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L’orecchio che sa esplorare. Stefano Zenni

ascolto musicale pone spesso i ragazzi di fronte alla difcoltà di abbandonare la zona confortevole del loro gusto, ma la didattica può accompagnarli nel viaggio afascinante della musica sconosciuta.

Si può ascoltare la musica in molti modi, ma proviamo a dividere l’esperienza approssimativamente in due modalità: occasionale e intenzionale. Nel primo caso mettiamo tutte quelle situazioni in cui l’ascolto è parte di un evento che non controlliamo, come lo stare in un negozio e percepire della musica in sottofondo o guardare della pubblicità in tv e notare la musica che la accompagna. Per intenzionale intendiamo un ascolto che invece è frutto di una scelta deliberata del contesto: scelgo di andare a un concerto, scelgo di Ill. di Anna Quaranta selezionare un certo brano su un dispositivo domestico o portatile, scelgo comunque di mettermi in una disposizione di ascolto. A prima vista si potrebbe dire che l’ascolto occasionale si basa su un atteggiamento passivo mentre quello intenzionale è frutto di una disposizione attiva. In realtà l’atteggiamento passivo inizialmente è imposto dal contesto: entrare in un negozio e “subire” la musica dipende appunto dalla situazione in cui ci troviamo, in cui la musica ci coglie di sorpresa. Ma la disposizione all’ascolto può cambiare in qualsiasi circostanza. Posso guardare un flm e concentrarmi sulla musica, anche se non l’ho scelta io e non ho alcun controllo sulla sua apparizione. Posso viceversa impegnarmi fn dall’inizio nell’ascolto di un disco ma poi distrarmi dopo pochi minuti. Nonostante questa variabilità di disposizioni, in defnitiva l’idea di ascolto della musica porta con sé sempre un residuo di passività. C’è chi la musica

la fa e chi l’ascolta. In più nel mondo occidentale moderno la musica la si fruisce seduti a casa, in una sala da concerto, bevendo in un club, o nelle cufette per strada o su un mezzo. Naturalmente la musica ci giunge anche in contesti più dinamici, come una festa o una serata in discoteca; o associata a linguaggi audiovisivi, come il cinema, il videoclip,

Ascoltare la musica è come vivere una storia che sotto molti aspetti ci appariva sconosciuta, che ora conosciamo meglio e che alla fne riconosciamo come possibile, come nostra

Le ill. alle p. 18-39 e 47-49 sono frutto della collaborazione con Mimaster Illustrazione di Milano, che ringraziamo per il prezioso contributo

L’orecchio che sa esplorare

La potenza formativa dell’ascolto e i modi per guidarlo: un contributo di Stefano Zenni

la performance artistica ecc. Ma se si escludono la festa o la discoteca, il più delle volte noi oggi ascoltiamo la musica stando fermi e in (relativo) silenzio, una condizione che si è afermata solo negli ultimi secoli. Al contrario, la musica nasce in stretta connessione con la danza e il movimento, e anche se ci siamo ritagliati e sempre cercheremo esperienze meditative e solitarie dell’ascolto, come specie umana usiamo la musica soprattutto per coagulare la società. La musica è uno dei più importanti collanti sociali esistenti perché mette in contatto i corpi attraverso il movimento, le aspettative e le emozioni. Il movimento, perché attraverso le reazioni neurali i nostri corpi tendono a sincronizzarsi con il ritmo musicale (una reazione che sembra unica della nostra specie); le aspettative, perché il fusso musicale è strutturalmente la continua modulazione di aspettative (dopo un certo suono o ritmo me ne aspetto un certo altro) e loro soddisfacimento o rinvio; ed emozioni, che sorgono dal complesso intreccio tra stimoli neurali, reazioni corporee e scenari mentali di aspettative e risoluzioni. Dunque anche se oggi ascoltando la musica muoviamo il corpo molto meno di ventimila o anche solo cinquemila anni fa (e magari solo in certi contesti specifci, come la discoteca), l’atto implica sempre una complessa attività corporea e mentale che è tutt’altro che passiva. Ci sono di mezzo neuroni specchio, onde alfa del cervello che permettono la sincronizzazione ritmica, giochi di aspettative, predizioni, soddisfazioni e sorprese che attivano le reazioni emotive, che a loro volta si alimentano della memoria di ciascuno di noi, del vissuto, del nostro essere fsico nel mondo. L’ascolto ci apre anche un modo diverso di comprendere l’esistente: attraverso lo sviluppo musicale entriamo in un altro modo di raccontare una storia, di modulare le emozioni e quindi di comprendere noi stessi e il mondo. Le diverse forme musicali umane possiedono questo in comune: la capacità di narrare sul flo di diversi sviluppi esperienziali ed emotivi. In altre parole, ascoltare la musica è come vivere una storia che sotto molti aspetti ci appariva sconosciuta o che conosciamo in parte, che ora comprendiamo meglio e che comunque alla fne riconosciamo come possibile, come nostra. Per questo l’ascolto presso i più giovani possiede una potenza formativa straordinaria: come nella narrativa, l’ascolto musicale permette di fare conoscenza di storie e mondi altrimenti inaccessibili. E nei più giovani aiuta a esplorare ambiti più remoti e in ombra del proprio essere, con la possibilità di gestirli senza rischi, che

si tratti di esperienze dal gusto piacevole o dal tono emotivo più problematico. L’ascolto musicale dunque consente di sviluppare la personalità a più livelli e di sollecitare un’esplorazione integrata di azione corporea, ambivalenza emotiva e ordine del racconto. Questa triplice dimensione stimola naturalmente quella ca-

Il “non mi piace” è, sopratutto nell’ascoltatore giovane o meno consapevole, il più delle volte il rifuto ad abbandonare i propri schemi salvifci

pacità che appartiene a ogni forma d’arte: mettere in relazione le parti di una forma, cogliere i nessi e le contraddizioni con la propria esperienza e provare e riconfgurarne il senso, scoprire la ricchezza inesauribile dell’interpretazione e riconnettersi a una socialità non verbale.

Ill. di Nicole Becker

Ma perché questa ricchezza sia pienamente accessibile è necessario guidare l’ascolto nei più giovani. Non c’è bisogno di rimarcare che la percezione è fortemente condizionata dagli schemi acquisiti: quindi esperienze di ascolto nuove tendono ad essere a volte respinte o quanto meno afrontate con circospezione o superfcialità. Anche quando si parte da una maggiore disponibilità e da un gusto più aperto, la comprensione non può che procedere per gradi. Per questo la guida all’ascolto è una pratica didattica che richiede un doppio movimento: un avanzamento verso il particolare, passo dopo passo, dalla macro forma fno all’analisi del dettaglio rivelatore, in un accumularsi di segni, signifcati e gesti che sollecitano le risposte più contraddittorie. E poi un ampio passo indietro, un ritorno alla visione d’insieme, ora però profondamente arricchita dall’esperienza analitica: la nuova consapevolezza del totale consente di rivelare nella ftta rete di dettagli che l’analisi ha svelato un senso al tempo stesso generale e dettagliato. Questo doppio movimento è sempre necessario, e nell’ascoltare esperto spesso avviene in tempo reale, all’atto anche del primo ascolto. La percezione umana impone limiti, ordina in schemi, categorizza il reale per esigenze di sopravvivenza. L’orecchio e l’ascolto non sono esenti da questi limiti, utili a orientarsi nel mondo ma che fltrano tutto ciò che non rientra in comode esperienze acquisite. Il “non mi piace” è, soprattutto nell’ascoltatore giovane o meno consapevole, il più delle volte il rifuto ad abbandonare i propri schemi salvifci. Compito del didatta è proprio quello di accompagnare chi ascolta nel distacco dal molo della musica rassicurante per lasciarsi andare tra le onde della musica sconosciuta, in un viaggio che ha tappe provvisorie ma nessuna meta, se non quella di un continuo arricchimento, anche estetico, dell’esperienza esterna e interiore.

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