Occhiali spessi, trasandato, Michele Benni tratta il manoscritto Voynich come un normale affare finanziario. Scrittura misteriosa e immagini inquietanti non bastano a fargli sospettare il segreto di un male antico.
L’incubo resta acquattato nell’abisso, scarnificato e spettrale come nella cella d’onore dell’alchimista di Castel Sant’Angelo cinque secoli prima. Pronto a rilasciare la mandibola in un sorriso di morte.