Il fossato
La pioggia tiepida scrosciava dalla grondaia in uno di quei famosi acquazzoni estivi mentre io attraversavo di corsa il prato dietro casa, nel Suffolk, per rifugiarmi nel fossato. Nuotando a rana, avanti e indietro, per i 30 metri di acqua verde e trasparente, procedevo lentamente, con gli occhi a fior d’acqua. Dalla mia visuale da rana la pioggia nel fossato era magnifica. La pioggia calma l’acqua, la rinfresca, fa affondare tutto il polline galleggiante, i bombi morti e qualsiasi altra cosa sospesa. Ogni goccia esplodeva in un’effimera, guizzante fontanella che si trasformava in bolla e scoppiava. I momenti migliori erano quando il temporale si intensificava, sommergendo il canto degli uccelli, e sull’acqua si alzava una bruma, come se lo stesso fossato andasse incontro al cielo calante. Poi la pioggia diminuiva e il riflesso del cielo pullulava di minuti ballerini: spiritelli che guizzavano sulle punte, come spilli scintillanti sulla superficie. Piovevano folletti d’acqua. Proprio al culmine di questo rovescio, nell’estate del 1996, cominciò a prender forma l’idea di una lunga nuotata attraverso la Gran Bretagna. Volevo seguire la pioggia nel suo errare attraverso la nostra terra per raggiungere il mare, liberarmi dalla frustrazione di una vita passata a far vasche, a tornare eternamente sui miei passi come una tigre in gabbia. Iniziavo a sognare specchi d’acqua segreti, un viaggio di scoperta in ciò che