Un dog trainer in Ecuador a pag. 3
Comuni rinnovabili Bikini usa e getta Scienza e picozza
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Insetticida con le
Ferie a 4 zampe Nel mondo
ali
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del sottobosco
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Dagli Appennini alle Ande redazione.biosfera@edititalia.it
Siamo nel cuore dell’estate e non potevamo non condire questa numero di Biosfera con consigli pratici da seguire nei mesi più caldi, e più spensierati, dell’anno. Se proprio non ve la sentite di imbarcarvi in direzione Ecuador per partecipare a un corso da istruttore cinofilo sulle Ande, potete sempre rimanere in zona e scoprire il mondo del sottobosco che accompagna chi va in cerca di funghi, magari nei vicini Appennini.
Per chi alla montagna preferisce spiaggia e mare il must di stagione è invece il costume ecologico, per una tintarella e un tuffo in acqua coperti solo di materiale riciclato al 100%. Senza dimenticare gli animali. Vietato abbandonarli. E le soluzioni per una piacevole vacanza con gli amici a quattro zampe sono tutti a portata di mano. O di pagina, se continuerete a sfogliare.
Rimanendo in tema di animali c’è anche la soluzione per eliminare i fastidiosi insetti che appestano le calde serate di mezza estate. La soluzione è il bat box: la “cuccia” per l’amico pipistrello, che senza darvi disturbo vi farà pizza pulita in giardino o in terrazzo di animaletti poco graditi. Oltre al benessere individuale pensiamo però anche a quello del pianeta. E mentre Legambiente ci dice
quanto sono utili le energie pulite, vi lasciamo con la riflessione di Mario Tozzi, lo scienziato con la piccozza: “l’adozione delle pratiche previste dalla decrescita felice è condivisibile e anzi è l’unica via possibile in questo senso. Ciò comporta consumare di meno e dotarsi di una buona parte di energie rinnovabili per i consumi domestici. Il singolo deve fare la sua parte e può fare parecchio”.
Avventura da cani in Ecuador L’esperienza di un ferrarese in un centro per istruttori cinofili Uscire dagli schemi alla ricerca di qualcosa di più autentico, fidarsi del proprio istinto più che dei consigli della Farnesina, ricercare il rapporto uomo natura all’interno della stessa, rimanere incantato di fronte alle stelle accovacciate così vicino all’equatore che sembra potercisi addomentare dentro... Non c’è dubbio che per ritrovare se stessi un corso da Istruttore Cinofilo in Ecuador sia stata una scelta strana ma efficace. Ore di pulmann tra nuvole di piombo con scorci m o z za f i a to aperti come ferite sopra le Ande, due giorni aspettando nella città prestabilita un contatto senza ancora un volto, il suo arrivo, la jeep lanciata sulla Panamericana che porta da Cuenca a Sayausi, l’approdo al centro di addestramento “Xtreme Dogs” dove ho passato quasi due mesi: tutto è sembrato avventura
e ricerca del non convenzionale. La mia formazione all’Hacienda “El Mazan” (una bella casa all’europea tra pascoli verdi e boschi di eucalipto) è iniziato a pieni ritmi da subito. Quello che mi interessava era capire i cani all’interno del loro habitat di sempre, poterci camminare assieme tra le montagne per instaurare un rapporto con loro prima di addestrarli, capire che cos’è l’addestramento da chi ne ha fatto la propria vita, ma fuori da classi ed ore prestabilite; volevo un faccia a faccia forzato con quella realtà. A volte io e l’istruttore Dany De Araujo ci svegliav a m o c o n una lezione sopra l’etologia e gli istinti da sviluppare in un cane per convincere il suo cervello all’obbedienza senza sentirla come coercizione; altre volte si scendeva direttamente sull’erba umida del campo per i primi esercizi di “obediencia” e “mordida”, ed è stato strano vedere che in fondo siamo noi a dover in primo luogo sviluppare i nostri istinti
Marcello Gamberoni ha trascorso due mesi
sulle Ande
per diventare interessanti all’occhio dell’animale. Pian piano tutto ha preso forma in qualcosa di più concreto. Mi sono ritrovato a ridisegnare sia le dinamiche uomo-animale che uomouomo in maniera differente, così che lo scambio comunicativo reciproco sul campo ha avuto un valore inesprimile in entrambe le direzioni. Il bello di trovarsi in un Paese dove i rapporti umani e le burocrazie sono più morbide, infatti, è quello di poter entrare in contatto anche con le persone in maniera più vera. Sono stato così introdotto da Dany (che sosteneva dovessi avere un’idea globale sul mondo del dog training ed i suoi metodi) in ambienti dove militari e poliziotti hanno condiviso con me i loro segreti su come addestrare un cane al recupero di armi, droga ed esplosivi in un clima che pareva più amicizia che scambio di informazioni riservate, quasi come se l’imprinting che lasci potesse valere l’accesso a qualunque informazione. Lunghi sarebbero poi i racconti su quante case mi hanno accolto, quanti sconosciuti chiesto di rimanere e sui discorsi lungo le strade deserte la notte, con le emozioni scoperte come un libro sen-
za copertina. Non c’è stato un attimo di tutto questo che non sia stato per me una ripresa di fiducia anche verso i rapporti umani. Eppure se un finale a tutto questo doveva esserci, non poteva che trattarsi di una prova con me stesso. Due giorni prima della mia partenza, un giudice di Guayaquil (dove infine mi perderò dentro un’ultima avventura) è sceso all’Hacienda insieme a dieci proprietari per la selezione dei loro cani. Con “selezione” si intende la valutazione delle caratteristiche strutturali e psico-fisiche di un soggetto, ed è di importanza basilare per il suo pedegree in quanto garanzia della genetica che tramanderà alle cucciolate. Detta in parole povere, niente selezione, niente accoppiamento. Io partecipo con Wuily De Alkupak Wuasi, pastore tedesco nero di 15 mesi. Spuntiamo al secondo tentativo un punteggio di 72/80, votazione superiore ad addestratori con 20 anni di conoscenza, lo stesso di uno dei cani di Dany. Fortuna del principiante o talento lo scoprirò nel corso degli anni, eppure so che questa esperienza, aldilà di un titolo valido solo in Ecuador, mi resterà dentro per sempre.
“Il dog training
ridisegna le dinamiche uomo-animale”
Rivoluzione energetica in corso L’86% dei Comuni italiani utilizza almeno una fonte rinnovabile per produrre elettricità In Europa è sicuramente la Germania il Paese con il maggior spirito innovatore in materia di energie pulite. I tedeschi stanno raccogliendo i frutti degli sforzi compiuti nel corso dell’ultimo decennio per quanto riguarda la percentuale di elettricità generata attraverso le fonti alternative. Alcuni studi hanno rilevato che la quota del 12,5% stabilita per il 2010 è già stata ampiamente superata, i nuovi obiettivi sono quelli di raggiungere quota 20% nel 2020, puntando soprattutto su eolico e solare, e di arrivare addirittura al 45% entro il 2030. E in Italia come viene affrontato il tema delle rinnovabili? Qualcosa sicuramente si sta facendo, anche se non è possibile vantare un ruolino di marcia avvicinabile a quello teutonico. Secondo il rapporto di Legambiente sono 6.993 i comuni italiani che hanno installato sul loro territorio almeno un impianto per l’energia pulita, ben 1.413 in più rispetto all’anno scorso. E la crescita ha riguardato tutte le fonti cosiddette pulite o a basso impatto: solare fotovoltaico, solare termico, mini idro-elettrico, geotermia, impianti a biomassa. La diffusione di questi sistemi è pre-
sente nell’86% dei comuni. Seppure con qualche fatica si sta creando un nuovo modello di distribuzione che cambia profondamente il modo di guardare all’energia e al rapporto con il territorio. Fortunatamente ci sono anche nel nostro Paese delle vere e proprio punte di eccellenza. Dobbiaco, in Alto Adige, per esempio produce attraverso energie pulite addirittura il 296% del fabbisogno elettrico delle famiglie che risiedono sul suo territorio. È il risultato di una combinazione virtuosa: 255 kW provengono da impianti fotovoltaici e altri 1.279 kW dal mini-idroelettrico. Sono stati inoltre installati pannelli solari termici e attraverso la rete di teleriscaldamento allacciata a due impianti – uno da biomassa da 25 MW e uno da biogas da 132 kW – si arriva a coprire ben oltre le esigenze di calore dei residenti. L’impianto di teleriscaldamento, inaugurato nel 1995, è in grado di soddisfare anche il fabbisogno termico del limitrofo comune di San Candido. La biomassa utilizzata è il “cippato” di origine locale, costituito dai residui delle potature boschive, cortecce, scarti di legno di segherie e industrie. Sempre nel bolzanino troviamo Prato allo Stelvio, altro ente locale virtuoso in tema di ambiente. In questo caso il mix energetico è composto da ben 6 tecnologie rinnovabili diverse. Sono installate due centrali di teleriscaldamento da biomassa per una potenza totale di 1,4 MW, 4
In Alto Adige e Trentino le amministrazioni
più virtuose
impianti idroelettrici, diversi impianti fotovoltaici, un impianto eolico da 1,2 MW. Grazie all’insieme di fonti rinnovabili il Comune è in grado di risparmiare più di 5 mila tep di combustibili fossili e 14 mila tonnellate di anidride carbonica. Ma i vantaggi sono anche per le tasche dei residenti che godono di un risparmio del 30% sui consumi di energia termica. Non bisogna spostarsi tanto per arrivare a Carano (Tn). L’amministrazione comunale ha deciso di sfruttare al meglio una vecchia cava di porfido ormai inattiva, situata in un’area di montagna di 15 mila metri quadrati, esposta al sole e priva di alta vegetazione. I 3.000 pannelli fotovoltaici installati nel giro di un anno producono ora una potenza di 500 kw di energia elettrica, che soddisfa i tre quarti degli abitanti. Per trovare invece il primo comune capoluogo che possa vantare significativi risultati in questo campo bisogna spostarsi all’estremo sud d’Italia, a Lecce. L’amministrazione salentina ha deciso di sfruttare i vari fattori energetici presenti sul proprio territorio. Sono stati predisposti impianti solari termici (su 4.500 mq) e fotovoltaici (6 MW), ma anche 36 MW di sistema eolico che capitalizzano al meglio le
forti raffiche di vento presenti in punti strategici. Il risultato prodotto da questo mix è in grado di soddisfare il 100% del fabbisogno elettrico delle famiglie. Per gli impianti fotovoltaici il comune è ricorso a incentivi regionali e al Conto Energia previsto dallo Stato. Ma i risultati sono arrivati molto in fretta anche grazie alla snellezza delle procedure autorizzative e burocratiche. I siti su cui si collocano i pannelli fotovoltaici sono i più diversi: capannoni industriali, centri commerciali, distributori di carburante, edifici scolastici ed ecclesiastici. Ma sono presenti ovviamente anche piccoli impianti installati su abitazioni private. Al di là di queste realtà principali Legambiente ha deciso di premiare altri comuni, che possono diventare esempi per altre realtà locali. È il caso di Monrupino, in provincia di Trieste. Il piccolo centro è in testa alla classifica per quanto riguarda il solare fotovoltaico con una media di 1.151 kw prodotti ogni mille abitanti. Da non dimenticare poi Don in Trentino, per quanto riguarda il solare termico. In questo caso gli impianti solari sono in grado di soddisfare larga parte dei fabbisogni di acqua calda sanitaria e di riscaldamento delle famiglie della zona.
Dobbiaco soddisfa tre volte il
fabbisogno dei residenti
Bagnanti col bikini… solubile Si diffonde l’utilizzo di costumi da spiaggia ecologici, biodegradabili e usa e getta Il bikini, riportano gli annali, era già conosciuto ai tempi dell’Antica Roma. Senza bisogno di indietreggiare così tanto nel tempo, basta ricordare che in Europa i primi costumi da bagno fecero la loro comparsa verso la metà del XIX secolo: da quella sorta di vestiti che coprivano dalle spalle alle ginocchia si passò alla metà degli anni Cinquanta, quando la quantità di stoffa impiegata iniziava lentamente a diminuire. Gli anni Sessanta attestarono la diffusione dei primi topless, gli Ottanta il tanga di brasiliana concezione. Come si evince, la moda mare è sempre stata in moto perpetuo e ha sempre seguito l’evoluzione della società: pertanto, negli ultimi tempi non poteva non prendere una piega ecologica. Ovvero, anche in qui pochi centimetri quadrati di materiale è stata cucita l’attenzione per l’ambiente. Alle ragazze sempre attente all’evoluzione della moda e che non fanno a meno del web per seguirne le novità in tempo reale, non sarà sfuggito il tam tam in Rete del successo della Rip Curl, compagnia australiana da decenni impegnata nel riciclo dei materiali plastici. Sì, come si può dedurre, la linea lanciata per l’estate 2010 è una linea realizzata al 100% con materiali plastici riciclati, opportunamente trattati per ottenere fibre idonee alla lavorazione e al confezionamento finale. Allo stesso modo, vengono prodotti completi tecnici per gli amanti della montagna. L’azienda riesce così, attraverso
una brillante azione di marketing, a colpire il target idoneo all’acquisto dei prodotti e contemporaneamente a incentivare la salvaguardia del pianeta, partendo proprio dai più giovani e da azioni semplici come la scelta di un bikini. Il tutto ad un prezzo nemmeno esorbitante: i motori di ricerca on line dedicati ai consumatori che permettono di paragonare e confrontare i prodotti parlano di cifre attorno ai 70 euro. Fortunatamente l’esempio della Rip Curl non è isolato: la piega green che stanno prendendo molti settori della vita quotidiana porta il fiorire di numerose idee similari. Un caso in cui il materiale di partenza è rappresentato da bambù, soia e cotone biologico sono i prodotti firmati dalla Nikster, che una volta ricavate le fibre idonee alla tessitura aggiungono solamente quel pizzico di lycra necessaria alla perfetta aderenza al corpo. Ma non si pensi che i prodotti naturali siano spartani o anonimi: naturale non significa “out”, perché i costumi sono impreziositi ed abbelliti come le linee tradizionali da pizzi, merletti, perline e paillettes, secondo i dettami della moda del momento. E che dire della linea disegnata da Aaron Chang Collection: tutti i costumi da bagno concepiti sono costituti da bottiglie di plastica riciclate e 100% cotone biologico. E i costumi maschili – con il boxer che negli ultimi anni l’ha fatta da padrone – non seguono queste logiche di ecocompatibilità intinta nelle regole di marketing intelligente? La risposta è scontata. Un caso tra tanti: quella dei costumi ricavati da t-shirt riciclate, o usate
la moda mare imbocca la strada
‘verde’
poco ma passate di moda. L’idea è firmata da LowTee e ovviamente la tecnica permette di ottenere pezzi unici. Ricreabili, senza scomodare gli stilisti più famosi, anche con un minimo di arte del cucito e qualche vecchia maglietta nell’armadio che non sia diventata straccio per spolverare o materiale pronto per i cassonetti della raccolta umanitaria. Ma non finisce qui. Come nel caso di scarpe e borse chi, l’anno successivo all’acquisto, non si è pentito della spesa e sognato un nuovo modello? Disdetta che aumenta proporzionalmente all’importo dello scontrino emesso. Ebbene, sempre curiosando tra le stranezze in riva al mare o a bordo piscina, ad un costo accessibilissimo (attorno ai dieci euro) è possibile cambiare ad ogni week-end il bikini. Come? Con il modello usa e getta. Ovviamente l’allestimento è in carta monouso con un “rinforzo” interno bianco per essere maggiormente resistente all’acqua (e alle trasparenze), ma può essere una simpatica alternativa in caso di impellente voglia di shopping marittimo o nel caso si sia dimenticato di mettere il nostro in valigia. Sempre “easy” come concezione da segnalare anche il bikini tascabile, composto interamente da polimeri biodegradabili. Infine, se si vuole completare l’opera relativa all’abbigliamento da battigia, ecco sandali e infradito… naturali. Sono infatti in crescita le produzioni – con conseguente diminuzione dei prezzi per i consumatori – di calzature con l’intelaiatura ottenuta da pneumatici e copertoni riciclati, dal coccolate (morbida fusione tra cocco e lattice naturale) e inserti che vanno dalla canapa alla gomma riciclata, magari poggiati su zeppe in sughero naturale al 100%. Il tutto assemblato con colle all’acqua ipoallergeniche e atossiche.
Due pezzi per
salvaguardare
la natura
Con la carica negli slip
Sempre in linea con l’impronta green in riva al mare, ecco un’invenzione quantomeno geniale: il costume... autoalimentante. Se la prossima volta che siete comodamente spalmati sul lettino ma l’iPod si sta scaricando e gracchia, beh, un pensierino ad Andrew Schneider lo dovete per forza fare. Questo giovane designer americano ha infatti sposato moda e tecnologia, abbronzatura e tempo libero: ha infatti concepito un bikini (boxer nel caso degli uomini) che permette all’energia solare non solo di scurire la nostra pelle, ma anche di accumularsi per essere sfruttata come batteria naturale, senza vivere con l’incubo del caricabatterie. L’idea è al contempo semplice e geniale, perfettamente in linea con il filone imperante delle energie alternative: il costume è ricoperto una pellicola fotovoltaica che trasforma l’energia proveniente dal sole in energia elettrica grazie alla presenza di piccoli trasformatori. La presa è inserita nella parte inferiore del costume nel caso delle donne, negli slip all’interno dei boxer nel caso degli uomini (in quest’ultimo caso la portata della carica è maggiore). Sempre a proposito di esempi famosi, il Solar Swimsuit della Triumph International - industria giapponese che produce reggiseni - è un costume intero sul quale è possibile collegare un cavo usb per ricaricare piccoli dispositivi elettronici come cellulare o lettori mp3. La stessa casa sta ottimizzando il Solar power Bra, prodotto in cotone di alta qualità e con un pannello solare cucito sull’addome, che offre la possibilità addirittura di collegamento a un cavo usb. Futuristico, ma con due difficoltà evidenti: come lavarlo senza danneggiare il pannello? Essendo un reggiseno – e non un costume – come esporlo il più possibile al sole senza dare scandalo?
Mario Tozzi, lo scienziato L’intervista di Biosfera al geologo più famoso d’Italia È il geologo più famoso di Italia. In suo onore è stato battezzato persino un corpo celeste, l’asteroide 11328. Compare in tv con il suo inseparabile “strumento di lavoro: non si possono avere dubbi... lui è il conduttore tv con la piccozza. Stiamo parlando di Mario Tozzi, primo ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche e responsabile per la divulgazione della Federazione italiana scienze della terra. Ha firmato oltre 60 pubblicazioni scientifiche, ma ha anche condotto 150 documentari dalle città italiane per Rai International ed è autore e consulente scientifico di numerosi programmi tv, come Geo&Geo, Gaia - Il pianeta che vive, Che tempo che fa. Biosfera lo ha intervistato, per conoscere colui che è giornalista, ma anche ricercatore,
ambientalista, ma anche divulgatore. Io sono sempre un geologo. Questo è il mio essere, da cui deriva tutto il resto. Sono uno che si occupa del pianeta e che lo studia. Il pianeta è il centro delle mie riflessioni. Da ciò deriva l’attività di divulgazione, di ricerca, di conduzione televisiva. Ricerca e divulgazione sono facce della stessa medaglia. La ricerca in Italia è colpita da quel fenomeno della “fuga dei cervelli”: cosa consiglierebbe a un giovane ricercatore? Il mio consiglio è di emigrare, per conoscere altre realtà, per poi tornare in Italia e battersi per restare qui. Il problema non sta nel fatto che i cervelli italiani emigrino, ma che non ritornino. Dalla ricerca all tv. Lo scorso 30 giugno ha vinto il premio Flaiano per la televisione insieme al Trio Medusa, per il programma La gaia scienza su La7, che conduce da circa un anno. Quali sono gli ingredien-
ti per una “buona” tv? Per quanto mi riguarda sono informazione e intrattenimento, mescolate in maniera attraente con un piccolo carattere di novità. Ma esistono tabù “verdi” di cui si fatica a parlare all’opinione pubblica? Purtroppo quando si parla di problematiche importanti, ma difficili da affrontare, ne esistono tuttora tanti. Per esempio, primo tra tutti, la decrescita felice. È un concetto ambientale che incide sull’economia del Paese: considerato che gli economisti leggono la crescita in termini di Pil, l’espressione “decrescita felice” si tende a censurare. In che cosa consiste? Significa che il singolo deve fare la sua parte e può fare parecchio: l’adozione delle pratiche previste dalla decrescita felice è condivisibile e anzi è l’unica via possibile in questo senso. Ciò comporta consumare di meno e dotarsi di una buona parte di energie rin-
novabili per i consumi domestici. Questo ci consentirebbe di non dover costruire nuove centrali. Il suo essere vegetariano rientra in questo approccio? Sì, sono vegetariano, ma non come fosse una fede religiosa. Se mi invitano a cena degli amici e mi preparano la carne, la mangio – poca -, per non mettere in imbarazzo nessuno. Perchè penso che l’eccessivo consumo di carne e pesce determini dei danni ambientali considerevoli. Una tematica sotto i riflettori è invece quella del risparmio energetico. Il concetto di efficienza energetica implica l’uso delle fonti rinnovabili. Si sta affermando sempre più questo atteggiamento, che è quello pù produttivo per il prossimo futuro, se non vogliamo subire crisi senza precedenti. Probabilmente all’inzio c’è bisogno di incentivi, per far diventare tali fonti progressivamente più vantaggiose: ritengo che sfruttare queste strategie di incentivazione
che ama il pianeta sul breve e medio termine, possa contribuire a mettere in campo un circolo virtuoso. Il nucleare non è allora un modello da seguire? Nella maniera più assoluta, no. Perchè è una strategia di corto respiro. È un combustibile fossile e le sue riserve sono limitate: quindi tanti più reattori si inaugureranno, tanto meno durerà. Già adesso si calcola una prospettiva di 60 anni: se si mettessero in azione tutti i reattori del mondo, le scorte durerebbero trent’anni, meno della vita di una nuova centrale. Poi c’è il problema che non sappiamo come smaltire le scorie in maniera definitiva: nessuno al mondo lo sa. Inoltre è impossibile calcolare il vero costo di un reattore nucleare, quello che viene accollato alla collettività e che risulta legato allo smaltimento delle scorie, alle conseguenti malattie, agli eventuali incidenti. È piena estate: la costa emiliano-romagnola è uno dei simboli delle vacanze di tanti turisti.
Una potenzialità economica e al tempo stesso una criticità ambientale della nostra regione. Lo stato del mare, ma anche l’erosione delle coste, è un problema generale e presente, soprattutto laddove vengono scaricati i liquami, seppur depurati. La vera emergenza ambientale della regione consiste nell’assenza di una vera rete di tutela ecologica, di protezione della natura al suo stato originario: ci sono troppe cave che prelevano ciottoli e sabbie dai fiumi e dai torrenti. E ci sono troppe costruzioni: è tuttora molto forte l’aggressione del cemento. Minore è il problema della subsidenza, in Emilia-Romagna, che è invece quasi arrestata, perchè il prelievo di idrocarburi nel ferrarese è limitato. Le frane sono un’evenienza molto forte, mentre i terremoti non sono così importanti, sono solo di piccola entità nel parmense e nel reggiano. Premesso ciò, i parchi regionali sono ancor più importanti, per la loro fondamentale funzione di tutela ambientale.
APPUNTAMENTI “Il sentiero dell’atmosfera” nel Parco del Frignano
3, 10, 17, 24 e 31 agosto 2010
Sestola (Mo), Ufficio informazioni turistiche, ore 8,30 Per conoscere l’atmosfera, il suo stato di salute e l’attività di ricerca scientifica svolta a 2165 m di quota sulla vetta del Monte Cimone, il Parco del Frignano organizza ogni martedì di agosto l’escursione gratuita “Il sentiero dell’atmosfera”. Si tratta di un itinerario didattico-ambientale che percorre le pendici nordovest del Monte Cimone e introduce ai “segreti” dell’atmosfera e del clima che cambia, grazie ai 10 punti informativi disseminati lungo il sentiero. Giunti sulla vetta, gli escursionisti potranno visitare la Stazione di ricerca Scientifica “Ottavio Vittori” del Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Osservatorio del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare”. Il ritrovo è fissato alle ore 8,30 presso l’Ufficio Informazioni Turistiche di Sestola (Mo). Prenotazione obbligatoria: Ufficio IAT Sestola tel. 0536.62324.
III ecomaratona della Valdarda 15 agosto 2010
Casali di Morflasso, Piacenza info: ecovaldarda.it
XI Premio Ecologia Laura Conti 31 agosto 2010
Venezia, Ecoistituto del Veneto, viale Venezia, 7 L’annuale concorso che l’Ecoistituto del Veneto Alex Langer promuove per valorizzare tesi di laurea in campo ambientale.
Una Bat-Box per l’insetticida volante Una casetta in giardino per ospitare pipistrelli anti-zanzara Non arrivano più le rondini e si allevano pipistrelli. Il mondo va a rovescio, per quanto concerne il primo caso, ma per il secondo pare proprio sia iniziato un percorso di riabilitazione per un animale per secoli vittima indifesa di superstizioni e false credenze. Il “topo volante” è infatti ora una delle armi migliori, che coniuga efficacia, economia, ecologia ed ecosistema, nella lotta a zanzare e insetti. A qualunque latitudine, chi non si è mai istintivamente coperto la testa con le mani alla vista di un pipistrello? Leggenda vuole che i capelli siano una delle mete preferite dei chirotteri (nome scientifico del pipistrello), ma decenni di documentari hanno smentito tale predisposizione. Ed è stato sfatato anche il mito che siano ciechi: anche in questo caso numerosi approfondimenti scientifici hanno smontato la tesi. Per non parlare dell’accostamento del mammifero all’origine della saga di Batman e dei vampiri. Fortunatamente in alcuni paesi quali Cuba, Cina ed alcune isole del Pacifico i pipistrelli sono considerati dei portafortuna. Si diceva della lotta alle zanzare, argomento da sempre nei piani di prevenzione delle amministrazioni delle zone un tempo paludose, Ferrara e la sua provincia in primis. A tal proposito, l’estate 2010 sta portando in voga le “Bat Box”, in vendita da alcuni anni ma ora all’apice del successo: casette in legno costruite appositamente per i pipistrelli, alloggiate in giardini o sui balconi, in maniera da tenere il più possibile “pulita” l’area circostante dai fastidiosi insetti estivi.
I detrattori penseranno: già, ma cosa vuoi che faccia da solo un animaletto lungo qualche centimetro? Bene, i pipistrelli dal tramonto all’alba ingurgitano qualcosa come diecimila insetti, di cui duemila circa sono zanzare. Non a caso, vista la voracità del pipistrello, il progetto è stato impiantato anche in Sudafrica per arginare, o almeno tentare di farlo, una malattia mortale come la malaria, portata dalla femmina di Anophele. Ma com’è fatta questa casetta? E’ una semplicissima struttura in legno di circa 35 cm per 60, spessa appena 5, messa insieme senza di colle o coloranti nocivi, e inodore, per evitare che l’animale non ci entri. E’ molto simile a quella che in tempi lontani veniva allestita in giardino per gli uccellini: l’unica differenza è che la bat box presenta il buco d’entrata in basso, per favorirne l’ingresso come natura detta. Sempre per assecondare le esigenze del chirottero - che numerosi gridi di allarme danno in via di estinzione - la casetta deve essere posta sollevata dal terreno, ad un’altezza che varia dai 3 ai 6 metri, che le rende sicure dai predatori, o in pieno sole o all’ombra totale (nel primo caso si accontenteranno le femmine del pipistrello, nel secondo i maschi). Le scatole possono anche essere appese agli alberi, o fissate alla parete dell’abitazione. Al bando però posti illuminati, o superfici metalliche. C’è anche un periodo idoneo per l’installazione, perché nulla di questo
I chirotteri sono voraci predatori
di insetti
sistema che cerca di arginare l’utilizzo di sostanze chimiche è lasciato al caso: il momento migliore per il posizionamento è in primavera, tra marzo e aprile, quando il pipistrello esce dal letargo e cerca una sistemazione per i mesi successivi. I pipistrelli - delle 34 specie presenti in Italia - che riempiranno le bat box saranno i Pipistrellus kuhlii, in italiano pipistrello albolimbato. Ampiamente diffuso, è di piccole dimensioni e predilige proprio gli ambienti urbanizzati. Già poco prima del tramonto caccia insieme alle rondini, ad una distanza dal suolo che non supera le poche decine di metri. Col sopraggiungere della notte si sposta presso i lampioni e le altre sorgenti di luce che attraggono gli insetti. Ma da dove è nata questa nuova moda, che alcuni comuni del Nord Italia hanno addirittura adottato ufficialmente? Il progetto, chiamato “Un pipistrello per amico”, è datato 2007 ed è stato reso realtà dalla partnership tra il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze e Unicoop Firenze ed ha trovato tra Toscana, Emilia Romagna e Lazio i terreni più fertili per il radicamento. Presso i punti vendita Coop che la espongono la bat box è in vendita a 27 euro, ma sono molti i casi di auto-costruzione, con diversi Comuni che hanno pubblicato delle vere e proprie guide dell’allestimento fai-da-te. Non solo. Il progetto quest’anno ha trovato uno sponsor di calibro mondiale, Walt Disney, che ha disegnato per Coop Kiro (da chirottero) ed ha prodotto una serie di gadget ludici ed informativi che accompagnano le bat box nei punti vendita: fumetti, adesivi, album da colorare e il libretto con le informazioni sui pipistrelli e sul corretto utilizzo della scatola.
Un sistema per arginare l’uso di sostanze
chimiche
Bye bye Autan
Chi abita in zone soggette alla proliferazione delle zanzare avrà sperimentato ed affinato numerose tecniche per contrastare la loro presenza, parallelamente ai trattamenti periodici garantiti dal comune di residenza (trattamenti larvicidi per fogne e caditoie, ovitrappole etc.). Ma sembrano in declino i tempi dell’Autan, ben conosciuto nel ferrarese e che ha attraversato incontrastato intere generazioni, e dei prodotti chimici in genere: negli ultimi anni, oltre all’inossidabile zampirone che però si è “vestito” di nuovi profumi, al passo con in tempi – sono cresciuti a dismisura i prodotti naturali per contrastare il fastidioso fenomeno: dai prodotti naturali a base di estratti di citronella e geranio, olio di Neem, menta; nuova moda che pesca dai rimedi della nonna gli sfregamenti con rami di rosmarino e fiori di lavanda. Troviamo anche alcuni prodotti omeopatici utili alla causa: il Ledum Palustre, ad esempio, altera il sudore della pelle rendendolo sgradevole alle zanzare. Ma possono venire in aiuto anche... i pesci rossi. Numerose associazioni ambientaliste suggeriscono di dare vita ad eventuali piccoli laghetti o vasche nel giardino popolandoli di pesci, che mangiando le larve delle zanzare argineranno nel loro piccolo una piccola parte del problema. Infine, una regola che poco c’azzecca con la scienza (ma non si sa mai). Sembra infatti che le zanzare siano attratte in maniera diversa dai colori: maggiormente predisposte ad attaccare persone vestite di nero, rosso e blu, a decrescere seguono verde, giallo, bianco.
In vacanza con Fido Dimezzati gli abbandoni di animali nel periodo estivo L’estate, si sa, oltre a coincidere con la bella stagione, la tintarella e i tuffi al mare, è anche il periodo in cui si registra il picco nella triste classifica degli abbandoni degli animali, cani in primis. Nel corso dell’estate 2009 sono stati 5900 i fedeli amici dell’uomo, traditi vigliaccamente dai propri padroni e lasciati al loro destino su una strada. Il dato, per quanto ancora molto elevato, rappresenta però un significativo passo avanti rispetto agli anni precedenti, quando le statistiche dei canili italiani segnavano più o meno il doppio dei casi di randagismo. Le cause di questo netto calo? Diverse. La prima riguarda un drastico, ma opportuno, inasprimento delle sanzioni penali riguardanti il maltrattamento e l’abbandono degli animali di compagnia. Numerose sono state poi le campagne tese a scoraggiare gesti che poco hanno a che fare con la civiltà. Contemporaneamente a questo è andata via via aumentando la sensi-
bilità degli esseri umani nei confronti delle bestiole. La società fortunatamente sta cambiando: istituzioni ed esercizi privati cominciano a studiare modi per andare incontro alle esigenze di quei 22 milioni di italiani che posseggono un cane o un gatto e che non per questo debbono rinunciare a molte abitudini quotidiane o alle proprie ferie. Ecco allora che anche il Governo sta muovendo alcuni passi in tal senso. Michela Vittoria Brambilla, ministro del turismo, insieme alle associazioni di categoria del settore, hanno realizzato un sito studiato per agevolare al massimo i possessori di animali, permettendo loro di organizzare le vacanze senza lasciare a casa i propri fedeli compagni, ma anche per migliorare il sistema turistico italiano visto che all’estero, in questo specifico campo dell’accoglienza, sono molto più organizzati di noi. Il nome del sito è di quelli che si ricordano facilmente: “Turisti a 4 zampe” (www. t u r i s t i a 4 za m p e. it) ma non si pensi sia rivolto solo ai possessori di cani e gatti. Tra gli animali da compagna elencati tra quelli che si vorrebbero portare in vacanza sono contempla-
Sono 22 milioni gli italiani che possiedono un o un
cane gatto
ti anche tartarughe, uccelli, conigli, furetti e addirittura cavalli. Ovviamene in quest’ultimo caso occorrere restringere le proprie pretese di villeggiatura agli agriturismi dotati di maneggio. All’interno del portale si trovano moltissime informazioni a cominciare dalle tipologie ricettive. Un semplice motore di ricerca permette di selezionare la propria struttura ideale, optando tra alberghi, campeggi, agriturismi, bed&breakfast, e scegliendo poi la regione, la provincia o il comune di destinazione. Le località maggiormente organizzate sono quelle romagnole, con Rimini e provincia che contano il maggior numero di strutture idonee a ricevere gli ospiti a quattro zampe. All’atto della prenotazione non mancano però i distinguo. Alcuni alberghi accettano solamente cani di piccola taglia, altri non consentono l’accesso degli animali alla zona ristoro, altri ancora richiedono garanzie ai visitatori affinché i propri fido non siano soliti abbaiare più del lecito, con minaccia di essere cacciati dalla struttura per disturbo dei vicini di camera. C’è poi l’aspetto legato all’accesso alla spiaggia. Alcuni alberghi che ricevono gli animali sono convenzionati con stabilimenti balneari in cui i cani possono essere condotti all’interno del bagno o in specifiche zone a loro riservate. In molti di questi casi è però previsto l’obbligo di tenere gli animali al guinzaglio. Dove ciò non è consentito nasce la necessità da parte dei padroni di informarsi se nelle vicinanze della
propria struttura ricettiva esistano tratti di spiaggia libera con accesso consentito agli animali. Diverso il discorso per chi opta per le vacanze in nave. Quasi tutte le linee che effettuano servizi di traghettamento verso le principali isole vicine allo Stivale (Sardegna, Corsica, Elba, Eolie) non pongono problemi per l’accesso di animali a bordo. Il problema nasce invece per le crociere. Tra le diverse compagnie che organizzano viaggi nel Mediterraneo e dintorni pare non ci sia ancora chi ha pensato di agevolare i proprietari di animali. Tornando al sito “Turisti a 4 zampe”, va detto che non si rivolge esclusivamente ai villeggianti. Molto spesso i possessori di cani, anche nella propria città, sono limitati nell’accesso a bar e ristoranti, dovendo scegliere se lasciare il cucciolo a casa, in macchina o, come avviene altre volte, legato fuori dalla porta dell’esercizio. Il motore di ricerca consente di individuare i luoghi dove mangiare un boccone tenendo il proprio fedele amico a distanza di guinzaglio. Ma non è tutto. Il portale si pone come un ausilio costantemente aggiornato per tutto ciò che concerne la vita in compagnia di un animaletto. Ci sono quindi un gran numero di consigli e di indicazioni utili, non ultimo un sistema di ricerca dei veterinari, in modo tale che per ogni sfortunata evenienza che può colpire il proprio animale in città o durante la villeggiatura, è possibile individuare la struttura di cura o assistenza più vicina.
Estate, tempo di funghi Il chi, cosa, come, quando, dell’esperto raccoglitore Un ricco risotto con una bella spolverata di parmigiano. Cotti alla piastra. O crudi, in una sana semplice ma gustosa insalata estiva. I protagonisti sono loro: i funghi. Il regno dei Funghi (in latino Fungi) o miceti, comprende più di 100mila specie. Dietro ad un buon piatto al ristorante, alla bustina di funghi secchi che troviamo al supermercato, c’è un ricco background fatto di esperienza, conoscenza e fatica. E, non per ultimi, di rispetto e conoscenza dell’ambiente. Partiamo dalla fatica: i funghi oggetto di molte false credenze e leggende che lo accompagnano fin dall’antichità, da Roma all’antica Grecia, passando per la mitologia nordica – crescono sui tronchi degli alberi o nel terreno, e si raccolgono in ambienti collinari e montani, spesso tra la fitta boscaglia e su terreni in pendenza, ma numerose specie fanno capolino anche in pianura. Passiamo alla conoscenza: non ci si improvvisa buoni ‘fungaioli’ dalla mattina alla sera, come se fosse una moda. Oltre alla solita raccomandazione di muoversi, per le prime uscite, con qualcuno che ha già un buon bagaglio sulle spalle, solitamente sono l’esperienza e la conoscenza a permettere di riconoscere quelli buoni da quelli no, quelli pericolosi da quelli commestibili. Ed ecco entrare in gioco il raziocinio e le conoscenze accumulate da quando è iniziata l’avventura a caccia di fughi, e che forse – una volta saputo – renderà meno scontata la bustina di funghi secchi che mettiamo distrattamente nel
carrello mentre facciamo la spesa. Una volta adocchiata una specie, parte infatti un’attenta analisi morfologica: determinare la specie (e la sua eventuale non tossicità) è vitale, è il caso di dirlo. Anzi, ai fungaioli alle prime armi viene consigliato di munirsi di due contenitori: uno in cui mettere le specie di cui si ritiene certa l’origine, l’altro con i casi incerti (valutati poi da chi?). A tal proposito, comunque, va ricordato che il servizio Ausl di ogni regione, in genere il Centro Micologico o il Servizio Igiene Pubblica, offre nell’indecisione un pool di esperti in grado di valutare la commestibilità della specie raccolta. E il rispetto dell’ambiente? Si penserà: sono in un bosco, più naturale di così… Invece no. E’ l’uomo l’artefice del rispetto delle aree verdi, e non viceversa. Già la ‘strumentazione’ di base dei raccoglitore di funghi è in linea con la natura: i raccoglitori partono muniti solamente di cestini di vimini (niente sacchetti di plastica) e bastone (vietati anche i rastrelli perché potrebbero danneggiare l’humus) e coltello (senza punta). E l’unico altro ‘strumento’ necessario idoneo è impalpabile e non inquina: il riconoscimento morfologico. Ancora: a differenza dei riti della società odierna che puntano sulla socializzazione, per i fungaioli è consigliato evitare i posti affollati che – evidentemente – pullulano di funghi buoni ma che annichiliscono la bellezza di una camminata quasi in solitario alla ricerca di porcini & soci. Non solo: l’alta concentrazione di raccoglitori minaccia quel determinato ecosistema, e la salvaguardia dei teatri naturali dove crescono i funghi è basilare per il mantenimento delle specie e della possibilità di pro-
IL DECALOGO
seguire negli anni a venire questo rito-hobby. A tal proposito, fare meno confusione possibile, disturbare al Quando si effettuano le minimo la fauna presente e lasciare prime esplorazioni micologiche è meno ‘residui’ umani in giro (carte, rifiuti, lattine etc.) è alla base del vaconsigliabile farsi guidare da una demecum del buon raccoglitore. persona esperta Ma rispettare il bosco, o il sottobosco, significa anche sempliceDurante l’uscita fissare dei mente lasciare al loro destino le punti di riferimento, procedere specie notoriamente tossiche e che evidentemente hanno un loro senso sempre con cautela ed attenzione: nell’ecosistema di quel particolare è necessario vivere questi momenti con equilibrio, pesando i propri habitat, o evitare anche di riempire limiti fisici e senza strafare il cestino con specie che non hanno nessun interesse gastronomico così, tanto per fare numero e farsi Per chi ha poco senso belli con gli amici. A tale proposito, dell’orientamento, evitare di come recita il volume I della collana esplorare zone sconosciute ‘I funghi dal vero’, redatta da quello che è stato considerato il maggior Evitare di uscire in prossimità esponente di quest’arte, Bruno Cetdel tramonto, il buio è un cattivo to, “i funghi sono “indispensabili al alleato benessere delle piante ad alto fusto”. Ma non solo: i funghi saprofiti sono veri e propri “spazzini” della foresta Per i neofiti è consigliato provvedendo a “preparare” il mateportare alle prime uscite due riale morto (foglie, rami etc.) per la contenitori: uno in cui riporre successiva demolizione ad opera dei le specie di cui si è certi della batteri. commestibilità, l’altro per i funghi Infine, come in molti campi, esistosu cui si nutrono dubbi da far no suggerimenti ‘della nonna’ che visionare al rientro da un esperto in possono andare bene nel caso di materia accorgimenti per l’igiene personale o l’economia domestica ma che è meglio non applicare ad alimenti potenI contenitori per la raccolta zialmente velenosi e mortali come i devono obbligatoriamente essere funghi. Viene da sorridere a leggerli, cestini di vimini, avere una base ma sono costati vite umane o ricoveri sufficientemente ampia e un in ospedale. Ad esempio si dice che manico corto e schiacciato per non se, bollendo nell’acqua con i funghi creare impiccio durante l’uscita. oggetti in argento questi rimangoVietati sacchetti di ogni genere, no chimicamente inalterati, i funghi che potrebbero alterare l’humus sono commestibili. Oppure, si possono ritenere idonei all’alimentazione quelli mangiati in parte dagli animali Chi frequenta il bosco deve del bosco, come lumache o uccellini. avere rispetto di tutte le forme
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di vita animale e vegetale che incontra, non solamente dei funghi
8. E’ sconsigliato mangiare
durante le esplorazioni micologiche: vero che l’uscita richiede molte energie, ma a stomaco pieno aumentano la sensazione di gambe pesanti e il senso di disagio
9. Non tagliare mai i funghi alla
base e non raccogliere esemplari troppo giovani che non hanno ancora prodotto spore
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Evitare sempre di consumare funghi che non siano stati identificati con certezza: nel dubbio è sempre meglio non rischiare