La nascita della Costituzione italiana

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La nascita della Costituzione Italiana: una “Carta pacificatrice” ossia

“Maestra, possiamo lavorare insieme se abbiamo idee diverse?” Dalla distruzione alla ricostruzione del…Bene Comune: la nuova identità nazionale tracciata dalla Costituente negli Articoli: 1,2, 4, 11 e 12 Quest’anno all’interno della nuova disciplina “Cittadinanza e Costituzione” abbiamo realizzato un laboratorio nel quale i bambini hanno fatto esperienze e costruito conoscenze. Per dare il senso del lavoro svolto a chi non era a scuola con noi, riportiamo l’introduzione del nostro progetto:

“La Costituzione Italiana nacque dalla volontà di dare una nuova identità ad un Paese portato alla distruzione dalla guerra di conquista e dalla guerra civile che ne scaturì. Il bisogno di dialogo fra le parti e di riconciliazione in un’ottica di ricostruzione sociale guidò il dibattito della Costituente e segnò il Dettato Costituzionale. Ogni Carta, ogni raccolta di leggi porta con sé una volontà di ordinare e regolare, dal Codice di Hammurabi in poi. Nel cammino percorso dalla Costituente questa volontà si è arricchita di un METODO, quello del DIALOGO e della partecipazione di tutte le forze del Paese tese a garantire democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia e solidarietà. I ragazzi della scuola primaria stanno formando competenze sociali a partire dalle conflittualità che vivono nel gruppo dei coetanei e che percepiscono nella società che li circonda. Ripercorrere il cammino dei Padri Costituenti, riflettere sul metodo da essi seguito e sugli obiettivi di pacificazione che si erano dati, offre la possibilità di leggere il proprio cammino personale come cammino che va ad inserirsi in un’ideale di società retta dai valori della Costituzione. L’eco di tutto ciò nella storia locale, va indagato certamente per costruire un ponte con la storia nazionale, ma anche per agire sugli aspetti psicologici ed emotivi che sostengono la partecipazione allo studio ed alla ricerca dei bambini.” Ins. Anna Cremona 2


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Anna Sarfatti 4


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SAMUEL ARTALE Samuel Artale Von Belskoj Levy è nato nel 1937 a Rostock, in Germania, in una famiglia ebreo-prussiana. Il 13 aprile del 1944 è stato portato ad Auschwitz, insieme alla mamma, al padre, alla sorella Miriam, al nonno. Nessuno dei suoi familiari è tornato. Liberato nel 1945, affidato alla comunità ebraica, imbarcato su una nave a Marsiglia, è stato ospitato in un orfanotrofio a Miami (Usa). Ingegnere meccanico industriale, oggi vive a Padova. Una giornalista ne ha raccolto la testimonianza estremamente toccante: “Fino a sette anni sono vissuto in una villa vicino a un corso d‟acqua a Rostock; ricordo il giardino, la sala da pranzo dove tutti ci riunivamo, l‟istitutrice da cui, con mia sorella Miriam, scappavo, scendendo con una corda dalla finestra per andare a giocare sull‟argine del fiume. Di mia madre Hellen ricordo che, quando suonava al pianoforte dei brani di Bach, la ascoltavo affascinato. Non ne ricordo purtroppo il volto, ma lo sguardo pieno di dolore e sofferenza, quando io e mia sorella le fummo strappati dalle braccia nel campo di sterminio. I miei ricordi sono sfumati, si sono persi durante l‟anno in cui sono stato ad AuschwitzBirkenau, solo, tra altri internati più grandi di me che mi dicevano insistentemente di ripetere il mio nome e non le cifre che avevo tatuate sul braccio, perché altrimenti sarei diventato come “loro” volevano, solo un numero. Mi ero accorto della discriminazione razziale solo dopo che io e mia sorella siamo stati costretti a rimanere a casa da scuola e soprattutto, quando, per strada, un giorno, vidi mio padre che, mentre camminava giù dal marciapiede (agli ebrei era proibito camminare sul marciapiede) fu strattonato senza alcun motivo da un soldato nazista e costretto a rimanere per terra in ginocchio. Nessuno dei passanti intervenne.., nessuno. Io non capivo come un uomo così grande, bello e importante come lui, potesse essere trattato in quel modo... e come non reagisse alla brutalità del tedesco! Non capii, lo biasimai dentro di me, mi sentii deluso e provai verso di lui vergogna e rancore. Solo più tardi il nonno mi spiegò. Ma ancora oggi, ricordando quell‟ episodio, sento salire dentro di me rabbia e profondo dolore. Il 13 aprile del 1944 fummo deportati. L‟attività industriale della mia famiglia (utile alla Germania) ci aveva protetto fino a quel momento, poi tutto precipitò. I soldati nazisti arrivarono.., eravamo tutti agitati. La mamma ci vestì velocemente. Non c‟era tempo per raccogliere nulla. Un camion ci portò alla stazione. Dopo una lunga attesa, ci misero in fila e fummo caricati su un vagone-merci. […] Quando arrivammo ad Auschwitz fummo accolti da una grande confusione: grida, ordini in tedesco, lamenti. Io e mia sorella Miriam fummo spinti in un‟altra direzione, mia madre fu trattenuta violentemente dai fucili dei soldati che le impedirono di raggiungerci. La vidi per l‟ultima volta, ferma con lo sguardo disperato. Aveva 43 anni. Non ne seppi più nulla. Anche papà, Miriam e il nonno sparirono... Mi ritrovai solo, avevo 7 anni! Ero confuso, stordito... fui sistemato in una baracca insieme ad adulti, non c‟erano altri bambini. Ci sono rimasto un anno e ho imparato a sopravvivere alla fame, alla paura che era parte della nostra vita, alla violenza immotivata, alla sofferenza. Sono stato bastonato perché avevo cercato di proteggermi dal freddo intenso mettendomi sotto la maglia dei sacchi di carta, ho imparato a usare un coltello per difendermi, ho 6


imparato a nascondere i miei pochi averi dalle perquisizioni dei nazisti, ho rubato bocconi di pane stantio al compagno. Ricordo che i grandi mi hanno utilizzato e istruito, poiché ero piccolo e gracile, per entrare dentro un cunicolo da loro scavato dalla baracca fino al magazzino viveri, per rubare scatolette di cibo. Lo feci più volte. Probabilmente quelle furono la salvezza per alcuni di noi. Da quel che ricordo non fummo mai scoperti. Non lo ricordo con certezza perché lì c‟era sempre da aver paura, c‟era sempre chi pagava con la vita per qualcosa, chi veniva punito al posto di altri. Il lager aveva annullato il rimorso, il senso di colpa, non c‟era più emozione in me, ero indifferente, dovevo solo sopravvivere. Era inverno, la guerra era quasi finita, stavano avvicinandosi i Russi, per i nazisti erano gli ultimi momenti... Quando nel gennaio del „45 finalmente arrivarono i Russi, a piedi e a cavallo, avvolti dalla foschia, in un silenzio innaturale, senza più le grida di sempre, non li riconobbi.., ne fui impaurito. Si pensava a un cambio di soldati; avevano le armi, ma non puntate contro di noi, avanzavano lentamente. Io e gli altri internati siamo usciti dalle baracche, cenciosi, sporchi, tremanti, simili a larve. I Russi venivano avanti e con un frustino in mano ci allontanavano, ma non ci bastonavano! Questo ci sorprese... la lingua poi era diversa.. erano amici! Ci diedero da mangiare e questo fu un disastro, molti stettero male... ci diedero anche coperte, pastrani perché era molto freddo. Ma erano amici! La voce si sparse in tutto il campo. Non ricordo.., ma fui lavato e rivestito, mi riabituai a mangiare. Un ufficiale che parlava tedesco mi chiese come mi chiamavo e io gli dissi solo il nome, Samuel... inorridito mi resi conto che non ricordavo più il cognome! Mi spaventai, ma il russo mi sorrise con affetto (non come i nazisti in modo beffardo) e mi tranquillizzò, dicendomi che mi sarebbe ritornato in mente un po‟ alla volta. La Croce Rossa e poi la Comunità Ebraica si sono occupate di me e sono stato portato in America in un Orfanotrofio, a Miami. Il mio cognome l‟ho trovato solo da alcuni anni, perché, appena uscito da Auschwitz, ho voluto dimenticare tutto, cancellare tutto, in una accanita lotta contro il ricordo che per me significava dolore. Mi sono sforzato di dimenticare così come oggi cerco ansiosamente di ricordare, soprattutto i volti dei miei cari che mi sono stati strappati dalla violenza e dalla brutalità degli uomini.” Albarosa Artico, Intervista a Samuel Artale, in Nuovo “Gulliver”, news, Gennaio 2010

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Documenti: 1 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra Con queste parole Mussolini il 10 giugno 1940 annunciò alla folla riunita a Roma l’entrata in guerra dell’Italia. «Combattenti di terra, di mare e dell‟aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d‟Italia, dell‟impero e del Regno d‟Albania! Ascoltate! Un‟ora segnata dal destino batte nei cielo della nostra patria. L‟ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie [...] reazionarie dell‟Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l‟esistenza medesima del popolo italiano [...]. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. [...] L‟Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d‟ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all‟Oceano indiano: vincere!»

Dopo le dichiarazioni … la realtà della guerra a Treviso Documento 1 a 7 Aprile 1944: io c’ero. “Le bombe caddero sulla città il venerdì santo mentre a pranzo c‟era una minestra desiderata, risi e spinàsse. La minestra di riso era su molte tavole perché era venerdì santo e si doveva mangiare di magro. Di mattina, le donne erano andate a bagnarsi gli occhi nel Siletto, che correva sotto casa, ossequio devoto a una tradizione religiosa di cui mi sfuggiva il significato ma anch‟io me li ero bagnati sotto il rubinetto di casa. Nessuno immaginava che quelle lagrime simboliche sarebbero state, di lì a poco, lagrime vere. Ci eravamo appena messi a tavola, quando le sirene si misero a urlare. Pensavamo di poter terminare la minestra perché, di solito, c‟era tutto il tempo per scendere in rifugio. Gli allarmi, fino a questo giorno, erano stati trentasette con un mitragliamento il 18 marzo alle ore 9,20. Eravamo un po‟ abituati. Invece, questa volta, la contraerea cominciò a sparare. -Parcossa 10


spàrei sti cretini?- disse mio padre che era stato aviere alla Malpensa - se no i spara, i va via tanto poco importante sembrava la città nella strategia della guerra. Ai primi colpi di contraerea fummo tutti alle finestre a guardare gli shrapnel contro i caccia dal muso rosso che volavano molto bassi vicini al cedro del Libano davanti a casa, appena di là dal canale. Ma continuarono a sparare e non se ne andarono. Quante volte nei quaderni di scuola avevo disegnato battaglie aeree in cui i velivoli - si chiamavano così, allora - nemici cadevano in fiamme. Ma qui nessuno cadeva, anzi sembrava che si divertissero a evitare le nuvolette bianche della contraerea. Intanto, un chilometro distante, dietro alla chiesa di San Nicolò, dalla ferrovia, si

alzò un gran fumo e dopo pochi secondi la terra tremò e i vetri di casa si

frantumarono. Scendemmo rapidissimi le scale fino al pianterreno dove c‟era già molta gente che pregava rosari interminabili e litanie una sull‟altra. -I bonbarda! Qualcuno gridò e ci fu un grande strepito di calcinacci preceduto da un sibilo, seguito da uno spostamento d‟aria che spalancò il portone d‟ingresso - anch‟io spalancai la bocca, come mi avevano insegnato a scuola per evitare che si rompessero i timpani- e quello del cortile, mentre un gran fumo polveroso invase l‟entrata. Qualcuno accendeva qualcosa che baluginava appena e si spegneva. Si intravedevano mucchi di persone ai quattro angoli. Mio padre riparava me e mia sorella grande nell‟angolo vicino alla porta. La piccola era con la nonna in un altro angolo e le chiamammo. Le grida si accavallarono, crude, ostili, disperate. Qualche attimo di sosta e poi un sibilo più acuto, uno schianto più tremendo, le urla, le preghiere e i porchi nel polverio della disperazione. A me veniva quasi da ridere della paura dei grandi, come non sapessero che una casa vecchia, come quella in cui abitavamo, era robusta, con muri grossi così ed elastici. Il dramma della guerra aveva per me il senso dell‟avventura. Intanto, la casa davanti alla nostra crollò, l‟uscio della nostra entrata si spalancò e qualcuno lo richiuse con un calcio; gli occhi bruciavano, la gola era secca e mio padre piangeva e ci stringeva quasi a farci male. -Questa xe la prima ondata, scanpémo. E tutti scappammo dai quattro angoli. C‟era gente che non avevo mai visto. La casa crollata davanti alla nostra impediva il passaggio. Uscimmo dal cortile dietro. Era pieno di macerie fino al primo piano. Un filo elettrico troncato, per poco non mi accecò. Arrancammo, cadendo e spellandoci mani e piedi fino alla piazza Duomo. Un inebetito carabiniere, della vicina caserma, ci raccontò di essere stato spostato di trenta metri dall‟aria di una bomba e di essere stato riportato, da un‟altra bomba, al posto di prima. Mi parve subito una cosa straordinaria ed incredibile ma l‟immediatezza del racconto me la fece ritenere veritiera. La realtà è che le storie sui carabinieri non finiscono mai. […]

Fortuna volle che non avessimo fatto a tempo ad andare nel vicino rifugio che fu

colpito in pieno. I rifugi si rivelarono, se colpiti, delle trappole, ma non per i cani che non potevano entrarvi. Al massimo potevano riparare dalle schegge delle bombe o dai colpi di 11


mitragliatrice. Oltre ai rifugi, c'erano i ripari antischegge. Tutti i portici della città erano chiusi da telai di legno cui erano appoggiati sacchi di sabbia che servivano da riparo. Era una città imbottita come un sofà. Ma era anche una città in coprifuoco: non doveva filtrare luce dalle case, se no le belliche falene nemiche sarebbero state attirate. Figurarsi. Il regime ignorava che la teoria inglese del bombardamento a tappeto era per un'incursione notturna, luci o non luci. In ogni modo, in omaggio all'oscuramento, le rare automobili avevano i vetri dei fanali oscurati, tranne una breve striscia centrale. Stessa cosa per le biciclette. I parafanghi di entrambe, in compenso, dovevano essere dipinti di bianco per essere visibili a corta distanza. Uscimmo in fretta dalla città - vidi appena la scuola De Amicis bombardata- per andare dai Secco, amici di famiglia che avevano, fuori porta, una officina. Qui c‟era già molta gente. Ognuno raccontava con grande confusione di voci. La Marci, mamma di Renzo, una signora squisita, affabile e gentile, accoglieva tutti con partecipazione. Avevo da poco perso mia madre per cui apprezzavo moltissimo la affettuosa femminilità della Marci che mi ospitò per la notte. Facemmo, poi, un giro per la città passando per la nostra casa. Era rimasta in piedi quasi per miracolo, qualcuno disse perché era vecchia, costruita bene, elastica. Oso illudermi che i miei interessi storici abbiano avuto un‟inconscia origine nella protezione che la storicità ha esercitato in quella occasione: la storia come casa. Nel magazzino, a pianterreno, quello dove andavamo raramente a causa dei pantegàni, erano allineati tre morti: due bambini e il loro padre. Abitavano davanti, ma erano più piccoli di me per cui, con loro, non avevo confidenza. La loro madre era viva. Diventerà, qualche anno dopo, nel 1946, la mia matrigna. Mi racconterà con fatica, quando il trauma affettivo sarà in parte coperto dai nuovi sentimenti, che si era trovata protetta da una trave con la bambina vivente stretta sotto il braccio ma che, improvvisamente, aveva sentito la piccola afflosciarsi. Era l‟effetto dell‟ossido di carbonio. Lei, che aveva ricevuto dall‟Opera Nazionale Maternità e Infanzia un diploma per il buon allevamento della prole, non poteva farci niente. E‟ anche questo un significato di proletario. Rimosse le macerie della casa, al suo posto rimasero due buche enormi che si riempirono presto d‟acqua e di rane e che ritroveremo tali e quali, un anno dopo, al nostro rientro da sfollati. Sulle rane mi eserciterò a lungo con la fionda nelle notti d‟insonnia estiva, colpendo nel mucchio, a caso, senza efficacia, visto il risultato canoro sempre reiterato con monotono impegno. Il trauma fu come un anestetico; provavo quasi un‟euforia ad essere vivo, perché a quell‟età sono sempre gli altri che muoiono. «Razza Piave, purissima razza italiana, razza anche e soprattutto fascista» aveva detto, con una retorica indistruttibile, il federale Luigi Gatti. L‟indomani, carichi di valigie, la Bottecchia di mio padre con i parafanghi bianchi e con il fanale semioscurato, carica di tutto, andammo a piedi in campagna presso lontani parenti di 12


nonna Tilde. L‟estetica coincidenza tra fascismo e Futurismo, che aveva osannato il culto della velocità, qui si ridusse all‟antico, prosaico andare del cavallo di San Francesco. Intanto, Pier Maria Bianchin, un giornalista locale autorizzato, pubblicò, pro sinistrati, l‟opuscolo : I liberatori sulla città. Sono dieci cartoline postali che illustrano i danni fatti dal bombardamento americano. Bianchin fotografa lo scempio urbano, le opere d‟arte distrutte, luoghi irriconoscibili della città sconvolta dalla lucida follia della guerra. Non si vede la gente ma il suo dolore si intuisce dalle ferite delle pietre. Alcuni anni prima aveva scritto una commedia Un grido nella notte. Aveva il senso del dramma che era facile in quei tempi. Mussolini aveva chiesto a Hitler l‟onore di partecipare al bombardamento di Londra. I bombardamenti delle città italiane potevano essere giustificati per questo? Cinquemila furono le vittime di questo bombardamento. In una città irreale si aggiravano persone con un bracciale nero sul quale erano appuntate delle stelline argentate, una per ogni morto. Eravamo a Pasqua, tempo d‟auguri. Due cartoline di Buona Pasqua, omaggio della Federazione Nazionale Fascista per la lotta contro la tubercolosi, augurano che, nella letizia festiva, non sia dimenticato chi soffre e che può essere sollevato. A distanza d‟anni trovai, fra le cose lasciate dalla Antonia, la matrigna, una scatola che aprii. Era la scatola del dolore e dell‟ultimo respiro. Conteneva una bambola, una scarpina, un fazzolettino, dei capelli, dei quaderni di scuola, quelle povere cose che il lavoro del lutto conserva per mantenere vivi i ricordi evitando la disperazione. Non ne aveva mai parlato. Ne parlo io per un sentimento di rabbia che mi prende e che devo scaricare. Il 1° aprile 1944, nell‟autodettatura di Giorgio, figlio dell‟Antonia, alunno di classe prima, è scritto: Quanti fiori sbocciano in terra d‟Italia! Il garofano, il geragno (sic), il girasole, il ciclamino, il giglio, la rosa, la viola, il narcisio (sic), la margherita, la primula, il tulipano.

La maestra scrive: bene. Dopo sei giorni non sbocceranno più fiori per lui in terra d‟Italia. Erano bastati cinque minuti, dalle 13,24 alle 13,29, che a noi sembrarono un‟eternità, perché i B 17 americani dell‟operazione Good

Friday nella più ampia operazione Strangle, li

strangolassero. Ma se la guerra è un‟idiozia, idiota fu anche la risposta negativa che qualcuno diede alla Antonia quando chiese per marito e figli l‟inumazione nell‟ossario dei morti per causa bellica: piccolo conforto avere i tre nomi assieme agli altri. Ma non si poteva, perché non erano militari. Parola di colonnello”.

Alfio CENTIN, Archivio domestico, Cierre Edizioni, 2003, pp.72-78.

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Pianta della città di Treviso sulla quale abbiamo riportato :ù  il percorso dell’uscita del 7- aprile- 2010  la porta S. Quaranta nominata nel racconto di nonno Roberto  la zona dei magazzini e del negozio del papà della nonna Anna Maria

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Raccolta di notizie utili 2 STATO DELLA CITTÀ ALL’INDOMANI DELLA GUERRA Al momento della Liberazione, Treviso era una città praticamente coperta di macerie con larga parte della popolazione sfollata nelle campagne e altra parte sistemata in abituri di fortuna. Circa l’82% degli edifici risultava distrutto o più o meno danneggiato. I bombardamenti del 7 aprile, del 14 maggio, del 10 ottobre, della settimana di Natale del 1944 e quello notturno del 13 marzo 1945 avevano reso la città lacera e spettrale. Anche cittadine quali Castelfranco, Conegliano e Vittorio Veneto avevano subito cospicui danni, mentre sullo scorcio iniziale del 1945 l’aviazione alleata aveva cominciato a colpire anche in aperta campagna. Fu in questa cornice che il Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale assunse i poteri nell’intervallo tra l’insurrezione e l’insediamento del governo militare alleato, dopo il quale al Comitato rimasero esclusivamente poteri consultivi. Il primo problema era dunque quello della ricostruzione fisica della città. C’erano sfollati nelle caserme di Dosson, nelle scuole delle frazioni contermini, addirittura nel teatro comunale. Per lo più si trattava di poveri ed era impensabile che costoro potessero riadeguare i loro alloggi o comunque provvedere privatamente al problema. La ricostruzione fisica della città era per larga parte un problema pubblico, una volta che le classi abbienti avevano provveduto secondo le loro risorse. L’Istituto Autonomo Case Popolari diede fondo alle sue riserve per provvedere alloggi a prezzo calmierato, ma le prime costruzioni vennero consegnate soltanto nel 1947, preceduto l’Istituto dal neonato Ente Provinciale della Liberazione che, con il capitale guadagnato dalla vendita di materiale bellico abbandonato dagli alleati, costruì alloggi agibili già nell’inverno 1946-47, sul rovescio di viale Vittorio Veneto e, a Conegliano, in via Cavallotti. Naturalmente si trattò di soluzioni tampone: in realtà l’avvio alla soluzione del problema fu più tarda e cominciò a realizzarsi con i primi aiuti ERP del 1948 e, più ancora, nel 1949 con l’avvio del piano Fanfani o INA-casa al quale si devono gli edifici costruiti sulla Feltrina verso Monigo (E. Brunetta).

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Testimonianze: 1 Intervista a nonna Anna Maria Pinton La nonna di Sara ha iniziato così: “ Sono nata il 9 agosto 1936, e nel 1944 ero piccola, andavo a scuola. A quell’epoca non c’era la televisione e solo i genitori leggevano il giornale e ascoltavano la radio; ma io ricordo tutto, perché ho partecipato con serietà e sofferenza a quanto succedeva, anche se io e la mia famiglia siamo stati fortunati. Il 7 aprile 1944 verso mezzogiorno è suonato l’allarme. Mio padre aveva un negozio di giocattoli e casalinghi in Corso Vittorio Emanuele ( notate che dopo la guerra non si chiamò più così, perché il re aveva tradito il suo popolo e si chiamò da allora Corso del Popolo). Per proteggere la merce l’aveva divisa in tre magazzini tutti nei pressi di via Manin. Quando suonò l’allarme mio papà tornò a casa dove eravamo tutti noi: la mia mamma che aspettava un bambino e noi sei fratellini. Al termine del bombardamento tornò in centro; il negozio era stato solo in parte danneggiato, ma tutti e tre i magazzini erano stati bombardati; eppure ci era andata bene eravamo salvi, mentre la città era distrutta e tante persone e bambini erano morti persino nei “rifugi”. Il vescovo Maniero passava nella città a benedire fra le macerie. Dopo il bombardamento lasciammo la città e andammo sfollati a casa di contadini a Postioma, in campagna. Lì non era neanche arrivata la luce, e mio padre che si dava sempre da fare convinse i contadini ad acquistare i pali di legno e i fili e così la luce raggiunse anche la casa dove eravamo ospitati. A Postioma noi bambini giocavamo felici in campagna, ma mio papà ci iscrisse lì a scuola. Però in Italia la situazione era grave: dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, gli Americani avevano liberato il Sud d’Italia invece da noi i Tedeschi avevano preso il potere ed erano aiutati dai Fascisti. Molti Italiani comunisti, cattolici, liberali di tutti i gruppi che non erano d’accordo col regime fascista, iniziarono la lotta partigiana per aiutare gli Americani e liberare l’Italia del Nord. Poiché i gruppi partigiani non potevano comunicare, di nascosto tutti ascoltavano Radio Londra che metteva in contatto i vari gruppi e dava informazioni con i messaggi cifrati: ad esempio potevano dire: “ Cara mamma, Pietro ti saluta alle 5” e qualcuno capiva ad esempio che alle 5 di mattina doveva recarsi ad un appuntamento con qualche altro gruppo di partigiani per organizzare un attacco o ritirare delle armi. In famiglia ascoltavamo radio Londra e una mia zia faceva la staffetta, cioè portava i messaggi fra i gruppi di partigiani. Una notte arrivarono cinque partigiani che chiesero “asilo” per quella notte. Non si poteva assolutamente aiutare i partigiani e il contadino, proprietario della casa dove eravamo sfollati, chiese consiglio a mio padre che gli disse che era lui il padrone di casa e spettava a lui decidere. Alla fine il contadino disse loro che avrebbero potuto dormire nel fienile, ma che lui non ne sapeva niente. Dopo cinque giorni vedemmo arrivare altri uomini, o meglio ragazzi in bici, con le camicie nere e i mitra. Non chiesero del padrone di casa, ma di mio padre , lo presero e lo condussero a Treviso al Pio X dove i prigionieri venivano torturati e uccisi. Il capo di quelle Camicie Nere aveva 16 anni. Mia mamma aveva partorito da poco, ma prese la bici e seguì mio padre fino al Pio X dove lo vide sparire. Allora andò alla guardiola e chiese notizie di Pinton Pietro, il portinaio lesse l’elenco dei prigionieri e rispose che lì non c’era nessun Pinton Pietro e che si era sbagliata. Mia mamma si sentì morire, perché il fatto che non lo avessero registrato significava che avevano già deciso di eliminarlo senza processo e senza farlo sapere. Allora lei insistette e chiese di nuovo di mio padre affermando di averlo visto entrare, a quel punto un uomo che si trovava in portineria d’istinto disse: “..ah, sì!” 23


E questa frase involontariamente salvò la vita di mio padre, perché non poterono più negare di averlo catturato; mia madre per una settimana, ogni giorno si recò a Treviso e chiese aiuto a tutte le persone importanti che conosceva, il parroco, il vescovo…A casa passavano i giorni e noi bambini iniziavamo a capire che la situazione era grave, ma tanto fece mia mamma, che la vigilia di Pasqua mio papà potè tornare a casa: era stato interrogato, ma ora era libero: se non fosse stato per quell’involontario “…ah, sì!” e per il coraggio di mia mamma sarebbe stato ucciso. Alla fine, dopo tante sofferenze, c’era tanto bisogno di libertà e di partecipazione; non dovremmo dimenticare quanto hanno sofferto i nonni, in effetti tanti di loro ancora bambini sono rimasti senza genitori e tanti genitori hanno perso i loro figli, e poi mancavano le case, il lavoro. Ma la popolazione si dette da fare e volle ricostruire; tutti hanno cercato di migliorare il loro tenore di vita e negli anni ’60 c’è stato il BOOM ECONOMICO. Tanti erano emigrati in tutto il mondo a cercare fortuna: a quel tempo c’era tanta povertà anche nel Veneto e molti partivano così poveri che avevano solo una valigia di cartone legata con lo spago e così arrivavano in America, in Germania, in Argentina , in Canada e lì non erano accolti bene. Dopo la guerra, in Italia non tutti i fascisti erano stati allontanati dai loro posti di lavoro e negli uffici continuarono a lavorare; dobbiamo ricordare che durante il fascismo tutti dovevano avere la tessera fascista se volevano lavorare, quindi alcuni erano iscritti al Partito fascista anche se non condividevano quelle idee. Una cosa che ricordo molto bene erano le scritte: VINCERE E VINCEREMO SILENZIO, IL NEMICO TI ASCOLTA CREDERE, OBBEDIRE E COMBATTERE Ricordo che per partecipare alla guerra al fianco dei Tedeschi occorrevano molti soldi per acquistare le armi per il nostro esercito, e l’Italia fascista che aveva già condotto altre guerre in Libia, in Abissinia, in Albania era povera. Allora Mussolini chiese l’oro alle famiglie. Tutti erano obbligati a darlo altrimenti si rischiava, ma mio papà ci teneva molto alle fedi con cui lui e la mamma si erano sposati, per lui erano sacre e perciò ne fece fare due non consacrate e donò quelle. Ricordo anche l’impegno di Botter nel salvare le opere d’arte di Treviso, raccoglieva ogni lacerto, li divideva e la sera con i figli e la moglie giocava a fare i “puzzle” ad esempio diceva: “ Forza bambini venite qui che stasera vediamo se riusciamo a trovare il ditino di Gesù bambino”…” La nonna Annamaria ci ha raccontato la quotidianità della vita a Treviso durante e dopo la guerra dal punto di vista di una bambina e ci ha aiutato a conoscere altri aspetti di quel periodo storico. Ci fu tanto dolore, ma poi gli Italiani si impegnarono nella pacificazione e nella ricostruzione e da quella dura lezione nacque la nostra Carta Costituzionale. Un grazie sentito dagli alunni e dalle maestre della classe 4° B Treviso 28/aprile/2010

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Testimonianze: 2 Intervista al nonno Roberto Comunello Il nonno di Susanna si è presentato così: “ Ho accettato volentieri l‟invito che le maestre mi hanno fatto tramite la mia nipotina Susanna, tanto che ho spostato alcuni appuntamenti per essere presente; tutti i nonni dovrebbero raccontare, parlare con i figli e i nipoti, solo così non si perdono le tradizioni e si può conoscere quello che è stato fatto per la propria città. Per questo vi ringrazio dell‟opportunità che mi date di essere qui tra voi a raccontare” Noi siamo stati molto orgogliosi di averlo potuto conoscere, perché ha dedicato tutta la sua vita a progettare e lavorare per la sua città e ci è parso da questo punto di vista un vero “cittadino attivo”. Ecco il suo racconto: “ Ho 83 anni e sono ancora in attività: sono nato il 16 febbraio 1927. A 16 anni sono andato a lavorare, perché durante la guerra tutti dovevamo aiutare le famiglie. Io ho cominciato a lavorare che portavo ancora i pantaloni corti, un po‟ perché ero giovane e un po‟ perché costavano meno, e in guerra si sa anche la stoffa costa cara. Da quel momento ho percorso una lunga strada positiva, ho visto molte cose non sempre belle, e fra le altre il bombardamento del 7 aprile 1944. Ho iniziato a lavorare in ospedale a 16 anni in qualità di impiegato; allora l‟ospedale di Treviso si denominava per legge Opera Pia e il 7 aprile anche un suo reparto fu bombardato. Per fortuna non ci furono morti o feriti, perché il primario e le suore, di loro iniziativa, avevano trasferito i malati nei sotterranei. Quando le sirene iniziarono a suonare erano le 13.24, ma non ci si badava tanto, perché di solito gli aerei americani passavano su Treviso solo per andare a bombardare altre zone. Si dissero tante cose sulle ragioni del bombardamento, ma la realtà è che gli Americani avevano già organizzato da tempo l‟incursione su Treviso per interrompere i collegamenti per i rifornimenti ai soldati tedeschi. L‟occupazione tedesca a Treviso fu molto pesante: prelevavano gli uomini e li obbligavano a lavorare per loro (questo tipo di lavoro forzato era chiamato TOD) e portavano via di tutto per mandarlo in Germania, ad esempio da ponte Garibaldi e lungo la Riviera c‟era una fila di grandi platani sui quali noi da giovani ci arrampicavamo e un giorno i Tedeschi presero degli uomini e li obbligarono ad abbattere gli alberi per mandare i loro tronchi in Germania. Tornando al 7 aprile, quel giorno ero appena tornato a casa a mangiare e al suono delle sirene sono andato a ripararmi al rifugio che era stato approntato nella zona dove ora c‟è la scuola media Stefanini. Allora la zona era abilitata a mercato del bestiame, erano state chiuse tutte le coperture adiacenti le mura con delle forate e lo chiamavano rifugio. Gli aerei sganciarono due tipi di bombe, quelle normali che cadevano ed esplodevano e gli spezzoni incendiari che cadevano sul suolo e facevano incendiare tutto quello che era vicino all‟esplosione. Ho visto un uomo colpito da uno spezzone che morì all‟istante. All‟ospedale di Treviso arrivarono tantissimi morti e feriti. Dopo il bombardamento l‟ospedale fu trasferito nel comune di Casier presso la Villa Toso e la Villa Merlo: c‟era una sola sala operatoria ricavata nella serra della villa stessa e un solo primario aiutato dall‟equipe che operava. Qui devo spiegarvi una cosa: dopo l‟8 settembre, cioè dopo l‟Armistizio, l‟ Italia del Nord non ancora liberata, era stata occupata dai Tedeschi che non erano più nostri alleati, anzi ci consideravano traditori. In questo periodo, per affiancare i Tedeschi si erano formate delle unità di combattenti fascisti italiani, la X MAS e le BRIGATE NERE, così altri Italiani si organizzarono per resistere contro di loro e formarono le BRIGATE PARTIGIANE, che erano composte da tante persone di idee politiche diverse; c‟erano i cattolici, i comunisti,i socialisti e il Partito d‟Azione e tutti insieme cercavano di dare una mano agli Americani che 25


stavano liberando l‟Italia, da Sud. C‟erano spesso sparatorie fra le parti, oltre a Pippo che mitragliava qualunque luce vedesse. Pippo era un aereo degli Alleati che sorvolava la città soprattutto di notte. Nell‟Ospedale arrivavano tanti feriti e spesso venivano posti in letti vicini: Tedeschi, uomini delle Brigate Nere e partigiani. Noi impiegati addetti alla ricognizione dei dati personali dei ricoverati, cercavamo di non far trapelare queste divisioni, altrimenti i partigiani venivano arrestati e portati al collegio Pio X a porta Santi Quaranta dove erano torturati e anche uccisi.” Un bambino chiede: “ Ma voi curavate anche i Tedeschi?” “Certo in ospedale si curano tutti gli uomini che stanno male indipendentemente siano essi buoni o cattivi. La situazione era molto difficile anche per i trasporti. Non c‟era benzina per portare i malati, le suore e altro personale su e giù da Treviso; avevamo solo tre mezzi di trasporto:  una vecchia ambulanza della Croce Rossa che avevamo soprannominato “il Norge”  un camion col cassone aperto un 18BL della 1° Guerra Mondiale che faceva i 15 km all‟ora e andava a carbonella (e qui apre una spassosa descrizione sulla potenza del suo motore) “Avevamo due exinfermieri il cui compito era preparare pezzettini di legno tutto il giorno; con quelli e della carbonella si mandava avanti la caldaia che a sua volta, faceva muovere la cinghia e quindi il camion. Ogni tanto però, il motore si fermava. Allora andavamo nelle case coloniche vicine alla strada a chiedere un po‟ di energia per far ripartire la ventola della caldaia e riaccendere quindi il motore.”  Infine l‟Amministratore dell‟Ospedale, allora un commissario prefettizio, aveva fatto comprare un mezzo che non avesse bisogno di carburante, una vecchia diligenza traina da un cavallo bolso, con l‟asma che era guidato da un conducente anziano. A S. Cipriano ho conosciuto l‟onorevole Dal Pozzo che mi pose vicino ai partigiani della Brigata Garibaldi. In ospedale a Casier ho conosciuto il dottor Zava, che pur giovane, rappresentava gli studenti di Treviso: aveva un ombrello bianco-rosso-verde e il ritrovo era in centro a Treviso al “Canton dei 4 S” (Siamo studenti senza soldi). Fino a quell‟epoca ero cresciuto nel fascismo e non sapevo neanche che una volta fossero esistiti altri partiti, oltre a quello fascista. L‟onorevole dal Pozzo e gli altri mi coinvolsero nelle loro attività. Di giorno lavoravo in ospedale e di notte frequentavo i partigiani: quasi ogni giorno, spesso a piedi, facevo la strada da Casier a S.Cipriano, dove era sfollata la mia famiglia. Arrivando al fiume Musestre, un fiume che attraversa il paese, ne approfittavo per fare il bagno. La vita di ogni giorno era dura, non mancava solo la benzina, ma anche per mangiare, il cibo era misurato. Ogni famiglia possedeva una Tessera sulla quale vi erano dei numeri per le quantità di cibo che si potevano avere e con essi si acquistavano il pane,la carne, ecc. Se si consumavano i punti della tessera prima del tempo stabilito, non si poteva ricevere più nulla da mangiare. In realtà mancava tutto, pensate che non c‟era sale e si provvedeva avvicinando dei barconi che risalivano il Sile provenendo da Venezia, i quali vendevano acqua salata di mare e questa serviva per fare da mangiare; non parliamo poi del burro, allora si mangiava margarina o lardo, che erano entrambi difficili da trovare. Diversi contadini che negli anni precedenti erano stati maltrattati economicamente, ora si prendevano la loro rivincita e non davano nulla a nessuno se non in cambio monili d‟ oro, così quel po‟ di oro che i Trevigiani avevano se lo presero tutto prima Mussolini che fece consegnare le vere d‟oro dalle donne e poi i contadini.” Un bambino chiede: “Ma tu eri d’accordo ad entrare in guerra nel 1940?” “Nel 1940, avevo 14 anni, non conoscevo e non capivo niente di partiti e di guerre, pertanto vivevo quei momenti da persona neutra al problema. So solo che per le persone adulte, non essere d‟accordo con il fascismo voleva dire non trovare lavoro ed essere un isolato. Pensate ad un padre di famiglia ed al mantenimento dei suoi figli:” Un altro bambino chiede: “ ….ma quando è cominciata la guerra dei Partigiani?” “ Dopo l‟8 settembre 1943, quando l‟Italia firmò l‟Armistizio con gli Alleati (Americani e Inglesi)” 26


“ …e come era prima della guerra?” “ Prima la vita era pacifica, ma c‟era tanta povertà e la gente fu costretta ad andare a vivere in altri posti come la Libia, l‟Etiopia, e l‟Albania. Della situazione italiana, io considero molto colpevole il re (Vittorio Emanuele III ) perché fu lui che appoggiò Mussolini facendolo sentire grande e dandogli tutto il potere che volle. La resistenza finì il 25 aprile 1945 quando tutta l‟Italia del Nord insorse. Quel giorno io ero a Roncade e assieme ad un altro giovane siamo andati a mettere il tricolore sul pennone del paese di Roncade. Siamo venuti a Treviso e, fra l‟altro ci barricammo dentro la Porta Santi Quaranta sopra i bastioni delle mura. Era notte, i Tedeschi in fuga, quando sentimmo il rumore dei carri armati che venivano da Viale Montegrappa verso Porta Santi Quaranta e non sapendo che erano Americani, sparammo con le nostre mitragliette e loro non sapendo che eravamo partigiani, ci spararono col cannone di un carro armato abbattendo il frontespizio di una delle due colonne della porta che è stata restaurata solo da poco tempo. Andammo anche alla Fonderia dove i Tedeschi avevano i loro depositi e quando aprimmo i magazzini trovammo tanto di quel cibo che si poteva sfamare non mezza Treviso, ma ben di più: burro, farina e tutto quello che era stato requisito.” Una bambina chiede: “E dopo il 25 aprile come vi sentivate?” “ Dopo la guerra c‟era voglia di ricominciare. A Treviso si organizzò il Governo del CLN guidato dall‟avvocato Ramanzini. Io fui chiamato a dirigere il Fronte della Gioventù, associazione che univa tutti i giovani di vari partiti politici: cattolici, socialisti, repubblicani, ecc.. Ci è stato dato del denaro per riorganizzare lo sport e la cultura a Treviso. Dapprima organizzammo la boxe portando il ring nella sede della Società che si trovava presso la sede dell‟ospedale di S. Leonardo, ma quando i pugili combattevano disturbavamo troppo. Per ultimo, presso la palestra del Coni, in Viale Vittorio Veneto. Dove oggi c‟è lo stadio di calcio, giocava anche la squadra di rugby: il rugby giocava di sabato e, siccome la squadra di calcio giocava la domenica, si trovava il campo “arato” e allora il rugby si trasferì prima nei campi vicini al cimitero e poi il Comune di Treviso costruì il campo attuale a Monigo . Seguirono i campi del Tennis a S.M. del Rovere e Villa Margherita. Il Consiglio Comunale di Treviso si impegnò per la salvaguardia del teatro Comunale. Con l‟Avv. Boscolo, mi nominarono componente della Commissione per il Teatro Comunale e per il ripristino del teatro. L‟ ippodromo di Treviso, si voleva venderlo per costruire case popolari . Fu salvato con la presentazione di un ordine del giorno in Consiglio Comunale di Treviso. Sono intervenuto anche perché sotto la Loggia dei Cavalieri, dove un tempo Tarantola vendeva i suoi libri, non si aprissero vetrine di negozi. Alla fine della guerra la vita riprese, anche grazie alle rimesse dall‟America che mandava aiuti e cibo. La vita , era dura, riprese l‟attività sindacale e vi furono molti scioperi. Sono stato dirigente della Camera del Lavoro con particolare riguardo alla sanità. Da allora ho sempre lavorato per l‟ospedale e sono stato anche Presidente dell‟Istituto Gris di Mogliano Veneto, nel quale ho fatto una grande esperienza e ho ancora nel cuore l‟ istituto Gris e il ricordo dei sacrifici.. Ci sarebbero ancora tante cose da raccontare. Voi bambini potete capire tante cose facendole raccontare ai vostri nonni.” Al termine il nonno Roberto ha dovuto salutarci, ma a noi è rimasto il suo racconto e la sua disponibilità a tornare tra noi. Un grazie di cuore da parte di tutti gli alunni e dalle insegnanti della 4° B.

Treviso 15/aprile/2010

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Documento 5 2 giugno 1946 a) Referendum : Monarchia o Repubblica? 1) Scheda per il Referendum

2) Risultati in Italia Repubblica Tot. Voti:12 717 923 Percentuale : 54

Monarchia Tot. Voti: 10 719 984 Percentuale : 46

A.De Bernardi, S. Guerracino, La conoscenza storica, il Novecento, Mondatori editore 2000

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3) I risultati regionali Le elezioni per la Costituente nel Veneto 2 giugno 1946 Nella tabella sono riportate solo le PERCENTUALI dei voti raccolti dalle forze politiche Democrazia cristiana 49,5 Partito socialista italiano di unità nazionale 26,6 Partito comunista italiano 13,9 Unione democratica nazionale 2,6 Fronte dell’uomo qualunque 1,6 Partito repubblicano italiano 1,8 Blocco nazionale della libertà 1,1 Partito d’azione 2,0 Altre liste 0

4) I risultati nazionali

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Documento 2 Discorso per la Costituente 14/ottobre/1945 “Oggi

la guerra è finita e la liberazione è compiuta: oggi noi abbiamo in Italia un governo che si appoggia a tutte le forze politiche che hanno contribuito accanto agli alleati a questa liberazione, e che proprio è sorto col compito preciso e specifico di preparare la Costituente. Sembrerebbe dunque che tutto debba esser pronto per attuarla: mai situazione giuridica fu più chiara di questa. E tuttavia si indugia ancora, si temporeggia ancora, e il popolo sente vaganti nell’aria minacce di sorprese e di insidie. Da che parte vengono queste minacce? Io credo che esse vengano da tre direzioni. Prima di tutto esse vengono da coloro che temono la Costituente, perché sentono che essa attaccherà i loro privilegi e farà giustizia delle ingiustizie di cui essi si sono finora nutriti. Essi sanno che la Costituente porterà la repubblica, l’autonomia regionale, lo Stato decentrato, sburocratizzato e smilitarizzato, e una democrazia vera e piena, basata soltanto sui diritti politici del cittadino, ma anche sui diritti sociali del lavoro, primo titolo di dignità umana e di libertà morale. Essi lo sanno e temono ognuno per sé, per le loro cariche, per le loro rendite, per il loro ozio, per i loro blasoni; la monarchia, certi circoli militari che pensano con nostalgia ai loro camerati tedeschi, certa alta burocrazia e certa alta finanza. Tuttavia questa gente timorosa non ha il coraggio di opporsi a viso aperto alla Costituente: oggi a parole tutti sono per la Costituente, come a parole tutti sono democratici. Una seconda serie di ostacoli deriva, è tempo di dirlo francamente, dall’armistizio e dagli alleati: e qui il discorso si fa necessariamente più delicato e penoso. L’Italia, voi lo sapete, deve agli alleati se non la sua libertà, certo l’occasione che le è stata data di riconquistarla: se gli alleati non avessero vinto, il popolo italiano non avrebbe potuto ribellarsi al fascismo... E anche dobbiamo esser grati agli alleati per gli aiuti materiali, generosissimi, che essi ci hanno dato e ci danno... Ma i popoli, come gli uomini, non vivono di solo pane: vivono anche di dignità. E proprio questo, di restituire agli uomini ed ai popoli il senso della dignità, doveva essere il grande frutto della libertà... Da un recente discorso di Parri si è potuto intuire che anche la soluzione della crisi costituzionale interna dipende ancora dal beneplacito degli alleati: non siamo liberi di scegliere senza il loro consenso il sistema elettorale, né il tempo delle elezioni... Vi è un terzo pericolo che minaccia la Costituente: e questo è dentro di noi, non fuori. È il nostro rilassamento, il nostro scetticismo, il nostro egoismo, la fede tiepida o mancante, 43


il nostro desiderio, del resto umano e comprensibile, di tornare dopo tante prove ciascuno a occuparsi del proprio tornaconto individuale, e tirare a campare, e lasciar perdere la politica e disprezzare chi se ne occupa. Questo forse è il pericolo più grave... Per questo, chi oggi reclama la immediata convocazione della Costituente serve la restaurazione dell’ordine. L’unica strada che porta alla legalità, alla vera legalità, che non è quella imposta dall’alto ma quella voluta dal popolo, è quella che passa per la Costituente: e chi cerca altre vie è un pericoloso suscitatore di disordine e di sedizione.” P. CALAMANDREI, Discorso per la Costituene, 14/ottobre/1945

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