Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
Anno XLIV · Aprile 2015 · Numero 134
Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
la lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
foranie, unità pastorali, parrocchie
la diocesi si dà un nuovo ‘lo *
Ristrutturazione La Chiesa, stimolata anche da papa Francesco, sta rivedendo le sue strutture per renderle più idonee ai tempi nei quali viviamo e che richiedono un nuovo stile di presenza della Comunità cristiana per un nuovo progetto di evangelizzazione. Il Vangelo, la Parola di Dio, le verità di fede non possono cambiare, sono sempre gli stessi, cambia il modo di porsi della comunità cristiana nella società. A due anni dall’elezione di papa Francesco ormai tutti hanno visto uno stile nuovo, più fresco, meno formale dell’approccio del pontefice alle realtà umane che gli si presentano. Il papa desidera che questo diventi lo stile di tutti i cristiani. Non si tratta di cambiare tanto per cambiare, ma per essere più vicini all’uomo che soffre, lotta e spera in una rigenerazione di questo vecchio e stanco mondo. I Vescovi Italiani hanno deciso e stanno portando avanti nelle Diocesi un rinnovamento delle strutture diocesane. In particolare hanno fatto la scelta di raggruppare le parrocchie in foranie e, all’interno di queste, riunire le parrocchie di una determinata zona in Unità Pastorali. Questa scelta è stata praticamente imposta dai cambiamenti epocali che la Chiesa sta vivendo
in Italia come in tutto l’Occidente e che sono ormai arcinoti date le abbondanti letture e analisi della situazione fatte da esperti durante quest’ultimo post-concilio (una cinquantina d’anni a questa parte). Tra le molte situazioni studiate e verificate potremmo citarne alcune che ci interpellano più da vicino: la scristianizzazione e laicizzazione di grosse fette della società, una cultura del pensiero debole, la progressiva diminuzione numerica ed invecchiamento dei preti, l’abbandono massiccio della pratica religiosa, il crollo dell’istituto familiare fondato sul matrimonio sacramento con il nascere di nuove forme di unioni di vario genere. Queste situazioni hanno portato a far si che la parrocchia (soprattutto quella di piccole dimensioni) non possa più essere autosufficiente nei suoi impegni pastorali ma deva unirsi alle altre parrocchie dell’Unità Pastorale e della forania per quelle iniziative che non può più svolgere da sola: es. Corsi per fidanzati, formazione catechisti, pastorale giovanile, eccetera. Occorre, pertanto, sentirsi cristiani uniti con le altre Comunità, partecipi di una Chiesa che, guidata dal vescovo unitamente al suo presbiterio, cammina incontro al Cristo nelle vicende di questo mondo. Superando gli atavici campanilismi dobbiamo essere nel mondo 2
segno della presenza viva dell’amore e della misericordia del Cristo. Il nostro Vescovo, incontrando in questi mesi i preti e i rappresentanti dei Consigli Pastorali Parrocchiali ci ha raccomandato di far nascere o rivivere le Unità Pastorali entro il mese di maggio e in settembre, con l’avvio del nuovo anno pastorale iniziare a camminare insieme.
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Consiglio Pastorale parrocchiale e Consiglio Parrocchiale per gli affari economici Chiede altresì che in ogni parrocchia o, come nel nostro caso, laddove ci sono più parrocchie con un unico parroco, ci sia un Consiglio Pastorale parrocchiale che sia corresponsabile delle scelte pastorali della parrocchia o del gruppo di parrocchie. È ovvio che i partecipanti al Consiglio Pastorale (per noi unico per tutte le tre parrocchie) devono essere cristiani cattolici, partecipi alla vita della Chiesa e di qualsiasi età dopo la Cresima. Nel nostro Consiglio Pastorale che verrà rinnovato entro la fine di quest’anno ci dovranno essere rappresentanti delle tre parrocchie e, possibilmente qualche giovane, qualche coppia, qualche persona adulta e anziana. Membri del Consiglio è bene
storali. La Santa Messa festiva non rappresenta una devozione privata per soddisfare il precetto festivo ma è una celebrazione comunitaria che deve riunire tutta la Comunità Parrocchiale nella memoria sacramentale della Morte e Risurrezione del Cristo (mistero pasquale) facendo vivere la comunione dei credenti nel Signore. Ortodossi e protestanti inorridiscono quando vedono che in alcune nostre Chiese ci sono orari a spron battuto di messe in cui tutti possono scegliere l’ora più comoda come per andare al supermercato. Pertanto con il Consiglio Pastorale Parrocchiale stiamo studiando come razionalizzare le celebrazioni eucaristiche festive per dare la possibilità al Parroco di provvedere personalmente alle celebrazioni, avendo anche il tempo di incontrare le persone.
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Nostra forania e unità pastorale nella nuova struttura diocesana La nuova suddivisione della Diocesi di Concordia-Pordenone in 8 foranie.
che siano anche i collaboratori stretti delle attività parrocchiali. Il Consiglio Pastorale Parrocchiale, pur essendo un organo consultivo in quanto responsabile ultimo della Parrocchia è il Parroco, deve essere consultato su ogni attività pastorale ed il parere, soprattutto se dato a maggioranza, non può essere disatteso dal Parroco e, comunque il Vescovo, prima di dare un’eventuale autorizzazione, vuole il verbale della consultazione del Consiglio. Oltre al Consiglio Pastorale la Parrocchia deve avere un Consiglio per gli Affari Economici (la vecchia Fabbriceria), con membri scelti dal Parroco, anch’esso organo consultivo che però deve dare l’approvazione su tutto ciò che implica spese oltre una determinata cifra, stila e approva i bilan-
ci annuali e il cui parere è obbligatorio quando un progetto deve essere presentato all’approvazione del Vescovo, della regione o dell’Intendenza delle belle arti.
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Razionalizzazione della celebrazione delle Sante Messe Il Vescovo Diocesano chiede che, secondo le nuove norme stabilite dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana, venga razionalizzato il numero e l’orario delle celebrazioni eucaristiche domenicali e festive, tenendo conto della effettiva presenza alle celebrazioni, della vicinanza ad altre parrocchie che hanno orari vicini o similari, di una necessaria programmazione a livello di Unità Pa3
La nostra Forania è quella dell’Alto Livenza e comprende le parrocchie dei Comuni di: Aviano, Budoia, Fontanafredda, Polcenigo, Porcia, Roveredo in Piano, San Quirino e la parrocchia di Sant’Odorico di Sacile. La nostra Unità Pastorale comprende le parrocchie dei Comuni di Aviano, Budoia e Polcenigo. Mettiamoci in cammino per una Chiesa che si rinnova nella fedeltà a Gesù Cristo e Buona Pasqua a tutti.
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www.parrocchie-artugna.blogspot.it
[ la ruota della vita ]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Eleonora Pellegrini di Franco e di Teresa Leyba Abad – Dardago Leonardo Bufalo di Giovanni e di Silvia Bravin – Budoia Aurora Bufalo di Giovanni e di Silvia Bravin – Budoia Francesco Zambon di Simone e di Tania Martinuzzi – Dardago Ludovico Cauz di Maurizio e di Marianna Busetti – Budoia
MATRIMONI Felicitazioni a... Nozze d’oro Daniele Franceschi e Rosa Zambon – Dardago 65° di matrimonio Aldo Zambon Rosit e Bruna Bastianello – Trieste
LAUREE, DIPLOMI Complimenti! Alessia Quaia – Laurea in Architettura – Budoia
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…
IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori.
Annamaria Rita Zambon Tarabìn di anni 44 – Melzo (Milano) Gabriella Zambon Pala di anni 81 – Venezia Ferruccio Panizzut Cutho di anni 94 – Saint-Germain-en-Laye (Francia) Ferdinando Bosco di anni 77 – Budoia Flora Del Maschio Cùssol di anni 93 – Dardago Maria Luisa Redolfi di anni 81 – Dardago Luciano Bocus Frith di anni 78 – Dardago Lidia Zambon Pinàl Glir di anni 94 – Dardago Bruna Soldà Polàt di anni 74 – Santa Lucia Mario Zambon Pinàl di anni 90 – Mestre Gabriela Zambon Marin di anni 76 – Dardago Rosina Andrean di anni 86 – Santa Lucia Aldo Zambon Rosit di anni 88 – Dardago Pietro Zambon Biso di anni 65 – Dardago Serafino Zambon Pinàl di anni 87 – San Donà di Piave Bruno Orsini di anni 67 – Dardago
Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
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In copertina. Suggestiva immagine della grotta scavata dal Cunath.
Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia «Abbiamo visitato questo splendido canyon, una piccola perla... è stata una scoperta emozionante: acqua cristallina, pareti ‘disegnate’ dal torrente, ambiente incontaminato». Queste le sensazioni riportate dai componenti del gruppo speleologico Canyoning Cult Slovenia dopo aver scoperto una delle bellezze nascoste del nostro territorio. Grazie, amici sloveni, per l’opportunità di pubblicare questa foto.
2 La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti 4 La ruota della vita 6 Nel giardino del rispetto e del silenzio di Vittorio Janna Tavàn
[foto di Urska Bricelj – Canyoning Cult Slovenia – marzo 2014]
9 Se i sass i podhes parlà…! di Adelaide Bastianello Thìsa
anno XLIV
sommario rile 2015 · ap
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13 ...quanto sono belle le montagne! di don Matteo Pasut
Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.artugna.blogspot.com
14 Tradithiòns dei nostri paesi di Adelaide Bastianello Thìsa
e-mail direzione.artugna@gmail.com
16 Radici comuni per due sacerdoti ‘Un prete di campagna’, don Olinto Vettor di Gianni Strasiotto
Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon
18 Lo zelo pastorale di don Rodolfo Vettor di Gabriella e Alberta Panizzut
Impaginazione Vittorio Janna
20 Val de Croda, sempre più bella! di Chei de ’l Ruial
Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Adelaide Bastianello, Vittorio Janna, don Matteo Pasut, Enrico Vettor, Francesca Romana Zambon, Sara Zambon, Valentino Zambon
22 Julia di Alessandro Fontana 25 ’n te la vetrina
Spedizione Francesca Fort
26 Luciano, ’sei andato avanti’
Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Espedito Zambon
28 Lasciano un grande vuoto...
Stampa Sincromia · Roveredo in Piano/Pn Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
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31 Cronaca 36 Inno alla vita 37 i ne à scrit... 38 Punture di spillo a cura di Sante Ugo Janna Tavàn 38 Bilancio 39 Programma religioso
ed inoltre... Cent’anni dalla Grande Guerra Inserto n. 1 a cura di Vittorina Carlon, Vittorio Janna e Roberto Zambon
sagrato della chiesa di Dardago, IlIlSagrato della Pieve di Dardago. anticamera spirituale, Tra il mondo Tra la centraliluogo di liturgie eediDio. riposo eterno. tà sociale e quella religiosa.
nel giardino
di Vittorio Janna Tavàn
del rispetto e del silenzio N on so quanti si sono soffermati a meditare che nel centro di Dardago è racchiusa, in sintesi metaforica, la nostra intera esistenza, che si protende con continuità dalla piazza sino alla chiesa. Seguendo quel filo rosso immaginario, potremmo leggere la nostra biografia fisica, sociale e spirituale. All’inizio c’è un albero, un giovane platano (balèr), quale simbolo di nascita e crescita biologica dell’esistenza. Da lui dipartono, scolpiti nella pietra pavimentale, cognomi e soprannomi delle famiglie patriarcali dardaghesi, ovvero l’esistenza storica e l’identità delle singole persone e della comunità. Le scritte percorrono la piazza – luogo di relazione, aggregazione e socialità – e sono orientate
verso la chiesa, fonte e guida spirituali del nostro animo e delle nostre azioni. Se pensate che alla nostra «storia» biografica sia stata omessa la destinazione conclusiva, cioè quella della morte, non è per falso pudore o umano ottimismo, quanto per decisioni «storiche» che hanno modificato la conclusione a questo simbolico percorso. A Dardago un luogo, dove i defunti trovavano sepoltura, c’era. Ed era proprio lì, davanti la chiesa, in quel lembo di terra che la precede e la contorna: il sagrato, anticamera spirituale, luogo di liturgie e di riposo eterno. Era un luogo sacro, come racconta il nome stesso, delimitato da un muretto di cinta. Al suo ingres6
so, per impedirne l’accesso e la «profanazione» da parte di animali, erano state ricavate due buche, chiuse con grate metalliche a maglia larga. L’entrata era caratterizzata da tre colonne con guglie o «piramidi» culminanti con una grande sfera di pietra reggente una doppia croce metallica trigigliata (rappresentante la Trinità) e poggianti, secondo antica consuetudine, su quattro sfere più piccole, sempre in pietra. Sulle colonne bassorilievi con figure di primule ad indicare simbolicamente la rinascita. Questi sono ‘ricordi’ ancora visibili (nonostante una delle tre colonne sia stata rimossa e spostata) e vivi nella memoria dei nostri «vecchi». Le suggestioni originarie,
come luogo di sepoltura, si perdono invece nella notte dei tempi e, più precisamente, prima del 12 giugno 1804, quando Napoleone emanò il Decreto di Saint Cloud, meglio ricordato come Decreto imperiale sulle Sepolture. Con esso si sancì che le tombe fossero poste al di fuori del sagrato ed addirittura dalle mura cittadine, in luoghi soleggiati ed arieggiati, e che fossero tutte uguali. L’imposizione non valse solo per Dardago, ovviamente, ma per tutto il territorio italico di competenza imperiale. Furono motivate da ragioni igienico-sanitarie e ideologico-politiche ma generarono da subito un diffuso malcontento, primo fra tutti, quello di Ugo Foscolo che scagliò nei suoi Sepolcri la furente domanda All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro? Poi ancora più esplicito Pur nuova legge impone oggi i sepolcri / fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende. Il sagrato in origine non era solo luogo di accoglienza dei defunti, ma, innanzitutto, di accoglienza
dei viventi, catecumeni e penitenti prima, pellegrini poi, ed ancora bisognosi o richiedenti asilo che entro quel perimetro trovavano protezione ed immunità. Era ed è luogo di ritualità e benedizioni, come quella del fuoco a Pasqua o quella dei defunti, e di celebrazioni e processioni. Era ed è luogo sacro, prolungamento simbolico, rituale e fisico della chiesa, un richiamo al recinto evangelico in cui si entra e si esce
per trovare transito attraverso l’unica porta che è Cristo. Come dice il teologo Romano Guardini «l’invisibile parla agli uomini e si intrattiene con loro per invitarli e ammetterli alla comunione con sé, conducendoli alla soglia, oltre la soglia». Era ed è luogo sacro indipendentemente dalla sua configurazione architettonica; come sagrato-piazza sul modello di San Marco a Venezia o l’attuale chiesa di San
Le «pietre degli anniversari» recuperate e ricollocate lungo il lato sud del sagrato. Su di esse alcuni cognomi di famiglie di Dardago, Budoia e Santa Lucia.
Un angolo del sagrato con le tre «guglie», alla fine dell’Ottocento. Sono visibili la ciasa de ’l Capelàn, la scuola elementare maschile e alle due entrate le freadhe, le grate metalliche posizionate per impedirne l’accesso agli animali. (foto di Angelo Bernardis).
...ancor oggi, basta anche un minimo lavoro di scavo, per rinvenire resti ossei dei nostri antenati.
Pio a San Giovanni Rotondo progettata da Renzo Piano. O come raccordo col centro civico della città (scalinata del duomo di Amalfi o area in marmo antistante la cattedrale di Siena), oppure ancora come sagrato-prato (piazza dei Miracoli a Pisa).
Nel trascorrere dei secoli si impreziosì ulteriormente la sua valenza racchiudendolo in un portico con colonne. Il più emblematico è
El Sagràt de Dhardhàc Indenànt la vécia glésia sta ’na frègola de prat co’ ’l murét e la só thiésa al è la thénta de ’l Sagràt. Sóte l’erba rincuràdha sóte i flórs de tàins colórs, cuànta dhént che l’è passàdha cuànte àgreme e dholórs. La medhàna ’l à sonàt ’l De profundis de la sèra, ància lièna ’l à plandùt la me dhént ’n te la tèra. Vignarài co’ ’l scur de sèra pa’ ciatàve e pa’ preà bussarài la vostra tèra e nissùn me vedharà. A l’è ferma la medhàna, ’n te la nót nissùn ciamìna, sól la vós de la fontàna par la vópia sta’ vithìna. Vardhe el thiél sóra la Val plen de lus cómo ciandéle, dismintiàve no se pól… séit veàltre chéle stéle.
Una canzone semplice, non di quelle da cantare con gli amici in osteria o attorno ad un falò o sotto la doccia né, tanto meno, di quelle che resteranno nella storia della musica italiana. È solo una piccola e umile canzone nella parlata dardaghese, dedicata proprio al nostro sagrato e musicata dalla maestra Tina Favìa Zambon. Le parole sono state scritte pensando a questo luogo antico, alle vite che ha conservato, ai suoi fiori e alla ’voce’ della fontana della piazza, che veglia su di loro. Parole dedicate anche alla campana medhàna (che ritualmente le onora), alla notte buia che – nel prodigioso accendersi delle stelle – permette di rivedere quelle vite sotto altre forme.
VITTORIO JANNA TAVÀN
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certamente il colonnato del Bernini della Basilica di San Pietro a Roma e, tra le costruzioni più recenti e locali, il quadriportico della chiesa del Beato Odorico a Pordenone progettata dall’architetto Mario Botta. Era ed è luogo sacro anche qui a Dardago, una cerniera tra la spiritualità e la civiltà quotidiana, tra la quiete ed il frastuono, un luogo di sosta per tutti, un invito a passare dal mondo alla casa di Dio. Dell’antica destinazione cimiteriale vi è rimasto ben poco di visibile e l’intero nostro sagrato è stato rimaneggiato negli anni con demolizioni, spostamenti, abbassamento delle mura e ricollocazione delle «pietre degli anniversari» lungo la cinta perimetrale. Ancor oggi è possibile rinvenire, anche durante un pur minimo lavoro di scavo, resti ossei dei nostri «maggiori» che l’umana pietà ripulisce e deposita nell’ossario comune del cimitero. Oggi al «foresto» il sagrato appare come un magnifico giardino, che certamente invita alla sosta ma che – come ho ripetuto più volte – era ed è un luogo sacro e come tale va rispettato. Per quanto l’etimologia linguistica sia la stessa, il sagrato non è la sagra. Ebbene dunque che non lo si scambi per un prato «qualsiasi» (da poter utilizzare per la passeggiata dei propri cani, per i giochi o per gli schiamazzi goliardici), ma lo si frequenti, se non altro, con adeguata sensibilità. Per non dimenticare che, per il nostro paese, quel luogo significa storia e identità. Pensiamoci ogniqualvolta percorriamo – in senso metaforico – la nostra «linea biografica immaginaria», che ci conduce dalla piazza alla chiesa. Un sagrato è come una sorta di soprannome per l’intero paese, che identifica la sua appartenenza alla grande famiglia della Chiesa. «Tutto inizia nel silenzio» ricorda ancora Guardini. Anche questa è la finalità del sagrato.
se i sass i podhes parlà…! da Moreàl… da Cariola... da Nino di Adelaide Bastianello Thìsa Dardago, 30 dicembre 2014: Nino (Giacomo Cosmo) cessa l’attività di barista e pizzaiolo e l’intero edificio viene messo in vendita dalla proprietà. Si concludono così 80 anni esatti di storia della botega «da Cariola».
In alto. Anni ’50... così appariva l’Albergo Bar Montecavallo dopo i lavori di ripristino a causa dei danni subìti nel periodo bellico. Il recupero dell’edificio fu eseguito da artigiani locali, tra questi si ricordano Valentino Bocus Frith, Angelo Zambon Momoleti, Mario Bastianello Fuser, Natalino (Gidio) Zambon Curadhela. [testimonianza di Angelo Janna Tavàn, classe 1932].
Ma andiamo per gradi. Toni Cariola (Antonio Vettor) ha acquistato la botega de Moreàl nel lontano 1934 da Raffaele Moreàl e dalla moglie Gigia (proveniente dalla famiglia dei Danùt). Dai vari ‘passaparola’ in paese mi viene confermato che i Moreàl hanno gestito il locale per circa 40-50 anni, «...Romeo e le so suors i è vignudhi grains unlì...». Possiamo quindi ipotizzare un inizio verso la fine ’800 primi ’900. Quando mio nonno Toni rilevò l’ambiente, nel ’34, era un’osteria di paese, punto di incontro, di scambio informazioni, di «ciacole», come è giusto che sia un’osteria. Annessa c’era una tettoia con un blavèr ed una tiéda dove già si facevano feste e matrimoni. Spesso questi locali venivano utilizzati anche da militari che stanziavano nella zona per esercitazioni di tiro e a fine giornata trovavano ospitalità nelle case, nei blavèrs o da Moreàl dove dormivano e mangiavano un «boccone». Toni, nel ’34, era un giovane poco più che trentenne, che, a malincuore, aveva dovuto tornare al 9
paese da Venezia per aiutare il padre ormai anziano, il quale non riusciva più ad occuparsi da solo di tutta l’attività dei campi. Toni, contadino nei fatti, ma ristoratore e imprenditore nel cuore, acquista quindi l’osteria «da Moreàl» coinvolgendo un po’ tutta la famiglia composta dalla moglie, dal vecchio padre, dai tre figli maschi ed una femmina ancora bambina; essi dovevano però alternare l’aiuto in botega con la scuola, il lavoro nei campi e gli impegni del sacrestano. Così inizia l’era «...da Cariola». Nel ’34 la bottega era grande come ora, ma ovviamente molto diversa: si entrava da una piccola porta a sinistra, proprio di fronte si trovava il banco di mescita e liquori, con alle spalle barattoli per biscotti, caramelle e confetti. In fondo a destra c’era un bel fogher co le bance (nelle vecchie cartoline ancora si può vedere il camino verso la piazza) unà che i omis i se ciatava par un’onbra e una partita a carte. Oltre a ciò qualche tavola con bance e nient’altro. Sulla destra del
banco di mescita c’era l’uscita nel cortile, dove si trovava il candoto e il gioco de le bòce. Su la platha, in tera batudha, girava sol che cjars e carete e qualche bicicletta, quelli che se la potevano permettere. Sote al monumento le era le vas’cie, unà che le femene, le deva a resentà nethioi e biancheria. Era sempre un grande evento la coriera de Nible Batistela che la scargava in platha i Dardaghesi emigrati che tornavano a casa per veloci visite, e la posta tanto attesa da mogli e fidanzate. In botega l’attività iniziava presto la mattina, perché era collegata agli orari del lavoro contadino: quando gli uomini venivano a bere un got de vin o una sgnapa la maggior parte di loro aveva già sulle spalle almeno due o tre ore di lavoro pesante nella cura del bestiame e della stalla e magari avevano già fatto una abbondante colazione con polenta e salat o formai e i più fortunati con pasta e fasoi avanzata la sera prima. La mattina, dopo la mungitura, le femene le deva a portà el late in lateria e alcune di loro si fermavano da Cariola, entravano e furtivamente da sote el palegren le tirava fora un decimo e le diseva a me mare: «Nina, dame un decimo de sgnapa», poi se ne uscivano con il loro decimo pieno di grappa per andarselo a bere a casa lontano da occhi indiscreti e con un sommesso «grathie, nina, grathie...» riprendevano la via verso casa un po’ più forti per affrontare la pesante giornata di lavoro. Se te veve bisoign de vende o comprà bestie,’n te la bottega te podheve ancia ciatà Piero Pagoto coi fioi Dario, Nani e Marina che i vigneva dho propio pa’ incontrà dhent per trattare l’acquisto e vendita di vitelli da portare al mercato o al macello. La domenica poi ’n tel cortif de Cariola si ritrovavano alcuni amici per una partita a bocce, tra questi ricordiamo Piero Canta, Gildo Cariola, Guerrino Momoleti, Toni Pala,’Chile Marin... e molti altri. Dopo qualche anno, nonno Toni, visto che la bottega ormai era avviata bene, i campi producevano, le bestie le era bin rincuradhe da so pare, pa’ ’l laoro de ’l nothol al podheva
Cartolina degli anni Cinquanta del secolo scorso.
contà su la femena, i fioi e la fia dhovena, cos’altro s’inventa? Lavorando nei campi aveva intuito la necessità per Dardago di avere pezzi di piccola ferramenta utile per la riparazione di attrezzi agricoli o per lavori di casa; decide così di riservare un’area della tettoia ’n tel cortif de la botega, per la vendita di piccoli utensili di ferramenta e materiale edile. Non solo, si era inoltre munito di una macchina per la semina di frumento, una per il granoturco, un tagliaerba ed un’altra che tagliava il frumento e lo predisponeva per raccoglierlo in fasci da legare. Così, oltre che alleggerire le sue fatiche, nel caso qualcuno avesse avuto bisogno, andava con la sua attrezzatura a lavorare dove richiesto. Come se non bastasse, visto che andava a Rauscedo col cjaval e la careta a comprare i piè de vit (barbatelle) per se stesso, ne comprava un po’ anche da rivendere, cussì chjei che no i podheva dì a Rauscedo i le ciatava in te la bottega de Cariola. In quegli anni era abitudine sposarsi nei mesi invernali tra ottobre e marzo, perché erano i mesi più tranquilli per il contadino: la terra ‘dormiva’ e si andava solo a fa legne o scoà foia, così si poteva anche ‘perdere qualche giorno’ per la cerimonia ed i festeggiamenti! I pranzi di nozze venivano fatti in casa, chi ave10
va lo spazio, oppure nel teatro di Dardago o nella tiéda de la botega de Cariola. Naturalmente non potevano mai mancare i sonadors e ’Chile Marin che, insieme ad un gruppo di Castello d’Aviano, allietava i festeggiamenti col suo violone. Talvolta, sempre nella tiéda, pa’ fa festa e divertisse, i dhovins i clamava Nani de la mont che par ’na bevudha e ’n piato de pasta o ’na feta de polenta col formai ’l sonava dhuta la sera! I dhovins de’na volta ancora si ricordano le allegre serate passate ’n te la tiéda de Cariola. Siamo giunti ora ai primi anni ’40, gli anni della seconda guerra mondiale: anche a Dardago hanno lasciato brutti ricordi, tanta sofferenza e lacrime. Tedeschi e partigiani sembrava facessero a gara a chi faceva più danno, a chi distruggeva di più, ognuno di loro con motivazioni che essi ritenevano legittime e giuste. Sta di fatto che i tedeschi hanno lasciato il segno del loro passaggio anche da Cariola. Come ho già ampiamente descritto in «Una storia come tante…», numero 128 del periodico l’Artugna di marzo 2013, un bel giorno i tedeschi sono arrivati in bottega con un pretesto a loro avviso giustificato e hanno dato fuoco a tutta la casa: bottega, tettoia, tiéda e blavèr. Non lasciando nulla in piedi se non le mura perimetrali.
1958. L’interno dell’osteria «da Cariola». Da destra: Catina, Toni, Agostino, Vittoria e un cliente.
La piazza nel tempo
Gruppo di dardaghesi in piazza. Alle spalle le ciase de Moreàl, 1890 circa. (foto di Angelo Bernardis).
Fine anni ’40. Sulla piazza di Dardago posa un’allegra comitiva di gitanti ciclisti. (foto di proprietà di Enrico Vettor Cariola).
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Per riprendersi da questo disastro c’è voluto un bel po’ di tempo. È dovuta finire la guerra, poi la bottega è iniziata in qualche modo a riaprire. I figli, ormai cresciuti, sposati, avevano già lasciato Dardago per andare a lavorare chi a Udine, chi a Milano e iniziare a farsi una vita lontano da casa; nonostante tutto il nonno non aveva perso la sua grinta, l’animo da imprenditore era dentro il suo cuore e la sua mente, era sempre in cerca di nuove sfide... vedeva sempre oltre! Sono quindi arrivati gli anni della grande ricostruzione. Prima rimette a nuovo la bottega, poi crea una sala ristorante e una bella cucina grande, in quella che era la tiéda e per ultimo nei piani superiori crea circa 19 camere, qualcuna la tiene per la famiglia le altre le affitta e così prende vita il nuovo «Albergo Bar Montecavallo». Il suo più grande orgoglio. Siamo ormai alla fine degli anni ’50. Il suo sogno è realizzato. È palese che Toni Cariola tutto questo è riuscito ad ottenerlo non solo con le sue forze, ma anche grazie ai sacrifici economici dei figli maschi, che pur avendo una famiglia a cui pensare si sentivano in dovere di aiutare il padre a costruire il suo progetto. Tuttavia questa nuova, impegnativa attività doveva essere portata avanti con l’aiuto di persone di famiglia e che fossero anche ‘di mestiere’: così viene deciso che il figlio maggiore Agostino, con la moglie Vittoria sarebbero rimasti a Dardago ad aiutare i genitori nella gestione dell’albergo, ristorante e bar. Cominciano così gli anni d’oro per la vecchia ‘botega de Cariola’. Sono gli anni del boom economico in Italia e questo si riflette un po’ anche su Dardago. I paesani emigrati vengono sempre più spesso e numerosi a casa e tutte le attività risentono di questo benessere in arrivo. Toni spinge affinché il figlio Agostino prenda la licenza di tassista, perché capisce che ormai sono maturi i tempi per abbandonare le carete ’n te la tiéda e Dardago ha così il suo servizio taxi; e poi, perché no, anche una pompa di benzina in piazza, così da dare un ulteriore servizio al paese. Il lavoro dell’albergo va a gonfie
vele, d’estate ci sono ‘i turisti’, i dardaghesi tornano al paese e la settimana di ferragosto la piazza è talmente piena di gente che i tavolini de la botega i riva fin do de la nova fontana:‘…duth i vol el gelato de la Vitoria’! E lei ogni giorno nella grande cucina si destreggia al meglio per preparare un ottimo gelato con alimenti sani, freschi e genuini, non c’è traccia di uova liofilizzate o latte in polvere! Anche il ristorante attraversa un periodo di successo grazie ad una buona e sana cucina gestita da un grande cuoco, Silvio Zardo. Ricordo che faceva ‘filare’ tutti con la sua severità, ma ho memoria di una persona piacevole e umana, tuttavia il lavoro è lavoro e gli chef di cucina non smentiscono mai la loro fama! Anche ‘la triestina’, una cuoca che lo ha succeduto, mi ha lasciato un ricordo di allegria, giocosità e indiscussa bravura anche se… faceva ‘volare i piatti’. Ecco quindi la trasformazione: nel giro di dieci/quindici anni da bottega con vendita anche di articoli di piccola ferramenta, materiali edili e servizi ausiliari si è passati a bar, albergo, ristorante, servizio taxi e benzina. Gli anni però passano e per Toni Cariola, anche se non propriamente anziano, è giunta l’ora della ‘resa dei conti’ e nel 1972 viene a mancare. Dopo poco i figli si dividono in parti la
Ultimi giorni di attività nella «Pizzeria Artugna». Nino Cosmo serve il caffè al pievano don Maurizio Busetti, sotto lo sguardo attento di Espedito e Flavio Zambon.
struttura e poco alla volta viene chiusa prima la pompa di benzina, poi il taxi diventa un impegno troppo gravoso e viene abbandonato, così pure il ristorante per mancanza di spazio ed in ultimo l’albergo. Siamo tornati alle origini: verso la fine degli anni ’70, primi anni ’80 continua ad esserci la bottega de Cariola gestita sempre da Agostino e Vittoria, i quali, rimasti a questo punto da soli nella conduzione ed ormai in età di pensione, sono desiderosi di godersi la loro vita tranquilli senza impegni e responsabilità. Quindi verso la metà degli anni ’80 danno in affitto la gestione del
bar e dopo due brevi conduzioni ecco arrivare una giovane famiglia: i Cosmo, Nino e Aida. Essi trasformano la vecchia bottega in una vivace pizzeria ‘la Pizzeria Artugna’ meglio conosciuta come... da Nino e per ben venticinque anni torna ad essere il punto di incontro in platha ’nà che se decide ogni matina le sorti del governo come è solito dire Nino. Ma, come detto in apertura... 30 dicembre 2014: Nino cessa l’attività di barista e pizzaiolo e l’intero edificio viene messo in vendita. Si concludono così 80 anni esatti di storia della botega «da Cariola». Buona fortuna ai prossimi 80!
Tita Maniach e le lunghe orecchie della lepre Forse non tutti ricordano il dipinto sopra l’entrata dell’Albergo Bar Montecavallo. Un trittico composto dall’immagine di Piancavallo con il rifugio CAI e ai lati alcuni fagiani e una magnifica lepre. Sul finire degli anni ’40, Antonio Vettor (Toni Cariola) restaurò la sua bottega. Non più una semplice osteria. Tra quelle mura la clientela avrebbe trovato anche servizio di ristorante e albergo. Mancava però qualcosa che dichiarasse apertamente la «mission» di quell’edificio: mancava l’insegna pubblicitaria e un artista che potesse crearla. Toni scelse Giovan Battista Soldà di Santa Lucia, da tutti conosciuto come Tita Maniach. Venne il giorno di inizio… La popolazione sostava incuriosita sotto l’impalcatura. Dardago infatti non era molto abituato a vedere un pittore all’opera. Alcuni osservavano, altri – buontemponi – tra cui Sergio Parmesan Thelot, Angelo Janna Tavàn e Nino Deseno (?) commentavano ad alta voce: «Mah… Tita! Che rece longe che te a fat a chel lievre!». Il commento, più volte ripetuto, infastidì Maniach, il quale stizzito lasciò il lavoro e prese la via di casa. Toni Cariola, compresa la spiacevole situazione, lo rincorse sino sul Brait e, con non poca difficoltà, riuscì a convincerlo a tornare per completare l’opera. [testimonianza di Angelo Janna Tavàn, 1932]
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TESTIMONIANZE
...quanto sono belle le montagne!
Maria e Marcello Pasut, genitori di don Matteo Pasut.
di don Matteo Pasut
Il nonno Angelo mentre coccola «Roma», la storica cavalla, che ha vissuto 30 anni in casa Pasut.
Da quasi 70 anni frequento la pedemontana di Dardago-BudoiaSanta Lucia. Ciò accadde dall’estate 1945, quando fui accompagnato da mio padre a visitare la mamma, ospite in una famiglia di Dardago, di cui non ricordo né il cognome né il luogo: ricordo solamente assai vicino alla piazza. Ricordo la partenza dalla casa di Palse, con il fratello Angelo. Salimmo sulla vecchia carrozza, trainata dalla cavalla: si chiamava «Roma». Una cavalla che non aveva mai fretta, al massimo trotterellava. Fu viva la mia sorpresa, quando oltrepassato il paese di Roveredo in Piano, ci inoltrammo nel tratto della «prateria». Una vasta piana e, nello sfondo, la monta-
gna, che si innalza determinata verso il cielo, e le cime del Cavallo. «Papà, quanto sono belle le montagne!» – dissi a mio padre. Mi rispose: «Saranno ancora più belle più avanti!» Attraversato il paese di Budoia, arrivammo a Dardago presso la famiglia dove si trovava ospite mia mamma: aveva bisogno di alcuni giorni di riposo, e venne scelto il paese della pedemontana per «prender le arie», come eravamo soliti dire. Raggiungemmo la famiglia e con la carrozza arrivammo nel cortile dell’abitazione, entrando da un vecchio portico. Nel 1947 giunse a Budoia, in qualità di parroco lo zio don Alfredo Pasut. Da allora le mie presen13
ze in pedemontana furono sempre più frequenti. Questo soprattutto durante le vacanze da seminarista dagli anni 1950-1965. Ospite presso la vecchia canonica, ora demolita. La mia vacanza a Budoia era diventata annuale, e piano piano attorno a me si sono cresciute molte amicizie dei ragazzi e dei giovani, che si sono sempre affezionati, perticolarmente quando ho preso diverse iniziative nell’organizzare gare sportive, gite, passeggiate in montagna, e simili, secondo le nostre possibilità. Rimangono ancora un forte ricordo la serie di varie gare sportive, che noi organizzammo nello stile delle Olimpiadi, con punteggi, con premio-gita, pellegrinaggi, e così via. La cosa, che servì ad animare maggiormente le varie iniziative realizzai, fu la competitività nella serie delle gare sportive fra i tre paesi: Budoia, Dardago e Santa Lucia. I tre paesi venivano così animati con la soddisfazione di tutti. Sono stati questi i primi progetti di unificare parrocchie vicine. Alla fine delle competizioni si concludeva con un magnifico pellegrinaggio. Mi ricordo la partecipazione di don Alberto Semeja, parroco di Dardago, ed anche don Alfredo di Budoja. Indimenticabili i luoghi di Udine, Tricesimo, Erto, il Vajont, Longarone, Lago di Santa Croce…
Le tradizioni ci vengono tramandate dai nostri nonni, dai nostri avi ed il loro scopo ed il loro desiderio è che noi le trasmettiamo alle future generazioni. Durante il periodo dell’Avvento e del Natale sono presenti forse in maggior numero. Alcune hanno secoli di storia come il Presepe, altre un po’ meno, come il Panevin, altre ancora sono un poco più recenti, come i Madhi. Devo dire che quest’anno, durante il periodo natalizio… le abbiamo rispettate veramente tutte! Buon segno.
IL PRESEPE Nella nostra Pieve quest’anno erano presenti ben otto presepi. Il più tradizionale, il più classico ed il più grande di dimensioni era quello preparato dagli «Amici del Presepe». Sullo stesso altare Bruno Zambon ha preparato il suo, con statuine di terracotta di fabbricazione toscana; Pietro Ianna ha allestito due presepi sull’altare del Crocifisso, uno ricordava la Bolivia, a lui cara, e l’altro era suo personale. Due piccoli gioielli erano i presepi posizionati sulle acquasantiere ai lati delle porte laterali, uno di Gigi Basso e l’altro sempre di Bruno Zambon. Sull’altare di San Giovanni Battista facevano bella mostra due bei ‘thocs’ dentro i quali sono state sistemate le statuine, due presepi piccoli, ma belli, completi di tutto ed erano di Guido Cecchelin e Walter Tesolin; a conclusione ai piedi dello stesso altare la Sacra Famiglia scolpita in legno dono di Renato Zambon.
tradithiòns dei nostri paesi di Adelaide Bastianello Thìsa
Era veramente un belvedere dentro la nostra Pieve, un segno di amore della Comunità di Dardago per la propria Chiesa. Grazie a tutti per l’impegno, il sentimento e le belle idee!
IL PANEVIN Tradizione pagana con un rito centenario: il Panevin trae le sue origini dalle manifestazioni popolari agri-
cole e vuole essere un benevolo portatore di fortuna per l’anno che sta per iniziare. Il fuoco purificatore distrugge le sfortune del passato e, dalla direzione del fumo, si deducono i pronostici per l’anno nuovo. Per tradizione, dopo aver acceso il Panevin e dopo che il sacerdote lo ha benedetto, gli anziani intonano attorno al fuoco le litanie propiziatorie (le tanie) e canti popolari. Infine si dà libero sfogo... alla gola con torte, pinza e vin brulè distribuite dai volontari.
Tutto ciò è bello, imponente, ma preparare un Panevin è un impegno gravoso e di responsabilità. Richiede l’impiego di molte persone, da noi circa una ventina, e anche parecchi giorni di lavoro pesante con dispendio di mezzi ed energie. Ma a Dardago non mancano voglia di fare, di divertirsi e tutto poi si conclude con una bella «magnadha» in compagnia. E così la sera del 5 gennaio, dopo la benedithions de i pons, de l’aga e de ’l sal in glesia (unica tradizione patriarchina ormai rimasta), dhuti do de Ingoria per vedere l’accensione del Panevin e capire da che parte ‘l tira ‘l fun. Un vecchio detto dice: «Se ’l fun ’l va a montagna sarà ’na gran cuccagna, se ’l fun ‘l va a marina toi su ’l sac e va a farina».
I MADHI Questa tradizione sembra abbia le sue origini proprio a Dardago. In documenti del 1892 dell’Arcidiocesi di Udine se ne fa riferimento come abitudine in uso già da tempo (vedi l’Artugna n. 36, Umberto Sanson). All’inizio era semplicemente un ramo di sempreverde o una piccola pianta di ginepro, preparato dalle ragazze che lo allestivano con le piccole cose di casa, frutti, immagini sacre e nastri. Questa tradizione ha avuto un periodo
I dieci «madhi», in rappresentanza delle contrade del paese, vestono a festa la chiesa.
di sospensione intorno agli anni ’40, ma da circa dieci anni i dardaghesi l’hanno voluta riprendere portando in chiesa, la vigilia di Natale, dieci bei pini, uno per contrada. I madhi vengono posizionati lungo la navata centrale, come veniva fatto in origine, addobbandoli ogni anno in maniera semplice, ma creativa, come richiede la tradizione. Devo dire che l’effetto finale è veramente speciale e splendido al tempo stesso. Dà, alla Pieve, un aspetto di semplicità, di festa, ma anche di solennità. Ed è veramente il caso di dire, come una nostra compaesana «ha postato» su Facebook: «come è bella la nostra Pieve vestita da festa!» Questa usanza è una particolarità, una esclusività nostra, è nata proprio a Dardago, come diceva il maestro Sanson, perché quindi non farla propria?
Perché non istituzionalizzare questa tradizione? Bello sarebbe riconoscere e identificare così il nostro paese: «Dardago, il paese dei Madhi». Preparare il Madho è qualcosa di semplice, ma gratificante e se vogliamo vedere bene ha anche un secondo obiettivo: quello di unire le persone per fare cose insieme, per stare in compagnia. È una opportunità di collaborazione, di stare in armonia: pensate a una mamma, un papà che prepara il madho con i propri figli, o una nonna coi nipoti, oppure due vicine di casa e poi lo portano in chiesa. Il fare insieme: come per il Panevin; tutti, se ne hanno voglia, possono con poco contribuire a preparare e allestire il madho della propria via ed il lavoro di pochi unito a tutti gli altri sortisce alla fine un effetto davvero speciale! L’avete vista la Pieve questo Natale appena passato? Cerchiamo quindi, per quanto ci è possibile, di unirci sempre tutti insieme per collaborare a trasmettere in eredità alle giovani generazioni tutto il patrimonio culturale che ci hanno donato genitori e nonni, affinché in futuro i nostri discendenti non restino «orfani» della propria cultura, delle proprie usanze e di conseguenza non siano ancor più poveri a causa nostra. Un grosso contributo nella conservazione del patrimonio culturale lo ha dato Flavio Zambon con «Comót», ora sta a noi continuare.
Radici comuni per due sacerdoti Due religiosi, Rodolfo e Olinto Vettor, avevano radici comuni: i loro bisnonni, rispettivamente Giovanni (n. 1782) e Gio Maria (n. 1779), erano fratelli.
di Gianni Strasiotto
‘un prete di campagna’ don Olinto Vettor
Nella Grande Guerra – quando presbiteri e chierici erano soggetti al servizio militare – persero la vita quattro chierici ed un sacerdote della diocesi. Due furono invece i sacerdoti, vittime della seconda guerra mondiale: don Pietro Guarnerini e don Olinto Vettor, parroco di Lorenzaga di Motta di Livenza, colpito durante un mitragliamento da parte di un aereo alleato. L’estensore della sua epigrafe riporta: «Quanto amasse le anime a Lui affidate, lo attestano le parole pronunciate nell’ultima sua Omelia: ‘A te, o Gesù, per la conversione dei peccatori, offro la mia vita’. Il Signore ha accettato la sua offerta». Don Vettor nacque a Dardago, da Gerardo e Angela Carlon, il 24 settembre 1879, crebbe in un clima familiare ricco di fede e giovanissimo entrò in Seminario a Portogruaro, dove il 25 maggio 1902, non appena raggiunta l’età canonica, fu ordinato sacerdote. Dopo l’ordinazione fu – per meno di un anno – cappellano ad Azzano X; nell’ottobre 1903 raggiunse la parrocchia di Brische, come coadiutore del parroco don Celeste Belli ed il 25 luglio 1906 fu insediato quale parroco. Brische, all’epoca, è un piccolo centro rurale. La popolazione è dedita esclusivamente all’agricoltura
Don Olinto Vettor, scomparso tragicamente a causa di un mitragliamento aereo.
con scarse risorse economiche. Il triste fenomeno dell’emigrazione è molto alto e alto, come alto è il numero di analfabeti. In paese funzionano le prime tre classi elementari, riunite in un solo locale con un solo insegnante. In zona non c’è acqua corrente e l’elettricità arriverà solo nel 1922. Don Olinto è un sacerdote coraggioso e ben preparato. Ha capito che in un paese così povero di mezzi sia materiali che morali, egli rappresenta l’unica risorsa vera: dovrà essere guida, consigliere, sostegno e rappresentare un costante esempio di coraggio e laboriosità. È retto da una 16
gran fede e da un altissimo senso del dovere e riesce così a realizzare una solida comunità parrocchiale. Pensa per prima cosa ai ragazzi, a come tenerli vicini e per questo acquista un bellissimo grammofono, un oggetto sconosciuto e misterioso per quei piccoli che suscita grande interesse ed entusiasmo. È al fianco della sua gente durante la Grande guerra e nelle inimmaginabili privazioni del periodo dell’occupazione; successivamente si adopera, dapprima per risanare le coscienze e poi per ristrutturare il campanile danneggiato dalla guerra. Il pensiero costante di don Olinto, la cui voce è notevolmente stonata, sono la musica, il canto e la solennità delle cerimonie religiose. Saranno con lui in canonica, in successione, ben tre maestri di musica, il m° Ciotti, il m° Marino Viotto, è il valente m° Giovanni Berzeccola (1912-1998), cieco, che lo seguirà a Lorenzaga, ben noto a livello diocesano. Con l’avvento del fascismo iniziano gli screzi con i gerarchi locali. I suoi sermoni sono considerati «socialisti», è a lui imputata la difficoltà che il regime incontra a Brische nell’iscrizione dei Balilla, e per contro, non è gradita l’intensa attività del Circolo della Gioventù cattolica, che tiene i
pochi fanciulli della parrocchia lontani dalle manifestazioni organizzate nel capoluogo. Si arriva alle minacce ed all’insulto, agli sbeffeggiamenti quando transita in bicicletta per le vie del paese, alle richieste di rimozione inviate al vescovo, alle diffide delle autorità. Il vescovo lo difende di fronte alle autorità, attesta che si tratta di un ottimo sacerdote, cui meno che nulla può essergli rimproverato, ma nel 1933, in accordo con i superiori, il parroco accetta la guida della parrocchia di Lorenzaga, dove continua la sua vita semplice e operosa, in umiltà e riservatezza, con estrema rigidità verso se stes-
... vita semplice e operosa, in umiltà e riservatezza...
so e con l’adempimento dei più minuti doveri verso Dio. A distanza di 65 anni è così ricordato: «Era severo nel giudizio, ma era molto molto umano e generoso. Sapeva coraggiosamente combattere gli errori, con paterna sacerdotale benevolenza richiamava e accoglieva quanti lo avvicinavano. Stava sempre in chiesa, provvedeva anche alle pulizie. In canonica c’erano sempre dei bambini, con loro giuocava; frequentemente li portava a fare delle passeggiate». Le cose proseguono tranquille fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Per distrarre la popolazione fortemente impressionata dai primi lutti, i rappresentanti del regime organizzano dei balli popolari, a pochi passi dalla sua chiesa. Don Olinto si scaglia dal pulpito contro l’iniziativa, i fedeli lo ascoltano, da qui la reazione dei fascisti e la convocazione da parte del prefetto di Treviso per una reprimenda. Un po’ timoroso si fa accompagnare dal giovane cappellano don Luigi Botter.
Il prefetto lo rimprovera per aver «fatto male al Partito», per non aver fatto il saluto fascista durante la cerimonia d’inaugurazione di un’opera pubblica e lo rinvia con l’ammonizione di non parlare mai
... dal temperamento forte e mite nello stesso tempo...
più in chiesa contro l’ordine stabilito. Mons. Botter, poco tempo fa lo ricordava come un sacerdote timido, che «non avrebbe fatto del male a nessuno», d’animo caritatevole, dal temperamento forte e mite nello stesso tempo. Privo di qualsiasi esigenza, frugale nel vitto, essenziale nel vestire; unico «vizio», mezzo sigaro fumato di sera, seduto sulla panca fuori della porta della canonica. Attivissimo, percorreva in bicicletta decine di chilometri al giorno, raggiungeva ammalati o bisognosi, ai quali faceva recapitare quanto nelle sue possibilità, privandosi spesso anche dell’essenziale, più ostacolato che aiutato dai proprietari terrieri. Nel periodo della Resistenza la sua, come la maggior parte delle canoniche, è aperta a tutti, dagli sbandati ai partigiani combattenti ai numerosi profughi, con qualche rimbrotto da parte della perpetua Genoveffa Ragessi, per le difficoltà di mettere assieme quel po’ di vitto indispensabile. Giovedì 15 marzo 1945 celebra presto, come di consueto, la messa a Lorenzaga, poi in bicicletta raggiunge l’altra chiesa della parrocchia, in località Quartarezza, per una seconda celebrazione; subito dopo si reca alla vicina casa dei nobili Wiel per il consueto «caffè del giovedì», per scambiare qualche parola con quella famiglia di patrioti, futuri «Giusti fra le Nazioni» per aver salvato tre ebrei. Si dirige quindi a Rivarotta di Pasiano, per uno scambio di confi17
denze e per confessarsi da quel parroco, don Antonio Colussi. Prende la via del ritorno, accompagnato per un tratto, a piedi, dal sacerdote amico, quando in località Tremeacque, i due sono fatti segno di alcune scariche di mitraglia da parte di un velivolo angloamericano che sta volando a bassissima quota per individuare un’autocolonna, rifugiata nel vicino parco di Villa Luppis. Nel mentre don Colussi rimane incolume don Vettor riporta numerose ferite che si rivelano subito molto gravi. Il primo ad accorrere è il parrocchiano Lepido Battiston, lavorante di Villa Lupis, al quale dice soltanto: «Oh fiol, situ quà – ho tanti dolori». Pochissime sono le speranze di salvarlo, ma è prontamente trasportato all’Ospedale di Oderzo dove, alcune ore dopo, ricevuti i SS. Sacramenti spira. Alla salma trasportata a Lorenzaga e vegliata senza interruzione dai fedeli, lunedì 26 marzo sono rese commoventi onoranze, presente grande folla e numerosissimi sacerdoti. Don Olinto fu un parroco di campagna all’antica, autentico pa-
... fu un parroco di campagna all’antica...
store di Cristo – soprattutto devoto alla Vergine – presente, attivo, severo ed esigente, ma nel contempo gentile e umano. Fu seguito rispettato amato e pianto. Ancor oggi fedeli di Lorenzaga e di Brische conservano la sua fotografia, fanno celebrare una messa a suffragio e ricordano quel sacerdote che non aspirava ad altro che essere un prete di campagna, dedito a sostenere e confortare, rigoroso custode delle tradizioni e delle memorie, spiritualmente preparato, forte ed in grado di essere davvero d’esempio ai suoi fedeli.
Radici comuni per due sacerdoti
lo zelo pastorale di don Rodolfo Vettor di Gabriella e Alberta Panizzut Don Rodolfo Vettor nacque a Budoia il 4 ottobre del 1876, la madre era Maria Dedor e il padre Giacomo. È nato nella casa (dietro la chiesa di Budoia) dove ora vive Anna (Neta) Vettor (Martina). La casa dà su un cortile circondato dalla casa stessa, da una stalla e dalla casa che era di mia nonna Argelia Vettor. I Vettor quindi abitavano tutti nello stesso cortile, mentre dalla parte opposta della via Roma abitavano i Panizzut. Amicizia, solidarietà, aiuto vicendevole caratterizzavano queste due famiglie. Don Rodolfo all’età di 23 anni, il 9 giugno del 1899, fu ordinato sacerdote nella chiesa di San Luigi di Portogruaro da S.E. mons. Francesco Isola, tra l’orgoglio e l’affetto dei genitori, dei fratelli Martino e
... fu nominato Economo Spirituale di Andreis... Teresa e di tutti gli zii e cugini. Già il 1° ottobre 1899 fu nominato Economo Spirituale di Andreis con le funzioni di parroco, ma la chiesa di Santa Maria delle Grazie dipendeva dalla parrocchia di Maniago. Divenne Vicario sostituto di Prodolone dal 1° Novembre 1903, poi divenne parroco della parrocchia stessa e rimase sempre lì, dove morì il 26 marzo del 1936. Questi i suoi incarichi, ma Alberta (Panizzut) ed io lo ricordiamo per numerosi aneddoti raccontati da mia nonna Argelia (nata nel 1884) e da suo papà Riccardo (del 1897). I ricordi di mia nonna erano piacevoli, legati ad un lungo periodo in cui la
... lo ricordiamo per numerosi aneddoti...
Don Rodolfo Vettor, parroco per 33 anni a Prodolone.
sua zia Marieta l’aveva portata con sé a vivere in canonica, dove accudiva il figlio don Rodolfo. I genitori di mia nonna lavoravano in Germania, dove avevano portato i figli maschi e la figlia Elena, mentre le figlie più piccole, Argelia e Giovanna erano lasciate alle cure dei parenti Vettor e Stefinlongo. Gli aneddoti sono legati alle cene che la zia Marieta organizzava per suo figlio e i suoi amici. Una sera aveva invitato una decina di persone a mangiare il coniglio. Tutti i commensali elargivano complimenti a dismisura alla cuoca «ma che bon, mai magnà un cunicio cussì bon, siora Marieta che brava, ecc» mia nonna vide ad un certo punto il prete nascondersi dietro una parete ed assumere un’aria sospetta. Ad un certo punto proruppe in un lungo miagolio «miaaao, miaaao, miaaao». I rumori della tavola cessarono e per un attimo ci fu un silenzio di gelo, tutti si guardarono negli occhi… poi tutti scoppiarono a ridere. La zia non volle svelare qual fosse la 18
verità ma mia nonna mi diceva che prendevano i gatti randagi, li mettevano a «frollare» nella neve e poi «che boni che i era!». Al termine di un’altra lauta cena, come di consueto, si proponevano degli indovinelli. Don Rodolfo disse agli amici che aveva delle doti per cui vedeva attraverso i muri. Se uno di essi si fosse appartato nella stanza accanto e avesse assunto la posizione più strana, lui avrebbe indovinato e descritto come si fosse messo. Il soggetto doveva dire: «Come son io?» e lui avrebbe risposto. Si offrì un volontario, non ricordo bene se proprio Pier Domenico de Zorzi, di una nobile famiglia del paese. Questi salì su una sedia (mia nonna guardava da una fessura), incrociò le gambe, poi fece passare le braccia tra le ginocchia, mise i dorsi delle mani opposti, girò la testa di lato, insomma rischiò il colpo della strega e con un filo di voce disse «Come son io?» e don Rodolfo: «Co la pansa davanti e co la schena de drio!». Simpatico ‘sto prete pensavo io, ora ripensandoci, aveva solo 23 anni, era un ragazzo! Marieta ogni settimana, andava a trovare sua comare a Erto, mia nonna la accompagnava; camminavano per i sentieri e attraversavano anche le montagne che poi sono state interessate, una sessantina d’anni dopo, dalla tragedia del Vajont. La zia mostrava delle piccole frane alla giovane Argelia e le diceva «Veto, nina, chista i la cla-
Argelia con la nipotina Gabriella.
ce spaventata grida «Marietaaa, Marietaa» e si dirige verso i primi banchi dove ha visto la donna. Tutti i fedeli si guardano sorpresi e si sente mormorare «Lè el fìo del prete!». Riccardo si era svegliato in un ambiente a lui estraneo ed era uscito camminando scalzo nella neve a cercare la siora Marieta, suscitando degli interrogativi… Negli anni ’50 i ricordi invece erano un po’ tristi. Le persone che la nonna mi ha presentato erano un signore cieco che aveva perso la vista nella costruzione delle gallerie sulla strada della Valcellina e che lei aveva conosciuto da ragazzina, e i parenti di Meni (Pier Do-
menico) De Zorzi. Ricordavano sempre la bontà e l’altruismo del loro familiare, sindaco ma fascista solo per poter tutelare il paese, ucciso dai partigiani mentre all’alba partiva da Andreis, a piedi, lungo i sentieri, per andare a Roma a portare petizioni e corrispondenza che veniva a lui affidata, in quanto la maggior parte delle persone era semi analfabeta e non sapeva destreggiarsi per gli uffici. Alberta ed io ci raccontiamo queste cose che permettono di far rivivere, se non altro nel ricordo, chi è passato prima di noi, e finché ne parliamo nessuno di loro è morto del tutto.
Ecco i rapporti di parentela che intercorrevano tra i due sacerdoti. La documentazione è stata estratta dai registri di Battesimo dell’Archivio Storico della Pieve di Dardago.
ma la mont che ciamina». Erano i primi anni del 1900... quando è accaduto, nel ’63, il disastro, le parole riferitemi dalla nonna sono balzate alla mia mente. Marieta era una donna generosa e sapeva che la sua vicina, Marianna, (nonna di Alberta Panizzut) madre di ben otto figli, aveva bisogno di un po’ di sollievo, soprattutto nel gestire il piccolo Riccardo di cinque anni, con l’argento vivo addosso. Propose quindi alla donna di portarlo per qualche tempo in canonica con lei ad Andreis; Marianna fu ben felice anche perché sapeva che andava a star bene. Era la vigilia di Natale, era caduta fittissima la neve, si era accumulata, ma la gente aveva spalato, tracciando i percorsi per poter assistere alla Santa Messa della notte di Natale. Marieta aveva preparato tutto a puntino per l’indomani, aveva messo a letto il piccolo Riccardo stanco del viaggio e infreddolito dal clima montano e aveva raggiunto i fedeli nella bella chiesa gremita per la funzione natalizia. Il coro cantò, le preghiere si elevarono ed echeggiarono nel silenzio del paese. Al Sanctus, nel momento del silenzio, arriva dalla porta laterale un bimbo scalzo, con una camiciola bianca, che con vo-
Mattio Piero Mattia n.1712
Piero n.1737
sposa Valentina Antonelli Gio Maria
Giovanni n.1782
n.1779
sposa Maria Vettor
sposa Maria Alfier
Martino
Filippo
n.1815
n.1817
sposa Elena Cardazzo
sposa Rachele Janna
Giacomo*
Gerardo
n.?
n.1850
sposa Maria Dedor
sposa Angela Carlon
Martino Angelo**
Rodolfo Silvio n.1876 m.1936
Arturo
Olinto
n.1878 m.1960
sposa Rosa Steffinlongo n.1880 m.1972
n.1879 m. 1945
n.1891
sposa Anna Zambon Gerardo
Giacomo n.1906 m.1966
Anna (Neta Martina)
Umberto
n.1928 m.1969
n.1915 m.1993
n.1921
Il ramo di Giovanni con Martino si trasferì da Dardago a Budoia nelle case poste sul retro della chiesa di Sant’Andrea. * non documentato nei registri di Battesimo. ** La madre Maria, il fratello Martino e la cognata Rosa con la nipote Anna, furono molto vicini al sacerdote e lo seguirono nella gestione della canonica di Prodolone. [a cura di Vittorina Carlon e Roberto Zambon]
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L’acqua de ’l ruial, grazie ad una suggestiva cascatella, abbellisce il parchetto Pinàl.
Val de Croda sempre più bella!
Il Mulin de Bronte attende l’installazione della nuova ruota...
Siamo partiti a settembre del 2013 con l’idea di dare una sistemada e ’na netada al ruial. Qualcuno aveva manifestato qualche dubbio sul fatto che il gruppo de «Chei del Ruial» potesse reggere nel tempo. Invece, attorno al nucleo iniziale si sono via via aggregate nuove persone, non solo a fa malta e ramenà sass, ma con idee e competenze le più varie: il fotografo, l’informatico, l’esperto di grafica e
La «nuova versione» della strada che porta nei Trioi.
comunicazione, l’erborista, il boscaiolo, l’agronomo, il meccanico, ecc. Anche molti americani residenti in Comune si sono offerti di collaborare e sono venuti con i nostri volontari a saponà, spalà tera e giavà lisp. Abbiamo ricambiato tale disponibilità con una bella festa duth insieme là de le scole (preparata dagli amici del CFD). In pochi mesi, il tratto del ruial nella vallata è stato completamente 20
di Chei de ’l Ruial
restaurato, ricostruito e la sua funzionalità ripristinata. Sono stati ripuliti e messi in sicurezza anche i «trois» adiacenti, e riqualificata anche l’area del Mulin de Bronte, dove, proprio in questi giorni, stiamo sistemando la strada (che era ridotta ad un «rui») e costruendo le canalette in acciottolato per lo scolo dell’acqua piovana. A maggio 2014, abbiamo celebrato la 1a Festa del Ruial presso la nuova area de Perèr, dove sono af-
fluite centinaia di persone da ogni parte della regione e da fuori, ed è stata una vera festa per tutti. Grazie all’intervento generoso dell’Hydrogea, siamo poi riusciti a mettere in sicurezza anche lo storico tubo de la Rosta che stava letteralmente cadendo sul greto del torrente, e gli eredi Pinàl ci hanno prontamente messo a disposizione il loro terreno accanto al guado, dove abbiamo costruito un piccolo ma simpatico laghetto, con cascatina suggestiva e annesso parchetto con panchine e parcheggio. La nuova area Pinàl sarà certamente meta di passeggiate estive per molti residenti e visitatori: ci si potrà sedere e leggere in pace il giornale o un libro, con il sottofondo dello scroscio della cascata (basta ch’el plove!). Abbiamo anche apprezzato la nuova piccola diga sul Cunath, realizzata dal Corpo Forestale, che assicurerà un flusso più costante di acqua al ruial. L’estate scorsa abbiamo anche organizzato un bellissimo concerto
Inaugurazione del parchetto Pinàl. Domenica 21 dicembre 2014. Autorità presenti alla cerimonia, da sinistra, l’assessore provinciale Coassin, il sindaco Roberto De Marchi e don Maurizio Busetti.
vocale (degli H2Vox) in chiesa e raccolto fondi per gli amici missionari salesiani in Bolivia (padre Arturo e confratelli). A dicembre 2014 abbiamo deciso di chiudere l’esperienza del Comitato per costituirci in «Associazione di Volontariato ONLUS» e poter quindi partecipare a bandi regionali ed europei per finanziare i nostri nuovi progetti futuri, ma lo spirito e la struttura del «vecchio» Comitato è rimasta la stessa, come pure la motivazione delle persone. Fra i progetti messi in cantiere per il 2015 ed i prossimi anni, abbiamo riconfermato la 2a Festa del Ruial, che avrà luogo il 2 e 3 maggio, il cui programma è ben illustrato nella locandina a pagina 35. Recentemente, con il patrocinio del Comune di Budoia, abbiamo organizzato un corso di conversazione italiano/inglese, al quale partecipano parecchi americani residenti in zona e compaesani di tutte le età. Il corso viene realizzato con il coordinamento didattico della prof. Gabriella Panizzut, insegnante e volontaria della nostra associazione. Questi incontri rappresentano un’eccellente opportunità per tutti di «fare pratica» di lingua inglese, oltre ad essere un momento di socializzazione fra comunità diverse. Anche gli americani hanno accolto con grande entusiasmo questa iniziativa, tesa anche a favorire un loro migliore inserimento nelle nostre culture e tradizioni. Attualmente gli incontri avvengono il lunedì dalle 9 alle 11, e il giovedì dalle 18 alle 20. Chi fosse interessato, contatti il Comitato o vada direttamente alla sede nelle scuole di Dardago durante l’orario del corso per prendere accordi con la coordinatrice. Ci sono altri progetti che stanno a cuore a Chei del Ruial: la ricostruzione della glesiuta de Sant’Agnol, che la proprietaria, signora Vincenza Ianna (la Cencia de Theco) è disponibile a cedere alla Parrocchia purché venga riportata al suo antico ruolo; l’altro progetto riguarda la sistemazione e trasformazione in ciclabile della strada della Venezia delle Nevi, e, in seguito anche lo studio del fortino del Ciastelàt. Questi sono progetti sicuramente ambiziosi, per la cui realizzazione sa21
ranno necessari permessi, autorizzazioni, concessioni non facili da ottenere e, nel caso della Venezia delle Nevi, anche risorse finanziarie consistenti. L’Amministrazione comunale considera quest’ultimo un progetto strategicamente importante per lo sviluppo della vallata e del territorio, e i volontari del Comitato sono pronti a dare il loro contributo, per cui noi siamo «cautamente fiduciosi». Staròn a vede! In questi giorni è stata firmata una convenzione con il Comune di Budoia per la gestione dell’area giochi di Ciànpore. I volontari si prenderanno cura della manutenzione del parco (sfalcio erba, trattamento con vernice delle attrezzature e dei giochi in legno) e, a turno, si occuperanno della supervisione e riscossione parcheggio durante le domeniche estive. Ringraziamo l’Amministrazione per la fiducia che ci è stata data, convinti che ne beneficeranno sicuramente gli utenti del parco stesso che durante l’estate vede un afflusso importante di famiglie. Anche il parco Ciànpore rappresenta una grossa opportunità per richiamare nella vallata sportivi, famiglie, giovani, boy scouts e amanti della natura e del vivere all’aria libera. Intanto prepariamoci a godere la prossima 2a Festa del Ruial, durante la quale verrà inaugurata la nuova ruota ad acqua in lamiera che stiamo installando al Mulin de Bronte. Ringraziamo per la concessione i proprietari Stefania ed Enrico Zallot, la ditta By Style di Roberto Presotto, moderna azienda di Cordenons specializzata in lavorazione lamiere che ci ha sponsorizzato con la fornitura gratuita dei materiali, e anche gli artigiani Alfredo e Mirco Zambon Curadhela che hanno sviluppato e seguito la realizzazione del progetto. I lavori effettuati dai volontari si sono potuti realizzare anche grazie alla collaborazione e generosità di moltissime persone e ditte, che hanno messo a disposizione i loro mezzi e macchine (trattori, ruspe, camion, falciatrici, motoseghe ecc) e a tantissimi volontari, a conferma che «co’ un sass a paròn se pol fa un masaròn!». Un grazie di cuore a tutti. Se vedhòn al 2 e al 3 de mai a Dardàc!
NARRATIVA
Si parla molto di Val de Croda, ultimamente. I lavori effettuati dai volontari, opportunamente pubblicizzati, stanno richiamando molta gente nella vallata per goderne le bellezze naturali e storiche. Molti ora conoscono il ruial, San Tomè, Sant’Agnol… Tali siti hanno ispirato anche la fantasia di Alessandro Fontana, che dopo aver girato l’Italia per lavoro, ora si gode la nostra terra, ora anche sua, e si applica nella scrittura e nella pittura. Ha pubblicato alcuni libri tra cui due romanzi, La quarta luna di Giove e La lama d’acqua. Per i lettori de l’Artugna, Alessandro Fontana ha scritto un breve ma coinvolgente racconto ambientato nella nostra valle. Lo pubblichiamo in tre puntate.
di Alessandro Fontana
«Ehi! Papà! Sto uscendo. Lo scuola bus arriva tra un minuto. Ciao». «Fai presto, non perdere la corsa di ritorno. Ci vediamo al campo. Ti porto lì da mangiare. Tra un paio d’ore arriva la ruspa. Impara bene!». Il padre lo saluta sempre così, tutte le mattine e sempre la stessa raccomandazione: «Impara bene!» gli grida sull’uscio della casa che sta a un centinaio di metri alle spalle dell’antica pieve. Dalla sua stanza guarda la chiostra di alte colline non ancora montagne che chiudono la vista verso nord. Franco: «Sì. Stai tranquillo!» risponde sempre di fretta come ogni giorno. Ha mandato a memoria quell’invito perentorio senza mai chiederne il motivo: ma una volta che aveva ancora qualche secondo di tempo, glielo aveva domandato. Il padre era stato chiaro: «Quello che non impari a quest’età ti sarà estremamente faticoso o addirittura impossibile apprenderlo quando sarai più grande. Perciò approfitta di questa tua meravigliosa età». Sale sull’autobus. Stamattina è un giorno particolare e glielo sta dicendo all’amico mentre i campi lavorati in perfette geometrie sfilano nei finestrini, come in tutti i giorni di scuola, su entrambi i lati del rettilineo. Alberto gli ha conservato il posto accanto a lui, come ogni mattina. È interessato e vuole sapere. «Ieri papà mi ha detto: Franco, è finalmente 22
arrivata la licenza edilizia e domani cominceremo i lavori al campo. Verrà la ruspa e scaveremo la buca per le fondamenta e la cantina. Come sarebbe stata contenta mamma: che Dio l’abbia in gloria!». «Già. Tua madre…» Alberto fa un mezzo sospiro di rimpianto che l’amico apprezza con una pacca di gratitudine sulla sua coscia. «Quindi, avrete la casa nuova, Franco. Che bello! Quanto tempo ci vorrà?». «Papà ha detto che tra due anni traslocheremo. E avrò pure uno spazio esterno tutto mio per farci un campetto di pallone o di pallavolo, tutto in cemento. Ancora non ho deciso». «Perché non cominci a pensare anche a fare le linee per il tennis? Se saremo soli noi due, il tennis andrebbe bene. E se saremo in più, giocheremo a palla a volo o a calcetto». «Vedremo quanti soldi rimarranno a papà. Vedremo», chiude Franco mentre il pullman accosta nello spiazzo davanti al liceo classico di Pordenone. Quest’anno sono di licenza. Alle due e un quarto, il pullman lo riporta in piazza a Dardago. Smonta. È l’ultima fermata. Alberto invece è sceso come sempre alla fermata di Budoia. La giornata è limpida e il pomeriggio tiepido. Quasi nessuno per strada a quest’ora. Franco si avvia veloce fuori pae-
se, al campo, dove il padre lo aspetta. Sale ripida la stretta strada tra le case di pietra verso Val di Croda e lo zainetto gli batte sulle spalle come il tic-tac di un orologio. I suoi diciannove anni sono un potente motore che non gli farebbe sentire la fatica di quelle strade che conosce da quando è nato, se non fosse per l’appetito che comincia a fargli mordere le labbra. Franco è alto come il padre ma non gli somiglia molto e se portasse sul petto la foto della madre ognuno capirebbe di chi è figlio. Gli stessi occhi neri e i capelli castani ondulati portati da un lato proprio come la mamma, l’espressione dolce delle labbra con gli angoli sempre in su, atteggiate al sorriso. Ma anche della fame si dimentica passando davanti al portone della casa di via San Tomé dove abita Vera. Lei frequenta le magistrali, ha orari di scuola diversi, però il pullman fa due corse a distanza di un’ora l’una dall’altra e talvolta, o per il ritardo dell’uno o per l’anticipo dell’altra, capita che si trovino assieme in posti vicini ma divisi dal corridoio. Quando succede, Alberto fa finta d’interessarsi esclusivamente al solito panorama e Franco le parla. Vera è alta quanto lui, è bionda e ha gli occhi azzurri: un accenno di verde dà loro un’ombra di tristezza che perdono, illuminandosi, quando sorride mostrando denti bianchissimi come se fin da piccola avesse usato dentifrici al fluoro. Vera e Franco si frequentano fin da piccoli e ora hanno l’età per interessarsi a uno sguardo, al colore dei capelli, all’espressione che assumono parlandosi, alla camminata dinoccolata di lui e a quella svelta e composta, lievemente ondeggiante di lei, a quel modo che hanno di arricciare le labbra quando non hanno niente da dirsi. Ora, quando si lasciano alla fermata, invece del solito ‘ciao’, si salutano stringendosi le mani che sono sempre immancabilmente calde, entrambe avvolgenti. Un pomeriggio d’inverno che all’ora del ritorno i pullman erano in sciopero, avevano atteso insieme a Pordenone che la protesta terminasse ed erano giunti a Dardago dopo le quattro e mezza. Era già
buio e lui l’aveva accompagnata fino a casa. Davanti a quel portone di via San Tomè, lui stringendole la mano le aveva dato un bacio sulle labbra e lei non si era sottratta. Non passava nessuno e il bacio era durato diversi brucianti secondi. Passa oltre e dopo qualche minuto sente il ruggito soffocato della ruspa già al lavoro nelle vicinanze dell’orto che il padre coltiva da sempre. Anche la mamma, ricorda, lo aiutava spesso mentre lui giocava a rincorrere lucertole e qualche scoiattolo che talvolta abbandonava la sicurezza del bosco per avventure allo scoperto. Il campo è proprio lì, confinante con la strada. Vede un alto mucchio di terra rossa molto scura e pietre già accumulato sul lato destro della buca che comincia ad approfondirsi. L’automobile del padre è ferma più vicina alla strada che alla ruspa. La strada corre parallela al grande torrente fino a lassù in cima, all’inizio dell’imboccatura a ‘V’ dove le acque rifiutate dai boschi dell’altopiano si precipitano verso valle. Franco saluta il genitore con un richiamo e con la mano, ricambiato da un gran gesto del braccio e da quel sorriso spento, quasi una smorfia che lui fa quando è intento a qualcosa. Entra in auto e comincia a mangiare il cibo che lui prepara ogni giorno da quando la madre se n’è andata. Oggi però soltanto tre panini e due banane. «Andrà meglio stasera» pensa Franco. Poi scende dall’auto e si avvicina alla buca. Il terreno, come anche l’orto più in là, non è in piano ma ha una leggera inclinazione verso il paese. Tutta la zona fino all’inizio del bosco in alto è in pendenza seguendo il percorso del torrente e, ora che la benna scava tenendosi orizzontale, il pendio è ancor più evidente. Il padre lo stringe a sé per le spalle e comincia a parlargli ma la benna è appena calata su qualcosa di molto solido e ha rimandato un rumore forte, metallico ma sordo. Il ruspista prova ancora a calare la benna ma meno decisamente di prima e il rumore che gli rimanda stavolta è più cupo di un tonfo. «Sembrerebbe una grossa pietra, forse un masso» dice il padre 23
che intanto ha fatto fermare la ruspa ed è sceso nella buca a controllare. «Nani, porta giù una pala o una zappa» ordina al ruspista, «e vieni anche tu Franco a dare una mano». Ora sono tutti nella buca: con le pale e le mani guantate cercano di ripulire quella pietra dallo straterello di terreno. Pare come una lastra ma non è grezza, naturale: è lavorata e
[...] «Ma che ci fa qui una pietra così!» [...] Disegno dell’autore.
ancora non si capisce quanto finemente. Anche la sua posizione è strana: è di sbieco rispetto alla pendenza. «Ma che ci fa qui una pietra così!» si stupisce il padre. «Questo è un terreno alluvionale, tutta roba portata dal torrente da almeno un milione d’anni fa, fango e pietre tonde o tondeggianti. Così ci ha sempre insegnato il ‘vecio’ Sindaco che era un ottimo professore di geologia. Solo pietre calcaree, dure ma facili allo spacco. Tutto il paese è
costruito con queste pietre bianche o, al massimo, grigio chiaro. Questa invece pare rossastra e non ha niente di tondo». Franco guarda affascinato e si avvicina. In ginocchio cerca di grattare via la terra con la mano ma la crosta che ricopre la lastra è dura e non ne vuole sapere di lasciare il proprio ancoraggio: sembra che voglia proteggere quella pietra, nasconderla. Dice a Nani: «Proviamo a togliergli la terra attorno in modo da vedere quanto è grande. Per uno bravo come te deve essere uno scherzo». Lui risale sulla ruspa agile e contento e, infatti, ora la benna sembra una mano gentile ma potente che scava per mezzo metro tutt’attorno. Vengono alla luce altre pietre, disordinatamente e di diverse dimensioni ma squadrate come pietre angolari, alcune vicine alla lastra ed altre lontane un paio di metri come se risalissero la pendenza del terreno. Poi la benna ritorna sulla lastra. In pochi minuti è perfettamente evidenziata, ricoperta da quella scorza annerita: risalta, è in rilievo rispetto al terreno di fianco sui quattro lati. Il padre la misura e dichiara: «È lunga un metro e settantacinque ed è larga cinquantacinque centimetri. È proprio un rettangolo». «Ci resta solo da sapere lo spessore e così possiamo decidere» dice Franco «se la benna la può sollevare e spostare». E Nani è ancora all’opera; si fa strada delicatamente con i denti della benna sul lato lungo della lastra finché questi le entrano sotto. «Deve essere spessa almeno quindici centimetri. Che faccio la sollevo? Peserà almeno sei o sette quintali». «No, non ancora» gli fa il padre. «Prima, prova a ribaltarla. Vediamo cosa c’è sotto. Poi decidiamo».
La lastra si alza lentamente su un fianco e il suo spigolo stride nel contatto con l’acciaio della benna fino a quando la pone in equilibrio perfettamente verticale. Poi, ancora una piccola trazione e la pietra si rovescia con un lieve tonfo mostrando la parte interna: è incredibilmente pulita, senza incrostazioni e il colore è rosso vinaccia: tende al viola. Anche Nani è ora vicino alla lastra a guardarla stupito ma nessun’indicazione li aiuta. Franco si anima: «Non ne sono sicuro ma forse è granito: granito rosso oppure porfido». «E qui a Dardago è proprio fuori zona!» Il padre è sempre più perplesso. Timidamente Nani sussurra in dialetto: «Ancia le piere l’e fora de posto. L’e spigolose, no tonde». «Già» fa il padre pensieroso ma ritorna subito a guardar la lastra. «Mai visto il granito o il porfido, e per giunta anche perfettamente squadrato. Neanche tra i monti della Carnia c’è questa roba, per quanto ne sappia. Forse dovremmo chiedere al Sindaco». «No! Non per ora» Franco si oppone. «Forse dovremmo rigirarla ancora e lavare via con l’acqua la terra e guardare bene la prima faccia». «E allora facciamolo presto. Mica voglio pagare Nani senza far lavorare la ruspa, ti pare?» Nani annuisce. «Vai a prendere il tubo dell’acqua dall’orto, Franco. È lungo abbastanza da arrivare fin qui. E tu, Nani rimettila a posto come l’abbiamo trovata». La guarda ancora e la sua posizione di sbieco gli fa pensare: «Pare proprio che sia stata spostata da una frana: forse stava più a monte: chissà…ma perché?». Trascorrono cinque minuti e il robusto e continuo getto d’acqua scrosta pian piano la terra che schizza via con regolarità. Il flusso sembra incastrarsi in certe piccole fenditure della pietra e si frantuma in ogni direzione, discontinuo, in una miriade di minutissime goccioline rapide, come vaporizzate. Appare netta una serie di lettere, una scritta. Franco la riconosce subito. «È latino. È un’epigrafe! Come quelle che abbiamo visto ad Aquileia: ricordi papà?». «Sì, certo, ma qui non c’è mai 24
stata una città o un paese: forse neanche un vero villaggio ma solo qualche avamposto di vedetta. C’è la chiesetta di San Tomé di parecchie centinaia d’anni, molto lontana da qui, dall’altra parte dell’Artugna ma mai che abbia sentito parlare dei Romani. Forse dei Longobardi, mi pare…». «No, no. I Romani ci sono stati» precisa Franco «magari con piccoli contingenti militari per opporsi agli invasori Galli Carni che da qui avrebbero dilagato nella pianura, ma c’erano. I Longobardi poi, sicuramente. Lo spiegò proprio il Sindaco un giorno che ci parlò anche della nostra Storia…». «E ora che facciamo?». Il padre domanda a Franco: «Che dice la scritta?». «Non lo so. Non sono mica un latinista. Ma ora la ricopio e a casa mi aiuterò con il vocabolario». Il padre è indeciso: «E nel frattempo che facciamo?». «Papà, direi che la lastra sia portata fuori dalla buca; mettetela da parte coprendola con un telo e poi continuate a lavorare, a scavare. Ma soprattutto stiamo zitti, zitti: hai capito Nani? Poi decidiamo. Avete ancora tre ore di luce. Ci vediamo più tardi qui, se prima riesco a capirci qualcosa». Tornato a casa Franco ha un gran daffare. Nella sua stanza al piano di sopra, dalla piccola libreria per prima cosa prende il libro di Mineralogia, poi si siede alla scrivania e lo sfoglia fino a trovare anche le foto di quella roccia, di come si presenta sia grezza sia lavorata. Il paragrafo è chiaro: conferma che si tratta di porfido rosso e potrebbe essere stata scavata in Trentino ma il colore scuro tendente al viola, dice il libro, è specifico di un porfido cavato in Egitto. «In Egitto? Con l’epigrafe dell’antica Roma? A Dardago?» si chiede stupefatto. Gli viene un altro pensiero: «Come mai è lunga soltanto un metro e settantacinque? Ci penserò dopo. Sta’ cosa è straordinaria!». Poi prende il vocabolario latinoitaliano e comincia a tradurre. [contunua]
’n te la vetrina
UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.
Dardago, anno scolastico 1953-54, classe V. Maestro Giacomo Zanchet. In piedi, da sinistra a destra: Enrico Spina, Corrado Zambon Tarabìn, Marisa Ianna Cianpanèr, (?) Bastianon, (?), Graziella Cecchini Trantheot, Rosa Zambon Luthol, Luigi Bocùs Frith, Gianni Rigo Moreàl. Seduti, da sinistra a destra: Giancarlo Bocùs Frith, Girolamo Zambon Tarabìn Modola, Bruno Zambon Tarabìn Trucia, Arnaldo Busetti Caporàl, Giovanni Zambon Scrocˆ e Renato Rigo Barisel. (testo e foto di proprietà di Flavio Zambon Tarabìn Modola)
È una calda mattina di giugno, precisamente il 9 giugno 1963. Siamo usciti di casa molto presto e senza fare colazione. Ecco il gruppo protagonista, dall’alto verso destra: Beatrice Gislon, Ornella Del Maschio, Maura Zambon, Maria Grazia Puppin, Raffaella Del Maschio e Sandra Del Maschio. Nella fila centrale: Gloria Del Puppo, Rita Carlon, Maria Rita Angelin, Piera Zambon, Daniela Carlon e Lauretta Carlon (che è uno scalino più in alto). Infine, con don Alfredo i maschietti: Nicola Zambon, Vanni Carlon, Ugo Poletto, Manlio Signora, Flavio Del Maschio ed infine Remigio Zambon. Dopo la cerimonia siamo andati tutti in canonica dove, sotto il grande pergolato di uva fragola, abbiamo bevuto una buonissima cioccolata e mangiato biscotti. Il 7 luglio dello stesso anno, abbiamo ricevuto la Cresima. (testo e foto di proprietà di Raffaella Del Maschio)
Luciano, ’sei andato avanti’
di Giovanni Frattini A.N.A. Milano
Luciano Bocus Frith.
Nato a Dardago, classe 1936, da giovane frequentò una scuola professionale specializzandosi in ebanisteria. Emigrò in Francia per qualche anno, poi venne a Milano, dove lavorò, per conto proprio, seguito dal Vecio Alpino Enrico Zambon, come fosse un figlio. Il servizio militare lo fece nella Compagnia Genio Pionieri della Brigata Alpina «Julia», chiamata in gergo affettuoso la «Pio Pio». Nel Maggio 1971 quando fu costituito il Gruppo Alpini di Milano Crescenzago, Luciano era presente alla cerimonia di inaugurazione, con la moglie ed i due figli, poi si iscrisse al Gruppo. Entrò poco dopo
nel Consiglio direttivo ed essendo il più giovane consigliere, a lui fu affidato, nel 1975, il compito di realizzare il «Nucleo Tamburi di Crescenzago», costituito da 6 tamburi napoleonici e 4 tamburelli, che ebbe il battesimo con l’adunata nazionale di Firenze di quell’anno. Ad ogni adunata nazionale i Tamburi furono sempre presenti, sempre diretti da Luciano, riscuotendo molti applausi. Furono anni felici ed indimenticabili. Partecipò nel 1976, quando un furioso terremoto devastò il Friuli, con altri Alpini del Gruppo, ai cantieri di lavoro organizzati dall’A.N.A. nazionale, per i «Fradis Furlan» dove, a Majano, da ottimo artigiano, si adoperò per aiutare chi aveva bisogno. Non mancò di lavorare, affiancato dal figlio Andrea, Alpino, quando nel 1994 la sede del nostro Gruppo Alpini si trasferì, sempre a Milano, in via Padova. Realizzò tutti i lavori di arredamento ed altro. Bastava chiamarlo che subito accorreva. Alpino sempre!
All’arrivo di questa triste notizia, datami da Andrea, mi assalì un forte sgomento come fosse mancato un mio stretto parente. Sapevo della sua malattia, ma mi auguravo di avere ancora la sua presenza per molto tempo. Purtroppo, caro Luciano, come diciamo noi Alpini: «sei andato avanti». Ricorderemo sempre la tua operosità e la tua voglia di forte altruismo verso il prossimo bisognoso. Sentite condoglianze alla moglie Signora Franca Janna, al figlio Massimo, Bersagliere, ed al figlio Andrea, Alpino, con la moglie Signora Raffaella e la piccola nipote Bianca. Condoglianze a tutti i parenti di Luciano ed a quanti gli hanno voluto bene. Mandi Luciano, sarai sempre con noi, non ti dimenticheremo! DARDAGO, 26 GENNAIO 2015
un sorriso contagioso I tronchi degli alberi sono separati, ma le radici si tengono strette le une alle altre e i rami in alto si intrecciano. Sono uniti a livello profondo e a quello più elevato. ROMANO BATTAGLIA
È leggendo questa frase che ho pensato a te, caro Luciano, più che un parente, più che un amico… un punto di riferimento. Le mie estati trascorse a Dardago in casa tua. Momenti spensierati così ricchi di emozioni, sono fra i ricordi più belli della mia infanzia.
I giochi, i vespri, il panino acquistato in cooperativa che ogni mattina ti portavamo nel laboratorio dove lavoravi... Un legame vero che ci ha fatto condividere i momenti più importanti della nostra vita; le feste di famiglia alle quali voi, parenti della montagna, non mancavate mai: ecco che i tronchi divisi vedevano radici intrecciate. Ti ricorderò per sempre come un uomo vero, dall’animo buono, con un sorriso contagioso e rasserenante. Ciao Luciano. PRATURLONE, 31 GENNAIO 2015
la casetta di Luciano Ha destato vivo cordoglio la morte dell’Alpino Luciano Bocus, ma la sua persona loquace, lungimirante fortemente attaccata ai valori, che sono l’espressione più genuina della nostra Associazione, resterà sempre viva nel cuore dei suoi familiari, del Gruppo di Milano-Crescenzago e fra gli Alpini di Budoia. Milanese di adozione, ma con il cuore e la mente sempre a Dardago suo paese natale, è stato uno dei fautori del gemellaggio fra i nostri Gruppi ANA di MI-Crescenzago e Budoia, dopo il terremoto del 1976. Il motto «Ricordare i morti aiutando i vivi», proprio pensato in quel terribile frangente, ha fatto partire i cantieri di lavoro del Friuli terremotato e ha dato il «La» alla solidarietà alpina, modo concreto di venire incontro alle diverse
di Pietro Zambon
Praturlone 1955. Luciano con Pietro Zambon, nel giorno della Prima Comunione.
di Mario Povoledo
calamità e alle necessità di coloro che tendono la mano. Con il nostro Gruppo di Budoia, Luciano si è sempre prestato, fornendo aiuto e consiglio nelle varie fasi di vita associativa. Ogni anno, degnamente rappresentava gli Alpini milanesi, e quando noi avevamo necessità di recarci a Milano, era il nostro punto di riferimento. Anche la Sezione di Pordenone, in due occasioni ha potuto sperimentare il cordiale apporto fornito da Luciano. All’inaugurazione della nostra Sede di Gruppo, a pochi passi dall’abitazione di Dardago, Luciano ha portato un suo omaggio: una casetta-salvadanaio, uguale a quella che si trova nel Gruppo di Crescenzago. Persona nobile, Luciano; e la dimostrazione del vasto cordoglio
per la sua dipartita si è ben vista il giorno delle sue esequie. Con due delegazioni e rispettivi Gagliardetti di Crescenzago e Vimercate, Sezione di Milano, si erano uniti quelli di Budoia, di Aviano e di Vallenoncello ed una cinquantina di Alpini, fra i quali il Mar. Magg. Aiut. Sancandi giunto da Udine, suo caporeparto durante il servizio di leva. Ci mancherà Luciano, ma seguendo le orme di bene da lui tracciate e da coloro che sono andati avanti, ci sproneranno ad essere sempre e dovunque «un esempio per l’italia», che adesso come adesso ha fortemente bisogno di persone oneste ed esemplari. Ciao Luciano, riposa in pace.
l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Lasciano un grande vuoto...
Ferruccio Panizzut Cutho Ti ricorderemo sempre con amore, sarai sempre nel nostro cuore. LA MOGLIE EUGENIA, I FIGLI MIRELLA, PHILIPPE CON I FAMIGLIARI
Gabriella Zambon Pala
Cara Mamma, volevi tornare a casa dall’ospedale ma non abbiamo potuto accontentarti e questo ci addolora tanto. Tu ci hai insegnato il rispetto, l’integrità morale, la volontà di migliorare… non è stata una vita facile la tua ma non ti sei mai persa d’animo, abbiamo affrontato assieme a te tanti momenti difficili e la tua forza ci ha fatto superare gli ostacoli procedendo nel cammino della vita… fino a quando si è ammalato il papà ed allora la tua è diventata una dura lotta per cercare di far rimanere tutto come era prima, cercando di annullare la malattia e i disagi ma questa lotta ti ha lasciato priva di forze e anche tu ti sei ammalata …per il grande amore che hai sempre avuto per la tua famiglia. I momenti più belli per te erano quando eravamo tutti insieme e la famiglia 28
si riuniva e con i figli ed i nipoti potevi condividere il pranzo che preparavi con cura come se si trattasse di una cerimonia sacra. Ti piacevano tanto gli animali, le piante, i boschi e quando eri in ospedale ricordavamo quando andavamo nei boschi a Dardago all’alba per andare a funghi immersi nella quiete e nella pace che la natura sa dare.. Non preoccuparti ora hai affidato a noi il papà e ti promettiamo che lo affiancheremo con l’amore di sempre. Ti preghiamo di vegliare sul papà, su di noi, su i tuoi nipoti …su tutti quelli che ti hanno voluto bene... A te cara mamma diciamo arrivederci e siamo certi che sarai sempre nei nostri cuori. Ti vogliamo tanto bene. DONATELLA E VALERIO
… per lei era la foto più bella e ne andava orgogliosa….
Lidia Zambon Glir Infine il tuo cuore, forte e generoso, si è fermato. E, dopo quattro anni, hai potuto raggiungere il tuo Camillo che ti aveva assistito con amore durante la tua lunga malattia. Da lassù, ora che siete nella luce, pregate per noi. I TUOI CARI
Aldo Zambon Rosit È mancato il 2 marzo Aldo Zambon Rosit lasciando nel dolore i figli e la moglie Bruna. Poche settimane prima, il 18 gennaio, Bruna e Aldo avevano festeggiato il loro 65° anniversario di matrimonio. Impossibilitati ad essere presenti in chiesa a Dardago, dove avevano rinnovato con il 25°, 50° e 60° le loro promesse matrimoniali, avevano voluto però essere ricordati durante la Santa Messa domenicale. Eccoli ripresi nella loro casa di Trieste, attorniati dai loro figli Enrico, Orietta e Maurizio.
Serafino Zambon Pinàl È venuto a mancare il 27 febbraio, all’età di 87 anni, Serafino Zambon (figlio di Pietro della «Cooperativa»), fedele lettore de l’Artugna, solamente cinque mesi dopo nostra madre, Laura Bocus. Ora riposano insieme nel cimitero di San Donà di Piave (Ve). ALESSANDRA, FRANCESCA E MICHELE ZAMBON
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Lasciano un grande vuoto...
Bruna Soldà Polàt La Bruna Polàta se n’è andata, e con lei se n’è andato un pezzo del paese. Apparteneva alla famiglia Polàt, appunto, una delle famiglie storiche di Santa Lucia, famiglia molto tradizionalista, numerosa, che negli ultimi anni s’è sparpagliata, ma il cui nucleo è ubicato sempre al solito posto, vicino alla stazione. Bruna era una gran lavoratrice e anche per questo era molto conosciuta: cordiale, solare, schietta e semplice. Un dolore devastante l’aveva colpita vent’anni fa, dolore che tutti ricordiamo e a cui abbiamo partecipato, ma che lei ha sopportato con caparbietà
senza mai farsi compiangere; forte e risoluta è andata avanti affrontando malattie piuttosto gravi, tanto che da qualche anno non usciva più di casa se non per andare all’ospedale. Così non la si vedeva più nella sua visita quasi quotidiana al cimitero, sempre con tanti bei fiori freschi. Avremmo voluto accompagnare il suo ricordo con una foto in cui apparisse sorridente, ma non ce ne sono. Allora noi ora la immaginiamo sorridere accanto a Claudia, la figlia tanto tragicamente scomparsa, e al marito Renzo, mancato solo qualche mese dopo la loro figlia. LEONTINA BUSETTI
Annamaria Rita Zambon Tarabìn «Una vita breve ma intensa», quella di Annamaria Rita Zambon – figlia di Arturo Zambon Tarabìn – che il 24 gennaio scorso, dopo una lunga malattia, ha lasciato, a soli 44 anni, i genitori, i fratelli, la sorella, il marito e i suoi tre figli (Chiara 18 anni, Sara 11 e Stefano 5). A Melzo (Mi) dove viveva con la sua famiglia e a Milano, dove è nata e cresciuta, tutti la ricordano per il suo ottimismo e la sua forte fede. «Aveva una forza incredibile e una voglia di ricominciare sempre», la ricorda una sua amica. Un’altra aggiunge: «Aveva grandi idee, creatività, spiccata voglia di fare». «Aveva una profonda devozione alla Madonna, e credo sia questa fiducia nella mamma di Gesù ad averla sempre sostenuta e supportata, dandole
speranza e serenità», sottolinea una terza. E il marito Marcello completa: «Invidiavo il fatto che, nella sua situazione, era sempre più serena di me. Spesso era lei ad aiutare e consolare gli altri: le bastava guardare negli occhi una persona per capire il mondo che si celava dietro. La paura e il pianto c’erano, ma predominava la grinta e il suo sorriso luminoso e allegro!». È così che oggi noi tutti la vogliamo ricordare, sicuri che ora, più che mai, nella Pace in cui si trova, non farà mancare il suo sostegno e il suo conforto: infatti, così come ha amato sulla Terra, siamo certi che anche adesso dal Cielo continuerà ad elargire tutto il suo amore di figlia, sorella, moglie e madre. LA SORELLA MARIA GRAZIA
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CRONACA
Cronaca Auguri, alpins!
Sabato 25 e domenica 26 aprile si celebra l’80° anniversario di fondazione del Gruppo ANA di Budoia intitolato a «Bepi Rosa». Due giornate ricche di appuntamenti che prevedono i rituali alzabandiera e la deposizione dei fiori in memoria dei caduti a Santa Lucia e a Dardago e la sfilata fino a Budoia. Due occasioni «musicali» valorizzano poi alcuni momenti significativi delle celebrazioni: il coro ANA di Aviano nella Chiesa di Santa Lucia accompagna la presentazione del libro Alpino Paolo Busetti. Ricordi dal fronte russo mentre la Santa Messa a Budoia è onora-
Le quattro statue che attendono il restauro.
’Na ele dudhe?
Il marchio per l’80° di fondazione del Gruppo «Bepi Rosa», opera dell’amico Umberto Coassin di Budoia: i campanili delle tre Comunità uniti dalla penna nera simbolo del Corpo Alpini e sullo sfondo il massiccio del Monte Cavallo.
ta dal Coro Julia di Fontanafredda prima del tradizionale rancio alpino in oratorio. Per l’occasione l’amico Umberto Coassin ha realizzato uno stemma pittorico celebrativo raffigurante i tre campanili dei nostri paesi uniti dalla penna nera alpina e sullo sfondo il massiccio del Monte Cavallo.
Il colpo d’occhio non lascia margine ai dubbi. Entrando nella chiesa di Dardago non si possono non notare le quattro nicchie lungo le pareti spogliate delle consuete statue del Sacro Cuore, di San Giuseppe, di San Luigi Gonzaga e di Sant’Antonio. Nessun mistero, quanto piuttosto la necessità di «rimetterle in forma» e renderle ancor più splendenti. È il pievano don Maurizio a spiegarne le ragioni: «Dopo aver fatto eseguire la pulizia straordinaria della chiesa, ci siamo accorti che anche alle statue serviva un intervento di risistemazione. Riparazioni frettolose eseguite nel tempo e il colore smarìt le aveva31
no private del loro splendore originario. Lasciarle nelle nicchie nello stato in cui versavano no pareva bon». E dunque l’incarico è affidato alla signora Assunta Gambarini, a cui va la nostra riconoscenza per il suo paziente e certosino lavoro di restauro, e confidiamo nel prossimo numero del giornale di potervele mostrare nella magnificenza della loro nuova «vita».
Duth in carnaval
Anche a Dardago le maschere di carnevale sono le protagoniste del mese di febbraio! Domenica 8, Quelli del Carro occupano la bella piazza del paese col bellissimo carro mascherato
Looney Tunes accompagnato da papere e coniglietti. Dopo la Santa Messa, baciati da bel sole, tutti ad ammirare il gigantesco coniglio Bugs Bunny, Taddeo il cacciatore pelato, Titti il canarino e il papero nero Daffy Duck, protagonisti dei cartoni animati. Don Maurizio impartisce la benedizione al carro e alle maschere e il Sindaco si complimenta con i tanti volontari che per mesi hanno lavorato per raggiungere questo bel risultato. Non può mancare un apprezzato rinfresco. Terminata la festa in piazza il carro partecipa, nel pomeriggio, alla sfilata di Aviano. Il giovedì grasso, sono i piccoli della Scuola dell’Infanzia i protagonisti del carnevale i quali invadono le strade del paese, mascherati in tanti modi diversi. Accompagnati da genitori e nonni si impadroniscono delle strade armati di coriandoli, stelle filanti e di... tanta allegria. Anche quest’anno il cortile delle ex scuole è il luogo della festa con gli alpini che offrono bibite e crostoli. Veramente una bella giornata.
Una simpatica giornata di carnevale. Protagonisti i bambini delle nostre Comunità.
vedì). Per le iscrizioni ci si può rivolgere in Farmacia, in Biblioteca e ai negozi di abbigliamento La Mont, a Budoia, e di alimentari di Mara Santin, a Dardago.
’Ndon a ciaminà
L’Amministrazione Comunale su proposta del Dipartimento di Prevenzione della ASS n. 6 Friuli Occidentale ha aderito all’iniziativa Gruppi di cammino. È un’opportunità per «mettersi in movimento» e socializzare. Camminare in compagnia aiuta la socializzazione e favorisce l’autostima, portando benefici a livello psicofisico oltre a migliorare la salute. Camminare fa bene sempre. Questa iniziativa è anche un’occasione per conoscere da vicino alcuni angoli nascosti dei nostri paesi. Le passeggiate sono brevi, di circa un’ora, con accompagnatore e si svolgono in due giornate con partenza alle ore 9.30 dalle piazze di Budoia (martedì) e di Dardago (gio-
El vecio arloio de la Pleif Riposava sulla torre campanaria da 16 anni. E da oltre 140 aveva
reso glorioso servizio alla comunità. È il vecchio meccanismo con carica manuale quotidiana del campanile, sostituito nel 1988 con una centrale oraria operativa e programmata e congedato, da allora, nella sua sede originaria. Come annunciato nel precedente numero del giornale ora che è stato riportato «a terra» trova ospitalità in casa di Mario Poletti in attesa di ricevere, con la buona
Il messaggio bilingue «Andiamo a camminare?» per incentivare le adesioni all’iniziativa sociale.
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stagione, le prime cure contro gli acciacchi dell’età. Per il successivo destino, dopo il restauro, ci affidiamo invece alla creatività dei paesani affinché possa trovare degna sistemazione e valore in una delle contrade di Dardago e possa diventare testimonianza visibile della storia e custode eterno dell’identità della Pieve.
Ecco il nuovo direttivo di Dardago in carica per il prossimo triennio (da sinistra): Andrea Usardi, Francesca Romana Zambon, Espedito Zambon, Corrado Zambon, Francesco Del Maschio, Federico Rigo, Alessio e Riccardo Zambon.
Il meccanismo dell’antico orologio è pronto per l’imminente restauro.
Consilio nof pa’ la AFDS... I donatori di sangue del comune hanno rinnovato i loro consigli direttivi. L’assemblea AFDS di Dardago, il 19 febbraio 2015, ha rinnovato il consiglio con l’entrata di 6 giovani consiglieri. Riconfermati il presidente Corrado Zambon e il vice Espedito Zambon. Il giorno 28 febbraio 2015 i donatori della sezione di Budoia-Santa Lucia hanno nominato il nuovo consiglio, che condurrà l’associazione per il quadriennio 20152018. Confermato in carica il presidente Pietro Zambon e pure il vice Pietro Del Maschio. Il rappresentante dei donatori sarà Valerio Arlati e Umberto Coassin sarà il revisore dei conti.
Il consiglio direttivo della sezione Budoia-Santa Lucia: Pietro Zambon, Lucio Carlon, Antonella Del Zotto, Graziano Del Zotto, Luigino Morson, Pietro Del Maschio, Guido Giusto, Valerio Arlati.
…e ancia pa’ la Pro Loco
Il 16 febbraio 2015 si è costituito il nuovo consiglio direttivo, che rimarrà in carica per il biennio 2015-2017. Sono stati eletti: Maurizio Carlon, presidente, Simone De Val, vice presidente, Luigino Morson, segretario e Marina Carlon, tesoriere. Gli altri consiglieri sono: Alessandro Baracchini, Paolo Borlenghi, Bruno Carlon, Lucio Carlon, Omar Carlon, Oscar Carlon, Cristina De
Chiara, Cleofe Lucchetta, Nadia Modolo, Daniele Saviato e Michele Zambon.
AUGURIAMO UN BUON LAVORO AI NUOVI CONSIGLI 33
Claudio Querenghi, instancabile autore della ’pulizia straordinaria’ del campanile di Dardago.
Netàt el cianpanile
Claudio Querenghi, volontario di Chei del Ruial, non si perde d’animo. Se il campanile necessita di un’approfondita pulizia, lui si rimbocca le maniche ed in breve tempo i calcinacci dei lavori di restauro, le deiezioni dei colombi, la polvere e i detriti del tempo sono completamente ripuliti dai muri, dalle scale, dai pianerottoli. Dalla cima al piano terra la torre ritrova l’antico splendore e la scala di legno che porta al piano delle campane respira di un nuovo vigore grazie alla successiva verniciatura con prodotto impregnante. Ora il restuaro è davvero completo, anche a seguito dell’ultimo intervento della ditta Tofano di Cordignano (Tv) incaricata dei lavori ufficiali, che, a seguito di diversi solleciti, ha provveduto a risolvere i problemi di infiltrazioni di acqua piovana. A Claudio va naturalmente la riconoscenza del nostro giornale e della comunità non solo per il suo lavoro ma, soprattutto, per l’esempio che ci fornisce con la sua sensibilità nei confronti del paese e della sua storia.
Signora (30 aprile 1990), arcivescovo di Pompei per vent’anni dal 1957 al 1977, e il 15° della morte del fratello prof. Mario. Al prelato l’Artugna dedicò, a suo tempo, un opuscolo sulla sua vita e vari articoli commemorativi.
palto è la Boz Costruzioni di Barcis che ha iniziato i lavori il 15 febbraio. Il termine previsto dell’opera è il 16 giugno 2015.
... e la Cros de Cial de Mulin? ’Na rotatoria su ’l Brait
Dopo un lungo iter amministrativo, sono iniziati i lavori per la costruzione della rotatoria in località Brait. L’opera è stata progettata per eliminare il doppio incrocio, formato dalle vie Brait, Dei Maschi, Verdi e Pedemontana Occidentale che condizionava la viabilità e che, negli anni, ha provocato diversi incidenti. L’impresa aggiudicataria dell’ap...e anche Dardago avrà la sua rotatoria.
Pa’ no dismintià
Quest’anno ricorre il 25° anniversario della morte di mons. Aurelio 34
«1983-1984 Anno Santo della Redenzione». Così dichiarava con giubilo una targa apposta ai piedi della croce di Cial de Mulin per onorare il suo restauro dopo una rovinosa caduta che l’aveva ampiamente compromessa. E così ci auguriamo di rivivere, con nuove ed imminenti date, una seconda redenzione a seguito delle riparazioni che si sono rese necessarie dopo i danneggiamenti del
Via Crucis a Santa Luthia
In occasione della Via Crucis per le tre Comunità che quest’anno si svolge a Santa Lucia l’Insieme vocale Elastico presenta alcuni brani di François Couperin da Leçons de ténébres.
La Cros de Cial de Mulin come appariva, un anno fa, dopo il danneggiamento.
Come consuetudine l’esposizione dei Madhi è servita anche quest’anno per raccogliere fondi da destinare per la pulizia straordinaria della chiesa. L’ammontare delle offerte, detratte le spese per l’acquisto dei 10 pini, è di 500 euro.
Janna comunicazione creativa
gennaio 2014. Da più di un anno infatti la comunità attende di rivedere la croce nel suo luogo originario e le autorità competenti ci hanno rassicurato in merito alle tempistiche di restauro. La croce, oltre che un evidente valore spirituale ha anche un importante valore storico per il nostro paese. Secondo la testimonianza di Angelo Janna Tavàn fu scolpita dallo zio Pietro, classe 1867, a cavallo dei due secoli.
Ancia ’sto an i Madhi
2a festa de ’l Ruial
l’Artugna periodico AFDS Dardago A.S.D. Sgancio Rapido Budoia Solidale CFD Dardago Federazione Italiana Cuochi di Pordenone
Il 2 maggio in località la Rosta presso il Mulin de Bronte e il 3 maggio sulla piazza di Dardago si svolge la 2a festa de ’l Ruial come da programma della locandina accanto.
Parrocchia di Dardago Pro Loco Budoia
www.artugna.it FB Dardago Budoia Santa Lucia
sabato 2 mag gio > IN
Una veduta del cantiere della rotatoria sul Brait (foto di Sara Zambon).
LOCA
LITÀ «LA
ROST A» < o Inau «rodh gurazione re 10.30 de a de ’l Mulin lla nuova de Bro nte» Saluto Interv del Presi d enti d elle A ente utorità Bened izione dei la vori Segu
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MAGGIO 2015
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2a FESTA DE ’L RUIAL
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inno alla vita Auguri dalla Redazione! Il giorno 19 febbraio 2015 è nato il piccolo Ludovico Cauz. Eccolo insieme al fratello Sebastiano.
«Soi propio contenta da esse rivadha fin un chi e podhé vedhe duti ’sti canais nini e grains che i e ca par mi; no me par nencia vero da volei cussi tant bin. Ringrathie al Signor e duti cuanti che i me sta vissin co’ tant amor». Così ha esclamato Lidia Bastianello Thisa Marin il giorno in cui ha festeggiato il grande traguardo dei 90 anni con tutti i suoi familiari e parenti. Ed ora tanti auguri di buona salute lungo il percorso verso… il centenario!
Nani Calderan Milanes, circondato dall’affetto dei suoi cari, davanti alla torta per i suoi 95 anni, compiuti il 30 gennaio.
Un augurio speciale alla super nonna-bis Caterina Bocus, che festeggia i suoi 99 anni. Tutta la sua famiglia si unisce in un unico abbraccio per l’infinito amore che prova per lei.
Gabriella Zambon Pala e Franco Besa, nel giorno del loro 60° anniversario di matrimonio a Venezia.
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i ne à scrit... l’Artugna · Via della Chiesa, 1 33070 Dardago (Pn) •
direzione.artugna@gmail.com
Roveredo, 27 gennaio 2015
Spettabile Redazione, rinnovando gli auguri per un 2015 più sereno e per un anno (veramente) nuovo, invio due pensieri per il periodico l’Artugna che ho appena ricevuto. Certo che l’amico Umberto Coassin ancora una volta dimostra quanto sia davvero bravo e impegnato: e ciò gli fa onore. La copertina riporta il suo dipinto Il Battesimo di Gesù nel Giordano, una fatica non da poco, e bene lo ha sottolineato Mario Povoledo nella sua dissertazione sull’affresco. Bene ha fatto anche Umberto a descrivere la tecnica e le relative difficoltà e attenzioni nell’esecuzione, notizie che non tutti conoscono. La rivista poi, come sempre è curata, la pagina chiara e ben leggibile, con molte foto a corredo, e ricca di tante notizie e curiosità. Infine ma non meno importante, il supplemento che illustra compiutamente il paziente e lungo lavoro di restauro (soffitto e affresco) della parrocchiale di Budoia e fa piacere leggere Tra polveri e frammenti colorati, l’appassionato racconto dei cari amici roveredani, gli esperti Giancarlo Magri e figli Giovanni e Alberto. Un numero storico insomma, da conservare (con gli altri) e che ancora una volta merita un ‘bravo’ al don e all’intera Redazione per l’impegno così generoso e attento.
Non possiamo che rispondere con un triplice grazie: per l’apprezzamento, gli auguri e l’offerta allegata.
Carissimi, come ringraziarvi dell’affetto che provate per la nostra rivista! Ogni anno uno splendido messaggio accompagnato da una generosa offerta!
Fiume Veneto, 11 febbraio 2015
Cari Amici della Redazione, eccoci anche quest’anno a rinnovare la nostra gratitudine e ammirazione per l’amore e l’impegno che investite nel realizzare l’affezionata rivista l’Artugna. I posti del cuore sono i luoghi dove abbiamo lasciato un po’ di noi, dove abbiamo vissuto delle emozioni che hanno segnato la nostra vita e non dimenticheremo mai... Dardago è nei nostri cuori e, grazie a Voi, possiamo continuare a «viverla». Grazie ancora e buon lavoro! Con affetto PIETRO, PIERINO, LEONIDA, ANNA ZAMBON
Reston (Virginia-USA), 7 marzo 2014
Tramite Santino Janna vi inviamo la nostra offerta per l’Artugna che continuiamo a ricevere con piacere. Ricevere l’Artugna è un modo per noi di stare in contatto with the «old country». Saluti. CONCETTA E PAOLO FIORITO
Grazie, cari Concetta e Paolo. Siamo contenti che apprezziate sempre il nostro periodico. Un caro saluto da tutti noi dell’«old country».
[...dai conti correnti ] Buon 2015 a tutta la redazione con affezionata partecipazione al vostro impegno. DONATELLA ANGELIN – MILANO
Auguri e buon lavoro. FERDINANDO BRUSSATO – SARONNO
GIANCARLO GENTILINI
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Buon lavoro per il 2015. ANNA IANNA – MILANO
Nel ricordo di Girolamo Zambon. FABIO ZAMBON – BELLEGRA (ROMA)
Punture di spillo
a cura di Sante Ugo Janna Tavàn
[AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]
BACHECHE PARROCCHIALI
In quasi tutte le parrocchie esiste una vetrina ove il reverendo parroco o chi per lui espongono a beneficio dei fedeli gli avvisi riguardanti la vita della comunità parrocchiale. Come in tutte le attività «errare è umano», ma è il caso di dire che, negli avvisi sacri, il diavolo ci mette proprio la coda. Frasi innocenti, che concentrano in poche righe avvisi di riunioni, inviti a fare e/o partecipare ad eventi, diventano autentici «campi minati» anche per la particolare natura degli argomenti trattati. Suddivise per argomento appaiono qui di seguito alcune «bacheche parrocchiali» che rigorosamente non sono farina delle nostre tre parrocchie.
CONCERTI_TEATRO > Il concerto parrocchiale è stato un grande successo. Un ringraziamento speciale alla figlia del diacono, che si è data da fare per tutta la sera al pianoforte, che come al solito è caduto sulle sue spalle. > Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio presenteranno «l’Amleto» di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.
Venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re! > L’uomo delle pulizie, appena finito di lavare il pavimento della chiesa, mette sulla porta un grande cartello: «Proibito camminare sulle acque». > Il Parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del Parroco e voltandosi accenderà uno a uno i fedeli della prima fila. > Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia. > Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quello cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti. > Barbara C. è ancora in ospedale, ha bisogno di donatori di sangue per trasfusioni. Ha anche problemi d’insonnia e chiede le registrazioni delle catechesi del Parroco. > Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per bambini!
> Ricordate nella preghiera tutti quanti sono stanchi e sfiduciati della nostra parrocchia. INCONTRI_ CONVEGNI > Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al Parroco nel suo ufficio. > Tema della catechesi di oggi «Gesù cammina sulle acque». Catechesi di domani «In cerca di Gesù». > Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto. > Il costo per la partecipazione al convegno su «Preghiera e digiuno» è comprensivo dei pasti. > Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce giovedì sera alle 7. Per cortesia usate la porta sul retro. NOTA Tutte le precedenti «Bacheche parrocchiali» sono tratte integralmente dal bimestrale «Santa Rita da Cascia e il suo Santuario di Milano» dalla rubrica «Asterischi in agrodolce» di Carmen.
OFFERTE > Un nuovo impianto di altoparlanti è stato installato in chiesa. È stato donato da uno dei nostri fedeli, in memoria di sua moglie.
bilancio
> Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.
Periodico n. 133
Situazione economica del periodico l’Artugna entrate
Costo per la realizzazione
uscite 4.550,00
Spedizioni e varie
362,00
AVVISI VARI > Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera.
Entrate dal 14.02.2014 al 13.03.2015
4.254,00
Totale
4.254,00
38
4.912,00
Settimana Santa
programma religioso Dardago
Budoia
Santa Lucia
sagrato 11.00
piazza 9.30
sagrato 9.30
• Apertura della solenne Adorazione Eucaristica per le tre Comunità
–
17.00/17.45
–
• Santa Messa Vespertina
–
18.00
–
–
–
17.00/18.00
9.30 10.00/11.30
– –
– –
– – 20.30/21.30
9.30 10.00/11.30 –
– – –
–
–
20.15
Vesperbild
DOMENICA DELLE PALME > 29 MARZO
Il Vesperbild è un’immagine devozionale nata nel XIV secolo in Germania. Rappresenta la Pietà, l’immagine della Madonna con in grembo il Corpo di Cristo morto. Questo tipo di composizione si diffuse prima nell’Europa di lingua tedesca, poi attraverso la Slovenia in Friuli ed in seguito in altre regioni italiane. La rappresentazione di Gesù morto e adagiato sulle ginocchia di Maria non è riconducibile a nessun racconto dei Vangeli, bensì ad una interpretazione popolare di ciò che verosimilmente potrebbe essere accaduto subito dopo la deposizione dalla croce. L’iconografia è sempre caratterizzata da una forte espressione del volto della Vergine e dall’abbandono inanime del Corpo del Figlio.
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
• Raccolta offerte Pro Missioni • Benedizione dell’Ulivo, processione Santa Messa di Passione
LUNEDÌ SANTO > 30 MARZO Adoriamo il Signore
• Solenne Adorazione Eucaristica e Santa Messa MARTEDÌ SANTO > 31 MARZO • Santa Messa • Solenne Adorazione Eucaristica MERCOLEDÌ SANTO > 1° APRILE • Santa Messa Solenne Adorazione Eucaristica • Solenne Adorazione Eucaristica per le tre Comunità e confessioni GIOVEDÌ SANTO > 2 APRILE Ultima Cena di Gesù, istituzione dell’Eucaristia e Sacerdozio
• Santa Messa Vespertina in «Coena Domini» per le tre Comunità; rito della lavanda dei piedi; riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro; spogliazione degli Altari e adorazione; presentazione comunicandi e raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» VENERDÌ SANTO > 3 APRILE Ricordo della morte di Gesù. Digiuno e astinenza
• Via Crucis in chiesa e Adorazione della Croce • Azione Liturgica della Passione del Signore; adorazione della Croce; Santa Comunione per le tre Comunità • Solenne Via Crucis per le tre Comunità lungo le vie [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà in chiesa]
–
15.00
_
17.30
–
–
–
–
20.15
–
21.00
–
11.00
10.00
10.00
–
18.00
–
11.00
10.00
10.00
– 20.30/21.30 –
– 10.00/11.15 15.00/17.00
17.15/17.45 _ 18.00/19.00
SABATO SANTO > 4 APRILE Vigilia di Pasqua, attesa della Risurrezione
• Benedizione del fuoco ed accensione dei Ceri Pasquali delle tre parrocchie. Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione DOMENICA DI PASQUA > 5 APRILE Alleluja Cristo è risorto alleluja
• Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina LUNEDÌ DI PASQUA > 6 APRILE • Santa Messa CONFESSIONI Lunedi Santo Mercoledì Santo Sabato Santo Renato Zambon, Vesperbild (immagine del Vespro), scultura lignea, 2014, dimensioni 24x30x16 cm, collezione privata.
Buona Pasqua!
Centenario Prima Guerra Mondiale È trascorso un secolo da quando in Europa iniziarono le insurrezioni per ridisegnare i confini delle potenze dell’epoca. Per l’Italia fu l’occasione favorevole per completare il piano patriottico irrisolto del Risorgimento, recuperando i territori irredenti di Trieste
1915✩ 2015
con la costa adriatica e del Trentino. A quale prezzo? Con quali sacrifici umani? E il nostro microcosmo come visse
APPELLO AI LETTORI
quell’immane tragedia dell’umanità? Per evitare che un simile evento possa ripetersi, e perché la memoria del passato consenta migliore vita per il futuro, è indispensabile documentarsi. Il progetto del nostro periodico si prefigge proprio di esplorare e approfondire gli eventi vissuti dalla nostra popolazione, militare e civile, nei quattro lunghi anni di sofferenza, di dolore, di carestia, di privazioni, ma anche di speranza di veder rincasare gli uomini dal fronte.
Invitiamo i lettori a far pervenire in redazione tutto ciò che può essere pubblicato nell’inserto: fotografie, lettere dal fronte, ricordi, oggetti vari. Forse nelle nostre case si può trovare ancora molto materiale sulla Grande Guerra. Cerchiamo nei cassetti, nelle valigie abbandonate in soffitta, in cantina o in garage, nelle vecchie scatole dimenticate… La pubblicazione sarà una forma di rispetto e di riconoscenza per quegli uomini obbligati a combattere e anche a morire. Il materiale* può essere
❯ consegnato in redazione ❯ spedito per posta Periodico l’Artugna_via della chiesa, 1_33070 Dardago_ Pn
❯ inviato via mail direzione.artugna@gmail.com * Il materiale messo a disposizione sarà restituito.