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La quercia della legalità pag

LA QUERCIA DELLA LEGALITA’

Ricordo dei giudici Falcone e Borsellino

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Come tutti abbiamo notato, sabato 12 febbraio è accaduto qualcosa di insolito, ma significativo, nel nostro cortile. In pochi hanno avuto l’opportunità di assistere all’evento a distanza ravvicinata, mentre gli altri hanno sbirciato dalle finestre dell’istituto e seguito dall’alto, con curiosità, la strana “movida” che si stava creando. Quel giorno, in presenza di giornalisti e Carabinieri, è stata piantata una piccola “giovane” quercia in un angolo del giardino. La quercia è da sempre simbolo di forza, stabilità, resilienza, valore militare e in alcune culture assume il significato di albero della vita. Queste qualità allegoriche le sono state attribuite per la sua imponenza e la sua lunga vita, inizialmente racchiusa in una ghianda inosservata, che pare eterna. In questo caso, il nostro splendido futuro albero simboleggia la saldezza della legalità nella lotta contro la mafia.

Chiunque di noi ha sentito parlare di mafia, ma sappiamo davvero com'è strutturata questa piovra e perché è così importante contrastarla?

là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un imputato, ora di incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo". Il governo del tempo riuscì a fare ben poco per sconfiggere tali associazioni criminose, che anzi continuarono a prosperare e a diffondersi, estendendo la propria zona di azione in tutta Italia e all’estero. Tra le organizzazioni del genere la più famosa è Cosa Nostra, così definita dagli affiliati. I signori iniziarono ad affermare il proprio personale potere a danno di quello centrale, debole e lontano. Si formarono così dei "poteri locali" che si basavano sulla violenza. Si assiste ad un continuo scontro di interessi, in una terra in cui il frequente succedersi di dominazioni non ha favorito la coesione tra popolo e governanti. Nel corso del XX secolo le aggregazioni rette dall’omertà e dal silenzio della popolazione, che anno dopo anno si è rassegnata a questo fenomeno come se non fosse più capace di vedervi un’ingiustizia, consolidarono un'immensa potenza in Sicilia e riemersero dopo la II Guerra Mondiale.

La storia Essa nacque in epoca borbonica in una zona della Sicilia. Uno dei primi documenti che delineano bene il fenomeno mafioso è una lettera di denuncia del 3 agosto 1838 inviata al ministro Parisi del procuratore generale di Trapani "La generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che si dicono partiti, senza colore e scopo politico, senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente,

Rapporto con la società I mafiosi fondano il loro potere soprattutto sul consenso sociale e sul sostegno (estorto o volontario) di operatori economici (ad esempio il mondo dell'imprenditoria e delle banche). Essi sono ovunque, spesso sotto mentite spoglie di persone perbene, considerati quasi benefattori, che offrono lavoro ai cittadini locali, ma la verità è che tolgono la possibilità alle persone oneste e competenti di poter raggiungere occupazioni prestigiose. La mafia non si presenta, quindi, come un anti-Stato, ma come uno "Stato" parallelo allo Stato di diritto, che offre "servizi di protezione", esige e gestisce le “tasse” (pizzo, usura, eccetera) e "amministra" con la violenza e l'intimidazione il suo territorio. In alcune zone, infatti, questo fenomeno è a tal punto accettato che fin da piccoli si impara a rispettarlo. I metodi utilizzati da queste associazioni a delinquere, per eliminare chiunque si interponga tra loro e il potere, sono barbari e non hanno alcun rispetto della dignità umana.

Organizzazione I capimafia comunicano principalmente in modo scritto (ad esempio fanno spesso uso di biglietti di carta detti pizzini), poiché non sempre sono in grado di comunicare di persona a tutti i loro sottoposti (capifamiglia, picciotti) con più comuni mezzi di comunicazione (come il telefono e la posta), suscettibili a intercettazioni. I mafiosi sono divisi in famiglie, dette cosche (come la corona di foglie del carciofo). Le varie cosche sono indipendenti le une dalle altre, ma sono in situazione gerarchicamente inferiore alla famiglia più importante, chiamata cupola. Per entrare a far parte di queste organizzazioni (cosa che accade solitamente in giovane età), si svolge una cerimonia. Durante il rituale un anziano, un uomo d’onore, pronuncia un discorso in cui denuncia ingiustizie sociali e ricorda che la “cosa” (non viene mai pronunciato il termine mafia) si preoccupa di proteggere gli orfani e le vedove. Questa forma di giuramento molto antica risale probabilmente ai tempi della spedizione di Garibaldi, quando non c’era ancora l’unità di Italia e si necessitava di associazioni che difendessero i più deboli. Finito il discorso, l’anziano chiede ai due testimoni di pungere con una spina di arancia amara il dito del nuovo mafioso e di versare una goccia del suo sangue sopra ad un’immaginetta sacra. Infine, viene bruciata la figurina santa mentre il nuovo mafioso la tiene in mano e pronuncia queste parole: “Le mie carni debbono bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento “. Se il mafioso tradirà verrà cacciato dalla famiglia e si dirà che sia stato “posato”. Sarà fondamentale per rompere questo sistema malavitoso l’azione di due coraggiosi magistrati che negli anni '80, quando ancora si sapeva davvero poco riguardo la mafia, hanno sacrificato la propria vita in nome della legalità: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia creando un metodo investigativo diventato modello nel mondo. Tra numerose indagini e immenso impegno è riuscito assieme ai suoi magistrati a portare alla sbarra 475 boss. Falcone nasce a Palermo il 18 maggio del 1939. Terzo figlio di Arturo e Luisa Bentivenga, cresce alla Kalsa, l’antico quartiere arabo nel cuore di Palermo, dove si intrecciavano realtà diverse e dove era normale giocare a pallone con il figlio di un capomafia. Giovanni frequenta il liceo classico Umberto I dove si appassiona allo studio critico della storia e inizia a guardare con altri occhi alle dinamiche sociali. Dopo essere uscito dal liceo con il massimo dei voti, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza. Quando entra all’università, sa già che la sua strada sarà la magistratura. Paolo Borsellino nasce nel 1940 a Palermo. Come Falcone, frequenta il liceo classico e si iscrive al fronte universitario d’Azione Nazionale. Si laurea nel 1962, ma non esercita fino al momento in cui non si laurea la sorella, farmacista, gestendo nel frattempo la farmacia paterna. Nel 1963 partecipa al concorso per entrare in magistratura, diventando così il più giovane magistrato d'Italia. Il suo primo incarico è al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967 viene nominato pretore, ed è in questo momento che inizia a conoscere la mafia. Il 23 dicembre 1968 sposa Agnese Piraino Leto. Nel 1975 viene trasferito a Palermo dove entra nell’ufficio istruzioni affari penali sotto la guida di Chinnici. Nel febbraio 1980 Borsellino fa arrestare i primi sei mafiosi: tra questi, Giulio Di Carlo e

Andrea Di Carlo. Il 4 maggio 1980 Emanuele Basile viene assassinato ed è decisa l'assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino.

Conosciuti durante l'infanzia: La loro storia inizia da quando erano giovanissimi, giocando insieme nel quartiere la Kalsa, a Palermo. Paolo, era un bimbo che amava stare sui libri e Giovanni fin da piccolo amava le storie dove il bene prevale sul male. I due si erano conosciuti durante una partita a calcio all’oratorio. Giovanni aveva tredici anni e Paolo era più giovane di soli otto mesi.

Il Pool Antimafia: Entrambi, assieme ai giudici Lello e Guarnotta, fanno parte di una squadra di magistrati chiamata "pool antimafia”, formata contro la criminalità organizzata e per i giudici che combattono contro la mafia, ma lo fanno individualmente. Tutti i membri del pool insistono e richiedono allo stato interventi e supporto, ma purtroppo questo non accade. Tramite l'arresto di Tommaso Buscetta, avviene una svolta alla lotta contro la mafia, perché egli decide di collaborare con la Giustizia descrivendo in modo dettagliato la struttura della mafia. Le inchieste avviate da Chinnici e sfociate nelle indagini di tutto il pool portano a costituire il primo grande processo contro la mafia. Nell’estate del 1985 la violenta reazione di "Cosa Nostra" (un'organizzazione criminale mafiosa-terroristica presente in Italia) porta all'uccisione di stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Nel 1987 Caponnetto decide di ritirarsi per ragioni di salute e al suo posto viene nominato Antonino Meli, preferito al giudice Falcone. Questo innesca polemiche e rende Falcone un bersaglio molto più facile per la mafia. Alla scelta si oppone anche Borsellino, manifestando dubbi e perplessità che gli fanno rischiare un provvedimento disciplinare. Il 14 settembre Antonino Meli viene nominato capo del pool. Borsellino riprende a lavorare insieme a giovani magistrati. Meli però, non si dimostra all'altezza in alcune situazioni e i giudici Di Lello e Conte si dimettono per protesta finché nell'autunno del 1988 il pool viene sciolto.

La Morte di Falcone e Borsellino: Il 21 giugno del 1989 la mafia tenta di uccidere Falcone piazzando un borsone con tritolo a poca distanza dalla villa affittata dal giudice. L'attentato viene sventato e in seguito molti testimoni muoiono in circostanze sospette. Tra questi, anche il mafioso Luigi Ilardo, assassinato il 10 maggio 1996, dopo una confessione in cui afferma che a Palermo vi era un agente che agiva in modi e in luoghi sospetti. Dal 1991 fino alla sua morte, Falcone si mostra sempre più attivo con le indagini, senza essere appoggiato dal mondo politico. Sia Borsellino che Falcone si rendono conto che la superprocura, appena instituita, potrebbe essere molto pericolosa per la loro sicurezza. Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l’elezione a superprocuratore. Nel 23 maggio 1992 mentre torna da Roma a Palermo, dove Borsellino lo aspetta per festeggiare il suo nuovo ruolo, viene ucciso in un attentato mafioso. Insieme a Falcone e alla moglie muoiono anche tre uomini della scorta: Schifani, Montinaro e Dicillo. La strage viene chiamata "Strage di Capaci", e più avanti il mandante viene identificato in Totò Riina. Il fatto che gli attentatori sappiano l’ora dell’arrivo e della partenza di Falcone dimostra che qualcuno “vicino” a lui è probabilmente coinvolto in Cosa Nostra. Borsellino viene avvisato già nel 1991 da un pentito di Cosa Nostra, che i piani per la sua uccisione sono già pronti. Per questo il giudice sceglie di rinunciare a una protezione eccessiva per se stesso, per evitare che la mafia facesse del male ad un membro della sua famiglia piuttosto che a lui. Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli, il giudice insieme alla sua scorta va in via D'Amelio, dove abitava sua madre. 100kg di esplosivo uccidono Borsellino e cinque agenti della scorta. Proprio il giorno prima gli era stato comunicato che sarebbe stato lui il nuovo Superprocuratore. La strage viene chiamata "Strage di Via d'Amelio".

Non amavano sentirsi definire eroi, ma volevano essere considerati come uomini dello Stato chiamati a fare il pro-

prio dovere. Il lor o sacr ificio ha dimostrato, nei decenni successivi, che lavorare insieme può essere un’arma vincente e che "la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà una fine”. Denise Pansini e Lorenzo Piturro 3AT

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