VOCE per la COMUNITA’ UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI“ PARROCCHIE DI BOTTICINO
Perchè cercate tra i morti Colui che è vivo? (Lc 24,5)
Strumento di formazione e informazione pastorale
Pasqua 2016
RECAPITO DEI SACERDOTI E ISTITUTI Licini don Raffaele, parroco cell. 3371486407 (3283108944) e-mail parrocchia:info@parrocchiebotticino.it sito web: www.parrocchiebotticino.it Segreteria Unità Pastorale tel e fax 0302692094 e-mail segreteria@ parrocchiebotticino.it
Loda don Bruno, tel. 0302199768 Bonetta don Giacomo, tel. 3474763332 Pietro Oprandi, diacono tel. 0302199881 Scuola Parrocchiale don Orione tel.0302691141 Suore Operaie abitazione villaggio 0302693689 BATTESIMI BOTTICINO MATTINA e SERA sabato 2 e domenica 3 aprile 2016 sabato 14 e domenica 15 maggio 2016 sabato 2 e domenica 3 luglio 2016 SAN GALLO domenica17 aprile 2016
I genitori che intendono chiedere il Battesimo per i figli sono invitati a contattare, per tempo, per accordarsi sulla preparazione e sulla data della celebrazione, il parroco personalmente o tel.3371486407
In occasione della Pasqua viene portato in ogni famiglia “Voce per la comunità”. Uno strumento di informazione e di formazione pastorale per le parrocchie di Botticino. Oltre alla presentazione delle varie iniziative e attività parrocchiali troveremo abbondanti riflessioni sulle opere di misericordia corporale e spirituale, da meditare in questo Anno Santo della Misericordia. Viene inoltre riportato per esteso il documento del Consiglio Pastorale Diocesano “Progetto pastorale missionario per la Diocesi di Brescia”. Un documento utile per la verifica e la programmazione pastorale nelle nostre parrocchie. Tribunale Ordinario di Brescia Voce per la comunità - Pasqua 2016 Direttore Responsabile: Adriano Bianchi Autorizzazione del Tribunale di Brescia n°17/2014, del 28 ottobre 2014
sito web delle parrocchie di Botticino:
www.parrocchiebotticino.it
Stampato in proprio Botticino piazza IV Novembre,13 Unità Pastorale “S.Arcangelo Tadini” Parrocchie di Botticino
La busta per l’offerta in occasione della Pasqua Da tradizione, anche in occasione della Pasqua viene rivolto ad ogni famiglia l’invito a contribuire ai bisogni della parrocchia mediante un’ offerta straordinaria. Anche questo è un modo per esprimere la propria appartenenza alla comunità parrocchiale. Gli impegni economici non sono pochi. Il parroco e i Consigli Parrocchiali delle tre parrocchie colgono l’occasione per ringraziare anticipatamente quanti vorranno cogliere questo appello e per esprimere l’augurio per le prossime festività. 2
Pasqua 2016
“Perchè cercate tra i morti Colui che è vivo?”
Q
uando ci chiudiamo in una qualsiasi forma di egoismo o di autocompiacimento; quando ci lasciamo sedurre dai poteri terreni e dalle cose di questo mondo, dimenticando Dio e il prossimo; quando poniamo le nostre speranze in vanità mondane, nel denaro, nel successo. Allora la Parola di Dio ci dice: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. Perché stai cercando lì? Quella cosa non ti può dare vita! Sì, forse ti darà un’allegria di un minuto, di un giorno, di una settimana, di un mese... e poi? “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Questa frase deve entrare nel cuore e dobbiamo ripeterla. Questa domanda ci fa superare la tentazione di guardare indietro, a ciò che è stato ieri, e ci spinge in avanti verso il futuro. Gesù non è nel sepolcro, è il Risorto! Lui è il Vivente, Colui che sempre rinnova il suo corpo, che è la Chiesa, e lo fa camminare attirandolo verso di Lui. “Ieri” è la tomba di Gesù e la tomba della Chiesa; “oggi” è la risurrezione perenne verso la quale ci sospinge lo Spirito Santo,
donandoci la piena libertà. Oggi viene rivolto anche a noi questo interrogativo. Tu, perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che ti chiudi in te stesso dopo un fallimento e tu che non hai più la forza di pregare? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che ti senti solo, abbandonato dagli amici e forse anche da Dio? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che hai perso la speranza e tu che ti senti imprigionato dai tuoi peccati? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che aspiri alla bellezza, alla perfezione spirituale, alla giustizia, alla pace? Spetta ora a noi coltivare il coraggio di uno sguardo sul futuro della nostra comunità cristiana che non si nasconda di fronte alle sfide educative e pastorali che ci aspettano: l’attenzione verso le famiglie bisognose, il cammino dell’Iniziazione Cristiana per genitori e figli, la festa dell’Unità pastorale di S.Arcangelo Tadini, il tempo dell’estate, il cammino delle comunità parrocchiali che hanno a che fare con la sfida della Nuova Evangelizzazione.
Non cerchiamo “cose morte” che ci fanno voltare indietro ripetendo in modo “osservante” la tradizione, ma cerchiamo con coraggio che cosa oggi possa farci dire il “sapore del Vangelo”. Vogliamo dire che Gesù è il Vivente, che è in “mezzo a noi” davvero, e ancora oggi sostiene e dà vita alle tante situazioni dove il nostro “vissuto” è attraversato dallo Spirito del Risorto. Non cadiamo in quelle forme di chiusura che il nostro egoismo spesso ci suggerisce, ma con coraggio teniamo aperto il cuore, l’animo alla dimensione COMUNITARIA E COMUNIONALE della fede! Chiediamo insieme una “Pentecoste” dello Spirito che ci aiuti in quel passo deciso che ci permette di uscire dai nostri schemi di vita e ci fa confrontare con coraggio con le esigenze del Vangelo perché possa essere ancora oggi elemento vivo che forma e plasma una comunità di credenti a Sua “immagine e somiglianza”. Coraggio! Non cerchiamo tra “i morti” colui che è “Il Vivente”. Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5). don Raffaele
... Tu che ti chiudi in te stesso dopo un fallimento ...Tu che ti senti solo, abbandonato ... tu che hai perso la speranza ... tu che ti senti imprigionato ... tu che aspiri alla bellezza, alla giustizia, alla pace...
Non cadiamo in quelle forme di chiusura che il nostro egoismo spesso ci suggerisce ma con coraggio teniamo aperto il cuore, l’animo alla dimensione COMUNITARIA E COMUNIONALE della fede! 3
siamo tutti invitati alla festa A
maggio la 7^ Festa dell’Unità Pastorale. Un’occasione per riaffermare la gioia di essere comunità, famiglia di famiglie. La ricorrenza liturgica di S. Arcangelo Tadini (patrono dell’Unità Pastorale e di tutto il Comune di Botticino) ci coinvolge tutti, associazioni e movimenti... perchè ci riscopriamo appartenenti ad un’unica famiglia. Partecipiamo alla nostra festa, la festa delle tre parrocchie di Botticino insieme, la festa di tutti quanti si riconoscono parte viva di queste comunità cristiane, nel loro costruirsi sempre più in fraternità e unità. Non semplici fruitori, ma tutti protagonisti. C’è il momento conviviale: mangiare assieme, condividere, parlarsi...servire... è segno dell’essere famiglia. Momento centrale della Festa la Santa Messa: per rinsaldare il cuore nell’Amore! Se le famiglie stanno unite a Cristo non c’è pericolo di rimanere a secco d’amore! Insieme nell’incontro con il Signore e nell’accogliere la grazia di Dio nel segno della rosa blu di S. Arcangelo Tadini. Buona festa! Un abbraccio affettuoso e benvenuti tutti alla nostra festa!
«L’esistenza cristiana è un invito» gratuito alla festa; un invito che non si può comprare, perché viene da Dio, e al quale bisogna rispondere con la partecipazione e con la condivisione. È la riflessione suggerita a Papa Francesco dalle letture liturgiche (Romani 12, 5-16a; Luca 14, 15-24) della S.Messa celebrata martedì 5 novembre, a Santa Marta. Papa Francesco ha chiarito cosa significhi in concreto l’invito del Signore per ogni cristiano: non un invito «a fare una passeggiata», ma «a una festa; alla gioia», la gioia di condividere la vita con Gesù. E ha anche suggerito cosa debba intendersi con il termine “festa”: «un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici». Ma l’elemento principale è appunto la “riunione” di più individui. «Io fra le persone mentalmente normali non ho mai visto uno che faccia festa da solo: sarebbe un po’ noioso!» . La festa dunque esige lo stare in compagnia, «con gli altri, in famiglia, con gli amici». La festa, insomma, «si condivide». Per questo essere cristiano implica «appartenenza. Si appartiene a questo corpo», fatto di «gente che è stata invitata a festa»; una festa che «ci unisce tutti», una «festa di unità». Il brano del Vangelo di Luca offre tra l’altro «la
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lista di quelli che sono stati invitati»: i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. «Quelli che hanno problemi — ha sottolineato il Papa — e che sono un po’ emarginati dalla normalità della città, saranno i primi in questa festa». Ma c’è anche posto per tutti gli altri; anzi, nella versione di Matteo il Vangelo chiarisce ancora meglio: «Tutti, buoni e cattivi». E da quel “tutti” Papa Francesco trae la conseguenza che «la Chiesa non è solo per le persone buone», ma che «anche i peccatori, tutti noi peccatori siamo stati invitati», per dare vita a «una comunità che ha doni diversi». Una comunità nella quale «tutti hanno una qualità, una virtù», perché la festa si fa mettendo in comune con tutti ciò che ciascuno ha. Insomma, «alla festa si partecipa totalmente». Non ci si può limitare a dire: «Io vado a festa, ma mi fermo al primo salutino, perché devo stare soltanto con tre o quattro che conosco». Perché «questo non si può fare nella Chiesa: o entri con tutti, o rimani fuori. Non puoi fare una selezione». Un ulteriore aspetto analizzato dal Pontefice riguarda la misericordia di Dio, che raggiunge persino quanti declinano l’invito o fingono di accettarlo ma non partecipano pienamente alla festa. Lo spunto ancora una
volta è venuto dal brano di Luca, che elenca le scuse accampate da alcuni degli invitati troppo indaffarati. I quali «partecipano alla festa solo di nome: non accettano l’invito, dicono di sì», ma il loro è un no. Per Papa Francesco sono gli antesignani di quei «cristiani che si contentano soltanto di essere nella lista degli invitati. Cristiani “elencati”». Purtroppo però essere «elencato come cristiano» non «è sufficiente. Se non entri nella festa, non sei cristiano; sarai nell’elenco, però questo non serve per la tua salvezza», ha ammonito il Papa. Ecco allora l’invito conclusivo del Papa, che ha esortato a chiedere a Dio la grazia di comprendere «quanto è bello essere invitati alla festa, quanto è bello condividere con tutti le proprie qualità, quanto è bello stare con lui»; e, al contrario, quanto è «brutto giocare fra il sì e il no; dire di sì, ma accontentarsi soltanto» di essere “elencati” nella lista dei cristiani.
SABATO 21 MAGGIO ORE 20,30
FESTA UNITA’ PASTORALE parrocchie botticino
LUNEDÌ 16 A BOTTICINO MATTINA E MARTEDÌ 17 A BOTTICINO SERA PENITNZIALI CON PRIME CONFESSIONI
Mercoledì 18 maggio CENTRI DI ASCOLTO
in preparazione alla festa
GIOVEDI’ 19 MAGGIO
mattino dedicato ALL’incontro DEi sacerdoti della diocesi E ALLA SERA INCONTRO DI PREGHIERA CON LA ZONA PASTORALE
PER IL PRANZO DOMENICA 22 MAGGIO
alle ore 12,30 presso il salone dell’oratorio
I tavoli saranno preparati a gruppi di catechesi e attività ... I volontari preparano polenta e spiedo. Occorre segnarsi presso la segreteria (0302692094). Per il dolce e altro ci pensa ogni famiglia.
PARTECIPA ALLA 3^ LOTTERIA UNITA’ PASTORALE DI BOTTICINO
Si invita la cittadinanza ad addobbare le proprie abitazioni con segni di festa.
VENERDÌ 20 MAGGIO
(giorno della morte di S.Arcangelo Tadini)
- ore 16,00 in Basilica-Santuario CELEBRAZIONE EUCARISTICA CON E PER GLI AMMALATI E SOFFERENTI con Unzione degli Infermi ORE 20,30 BANDA G.FORTI in concerto
SABATO 21 MAGGIO festa liturgica di S. Arcangelo Tadini
ORE 18,00 CELEBRAZIONE EUCARISTICA DELLE PARROCCHIE DI BOTTICINO (benedizione e distribuzione delle rose blu)
DOMENICA 22 MAGGIO
FAMIGLIE IN FESTA
TADINIFEST
- IN MATTINATA “1° campagiro de butisì” Prima camminata dei tre campanili - ore 12,30 Pranzo in oratorio e festa animata dai giovani del “gruppo 25” - ore 17,00 CELEBRAZIONE EUCARISTICA CON LE FAMIGLIE INIZIAZIONE CRISTIANA (benedizione e distribuzione delle rose blu) 5
UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI” Parrocchie di Botticino
Agli AMMALATI DI BOTTICINO, ai loroFAMILIARI, ai MINISTRI STRAORDINARI della COMUNIONE e alle COMUNITA’ PARROCCHIALI di Botticino nell’ANNO della MISERICORDIA Carissimi, In questo Anno Giubilare, Anno Santo della Misericordia, la comunità cristiana è invitata a rivolgere un’attenzione particolare a quanti vivono quotidianamente nella sofferenza: ammalati, persone anziane e familiari coinvolti. Così si esprime il Santo Padre: “Penso, inoltre, a quanti per diversi motivi saranno impossibilitati a recarsi alla Porta Santa, in primo luogo gli ammalati e le persone anziane e sole, spesso in condizione di non poter uscire di casa. Per loro sarà di grande aiuto vivere la malattia e la sofferenza come esperienza di vicinanza al Signore che nel mistero della sua passione, morte e risurrezione indica la via maestra per dare senso al dolore e alla solitudine. Vivere con fede e gioiosa speranza questo momento di prova, ricevendo la comunione o partecipando alla santa Messa e alla preghiera comunitaria” (Papa Francesco)
Giovedì 11 febbraio abbiamo celebrato la Giornata dell’Ammalato presso la Casa di Riposo di Botticino, con la S.Messa e il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Domenica 14 febbraio presso la Cattedrale di Brescia gli ammalati e quanti sono impegnati nel servizio sanitario, hanno celebrato con il Vescovo, il Giubileo della Misericordia. Per tanti è difficile, quasi impossibile, partecipare alle celebrazione in chiesa o in cattedrale, o in altri luoghi. CHE FARE? La Comunità, attraverso la persona del parroco e di quanti lo desiderano, si fa pellegrina di misericordia presso LE CASE DEGLI AMMALATI per la celebrazione giubilare con la S.Messa/il Sacramento Unzione degli Infermi, invitando alla partecipazione anche i familiari, i parenti, gli amici, il vicinato e la comunità. Gli ammalati stessi, i familiari, i ministri della comunione sono invitati a dare le adesioni con l’indicazione dell’orario e del giorno più opportuno. Verrà definito un calendario e informata la comunità. Ci si preparerà alla celebrazione nelle case degli ammalati con preghiere (salmi della misericordia), leggendo
INDICAZIONI ORGANIZZATIVE:
la lettera del Papa di indizione dell’Anno della Misericordia, e pagine del Vangelo (le parabole della misericordia). Colgo l’occasione per invitarvi tutti alla CELEBRAZIONE COMUNITARIA della S.MESSA con e per gli ammalati e SACRAMENTO dell’UNZIONE degli INFERMI il 20 MAGGIO alle ore 16,00. (Anniversario morte di S. Arcangelo Tadini)
presso la BASILICA-SANTUARIO BOTTICINO SERA. A quanti partecipano a questa celebrazione in Basilica-Santuario è concessione l’indulgenza plenaria per se e per i propri defunti. Per tempo è possibile attraverso i familiari, i ministri della comunione e altre persone di buona volontà, organizzare un servizio di trasporto per favorire una maggior partecipazione. Alla celebrazione ci si preparerà nelle case degli ammalati con incontri. Invito la comunità intera a sostenere l’iniziativa e ad essere concorde nella preghiera di benedizione per “i nostri fratelli infermi, perché tra le angustie e i dolori non si sentano soli, ma uniti a Cristo, medico dei corpi e delle anime, per la preghiera unanime della Chiesa, godano della consolazione promessa agli afflitti”. don Raffaele, parroco Botticino, 15 febbraio 2016
- Per raccogliere le adesioni per la celebrazione giubilare nelle case. Si invitano in particolare i Ministri Straordinari della Comunione e quanti hanno a cuore i fratelli che soffrono a farsi promotori di questa iniziativa raccogliendo le adesioni, al più presto, e comunicarle al parroco. - Per passare un po’ di tempo con gli ammalati. Si invitano Lettori, Ministri Comunione, Animatori Pastorali e membri della comunità a dare la propria disponibilità per i momenti di preparazione nelle case prima della celebrazione contattando: Per San Gallo: Guerina 0302199869 Per Botticino Sera: Serena Smillovich 3392038349; Danila 3346112240 Per Botticino Mattina: Giuseppe Tregambe 3664813915; Cesare Casali 0302692032 6
Papa Francesco al n. 17 della bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia afferma: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli. Riscopriamo le opere di misericordia corporale e non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale».
le opere di misericordia Opere di misericordia corporale: 1. Dare da mangiare agli affamati 2. Dare da bere agli assetati 3. Vestire gli ignudi 4. Accogliere i forestieri «Alla sera della vita, 5. Assistere gli ammalati saremo giudicati sull’amore». 6. Visitare i carcerati (S. Giovanni della Croce) 7. Seppellire i morti Opere di misericordia spirituale: 1. Consigliare i dubbiosi 2. Insegnare agli ignoranti 3. Ammonire i peccatori 4. Consolare gli afflitti 5. Perdonare le offese 6. Sopportare pazientemente le persone moleste 7. Pregare Dio per i vivi e per i morti
INSERTO
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Introduzione • Le‘opere di misericordia’sono, nella tradizione cristiana, una strada per tradurre concreta mente nella storia l’amore an nunciato da Gesù come la con dizione primaria perché venga il regno di Dio. Sono anche una griglia del giudizio sull’auten ticità della vita cristiana, così come viene presentato in Mt 25. • Tradizionalmente si distin gue tra opere di misericordia ‘corporali’ e ‘spirituali’, ma questa è in sostanza, una falsa distinzione,erede di una conce zione dualista dell’uomo, come un composto di corpo e anima. Nella tradizione biblica, con testo originario della fede cri stiana, non c’è separazione tra anima e corpo: si tratta piutto sto di due dimensioni insepa rabili dell’unico essere uomo, e in quanto tale «immagine e somiglianza di Dio». Quando il corpo è separato dall’anima è un cadavere e quando l’anima e separata dal corpo è un fanta sma qui in terra. Noi cerchere mo di leggerle mentre si inter secano tra loro così da avere un nuovo Settenario perché i ge sti e i segni della misericordia coinvolgano la nostra persona. • Proprio sulla capacità di ri conoscere questa somiglian za, che costituisce il nucleo più profondo del nostro esse re, avverrà il giudizio sull’es sere stati cristiani secondo la parabola di Gesù in Mt 25: nell’avere o meno riconosciu to il volto di Gesù nel fratello che aveva bisogno di noi. Così le opere di misericordia di ventano anche la cornice ‘eti ca’ del nostro agire.
Le opere di misericordia nella vita cristiana L’insegnamento delle opere di misericordia, ricevuto dalla tradizione ebraica, è stato arricchito nel Nuovo Testamento dalla novità di Cristo, che ha donato ai suoi discepoli un amore capace di superare i confini angusti dell’appartenenza etnica, caratterizzando in tal senso la vita della Chiesa fin dalle sue origini. I Padri della Chiesa ne hanno fatto un importante argomento di predicazione. S.Agostino in una omelia parla di opere di misericordia ‘corporale’; altrove distingue quelle che riguardano il corpo e altre che invece sono di natura diversa, come nel caso della preghiera di suffragio per i defunti (Discorso 172,2.2). Osserva, inoltre, come tra le opere di misericordia alcune riguardino il ‘dare’ beni che si posseggono e altre invece riguardino il ‘condonare’, cioè il perdonare per il male subito (Discorso 42,1). Approfondendo e sviluppando queste e altre simili distinzioni, i teologi medievali arriveranno a formulare lo schema classico delle opere di misericordia in sette opere corporali e sette spirituali. S.Tommaso ne parla in rapporto alla carità e ci fa conoscere una formula mnemonica che doveva essere ricorrente nell’istruzione catechistica dei suoi tempi. Le opere di misericordia corporale erano espresse con i verbi Visito, poto, cibo, redimo, tego, colligo, condo, cioè: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, riscattare i prigionieri, seppellire i morti. Le opere di misericor8
dia spirituale erano invece indicate con i verbi Consule, castiga, solare, remitte, fer, ora, cioè: insegnare agli ignoranti e consigliare i dubbiosi (entrambe comprese nel verbo consule), consolare gli afflitti, correggere i peccatori, perdonare le offese, sopportare le persone moleste e pregare per tutti. La fortuna di questa sintesi, che aiutava la memoria in un’epoca in cui la catechesi era quasi esclusivamente orale, appare anche nella iconografia dell’epoca (la biblia pauperum o bibbia dei poveri). Sono soprattutto le sette opere di misericordia corporale ad essere rappresentate, e tra esse le prime sei compaiono nell’arte cristiana verso il Mille; la settima, «seppellire i morti», solo nel XIV secolo. Anche il proliferare, in quest’epoca, delle confraternite della misericordia e della carità lascia intendere quanto le opere di misericordia fossero parte importante della cateche-
si medievale, tempo nel quale, a seguito di lunghi periodi di guerre, carestie, pestilenze, le tematiche escatologiche, e quindi anche quella del giudizio finale, erano molto presenti. Trattate e organizzate ormai a prescindere dal contesto biblico dal quale erano state tratte, le opere di misericordia attraversarono e superarono anche la bufera della Riforma protestante, che trovava proprio nel diverso modo di intendere le ‘buone opere’ uno dei motivi di maggiore contestazione nei confronti della Chiesa cattolica. Furono ovviamente i teologi e i catechismi cattolici, soprattutto quelli di marcato accento polemico e apologetico, a proporle insistendo sul loro carattere espiatorio e salvifico. Dal Cinquecento in poi, le opere di misericordia furono comunque riprese all’interno di schemi diversi. L’autorevole Catechismo ai parroci (1566), scritto per volontà del concilio di Trento, le tratta nel commento al settimo comandamento, abbandonando i due settenari a vantaggio dei riferimenti patristici e biblici; invece in altri catechismi esse sono presenti come corpo a sé stante,
conservando l’impianto medievale. Lo vediamo, ad esempio, in certi testi usati nelle Scuole della dottrina cristiana, diffusesi velocemente nella pianura padana dalla prima metà del Cinquecento, o anche nella Dichiaratione della dottrina cristiana (1598) del cardinal Bellarmino, che le considera dopo le virtù e le beatitudini. Come lui, in genere, faranno altri catechismi che ebbero grande diffusione in Italia. Nel corso dei secoli, con l’attenuarsi della forza polemica antiprotestante, e il mutare della sensibilità teologica e culturale, le opere di misericordia finiscono per diventare sempre più marginali nella catechesi. Nella più recente letteratura catechistica e pastorale le opere di misericordia non godono di grande attenzione. Rimangono invece nei principali catechismi, come testimonianza di continuità con la tradizione del passato. Il Catechismo della Chiesa cattolica (1993) le ricorda soprattutto in due punti. Il primo è quando tratta del sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (cfr. n. 1460) e delle indulgenze (cfr. n. 1473), con passi nei quali mette in evidenza il loro valore espiatorio, insieme alla preghiera e ad altre pratiche. Il secondo è quando tratta del settimo comandamento. Come già il Catechismo ai parroci, anche il Catechismo della Chiesa cattolica conclude il commento del comandamento «non rubare» esortando alla pratica delle opere di misericordia. Però lo fa alla luce del Vaticano II, collocandole nel contesto della dottrina sociale della Chiesa, attenta alle tematiche della giustizia e della solidarietà tra le nazioni, e lo fa abbandonando l’artificioso schema settenario. Il testo antepone le opere di misericordia spirituali a quelle corporali, tralasciando però la preghiera, trattata altrove, e conserva tra le ultime la sepoltura dei defunti (cfr. n. 2447). Nel catechismo della CEI le opere di misericordia sono presentate con maggiore attenzione a conser9
vare sia la derivazione biblica sia la tradizione catechistica. Nel volume per i giovani Venite e vedrete, parlando della «Vita cristiana, vita nello Spirito», si afferma: «Partendo dall’immagine del giudizio lasciataci da Gesù, la meditazione della Chiesa ha proposto alla vita dei credenti le cosiddette ‘opere di misericordia corporale’: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, ospitare i pellegrini, visitare gli ammalati e i carcerati, cui ha aggiunto la pietà per la sepoltura dei morti. La tradizione catechistica ha poi affiancato a queste altrettante ‘opere di misericordia spirituale’: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le per son e moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti». L’ esposizione, molto lineare, dice con chiarezza che cosa deriva dal testo evangelico e che cosa no, ed in continuità con la tradizione catechistica conserva i due settenari, rinunciando alla gerarchia tra opere di misericordia spirituale e temporale. Alla luce di queste brevi annotazioni, si può concludere che una rinnovata proposta delle opere di misericordia, nella catechesi odierna, dovrebbe forse passare attraverso un coraggioso processo di ripensamento, che le sappia liberare da ogni enfasi apologetica e da ogni patina moralistica, riscoprendo la fecondità del loro radicamento nella parola di Dio, e dunque nell’annuncio di Cristo e nella testimonianza del Regno. Ciò potrà richiedere il superamento dello schema settenario, ma offrirà una interessante piattaforma di incontro e di dialogo con coloro che hanno una visione laica della vita o appartengono ad altre religioni, oggi sempre più numerosi nel nostro paese. Nello stesso tempo, potrebbero offrire l’opportunità, nel confronto, di far emergere con chiarezza lo specifico della carità cristiana, che non è né filantropia, né assistenza sociale, né ideologia della convivenza civile.
• Il tema della povertà non riguarda solo problemati che sociali ed economiche, ma chiama in causa la dimensio ne umana nel suo complesso, e perciò anche la dimensione religiosa. Allude infatti ad una situazione, che tocca il singolo o gruppi di persone, caratterizzata da bisogno, di pendenza, ricerca di aiuto. In questo senso la povertà non indica solo mancanza di beni materiali, ma anche e forse ancor più carenze di natura psichica, intellettuale, morale, situazioni di oppressione o di impotenza, di emarginazione e discriminazione che minano la,dignità del vivere. • Nel vangelo cristiano i pove ri vengono dichiarati ‘beati’: ad essi appartiene il Regno di Dio, la vicinanza di Dio. Si allude qui, non da ultimo, all’atteggiamento di fiducia in Dio che caratterizza il cre dente, il quale non conta su se stesso,ma su Dio,ne riconosce e afferma la sua signoria. Con trariamente al ‘ricco’ che spes so trova la sua sicurezza in se stesso e nelle sue ricchezze, trascurando di conseguenza il primato di Dio nella propria esistenza: qui, infatti, sta spes so la radice della idolatria, e della stessa negazione di Dio. • «Dar da mangiare agli affa mati, dar da bere agli asseta ti»: il problema dell’atteggia mento di fronte ai poveri e della relazione nei confronti dei poveri tocca il cuore del la fede cristiana. Non si può chiudere gli occhi di fronte al povero che tende a noi la mano. Ma come comportar ci con i poveri e le povertà del nostro tempo? Come discerne re poveri veri e finti poveri? E soprattutto: come rispondere, credibilmente, alla provocante interpellanza dei poveri che bussano alla nostra porta?
di ‘famiglie quasi povere’, ossia a forte rischio di povertà. Le famiglie italiane che entrano in questa classe sono pari al 7,9% del totale, con punte fino al 13,3% nelle zone meridionali. In concreto, tra le famiglie ‘non povere’, una su dieci è a grave rischio di povertà. Tale grave rischio, nel meridione, riguarda una famiglia ‘non povera’ ogni cinque. Questo è forse l’aspetto più preoccupante della situazione attuale. Per una serie di motivazioni, che qui non si possono approfondire, negli ultimi anni è andato crescendo l’impoverimento di famiglie che precedentemente godevano di una sufficiente tranquillità economica. Esse ora non ce la fanno più, con le entrate correnti, a coprire le spese ordinarie: l’affitto, le bollette di luce, acqua, gas, riscaldamento, spese condominiali, trasporti ... La situazione diventa addirittura angosciante, in presenza di un mutuo acceso in passato per l’acquisto del piccolo appartamento o dell’auto. Consumati i modesti risparmi, molte famiglie sono costrette a ricorrere a prestiti, subendo talvolta ricatti usurai, a ridurre anche le spese destinate all’acquisto di beni primari e a privarsi di cure mediche non coperte dal servizio sanitario. I centri di ascolto delle Caritas e delle varie associazioni assistenziali si trovano quotidianamente di fronte a famiglie intristite per le ristrettezze del presente e l’incertezza del futuro.
Dar da mangiare agli affamati
Dar da bere agli assetati
Vecchie e nuove povertà nella nostra società
La presenza di poveri ha costituito una costante nelle società umane di ogni epoca, al di là del loro livello di benessere economico. Negli Stati Uniti, la nazione più ricca del mondo, i poveri sono circa il 12% della popolazione. Proporzioni analoghe si registrano anche nell’Europa occidentale. Naturalmente, il volto della povertà e i parametri per misurarla cambiano in rapporto al contesto socio-economico dei singoli paesi. Pertanto, accanto alla povertà ‘assoluta’, ossia alla privazioné del reddito essenziale per vivere, si parla di povertà ‘relativa’, quella commisurata al livello medio di benessere. Su questa base l’Unione Europea ha assunto un suo criterio di valutazione della povertà e considera povere «le persone, le famiglie e i gruppi, i cui gua dagni materiali, culturali, sociali, sono tanto limitati da escluderli da un livello di vita accettabile, negli stati membri in cui vivono. Il criterio di misurazione, porta a considerare povere quelle persone il cui reddito netto inferiore alla metà del red dito medio». La metà del reddito medio viene chiamata «linea dela povertà»: chi è al di sotto di questa linea è considerato povero; chi è al di sopra è considerato ‘non povero’. Si tratta evidentemente di misurazioni convenzionali, che non consentono di cogliere né la lontananza dalla linea della povertà né la gravita della condizione povera. 10
La situazione italiana
Per quanto riguarda il nostro paese, la Commissione Governativa di indagine sulla povertà e l’esclusione sociale ha adottato criteri più puntuali. Anzitutto è stata presa come riferimento non la singola persona, ma la famiglia -una famiglia-tipo di due persone - e per quanto riguarda i mezzi economici il confronto avviene non sul reddito, ma sulla spesa per i consumi. Su questa base le famiglie in condizione di povertà ‘relativa’, ossia che spendono per i consumi meno di metà del consumo medio italiano, risultano essere 2.585.000, pari all’11,1 % delle famiglie residenti in Italia. Le famiglie povere, sotto il profilo geografico, non sono naturalmente distribuite uniformemente in Italia: due terzi delle famiglie povere risiedono nel meridione. Dal punto di vista delle differenti tipologie familiari, la povertà si concentra prevalentemente nelle famiglie numerose con tre o più figli, in quelle di o con ‘anziani grandi’, nelle famiglie con un solo stipendio, nelle famiglie divise o divorziate con una donna come capofamiglia. È abbastanza evidente che i valori statistici non riflettono le articolazioni e le gradualità della realtà: chi è appena sopra la linea della povertà non diventa per questo benestante. La Commissione governativa, infatti, in uno dei suoi ultimi rapporti, rendeva noto che al di sopra della linea della povertà esistevano oltre 900.000 famiglie considerate ‘non povere’ solo perché superavano tale linea per somme mensili che andavano da 5 a 50 euro. Per tale ragione la Commissione ha ritenuto necessario aggiungere, accanto alla categoria ‘famiglie povere’, quella
Distinzione tra vecchie e nuove povertà
Sulla base dell’ultima riflessione risulta più comprensibile la distinzione tra vecchie e nuove povertà. Le prime sarebbero quelle ereditate dal passato, che sono riferite a ‘casi umani’ affrontabili con interventi assistenziali pubblici e privati.
Il termine ‘nuove povertà’ assume, invece, due accezioni: a)Anzitutto viene applicato alle povertà tradizionali quando assumono proporzioni molto estese. Non si è allora più in presenza di ‘casi’, ma di ‘fenomeni’ sociali. L’esempio più appariscente è quello delle persone anziane e in particolare di quelle ‘non-autosufficienti’. Esse sono sempre esistite, ma in passato erano molto meno numerose, erano trattenute e assistite in famiglia e la loro presenza, soprattutto quando vivevano in campagna, non creava grossi problemi. Oggi, con l’innalzamento dell’età media della vita, gli anziani si avvicinano al 20% della popolazione. Sempre meno essi possono contare sull’assistenza delle famiglie e hanno, infine, mezzi economici insufficienti: non va dimenticato che il 40% delle pensioni di vecchiaia non supera il livello minimo INPS. Le persone anziane costituiscono pertanto un grosso problema sociale. b) C’è una seconda accezione del termine ‘nuove povertà’, che va oltre la dimensione economica e fa riferimento a forme di disagio sociale e di emarginazione meno presenti nel passato. Si parla, ad esempio, di povertà di autonomia in riferimento alla dipendenza da sostanze (droga, fumo, alcool...) e da fattori diversi (la dipendenza dal gioco, da internet, dal cellulare ... ). Si parla di povertà di relazioni umane, con riferimento alla solitudine a cui sono costrette molte persone. Si parla di povertà di salute, in riferimento ai malati di Alzheimer o alle persone colpite da demenza senile. Nell’ottica delle opere di misericordia, che contemplano la persona nella sua globalità, queste forme di bisogni e di disagio possono essere legittimamente qualificate come ‘povertà’, anche nei casi in cui la carenza di forze economiche non è particolarmente grave.
La povertà e le sue radici
La misericordia del cristiano non può ridursi a procurare un po’ di cibo a chi è privo di risorse economiche. La povertà va considerata nella sua dinamicità. L’amore ai poveri spinge a scoprire e a rimuovere le radici della loro condizione. Gli aiuti assistenziali sono inadeguati, se non sono accompagnati da un serio impegno politico. La povertà è sempre un fenomeno complesso, emergente da cause tra loro intrecciate, quali: 11
• cause personali: debolezza di carattere, limitazioni fisiche e psichiche, carenze affettive; • cause socio-culturali: mancata educazione al sacrificio, diffusione di miti consumistici, indebolimento delle reti familiari; • cause socio-economiche: flessibilità e precarietà del lavoro, che colpiscono giovani e anziani; globalizzazione dell’economia e delocalizzazione delle aziende con conseguenti licenziamenti; • cause socio-politiche: scelte politiche e fiscali che esasperano la competitività a danno dei più deboli e favoriscono interessi forti di categorie ristrette, allargando così la forbice tra i pochi ricchissimi e la fascia dei molti impoveriti. Oggi il 10% delle famiglie italiane possiede il 45% della ricchezza del Paese, mentre il 28, 7% dei lavoratori dipendenti dispone di un reddito annuo inferiore ai 10.000 euro. La povertà va combattuta con politiche di contrasto e con seri impegni di giustizia sociale. La prospettiva dell’opera di misericordia «dar da mangiare agli affamati» è l’edificazione di una società nella quale chi ha energie possa guadagnarsi dignitosamente da vivere con il lavoro e chi ne è impedito possa contare sulla solidarietà comune. Questo è il senso dell’ammonimento del Concilio, rivolto agli operatori della carità: «Stiano attenti a non dare per carità quello che è già dovuto per giustizia» (AA 8). La fame di pane e la sete di acqua saranno sconfitte nel mondo quando s’incroceranno con la fame e la sete di giustizia.
La cultura del dono
La prospettiva della giustizia sociale non rende superflua la carità. Questa anzi, come affermava Paolo VI, è «stimolo e completamento della giustizia». La giustizia sociale, però, è facilmente raggiungibile quando esiste nella società un humus di solidarietà, quando è diffuso un autentico amore per l’uomo, espresso e alimentato dalle opere di misericordia. A monte, c’è la ‘cultura del dono’, cioè la convinzione che quanto abbiamo - la vita, i beni materiali, l’intelligenza, la capacità professionale ecc. - tutto è dono di Dio. Il Signore affida a ciascuno i suoi doni perché siano usati in un’ottica di famiglia, quindi di solidarietà, di gioiosa condivisione, di responsabilità verso i membri più deboli.
Visitare gli ammalati Visitare i carcerati • «Visitare gli ammalati - visitare i carcerati» rappre sentano nella tradi zione cristiana due importanti ‘opere di misericordia’, ope re dunque in cui si concretizza la testi monianza cristiana come manifestazione della cura misericor diosa di Dio nei no stri confronti e come risposta di fede e ac coglienza di Cristo nel «più piccolo dei fratelli». Il giudizio infatti sulla vita cri stiana suona: «Ciò che avete fatto (o non avete fatto) a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto (o non l’avete fatto) a me» (Mt 25). • Nessuno nega che la sofferenza e la disgrazia siano dif ficili da condividere, e ciò che più spesso pesa alla persona malata o carcera ta è la sua solitudi ne, la paura di ‘non avere nessuno’ che si prenda cura di lei. E contro il rischio di un’autochiusura di sperata, proprio la malattia o l’esclusio ne fanno avvertire la necessità di ambienti umanizzati, capaci di comprendere e di condividere.
• Il processo di umanizzazione pas sa anche attraverso la capacità di farsi cari co, da parte di fami glie, istituzioni sociali e singoli, di chi soffre. Forse è questa una via più impegnativa, ma umanamente più significativa, contro la tentazione di faci li ‘eutanasie’, magari camuffate di genero sità e di solidarietà verso chi chiede aiu to nel suo soffrire: la relazione capace di ‘prendersi cura’ può essere vissuta come re lazione che guarisce e fa vivere, nella quale dunque trova senso e possibilità anchel’ac cettare il limite. • In questo modo l’esperienza del li mite, nella malattia o nell’esclusione, da qualcosa di ‘privato’ e da nascondere può trasformarsi in for me di comunitarietà solidale, come spesso è dato trovare nell’or ganizzazione stessa della cura in cultu re del passato e del presente. Può questo approccio solidari stico alla malattia e all’esclusione tornare ad essere fonte di spe ranza anche per un Occidente segnato da uno stile di vita indi vidualistico?
Rivolgendosi alla comunità di Corinto, San Paolo invitava i cristiani ad essere sensibili alle sofferenze del fratelli. «Se un membro soffre, con esso soffrono tutte le membra» (1 Cor 12,26). Nel pensiero dell’apostolo, infatti, la solidarietà con chi vive la difficile stagione del soffrire è uno dei frutti più preziosi di una comunità in cui si realizza la comunione (cfr. At 2,42-48). Nella tradizione cristiana un’espressione significativa di tale solidarietà è costituita dalla visita ai malati, la cui importanza viene sottolineata da molteplici documenti, tra cui l’introduzione al Rituale dei sacramenti degli infermi. La visita fatta in nome della Chiesa non solo risveglia o rinforza nel malato il senso di appartenenza ad un gruppo, ma gli dà la consapevolezza di essere ancora considerato come membro a parte intera della comunità. L’andare verso il malato fa parte del dinamismo della vita spirituale del credente. Dinamismo scandito da due movimenti: il primo tende verso l’interiorità, verso quello spazio dove l’individuo trova il suo vero io e da dove può salire fino a Dio, mentre il secondo ha come obiettivo il raggiungimento dell’altro. Un’icona evangelica che consente di visualizzare questi concetti è quella della visita della Vergine Maria alla cugina Elisabetta (Lc 1,39-55). Nel vangelo si legge che, dopo l’annuncio dell’angelo, Maria è andata in fretta verso la casa della sua anziana parente che attendeva un figlio, concepito miracolosa mente. Nel testo latino, la parola fretta esprime 12
anche gioia, festa: La ‘piena di grazia’, in perfetto contatto con se stessa e con il Signore (primo movimento), si sente spinta ad andare verso chi ha bisogno del suo aiuto (secondo movimento). L’efficacia dell’attenzione al malato, che si esprime nella visita, è il risultato non solo di buona volontà, ma anche di for mazione adeguata. È tale formazione che consente al visitatore di passare da un movimento geografico - quello compiuto per raggiungere il domicilio degli infermi o le istituzioni sanitarie - a un movimento spirituale che consente di fare della propria visita un dono. Prima della visita, è opportuno che il visitatore disponga il proprio animo all’incontro con il malato, esaminando le motivazioni che lo spingono a questo gesto di solidarietà e elaborando alcuni obiettivi che vuole raggiungere. In un ambito di fede, trova una giusta collocazione la preghiera al Signore perché, con la sua presenza, renda efficace la visita. Consapevole che i primi minuti sono determinanti nel definire il corso di un incontro,
egli deve apprendere a muoversi appropriatamente, manifestando la propria identità e lo scopo della sua visita, lasciandosi guidare dall’osservazione e da una lettura attenta della situazione. Dai primi interscambi nascono delle vibrazioni immediate tra le due persone, si trasmettono i primi segni non verbali, si raccolgono le prime indicazioni sui possibili sviluppi dell’incontro. Non deve sorprendere una certa tensione o un certo disagio, che possono portare ad esprimersi in maniera inappropriata. Si tratta di entrare in gra duale sintonia con il malato e creare il clima per uno scambio sereno e profondo, premessa per lo stabilirsi di una relazione significativa. Il visitatore preparato non si arrende alle prime difficoltà che potrebbero invece nascondere la chiave per com prendere meglio se stesso e gli altri, né trascura le piccole cose che, se valorizzate, possono fare da ponte per un discorso più personale. Tra gli ingredienti che favoriscono il buon andamento della visita occupa un posto di rilievo l’ascolto. La persona ammalata, spesso vittima della solitudine e dell’isolamento, ha un grande bisogno di parlare, anche
se a volte ciò non sembra evidente. Ma perché possa comunicare occorre che qualcuno sia disposto ad ascoltarla. G. Colombero parla di «regalare ascolto» e sostiene che tale regalo «commisura bene la disponibilità al servizio e il beneficio dell’incontro». Per ascoltare è necessario far tacere se stessi, le proprie idee, il proprio modo di ragionare e di vedere le cose; sospendere ogni giudizio sulla persona dell’interlocutore e su quanto egli comunica, evitando di lasciarsi trascinare da pregiudizi e stereotipi. Nei termini dell’analisi transazionale, l’ascolto è una delle carezze positive maggiormente apprezzate dalla gente. Infatti, quando uno si sente ascoltato, ha la calda percezione d’esser preso in considerazione e, quindi, di valere agli occhi dell’in terlocutore. La pratica dell’ascolto mette in risalto il valore terapeutico della presenza che può diventare autentico sacramento della vicinanza di Dio quando è permeata da rispetto, comprensione, fiducia. Nel visitare i malati è facile correre il rischio di rimanere ad un livello sociale: si parla del tempo, di politica, di sport, delle vicende della famiglia ... Se una dimensione sociale fa parte della visita, è importante che essa venga superata per dar luogo alla conversazione in cui l’attenzione si centra sulla persona del malato, sui suoi stati d’animo, sui suoi bisogni e valori umani e spirituali, sulle sue preoccupazioni religiose ... Camminando insieme al malato in questo modo, il visitatore può stabilire con lui un’alleanza. Tale alleanza viene stretta con quella parte dell’infermo che esprime il desiderio o la volontà di superare le difficoltà e di crescere umanamente e spiritual13
mente. Tale patto deve permanere anche quando il malato mostra segni di stanchezza e desidera desistere dal suo proposito. Quando il visitatore è stato capace di dare importanza a quanto il malato gli comunica, soprattutto in termini emotivi e affettivi, può anche permettersi di porre qualche domanda finalizzata a risvegliare risorse, umane e spirituali, rimaste finora inattive, a proporre una preghiera. In questo cammino, occorre superare la tentazione, abbastanza frequente nei visitatori, di andare troppo in fretta, senza tenere conto del ritmo dell’interlocutore e della sua capacità di ricezione. La strada da seguire è bene indicata dalla seguente citazione: «Non venire a me con l’intera verità:/ non portarmi l’oceano/se sono assetato/né il cielo/se chiedo luce;/ma donami/ un raggio, un suggerimento, un po’ di rugiada./Come l’uccello,/ porto via solo una goccia d’acqua,/e come il vento,/solo un granello di sabbia». Anche il modo di terminare l’incontro è importante, per cui occorre che il visitatore lo compia appropriatamente, evitando la fretta esprimendo i sentimenti vissuti durante la visita, programmando la prossima se è il caso, lasciando un messaggio che può esprimersi nell’augurio, nella partecipazione o nella preghiera. Chi visita i malati dona, ma anche riceve. Come afferma G. Colombero, «la visita che si fa a una persona sofferente o a un malato è anche sempre una visita ricambiata; anche il malato ci visita, mentre siamo accanto al suo letto, e ci parla della sua sofferenza. Il nostro mondo esistenziale, spesso angustiato da pene di poco conto, si apre su problemi ben più gravi. È come aprire le finestre che danno sul mondo della gente e guardare oltre la siepe che recinge il piccolo orto di casa nostra». Non solo, ma chi visita con amore i malati può beneficiare di quell’effetto risanatore di cui parla Isaia (58,6-8): «Non consiste forse il digiuno nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto».
• Le nostre società occidentali sono oggi attraversate da cam biamenti economici e sociali che, da una par te, creano a molti paura, per le trasformazioni di mentalità e di abitudini che esigono, e, dall’al tra, offrono occasioni di nuova solidarietà e di impegno per la costru zione di una società più fraterna. • Tutto questo non può non interpellare la coscienza dei cristiani, a livello personale e di comunità, che vengono così chiamati a «rendere ragione della loro pro pria speranza» in modi nuovi e a dimostrare la loro fede in Gesù Cristo nella prassi concreta dell’accoglienza e della «compassione» per l’al tro e le sue sofferenze. La Passione di Cristo, infatti, rivive di con tinuo nelle molteplici passioni dell’umanità più debole e fragile che incontriamo ogni gior no. E se i cristiani cre dono autenticamente in una «comunità di desti no», che si allarga uni versalmente, non posso no sottrarsi alla sfida del tempo odierno con le sue trasformazioni e le sue sofferenze.
Alloggiare i pellegrini Vestire gli ignudi Tra giustizia e solidarietà
La relazione tra giustizia e solidarietà si è fatta intricata perché deve oggi confrontarsi con i grandi cambiamenti che hanno investito l'economia e pertanto la distribuzione dei beni e della ricchezza. Dunque, preliminarmente, si tratta di fare i conti con il tema dell'organizzazione economica delle nostre società nell'epoca dell'interdipendenza e della globalizzazione. Occorre prendere atto che si è determinata una nuova ‘Questione sociale', che chiama in causa non solo la produzione e la distribuzione dei beni, il rapporto tra capitale e lavoro, ma implica una nuova attenzione ai cosiddetti beni comuni come l'acqua, l'aria, le fonti energetiche, la tutela dell'ambiente e la distribuzione della conoscenza, delle tecnologie e dei saperi. Nella realtà sociale ed economica in cui viviamo si presentano questioni inedite, impensate e dilatate, che si collocano dentro una velocizzazione dei cambiamenti e delle trasformazioni che le generazioni che ci hanno preceduto non hanno mai sperimentato. Siamo immersi in una dimensione sociale, economica, politica, tecnologica che disegna un ambiente segnato dalla dimensione della molteplicità, dell'interazione, della mescolanza, che 14
sta trasformando le condizioni del vivere umano e che trasforma le relazioni tra le generazioni e in particolare con quelle che verranno. Emerge in questo contesto, con urgenza maggiore del passato, l'esigenza di guardare al futuro con occhi slegati dalla nostra quotidianità e con la mente centrata sul 'principio di responsabilità', senza il quale non si dà giustizia e solidarietà tra noi e coloro che verranno dopo di noi. I connotati del rapporto tra giustizia e solidarietà si stanno dunque complessificando e i criteri che ci hanno finora orientato hanno bisogno d'essere ripuntualizzati e, forse, declinati in modo nuovo. Siamo di fronte ad un mutamento dell'idea stessa di ricchezza che ormai è costituita da un universo di beni materiali e immateriali il cui possesso o utilizzo determina più o meno le opportunità di ognuno, per cui muta anche la definizione e i contenuti della povertà. Questa situazione è quanto mai articolata e l'uso del concetto di complessità può sicuramente aiutarci a pensare, ragiona re e prendere coscienza dell’interdipendenza planetaria della realtà sociale: è l’epoca degli scambi, delle ibridazioni culturali e della storia globale. È pertanto evi-
dente che le idee che hanno definito i concetti di giustizia e di solidarietà sono sottoposte ad una torsione e faticano a trovare un progetto politico compiuto cui riferirsi. Veniamo da un tempo in cui questi due elementi si combinavano per la creazione di un progetto di città, di Stato ex novo, ma oggi non è più così. Tutto si intreccia, si combina e si scombina, e occorre veramente imparare a vedere la realtà con occhi nuovi e disincantati. Il tema da assumere non è tanto quello della globalizzazione, cui ci siamo adusati, ma quello della complessità. Se non entriamo in questa dimensione, diventa difficile riposizionare il rapporto tra giustizia e solidarietà. Ed è il paradigma della complessità che ci fa capire meglio di altri che diventa sempre più difficile pensare ad alternative radicali dell’attuale situazione economica e sociale. Se il concetto di ‘fine della storia’, inventato da Francis Fukuyama per sostenere la vittoria assoluta del
modello della democrazia liberale, è stato falsificato dalla guerra dei Balcani e si è definitivamente infranto sulla sabbia irachena, in economia sembra quasi guadagnare terreno: il liberismo sembra non avere concorrenti e, nella sua versione anglosassone, sembra essere diventato così pervasivo da coinvolgere stati che continuano a dichiararsi comunisti, come la Cina. I mercati sono sempre più interdipendenti, la finanza e le Borse la fanno da padroni, la capitalizzazione borsistica nel 1980 equivaleva alla produzione mondiale, e oggi vale tre volte l’importo. Possiamo dunque parlare di fine dell’economia? Di trionfo finale del capitalismo liberista? È proprio un caso che valenti economisti italiani affermino che esso è di sinistra, intendendo per sinistra una valenza sociale e distributiva? Questo modello d’organizzazione economica afferma nella teoria e, soprattutto, nei fatti che la distribuzione dei beni, della ricchezza e delle opportunità debba essere giocata sul e nel mercato, secondo le regole della domanda e dell’offerta, con l’occhio sempre vigile sulla competizione globale. Il cristiano non è anticapitalista o contro il libero mercato, convinto che l’attività economica non si realizza in uno spazio vuoto, ma che essa si sviluppa all’interno di uno spazio culturale, giuridico e sociale ben preciso e definito. Tuttavia, è convinto che se si affermasse il capitalismo liberista di matrice anglosassone, la giustizia sociale perderebbe ogni connotazione di valore, ridurrebbe il principio democratico dell’uguaglianza al solo merito. La remunerazione del merito e delle capacità è importante perché produce un effetto imitativo che fa cre15
scere la società e la ricchezza materiale e immateriale, ma bisogna ricordarsi che non tutti, pur nelle stesse condizioni di partenza, ce la fanno a reggere la competizione. La fragilità umana è una componente che deve essere tenuta presente, che la persona perfetta non esiste, anche se vi è chi pensa di crear la in laboratorio o con la selezione eugenetica. È chiaro che un sistema liberista porta al declassamento della solidarietà a compassione, ovvero ad avere un’attenzione filantropica verso chi non riesce a correre. La solidarietà non è solo avere cura di qualcuno, ma è strumento di promozione o, come si diceva un tempo, di emancipazione. La solidarietà del movimento operaio è nata dalla compassionevolezza delle società di mutuo soccorso, ma si è trasformata in solidarietà e ha assunto una dimensione politica e sociale che ha contribuito alla creazione dei moderni sistemi di welfare. È chiaro che, se vogliamo prendere in mano il tema del rapporto tra giustizia e solidarietà, occorre non abbandonarsi al fascino dirompente della compassionevolezza. Avere cura dei poveri, dei deboli, degli emarginati, dei senza lavoro, degli affamati è un obbligo umano e cristiano; penso però che la solidarietà sia qualche cosa in più: è promozione, è riscatto, è liberazione e condivisione di un comune destino. Faccio osservare che, se ci manca una chiara analisi della situazione, si cade facilmente nella filantropia, che non è un atteggiamento da disprezzare e che, in certe situazioni, è propedeutico a creare la solidarietà. Chi però assume come obiettivo del suo agire politico e sociale il tema della giustizia deve oggi, per prima cosa, approfondire i meccanismi economici e dotarsi in maniera più specifica e approfondita di un pensiero economico. Avere cura dei poveri, operare per un’equa distribuzione delle opportunità, dei beni, delle risorse dovrebbe spingere i cristiani a dotarsi di una ‘teologia dell’economia’, ovvero di un pensiero cristiano sull’economia. Non è il caso di pensare ad un’economia cristiana, ma si avverte sempre più l’esigenza di un pensiero cristiano
sull’economia attuale, sull’economia della globalizzazione, della finanziarizzazione e l’esigenza di individuare percorsi realistici e concreti per una distribuzione universale delle ric chezze, dei beni, dei saperi e delle conoscenze. Non si compie una buona azione sociale, non si costruiscono le nuove piste per la realizzazione della giustizia sociale, non si dà corretta finalità all’organizzazione della solidarietà, se non si possiede un pensiero critico-valutativo-propositivo sull’economia. La prima cosa che occorre fare è sicuramente quella di modernizzare l’economia sociale di mercato europea in contrapposizione al modello liberista, sostenendo chiaramente che si è per un’economia di mercato, non per una società di mercato. Il modello sociale europeo si deve adattare, innovare, ma anche consolidare nei suoi principi di solidarietà. Occorre veramente conservare questa diversità culturale perché rappresenta ancora, pur con i suoi limiti, una possibilità aperta affinché la giustizia resti un obiettivo possibile e la solidarietà sia la capacità di autopromuovere libertà ed uguaglianza per tutti, in particolare per i più deboli. Sono convinto che solo il permanere di un’economia sociale di mercato consenta l’apertura ad altre forme d’economia come quella critica della ‘decrescita’ - che richiama al limite dello sfruttamento delle risorse del pianeta e alla necessità di salvaguardare i beni comuni come acqua, aria e territorio -, ma apre possibilità anche alle nuove forme dell’economia solidale come il nonprofit, la cooperazione sociale e del volontariato, che si basano sull’autoorganizzazione del sociale sul terreno della produzione di beni, della condivisione del lavoro e dei risultati, delle tecnologie, delle informazioni, dei mercati e degli investimenti. Quando parliamo di giustizia, non possiamo solo riferirci ai soggetti svantaggiati e a come correttamente dare loro dei diritti, ma anche a come ci si organizza affinché questi diritti siano acquisiti e, oltre che essere riconosciuti, anche assunti come risultato del proprio impegno. Se vogliamo correttamente le-
gare giustizia e solidarietà, occorre creare le condizioni per una nuova c i t t adinanza in cui a tutti sia data l’opportunità, anche attraverso gli opportuni a d a t t a m e nti delle condizioni di partenza, di partecipare alla produzione di beni per acquisire libertà, dignità, rispetto di sé. Abbiamo bisogno di un modello d ’e c o n o m i a plurale, in cui tutte le forme private, pubbliche, sociali di produzione di beni abbiano la stessa dignità. L’impresa sociale, il non-profit, la cooperativa sociale, il volontariato non possono essere considerati come ‘altra economia’, ma come soggetti, al pari di altri, impegnati nella produzione di beni e di risorse. Giustizia e solidarietà richiedono una lotta alla povertà. Oggi ci sono le risorse economiche e scientifiche per debellare la povertà, le malattie, dar da mangiare e un’istruzione a tutti gli uomini. Questo fatto ci rende tutti più responsabili, non possiamo fare finta di nulla. Alcune brevi considerazioni sul nostro Paese. Molte volte ci hanno presentato l’Italia come una realtà in declino e con batterie scariche, e ci si interroga circa le reali possibilità di intervenire e ridare slancio. Di certo anche in Italia la povertà e le disuguaglianze sono in crescita. 16
L’Italia è una nazione che ha attraversato fasi alterne di povertà e di crescita, ma dove si sono continuamente intrecciate sacche - territoriali e sociali - di povertà e aumento della ricchezza. Oggi l’Italia deve affrontare una trasformazione profonda del suo apparato produttivo e dei servizi, deve attrezzarsi per stare dentro l’Europa e la competizione internazionale; il modello industriale, agricolo e terziario è in profonda trasformazione, nella quale convivono elementi d’arretratezza e di profonda innovazione che hanno mutato la tradizionale divisione del lavoro; il sistema di protezione sociale è sottoposto a forti pressioni dalla trasformazione demografica
(invecchiamento della popolazione e bassa natalità), dal crescere di forme precarie di lavoro; da un sistema fiscale sempre più appesantito che non riesce a contrastare l’evasione e il lavoro nero; dalle difficoltà delle famiglie a fungere da ammortizzatore sociale; dal permanere di un forte divario tra nord e sud, che non è solo economico ma anche segnato da una differenziazione di capitale sociale. In questo contesto sono riemerse forme di povertà che si caratterizzano per una serie di fattori: • Emergenza di povertà estreme e di radicali emarginazioni (rom, clandestini, periferie); • indebolimento del reddito (per disoccupazione, mancanza di lavoro, erosione); • esclusione dal mondo della formazione e dell’istruzione, dall’informazione e dalla conoscenza; • mancanza della casa; • non autosufficienza; • impoverimento della qualità della vita e delle relazioni sociali, misurabili con le separazioni matrimoniali, le spese per gli psicofarmaci, il bullismo, il traffico, lo stress, l’emergere di forme violente, i suicidi, l’anomia, la teledipendenza, il ricorso all’alcol e agli stupefacenti. Questi fattori, definendo un quadro complesso e articolato della società, rendono evidente la crisi dei nostri sistemi di sicurezza e assistenza pubblica. Sono fattori che generano un malessere sociale diffuso ed epidemico, che non si affronta con la ‘sceriffizzazione’ dei sindaci o con misure di polizia. Esige un nuovo modello di promozione sociale, in pratica la realizzazione di un nuovo sistema sociale in cui la giustizia si coniughi con la solidarietà, i diritti con la responsabilità e con processi che aprano alla mutualità, all’autoorganizzazione e pertanto a forme solidali di
partecipazione. Che cosa si può fare? Ecco alcune indicazioni minime e non esaustive per ridefinire il rapporto tra giustizia e solidarietà: 1. Operare per avere, a livello globale, più democrazia e libertà; 2. proporre una crescita economica sostenibile con meno disuguaglianze, più responsabile verso i beni comuni del pianeta; 3. migliorare (accelerare l’implementazione degli obiettivi del millennio su cui anche l’Italia è in ritardo) il quadro macroeconomico e finanziario nella logica della distribuzione universale dei beni; 4. promuovere forme dignitose di lavoro, investire nello sviluppo locale e nelle nuove forme d’economia civile; 5. qualificare la spesa sociale in favore di chi ha meno, in modo che da assistenziale diventi promozionale, in pratica più servizi e meno trasferimenti monetari; 6. far crescere la formazione e le competenze; 7. regolare e trasformare la produzione di armi. Oggi l’Italia, ma credo l’Europa e il mondo, se vogliono affrontare i problemi della giustizia sociale in un’ottica di reale solidarietà e non di compassione, devono puntare a riconferire e ridare significato al bene comune, che si fonda su quanto le persone si devono l’un l’altra. È necessario affrontare e superare
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la crisi del bene comune attraverso la promozione della reciprocità, la rimotivazione dal basso della solidarietà che nasce dalla famiglia, dal buon vicinato, dal paese, dall’oratorio e dalla scuola. Il malessere sociale, se non ricomposto dentro una visione di reciprocità, rischia di far esplodere la nostra società. Tutto questo chiede una progettazione politico-sociale di ricostruzione dell’idea di bene comune, proprio a partire dal legame tra solidarietà e giustizia, un legame che è sostanziale anche per affrontare il clima di indebolimento morale e per ricreare un circuito virtuoso tra moralità pubblica e privata. Il legame tra solidarietà e giustizia, come dice la Populorum pro gressio, parte dal presupposto che «nessuno può riservare per sé il superfluo, quando a qualcuno manca il necessario». Per questo è indispensabile indirizzare le politiche economiche in questa direzione. È per questo che diventa sempre più indispensabile che si investa sui fattori di crescita e di innovazione del Paese: formazione, tecnologia, infrastrutture. Si potrebbe affermare che senza un habitat economico favorevole e propulsivo, attento alle compatibilità sociali e ambientali, le disparità economiche non si affrontano e non si riducono e, pertanto, giustizia e solidarietà ripiegano e s’intristiscono.
• Una costante della tradizio ne cristiana (e non solo) è il desi derio di 'ricordare' chi ci ha pre ceduto e la Chiesa lo fa in modo particolare con la preghiera per i defunti: «Ricordati, Signore, di ... ». Ma proprio perché ricordo nella preghiera, essa invita ad andare oltre il semplice desiderio di fare memoria di qualche aspetto dei defunti a noi cari, e inserisce que sto sentimento umano naturale nella memoria di Colui «che è la risurrezione e la vita».In tal modo la preghiera per i defunti accende una luce nuova anche sulla vita terrena che essa colloca nella luce della 'vita eterna'. Così anche il pio dovere cristiano di "seppellire i morti" si configura come una te stimonianza della speranza nella risurrezione, un'espressione che chi è morto non è scomparso nel nulla, ma riposa 'in Dio'. • Fare memoria della Pasqua comporta per il cristiano anche una visione nuova del corpo uma no: pur nella rigidità della morte e nell'ineluttabile destino di cor ruzione, esso rimanda pur sempre alla dignità di 'corpo umano', che ha atteso la risurrezione.È in que sta prospettiva che la tradizione cristiana ha sempre favorito la de posizione del corpo defunto nella terra o nel sepolcro, così come av venne per Gesù e secondo l'imma gine del seme affidato alla terra. Oggi però, soprattutto nei nostri contesti, va diffondendosi l'alter nativa pratica della cremazione, di fronte alla quale la Chiesa non si mostra ostile e tuttavia la cura pastorale deve formare una nuova coscienza, capace di andare oltre le forme della ‘distruzione’ del ca davere, per recuperare comunque il valore del corpo, il significato della sua memoria e l’orienta mento alla speranza nella risur rezione.
Seppellire i morti e pregare per loro Che significa pregare per i morti?
La continuità di una vita oltre la morte è un'intuizione che caratterizza l'essere umano; unico essere vivente che seppellisce i suoi morti e ne pratica il culto. Un'intuizione vaga e per certi versi contraddittoria poiché nelle diverse culture la sepoltura esprime talora comunione con la città dei vivi e talora emarginazione, allontanamento e paura. La tradizione gaelica di Halloween affonda le sue radici nella credenza che i morti ritornino annualmente per essere in qualche modo 'risarciti', tenuti buoni e lontani attraverso doni. Il mondo pagano ha inevitabilmente una visione piuttosto triste della vita oltre la morte. Nella cultura dell'antica Grecia l'Ade (etimologica mente l'invisibile) è il mondo del nonessere, l'opposto della vita terrena. Anche il primo Israele, nel suo lento cammino verso una rivelazione sempre più profonda, immagina lo sheòl come «terra delle tenebre e dell'ombra di morte, terra di caligine di disordine, dove la luce è come le tenebre» (Gb 10,21-22). Tuttavia già il libro della Sapienza (II sec. a.C.) afferma che «Dio ha creato l'uomo per l'immortalità; lo fece ad immagine della propria natura ... Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà» (2,23; 3,1). 18
La comunione dei santi
Il Signore Gesù, il Verbo di Dio fatto parola umana, attra verso la sua morte e risurrezione ha dato una risposta di fede a tutti i nostri interrogativi sull'aldilà e un fondamento alla nostra speranza. «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Rm 6,3-5). Alla radice della nostra speranza c’è l’evento dell’incarna zione nella sua globalità perché esprime e realizza la nostra solidarietà con Cristo nel quale si incontrano il tempo e l’eternità. In Cristo l’uomo è diventato «partecipe della natura dì Dio» (2 Pt 1,4). Come in Gesù il tempo e l’eternità, la natura umana e quella divina, si incontrano nell’unica persona, così anche la nostra esistenza è un’unità in due tempi separati dalla morte. Non solo, ma questa solidarietà con Cristo ci costituisce come un unico corpo (cfr. Ef 4, 16). La Chiesa è una
sola, nel tempo e nell’eternità. «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri ... allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il capo ... Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa. L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono» (CCC 947).
La fede della Chiesa
È la consapevolezza di questa solidarietà spirituale che, contrariamente alla prassi individualistica che per lungo tempo ha condizionato la celebrazione dei sacramenti, ha condotto la comunità cristiana, soprattutto nel primo millennio, a partecipare attivamente all’azione sacramentale della Chiesa, specialmente nell’itinerario di iniziazione cristiana e in quello penitenziale. Attraverso il catecumenato e la celebrazione dei tre sacramenti nella veglia pasquale, la comunità cristiana ve niva in qualche modo coinvolta nella «gestazione e nel parto» dell’uomo nuovo. In modo ancora più drammatico la comunità cristiana esprimeva questa solidarietà nell’itinerario
penitenziale accompagnando i peni tenti con lacrime, digiuni e preghiere. In altre parole, chi aveva acquistato i meriti di Cristo poteva farne partecipi i suoi fratelli. In breve, il peccatore non è abbandonato a se stesso; come è stata solidale nella nascita di un suo membro, allo stesso modo la comunità è solidale nel curarne le ferite. Come nel corpo fisico i membri sani collaborano per la guarigione di quelli malati immettendo in essi il sangue buono inviato dal cuore, così quanti sono in più stretta comunione con Cristo ne veicolano la grazia ai fratelli che hanno bisogno di essere in qualche modo risanati. È su questa consapevolezza che, al di là delle deviazioni sopravvenute in seguito, è sorta la prassi dell’indulgenza, cioè la partecipazione ai meriti di Cristo attraverso l’in tercessione della Chiesa a favore di quanti manifestano, con delle azioni stabilite, il pentimento e la conversione.
Una comunione oltre il tempo e lo spazio
Questa solidarietà che unisce le membra del corpo di Cristo anche dopo la morte è una dimensione costante nella tradizio ne della Chiesa. S. Agostino raccomanda i suoi genitori defunti alla preghiera dei suoi lettori: «Ispira, Signore, ai tuoi servi, fratelli miei ... di ricordarsi, quanti mi leggeranno, presso il tuo altare, di Monica la tua serva, e di Patrizio, un tempo suo sposo» (Confessioni IX, 13). La consapevolezza che l’eucaristia costituisce il momento culminante della comunione fra il cielo e la terra fa sì che nel corso del IV sec. la preghiera per i defunti entri nella grande preghiera eucaristica.
La preghiera per i defunti
Nel corso dei secoli la comunità cristiana ha strutturato la preghiera per i suoi membri defunti in forme sia liturgiche che devozionali. Nella liturgia la Chiesa esprime la comunione con i defunti in modo del tutto speciale con il rito delle esequie, che è preceduto 19
dalla veglia di preghiera. Essa ha luogo «in casa del defunto, secondo le circostanze, o in altro luogo adatto dove parenti, amici e fedeli si radunano per elevare a Dio una preghiera di suffragio, ascoltare le parole di vita eterna e, alla luce di esse, superare le prospettive di questo mondo, volgere le menti alle autentiche prospettive della fede nel Cristo risorto; per recare conforto ai congiunti del defunto; per esprimere solidarietà cristiana secondo la parola dell’Apostolo: “piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12, 15). Ogni anno, il 2 novembre, la Chiesa dedica un giorno per fare memoria di tutti i defunti. La pietà popolare esprime que sta comunione con i defunti anche con la preghiera, l’elemosi na, il digiuno e la pratica di altre opere di misericordia. Cioè con le stesse modalità con le quali la Chiesa sostiene in questa vita il cammino di conversione dei suoi figli nel dubbio che il cammino di tanti fratelli defunti verso una piena conformazione a Cristo non sia stato portato a termine. Tutto questo discorso è fondato su un modo molto umano di pensare. Per noi non è possibile un altro linguaggio. Una cosa, però, è certa: la solidarietà nella Chiesa anche oltre la morte. Verità che ci assicura uno scambio di doni spirituali oltre il tempo e lo spazio. Come ciò avvenga e in quale misura resta un mistero perché la vita futura è oltre gli orizzonti raggiungibili dal nostro sguardo terreno. Uno scambio di doni che non è a senso unico; la nostra preghiera per i defunti «può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore» (CCC 958). Inoltre, attraverso quella liturgia che non è mai un’azione privata ed egoista, la nostra preghiera è assunta dalla Chiesa non solo per i ‘nostri’, ma anche per tutti i defunti dei quali solo Dio ha conosciuto la fede (cfr. Preghiera eucaristica IV).
• Questa è, nella tradizio ne cristiana, un’opera di mi sericordia spirituale che me rita di essere oggi ripresa e riproposta nel contesto domi nato da pluralismo di verità proposte, confronto di opinio ni a volte portato all’eccesso, relativismo di valori e assai spesso smarrimento e dubbio. • In primo luogo si trat ta di un’opera di ‘misericor dia’: attraverso di essa pas sa dunque per i cristiani la misericordia di Dio, l’atteg giamento di prossimità e del prendersi cura che caratte rizza il volto di Dio mostrato da Gesù. Che significa, infat ti, l’annuncio che «il regno di Dio è vicino»,se non la buona notizia che il Dio di Gesù non è un Dio lontano e assente dalla storia umana, ma un Dio prossimo, che si pone ac canto a chi lo cerca, e soprat tutto ai poveri,agli ultimi tra gli uomini? • I contesti cristiani attua li sono dunque nuovamente interpellati di fronte alle va rie forme di ‘ignoranza’ e di ‘dubbio’ oggi diffuse: innan zitutto è chiamata in causa la formazione cristiana delle nuove generazioni.È sotto gli occhi di tutti che l’educazio ne cristiana (la ‘catechesi’) è ridotta a tempi e a forme in fantili. Spesso una infarina tura superficiale fino all’a dolescenza e poi il vuoto.Così, mentre il mondo martella con le sue allettanti proposte, la crescita nella fede sembra per molti fermarsi.Si apre poi il vasto campo educativo e di accompagnamento, sia a li vello di incontri personali, sia a livello di azione comunita ria e di progetti dagli oriz zonti sempre più ampi.
Insegnare agli ignoranti e consigliare i dubbiosi
Accogliere i dubbi di fede e rispondervi Il dubbio della fede è prima di tutto un'espressione della fede e accade all'interno di essa. Non sembri contraddittorio: chi vive lievi o gravi difficoltà della fede e come tale si presenta, è persona che esprime una fede viva che si interroga, che pensa, teme e soffre perché non può giungere a un'adesione pacifica e pacificante quale si ritiene debba essere. L'ideologo nemico della fede procede con proclami di tutti i motivi che legittimano la sua mancanza di fede; il dubbioso cerca con umiltà la via possibile per credere e proprio per questo si pone in relazione ad altri, desideroso di una guida o di un sostegno. 20
Accogliere e ascoltare L’ascolto autentico di una persona non coincide necessariamente con lo stare in silenzio di fronte a lei. Ci sono silenzi che in realtà potrebbero celare un’arroganza interiore con la quale si è già valutata la parola dell’altro, si è già predisposta una diagnosi e una possibile risposta da inserire nella conversazione al momento opportuno. Ciò fa pensare che l’uno abbia già chiaro tutto e l’altro sia solo un minore nella fede, che va istruito adeguatamente. Il dubbioso può non essere un ignorante, né per cultura né per esperienza; può avere consapevolezza dei contenuti della fede. In ogni caso è da guardare con simpatia e stima, anche solo per il fatto che cerchi una verità che non possiede e da cui si sente attratto.
La persona che espone un dubbio della fede spesso non è alla ricerca di risposte concettuali, ma della possibilità di aderire a quanto ha già ricevuto. Ascoltare,dunque, ascoltare. Con la mente e con il cuore. Sentire la domanda dell’altro come domanda di ‘vita eterna’, anche se non è formulata come tale. Ascoltare con intelligenza, nel profondo, senza immediatamente preoccuparsi di cosa si risponderà. Coloro che si preoccupano troppo e troppo presto di trovare la parola giusta sono in fondo più preoccupati di se stessi e di essere adeguati al ruolo di maestri o di guida che si tende a rivestire in queste circostanze, più di quanto siano attenti alla domanda dell’altro. Per accompagnare il dubbioso è
importante fare un po’ di pulizia in se stessi e rendersi liberi dalla voglia di presentarsi come esperti, risolutori di problemi o salvatori di umanità. L’ascolto ha bisogno di calma, di calore, di ‘simpatia’, ciò che consente al dubbioso di sentirsi accolto e non giudicato, rispettato e non valutato, stimato nel suo domandare. L’atteggiamento accogliente deve far passare il messaggio che si crede alla serietà della domanda e si dà allora per certo che il dubbio non nasca né dal preconcetto né da una sorta di pigrizia intellettuale o da ambiguità morale. Il dubbioso, infatti, dimostra proprio con la sua domanda che crederebbe se potesse, ma per qualche motivo (e non sempre né subito è evidente se ci sia una causa precisa del dubbio) non può. Ciò comporta una conseguenza: serve a poco esortare a credere. Tra le frasi che rispondono al dubbio spesso si sente dire frettolosamente: «Devi fidarti di Dio, abbandonati al Signore», o la variazione: «Prega». Per la persona che le riceve vi è un che di doloroso in queste parole. Le si chiede di partire proprio da ciò che non è e non ha: la fede. Come può affidarsi a Dio, se magari non riesce a credere neppure che esista? Come può pregare, se teme che la sua sia illusoria parola che non ha destinatario? Si sa che un’abitudine all’orazione a volte porta a rasserenare e forse alla fede che si cercava, ma ciò esige una volontà molto forte, un imporsi a se stessi, che potrebbe ottenere l’effetto contrario ed esasperare il dubbio o alimentare la sensazione di una porta sbarrata. L’inizio di un accompagnamento del dubbioso potrebbe offrire l’ascolto, l’accoglienza e la promessa di restare al fianco di chi dubita senza porre limiti di durata, finché sarà utile al cammino, insieme a parole misurate che evitano il linguaggio entusiastico tipico di coloro che sembrano sempre in comunicazione diretta con Dio o lo sciorinamento dei propri dubbi di fede in nome di uno scambio alla pari.
Quale dubbio? Dall’ascolto attento si può forse cogliere e aiutare chi parla a cogliere quale sia il livello del dubbio. Per giungere alla diagnosi non è opportuno togliere la parola all’altro e precederlo dicendo: «Il tuo problema è ... ». L’identificazione della difficoltà va ricercata insieme e possibilmente affidata all’iniziativa del dubitante che prima per cenni e poi con maggiore chiarezza può giungere alla consapevolezza. In questo caso la metodologia socratica della maieutica è sempre valida. Non sostituirsi quindi all’altro, ma far nascere con interventi opportuni e con domande discrete la chiarezza che riesce a dare un nome al proprio dubbio. Se si raggiunge questa fase, si può scorgere anche a quale livello sia opportuno collocare la ricerca, affiancando l’altro con il rispetto che sottolinea anche la sua capacità adulta e la sua responsabilità. Può emergere che si tratti di un problema di fiducia, radicato nel vissuto psicologico. L’esperienza di fede si avvale di quella umana e se la capacità di fiducia è disturbata, diventa difficile credere in (e fidarsi anche di) Dio, acconsentire a una presenza che non si può di fatto né toccare con mano né mettere alla prova. A questa difficoltà si è tentati di rispondere con un escamotage: fidati di me che mi fido di Dio. Come a dire: credi nella mia fede e quindi credi in Dio per interposta persona. In qual - che momento lo stratagemma può essere utile, ma non è veritiero in quanto la fede si deve volgere a Dio e non a eventuali testimoni. Questi possono generare alcune circostanze positive come trampolino di lancio della fede, ma resta necessario che a un certo punto, come l’esperienza di 21
Giobbe insegna, si incontri Dio da vicino e non per sentito dire. Piuttosto può essere più costruttivo dire: «Io mi fido di te, credo nella tua sincerità, nella tua bontà, nel tuo desiderio di credere». Si tratta di dare fiducia e non di chiederla, di farla sperimentare come dono e non come richiesta. Se si solidifica questa fiducia donata, si può procedere a un annuncio garbato: «Dio si fida di te», messaggio che equivale a «Dio non disdegna il dubbio né la protesta, non sminuisce la difficoltà né tantomeno la punisce». Si può aggiungere, passi evangelici alla mano, che Dio ama chi cerca, ascolta la doman da, si prende cura del debole. La cura che possiamo avere del dubbioso è modesto segno della cura di Dio, che ha pazienza e premura anche per il fico che da anni non produce. In questa cornice, senza scivolare in una psicologia da strapazzo, può aiutare il recupero della fiducia nelle persone che hanno attraversato la vita del dubbioso e recuperare i rapporti a volte ricordati in modo deformato. Guarire il ricordo porta anche a una guarigione del presente e alimenta la fiducia nel futuro. Si apre una porta alla fede.
Gerarchia di verità e gerarchia di dubbi La difficoltà del dubbioso può collocarsi a livello concettuale: la persona non riesce a credere nel Dio personale, nel Dio di Gesù, in Gesù salvatore universale, nella risurrezione, nei miracoli o nella Chiesa o altro ancora. È importante ricordare la gerarchia delle verità: non poter credere all’Immacolata Concezione non ha lo stesso peso del non riuscire a credere alla risurrezione di Gesù. Qui lo scambio intellettuale tra il dubbioso e il suo compagno di viaggio diven-
ta importante e fecondo perché spesso la difficoltà a credere deriva da una banalizzazione popolare del contenuto della fede: prendere per mano il dubbioso, commentare i passi biblici, suggerirgli letture appropriate, offrire le verità di fede nella loro carica esistenziale e nella loro forza intellettuale che non si arena nei luoghi comuni, può generare una scoperta o una riscoperta di ciò che si credeva di sapere che non si poteva accettare. Vi sono molte aree che in questo settore vanno arti colate: cos’è la fede, il suo rapporto con la ragione, la capacità della ragione e i suoi limiti, il valore dell’esperienza storica del Dio cristiano, la domanda di compimento, la vita eterna, il senso della liturgia ... Illuminare le diverse aree del dubbio aiuta anche a superarle almeno in parte: si può essere refrattari alla Chiesa, ma si può recuperare la fede in Dio e nel suo Eletto; si può aborrire un prete, ma recuperare il coraggio e la profezia della Chiesa in molte e molte figure di credenti. Si possono nutrire dubbi sull’infallibilità del papa, ma si può recuperare la fiducia nelle singole figure papali. Non sarà tutto, non sarà un guadagno dell’intero contenuto della fede, ma il cammino della vita è lun go. Fatto un passo, se ne potranno fare altri.
difficoltà si risolvano e non è ovvio che il dubbioso emerga dalla sua incertezza. Bisogna accettare che nella professione vitale della fede si trova una zona in cui nessuno può farsi compagno. Si può tenere per mano qualcuno, ma lui solo sta davanti al Mistero. Che fare quando è stato detto tutto e fatto tutto quello che si poteva fare? Congedare il dubbioso, dicendo: «Non posso più fare niente per te»? Se così fosse, sarebbe la sconfitta della fede del credente e non del dubitante. Vale invece restare fedeli compagni dei dubbiosi e a loro indirizzare la preghiera di intercessione. Qui è appunto la fede dei credenti che deve operare e nutrire la speranza che la luce dello Spirito faccia ciò che noi non possiamo fare e, allo stesso tempo, restando sempre pronti a offrire l’aiuto ogni volta che viene domandato, disposti a ricominciare fosse pure per settanta volte sette.
Infine ...
Infine è necessario ammettere che, per quanto si faccia o si dica, non è certo che le 22
• Il brano è un invito a ri flettere sul significato del per dono: «Perdonare le offese e sopportare pazientemente». La formulazione richiama un valore cristiano, in passato ca ratterizzato come opera di mi sericordia spirituale, comun que importante anche nelle nostre società moderne, spesso attraversate da fenomeni pre occupanti di violenza vendica tiva. • Perdonare le offese, in lin guaggio cristiano i ‘peccati’, mette in gioco l’identità pro fonda del cristiano, poiché lo invita a confrontarsi con l’at teggiamento di Dio nei suoi confronti, così come rivelato nella persona, nella vita e nel messaggio di Gesù. Il suo an nuncio del ‘regno di Dio’, in fatti, è stato e rimane la buo na notizia di una vicinanza di Dio tale da rendere nuova, ogni volta, la vita di chi a lui si affida, proprio nel dono gratu ito del perdono delle colpe. • Questo dono, tuttavia, non sottrae il credente alle sue re sponsabilità: non è una que stione di ‘giustizia penale’, quanto piuttosto della condi zione stessa dell’uomo alla luce dell’agire di Dio che può tra sformare l’esistenza di chi lo accoglie. E allora il ‘perdono’ si configura come una ‘nuo va creazione’, che non fissa l’essere peccatore nei suoi atti passati, ma gli rende possibi le vivere in modo umanamente nuovo. Non significa cancella zione dei fatti accaduti e nep pure della loro memoria, ma accoglienza di un senso nuovo dato alla vita e orientamento di essa al futuro. Con il per dono non mutano i fatti, ma cambiano le relazioni.
Perdonare le offese e sopportare pazientemente La forza del perdono
L'esortazione al perdono doveva essere un tema ricorrente nella predicazione di Gesù, al punto che l'apostolo Pietro gli pose un giorno una specie di caso di coscienza di questo genere: «Fino a quante volte dovrò perdonare a mio fratello? Fino a sette volte?». Gesù gli rispose: «Non sette volte, ma settanta volte sette», cioè un numero di volte praticamente illimitato. E a sostegno della sua affermazione, Gesù raccontò la celebre parabola del servitore spietato. Si tratta di un servo che nega a un suo conservo una modesta dilazione nel pagamento di un debito che costui aveva nei suoi confronti, proprio dopo che il padrone gli ha appena cancellato totalmente un debito molto maggiore che egli aveva nei suoi confronti. Naturalmente il padrone, a quel punto, lo punisce severamente (Mt 1 8, 21 -35).
La parabola fonda quindi l'invito di Gesù alla compassione e al perdono sul fatto che, nei confronti di Dio, nessuno ha i conti in regola e tutti siamo nella condizione di aver bisogno del perdono: «Eravamo, per natura, meritevoli di ira come gli altri - dirà S. Paolo - ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, da morti che eravamo per i nostri peccati ci ha fatto rivivere in Cristo» (Ef 2,3-5). Cristo ha saldato per noi il nostro debito con la sua croce. Questo non significa che Gesù abbia pagato una specie di 'debito penale' nei confronti di Dio, al nostro posto: Cristo ha vinto la nostra schiavitù nei confronti del peccato, con la forza di un amore immenso, capace di sollevare il mondo e di vincere la forza schiavizzante del peccato. Adesso tocca a noi inserirci in questa esplosione di amore per vincere il peccato e tornare a Dio,
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e di questa vittoria sul peccato fa parte essenziale il nostro perdono nei confronti di chi ci è debitore, di chi ci ha in qualche modo offeso. Questo perdono non è né facile né popolare: il moltiplicarsi di delitti assurdi riapre oggi, nell'opinione pubblica italiana, una spirale perversa delle ritorsioni interminabili, per dare inizio a un cammino nuovo di ricostruzione e di pace. Esso ha anche il compito di tutelare a suo modo le stesse esigenze della giustizia, impedendole di oltrepassare i confini incerti che la separano dalla vendetta. La giustizia ha bisogno di imporre le sue severe, ma impersonali esigenze: la misericordia sa diventare remissione generosa dei debiti: in una lotta assoluta e totale per una giustizia impietosa, portata avanti ad oltranza e con qualsiasi mezzo, non si danno veri vincitori, ma solo vinti. Il costo umano di questa giustizia assoluta, che ha bisogno
di alimentarsi di odio, è troppo grande perché valga la pena di perseguirla. L'invito al perdono sarebbe però destinato a restare una predica inascoltata in un mondo in cui tutti hanno l'impressione di stare dalla parte del credito; occorre perciò offrire all'uomo di oggi ragioni sufficienti per la gratuità e l'apparente dispendiosità del perdono. Il credente le trova anzitutto nella croce di Cristo. Il richiamo all'annuncio della vittoria della croce giustifica l'invito cristiano al perdono. Possiamo rinunciare a portare fino in fondo la difesa intransigente dei nostri diritti, perseguendo la 'nostra' giustizia fino all'odio del nemico, perché in Cristo siamo assicurati che in questa rinuncia non abbiamo nulla da perdere. Dio rivela il suo amore per l'uomo proprio concedendo sempre nuovamente il perdono a chi si converte a lui di tutto cuore. Ma la conversione con cui accogliamo il suo perdono non è autentica se non è accompagnata da un atteggiamento che si ponga sulla linea stessa di Dio. Il fatto che a chi non perdona non sarà perdonato non dipende da una specie di ripicca di Dio, ma dalla forza delle cose; il perdono di Dio ci trasforma dentro; chi resta attaccato al suo risentimento e alla sua volontà di vendetta rifiuta di lasciarsi trasformare, quindi di essere raggiunto davvero dal perdono di Dio. Al contrario, nel gesto di chi generosamente perdona si rivela la presenza operante del perdono trasformatore di Dio. Entrare nella sfera del perdono è venire iniziati a un se greto divino: è scoprire la vera natura di Dio, il ‘perdonante’, e divenirne partecipi. D’altronde il perdono non esclude la giu stizia: esso non
attenua in colui che viene perdonato il dovere della riparazione; caso mai la rende più facile. Ma il perdono affida la regolazione precisa dei conti alla giustizia di Dio, una giustizia misteriosa, ma più giusta di quella umana, una giustizia capace di aprire, anche all’offensore perdonato, il cam mino di un ricominciamento, che è una ‘nuova creazione’. Con tutto questo, perdonare non è facile: qualche volta esige un vero e proprio eroismo. Per poterlo fare quindi occorre attingere, alla ricchezza del proprio battesimo e dell’incontro con Cristo nell’eucaristia, la grazia del perdono; è necessario lasciarsi guidare dall’azione potente dello Spirito che opera in noi e ci aiuta a superare la furia violenta dell’istinto di vendetta. In certi casi il sì della volontà al perdono, fosse pure solo interiore, sarà solo una meta verso cui tendere lealmente ma faticosamente, e quindi una vittoria che costerà tempo e fati coso lavoro interiore. Con tutto questo, il cristiano non ha comunque nulla da perdere nel perdono. Perfino nel caso in cui, a prima vista, tutto sembrasse indicare che il suo atteggiamento resti unilaterale e colui che riceve il perdono non faccia nulla per riconoscerne il valore, colui che dona è sempre arricchito dal suo dono. C’è più gioia e pienezza umana nel dare che nel ricevere (At 20,35).
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• Il tema porta a riflettere su una delle esperienze più proble matiche che l’esistenza umana in contra: malattia e sofferenza sono parte, non voluta, ma spesso inevi tabile della vita, e pongono inter rogativi sul senso fondamentale della vita stessa, ai quali però non è facile trovare risposta. • I miti dell’efficienza e dell’au tosufficienza sono una caratte ristica del nostro tempo, almeno nell’Occidente industrializzato. Ora, l’esperienza della malattia rappresenta qui un vero e proprio sconvolgimento di questi ‘miti’, con le aspettative e le delusioni che generano. Soprattutto alcune malattie impongono la rinuncia o drastiche limitazioni alle attività abituali, per cui spesso il ‘dopo’, il futuro, non ha più lo stesso sen so di prima. Alcuni malati vivono questa costrizione con angoscia, o anche come umihazione. • Ma è proprio qui che la ma lattia può essere occasione di una presa di coscienza diversa. La di pendenza accettata può accompa gnarsi ad una maturazione della capacità di affidarsi ad altri, della capacità di accettare l’imprevisto e della libertà, dimensioni altret tanto necessarie nelle relazioni che costituiscono il vivere. L’uomo non si definisce solo dal suo fare, ma soprattutto dalla capacità di accogliere. • E contro il rischio di un’au tochiusura disperata, proprio la malattia fa avvertire la necessità di ambienti umanizzati, capaci di comprendere e di condividere. Il processo di umanizzazione della malattia passa anche attraverso la capacità di farsi carico, da parte di famiglie e istituzioni sociali, di chi soffre. La relazione capace di ‘prendersi cura’ e di ‘accompagna re’ può essere vissuta come relazio ne che guarisce e nella quale trova senso anche accettare il limite.
Visitare gli infermi, consolare gli afflitti Le domande di chi soffre e le possibili risposte
La sofferenza è una delle esperienze più comuni che esistano: la perdita di una persona cara, una malattia grave, la disoccupazione imprevista e improvvisa, un figlio che non riesce a imboccare la strada del bene ... Le cause del dolore sono le più diverse, ma l'esito è sempre un'esperienza che ci rende pesante il limite connaturato alla nostra natura. Esperienza comune, quella del dolore, eppure esso sembra coglierci sempre di sorpresa, e interrompe affetti, spegne il sorriso e la voglia di vivere, cambia improvvisamente il senso che avevano per noi le cose di sempre. La morte - dice il Vangelo - ci coglie sempre come un ladro che furtivo, di notte, si intromette nella nostra casa. Ma anche il dolore si inserisce nella nostra vita con la violenta invadenza di un ladro, e sembra toglierci le ragioni per vivere. Non so se, quando la sofferenza ci raggiunge, la nostra reazione sia una domanda, o una serie di domande. Il dolore è un'esperienza che colpisce tutta la persona; i pensieri che suscita nella coscienza sono soprattutto il senso dell'assurdo, davanti al quale le uniche reazioni sono il grido e il
silenzio: non a caso si dice talvolta che siamo rimasti senza parole! E quando il silenzio si trasforma in domanda, spesso si tratta più di un grido, che urla il senso di sorpresa e di spiazzamento che non attende risposta. Del resto, l'unica risposta non potrebbe essere altro che il gesto che libera dal male. Il Vangelo è pieno di uomini e donne che sono metafora dell'esperienza del dolore. Il loro andare incontro a Gesù è il gesto di chi ha provato tutto, come la donna che soffriva di emorragie da dodici anni, o come quello dei ciechi che, seduti sul ciglio della strada, non potevano far altro che rivolgere a Gesù il loro grido, al tempo stesso di disperazione e di speranza. Ma dopo lo sgomento e la sorpresa, le persone che soffrono acquisiscono i tratti strani di chi con il dolore ha imparato a convivere: non più reazioni violente, ma la serietà composta di chi tende a nascondere il proprio segreto. È la rassegnazione di chi deve raccogliere tutte le proprie energie per resistere al male; per continuare a lottare. Basta frequentare la sala d'attesa di qualche day hospital, che fa le veci dell'ospedale, permettendo a malati seri di continuare a restare a casa propria e di essere curati. 25
Qui raramente si sentono discorsi di malattie; più spesso si parla del più e del meno; spesso ci si conosce, e si vedono con i propri occhi i segni che il male scava sul volto degli altri, e si immagina il proprio. Qui la malattia è diventata la vita quotidiana e la lotta contro di essa l'impegno di ogni giorno. Sono luoghi molto diversi dagli ambulatori generici, dove vanno le persone che non hanno serie malattie: qui, sì, si può parlare della propria malattia, di quella dei propri parenti e conoscenti; questa malattia non è così minacciosa, di essa si può ancora parlare! Anche i bambini, colpiti da gravi malattie, diventano anzitempo troppo maturi per l'età che hanno; assumono comportamenti da piccoli uomini e piccole donne, resi seri da esperienze che hanno rubato loro la spensieratezza del bambino. Non so quali siano in generale le domande che si fanno strada nella coscienza delle persone davanti all’esperienza della malattia; forse ciascuno ha le proprie! Ma mi pare di capire che gli interrogativi, più che riguardare la sofferenza, riguardano il senso della vita. Il dolore è una di quelle situazioni in cui tutto il valore della nostra esistenza viene messo alla prova. Ci si chiede che senso ab-
bia vivere, se basta un grumo di cellule impazzite a mettere in crisi tutti i nostri progetti; che senso ha voler bene alle persone, se il nostro affetto non può salvarle dal dolore e dalla morte; che senso ha curarsi, se ci si ritrova sempre da capo ... Anche Giobbe in fondo si fa le stesse domande; lo fa maledicendo il giorno in cui sua madre lo ha dato alla luce, perché riconosce l’inutile crudeltà della vita di fronte al dolore che stritola le ossa. Lo fa riconoscendo il limite radicale di quella vita che lo ha visto uscire nudo dal seno di sua madre, per ritornare nudo alla terra che lo ha generato. Parole diverse, per chiedersi: che senso ha la vita? che cosa può darle realmente valore? Ogni volta che la vita ci espone all’esperienza del dolore, siamo costretti a riprendere in mano la nostra vita dalle sue fondamenta, costretti a dire a noi stessi che cosa conta per noi, a ridefinire il valore che hanno per noi impegni, persone, esperienze ... tutto sembra rimettersi in gioco. E si continua a vivere, se nel deserto delle domande più radicali si riesce a far sbocciare risposte via via più essenziali, più semplici e più profonde. E così si ricomincia a vivere. Se dal deserto non spunta nulla, allora il vivere di ogni giorno diviene un disperato sopravvivere a se stessi e alle proprie vicende. Il credente ha nella fede una risorsa unica per trovare forza nell’affrontare la prova. L’esempio di Gesù è il riferimento più grande che possa avere a disposizione chi crede. Non c’è dolore che Gesù non abbia conosciuto, i più umilianti, i più assurdi, i più crudeli. La dignità con cui Gesù ha attraversato la sua passione è per ogni persona che soffre un grande motivo di consolazione: una dignità umanissima, che grida pregando, ma nell’obbedienza al mistero; che condanna la violenza, ma con mitezza e compassione; che suda sangue sotto la sferza del dolore, ma va incontro con passo risoluto alla sua ora, all’appuntamento con la morte. Mi ha sempre col-
pito il fatto che Gesù non sembra affrontare il dolore con disinvoltura, ma con pena. Nel giardino di Getsemani, la ripugnanza che egli prova per il dolore che lo attende mi è sempre parsa quanto di più umano e consolante il Vangelo ci potesse presentare. Gesù non ha amato il dolore, come talvolta sembra volerci far credere certa cultura spirituale doloristica: Gesù lo ha affrontato per obbedienza a un disegno di amore, veramente più forte della morte. Ogni persona che soffre penso possa essere consolata dal pensiero che anche il Signore è salito al Calvario cadendo tre volte, ha gridato il senso dell’abbandono del Padre che è come dire la sua solitudine davanti al destino che lo attendeva. Contemplare la sua passione e vivere la propria passione con Lui: mi pare che sia il percorso più cristiano che esista, la risposta vera alle nostre domande. Perché alle nostre domande - che non sono intellettuali, ma vitali - la risposta non può che essere vitale: essa passa attraverso la nostra identificazione con Colui che conosce un dolore che ha accolto per amore. Allora anche il proprio dolore viene assunto in questo amore, e rende sostenibile il camminare al buio, sotto il peso della propria croce. Dal momento in cui il Signore ci fa il dono di vivere il nostro dolore dentro il suo, cambia il modo di affrontare la sofferenza: si smette di sopravvivere a se stessi, e si torna a scegliere di vivere; si scoprono dimensioni nuove dell’esistenza, più profonde, impensate. La propria vita comincia ad essere percorsa da una corrente di fiducia nell’amore del Signore per noi: la sua passione 26
altro non è che la manifestazione più alta di tale amore, che si sperimenta nelle piccole cose di ogni giorno, soprattutto come forza per affrontare la grande paura che il dolore porta con sé. Così, giorno dopo giorno, si constata che i passaggi che pensavamo che non saremmo mai riusciti ad affrontare, in effetti li abbiamo attraversati: l’esperienza più misteriosa è quella di scoprire che il Signore non ci fa mai mancare la forza necessaria per affrontare la prova. Così, i pensieri di fede che abbiamo astrattamente imparato nei giorni del benessere, dopo la prova sono un’esperienza che si scrive nella nostra anima perché si è scritta ancor prima nel nostro corpo. Nella prova del dolore, la nostra vita diviene più essenziale e la fede più pura. Nel momento in cui accettiamo da Dio ciò che egli ci manda da vivere - se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male, esclama Giobbe! gli consegniamo la nostra vita nella fede nuda del povero: fede senza consolazione, senza luce, senza spiegazioni, ma totalmente abbandonata alla certezza che comunque Dio è amore. Nel momento in cui Gesù sulla croce pronuncia le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito», sembra di ascoltare delle parole di resa; in realtà sono le parole dell’amore più grande.
DIOCESI DI BRESCIA
Linee per un Progetto Pastorale Missionario nella Diocesi di Brescia È proprio con lo scopo di aiutare le comunità cristiane (soprattutto le parrocchie e le unità pastorali) ad elaborare un proprio progetto missionario “locale” che il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) ha dedicato le sessioni del biennio 2013-2015 alla stesura di queste “Linee” per un PPM condiviso, da offrire alla Chiesa diocesana. 27
Per ogni comunità cristiana diventa importante l’elaborazione di un “progetto pastorale missionario” (PPM), che, prendendo atto della propria situazione, cerchi di precisare le mete del cammino di evangelizzazione negli anni a venire e indichi alcune modalità e mezzi per poterle raggiungere. Senza un “progetto” pensato e condiviso c’è il rischio di continuare a fare semplicemente ciò che si è sempre fatto, senza rendersi conto dei cambiamenti avvenuti.
INTRODUZIONE ...una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura delle nostre comunità cristiane non basta più. Anche nei nostri paesi di antica tradizione cristiana, “è necessaria – dicono i vescovi italiani - una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo…” (Il volto missiona rio delle parroc chie in un mondo che cambia, Roma 2004, 1).
La “pastorale” è il complesso delle azioni che la comunità cristiana mette in opera per realizzare il fine della sua esistenza: l’annuncio del Vangelo ad ogni creatura perché diventi discepola del Signore e trovi in lui pienezza di vita. Sotto questo profilo, ovviamente, la dimensione “missionaria” è intrinseca a tutta la pastorale ecclesiale. Negli ultimi secoli però il termine “missione” è stato utilizzato con significati restrittivi, essendo passato ad indicare semplicemente l’opera dei cosiddetti “missionari”, di quei cristiani, per lo più preti e suore appartenenti alle congregazioni “missionarie”, che, lasciando il proprio paese, andavano ad annunciare il Vangelo del Signore in terre lontane che ancora non conoscevano Gesù (chiamate appunto “terre di missione”). Com’è potuto accadere questo? Dopo il rapido diffondersi della fede nel Signore Gesù nei primi secoli dell’era cristiana e lo sviluppo in epoca medioevale della cosiddetta “società cristiana”, la dimensione missionaria o evangelizzatrice della Chiesa si affievolì notevolmente, in quanto si riteneva che l’an-
nuncio evangelico avesse già raggiunto tutte le genti. La comunità cristiana si limitava perciò ad alimentare e conservare la fede già esistente, più che a farla nascere. Con la scoperta dei nuovi mondi (XV secolo), riprese l’attività missionaria della Chiesa, ma, di conseguenza, il termine “missione” finì per identificare l’azione dei “missionari” che partivano per evangelizzare questi paesi lontani, recentemente scoperti. Oggi la situazione è radicalmente cambiata: è tramontata la “società cristiana” e anche Brescia è tornata ad essere “terra di missione”, non solo perché non esiste più quella società dove tutti erano “cristiani” per mentalità, cultura, oltre che per il Battesimo, ma anche perché sono arrivate nuove persone, nuove culture, nuove religioni. In questo contesto, una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura delle nostre comunità cristiane non basta più. Anche nei nostri paesi di antica tradizione cristiana, “è necessaria – dicono i vescovi italiani - una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e
alle donne del nostro tempo…” (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Roma 2004, 1). Nell’attuale situazione storico-culturale, per “missione ecclesiale” dobbiamo quindi intendere la comunicazione e la trasmissione del Vangelo a tutti coloro che, nel nostro ambiente e in territori lontani, non sono ancora o non sono più (sia pure in gradi diversi) credenti in Cristo. In questo modo, pur sottolineando l’importanza e il senso sempre attuali della missio ad gentes, la dimensione missionaria ritorna come elemento costitutivo della pastorale delle comunità anche nel nostro territorio. Non è una cosa
C’è bisogno di una vera e propria “conversione”: si tratta di passare da una “pastorale di conservazione” a una “pastorale di missione”. 28
facile. C’è bisogno di una vera e propria “conversione”: si tratta infatti di passare da una “pastorale di conservazione” a una “pastorale di missione”. Questo non solo comporta di andare là dove la gente vive anziché attenderla in parrocchia, limitandosi a rispondere semplicemente alla richiesta di servizi religiosi, ma implica anche quella conversione pastorale che passa attraverso la formazione e l’assunzione di una vera mentalità missionaria sia da parte delle comunità in quanto tali, sia da parte dei singoli fedeli cristiani. In quest’ottica può essere certamente provvidenziale la presenza in mezzo a noi, non solo degli Istituti missionari, ma anche dei cosiddetti fidei donum, sacerdoti diocesani che hanno fatto un servizio pastorale più o meno lungo in terre lontane. Il loro coinvolgimento e la loro testimonianza, in un reciproco confronto e travaso di esperienze, saranno di grande aiuto per il cambiamento della nostra pastorale. Allo scopo di facilitare questa conversione “missionaria”, per ogni comunità cristiana diventa impor-
tante l’elaborazione di un “progetto pastorale missionario” (PPM), che, prendendo atto della propria situazione, cerchi di precisare le mete del cammino di evangelizzazione negli anni a venire e indichi alcune modalità e mezzi per poterle raggiungere. Senza un “progetto” pensato e condiviso c’è il rischio di continuare a fare semplicemente ciò che si è sempre fatto, senza rendersi conto dei cambiamenti avvenuti. L’azione ecclesiale non può più essere lasciata in balia della pur lodevole iniziativa di singoli e di gruppi, o essere improntata a improvvisazione, dilettantismo, o a empirismo pratico. Questi sono comportamenti del tutto inadeguati ai fini di un agire ecclesiale corrispondente all’attuale contesto socio-culturale, che è segnato da continui e veloci cambiamenti. È proprio con lo scopo di aiutare le comunità cristiane (soprattutto le parrocchie e le unità pastorali) ad elaborare un proprio progetto missionario “locale” che il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) ha dedicato le sessioni del biennio 201329
2015 alla stesura di queste “Linee” per un PPM condiviso, da offrire alla Chiesa diocesana. La scelta è stata sollecitata in primo luogo dalla Lettera pastorale del nostro Vescovo sulla missione, Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (agosto 2013) – a cui queste “linee” rimandano come al testo base e fondativo - e, in corso d’opera, dalla Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (novembre 2013) di Papa Francesco, sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. La proposta comprende due parti: la prima è più di tipo teoretico e metodologico, in quanto presenta gli elementi costitutivi di un PPM e le modalità della sua elaborazione, allo scopo di fornire alle comunità locali gli strumenti per costruire esse stesse un PPM adatto alla propria situazione; la seconda è più pratica, nel senso che offre già un’ipotesi condivisa di PPM, come piattaforma esemplificativa, punto di partenza e di riferimento da cui le comunità locali possono prendere le mosse per elaborare in loco il proprio PPM.
PARTE PRIMA:
ELEMENTI COSTITUTIVI DI UN PROGETTO PASTORALE MISSIONARIO L’elaborazione di un PPM implica di fare attenzione soprattutto a due aspetti: da un lato, conoscere e rispettare quelle fasi del lavoro, che, per certi versi, sono comuni ad ogni progetto di azione; dall’altro tener presente lo spirito che deve accompagnare uno specifico progetto di tipo pastorale, cioè il “discernimento spirituale comunitario”. 1. Le tre fasi del progetto Un progetto operativo è il frutto di un cammino, non sempre facile, che esige il rispetto di almeno tre fasi, intimamente correlate tra loro e non separabili, che le scienze dell’azione chiamano per lo più: fase analitica, fase progettuale e fase strategica. La prima cosa da fare è prendere atto della situazione concreta, attraverso un’accurata “analisi”, che può riguardare molteplici aspetti o anche solo qualche aspetto in particolare. Lo scopo di questa, che viene chiamata “fase analitica”, è di precisare il punto di partenza del progetto stesso, descriverne gli aspetti positivi o negativi o problematici, mettendosi soprattutto in ascolto delle esigenze di miglioramento o di cambiamento. Nel caso dell’elaborazione del PPM la “fase analitica”, tenendo conto della situazione storica, sociale ed ecclesiale, dovrà, in modo particolare, porre attenzione alla dimensione missionaria della pastorale in vigore, per valu-
tare la presenza, l’intensità e la pertinenza attuale di tale dimensione. Una volta conosciuta e valutata criticamente la situazione, facendo attenzione al suo appello intrinseco a inevitabili miglioramenti, nasce spontanea la spinta ad ipotizzare nuovi scenari e nuove mete a cui tendere. È la cosiddetta “fase progettuale”, che ha come scopo di identificare e descrivere gli obiettivi o le mete generali e settoriali a cui tendere per far sì che la situazione o un determinato modo di agire possa cambiare e migliorare. Potremmo dire che, se la fase “analitica” precisa il punto di partenza, la fase “progettuale” delinea il punto di arrivo di tutto lo sforzo di rinnovamento. In riferimento al PPM ciò significa precisare dove e a che cosa deve tendere oggi una pastorale di missione, quali mete deve proporsi, a quali orizzonti nuovi deve aprirsi. L’ultima fase viene detta “strategica”, termine dai molteplici significati e spesso abusato: qui lo si intende come quel complesso di elementi e fattori operativi che sono necessari per poter passare dalla situazione data a quella desiderata, così come è stata delineata nella descrizione delle mete. Non si tratta quindi semplicemente di espedienti tattici o di tecniche operative e neppure di ricette pratiche. Pur implicando un’evidente dimensione operativa, anche questa fase è pur sempre accompagnata dalla riflessione critica e dall’esigenza di un continuo discernimento. Per quanto riguarda il PPM, la fase “strategica” esige soprattutto dalle nostre comunità di indicare i mezzi, le modalità concrete attraverso le quali trasformare una pastorale di conservazione in pastorale di missione. Non è sufficiente infatti prendere atto della situazione ed identificare le mete del cambiamento pastorale, se poi non si 30
precisano le forze, le modalità, gli itinerari e i mezzi concreti con cui poter raggiungere quelle mete.
2. Lo spirito del progetto: il discernimento spirituale comunitario Tutte e tre le fasi del progetto non sono caratterizzate soltanto dal momento descrittivo ma anche da quello valutativo e critico. Esemplificando, per essere più chiari: dopo aver descritto la situazione storico-ecclesiale e in essa la presenza rilevante o meno della dimensione missionaria, l’elaborazione del progetto esige di valutare criticamente tale situazione, interrogandosi sulla sua positività o negatività, e di percepirne le eventuali istanze di cambiamento. Così pure: dopo aver delineato le mete generali o settoriali del progetto, bisogna pur chiedersi se esse siano effettivamente quelle più adatte ed adeguate alla situazione attuale. Infine, la descrizione della fase “strategica” sollecita di domandarsi se quei mezzi e quelle modalità di intervento vadano bene o no. A questo punto, però, scatta inevitabile l’esigenza di una criteriologia, che risponde alla domanda: in base a quali criteri si deve effettuare la triplice valutazione critica? È sufficiente il criterio quantitativo? Oppure quello dell’utile e dell’efficienza? Certamente sono qui di grande aiuto le scienze umane, come la sociologia e la pedagogia, che contribuiscono a rilevare i dati, a darne una prima interpretazione e a intravvedere alcune modalità di intervento. Tuttavia, a differenza di altri progetti, un PPM deve fare riferimento anche a criteri “teologici”, cioè a criteri che dicono relazione a Dio, alla sua rivelazione, alla sua volontà. Ad esempio, nella fase “analitica” non basta la valutazione sociologica della
Si intende quell’opera di discernimento che ha come soggetto originario la comunità cristiana e come fine l’identificazione di ciò che lo Spirito dice alle varie Chiese (cfr. Ap 2, 7). Esso consiste in un’apertura di fede allo Spirito di Dio che abilita a percepirne la presenza operativa nel tempo presente e che stimola, da un lato, a favorire realtà e processi che appaiono da Lui mossi, perché conformi allo spirito evangelico e quindi umanizzanti, e, d’altro lato, a smascherare e contrastare realtà e processi che si dimostrano contrari al messaggio evangelico e quindi variamente disumanizzanti. situazione. A noi interessa sapere se la situazione analizzata dal punto di vista storico, ecclesiale e pastorale sia buona o cattiva, positiva o negativa anche agli occhi di Dio. Inoltre lo scopo dell’analisi non è semplicemente quello di sapere come stanno le cose, ma di percepire che cosa ci dice e chiede lo Spirito del Signore attraverso quella situazione buona o cattiva. Come ha ricordato la Costituzione Dei Verbum del Vaticano II, il Signore parla all’uomo non solo con la parola ma anche con gli eventi e le situazioni della storia (cfr. DV 2). La stessa cosa vale anche per la fase “progettuale”: la pertinenza o meno degli obiettivi delineati va colta in riferimento alla volontà dello Spirito di Dio, poiché è Lui che guida la Chiesa. Altrettanto si dica della “strategia”: i mezzi e i modi per operare il cambiamento devono corrispondere a ciò che piace a Dio. Come si fa però a sapere che cosa dice e vuole lo Spirito del Signore in una determinata situazione? La risposta non è semplice. In termini generali si potrebbe dire: attraverso il “discernimento spirituale comunitario”. Con questa espressione si intende quell’opera di discernimento che ha come soggetto originario la comunità cristiana e come fine l’identificazione di ciò che lo Spirito dice alle varie Chiese (cfr. Ap 2, 7). Esso consiste in un’apertura di fede all’illuminazione interiore
dello Spirito di Dio che abilita a percepirne la presenza operativa nel tempo presente e che stimola, da un lato, a favorire realtà e processi che appaiono da Lui mossi, perché conformi allo spirito evangelico e quindi umanizzanti, e, d’altro lato, a smascherare e contrastare realtà e processi che si dimostrano contrari al messaggio evangelico e quindi variamente disumanizzanti. Si tratta, quindi, essenzialmente di un atto “teologale” all’insegna della fede, che domanda: preghiera, ascolto, rettitudine di coscienza, libertà interiore, saldo orientamento alla volontà di Dio, cordiale disponibilità al dialogo intraecclesiale e interculturale. Tuttavia, se il discernimento spirituale comunitario è un atto “teologale”, contemporaneamente è anche un’operazione intellettuale, che esige la fatica del pensare e del riflettere, per comprendere cosa dice e chiede la situazione storica, da un lato, e lo Spirito del Signore, dall’altro. Qui bisogna però fare attenzione a non cadere in una visione dualistica del rapporto tra storia umana e presenza operativa di Dio. L’azione di Dio nella storia non va intesa infatti come quella di un agente che si pone accanto all’opera dell’uomo, o che agisce solo in alcuni settori particolari della storia a lui riservati (ad esempio il settore della vita religiosa, della preghiera, ecc.). L’azione di Dio investe l’intera esistenza umana 31
e tutta la storia come incontro di libertà, come presenza nelle coscienze e nelle volontà degli uomini. Si tratta allora in ultima analisi di scoprire cosa lo Spirito dice alle Chiese non aldilà o indipendentemente dalla storia, bensì proprio attraverso la concreta situazione storica, positiva o negativa che sia. È per questo che l’ascolto della voce dello Spirito chiede in primo luogo di conoscere e valutare criticamente la situazione storico-ecclesiale, attraverso una diagnosi storica, sociologica ed antropologica, che si apra però ad una lettura credente, cioè alla luce della Parola o Rivelazione di Dio, così come ci è stata trasmessa in modo particolare nella sacra Scrittura e nella Tradizione. In questo caso lo studio della Parola di Dio non ha lo scopo di precisare cosa dice il testo sacro in se stesso per poterlo poi applicare alla situazione storica da valutare o da cambiare. Si tratta invece di leggere il testo della Scrittura a partire dalla realtà, dalle problematiche e dalle interrogazioni della situazione, così che si possa percepire non tanto cosa dice la Scrittura come messaggio valido in generale per tutti i tempi, ma cosa dice lo Spirito di Dio alla sua Chiesa in questa situazione concreta e attuale. Si tratta, in pratica, di operare - in una prospettiva di fede e con l’aiuto dello Spirito Santo una vicendevole correlazione critica tra storia attuale e Parola di Dio. E questo vale non solo per la fase “analitica”, ma anche per la fase “progettuale” e quella “strategica”. Infatti in un processo di discernimento spirituale comunitario il criterio per sapere se gli obiettivi individuati (fase progettuale) e i mezzi e le modalità per raggiungerli (fase strategica) siano adeguati è sempre quello di verificare se sono conformi contemporaneamente alla situazione storica e alla volontà dello Spirito, colte nella loro intima e reciproca correlazione critica. Elaborare un PPM non è quindi cosa facile per una comunità cristiana e costa certamente tempo e fatica. D’altra parte, l’idea, presente in non pochi cristiani, che il rispetto della libertà dello Spirito comporti la necessità di agire senza progetti, secondo l’ispirazione spontanea del momento, è per lo più espressione di pigrizia e un tentare lo Spirito, anziché cercare di ascoltarlo e riconoscerlo presente e vivo nella e attraverso la storia degli uomini.
PARTE SECONDA
INDICAZIONI ORIENTATIVE ED ESEMPLIFICATIVE PER UN PROGETTO PASTORALE MISSIONARIO NELLA DIOCESI DI BRESCIA Convinto della necessità di un’urgente conversione missionaria delle nostre comunità, ma anche cosciente della loro difficoltà ad elaborare ex novo un PPM, il CPD ha ritenuto di doversi concentrare nel suo ultimo biennio a stendere alcune linee o indicazioni orientative per la stesura di un PPM. Senza la pretesa di essere perfette e complete, queste “Linee” sono però il frutto di una forma significativa di “discernimento spirituale comunitario”, non solo perché - in uno spirito di preghiera e di riflessione credente, sotto la presidenza del Vescovo - hanno visto il contributo dei rappresentanti ufficiali delle zone pastorali e delle varie componenti della comunità diocesana (preti, laici, consacrati, aggregazioni, ecc.), ma anche perché in molti casi hanno potuto godere dell’apporto dei Consigli pastorali parrocchiali e zonali. Esse, quindi, offrono una lettura condivisa, insieme critica e credente, della situazione diocesana, con particolare riferimento alla dimensione missionaria della pastorale; delineano delle mete fondamentali; e ipotizzano alcuni aspetti significativi di strategia pastorale per la nostra Diocesi in questo tempo. Tuttavia la proposta di queste “Linee” non vuole essere un PPM già completo, pronto per essere semplicemente applicato a livello locale. Si tratta piuttosto di indicazioni che vengono offerte alla Diocesi come quadro di riferimento, con valore esemplificativo, perché ogni comunità, confrontandosi con esse, possa costruire in loco il suo PPM. La situazione geografica, storica, culturale, sociale ed ecclesiale delle nostre comunità, notevolmente diversificata e in continuo cambiamento, impedisce di ipotizzare un rigido progetto pastorale identico per tutta la Diocesi.
.1. Prima fase: analisi della situazione Agli effetti della elaborazione di un PPM, la “fase analitica” coincide con lo studio della situazione storico-ecclesiale al fine di rispondere a questa domanda fondamentale: “Nella vita delle comunità cristiane della nostra Diocesi quanto incide l’attuale situazione storico-ecclesiale e, di conseguenza, in tale situazione come è intesa e vissuta la dimensione missionaria?”. Dalle risposte pervenute dalle comunità cristiane (alcune parrocchie, zone pastorali, comunità religiose, aggregazioni laicali) si possono cogliere, sintetizzando, i seguenti aspetti principali.
1.1. Missione ecclesiale e situazione attuale La diocesi di Brescia è nota per il suo impegno pastorale e per la molteplicità delle iniziative, oltre che per la laboriosità del clero e dei suoi collaboratori. Nell’intento di costruire qualche linea orientativa per un PPM è però importante verificare se questa ricca operosità sia segnata da uno spirito missionario adatto alla situazione attuale. Per il nostro intento, pur nella sua enorme complessità, la situazione attuale può essere descritta soprattutto da tre punti di vista, strettamente legati tra loro, ma qui distinti per amore di chiarezza: l’aspetto sociale, quello “culturale” e quello religioso. Dal punto di vista sociale un primo fenomeno evidente è quello della grande mobilità. Le persone e le famiglie si spostano, cambiando continuamente luoghi di riferimento. Oggi la mobilità territoriale è elevata; basti pensare agli studenti e ai lavoratori pendolari. Ma non solo: abbiamo spostamenti indotti dalla ricerca della casa o di un lavo32
ro. La casa e il lavoro rimangono due fattori decisivi per l’integrazione delle persone: oggi facciamo i conti sia con le difficoltà lavorative sia con quelle abitative. Per questo il rapporto tra persone e territorio è instabile: arrivano nuove persone; altre sono poco presenti nella vita ordinaria della comunità territoriale. Si pensi ai quartieri o ai paesi “dormitorio”, ovvero ai luoghi dove le persone tornano a casa solo di sera, quando tutta la vita attiva della loro giornata si svolge altrove. È pur vero, però, che nel frattempo si creano nuovi “territori”, i cosiddetti “continenti digitali”. In termini più ampi e a volte più drammatici, il fenomeno della mobilità comprende anche l’emigrazione e l’immigrazione. Nuovi volti e nuove religioni, nuove etiche e nuove abitudini abitano il nostro territorio, creando il problema della convivenza e l’esigenza di capire quali rapporti instaurare. Accanto alla mobilità va segnalato il fenomeno della crescente diseguaglianza sociale ed economica. Aumenta sempre di più la divaricazione: tra chi percepisce redditi assai bassi e redditi molto alti; tra chi gode di stabilità economica (per patrimonio, per famiglia) e chi vive nell’incertezza; tra chi ha accesso ad una serie di opportunità che consentono un miglioramento della qualità della vita (anche intellettuale e culturale) e chi dispone di accessi molto più limitati. Non si può nascondere la preoccupazione che questa diseguaglianza possa incidere ancora più negativamente nel futuro sia sulle misure di welfare state sia sulla previdenza sociale, ovvero le pensioni. Dal punto di vista della “cultura” - intesa qui in senso lato come mentalità diffusa, modo di vedere le cose, quadro valoriale di riferimento diffuso, ecc. – va sottolineato in primo
luogo il fenomeno dell’individualismo, la tentazione cioè di bastare a se stessi, di fare da soli, di astrarsi dal contesto e di non rendere conto a nessuno (irresponsabilità). L’individualismo rende incerto ogni legame, da quello familiare a quello comunitario. Per questo anche il nostro territorio è abitato da reti più mobili, più insicure nella loro presenza, nella conciliazione dei loro tempi quotidiani, nella loro capacità educativa. Così si generano fenomeni quali i “nuovi poveri”, i lavoratori precari, i giovani che non sanno che cosa fare (né studiano, né lavorano), le solitudini per disabilità, malattie, età, abbandono del coniuge. D’altra parte, all’individualismo fanno fronte altre (a volte nuove) forme di aggregazione. Si pensi a quelle legate alle comunicazioni sociali (i social network); alle molte associazioni territoriali, di vario genere; ai comitati territoriali (si pensi ai quartieri). Anche queste forme di aggregazione appartengono allo spirito del nostro tempo, ma vanno ben comprese, perché a volte generano emarginazione. Collegate all’individualismo si possono intravedere due conseguenze: in primo luogo, l’interruzione dei rapporti generazionali, che comporta la perdita del senso della tradizione (da
cui, paradossalmente, rinasce il tradizionalismo, sintomo della percezione di smarrimento e di insicurezza); in secondo luogo, l’identificazione tra opinione e verità. Anche qui si rileva un contrasto: da una parte si ha paura della verità (fantasmi di imperialismo); dall’altra ognuno ritiene che la sua opinione sia da difendere a ogni costo. La conseguenza è l’incapacità di dialogo (benché tutti lo invochino) e quindi isolamento delle persone: l’affermazione dell’individuo e dei suoi diritti fa perdere il senso della comunità, che quando viene immaginata è a modello degli individui. Connesso è il fenomeno del narcisismo esasperato: la ricerca di gratificazione come ricerca di un consenso che permetta di stare al mondo. Paradossale e sintomatico anche questo fenomeno: da una parte ci si isola, dall’altra si va alla ricerca di consenso che sostenga. Da qui derivano anche le fluttuazioni nelle relazioni, comprese quelle sponsali. Altro fenomeno “culturale” attuale è il predominio del pensiero scientifico e della tecnica. Per la mentalità di oggi è vero ciò che empiricamente è constatabile, con la consapevolezza, oltre tutto, che procedendo per modelli non c’è mai una verità definitiva; tutto è provvisorio. In tale direzione si pone 33
anche l’abbandono di ciò che nel passato era ritenuto vero, bene. Ciò che è attuale è maggiormente plausibile di ciò che viene dal passato. A questo riguardo anche le dottrine e la morale che sono state stabilite vengono sottoposte a revisione per essere al passo con i tempi. Siccome poi nella tecnica prevale l’homo faber, anche nello stabilire ciò che è vero e bene si deve procedere nella stessa direzione: la verità non è accolta, ma prodotta e quindi continuamente riformabile. Dal punto di vista religioso, assistiamo oggi ad un’evidente pluralizzazione delle immagini di Dio, non solo per la compresenza di molte religioni, ma anche per la mentalità secondo la quale vale il detto: “a ciascuno il proprio dio”. Quello che conta è il dio “che serve” (utile), quello che rispecchia i propri bisogni e garantisce la propria identità. Si propaganda questa visione in nome della tolleranza, ma alla fine si tratta di una ricerca di legittimazione della propria visione e della propria persona. Il pluralismo imperante è quindi indizio della frantumazione che nasce (anche nella società) quando non si riconosce l’identità di Dio. In contemporanea assistiamo però anche all’ampliamento dell’area dell’indifferenza religiosa e dell’ateismo. Con “indifferenza” si intende
... manca il tempo o il coraggio di riflettere più adeguatamente e sistematicamente su modi nuovi di annunciare e testimoniare il Vangelo di Gesù per questo nostro tempo. qui non solo l’idea che ogni visione è ugualmente legittima (“indifferentismo”, direbbe il Magistero dell’800), ma anche la mentalità secondo la quale la dimensione religiosa non ha valore per l’esistenza umana. L’ateismo, poi, che si sta diffondendo è quello di matrice scientifica, non quello umanistico. Si collega cioè con una visione della realtà umana di tipo biologistico: ogni scelta è precostituita dal funzionamento del cervello. La ricaduta antropologica è facilmente verificabile: non c’è più spazio per la libertà e la responsabilità. Coerentemente sono l’impulso e il sentimento a dominare, anche nell’esperienza di fede cristiana, dove è evidente il venir meno della pratica religiosa e dell’aspetto comunitario e dove si può prevedere un aumento di ‘migrazioni’ verso le “sette”. Evidentemente questa situazione brevemente delineata sotto il triplice profilo sociale, culturale e religioso può e deve diventare un kairòs (opportunità) per ripensare la pastorale in senso missionario. Ma come stanno le cose nella nostra Diocesi? Certamente non manca l’attenzione, spesso anche molto preoccupata, a queste situazioni ed emergenze. In rapporto ai problemi sociali le co-
munità cristiane si sono date da fare soprattutto tramite i vari centri di ascolto e le Caritas dislocate un po’ su tutto il territorio della Diocesi. Così pure l’oratorio continua ad essere un punto di riferimento importante per l’educazione umana e cristiana delle nuove generazioni, anche se qualcuno fa notare un certo squilibrio, poiché l’attenzione sarebbe molto più sbilanciata sul versante educativo dei piccoli e degli adolescenti che non su quello sociale, economico e politico. Ciò che manca, però, è soprattutto una riflessione critica adeguata sul come le emergenze attuali interpellino e determinino la missione ecclesiale e, contemporaneamente, su come la missione cristiana debba configurarsi oggi proprio a partire e a motivo di queste emergenze. Nella Diocesi di Brescia esistono molti spazi e luoghi per poter riflettere, sia che si tratti di spazi fisici (luoghi, strutture, ambienti), o di spazi relazionali (gruppi, percorsi). Raramente però questi spazi diventano luoghi di riflessione esplicita e intenzionale sul tema della missione. Ci sono piuttosto piccole “agorà” dove catechisti, laici impegnati, animatori liturgici e pastorali si interpellano sull’efficacia della loro azione pastorale, ma manca il tempo o il coraggio di riflettere più adeguatamente e sistematicamente su modi nuovi di annunciare e testimoniare il Vangelo di Gesù per questo nostro tempo. In altri termini: la tendenza è quella di aggiungere nuove iniziative, nuovi servizi, nuove preoccupazioni, ma non si ripensa l’intero impianto dell’agire ecclesiale a partire della situazione sto34
rica, intercettata come appello dello Spirito. Forse, il motivo fondamentale è che la nostra pastorale è sbilanciata sul “fare” e poco attenta al “pensare” in forma critica e sistematica.
1.2. Missione ecclesiale, progettazione e programmazione pastorale Una conferma di quanto si è detto sopra proviene dalla constatazione che nelle comunità cristiane della nostra Diocesi si fanno tante cose, anche importanti, ma la dimensione progettuale emerge con molta difficoltà. Sicuramente si fanno dei programmi pastorali che di per sé presupporrebbero il riferimento ad un progetto più ampio, ma questo difficilmente viene pensato in modo esplicito e critico. In verità in qualche comunità esiste un progetto un po’ più preciso, per lo più è pensato sulle tre direttrici fondamentali della vita di fede: annuncio liturgia – carità. Dall’analisi della vita delle nostre comunità cristiane risulta però che poche volte esiste un progetto pastorale condiviso e, ancor meno, esiste un esplicito PPM. Questa forse è la carenza più evidente della nostra pastorale. Se è difficile trovare nelle nostre comunità un progetto pastorale, soprattutto un PPM, esiste invece pressoché in tutte le comunità cristiane una consistente programmazione annuale, spesso condensata nel calendario dell’anno pastorale. Tuttavia, scorrendo attentamente il calendario delle nostre parrocchie, ci si accorge con facilità che, in mezzo alla quantità elevata delle iniziative programmate, è difficile individuare momenti o attività pensati intenzionalmente in senso “missionario”, cioè che tengano conto specificamente dell’attuale situazione sociale, culturale e religiosa e siano esplicitamente finalizzate a raggiungere chi non partecipa alle proposte parrocchiali o ad accostare persone non ancora battezzate o appartenenti ad altre religioni. Questo impegno è quasi completamente disatteso, soprattutto -
si dice - per la mancanza di tempo e di forze, poiché quasi tutte le energie sono già profuse per formare, servire e accompagnare i battezzati “praticanti”, impegno che richiede oggi più dedizione e pazienza che in passato. Vi sono comunque delle iniziative che di fatto raggiungono anche chi non è completamente o per niente cristiano, ma queste sono prevalentemente indirizzate ai bambini e ai ragazzi. Ad esempio, ai grest estivi, ai centri di aggregazione giovanile (CAG), alle attività ludiche e sportive in Oratorio assai spesso partecipano ragazzi e giovani di altre religioni. Sotto questo profilo si segnala l’importanza della scuola cattolica – in particolare di quella materna - poiché accoglie ed educa bambini di ogni provenienza e religione, in modo tale che spesso anche le loro famiglie sono coinvolte, accettando il programma educativo cristianamente ispirato. Si concorda poi nel riconoscere che il nuovo cammino dell’ICFR ha raggiunto e spesso coinvolto diversi genitori, che erano “lontani” dalla pratica religiosa. La stessa cosa va detta per gli incontri in preparazione al Battesimo dei piccoli. Anche le Caritas, i Centri di ascolto e i gruppi di solidarietà incontrano molte persone che sono lontane dalla vita ecclesiale. Difficilmente però si riesce ad attuare qualche forma di evangelizzazione, sia perché spesso i volontari non ci pensano, né d’altra parte sarebbero preparati, sia perché, soprattutto gli stranieri appartenenti ad altre religioni, si avvicinano alle nostre ‘agenzie’ per necessità materiali, ma poi non vogliono intrattenere rapporti con la comunità cristiana. Anche gli stranieri cattolici difficilmente si integrano in essa; anzi, è proprio e soprattutto sul terreno religioso che ricercano e mantengono contatti stabili con le loro etnie. Ovviamente i “gruppi missionari”, là dove ci sono, hanno nel loro statuto l’apertura missionaria. Si nota tuttavia che la loro attenzione privilegia per lo più i “paesi di Missione” lontani e, spesso, si concentra su qualche amico missionario che opera in tali territori. La maggior parte delle Zone pastorali ammette che non ci sono specifiche iniziative ad hoc per raggiungere i cristiani “lontani” e i non cristiani.
Forse uno dei pochi strumenti che va nella linea della missione in questo senso è il bollettino parrocchiale. Esso (soprattutto nei paesi, un po’ meno in città) raggiunge tutte le famiglie, anche quelle non praticanti, e veicola messaggi evangelici, catechesi, esperienze di vita buona, notizie circa il percorso dell’anno liturgico. Si tratta di uno strumento ‘missionario’ in senso lato, fermo alla dimensione informativa; ma è già qualcosa. Alcune Parrocchie propongono anche incontri di taglio culturale o feste interculturali, spesso in collaborazione con il Comune o con Associazioni presenti sul territorio. Con questi strumenti non si fa evangelizzazione diretta, ma si cerca di testimoniare apertura, accoglienza e ospitalità anche verso i non cristiani; indispensabile condizione di partenza per un dialogo ulteriore. Esistono tuttavia delle nobili eccezioni. In qualche parrocchia si è programmato l’avvicinamento ai “lontani” attraverso la visita alle famiglie e l’accostamento delle persone che non partecipano più alla vita comunitaria; e questo mediante l’opera congiunta dei sacerdoti e degli operatori pastorali. Inoltre, in alcune parrocchie si programma periodicamente la missione popolare che, oltre ad offrire momenti pubblici di catechesi sulle questioni fondamentali della vita, anche fuori dal contesto liturgico, realizza quell’andare ad personam, famiglia per famiglia, che crea uno spazio privilegiato all’azione dello Spirito Santo. 35
Qualche parrocchia organizza ogni anno una Settimana di evangelizzazione missionaria e comunitaria che offre l’occasione di visitare un grande numero di persone. È pure significativo il diffondersi in alcune comunità della “Scuola di evangelizzazione”, che è rivolta a tutti i “praticanti” e che ha lo scopo di preparare persone e famiglie disposte ad essere soggetti attivi della missione cristiana. Ci sono anche delle iniziative rivolte alla “missione giovani”, come ad esempio quella dei “missionari di strada” o quella di “una luce nella notte”, dove gruppi di giovani avvicinano i loro coetanei inviandoli a stare un poco in chiesa di fronte a Gesù eucaristia e ad accostarsi al sacerdote; di solito si svolgono la sera e nei luoghi frequentati dai giovani. Anche alcune aggregazioni ecclesiali hanno particolarmente a cuore l’avvicinamento dei “lontani”. Nei loro gruppi arrivano spesso persone che non conoscono Dio o che con Lui hanno da tempo interrotto il rapporto.
1.3. Coscienza missionaria dei fedeli Accanto alla mancanza di un progetto pastorale missionario, una grave carenza che si nota nelle comunità della nostra Diocesi è costituita da una debole coscienza missionaria dei fedeli. Raramente c’è la coscienza di dover essere missionari anche e soprattutto con una vita coerente col Vangelo là
“Io sono contento di credere, gli altri facciano quello che vogliono”, questo è il modo di ragionare di tanti cristiani. dove ci si trova a vivere e in sintonia con la situazione storica attuale. Si ha ancora un’idea limitata di missione che tende a farla coincidere con l’azione di quanti (laici o preti o consacrati) sono inviati ad operare in terre lontane. Difficilmente si crede di poter essere missionari anche nelle nostre comunità e nei nostri paesi. Nei fatti, non è considerato “missione” lo sforzo di chinarsi sul vicino in nome di Cristo, di avvicinare il prossimo, di guardare con simpatia e accoglienza le persone che incontriamo. Non c’è la coscienza che noi possiamo annunciare e testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio proprio attraverso i nostri gesti d’amore quotidiani, uniti a parole di consolazione. Spesso viviamo in modo individuale la nostra fede, come fosse un fatto privato. “Io sono contento di credere, gli altri facciano quello che vogliono”, questo è il modo di ragionare di tanti cristiani. Non c’è una chiara coscienza che a noi cristiani sono stati dati il Vangelo e la fede, non perché li teniamo per noi, ma perché li comunichiamo agli altri, anzi a tutti, soprattutto a coloro che incontriamo quotidianamente nei vari ambienti di vita. Eppure nella catechesi, a vari livelli, si cerca di richiamare l’intrinseca vocazione missionaria della Chiesa e dei cristiani, poiché quello “missionario” è
un dinamismo che ci viene impresso con la grazia battesimale e come tale va esercitato nel proprio ambiente di vita, familiare, scolastico, ludico, sociale, politico, lavorativo, ecc … In conclusione si può affermare che una piccola parte - quella più sensibile - della comunità offre una certa apertura in senso missionario, ma la maggior parte si sente estranea, più destinataria che soggetto attivo dell’azione missionaria. Con questo non si vuol dire che i cristiani delle nostre comunità non vivano la vita buona del Vangelo. Ciò che manca è il desiderio vivo e diffuso di poterla comunicare anche agli altri; così come mancano gli strumenti (anche conoscitivi) per poter rendere meglio ragione della speranza cristiana. Molti mostrano fedeltà al Vangelo, ma fanno fatica a “metterci la faccia” con gesti più coraggiosi. Per cui la testimonianza appare bella ma timida, non sufficientemente “provocatoria”. Su questo terreno va annotato anche l’atteggiamento, a volte troppo accomodante, se non addirittura ‘omologato’, di tanti cristiani sui temi di rilevanza etica. Così come sovente si registra, nella prassi, uno scollamento tra fede e scelte personali di vita che, soprattutto nell’ambito socio-economico e politico, così come in quello della vita coniugale e familiare,
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rivelano una distanza sensibile rispetto al Vangelo; con la conseguenza che non appare più quella “differenza” cristiana che tanto affascinava i contemporanei delle comunità apostoliche.
2. Seconda fase: finalità e obiettivi del progetto Gli obiettivi di un PPM possono essere identificati con un obiettivo generale e alcuni obiettivi intermedi. Il primo rappresenta la meta ultima che si vuole raggiungere col progetto stesso; i secondi sono invece le tappe che ci permettono di avvicinarci sempre più a quella meta.
2.1. Obiettivo generale: raggiungere tutto l’uomo e tutti gli uomini L’obiettivo ultimo e generale di un PPM può essere illustrato con ciò che il Risorto dice ai suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15; cfr. Mt 28,19-20). Annunciare a tutti il Vangelo di Gesù, in modo da offrire ad ogni uomo la possibilità di giungere alla fede, di incontrare Cristo come unica risposta gioiosa, traboccante - e perciò adeguata - alla “fame” dell’uomo, è quindi lo scopo essenziale ed ultimo anche del nostro PPM, anzi è il senso del nostro essere Chiesa. La comunità cristiana infatti esiste per “annunciare in modo esplicito a tutti gli uomini il Vangelo dell’amore di Dio, della riconciliazione degli uomini, della vita eterna”, incominciando da “tutti coloro che abitano nel territorio” (Come il Padre, pp. 45-46). Questo obiettivo generale, che mantiene universale l’orizzonte della missione e che corrisponde alla volontà salvifica universale di Dio (cfr. 1 Tm 2, 4), va poi coniugato con la diversità dei “destinatari”: questi, infatti, possono essere le popolazioni lontane dei cosiddetti “paesi di missione”; gli stranieri che sono qui tra noi e che non conoscono il Vangelo; più spesso si tratta dei battezzati che hanno biso-
gno di essere rievangelizzati; a volte si tratta anche degli stessi praticanti che devono ancora convertirsi a una fede capace di cambiare la vita. Tuttavia, Papa Francesco insiste nel dire che, in questa apertura missionaria a “tutti”, c’è una categoria di persone che va privilegiata, ed è quella dei poveri (EG 48; 199). Sono molti i poveri che incontriamo e che spesso bussano alle nostre porte, ma noi sappiamo che le povertà di oggi sono molteplici e diversificate: dalla solitudine alla povertà economica; dalla mancanza di lavoro alle povertà spirituali; dalla mancanza di fede alla crisi della famiglia; dalle varie forme di dipendenza (droghe, alcool, gioco, ecc.) alla povertà culturale. Le comunità cristiane quindi sono invitate a non venir meno, nonostante le ristrettezze economiche che spesso le affliggono, alla propria vocazione alla carità e solidarietà, mettendola però in più intimo ed esplicito rapporto con la vocazione alla missione, senza stancarsi di dialogare anche con la società civile quale interlocutore a tutti gli effetti delle politiche socio-assistenziali. In questa prospettiva vanno ricuperate le indicazioni della CEI su “Evangelizzazione e testimonianza della carità” (Roma, 1990). La dimensione universale della missione ecclesiale dice però riferimento non solo a “tutti” gli uomini, ma, come si esprimeva Paolo VI, anche a “tutto” l’uomo (cfr. Populorum Progressio, n. 14). Con questo si intende sottolineare che la missione ecclesiale implica certamente il dare da mangiare a chi ha fame, per testimoniare l’amore di Dio che si prende cura dei suoi figli, ma implica anche il fare attenzione a quella fame e sete profonda dell’uomo, che è fame di amore, di senso, di speranza, di Dio. Annunciare il Vangelo che dà senso e speranza a tutti gli aspetti della vita, anche a quello della sofferenza e della morte e dimostrare che nella fede cristiana la vita può essere vissuta con serenità e speranza, pur tra le fatiche, i dolori e le prove che essa ci riserva, è un servizio grande verso chi è in cammino per giungere alla fede. Il riferimento a “tutto” l’uomo significa però anche un’altra cosa: non esiste l’uomo senza il suo ambiente e la cultura che lo caratterizza. Evange-
lizzare l’uomo significa perciò anche evangelizzare contemporaneamente i suoi ambienti di vita e quel complesso di tradizioni, quel modo di sentire, pensare, vedere e giudicare la realtà che va sotto il nome di “cultura”. Lo diceva già Paolo VI nel 1975: “Occorre evangelizzare la cultura e le culture dell’uomo”, poiché “il regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane” (EN 20). Gli fa eco papa Francesco: “È imperioso il bisogno di evangelizzare le culture per inculturare il Vangelo” (EG 69). Introdursi nel cuore delle sfide culturali come fermento di testimonianza migliora il cristiano e feconda le culture. Questo è ancora più urgente nel nostro tempo, in cui, come abbiamo visto, “nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città… Oggi le trasformazioni di queste grandi aree e la cultura che esprimono sono un luogo privilegiato della nuova evangelizzazione” (EG 73). Per poter evangelizzare le culture è necessario però assumere un atteggiamento di empatia che rifugga dai tentativi della semplice difesa o dall’affermazione aggressiva della propria identità. È determinante superare ogni forma di chiusura, esercitandoci a ricevere dalle altre culture, dal povero, dallo straniero, facendo dell’ascolto un atto creativo, una sincera opportunità di arricchimento. Soltanto questo atteggiamento ci permetterà di arrivare anche là dove si formano i nuovi racconti e i nuovi paradigmi culturali dell’esistenza.
2.2. Obiettivi intermedi
Come in ogni progetto, anche nel PPM, oltre all’obiettivo generale, ci sono alcuni obiettivi intermedi, che per un verso sono delle mete importanti a cui tendere, ma per un altro rappresentano già delle tappe e delle modalità progressive per raggiungere l’obiettivo ultimo. 37
Annunciare a tutti il Vangelo di Gesù, in modo da offrire ad ogni uomo la possibilità di giungere alla fede, di incontrare Cristo come unica risposta gioiosa, traboccante - e perciò adeguata - alla “fame” dell’uomo, è quindi lo scopo essenziale ed ultimo anche del nostro PPM, anzi è il senso del nostro essere Chiesa. 2.2.1. Trasformare la comunità cristiana in una “Chiesa in uscita” Nella cosiddetta “società cristiana”, quale poteva essere quella medioevale, la comunità ecclesiale era il punto di riferimento obbligato per tutte le persone. Al limite, era sufficiente suonare la campana perché la gente si riversasse nella chiesa, che era il “centro”, non solo geografico, del paese. Oggi la situazione è completamente cambiata. Non solo la maggioranza delle persone non fa riferimento alla comunità cristiana ma anche il suono delle campane lascia per lo più indifferenti, quando non è motivo di irritazione. In questo contesto, l’unico modo per far giunge-
re il Vangelo a tante persone è quello di trasformare la comunità cristiana in una “Chiesa in uscita”. “Usciamo, grida papa Francesco, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo … Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro ... Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa sicurezza …” (EG 49). “Uscire” vuol dire andare verso le “periferie”, geografiche ed esistenziali, della città, delle parrocchie, del mondo che ha fame e sete di Dio; cercare le persone nel loro ambiente di vita e cogliere, con amicizia, le varie occasioni di incontro e i momenti cruciali della vita, per avvicinarle e testimoniare loro l’amore di Dio. Non è più sufficiente una Chiesa che offre risposte o servizi a chi viene a chiederli. Dobbiamo allenarci ad essere Chiesa che fa il primo passo, prende l’iniziativa senza paura, va incontro, cerca i lontani e arriva agli incroci delle strade per invitare gli esclusi; vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre.
2.2.2. Creare nei battezzati una nuova e autentica mentalità missionaria Perché la comunità cristiana diventi una “Chiesa in uscita”, bisogna però che nei battezzati si crei una nuova e autentica mentalità missionaria, che faccia rinascere in tutti la bellezza, il desiderio e la salutare inquietudine di annunziare ad altri quell’incontro e quella relazione con Cristo che rendono bella e sensata l’esistenza. Qui è però necessaria nei nostri battezzati una duplice “conversione”: dall’idea che si possa essere missionari solo partendo per i paesi lontani, bisogna aiutarli a passare all’idea che si può e si deve essere missionari anche qui nel proprio ambiente di vita; e, in secondo luogo, dalla convinzione che solo i preti, le suore o le perso-
ne consacrate sono responsabili della missione bisogna farli transitare alla convinzione che tutti i battezzati sono intrinsecamente e pienamente responsabili dell’annuncio del Vangelo. Ogni cristiano, precisa papa Francesco, dovrebbe dire a se stesso: la missione “non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (EG 273). Tutti i cristiani sono missionari in virtù della grazia battesimale. Questa considerazione deve far superare quelle forme di spiritualismo che riducono la religione ad un fatto privato e quella sorta di “accidia pastorale” che porta singoli, gruppi e comunità a starsene tranquilli e contenti da soli. Il tempo che viviamo chiede in modo particolare questa “rigenerazione della consapevolezza missionaria” (Come il Padre, p. 40) da parte di tutta Chiesa - dai vescovi, ai preti ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici – poiché, soprattutto nei nostri paesi, la missione più efficace è quella che avviene da persona a persona. Ogni atto di evangelizzazione, infatti, scrive il Vescovo, “avviene attraverso l’incontro semplice di due persone” (Come il Padre, p. 58). Gesù per primo ha inaugurato questo metodo relazionale della missione, accostando le persone a ‘tu per tu’ e a piccoli gruppi. La comunicazione della fede in modo personale, immediato, “per contatto”, è per questo nostro tempo la forma più convincente di annuncio, poiché oggi siamo noi “l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora…”. Questo cambiamento di mentalità non si può certo improvvisare e tanto meno può essere automatico, poiché la mentalità individualistica e privatistica è penetrata anche nel modo di concepire la stessa fede cristiana. Va posto quindi innanzi a noi come obiettivo specifico da raggiungere progressivamente. Creare un autentico spirito missionario significa però anche aiutare a scoprire, riconoscere e svelare la segreta presenza di Dio in coloro a cui siamo 38
inviati, poiché lo Spirito di Dio ci precede sempre ed è già all’opera prima ancora che noi giungiamo (cfr. Atti 10, 44-45). La presenza di Dio infatti accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Il Signore vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. “Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso” (EG 71). Qui ci accorgiamo che i “destinatari”, per certi versi, sono anche “soggetti” della missione: essi hanno qualcosa da annunciare agli stessi evangelizzatori. Per questo anche il “missionario” deve mettersi in ascolto, “deve riferirsi più efficacemente al vissuto delle persone” (Come il Padre, p. 43) e sentire che cosa lo Spirito del Signore gli dice attraverso quelle persone, quelle culture, quelle storie di vita, che, per quanto segnate talvolta dal peccato e dall’errore, sono comunque storia di salvezza.
2.2.3. Costruire comunità cristiane attraenti Inseparabile dalla “Chiesa in uscita”, ci deve essere la “Chiesa che attrae” ed accoglie, poiché, come afferma papa Francesco, “la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione” (EG 14). Un obiettivo fondamentale del PPM sarà perciò quello di costruire comunità cristiane che, a livello personale e comunitario, attirino col fascino di
una vita “luminosa”, cioè conforme alla luce di Cristo. Vale per la Chiesa quanto il profeta Isaia affermava di Gerusalemme: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce; i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore” (Is 60, 1-5). Gerusalemme, rivestita della luce del suo Signore, non solo attira a sé i suoi figli “lontani” e dispersi, ma anche tutte le genti. Come lascia intendere il Profeta, la comunità cristiana diventa luminosa e attraente non per la molteplicità delle cose che mette in campo e neanche per l’amore fraterno, che pure è determinante, ma prima di tutto perché si lascia illuminare dal suo Signore. Anche qui c’è bisogno allora di “conversione”, poiché nelle nostre comunità si fanno tante iniziative, ma spesso manca un autentico spirito contemplativo. Facciamo fatica a sostare su una pagina della Scrittura, a celebrare ncon calma, a stare davanti al Crocifisso, a metterci in ginocchio davanti al tabernacolo, o più semplicemente a stare davanti agli occhi di Dio. Eppure, scrive il Papa, “la migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare nelle sue pagine e leggerlo con il cuore”. Quando non proviamo più l’intenso desiderio di comunicare il Signore Gesù, “abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci” (EG 264). È indispensabile, quindi, ricuperare continuamente il duplice movimento che fa vivere la Chiesa, quel movimento del suo “cuore”, che, da un lato, attira tutti i suoi membri al centro vitale (diastole), che è Cristo, e poi li spinge alle periferie (sistole). I due movimenti sono inseparabili: quanto più una comunità testimonia la comunione fraterna e si riunisce per vivere insieme la comunione profonda con Cristo, nell’ascolto della sua Parola e nella partecipazione ai suoi sacra-
menti, tanto più diventa missionaria; e, d’altra parte, quanto più una comunità vive la missione, tanto più sente il bisogno di ritornare al “centro” della sua vita per ossigenarsi, bere alla sorgente, confrontarsi con i fratelli, narrare le meraviglie di Dio (cfr. Atti 15, 4) e riprendere forza per ripartire.
sogno di cuore, testa, braccia e gambe per studiare, ragionare, provare e, continuamente, ripartire, nella certezza di quanto il Signore diceva a S. Paolo: “Non aver paura, ma continua … perché io sono con te... Ho un popolo numeroso in questa città” (Atti, 18, 9-10).
3. Terza fase: l’itinerario per giungere alla meta
Per la realizzazione di un PPM, una prima cosa importante è sapere chi sono i “soggetti” interessati e coinvolti. Va subito precisato che il primo soggetto fondamentale della missione è Dio stesso. È lui che l’ha voluta; è lui che l’ha iniziata inviando prima i profeti, poi il suo stesso Figlio; ed è ancora lui che continuamente la guida e la sostiene con la forza e la grazia dello Spirito Santo. “In qualunque forma di evangelizzazione – scrive Papa Francesco – il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare
La “fase strategica” di un PPM comprende quel complesso di elementi e strumenti che sono necessari per facilitare e rendere possibile il passaggio dalla situazione di partenza analizzata (fase analitica) alla meta desiderata (fase progettuale). In questa fase ogni comunità è chiamata a prendere in esame ciascuno degli obiettivi indicati nella fase progettuale e, distinguendo tra meta ultima e obiettivi intermedi, descrivere come, nella propria situazione specifica, essi potrebbero essere raggiunti concretamente, sia pure in modo graduale e progressivo. Senza la pretesa di essere esaustivo, il CPD ha ritenuto di sottolineare soprattutto alcuni aspetti e suggerimenti che ritiene più significativi. Tuttavia è convinto che ci troviamo di fronte a un cantiere aperto e che la missione di far giungere il Vangelo in tutti gli ambienti, alle varie culture e ad ogni persona è oggi più che mai alla ricerca di vie e modalità nuove e inedite. Rimane quindi la necessità che le comunità cristiane, così come i gruppi e i movimenti ecclesiali, cerchino di inventare e provare delle “esperienze pilota”, che, comunicate e proposte, a mo’ di contagio potrebbero estendersi anche ad altre realtà ecclesiali. L’auspicio è che chi si sente più portato “osi” iniziare cammini particolarmente nuovi e significativi, tanto per la missione alle genti non cristiane come per la missione nei confronti dei battezzati “lontani”, che vivono vicini alle nostre case. Sotto questo profilo potrebbe essere utile costruire una “banca dati” diocesana delle buone pratiche, mettendole in rete affinché siano conosciute, imitate e rielaborate anche da altre comunità. È tempo di aprire spazi inediti di discernimento, confronto, dialogo, ascolto. La missione ha bi39
3.1. I soggetti
“Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (EG 273)
con lui e stimolarci con la forza del suo Spirito… In tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di Dio, che «è lui che ha amato noi» per primo (1 Gv 4, 10) e che «è Dio solo che fa crescere» (1 Cor 3, 7). Ma, con la scelta di un popolo, egli ha mostrato di volersi servire di una mediazione umana, di un soggetto “storico” che oggi è la Chiesa o comunità cristiana, anche se, per la realizzazione del suo piano di salvezza, Dio si serve anche di persone che non appartengono ufficialmente al popolo di Dio (cfr. Is 45, 1-6). Una volta affermata con chiarezza nei confronti della missione la soggettività e responsabilità di tutta la comunità cristiana e, quindi, di tutti i battezzati, tuttavia, di fronte ai diversi obiettivi del PPM, è importante precisare di volta in volta chi è chiamato in modo particolare a operare per il raggiungimento di quell’obiettivo e a chi intendiamo riferirci. Facciamo degli esempi: se c’è bisogno di “creare nei battezzati una nuova e autentica mentalità missionaria”, è evidente che i “destinatari” qui sono gli stessi battezzati, anzi, tutti i battezzati; ma bisognerà pure domandarsi: “A chi spetta in modo particolare creare questa mentalità?”. In questo caso è urgente, ad esempio, la necessità di coinvolgere in prima persona le figure educative: dai ministri ordinati ai genitori, dai catechisti agli insegnanti, ecc … Se invece l’obiettivo è “uscire e fare il primo passo” verso chi non è ancora o non è più credente in Cristo, il soggetto da coinvolgere è costituito soprattutto da quei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si riuniscono nel giorno del Signore, includendo in questo ambito – afferma Papa Francesco – “anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto” (EG 14). In questo modo ci si accorge che anche il discorso sui “destinatari”, certamente importante per sapere a chi intendiamo riferirci, non è mai scontato, poiché, a seconda dell’obiettivo, essi possono identificarsi con quei battezzati che “non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede”, oppure con “coloro
che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato”, oppure con i fedeli stessi “che regolarmente frequentano la Comunità” (EG 14).
3.2. Modalità e tempi di attuazione Una volta precisati i “soggetti” coinvolti e da coinvolgere, è inevitabile domandarsi con quali modalità e in quanto tempo possiamo raggiungere un determinato obiettivo. A proposito del tempo per la realizzazione degli obiettivi di questo nostro PPM, pur sapendo che non avremo mai una realizzazione piena e definitiva, il CPD ipotizza un periodo che va dai tre ai cinque anni circa, a seconda della situazione locale. Nel tentativo di raggiungere l’obiettivo ultimo (“Far giungere a tutti il Vangelo di Gesù”), si potrebbe infatti pensare di dedicare almeno un anno per ogni obiettivo intermedio, partendo dall’ultimo “Costruire comunità cristiane attraenti”, per giungere fino al primo “Uscire e fare il primo passo”, passando dal “Creare nei battezzati un’autentica mentalità missionaria”. Circa le modalità di attuazione di ciascuno di questi tre obiettivi intermedi, che possiamo identificare con altrettante tappe graduali e successive, il CPD propone di prendere in considerazione soprattutto i seguenti aspetti.
3.2.1. Come costruire comunità cristiane attraenti? Il fascino di una comunità cristiana qualche volta è legato alla figura più o meno carismatica del prete. È un fascino comprensibile, ma alla lunga superficiale, rischioso e momentaneo. Il vero fascino della comunità cristiana, capace di attirare a Cristo in modo più duraturo, oggi come ieri, è quello di un modo intenso e comunitario di vivere la fede in Cristo, la speranza e la carità, soprattutto nella forma della comunione fraterna. Per costruire comunità cristiane che attirino a Cristo col fascino della loro vita bisogna quindi rimettere al primo posto la relazione con lui, innanzi tutto attraverso un contatto assiduo con la sua Parola, sia a livello personale che comunitario. Lo slogan potrebbe essere: “Più Parola e meno attività dispersive”. Si tratta quindi di rimetterci in ascolto della Parola di 40
Dio attraverso tutte quelle forme che puntano a restituirla all’intero popolo di Dio, come ad esempio: lettura popolare della Bibbia, gruppi biblici, gruppi o centri di ascolto della Parola, scuole della Parola, lectio divina, catechesi bibliche; ecc. “La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo – afferma papa Francesco - è contemplarlo con amore, è sostare nelle sue pagine e leggerlo con il cuore” (EG 264). La relazione con Cristo si alimenta poi nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nell’Eucaristia domenicale. Dobbiamo aiutarci e fare di tutto per celebrare con gioia il Cristo risorto attraverso liturgie vive e non ingessate, che riescano a dire qualcosa alla nostra gente; che coinvolgano il più possibile anche coloro che provengono da altre culture; che creino ministerialità e partecipazione diffusa (a cominciare dall’animazione); che possano essere celebrate anche al di fuori dei confini della chiesa parrocchiale, in quegli spazi della società in cui non si sente mai un messaggio di vita e di speranza. Ai sacerdoti si chiede di imparare sempre meglio l’arte della celebrazione e di curare in modo particolare il momento dell’omelia, poiché per molti è l’unico momento in cui confrontare la propria vita con la Parola di Dio. Particolare attenzione sia posta poi alla celebrazione dei matrimoni e dei funerali, a cui spesso partecipano anche persone “lontane” o non credenti: qui il compito del celebrante è soprattutto
quello di “stupire”, annunciando una parola evangelica che sia percepita come nuova e diversa da quella che queste persone hanno normalmente nella loro testa. Purtroppo la forza dell’abitudine fa perdere talvolta il sapore della liturgia, il gusto di contemplare Dio all’opera nella sua storia di salvezza resa attuale nel memoriale liturgico. E così spesso offriamo alle persone l’immagine di liturgie tristi e poco partecipate. Soprattutto siano celebrazioni capaci di condurre l’Eucaristia domenicale oltre il canto finale, aprendola all’esigenza di testimoniare nel mondo la gioia del Cristo risorto e la carità cristiana. Infatti, com’era ai primordi della Chiesa, ancor oggi è la letizia e la testimonianza della comunione e dell’amore fraterno ad affascinare la gente in modo particolare (cfr. Atti 2, 47; 4, 33). La luminosità dell’amore fraterno dei discepoli e delle comunità non solo rende credibile l’annuncio ma “è la prima dimensione della missione cristiana” (Come il Padre, p. 30). Questa comunione fraterna andrà continuamente alimentata, poiché le tensioni e le divisioni sono purtroppo ancora alquanto diffuse. Anche i presbiteri, nelle unità e zone pastorali faticano a “lavorare” insieme; ci sono poi spesso rivalità e attriti tra operatori pastorali e tra i vari gruppi. Il Vangelo è credibile solo se i suoi testimoni sanno vivere in unità e comunione, contro ogni divisione e separazione,
tenendo insieme anche le differenze, anzi facendole diventare nell’amore ricchezza reciproca. Non possiamo dimenticare la preghiera di Gesù: “Che siano, Padre, una cosa sola, perché il mondo creda” (Gv 17, 21). I conflitti, le gelosie e le divisioni, pur avendo sempre accompagnato la storia della Chiesa, sono ciò che in modo particolare deturpano il volto bello della comunità cristiana. Come antidoto bisogna educare le nostre comunità alla priorità, rispetto a tutto il resto, delle relazioni buone e nello stesso tempo offrire strumenti per facilitare tali relazioni in un contesto di fede. Sotto questo profilo è giunto il momento di attuare senza indugio l’invito a “far nascere delle piccole comunità disperse sul territorio, fatte da persone che condividono la fede e la carità, che si amano e si sopportano, che partecipano alla vita della parrocchia ma, nello stesso tempo, mantengono un ritmo di vita ecclesiale più intenso attraverso legami fraterni di fede” (Come il Padre, p. 49; cfr. anche p. 47). In questa prospettiva diventa urgente e provvidenziale anche l’appello a far evolvere i “Centri di ascolto della Parola”, perché sempre più diventino non solo un luogo dove si ascolta la Parola, ma in cui si esprime e si costruisce la “piccola comunità cristiana territoriale”, che si preoccupa pure della carità e della missione da realizzare nel suo territorio. Questa scelta diventa ancora più urgente nell’ottica del cammino verso le Unità Pastorali, che possono certamente diventare una opportunità e una ricchezza per allargare gli orizzonti della missione, ma che portano con sé il rischio di relazioni più ampie e superficiali e di una organizzazione complessa e centralizzata. Al fine di edificare comunità cristiane affascinanti bisogna poi abolire il senso di chiusura che spesso si respira in esse: fare spazio a tutti ed accogliere tutti deve diventare una delle preoccupazioni principali. Questo non significa soltanto garantire una grande apertura da parte di tutti i gruppi parrocchiali che svolgono un servizio, mettendo in programma anche un certo ricambio, in modo da non concentrarsi sempre sulle stesse persone, ma 41
significa anche organizzarci in modo da accogliere con calore e delicatezza tutti coloro che da “lontano” si affacciano alle nostre comunità liturgiche, o che vengono a chiedere aiuti e servizi. Una Chiesa missionaria, mentre è preoccupata di andare alle “periferie” e di attrarre col fascino della sua vita e della comunione, deve essere nel contempo preoccupata anche di accogliere quanti ritornano o quanti, affascinati, si rivolgono a lei per la prima volta. Accogliere bene, ad esempio, un cristiano non praticante nel momento in cui chiede i sacramenti per il proprio figlio è una occasione grande per poterlo stupire con un volto di Chiesa inedito, con una proposta di fede che apre alla speranza. Un’accoglienza gioiosa, amichevole, può meravigliare chi scopre che la Chiesa non è preoccupata dei propri interessi, ma unicamente del bene dell’uomo. Questo momento deve costituire un’occasione splendida di evangelizzazione, non un incontro che allontana ulteriormente dalla comunità. In questa apertura si dovrà fare sempre più spazio anche alle aggregazioni ecclesiali che lo Spirito Santo suscita come presenze dinamiche e di rinnovamento, a cominciare da quelle, come l’Azione Cattolica e l’Agesci, che hanno nel proprio statuto la dimensione locale e offrono itinerari di fede che nella nostra Diocesi sono riconosciuti come cammini diversificati di ICFR. Alcuni movimenti e cammini ecclesiali stanno sperimentando con efficacia percorsi di primo annuncio e di nuova evangelizzazione, che bisogna conoscere per valutarne la praticabilità a livello locale. Nello stesso tempo, se vogliamo ringiovanire e rendere più affascinanti le nostre comunità cristiane, il modo migliore è quello di fare spazio ai giovani. Facciamo sì che i giovani non siano il futuro della Chiesa, ma il suo presente. Non abbiamo perciò timore ad affidare loro compiti di responsabilità anche a livello decisionale nelle nostre comunità. Non lesiniamo nel dare loro aiuti anche materiali perché attivino strategie di animazione missionaria o per creare attività caritative e di apertura ai bisognosi e ai lontani a qui però ricordato l’insistente richiamo della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Novo Millennio Ineunte, quan-
do sottolinea che “ fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione” è “la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia”. Perché questo avvenga, “prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità”. Non facciamoci illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione e della missione (NMI 43). Da qui si comprende che il coraggio della testimonianza, della carità e della gioia della fede è frutto di una continua “conversione”, cioè di quella “rivoluzione globale” che può trovare analogie solo nell’esperienza dell’innamoramento, quando scoppia una relazione che è capace di cambiare la persona e la vita, e la rende decisamente più bella e affascinante. Spesso le nostre comunità sono abitate e frequentate da cristiani che si dicono credenti, ma non si sono mai “convertiti”. Ecco perché la Chiesa nella sua sapienza ci offre ogni anno un tempo particolarmente propizio per la conversione, il tempo della Quaresima e della Pasqua. Vissuto come lo descrive il nostro Vescovo (cfr. Come il Padre, pp. 47-49) dovrà diventare sempre più un momento forte di recupero della identità cristiana e del suo fascino.
re missionari nei nostri paesi, poiché in essi la fede cristiana è sempre stata “scontata”. Gli stessi preti hanno bisogno di questa formazione, a partire dai seminari. E questo non tanto perché non ne siano convinti, ma perché a volte mostrano di essere stanchi e poco aggiornati o, in certi casi, impreparati. Tutti gli operatori più sensibili, preti o laici che siano, percepiscono che oggi nelle nostre azioni e iniziative pastorali dobbiamo “metterci più testa”, oltre che più cuore. Ci siamo scoperti deboli sulla capacità di individuare nuovi cammini e nuove strategie per la missione, perché deboli di pensiero. Abbiamo bisogno tutti di essere aiutati a pensare e a riflettere su come realizzare la missione ecclesiale in questa “Ninive”, la grande città, che è il nostro mondo. Come Giona, anche noi siamo tentati di scappare o di prendere direzioni che non sono quelle volute da Dio. Si tratta invece di studiare nuovi modi e nuovi stili di presenza missionaria nella nostra realtà. È sul territorio che una Chiesa in uscita e missionaria ha bisogno di far sentire la sua voce, in considerazione del fatto che la forza della testimonianza viene dal laicato, dall’associazionismo, dalla realtà dei movimenti e delle nuove comunità, e da quel mondo religioso, femminile e maschile, spesso lasciato ai margini anche delle scelte e dell’agire pastorale. La formazione o educazione missionaria dovrà avvenire inevitabilmente a vari livelli, a cominciare da quello basilare che riguarda tutti: qui 3.2.2. Come creare nei battezzati si tratta di inserire in tutte le forme
una nuova e autentica mentalità missionaria?
La missione cristiana non è una crociata a tappeto, ma è prima di tutto una presa di coscienza, una mentalità, una passione. È la coscienza di aver ricevuto un dono meraviglioso che deve giungere a tutti, a cominciare da quelli più vicini, e che non può essere trattenuto egoisticamente per sé. Come creare e far crescere questa mentalità “missionaria”? Dato per scontato che il presupposto della missione è la “conversione”, quell’esperienza di innamoramento di cui abbiamo parlato sopra, la prima cosa da fare è una grande formazione a vari livelli. Non siamo mai stati educati ad esse42
di annuncio e di catechesi la dimensione missionaria, come intrinseca e costitutiva della fede e della carità cristiana. Si pensi ad esempio ai cammini di iniziazione cristiana dei fanciulli, agli incontri di formazione dei loro genitori, agli incontri di formazione per gli adolescenti e giovani, ai percorsi di preparazione al matrimonio, ai cammini delle giovani coppie o alla pastorale battesimale e post-battesimale. Nella formazione missionaria dei laici bisognerà continuamente ribadire che il loro campo di “missione” è soprattutto il “mondo”: quello della famiglia, della scuola, dell’economia, del lavoro, del sociale, della politica (AA 3). È urgente far loro sentire il lamento di papa Francesco: “Anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intra-ecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società” (EG 102; cfr. anche 119-120). Come spesso afferma il nostro Vescovo, non si tratta per il cristiano di uscire dalla Chiesa per andare nelle periferie; bisogna piuttosto che la Chiesa raggiunga le periferie attraverso i cristiani laici. Sono loro che quotidianamente sono in periferia. Per questa educazione “missionaria”, che trova il primo luogo ideale in famiglia, è però necessario pensare a una forma di catechesi (per ragazzi, giovani e adulti) che crei la convinzione che il Vangelo risponde alle necessità
più profonde delle persone e che un’esistenza di fede “appare desiderabile proprio perché rende più umana la vita” (Come il Padre, p. 50). Si tratta di costruire una nuova “apologetica” o “giustificazione” della fede cristiana, capace di mostrare che la vera difesa dell’umano – che tutti cercano di mettere in atto – si ha proprio nell’accoglienza del Vangelo, che è verità unificante e liberante. A volte perdiamo l’entusiasmo per la missione proprio perché dimentichiamo questa capacità umanizzante del Vangelo, questa corrispondenza tra il Vangelo e le attese profonde dell’uomo. Anche gli anziani e gli ammalati dovranno essere aiutati a sentirsi attivi e responsabili della missione ecclesiale, non solo attraverso la testimonianza di una serena accettazione della loro situazione, ma anche attraverso l’offerta della loro preghiera e della loro sofferenza. Bisognerà ricordare loro che la patrona della missione, Santa Teresina del Bambino Gesù, non è mai andata nei “paesi di missione”, ma si è incaricata di essere il polmone contemplativo della missione. In questa prospettiva “formativa” potrà essere valorizzata e ripensata la stessa giornata missionaria mondiale, soprattutto collegandola più ampiamente al mese missionario, per non incorrere nel rischio di ridurla a una semplice raccolta di offerte. Oltre a questa formazione missionaria di base proposta a tutti, bisogna pensare a percorsi di formazione più specifica, a livello più alto, soprattutto per chi, nella Chiesa, ha particolari
funzioni educative. Il riferimento qui è soprattutto ai catechisti dei ragazzi, dei giovani e degli adulti; a coloro che accompagnano i fidanzati e le giovani coppie; ai responsabili della pastorale battesimale; ai coordinatori dei Centri di Ascolto; agli operatori della Caritas; agli animatori dei gruppi missionari; agli insegnanti di religione; agli operatori impegnati in campo socio-politico o nella pastorale della salute; ecc. In quest’ottica sarà necessario anche inventare e preparare nuove forme di ministeri al servizio della missione. Si può ipotizzare, ad esempio, il servizio dell’accoglienza nelle nostre chiese e canoniche; il servizio di coloro che possono affiancare i sacerdoti o, in certi casi, sostituirli nella visita alle famiglie, alle fabbriche, o in altri ambienti particolari; o quello di coloro che si rendono disponibili per le varie forme di missione popolare. In modo particolare, è importante far nascere in ogni comunità il “Gruppo di animazione missionaria”, persone, cioè, che, avendo maturato una chiara ed esplicita appartenenza alla comunità cristiana, ne sentono forte lo spirito missionario e, di conseguenza, sostengono e alimentano la spinta centrifuga della comunità verso i dubbiosi, i rinunciatari, i post-cristiani e i non ancora cristiani. Il suo compito non è quello di gestire in proprio l’impegno missionario, che è tipico della vocazione ecclesiale di tutti i battezzati, ma di essere piuttosto espressione e strumento di tale corresponsabilità missionaria. In analogia con lo spirito della “caritas”, il suo servizio è prioritariamente di tipo pedagogico ed educativo, finalizzato cioè a tenere vive e a far crescere sempre più la responsabilità e la coscienza missionaria della comunità. Per tutti costoro è necessario pensare a una formazione più specifica e articolata, coinvolgendo anche la Diocesi e gli Uffici di Curia, così come è stato proficuamente fatto qualche anno fa per i “corsi zonali di formazione dei catechisti, specialmente degli adulti”. In questo cammino la formazione dovrà prevedere un’educazione all’accoglienza, al dialogo, all’ascolto e all’accostamento umile e rispettoso dell’altro. Pur consapevoli della ricchezza del messaggio di cui siamo 43
portatori, non dobbiamo dimenticare che “portiamo tesori in vasi di argilla”; così come non va dimenticato che l’accoglienza cordiale e gratuita dell’altro e del suo valore è la condizione prima di ogni atto di evangelizzazione. Nel contesto dell’attuale pluralismo religioso, annunciare la “ fermezza della verità evangelica” non potrà mai avvenire senza valorizzare i “semi di verità” presenti in ogni religione. Un’autentica formazione e mentalità missionaria esige di saper armonizzare, soprattutto oggi, annuncio e dialogo. La pretesa di annunciare il Vangelo senza essere aperti all’ascolto e al dialogo non solo misconosce la segreta presenza di Dio che sempre ci precede, ma diventa anche un inciampo nel cammino della fede, poiché dà sempre l’impressione di trovarsi di fronte a tendenze di tipo fondamentalistico. Ma il cammino di preparazione dovrà essere anche un percorso di formazione alla mondialità e all’Intercultura –così come da anni stanno facendo le Congregazioni missionarie e l’Ufficio Diocesano per le Missioni- perché sia accolta e sempre più si diffonda la “cultura” della reciproca integrazione. A questo proposito, tra i formatori e i catechisti è bene iniziare a dare maggior spazio a quei cristiani (e non sono pochi) che vivono nei nostri paesi e nelle nostre città e che provengono da Chiese di altri paesi dove già erano impegnati come catechisti, come ministri e come formatori e animatori liturgici. La loro presenza tra i formatori potrà essere una vera boccata di novità e di universalità. In questo percorso formativo alla missione non potrà mancare una forte attenzione al tema della comunicazione. È necessario infatti educare al cambiamento del nostro linguaggio comunicativo, spesso troppo freddo ed intellettuale, per fare spazio al linguaggio della narrazione e aprirsi, sia pure in forma critica, anche alle nuove “logiche” e “strategie” comunicative (rete, social network, chat e app).
3.2.3. Con quali modalità trasformare la comunità cristiana in una “Chiesa in uscita”? È la Parola di Dio la protagonista del cambiamento a Ninive. Essa possiede una forza incredibile e inaspettata dallo
stesso profeta. Ma c’è bisogno di qualcuno che accetti di uscire per andare alle periferie. “Uscire” è rispondere alla chiamata di Dio che ci chiede innanzitutto di venir fuori da noi stessi, dal nostro individualismo, dal nostro egoismo. Mentre viviamo la percezione di chi si sente sotto assedio perché non ha ancora elaborato il lutto della fine di una presunta “civiltà cristiana”, dobbiamo sfidare noi stessi per scegliere di uscire da questo assedio e correre il rischio di camminare in spazi imprevisti e sconosciuti. In che modo? Papa Francesco afferma che “lo spirito della missio ad gentes deve diventare lo spirito della missione della Chiesa nel mondo” (Discorso al IV Convegno Missionario Nazionale promosso dalla CEI nel Nov. 2014). È necessario quindi in primo luogo incrementare la missio ad gentes e il suo spirito. Il che significa in concreto continuare ad inviare - fuori dai nostri territori - laici, consacrati e presbiteri che vivano un’esperienza di annuncio e di cooperazione tra le Chiese. Anziché opporre resistenza, vanno incoraggiate le “partenze”, perché un cristiano che lascia la propria parrocchia o unità pastorale o diocesi per annunciare il Vangelo in terre lontane non è perso, ma donato. Egli ritornerà ricco di doni anche per la comunità che l’ha inviato. Ovviamente questo vale per tutti, in primo luogo per i presbiteri diocesani fidei donum, ma anche per i membri degli Istituti o Congregazioni missionarie che richiamano un aspetto oltremodo importante: che l’impegno missionario non è ad tempus, ma ad vitam, richiede cioè la vita intera. L’importante è fare in modo che il “ritorno” possa offrire spazi di riflessione, dialogo, confronto e ricerca di stili nuovi di missione anche nelle nostre comunità. Quanto poi alle modalità di essere “Chiesa in uscita”, possibili anche rimanendo nella nostra Diocesi, ve n’è una che, pur tradizionale, può essere ancora attuale, se viene studiata e adattata alla nuova situazione: quella delle Missioni popolari. Il Vescovo Luciano chiede che “almeno ogni dieci anni (ma anche più frequentemente) ciascuna Unità Pastorale programmi accuratamente una Missione popolare… L’essenziale è che nel corso della Missione l’annuncio del Vangelo giun-
ga a tutti coloro che abitano nel territorio: sarà un annuncio positivo, centrato sull’amore e la misericordia di Dio; un annuncio gioioso, un vero ‘Vangelo’ cioè un annuncio di bene, che non cerca di spaventare ma di attrarre con la prospettiva di una vita buona”. A questo scopo, oltre alle famiglie religiose che tradizionalmente si dedicano a questo ministero, è importante che il presbiterio diocesano sappia collaborare in prima persona. Ma non sarà possibile incontrare davvero tutti gli abitanti del territorio senza un impegno massiccio di diaconi e di laici che girino casa per casa e, dove sono accolti, lascino con delicatezza la notizia di Gesù. Dovranno essere però, aggiunge il Vescovo, “persone ‘convertite’ cioè persone che aderiscono alla fede per una scelta consapevole e personale; persone preparate a incontrare le singole famiglie e le singole persone con rispetto, affabilità e gioia” (Come il Padre, pp. 4546). Una Chiesa in uscita è anche quella che, di fronte alle povertà attuali e alla crescente diseguaglianza sociale ed economica, accosta i poveri e si lascia trascinare da loro là dove il dramma del male è più forte (cfr. Il discorso di papa Francesco al IV Convegno Missionario Nazionale promosso dalla CEI nel novembre 2014). È importante che ogni comunità, almeno a livello di unità pastorali o di zona, attraverso appropriate indagini, conosca le principali sacche di povertà che segnano il proprio territorio e lì si renda presente. È un modo molto concreto di andare nelle “periferie”. A questo punto però la missione ecclesiale, nel momento stesso in cui aiuta i poveri (secondo le molteplici forme di povertà) e testimonia così la paternità di Dio, esige anche di denunciare le cause della povertà, poiché la povertà dipende dall’uomo, è una creazione dell’uomo. Per questo è bene che la comunità cristiana sia disposta a collaborare con tutti coloro che, sul territorio, senza doppi fini, combattono la povertà e le sue cause, siano esse istituzioni civili o associazioni o semplici cittadini, senza venir meno però al compito di denunciare eventuali inadempienze di chi ha il dovere civico di promuovere le varie forme di assistenza sociale. “Uscire” e “travalicare i confini” significa quindi anche creare un lavoro 44
di rete con tutti quegli ambiti che – pur non professando il nostro Credo religioso, o comunque non nella nostra modalità – condividono con noi la stessa speranza e la stessa carità: a partire dal dialogo ecumenico ed interreligioso, fino allo scambio sui valori condivisi con gli uomini e le donne di ogni cultura. Una forma di Chiesa in uscita che si sta diffondendo e che, a determinate condizioni, potrebbe essere imitata, è quella delle “comunità familiari di evangelizzazione”. Pur essendo un’iniziativa aperta a una pluralità di forme di realizzazione, parte però da due intuizioni fondamentali: la famiglia cristiana, fondata sul matrimonio, è un soggetto missionario in quanto tale; la sua missione non è solo quella di educare cristianamente i figli, ma anche di evangelizzare tutti quelli che l’esperienza della vita fa incontrare, cominciando proprio dai più vicini. L’intento è quello di accostarli, entrare in amicizia con loro e poi invitarli nella propria casa, dove un po’ alla volta si forma una piccola comunità cristiana che prega ed ama e che, raggiunto un certo numero, si preoccupa di generarne un’altra. Lo scopo è proprio quello di far sì che ognuno od ogni coppia esca dall’incontro comunitario con l’impegno di accostare altre persone per testimoniare loro l’amicizia e l’amore di Dio ed invitarle poi nella piccola comunità familiare, che rimane sempre aperta a tutti, pur essendo saldamente legata alla comunità parrocchiale.
Naturalmente però “uscire” e “fare il primo passo” non si realizza soltanto in forme istituzionalizzate. Da sempre l’evangelizzazione più semplice e spesso più efficace è quella che passa attraverso l’incontro personale e la testimonianza di vita delle persone, dei laici cristiani in particolare. Nei laici che vivono e lavorano nelle “periferie” geografiche ed esistenziali del mondo, testimoniando la vita buona del Vangelo, là si realizza la Chiesa in uscita. “Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, scrive Papa Francesco, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada” (EG 127). Come è stato detto, certamente oggi la comunicazione del Vangelo dovrà avvalersi dei nuovi strumenti della comunicazione, ma questi non potranno mai sostituire l’importanza e la profondità della comunicazione personale e del dialogo fraterno. Anzi, in una società “liquida”, caratterizzata, come si diceva nella “fase analitica”, da una grande mobilità e va-
riabilità non solo in riferimento ai territori geografici, ma anche in rapporto alle strutture educative, ai quadri valoriali e veritativi e alle appartenenze, diventeranno sempre più importanti queste forme di evangelizzazione non istituzionalizzate, che nascono spontaneamente dalla iniziativa e dalla fantasia dei singoli e dei gruppi di credenti, anche se non hanno ricevuto nessun mandato ufficiale e non hanno bisogno di ratifiche istituzionali. Andranno pensate modalità sempre più libere e più attente agli ambienti della vita quotidiana delle persone sulle quali impostare una pastorale più destrutturata, concentrata sulle relazioni più che sulle strutture, sulla comunicazione più che sui programmi. Occorre oggi una Chiesa sommamente flessibile che, pur nella fedeltà al suo perenne messaggio e ai pilastri portanti della sua vita, sappia adattarsi alle mutevoli situazioni, come l’acqua che scorre sul terreno e lentamente lo irrora. È ciò che avviene, come è già stato accennato, attraverso le piccole comunità cristiane, che ai nostri giorni vengono sempre più in rilievo come un’articolazione libera e decisiva della vita ecclesiale. Piccole comunità che, immerse nel sociale, si configurano anche come “cellule d’ambiente”. Queste comunità, pur saldamente ancorate nel Popolo di Dio, hanno ben poco di “istituzionale”, ma sono semplicemente Vangelo in atto in mezzo alla gente, cellule vive, che possono rinnovare il tessuto della vita ecclesiale e immettere la linfa dell’Amore nella società. Sono presenza di Cristo, sua visibilità: cellule del suo Corpo mistico. Da questo punto di vista bisognerà fare molta attenzione ai quattro principi, che derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa e che Papa Francesco ha fortemente richiamato nella Evangelii Gaudium (cfr. nn. 221-237), proprio in riferimento al compito missionario della Chiesa. Soprattutto il primo principio deve guidare la nostra riflessione e azione pastorale: “Il tempo è superiore allo spazio”. Forse uno dei peccati più grossi della nostra pastorale attuale, oltre a pretendere che la gente venga nei nostri “spazi” e si inserisca nelle nostre istituzioni, è proprio quello di voler occupare istituzionalmente tutti gli “spazi” dell’esistenza (presenza nella scuola, 45
nell’economia, nella politica, ecc.), nel tentativo, forse, di cristallizzare i processi o pretendere di fermarli. “Si tratta invece di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici”. E questo criterio, conclude il Papa, “è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga” (EG 225). Nel cammino di formazione cristiana delle nuove generazioni sarà perciò sempre più importante educare a questa urgenza e libertà di inventare nuovi processi di evangelizzazione; senza cadere nel rischio di formare gruppi “ecclesiali” autocefali, ma anche senza aspettare che vi siano sempre mandati o riconoscimenti da parte dell’istituzione ecclesiale. È significativo in proposito quanto papa Francesco ha ribadito con forza nel suo discorso alla 68° Assemblea Generale della CEI (18 maggio 2015): i laici “non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota … o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo”.
3.3. Risorse necessarie, sperimentazione e verifiche Una volte identificate le mete e le modalità per raggiungerle è essenziale calcolare le risorse necessarie per il raggiungimento delle mete: mezzi finanziari; mezzi di comunicazione; istituzioni addette ad accompagnare il cammino; esperti; centri di consulenza e di formazione; ecc.. Bisogna però fare attenzione non solo alle risorse necessarie, ma anche alle risorse concretamente disponibili. Nel passato la tendenza è stata quella di costruire grandi strutture, la cui manutenzione si rivela oggi notevolmente onerosa e che rischiano di essere poco utilizzate per lo scopo della missione. Oggi si ritiene che la precedenza debba essere data invece al servizio alla persona ed alla formazione. È evidente che questa grande opera di formazione per una nuova mentalità missionaria comporta anche dei costi in termini economici e questo problema rischia talvolta di bloccare tutto. Il
problema è reale. Il futuro della missione ci chiede però di rivedere le priorità nell’utilizzo anche delle risorse economiche. In uno slogan si potrebbe dire: “Meno strutture e più formazione”, per evangelizzare le persone e le culture e per inculturare il Vangelo. Quanto alle strutture già esistenti, come gli oratori, è importante che sempre più si specializzino per diventare luoghi di formazione in vista della missione. Siccome l’agire ecclesiale acquista determinatezza tramite la decisione - i cui risultati non sono previamente assicurati, ma solo desiderati - è importante prevedere sempre, nelle debite forme, anche una sperimentazione, sia pure limitata nel tempo, in modo da aprire vie fondatamente agibili e proficue all’agire ecclesiale. Per questo qualcuno propone di individuare una o due unità pastorali dando loro il mandato di sperimentare alcuni aspetti importanti di questo PPM per saggiarne la validità e i frutti. Per fare in modo che l’azione avviata sia sempre rispondente agli imperativi od obiettivi proposti, è imprescindibile però anche una continua verifica tanto dell’analisi valutativa della situazione (che nel frattempo muta), quanto delle mete generali e settoriali, come pure dell’intera strategia intrapresa. Con la verifica – che può avere tempi e modalità diverse – si rimette in gioco l’intero itinerario metodologico aggiungendo la rettifica o correzione di ciò che non si è dimostrato adeguato. Purtroppo nelle nostre comunità spesso facciamo tanti progetti, senza mettere in conto una verifica seria e periodica, con la conseguenza che, a volte, non si sa più che fine abbia fatto il progetto stesso. È importante che la verifica sia effettuata, con particolare attenzione critica, alla conclusione del percorso triennale o quinquennale previsto. Tuttavia è bene che la verifica sia programmata anche alla fine di ogni anno pastorale, per valutare se e come gli obiettivi prefissati siano stati raggiunti. Attivando però un percorso a tappe, sarebbe utile prevedere una verifica anche al termine di ogni singola tappa per poter affrontare in modo migliore la successiva, calibrare gli obiettivi e rivedere la strategia. Il momento della valutazione critica, se ben compreso e condotto, in un clima di riflessione e di preghiera, favorirà esso stesso la crescita nella comunione e nella partecipazione ecclesiale e potrebbe essere un’esperienza significativa di discernimento spirituale comunitario.
CONSIGLIO UNITA’ PASTORALE (CUP) 21 OTTOBRE 2015 e 13 GENNAIO 2016
CONCLUSIONE
“Il giudizio corrente riconosce all’Italia, tra i paesi europei, una pratica pastorale notevolmente ricca e intensa. In linea di principio, tanta ricchezza e varietà di pratica pastorale si offre spontaneamente alla interpretazione critica e, quindi, all’elaborazione teorica. Ma ciò che resta vero in linea di principio, non trova riscontro in Italia, dove al notevole impegno ‘pratico’ non è corrisposto un impegno ‘teorico’ non solo pari, ma neppure lontanamente proporzionato”. Questa valutazione, che Mons. Giuseppe Colombo diede della pastorale italiana nel 1982, ben si addice anche alla pastorale delle nostre comunità diocesane, dove, in genere, si opera molto, ma si riflette poco; dove si programmano tante iniziative pratiche, ma senza l’elaborazione di un progetto pastorale globale e, soprattutto, senza un progetto pastorale missionario, che sia frutto di un pensiero critico e condiviso. In tal modo si rischia di dimenticare che la Chiesa non è chiamata a fare tante cose nel mondo, ma ad annunciare il senso e lo scopo del suo fare, cioè Gesù Cristo, da far conoscere e incontrare da parte di tutti. Anche se qualcuno afferma che non c’è bisogno di tanti progetti missionari, poiché la Chiesa deve lasciarsi guidare di volta in volta dalla libertà e imprevedibilità dello Spirito Santo, in realtà sono proprio il rispetto dello Spirito Santo e l’obbedienza a lui ad esigere il momento riflessivo e progettuale. Lo Spirito Santo, infatti, guida la Chiesa in situazioni sempre nuove e, 46
di conseguenza, il rispetto dello Spirito esige di riflettere continuamente per scrutare nella storia i segni dei tempi e per cogliere nelle situazioni storiche che cosa lo Spirito intende dire e chiedere oggi alla sua Chiesa. Queste linee hanno proprio lo scopo di sollecitare in tutte le comunità della Diocesi l’elaborazione di un PPM, offrendo loro degli strumenti teorici, come pure un quadro di riferimento esemplificativo ed orientativo più pratico. Il CPD, senza la pretesa di aver risolto tutti i problemi della pastorale diocesana, si augura che questo suo lavoro di due anni possa contribuire a far nascere in Diocesi una pastorale maggiormente pensata, più attenta alla situazione storica e, di conseguenza, più orientata in senso missionario. È un sogno? Sì, quello di papa Francesco: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia” (EG 27; cfr. anche EG 25).
Nelle prime due riunioni del nuovo Consiglio Unità Pastorale delle Parrocchie di Botticino(2015-2020) sono state presentate le varie realtà parrocchiali impegnate e a servizio nella pastorale. - SCUOLA PARROCCHIALE DON ORIONE: in seguito alla presentazione della situazione attuale della scuola, si prende atto dell’importanza sul territorio di una scuola cattolica, nonostante il permanere di alcuni pregiudizi. Sono evidenti le difficoltà economiche, dovute soprattutto alla diminuzione degli iscritti e ai recenti lavori strutturali per la messa sicurezza. Parrocchia, Diocesi e Scuola sono unite in una riflessione comune per dare un nuovo vigore a questa realtà educativa. - COMMISSIONE CULTURA: ha promosso diverse iniziative in questi anni, coinvolgendo anche altre realtà (corsi di iconografia, incontri di storia dell’arte, iniziative musicali...). Si sta valutando la richiesta di una possibile collaborazione con l’Ecomuseo Botticino pur mantenendo la specifica identità. - CARITAS: sono diverse le iniziative promosse dagli “animatori della carità” dell’Unità Pastorale, non solo il magazzino a Botticino Mattina dove vengono distri-
buiti cibo e vestiti. Ci si presenta come Chiesa, comunità cristiana, che su mandato di Gesù Cristo aiuta chi è nel bisogno. Si cerca di seguire maggiormente le diverse situazioni, anche per evitare di cadere nel semplice assistenzialismo: si ascolta, si visitano le famiglie e si cerca di trovare risposta ai bisogni secondo dei progetti di intervento. La comunità cristiana va sempre più aiutata nel coinvolgimento in queste risposte ai bisogni. - LE REALTA’ SPORTIVE DEGLI ORATORI: due anni fa Dumper e USO hanno formato un’unica realtà, l’USO Botticino, pur mantenendo i due gruppi. L’attività del calcio coinvolge due squadre di adulti (dai 20 anni) e due di bambini (anche dell’asilo), che partecipano ai campionati. Si è creato un bel gruppo di genitori all’oratorio che si fermano, aiutano, collaborano con gli allenatori. Le strutture sportive a disposizione necessitno di un intervento di ristrutturazione. - SUORE OPERAIE- CASA MADRE. Nella casa madre delle suore operaie a Botticino Sera sono ospitate più di 50 suore anziane o ammalate. Le suore si mantengono con le loro pensioni. Alla Superiora generale il Parroco ha fatto richiesta di una suora che
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possa dare una mano per i giovani delle parrocchie. Si vorrebbe anche valorizzare la presenza sul territorio della casa madre. - ADOLESCENTI-GIOVANI Per gli adolescenti abitualmente si propongono incontri settimanali con gli animatori delle parrocchie. C’è una maggiorepartecipazione però alle attività estive dei grest e dei campi in montagna. Quest’anno sono stati avviati corsi sull’educazione all’affettività e sessualità, per ragazzi e per ragazze, tenuti da specialisti secondo il programma Teen Star. E’ importante che i ragazzi trovino una comunità che li accoglie, e ci sia la disponibilità di giovani animatori. - VISITA FAMIGLIE Continua la visita alle famiglie dell’Unità Pastorale, iniziata nella primavera dello scorso anno. Questa iniziativa è segno di una “Chiesa in uscita”, missionaria, che si fa incontro alla gente, nella comunione con il Parroco e tra le tre comunità. Le suore e i laici che hanno dato la disponibilità visitano le famiglie a gruppetti di 2 o 3 e trovano una buona accoglienza. Sono state già percorse diverse vie; nelle famiglie dove non si è trovato nessuno si ripasserà più avanti o in altri orari. In tal modo ogni famiglia, nella
sua quotidianità, con le fatiche e difficoltà, nel suo cammino di fede, può sentire la vicinanza della comunità cristiana, portare la propria testimonianza, vivere un momento di comunione e preghiera. In primavera riprenderanno le visite anche la sera. - ICFR. Il cammino dell’Iniziazione Cristiana, iniziato da alcuni anni nelle nostre comunità, prevede anche 6 incontri all’anno per i genitori che scelgono il cammino di catechesi per i loro figli. Nonostante le difficoltà iniziali da parte di alcuni genitori, le riflessioni proposte dal Parroco e l’approfondimento in gruppo con gli animatori risultano essere occasioni importanti per confrontarsi e aiutarsi reciprocamente a riscoprire il proprio cammino di fede nella Chiesa. In tal modo si cerca di fare un cammino non solo con i ragazzi, ma con tutta la famiglia. Questo porta col tempo a capire e a vivere meglio anche il significato della Messa nei suoi elementi e significati essenziali, senza fermarsi troppo sugli aspetti esteriori. ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA. - Le iniziative proposte per il Giubileo della Misericordia erano già state indicate sullo scorso notiziario. Il 6 marzo si svolgerà il pellegrinaggio alla Porta santa della Cattedrale per le nostre 3 parrocchie, secondo le modalità indicate. Per andare incontro alle esigenze degli an-
ziani e ammalati che hanno difficoltà a spostarsi, si è pensata cosa buona e fattibile che in questi mesi si creino occasioni di preghiera nelle loro case, coinvolgendo parenti o vicini di casa, con la presenza del sacerdote per celebrare la Messa e l’Unzione degli Infermi. A maggio poi (come di consueto il giorno della morte di s. Arcangelo), si farà una celebrazione comunitaria in Basilica per tutti gli ammalati. Verranno date indicazioni più precise. LE STRUTTURE PARROCCHIALI E L’UNITA’ PASTORALE Vengono riprese in mano le decisioni del Consiglio dell’Unità Pastorale (verbale del 21/09/2011). Si era esaminato quale fosse l’uso più razionale delle strutture parrocchiali delle tre parrocchie, in funzione dei bisogni dell’Unità Pastorale (non più solo ai fini della singola parrocchia), riguardo alle necessità di formazione e aggregazione. Il Parroco ha invitato i membri del CUP attuale a riconfermare o meno quelle scelte. Si è passata quindi in rassegna la situazione delle strutture presenti nelle parrocchie, le finalità di utilizzo, gli interventi necessari, i costi e le disponibilità economiche. Per Botticino Sera, nonostante la ‘grande struttura’ realizzata c’è la necessità di aule per la catechesi, quindi si rende necessaria la costruzione di una
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terrazza con aule al centro del cortile dell’oratorio. Secondo gli accordi presi con la Curia, la spesa sarà in gran parte coperta dai fondi CEI dell’8 per mille (previsti per gli anni prossimi). A Mattina invece si necessita di una sistemazione e messa a norma dell’ampia zona ricreativa esterna e degli spogliatoi. Potrebbe diventare questo il luogo attrezzato per l’attività ricreativa e sportiva per le tre parrocchie. E’ stato già predisposto a grandi linee un progetto, realizzabile solo se ci saranno i fondi necessari e dopo un ampio consenso in particolare delle famiglie di tutto Botticino. A S. Gallo andrebbe messa a norma la “baracca” collocata nel piazzale dell’oratorio e la messa in sicurezza della chiesa, in seguito al terremoto del novembre 2004. Sentita quindi la situazione generale riguardo alle strutture parrocchiali, i presenti danno il loro assenso perché si continui nella direzione già intrapresa invitando i Consigli per gli Affari Economici di ogni parrocchia a prendere in considerazione queste indicazioni.
VARIE ED EVENTUALI il Parroco informa che la Parrocchia di Botticino Sera (non il parroco) ha ricevuto l’eredità di una signora, da poco deceduta (un immobile e del denaro).
comunità in ascolto
La crisi economica del 2008 ha fatto sì che molte persone si rivolgessero alla parrocchia per un aiuto, tanto da indurre don Raffaele a creare un gruppo di persone che lo aiutassero a gestire le varie emergenze che si presentavano. Fu così che dopo un percorso di formazione si pensò di rispondere almeno ai casi di prima necessità. Nel 2010 il comune mise a disposizione dei locali a Botticino Mattina in via Salvo D’Acquisto e venne aperto” l’orto” , magazzino per la distribuzioni di viveri e vestiti. Sono nate altre iniziative: il doposcuola, la consegna dei pasti in eccedenza della casa di riposo, il laboratorio taglio e cucito. Le richieste con il passare del tempo sono andate oltre, e dai pasti e dai vestiti si è andati a interventi per le bollette, aiuti per pagare l’affitto, spese sanitarie, riparazioni, sostegno al lavoro. Molto è stato fatto, ma questo non è più sufficiente; c’è biso-
gno di un ulteriore sforzo, di maggior impegno e responsabilità di tutta la comunità, perché la carità non è delegabile solo a qualcuno, ma è l’agire di ogni cristiano verso i meno fortunati e di ogni società civile, che ha a cuore i più deboli che vivono nel proprio territorio. Per questo le parrocchie di Botticino hanno pensato ad un centro di ascolto, come luogo in cui tessere relazioni, esprimere la prossimità e l’ospitalità della comunità alle necessità dei fratelli. Prima ancora di essere uno spazio, uno sportello o un ufficio, il centro di ascolto è il mezzo dove si realizza quella speciale missione della caritas di educare la comunità cristiana a condividere con i poveri, a credere con loro e camminare nella fede,” l’obiettivo è partire dai fatti concreti - bisogni, risorse, emergenze - e realizzare percorsi educativi, finalizzati al cambiamento concre49
to degli stili di vita ordinari dei singoli, delle famiglie, della comunità religiosa e civile”. (cfr.pag. 6 “Fa’ questo e vivrai” Schede centri Ascolto, Quaresima 2016 ) Il Centro di Ascolto fa dell’ASCOLTO il suo MODO PROPRIO di SERVIZIO. Il suo “fare” prevalente è l’ascolto, cuore della relazione di aiuto, dove chi ascolta e chi è ascoltato vengono coinvolti, con ruoli diversi, in un progetto che, ricercando le soluzioni più adeguate, punta a un processo di liberazione della persona dal bisogno. Dall’Ascolto e dall’Accoglienza della persona conseguono le altre funzioni specifiche: 1. Presa in carico delle storie di sofferenza e definizione di un progetto di “liberazione”. 2. Orientamento delle persone verso una rilettura delle reali esigenze e una ricerca delle soluzioni più indicate e dei servizi più adeguati presenti sul territorio. 3. Accompagnamento di chi sperimenta la mancanza di punti di riferimento e di interlocutori che restituiscano la speranza di un cambiamento, mettendo in contatto la persona con i servizi presenti sul territorio ed attivando tutte le risorse possibili. 4. Prima risposta per i bisogni più urgenti, sempre attraverso il coinvolgimento delle comunità parrocchiali e del territorio (cfr. Caritas Italiana). Impiegati per questo servizio sono alcune persone della nostra comunità indicate dal parroco e coordinate dal diacono che nei giorni di martedi e giovedi dalle 16,00 alle 18,00 sono a disposizione. Per appuntamenti rivolgersi alla segreteria parrocchiale o al diacono Pietro tel.3481522352. diacono Pietro
B
uongiorno, mi chiamo Stefano e il mio lavoro ha tanti nomi, mi chiamano Operatore Sociale, Lavoratore dell’Accoglienza, Capo, Fratello, Stefano. Quello che faccio io è un lavoro strano, poco conosciuto. Ognuno di noi vede, nei telegiornali, o legge, sui giornali, di questi migranti che arrivano a piedi dai Balcani o in barconi dalla Libia. Pochi vedono, o leggono di quello che succede dopo. Dopo succede che c’è gente che fa il mio lavoro, c’è gente che prende queste persone (non numeri, non cose, non un problema, esseri umani come me e te), gli regala un paio di vestiti, due scarpe, un posto dove dormire e li mette in attesa, in purgatorio, mentre lo Stato Italiano si prende tempo (a volte anni) per decidere se queste persone possono essere degne di vivere qui in Italia. Però la mia Italia è un po’ diversa da quella che vivono loro, i miei beneficiari, i miei utenti. Per me l’Italia vuol dire amici, famiglia, figli, per loro l’Italia vuol dire solitudine, estraneità ed abbandono. Ecco che allora intervengono quelli che, come me, fanno gli operatori sociali, noi facciamo un lavoro lento, faticoso e frustrante. Per prima cosa, a noi piacerebbe cucire legami, fare conoscere persone, luoghi e tradizioni di cui siamo fieri a questi ospiti. Noi vorremmo comunicare, ma per farlo abbiamo bisogno di una lingua in comune, ecco che allora
LE PARROCCHIE DI BOTTICINO
i PONTI dell’
PELLEGRINE ALLA PORTA SANTA DELLA CATTEDRALE DI BRESCIA
ACCOGLIENZA iniziano i corsi di italiano, ecco che allora proviamo a comunicare a gesti, con frasi spezzate e stentate, gettate oltre il divario di una vita diversissima per cucire un rapporto in questa Italia che è di tutti. Anche a Botticino succede così, ecco allora che ci inventiamo e cerchiamo piccoli momenti di condivisione, lavoretti di volontariato, perché anche dove non si riescono a comprendere le parole, i gesti, linguaggio ben più universale, sappiano fare da ponte tra quello che è mio e quello che è nostro. Anche a Botticino succede così, con i richiedenti asilo che aiutano anche a pulire l’oratorio il sabato mattina. Per seconda cosa, noi operatori vorremmo mostrare loro che una vita felice, in cui non c’è il rischio di morire di fame e di guerra è possibile, allora cerchiamo di costruire momenti di pace insieme, cerchiamo di costruire competenze che siano utilizzabili
anche qui in Italia. Non che il nostro lavoro sia semplice, che competenze può avere un contadino cinquantenne analfabeta fuggito dal suo paese perché l’esercito gli ha bruciato la casa ed ucciso moglie e figli? Come potrebbe mai vivere in Italia una persona che, da quando aveva sei anni, lavorava come tessitore su uno dei paesi più grandi dell’Africa, e che è scappato perché, a diciotto anni, le sue mani erano troppo grandi per continuare a tessere con la stessa velocità dei bambini più giovani di lui, e che non conosceva nient’altra vita che questa? Il mio lavoro non è semplice, ma non lo è neanche quello di chi attraversa il deserto per arrivare a Botticino. Che coraggio ci vuole per ricominciare da capo, per andare a vivere in un posto di cui non conosci nulla, andare per la prima
volta da un medico, sapendo che stai male ma non hai una lingua con cui spiegare il tuo dolore? Che forza ci vuole, a sedersi per la prima volta in un aula di scuola, a cinquantanni suonati, prendendo in mano una penna e imparando a scrivere il proprio nome? Che motivazione ci vuole, per prendere in mano la propria vita, attraversare un continente o due e ricominciare tutto dal niente, non avendo nient’altro che i propri vestiti? A volte davvero mi meraviglio quando tocco con mano la diversità della vita che hanno vissuto queste persone. Eppure anche loro sono uomini, anche loro sono Fratelli. Buongiorno mi chiamo Stefano e il mio lavoro ha tanti nomi, forse il nome che preferisco è questo: costruttore di ponti.
“Buongiorno mi chiamo... e il mio lavoro ha tanti nomi, forse il nome che preferisco è questo: costruttore di ponti” 50
6 marzo 2016
“Vivere il Giubileo significa lasciarci trovare da Dio, dare gioia e gloria a Dio con il riconoscimento del nostro peccato e la proclamazione della sua giustizia. Con le parole del Miserere: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto. [Lo confesso] perché tu sia riconosciuto giusto quando parli, retto nel tuo giudizio.” (Sl 51,5-6) Tutto questo sia “a lode e gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto.” (Ef 1,6)” vescovo Luciano
(omelia Apertura Porta Santa Cattedrale di Brescia)
Nel segno del Giubileo straordinario della Misericordia indetto da papa Francesco, le nostre 3 parrocchie di Botticino Sera, Mattina e san Gallo, hanno voluto viverlo in modo speciale, preparandosi remotamente con l’iniziativa delle” 24 Ore per il Signore”, vissuta nella preghiera, nella adorazione eucaristica e nel dono del sacramento della riconciliazione. E’ stata una occasione aperta a tutti, fino a notte inoltrata per attingere dalla misericordia di Dio ad essere “ Misericordiosi come il Padre”, motto dell’anno Giubilare. A don Raffaele, il nostro parroco, che ha presieduto personalmente l’apertura di questa iniziativa, secondo le norme ecclesiastiche, va il merito della riuscita e anche del pellegrinaggio. Esso è stato caldeggiato e vivacizzato con responsabilità e sentita partecipazione. La folla numerosa di tutti i presenti si è espressa unanime con voci di gioia e compiacimento, di lode e di ringraziamento per aver fatto esperienza di chiesa unita, viva, significata dalla comunione delle 3 parrocchie cristiane e nell’unità con il suo pastore. Indovinata anche la modalità di vivere questa giornata con la possibilità di raggiungere la Porta Santa a piedi, partendo da un luogo di sofferenza, come la Casa di Riposo di Botticino, in pullman dalle varie parrocchie, con mezzi propri, fino ad arrivare dai Padri Artigianelli e iniziare tutti insieme il cammino processionale, fatto di silenzio, di preghiere e di canti per arrivare a varcare la Porta Santa della Cattedrale e scoprire la misericordia del Padre che accoglie tutti e va incontro ad ognuno personalemente. Sulla soglia della cattedrale c’è stato un momento penitenziale di riconcialiazione comunitaria, il bacio 51
del Crocifisso, poi si sono susseguite altre tappe: al Battistero, il rinnovo delle Promesse Battesimali, all’altare del Santissimo un momento di adorazione, all’altare Maggiore un segno di venerazione ricordando nella preghiera la Chiesa universale, il nostro vescovo, le nostre comunità, all’altare della Madonna una breve riflessione e un canto. Dopo di che siamo scesi in Duomo vecchio per la solenne concelebrazione di conclusione del nostro pellegrinaggio. E’ stata una Eucaristia sentita, vissuta in tutte le sue parti: introduzione, liturgia della Parola, offertoriale, eucaristica e conclusiva. Ci siamo sentiti partecipi del mistero di amore e di tenerezza del Signore misericordioso. Ci siamo sentiti toccati dalla Grazia che tutto trasforma e abbiamo abbandonato ogni timore e sconforto, perchè abbiamo sperimentato l’abbraccio tra la Chiesa e gli uomini e a fare nostro impegno la misericordia del Signore. sr Mariaregina
padre Valentino Busi
dal Mali
missionario in Bolivia
Santa Pasqua 2016
Carissimi Un proverbio africano dice: “Le plus petit ruisseau peut refléter tout le Soleil” (il più piccolo ruscello può riflettere tutto il sole). Non è necessario essere mare per riflettere il Cielo. Anche quando ci sen tiamo pozzanghera possiamo riflettere il Sole per intero. Questo è anche il nostro naturale impegno quotidiano: riflettere il suo Volto, soprattutto in questo tempo in cui in tanti paesi del nostro mondo, compreso il Mali dove io vivo, manca la pace ed intere popolazioni scappano dalle proprie case… In questo tempo in cui tutti ci sentiamo un po’ pozzanghera, piccoli e impotenti di fronte agli eventi, pos siamo riflettere il Suo Volto che accoglie, perdona e si lascia accogliere nei più piccoli, nei poveri, negli op pressi, in coloro che non hanno voce, nei migranti… nei crocifissi di oggi. È questo l’augurio di Pasqua che unita alle mie Sorelle di comunità rivolgo ad ognuno di voi specialmente in questo anno in cui siamo chiamati tutti a riflettere il Volto misericordioso del Padre: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli.” Buona Pasqua Sr Erminia e Sorelle
Direttamente da Peterborough, Inghilterra: un augurio...un saluto...e un arrivederci.
Carissimi amici botticinesi, eccomi prima di tutto a voi, nell' avvicinarsi di questa Pasqua per far giungere a ciascuno ed ad ogni famiglia, un augurio di "pace e gioia". Il Cristo risorto in questo "anno del giubileo della misericordia", sia veramente la nostra forza, colui che riempie la vita, e da significato ad ogni piccolo gesto che compiamo. Papa Francesco ci invita a vivere nel concreto le opere di misericordia corporale e spirituali, soprattutto in questo tempo forte della quaresima che ci prepara immediatmante alla pasqua di risurezzione, dove e' fondata la fede del cristiano.
Sei mesi fa ci siamo salutati perche' lasciavo botticino, ed ero in partenza per l'Inghilterra. Ora posso raccontarvi qualcosa di questa esperienza forte vissuta a fianco degli emigranti soprattutto italiani, arrivati qui tanti anni fa in cerca di lavoro, per sostenere la famiglia. Hanno fatto sacrifici, impegnandosi ad imparare la lingua del posto, anche se non e' stato facile, ma con la loro tenacia e forza ci sono riusciti. Ora molti di questio fratelli sono diventati anziani, ed hanno bisogno di cure e di coloro che oltre ai familiari, possono interessarsi della loro vita. Tanti sono rimasti soli, perche' la moglie o il marito hanno fatto il passsaggio alla vita del cielo. Per molti anni, erano presenti i padri scalabriniani proprio per gli emigranti, ora sono rimaste solo tre suore, che prestano un servizio andando a far vista a queste persone solo por52
tando la comunione a chi lo desidera. Anche io in questi mesi ne ho conosciute e avvicinate tante, andando nelle loro case, pregando insieme e mettendomi in ascolto di problemi e difficolta'; stando al loro fianco, ho potuto capire quanto non sia facile diventare anziani ed aver bisogno degli altri. Anche Gesu ha avuto compassione degli ammmalati e di chi era solo. Per chi puo' uscire di casa, ogni martedì questi pensionati si incontrano per stare insieme, scambiare qualche parola, pregare il rosario con noi suore e poi condividere il pranzo; chi vuole nel pomeriggio puo' fare una partita a carte e una tombolata. Questi mesi sono stati per me una grande opportunita' e ricchezza. Ho conosciuto un po’ un'altra nazione con la presenza di varie culture; ringrazio il Signore e i miei superiori per questo tempo, se pur breve, perche' mi e' sembrato di essere ri-
8/2/2016 Cari amici e sostenitori tutti, come qualcuno saprà sono tornato per 15 giorni, mio malgrado perché è venuto a mancare un caro amico del Mato Grosso, che tanto ha lavorato per i poveri dell'America Latina ... Tornerò quasi certamente a luglio per un paio di mesi e forse avrò più tempo per incontrarvi. Adesso ho una parrocchia molto più estesa e quindi con maggior problemi ancora, dove sono l' unico parroco e il lavoro non manca. Vi ringrazio per la vostra vicinanza, con le preghiere e con il pensiero, sono graditi entrambi, un grazie di cuore anche per le offerte che mi fate pervenire. Anche se la scuola dei ragazzi è chiusa, i bisogni come ben sapete sono tanti e quanto ho ''nel cassetto" cerco di metterlo a disposizione dei più bisognosi, siano essi bambini o anziani, aiutando chi ha dei problemi gravi di salute... Abbiamo dei progetti ambiziosi, quale riaprire una scuola, o un asilo per i più piccoli, che non mancano di certo e spesso vanno nei campi con i genitori ancora dai primi mesi di vita; ma per ora mancano i volontari e le strutture. Inoltre ci vuole la dovuta attenzione con le istituzioni locali che non sempre gradiscono... Comunque forse anche a breve saprò darvi qualche informazione più precisa. Anche l'Unità Pastorale si è attivata, su protornata in Svizzera dove ho vissuto per ben 23 anni lavorando in due fabbriche diverse, ma sempre condividendo la vita dei fratelli in emigrazione. Il mio rientro in italia e' previsto nella seconda settimanan di aprile; mi attende una nuova comunita' nel bresciano a San Polo. Lì continuero' il mio cammino come suore operaia incontrando altre famiglie. Come ci ricorda sant’ Arcangelo Tadini, " coraggio un'occhiata al cielo e poi avanti" .
posta del parroco don Raffaele, per contribuire alla sistemazione dei tetti di tre piccole chiesette che si trovano nella mia parrocchia. Grazie a tutti ancora e a presto. 15/2/2016 "Come pagherò al Signore tutto il bene che mi ha fatto?" Comincia così la frase di un salmo che rispecchia oggi bene i miei sentimenti. Mai come quest' anno mi sono accorto di essere amato da tante persone... e ho paura di non meritarmi tutto questo bene e fiducia che ricevo. Mi vedo così fragile e peccatore, così incapace di vivere appieno la mia vocazione (che comunque rimane il regalo più grande della mia vita) che posso solo continuare con il salmo dicendo: "...alzerò la coppa della salvezza invocando il Suo nome". Così vorrei raggiungere ognuno di voi, anche se non con le parole, portando una benedizione che è ancora più di una grazia, è qualcosa che coinvolge il Signore o meglio che mette tutto nelle sue mani. Ad ogni saluto ad ogni abbraccio, dentro di me nasceva il proposito il bisogno di distribuire ad altri il bene che anch' io immeritatamente ho ricevuto. Pregherò per voi, voi fatelo per me. Così uniti aspettiamo lo sposo quando verrà a chiamarci alla festa. Un abbraccio, p. Vale
"Grazie", e per dirlo in inglese "thank squa" " happy easter" e un arriveyou very much" per avermi accompa- derci a tutti con affetto e amicizia bye bye gnata in questi mesi. da sr. Gemma Bonini Anche io ricordo tutti e auguro ad ogni famiglia " buona e santa Pa-
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CRESIME
sabato 30 gennaio 2016 Basilica/Santuario S.Arcangelo Tadini Botticino Sera
Ambrosi Roberto Ambrogio Andrea Apostoli Martina Arici Giovanni Arici Silvia Bedussi Manuel Benetti Aurora Bera Sebastiano Bertazzoli Emma Bertazzoli Matteo Bertocchi Nicole Bertulli Riccardo
Bocchi Emma Bodei Beatrice Bodei Giada Boldori Sara Bui Martina Busi Erika Busi Gaia Busi Milena Casnigo Chiara Civettini Alessandra Cocchetti Martina Colosio Vanessa
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Comini Paolo Corvi Nicole Damonti Andrea Damonti Nicola De Santis Matteo Delrio Manuel Facchini Daniele Faustinelli Ascrizzi Nicola Ferrazza Francesca Firmo Marco Gadaldi Gianluca Gioli Maria Chiara Giossi Alessandro Gorni Irene Greco Giorgia Greco Marco Lo Presti Gianmarco Lonati Gaia Magli Maria Sofia Maietta Jacopo
PRIME COMUNIONI
domenica 31 gennaio 2016 nelle chiese parrocchiali di Botticino Sera, Mattina, S.Gallo
Malara Alessandro Malara Gianluca Massarelli Antonio Massari Norberto Menasio Matteo Olivari Mattia Orzali Chiara Pani Gabriele Peli Martina Luna Perugini Dario Privitera Beatrice Quecchia Simone Rabaioli Riccardo Rocca Manuele Rosa Maria Chiara Savoldi Alessandra Savoldi Francesca Sberna Francesco Scarpari Filippo Sciotti Chiara Simonini Marco Soldi Greta Tadei Gioia
Temponi Nicole Tognazzi Martina Vanzillotta Sarah Vergari Manuel
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Zaini Greta solo Cresima
Cavina Pratesi Giovanni Riva Pietro
CRISTIANI AL LAVORO…
LIBERO, CREATIVO, PARTECIPATIVO E SOLIDALE:
“NON LASCIATEVI RUBARE LA SPERANZA”
S
ulla scia delle parole di Papa Francesco, che tanto ha a cuore le periferie esistenziali, ci avviciniamo ad una di esse con cui ogni giorno abbiamo a che fare: i nostri luoghi di lavoro. Immediatamente rimbalza una domanda: e quando un lavoro non c’è? A maggior ragione ne viviamo gli aspetti più drammatici che toccano nel profondo la nostra dignità. Per quali motivi lavoriamo? Ci sono bisogni che ci muovono a trovare a tutti i costi un lavoro, perché senza non ce la facciamo a vivere e portare a casa il “pane quotidiano”. Ci sono desideri che ci spingono a ricercare un lavoro che soddisfi le nostre aspirazioni, che ci dia la possibilità di mettere a frutto le nostre capacità e le nostre attitudini. Eppure quanti sono i giovani che impiegano tempo ed energie per diplomarsi, laurearsi, specializzarsi e non trovano un’occupazione che corrisponda neppure lontana-
mente agli studi fatti? Che senso ha il lavoro per la persona umana? Sembra una domanda banale dalla risposta scontata, ma coniugare la fede che viviamo con il lavoro che svolgiamo o con il tempo infinito alla ricerca di un’occupazione sembra un’impresa eroica, pensabile (ancor prima che realizzabile) solo per pochi eletti. Fede e lavoro: due mondi distanti e irraggiungibili? Oppure proprio in questa dimensione umana è urgente vivere il Vangelo di Gesù Cristo? In effetti le ore delle nostre giornate che trascorriamo al lavoro o alla ricerca di un lavoro non sono poche. E non possono restare tra parentesi. Come le viviamo fa la differenza. Non abbiamo le soluzioni pronte in tasca per risolvere tutti i problemi in ambito lavorativo. Semplicemente camminiamo con voi, con la gente che incontriamo, con i nostri colleghi, condividendo la vita di ogni giorno, che non è tutta rosa e fiori, lo sappiamo. Dov’è Dio nel nostro lavoro? Che bella domanda… Ricordiamoci che per trent’anni Gesù ha vissuto a Nazaret, vivendo il semplice quotidiano, fatto di piccole cose, forse uguali e ripetitive anche per lui. Ha dovuto imparare tante cose, ha lavorato con Giuseppe e non si è risparmiato il sudore della fronte. La vicinanza di Dio nella nostra vita ha un valore immenso: questo sì che fa la differenza! È una Presenza divina che cambia la vita. La grandezza dell’Amore di Dio che in Gesù Cristo si è pienamente manifestato può trasformare le nostre giornate: il monotono quotidiano diventa meraviglioso, le piccole cose diventano grandi, i giorni feriali sono impreziositi da un tempo di festa e di riposo che ci permette di gustare la bellezza delle opere compiute. E la domenica ci ricorda che, uniti a Cristo, il nostro lavoro è una collaborazione all’opera creatrice e redentrice di Dio. Non possiamo perdere la speranza di vivere bene anche questa gran bella fetta di vita che è il lavoro: non tra parentesi, ma in grassetto! Le vostre sorelle operaie e fratel Giorgio 56
IL LAVORO E’ DIGNITA’
L’
Il 13-14 febbraio 2016 si sono svolte le elezioni - precedute dall’Assemblea Soci - per il rinnovo del CONSIGLIO DIRETTIVO del Circolo ACLI di Botticino che era in carica dal 2012. Sono risultati eletti: CAVAGNINI SERGIO NOVENTA ESTER LONATI ANNA MARIA NOVENTA LIDIA BENETTI MARIO BUSI CASIMIRO TREGAMBE GIUSEPPE QUADRI PAOLO APOSTOLI VIRGINIA SOFIA Membri di diritto: GORNI GIOVITA, responsabile CAF-PATRONATO; STEFANA ILARIO, responsabile Sportello Lavoro. Collaboratori CAF-PATRONATO: VESCHETTI MARIA ROSA e COCCOLI ENNIO Assistente Spirituale: don RAFFAELE LICINI, Parroco Unità Pastorale. La partecipazione al voto è stata pari al 29% dei tesserati (215 erano le tessere 2015) e più del 50% del Consiglio è risultato rinnovato per nominativi e cariche. Il 19 febbraio si è riunito il direttivo per l’elezione del Presidente. CAVAGNINI SERGIO è riconfermato presidente all’unanimità con voto palese. Inoltre sono stati nominati: Vicepresidente: BUSI CASIMIRO; Amministratore: APOSTOLI VIRGINIA SOFIA; Segretario: LONATI ANNA MARIA.
intera comunità e il nuovo Consiglio di Circolo ringraziano i Consiglieri uscenti, che con il loro impegno e la loro passione, con la loro forte adesione ai valori cristiani e aclisti, hanno contribuito a diffondere il messaggio di partecipazione solidale e di promozione sociale della persona, che è alla base dell’azione educativa delle ACLI. Un ringraziamento particolare anche alla Parrocchia e al Parroco don Raffaele, che continua a mettere a disposizione gratuitamente i locali per i servizi di Patronato e CAF. L’Assemblea dei soci che ha preceduto ed accompagnato l’elezione del nuovo Consiglio Direttivo, ha visto la partecipazione e gli interventi del Presidente uscente e dei delegati provinciali, i quali hanno relazionato i presenti sulle attività di formazione e sensibilizzazione svolte in questi quattro anni a livello locale e provinciale; sui servizi di pubblica utilità, quali CAF e Patronato; sul costante impegno nel sostenere e promuovere la dignità del lavoro, diritti sociali ed educazione alla cittadinanza attiva. Fondamentali per il nostro circolo in questi 4 anni sono stati la gestione dei servizi di utilità pubblica e i percorsi di formazione. Ricordiamo tra gli altri l’adesione al progetto innovativo “Giovani in Circolo” indirizzato ai nostri ragazzi in un’ottica di prevenzione e attenzione alla crescita educativa-valoriale e alla prevenzione del disagio. Sono stati promossi molti incontri, aderendo a percorsi esperienziali di vita e lavoro per “favorire l’esercizio di responsabilità e sviluppare opportunità di partecipazione dei cittadini”. Tra questi, ricordiamo quelli sugli “Stili di vita”, “Banca Etica”, gli incontri sull’Ambiente, Fonti rinnovabili e Risparmio Energetico e l’adesione al TAVOLO PER LA PACE di BRESCIA EST con l’organizzazio57
ACLI 2016
ne di iniziative volte a promuovere la pace tra i popoli (ricordiamo gli incontri per il mese della pace e la marcia della Pace del 1° giorno dell’anno). Nel dibattito che ne è seguito si è parlato del lavoro e della dignità che esso comporta, del periodo di crisi economico-finanziaria che ha colpito le fasce più deboli della popolazione e le famiglie, di problematiche sociali e territoriali, di aspetti di azione sociale su problemi di realtà locale, dell’importanza di organizzare attività di formazione e informazione che sensibilizzino l’intera comunità e che offrano strategie e risposte adeguate alle tematiche affrontate. Tutto ciò detto costituisce un buon motivo per essere aclisti! IL Consiglio di Circolo ACLI di Botticino PER ESSERE SEMPRE INFORMATO SULLE ATTIVITA’ ED INIZIATIVE DEL MONDO ACLI DI BRESCIA E PROVINCIA
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pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia
SPEGNAMO IL SOGNO DI DIO
NON “D
io unisce i cuori di un uomo e una donna che si amano e li unisce nell’unità e nell’indissolubilità. Ciò significa che l’obiettivo della vita coniugale non è solamente vivere insieme per sempre, ma amarsi per sempre! ... Dio è entrato nel mondo in una famiglia. E ha potuto farlo perché quella famiglia era una famiglia che aveva il cuore aperto all’amore, aveva le porte aperte … Le famiglie di oggi sono inviate come discepoli missionari. In questo senso è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione” (cfr. Relatio Synodi 2015 nn. 2,3). Bastano poche battute del testo iniziale della Relazione Finale del Sinodo per comprendere che cosa significhi vocazione e missione della famiglia cristiana, insieme a quale valore inestimabile rappresenti questa piccola chiesa domestica. Sì, proprio incommensurabile, dal momento che Dio stesso abita e agisce in essa col suo amore misericordioso, tenero e passionale, sempre fedele e generativo. Questo messaggio ricorda a tutti noi la bellezza del dono di Dio e la sua assoluta gratuità, la sua capacità di trasformare le nostre povertà in punti di forza realmente invincibili. In momenti in cui il dibattito nelle aule parlamentari è
più che mai acceso sul significato di inventare un nuovo istituto giuridico (quindi politico e sociale), scimmiottando pari - pari il matrimonio tra un uomo e una donna, risulta necessario riascoltare il Vangelo e riacquistare il coraggio dei martiri! La deriva del piegarsi alla legge del più forte o dei numeri di una maggioranza che si dice rappresentativa della volontà del popolo (davvero?), al fine di inventare la verità sull’essere umano e i suoi legami fondamentali, deve trovare in noi cristiani la passione di dialogare nel rispetto assoluto di tutti, ma anche lo zelo di far emergere con chiarezza la volontà di Dio. Per quanta amicizia, filìa, ci possa essere tra due persone adulte e dello stesso sesso, non potrà mai esistere per questi un significato pieno e adeguato di matrimonio e di genitorialità, quindi di famiglia. Impariamo ancora una volta dalla prassi di Gesù, che ha saputo con misericordia e calore umano incontrare tutti, mettersi nelle situazioni di ciascuno e sentire autentica compassione, non certo per lasciarli come erano, ma per riempirli del suo amore, di una vita più bella e più vera! elle tre parti che costruiscono il documento finale del Sinodo dello scorso ottobre (Relatio Synodi), alcu-
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ne parole chiave fanno da substrato a tutti i paragrafi che trattano della vocazione e della missione della famiglia fondata sul sacramento del matrimonio, cioè fondata sulla roccia di Cristo. Facendo una scelta tra queste, mi sembra opportuno metterne in evidenza quattro: accogliere, accompagnare, includere, discernere. Nella rinnovata spinta missionaria, attingendo dal volto misericordioso di Cristo, la chiesa domestica è chiamata a mostrarsi nelle sue qualità essenziali, nella bellezza che Dio le ha donato, pur attraverso le ovvie fragilità umane. Accogliere le situazioni che si incontrano presuppone almeno la capacità di dialogare, di uscire dal proprio recinto, di ascoltare e di fare spazio, di confrontarsi con altre situazioni e posizioni esistenziali, di compartecipare alla vita degli altri. Una famiglia ben ancorata a Cristo e ben inserita nella Chiesa non deve aver nessun timore di aprirsi e di andare a manifestare la bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna, dell’essere papà e mamma, dell’essere figli affidati a relazioni stabili e chiare, coerenti e armoniche. L’annuncio cristiano non va mai in scadenza, non può finire col passare delle stagioni o con l’esaurirsi di una campagna elettorale; accompagnare è amore di cura e di responsabilità, è lasciar dilatare nel tempo la passione per la vita
che cresce e che si spegne, dei legami che hanno bisogno di un percorso specifico e speciale per giungere a maturazione. La vita familiare è il paradigma di ogni accompagnamento ecclesiale, sia per la tenuta temporale che per l’interesse aperto a 360° sull’altro. Includere è la missione specifica di Cristo, obbediente al Padre che vuole che tutti siano salvi, conoscano il suo amore e vivano in Dio. E’ questo che deve risplendere in ogni autentica azione ecclesiale, in cui non si gode degli errori altrui e della morte del prossimo; al contrario, nel pieno stile evangelico del Buon Samaritano, si fasciano le ferite e ci si prende cura in maniera efficace, con i fatti e nella verità. Non ha senso l’inclusione se non per aiutare ad incontrare Cristo, nella conversione al suo amore, che non lascia mai nessuno indifferente e promuove al
cambiamento tutti. Il discernimento, da ultimo, è opera dello Spirito Santo in noi insieme ad un sincero confronto fraterno nella Chiesa. In famiglia, quest’arte di saggezza è ben portata dalle virtù cardinali che strutturano la vita buona di ogni essere umano: la prudenza e la giustizia, la temperanza e la fortezza. In casa c’è bisogno di ritornare ad ascoltare la Parola di Dio e ad ascoltarsi, a pregare insieme lo Spirito di Consiglio, per discernere la volontà di Dio nella vita quotidiana, tra le pareti della piccola chiesa domestica, luogo del sogno efficace di Dio: “amatevi come io vi ho amati”. (Cfr. Gv 15). don Giorgio Comini segretariato famiglia diocesi di Brescia
L’AMORE E’ LA NOSTRA MISSIONE
numero verde da numero fisso 800-123958 da cellulare 3462225896 “Retrouvaille” propone weekend per coniugi che vivono un momento di difficoltà, di grave crisi, che pensano alla separazione o sono già separati ma desiderano ritrovare se stessi e una relazione di coppia chiara e stabile. Per info: info@retrouvaille.it e www.retrouvaille.it.
CREATI PER LA GIOIA Altri spunti offerti dalle Catechesi per L’incontro Mondiale delle Famiglie svoltosi a Philadelphia il cui titolo generale è “L’amore è la nostra missione. La famiglia pienamente viva”.
IL SIGNIFICATO DELLA SESSUALITÀ UMANA Già nel titolo di questa catechesi si fa un’affermazione oggi per nulla scontata: la sessualità umana, il modo in cui si esprime, l’essere maschio o femmina, il corpo personale hanno un significato, rivelano e comunicano un senso. Nell’uomo nulla è mai solo un dato biologico. Attraverso la sessualità e il suo linguaggio esprimiamo scelte che custodiscono o impoveriscono la nostra umanità, la capacità d’amare, l’essere generativi. Non essere consapevoli che la nostra libertà si
compie solo facendo il bene e volendolo anche per gli altri, si traduce in una mortificazione che passa attraverso il corpo di tutto il nostro essere, anche spirituale. Non è un caso che nell’anno giubilare della Misericordia siano indicate come via da seguire le opere di misericordia sia spirituale che corporale. Siamo chiamati da Cristo ad una concreta capacità di vero amore. Per la riflessione e il confronto con la vita, qualsiasi sia la nostra vocazione, vi lascio tre brevi passaggi della catechesi: “- La persona umana è un essere insieme corporeo e spirituale. Il corpo, in un certo senso, rivela la persona. Di conseguenza la sessualità non è mai puramente funzionale – Il rapporto sessuale, pur se occasionale, non è mai semplicemente un 59
atto biologico. In realtà, l’intimità sessuale è sempre, in un certo senso, coniugale, perché crea un legame umano anche se non c’è l’intenzione – Esistono due vocazioni differenti che rendono giustizia alla chiamata ad essere maschio e femmina nel progetto di Dio: il matrimonio e il celibato. L’una e l’altra convergono sul presupposto comune che l’intimità sessuale tra un uomo e una donna appartiene e fiorisce nel contesto di un patto. La castità si esprime in modi differenti, a seconda che siamo o non siamo sposati. Ma, per tutti, la castità implica il rifiuto di utilizzare il nostro corpo, o il corpo altrui, come oggetto di consumo”. Chiara Pedraccini
Scuola don Orione
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SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO
Scuola don Orione
paritarie
via Don Orione 1 Botticino Sera
Parrocchie di Botticino
“D
….cammini di formazione
i viaggi nella mia vita ne ho fatti tanti, ma quello più bello è iniziato quest’anno al Don Orione”. Si apre così il tema in classe di un alunno di prima media. Chiamati a riflettere sull’esperienza del viaggio, i ragazzi per lo più hanno raccontato delle loro vacanze, mentre Alessio con originalità è andato oltre il significato letterale, oltre le apparenze ed ha parlato della scuola intesa come cammino di formazione. E’ il più bravo della classe? Nemmeno per sogno! E’ semplicemente un alunno di una scuola che permette ad ognuno di trovare la propria strada e di esprimersi al meglio delle proprie capacità. Importante testimonianza della realtà della scuola cattolica bresciana, il Don Orione continua il suo cammino con passione e professionalità ampliando l’offerta formativa triennale con nuovi progetti e mantenendo salda la propria identità di educazione cristiana. Chiuse le iscrizioni il 22 febbraio, si apre ora una nuova fase di progettazione costantemente volta al futuro: ci piace pen-
sare come saranno i nostri ragazzi da grandi, immaginarli alle superiori, all’università, nel mondo del lavoro, nella società civile nella speranza di avere dato loro quelle basi che li hanno resi bravi cittadini e bravi cristiani. La nostra scuola si caratterizza anche per la sua accoglienza e apertura: dall’inizio dell’anno scolastico sono stati accolti 10 studenti provenienti da altre scuole, ragazzi e famiglie in cerca di una seconda possibilità e di una proposta didattica che non appiattisca tutti allo stesso livello, ma che sia efficace per ciascuno. Guardare al futuro significa guardare fuori da noi, ad esempio con il potenziamento alla primaria della lingua inglese e alla secondaria con l’insegnante madrelingua inglese e il progetto “clil” (sostenere prove in inglese in altre materie come geografia o scienze); guardare al futuro significa anche guardare dentro di noi, ad esempio con il progetto di alfabetizzazione emozionale che solitamente riguarda la classe prima media. Una scuola che parte dalla persona deve mirare a costruire nelle classi un clima positi-
vo con un’atmosfera invitante, serena, comprensiva, coesa e di sostegno, instaurando con gli alunni una relazione significativa con forte intenzionalità educativa. La relazione è infatti il nodo principale attorno al quale si giocano i destini delle persone, per questo si deve basare su genuinità, stima e comprensione empatica. Questo tipo di relazione non si improvvisa: la gestione delle relazioni è solo l’ultima tappa di un percorso che ha inizio proprio dalla conoscenza e dalla consapevolezza delle proprie emozioni. Riteniamo insomma che l’affettività sia una componente imprescindibile dei processi di apprendimento e che una scuola che incoraggia lo sviluppo delle competenze sociali e emozionali possa davvero diventare strumento di preparazione alla vita, inoltre, come sostiene Goleman, gli individui con capacità emozionali ben sviluppate hanno anche maggiori probabilità di essere felici. Alla scuola Don Orione il cammino di formazione è volto alle competenze disciplinari, a quelle di cittadinanza, ma anche alla Felicità.
La scuola “don Orione“ non chiude a giugno. Come lo scorso anno , la scuola offre alle famiglie interessate il servizio aggiuntivo di sorveglianza e svolgimento compiti per gli alunni interni ed eventualmente di altre famiglie che intendessero usufruire di questa opportunità. Per i nostri alunni il servizio non comporta costi aggiuntivi, se non quello della mensa. 60
un PROGETTO EDUCATIVO indirizzato alle FAMIGLIE in rete con le realtà cristiane del territorio In continuità con le tante esperienze educative rivolte alle famiglie promosse e sostenute dall’Unità Pastorale, che da sempre sensibilizza la comunità attraverso momenti di formazione e informazione su tematiche e problemi vissuti concretamente da genitori e figli, si è ipotizzato e creato un percorso che offrirà nell’arco dell’anno occasioni di incontro e di dibattito ulteriori. Questo progetto nato in Unità Pastorale, in rete con tutte le realtà parrocchiali e cristiane del territorio, è rivolto ad ogni fascia d’età e prevede di trattare temi di interesse sociale e familiare che toccano tutti noi, sottolineando la necessità di trovare risposte, indicare strategie di intervento e a quali risorse attingere per affrontare le problematiche del giorno d’oggi. Fino ad ora abbiamo organizzato due incontri : il primo con il Prof. Luciano Eusebi, ordinario di Diritto Penale all’Università Cattolica di Milano e Roma, il quale ha trattato l’argomento complesso delle “Relazioni affettive e famiglia oggi”, toccando temi delicatissimi con una sensibilità ed un
equilibrio invidiabili. Il secondo incontro aveva per tema il “Cyberbullismo”: per parlare di molestie sul Web si è dato disponibile il Dr. Domenico Geracitano , scrittore, della Polizia Postale, il quale ha coinvolto ragazzi e genitori in una visione responsabile e veritiera dell’uso della tecnologia e dei social, nell’accezione positiva e negativa delle identità che si formano nel web. Sono stati incontri molto partecipati e propositivi. Il terzo incontro avrà come data il 14 aprile, riguarderà l’educazione genitoriale, la sua complessità, l’educazione alla consapevolezza di sè e dell’altro, al senso di responsabilità... Ad esporre interverrà un docente esperto in educazione, il Prof. PierPaolo Triani dell’ Università Cattolica di Brescia. Anche partecipando a questi momenti , tutti insieme, possiamo essere “determinanti nella diffusione di un atteggiamento mentale e culturale... che educhi alla accettazione, alla consapevolezza, al senso della comunità e della responsabilità collettiva”. 61
ALCUNE SUGGESTIONI EDUCATIVE Sono certamente molte le opportunità educative che si aprono con il tema del viaggio. Rileggendo l’esperienza comune ad ogni uomo, abbiamo individuato alcuni elementi che ci hanno parecchio sostenuto nella progettazione della sussidiazione del Grest di questa estate. Per raccontarle con un po’ di ordine, ci siamo lasciati guidare da al cune classiche ‘domande chiave’.
grand’estate 2016 - PARROCCHIE DI BOTTICINO
Il programma delle parrocchie ricco di inziative estive rivolte ai ragazzi nei nostri oratori con il Grest, le settimane in montagna per i preadolescenti, adolescenti e le esperienze forti per i giovani. Le parrocchie sono molto attente a valorizzare il tempo estivo promuovendo iniziative che diano la possibilità a chi vi partecipa di fare esperienze importanti per la propria crescita umana e cristiana.
PREMESSA Negli ultimi anni, un invisibile filo rosso ha sempre cercato di tenere legati fra loro i temi delle diverse estati. I temi del 2007-20082009 erano vicini alle attenzioni che i Vescovi italiani proponevano per le giovani generazioni: veniva suggerito l’‘ascolto’ e ci siamo inventati Musica maestro; si continuava con la ‘missione’ ed uscì Apritisesamo; si chiudeva con la ‘cultura’ ed ecco Nasinsù. Quelli del 2010-2011 invece - con il tema della ‘terra’ in Sottosopra e del ‘tempo’ in Battibaleno avevano voluto essere in continuità con il 2009 perché – come il cielo – anche la terra e il tempo sono elementi fondamentali per la vita del pianeta. I temi del 2012-20132014 - la parola con Passpartù; il corpo con Everybody; l’abitare con Piano Terra - trovavano la loro ragion d’essere nei primi versetti del Prologo dell’evangelista Giovanni. Il 2015 invece, era andato un po’ per conto suo con il tema del mangiare di Tuttiatavola: ma non poteva essere diversamente visto l’evento mondiale dell’Expo a Milano! Nel giugno del 2015, chiacchierando a proposito del tema dell’estate 2016, siamo arrivati a questa scelta: il viaggio! Perché questo tema?
GREST 2016 ll tema è il GLI SPUNTI
VIAGGIO
trinseca ad ogni esistenza umana e che sempre interDue sono gli eventi im- roga tutti gli adolescenti e i portanti da cui l’estate giovani del mondo. 2016 è caratterizzata: l’Anno Santo della Misericordia Non da ultimo, il tema indetto da Papa Francesco del viaggio ci è sembrato e l’incontro di tutti i giova- capace di incrociare e dare ni del mondo a Cracovia, voce a quel grande fenoin occasione della XXXI meno migratorio che da Giornata Mondiale della diverso tempo sta interesGioventù. Possiamo infatti sando l’Europa e anche le nostre comunità cristiane. dire che: - fin dalla sua invenzio- Anche su sollecitazione di ne nel 1300, l’Anno Santo Papa Francesco, da diverso si configura come un tempo che chiede un viaggio fisico – in genere un pellegrinaggio – ma anche spirituale: un viaggio fatto di meditazione, preghiera, accoglienza ed esercizio della Misericordia stessa. - La partecipazione all’evento di Cracovia è sì un viaggio fisico che è risposta alla chiamata di Papa Francesco ma è anche un viaggio spirituale, risposta altrettanto valida alla chiamata ‘implicita’ del Papa: quella per l’inizio o la conferma di una vita cristiana. Un viaggio che dà voce e forma a quella dimensione “vocazionale” così in62
tempo siamo chiamati a far sì che le nostre comunità siano case ospitali per tutti quegli uomini e quelle donne che si sono incamminate per fuggire da situazioni di guerra, alla ricerca di una nuova possibilità per la loro vita: i loro viaggi della speranza non possono non diventare un viaggio anche per noi, spesso prevenuti o quantomeno impauriti da ciò che sta accadendo.
CHE COSA È UN VIAGGIO? - Il viaggio è ‘metafora’ della vita. Apparentemente diverse, le parole ‘vita’ e ‘viaggio’ sono facilmente accostabili. La vita, proprio perché movimento che si dispiega nel tempo, è spesso stata interpretata come un viaggio. Sicuramente come un viaggio che va dalla nascita alla morte, ma certamente anche oltre e per tanto altro. Ci siamo chiesti: che cosa ci ricorda la parola “vita”? E la parola “viaggio”? - Il viaggio è movimento ‘da-a’. Parlando dal punto di vista letterale, il dizionario non lascia scampo: viaggiare significa percorrere un determinato spazio in un determinato tempo. Quanto fondamentale diventa allora sapere dove ci si trova o almeno a che punto ci si trova del cammino. Ci siamo chiesti: dove vo- desiderio di scoprire, di conoscere, di viaggiare, anche un po’ all’avventugliamo arrivare? ra! Come mai? Anche solo per entra- Il viaggio è ‘obbligo’. re in contatto con nuove esperienze Non vogliamo essere per forza che possono arricchire il loro baganegativi ma è evidente che nella vita glio personale. Anche se non hanno non è possibile stare fermi! In gene- bene in mente che cosa li attende re, se si crede di poter restare tali, si esattamente. Ci siamo chiesti: quanmuore. Ovvero: il movimento rima- to “lasciamo un po’ andare” i nostri ne un passaggio obbligato! Non nel ragazzi? Quanto invece noi adulti senso moralistico del termine ma confezioniamo tutto, evitando loro la per un’evidenza difficilmente conte- fatica e il rischio della scoperta? stabile. E se non ci si vuole muovere invano, occorre ovviamente dare - Uscire da sé/mettersi alla prosenso e direzione al movimento. E va: questo è il caso che incrocia più anche qui, si sono aperte tutta una frequentemente gli adolescenti ovvero serie di questioni strettamente le- coloro che stanno diventando adulti e gate a quelle del punto precedente che giustamente vogliono misurarsi nonché sempre più personali: dove con alcune esperienze che li costrinmi trovo? dove voglio andare? con gono ad abbandonare le sicurezze chi? come intendo muovermi? quali della fanciullezza, per affrontare i dipassi sono disposto a fare? versi passaggi della vita. Il viaggio si trasforma così in riscoperta del senso PERCHÉ profondo di ogni cosa e progressiva conquista di una meta, che altro non SI FA UN VIAGGIO? è che un nuovo punto di partenza. Ci -Conoscere/scoprire/avventurarsi: siamo chiesti: quali sono i passaggi di è forse una delle ragioni più ovvie vita che offriamo oggi ai nostri adoledel viaggio e che peraltro ben si ad- scenti? A tal proposito, leggete anche dice alle generazioni più giovani. Da il testo “Camminare è viaggiare”. sempre infatti, a loro non manca il 63
- Aiutare/andare incontro: è soprattutto il viaggio dei giovani e degli adulti che - cresciuti – scelgono di farsi prossimi ai più piccoli e ai più bisognosi. Esso quindi è dono di un ricordo rimasto vivo, chiamato ad “accendere” il bene di ciascuno, perché grande è quanto ricevuto in passato, mentre immenso è quanto si può regalare nel presente. A tal proposito, leggete il testo “Raccontare è viaggiare”. - Rispondere ad una chiamata: ci si mette per strada, si sceglie di intraprendere un viaggio (fisico o spirituale che sia!) perché qualcuno ce lo ha proposto, ci si è sentiti chiamati in causa. Quante delle nostre storie sono connotate da questa dinamica! Spesso è un viaggio di fiducia, è consapevolezza che da soli non si può crescere fino in fondo, è imparare a dire “si” e lanciarsi contro le nostre confusionarie e rassicuranti certezze. A tal proposito si può leggere il testo “Rispondere è viaggiare”. Anche qui si sono aperte con forza tutte le possibili domande connesse: chi oggi ha ancora il coraggio di chiamare ovvero di dare fiducia responsabi-
ALCUNE SUGGESTIONI BIBLICHE Il tema del viaggio offre anche numerosi collegamenti con le pagine della Sacra Scrittura, con altrettante sfumature semantiche riconducibili alle questioni educative dette prima. Partiamo dalla Genesi. Come non ricordare il vagabondare di Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso terrestre (Genesi 3)? O l’errare di Caino che, segnato dal rimorso, è chiamato ad essere «ramingo e fuggiasco sulla terra» (Genesi 4)? E il viaggio di salvezza sull’arca di Noè (Genesi 7-8)? O quello dei grandi Patriarchi, chiamati da Dio a essere pellegrini in viaggio verso una Terra Promessa? Il viaggio si trova anche nel libro dell’Esodo come cammino di liberazione che il popolo ebraico compie per passare dalla condizione servile d’Egitto fino all’arrivo nella Terra promessa. Quello dell’Esodo è infatti un grande e progressivo viaggio di fiducia che, tramite Mosè, rende quasi visibile un Dio che annuncia il Suo messaggio di Salvezza. A tal proposito si veda l’approfondimento “Credere è viaggiare”. Un viaggio nella Bibbia è l’uomo del Cantico dei Cantici che si fa prossimo alla sua amata. Un viaggio è anche la storia di Giona, profeta improvvisato, chiamato a incamminarsi verso una direzione non voluta ma poi accolta e scelta.
lizzando? E chi di rispondere? Oppure, se vediamo scarsità di “risposte”: forse che i destinatari non sono più all’altezza di risposte esigenti? O forse che non comprendono la chiamata perché il linguaggio non è adeguato? Oppure la risposta c’è ma è in una forma diversa, difficilmente riconoscibile ai nostri occhi? Ovvero: quali “viaggi” proponiamo? In che modo? Quali “viaggi” vediamo realizzarsi? - Lasciare un segno nel mondo e nella storia: la vita è un viaggio che nasce da una risposta ad una chiamata. Tanto è vera questa affermazione, tanto è difficilmente sostenibile se il viaggio stesso della vita non diventa capace di lasciare un segno nella storia. È l’esperienza della “generatività” a tutti i livelli! Quindi: quali sono i “viaggi generativi” del nostro mondo e della nostra Chiesa? Ovvero: quali sono capaci di interessare e di appassionare tutti e ciascuno?
certamente quello dei richiedenti asilo che in questi tempi vediamo fuggire dai loro paesi d’origine perché qualcuno o qualcosa mette in pericolo la loro vita. Così il loro viaggio è costrizione, sperimentazione di grandi sacrifici e prove non facili: a tal proposito, è interessante il contributo “Vivere è viaggiare”. Così come il contributo “Cambiare è viaggiare”. Tuttavia nessuno può chiamarsi fuori da questo rischio: in un modo o nell’altro, tutti siamo scappati o vorremmo scappare da qualcosa o da qualcuno. E chiedersi che cosa mi spaventa oppure che cosa mi fa paura è diventata o può diventare l’occasione per compiere molti passi di maturazione.
- Ritornare a casa: è il viaggio dell’età avanzata o della maturità. È il viaggio che ha colto l’essenziale e sceglie di restare legato a questo. È testimonianza, trama di emozioni e racconto di sé. È racconto di successi e di fallimenti. È scoperta dell’umanità più profonda. Anche qui è illu- Fuggire da qualcosa/ minante l’approfondimento qualcuno che non piace: “Vivere è viaggiare”. il caso più significativo è
CHI È UN VIAGGIATORE? Per non diventare stucchevoli, mettiamo solo alcune provocazioni. - Vagabondo: colui che si muove senza avere particolari punti di partenza, punti di riferimento e soprattutto senza meta. - Pellegrino: colui che si muove con una meta (in genere la divinità) e ha un motivo serio per mettersi in viaggio (purificazione-conversione). - Turista: colui che va alla scoperta di cose nuove (esploratore) o semplicemente è alla ricerca di svago e tranquillità (divertimento: andare lontano da ciò che conta e/o pesa). - Migrante: colui che va in cerca di salvezza e/o di migliori condizioni di lavoro e di vita. - Studente: nel caso di un viaggio-studio, colui che va per imparare una lingua e conoscere nuove culture. - Missionario: colui che va per annunciare/ portare/ testimoniare una verità che non è sua. - Pendolare: colui che si assume la fatica – spesso quotidiana/settimanale/mensile - di ripetere costantemente lo stesso tragitto. - Conquistatore: colui che va per appropriarsi di qualcosa che non suo.
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PARROCCHIE DI BOTTICINO
Estate tempo educativo Quando arriva l’estate, l’aria si riscalda, i corpi si animano, le menti si infervorano, la fantasia si scatena e ogni momento diventa occasione di amicizia, allegria, entusiasmo. L’estate è una stagione educativa davvero privilegiata! Dappertutto si respira una grande attesa di… vita! Se non si è disposti a raccogliere questa opportunità come adulti e come educatori non ci si potrà lamentare di fronte allo spettacolo di tante “navi” arenate in qualche secca o spezzate da improvvise tempeste: la noia, la solitudine, il senso di inutilità possono generare frustrazione e paralizzare dinamiche di crescita. Non si lasci che questo accada. L’estate è vero campo di prova per l’educatore, il terreno in cui seminare speranza e fiducia nella vita. C’è un tesoro da scoprire... si chiama “vita” Un’Estate in campo perchè... é bello “colorare” l’estate trasformandola da un tempo vuoto ad uno spazio di crescita e divertimento tra mille proposte coinvolgenti; é bello pensare ad un grande gruppo fatto da tanti bambini e ragazzi di tante età, razze e religioni diverse che insieme “inventano” il loro tempo libero I centri estivi e i campi estivi sono proposte ludiche e ricreative, vissute in un valido ambito educativo e programmati in un contesto di piacevoli e formative esperienze. Giochi, sport, laboratori, attività espressive, gite ed altre avvincenti proposte per definire positive e concrete esperienze di socializzazione e partecipazione in una dimensione nello stesso tempo ludica ed educativa. Tutto questo viene realizzato nel rispetto delle capacità e dei diversi tempi di ogni bambino, proponendo una metodologia attiva che preveda spazi e momenti ricchi di stimoli propositivi dove prevarranno la fantasia, la sperimentazione di esperienze nuove e accattivanti . Estate... Un tempo educativo L’estate è una stagione educativa privilegiata dove è possibile sviluppare proposte attente a creare opportunità di crescita importanti, dove ogni bambino e ragazzo possa implementare le proprie capacità e le proprie attitudini. Le parrocchie offrono quindi una serie di servizi e di proposte che rispondono all’esigenza di fare anche dell’estate un “tempo educativo”.
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GREST 2016
ORATORIO SAN GALLO
13-24 GIUGNO
(da lunedì a venerdì - orario 13,30-17.30)
ORATORIO MATTINA
27 GIUGNO - 15 LUGLIO (da lunedì a venerdì - orario 8,30-17.30)
ORATORIO SERA
18 LUGLIO- 5 AGOSTO
(da lunedì a venerdì - orario 9,00-17.30)
CAMPUS don Orione
22 AGOSTO - 8 SETTEMBRE
(da lunedì a venerdì - orario 8,30-17.30)
CAMPI 2016
Anche quest’anno durante le vacanze estive vengono organizzati dalle parrocchie di Botticino i Campi Estivi per i ragazzi delle scuole fine prima, seconda, terza media e adolescenti. I Campi sono un’esperienza di “vita vera”. Un insieme di giorni (una settimana) dove si vivono le relazioni di amicizia, il gioco, la riflessione, il lavoro di gruppo, la gita ... la bellezza dello stare insieme, vivendo in pienezza ogni giornata in un paradiso naturale. Dice un proverbio “Non sprecare tempo perchè il tempo non conosce retromarcia”. A breve le date, i luoghi e le modalità per le iscrizioni.
BILANCIO 2014 PARROCCHIA Ss.FAUSTINO E GIOVITA BOTTICINO MATTINA USCITE
ENTRATE
Remunerazioni Clero e Collab past. 18.841,00 1.584,00 Colletta S. Messe Rimborsi spese remunerazione laici 6.460,00 5.240,00 Tridui e Buste Ordinarie di culto (ostie, vino, candele, libri lit.) 1.138,00 Cassette e candele 2.437,42 Utenze (gas, energia, acqua, telefono) 4.195,00 26.490,80 Per servizi religiosi (Batt.,Cres., Matr, Fun.) Ufficio varie e cancelleria 5.850,00 310,82 Canne organo Manutenzione ordinaria 3.235,06 3.496,49 Rimborsi utenze Manut. Straord. (microfoni, organo, campana San Nicola) 3.750,00 Erogaz.liberali 1.000,00 Assicurazioni 12.067,97 6.178,78 Enti Pub., Regione (Rimborso “Progetto Giovani”) Bollettino parrocch. e riviste 79,20 4.142,90 Interessi attivi su c/c Compensi a professionisti 6.000,00 3.549,80 Affitto immobili Bar uscite 2.384,00 11.637,59 Bollettino e riviste Contr. diocesano 2% su entrate ordinarie 2014 15.879,80 488,00 Bar entrate “Progetto Giovani” con oratori e Regione 3.957,00 Straord. per appart. sottotetto Canonica 6.000,00 Imposta IMU, TASI, TARI 24.316,00 4.785,46 Feste in oratorio e patronali Mutuo Banca Valsabbina 4.659,00 34.025,56 Straordinarie (Raccolta mensile, varie…) Int.pass.su mutui/fin.autoriz.spese su c/c 5.345,43 Utilizzo ambienti 8.723,00 Straordinarie (Telo e caldaia oratorio) 6.945,80 TOTALE ENTRATE 122.127,45 Spese generali 3.463,78 Tetto canonica 18.238,45 Diocesi rata Inventario 2.136,10 Disavanzo 2015 - 24.777,31 TOTALE USCITE 146.904,76 Al 31.12.2014 + 34.949,18 Al 31.12.2015 cc. + 4.985,22) e azioni val sabbina ( € 5.526,00) +10.484.22 Mutuo del 10/7/2009 (scadenza 21/11/2026) al 31/12/2015 - 161.754,69 Debiti verso ditte e tecnici per tetto canonica -19.798,00 Partite di giro € 3.921,00
BILANCIO 2015 PARROCCHIA S. BARTOLOMEO SAN GALLO USCITE
Remunerazioni Parroco, Collabor. past 1.172,00 Rimborsi spese € 900,00 Ordinarie di culto (ostie, vino, candele, libri lit.) € 384,00 Utenze (gas, energia, acqua, telefono) 8.248,69 Varie e cancelleria € 163,00 Manut.ordin. 3.136,62 Straordinarie (caldaia oratorio) 1.115,86 Assicurazioni 2.585,51 Bollettino parrocch. e riviste 1.000,00 Compensi a professionisti 164,70 Contributo diocesano 2% e altri contr 110,00 “Progetto Giovani” con oratori e Regione 1.868,00 Imposta IMU, TASI, TARI 3.997,51 Mutuo UBI per fotovoltaici 5.400,74 Int.pass.su mutui/fin.autoriz. e spese su c/c 1.844,04 Altre spese generali 2.119,02 Altri contributi versati alla Diocesi 45,00 TOTALE USCITE 34.254,69
ENTRATE
Colletta S. Messe Buste Iin cassette e candele Per servizi religiosi (Batt.,Cres., Matr, Fun.) Pesca Rimborso fotovoltaici Erogaz.liberali Enti Pubbici e Regione (Progetto Giovani) Interessi attivi su c/c Utile Bar entrate Festa patronale e feste in oratorio
TOTALE ENTRATE Al 31.12.2015 PASSIVITA’
Mutuo presso UBI fotovol.e tetto orat. (scadenza 21/11/2026) 67
2.603,19 385,00 1.358,64 1.010,00 1.063,80 3.944,55 2.050,00 1.602,57 24,78 3.800,00 22.198,34
€ 40.040,87 + 5.786,18
73.469,23
BILANCIO 2015 PARROCCHIA S.MARIA ASSUNTA BOTTICINO SERA
USCITE
Remunerazioni Clero Collab past. Personale: Stipendi, Ritenu. Fisc. Profess., rimb. spese Ordinarie di culto (ostie, vino, candele, libri lit.) Utenze (gas, energia e , acqua, telefono) Ufficio varie e cancelleria Manut.ordin. Straordinarie (indagine restauro campanile) Assicurazioni Bollettino parrocch. e riviste Bar oratorio Contributo diocesano 2% a altri contrib. “Progetto Giovani” con oratori e Regione Imposta IMU, TASI, TARI, IRES Mutui UBI - ICS - BCC Int.pass.su mutui/fin.autoriz.,scop. ban. Spese su c/c bancari e postali Straordinarie (Inventario Beni mobili) Spese generali Rimborso debito verso privato
TOTALE USCITE Partite di giro
(Giornate, Fond. Folonari, Progetti, Attività caritative) 9.510,00
1.122,00 47.588,66 1.696,06 39.196,51 3.892,98 7.338,13 1.000,00 11.660,98 4.374,30 26.319,11 937,00 6.255,68 2.570,31 97.507,73 9.301,71 € 821,08 13.172,00 3.097,46 2.500,00
ENTRATE
Colletta S. Messe Tridui e Buste In cassette e candele Per servizi religiosi (Batt.,Cres., Matr, Fun.) Offerte Goccia Rimborsi utenze Erogaz.liberali Da Diocesi Da Regione (Rimb. Prog.Giovani) e Comune Per attività Oratorio Da parrocchie perstipendi personale Immobile via Colombo Per riviste Bar Straord. da donazioni Festa patronale e feste in oratorio Altre entrate e offerte straordinarie Utilizzo ambienti Attività varie (tombolata , lotteria, pesca) 280.829,89 Rimborsi fotovoltaici Prestiti da privati Iniziativa “Una Pietra per il Campanile”
TOTALE ENTRATE
25.929,83 11.828,00 5.743,94 5.170,00 6.806,45 6.814,89 3.150,00 59.976,54 9.502,27 4.700,00 6.140,00 5.000,00 666,00 38.187,94 2.500,00 6.459,80 7.211,00 7.645,00 3.056,00 7.455,25 29.000,00 9.070,00
262.012,91
Disavanzo 2015 - 18.816,98 Mutuo UBI al 31/12/2014 (scadenza 27/10/2026) - 821.186,91 Mutuo UBI fotovoltaici al 31/12/2014 (scadenza 21/11/2026) - 50.803,15 Mutuo IST.CRED.SPORTIVO (scadenza 31/12/2015) al 31/12/2015 0,00 Mutuo IST.CRED.SPOR UBI (scadenza 31/12/2015) al 31/12/2015 0,00 Mutuo BCC (scadenza 31/1/2016) al 31/12/2015 - 1.149,92 Prestito Curia - 100.000,00 Prestiti famiglie - 148.000,00 Fondo T.F.R. (dipendenti scuola e parrocchia) - 102.000,00 Debito verso U.P. 4.000,00 cc Banca UBI 6136 al 31/12/2015 - 38.581,78 SCUOLA PARROCCHIALE “DON ORIONE” ENTRATE 420.050,00 USCITE 420.058,78
USCITE Rimborsi spese Attività formazione Ufficio varie e cancelleria Locaz.immob.per uso past Catechesi e pastorali varie Attività Estive (grest e campi) Attiv.Unità Pastor. (anim.orat) Altre spese generali Spese su c/c banc Attività Caritative TOTALE USCITE
al 31/12/2015
UNITA’ PASTORALE 5.480,00 1.500,00 3.036,15 10.010,69 2.775,62 21.397.16 19.743,38 1.670,15 449,08 9.787,00
75.849,23
disavanzo 68
- 7.028,67
- Un nuovo Consiglio per gli Affari Economici della Parrocchia. Un ringraziamento doveroso va a quanti per parecchi anni hanno prestato la loro opera nel Consiglio degli Affari Economici della Parrocchia. Il CPAE della Parrocchia di Sera è composto da nuove persone che hanno accettato di svolgere questo servizio per la comunità intera mettendo a disposizione le proprie competenze. Con l’aiuto del Direttore dell’Ufficio Amministrativo Diocesano ci si è messi subito al lavoro analizzando tutti gli aspetti della realtà economica della parrocchia per cercare di individuare una prospettiva che possa portare la parrocchia a una soluzione positiva della situazione economica. - Rifacimento pareti esterne campanile Botticino Sera. A Pasqua dello scorso anno si dava inizio all’iniziativa “una pietra per il campanile”. Al 12 marzo 2016 sono state acquisite 197 pietre per un totale di € 9.845,00. Ne mancano ancora 1220. In occasione della Pasqua il nuovo Consiglio degli Affari Economici intende rilanciare a tutta la comunità di Sera l’iniziativa di raccolta fondi comunicando al tempo stesso, vista la situazione di pericolo, la decisione di dare inizio dopo Pasqua ai lavori. Parte della spesa verrà coperta dall’eredità di una signora recentemente defunta.
- 8,78
ENTRATE Banche Rimborsi e rifusioni vari Da Enti Pubblici Iscrizioni Catechesi I.C.F.R. Attività estive Offerte per calendari 2015 Interessi attivi su conti corr Altre entrate straordinarie Sottoscrizione a premi per oratori Attività Caritative TOTALE ENTRATE
BOTTICINO SERA
1.000,00 337,00 9.691,60 7.426,34 31.645,00 5.180,00 61,40 1.535,00 6.124,00 5.820,22
68.820,56
BOTTICINO MATTINA
- L’iniziativa adozione delle canne dell’organo, alla fine di febbraio 2016 ha raggiunto il numero di 799 canne per un totale di € 36.754,00. Mancano ancora 347 canne. Si spera nella continuità facendo appello ancora ai parrocchiani di Botticino Mattina. - E’ stato realizzato l’intervento alla parte del tetto (in cemento) della cononica a confine con il teatro che versava in cattive condizioni causa forti infiltrazioni di acqua, dovute a sconnessione del manto di copertura, rottura di tegole e marciscenza dei canali di raccolta. Oltre a quanto previsto si è dovuto intervenire anche sul lato nord del tetto del teatro (ex chiesa) che anch’esso versava in pessime condizioni, oltre a una sistemazione generare di tutta la copertura e la messa in sicurezza di tutta la struttura. Per poter far fronte a questa spesa imprevista si è dovuto chiedere la sospensione per 12 mesi del pagamento delle rate del Mutuo in essere con Banca Valsabbina. Grazie all’aiuto di volontari (mano d’opera e contributo economico) si sta sistemando il sottotetto da adibire ad alloggio per due famiglie in stato di bisogno. - Per quanto riguarda l’intervento di sistemazione messa a norma della parte ricreativa dell’oratorio (campo calcio, campi da gioco, spazio bambini, recinzioni, spogliatoi...) sembra essere in una fase di stallo, ma in realtà si stà lavorando a più livelli. Il nuovo Consiglio degli Affari Economici della Parrocchia di Mattina stà predisponendo un’uniziativa che verrà a presto illustrata a tutta la comunità di Botticino, in particolare alle famiglie con bambini. In questi ultimi giorni inoltre si sono aperte alune nuove possibilità che potrebbero portare a una soluzione positiva riguardo all’intervento ritenuto, ormai da più parti, necessario.
SAN GALLO
Niente di nuovo per quanto riguarda la situazione economica di San Gallo. Grazie in particolare alla Festa Patronale, al Torneo di Street Soccer, alla Pesca dei Tridui e altre realtà si riesce a coprire le spese ordinarie di tutto l’anno e il pagamento delle rate del mutuo. L’utile va accantonato perchè servirà a dare inizio agli interventi di restauro e consolidamento della chiesa parrocchiale danneggiata dal terremoto del 2004. Per questo siamo ancora in attesa dei lavori di indagine eprogettazione da parte dei tecnici e delle autorizzazioni necessarie. Al momento opportuno verrà convocato il Nuovo Consiglio per gli Affari Economici e coinvolta tutta la comunità. 69
8° STREET SOCCER
SAN GALLO
3 vs 3 NELLA “GABBIA”
U n a breve descrizione per chi n o n avesse mai visto: il gioco è molto semplice, due squadre si contendono la vittoria all’interno di una “gabbia” appositamente costruita nel piazzale dell’oratorio, la partita si disputa in un tempo unico di 10 minuti che potrebbero sembrare pochi, ma non lo sono in quanto la palla è praticamente sempre in
11-23 LUGLIO 2016 Come da qualche anno succede, stiamo procedendo con l’organizzazione del TORNEO STREET SOCCER SAN GALLO, giunto alla sua ottava edizione. Torneo simpatico e divertente sia da vedere che da giocare. Tutto è cominciato nel 2009 quando un gruppetto di ragazzi dell’oratorio si è riunito per dare nuove idee e proporre qualche cosa, dato i tempi difficili che stiamo vivendo, che avesse riportato i ragazzi all’interno degli spazi oratoriali. Dopo varie proposte si è giunti all’approvazione di un torneo, ma che non fosse il solito calcio, e così è stato…STAVA NASCENDO LO STREET SOCCER A SAN GALLO! Partito nella prima edizione, soprattutto per i residenti della zona, era sviluppato in 3 serate di partite con la partecipazione di 16 squadre di adulti. Ora, nell’ottava, rassicurati dai successi precedenti, faremo 10 serate e contiamo di avere un totale di 64 squadre suddivise in categorie, in quanto ci saranno 4 distinti tornei: ADULTI, ADOLESCENTI, FEMMINILE E BAMBINI in modo da dare praticamente a tutti la possibilità di partecipare, date le continue e sempre crescenti richieste. In aggiunta vengono ospitati in varie
gioco. Tre contro tre senza portieri e con due arbitri che assicurano la correttezza del gioco in quanto, a differenza del classico calcio, qui non è permesso alcun contatto fisico, tutto si deve svolgere nel massimo rispetto dell’avversario e del pubblico rendendolo un gioco piacevole, educativo e adatto a tutte le fasce di età. Durante tutto lo svolgimento sarà attivo un fornitissimo stand gastronomico. Ringraziando tutti coloro che rendono possibile tutto questo, non mi resta che invitarvi a venire a trovarci dal 11 al 23 Luglio 2016… il divertimento è assicurato!!! Michele, per il gruppo oratorio S.Gallo
serate freestyler, gruppi o scuole di vario genere che si esibiscono intrattenendo e divertendo i giocatori e il pubblico presente. Per far si che tutto questo si concretizzasse, il piccolo gruppo iniziale di 6/7 elementi è arrivato a contare circa 50 volontari che, ognuno con il proprio ruolo, si dan no da fare e non poco, ma da quel che si sente poi, alla fine, tutti sono contenti per l’obbietti vo raggiunto e non vedono l’ora che arrivi l’edizione suc cessiva. A tal proposi to estendiamo l’invito a tutti coloro i quali volessero dare una mano all’organizzazione o alla realiz zazione del torneo a par tecipare alla riunione che si terrà nei pros simi giorni (per maggiori info Michele 3200430683).
RAGAZZI E RAGAZZE DELLA PRIMA COMUNIONE E CRESIMA CON GENITORI E CATECHISTI AD ASSISI 12-13 MARZO 2016 Assisi Eremo delle Carceri domenica 13 marzo
PARROCCHIE DI BOTTICINO
BENELUX - OLANDA - FIANDRE - GERMANIA con il Santuario di Banneaux 13 - 20 giugno 2016
70
INFORMAZIONI E ISCRIZIONI -BENETTI BATTISTA tel. 3485920202
-SEGRETERIA UNITA’ PASTORALE tel. 0302692094
71
20 MARZO - DOMENICA DELLE PALME ORE 10,00 BENEDIZIONE ULIVI PRESSO ORATORIO E S.MESSA SAN GALLO BOTTICINO MATTINA ORE 9,30 BENEDIZIONE ULIVI PRESSO PARCO PIAZZA DEL COMUNE,PROCESSIONE, S.MESSA IN CHIESA BOTTICINO SERA ORE 10,45 BENEDIZIONE ULIVI PRESSO IL DON ORIONE, PROCESSIONE E S.MESSA IN BASILICA
LUNEDI SANTO San Gallo 20,00 MARTEDI SANTO Botticino Mattina ore 16,00 e ore 20,00 MERCOLEDI SANTO Botticino Sera ore 16,00 e ore 20,00 24 MARZO - GIOVEDI’
SANTO
25 MARZO - VENERDI’
SANTO
celebrazione della CENA DEL SIGNORE BOTTICINO MATTINA ore 18,00 SAN GALLO ore 19,30 BOTTICINO SERA ore 21,00
(Ogni famiglia è invitata a consegnare la cassettina-salvadanaio per le missioni frutto dell’impegno quaresimale)
ore 9,30 ufficio letture CELEBRAZIONE PASSIONE E MORTE DEL SIGNORE
Adorazione, bacio del Crocifisso. Comunione. BOTTICINO MATTINA ore 15,00 SAN GALLO ore 17,30 BOTTICINO SERA ore 21,00
26 MARZO - SABATO
SANTO
ore 9,30 ufficio letture CELEBRAZIONE VEGLIA PASQUALE
SAN GALLO ore 18,00 BOTTICINO MATTINA ore 20,00 BOTTICINO SERA ore 22.00
La Croce rimarrà esposta in chiesa per la preghiera e la meditazione dopo la celebrazione e nel giorno seguente.
Confessioni individuali a Botticino Sera 9,30-11,00 e 15,00-17,30 a Botticino Mattina ore 15,00 -17,30 a San Gallo 17,00-18,00
S.MESSE come orario festivo Ore 16,00: Vespri e Benedizione a Sera e a S.Gallo Ore 17,00: Vespri e Benedizione a Botticino Mattina
LUNEDÌ DI PASQUA
- Bocino Sera: S.Messe ore 9,00 e 10,45 (parrocchiale) - Bocino Mana S.Messa ore 9,30 (parrocchiale)
72
- San Gallo: ore 11,00 S.Messa (parrocchiale) - alla Croce degli alpini, monte Paine ore 15,00