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Ora o (forse) mai più
di Angelo Magri
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Domenica 5 febbraio, seconda giornata di Mido, tra i corridoi del padiglione dedicato alla parte più professionale e tecnica del settore si parlava soprattutto di quanto emerso al convegno del pomeriggio precedente. “Oftalmologia, ottica e optometria: quale futuro con le nuove tecnologie” ha portato sullo stesso palco, per la prima volta nella storia della manifestazione milanese, esponenti politici e governativi, manager fieristici, aziendali e del retail, ma soprattutto illustri rappresentanti sia della classe medica sia dell’area ottico optometrica. Tra i molti temi di riflessione e anche di animata discussione, uno in particolare ha smosso il cuore e la mente delle centinaia di partecipanti, in presenza o in diretta streaming: la proposta di un tavolo comune tra oculisti e ottici per confrontarsi su come migliorare l’offerta di salute oculare e di benessere visivo all’utente finale.
Apparentemente potrebbe sembrare la solita dichiarazione d’intenti destinata a cadere nel vuoto. In realtà il convegno ha messo in evidenza l’evoluzione tecnologica a disposizione delle due categorie, che spesso non può essere considerata se non in maniera congiunta: le soluzioni oftalmiche per la gestione della progressione miopica e la contattologia specialistica sono i fiori all’occhiello in tal senso. Ma soprattutto ha ricordato due aspetti estremamente attuali: la capillarità dei centri ottici italiani, sempre più punto di riferimento per le problematiche visive delle persone, perché comodi da raggiungere e facilmente accessibili, e la crescita formativa e professionale degli ottici optometristi, che, pur vincolati a una legge abilitativa di quasi un secolo fa, hanno alle spalle oltre cinquant’anni di corsi di optometria e un ventennio di percorsi universitari. Tutto questo nel pieno rispetto dei ruoli, senza derogare alla diagnosi o peggio ancora alla certificazione di una presunta patologia oculare, che sono esclusivamente atti medici.
A tre anni dall’inizio della pandemia ben poco è rimasto in Italia delle promesse fatte in quel periodo: gli investimenti nella sanità pubblica procedono con il contagocce e il potenziamento della medicina territoriale sembra mera utopia. Allora, se la tendenza è beneficiare dell’attività sanitaria privata, perché non concedere ai centri ottici, fortemente diffusi e radicati nel territorio, un ruolo di primary care che peraltro è già consolidato? Nei limiti della legge e sempre nel rispetto delle differenze professionali. Ma forse proprio questo è il momento per trovare nuovi punti di incontro e nuove opportunità per il consumatore finale, che ha un assoluto bisogno di interlocutori affidabili e rassicuranti, non di figure autorevoli ma lontane e litigiose.