fondatori dell’A.N.A. nel 1919. Nel 1975 il nostro Gruppo ha istituito il «Nucleo Tamburi» sempre presente alle varie sfilate. L’allora giovane Consigliere Luciano Bocus, con solerzia e generosità si impegnò a reclutare e istruire i vari componenti. Dopo un lungo lavoro, nel settembre 1996 venne inaugurata la Sede di via Padova, 345, realizzando il nostro sogno di unirla alla celebrazione del 25° anniversario di Fondazione del Gruppo stesso. Alla manifestazione dell’inaugurazione siamo stati molto onorati della presenza di una rappresentanza del Gruppo Alpini di Budoia guidata da Mario Povoledo
di Giancarlo Bianchi*
Il Capo Gruppo di Milano-Crescenzago consegna una targa ricordo alla delegazione della sezione di Pordenone. Accanto al Capo Gruppo, il Presidente della sezione di Pordenone Giovanni Gasparet e il nostro concittadino Luciano Bocus.
(responsabile della Zona Pedemontana di Pordenone) unitamente al Pievano di Dardago che dopo la benedizione dei locali concelebrò la Santa Messa e tenne l’omelia. Il gemellaggio ci ha dato l’opportunità di effettuare numerose visite nei paesi del Comune di Budoia con cerimonie in Val de Croda, presso i Monumenti ecc. Non posso dimenticare la generosa ospitalità (anche per i pernottamenti), una volta addirittura accolti con il suono delle campane di Dardago con lancio di striscioline tricolori! Non dimentichiamo l’accoglienza dei Capi Gruppo e le riunioni conviviali. Così come ricordiamo 15
con affetto le vostre visite a Milano, in occasione della tradizionale Messa in Duomo o per la Beatificazione di don Carlo Gnocchi; la gradita visita della comitiva sezionale di Pordenone nella nostra Sede; la presenza del Gruppo Folcloristico Artugna al nostro 15° anniversario e la gradita presenza della corale parrocchiale di Dardago nella nostra Chiesa Santa Maria Rossa. I tempi e le situazioni cambiano ma la nostra amicizia alpina deve sempre continuare. A presto.
Mandi! Viva gli Alpini! * già Capo Gruppo
Una pagina dolorosa della storia italiana
10 FEBBRAIO
giorno del Ricordo di Liliana Zambon Minca
L’articolo che vi proponiamo testimonia una pagina dolorosa della storia italiana, quella di migliaia di esuli istriani-giuliani-dalmati forzati a lasciare le proprie terre, negli anni a cavallo tra il secondo conflitto mondiale e il dopo guerra. In questo nuovo millennio, oltre all’istituzione della legge del Ricordo, di cui vi parlerà l’autrice, un altro importante evento per gli esuli è il riconoscimento del Magazzino 18 al Porto Vecchio di Trieste: non un monumento commemorativo, ma un luogo della memoria che ci parla di umili ed emozionanti resti e testimonianze, appartenuti alla quotidianità di una civiltà dispersa con le sue radici e tradizioni.
Il giorno del Ricordo è stato istituito con la legge del 30 marzo 2004, tenendo presente il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, secondo il quale quasi tutta l’Istria, una parte della Venezia Giulia e le province di Zara e Fiume vennero assegnate alla Iugoslavia di Tito. Trieste fu occupata dall’esercito popolare iugoslavo per quaranta giorni, durante i quali furono commesse violenze di ogni genere e parecchie persone furono infoibate a Basovizza. Si formò poi il Territorio libero di Trieste, diviso in Zona A, comprendente Trieste, Muggia e Duino, sotto il controllo alleato, e Zona B, da Capodistria a Cittanova, amministrata dagli iugoslavi. Il Memorandum d’Intesa dell’ottobre 1954 stabilì la fine del Territorio libero di Trieste, quindi la Zona A passò all’Italia, mentre la Zona B restò alla Iugoslavia. In un decennio 350mila persone abbandonarono la loro terra abitata da generazioni, un vero e proprio esodo, e l’abbandonarono non per fame né per il desiderio di 16
migliorare la loro condizione, ma perché avrebbero dovuto rinunciare ad essere italiani. Fu questa una delle più grandi tragedie dell’Italia del ‘900. Quindi, dieci anni fa il 10 febbraio è stato dichiarato il giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli che furono costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia. Purtroppo, però, tutte queste vicende sono state taciute per decenni, anche perché era convinzione comune che nelle foibe fossero stati gettati solo dei fascisti, come pure che gli esuli fossero fascisti. In realtà le violenze iugoslave si erano rivolte contro gli italiani in quanto tali, antifascisti compresi, perché essi rappresentavano un ostacolo alle mire annessionistiche di Tito. Gli italiani della Zona B, fiduciosi di poter passare all’Italia, iniziarono più tardi il loro esodo. Allora io abitavo a Capodistria da quando avevo sette mesi, per cui l’ho sempre considerata la mia seconda patria. Capodistria è, anzi era, una bella cittadina, una penisoletta dell’Istria
Le immagini sono tratte da cartoline d’epoca. L’imponente Piazza Roma, una delle più belle piazze dell’antica Repubblica della Serenissima, il cuore della cittadina con il Palazzo Pretorio o Palazzo Comunale. La Cattedrale dell’Assunta e di San Nazario della seconda metà del XII secolo, con la Loggia. La penisoletta di Capodistria.
settentrionale, a venti chilometri da Trieste. Il clima è meraviglioso, non molto caldo d’estate, perché ventilato, né freddo d’inverno, anche se soffia la bora, perché Capodistria è riparata da colline, allora verdeggianti, coltivate a oliveti e vigneti. Trascorsi a Capodistria l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. Vi frequentai la scuola elementare «Pier Paolo Vergerio» e poi il ginnasio e liceo classico «Carlo Combi». Gli anni del liceo furono anni, in cui, data la dominazione straniera, forte era in noi l’amor di patria, per cui cercammo di resistere alle ingiustizie ed alle violenze degli iugoslavi nei nostri confronti. Eravamo studenti presso l’università di Trieste, ma non sempre ci era concesso di poterla frequentare. Infatti, prima di partire per Trieste, eravamo sottoposti a lunghe ed estenuanti visite per cui spesso il piroscafo se ne andava quasi vuoto per rispettare l’orario. Ricordo di aver perso per ben tre volte di sostenere un esame, essendo rimasta a terra. Intanto i vecchi professori della nostra scuola se ne erano andati,
per cui il C.N.R. (Comitato di Liberazione Nazionale) di Trieste si era rivolto a noi studenti universitari, perché facessimo domanda di insegnare, per impedire che le nostre cattedre fossero occupate dagli stranieri. Io insegnai lettere a Buie e ad Isola. Ora dovrei raccontare tante cose del periodo vissuto a Capodistria sotto gli Iugoslavi, ma mi limito ad uno degli ultimi fatti, accaduti alla fine di marzo del 1952. Entrando in classe, i miei alunni mi dissero: «Guardi, cosa è successo?» Era stato tolto il Crocifisso e questo fatto aveva colpito molto i ragazzi. Ed io allora: «Giù il Crocifisso e, per quanto non si possano far paragoni, giù anche l’altro.» L’altro era il ritratto di Tito. Dopo di ciò molte furono le minacce nei nostri confronti, perciò decidemmo che era giunto il momento di lasciare la nostra terra. In due giorni, il 5 ed il 6 aprile 1952, ce ne andammo, senza portarci dietro niente, chi per mare, chi per terra, alla volta di Trieste con tanta paura. Paura che mi restò per molti anni. Tanto è vero che di queste cose non parlai mai con i miei figli, mentre più tardi raccontai tutto ai miei nipoti. Ed anche a scuola non feci cenno di quanto mi era accaduto. Soltanto
negli ultimi anni della mia carriera scolastica, in terza media, quando si studia la storia contemporanea, raccontai qualcosa e i miei alunni mi ascoltavano attentamente, tanto che, se la lezione di storia precedeva la ricreazione, essi mi dicevano di rinunciare al riposo ma di continuare ad ascoltare quanto stavo loro riassumendo. Arrivata a Trieste: «Dove vado?» mi dissi. Per fortuna conoscevo una famiglia di Budoia (i signori Angelin con le loro tre figlie, Noemi, Norma e Maria, che ricordo con affetto e molta gratitudine), presso la quale ci facevamo arrivare la posta, perché altrimenti a Capodistria ce la sequestravano. Andai da loro dicendo che ero fuggita e che non sapevo dove recarmi. La signora mi disse subito che mi avrebbe ospitato. E così fu. Dopo tre giorni una mia amica mi invitò ad andare da lei perché aveva trovato in affitto una stanza con due letti e lì rimasi, finché si rifugiò a Trieste pure mio papà, che, in seguito alla mia fuga, era stato licenziato. Mia mamma e i miei fratelli allora presentarono domanda per poter partire da Capodistria, domanda che fu accolta più di un anno dopo. Così appena nel giugno del 1953 ci siamo ricongiunti tutti a Trieste.
Il ginnasio-liceo Carlo Combi, già Collegio dei nobili o Ginnasio Giustinopolitano, fondato nel XVII secolo (dove svolsi i miei studi). Fu scuola di vanto nel periodo veneziano, asburgico e italiano.
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L’abilità metodologica di una donna, che restaura con ago e filo, risponde ai criteri di minima intrusione e di grande rispetto di ogni parte sartoriale dell’opera originale.
di Gabriella Panizzut
la restauratrice dei paramenti Noemi Alberta Panizzut Noemi Alberta Panizzut Donisio è nata a Budoia, figlia di Riccardo e Caterina. Da piccolissima ha manifestato il piacere di cucire; per un periodo con i genitori ha abitato a Reims in Francia, Caterina raccontava che lì la piccola desiderava sempre attaccare i bottoni. A sei anni imparò a riconoscere i tessuti, i tipi di aghi, i filati, dalla sua maestra, la zia Maria Burigana (moglie di Marco), sarta provetta, che aveva lavorato in Ruga Giuffa, a Venezia, in una prestigiosa sartoria. Non ha potuto frequentare la scuola oltre le elementari poiché ai tempi della sua adolescenza bisognava avere una famiglia facoltosa per poter sostenere la spesa di mandare un figlio a studiare, ma lei, come
mio padre Ernesto e le mie zie Maria e Rosina erano molto intelligenti e curiosi di tutto ciò che li circondava. Nella famiglia c’era mio nonno Giacomo, appassionato al melodramma, che per poter vedere le opere si faceva assumere come comparsa alla Fenice, ottenendo anche 50 centesimi di compenso. Altri amavano la poesia, la letteratura, pur essendo scalpellini o muratori come Riccardo (capomastro). I ragazzi respiravano questo desiderio di sapere e l’amore per i libri e ascoltavano con attenzione i racconti di chi emigrava e veniva a contatto con il mondo. Alberta ha sempre dedicato il suo tempo alla lettura e al cucito, ha viaggiato per seguire suo marito
Umberto Boschin, prima ufficiale di marina, poi geometra in imprese di costruzioni di grandi opere in molte parti del mondo. Ha abitato molti anni a Genova, dedicandosi al figlio Pierluigi e alla sua, possiamo chiamarla, arte, se definiamo così ciò che provoca un’emozione. Infatti un lavoro finito, uscito dalla sua cura e dalla sua precisione non è solo una stoffa con dei punti che si susseguono, è qualcosa di molto più importante. Pur rimanendo molto tempo in casa, non è rimasta estranea a quanto la circondava: parlare con lei è come aprire un’enciclopedia perchè tutti i suoi ricordi sono nitidi, precisi. La fine dell’800, gli inizi del ’900 appresi dai ricordi dei nonni, gli anni precedenti la
Alcuni dei paramenti ecclesiastici, dopo il restauro. Invisibili rammendi hanno donato nuova luce a piviali, casule, stole e tovaglie.
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... a sei anni imparai a riconoscere i tessuti di Noemi Alberta Panizzut Noemi Alberta osserva e valuta una preziosa pianeta, prima di curarne il restauro.
ecclesiastici seconda guerra mondiale vissuti da adolescente, la guerra, le partenze, i lutti, i ritorni dal fronte, le vicende del paese: di tutto ricorda i particolari. Conosce vicende di paesi vicini e lontanissimi, la loro storia politica, economica, le loro bellezze. Ha imparato tutto dai libri, dai diari di Umberto, dai racconti delle numerose persone che, come me, hanno sempre avuto piacere di parlare a lungo di viaggi, di attualità e di Storia con questa donna dolce e determinata, ferma nei suoi principi ma aperta sempre alle idee degli altri. Ho voluto che lei parlasse di una delle cose importanti fatte per la nostra chiesa, per dare al suo lavoro certosino il rilievo che merita.
Dal 1974, dopo la scomparsa di Umberto mio marito, sono rientrata da Genova nella casa paterna dove tuttora vivo, e nel 1998 (avevo quasi ottant’anni) Mario Povoledo mi ha proposto di curare il restauro di piviali, casule, stole, tovaglie e quanto trovavo di interessante nelle cassapanche e negli armadi della sacrestia. Ho vissuto sempre lontano dal mio paese, ma sapevo dell’esistenza di paramenti e arredi sacri pregevoli, li avevo visti indossati dai sacerdoti che si sono succeduti nella parrocchia, soprattutto da Don Alfredo, che aveva uno spiccato senso estetico. Anche don Italico Gerometta mi ha incoraggiato. Mario comunque è stato il mio valido aiuto, è una persona intelligente e sensibile, si cura con passione della chiesa del nostro paese e di tutti gli oggetti in essa contenuti; è stato per me un entusiasta collaboratore, preciso e puntuale nei suggerimenti e sostenitore nei momenti di stanchezza, perché il lavoro ha comportato una dedizione giornaliera, per più di due anni, che a volte sembrava interminabile. Le casule sono tutte di seta, una seta antica, introvabile ai giorni nostri, quindi non si potevano sostituire le parti bucate, si poteva solo rammendare, ma in modo che il rammendo fosse invisibile. Prima di tutto ho scucito tutti i pezzi, ho diviso la seta dalle fodere, ho catalogato per misura le passamanerie. Poi, pezzetto per pezzetto, ho lavato in acqua le varie parti, immergendo velocemente le stoffe e mettendole subito ad asciugare distese, affinché non si arricciassero né modificassero la loro stiratura naturale. Alcune sono ricamate, ma la maggior parte presentano dei disegni realizzati nella tessitura stessa. Le passamanerie sono dorate o argentate, i merletti al chiacchierino e all’uncinetto. 19
Per un piviale di seta color rosso e oro ho dovuto porre molta attenzione e dividere i due colori, poiché il rosso avrebbe potuto stingere e macchiare l’oro, per cui la spalla, il bavero, il pizzo e i merletti li ho staccati e lavati singolarmente. La stessa cosa ho fatto con un velo omerale regalato dall’Arcivescovo Mons. Aurelio Signora, in seta rossa con il pannello posteriore beige e la scritta IHS in filo d’argento La cosa più difficile è stata riattaccare il tutto con il filo d’argento, che ha una consistenza diversa dalla seta e presuppone una precisione massima per evitare le increspature. Con Mario sono andata nel negozio rifornito dalla ditta Bruno Pietrobon, a Udine, ad acquistare stoffe per le fodere e filati di seta fine e di cotone; ho contato, a lavoro compiuto, di aver utilizzato 25 spagnoletti. Da Genova mi ero portata molti merletti che avevo comperato da Crosio, durante una svendita di molti anni prima: erano talmente belli e preziosi che li ho acquistati senza immaginare che li avrei usati per un lavoro così importante, ma ho sempre pensato che le cose belle prima o poi trovano una degna collocazione. In sacrestia un giorno ho notato una pezza di velluto nero di cotone, un cotone spesso, forte, come quello delle sciampinele. Alcuni giorni dopo ho assistito alla benedizione, in TV, impartita da papa Giovanni Paolo II dalla sede di villeggiatura, Castelgandolfo. Sul davanzale del balcone dal quale parlava era steso un panno rosso bordeaux con una passamaneria d’oro che formava una greca: ho subito pensato al nostro velluto. Ho preso carta e matita e senza distogliere gli occhi dall’immagine ho disegnato il motivo, dicendo fra me e me «Santità, parli ancora per un
po’ finché avrò tracciato tutto il mio disegno». Infatti pareva mi avesse ascoltato e fu così: avevo il mio progetto! Con Mario sono andata da Bruno Pietrobon a Treviso per acquistare la passamaneria e l’ho realizzato, sono rimasta soddisfatta di esserci riuscita. Fortunatamente non si è rovinato durante il recente crollo di una parte del soffitto della chiesa; era stato appoggiato sui banchi dopo essere stato steso a terra per un’orazione funebre: si è riempito di polvere ma non rovinato.
C’erano anche due preziose tovaglie da balaustra e una per l’altare, donate alla fine degli anni ‘50 da mio cugino Giosuè Panizzut in occasione della messa celebrata per ricordare i 25 anni di matrimonio con Agostina (Tina) Carlon. Tutte presentano disegni floreali realizzati con una pagliuzza dorata che crea il ricamo su un tulle di cotone: molte parti si erano sfilate e ho ripristinato i disegni originali. Su ogni oggetto ho attaccato una fettuccina che porta ricamato a punto croce l’anno in cui ho
completato il mio lavoro: AD 2000. I celebranti hanno indossato le casule durante le più importanti celebrazioni e mi dicono che i parrocchiani hanno espresso sentimenti di ammirazione. Spero ci siano delle altre occasioni in cui i fedeli o anche gli appassionati di arte tessile possano ammirare la bellezza dei paramenti di cui ho parlato e chissà che qualcuno abbia un pensiero di gratitudine per le mie mani attraverso le quali ho espresso tutto il mio amore per le stoffe e per l’arte del cucito durante tutta la mia vita.
[ da pagina 2 ]
Adotta un libre la storia delle guerre ad affermarlo. Solo nel Novecento l’invasione austro-ungarica, prima, e le due Guerre Mondiali, poi, hanno portato al rogo degli archivi (in questo caso comunali) di molti paesi delle nostre regioni, da parte degli aggressori. Distruggerli significava infatti annullare l’identità e la civiltà di una popolazione. È dunque fondamentale preservarli e custodirli con la massima cura. Lo stato di salute di quelli della pieve di Santa Maria Maggiore non godono di particolare vigoria. Tempo, umidità, luce, agenti esterni ed una non ottimale conservazione hanno portato al loro progressivo deterioramento. Alcuni presentano allentamenti o rotture delle cuciture, altri abrasioni delle copertine, sporcizia, strappi derivati da insetti o roditori, deterioramenti causati dall’acidità degli inchiostri. La necessità di un restauro è quanto mai urgente e per questo l’Artugna e la parrocchia vogliono farsi capofila di un’iniziativa che – dato l’alto valore e l’ingente investimento – sia condivisa e coinvolga tutta la comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia. Un’iniziativa denominata «Adotta un libre» allorché, con il con-
tributo di singole persone, famiglie o gruppi, si possa provvedere al restauro degli oltre 50 registri dell’archivio parrocchiale e di diversi carteggi sparsi e non ordinati in volume. Come fu per le 62 pergamene della pieve, l’obiettivo è quello di «rimetterli a nuovo» attivando tutte le azioni necessarie alla loro cura. Ad occuparsene sarà il Centro Studi e Restauro di Gorizia che, valutato lo stato di conservazione dei volumi (variabile e con problematiche diverse considerato l’ampio lasso temporale della loro «vita», ovvero dal 1600 ad oggi), provvederà agli interventi di scucitura totale, di spolveratura, di controllo del grado di solubilità degli inchiostri. Seguirà poi la rimozione degli eventuali pregressi restauri, il lavaggio di ogni singola pagina, la ricollatura, l’asciugatura e la ritoppatura. Per la rilegatura si cercherà infine di attivare complesse operazioni tendenti al recupero e al riutilizzo degli elementi ancora funzionali della legatura originale. Interventi certamente lunghi e meticolosi ma che potranno ridar vita ai messali e ai registri dei matrimoni (e delle relative promesse), dei battesimi, delle cresime, dei decessi, dei 20
Legature allentate, polvere, rotture, copertine strappate: così si presentano i preziosi manoscritti del nostro archivio.
lasciti, della contabilità delle nostre comunità. Il costo di restauro stimato per ogni singolo volume si aggira intorno ai 1.000 euro e l’«adozione» da parte di coloro che sosterranno quella cifra, sarà certificata da una pagina inserita all’inizio del registro che ne attesterà, con gratitudine, la «paternità». Una parte della spesa sarà coperta dalla donazione fatta al nostro giornale da parte di Sergio Zambon Momoleti, deceduto in Francia nel 2013 che, come annunciato lo scorso agosto (vd. l’Artugna n. 129), sarà destinata al restauro dell’archivio ma non sarà ancora sufficiente a coprire l’intero investimento. Per questo ci affidiamo ai nostri lettori, alla loro sensibilità e alle loro possibilità economiche, per aiutarci a preservare un patrimonio culturale preziosissimo. Perché «adottare un libro» significa in fondo adottare noi stessi lasciando traccia della nostra vita.
LA SFIDA IMPRENDITORIALE DI DIEGO ZAMBON E LUCIO ZANOLIN
un «giallo» di successo lo zafferano di Dardago di Vittorio Janna Tavàn
Che nel linguaggio dei fiori sia simbolo di ricchezza materiale e spirituale, è cosa nota fin dall’antichità. Lo zafferano, preziosissima spezia impiegata lungo tutto il corso delle civiltà come colorante o come ingrediente per la preparazione di cibi e profumi, per i dardaghesi Diego Zambon, classe ’75 e Lucio Zanolin, classe ’69, rappresenta semplicemente un’intuizione, un simbolo di amore per la propria terra e un’opportunità di lavoro da condividere e diffondere. Ebbene sì: lo zafferano di Dardago. Per i profani dell’agricoltura suona quasi come un’eresia.
Località Lingoria. Le pianticelle di Crocus sativus crescono, ‘respirano’ l’aria delle nostre montagne, in attesa di regalare poi il loro fiore color lilla.
«L’eresia sarebbe pensare al contrario – dichiara Diego esplicitando la loro intuizione – Dardago rappresenta l’optimum per la coltivazione di questa pianta rustica. Il terreno da noi è drenante ed il microclima collinare favorisce la sua crescita. Non molte zone in Italia possono vantare queste caratteristiche; la zona dell’Aquilano e la Sardegna sono le principali produttrici, anche se in piccole quantità non paragonabili a quelle di Asia Minore, Iran, Spagna e Grecia, ma la nostra scommessa è oramai avviata. La scommessa cioè di trasformare la coltivazione dello zaffera-
no a Dardago in una piccola avventura redditizia». Il resto della storia, o meglio l’inizio, si tinge di accentazioni da narrazione favolistica. I due ‘ragazzi’, l’uno, Lucio, imbianchino (con diploma di perito agrario lasciato nel cassetto), l’altro, Diego, muratore (con la qualifica di operatore forestale), discorrendo un giorno su quale opportunità li avrebbe potuti impegnare in un’attività integrativa al loro lavoro, pensarono ad un àmbito a loro caro: l’agricoltura. Un pezzo di terreno in località Lingoria (di proprietà della fa-
Diego e Lucio (a destra) fautori e sostenitori di un’agricoltura alternativa, una nuova opportunità di lavoro a simbolo di amore per la propria terra.
miglia di Diego c’era, la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo pure. Li carezzava un precedente avviato dal padre di Lucio che aveva provato come hobby, vent’anni prima, la coltivazione dello zafferano. Ci provarono. Ricevettero in dono alcuni bulbi di Crocus sativus (così il nome scientifico del fiore da cui si ricava la spezia), altri furono acquistati a Navelli in Abruzzo, altri ancora a
Montefeltro nelle Marche ai confini con la Romagna e la Toscana. 8.500 bulbi in tutto. La prima fioritura avvenne a novembre. Da dicembre fino a maggio i bulbi si moltiplicarono naturalmente. Nel 2013 raccolsero 2 etti di prodotto. L’obiettivo sarà ora di raggiungere, entro il 2015, il chilo di zafferano. Raccontata così sbrigativamente, la storia può suonare mo-
desta e riportare cifre insignificanti, ma se si considera che in Italia la produzione complessiva si aggira intorno ai 500/600 chili di prodotto – la maggior parte dei quali esportati a favore di una nostra importazione dalla Spagna – le cifre ristabiliscono un equilibrio imprenditoriale ed una dignità quantitativa, etica e sostenibile. «È assurdo che continuiamo ad importare zafferano dall’estero quando possiamo coltivarcelo – continuano i due soci –. Certo, i costi non sono esigui, ma tenuto conto che, ad eccezione dell’aratura e dell’estirpazione delle erbacce, tutto il ciclo produttivo non è meccanizzato e la coltivazione è biologica e locale, il prezzo è giustificato. Lo stallatico dei cavalli per la concimazione ce lo fornisce Marcello Callegari dell’Azienda Agricola Ligont; raccolta, essiccazione e confezionamento sono invece interamente manuali. È per questo che lo zafferano in pistilli italiano si aggira tra i 20 e i 35 euro al grammo. Diffidate però di un prodotto a basso costo. È sintomo di provenienza estera, bassa qualità o di una sofisticazione molto diffusa. Il nostro, a detta di cuochi locali e veneziani – alcune
Le nostre montagne stanno a guardare. Confezioni da 0,25 grammi contenenti i preziosi pistilli sono pronte per la vendita. La polvere dorata dello zafferano, ricavata dai fiori cari agli dei, potrebbe forse rappresentare un inizio di riscatto nei confronti di un’agricoltura dimenticata?
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confezioni sono pervenute anche ad Arrigo Cipriani – è invece di gran pregio e stiamo avviando le procedure per l’ottenimento delle certificazioni di qualità». L’obiettivo è dunque ambizioso ed il lavoro particolarmente oneroso. Produrre un chilo di zafferano significa infatti coltivare 200.000 fiori color lilla, raccoglierli quando sono ancora chiusi nelle prime ore del mattino, estrarre con delicatezza i 3 soli esili filamenti color arancio o rosso dall’interno di ogni singola corolla, farli essiccare in forni ventilati calibrando e monitorando la giusta temperatura affinché perdano quattro quinti del loro peso. La tostatura finale, delicata e meticolosa ma che esalta il sapore dello zafferano, è infine un tocco d’artista affidato alla maestria di Luigina Bravin, mamma di Lucio, che lo sottopone al calore di braci di legno. Per un solo chilo di prodotto finito sono dunque necessarie circa 500 ore di lavoro. «Noi lo vendiamo in pistilli tostati – spiegano ancora Lucio e Diego – perché non c’è possibilità di sofisti-
cazione rispetto alla polvere di zafferano. Certo, sono operazioni lunghe e precise ma non prive di soddisfazioni. La nostra in fondo è stata una sfida con noi stessi ma anche con la nostra terra per dimostrare che, partendo da qui e qui da noi, è possibile creare nuove prospettive imprenditoriali legate all’agricoltura sfruttando terreni oramai lasciati all’abbandono produttivo. Noi stessi non abbiamo intenzione di fermarci ma di diffondere la nostra esperienza a quanti ne siano interessati, a quanti si vogliano mettersi in gioco in questa particolare coltivazione, affiancarci o creare nuove attività.
Siamo stati tra i primi in Friuli ad avviare la sperimentazione con lo zafferano. Siamo orgogliosi che questo prodotto porti il nome del nostro paese, ma ci piace confrontarci anche con altre realtà simili come quella di Walter Zamuner di San Quirino perché non siamo gelosi della nostra conoscenza ed abbiamo voglia di crescere ancora e far crescere la terra che amiamo». Zamuner dunque, ma soprattutto Zambon e Zanolin per produrre lo «Zafferano di Dardago». Nel segno della «Z» un’altra suggestione vincente.
La «tracciabilità» del prodotto è chiaramente dichiarata: «made in Dardago»!
Verso una nuova tipicità gastronomica
salàt e cao e... ’na nica de zafferano de Dardac Diffusissimo piatto della cucina ‘povera’ dardaghese – laddove salame e panna mai mancavano nelle case di un tempo – il salàt e cao, oggi è stato rivisitato e ‘nobilitato’ con l’aggiunta dello zafferano coltivato nelle nostre terre. Agli occhi nulla appare invariato (il «giallo» storicamente conferito dal tuorlo d’uovo, per chi lo desidera, è ancora preservato), ma sapore e leggerezza ne ricavano significativi benefici. Al vostro palato, dunque, l’ardua sentenza.
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INGREDIENTI PER 4 PERSONE
8 fette di salame fresco dello spessore di circa mezzo centimetro; 2 quartini di panna da cucina; 0,10 g di «Zafferano di Dardago» in pistilli; sale e pepe q.b. PREPARAZIONE
Far rosolare a fuoco molto dolce le fette di salame per circa 5 minuti. Eliminare il grasso rilasciato dal salame cotto. Aggiungere quindi la panna, stemperare dolcemente e far amalgamare il salame con la panna a fuoco basso. Polverizzare bene i pistilli di zafferano (avvolgendoli in un pezzo di carta forno piegata e sbriciolandoli con un cucchiaio o il fondo di un bicchiere) e discioglierli in 1 cucchiaio di latte unendolo poi alla panna. Aggiustare di sale e pepe e cuocere ancora finché la panna non si rapprende un poco. Versare e servire con una bella polenta bianca.
Orgoglio dardaghese grazie, Flavio!
di Adelaide Bastianello Thìsa
F inalmente il 28 dicembre è stato ufficialmente presentato al pubblico Comót, il dizionario della parlata dardaghese, pensato e scritto da Flavio Zambon Modola. Tutti noi di Dardago dobbiamo ringraziare Flavio per questa magnifica opera che mette nero su bianco i vocaboli (oltre 7.000!) della nostra parlata prima che vadano dispersi e dimenticati a causa del continuo «inquinamento» con l’ita-
liano, il veneziano ed anche a causa del sempre minor utilizzo dei dialetti a favore della lingua italiana e dell’uso di termini stranieri come l’inglese. Quest’opera ha avuto una lunghissima gestazione, ben otto anni; essa è stata concepita e nutrita da sentimenti di valore: l’amore di Flavio per Dardago, la sua sensibilità, la sua acutezza (l’aver giustamente previsto che col passare
degli anni molti vocaboli sarebbero andati perduti), ma soprattutto la sua costanza e tenacia. È stato un cammino lungo, faticoso e difficile, proprio come quando si concepisce una nuova vita: una lunga gestazione, un travaglio doloroso ed infine l’impetuosità del parto e la creatura vede la luce, tutti esultano e sono felici. Questa è la storia di Comót… ma riprendiamo il filo del nostro discorso. Ci sono state per
Teatro di Dardago. Sopra. Il piccolo Marco Zambon in costume friulano dà il benvenuto ai partecipanti. Sotto. Il pubblico intervenuto numeroso. Il tavolo dei relatori: (da sinistra) Roberto Zambon, il sindaco Roberto De Marchi, Mario Zambon, don Maurizio Busetti, Pier Carlo Begotti.
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Flavio occasioni piacevoli, come gli incontri domenicali dopo la santa Messa, con i paesani da Nino; il trovarsi con questo o con quello per mettere a punto e verificare i termini dubbiosi; ci sono stati momenti d’impegno e lavoro duro per inserire a computer, verificare e correggere tutte le voci man mano che aumentavano; ma, via via che gli anni passavano, le difficoltà anziché diminuire, aumentavano. Il lavoro sembrava non arrivare mai alla fine. Fortunatamente Flavio oltre che il valido aiuto e continuo supporto della figlia Francesca Romana, ha trovato comprensione e piena condivisione in un amico e poi compagno di ventura, Vittorio Janna Tavàn, il quale, quando ha avuto tra le mani la mole di lavoro già fatto, ha capito al volo che si trattava di un’opera di grandissimo valore per Dardago e non poteva lasciarsela sfuggire. Ma come fare? L’investimento di lavoro ed economico era ingente… ma anche per Vittorio l’amore per Dardago è grande… così in ogni momento libero, giorno dopo giorno Vittorio ed il suo studio si sono messi al servizio di Flavio e un poco alla volta (oltre cinque anni per l’esattezza!) l’opera ha preso forma, è cresciuta e bozza dopo bozza, fatica dopo fatica è arrivata a compimento. Flavio ha dovuto molto lottare per trovare chi infine avrebbe potuto finanziare la produzione conclu-
siva di tutto il lavoro, perché si sa che thentha schei no se fa nient. Lui e Vittorio quello che potevano fare da soli lo avevano fatto, ora ci volevano i schei. Ha bussato a tante porte, ha parlato con tante persone, ma… ha avuto tante porte chiuse in faccia. …«sì, sì, è un bel lavoro, ma…» c’erano sempre tanti ma… «dovresti fare così…, ci vorrebbe questo…, manca quello…». Però si sa che l’amore muove le montagne e Flavio l’amore per il suo Dardago ce l’ha ed è grande; così con la caparbietà e la convinzione di chi sa di avere fatto una cosa veramente importante, ha tenuto duro, non si è fatto abbattere, anzi, con la forza di chi crede non ha mollato. Infine è arrivato qualche «nì», a seguito di ciò una porta ha aperto uno spiraglio, un’altra ha detto «forse» e poi ancora un’altra; a questo punto si sono aperti i portoni e come quando l’Artugna è in piena, nessuno può fermare la montana che corre via impetuosa, così il Dizionario della parlata dardaghese è arrivato finalmente… in tipografia! La presentazione è stata più che un successo. Il Teatro di Dardago era gremito di gente e ci sono state parole d’apprezzamento da tutti. Erano presenti il sindaco Roberto De Marchi, il presidente del Consiglio Provinciale Mario Zambon, il Pievano don Maurizio Busetti ed il vice Presidente della
Società Filologica Friulana Pier Carlo Begotti e tutti hanno avuto parole di elogio per Flavio e per il suo lavoro; lui era particolarmente soddisfatto ed emozionato per tutti i complimenti ricevuti. Ora Dardago, piccolo paese della Pedemontana, di circa cinquecento abitanti, possiede un ricco, bello e pregevole dizionario con termini, vocaboli, verbi, espressioni della sua parlata locale che nessuno potrà più cancellare o ignorare: anzi grazie alle pagine bianche poste alla fine di ogni lettera dell’alfabeto ognuno di noi potrà arricchirlo con le «dimenticanze», che senz’altro ci potranno essere, perché sappiamo tutti che una lingua viva può avere variazioni anche da famiglia a famiglia, i vocaboli potranno così solo aumentare, grazie all’idea e all’impegno di Flavio Zambon Modola. Alla fine della presentazione, ciliegina sulla torta, il maestro Fabrizio Fucile, di radice dardaghese, accompagnato dalla maestra Giustina Favia Zambon, ha cantato «l’aga de ’l rujàl», testo scritto da Vittorio Janna Tavàn e musicato dalla stessa Giustina Favia Zambon, coinvolgendo il pubblico che lo ha accompagnato nel ritornello, all’inizio timidamente e poi sempre più partecipe e sicuro. Flavio! Pa’ la bela dhornadha e pa’ ’l nostre «Comót», da duth nealtre de Dardàc… anciamò GRATHIE.
Fabrizio Fucile, accompagnato al piano da Tina Favia, canta e dirige il pubblico durante l’intermezzo musicale. L’autore Flavio Zambon, al termine della presentazione, autografa e dedica alcune copie del dizionario.
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L’obiettivo fotografico di Marco Tabaro ha colto...
il legame ancora vivo tra di Giulia Tabaro Il progetto si è basato sulla creazione di una mostra fotografica con obiettivo l’esplicazione, tramite immagini e parole in forma di citazioni, del legame tra Venezia e il comune di Budoia (Pn). La mostra era suddivisa in cinque capitoli tematici (famiglia, lavoro, solitudine, architettura e bellezze), sostenuti e motivati da informazioni tratte da interviste a soggetti che hanno vissuto la migrazione da una città all’altra, principalmente per
motivi di lavoro, dalla fine degli anni ’40 in poi. Il fotografo della mostra, Marco Tabaro, ha avuto modo di vivere sulla sua pelle entrambe le città e vederne per primo il legame. Il lavoro si è incentrato sul racconto emozionale di esperienze strettamente inerenti il territorio e gli abitanti che ne hanno fatto la storia. L’evento di chiusura della mostra, «legami di musica e parole» è stato pensato come un momento di rac-
...Budoia rispetto a Venezia era la quiete... possibilità, così, di rimanere nella propria zona abitativa, o se tentare, partendo da zero, una carriera nel campo della ristorazione in una tra le grandi città del nord Italia, che nella maggior parte dei casi era Venezia per vicinanza e per comodità di raggiungimento anche e soprattutto grazie al treno. Dai 14 anni in su queste giovani leve partivano e cercavano lavoro senza saper nulla del mestiere, ma con molta voglia di fare e di imparare; così con gli anni e l’esperienza si
sono affermati: chef, capisala, portaborse, ecc. dei più rinomati luoghi della ristorazione veneziana, come: Danieli, Gritti, Harry’s bar e molti altri. Le donne che partivano alla ricerca di impiego nelle grandi città avevano un destino differente, infatti, nella maggior parte dei casi, trovavano occupazione nelle case delle famiglie più agiate come cuoche, governanti o donne di servizio; in altri casi andavano a lavorare nelle cucine dei bacheri, le caratteristiche trattorie veneziane.
Fotografia esposta a «legami». Tema: lavoro.
Budoia è il paese per antonomasia, dove tutti conoscono tutti, dove ci si ritrova la domenica a messa e si va al bar a bere l’aperitivo, solitamente «da Renè», per stare insieme «a contarsela». Da qui inizia il viaggio, dalle stesse persone che amano vivere nel piccolo comune in provincia di Pordenone ma non temono trasferimenti o spostamenti per motivi di lavoro in altre città anche se per lunghi periodi; infatti si sono sempre distinti e fatti riconoscere come «i camerieri di Budoja, noti per la loro cortesia, introduttissimi nei più lussuosi alberghi dell’Europa centro-occidentale e molto ricercati anche a Venezia» come dicono Lorenzon e Mattioni nel libro «L’emigrazione in Friuli». Nel secondo dopoguerra i giovani uomini si ritrovavano per motivi di lavoro a dover scegliere se intraprendere un mestiere di tipo industriale e avere la
le due città colta che intrattenesse e lasciasse qualcosa unicamente a livello emozionale; sono stati scelti cinque brani che approfondissero i 5 temi della mostra, che a loro volta sarebbero stati introdotti da brani letti tratti da diverse fonti ed estrapolati da testi più ampi. L’obiettivo finale era un rilancio dell’iniziativa che, visto il successo ottenuto, si propone di proseguire approfondendo ed avvalorando le risorse del territorio.
Il salone del Teatro di Dardago «trasformato» in galleria fotografica per la Mostra «Legami» di Giulia e Marco Tabaro. Numeroso ed interessato il pubblico presente.
Il turista a Venezia non vede. Il turista è la fonte di sostentamento principale della città, ma non percepisce e non conosce la Venezia dei veneziani, quella che corre, quella che «con l’acqua alta le barche non passano sotto i ponti e non ci arriva la merce». Venezia ha due facce, ha due ritmi ed è come fosse due città in una. Pensando a questo mi viene in mente il film «the Truman show», dove tutto gira intorno al protagonista, Truman per l’appunto. Egli vive la sua vita di ogni giorno in modo naturale, ignaro di essere il fulcro di un reality show sulla sua vita e del fatto che tutto ciò che lo circonda è costruito su misura per lui e tutti si muovono, lavorano e corrono per renderlo il più reale possibile. Tutto fila liscio fino a quando Truman non scopre la realtà, solo affrontando la sua paura più grande, il mare. Colui che va a visitare la città galleggiante, costruita dall’uomo su palaffitte e circondata ed attraversata da acqua, come l’isolotto dove vive Truman, gira e vaga ammirando le bellezze che gli si presentando davanti, non scostandosi mai di molto dalla strada principale, segnalata con i cele-
Fotografia esposta a «legami». Tema: famiglia.
...girare a Venezia era come girare a Budoia...
bri cartelli gialli, che attraversa tutta la città passando per i monumenti simbolo. Il passo lento permette di scrutare tutti i negozietti di souvenirs creati apposta per lui, per distogliere la sua attenzione da tutta l’opposta frenesia che invece invade le calli laterali e interne alla città dove si muovono organizzati tutti i lavoratori e da tutti coloro che reputano quella la «vera 27
Venezia» o la «Venezia dei veneziani». Non ci sono stagioni, non ci sono giorni della settimana o weekend, Venezia è il luogo dove ogni mattina all’alba inizia la preparazione dello «show» per il turista legato allo stereotipo della «città da sogno» e dove ogni cosa termina non più tardi della mezzanotte. Perché è così: tanto frenetica durante il giorno, quanto vuota la notte.
san Carlos Bolivia
A tavola con tanta serenità e sana allegria. Da sinistra. Padre Ermanno Nigris (seduto), padre Carlo Longo, fratel Severino, due giovani aspiranti, padre Arturo Bergamasco, Pietro Janna, altri quattro giovani aspiranti e Valentino Zambon.
persone veramente speciali di Valentino Zambon Ite
H o frequentato per 40 anni moltissimi Paesi in via di sviluppo, compresa la Bolivia ed il Sud America, Paesi questi che mi hanno sempre affascinato, sia per la bellezza della loro natura (soprattutto la zona andina), che per l’umanità dei suoi abitanti che vivono in un difficile contesto economico e sociale. Le mie visite erano, però, sempre «toccata e fuga», senza mai avere la possibilità di calarmi nella vita quotidiana reale, quando invece sono stato sempre molto curioso di conoscere come vivessero le migliaia di missionari, preti e suore, che avevano deciso di passare tutta la loro vita fra le difficoltà di queste realtà. Per questo motivo, quando Piereto de Theco mi parlò del suo progetto di andare a San Carlos (Bolivia centrale amazzonica) non esitai a dirgli: «Vigne ancia mi»! Piereto, che era già stato altre volte in questa missione anche assieme a Mario Tessèr, mi ha dato subito alcune informazioni sulle condizioni locali e sulla personalità dei missionari e suore (friulani e veneti) che da 30-40 anni operano in Bolivia e Sud America. Su ognuna di queste persone bisognerebbe scrivere un libro per illustrare la loro vita avventurosa, rischiosa e fatta di grandi sacrifici e rinunce, ma, dovendo sintetizzare,
credo sia doveroso almeno elencarle brevemente. Padre Carlo Longo (il direttore della missione), 75 anni, padovano, 40 anni di missione, persona di mondo, molto «tecnologico», brillante e grande comunicatore; padre Arturo Bergamasco, 80 anni, di Medeuzza di San Giovanni al Natisone, 30 anni in missione, parroco molto attento ai propri fedeli più bisognosi; padre Ermanno Nigris, 83 anni, di Ampezzo (Carnia), 40 anni di missione, personalità ciarniela, schietto, essenziale, energico (fa ancora 40.000 chilometri all’anno, su strade sterrate, col suo pick-up per andare a celebrar messa in paesetti fuori dal mondo nella foresta); padre Giorgio Milan, 74 anni, veneziano (di Martellago), 40 anni in Bolivia, persona dolce, come un buon «padre di famiglia» per i propri fedeli sparsi nella foresta (molti dei quali raccoglitori di foglie di coca); fratello Severino, 77 anni, di Belluno, 40 anni a San Carlos, fondatore della missione e fedele amministratore delle strutture salesiane locali (manutenzione delle chiese, scuole, fattoria didattica e altro). Quello che mi ha subito colpito di queste persone è stata la loro religiosità certosina, la sobrietà, lo spirito di rinuncia e, soprattutto, la loro grande pazienza e serenità: tutti con una fede profonda e un amore smisurato per il prossimo.
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La loro attività inizia molto presto (alle 4 del mattino le luci delle loro camere erano già accese): preghiere mattutine e messa in canonica, colazione (spartana) e poi ognuno col proprio fuoristrada a celebrar messa e ad incontrare i fedeli nelle proprie parrocchie sparse su un’area vasta quanto il Veneto, il più delle volte percorrendo sterrati fangosi nella giungla e in montagna. Non ritengo sia interessante descrivere le nostre attività (mia e di Piereto) nel mese passato assieme a queste persone, ma molti sono stati i sentimenti e le emozioni forti che la vita assieme a loro ha fatto nascere nel nostro animo. Abbiamo visto la grande gioia nei volti dei bambini, che i salesiani incontravano nelle scuole e oratori; la gratitudine dei poveri e degli anziani, che incontravano nelle mense della missione; la devozione dei fedeli, che partecipavano alle loro messe, celebrate in chiesa o anche nelle povere case (capanne) in mezzo alla foresta tropicale, a volte anche di notte. Grazie Padri salesiani, grazie della grande lezione di vita che ci avete dato e dell’amicizia che ci avete generosamente offerto. Nella mia vita ho fatto migliaia di viaggi in giro per il mondo, ma credo che questo sia quello che ha lasciato il ricordo più profondo nel mio cuore. Torneremo a trovarvi!
I l mese di gennaio, Valentino Ite ed io ci siamo recati in Bolivia e precisamente a San Carlos, ospiti, per un mese, della parrocchia retta dai salesiani, che si trova nella zona orientale della Bolivia, in provincia di Ichilo, in terra amazzonica a 350 metri sul livello del mare. Siamo arrivati in piena estate, che coincide con la stagione delle piogge; i primi 15 giorni abbiamo avuto temperature elevate con qualche piovasco e un’umidità pazzesca, da compromettere la coltura del riso che, in un primo momento aveva avuto beneficio dalle piogge, poi ha cominciato a essere attaccato da funghi e crittogame. La parrocchia di San Carlos si estende su una vasta superficie di 120.000 km2, coperti in gran parte da foresta vergine. La popolazione,
dedita prevalentemente ad attività agricola è di 100.000 abitanti. I centri più importanti, oltre a San Carlos, sono Buon Retiro, Santa Fe’, Japacany (con 70.000 abitanti che ha come unico parroco il nostro amico padre Arturo), San Juan (colonia giapponese) e San Jerman, oltre a un’infinità di comunità sparse all’interno della foresta o in nuove zone di urbanizzazione. La situazione sanitaria è molto grave e lo dimostra lo sconvolgente dato sulla mortalità infantile, che arriva fino al 250 per mille nelle zone più interne, dovuta alla mancanza di prevenzione, a anemie e diarree causate dal clima e dalla mancanza di igiene, e alla presenza di parassiti. La Bolivia è il secondo paese dell’America latina per casi di denutri-
san Carlos Bolivia
il centro del bambino denutrito
un’oasi in un deserto di sofferenza di Pietro Janna Theco L’opera per l’aiuto ai niños. Nella foto al centro suor Maria José, suor Agada con Pietro Janna e la volontaria Antonella seduta tra i bimbi.
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zione infantile. Nel 1974, arrivarono a San Carlos i primi salesiani: il friulano padre Tito Solari, oggi arcivescovo di Cochabamba, e il coadiutore Fratel Severino (bellunese di Mel), tuttora presente, e negli anni successivi il nostro padre Arturo. Nel 1980 arrivarono le suore della Provvidenza, il cui nome è un programma di vita con il compito di occuparsi dell’ospedale del luogo sorto per salvaguardare la salute dei campesinos, messa costantemente a rischio. È lì che le suore constatarono la grave situazione nutrizionale dei bambini, portatori di gravi disfunzioni, per cui nel 1989 diedero vita, con l’aiuto dei salesiani, al centro del bambino denutrito: un’opera sognata da padre Tito e fatta realtà dalle suore della Provvidenza, fedeli interpreti degli insegnamenti del loro padre fondatore: il friulano padre Luigi Scrosoppi, ora santo, al quale il centro è intitolato. Inizialmente i letti erano 28, attualmente sono 50 e fino ad ora sono stati curati 2800 niños. L’obiettivo del centro è il recupero integrale del bambino, contemporaneamente all’educazione alla prevenzione delle comunità e della famiglia da cui il bambino proviene. Nel centro sono accolti bambini molto debilitati, che le famiglie non segnalano anche per la mancanza di un sistema sanitario gratuito. Quasi tutto è a pagamento (un piccolo esempio: si vendono le medicine sciolte!). Molto diffusi sono i casi di labbro leporino anche con deformazioni devastanti. Nel tempo, il centro si è dotato di varie figure professionali: dal medico nutrizionista, al pediatra, all’assistente socia-
le, alle infermiere professionali, mentre le ausiliarie sono mamme che vengono dalla locale comunità e il più delle volte sono le uniche a portare un reddito alla famiglia. In tutto operano 35 unità oltre a tre suore. Suor Maria Jose, roccia dell’istituzione, ora a riposo a Cormons, commenta: «Quando si ammala il padre, si cercano i mezzi per portarlo dal medico (le visite sono a pagamento); quando si tratta della mamma già si incontrano alcuni «però»; quando si tratta di un bambino, non si trovano mai i mezzi.» Tutto questo ci fa capire che i bambini non hanno diritto alla salute e di conseguenza... Oltre a curare i bambini ricoverati e monitorarli una volta dimessi (qualche bambino viene dimenticato al centro e allora bisogna pensare anche a una sua sistemazione), viene organizzata un’attività itinerante nelle comunità, volta alla formazione di nuclei di operatori locali che diffondono alcune istruzioni di igiene e prevenzione di base; viene svolta anche un’opera di sensibilizzazione nelle scuole, nelle parrocchie e nei centri di aggregazione. Questo centro, come tanti altri che operano in quel contesto sociale, sono un’oasi in un deserto di sofferenza e di disagio umano e spirituale: le suore, vere rocce di fede e umanità, sono in quel contesto unici punti di riferimento a mamme bisognose di aiuto e conforto, a bambini che cercano, oltre la cura fisica, un sorriso e una carezza che forse non hanno mai ricevuto. Ci chiediamo: «Quanto costa il centro? E chi paga?» Il costo per ogni bambino ospite è di 10 euro il giorno. La famiglia non paga, in quanto non ha i mezzi. Il governo nazionale passa una piccola parte degli alimenti; la spesa per eventuali ricoveri in ospedale e alcuni esami clinici. Il resto è a pagamento: circa 7 euro, a carico della comunità religiosa della Provvidenza e dei salesiani. A sua volta la comunità religiosa riceve l’aiuto costante di molti benefattori e amici, che hanno a cuore la struttura e i fini per i quali opera, e poi di tante famiglie, che animano da anni il progetto delle adozioni a distanza che alimenta quella cassafor-
te preziosa per sostenere i bambini. Molti donano, nutriti dallo spirito di generosità e di unione con chi soffre anche se sconosciuto, e alimentano in continuazione quel ruscello inesauribile di solidarietà e fraternità. Il lavoro delle suore è costantemente appoggiato anche da molti volontari che si recano al centro per fare un’esperienza e dedicare un poco del loro tempo a questi bambini. Le suore accolgono sempre con grande simpatia e disponibilità volontari animati da questi propositi. Chi volesse fare un’esperienza può mettersi in contatto con me: in questo momento sarebbe molto gradita una coppia magari con il marito appassionato di orto e giardino. È autunno, la stagione ideale per gli ortaggi. Al centro, operano tre suore: suor
Agada e suor Sabina, che sono boliviane dell’altipiano, e suor Clara da Padova. Prima di partire abbiamo chiesto quali fossero le necessità più urgenti per il centro e tra le tante hanno formulato due priorità: i materassini per i lettini e il forno per il pane. I materassini costano euro 30 cadauno per 50 lettini, cioè 1500 euro, e il forno con 8 vassoi, il cui costo è di 1320 euro, per un totale di 2820 euro. Per loro sono una cifra astronomica, difficile anche a dire; per noi, ma un po’ a ciascuno e con il passa parola forse possiamo aiutarle. La nostra parrocchia, sempre sensibile e atti di generosità, si fa promotrice di questa iniziativa e se qualcuno lo volesse fare direttamente fornirò loro le coordinate bancarie. Grazie a nome dei bambini del Centro!
Sopra. Da sinistra. Suor Clara, Pietro Janna, il medico nutrizionista uruguaiano dottor Gari, suor Agada e Antonella. Sotto. Centro del Bambino Denutrito, il dormitorio dei piccoli ospiti.
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...«se vedhón a le nove da Nino» IL SOTTILE PIACERE DELLA SOCIALITÀ QUOTIDIANA DARDAGHESE di Sante Ugo e Vittorio Janna Tavàn
A las cinco de la tarde! Alle cinque del pomeriggio. L’orario più conosciuto della storia della letteratura mondiale. Per gli spagnoli è quello cadenzante quell’«arte» atavica di «dialogo e lotta», il tempo della corrida, che Garcìa Lorca immortalò in un suo lamento lirico. Un orario e una scansione della giornata, dunque, bastevoli ad echeggiare la suggestione di una azione sociale e poetica. Quella che a Dardago potrebbe invece attualizzarsi in A las nueve de la mañana, alle nove del mattino. È a quell’ora infatti che, al termine del suono della prima meridiana della «luce», novelli toreri sbucano – come per incanto – dalle cinque strade che portano alla piazza del paese per incontrarsi e scontrarsi amabilmente nell’arena di Nino Cosmo, il bar-osteria-pizzeria del centro. È l’ora del caffé mattutino, quello di un risveglio o di una pausa, prima che al travaglio usato ciascun in suo pensiero farà ritorno (giusto per incrociare un’altra suggestione letteraria di leopardiana memoria). I protagonisti sono eterogenei ma consueti, alcuni in pensione, altri nel pieno della vigoria lavorativa ed oratoria. Anche le «quote rosa» non mancano all’appuntamento; sempre le stesse che siedono, con pacata discrezione, ad un tavolo a parte come tradizione d’agorà pretende (il luogo della discussione politica nell’antica Grecia).
L’affronto virile richiede invece una ritualità precisa ma libera: quotidiani locali aperti sui tavoli, notizie di attualità nazionale e territoriale in primo piano e l’animato talk show – senza conduttore – prende vita. Trait d’union tra i due gruppi è Guido Scatiròt che si divide tra il clan femminile (a cui appartengono la moglie e la figlia), e quello maschile quando l’argomento dominante richiede un pronto intervento. Da Nino non è necessario ordinare alcunché. Lui è un professionista genetico, nel suo DNA pulsano sei generazioni di esercenti famigliari e di ogni avventore conosce gusti, consuetudini, concentrazione caffeinica ed intensità di temperatura, dimensioni di tazza, correzioni alcoliche, macchiature di latte, accompagnamenti d’acqua, polverizzazioni di cacao, predilezioni dolcificanti, financo variazioni stagionali. Ci si schiera al tavolo per coppie o individualmente: gli occhi a fessura, tazzina fumante alla mano, e sfogo alle specialità argomentative di ognuno. Mario Poletti, detto Tic-tac, è tra i più puntuali (l’etica professionale da orologiaio lo obbliga, se non altro, all’esempio e alla coerenza), ed entra preceduto dal suo sogno: quello di poter riparare un giorno il vecchio orologio del campanile rimasto sulla torre. Pietro, il vicesindaco reduce da un mese di Missione in 31
Bolivia come tecnico agricolo ed esperto allevatore di cunìci, carezzatosi la barba «pepe e sale», s’avvampa di ardore artistico per la futura pala di San Martino e si destreggia su temi di politica interna. Corrado, presidente dei Donatori di sangue, si lancia in temi sociali e si autocertifica esperto di affari esteri in virtù dei suoi trascorsi da ex impresario emigrante in Francia. Arriva quindi Flavio Tarabìn Mòdhola che esordisce, egli pure per coerenza ‘professionale’ e linguistica, con un «Comót» éla uncói?, poi Mario Tessèr, il fachiro detto anche «l’urlatore» (causa possanza della voce), aiutante di Giorgio Igne nella scultura di San Tomè e fresco di tour australiano. Giungono poi i riservati ma sempre ironici Maurizio Frith e Daniele Pala, Espedito Tarabìn e il falegname Gianni Rosìt (detto da alcuni Geppetto), divenuto, per antica suggestione evangelica, braccio destro di don Maurizio. Una pia missione che fa da spartiacque tra i suoi due assoluti amori: Francesca, sua moglie e la Fiorentina (da quando ci giocò Gianfranco Petris, nato a Budoia, n.d.r.). La porta si apre ancora ed è il turno di Angelo Tavàn, poeta e botanico, cultore della natura e della civiltà contadina che s’accompagna a Berto de Théco, «orfano» della sua Fiat 850 verde oliva lasciata a casa. Onorata la spesa quotidiana, si
concedono la compagnia del bar. Si cede pure al compromesso storico accogliendo un budoiese (ma «naturalizzato dardaghese», specificano i maligni), quel vulcanico Sergio Drugo che è anima ispiratrice, promotore ed iniziatore dei lavori del rujàl. «Buongiorno signor oste». «Eh, buonanotte!» «L’ho sempre detto che questo bar manca di gentilezza e sorrisi». «... ’Sto pacco de lumini!» «Perfetto Nino, se ha tempo e voglia mi potrebbe fare un caffé macchiato?» «Eccolo servito, ti avevo visto arrivare...». È l’esordio che ritma l’entrata di Sante Ugo Tavàn, ex bancario, subito braccato dagli altri avventori. «Ti che te a laoràt in banca, cossa elo ’sto spread?» Santino soffia sul caffé e posa la tazzina; l’argomento è ostico e necessita di una meditata e semplificata spiegazione. Mario taglia però corto ammazzando la conversazione con l’imprecazione «i soliti ladri!» ma l’àmbito non è finanziario, né, tanto meno, politico. Essendo milanista, ha con Sante Ugo, juventino, conti sportivi in sospeso. Le apostrofazioni colorite sono generosamente ricambiate. La politica però non manca: l’incompatibilità di carattere nei confronti del magico Berlusconi da parte del fachiro è sottolineata da Nino con un
«Il Berlusca ti procura gli incubi di notte», subito controbilanciata da un «Tasi ti, che to netha la laóra par lui!» Il riferimento critico è a Francesca Cima, produttrice cinematografica e figlia della sorella Zaira di Nino, il cui ultimo film vincitore dell’Oscar, è distribuito da Medusa Film del Gruppo Mediaset. Il gestore dell’arena «Artugna» condensa in sè diversi ruoli: moderatore, provocatore, incassatore di battute che – per definizione – sono da ostaria. Non lesina però sottili vendette come quella di porgere il quotidiano, a chi lo richiede, tra le spinose piante grasse del bancone di modo che il lettore possa correre il rischio di punzecchiarsi nel prenderlo. Sarà che le notizie devono essere pungenti per essere discusse ma non c’è argomento che non sia indagato da quel gruppo di buontemponi; dallo sport ai cantieri del paese (rujàl e tabele pa’ le ciase su tutti), da Matteo Renzi alla Debora (Serracchiani n.d.r.), dall’economia a Grillo, dai problemi del lavoro all’eterno Berlusconi, dalla viabilità a chei de Budhóia... Lo scibile delle argomentazioni umane e terrestri passa al setaccio di quella socialità amichevole che dà origine a riflessioni profonde ed intense, pittoresche e ridanciane. Alla simpatica 'lotta' non si sottrae nemmeno el plevàn, don Maurizio, che con biblico ritardo prende posto al tavolino per ultimo (in fondo essi saranno beati e primi) e, da buon pa-
Da sinistra. Don Maurizio, Gianni, Piereto, Nino, Sergio, Espedito, Berto, Flavio, Santino.
store, si unisce al gregge guidandolo su altri argomenti. È la figura del mediatore. Da quel pulpito più profano continua la sua predica domenicale calandosi – Papa Francesco ne sarebbe orgoglioso – tra le sue fedhe, o meglio, tra i suoi moltóns, tanto che Pia, sua madre, gli raccomanda che gli abiti non prendano da moltrìn. Moltrìn o non moltrìn, poco importa; a lui spetta il caffé pagato perché – dice Maurizio Frith – «neàltre paión el café al plevàn de Dardàc, no al capelàn de Budhoia e de Santa Luthìa». Ogni giorno che il Signore manda in Terra, a qualsiasi temperatura e condizione atmosferica, quel gruppo si ritrova alle nove del mattino da Nino. Una mezz’ora di intensità eloquente che può prolungarsi solamente se dalla porta della pizzeria entra una faccia forèsta. La discussione allora si placa, il silenzio pervade la sala, lo stupore indagatorio si trasforma in un brulichio di voci finché qualcuno, mosso da curiosità, interroga il nuovo entrato: «Che nuove ci portate da Milano?» «Ah! Ecco quelli delle novità; a quest’ora le saprete forse meglio di me». Se non fosse un dialogo rubato ai Promessi Sposi non stenteremmo a credere alla precisione del copione. È l’ora del congedo. «Oh Nino, quanto ti devo?» «Già pagato, vai tranquillo – qualcuno ha già provveduto – se vedhón domàn!» A las nueve de la mañana.
and... the winner is...
Francesca Cima La produttrice sacilese trionfa alla «Notte degli Oscar» con La grande bellezza di Francesco Guazzoni Erano 15 anni che il più famoso ed ambìto incipit celebrativo della storia del Cinema non si sentiva abbinato ad un titolo italiano. È accaduto il 2 marzo scorso a Los Angeles quando l’Accademy Awards di Hollywood ha proclamato La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino, vincitrice dell’Oscar come miglior film straniero. The winner is... («Il vincitore è...»), una formula emozionante che ha esaltato l’orgoglio artistico nazionale così come quello locale di Nino Cosmo che, riadattandone il lessico ad una pronuncia più famigliare, l’avrà personalizzata nel dardaghese e parentale «A la vint me netha!» (figlia della sorella Zaira). Già, perché se regista ed attori sono le persone più in vista quando si parla di cinema, è altresì determinante, affinché un film possa realizzarsi con successo, che vi siano persone che lavorino «nell’ombra», che credano e sostengano economicamente quel progetto. Nel caso de La grande bellezza, la produttrice si chiama Francesca Cima, nata a Sacile 47 anni fa, un marito regista (Andrea Molaioli) e due figli. Con Nicola Giuliano e Carlotta Calori è la fondatrice di Indigo Film, casa di produzione cinematografica che già aveva realizzato Il Divo di Paolo Sorrentino. «Senza un pizzico di incoscienza i sogni non si avverano – racconta ora Francesca in diverse interviste – Io, una ragazza della Provincia di Por-
Nicola Giuliano, Umberto Contarello, Paolo Sorrentino, Francesca Cima e Luca Bigazzi.
denone cresciuta a pane e film, mi sono laureata in Lettere con una tesi sui musical e poi sono volata a Roma perché sentivo che il mio posto era lì, dietro le quinte di un set». Dopo essersi «fatta le ossa per guadagnare» non essendo «figlia di», ha finalmente coronato il suo sogno professionale quello di – spiega – «seguire insieme al regista tutta la vita di un film. Valuto la sceneggiatura, collaboro durante il casting, trovo i soldi per finanziare la pellicola, la faccio crescere attraverso le proiezioni per gli addetti ai lavori, la pubblicità e i festival». Una carriera costellata di successi ora marchiata con la massima onorificenza del settore. Nino ne è certamente fiero come lo fu quando, due agosti fa, Francesca passò a trovarlo con tutta la sua famiglia per cena nella sua pizzeria in piazza a Dardago. 33
«Il senso di casa non t’abbandona – dichiara ancora – Mia madre, il ricordo di papà Luigi, un grand’uomo. Mi insegnò a non avere mai paura. ‘Provaci’, diceva. Come fece lui, d’altronde, un piccolo imprenditore del Nord-Est, che arrivò dove voleva, seppure partito dal niente». E così Francesca ogni tanto ritorna e chissà se, guardando ai nostri paesi, non colga quello che ne La grande bellezza s’è fatto allegoria di un’Italia in decadenza: «Il film ha saputo raccontare lo spreco che si fa del talento e del patrimonio, come spesso vediamo accadere in Italia. Noi italiani non riusciamo a vedere i nostri punti di forza, mentre fuori dall’Italia li apprezzano». Più che un monito un appello a non perdere mai le nostre capacità di considerare e valorizzare «la grande bellezza» che anche la nostra terra ha saputo e sa ancora esprimere.
L’angolo della poesia Alla mamma
L’esempio L’esempio rimane ravviva il passato e presente in cortile si è picchia il nonno il baston sul suol di legno accorsi nonno che è? Con voce umile, chiede se è un goccio di grappa non ho debito, lavorai tanto ma per vivere ne resta sempre. Le due guerre che passai o mio Dio meglio pace eterna che provar, veder di certi guai. O mio cuor vi lascio ad un tratto chiude suoi occhi, alza sue man, saluta. Incanto ai nostri sguardi non vi è più una parola ma attorno a lui cadeva pioggia di lacrime. La morale che diceva in sua vita a tutti: se l’invidia fosse febbre, quanta gente morirebbe. Amarsi tutti e aiutarsi non odio, soldi e confini; l’oro luce ma non si mangia come diavolo attira ladri. Chiedere a chi aiuta, insegna rispetto a ognun di chi lavora, mani sacre dell’artigiano. O terra, seminar che non menti, sei oro per ogni Stato e il bestiame. Non politiche di castighi, che cibo non manchi, si sarà felici tutti quanti che sia pace e auguri per l’avvenire.
L’esempio è il più efficace degli insegnamenti, s’imprime come un marchio nella memoria e si fa bagaglio eterno per la nostra esistenza. In soli due versi di illuminata sintesi, Angelo condensa la forza della sua composizione (L’esempio rimane / ravviva il passato e presente), prima di dispiegare una vicenda da cui trarne una morale. Quella di un anziano che, richiamando i famigliari con una vigorosa percussione di bastone (accorsi nonno che è?), ridimensiona le loro preoccupazioni chiedendo semplicemente della grappa, a parziale ricompensa di una vita fatta di stenti e fatica (lavorai tanto / ma per viver ne resta sempre), ma condotta con dignità (non ho debito). Rincuorato dal cordiale, il suo animo affronta l’orrore di due guerre mondiali, allontanandone, nel ricordo, la visione (O mio cuor vi lascio / ad un tratto chiude gli occhi, / alza sue man, saluta). Gli ascoltatori, sbigottiti in un commosso silenzio (Incanto ai nostri sguardi / non vi è più una parola / ma attorno a lui cadeva / pioggia di lacrime), ricordano la saggezza che in altre occasioni il nonno impartì col suo esempio. Evitare l’invidia, profondere fratellanza e solidarietà distinguendo i veri bisogni della vita (l’oro luce ma non si mangia), rispettare ed onorare il lavoro. Ed infine la sacralità della terra, il suo esempio universale di valori e vera ricchezza (O terra, seminar che non menti / sei oro per ogni Stato), vessata da sempre (Non politiche di castighi, / che cibo non manchi) ma simbolo di salvezza e pace affinché il passato ed il presente di esordio possano trovare continuità nel futuro (che sia pace e auguri / per l’avvenire).
ANGELO JANNA TAVÀN
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Una rosa per il tuo amore. Una rosa per i tuoi sogni perduti. E una rosa per te. Per la vita che ci hai dato. Per le notti bianche. Per i tuoi pianti nascosti. E se le tue mani sono ancora piene d’amore per noi e in cambio non ricevi niente, non piangere. Sorridi sempre. Tu non sai ma porti con te la cosa più bella del mondo: Un cuore di mamma. E.B.
Maria Grazia Zambon
Vescovo e pastore Angelo Giuseppe Roncalli delegato apostolico in Turchia
Ascoltando
il cuore
È mezzanotte. Fra le nubi rade pallida si scorge l’argentea luna. Un cupo dolor invade il cuor mio come una lacuna. Nella mia stanza il silenzio è profondo, non dormo, ma pensieroso sono, pensando a quanto male nel Mondo permette Iddio nostro Patrono. Erra lontano il pensier mio, verso colei che sopra ogni cosa amo. E tu, luna, volgi lo sguardo pio e bacia in fronte per me colei che amo. Tu lo sai il suo nome, vero? È tanto bello e amabilmente puro, come le labbra e lo sguardo sincero, che di lei il mio cuor si sente sicuro. Ma tu, o donna mia bella, dietro a quella finestra dormi e riposi. Pensi a me piccola stella? Pensi al dì che saremo sposi? L’argenteo disco pian piano scompare Dietro ad una nube bianca, ed in braccio a Morfeo anch’io voglio donare l’anima mia addolorata e stanca. UN ANONIMO BUDOIESE DICIOTTENNE NEL LONTANO 1954
di Osvaldo Puppin
Per la santificazione di papa Giovanni XXIII 12 marzo, a Milano, Maria Grazia Zambon ha presentato il suo libro che descrive alcuni aspetti finora esplorati in modo limitato e comunque poco conosciuti della vita del vescovo Roncalli in Turchia; un libro di facile lettura anche se denso di contenuti e di grande rigore storico. Dopo 10 anni di permanenza in Bulgaria, nel 1935 Roncalli viene inviato a Istanbul, vi rimarrà fino al ’44, come Delegato Apostolico (ovvero Nunzio, anche per la Grecia) e come vescovo. Entrambi questi ruoli emergono ben evidenziati e documentati dal libro di Maria Grazia, «oriunda dardaghese» laica consacrata, in Turchia da 13 anni, ‘dono’ della diocesi di Milano. Dal modo di comunicare umile ed attento di Roncalli emerge una paziente capacità di muoversi nell’ambiente diplomatico, è un tessitore perseverante, la cui convinzione che la «diplomazia deve esser permeata di vita spirituale» riesce ad aprire barriere che sembravano insormontabili (è tuttora localmente ricordato come il ‘papa turco’)… ma è sopratutto vescovo, pastore instancabile, che visita anche le parrocchie più sperdute, muovendosi in treno, magari su un carretto, per incontrare comunità anche di pochi anziani, insignificanti agli occhi del mondo, ma non a quelli di Dio. Attento alle indicazioni di Pio XI stimola, con successo, l’uso della lingua locale nella liturgia suscitando la disapprovazione dei ‘fedeli’ diplomatici stranieri che arriveranno a lamentarsene in Vaticano… Frizioni con Roma, ove troverà comunque comprensione e approvazione in Montini, allora So-
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stituto Segretario di Stato. Contatti con gli Ortodossi… nel ’37 incontra fortuitamente ed accosta, con fatica, confessa ‘quasi controvoglia’, l’arcivescovo Ortodosso di Atene, ma riesce a stabilire un rapporto gentile con quella personalità dichiaratamente anticattolica. Alla sua morte nel ‘38, il contatto con il successore patriarca Beniamino I è subito fraterno, (avviene così il primo incontro Cattolici-Ortodossi nella sede del Patriarcato dal 1054!)… poi Roncalli, che era già Nunzio a Parigi, nel ’47 verrà informalmente consultato per la nomina del successore di Beniamino: Atenagora, allora negli USA. Roncalli è pertanto il profeta ‘Giovanni Battista’ degli incontri fra Cattolici e Ortodossi: Montini (Paolo VI)-Atenagora nel ’64 e prossimamente Francesco-Bartolomeo I... La tristezza le sofferenze e le preghiere per la guerra, ...Istanbul è risparmiata, Roncalli dona una statua votiva di Sant’Antonio tuttora meta di pellegrinaggi di cittadini di ogni religione… Roncalli definì la Chiesa Turca, cuore della cristianità nei primi secoli, come un insieme di Reliquie e di semi… un buon grano presente fra tanta paglia… Ma lo spazio qui concesso è tiranno… Chiederei comunque a Maria Grazia di intervenire, magari sul prossimo numero, raccontandoci ‘di prima mano’ i motivi e le fonti ispiratrici di questo libro, sviluppandoci qualche nota sulla spiritualità di Roncalli, ed illustrandoci poi quanto c’è ancora della Turchia di Roncalli nella Turchia attuale, e quanto è invece evoluto… Grazie fin d’ora, Maria Grazia!
[ recensione]
San Paolo 2013, 180 pp. 18,50 euro
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nel Castello di Cordovado
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Collis Chorus concerto del cuore di Bruno Fort
G ià l’e-mail inviata alcuni giorni prima del concerto dalla signora Benedetta, lasciava presagire che avremmo vissuto qualcosa di speciale. Nel raccomandarsi di vestirsi molto caldi perché nella sala del concerto del castello e in tutto il pian terreno il riscaldamento funzionava a legna, parlava di una «grande stufa»e di altri caminetti che sarebbero stati accesi già il mercoledì per il «concerto del cuore» di domenica 8 dicembre 2013 volto alla raccolta di fondi per la missione in Mozambico di Padre Martin. Arrivati a Cordovado abbiamo parcheggiato chi fuori delle mura sotto la torre con l’orologio e chi dietro il duomo nuovo collocato subito fuori della porta senza orologio per raggiungere il Castello ove la famiglia Piccolomini ci attendeva. Il riscaldamento voci è avvenuto in una sala adiacente al salone principale in cui dominava il calore del caminetto confinante peraltro con la cucina a legna da … un camion pieno cui provenivano profumi di di grano e a scaricarne piatti genuini. il contenuto Padre Martin Padre Martin in un raccone quel Vescovo to veramente toccante, ha divenuto poi spiegato che cosa signifiPapa Francesco... ca essere missionario in Mozambico e di quante necessità abbia bisogno quella terra martoriata. Tra gli svariati aneddoti che ha voluto far conoscere mi è rimasto impresso quello che narrava di un vescovo venuto in visita pastorale laggiù parecchi anni fa e che informato dallo stesso sacerdote che in quella comunità mancava soprattutto grano per sfamare la popola36
zione, tempo dopo si è ritrovato con un camion pieno di grano e a scaricarne il contenuto insieme a quel lungimirante vescovo che poi è diventato nientemeno che Papa Francesco. Recentemente Padre Martin in un incontro in Vaticano ha voluto condividere con il Papa quel particolare momento. Il concerto si è svolto in un clima di grande energia ed entusiasmo, sia per il contesto così raffinato ed elegante sia per l’importanza dello scopo della serata. Abbiamo presentato una vasta gamma di canzoni: dai brani gospel-spiritual, ai brani natalizi fino al medley del «Fantasma dell’Opera» presentato per la prima volta il 26 dicembre dell’anno scorso in occasione dell’anniversario del 25° anno di attività del coro. Il pubblico che annoverava circa un centinaio di persone ha molto apprezzato il repertorio e si è prodigato in lunghi e calorosi applausi. Al termine del concerto è stato offerto a tutti convenuti un ricco rinfresco preparato e servito dalla famiglia Piccolomini radunatasi al gran completo per l’occasione. Sul volgere della serata, come d’incanto, da quella «grande stufa» in maiolica verde salvia, da uno sportello laterale sono state sfornate delle torte dal profumo e dal gusto indimenticabile (soprattutto quella alle mele) che hanno riscosso immediatamente enorme successo tra gli ospiti rimasti. Nel ringraziare la signora Benedetta e famiglia per l’invito e l’accoglienza che ci hanno riservato, vorrei aggiungere che a ricordo della serata è stato donato a tutti i coristi un cuore in stoffa contenente della lavanda con l’auspicio che la nostra vita sia sempre all’insegna della fraternità e della «nobiltà d’animo».
’N te la vetrina
UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.
Piazza di Budoia, anno 1954. Festa dei coscritti del 1934. Sul carro allestito, da sinistra: Angelo Dedor Piai, Vincenzo Zambon Thuciat, Giuseppe Lachin Bomba, Egidio Carlon Ros, Valentino Carlon Brolo. In piedi, da sinistra: Sergio Fort, Evaristo Busetti Pevre e il fisarmonicista Celeste Del Puppo Dhordhet. Conducente dei muli, Celestino Del Zotto Coth. Testo e foto di proprietà di Valentino e Liliana Carlon Brolo
Anno 1952. La classe quarta di Dardago con il maestro Giacomo Zanchet al Ciamador de Val de Croda, in occasione della festa degli alberi. La bambina con lo scialletto sulle spalle, accanto al maestro, è Marisa Ianna Ciampaner. Un gruppo di alpini budoiesi dell’8° Battaglione Tolmezzo. In alto da sinistra. Vincenzo Carlon Ros (classe 1912), Andrea Zambon Thuciat, Giuseppe Carlon dei Redenti (classe 1911), Tommaso Carlon Favre (classe 1911), Luigi Carlon Brolo (classe 1911). In basso, da sinistra. Rino Del Maschio Besut (classe 1912), Giovanni Angelin Pelat (classe 1911), Agostino Carlon de la Fameia Granda (classe 1913), Osvaldo Angelin (classe 1913). Un sentito ringraziamento a Valentino Carlon Brolo per aver individuato tutte le persone riprese nella foto. Foto di proprietà di Franca Angelin
Foto di proprietà di Marisa Ianna Ciampaner
l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Lasciano un grande vuoto...
don Bruno Della Rossa Sensibile e generoso, si fece promotore di iniziative di solidarietà come la costruzione della Casa Via di Natale. Col degenerare della malattia, passò gli ultimi 10 anni a San Vito e divenne confessore alla Chiesa del Cristo di Pordenone.
Un uomo che passò l’esistenza nel dolore e, nella compassione, impostò la sua vita umana e sacerdotale. Don Bruno ha terminato il cammino terreno il 22 febbraio 2014 nella Casa del Clero di San Vito al Tagliamento. Nato a Ligugnana nel 1938, per motivi di salute fu trasferito, ancor giovane, all’ospedale San Zenone di Aviano dove visse per 40 anni la sua missione da cappellano accanto ai malati, fino alla chiusura della struttura ed al passaggio al CRO.
Clotilde Teresina Bocus Usardi «Ciao nino», «ciao nina», così ci salutavi ogniqualvolta venivamo da te fin da quando eravamo piccoli. A noi piaceva venirti a trovare e non solo perché eri brava a cucinare come tuo padre, che è stato un grande cuoco a Venezia, la città dove ha conosciuto sua moglie Gigetta (Luigia). Ci piaceva perché eri forte, vitale e caparbia (difficilmente cambiavi idea), dietro a quel bancone del bar-alimentari dove hai cominciato a lavorare da piccola e che non hai mai lasciato fino all’età di 86 anni. Tante persone sono passate dal tuo bar, tutti ti conoscevano e non solo quelli del paese ma anche artisti, poeti e sportivi. Trovarti là era una certezza, eri la prima ad aprire e l’ultima a riposarsi, ad eccezione del giovedì quando ti dedicavi alle spese per il bar e non mancavi mai di andare al mercato di Sacile in corriera. In vacanza non ci andavi mai, tranne qualche volta quando trascorrevi del tempo sul Lago di Garda nella casa dov’era nato il nonno Francesco. Il tuo giardino – sempre fiorito – ed i lavori quotidiani erano le tue passioni. Puntualmente ogni mattina, prima di aprire il bar, ti dedicavi al bucato, lavato esclusivamente a mano perché – dicevi – «come me nemmeno la lavatrice riesce a fare la biancheria così bianca e morbida». Sapevi ricamare e rammendare e, una volta che i panni erano asciutti, li piegavi talmente bene che quasi non serviva stirarli. Sebbene avessi solo la quinta elementare, eri abilissima in matematica:
correnza, che segnavi puntualmente sui calendari che hai sempre conservato. «Il lavoro – ci insegnavi – è la miglior medicina» e la tua saggezza è stata quella di andare avanti sempre, anche quando il tuo cuore ha cominciato a soffrire e sono sopraggiunti altri acciacchi. Sempre ti sei rialzata. Il tuo motto era unico: «Io sto bene. Non ho nulla», ci dicevi. Anche davanti al medico negavi l’evidenza… fino a quella mattina presto del 27 novembre, quando improvvisamente ci hai «salutato». ELEONORA E ANDREA
velocissima a calcolare a mente i punti che avevi fatto, quando giocavamo insieme a briscola o a tresette. Non dimenticavi mai un compleanno, una ri-
Teresina Bocus e Francesco Usardi insieme nella vita e nel lavoro. Un’esistenza interamente dedicata al dovere.
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il loro ricordo non sfuma Ermenegilda Bastianello
epitaffio per la nonna Mancavano pochi minuti alle sette di sera del 24 ottobre, una sera d’autunno malinconica e nebbiosa come lo sono i brevi crepuscoli della nostra umida pianura, quando il tenace cuore di mia nonna Gilda ha cessato di battere per sempre. Il primo novembre avrebbe compiuto 98 anni, quasi un secolo di vita e di storia. Come va sempre dicendo mio padre Bruno, la generazione di mia nonna ha vissuto cambiamenti radicali, dalla prima guerra mondiale, la catastrofe che ha aperto il nostro secolo «breve», attraverso il fascismo, la seconda guerra mondiale, il difficile dopoguerra, la rinascita ed il boom, gli anni della contestazione, il riflusso ed il rampantismo degli anni ottanta, la Milano da bere e Mani Pulite…via via fino al nostro globalizzato e tecnologico presente. Un traguardo impegnativo. Ma è meglio che le siano stati risparmiati questi pochi giorni per raggiungerlo, perché la sofferenza che l’ha accompagnata alla fine della sua gagliarda vita è stata intensa. Per lei e per noi. È deceduta quasi un anno dopo la perdita di mio zio Renzo, conosciutissimo in paese e amato da tutti. A tutt’oggi non mi pare ancora vero che questo lutto possa essere accaduto, che non ci sia più il compagno della mia infanzia, per me più un fratello maggiore che uno zio, il giovane che, insieme ai suoi amici, assidui in casa di mia nonna, ai miei occhi rappresentava il futuro prossimo e agognato della vita adulta in cui sarei entrata anch’io. Feste, risate, scherzi, lazzi, discussioni politiche e sportive… nel mio ricordo i ragazzi di allora sono rimasti tutti giovani e belli e pieni di gioia di vivere, per sempre. Ed ora mia nonna. La morte è un’esperienza che la nostra società ha allontanato da sé illudendosi, così, di esorcizzarla: della morte non si parla mai ma viene per tutti il momento in cui dobbiamo farvi i conti. E allora scopriamo che, oltre alla morte in sé, un altro insondabile mistero che siamo costret-
Ermenegilda Bastianello nel 2003 tra il nipote Federico (a sinistra) e il pronipote Ettore.
ti ad affrontare è anche l’entità della coscienza di chi sta trapassando da una vita all’altra o – mi perdonino i credenti – di chi si trova nel momento decisivo in cui la nostra esperienza umana si sta concludendo , l’ora non rinviabile del gran forse, come diceva Stendhal. Mia nonna, poi, soffriva di demenza senile e comunicare con lei significava essere costretti a percorrere gli infidi sentieri di quel territorio indefinibile, oltre le categorie a noi familiari del normale, del naturale e del logico, in cui vagava la sua mente perduta. Ma che cos’è normale? E chi può smentire che a suo modo ella percepiva la realtà ad un livello intuitivo, sensitivo, affettivo se non cognitivo? Me lo sono chiesta spesso standole accanto. E qualche episodio mi conferma che la consapevolezza di sé e degli altri non l’avesse del tutto abbandonata. Anche quando alla fine sembrava del tutto assente, ad un tratto fissava i suoi occhi velati nella mia direzione e dava l’impressione di animarsi e di farfugliare il mio nome per poi ripiombare nella sua imperscrutabile di39
mensione. Quando stava ormai molto male e le funzioni vitali avevano via via ceduto, tranne il suo cuore poderoso, abbiamo ascoltato (nonostante il mio razionale scetticismo) chi ci diceva che forse non riusciva a staccarsi da questa vita perché aspettava qualcuno, il suo adorato e sfortunato figlio Renzo, e così abbiamo pensato di dirle che non c’era più, mentre prima le avevamo risparmiato questo immenso dolore, approfittando del fatto che già allora i momenti di smarrimento si alternavano ormai sempre più lunghi a quelli di lucidità. Avrà capito? Se ne sarà andata più serena nella speranza di rivederlo presto? Non lo sapremo mai. Certo è che quello che abbiamo fatto l’abbiamo sempre fatto con tanto amore nei suoi confronti e questo ci rasserena. Come ci rasserena il fatto che lei ha avuto la fortuna di vivere a lungo, una vita piena e spesso imprevedibile, nel bene e nel male, che ho descritto a suo tempo in queste pagine in occasione dei suoi novant’anni, una lunga esperienza trascorsa tra l’affetto dei suoi cari, mentre c’è chi muo-
il loro ricordo non sfuma re giovane e lascia figli piccoli, come Daniela Romani, che voglio in questa occasione ricordare con profondo affetto e rimpianto, una donna splendida nell’aspetto e nell’anima, una grande mamma, dal coraggio irriducibile fino alla fine. E vorrei dire ai suoi altrettanto coraggiosi genitori e a suo marito, che stanno circondando di tutto l’affetto possibile i suoi figli, che è stato un autentico privilegio conoscere una donna così, che non dimenticherò, come so che non dimenticheranno le persone che l’hanno conosciuta. Ha voluto anche lei, che era nata e cresciuta a Milano e che frequentava assiduamente Dardago con la sua famiglia, essere sepolta nel nostro piccolo cimitero di paese, come mia nonna Gilda, come tutte le persone che ho amato nella mia vita, a partire dall’altra mia carissima nonna Angelica, la madre di mio padre Bruno. Mi accorgo che questo epitaffio si è trasformato in un ricordo di tutti i defunti. Del resto siamo nel tempo dei morti e della riflessione. Quando entro nel cimitero di Dardago, vi trovo un’atmosfera persino accogliente, quasi rasserenante e penso a quanto diceva Foscolo secondo cui riposare all’ombra dei cipressi e in urne confortate di pianto non rende a chi se n’è andato il
Ermenegilda nel giorno dei suoi 90 anni, nel 2005, con i suoi due figli, Luigina e Renzo, il nipote Federico, figlio di Renzo (accanto a lui) ed il pronipote Ettore, figlio della nipote Manuela.
sonno della morte meno duro ma solleva il dolore di chi resta, perché, accanto a chi è sostenuto dalla fede e per questo vive nella certezza di rivedere, presto o tardi, i propri cari, c’è chi si consola nell’illusione di poter continuare a stabilire con la memoria e il sentimento un qualche contatto, una celeste corrispondenza di amorosi sensi, con chi ha profondamente ama-
Abramo e Manlio Prizzon Venti anni, cinque anni. Ci sono ferite che nemmeno il tempo è in grado di cicatrizzare, bruciano ogni giorno come il primo. Tuttavia, cari Abramo e Manlio – per quanto la vostra assenza lasci nei nostri cuori un vuoto incolmabile – i sorrisi, le risate e una quantità infinita di bei momenti passati assieme rischiarano anche nelle giornate più cupe lo sguardo di coloro che vi hanno voluto bene, e il dolore per la vostra perdita è alleviato dalla consapevolezza che, da lassù, vegliate su di noi in ogni momento della nostra vita. LA VOSTRA FAMIGLIA
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to e di cui sente la struggente mancanza. Nell’istante preciso dell’addio mia nonna si è congedata stringendo forte la mano a mia madre, che da tempo non la lasciava un istante, come un ultimo straziante saluto o come un rassicurante arrivederci. Novembre 2013 MANUELA
Cronaca Cronaca Un Presepio vif a Santa Luthìa Sono quasi le ventidue, ed ecco alla spicciolata arrivano le famiglie, per assistere alla messa di Natale. Chi l’avrebbe detto! Anche quest’anno si compie il santo mistero, in una capanna a Santa Lucia, ha preso vita il Presepe. Direte come? Dal volere di un gruppo di bambini del catechismo, si è realizzato il presepe vivente, con tanto di pecore con i loro agnellini e una stupenda asinella che con il suo raglio, ci ha tutti risvegliati. Sembrava un sogno, eppure eravamo tutti intorno a quella capanna. I paesani, i bambini con i loro genitori che, incantati, cercavano d’ immortalare quel momento magico. Don Maurizio prima di celebrare la Santa Messa è uscito dalla chiesa per accogliere la Sacra Famiglia attorniata dagli angeli: purtroppo le pecore e l’asinello sono rimasti fuori. Alex era entrato bene nella parte di Giuseppe con serietà, accompagnava la sua sposa Erika, nella parte di Maria, che teneva tra le braccia teneramente Gesù bambino, gli angeli Martina, Debora e Benedetta accompagnavano, quasi volessero proteggere questa Sacra Famiglia. Mancava il pastore Antonio perché ammalato, peccato andrà meglio il prossimo anno. Al termine della Messa, tutti a riscaldarsi con una buona tazza di cioccolata, vino caldo con chiodi di garofano e fette di pinza. Quando la comunità è unita si fanno grandi cose. Grazie a tutti i collaboratori e partecipanti per la bellissima esperienza. Un grazie particolare alla famiglia Damuzzo: grazie a loro
La Sacra Rappresentazione rivissuta dai bambini di Santa Lucia.
abbiamo avuto il piacere di vedere gli agnellini con le loro mamme e l’asinella. Arrivederci al prossimo Natale. GIANFRANCA
Mario Tessèr là pa’ le Australie A Mario Tessèr mancava un continente nel suo lungo peregrinare nel mondo: l’Australia. Nel periodo natalizio corona que-
sto ultimo traguardo visitandola in lungo e in largo: da Melbourne a Sydney (per l’«anticipato» capodanno complice il fuso orario), dalla Kangaroo Island all’Uluru con la sua suggestiva «roccia rossa». Un incontro speciale poi ad Adelaide: quello con il «nostro» Italo Zambon Biso, capo cuoco in un rinomato ristorante australiano. Una visita di poche ore ma bastevole per discorrere di Dardago che Italo lasciò 21 anni fa e per il quale, sebbene ritorni in Italia ogni 2-3 anni, nutre ancora una profonda nostalgia.
Mario Santin Tesser (a sinistra) incontra Italo Zambon Biso ad Adelaide durante il viaggio in Australia. Sopra. L’Uluru, la suggestiva roccia, sacra agli aborigeni, che muta colore durante le ore del giorno.
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I bói i ne insegna
Grazie alla possibilità di usare i locali della Parrocchia di Budoia, anche quest’anno per la seconda volta consecutiva, si è potuto offrire una mostra filatelica più interessante dello scorso anno, dalla tematica storico-religiosa imperniata sulla vita di Gesù e di quanto e quanti fossero a Lui vicino. Ha destato un vero interesse soprattutto tra i giovani, perché non è stato facile raccogliere da ogni parte del mondo questi quadrettini (alcune emissioni sono state emesse prima della Grande Guerra del 1915-18) che hanno saputo raccontare così bene la vita di Cristo, come ad esempio la profezia della sua venuta espressa dalla sacerdotessa del popolo barbaro della Tauride dei Cimmeri (Kjmmrioi) verso il 680 a.C., popolo che dopo la profezia sparì dalla faccia della Terra e la statua della sacerdotessa è ancor oggi conservata nella chiesa di Brou, in Francia. Come altro interesse ha coinvolto l’attenzione dei giovani il bacio di Maria a Giuseppe, davanti la Porta Aurea del tempio di Gerusalemme, per non dimenticare l’attimo del taglio della testa del Battista ed il trasporto del macabro trofeo alla bella Salomè.
Mi è doveroso un ringraziamento alla parrocchia per l’ospitalità, al Circolo Filatelico di Pordenone per l’allestimento, e ai miei cari figli e moglie che mi hanno aiutato nell’allestimento. Grazie per l’apprezzamento da parte di quanti hanno visitato la mostra e soprattutto di quello dei giovani che mi hanno rivolto una quantità di domande. FORTUNATO RUI
entusiasmo. Il risultato è stata una giornata indimenticabile, di lavoro e festa italo/americana, conclusasi con un ricco evento gastronomico sul piazzale delle Scuole, con consegna di stampe storiche del ruial, un’occasione di festa e di socializzazione. A fine novembre, tutto il tratto de ’l ruial esistente è stato ripristinato e il cantiere spostato a Perer, dove era stato coperto da detriti per cir-
La s’ciala de Perer è terminata. Nella foto alcuni volontari ‘riposano’ dopo le fatiche dell’impegnativo ricupero. La cascata del ruial ricavata sull’area della ex cava de Perer. Il materiale di riporto aveva fatto «sparire» il ruial.
El Ruial i lo à fat tornà nof
Fortunato Rui curatore della mostra filatelica.
El Ruial de San Tomè torna al suo antico splendore... Su l’Artugna di Natale abbiamo presentato il Comitato e i lavori svolti in autunno. Da allora, un gruppo di dardaghesi, di amici di Budoia, Santa Lucia e Aviano, si sono dati appuntamento quasi quotidianamente, lungo el ruial, per ripulirlo dal muschio, recuperare le parti di canalette mancanti, fugare le pietre, ripristinare i sentieri. In ottobre abbiamo coinvolto anche gli Americani residenti in zona, che hanno risposto al nostro appello, partecipando con grande 42
ca 160 metri. Una piccola riflessione: la cava di Perer dovrà rimanere monito per tutti, e soprattutto per i nostri amministratori, di come non si deve intervenire sul territorio. Oggi, con grande orgoglio presentiamo l’area della ex-cava completamente recuperata, con una nuova cascata e una bella scalinata costruite in oltre tre mesi di lavoro di molti volontari. Siamo convinti che l’area di Perer valorizzerà l’intero percorso, tanto che pensiamo di utilizzare in estate questo posto
suggestivo per delle rappresentazioni nelle serate di luna piena. Da settembre 2013 sono state impiegate oltre 2.500 ore di lavoro da parte dei volontari e, il 3 maggio alle 10.30 alla Cascata di Perer, si celebrerà la 1a Festa del Ruial. Il programma dettagliato della giornata è esposto nelle bacheche comunali. Un’altra occasione di incontro per l’intera comunità. Il sentiero adiacente è reso accessibile anche ai bambini. Invitiamo tutti ad una passeggiata partendo da ’l Mulin de Bronte fin a la s’ciala de Perer, per poi seguire el ruial fino alla presa sul Cunath con rientro lungo la strada de Val de Croda. Sono 6 chilometri di un ambiente unico, con flora magnifica: in estate si potranno anche raccogliere lamponi, ribes, more, menta ed altre erbe messe a dimora dal comitato del ruial, e magari avere anche la gradita sorpresa di incontrare qualche cervo o capriolo. Rimarrà da costruire la «diga» sul Cunath, che assicurerà l’acqua al ruial durante tutto l’anno. Questi lavori saranno realizzati appena possibile dal Corpo Forestale. L’attività del Comitato continua con altri progetti tra cui la sistemazione di una nuova area pic-nic con fontana e adiacente laghetto in località alla Rosta. Nelle prossime edizioni de l’Artugna vi daremo ulteriori e dettagliate informazioni. CHEI DE ’L RUIAL
I Alpins i ne à portàt i cróstui Ciao a tutti, siamo i bambini della scuola dell’infanzia di Dardago vogliamo ringraziare i nostri nuovi amici, gli alpini premurosi, attenti e buoni di cuore. Grazie per la bella festa di carnevale e per i buoni crostoli che ci avete offerto, con voi la nostra sfilata di carnevale e stata molto più bella di sempre. I BAMBINI E LE MAESTRE DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA
I gestori del bar «Da Renè» con la collaboratrice Anna Maria Del Maschio.
Se te vadhe da Renè... Grazie! Gentilezza e disponibilità. Queste le caratteristiche di Zi Ping, Jun Dong, Shu Hua Guan e Chen Han Chen, gestori del bar «da Renè» a Budoia, nostri collaboratori per la distribuzione del periodico. Collaborazione che offrono sempre sorridenti, contenti di fare opera di volontariato. A loro, il nostro sincero ringraziamento per il prezioso aiuto.
I à tacat a lavorà in glesia Negli ultimi giorni di marzo è stato aperto il cantiere nella chiesa di Sant’Andrea di Budoia per la sistemazione delle capriate e messa in sicurezza della navata centrale. La gara d’appalto è stata vinta dalla ditta FI.BE. di Vigonovo. Ci auguriamo di poter ritornare presto tra le sacre mura.
Auguri dalla Redazione!
inno alla vita
L’abbraccio affettuoso di Giorgia al fratellino Matteo, nato a Milano lo scorso luglio. Sorridenti salutano mamma Cristina Chiesa, papà Francesco Milito e i nonni Tino e Alves Bastianello Thisa.
Siamo felici di pubblicare una foto della piccola Costanza, per presentarla alle Comunità di Budoia, Dardago e Santa Lucia. Papà Federico Quaia (originario di Santa Lucia e corista del «Collis Chorus») e mamma Elena Bazzo desiderano così salutare i tanti amici lettori de l’Artugna. Costanza Quaia è nata il 22 ottobre 2013 a Pordenone e, fin dal primo giorno di vita, ha già conquistato il cuore di tutti: nonno Bruno e nonna Wanda, nonno Angelo, gli zii, i cuginetti e tutti gli amici che con noi hanno atteso e festeggiato il suo arrivo. Costanza ha già le idee chiare: ama la musica (in particolare Mozart e Verdi, è nata nell’anno verdiano!), i viaggi e le passeggiate nella natura, e ha tanta voglia di crescere!
L’11 febbraio 2014, Caterina Bocus ha festeggiato 98 anni di vita con i suoi famigliari. Qui è ritratta insieme al figlio Tonino con l’immancabile cappello d’alpino. Un affettuoso augurio da figli, nipoti e pronipoti.
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Congratulazioni a Cristina Lauritano per la sua laurea. In una fredda mattina di dicembre (18 dicembre 2013), a Portogruaro, presso la sede staccata dell’Università di Trieste, è stata proclamata Dottoressa in Scienze dell’Educazione tra grande commozione e orgoglio di tutti i presenti. Il più sincero augurio di un futuro promettente e ricco di soddisfazioni!
Il 28 dicembre 2013, nella chiesa di San Giuseppe di Santa Lucia di Budoia, don Maurizio Busetti ha celebrato il 50° anno di matrimonio di Gioconda Carlon e Pietro Del Maschio. Con l’affetto della famiglia e degli amici più cari hanno festeggiato questo bellissimo traguardo. Un sentito ringraziamento va all’A.F.D.S. Budoia-Santa Lucia per la sua presenza con il labaro.
Il 30 novembre 2013 i coniugi Mario e Mariarosa Andreazza hanno celebrato il loro 50° anniversario di matrimonio nella chiesa di San Giovanni di Polcenigo, in cui il 30 novembre 1963 si erano uniti in matrimonio. Alla cerimonia erano presenti i loro cari figli, nipoti e famigliari con gli Alpini di Budoia, rappresentanti dei gruppi della pedemontana e il presidente Giovanni Gasparet. La Santa Messa è stata celebrata dal parroco don Maurizio e accompagnata dalla corale «Julia» di Fontanafredda. È seguito un brindisi augurale presso la sede del gruppo di Budoia.
I ne à scrit... l’Artugna · Via della Chiesa, 1 33070 Dardago (Pn) •
direzione.artugna@gmail.com
Milano, 13 dicembre 2013
Carissimi, spero di farvi cosa gradita segnalandovi finalmente l’uscita del mio libro sulla vita di mons. Roncalli durante i suoi dieci anni in Turchia come Nunzio Apostolico. È un periodo del futuro Giovanni XXIII per lo più sconosciuto, ma che ha contribuito a formare il pensiero e l’attività pastorale del Papa Buono, questa figura profetica che presto sarà dichiarata santa! È edito dalla San Paolo e lo potete trovare facilmente nelle librerie oppure ordinarlo online. Augurandovi una buona lettura «natalizia», ne approfitto per inviarvi i miei migliori auguri di un Santo Natale e di un 2014 di Pace! Un caro abbraccio. MARIA GRAZIA ZAMBON
Cara Maria Grazia, ci complimentiamo con lei per la realizzazione di un’opera così importante che ci permette di conoscere quell’aspetto, finora sconosciuto, della vita del nostro Papa Buono, in terra turca. Troverà la recensione del suo libro, a cura di Osvaldo Puppin, a pagina 35. Le auguriamo di proseguire nella sua impegnativa opera di cooperazione tra le Chiese e di pastorale ecclesiale in favore dei giovani e delle donne in un cammino di dialogo, di fede e di solidarietà umana. Cordialità.
mo all’operosa redazione de l’Artugna i nostri migliori auguri di Buone Feste e Sereno Anno Nuovo. AGNESE E DOMENICO DIANA
Cari Agnese e Domenico, vi ringraziamo per la vostra sentita vicinanza alla vita del periodico e per la puntuale generosità; ricambiamo gli auguri più cordiali a voi e famiglia.
Spett. Direzione, vi invio una mia foto,con mia figlia Valentina e i miei nipoti Giorgia e Luca per fare gli auguri e per salutare tutti gli amici di Dardago. Mando anche una piccola offerta per l’Artugna che aspetto sempre con grande piacere. Grazie per lo splendido lavoro che fate. ANGELA ZAMBON PINAL (DE FEDELE)
Cara Angela, grazie te che ci segui con tanto affetto. Lo «splendido lavoro», come lo definisci, è possibile solo grazie alla vicinanza e alla collaborazione dei nostri numerosissimi lettori.
Fiume Veneto, 14 febbraio 2014
Cari Amici della Redazione, eccoci anche quest’anno a rinnovare la nostra gratitudine e ammirazione per l’amore e l’impegno che investite nel realizzare l’affezionata rivista l’Artugna. «Sappiate che non c’è nulla di più elevato, di più forte, di più sano e di più utile nella vita che un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia...» (Fëdor Dostoevskij)
Dardago è nei nostri cuori e, grazie a voi, possiamo continuare a «viverla». Grazie ancora e buon lavoro! Con affetto. PIETRO, PIERINA, LEONIDA E ANNA ZAMBON
Carissimi, la bella citazione presa dal capolavoro «I fratelli Karamazov» ci fa veramente molto piacere. La realizzazione della rivista ci richiede un grande impegno ma ricevere simili congratulazioni ci stimola a proseguire. Un ringraziamento particolare per la generosa offerta.
[...dai conti correnti ] Auguro un prospero 2014 a tutta la redazione, ringraziando per l’impegno proficuo destinato a mantenere vivo il legame con la nostra comunità.
Mestre, Natale 2013
Cara Redazione, in attesa della prossima uscita della Vostra sempre gradita rivista, invia-
DONATELLA ANGELIN – MILANO
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Buon lavoro per il 2014. ANNA JANNA – MILANO
In memoria di Rigo Ferdinando nel 25° della sua scomparsa. FAMIGLIA RIGO – TORINO
Andiamo nella terra di Papa Giovanni XXIII
Punture di spillo
Domenica 27 Aprile insieme con Giovanni Paolo II verrà proclamato Santo il papa Giovanni XXIII che molti di noi ricordano come il papa buono, il papa della gente, il papa contadino, il parroco del mondo. La sua popolarità in quell’epoca (1958-1963) era alle stelle. In ogni trasmissione che lo riguarda viene sempre ricordato o fatto vedere il discorso della luna fatto alla sera dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II che cambierà la storia della Chiesa. Le nostre parrocchie vogliono ricordarlo e mettersi sotto la sua protezione. Pertanto faremo una gita-pellegrinaggio a Sotto il Monte, suo paese natale, dove vedremo i luoghi dove nacque, dove fu educato alla vita e alla fede, dove si trovava il centro dei suoi affetti.
[AFORISMI – MALDICENZE PROVERBI – FREDDURE]
a cura di Sante Ugo Janna
Girovagando in internet si trovano anche delle piccole gemme di saggezza come questa…
– Se vi hanno insegnato a salutare quando entravate in un ambiente. – Se vi hanno insegnato a dare del lei agli adulti come forma di rispetto. – Se vi hanno insegnato che negli autobus il posto si lascia alle donne incinte e a quelli più grandi di voi. – Se vi hanno insegnato che i beni comuni vanno rispettati più dei propri. – Se vi hanno insegnato che l’onestà è un valore e non un difetto. – Se vi hanno insegnato che il rispetto mostrato è rispetto guadagnato. – Se siete cresciuti con il cibo fatto in casa. – Se avete giocato in strada per diverse ore. – Se non avevate i vestitini firmati. – Se la vostra casa non era a prova di bambino, vi punivano se vi comportavate male e uno scappellotto ogni tanto l’avete preso. – Se avete avuto una tv in bianco e nero e per cambiare canale dovevate alzarvi. – Se non conoscevate l’inglese a sei anni e non avevate il telefonino a nove, ma sapevate bene cos’era l’educazione… Esponete questo scritto in una bacheca e dimostrate che siete sopravvissuti lo stesso!
SABATO 7 GIUGNO 2014
7.00 partenza dai nostri paesi 11.00 arrivo alla Casa del Pellegrino di Sotto il Monte 11.30 Santa Messa (nostra) presso la Chiesa di Santa Maria di Brusicco 12.45 Pranzo presso la Sala Ristoro della Casa del Pellegrino 14.00 Visione di un breve filmato di introduzione al pellegrinaggio 14.30 Visita al Giardino della Pace e alla cripta «Obedientia et Pax» 15.00 Visita al Museo di Ca’ Maitino 16.00 Visita alla Casa Natale del Santo (oggi Seminario del P.I.M.E) 17.00 Partenza. Andremo a vedere la Chiesa artistica di San Tomè ad Almenno (8 km da Sotto il Monte), omonima di quella di Val de Croda e rientro. Iscrizione in parrocchia entro il 30 aprile. Quota di partecipazione 40 euro (tutto compreso) da versare all’iscrizione.
bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 130
entrate
Costo per la realizzazione
4.880,00
Spedizioni e varie
490,00
Entrate dal 01.12.2013 al 31.03.2014
5.050,00
Totale
5.050,00
46
uscite
5.370.00
Settimana Santa
programma religioso DOMENICA DELLE PALME
Dardago
Budoia
Santa Lucia
sagrato 11.00
piazza 9.30
sagrato 9.30
• Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore
–
17.00
–
• Santa Messa Vespertina
–
18.00
–
–
–
16.00/17.00
9.30 10.00/11.30
– –
– –
– – 20.30/21.30
9.30 10.00/11.30 –
– – –
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
• Benedizione dell’Ulivo, processione Santa Messa di Passione
LUNEDÌ SANTO Adoriamo il Signore
• Solenne Adorazione Eucaristica e Santa Messa MARTEDÌ SANTO • Santa Messa • Solenne Adorazione Eucaristica MERCOLEDÌ SANTO • Santa Messa Solenne Adorazione Eucaristica • Solenne Ador. Eucaristica per le tre Comunità e confessioni
Giorgio Igne, La mia Croce, [30x50 cm].
GIOVEDÌ SANTO Ultima Cena di Gesù, istituzione dell’Eucaristia e Sacerdozio
• Santa Messa Vespertina in «Coena Domini» per le tre Comunità; rito della lavanda dei piedi; riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro; spogliazione degli Altari e adorazione; e presentazione comunicandi raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio»
20.15
–
–
Incantesimo di Venerdì Santo Eppure io sento una certezza legarmi a questo legno superstite; sento ognuno portato da questa condanna/ d’esistere.
VENERDÌ SANTO Ricordo della morte di Gesù. Digiuno e astinenza
• Via Crucis in chiesa • Azione Liturgica della Passione del Signore; adorazione della Croce; Santa Comunione • Solenne Via Crucis per le tre Comunità lungo le vie [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà in Oratorio]
15.00
–
_
–
–
17.30
–
20.15
–
SABATO SANTO Vigilia di Pasqua, attesa della Risurrezione
• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, per le tre Comunità Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione
21.00
–
–
DOMENICA DI PASQUA DI RISURREZIONE Alleluja Cristo è risorto alleluja
• Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina
11.00
10.00
10.00
–
18.00
–
11.00
10.00
10.00
Anch’Egli è dovuto tornare fra noi dal regno di morte in questo impetuoso sgorgare di sangue. E furono anzi le nostre mani, le nostre labbra, che ne hanno consumato il cadavere, a ridarGli la vita: Egli ormai non può più morire. Certezza che lega perfino le pietre al loro essenziale istinto: potere d’una magia che erompe da noi mentre un reticolato di pensieri
ci esilia…
LUNEDÌ DI PASQUA • Santa Messa
DAVID MARIA TUROLDO [da O sensi miei… Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 1990]
CONFESSIONI Lunedi Santo Mercoledì Santo Sabato Santo
– 20.30/21.30 –
– 10.00/11.15 15.00/17.00
Santa Comunione per anziani ed ammalati durante la settimana.
16.00/16.45 _ 18.00/19.00
Buona Pasqua!
...a Pordenone Associazione Nazionale Alpini
domenica 11 maggio
venerdì 9 maggio _ore 9.00 piazza XX Settembre Alzabandiera e deposizione corona _ore 18.30 via Montereale Arrivo della Bandiera di Guerra del III Artiglieria e sfilata sino al Municipio
a
87 Adunata Nazionale
_dalle ore 9.00 alle ore 21.00 viale Grigoletti Sfilata degli Alpini (la sezione di Pordenone sfila per ultima) piazza XX Settembre Ammainabandiera (al termine sfilata)
sabato 10 maggio
Pordenone 9_10_11 maggio 2014
_ore 16.00 Palazzetto dello Sport (via Interna) Celebrazione Santa Messa
>>>
esposizione del tricolore nelle piazze da martedì 22 aprile a martedì 3 giugno
...a Dardago, Budoia e Santa Lucia venerdì 9 maggio _ore 21.00 Chiesa di Santa Lucia Concerto del Coro «Rosa delle Alpi» di Cassano Magnago/Varese
sabato 10 maggio Accoglienza degli Alpini di Milano-Crescenzago e di altri luoghi Deposizione cesto floreale ai Monumenti ai Caduti _ore 10.00 _ore 10.15 _ore 10.30 _ore 10.45 _ore 11.00
>>>
si invita la popolazione alle manifestazioni programmate, ad acquistare ed esporre ai balconi e sulle terrazze la bandiera tricolore.
piazza Santa Lucia cippo Capitan Maso, Budoia piazza Budoia cippo «Val de Croda» piazza Dardago
_ore 18.00 Dardago_Chiesa Santa Maria Maggiore Celebrazione Santa Messa con gli Alpini ospiti _ore 21.00 Dardago_Chiesa Santa Maria Maggiore Concerto Coro Julia di Fontanafredda Coro ANA di Sedico Belluno