Storie per crescere
Maria Giuliana Saletta
indice
Cap. 1 • Quando passa il treno p. 5
Cap. 2 • La casa fantasma p. 14
Cap. 3 • Venerdì 17, porta sfortuna? p. 22
Cap. 4 • Un progetto interessante p. 33
Cap. 5 • Strani movimenti al quartier generale p. 43
Cap. 6 • Una settimana piena di colpi di scena p. 55
Cap. 7 • La colazione internazionale p. 62
Cap. 8 • La strega p. 70
Cap. 9 • Il Kamishibai p. 79
Cap. 10 • Un’amicizia inaspettata p. 88
Cap. 11 • Epilogo p. 97
Schede operative p. 100
Quando passa il treno
Quando passa il treno, l’intercity per Milano, il maestro Federico, nostro insegnante di inglese, si ferma pochi secondi a guardarlo, nell’attimo esatto in cui lo spostamento d’aria creato dai vagoni fa vibrare le finestre della nostra classe.
Nessuno se ne accorge, di quella pausa improvvisa, tranne me; forse perché anch’io, come il maestro Federico, mi perdo qualche secondo a pensare ai suoi passeggeri, alle persone che trasporta e a dove staranno andando.
Mi chiamo Sofia, ho nove anni e
frequento la quarta primaria in un piccolo paese arroccato sulle Alpi Lepontine, in Piemonte.
Voi non ci crederete, ma la mia classe è composta da otto alunni. Sì, lo so, sembra impossibile e fa un po’ ridere, ma qui tra i monti, di bambini ne nascono davvero pochi e le classi come la mia sono quasi la norma. Per poter tenere aperta la scuola, si creano le pluriclassi: significa che i bambini di terza e quelli di quarta, per esempio, stanno insieme parecchie ore al giorno e vengono divisi solo per alcune materie specifiche.
All’inizio dell’anno è un po’ strano ascoltare la maestra spiegare la lezione ai compagni di terza, mentre esegui una serie di operazioni di quarta, ma poi ti abitui e sei così immerso nel tuo lavoro che la maestra non la senti quasi più. Tranne quando riprende Christian che ne combina di tutti i colori. Un giorno, l’anno scorso, è venuto a scuola con una lucertola. Tutta la
Quando passa il treno
scuola ha sentito la maestra Monica urlare: – Signor Francooooo! Presto, venga in classe con una scopa, c’è un’emergenzaaa!
Subito dopo, mentre Franco, il nostro bidello, entrava in classe armato di scopa e paletta come un guerriero ninja, è partito l’affondo finale: – CHRISTIAN, PORTAMI IL DIARIOOO!
Chissà perché la maestra Monica allunga tanto le vocali finali quando grida, ma è davvero buffa e a noi scappa da ridere, sotto i baffi però, per non rischiare di consegnarle anche i nostri diari. Christian non è il personaggio più bizzarro della mia classe, aspettate di sentire i nomi degli altri miei compagni e ne capirete il perché.
Partendo dal banco vicino alla finestra, quella che vibra quando passa il treno, c’è Hikma, capelli neri, occhi scuri da furetto e pelle olivastra, i suoi genitori vengono dal Marocco. Seduto vicino a lei c’è Davide, biondo, tendente all’albino, con occhi azzurri come il cielo di primavera.
I suoi genitori sono israeliani e i suoi nonni vivono a Gerusalemme. Poi c’è Giovanni: non fatevi ingannare dal nome, perché lui, così come sua cugina Kelly, arriva dalla Cina e ha i capelli neri come la pece e lisci come gli spaghetti crudi. Vicino a Kelly c’è Marisabel, viene dall’Ecuador, i suoi capelli sono morbidi e cespugliosi, ha un sorriso coinvolgente e la pelle luminosa come i tasti d’ebano del pianoforte. E poi ci sono Christian, che già conoscete, capelli rossi e naso a patata, e Kevin, capelli castano scuro e occhi marroni. I loro nomi ricordano l’America, ma sono nati qui tra i monti del Piemonte, come i loro genitori e i loro trisavoli.
Un bel minestrone di provenienze, che ve ne pare? Ma siamo insieme fin dalla scuola dell’infanzia, a parte Marisabel che è arrivata in prima, e le nostre maestre ci chiamano i magnifici otto perché siamo uniti come i supereroi dei fumetti, un po’ strampalati forse, ma vincenti.
Quando passa il treno
Insomma, nella mia classe, come dice la maestra Grazia, l’insegnante di italiano, storia, geografia e arte, c’è il mondo in una stanza. A noi fa ridere questa espressione, però basta guardarci in faccia per capire che è proprio così. Se veniste a bussare alla porta della nostra aula trovereste tutte le bandiere dei Paesi dai quali provengono le nostre famiglie.
C’è la bandiera dell’Ecuador, costituita da un rettangolo con tre strisce orizzontali, una metà superiore gialla e due inferiori di colore blu e rosso. Al centro c’è un bellissimo scudo d’armi ovale, con la rappresentazione del Chimborazo, la montagna più alta delle Ande ecuadoriane e un cielo blu, il fiume Guayas e un bel battello a vapore. Sopra lo scudo c’è un grande condor, che con le sue ali aperte sembra pronto a scagliarsi sul nemico, e sotto c’è un fascio di verghe e l’ascia consolare. È la bandiera preferita di noi bambini di quarta, è stato bello colorarla. Poi c’è la bandiera della Cina,
quella con lo sfondo rosso con le cinque stelle gialle, semplice da colorare, e quella di Israele con la stella di David blu, al centro di un tallèd, il manto di preghiera ebraico. Lo sfondo è bianco con due strisce blu.
Anche la bandiera del Marocco, come quella cinese, ha lo sfondo rosso, ma al centro c’è un pentagramma verde (colore dell’Islam), che simboleggia la saggezza, la salute, la pace e la vita.
Per finire, il Tricolore, la bandiera italiana verde, bianca e rossa.
Il giorno in cui la maestra Grazia ci ha proposto di cercarle su internet, stamparle e poi colorarle, siamo tutti tornati a casa sventolando le nostre cinque bandiere, e per tutti intendo l’intera pluriclasse di terza e quarta, diciotto alunni in totale.
L’aria frizzante di un piovoso pomeriggio di inizio settembre si è riempita di colori e i nostri sorrisi, ne sono certa, hanno fatto rosicare dall’invidia i bambini di quinta.
Hikma ha sentito Carola che diceva: – Che schifo di lavoro! Sai che divertimento colorare delle stupide bandiere…
E poi Mirko aggiungeva, sghignazzando: – Dilettanti allo sbaraglio!
Però intanto guardavano le nostre bandiere e Diego, il fratello di Christian, gli ha chiesto di mostrargliele.
Loro non sono una pluriclasse, strano ma vero, sono in quindici e dunque hanno diritto a una classe tutta per loro. Si danno
Quando passa il treno
tante di quelle arie da saputelli! Credono di essere grandi ormai, alcuni hanno perfino il cellulare e, sebbene sia vietatissimo portarlo a scuola, spesso fingono di averlo dimenticato in cartella e poi lo mostrano a tutti, o leggono i messaggi sottovoce, ridacchiando in gran segreto.
Che palloni gonfiati! Chissà poi chi si credono di essere...
Fino all’anno scorso erano in quarta pure loro, non è che in un’estate siano cambiati poi tanto. Secondo me, sono già nella fase della stupidera, come dice mia nonna, quell’età in cui bambini e bambine non sono più piccoli, ma non sono nemmeno grandi, e allora fanno e dicono tante stupidaggini.
Capitolo 2
La casa fantasma
I magnifici otto, come ci chiamano le nostre maestre e il maestro, non stanno insieme solo a scuola. La nostra amicizia continua anche dopo il suono della campanella. Quando non abbiamo il rientro passiamo pomeriggi interi insieme. Se abbiamo i compiti li facciamo veloci, ognuno a casa propria, oppure in gruppo quando si tratta di ricerche o di lavori collettivi. Ci piace toglierci subito il pensiero ed essere poi liberi di giocare. Tutti tranne Christian, lui non ama i compiti, anzi sembra proprio avere un’allergia, o forse sarebbe più
casa fantasma
corretto chiamarla un’intolleranza, come si dice per chi non può mangiare alcuni cibi. È molto intelligente, a scuola finisce gli esercizi prima di tutti noi, in matematica è una palla di fuoco, brucia tutti anche con i calcoli a mente. Però non chiedetegli di fare un esercizio, di risolvere un problema o di scrivere un testo a casa: gli vengono l’orticaria, il raffreddore, il mal di pancia e il mal di denti. Ecco, Christian deve proprio essere intollerante ai compiti. Di fatto tende a lasciarli per la sera, però poi capita che sia stanco o che se li dimentichi e allora a scuola sono guai. Ma è un capoccione e non cambia abitudini, nemmeno se glielo chiediamo noi.
Ci piace molto stare insieme, giocare ma anche esplorare il territorio. Un giorno, passeggiando tra i boschi, abbiamo scovato il villaggio nascosto, un piccolo nucleo di vecchie case abbandonate; alcune sono delle catapecchie, qualcuna è addirittura diroccata, ma un paio sono ancora ben
tenute, con vecchi portoni di legno e grossi catenacci in ferro che ne sbarrano l’entrata. Potevamo forse resistere alla tentazione di curiosare? – Assolutamente no! – come ha detto Giovanni, fissandoci tutti negli occhi.
Abbiamo lasciato perdere i ruderi perché quei cumuli di pietre ricoperti di rovi e di erba sono il terreno ideale per nascondere qualche serpente e noi, saremo anche un po’ strampalati, ma non siamo affatto stupidi e, se possiamo, evitiamo di metterci in pericolo. La casa fantasma